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	<title>Centro Studi La Runa &#187; Valentiniano II</title>
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	<description>Archivio di storia, tradizione, letteratura, filosofia</description>
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		<title>Quinto Aurelio Simmaco in difesa della Tradizione</title>
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		<pubDate>Thu, 25 Sep 2008 10:02:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mario Enzo Migliori</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La figura e l'opera di Quinto Aurelio Simmaco, grande difensore della tradizione religiosa romana]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/quinto-aurelio-simmaco-in-difesa-della-tradizione.html' addthis:title='Quinto Aurelio Simmaco in difesa della Tradizione '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/buddha.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Religione" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storia-antica.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Storia antica" /><br/><p style="text-align: justify;"><!--[if gte mso 9]><xml> Normal   0   14 </xml><![endif]--><!--  -->Secondo libro edito dalle neonate e già benemerite edizioni Arya di Genova, ripropone la famosa <em>Relatio tertia</em> del <em>princeps senatus</em> Quinto Aurelio Simmaco curata da <a title="Renato Del Ponte" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/renato-del-ponte/" target="_self">Renato del Ponte</a> per la &#8220;Collana Studi Pagani&#8221; de il Basilisco nel 1986. Dalla precedente edizione differisce, oltre alla revisione e aggiornamento dei testi e della bibliografia, per la pubblicazione in appendice di quattro lettere di Simmaco tratte dal nono libro dell&#8217;epistolario e una ricca scelta d&#8217;immagini &#8211; commentate &#8211; relative ai Simmaci ovvero inerenti al culto romano di Victoria. <em>Last but not least </em> chiude il volume un interessante scritto di G. V. Sannazzari:<em> Vica Pota, Studio preliminare sul culto della Vittoria in Roma antica.</em><a name="_ftnref1" href="#_ftn1">[1]</a></p>
<p style="text-align: justify;">La scelta del &#8220;nuovo&#8221; titolo è coerente con il contenuto della <em>relazione senatoriale</em>. <em>&#8220;Grande è l&#8217;amore per la Tradizione&#8221;</em><a name="_ftnref2" href="#_ftn2">[2]</a> in quest&#8217;affermazione è racchiusa l&#8217;essenza della posizione religiosa e politica del Console Quinto Aurelio Simmaco &#8220;l&#8217;oratore&#8221; (considerato dai contemporanei persino superiore allo stesso <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/marco-tullio-cicerone" target="_blank">Cicerone</a></span>)<a name="_ftnref3" href="#_ftn3">[3]</a> e di una delle principali linee di tendenza, quella conservatrice-tradizionalista, caratterizzanti i pagani nella Roma del IV secolo. In effetti, escludendo opere più voluminose quali i <em>Saturnalia</em> di Macrobio, quale scritto è il più indicato per rappresentare la società pagana in quella triste epoca che vide legalizzato il sopraffare della <a title="Religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religione</a> monoteista e intollerante, organizzata in quella chiesa che con i suoi massimi esponenti in quel tempo realizzò la laicizzazione della <em>res publica</em> &#8211; per poi sopraffarla &#8211; con tutte le conseguenze che ha determinato?</p>
<div id="attachment_934" class="wp-caption alignright" style="width: 210px"><img class="size-medium wp-image-934" style="border: 0pt none; margin: 10px;" title="Dittico di Simmaco-Nicomaco, che mette in relazione le famiglie di Aurelio Simmaco e Virio Nicomaco Flaviano" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/simmaco.jpg" alt="Dittico di Simmaco-Nicomaco, che mette in relazione le famiglie di Aurelio Simmaco e Virio Nicomaco Flaviano" width="200" height="476" /><p class="wp-caption-text">Dittico di Simmaco-Nicomaco, che mette in relazione le famiglie di Aurelio Simmaco e Virio Nicomaco Flaviano</p></div>
