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	<title>Centro Studi La Runa &#187; técnica</title>
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	<description>Archivio di storia, tradizione, letteratura, filosofia</description>
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		<title>“Femminilità metallica”: le forme del Futurismo</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Sep 2011 14:33:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Leonello Rimbotti</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/%e2%80%9cfemminilita-metallica%e2%80%9d-le-forme-del-futurismo.html' addthis:title='“Femminilità metallica”: le forme del Futurismo '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storiacontemporanea48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Storia contemporanea" /><br/><div id="attachment_8118" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-8118" title="Valentine de Saint-Point (Lione, 16 febbraio 1875 – Il Cairo, 28 marzo 1953)." src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/valentine-de-saint-point-300x200.jpg" alt="Valentine de Saint-Point (Lione, 16 febbraio 1875 – Il Cairo, 28 marzo 1953)." width="300" height="200" /><p class="wp-caption-text">Valentine de Saint-Point (Lione, 16 febbraio 1875 – Il Cairo, 28 marzo 1953).</p></div>
<p style="text-align: justify;">Sembrerà impossibile che dal Futurismo, che nel suo famoso <em>Manifesto</em> del 1909 aveva predicato il “disprezzo della donna”, siano invece uscite alcune tra le idee più moderne ed emancipatrici del “sesso debole”. E che il vero femminismo di punta, all’epoca, fosse imbracciato proprio dalle donne futuriste che circondavano Marinetti.</p>
<p style="text-align: justify;">In realtà, infatti, il “disprezzo” marinettiano si indirizzava a quel tipo di donna che compariva nei romanzi di scuola dannunziana: tutti quei sospiri, quei languori, quelle frasi retoriche&#8230; e poi quel sentimentalismo che uccide la volontà, che rende l’uomo un burattino impotente. Marinetti, con la tempra di lottatore che aveva, alle accuse di odiare le donne rispose subito alla sua maniera. Nessun disprezzo per le donne, disse, ma solo per un certo tipo di esse: quelle sottomesse e timorate, oppure vittime del romanticismo da operetta, una cosa che proprio non poteva sopportare.</p>
<p style="text-align: justify;">Egli invece ammirava la femmina guerriera, e non ci mise nulla a plasmare un ideale in linea col suo programma di battaglia: la femminilità metallica. Con decenni di anticipo su <a title="Ernst Jünger " href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger/">Jünger</a> e il suo <em>Arbeiter</em> d’acciaio, Marinetti s’inventò un tipo umano adatto all’epoca industriale, che pretendeva il dominio sulla tecnica e che faceva della guerra, del coraggio, dell’audacia, della giovinezza sempre e comunque una poesia esistenziale: in questo clima di tensione invocò l’uomo maschio e volitivo, tutto slancio e volontà. Ma anche sulla donna aveva le idee chiare: voleva «la donna-istinto, la donna animale, l’amazzone irrazionale e istintiva, protesa eroicamente, proprio come il suo compagno futurista&#8230;». C’era da conquistare un mondo, da rovesciare una società, e i futuristi intendevano dar vita a una razza di indomiti, uomini e donne, barbari modernissimi.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/le-amazzoni-del-futurismo/9742" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-8116" style="margin: 10px;" title="le-amazzoni-del-futurismo" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/le-amazzoni-del-futurismo.jpg" alt="" width="200" height="282" /></a>Il tema della femmina futurista è un apice della cultura e della società del primo-Novecento, e bisogna dire che non ha avuto seguito, se non in quel drappello di donne colte e emancipate che al tempo debito misero la camicia nera, diventando squadriste. Caratterini in totale controtendenza con la morale dell’epoca, che voleva la donna tutta casa-e-chiesa, ubbidiente e castissima. Il recente volume di Valentina Mosco e Sandro Rogari <a title="Le amazzoni del futurismo" href="http://www.libriefilm.com/le-amazzoni-del-futurismo/9742" target="_blank"><em>Le Amazzoni del Futurismo</em></a> (edito da Academia Universa Press), getta un fascio di luce su un argomento poco noto. Si riscoprono formidabili inquadrature di un’epoca che, per certi versi, era più avanti della nostra. Sicuramente erano anni in cui circolavano più classe, più cultura, più idee. E dunque ecco poetesse, danzatrici, romanziere, attrici, registe di teatro: personalità a tutto tondo, protagoniste della loro epoca, ragazze e giovani donne che davano del filo da torcere agli uomini. Non si trattava delle “fatalone”, delle “madame Bovary”, ricche e sfaccendate, che sono sempre esistite, coi loro effimeri scandali. Qui c’era un programma. Roba d’avanguardia. Ad esempio, lo straordinario “Manifesto della Lussuria”, stilato nel 1913 da Valentine de Saint-Point, romanziera, drammaturga, pittrice, danzatrice, che diffuse il Futurismo in Francia ed era acerrima nemica del femminismo borghese: per lei i diritti delle donne erano più morali che civili. Nel Manifesto parlò di liberazione sessuale, di vita “brutale” ed “energica”, in una specie di paganesimo naturista da far invidia ai recenti fenomeni di eguale segno e in ritardo di quasi un secolo: «L’Arte e la Guerra sono le grandi manifestazioni della sensualità; la Lussuria è il loro fiore&#8230; la Lussuria incita le energie e scatena le forze&#8230; la Lussuria è la ricerca carnale dell’ignoto». Fece della sessualità quasi una mistica della carne, arrivando a elogiare le forze più scatenate dell’istinto: «È normale che i vincitori, selezionati dalla guerra, giungano fino allo stupro, nel Paese conquistato, per ricreare la vita».</p>
<p style="text-align: justify;">A questi radicalismi non giunse mai neppure Marinetti, battuto sul suo stesso terreno. Valentine negli anni Venti si trasferì in Egitto, divenne una battagliera sostenitrice del nazionalismo arabo contro il colonialismo inglese, venne attratta dal sufismo appreso da <a title="René Guénon" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/rene-guenon/" target="_blank">Guénon</a>, di cui divenne amica, e alla fine morì al Cairo povera e dimenticata, nel 1953.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/come-si-seducono-le-donne/9745" target="_blank"><img class="alignleft size-medium wp-image-8117" style="margin: 10px;" title="come-si-seducono-le-donne" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/come-si-seducono-le-donne-187x300.jpg" alt="" width="187" height="300" /></a>Ma di vite eccezionali, le donne futuriste ne ebbero parecchie. Si trattava infatti di un’avanguardia culturale d’<em>élite</em>, di “superdonne” che sarebbero piaciute a Nietzsche più di tanti uomini. Fanny Dini, ad esempio. Nel 1917 scrisse un elogio del libro di Marinetti <a title="Come si seducono le donne" href="http://www.libriefilm.com/come-si-seducono-le-donne/9745" target="_blank"><em>Come si seducono le donne</em></a> (recentemente ripubblicato dalla Vallecchi) e scrisse che il capo futurista era «riuscito a vedere le donne come sono: le creature più felinamente e più voluttuosamente animali che esistano». La Fanny, che collaborava a <em>L’Italia Futurist</em>a e al <em>Nuovo Giornale</em> di Firenze, prese parte alle lotte politiche degli anni Venti, scese in piazza in camicia nera e fu una delle squadriste di punta: nel 1922 partecipò alla Marcia su Roma, poi, collaboratrice del giornale <em>Il Balilla</em>, fu sempre accanto al regime scrivendo sui quotidiani e vincendo premi letterari.</p>
<p style="text-align: justify;">Oppure, ricordiamo un attimo Fulvia Giuliani, futurista a sedici anni, poetessa e narratrice, collaboratrice de <em>L’Ardito</em> e <em>La Testa di Ferro</em>, due testate certo non da dame di carità&#8230; negli anni Venti direttrice del famoso e ancor oggi studiato Teatro degli Indipendenti di Anton Giulio Bragaglia; poi fu articolista del <em>Lavoro Fascista</em> e direttrice della Scuola di recitazione della GIL: un’avanguardista culturale e politica come l’Italia non ne ha più avute. O Maria Goretti, laureata in filosofia morale a Firenze, rappresentante della seconda generazione futurista, animatrice culturale negli anni Trenta, autrice di romanzi, saggi filosofici e nel 1941 di un libro su Valentine de Saint-Point e Benedetta Cappa (la moglie di Marinetti e anch’essa futurista di vaglia) e del Manifesto della poesia eroica femminile nel Futurismo. Oppure pensiamo alla pratese Enif Angelini Robert, che scrisse un libro sul libero amore e si permise, in pieno 1929, l’anno della Conciliazione con la Chiesa, di polemizzare su <em>L’Impero</em> di Mario Carli contro la “procreazione obbligatoria” in nome del libero decisionismo femminile&#8230; roba inaudita per quei tempi. Tutte queste donne avevano in mente un Futurismo come macchina motrice di una rivoluzione non solo dei costumi o della morale corrente, ma anche politica, legando il loro “sessismo” a una concezione combattiva e dinamica della donna. E quando fu il momento, queste donne intelligenti e spregiudicate seppero anche passare dalla <a title="letteratura" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/letteratura/" target="_blank">letteratura</a> al realismo politico: come ricorda Rogari, grazie alle futuriste la donna «aveva rotto il ghiaccio» e sotto il Fascismo poté accedere per la prima volta a «un suo ruolo politico» e a una «partecipazione diretta alle istituzioni del regime&#8230; per il coinvolgimento come soggetto sociale nelle sue politiche».</p>
<p style="text-align: justify;">Quelle tra le donne futuriste &#8211; quasi tutte &#8211; che confluirono nel Fascismo, recarono al suo interno la loro collaudata vena polemica, contribuendo a svellere i cascami conservatori che resistevano negli ambienti clerical-fascisti e partecipando a quella rivoluzione sociale del ruolo della donna che il regime alla fine bene o male realizzò. Dato che, nel mentre per compiacere la sua ala conservatrice parlava di donna “madre e sposa esemplare”, di fatto il Fascismo emancipò la donna, la fece uscire di casa, la mandò a frequentare corsi di formazione professionale, l’inserì nel lavoro, alla fine dando in mano alle amazzoni della RSI anche le armi. Altro che repressione della donna! Ci sarebbe da paragonare questa rivoluzione sociale, culturale e politica &#8211; futurista prima e fascista poi &#8211; col gelido reazionarismo degli anni Cinquanta, in cui democristiani e comunisti collaborarono a una concezione sessuofoba della società, che ci vollero altri decenni per sgretolare.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>Linea</em> del 17 gennaio 2010.</p>
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		<title>Lo sport e il feticismo del primato</title>
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		<pubDate>Tue, 19 Jul 2011 09:07:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alain De Benoist</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Lo sport insegna che lotta è bene, che la vittoria è un valore in sé, ma anche che l’avversario non è il nemico.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/lo-sport-e-il-feticismo-del-primato.html' addthis:title='Lo sport e il feticismo del primato '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/centrostudilaruna48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Centro Studi La Runa online" /><br/><p style="text-align: justify;">Si riparla di sport: scandali, tifosi frementi, sponsor rivali, come sempre, discorsi politici. Colgono l’essenziale?</p>
<p style="text-align: justify;">Non tutte le attività fisiche, le forme di «vita sana» o esercizio sono sport; non ogni sport è agonismo. La cultura europea ha sempre dato alla competizione sportiva un ruolo centrale. Dalla prima <a title="antichità" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/storia-antica/">antichità</a>, motivazione essenziale della competizione, retta dal principio agonistico, è la gloria di battere i concorrenti, indissociabile da ciò che gli Antichi chiamavano «prezzo della vittoria». In greco antico, il premio di una gara è athlon, sostantivo neutro associato al maschile <em>athlos</em>, «prova» (le «fatiche» d’Ercole sono dette anche <em>athloi</em>), da cui deriva il lessico dell’«atletismo».</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/olympia.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-7911" style="margin: 10px;" title="olympia" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/olympia-300x234.jpg" alt="" width="300" height="234" /></a>Anche se talora la guerra è stata considerata come lo sport (e se lo sport è servito per addestrare alla guerra), la gara non è atto di guerra. La sua essenza è opporre atleti considerati all’inizio come equivalenti. È il confronto che dai pari fa emergere i migliori, rendendoli più solidali fra loro. Lo sport insegna che lotta è bene, che la vittoria è un valore in sé, ma anche che l’avversario non è il nemico.</p>
<p style="text-align: justify;">Oggi lo sport è molto cambiato. Ne sono derivate frequenti critiche, ingiuste quando bersagliano professionismo, compensi agli sportivi e spettacolarità delle loro manifestazioni, delle quali sono invece deprecabili eccessi o derive. A certi detrattori dello sport spiace visibilmente l’eminente popolarità &#8211; che il popolo, come sempre, s’entusiasmi per le gare (ma ormai di che cosa ci si può entusiasmare?). Il prestigio del campione s’associa alla fierezza del gruppo d’appartenenza: gareggiare implica un mondo comune, valori comuni. Ancor più ingiuste le critiche all’idea di gara («elitismo sportivo») e quelle connesse alla diffidenza cristiana per il corpo. Mentre è giusto criticare l’affinità fra istituzione sportiva e capitalismo industriale, che risulta dal rilievo delle poste in gioco, ma anche dal fatto che, storicamente, il produttivismo economico e mercantile è andato di pari passo con la sistematica ricerca di prestazioni quantificate.</p>
<p style="text-align: justify;">Svalutato dal cristianesimo, quando i Padri della Chiesa scagliano l’anatema contro gli atleti, accusati d’esaltare paganamente la vitalità e di empie, vane distrazioni, è coi Lumi che il corpo torna, come strumento della tecnologia nascente, mentre i poteri pubblici badano alla «crescita parallela della sua utilità e alla sua docilità» (Michel Foucault). A scuola, in laboratorio, in officina e in caserma, il corpo va messo in forma secondo le esigenze normalizzatrici del sistema dominante, o reso oggetto di assidue misure quantitative per aumentarne la resa. Ha così prevalso la visione bio-meccanicista dell’uomo, che fa del corpo una macchina, da gestire per il suo rendimento. Lo sport è divenuto la «tecnica perfezionata di rendimento corporeo» di cui parlava Jacques Ellul, che aspira solo al massimo profitto, come la produzione commerciale.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/olympia2.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-7912" style="margin: 10px;" title="olympia2" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/olympia2-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>Lo sport ha un doppio volto, a seconda che voglia indicare il miglior concorrente (il «campione») o registrare la miglior prestazione (il «primato»). Obiettivi diversi: campione non è chi ha di «più in lui», ma chi fa qualitativamente meglio degli altri. Invece il primato è solo quantitativo. È campione un essere vivente; è primato una misura astratta. Fra i greci s’incoronava il campione, ma nessuno badava a che distanza avesse lanciato il giavellotto o in quanto tempo avesse corso. La vittoria era battere concorrenti in carne e ossa; non battere un primato, cioè sostituire una cifra con un’altra. Nello stadio, allora, non si misuravano distanze e durate; nello sport, ora, si misura tutto. Il primato è prestazione; il campione è eccellenza: non tende al più, ma al meglio.</p>
<p style="text-align: justify;">Con la sua concezione del corpo, la cultura sportiva antica era connessa non solo a una cultura estetica e religiosa, ma anche a una metafisica della finitudine. È questo legame che si spezza col concetto di primato come infinito progresso. Da questo punto di vista c’è un’evidente affinità fra culto del primato, con l’ossessione della velocità o della misura, e ideologia del progresso. Credendo di sottrarsi alle leggi naturali, l’uomo moderno spera nell’infinito allontanarsi dei limiti fisici. Sogna la perpetua perfettibilità corporea. Modellato sull’idea di progresso, il culto del primato sfocia nella ricerca d’un sempre più, d’una progressione lineare e ascendente spinta sempre oltre. Il feticismo del primato avanza di pari passo col feticismo della merce e col feticismo della crescita. L’idea soggiacente è quella del limite impossibile, del trionfo dell’illimitato.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche il corpo dopato (ma il <em>doping</em> dove comincia?) trova però evidenti limiti biologici. Più primati si «battono», più la curva dei primati tende a divenire asintotica e l’angolo d’ascesa cala progressivamente per farsi orizzontale. Ha senso un primato battuto d’un centesimo, un millesimo di secondo? C’è da chiedersi se gli sport principalmente fondati sulla ricerca del primato non siano condannati: le prestazioni sportive sono molto migliorate, ma non miglioreranno in eterno: nessuno alzerà mai dieci tonnellate a mani nude o correrà i cento metri in un secondo!</p>
<p style="text-align: justify;">«Virtù e saggezza rimandano al corpo e senza corpo non c’è virtù né saggezza», diceva nel 1917 Mao Zedong, aggiornando a suo modo <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/decimo-giunio-giovenale" target="_blank">Giovenale</a></span>. Oggi il corpo è insieme «liberato» e «reificato», riabilitato e asservito, sovresposto e medicalizzato, squartato fra idea di bellezza artificiale o eterna giovinezza e nuove norme igieniste di gestione di sé, dispensate dai bio-poteri. Oltre che dato naturale, il corpo è anche prodotto sociale. E lo sport è un fatto complesso, non dissociabile dalla società globale e dal movimento della storia. Per Montherlant, «lo sport coincide coi costumi». E ancora: «Lo sport sarà riformato quando sarà riformata la società». Vasto programma.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>Il Giornale</em> del 2 agosto 2008.</p>
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		<title>La sombra del mal en Ernst Jünger y Miguel Delibes</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Jun 2011 16:33:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Vintila Horia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La tragedia de la vida de hoy, situada entre el deseo de rebelarse y la comodidad de dejarse caer en las trampas técnicas, confortables, o bien literarias, políticas y filosóficas, es una tragedia sin solución y la humanidad la vivirá hasta el fondo, hasta alcanzar la orilla de la destrucción definitiva, donde la espera quizá]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/la-sombra-del-mal-en-ernst-junger-y-miguel-delibes.html' addthis:title='La sombra del mal en Ernst Jünger y Miguel Delibes '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/ernstjunger48x48.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Ernst Jünger" /><br/><div id="attachment_6553" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-6553" title="Ernst Jünger (Heidelberg, 29 de marzo de 1895 – Riedlingen, 17 de febrero de 1998) " src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/juenger.jpg" alt="Ernst Jünger (Heidelberg, 29 de marzo de 1895 – Riedlingen, 17 de febrero de 1998) " width="300" height="325" /><p class="wp-caption-text">Ernst Jünger (Heidelberg, 29 de marzo de 1895 – Riedlingen, 17 de febrero de 1998)</p></div>
<p style="text-align: justify;">De dónde viene esto, cómo ha ocurrido, hasta dónde puede extenderse su hechizo. Todos lo vemos o lo intuimos de alguna manera, pero no basta leer libros o asistir a películas -que lo ponen en evidencia. Habría que actuar, intervenir, pasar de la constatación a la resistencia. Y ni siquiera esto bastaría en el momento amenazador en que nos encontramos. Habría que reconocer y definir abiertamente el mal y acabar con él. Al mismo tiempo, cada uno de nosotros, y de un modo más o menos comprometido, está implicado en el mal, gozando de sus favores, para vivir y hacer vivir. Aun cuando lo reconocemos y estamos de acuerdo con los escritores que lo delatan, algo nos impide protestar, nuestro mismo beneficio cotidiano, nuestra relación con su magnificencia. «La cuestión es saber si la libertad es aún posible —escribe <a title="Ernst Juenger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger/">Jünger</a>—, aunque fuese en un dominio restringido. No es, desde luego, la neutralidad la que la puede conseguir, y menos todavía esta horrorosa ilusión de seguridad que nos permite dictar desde las gradas el comportamiento de los luchadores en el circo.»</p>