<p style="text-align: justify;">I problemi posti sono sostanzialmente giuridici: <em>&#8220;Noi rivendichiamo pertanto lo stato giuridico dei culti religiosi, che per lungo tempo fu utile alla cosa pubblica&#8221;</em><a name="_ftnref4" href="#_ftn4">[4]</a>; in effetti, dall&#8217;ambiguo Costantino<a name="_ftnref5" href="#_ftn5">[5]</a> in poi, benché gli imperatori &#8211; escluso, naturalmente, Giuliano &#8211; fossero cristiani, i culti tradizionali e i relativi sacrifici continuarono a mantenersi a spese dello Stato e gli stessi principi cristiani continuarono a rivestire la suprema carica della <a title="Religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religione</a> pubblica romana: il Pontificato Massimo. Sotto la particolare influenza del vescovo Ambrogio il giovane Graziano soppresse tra i titoli imperiali quello di <em>pontifex maximus</em><a name="_ftnref6" href="#_ftn6">[6]</a> (senza assumerne nel contempo altra nella <a title="Religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione" target="_self">religione</a> professata)<a name="_ftnref7" href="#_ftn7">[7]</a>; privò le vestali e i collegi sacerdotali delle immunità e delle sovvenzioni pubbliche e ne confiscò i beni; fece nuovamente rimuovere l&#8217;altare della Vittoria dalla <em>Curia Julia</em> sede del Senato di Roma operando così la laicizzazione dello Stato<a name="_ftnref8" href="#_ftn8">[8]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8220;Per i pagani questi provvedimenti erano privi di senso, in quanto per loro la </em>res publica<em> non avrebbe potuto sostenersi senza il </em>cultus deorum<em>, garante la </em>pax deorum<em>, vale a dire la protezione divina sulle sorti dell&#8217;Impero. Era come se venisse unilateralmente infranto un antico patto giuridico: quello che, a partire da Romolo e Numa, era stato stipulato fra </em>res publica Romanorum<em> e potenze divine, col fine ultimo della tutela e conservazione della comunità dei Romani. Abolire il finanziamento pubblico ai culti tradizionali era rompere quell&#8217;antico contratto: ecco perché non potevano esistere culti, che non avessero pubblica sanzione e finanziamento.&#8221;</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> &#8220;Senza un riconoscimento pubblico, giuridicamente valido, i culti rientravano nella sfera privata, ma la </em>res publica<em> perdeva la sua anima, diveniva un&#8217;entità desacralizzata priva di luce e riferimento superiore, con conseguenze gravissime facilmente immaginabili: la caduta della stessa </em>res publica<em>, abbandonata a se stessa da quelle divinità che l&#8217;avevano sostenuta per undici secoli e mezzo&#8221;.</em><a name="_ftnref9" href="#_ftn9">[9]</a></p>
<p style="text-align: justify;">A ciò cercò di opporsi il Senato inviando una prima ambasceria guidata da Simmaco alla corte in Milano per il ristabilimento dello <em>status quo</em>, ma a causa della scorretta iniziativa dei vescovi di Milano e Roma e di alcuni cortigiani la delegazione non fu nemmeno ricevuta.</p>
<p style="text-align: justify;">Una nuova occasione si presentò col nuovo imperatore Valentiniano II.</p>
<p style="text-align: justify;">I tempi sembrarono più favorevoli, Simmaco viene ricevuto e la sua relazione, il cui testo è qui riproposto, viene apprezzata dai consiglieri dell&#8217;imperatore, sia cristiani sia pagani, per la giustezza delle argomentazioni riportate.</p>
<p style="text-align: justify;">Il Senato vedrà bloccate le sue richieste per il doppio rapido intervento di Ambrogio presso il giovane imperatore<a name="_ftnref10" href="#_ftn10">[10]</a>: le esplicite minacce di scomunica, dai possibili effetti dirompenti sul piano politico per una corte debole<a name="_ftnref11" href="#_ftn11">[11]</a> sortirono il loro effetto<a name="_ftnref12" href="#_ftn12">[12]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo pochi anni gli imperatori cristiani succubi dei loro vescovi (Ambrogio rivendicò a sé il diritto di giudicare e assolvere anche capi di Stato; Teodosio si sottomise a ciò e il vescovo milanese si fece pagare caro il suo perdono) imposero leggi sempre più intolleranti<a name="_ftnref13" href="#_ftn13">[13]</a>. <em>&#8220;Ma i templi non si chiusero, i collegi sacerdotali non si sciolsero: di lì a poco la rivolta di Eugenio ed Argobaste sopraggiungeva a determinare il crollo del sistema teodosiano in Occidente.&#8221;</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> &#8220;Fra il 392 e il 394 torna in Senato, per l&#8217;ultima volta, l&#8217;</em>ara Victoriae<em>, i contributi ai collegi sono restaurati, i cembali della Grande Madre risuonano ancora per le vie di Roma. Ma è un sogno di breve durata&#8230;&#8221;.</em><a name="_ftnref14" href="#_ftn14">[14]</a></p>