<p style="text-align: justify;">O sea se trata de intervenir, de arriesgarlo todo con el fin de que todo sea salvado.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo que nos amenaza es la técnica y lo que ella implica en los campos de la moral, la política, la estética, la convivencia, la filosofía. Y la rebeldía que hoy sacude los fundamentos de nuestro mundo tiene que ver con este mal, al que llamo el mayor porque no conozco otro mejor situado para sobrepasarlo en cuanto eficacia. Ya no nos interesa de dónde proviene y cuáles son sus raíces. Estamos muy asustados con sus efectos, y buscar sus causas nos parece un menester de lujo, digno de la paz sin fallos de otros tiempos. Sin embargo hay un momento clave, un episodio que marca el fin de una época dominada por lo natural —tradiciones, espiritualidad, relaciones amistosas con la naturaleza, dignidad de comportamiento humano, moral de caballeros, decencia, en contra de los instintos—, episodio desde el cual se produce el salto en el mal. Este momento es, según <a title="Ernst Juenger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger/">Ernst Jünger</a>, la Primera Guerra Mundial, cuando el material, obra de la técnica, desplazó al hombre y se impuso como factor decisivo en los campos de batalla de Europa, luego del mundo, luego en todos los campos de la vida. Fue así como el hombre occidental universaliza su civilización a través de la técnica, lo que es una victoria y una derrota a la vez.</p>
<p style="text-align: justify;">Este proceso, definido desde un punto de vista moral, ha sido proclamado como una «caída de los valores», o desvalorización de los valores supremos, entre los cuales, por supuesto, los cristianos. Nietzsche fue su primer observador y logró realizar en su propia vida y en su obra lo que Husserl llamaba una reducción o epoché. En el sentido de que, al proclamarse en un primer tiempo «el nihilista integral de Europa», logró poner entre paréntesis el nihilismo, lo dejó atrás como él mismo solía decirlo, y pasó a otra actitud o a otro estadio, superior, y que es algo opuesto, precisamente, al nihilismo. Desde el punto de vista de la psicología profunda, esta evolución podría llamarse un proceso de individuación. Pero tal proceso, o tal reducción eidética, no se realizó hasta ahora más que en el espíritu de algunas mentes privilegiadas, despertadas por los gritos de Nietzsche. Las masas viven en este momento, en pleno, la tragedia del nihilismo anunciada por el autor de <em>La voluntad del poder</em>. Aun los que, como los jóvenes, se rebelan contra la técnica caen en la descomposición del nihilismo, ya que lo que piden y anhelan no representa sino una etapa más avanzada aún en el camino del nihilismo o de la desvalorización de los valores supremos. Esta exacerbación de un proceso de por sí aniquilador constituye el drama más atroz de una generación anhelando una libertad vacía, introducción a la falta absoluta de libertad.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.amazon.es/gp/product/8472238504/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=cestlaru01-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3626&amp;creative=24822&amp;creativeASIN=8472238504" rel="nofollow" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-8225" style="margin: 10px;" title="emboscadura" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/emboscadura.jpg" alt="" width="240" height="240" /></a>Todo esto ha sido intuido y descrito por algunos novelistas anunciadores, como lo fueron Kafka, Hermann Broch en sus <em>Sonámbulos </em>o en sus ensayos, Roberto Musil en su <em>Hombre sin atributos</em>, Rilke en su poesía o <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/thomas-mann" target="_blank">Thomas Mann</a></span>. Pero fue <a title="Juenger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger/">Jünger</a> quien lo ha plasmado de una manera completa, en cuanto pensador, en su ensayo <em>El obrero</em>, publicado en 1931, y en el ciclo <em>Sobre el hombre y el tiempo</em>, o bien en sus novelas.</p>
<p style="text-align: justify;">En opinión de <a title="Junger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger/">Jünger</a>, escritor que representa, mejor que otros, el afán de hacer ver y comprender lo que sucede en el mundo y su porqué, y también de indicar un camino de redención, hay unos poderes que acentúan la obra del nihilismo, desvalorizándolo todo con el fin de poder reinar sobre una sociedad de individuos que han dejado de ser personas, como decía Maritain, y estos poderes son hoy lo político, bajo todos los matices, y la técnica. Y hay, por el otro lado, una serie de principios resistenciales, que <a title="Juenger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger/">Jünger</a> expone en su pequeño <em>Tratado del rebelde</em> y también en <em>Por encima de la línea</em>, que indican la manera más eficaz de conservar la libertad en medio de unos tiempos revueltos, como diría Toynbee, ni primeros ni últimos en la historia de la humanidad. Tanatos y Eros son los elementos que nos ayudan en contra de las tiranías de la técnica o de lo político. «Hoy, igual que en todos los tiempos, los que no temen a la muerte son infinitamente superiores a los más grandes de los poderes temporales.» De aquí la necesidad, para estos poderes, de destruir las <a title="religiones" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione/">religiones</a>, de infundir el miedo inmediato. Si el hombre se cura del terror, el régimen está perdido. Y hay regiones en la tierra, escribe <a title="Junger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger/">Jünger</a>, en las que «la palabra metafísica es perseguida como una herejía». Quien posee una metafísica, opuesta al positivismo, al llamado realismo de los poderes constituidos, quien logra no temer a la muerte, basado en una metafísica, no teme al régimen, es un enemigo invencible, sean estos poderes de tipo político o económico, partidos o sinarquías.</p>
<p style="text-align: justify;">El segundo poder salvador es Eros, ya que igual que en 1984, el amor crea un territorio anímico sobre el cual Leviatán no tiene potestad alguna. De ahí el odio y el afán destructor de la policía, en la obra de Orwell, en contra de los dos enamorados, los últimos de la tierra. Lo mismo sucede en Nosotros, de Zamiatín. Al contrario, según <a title="Junger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger/">Jünger</a>, el sexo, enemigo del amor, es un aliado eficaz del titanismo contemporáneo, o sea, del amor supremo y resulta tan útil a éste como los derramamientos de sangre. Por el simple motivo de que los instintos no constituyen oposición al mal, sino en cuanto nos llevan a un más allá, en este caso el del amor, única vía hacia la libertad.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.amazon.es/gp/product/8483104008/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=cestlaru01-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3626&amp;creative=24822&amp;creativeASIN=8483104008" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-8226" style="margin: 10px;" title="tempestades-de-acero" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/tempestades-de-acero.jpg" alt="" width="240" height="240" /></a>El drama queda explícito en la novela <a title="Las abejas de cristal" href="http://www.amazon.es/gp/product/8420631485/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=cestlaru01-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3626&amp;creative=24822&amp;creativeASIN=8420631485" target="_blank"><em>Las abejas de cristal</em></a>. En este libro aparecen los principios expuestos por <a title="Junger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger/">Jünger</a> en <em>El obrero</em>, comentados por <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Heidegger</a></span>, en <em>Sobre la cuestión del Ser</em>. El personaje principal de <a title="Juenger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger/">Jünger</a> es un antiguo oficial de caballería, Ricardo, humillado por la caída de los valores, es decir, por el tránsito registrado por la Historia, desde los tiempos del caballo a los del tanque, desde la guerra aceptable o humana a la guerra de materiales, la guerra técnica, fase última y violenta del mundo oprimido por el mal supremo. El capitán Ricardo evoca los tiempos en que los seres humanos vivían aun los tiempos caballerescos que habían precedido a la técnica y habla de ellos como de algo definitivamente perdido. Es un hombre que ha tenido que seguir, dolorosamente, conscientemente incluso, el itinerario de la caída. Se ha pasado a los tanques no por pasión, sino por necesidad, y ha traicionado unos principios, y seguirá traicionándolos hasta el fin. Porque no tiene fuerzas para rebelarse. Su mujer lo espera en casa y todo el libro se desarrolla en tomo a un encuentro entre el ex capitán sin trabajo y el magnate Zapparoni, amo de una inmensa industria moderna, creadora de sueños y de juguetes capaces de hundir más y más al hombre en el reino de Leviatán. <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">Símbolo</a> perfecto de lo que sucede alrededor nuestro. Zapparoni encargara a Ricardo una sección de sus industrias, y este aceptará, después de una larga discusión, verdadera guerra fría entre el representante de los tiempos humanos y el de la nueva era, la del amo absoluto y de los esclavos deshumanizados. Zapparoni sabía lo que se traía entre manos. «Quería contar con hombres-vapor, de la misma manera en que había contado con caballos-vapor. Quería unidades iguales entre sí, a las que poder subdividir. Para llegar a ello había que suprimir al hombre, como antes el caballo había sido suprimido». Las mismas abejas de cristal, juguetes perfectos que Zapparoni había ideado y construido y que vuelan en el jardín donde se desarrolla la conversación central de la novela, son más eficaces que las naturales. Logran recoger cien veces más miel que las demás, pero dejan las flores sin vida, las destruyen para siempre, imágenes de un mundo técnico, asesino de la naturaleza y, por ende, del ser humano.</p>
<p style="text-align: justify;">Hay, sí, un tono optimista al final del libro. La mujer de Ricardo se llama Teresa, <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">símbolo</a> ella también, como todo en la <a title="literatura" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/letteratura/">literatura</a> de <a title="Junger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger/">Jünger</a>, de algo que trasciende este drama, de algo metafísico y poderoso en sí, capaz de enfrentarse con Zapparoni. Teresa representa el amor, aquella zona sobre la que los poderes temporales no tienen posibilidad de alcance. Es allí donde, probablemente, Ricardo y lo que él representa encontrará cobijo y salvación. Porque, como decía Hólderlin en un poema escrito a principios del siglo pasado, “Allí donde está el peligro, está también la salvación”.</p>
<div id="attachment_7640" class="wp-caption alignleft" style="width: 210px"><img class="size-full wp-image-7640" title="Miguel Delibes Setién (Valladolid, 17 de octubre de 1920 - 12 de marzo de 2010)" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/delibes.jpg" alt="Miguel Delibes Setién (Valladolid, 17 de octubre de 1920 - 12 de marzo de 2010)" width="200" height="231" /><p class="wp-caption-text">Miguel Delibes Setién (Valladolid, 17 de octubre de 1920 - 12 de marzo de 2010)</p></div>
<p style="text-align: justify;">En cambio, no veo luz de esperanza en <a title="Parabola del naufrago" href="http://www.amazon.es/gp/product/8423343103/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=cestlaru01-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3626&amp;creative=24822&amp;creativeASIN=8423343103" target="_blank"><em>Parábola del náufrago</em></a>, de Miguel Delibes, novela de tema inédito en la obra del escritor castellano, una de las más significativas de la novelística española actual. El mal lo ha copado todo y su albedrío es sin límites. Lo humano puede regresar a lo animal, sea bajo el influjo moral de la técnica y de sus amos, sea con la ayuda de los métodos creados a propósito para realizar el regreso. Quien da señales de vida humana, o sea, de personalidad, quien quiere saber el fin o el destino de la empresa —<a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">símbolo</a> ésta de la mentalidad técnica que está envolviendo el mundo— esta condenado al aislamiento y esto quiere decir reintegración en el orden natural o antinatural. Uno de los empleados de don Abdón, el amo supremo de la ciudad —una ciudad castellana que tiene aquí valor de alegoría universal—, ha sido condenado a vivir desnudo, atado delante de una casita de perro y, en poco tiempo, ha regresado a la zoología. Incluso acaba como un perro, matado por un hortelano que le dispara un tiro, cuando el ex empleado de don Abdón persigue a una perra y están escañando el sembrado. Y cuando Jacinto San José trata de averiguar lo que pasa en la institución en que trabaja y donde suma cantidades infinitas de números y no sabe lo que representan, el encargado principal le dice: «Ustedes no suman dólares, ni francos suizos, ni kilovatios-hora, ni negros, ni señoritas en camisón (trata de blancas), sino SUMANDOS. Creo que la cosa está clara». Y, como esto de saber lo que están sumando sería una ofensa para el amo, el encargado «&#8230; le amenaza con el puño y brama como un energúmeno: «¿Pretende usted insinuar, Jacinto San José, que don Abdón no es el padre más madre de todos los padres?» Y, puesto que Jacinto se marea al sumar SUMANDOS, lo llevan a un sitio solitario, en la sierra, para descansar y recuperarse. Le enseñan, incluso, a sembrar y cultivar una planta y lo dejan solo entre peñascales en medio del aire puro.</p>
<p style="text-align: justify;">Sólo con el tiempo, cuando las plantas por él sembra­das alrededor de la cabaña, crecen de manera insólita y se transforman en una valla infranqueable, Jacinto se da cuenta de que aquello había sido una trampa. Igual que las abejas de cristal de <a title="Juenger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger/">Jünger</a>, un fragmento de la naturaleza, un trozo sano y útil, ha sido desviado por el mal supremo y encauzado hacia la muerte. Las abejas artificiales sacaban mucha miel, pero mataban a las plantas, la planta de Delibes, instrumento de muerte imaginado por don Abdón, es una guillotina o una silla eléctrica, algo que mata a los empleados demasiado curiosos e independientes. Cuando se da cuenta de que el seto ha crecido y lo ha cercado como una muralla china, ya no hay nada que hacer. Jacinto se empeña en encontrar una salida, emplea el fuego, la violencia, su inteligencia de ser humano razonador e inventivo, su lucha toma el aspecto de una desesperada epopeya, es como un naufrago encerrado en el fondo de un buque destrozado y hundido, que pasa sus últimas horas luchando inútilmente, para salvarse y volver a la superficie. Pero no hay salvación. Más que una. La permitida por don Abdón. El híbrido americano lo ha invadido todo, ha penetrado en la cabaña, sus ramas han atado a Jacinto y le impiden moverse, como si fuesen unos tentáculos que siguen creciendo e invadiendo el mundo. El prisionero empieza a comer los tallos, tiernos de la trepadora. No se mueve, pero ha dejado de sufrir. Come y duerme. Ya no se llama Jacinto, sino jacinto, con minúscula, y cuando aparecen los empleados de don Abdón y lo sacan de entre las ramas, lo liberan, lo pinchan para despertarlo, «jacintosanjosé» es un carnero de simiente.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.amazon.es/gp/product/8420631485/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=cestlaru01-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3626&amp;creative=24822&amp;creativeASIN=8420631485" rel="nofollow" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-8227" style="margin: 10px;" title="abejas-de-cristal" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/abejas-de-cristal.jpg" alt="" width="240" height="240" /></a>&#8220;Los doctores le abren las piernas ahora y le tocan en sus partes, pero Jacinto no siente el menor pudor, se deja hacer y el doctor de más edad se vuelve hacia Darío Esteban, con una mueca admirativa y le dice:</p>
<p style="text-align: justify;">-¡Caramba! Es un espléndido semental para ovejas de vientre -dice. Luego propina a Jacinto una palmada amistosa en el trasero y añade-: ¡Listo! »</p>
<p style="text-align: justify;">Así termina la aventura del náufrago, o la parábola, como la titula Delibes. Fábula de clara moraleja, integrada en la misma línea pesimista de la <a title="literatura" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/letteratura/">literatura</a> de <a title="Juenger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger/">Jünger</a> y de otros escritores utópicos de nuestro siglo. En el fondo <a style="outline: 1px dotted; outline-offset: 0pt;" title="Parabola del naufrago" href="http://www.amazon.es/gp/product/8423343103/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=cestlaru01-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3626&amp;creative=24822&amp;creativeASIN=8423343103" target="_blank"><em>Parábola del náufrago</em></a> es una utopía, igual que <a style="outline: 1px dotted; outline-offset: 0pt;" title="Las abejas de cristal" href="http://www.amazon.es/gp/product/8420631485/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=cestlaru01-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3626&amp;creative=24822&amp;creativeASIN=8420631485" target="_blank"><em>Las abejas de cristal</em></a>, o <em>La rebelión en la granja</em>, de Orwell; <em>Un mundo feliz</em> o <em>1984</em>. Encontramos la utopía entre los mayores éxitos literarios de nuestro siglo, porque nunca hemos tenido, como hoy, la necesidad de reconocer nuestra situación en un mito universal de fácil entendimiento. La utopía es una síntesis contada para niños mayores y asustados por sus propias obras, aprendices de brujo que no saben parar el proceso de la descomposición, pero quieren comprenderlo hasta en sus últimos detalles filosóficos. Con temor y con placer, aterrorizados y autoaplacándose, los hombres del siglo XX viven como jacinto, aplastados, atados a sus obras que les invaden y sujetan, los devuelven a la zoología, pero ellos saben encontrar en ello un extraño placer. El mal supremo es como el híbrido americano de Delibes, que invade la tierra, la occidentaliza y la universaliza en el mal. Quien quiere saber el porqué de la decadencia y no se limita a sumar SUMANDOS arriesga su vida, de una manera o de otra, está condenado a la animalidad del campo de concentración, a la locura contraida entre los locos de un manicomio, donde se le recluye con el fin de que la condenación tenga algo de sutileza psicológica, pero el fin es el mismo Campo o manicomio, el condenado acabará convirtiéndose en lo que le rodea, a sumergirse en el ambiente, como Jacinto. Y de esta suerte quedará eliminado. O bien no logrará encontrar trabajo y se morirá al margen de la sociedad. O bien como el capitán Ricardo, aceptará un empleo poco caballeresco y perfeccionará su rebeldía en secreto, al amparo de un gran amor anticonformista, sobre el cual podrá levantarse el mundo de mañana, conservado puro por encima del mal. El rebelde, que lleva consigo la llave de este futuro de libertad, es el que se ha curado del miedo a la muerte y encuentra en «Teresa» la posibilidad metafísica de amar, o sea, de situarse por encima de los instintos zoológicos de la masa, que son el miedo a la muerte y la confusión aniquiladora entre amor y sexo. Es así como el hombre del porvenir vuelve a las raíces de su origen metafísico.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.amazon.es/gp/product/8423343103/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=cestlaru01-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3626&amp;creative=24822&amp;creativeASIN=8423343103" rel="nofollow" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-8229" style="margin: 10px;" title="parabola-del-naufrago" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/parabola-del-naufrago.jpg" alt="" width="240" height="240" /></a>«Desde que unas porciones de nosotros mismos como la voz o el aspecto físico pueden entrar en unos aparatos y salirse de ellos, nosotros gozamos de algunas de las ventajas de la esclavitud antigua, sin los inconvenientes de aquella», escribe <a title="Juenger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger/">Jünger</a> en <a title="Las abejas de cristal" href="http://www.amazon.es/gp/product/8420631485/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=cestlaru01-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3626&amp;creative=24822&amp;creativeASIN=8420631485" target="_blank"><em>Las abejas de cristal</em></a>. Todo el problema del mal supremo está encerrado en estas palabras. Somos, cada vez más, esclavos felices, desprovistos de libertad, pero cubiertos de comodidades. Basta mover los labios y los tiernos tallos de la trepadora están al alcance de nuestro hambre. Sin embargo, al final de este festín está el espectro de la oveja o del perro de Delibes. La técnica y sus amos tienden a metamorfosearnos en vidas sencillas, no individualizadas, con el fin de mejor manejarnos y de hacernos consumir en cantidades cada vez más enormes los productos de sus máquinas. Creo que nadie ha escrito hasta ahora la novela de la publicidad, pero espero que alguien lo haga un día, basado en el peligro que la misma representa para el género humano, y utilizando la nueva técnica del lenguaje revelador de todos los misterios y de las fuerzas que una palabra representa. Una novela semiológica y epistemológica a la vez, capaz de revelar la otra cara del mal supremo: la conversión del ser humano a la instrumentalidad del consumo, su naufragio y esclavitud por las palabras.</p>
<p style="text-align: justify;">Sería, creo, esclarecedor desde muchos puntos de vista establecer lazos de comparación entre <em><a title="Parabola del naufrago" href="http://www.amazon.es/gp/product/8423343103/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=cestlaru01-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3626&amp;creative=24822&amp;creativeASIN=8423343103" target="_blank">Parábola del náufrago</a> </em>y <em>Rayuela</em>, de Julio Cortázar, en la que el hombre se hunde en la nada por no haber sabido transformar su amor en algo metafísico o por haberlo hecho demasiado tarde y haber aceptado, en un París y luego en un Buenos Aires enfocados como máquinas quemadoras de desperdicios humanos, una línea de vida y convivencia instintual, doblegada por las leyes diría publicitarias de un existencialismo mal entendido, laicizado o sartrianizado, que todo lo lleva hacia la muerte. La tragedia de la vida de hoy, situada entre el deseo de rebelarse y la comodidad de dejarse caer en las trampas de don Abdón y de Zapparoni, trampas técnicas, confortables, o bien literarias, políticas y filosóficas, inconfortables pero multicolores y tentadoras, es una tragedia sin solución y la humanidad la vivirá hasta el fondo, hasta alcanzar la orilla de la destrucción definitiva, donde la espera quizá algún mito engendrador de salvaciones.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/la-sombra-del-mal-en-ernst-junger-y-miguel-delibes.html' addthis:title='La sombra del mal en Ernst Jünger y Miguel Delibes ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>L&#8217;Operaio, forza della Tecnica</title>
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		<pubDate>Mon, 31 Jan 2011 09:40:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Boco</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Uno delle più importanti opere filosofiche del Novecento è senza ombra di dubbio L’Operaio di Ernst Jünger, capolavoro che in questi giorni Guanda ripubblica in una nuova edizione. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/operaio-forza-della-tecnica.html' addthis:title='L&#8217;Operaio, forza della Tecnica '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/ernstjunger48x48.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Ernst Jünger" /><br/><p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/loperaio/301" target="_blank"><img class="alignright size-medium wp-image-6652" style="margin: 10px;" title="operaio" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/operaio-185x300.jpg" alt="" width="185" height="300" /></a>Uno delle più importanti opere filosofiche del Novecento è senza ombra di dubbio <a title="L'Operaio" href="http://www.libriefilm.com/loperaio/301"><em>L’Operaio</em></a> di <a title="Ernst Juenger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Ernst Jünger</a>, capolavoro che in questi giorni Guanda ripubblica in una nuova edizione. Si tratta di un passaggio ineludibile per ogni pensare che affronti seriamente la questione della tecnica e del nichilismo europeo contemporaneo.</p>
<p style="text-align: justify;"><a title="L'Operaio" href="http://www.libriefilm.com/loperaio/301"><em>L’Operaio</em></a> è del 1932, di due anni successivo al breve ma importante saggio <em>La Mobilitazione Totale</em>. In quest’ultimo scritto il pluridecorato eroe di guerra parte dall’esperienza della Prima Guerra Mondiale per prendere in esame i cambiamenti generati dall’irrompere della tecnica non solo nei campi di battaglia, ma anche nella vita quotidiana. Con il termine mobilitazione totale <a title="Ernst Jünger" href="http://www.libriefilm.com/category/autori/ernst-junger">Jünger</a> descrive la trasformazione della guerra in sforzo collettivo dal quale nessuno è escluso e che anzi influenza ogni aspetto della vita degli Stati, impegna ogni risorsa e ogni sforzo nella sua prosecuzione. La guerra si trasforma in un gigantesco processo lavorativo. Nell’età delle masse e delle macchine, secondo l’autore, ogni singola vita tende sempre più alla condizione del Lavoratore inserita in una struttura rigidamente razionale.</p>
<p style="text-align: justify;">Per capire davvero cosa intende Jünger con il termine <em>Arbeiter</em>, bisogna partire dal presupposto che l’Operaio jüngeriano è lontano dall’operaio descritto da Marx: lo studio di <a title="Jünger" href="http://www.libriefilm.com/category/autori/ernst-junger">Jünger</a> non ha natura economica o sociologica, ma si tratta piuttosto di un’analisi dai vasti connotati metafisici, pure se in un senso particolare.</p>
<p style="text-align: justify;">L’operaio è il portatore della forza dirompente della tecnica, forza che il borghese non riesce a dominare né comprendere. La differenza che separa il borghese dall’operaio non è, per Jünger, di natura economica o politica, ma consiste piuttosto nella netta diversità che divide il vecchio dal nuovo.</p>
<p style="text-align: justify;">C’è una differenza di rango tra l’operaio e il borghese, poiché il primo è in rapporto con forze elementari di cui il secondo ignora l’esistenza e che lo impauriscono.</p>
<p style="text-align: justify;">L’operaio, diversamente dal borghese, vive nel pericolo, ha conosciuto la terrificante potenza delle macchine nei campi di battaglia e ora fronteggia la tecnica nel suo stesso ambito. La parola Operaio indica colui che non semplicemente è al lavoro, ma colui che opera, colui che è all’opera e, ancora, colui che fa un’opera. L’azione formatrice dell’<em>Arbeiter </em>jüngeriano ha un che di artistico che si esprime nella capacità faustiana di modificare il mondo nella sua totalità.</p>
<p style="text-align: justify;">Non “materialismo” o “idealismo” sono per <a title="Jünger" href="http://www.libriefilm.com/category/autori/ernst-junger">Jünger</a> i termini in grado di guidare la rivolta contro il borghese &#8211; essi non hanno saputo né conquistare la materia né il regno delle idee &#8211; solo un’estrema durezza permette di prendere possesso del mondo, e quindi solo l’operaio uscito rafforzato dall’esperienza della guerra e che ha conosciuto la mobilitazione totale può divenire signore del suo dominio (la tecnica e il mondo) e imporre la sua forma in quanto figura metafisica legata all’eterno in grado di modellare un nuovo tipo umano.</p>
<p style="text-align: justify;">«La Figura è un tipo, &#8211; spiega <a title="Alain de Benoist" href="http://www.libriefilm.com/category/autori/ernst-junger">de Benoist</a> &#8211; ma anche, più ancora, una potenza costruttrice di tipi, che incarna lo spirito dominante di una determinata epoca, dando così al mondo il suo significato principale. La Figura è infatti fonte di senso. […] La Figura non conferisce un senso nell’accezione della causalità classica, ma piuttosto a mo’ di impronta. Rimanda ad una umanità che, a sua volta, è, in quanto <em>subjectum</em>, alla base di ogni ente. Se l’epoca ha un senso, è perché è segnata come da un sigillo da una determinata Figura».</p>
<p style="text-align: justify;">Il soldato che ha saputo affrontare il pericolo della prima linea e l’operaio che ingaggi una lotta per il dominio con la potenza tecnica sono entrambi tipi umani appartenenti alla stessa figura, entrambi mossi da quello che <a title="Jünger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a> definisce realismo eroico, un atteggiamento coraggioso e al tempo stesso disincantato di fronte ai rischi che ci si trova ad affrontare. Un comportamento che, ancora una volta, differenzia l’operaio dal borghese e dalla sua mentalità “romantica”, incapace di agire concretamente nel mondo.</p>
<p style="text-align: justify;">La guerra ha segnato dunque la fine per il mondo delle certezze e delle comodità borghesi. Rompendo con la concezione borghese del lavoratore, <a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a> sostiene che «gli autentici movimenti operai devono essere considerati, contro l’opinione del borghese – comunque egli li abbia accolti, approvandoli o respingendoli – non come sollevazioni di schiavi, bensì come mascherate azioni di signori e dominatori». Il movimento dell’operaio, la sua capacità di imporre il suo dominio e di porre fine alla società borghese sono la manifestazione di un impulso prometeico affine alla tensione al Superuomo. I nuovi valori, i valori a cui la forma dell’operaio dà vita, i valori che devono sorgere e che per sorgere devono annientare i vecchi valori, non hanno niente a che fare con i valori del progresso. Si prefigura così il sorgere di un mondo nuovo, sorto sulle macerie del mondo borghese, costruito attorno alla forma del soldato operaio, capace di dar vita a nuovi ordinamenti che non si fondano più su base statale, ma planetaria.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>Linea </em>del 18 Dicembre 2010.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/operaio-forza-della-tecnica.html' addthis:title='L&#8217;Operaio, forza della Tecnica ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>La metafisica de L’operaio di Ernst Jünger</title>
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		<pubDate>Tue, 11 Jan 2011 10:17:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Caddeo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nel sistema jüngeriano l'elementare riveste quasi la funzione che in una macchina ha il carburante. E' infatti l'energia del sistema, è una forza tellurica e immortale che agisce in sintonia con la Forma facendola muovere nello spazio, cioè consentendole di essere nel tempo. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/la-metafisica-de-l%e2%80%99operaio-di-ernst-junger.html' addthis:title='La metafisica de L’operaio di Ernst Jünger '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/ernstjunger48x48.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Ernst Jünger" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/rivoluzione-conservatrice.PNG" width="48" height="48" alt="" title="Rivoluzione conservatrice" /><br/><p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-full wp-image-6534" style="margin: 10px;" title="Jünger-anni30" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/Jünger-anni30.jpg" alt="" width="250" height="278" />Il progresso tecnico che ancora alla fine dell&#8217;800 sembrava condurre l&#8217;uomo ad un mondo più giusto e libero dal dolore, pareva mostrare, all&#8217;alba del secolo ventesimo, il suo terribile volto di Giano. Gli sfaceli della guerra e la povertà da essa cagionata producevano quelle ingiustizie che, nell&#8217;ottica marxista, e ben presto nazionalista e “fascista”, erano il prodromo, per certi versi contraddittorio, all&#8217;avvento della “rivoluzione”, fosse questa intesa come un ribaltamento dei rapporti di proprietà o come uno scardinamento del mondo liberale e borghese in previsione della costruzione di una comunità organica. Si iniziò a leggere la tecnica come il segno, se non la causa, della decadenza morale dell&#8217;uomo che preludeva al crepuscolo del mondo occidentale o almeno alla sua inevitabile “Krisis”. E&#8217; assai in generale questa la cornice storica e sociale all&#8217;interno della quale l&#8217;allora celebre scrittore di guerra e giornalista politico <a title="Ernst Jünger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Ernst Jünger</a> pubblica, nel 1932, il saggio filosofico e metapolitico <em>Der Arbeiter, Herrschaft und Gestalt </em>(1).</p>
<p style="text-align: justify;">Nelle pagine che seguono cercherò, da un lato, di evidenziare la portata propriamente metafisica del saggio esaminando la metafisica delle forme che ne costituisce l&#8217;impianto; dall&#8217;altra, avrò modo di rilevare come <a title="Ernst Junger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Ernst Jünger </a>ne <a title="L'Operaio" href="http://www.libriefilm.com/loperaio/301"><em>L&#8217;operaio</em></a> non abbia l&#8217;intenzione di criticare la classe borghese per rinsaldarne, attraverso un artificio ideale, il potere; al contrario, secondo i miei studi, egli mette sotto accusa il borghese e il suo potere volendo, almeno teoricamente, contribuire alla costruzione di un modello metapolitico che, già a partire dai presupposti, si distingua nettamente sia dal liberalcapitalismo che dal collettivismo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>1. Forma e Tipo</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sfogliando <em><a title="L'Operaio" href="http://www.libriefilm.com/loperaio/301">L&#8217;operaio</a></em> si ha la sensazione che temi di varia natura siano talmente e finemente interconnessi che appaia assai arduo procedere ad una de-composizione funzionale alla comprensione dei presupposti. Ad una lettura più attenta si “vede” invece perfettamente ciò che, nell&#8217;intento dell&#8217;acuto “sismografo”, si cela sotto la multiforme matassa. E&#8217; utile a questo punto procedere alla illustrazione di quelli che mi sono sembrati i fondamenti metafisici del saggio del &#8217;32.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/loperaio/301" target="_blank"><img class="alignleft size-medium wp-image-6254" style="margin: 10px;" title="loperaio" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/loperaio-185x300.jpg" alt="" width="185" height="300" /></a>Secondo <a title="Juengr" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a> esisterebbe un “solco” ineffabile definito di sovente eterno e immobile, di cui ogni forma (<em>Gestalt</em>) sarebbe il modo temporale. La Forma è una irradiazione (<em>Strahlung</em>) dell&#8217;Indistinto eterno ed immoto, è il modo tramite cui l&#8217;essenza numinosa della forma si fa tempo (2); la forma è un tutto che non si riduce alla somma delle sue parti (3). Ciò fa pensare che l&#8217;essenza della <em>Gestalt </em>non nasca e non muoia con gli elementi che ne garantiscono l&#8217;epifania, anche se il rapporto tra la forma e il suo evento è pressoché necessario (4). L&#8217;uomo non ha la possibilità di rappresentare la forma nella sua essenza, non la può cioè porre davanti a sé come un oggetto materiale o spirituale per poi misurarla razionalmente (5). Essa, in sé, è come l&#8217;Uno di Plotino (6). Ma l&#8217;uomo può “avvicinarsi” (7) alla forma vivendola, cioè incarnandola. Vivere la forma significa dis-porsi alla sovraindividualità che è la modalità grazie a cui la forma si appresta a dominare globalmente. L&#8217;uomo travalica la propria individualità facendo spazio al dipanarsi della forma, tras-formandosi in Tipo. La Forma si manifesta infatti nel tipo. Essa è il sigillo, dice <a title="Juenger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a>, rispetto al tipo che è l’impronta (8).</p>
<p style="text-align: justify;">Se la forma nelle sue vestigia mortali è una declinazione dell&#8217;eternità, il tipo deve, a mio avviso, essere considerato come la guisa temporale della forma. Esso infatti, in un certo senso, attualizza il Destino della Forma. Tale Destino, come suggerito dal titolo de <a title="L'Operaio" href="http://www.libriefilm.com/loperaio/301"><em>L&#8217;operaio</em></a>, è il Dominio della Forma. Un Dominio che, lo si diceva, non è parziale, che cioè non si espande in un solo piano della realtà, ma a livello del pensare, del sentire e del volere oltre che nello spazio tramite la tecnica e la distruzione che essa comporta. Nello scritto del 1963 <em>Typus, Name, Gestalt </em>si legge che “Tipo” è più di “individuo” nella stessa misura in cui è meno di “forma” (9).</p>
<p style="text-align: justify;">La forma è più vicina all&#8217;Indistinto; il tipo, irradiazione della Forma, valicata l&#8217;individualità, spalanca le porte all&#8217;impersonalità. Questo discorso appare fin qui assai astratto. Per comprendere come effettivamente l&#8217;uomo, facendosi Tipo, possa rispecchiare totalmente la forma, è necessario riflettere sul linguaggio della manifestazione della forma. L&#8217;uomo infatti si fa tipo (forma nel tempo) praticando, in certo qual modo essendo, il linguaggio della forma. Divenendo tipo, e cioè qualcosa che supera gli esclusivi interessi della propria isolata individualità, si pro-pone al servizio dell&#8217;espansione totale della forma. Ora, a parere di <a title="Juenger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a>, il linguaggio che la forma, tramite l&#8217;uomo, parla nell&#8217;epoca della “riproducibilità tecnica” (10) è naturalmente proprio quello della tecnica. Nel periodo de <a title="L'Operaio" href="http://www.libriefilm.com/loperaio/301"><em>L&#8217;operaio</em></a> la tecnica è un ingranaggio di questo sistema metafisico. Solamente tramite la tecnica infatti la forma può dominare in tutto il mondo. La tecnica è, in altri termini, il modo più efficace tramite cui la Forma può dominare totalmente.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>2. L’elementare</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/scritti-politici-e-di-guerra-1919-1933-vol-1-1919-1925/2856" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-6535" style="margin: 10px;" title="scritti-politici" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/scritti-politici.jpg" alt="" width="200" height="300" /></a>Prima di procedere all&#8217;analisi del nesso che fonde inestricabilmente, nel pensiero di <a title="Juenger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a>, la tecnica alla forma, è bene riflettere su un altro tema che è parimenti inserito nell&#8217;impianto metafisico di cui si discute. Mi riferisco alla nozione di “elementare” che, almeno in parte, costituisce uno degli argomenti più “attuali” del pensiero di Jünger (11). Ne <a title="L'operaio" href="http://www.libriefilm.com/loperaio/301"><em>L&#8217;operaio</em></a> l&#8217;elementare è, da un certo punto di vista, una forza imperitura, sempre uguale a se stessa, ma imprevedibile, poco misurabile, refrattaria al calcolo della ragione strumentale, malamente oggettivizzabile; è dunque un&#8217;energia primordiale che non si riduce né all&#8217;uomo né alle sue leggi, morali o scientifiche che siano. L&#8217;elementare agisce sia come irrefrenabile forza naturale (inumana potenza dei quattro elementi naturali), sia nell&#8217;uomo come moto profondo dell&#8217;anima impossibile da ponderare, razionalizzare, cattivizzare. Secondo Jünger l&#8217;energia del cosmo è sempre uguale a se stessa. Risulta allora perfettamente inutile, anzi assai pericoloso, relegare nell&#8217;irrazionale le energie elementari che, in un modo o nell&#8217;altro, necessariamente troveranno una valvola di sfogo. Più vengono contratte, più aumenta la loro carica esplosiva, dirompente, agli occhi dell&#8217;uomo, terribile. Il borghese porterebbe avanti proprio questo tentativo: piegherebbe l&#8217;elementare all&#8217;assurdo o, al massimo, all&#8217;eccezione che conferma la regola della razionalizzabilità del tutto. A parere del borghese tutto ciò che non può essere ricondotto alla ragione strumentale e alla morale utilitaria deve essere per forza assurdo, dunque irrazionale; l&#8217;elementare è così, nell&#8217;ottica dell&#8217;uomo moderno, destinato ad essere s-piegato, calcolato. Il motivo di questa operazione matematica (12) è per Jünger essenzialmente uno: la paura. L&#8217;uomo moderno ha infatti come fine la sicurezza che, insieme alla comodità e all&#8217;aponia, vede come il presupposto della sua felicità. L&#8217;elementare introduce l&#8217;uomo nello spazio del pericolo e dunque lo apre all&#8217;esperienza inspiegabile, ma endemica all&#8217;umano, del Dolore (13). Crea così le premesse per lo sconvolgimento dell&#8217;ordine morale e sociale mettendo a repentaglio la sicurezza che, come si è detto, sarebbe il valore più caro all&#8217;uomo borghese. La contraddizione, la sofferenza, la violenza, ma anche la temerarietà, l&#8217;entusiamo eroico, fanno parte del sottobosco a cui l&#8217;elementare, secondo Jünger, dischiude l&#8217;animo umano. Il borghese crede che grazie al progresso, anche tecnico, la società umana possa un giorno pervenire alla costruzione di un paradiso terrestre in cui l&#8217;uomo universale, dotato di diritti inalienabili, possa essere rispettato in quanto tale; un paradiso terrestre da dove possa essere bandito il pericolo, il dolore. Jünger contesta l&#8217;equazione razionalità-borghese=razionalità. Quella borghese è infatti, ai suoi occhi, una forma di razionalità che strumentalizza ogni fenomeno alla sicurezza e alla comodità dell&#8217;uomo. Una forma di ragione che, dopo averlo oggettivizzato, fa di ogni ente un mezzo per raggiungere una forma di felicità terrena che risulterebbe riduttiva, poco appropriata alla grandezza destinale che l&#8217;uomo in passato sarebbe stato in grado di incarnare. Nel sistema jüngeriano l&#8217;elementare riveste quasi la funzione che in una macchina ha il carburante. E&#8217; infatti l&#8217;energia del sistema, è una forza tellurica e immortale che agisce in sintonia con la Forma facendola muovere nello spazio, cioè consentendole di essere nel tempo. Ritornando allo schema generale: così come il tipo permette alla forma di esistere nello spazio, l&#8217;elementare permette alla forma di muoversi in esso e dunque, in virtù del legame che tradizionalmente stringe lo spazio col tempo, di essere tempo, cioè fenomeno, evento, Destino. L&#8217;Operaio sarebbe capace di scorgere l&#8217;elementare nella sua “realtà” senza giudicarlo e “castrarlo”. Non lo relega all&#8217;assurdo, ma cerca di amplificarne le potenzialità in vista del Dominio della Forma. Il modo più appropriato che questo eone della Forma ha per liberare la potenza di cui la Forma abbisogna è la tecnica. La tecnica, come è stato accennato e come verrà ribadito, non solo è il tramite che trasforma l&#8217;uomo in tipo, ma permette all&#8217;elementare di manifestarsi in tutto il suo vigore. La tecnica è dunque rigorosamente innestata nella metafisica elaborata da <a title="Juenger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a>, essa appare, ne <a title="L'Operaio" href="http://www.libriefilm.com/loperaio/301"><em>L&#8217;Operaio</em></a>, come un suo meccanismo imprescindibile (14).