<p style="text-align: justify;">La relazione di Simmaco era caratterizzata, come la vita e le opere del suo autore, dal naturale rispetto delle altrui fedi (caratteristica tolleranza pagana). Quella di Simmaco è <em>&#8220;la fedeltà ad una linea di conservazione intransigente, e coerente in tutte le sue manifestazioni, del </em>mos maiorum<em> indigeno, di quella corrente latina e italica che, dal mondo indistinto e pur luminoso delle origini di </em>rex Saturnus<em>, si snoda nel percorso di tutta la storia di Roma sino alle sue estreme manifestazioni ufficiali&#8221;.</em><a name="_ftnref15" href="#_ftn15">[15]</a></p>
<p style="text-align: justify;">Da ricordare anche l&#8217;importanza avuta dal circolo simmachiano per la trasmissione del pensiero dell&#8217;<a title="antichità" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/storia-antica">antichità</a> sino ai giorni nostri: <em>&#8220;senza Simmaco non vi sarebbe stato un Boezio e senza Boezio forse Dante non sarebbe stato tale e il mondo della classicità latina sarebbe poco più che un muto residuo archeologico e non quella realtà che per molti ancora vive di luce propria&#8221;</em>.<a name="_ftnref16" href="#_ftn16">[16]</a></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">***</p>
<p style="text-align: justify;">QUINTO AURELIO SIMMACO, <em>In difesa della Tradizione</em><em>, </em>Edizioni Arya, Genova 2008, pp. 96, € 16,00 (a cura di Renato Del Ponte).</p>
<p style="text-align: justify;">Recensione originariamente pubblicata in &#8220;Arthos&#8221;, a. VII, n.s., n° 16, 2008, pp. 88-90.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Note</strong></p>
<hr style="text-align: justify;" size="1" />
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn1" href="#_ftnref1">[1]</a> Rivisitazione di quello apparso in &#8220;<em>Arthos</em>&#8220;, 30, 1986, pp. 226-232.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn2" href="#_ftnref2">[2]</a> Symm., <em>Relatio III</em>, 4.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn3" href="#_ftnref3">[3]</a> Cfr. PRUDENZIO, <em>Contra </em>Sy<em>mmachum</em>, I, 633.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn4" href="#_ftnref4">[4]</a> Symm., <em>Rel. III</em>, 3.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn5" href="#_ftnref5">[5]</a> Su Costantino e la sua politica religiosa cfr. P. P. Onida, <em>Il divieto dei sacrifici di animali nella legislazione di Costantino. Una interpretazione sistematica</em>, in AA. VV., <em>Poteri religiosi e istituzioni: il culto di San Costantino imperatore tra Oriente e Occidente</em>, a cura di F. Sini e P. P. Onida, Torino 2003, pp. 73-169.  V. anche M. E. Migliori, <em>Haruspices e mos maiorum</em>, &#8220;Vie della Tradizione&#8221;, 145, gen.-apr. 2007, pp. 22-29; I. Ramelli, <em>Cultura e religione etrusca nel mondo romano, La cultura etrusca dalla fine dell&#8217;indipendenza</em>, Alessandria 2005 (rist.).<em> </em> <em> </em></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn6" href="#_ftnref6">[6]</a> E&#8217; noto chi in seguito e ancora oggi utilizza abusivamente tale qualifica.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn7" href="#_ftnref7">[7]</a> Ben diversamente erano andate le cose nella parte orientale dell&#8217;Impero. Cfr. R. del Ponte, <em>Altera Roma. I riti di fondazione di Costantinopoli secondo il Diritto Sacro Romano</em>, in Id., <em>La città degli Dei, La tradizione di Roma e la sua continuità</em>, Genova 2003, pp. 141-152.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn8" href="#_ftnref8">[8]</a> Cfr. R. del Ponte, <em>Simmaco e i suoi tempi</em>, saggio introduttivo all&#8217;ed. recensita, pp. 24-26 e F. Canfora, <em>Simmaco e Ambrogio o di un&#8217;antica controversia sulla tolleranza e sull&#8217;intolleranza</em>, Bari 1970, p. 11.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn9" href="#_ftnref9">[9]</a> R. del Ponte, <em>Simmaco&#8230;</em>, cit., pp. 26.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn10" href="#_ftnref10">[10]</a> Cfr. Ambr. <em>Ep.</em> 17 e 18.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn11" href="#_ftnref11">[11]</a> Il vescovo disponeva anche di una grande massa di manovra: <em>&#8220;la Chiesa (&#8230;) che ha cura dei poveri, li iscrive in appositi ruoli nell&#8217;ambito di ciascuna sua circoscrizione, di ciascuna diocesi, provvede a fornir loro regolarmente il minimo necessario per il loro sostentamento, </em>esigendo per contro ch&#8217;essi siano docili, sottomessi<em>, sobri nei modi, contenti del proprio stato, presenti in gran numero alle cerimo</em>o<em>nie religiose, ascoltatori assidui delle prediche domenicali, </em>pronti a sostenere in ogni controversia o pubblico contrasto il proprio vescovo<em></em> (F. Canfora, <em>op. cit.</em>, p. 103).</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn12" href="#_ftnref12">[12]</a> Strumentali erano le altre affermazioni di Ambrogio; p. e. non era vero che Graziano avesse semplicemente inteso stabilire una condizione di <em>parità</em> giuridica dei culti religiosi tollerati, perché in realtà non aveva toccato i diritti patrimoniali ed ereditari della chiesa (Cfr. R. del Ponte, <em>Simmaco&#8230;</em>, p. 25, n. 33). Lo stesso Ambrogio <em>&#8220;di ricchissima famiglia, con case a Roma e possedimenti estesi in Africa e altrove, non esita, appena consacrato vescovo, a donare, secondo attesta il suo segretario e biografo Paolino, tutti i suoi beni mobili e immobili alla Chiesa, ma con la riserva che a goderne l&#8217;usufrutto, vita natural durante, sia la sorella Marcellina; sì che, in realtà, la rendita di tante ville e terreni resta a entrambi assicurata &#8211; all&#8217;una come usufruttuaria, all&#8217;altro come fratello dell&#8217;usufruttuaria o come vescovo &#8211; per la durata che a tutti e due, privi quali sono di discendenza (e privo anche di discendenza l&#8217;altro loro fratello Satiro), solo necessita&#8221;</em><em>op. cit.</em>, pp. 101-102, n. 120). Ogni ulteriore commento è superfluo. (F. Canfora, <em>op. cit.</em>, pp. 101-102, n. 120). Ogni ulteriore commento è superfluo.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn13" href="#_ftnref13">[13]</a> A proposito di &#8220;intolleranza&#8221; vedasi ora: R. del Ponte, <em>Una questione antica e sempre attuale: &#8220;tolleranza&#8221; e libertà religiosa da Simmaco ad oggi, la validità dell&#8217;esempio romano</em>, &#8220;<em>Arthos</em>&#8220;, n. s., 15, 2007, pp. 117-123.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn14" href="#_ftnref14">[14]</a> R. del Ponte, <em>Simmaco&#8230;</em>, pp.28-29.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn15" href="#_ftnref15">[15]</a> Idem, pp. 21-22.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn16" href="#_ftnref16">[16]</a> Idem, p. 29.</p>
<p style="text-align: justify;">
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/quinto-aurelio-simmaco-in-difesa-della-tradizione.html' addthis:title='Quinto Aurelio Simmaco in difesa della Tradizione ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>La questione settentrionale</title>
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		<pubDate>Tue, 26 Aug 2008 21:06:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele Fabbri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Recensione dell'omonimo libro di Gilberto Oneto sulla storia della Padania.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/la-questione-settentrionale.html' addthis:title='La questione settentrionale '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/teiwaz.