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>3. La tecnica</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">La tecnica è “la maniera in cui la forma dell&#8217;operaio mobilita il mondo” (15). L&#8217;Operaio è così quella Forma che mobilita il mondo tramite la tecnica. <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Heidegger</a></span> commenta che allora la tecnica coincide con la mobilitazione -totale- del mondo attuata dalla forma dell&#8217;Operaio (16). <a title="Alain de Benoist" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/alain-de-benoist/">Alain de Benoist</a>, rifacendosi al saggio del 1930 intitolato <em>Die Totale Mobilmachung</em>, fa presente come ”mobilitare”, nel gergo di Jünger, non significhi solo mettere in movimento, ma vorrebbe indicare anche “essere pronto, rendere pronto”, <a title="Alain de Benoist" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/alain-de-benoist/">Alain De Benoist</a> aggiunge, “alla guerra” (17). Mobilitare può significare essenzialmente rendere qualcosa disponibile per qualcos&#8217;altro: la mobilitazione del mondo appresta il mondo alla conquista totale della Forma del Lavoro. La mobiltazione va da un lato di pari passo con la distruzione e si realizza nello spazio con la tecnica bellica (18); da un altro lato, già nella sua opera di demolizione, prepara il terreno per la parusia di una nuova Figura e innesca il meccanismo necessario affinché il nuovo Dominio della Forma si realizzi. Come si diceva, il tipo umano è altro dall&#8217;individuo. Ora, l&#8217;uomo si fa tipo tramite la tecnica, la quale incide sull&#8217;essenza dell&#8217;uomo grazie alla messa in moto di radicali processi spersonalizzanti che aprono l&#8217;individuo alla uni-formità e dunque alla sovra-individualità (19).</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-6536" style="margin: 10px;" title="juenger-scacchi" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/juenger-scacchi-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" />Perché lo strumento tecnico possa essere ad-operato dall&#8217;uomo, è necessario che questi faccia propria precisamente la razionalità strumentale. Se infatti l&#8217;uomo adotta la tecnica come strumento, non ha bisogno di mettere in gioco tutte quelle qualità che lo distinguono dagli altri uomini. Secondo una tradizione di pensiero che si impone già prima di <a title="Ernst Juenger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a> (Sorel, Spengler, Ortega, <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/rene-guenon/">Guénon</a></span>) e che, dopo <a title="L'Operaio" href="http://www.libriefilm.com/loperaio/301"><em>L&#8217;operaio</em></a>, prosegue, seppur all&#8217;interno di concezioni filosofiche assai differenti, tramite <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Heidegger</a></span>, Adorno, Arendt e molti altri, il mezzo tecnico (e la conoscenza come dominio) richiede esclusivamente la capacità meccanica e la razionalità sufficiente a farlo funzionare. Il funzionamento dello strumento sembra il fine del processo tecnico. L&#8217;uomo stesso appare come un ingranaggio finalizzato al funzionamento del mezzo che, alla stregua di un circolo vizioso, ha come fine la mera funzionalità. Capiamo così come, all&#8217;improvviso, l&#8217;uomo col suo retaggio di esperienze personali, qualità irripetibili, particolarità, ma anche “razza” (20), differenza etnica, conti poco. E&#8217; invece importante l&#8217;esercizio della ragione che, prendendo in prestito la terminologia di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Heidegger</a></span>, definiamo “rappresentativa”. Il Tipo ergendosi a fondamento, a misura del mondo, pone il mondo medesimo davanti a sé come un oggetto. Il mondo è in quanto può essere misurato, forzato al metro umano. Il mondo è, ha valore (è valore, “immagine”) in quanto è strumentale al dominio del Tipo. Conoscere significa dunque misurare, cioè matematicizzare, pre-vedere, mobilitare, indirizzare al dominio (21). Il metro di valutazione del mondo è l&#8217;oggettivazione dello stesso ai fini della sua utilizzazione e la conoscenza in quanto tale, laddove si fa tecnica, è dominio. Questo processo è talmente radicale che, a un certo momento, pare che la tecnica come strumento, da mezzo si tramuti in fine e che, dunque, il fine del mobilitare sia strumentalizzare e utilizzare il mondo in vista del dominio. Il fine del mobilitare sembra il mobilitare (22). Il mezzo dell’uomo piega a sé l’uomo.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;uomo che inizialmente crede di perseguire tramite la tecnica (strumento da lui inteso in senso neutrale) la felicità (la tecnica si propaga facilmente e velocemente e ingenera l&#8217;illusione che tramite essa si possa superare il dolore), poi diventa parte del dispositivo che accende.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/pensare-la-tecnica-un-secolo-di-incomprensioni/9047" target="_blank"><img class="alignright size-medium wp-image-6537" style="margin: 10px;" title="pensare-la-tecnica" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/pensare-la-tecnica-197x300.jpg" alt="" width="197" height="300" /></a>La spersonalizzazione che la tecnica introdurrebbe prelude al totale oltrepassamento del modo che sino a quel momento, secondo <a title="Juenger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a>, si aveva di interpretare la libertà intesa come “misura il cui metro campione venga fissato dall&#8217;esistenza individuale del singolo” (23). L&#8217;uomo è parte di un processo dove perdono di importanza le qualità e la vita del singolo, dove, come si diceva, risulta fondamentale rendere il mondo funzionante per lavorarlo in vista della produzione, cioè della mobilitazione. Il lavoro, mezzo che la forma utilizza per piegare a sé il mondo, si propaga in ogni settore della vita (24). Si riduce lo spazio che divide i sessi e quello che divide il lavoro in senso proprio dall&#8217;ozio; anche lo sport diventa lavoro; ogni cosa tende ad assumere una forma tipica e incarna lo stesso severo, freddo, ascetico stile. Farsi tipo tramite la tecnica significa dunque attualizzare tutta una serie di proprietà che rendono l&#8217;uomo adeguato al dominio della forma. Il dominio della forma nel tempo attuale si appaleserebbe così tramite segni inequivocabili che sono una conseguenza diretta dell&#8217;uso della tecnica e della mentalità che tale uso esige. Si fa strada una “rigidita’ da maschera” nel volto rasato del soldato, nella sua espressione glaciale e precisa, che non tradisce una differenza psicologica né alcun umano sentimento, ma che mostra una volontà oggettiva, impersonale, automatica, meccanica. L&#8217;uniforme fa la sua comparsa in ogni ambito della vita, gli operai assomigliano così ai soldati e i soldati sono operai. La cifra acquista la sua imprescindibile importanza in ogni settore dell&#8217;organizzazione statale, si fa strada l&#8217;anonimato, la ripetizione (che sostituisce la borghese irripetibilità, eccezionalità), garantisce la sostituibilità di un operaio con un altro. La quantità prevale sulla qualità.</p>
<p style="text-align: justify;">Fin qui pare di leggere una critica alla tecnica e alla ragione che potremmo trovare in molti altri autori in quel tempo (25). Ma <a title="Junger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a> sembra essere originale proprio in quanto, dopo aver individuato le trasformazioni che la tecnica produce sull&#8217;uomo, non cede alla tentazione di condannare i mutamenti epocali di cui si è detto. Che l&#8217;uomo pensi di poter restare indenne da questi processi totali è infatti, a suo avviso, un&#8217;illusione. Egli, che si voglia o no, ne è mutato profondamente. Questa tras-figurazione distrugge negativamente l&#8217;individuo borghese; l&#8217;Operaio invece, consapevole della necessità dei processi in atto, sacrifica eroicamente i propri desideri contingenti e, nel Lavoro, considerato alla stregua di una missione rivoluzionaria, perviene alla coscienza di partecipare al Destino della Forma assurgendo a vessillo, “geroglifico” del suo totale Dominio. L&#8217;essenza della tecnica dunque, come dirà <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Heidegger</a></span>, non sarebbe nulla di tecnico ma di nichilistico (26). Essa demolisce ogni vincolo e ogni consuetudinaria misura in quanto costringe ogni ente al suo utilizzo. Le cose perderebbero così il valore armonico, tradizionale, sacrale, cultuale che avevano e diventerebbero oggetti da dominare e da utilizzare facilmente e velocemente. Il fatto che il mobilitare appaia come un mezzo finalizzato al medesimo e cieco mobilitare, è appunto una apparenza che s-vela l&#8217;alto livello a cui la tecnica approda nella sua opera di conquista totale. In verità, il mobilitare finalizzato al mobilitare è, nel pensiero che si analizza, esattamente l&#8217;”astuto” modo che la Forma attualmente adotta per raggiungere il proprio Dominio. Il protagonista del mobilitare, il suo fine, non è infatti, contrariamente alle apparenze, in ultima istanza, il mobilitare, ma la vittoria totale della nuova Forma. Per questo <a title="Juenger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a> distingue chiaramente tra fase dinamico-esplosiva (“paesaggio da officina”) e Dominio della Forma dell&#8217;Operaio. La prima è necessaria al secondo, ma il secondo conclude, nel suo compiersi, la fase “anarchica” in cui il mobilitare si esprime in modo tanto potente da ingenerare la credenza che il suo fine sia solo e soltanto la propria cieca, distruttiva e totale manifestazione (27). In questo processo totale, antikantianamente (28), l&#8217;uomo scoprirebbe la sua dignità, o, facendo nostro un gergo appropriato allo spirito del tempo in cui Jünger scrive, il suo “onore”, proprio nel trasformarsi in mezzo della manifestazione della forma. La tecnica è così esaltata precisamente perché tras-forma l&#8217;uomo da fine isolato a mezzo organico. L&#8217;Operaio risulta, nello spirito e nel corpo, glorificato, per così dire, alchemicamente risorto nella Forma.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>4. Metapolitica</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Questa analisi ci permette di planare dall&#8217;orizzonte metafisico a quello metapolitico. <a title="Junger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a> non condivide il presupposto che starebbe alla base del modello economico proposto dalla società liberal-capitalista, secondo cui la felicità e il benessere di una nazione si ottiene tramite la soddisfazione economica degli individui (atomi) che compongono la stessa società (29).</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/eumeswil/393" target="_blank"><img class="alignleft size-medium wp-image-6538" style="margin: 10px;" title="eumeswil" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/eumeswil-190x300.jpg" alt="" width="190" height="300" /></a>L&#8217;idea per la quale soddisfare i propri esclusivi interessi conduca alla felicità della nazione, è fermamente rifiutata da <a title="Junger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a>. Egli ritiene che l&#8217;interesse privato debba essere garantito nell&#8217;alveo degli interessi sovraindividuali dell&#8217;organismo comunitario. Fondare una ideologia che a partire dalla metafisica, tramite l&#8217;interpretazione altrettanto metafisica della tecnica, attacchi nei fondamenti l&#8217;individuo e la sua idea di libertà, significa chiaramente avere come bersaglio il liberalismo che sull&#8217;individuo e sulla tutela dei suoi diritti basa la propria dottrina. I rivoluzionari conservatori si sentivano “vitalisti” proprio nel senso che aderivano nichilisticamente alle contraddizioni della realtà, specialmente laddove queste conducevano alla demolizione dell&#8217;apparato politico ed ideologico delle classi dominanti (30). Essi ambivano ad una distruzione da cui potesse originarsi un nuovo gerarchico Ordine e una nuova forma di partecipazione politica. La stessa nozione di forma come qualcosa che non si riduce alla somma delle sue parti, trova riscontro in una comunità politica che non esaurisce la sua essenza nell&#8217;addizione dei singoli che la costituiscono. La comunità organica, come la forma, è altro dalle sue parti, è “un altro che si aggiunge”, un di più a cui non si arriva tramite la mera somma di vari elementi. Così l&#8217;agire, il pensare e il sentire degli individui non sarebbero in questo contesto finalizzati al possesso della felicità personale, ma al “bene”, alla potenza della comunità che trascende la somma.</p>
<p style="text-align: justify;">Al tempo de <a title="L'Operaio" href="http://www.libriefilm.com/loperaio/301"><em>L’Operaio</em></a> la distruzione bellica, grazie alla tecnologia, assunse un livello mai raggiunto fino a quel momento, le lotte sociali si fecero, a causa della misera condizione della classe operaia, ma anche in virtù della diffusione della ideologia marxista, dell&#8217;avanzata dei partiti socialisti e dei sindacati, proporzionali all&#8217;industrializzazione e alla mobilitazione dei materiali (umani e non) in vista del dominio delle nazioni più sviluppate. Nel dopoguerra, specialmente a causa dell&#8217;inflazione e della fortissima svalutazione della moneta, buona parte della classe media perse ogni sua sicurezza e si produssero licenziamenti a catena nelle fabbriche; vari movimenti di destra e di sinistra e altri che si collocavano esplicitamente al di là di questi due cartelli ideali, ottennero così il favore della popolazione stremata dalla crisi economica. Se a ciò si aggiunge la polemica nazionalista contro i firmatari della pesante e probabilmente iniqua pace di Versailles, si capisce come il clima politico e sociale fosse confacente all&#8217;avanzata di partiti “radicali” che vedevano nella classe liberale al potere la responsabile dello sfacelo economico e politico della Germania. In un orizzonte in cui il “nuovo nazionalismo”, a cui Jünger aderisce già a partire dalla fine della Prima guerra mondiale, otteneva sempre più consensi, la metafisica delle Forme avrebbe potuto dunque acquistare un significato morale-politico: il superamento del concetto di individuo, negli intenti di Jünger, avrebbe potuto condurre alla creazione di un “Uomo nuovo” che fosse pronto a donare la propria vita e ad immolare i propri desideri per la potenza dello stato organico, per il risanamento totale “patria umiliata”. Nel pantano ideologico della Repubblica di Weimar questa metafisica politica poteva dunque servire, agli occhi del pensatore, a costruire un&#8217;etica che ponesse l&#8217;uomo in grado di salvarsi, anche a costo di profondi sacrifici personali, dalla grave crisi in cui versava buona parte delle nazioni europee in quel tempo. Il modernismo reazionario, di cui Jünger è “l&#8217;idealtipo” (31), ha un preciso fine politico che è chiaro al pensatore tedesco ben prima della stesura de <a title="L'Operaio" href="http://www.libriefilm.com/loperaio/301"><em>L&#8217;operaio</em></a>: “Chi potrebbe contestare che la <em>Zivilisation</em> è più intimamente legata al progresso della <em>Kultur</em>, che nelle grandi città essa è in grado di parlare la sua lingua naturale e sa utilizzare mezzi e concetti nei cui confronti la <em>Kultur </em>è indifferente o addirittura ostile? La <em>Kultur </em>non si lascia sfruttare a scopi propagandistici, e un atteggiamento che cerchi di piegarla in questo senso non può che esserle estraneo (&#8230;)” (32). Jünger crede che il “cupo ardore” che spinse migliaia di giovani ad andare in guerra gridando “per la Germania” offerto ad una nazione “inesplicabile e invisibile”, per quanto fosse bastato a far “tremare i popoli fino all&#8217;ultima fibra”, non potesse essere sufficiente per sconfiggere nazioni come quella statunitense che si erano rese disponibili alla mobilitazione totale di tutte le loro energie. Da qui la domanda retorica e assai significativa: “E se soltanto (il cupo ardore di cui si è detto) avesse avuto fin dal primo momento una direzione, una coscienza, una forma?” (33). Il fine politico de <a title="L'Operaio" href="http://www.libriefilm.com/loperaio/301"><em>L&#8217;operaio</em></a> può allora essere così inteso: creare le premesse metafisiche, dunque “kulturali”, ideali affinché l&#8217; entusiasmo eroico potesse essere veramente efficace, cioè vincente. Jünger si è reso conto non solo del potere ineguagliabile degli strumenti tecnici applicati alla guerra, ma anche della necessità di trasformare la mentalità della nazione nella direzione della mobilitazione totale. Tale mobilitazione implica la fusione della vita col lavoro. Egli cioè pensa che solo se tutto diventa lavoro, tutto viene mobilitato alla potenza e dunque alla vittoria della Germania. Perché ciò accada è necessario che ogni cosa venga piegata allo strumento tecnico. La società diventa “lavoro” se prima è diventata macchina, tecnica. La <em>Kultur </em>tradizionalmente intesa non basta a questo che è chiaramente inteso come uno scopo epocale. C&#8217;è bisogno di una <em>Zivilisation </em>che non contraddica la <em>Kultur </em>ma che ne garantisca la vittoria reale. L&#8217;operaio ha l&#8217;obbiettivo eminentemente politico di sintetizzare la <em>Kultur </em>con la <em>Zivilisation</em>, in qualche modo di rendere culturale e politica la civilizzazione e di civilizzare, “modernizzare” la <em>Kultur</em> (34). Jünger contesta in maniera netta l&#8217;individualismo negli articoli scritti tra il 1918 e il 193335e, se si nota che <a title="L'Operaio" href="http://www.libriefilm.com/loperaio/301"><em>L&#8217;operaio</em></a> è del 1932, lo scritto può essere inteso in senso meramente apolitico molto difficilmente. Gli Operai, nel libro del &#8217;32, sono uomini d&#8217;acciaio, incarnazione di un&#8217;etica oggettiva -realista-, che ha come fine il dominio della Forma del lavoro, e dunque il lavoro totale in ogni settore della produzione e dell&#8217;esistenza. L&#8217;individuo borghese che, in questa parabola di pensiero, ha come obbiettivo la comodità e la sicurezza, non sarebbe adatto a rappresentare senza rimpianti e con assoluto rigore un&#8217;etica che preveda la rinuncia alle proprie contingenti aspirazioni, alla propria esclusiva e “materiale” felicità. D&#8217;altra parte, non sarebbe adatto ad incarnare una simile etica neppure il “proletario” che si sente umiliato e combatte per migliorare le condizioni della sua classe e per ribaltare i rapporti di proprietà. Questi infatti lotta per gli interessi di una parte della nazione e ha un fine, che, dal punto di vista jüngeriano, resta sociale ed economico. L&#8217;Operaio invece, come si diceva, non bada al miglioramento della propria condizione economica, non ambisce ad impossessarsi dei mezzi di produzione né crede agli ideali di uguaglianza nei quali, seguendo la tradizione marxiana, il proletario dovrebbe credere. L&#8217;Operaio jüngeriano è al servizio della Forma e del suo Dominio; a questo servizio sacrifica ogni sua aspirazione, personale o di classe.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/il-cuore-avventuroso/392" target="_blank"><img class="alignright size-medium wp-image-6539" style="margin: 10px;" title="il-cuore-avventuroso" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/il-cuore-avventuroso-195x300.jpg" alt="" width="195" height="300" /></a>Secondo <a title="Juenger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a>, si deve lavorare in primo luogo sullo spirito umano per poter ambire almeno ad una parziale rinascita. Il superamento dell&#8217;individualità è da Jünger perseguito tramite gli effetti distruttivi della tecnica che, in altri pensatori, sia di destra che di sinistra, sono abborriti in ogni senso. Jünger, nel periodo de <a title="L'Operaio" href="http://www.libriefilm.com/loperaio/301"><em>L&#8217;operaio</em></a>, ritiene puerili e dannose le tesi di chi pensa che la tecnica sia di per sé uno strumento del Male, qualcosa rispetto a cui l&#8217;uomo si sarebbe posto come un inesperto “apprendista stregone” che non è più in grado di controllare le dinamiche innescate dai suoi esperimenti (36) e, allo stesso modo, non ritiene che l&#8217;uomo possa divenire buono, giusto e dunque felice. In ogni quadro epocale domina un tipo di Forma che impregna tutto di sé; ogni cosa in un dato ciclo ha lo stile della forma che domina. Il ciclo sorge in quel periodo definito Interregno (37). L&#8217;Interregno è nietzscheanamente quel torno temporale in cui i vecchi valori non sono ancora morti e quelli nuovi che scalpitano non hanno ancora conquistato lo spazio necessario al Dominio. Accade così che alla fine di un ciclo le vecchie forme e i valori fino a quel momento dominanti si svuotino pian piano dal loro interno. Che i valori si s-vuotino significa che perdono la loro essenza di valori; il valore è ciò intorno a cui e grazie a cui l&#8217;uomo costruisce il suo senso. Alla fine di un ciclo i valori sono ancora formalmente intatti, il loro involucro è integro, splendente; ma perdono di sostanza: non sono più in grado di orientare la vita dell&#8217;uomo, è come se il loro corpo fosse ancora monoliticamente visibile a tutti, ma stesse perdendo il proprio vigore, il proprio potere di movimentare l&#8217;uomo e con esso il mondo. E&#8217; così che in questo vuoto assiologico ed ontologico si insinuano nuove forze che aprono lo spazio al dominio inarrestabile di nuove forme. In siffatta dinamica di s-vuotamento delle forme che coincide con un nuovo riempimento, opera la tecnica. La tecnica si insinua in ogni dove, nello spazio e nello spirito, inizialmente come uno strumento puro, assolutamente neutro, grazie a cui l&#8217;uomo può vivere più comodamente; attraverso cui ha sempre più l&#8217;illusione di esorcizzare, depotenziare il dolore e tramite cui, giorno dopo giorno, trasforma la propria vita. Più l&#8217;uomo si innamora del suo strumento, più viene risucchiato nei suoi ingranaggi oggettivizzanti di cui sopra si è detto. La tecnica secondo Ernst Jünger risulta pericolosa proprio là dove si ignora il suo potere necessariamente distruttivo. Risulta pericolosa se la si valuta superficialmente come uno strumento neutrale che l&#8217;uomo può con la sua ragione utilitaria piegare ai suoi interessi e alla sua oggettiva felicità restandone essenzialmente immune. Ma risulta pericolosa anche là dove si tenti di negarla rifugiandosi in anacronistici sentimenti romantici. In altri termini, agli occhi dello Jünger del 1932, la tecnica è positiva solo se si è consapevoli del fatidico ruolo metafisico che riveste, se si accetta di intraprendere attraverso il suo utilizzo un percorso e-sistenziale che conduca al superamento dell&#8217;io, e se, quasi come si trattasse di una catarsi ontologica, attraverso questo superamento ci si renda poveri contenitori della Forma e del suo fatale Dominio.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Note</strong></p>