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Teiwaz" /><br/><p style="text-align: justify;">Gilberto Oneto, instancabile paladino dell&#8217;indipendentismo padano, ha pubblicato nel 2008 il libro <em>La questione settentrionale</em>, nel quale fa il punto della situazione su questo tema che è la più grande novità introdotta nel panorama politico italiano quanto meno dalla fine della seconda guerra mondiale.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella prima parte del libro Oneto ripercorre i momenti storici fondanti dell&#8217;identità padana nell&#8217;<a title="Antichità" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/storia-antica" target="_self">antichità</a> e nel <a title="Medioevo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/medioevo" target="_self">medioevo</a>: lo stanziamento celtico, l&#8217;invasione longobarda, il medievale Regno d&#8217;Italia che era limitato ai territori settentrionali della penisola, le Leghe dei liberi comuni e i fasti delle Repubbliche Marinare e del Ducato di Milano.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo questo inquadramento iniziale l&#8217;autore mette a fuoco gli eventi della storia più recente, e in particolare del periodo risorgimentale che è fonte dei numerosi equivoci legati all&#8217;idea di Italia e, per contraccolpo, a quella di Padania. I primi conati di costruzione di uno stato unitario risalgono all&#8217;invasione napoleonica: in questo periodo nelle logge massoniche che formicolavano sotto l&#8217;invasione francese, comincia l&#8217;elaborazione di progetti unitari. Il complesso ricamo di libertà locali che era stato intessuto dagli antichi stati preunitari viene spazzato via dal centralismo giacobino imposto dalle nuove classi dirigenti di formazione illuministica. Tuttavia lo stesso Napoleone si rende conto che i territori italiani sono a tal punto disomogenei che decide di dividere la penisola in parti che riproducono grosso modo gli stati preunitari, con l&#8217;interessante eccezione del Nord Italia che viene inquadrato nella Repubblica Cisalpina. Il nuovo assetto istituzionale, comunque, era evidentemente poco gradito alla popolazione che insorse con furiose rivolte per tutto l&#8217;arco dell&#8217;occupazione napoleonica.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel periodo della Restaurazione le idee rivoluzionarie continuano a diffondersi e in Italia assumono particolare virulenza, anche se i primi &#8220;patrioti&#8221; hanno le idee molto confuse sulla concezione di &#8220;Italia&#8221;. Quasi nessuno in realtà ritiene che la penisola sia un&#8217;entità unitaria, e i più audaci si spingono a ipotizzare l&#8217;unione della Padania con l&#8217;Italia centrale. I progetti sabaudi di unificazione si riferiscono solamente al &#8220;Regno dell&#8217;Alta Italia&#8221;, mentre il vero ispiratore del mito unitario è Giuseppe Mazzini. Mazzini, rigido esponente dell&#8217;ortodossia massonica, vede lo stato italiano come un monolite che si estende dalle Alpi alla Sicilia e purtroppo questa tesi balzana e irrealistica fa grande presa sui giovani rivoluzionari assetati di utopie. Ispirati da Mazzini, i &#8220;patrioti&#8221; risorgimentali vogliono tenere unita l&#8217;Italia col ferro e col fuoco, senza tenere conto delle effettive aspirazioni dei popoli della penisola. Dalle vicende risorgimentali esce quindi sconfitta la linea federalista del Cattaneo, il cui motto era: &#8220;meglio vivere amici in dieci case che vivere discordi in una sola&#8221;. Inoltre se c&#8217;era un elemento che univa i popoli italiani era la Chiesa Cattolica, il cui radicamento era uniformemente diffuso su tutta la penisola, ma il Risorgimento è fenomeno quasi esclusivamente massonico e la partecipazione del mondo cattolico alle vicende risorgimentali è notoriamente poco rilevante. A riprova della scarsa adesione popolare alle ideologie rivoluzionarie sta il fatto che l&#8217;unità d&#8217;Italia è stata possibile a causa dell&#8217;ingerenza delle potenze straniere: la Francia che voleva indebolire il potente vicino austriaco, e l&#8217;Inghilterra che voleva eliminare la pericolosa concorrenza commerciale di Venezia e annientare lo Stato della Chiesa, nemico ideologico dei protestanti (nelle logge massoniche italiane c&#8217;era una folta rappresentanza di protestanti e di ebrei). Gli stessi Savoia sono sorpresi dalla velocità con cui Garibaldi abbatte il Regno delle Due Sicilie, mettendo i &#8220;patrioti&#8221; del Nord di fronte al dato di fatto di un&#8217;unità che era stata attuata troppo in fretta anche per i loro piani.</p>
<p style="text-align: justify;">Il nuovo stato unitario mette assieme realtà che fino a quel momento non si erano adeguatamente confrontate. Nonostante la vicinanza geografica il Nord e il Sud avevano scarsi contatti commerciali e culturali, e la loro commistione sarà fonte di amare delusioni per gli stessi governanti italiani che, seppur imbevuti di spirito massonico, sono costretti a guardare in faccia la realtà: così Farini afferma che il Sud non è Italia ma Africa, e D&#8217;Azeglio arriva a ipotizzare la secessione del Nord!</p>
<p style="text-align: justify;">Gli stessi meridionali sviluppano forti sentimenti autonomisti che trovano drammatici sbocchi nella diffusione del brigantaggio. La nuova classe dirigente elabora anche una divisione regionale del territorio italiano per lo più ispirata alle regioni delineate da Augusto e quindi non sempre rispondenti alle realtà effettive che si erano sviluppate dopo quasi due millenni di storia.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo stato italiano, essendo nato dalla guerra e dalla violenza rivoluzionaria, si configura fin da subito come stato di polizia e non tarda a far sentire il peso soffocante dell&#8217;oppressione fiscale. L&#8217;odiosa tassa sul macinato trasforma i mugnai in esattori: con logiche da campo di concentramento i cittadini vengono aizzati gli uni contro gli altri per indebolire le velleità di rivolta contro lo stato centrale. Infatti alla fine del XIX° secolo si risvegliano in Padania sentimenti antistatalisti che sfociano in episodi di rivolta e in tentativi di costituire movimenti politici autonomisti. A ridare fiato ai tromboni della retorica risorgimentale è la tragedia della prima guerra mondiale, nella quale ancora una volta la classe dirigente massonica tenta di fare gli italiani col ferro e col fuoco.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel periodo fascista la propaganda dello stato unitario arriva al parossismo, con leggi apposite che puniscono chi &#8220;deprime&#8221; il sentimento nazionale e chi attenta all&#8217;unità dello stato. Ma la dissoluzione del regime fascista mostra quanto fosse artificiale l&#8217;idea di nazione che Mussolini voleva imporre agli italiani. Le vicende della guerra civile ancora una volta spaccano l&#8217;Italia: dal 1943 al 1945 al Nord si scontrano furibonde passioni civili fra i nazifascisti che difendono la &#8220;Fortezza Europa&#8221; e i partigiani che si battono per la democrazia, mentre al Sud una popolazione sonnacchiosa governata da un Re-fantoccio sta alla finestra a guardare chi vince.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel dopoguerra la monarchia sabauda paga cara la sua indifferenza alla guerra civile con la sconfitta al referendum istituzionale, ma anche sotto il regime repubblicano la musica non cambia. Anzi proprio nel cinquantennio democristiano si assiste alla vertiginosa ascesa di una classe dirigente di origine meridionale che rappresenta il trionfo di un sistema di potere massonico-mafioso sotto il quale la Padania è stata sottoposta all&#8217;occupazione coloniale e a un&#8217;autentica rapina fiscale, fenomeni che hanno alimentato nei padani la percezione di uno &#8220;stato terrone&#8221; che vampirizza il Nord. Nel contesto della guerra fredda è ancor più difficile portare cambiamenti istituzionali a un sistema sempre più ingessato nelle logiche della corruzione e del clientelismo; non manca qualche generoso tentativo di dar vita a movimenti politici indipendentisti, ma nessuno di questi riesce a ottenere un seguito significativo. Oneto però richiama l&#8217;attenzione su un episodio davvero singolare: nel 1975 il comunista Guido Fanti, presidente della Regione Emilia-Romagna, elabora un progetto di aggregazione delle regioni che si affacciano sulla Valle Padana (a questo progetto collabora anche il giovane ricercatore Romano Prodi). Il progetto naturalmente viene subito affossato non solo dallo stato centrale, ma anche dal Partito Comunista la cui ideologia centralista e internazionalista è chiaramente incompatibile con qualsiasi richiamo alle identità locali, seppure in forme molto blande e sulla base di considerazioni economicistiche.</p>