<p style="text-align: justify;">1 <em>Der Arbeiter, Herrschaft und Gestalt </em>appare nell&#8217;ottobre del 1932  presso Hanseatische Verlagsanstalt (Hamburg). Nello stesso anno si hanno  tre nuove edizioni del saggio. Dopo la guerra, <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Heidegger</a></span> convince <a title="Juenger" href="../sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a> a ripubblicare il saggio che infatti compare nel sesto volume delle sue  opere uscite presso Klett-Cotta a Stoccarda. L&#8217;opera è tradotta in  italiano solo nel 1984 da Quirino Principe (<a title="L'Operaio" href="http://www.libriefilm.com/loperaio/301"><em>L&#8217;operaio</em></a>,  trad. it., Longanesi, Milano 1984.) dopo che, agli inizi degli anni  &#8217;60, <a title="Julius Evola" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/julius-evola">Julius Evola</a> la fece conoscere nel riassunto analitico intitolato  <em>L&#8217;operaio nel pensiero di Ernst Jünger</em>, Armando, Roma 1961. Delio  Cantimori preferì tradurre la parola <em>Der Arbeiter </em>con “milite del  lavoro” per sottolineare il carattere guerriero della nuova figura  (Cfr., Delio Cantimori, <em>Ernst Jünger e la mistica milizia del lavoro</em>, in  Delio Cantimori, <em>Tre saggi su Ernst Jünger, Moller van den Brück,  Schmitt</em>, Settimo Sigillo, Roma 1985, pp. 17-43.).</p>
<p style="text-align: justify;">2 Qualora le forme, nel loro aspetto fenomenico, non fossero soggette  all&#8217;annientamento, non si potrebbe agevolmente spiegare la differenza  fra un ciclo caratterizzato dal dominio di alcune forme e un altro  contraddistinto da forme diverse. Ci fossero sempre le stesse forme cosa  muterebbe all&#8217;alba di un nuovo ciclo? La valorizzazione di questa  dottrina tradizionale giustifica insieme ad altre importanti somiglianze  un parallelo fra la metafisica di Jünger e quella a cui si richiamano <a title="Evola" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/julius-evola"> Evola</a>, <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/rene-guenon/">Guénon</a></span> ed in parte <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/mircea-eliade/">Eliade</a></span>. In particolare, risulta interessante  un confronto fra i segni che secondo questi autori caratterizzano il <em> Kali Yuga</em> (L&#8217;età Oscura, l&#8217;ultima età prima della fine di questo ciclo  cosmico) e i segni che, ne <a title="L'Operaio" href="http://www.libriefilm.com/loperaio/301"><em>L&#8217;operaio</em></a> e in altre opere di <a title="Juenger" href="../sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a>,  contraddistinguono l&#8217;“Interregno” in cui sorge ed agisce la Forma  dell&#8217;Operaio. In questo senso, è assolutamente importante anche un  paragone con Spengler per il quale si rimanda a: Domenico Conte, <em>Jünger,  Spengler e la storia</em>, in A.A. V.V., in <em>Ernst Jünger e il pensiero del  nichilismo</em>, a cura di Luisa Bonesio, Herrenhaus, 2002, pp. 153-198;  Luciano Arcella, <em>Ernst Jünger, Oltre la storia</em>, in <em>Due volte la cometa</em>,  Atti del convegno Roma 28 ottobre 1995, Settimo Sigillo, Roma 1998.  Antonio Gnoli e Franco Volpi, <em>I prossimi titani, Conversazioni con Ernst  Jünger</em>, Adelphi, Milano 1997, pp. 103, 104. Si veda anche Julius Evola, <em> Spengler e il Tramonto dell&#8217;Occidente</em>, Fondazione Julius Evola, Roma  1981. Sulla interpretazione jüngeriana del pensiero di Spengler si legga  soprattutto: Ernst Jünger, trad. it., <em>Al muro del tempo</em>, Adelphi,  Milano 2000.</p>
<p style="text-align: justify;">3 “Nella forma è racchiuso il tutto che comprende più che non la somma delle proprie parti”. Ernst Jünger, trad. it., <a title="L'Operaio" href="http://www.libriefilm.com/loperaio/301"><em>L&#8217;Operaio, Dominio e Forma</em></a>,  Guanda, Parma 2004, p. 32. “Una parte è certamente così lontana  dall&#8217;essere una forma così come una forma è lontana dall&#8217;essere una  somma di parti”. <em>Ibidem</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">4 Jünger definisce la storia dell&#8217;evoluzione come “il commento dinamico” della forma. Cfr., Ernst Jünger, <a title="L'Operaio" href="http://www.libriefilm.com/loperaio/301"><em>L&#8217;operaio</em></a>,  cit., p. 75. La forma dunque “non esclude l&#8217;evoluzione”, la “include  come proiezione sul piano della realtà”. <em>Ivi</em>, p. 125. Ciò implica  l&#8217;avversione non solo alla dottrina del progresso (“ogni progresso  implica un regresso”), ma il rifiuto netto di ogni prospettiva  storicistica: “La storia non produce forme, ma si modifica in virtù  della forma”, ivi. p. 75. Evola commenta: “Le figure non sono  storicamente condizionate; invece sono esse a condizionare la storia, la  quale è la scena del loro manifestarsi, del loro succedersi, del loro  incontrarsi e lottare (…). E&#8217; l&#8217;apparire di una nuova figura a dare ad  ogni civiltà la sua impronta. Le figure non divengono, non si evolvono,  non sono i prodotti di processi empirici, di rapporti orizzontali di  causa e di effetto”. Julius Evola, <em>L&#8217;operaio nel pensiero di Ernst  Jünger</em>, cit., p. 32. Si potrebbe allora sostenere con Eliade che la “valorizzazione”  dell&#8217;esistenza umana non è “quella che cercano di dare certe correnti  filosofiche posthegeliane, soprattutto il marxismo, lo storicismo e  l&#8217;esistenzialismo, in seguito alla scoperta dell&#8217; “uomo storico”,  dell&#8217;uomo che si fa da se stesso in seno alla storia”. <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/mircea-eliade/">Mircea Eliade</a></span>, <em>Il  mito dell&#8217;eterno ritorno, Archetipi e ripetizioni</em>, Borla, Roma 1999, p.  8. Questa impostazione è molto simile a quella jüngeriana, infatti  l&#8217;Operaio come <em>Gestalt </em>non può essere considerato un prodotto delle  dinamiche storico-economiche. E&#8217; la Forma a fare la storia, non  viceversa.</p>
<p style="text-align: justify;">5 Usando il linguaggio heideggeriano si può sostenere che la forma non  può essere piegata alla scienza intesa come “ricerca”: “La scienza  diviene ricerca quando si ripone l&#8217;essere dell&#8217;ente” nell&#8217;  “oggettività”. Cfr., <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Martin Heidegger</a></span>, <em>L&#8217;epoca dell&#8217;immagine del mondo</em>,  in id. <em>Sentieri interrotti</em>, La Nuova Italia, Firenze 1984, p. 83. La  Forma non può essere oggettivizzata, non se ne può fornire una storia  dettagliata né, tantomeno, se ne può calcolare in anticipo e con  esattezza il corso futuro.</p>
<p style="text-align: justify;">6 Plotino distingue l&#8217;essere che è costituito da forme sensibili e  intelligibili dall&#8217;Uno che può essere considerato amorfo: “L&#8217;Uno non è  “qualcosa”, ma è anteriore a qualsiasi cosa; e nemmeno non è essere,  poiché l&#8217;essere possiede (&#8230;) una forma, la forma dell&#8217;essere. Ma l&#8217;Uno  è privo di forma, privo anche della forma intelligibile”. Plotino, <em> Enneade VI</em>, in Plotino, <em>Enneadi</em>, Rusconi, Milano 1992, p. 1343. L&#8217;Uno  “privo di forma” non può essere conosciuto “né per mezzo della scienza  né per mezzo del pensiero”. Chi estaticamente ha “visto” o meglio è  “stato” (è) l&#8217;Uno “non immagina una dualità, ma già diventato altro da  quello che era e ormai non più se stesso, appartiene a Lui ed è uno con  Lui”. L&#8217;Uno non può essere oggettivizzato. L&#8217;oggettivazione si fonda  infatti sulla distanza e sulla differenza tra il soggetto che  oggettiviza e l&#8217;ente oggettivizzato. Qualora ci fosse la distanza tra  chi contempla l&#8217;Uno e l&#8217;Uno, quest&#8217;ultimo non si potrebbe cogliere come  tale ma come “un altro”. Contemplare l&#8217;Uno significa farsi riempire  dall&#8217;Uno, essere Uno. Stabilito ciò, si capisce come l&#8217;esperienza  dell&#8217;Uno non possa essere adeguatamente raccontata. Manca infatti  l&#8217;oggetto da ricordare. Ne <em><a title="L'Operaio" href="http://www.libriefilm.com/loperaio/301">L&#8217;operaio</a></em> la tecnica è il modo attraverso cui l&#8217;uomo, superando la propria  differenza, si avvicina a rappresentare la Forma che lo trascende.</p>
<p style="text-align: justify;">7 Il concetto di “Avvicinamento” che scopriamo nel saggio del 1963 <em>Tipo  Nome Forma </em>viene ripreso nello scritto del 1970 <a title="Avvicinamenti" href="http://www.libriefilm.com/avvicinamenti-droghe-ed-ebbrezza/293"><em>Avvicinamenti, Droghe ed  ebbrezza</em></a>: “L&#8217;avvicinamento è tutto, e questo avvicinamento, non ha uno  scopo tangibile, uno scopo cui si possa dare un nome, il senso risiede  nel cammino”. Ernst Jünger, <a title="Avvicinamenti" href="http://www.libriefilm.com/avvicinamenti-droghe-ed-ebbrezza/293"><em>Avvicinamenti, Droghe ed ebbrezza</em></a>, Guanda,  Parma 2006, p. 53.</p>
<p style="text-align: justify;">8 “(&#8230;) nel regno della forma la regola non distingue tra causa ed  effetto, bensì tra sigillo ed impronta, ed è una regola di tutt&#8217;altra  natura”. Ernst Jünger, <a title="L'operaio" href="http://www.libriefilm.com/loperaio/301"><em>L&#8217;operaio</em></a>, cit., p. 31.</p>
<p style="text-align: justify;">9 “Il predicare della natura (&#8230;) muove dall&#8217;oggetto (il giglio  indicato), attraverso il tipo (il giglio nominato), alla forma e infine  all&#8217;indistinto”. Le risposte divengono sempre più ampie e, nel contempo,  si riducono le distinzioni. Questa riduzione è il segno  dell&#8217;avvicinamento all&#8217;Indistinto”. Ernst Jünger, <em>Tipo, Nome, Forma</em>,  trad. it., Herrenhaus, 2001, p.93.</p>
<p style="text-align: justify;">10 La perdita dell&#8217;aura nell&#8217;epoca della riproducibilità tecnica è un  elemento che Benjamin giudica, al contrario di Adorno e di Horkheimer,  funzionale alla possibilità di una rivoluzione sociale. Paradossalmente <a title="Juenger" href="../sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a>,  che da Benjamin è stato aspramente criticato in relazione al suo  scritto <em>Die Totale Mobilmachung</em>, nella dura recensione <em>Teorie del  fascismo tedesco</em>, ritiene anch&#8217;egli fatale il sacrificio  dell&#8217;autenticità dell&#8217;arte a favore del suo “uso” rivoluzionario.  Naturalmente le prospettive sono opposte in quanto, alla stregua di  Lukács (cfr. György Lukács, <em>La distruzione della ragione</em>, Einaudi,  Torino 1959, p. 538.), gli “incatesimi runici” di <a title="Juenger" href="../sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a> sarebbero, secondo Benjamin, tesi al rafforzamento di una “classe di  dominatori” che “non deve rendere conto a nessuno e meno che mai a se  stessa, che, issata su un altissimo trono, ha i tratti sfingei del  produttore, che promette di diventare prestissimo l&#8217;unico consumatore  delle sue merci”. Walter Benjamin, <em>Teorie del fascismo tedesco</em>, in id.,  Benjamin, <em>Critiche e recensioni, Tra avanguardie e letteratura di  consumo</em>, trad. it., Einaudi, Torino 1979, p. 159. Dunque, la rivoluzione  di Jünger e dei suoi sodali nazional-rivoluzionari, sarebbe tesa  “ideologicamente” a rafforzare lo <em>status quo</em>, cioè lo stato  liberalcapitalista e i privilegi dei “padroni”. Secondo i miei studi, <a title="Ernst Juenger" href="../sezioni/autori/ernst-junger">Ernst Jünger</a> non critica falsamente (“ideologicamente”) la classe borghese per  amplificarne paradossalmente il potere. Egli non ha il fine di favorire  lo <em>status quo</em>. Nel corso dell&#8217;articolo avrò modo di ribadire come le  posizioni di Jünger sono equidistanti sia dal materialismo collettivista  sia dall&#8217;utilitarismo borghese.</p>
<p style="text-align: justify;">11 Secondo Daniele Lazzari: “Siamo stati persuasi da quasi tre secoli  di illuminismo che il pensiero moderno avrebbe piegato le forze  elementari ormai scientificamente conosciute, analizzate ed “ingabbiate”  dal razionalismo dell&#8217;umana specie, ma in barba a queste riflessioni,  all&#8217;osservatore più attento non può sfuggire il persistere, se non  l&#8217;accentuarsi, di queste forze elementari. Tra queste la Natura, mai  dimentica di sé e della sua eterna potenza non perde occasione di  ricordarci la sua grandezza, la sua inarrestabile forza distruttrice con  le grandi alluvioni, trombe d&#8217;aria e vulcaniche eruzioni”. Daniele  Lazzari, <em>Il Signore della Tecnica</em>, in A.A. V.V., <em>Ernst Jünger, L&#8217;Europa,  cioè il coraggio</em>, Società Editrice Barbarossa, Milano 2003, p. 162.</p>
<p style="text-align: justify;">12 <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Heidegger</a></span> ricorda che “Τά μαθήματα significa per i Greci ciò che,  nella considerazione dell&#8217;ente e nel commercio con le cose, l&#8217;uomo  conosce in anticipo”. <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Martin Heidegger</a></span>, L&#8217;epoca dell&#8217;immagine del mondo,  in id., <em>Sentieri interrotti</em>, cit., p. 74. La scienza come matematica  determina “in anticipo e in modo precipuo qualcosa di già conosciuto”.  Ivi, p. 75. Questo processo che implica la pre-conoscenza di ciò che si  conosce e dunque la pre-visione, è il modo tipico attraverso cui, anche  per <a title="Junger" href="../sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a>,  l&#8217;uomo moderno conosce, calcola e domina il mondo. La verità del mondo  sta nella sua esattezza, cioè nella corrispondenza rigorosa col  procedimento che si adotta per conoscerlo. Questo modo di conoscere è  valido massimamente per la tecnica. La forma tramite la tecnica e la  scienza come matematica calcolano e dominano il mondo. Ma, nel pensiero  di Jünger, la Forma in se stessa non può certo essere a sua volta  misurata, pre-determinanta. La sua verità non è l&#8217;esattezza.</p>
<p style="text-align: justify;">13 All&#8217;argomento del dolore che, come si sta ricordando, è  intrinsecamente legato il tema dell&#8217;elementare, e che non è possibile  affrontare in tutta la sua ampiezza in questo articolo, Jünger dedica un  complesso e profondo saggio nel 1934 in cui si legge: “Là dove si fa  risparmio di dolore l&#8217;equilibrio verrà ristabilito secondo leggi di  un&#8217;economia rigorosa, e parafrasando una formula celebre, si potrebbe  parlare di una “astuzia del dolore” volta a raggiungere in qualsiasi  modo lo scopo”. Ernst Jünger, <em>Sul Dolore</em>, in id. <em>Foglie e Pietre</em>, cit.,  p. 149.</p>
<p style="text-align: justify;">14 La revisione della tematica della tecnica, che comunque non mi pare  possa intaccare nella sostanza i fondamenti della metafisica delle  forme, è un argomento molto complesso a cui sarebbe bene dedicare un  apposito studio all&#8217;interno del quale si analizzino nello specifico almeno i saggi <em>Oltre la linea </em>(trad. it., Adelphi, Milano 1989), <em><a title="Trattato del ribelle" href="http://www.libriefilm.com/trattato-del-ribelle/499">Il trattato del Ribelle</a> </em>(trad. it.,  Adelphi, Milano 1995), <em>Al muro del tempo </em>( trd. it., Adelphi, Milano  2000), il romanzo filosofico <em><a title="Eumeswil" href="http://www.libriefilm.com/eumeswil/393">Eumeswil</a> </em>(trad. it., Guanda, Parma 2001) e <em> La forbice </em>(trad. it., Guanda, Parma, 1996). Ne <a title="L'Operaio" href="http://www.libriefilm.com/loperaio/301"><em>L&#8217;operaio</em></a>, che è l&#8217;oggetto di questo articolo, <a title="Junger" href="../sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a> pensa che l&#8217;omonima Figura possa finalizzare alla Rinascita dell&#8217;uomo  totale l&#8217;elementare; la tecnica è dunque vista come lo strumento  necessario che l&#8217;uomo adotta per disporsi alla Trascendenza della Forma.  Successivamente questo strumento, a cui già nel &#8217;32 era stata associata  una trasformazione della libertà, non è più adatto a garantire la  comunicazione tra la Forma e l&#8217;uomo. Da qui l&#8217;esigenza di elaborare  nuove figure come appunto quella del Ribelle (in <em>Il trattato del Ribelle</em>) o dell&#8217;Anarca (in <em>Eumeswil</em>) che arrivano alla propria libertà sovratemporale tramite percorsi individuali.﻿</p>
<p style="text-align: justify;">15 Ernst Jünger, <em>L&#8217;operaio</em>, cit., p. 140.</p>
<p style="text-align: justify;">16 Cfr. <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Martin Heidegger</a></span>, <em>La questione dell&#8217;Essere</em>, trad. it., in Ernst Jünger-<span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Martin Heidegger</a></span>, <em>Oltre la linea</em>, trad. it., Adelphi, Milano 1989, pp. 130, 131.</p>
<p style="text-align: justify;">17 Cfr., Alain de Benoist, <em>L&#8217;operaio fra gli dei e i titani</em>, cit., p. 40.</p>
<p style="text-align: justify;">18 Benjamin identifica con precisione il nesso tra la guerra e la tecnica specialmente riferendosi all&#8217;estetizzazione della politica che perseguirebbe il fascismo. La guerra imperialistica sarebbe lo sbocco naturale della società capitalista a causa “della discrepanza di poderosi mezzi di produzione e la insufficienza della loro utilizzazione nel processo di produzione (in altre parole, dalla disoccupazione e dalla mancanza di mercati di sbocco)”. Walter Benjamin, <em>L&#8217;opera d&#8217;arte nell&#8217;epoca della sua riproducibilità tecnica</em>, Einaudi, Torino 1966, pp. 46, 47. E&#8217; probabile (anche se non necessario) che la Mobilitazione Totale così come è stata elaborata da Jünger possa sfociare nella guerra. E&#8217; anche vero che i Rivoluzionari-conservatori non contestano la società a partire da idee economiche e che i rapporti di proprietà non costiuiscono il fulcro principale della loro riflessione. E&#8217; infatti lo stesso Operaio “a rifiutare ogni interpretazione che tenti” di spiegarlo “come una manifestazione economica, o addirittura come il prodotto di processi economici, il che significa in fondo, una sorta di prodotto industriale”. Ernst Jünger, <a title="L'operaio" href="http://www.libriefilm.com/loperaio/301"><em>L&#8217;operaio</em></a>, cit., p. 29. L&#8217;Operaio pronuncia una “dichiarazioone d&#8217;indipendenza dal mondo dell&#8217;economia”, anche se “ciò non significa affatto una rinuncia a quel mondo, bensì la volontà di subordinarlo ad una rivendicazione di potere più vasta e di più ampio respiro. Ciò significa che non la libertà economica né la potenza economica è il perno della rivolta, ma la forza pura e semplice, in assoluto”. <em>Ibidem</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">19 Secondo Evola il “mondo senz&#8217;anima delle macchine, della tecnica e delle metropoli moderne”, “pura realtà e oggettività”, “freddo, inumano, distaccato, minaccioso, privo di intimità, spersonalizzante, “barbarico””, non è rifiutato dall&#8217;Uomo differenziato. Infatti, “proprio accettando in pieno questa realtà (&#8230;) l&#8217;uomo differenziato può essenzializzarsi e formarsi (&#8230;) attivando la dimensione della trascendenza in sé, bruciando le scorie dell&#8217;individualità, egli può enucleare la persona assoluta”. Julius Evola, <em>Cavalcare la Tigre</em>, Edizioni Mediterranee, Roma 1995, pp. 103, 104. Rispetto al complesso rapporto fra Jünger ed Evola, oltre agli scritti evoliani <em>L&#8217;operaio nel pensiero di Ernst Jünger</em> ( Armando, Roma 1961), <em>Il cammino del Cinabro</em> (Vanni Scheiwller, Milano 1963) e <em>Cavalcare la Tigre</em>, si legga Francesco Cassata, <em>A destra del fascismo, profilo politico di Julius Evola</em>, Bollati Boringhieri, Torino 2003.</p>