<p style="text-align: justify;">Con la fine della guerra fredda si verificano alcuni importanti cambiamenti anche in Italia: la classe politica del pentapartito è travolta dagli scandali e si affaccia sulla scena politica la Lega Nord, un soggetto politico che per la prima volta nella storia si pone come obiettivo l&#8217;indipendenza della Padania. Oneto dedica un capitolo del suo libro a Gianfranco Miglio, che è stato il più importante intellettuale che ha sostenuto l&#8217;ideologia indipendentista della Lega, anche se ha avuto rapporti a dir poco burrascosi con il movimento. L&#8217;idea base di Miglio è quella di aggregazioni macroregionali che possono unirsi fra di loro in virtù di un patto federale, secondo il modello cantonale svizzero. Nel 1995 Miglio aderisce alla &#8220;Libera Compagnia Padana&#8221;, l&#8217;associazione presieduta dallo stesso Oneto che è uno dei sodalizi più fattivamente impegnati per la libertà della Padania. Oneto ritiene che la concezione migliana di macroregione sia lo strumento ottimale per arrivare all&#8217;indipendenza della Padania, tuttavia non è escluso che lo stesso risultato si possa ottenere anche con le attuali regioni, qualora queste vengano dotate di opportune forme di autonomia.</p>
<p style="text-align: justify;">La parte finale del libro è dedicata alle prospettive future del mondo autonomista. Nella fase iniziale la Lega è entrata sulla scena politica con una forza dirompente straordinaria e con un linguaggio provocatorio volutamente irrispettoso dei dogmi della correttezza politica. Sul piano dell&#8217;immagine la Lega ha saputo dar vita a trovate geniali e ben organizzate nel campo mediatico, spettacolare e sportivo (Telepadania, Radiopadania, Miss Padania, Nazionale di calcio Padana&#8230;). Il sistema, quindi, ha studiato vari metodi per assorbire il fastidioso inconveniente leghista, il più importante dei quali è il partito di Forza Italia, che nel suo stesso nome e nelle sue simbologie rappresenta gli aspetti più beceri e deteriori dell&#8217;italianità. Forza Italia ha raccolto voti moderati che rischiavano di finire alla Lega, costringendo la stessa Lega ad allearsi con Forza Italia per sopravvivere politicamente. In questo modo il messaggio indipendentista è stato annacquato e attutito, al punto che spesso i politici leghisti dimenticano che nello Statuto della Lega Nord c&#8217;è scritto che il movimento è finalizzato all&#8217;indipendenza della Padania. Tuttavia La Lega Nord è ancora capace di raccogliere brillanti successi sul piano elettorale, successi che mostrano come nell&#8217;elettorato ci sia voglia di identità e di indipendenza, sentimenti che si sono sviluppati anche a causa della spaventosa espansione della società multicriminale che rischia di travolgere perfino i fondamenti minimi di una qualsiasi società organizzata.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;irrompere di un soggetto indipendentista sulla scena politica ha colto di sorpresa il sistema, che ha reagito riesumando una retorica patriottarda che nel XXI° secolo assume caratteri grotteschi. Tanto più che i richiami all&#8217;identità nazionale non vengono da uomini politici dell&#8217;estrema destra ultranazionalista, ma vengono da rappresentanti di ideologie internazionaliste, di matrice massonico-marxista, che hanno cancellato ogni traccia di sovranità nazionale: in particolare il mostro burocratico dell&#8217;Unione Europea, chiaramente ispirato a logiche neocomuniste, è il <em>Moloch</em> al quale gli oligarchi sacrificano le identità dei popoli. Nelle istituzioni internazionali questi politici considerano le identità nazionali come un fenomeno di &#8220;egoismi particolari&#8221;; in patria, invece, questi stessi uomini celebrano pompose cerimonie con inno nazionale e sventolio di tricolori!</p>
<p style="text-align: justify;">Con tale atteggiamento schizofrenico gli oligarchi mondialisti riescono a imbarbagliare un&#8217;opinione pubblica che ha ormai perso la capacità di ragionare, rintronata com&#8217;è dal frastuono osceno della società dei consumi. Oneto ricorda giustamente che non è certo con il richiamo a questo concetto evanescente di &#8220;patria italiana&#8221; che si può contrastare la globalizzazione, ma piuttosto occorre recuperare il sentimento identitario di quelle &#8220;patrie carnali&#8221; che <a title="Alain de Benoist" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/alain-de-benoist/" target="_self">Alain de Benoist</a> ha così ben descritto nelle sue opere.</p>
<p style="text-align: justify;">In certi casi la repressione italiana contro l&#8217;indipendentismo è stata anche assai dura: tutti ricordano l&#8217;episodio dei &#8220;Serenissimi&#8221;, un gruppo di patrioti veneti che nel 1997 ha issato la bandiera veneta sul campanile di San Marco. Si trattava solo di un&#8217;azione dimostrativa e non violenta, ma lo stato italiano è intervenuto con una prontezza straordinaria e con una persecuzione giudiziaria infinita nei confronti dei &#8220;Serenissimi&#8221; (sarebbe opportuno vedere altrettanta efficienza nello smantellare le numerose organizzazioni criminali e mafiose che dilagano in Padania&#8230;).</p>
<p style="text-align: justify;">Gli orizzonti che si prospettano non sono certo rosei: le attitudini criminali e parassitarie dei meridionali italiani vanno ad aggiungersi a quelle, analoghe ma ancor più pronunciate, degli immigrati extracomunitari. La propaganda unionista risponde con argomentazioni risibili, affermando che gli immigrati meridionali al Nord avrebbero fatto la fortuna del produttivismo padano e che i lavoratori extracomunitari sarebbero venuti per pagare la pensione agli italiani. La triste realtà è che la pressione fiscale e la repressione delle libertà individuali hanno di fatto trasformato i cittadini in internati di un Gulag. A livello istituzionale non c&#8217;è da aspettarsi nulla di concreto: la classe politica è schiava dell&#8217;ideologia mondialista, e il sistema è strutturato in modo tale da mettere a tacere le voci di dissenso, perché nessun parlamentare rinuncerebbe ai lucrosi privilegi connessi alla sua condizione. Purtroppo i dirigenti leghisti si guardano bene dal correre rischi eccessivi, e tendono ad avere un atteggiamento accomodante col mondo istituzionale, per cui la spinta che viene dalla base si incaglia nelle secche del consociativismo italico. In questo modo le ideologie forti vengono escluse dal dibattito politico e il sistema assume sempre di più un&#8217;inquietante fisionomia totalitaria. Occorre constatare, infatti, che nei sistemi sedicenti &#8220;democratici&#8221; la lista dei reati d&#8217;opinione si allunga a dismisura: di questo passo c&#8217;è da temere che i cittadini saranno accusati del solo fatto&#8230;di esistere!</p>
<p style="text-align: justify;">La storia della Padania si presenta come una serie di occasioni mancate; in alcuni momenti è sembrato che i padani fossero sul punto di costruire un loro stato unitario con caratteristiche federali, ma l&#8217;occasione è sempre sfumata. Una sorta di maledizione, o forse una tendenza al particolarismo insita nelle popolazioni celtiche. Eppure mai come oggi l&#8217;obiettivo sembra a portata di mano: anche se nessuno si illude sulle difficoltà della battaglia indipendentista, sta di fatto che si è sviluppata una coscienza identitaria che ha tutti i presupposti per maturare e per crescere. Occorre, pertanto, che i patrioti padani che hanno a cuore la libertà della loro terra si adoperino per la diffusione di idee alternative e per l&#8217;organizzazione di iniziative di impegno civile volte a svegliare le coscienze dal torpore per costruire una civiltà della libertà e della responsabilità, una civiltà che altrimenti rischia di essere cancellata per sempre dalla globalizzazione.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Gilberto Oneto, <em>La questione settentrionale</em>, I libri di Libero, 2008, pp. 312.</p>
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