<p style="text-align: justify;">20 Ne <a title="L'Operaio" href="http://www.libriefilm.com/loperaio/301"><em>L&#8217;operaio</em></a> la caratteristica peculiare della tecnica consiste proprio nella sua capacità di modificare l&#8217;essenza dell&#8217;uomo verso l&#8217;uniformità. La tecnica, che è il più appropriato strumento di dominio dell&#8217;Operaio, frantuma ogni tradizione e ogni valore e dunque anche ogni differenza di carattere schiettamente biologico. Allo stesso modo, è vero che chi non avesse la capacità di sfruttare positivamente la distruzione tecnica, sarebbe, nell&#8217;ottica di Jünger, destinato alla massificazione amorfa, in altri termini ad una modalità di vita probabilmente inferiore rispetto a quella incarnata dall&#8217;Operaio. Solo quest&#8217;ultimo, esperita la distruzione di tutti i valori e consapevole della potenza inumana della tecnica, rinasce come eroe della Forma e come protagonista del suo destino di dominio.</p>
<p style="text-align: justify;">21 Cfr., <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Martin Heidegger</a></span>, <em>L&#8217;epoca dell&#8217;immagine del mondo</em>, in id. <em>Sentieri interrotti</em>, trad. it., La Nuova Italia, Firenze 1968, p. 87. Secondo <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Heidegger</a></span>, dopo che l&#8217;uomo è divenuto sub-jectum issandosi a fondamento dell&#8217;essere e dunque a metro della verità, sapere significa dominare. <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Heidegger</a></span> confessa che il suo scritto del 1953 <em>La questione della tecnica </em>“deve alle descrizioni contenute nel Lavoratore un impulso durevole”. <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Martin Heidegger</a></span>, <em>La questione dell&#8217;Essere</em>, in Ernst Jünger-<span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Martin Heidegger</a></span>, <em>Oltre la linea</em>, cit., p. 118. In effetti, sia la strumentalizzazione del mondo attuata dalla ragione tecnica che il nesso profondo che fonde il darsi della verità col suo nichilistico ritrarsi sono, almeno in parte, tematiche già presenti ne <em>L&#8217;operaio</em>. (Cfr. <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Martin Heidegger</a></span>, <em>La questione della tecnica</em>, in <em>Saggi e discorsi</em>, trad. it., Mursia, Milano, 1976.). Adorno e Horkheimer, in <em>La dialettica dell&#8217;illuminismo</em>, scrivono che “l&#8217;illuminismo nel senso più ampio di pensiero in continuo progresso”- cioè non solo come illuminismo del secolo XVIII- “ha perseguito da sempre l&#8217;obbiettivo di togliere agli uomini la paura e di renderli padroni”. Max Horkheimer, Theodor Adorno, trad. it., <em>Dialettica dell&#8217;illuminismo</em>, Einaudi, Torino 1966, p. 11. La tecnica è “l&#8217;essenza” del sapere come potere”. Ivi, p. 12. Jünger anticipa questa analisi sul sapere moderno che ha la tecnica e la razionalità strumentale come essenza. I pensatori della Scuola di Francoforte però tendono a non considerare in senso positivo il potere catartico della strumentalizzazione della ragione e del sapere come dominio. Secondo Jünger invece, una volta constatata l&#8217;irreversibilità delle dinamiche descritte, non resta che viverle. Né per <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Heidegger</a></span> né per Jünger si può prescindere dall&#8217;essenza nichilistica della tecnica: è proprio esperendo il nichilismo che ci si incammina verso un suo eventuale superamento. Entrambi non condannano la tecnica in quanto ne giudicano necessario l&#8217;avvento. Sull&#8217;argomento cfr., Michela Nacci, <a title="Pensare la tecnica" href="http://www.libriefilm.com/pensare-la-tecnica-un-secolo-di-incomprensioni/9047"><em>Pensare la tecnica, un secolo di incomprensioni</em></a>, Laterza, Bari 2000, p. 44.</p>
<p style="text-align: justify;">22 Questo aspetto è stato acutamente evidenziato dal nazionalbolscevico Ernst Niekisch: “(&#8230;) La mobilitazione totale, di cui Jünger si fa banditore, è l&#8217;azione la quale raggiunge i propri estremi limiti, le punte più alte cui si possa attingere; essa pretende di porre tutto in marcia, non tollera più nulla in stato di riposo, donna, bambino, vegliardo che sia. Incita i lattanti ad arruolarsi, chiama le ragazze sotto le armi, dà fondo alle più segrete riserve; niente ne resta escluso, ogni angolo è frugato, l&#8217;ometto più mingherlino viene trascinato al fronte. E&#8217; il bagordo più sfrenato in cui si butta il nichilismo, quando gli è diventato quasi inevitabile dover finalmente fissare il proprio volto”. Ernst Niekisch, <em>Il regno dei demoni</em>, Feltrinelli, Milano 1959, pp. 117, 118. Niekisch descrive perfettamente la mobilitazione totale, ma tace sul fatto che, come più volte Jünger ripete, dietro al movimento si cela immobile la Forma.</p>
<p style="text-align: justify;">23 Ernst Jünger, <em>L&#8217;operaio</em>, cit., p. 115.</p>
<p style="text-align: justify;">24 Il lavoro non è interpretato come un fenomeno meramente sociale ed economico, né si ha la minima intenzione di porsi dalla parte degli operai sfruttati, che lavorano troppo. Viceversa, si tenta di introdurre il lavoro come un ideale, si tratta del lavoro come forma dell&#8217;uomo e, in un certo qual modo, come forma del mondo. Il mondo e l&#8217;uomo mutano la loro forma grazie al lavoro inteso come la missione propria dell&#8217;epoca moderna.</p>
<p style="text-align: justify;">25 Si sente l&#8217;influenza di Weber laddove si parla della ragione strumentale che finalizza ogni ente all&#8217;utile umano, al profitto e che favorisce il superamento disincantato di quella ascesi intramondana che era all&#8217;origine del capitalismo medesimo ( cfr., <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/max-weber" target="_blank">Max Weber</a></span>, <em>L&#8217;etica protestante e lo spirito del capitalismo</em>, trad. it., Rizzoli, Milano 1991, pp. 239, 240.) Ma, fa notare molto precisamente Herf, se “la critica della tecnica era moneta corrente nella cultura di Weimar”, “Ernst Jünger si distingueva, poiché sembrava accogliere positivamente il processo di strumentalizzazione degli esseri umani. Era come se Weber avesse accolto con gioia la prospettiva della gabbia di ferro”. Jeffrey Herf, <em>Il modernismo reazionario</em>, Il Mulino, Bologna 1988, p. 150. Per Jünger invero il fatto che la razionalità finalizzata al profitto si espanda in ogni settore della vita e che il lavoro si propaghi in ogni ambiente, non impedisce che l&#8217;Operaio possa, in un certo senso, tornare ad incarnare un&#8217;etica ascetica in cui non sia tanto importante il godimento di ciò che viene prodotto, quanto la dedizione totale al lavoro, dunque anche alla produzione. Egli cerca di dividere la missione del lavoro, funzionale al dominio della forma e alla nascita dell&#8217;Operaio (che non è un mero consumatore delle merci che produce), dall&#8217;etica utilitarista, propria del borghese che produce per raggiungere il suo isolato utile e piacere.</p>
<p style="text-align: justify;">26 “Essere e niente non si danno uno accanto all&#8217;altro, ma l&#8217;uno si adopera per l&#8217;altro, in una sorta di parentela di cui non abbiamo ancora pensato la pienezza essenziale”. <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Martin Heidegger</a></span>, <em>La questione dell&#8217;essere</em>, in Ernst Jünger, <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Martin Heidegger</a></span>, <em>Oltre la linea</em>, cit., p. 157.</p>
<p style="text-align: justify;">27 Ne <em>L&#8217;Operaio</em>, e in vari articoli che lo precedono (cfr., ad esempio, Ernst Jünger, <em>“Nazionalismo” e nazionalismo</em>, <em>Das Tagebuch</em>, 21 settembre 1929, in Ernst Jünger, <em>Scritti politici e di guerra 1919-1933</em>, trad. it., Libreria Editrice Goriziana, Gorizia 2005, p. 89.), Jünger loda alla stregua dei futuristi la velocità, la macchina, l&#8217;acciao, la violenza che genera distruzione, i paesaggi lunari e freddi tipici del mondo-officina, la guerra come fattore elementare attraverso cui poter esperire una nuova forma di esistenza rinvigorita dal pericolo e dalla morte. Il costante riferimento all&#8217;Ordine (all&#8217;Essere, all&#8217;Immobile) è stato invece interpretato come la differenza più profonda fra Jünger e i futuristi italiani. Secondo Fabio Vander ad esempio poiché “non può esservi calma dopo la tempesta della <em>Krisis</em>, se non come essere della tempesta ovvero essere del divenire, dialettica della differenza”, Jünger “deve rassegnarsi al “semplice dinamismo, attivismo”, deve considerarlo intranscendibile se rifiuta, come rifiuta, la prospettiva dialettica. Allora di fronte alla tragicità di Jünger, meglio il <em>divertissement </em>di Marinetti, che appunto della differenza assoluta non cercava trascendimento, salvezza”. Fabio Vander, <em>L&#8217;estetizzazione della politica, Il fascismo come anti-Italia</em>, Dedalo, Bari 2001, p. 55. Secondo Vander, Jünger, ma anche <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Heidegger</a></span>, poiché restii ad accettare la dialettica della differenza, non sarebbero stati in grado di sintetizzare l&#8217;Essere col Divenire, mentre Marinetti, non avendoci neppure provato, sarebbe stato più coerente. Constatata nel pensiero di Jünger la presenza della nozione “forte” di Forma, ma considerata pure la complicata correlazione che fonde il sensibile al sovrasensibile, non mi sento di ridurre la metafisica delle forme a un fallito tentativo di coniugare l&#8217;Essere col Divenire.</p>
<p style="text-align: justify;">28 “Agisci sempre in modo da trattare l&#8217;umanità, sia nella tua persona sia nella persona di ogni altro, sempre come un fine e mai soltanto come un mezzo”. Immanuel Kant, <em>Fondazione della metafisica dei costumi</em>, trad. it., Laterza, Bari 1992, p. 111. Cesare Cases scrive che “l&#8217;etica di Jünger si direbbe l&#8217;opposto dell&#8217;etica kantiana: l&#8217;uomo non vi è concepito come valore in sé, ma come “<a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbolo</a>”, come mezzo per raggiungere un determinato scopo, in cui si invera e che è in funzione di un&#8217;entità metafisica che si chiama volta per volta “idea”, “Forma”, “destino””. Casare Cases, <em>La fredda impronta della Forma, Arte, fisica e metafisica nell&#8217;opera di Ernst Jünger</em>, La Nuova Italia, Firenze 1997, p. 39.</p>
<p style="text-align: justify;">29 “E&#8217; l&#8217;immensa moltiplicazione delle produzioni di tutte le differenti attività, conseguente alla divisione del lavoro, che, nonostante la grande ineguaglianza nella proprietà, dà origine, in tutte le società evolute, a quell&#8217;universale benessere che si estende a raggiungere i ceti più bassi della popolazione. Si produce così una grande quantità di ogni bene, che ve n&#8217;è abbastanza da soddisfare l&#8217;infingardo e oppressivo sperpero del grande, al tempo stesso, da sopperire largamente ai bisogni dell&#8217;artigianto e del contadino. Ciascun uomo effettua una così grande quantità di quel lavoro che gli compete, che può anche produrre qualcosa per quelli che non lavorano affatto e, al tempo stesso, averne in tale quantità che gli è possibile, attraverso lo scambio di quanto gli rimane con i prodotti delle altre attività, di provvedersi di tutte le cose necessarie e utili di cui ha bisogno”. Adam Smith, <em>La ricchezza delle nazioni</em>, trad. it., Editori Riuniti, Roma 1969, p. 14. Anche Jünger crede nella necessità della divisione del lavoro, dunque nella specializzazione e nel nesso che lega questi processi alla complessiva crescita economica della nazione. Non crede invece che il solo mercato, come fosse una “mano invisibile”, possa essere in grado di determinare la ricchezza della nazione e, in definitiva, il benessere complessivo del popolo.</p>
<p style="text-align: justify;">30 L&#8217;avvicinamento della metafisica delle Forme alla metafisica della vita può essere pensato con cognizione di causa solo se accanto alle somiglianze si mettono in evidenza le profonde differenze. Fare alla stregua di Lukács della metafisica delle Forme un&#8217;enclave della filosofia della vita (cfr. György Lukács, trad. it., <em>La distruzione della ragione</em>, cit., p. 538.), può condurre a incasellare la prima nell&#8217;alveo dell&#8217;irrazionalismo e dunque può servire a ridurrre la complessa filosofia di Jünger a un sistema teso a criticare la ragione in quanto tale. Se Jünger concorda con filosofi come Simmel sull&#8217;importanza della vita intesa come un fiume da cui l&#8217;uomo trae i valori e in cui i valori fatalmente nel tempo sono riassorbiti, conferisce anche notevole importanza alla dimensione propriamente metafisica o meglio esattamente Trascendente. La Forma non è qualcosa che fuoriesce per caso dal divenire magmatico. Essa è eterna, immobile. Se non può essere paragonata all&#8217;idea platonica è solo perché, benché sia trascendente, la dinamica della sua e-sistenza si estrinseca come evento, ma l&#8217;essenza è e rimane atemporale. Questa atemporalità conferisce solidità all&#8217;impianto etico de <a title="L'Operaio" href="http://www.libriefilm.com/loperaio/301"><em>L&#8217;Operaio</em></a>. In questo senso, la riflessione di Jünger può essere avvicinata a quella dei pensatori della Tradizione, ad esempio ad <a title="Evola" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/julius-evola">Evola</a> e a <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/rene-guenon/">Guénon</a></span>. Infatti questi studiosi, riproponendo la metafisica della “Tradizione”, sostengono che l&#8217;uomo, per agire in conformità al proprio destino, debba incarnare principi assoluti e trascendenti, impersonali. L&#8217;uomo della Tradizione abbandona i propri desideri, il proprio utile e persegue un&#8217; attività sovraindividuale. La sua è un&#8217; “azione senza desiderio”, un “agire senza agire”. (Cfr. Julius Evola, <em>Cavalcare la Tigre</em>, cit., p. 68.). Anche l&#8217;Operaio agisce senza agire, nel senso che è Forma: non è lui ad agire, ma la Forma di cui è impronta. Da qui la preminenza in questo pensiero di concetti “forti” come quello di disciplina, di sacrificio, di eroismo. Il vitalismo mutuato da Nietzsche è dunque inquadrato in un sistema metafisico in cui valori tipicamente guerrieri, aristocratici, tradizionali trovano forza e, nell&#8217;intento di Jünger, imperitura conferma.</p>
<p style="text-align: justify;">31 Michela Nacci, <a href="http://www.libriefilm.com/pensare-la-tecnica-un-secolo-di-incomprensioni/9047"><em>Pensare la tecnica, Un secolo di incomprensioni</em></a>, cit., p. 61.</p>
<p style="text-align: justify;">32 Ernst Jünger, <em>La mobilitazione Totale</em>, in id., <em>Foglie e Pietre</em>, Adelphi, Milano 1997, p. 127.</p>
<p style="text-align: justify;">33 <em>Ibidem</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">34 Herf fa presente che la prima guerra mondiale era stata per i rivoluzionari conservatori “il palcoscenico su cui si riconciliavano le dicotomie centrali della modernità tedesca: <em>Kultur </em>e <em>Zivilisation</em>, <em>Gemeinschaft </em>e <em>Gesellschaft</em>”. Jeffrey Herf, <em>Il modernismo reazionario</em>, cit., p. 130. Diversamente da Spengler e da altri “intellettuali di destra” vicini all&#8217;“antimodernismo <em>völkisch</em>, Jünger proponeva di assorbire la macchina e la stessa metropoli nella <em>Kultur </em>tedesca, anziché respingere entrambi come prodotti di forze estranee”. <em>Ivi</em>, p. 133.</p>
<p style="text-align: justify;">35 Cfr., Ernst Jünger, <em>Scritti politici e di guerra</em>, Libreria Editrice Goriziana, Gorizia 2005.</p>
<p style="text-align: justify;">36 “Si vorrebbe riconoscere all&#8217;uomo, a piacere, la qualità di creatore o di vittima di questa stessa tecnica. L&#8217;uomo appare qui o un apprendista stregone, il quale evoca forze i cui effetti egli non sa dominare, o il creatore di un progresso ininterrotto che corre incontro a paradisi artificiali”. Ernst Jünger, <a title="L'operaio" href="http://www.libriefilm.com/loperaio/301"><em>L&#8217;operaio</em></a>, cit., p. 140.</p>
<p style="text-align: justify;">37 Armin Mohler fornisce una chiara spiegazione del contesto in cui sorge il concetto di “interregno”: “Attraverso la nuova esplosione di movimenti che si determina nel secolo XIX il Cristianesimo (…) si disgrega. Nella realtà politica, conformemente al principio di inerzia, continua ad esistere; tuttavia là dove si prendono le decisioni esso ha perso la sua posizione dominante e rimane, anche nelle sue tradizioni consolidate (Neotomismo e Teologia dialettica), solamente una forza tra le altre. Questo processo è accelerato ulteriormente dalla decomposizione dell&#8217;eredità del mondo antico, che aveva aiutato nel corso dei secoli il cristianesimo a raggiungere una forma propria. Gli elementi della realtà precedente sussistono ancora, ma, isolati e senza punti di riferimento, si muovono disordinatamente nello spazio. L&#8217;antica struttura dell&#8217;Occidente quale unità di mondo classico, cristianesimo e forze di nuovi popoli penetrati nella storia con le invasioni barbariche, è frantumata. Ci troviamo così in questo stato intermedio, in un “Interregnum”, da cui ogni espressione culturale è influenzata”. Armin Mohler, <em>La Rivoluzione Conservatrice in Germania 1919-1932, Una guida</em>, cit., pp. 22, 23.</p>
<p style="text-align: justify;">Il presente articolo è stato originariamente pubblicato in <em>Annali della Facoltà di Lettere e Filosofia dell&#8217;Università di Cagliari </em>- Nuova Serie &#8211; XXVII (VOL. LXIV) – 2009.</p>
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		<title>Gli ultimi trionfi del denaro e della macchina nella filosofia della storia di Oswald Spengler</title>
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		<pubDate>Wed, 29 Dec 2010 17:51:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Lamendola</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Secondo la concezione organicistica di Spengler ogni civiltà è equiparabile a un essere vivente che nasce, si sviluppa, decade (nella fase della «civilizzazione») e, da ultimo, muore]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/gli-ultimi-trionfi-del-denaro-e-della-macchina-nella-filosofia-della-storia-di-oswald-spengler.html' addthis:title='Gli ultimi trionfi del denaro e della macchina nella filosofia della storia di Oswald Spengler '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/rivoluzione-conservatrice.PNG" width="48" height="48" alt="" title="Rivoluzione conservatrice" /><br/><p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/il-tramonto-delloccidente-2/3546" target="_blank"><img class="alignright size-medium wp-image-6484" style="margin: 10px;" title="il-tramonto-dell-occidente" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/il-tramonto-dell-occidente1-192x300.jpg" alt="" width="192" height="300" /></a>Nato a Blankenburg, nel Magdeburgo, nel 1880 e morto a Monaco nel 1936 &#8211; in buon punto per evitare le conseguenze del suo rifiuto di approvare il violento antisemitismo del regime hitleriano -, Oswald Spengler è stato uno dei filosofi più discussi e controversi del XX secolo, suscitando fervidi entusiasmi e ripulse totali e irrevocabili. Per alcuni egli è stato il teorico del nazionalsocialismo, nella misura in cui &#8211; pur non aderendo formalmente ad esso &#8211; aveva sostenuto la necessità di instaurare un forte potere militare e affermato la superiorità della razza «bianca» e della preponderanza della Germania nel quadro politico mondiale. Altri hanno visto in lui il maggiore erede di Nietzsche, della sua fedeltà alla terra e della volontà di potenza, oltre che un continuatore del relativismo storicistico di Dilthey e, quindi, il legittimo continuatore della tradizione filosofica tedesca di fine Ottocento.</p>
<p style="text-align: justify;">La sua concezione organicistica delle civiltà, secondo la quale ogni civiltà è equiparabile a un essere vivente che nasce, si sviluppa, decade (nella fase della «civilizzazione») e, da ultimo, muore, apparve &#8211; ed era &#8211; una tipica forma di biologismo sociale, dominata com&#8217;era da una darwiniana <em>strength for life</em>, ove le civiltà vecchie e deboli devono cedere il passo a quelle giovani e forti. Concezione che a molti non piacque, e che tuttavia appariva fondata su cospicui elementi di realtà oggettiva, e che tanto più difficile sembrava smentire quanto più l&#8217;Autore dispiegava, per sostenerla, una immensa congerie di osservazioni tratte dalla musica, dall&#8217;architettura, dalla storia delle <a title="religioni" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religioni</a> e da quella dell&#8217;economia e della tecnica.</p>
<p style="text-align: justify;">Piacque, soprattutto ai Tedeschi, l&#8217;implicito machiavellismo sotteso a tutta l&#8217;opera: per cui, nelle convulsioni della disfatta al termine della prima guerra mondiale (<a title="Il tramonto dell'Occidente" href="http://www.libriefilm.com/il-tramonto-delloccidente-2/3546"><em>Il tramonto dell&#8217;Occidente</em></a> venne pubblicato tra il 1918 e il 1922, ossia negli anni più bui mai vissuti sino ad allora dalla Germania), era possibile intravedere una ripresa e, forse, persino una futura rivincita, a patto di sapere accettare il proprio destino e di percorrere sino in fondo la strada tracciata dalle presenti forze storiche, materiali non meno che spirituali.</p>
<p style="text-align: justify;">Otto, secondo Spengler, sono le civiltà che si sono succedute, dall&#8217;origine ad oggi, nel panorama della storia mondiale, sviluppando quei «cicli di cultura» i quali tendono a ripetersi con caratteristiche sostanzialmente analoghe, pur nella diversità delle situazioni specifiche. Esse sono state la babilonese, l&#8217;egiziana, la indiana, la cinese, la greco-romana (o «apollinea»), l&#8217;araba (o «magica»), quella dei Maya e, infine, l&#8217;occidentale (che Spengler definisce «faustiana»). Si sono avvicendante secondo una cadenza di circa mille anni, soggiacendo a leggi in tutto e per tutto simili a quelle degli organismi viventi e finendo per estinguersi e scomparire completamente &#8211; tranne la nostra, che è destinata, però, a concludersi come le altre.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/anni-della-decisione/8517" target="_blank"><img class="alignleft size-medium wp-image-6482" style="margin: 10px;" title="anni-della-decisione" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/anni-della-decisione1-180x300.jpg" alt="" width="180" height="300" /></a>Si suole affermare che qualcosa di una civiltà continua a permanere anche al di là di essa, ma è un errore. Ogni civiltà è destinata a una fine totale, che trascina con sé anche i valori da essa emanati; nessun valore può sopravvivere al di là della civiltà che lo ha prodotto. I valori sono deperibili, proprio come le civiltà; possono, semmai, essere sostituiti da altri valori, frutto di altre civiltà. Non esistono valori assoluti, così come non esistono verità assolute; ogni verità è relativa al contesto della civiltà che la pone e, esauritasi quest&#8217;ultima, anche il concetto di verità si sbriciola, si frantuma. La stessa idea di progresso, non è altro che una illusione.</p>
<p style="text-align: justify;">Quanto alla civiltà occidentale, essa è ormai quasi giunta al termine del proprio ciclo vitale e, quindi, alla successiva, inevitabile estinzione: non resta che prenderne atto e seguire il destino che ci si prepara, rinunciando alla chimera di poter tramandare valori imperituri o di poter mutare il corso della storia, bensì sfruttando l&#8217;ultimo guizzo di luce prima del crepuscolo.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma già si fa avanti la prossima civiltà, che prenderà il posto di quella occidentale: la civiltà russa, che dominerà a sua volta la scena della storia mondiale, finché non avrà esaurito il suo ciclo e scomparirà a sua volta.</p>
<p style="text-align: justify;">La civiltà occidentale, dunque, non ha nulla di speciale, in se stessa, perché si debba pensare che possa sfuggire al destino di tutte le altre civiltà. Anzi, essa è già entrata, e da tempo, nella fase della civilizzazione, caratterizzata dal gigantismo delle sue creazioni esteriori e dal progressivo esaurimento del suo spirito vitale, della sua «anima».</p>
<p style="text-align: justify;">D&#8217;altra parte, negli ultimi secoli della sua vicenda millenaria si è prodotto un evento finora sconosciuto alla storia dell&#8217;umanità: il sopravvento della tecnica, della macchina, sulla natura e sull&#8217;uomo stesso, che ne è divenuto lo schiavo. È nata una figura nuova, quella dell&#8217;ingegnere; che, molto più importante dell&#8217;imprenditore o dell&#8217;operaio dell&#8217;industria, tiene in mano i futuri sviluppi della civiltà occidentale. Ma il tempo di quest&#8217;ultima è ormai quasi compiuto; la fine è imminente. Si tratta soltanto di vedere se l&#8217;uomo occidentale saprà assecondare il movimento della storia, creando una nuova forma di potenza &#8211; quella del signore, che non si cura dei profitti personali come fa il mercante e che, a differenza di lui, mira ad instaurare una società basata sull&#8217;armonia generale e non sul vantaggio egoistico di pochi capitalisti.</p>
<p style="text-align: justify;">Questa posizione spiega l&#8217;atteggiamento di cauto interesse nei confronti del socialismo, inteso come principio etico più che come concreto movimento storico; e coniugato, d&#8217;altronde, con un forte elemento di tipo nazionalistico, sì da far pensare più al nazionalsocialismo che al comunismo sovietico. Ma forse, dopotutto, Spengler aveva la vista più lunga di quanto non sembrasse ai suoi detrattori e aveva intuito che, dietro le grandi differenze esteriori, nazismo e stalinismo avevano più cose in comune di quante non fossero disposti ad ammettere sia l&#8217;uno che l&#8217;altro. Per cui la sua profezia, che alla fine l&#8217;idea del denaro si sarebbe scontrata con l&#8217;idea del sangue; ossia che i valori mercantili sarebbero venuti a una resa dei conti con i valori aristocratici, conteneva elementi tutt&#8217;altro che peregrini; tanto è vero che molti intellettuali europei di destra &#8211; a cominciare da <a title="Julius Evola" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/julius-evola">Julius Evola</a>, traduttore dal tedesco de <a title="Il tramonto dell'Occidente" href="http://www.libriefilm.com/il-tramonto-delloccidente-2/3546"><em>Il tramonto dell&#8217;Occidente</em></a> nella nostra lingua &#8211; avrebbero visto nella seconda guerra mondiale, a torto o a ragione, precisamente questo tipo di scontro finale. E così la vide anche Berto Ricci, andato volontario a combattere (e a morire) in Libia contro gli Inglesi, lui sposato e padre di famiglia, nella speranza di vedere &#8211; come scrisse in una delle sue ultime lettere &#8211; il sorgere di un mondo un po&#8217; meno ingiusto, un po&#8217; meno ladro di quello allora esistente.</p>
<p style="text-align: justify;">Scriveva, dunque, Oswald Spengler nelle pagine conclusive de <a title="Il tramonto dell'Occidente" href="http://www.libriefilm.com/il-tramonto-delloccidente-2/3546"><em>Il tramonto dell&#8217;Occidente</em></a> (titolo originale: <em>Der Untergang des Abendlandes</em>, traduzione italiana di <a title="Julius Evola" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/julius-evola">Julius Evola</a>, Longanesi &amp;C., Milano, 1957, 1978, vol. 2, pp. 1.390-98):</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">…contemporaneamente al razionalismo, si giunge alla scoperta della macchina a vapore che sovverte tutto e trasforma dai fondamenti l&#8217;immagine dell&#8217;economia. Fino a allora la natura aveva avuto la parte di una coadiutrice; ora la si riduce a una schiava e il suo lavoro, quasi per scherno, lo si calcola secondo cavalli-vapore. Dalla forza muscolare del negro sfruttata nelle aziende organizzate, si passò alle riserve organiche della scorza terrestre dove l&#8217;energia vitale di millenni è immagazzinata sotto specie di carbone, e infine lo sguardo si è portato sulla natura inorganica, le cui forze idrauliche sono state già arruolate ad integrare quelle del carbone. Coi milioni e miliardi di cavalli-vapore la densità di popolazione raggiunge un livello che nessun&#8217;altra civiltà avrebbe mai ritenuto possibile. Questo aumento è conseguenza della macchina, la quale vuol essere servita e diretta, in cambio centuplicando le forze di ogni individuo. È con riferimento alla macchina che la vita umana va ora a rappresentare un valore. Il lavoro diviene la grande parola d&#8217;ordine del pensiero etico. Già nel diciottesimo secolo esso in tutte le lingue aveva perduto il suo significato negativo originario. La macchina lavora e costringe l&#8217;uomo a lavorare insieme ad essa. Tutta la civiltà è giunta ad un tale grado di attivismo, che sotto di esso la terra trema.</p>
<p style="text-align: justify;">E ciò che si è svolto nel corso di appena un secolo è uno spettacolo di una tale potenza, che l&#8217;uomo di una futura civiltà, di una civiltà con una anima diversa e con diverse passioni, avrà il sentimento che la stessa natura ne doveva esser stata scossa nel suo equilibrio. Anche in altri tempi la politica passò sopra città e popoli e l&#8217;economia umana incise profondamente sui destini del regno animale e vegetale; ma tutto ciò sfiorò appena la vita e di nuovo sparì. Invece questa tecnica lascerà le sue tracce anche quando tutto sarà dimenticato e sepolto. Questa passione faustiana ha trasformato l&#8217;imagine della superficie terrestre.</p>
<p style="text-align: justify;">Qui ha agito un impulso della vita a trascendere e ad innalzarsi che, intimamente affine a quello del gotico, al tempo dell&#8217;infanzia della macchina a vapore trovò espressione nel monologo del <a title="Faust" href="http://www.libriefilm.com/faust/8912"><em>Faust</em></a> di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/johann-wolfgang-goethe" target="_blank">Goethe</a></span>. L&#8217;anima ebbra vuol portarsi di là da spazio e tempo. Una indicibile nostalgia la attira verso lontananze sconfinate. Ci si vorrebbe staccare dalla terra, ci si vorrebbe perdere nell&#8217;infinito, si vorrebbero sciogliere i vincoli del corpo ed errare nello spazio cosmico fra le stelle. Ciò che all&#8217;inizio fu cercato dal fervido empito ascensionale di un San Bernardo, ciò che Grünewald e Rembrandt evocarono negli sfondi dei loro quadri e Beethoven negli accordi trasfigurati dei suoi ultimi quartetti, torna di nuovo nell&#8217;ebbrezza spirituale donde procede questa fitta serie di invenzioni. È così che si è formato un sistema fantastico di mezzi di comunicazione che ci fa attraversare interi continenti in pochi giorni, e ci porta con città galleggianti di là da ogni oceano, che trafora montagne e lancia convogli a velocità pazze nei labirinti delle ferrovie sotterranee; e dalla veccia macchina a vapore, da tempo esaurita nelle sue possibilità, si è passati ai motori a gas per infine staccarsi dalle vie e dalle rotaie ed elevarsi negli spazi. Così la parola parlata in un attimo può esser inviata oltre ogni mare; prorompe il piacere per <em>records </em>di ogni specie e per le dimensioni inaudite, ambienti giganteschi vengono costruiti per macchine titaniche, navi enormi e ponti ad incredibile gettata, costruzioni pazzesche che raggiungono le nubi, forze meravigliose incatenate in un punto in modo tale che basta la mano di un bambino per metterle in movimento, opere di cristallo e di acciaio che vibrano nel frastuono di ogni specie di meccanismi nelle quali, questo essere minuscolo, si muove come un signore assoluto sentendo finalmente sotto di sé la natura.</p>
<p style="text-align: justify;">E queste macchine nella loro forma sono sempre più disumanizzate, sempre più ascetiche, mistiche, esoteriche. Esse avvolgono la terra con una rete infinita di forze sottili, di correnti e di tensioni. Il loro coro si fa sempre più spirituale, sempre più chiuso. Queste ruote, questi cilindri, queste leve non parlano più. Ciò che in esse è più importante si ritira all&#8217;interno. La macchina è stata sentita come qualcosa di diabolico, e non a torto. Agli occhi del credente essa rappresenta la detronizzazione di Dio. Essa pone la causalità sacra nelle mani dell&#8217;uomo e questi la mette silenziosamente, irresistibilmente in moto con una specie di preveggente onnisapienza.</p>
<p style="text-align: justify;">Mai come oggi un microcosmo si è sentito superiore al macrocosmo. Oggi vediamo piccoli esseri viventi che con la loro forza spirituale hanno ridotto il non vivente a dipendere da loro. Nulla sembra eguagliare un simile trionfo che è riuscito ad un&#8217;unica civiltà e forse solo per la durata di qualche secolo.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma proprio per tal via l&#8217;uomo faustiano è divenuto schiavo della sua creazione. Nelle sue mosse così come nelle sue abitudini di vita egli sarà spinto dalla macchina in una direzione sulla quale non vi sarà più né sosta, né possibilità di tornare indietro. Il contadino, l&#8217;artigiano, perfino il commerciante appaiono d&#8217;un tratto insignificanti di fronte a tre figure cui lo sviluppo della macchina ha dato forma: l&#8217;imprenditore, l&#8217;ingegnere e l&#8217;operaio industriale. In questa civiltà, e in nessun&#8217;altra al di fuori di essa, da un piccolo ramo dell&#8217;artigianato, cioè dall&#8217;economia dei manufatti, si è sviluppato il possente albero che oscura ogni altra professione: il mondo economico dell&#8217;industria meccanica. E questo mondo costringe sia l&#8217;imprenditore che l&#8217;operaio industriale ad obbedirgli. Entrambi sono gli schiavi, non i signori della macchina che ora comincia a manifestare il suo occulto potere demonico. Ma se le attuali teorie socialistiche hanno solo voluto vedere il rendimento dell&#8217;operaio non avanzando che per il lavoro di questi le loro rivendicazioni, un tale lavoro è tuttavia reso possibile esclusivamente dall&#8217;attività decisiva e  sovrana dell&#8217;imprenditore. Il famoso detto del braccio possente che fa arrestare tutte le ruote è un errore. Per fermarle, non c&#8217;è bisogno di essere operai. Ma per tenerle in moto, non basta essere operai. È l&#8217;organizzazione, è il dirigente che costituisce il centro di tutto questo regno artificiale e complesso della macchina. Il pensiero, non il braccio, tiene insieme un tale regno. Ma proprio per questo, per mantenere in piedi siffatto edificio perennemente pericolante, una figura è ancor più importante della stessa energia di nature dominatrici in veste di imprenditori che fa scaturire da suolo intere città e che sa trasformare l&#8217;immagine del paesaggio &#8211; una figura, che nelle lotte politiche si è soliti dimenticare: l&#8217;ingegnere, sapiente sacerdote della macchina. Non sol il livello ma la stessa esistenza dell&#8217;industria dipendono dall&#8217;esistenza di centinaia di migliaia di menti qualificate e ben addestrate che dominano e fanno progredire incessantemente la tecnica.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;ingegnere è propriamente il silenzioso dominatore e il destino dell&#8217;industria meccanica. Il suo pensiero è come possibilità quel che la macchina è come realtà. Si è temuto, materialisticamente, l&#8217;esaurirsi dei giacimenti di carbone. Ma finché esisteranno degli scopritori di sentieri di un rango superiore pericoli di tal genere saranno inesistenti. Solo quando questo esercito di inventori, il cui lavoro intellettuale forma una interna unità con quello della macchina, non avrà più una posterità, l&#8217;industria, malgrado la presenza di imprenditori e di operai si spegnerà. Anche se la salute dell&#8217;anima dei migliori delle future generazioni venisse considerata più importante di tutta la potenza della terra e se per influenza di quella mistica e di quella metafisica che oggi stano soppiantando il razionalismo il sentimento del satanismo della macchina guadagnasse terreno in una <em>élite </em>spirituale sollecita di quella salute &#8211; sarebbe l&#8217;equivalente del passaggio da Ruggero Bacone a Bernardo di Chiaravalle &#8211; anche in questo caso nulla arresterà la conclusione di questo grande dramma dello spirito nel quale le forze materiali hanno solo una parte secondaria.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;industria occidentale ha sostato le vie già seguite dal commercio delle altre civiltà. Le correnti della vita economica si portano verso le sedi del «re carbone» e le aree ricche di materie prime; la natura viene saccheggiata, tutta la terra viene offerta in olocausto al pensiero faustiano sotto specie di energia. La terra che lavora è l&#8217;essenza della visione faustiana; nel contemplarla, muore il Faust della seconda parte. Del poema, nella quale il lavoro dell&#8217;imprenditore ha avuto la sua suprema trasfigurazione. È la suprema antitesi all&#8217;esistenza statica e sazia del periodo imperiale antico. L&#8217;ingegnere è il tipo più lontano dal pensiero giuridico romano ed egli otterrà che la sua economia abbia un proprio diritto: un diritto nel quale le forze e le opere prenderanno il posto delle persone e delle cose.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma non è meno titanico l&#8217;assalto sferrato dal danaro contro questa potenza spirituale. Anche l&#8217;industria è legata alla terra &#8211; come l&#8217;elemento contadino. Essa ha le sue sedi, i suoi impianti, le sue sorgenti di energia vincolate al suolo. Solo l&#8217;alta finanza è completamente libera, completamente inafferrabile. A partire dal 1789 le banche e quindi le Borse si sono sviluppate come una potenza autonoma grazie al bisogno di credito determinato dall&#8217;enorme incremento dell&#8217;industria e, come il danaro in tutte le civilizzazioni, questa potenza ora vuol essere l&#8217;unica potenza. L&#8217;antichissima lotta fra economia di produzione e economia di conquista prende ora le proporzioni di una lotta gigantesca e silenziosa di spiriti svolgentesi sul suolo delle città cosmopolite.</p>
<p style="text-align: justify;">È la lotta disperata del pensiero tecnico, il quale difende la sua libertà contro il pensiero in funzione di danaro.</p>
<p style="text-align: justify;">La dittatura del danari si consolida e si avvicina ad un apice naturale &#8211; ciò sta accadendo oggi nella civilizzazione faustiana come già è accaduto in ogni altra civilizzazione. Ed ora interviene qualcosa che può esser compreso solo da chi ha penetrato il significato essenziale del danaro faustiano. Se il danaro faustiano fosse qualcosa di tangibile, di concreto, la sua esistenza sarebbe eterna; ma poiché esso è una forma del pensiero, esso scomparirà non appena il mondo dell&#8217;economia sarà stato pensato a fondo: scomparirà per l&#8217;esaurirsi della materia che gli fa da substrato. Quel pensiero è già penetrato nella vita della campagna mobilitando il suolo; esso ha trasformato in senso affaristico ogni specie di mestiere; oggi esso penetra vittoriosamente nell&#8217;industria per mettere le mani sullo stesso lavoro produttivo dell&#8217;imprenditore, dell&#8217;ingegnere e dell&#8217;operaio. La macchina col suo seguito umano, la macchina, questa vera sovrana del secolo, è in procinto di soggiacere ad una più forte potenza. Ma questa sarà l&#8217;ultima delle vittorie che il danaro può riportare; dopo, comincerà l&#8217;ultima lotta, la lotta con la quale la civilizzazione conseguirà la sua forma conclusiva: la lotta tra danaro e sangue.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;avvento del cesarismo spezzerà la dittatura del danaro e della sua arma politica, la democrazia. Dopo un lungo trionfo dell&#8217;economia cosmopolita e dei suoi interessi sulla forza politica creatrice, l&#8217;aspetto politico della vita dimostrerà di essere, malgrado tutto, il più forte. La spada trionferà sul danaro, la volontà da signore piegherà di nuovo la volontà da predatore. Se designiamo come capitalismo le potenze del danaro e se per socialismo s&#8217;intende invece la volontà di dar vita a un forte ordinamento politico-economico di là da ogni interesse di classe, ad un sistema compenetrato da una preoccupazione aristocratica e da un sentimento di dovere che mantengano il tutto in una salda forma in vista della lotta decisiva della storia &#8211; allora lo scontro tra capitalismo e socialismo potrà significare anche quello fra danaro e diritto. Le potenze private dell&#8217;economia vogliono avere mani libere perla conquista delle grandi fortune. Non intendono che nessuna legge sbarri loro la via. Vogliono leggi che vadano nel loro interesse e per questo si servono dello strumento che esse stesse si sono create, della democrazia e dei partiti pagati. Per far fronte ad un tale assalto il diritto ha bisogno di una tradizione aristocratica, dell&#8217;ambizione di forti schiatte capaci di trovare la loro soddisfazione non nell&#8217;accumulazione delle ricchezze bensì nei compiti propri ad un&#8217;autentica razza di capi di là da ogni vantaggio procurato dal danaro. Una potenza può esser rovesciata solo da un&#8217;altra potenza, non da un principio; ma al di fuori della potenza del danaro non ve ne è un&#8217;altra, oltre a quella ora detta. Il danaro potrà essere spodestato e dominato soltanto dal sangue. La vita è la prima e l&#8217;ultima delle correnti cosmiche in forma microcosmica. Essa costituisce la realtà per eccellenza nel mondo considerato come storia. Di fronte all&#8217;irresistibile ritmo agente nella successione delle generazioni alla fine scompare tutto ciò che l&#8217;essere desto ha costruito nei suoi mondi dello spirito. Nella storia l&#8217;essenziale è sempre e soltanto la vita, la razza, il trionfo della volontà di potenza, non il trionfo delle verità, delle invenzioni o del danaro. La storia mondiale è il tribunale del mondo ed essa ha sempre riconosciuto il diritto della vita più forte, più piena, più sicura di sé: il suo diritto all&#8217;esistenza, non curandosi se ciò venga riconosciuto giusto o ingiusto dall&#8217;essere desto. La storia ha sempre sacrificato la verità e la giustizia alla potenza, alla razza, condannando a morte gli uomini e i popoli per i quali la verità è stata più importante dell&#8217;azione e la giustizia più essenziale della potenza. Così lo spettacolo offerto da una civiltà superiore, da questo meraviglioso mondo di divinità, di arti, di idee, di battaglie, di città, si chiude di nuovo con i fatti elementari del sangue eterno, che fa tutt&#8217;uno con l&#8217;onda cosmica in perenne circolazione. Come già il periodo imperiale cinese e quello romano ce l insegnano, l&#8217;essere desto con tutta la sua ricchezza delle sue forme è destinato a tornare silenziosamente al servizio dell&#8217;essere, della vita; il tempo trionferà dello spazio ed è esso che col suo corso inesorabile incanalerà col suo corso fuggevole, che sul nostro pianeta rappresenta la civiltà, in quell&#8217;altro accidente, che è l&#8217;uomo: forma nella quale l&#8217;accidente «vita» scorre per un certo periodo, mentre nel mondo illuminato che si apre al nostro sguardo appaiono, dietro a tutto ciò, gli orizzonti in moto della storia della terra e di quella degli astri.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma per noi, posti da un destino in questa civiltà e in questo punto del suo divenire in cui il danaro celebra i suoi ultimi trionfi e in cui il suo erede, il cesarismo, ormai avanza silenziosamente e irresistibilmente, è strettamente definita la direzione di quel che possiamo volere e che dobbiamo volere, a che valga la pena di vivere. A noi non è data la libertà di realizzare una cosa anziché l&#8217;altra. Noi ci troviamo invece di fronte all&#8217;alternativa di fare il necessario o di non poter fare nulla. Un compito posto dalla necessità storia sarà in ogni caso realizzato: o col concorso dei singoli o ad onta di essi.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Ducunt fata volentem, nolentem trahunt.</em></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/storicismo-e-storia-universale/8543" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-6481" style="margin: 10px;" title="storicismo-e-storia-universale" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/storicismo-e-storia-universale.jpg" alt="" width="200" height="285" /></a>Come ha osservato Domenico Conte (in <em>Introduzione a Spengler</em>, Laterza Editori, Bari, 1997, p. 30 sgg.), sono almeno tre le prospettive dalle quali Spengler osserva il movimento della storia universale.</p>
<p style="text-align: justify;">La prima è una dimensione &#8220;popolare&#8221;, che vede la contrapposizione pura e semplice fra mondo della natura e mondo della storia (ciò che riecheggia la distinzione diltheyana fra scienze della natura e scienze dello spirito: cfr. <a title="Francesco Lamendola" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/francesco-lamendola/">F. Lamendola</a>, <a title="Wilhelm Dilthey" href="http://www.centrostudilaruna.it/essenza-della-filosofia-e-coscienza-della-sua-storicita-nel-pensiero-di-wilhelm-dilthey.html"><em>Essenza della filosofia e coscienza della sua storicità nel pensiero di Wilhelm Dilthey</em></a>). Il mondo della natura è statico, quello della storia è dinamico; il mondo della natura è sottoposto a leggi regolari e costanti, quello della storia è unico e irripetibile.</p>
<p style="text-align: justify;">La seconda dimensione è, propriamente, quella della filosofia della storia, basata sulla concezione organicistica delle civiltà, che egli assimila a degli organismi viventi. È questo l&#8217;aspetto più noto della sua concezione filosofica, quello che ha destato maggiori consensi ma anche le critiche più pesanti, da parte di coloro i quali hanno evidenziato l&#8217;arbitrarietà di una analogia in senso stretto fra la vita degli organismi e la «vita» delle civiltà umane.</p>
<p style="text-align: justify;">La terza prospettiva, che potremmo definire metafisica, è quella che ruota intorno al concetto spengleriano di «anima» delle civiltà. È qui che il pensatore tedesco ha sviluppato la parte più originale delle sue riflessioni, istituendo complessi e vorticosi parallelismi fra gli elementi formali delle singole civiltà e spaziando, con tono ispirato e quasi da veggente, attraverso i campi più svariati dell&#8217;arte, della scienza e della tecnica. Ed è qui che ha dispiegato quel suo stile turgido e solenne, drammatico e affascinante, che gli ha conquistato la simpatia di tante schiere di lettori ma anche, inevitabilmente, la diffidenza o il disdegno di molti filosofi di più austera concezione, ivi compresi gli idealisti ideali e, segnatamente, Benedetto Croce.</p>
<p style="text-align: justify;">Quanto a noi, quello che più ci colpisce nella concezione della storia di Spengler è la brutalità, per così dire, ovvero la crudezza del suo vitalismo biologico. Unendo la volontà di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/arthur-schopenhauer" target="_blank">Schopenhauer</a></span> con la selezione naturale di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/charles-darwin" target="_blank">Darwin</a></span>, l&#8217;autore de <a title="Il tramonto dell'Occidente" href="http://www.libriefilm.com/il-tramonto-delloccidente-2/3546"><em>Il tramonto dell&#8217;Occidente</em></a> delinea un mondo della storia dominato da inesorabili leggi biologiche, ove tutto ciò che resta della libertà umana non è altro che la libertà di &#8220;scegliere&#8221; un destino tra segnato dalle forze della storia stessa, oppure di precipitare nell&#8217;impotenza più completa.</p>
<p style="text-align: justify;">Spengler, come si è visto, è estremamente esplicito a questo riguardo: nella storia l&#8217;essenziale è sempre e soltanto la vita, la razza, il trionfo della volontà di potenza, non il trionfo delle verità, delle invenzioni o del danaro. La storia mondiale è il tribunale del mondo ed essa ha sempre riconosciuto il diritto della vita più forte, più piena, più sicura di sé: il suo diritto all&#8217;esistenza, non curandosi se ciò venga riconosciuto giusto o ingiusto dall&#8217;essere desto. La storia ha sempre sacrificato la verità e la giustizia alla potenza, alla razza, condannando a morte gli uomini e i popoli per i quali la verità è stata più importante dell&#8217;azione e la giustizia più essenziale della potenza.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/albe-e-tramonti-deuropa-ernst-junger-e-oswald-spengler/5785" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-6483" style="margin: 10px;" title="albe-e-tramonti-deuropa" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/albe-e-tramonti-deuropa1.jpg" alt="" width="200" height="292" /></a>Questo è il dramma di una concezione della storia chiusa in sé stessa, opera di un essere umano gettato a caso nel mondo e destinato a sparire, come già sono scomparse tante altre forme di vita  prima di lui. Solo quando si dà per scontata la assoluta insignificanza dell&#8217;uomo in quanto persona unica e irripetibile, nonché la radicale immanenza della storia, si può giungere a proclamare, senza ombra di turbamento &#8220;sentimentale&#8221;, che la verità non ha alcuna importanza e che quello che conta è solo la potenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Peggio ancora, Spengler afferma &#8211; senza batter ciglio &#8211; che la storia è il tribunale del mondo, il che equivale ad innalzare la realtà effettuale al di sopra di tutto e implica, come logica conseguenza, l&#8217;adorazione dell&#8217;esistente, visto come l&#8217;affermazione, attraverso la lotta, di ciò che è migliore, nel senso di più forte. Si tratta di un tribunale che non riconosce valori o principi, ma solo dati di fatto; e che si inchina solo davanti a quelle forze storiche che sanno imporre, nietzscheanamente, una vita più piena e più sicura di sé, non una vita più giusta o più buona.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel clima di generale disorientamento intellettuale e morale dei primi decenni del Novecento, milioni di persone hanno fatto propria una tale filosofia della forza e si sono lasciate trascinare da capi politici che l&#8217;avevano adottato come loro credo incondizionato.</p>
<p style="text-align: justify;">Negli ultimi giorni della sua vita, quando i carri armati sovietici irrompevano già per le vie di una Berlino distrutta dai bombardamenti aerei, Hitler ebbe a riconoscere &#8211; assai a denti stretti &#8211; che i Russi, alla fine, si erano dimostrati più forti dei Tedeschi e che, quindi, meritavano di divenire i nuovi signori dell&#8217;Europa. Anche Mussolini, negli ultimi tempi della sua vita, si era più volte lamentato del fatto che gli Italiani non erano stati all&#8217;altezza del grande destino offertosi a portata delle loro possibilità e che, pertanto, avevano meritato pienamente la sconfitta.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma se la storia non è altro che un tribunale del mondo fondato sul diritto del più forte, bisogna sempre aspettarsi che la forza di oggi ceda, domani, davanti a una forza più grande o semplicemente più spregiudicata; il che equivale a fare della storia umana una giungla insanguinata, popolata di zanne e di artigli sempre protesi a ghermire la preda, lacerarla e massacrarla. Il tribunale assomiglia pericolosamente a un mattatoio, da cui si levano incessantemente muggiti di terrore e grida di dolore; un tribunale che sanziona il diritto della forza in luogo della forza del diritto.</p>
<p style="text-align: justify;">Se così fosse, vorrebbe dire che nessun progresso è stato compiuto dai tempi degli eroi omerici, trascinati in una spirale infinita di violenza per acquisire la gloria, che richiede sempre nuova violenza per conservare ed accrescere la gloria stessa: e ciò in un mondo ove tutti mirano allo stesso obiettivo, e ridotto, quindi, a un eterno, sanguinoso campo di battaglia di ciascuno contro tutti. Spengler, nemico dell&#8217;idea di progresso, non aveva alcuna difficoltà ad ammetterlo; ma noi, che pure non adoriamo l&#8217;idea (illuministica) del progresso, possiamo ammettere che la civiltà cui apparteniamo non abbia saputo minimamente elaborare l&#8217;insegnamento di quelle che l&#8217;hanno preceduta, per instaurare non già un mondo concreto di giustizia e armonia, ma almeno l&#8217;idea di una superiore giustizia e di una necessaria armonia?</p>
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		<title>Ernst Jünger. La civiltà come maschera</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Nov 2010 16:43:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Iacona</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/ernst-junger-la-civilta-come-maschera.html' addthis:title='Ernst Jünger. La civiltà come maschera '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/ernstjunger48x48.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Ernst Jünger" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/rivoluzione-conservatrice.PNG" width="48" height="48" alt="" title="Rivoluzione conservatrice" /><br/><p style="text-align: justify;">
<div id="attachment_6256" class="wp-caption alignright" style="width: 281px"><img class="size-full wp-image-6256" title="Ernst Jünger nel 1916 in divisa da tenente." src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/juenger-1918.jpg" alt="Ernst Jünger nel 1916 in divisa da tenente." width="271" height="421" /><p class="wp-caption-text">Ernst Jünger nel 1916 in divisa da tenente.</p></div>
<p style="text-align: justify;">La prima figura in ordine cronologico estrapolabile dai lavori giovanili di <a title="Ernst Junger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Ernst Jünger</a>, (ma probabilmente prima anche per importanza) è quella del soldato. Il combattente nella terra di nessuno, il giovane che in solitudine affronta con invidiabile coraggio le truppe e che osserva con lungimiranza l’affermarsi della guerra dei materiali, è già in grado di assumere una propria posizione ideologica che influenzerà parte della cultura tedesca negli anni a venire. Le azioni e le idee del giovane Ernst (qualunque significato assumano) costituiscono, in questi primi anni, un esempio che verrà trasmesso per mezzo delle opere scritte, alla gioventù tedesca e in particolare alle migliaia di reduci insoddisfatti. Tuttavia nello stesso periodo, agli scritti di guerra <a title="Junger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a> alternerà opere di carattere più marcatamente psicologico, e ciò fino agli inizi degli anni ‘30 quando dando alle stampe <a title="Der Arbeiter" href="http://www.libriefilm.com/loperaio/301"><em>Der Arbeiter</em></a>, concluderà oltre un decennio di studi e riflessioni. Nei paragrafi che seguono ci occuperemo di approfondire l’attività del grande scrittore negli anni del primo dopoguerra.</p>
<p style="text-align: justify;">A diciannove anni i sogni africani di <a title="Ernst Jünger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Ernst Jünger</a> sono arrivati dinanzi ad un bivio. «Il tempo dell’infanzia era finito» afferma il giovane Berger, alla fine dell’avventura nella Legione Straniera, si può rimanere, cominciare una vita borghese, fatta di agi, piccole e vecchie corruzioni, o si può continuare non fuggendo ma agendo, per soddisfare una incancellabile voglia di protagonismo e scacciare l’horror vacui della crisi. Forte di queste convinzioni, soltanto un cuore avventuroso avrà il coraggio di raggiungere il fronte, poiché è alla ricerca di uno stile di vita maledettamente non-borghese, di un antidoto alla insoddisfazione, di un ideale per cui battersi fino all’estinzione. Accadrà che nel corso della guerra, il fuoco causerà quattordici ferite al corpo del giovane Ernst, ma il pericolo stesso finirà col correggere l’acerba vitalità della recluta: la Grande guerra trasformerà il giovane tenente in un uomo, ne scolpirà il carattere, permetterà lo sviluppo di un pensiero audace.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/loperaio/301" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-6254" style="margin: 10px;" title="loperaio" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/loperaio.jpg" alt="" width="200" height="324" /></a>Nel dopoguerra <a title="Ernst Juenger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Ernst Jünger</a>, «soffre la pace» e l’inattività, decide di chiudersi in se stesso, e dopo l’elaborazione dei diari di guerra, «butta giù» numerose riflessioni in forma di schizzo che più tardi comporrà in volume, ama leggere gli scrittori «maledetti», autori dallo spirito fortemente irrequieto, poeti e narratori che sente «propri», è alla ricerca di qualcosa e «crede alla fine di trovarla nell’ascesa della politica tedesca a cui prenderà parte». Le riviste nazionaliste lo attraggono, sceglie l’opposizione alla borghesia e al liberalismo e agli inizi degli anni ‘30 pubblica due fra le più importanti opere  del primo periodo: <em>Die totale Mobilmachung</em> e <em><a title="L'Operaio" href="http://www.libriefilm.com/loperaio/301">Der Arbeiter</a> </em>ove sviluppa le proprie idee frutto degli anni di riflessione e studio. Si tratta di opere che indagano la realtà con sguardo fermo, a volte spinto agli eccessi, ma guidato dall’onestà intransigente dell’ex combattente.</p>
<p style="text-align: justify;">In tutto il primo periodo, <a title="Juenger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger </a>dimostra di poter abbracciare, grazie ad una scrittura facile e dal contenuto sempre «a fuoco», vari temi: è passato, via via, dai resoconti di guerra, alle riflessioni psicologiche e biografiche per approdare infine, negli anni ‘30, al saggio teorico «impersonale». È agevole notare una natura di scrittore «poco regolata», desiderosa di espressione continua per mezzo di forme diverse e in grado di soddisfare una varietà di esigenze mai fissate a priori. Se la guerra lo ha costruito come uomo, il dopoguerra lo costruisce come scrittore, la scrittura viene utilizzata (secondo alcuni critici, in modo assolutamente inconscio) per superare le crisi del combattente e del reduce e le conseguenze psicologiche ad esse legate. Tuttavia se volessimo tentare una lettura organica degli scritti di cui si è detto, si rende opportuna la ricerca di un <em>leitmotiv </em>che percorra tutta l’opera jüngeriana, costituendone, per così dire, una spina dorsale ideale. Date le premesse, questo tentativo facilita la costruzione di basi idonee a liberare il pensiero di <a title="Ernst Juenger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Ernst Jünger</a> da quell’indeterminatezza che alcuni hanno evidenziato, accostandolo ad un tempo ad un ben individuato filone intellettuale e politico.</p>
<p style="text-align: justify;">Per Marcel Decombis la ricerca di un solido punto di vista ha, in <a title="Juenger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Ernst Jünger</a> (malgrado la mancanza di uno specifico metodo) «principi assolutamente fissi», postulati da una forza eminentemente rivoluzionaria; vale a dire lo scrittore manifesta nelle proprie opere una volontà di rottura dello <em>status quo </em>coerentemente sostenuta da un atteggiamento negazionista. D’altro canto, <a title="Juenger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a> non può essere annoverato tra i pensatori nihilisti: egli manterrebbe infatti un atteggiamento perennemente  (anche se simbolicamente) positivo. Affrontando ogni difficoltà ma mai certo della propria sopravvivenza egli ha dimostrato di intendere l’esistenza, descritta prevalentemente nelle forme del diario-romanzo, nei termini di una vita che nasce dalla morte. Questo capovolgimento dottrinario della natura, già utilizzato da Hölderlin ma presente anche in Wagner e Nietzsche, rappresenta un omaggio sia alla viva forza come sostantivo imperituro, sia alla mortalità generatrice come presupposto di un’idea di immortalità. «Penetrato da questa convinzione, <a title="Juenger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a>, chiede [...]che si faccia <em>tabula rasa </em>del passato, prima di porre le basi del futuro». Pertanto le durissime, tragiche prove contenute in ogni esistenza, servono soltanto da prologo al compiersi di uno spirito rigeneratore: guerra, caos, anarchia, non possono che rafforzare la volontà di ciò che è già forte, «la distruzione [non può che avere] un effetto creativo». Riassumendo: le crisi degli anni ‘20 conducono all’elaborazione di opere distruttive, prima di crudo realismo, poi di opposizione interiore, la rigenerazione si rivela nell’opera politica degli anni ‘30, quando tutte le difficoltà precedenti assumono la forma di una nuova dottrina.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/boschetto-125/436" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-6252" style="margin: 10px;" title="boschetto-125" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/boschetto-125.jpg" alt="" width="200" height="333" /></a>Sulla scorta di quanto ha scritto Langenbucher, si può operare un’importante distinzione tra i grandi artisti che presero parte alla guerra nel 1914. Alcuni come George, al momento dello scoppio del conflitto erano adulti, con una personalità formata in pieno e dunque «già carichi di pregiudizi»; altri, <a title="Juenger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a> fra questi, erano giovanissimi e molto più adatti a descrivere la nuova esperienza di cui erano così intensamente partecipi; questi ultimi saranno pronti a narrare i trascorsi avvenimenti con una «purezza di intenzioni» che caratterizzerà in modo netto l’intreccio narrativo di numerosissime  opere.</p>
<p style="text-align: justify;">Sebbene di diari di guerra, dotati di crudo e visibile realismo, la <a title="letteratura" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/letteratura">letteratura</a> del primo dopoguerra abbondi, l’opera di <a title="Juenger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a> «è unica nel suo spirito». Decombis individua in essa uno spirito ricco di certezze; i diari jüngeriani sono memorie «spogliate di ogni carattere soggettivo al punto da apparire come dei semplici documenti». <em>In Stahlgewittern </em>è un libro contenente un’elencazione di fatti, spesso identici, che si susseguono nella loro concreta monotonia, è un’opera senza censure, o convenienti omissioni che presenta pagina dopo pagina, un freddo spettacolo di estinzione ed un dietro le quinte fatto di snervante attesa. È il libro che riassume quattro anni di guerra. <em><a title="Il Boschetto 125" href="http://www.libriefilm.com/boschetto-125/436">Das Wäldchen 125</a> </em>mostra invece un particolare essenziale della lunga esperienza del fronte: la difesa di una postazione di prima linea, è un episodio che in sé riassume la violenza degli attacchi e dei contrattacchi. <em>Feuer und Blut </em>è la narrazione di un giorno al fronte: la controffensiva tedesca del 21 marzo 1918 (evento che <a title="Juenger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a> non dimenticherà mai); il soggetto è, dunque, ancora una volta la Grande guerra.</p>
<p style="text-align: justify;"><em><a href="http://www.libriefilm.com/il-tenente-sturm/428" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-6253" style="margin: 10px;" title="il-tenente-sturm" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/il-tenente-sturm.jpg" alt="" width="200" height="334" /></a>Der Kampf als inneres Erlebnis</em>, può essere considerato un ponte tra le opere narrative di cui si è testé detto ed i lavori successivi. Si apre con essa il periodo di grande riflessione ed elaborazione intellettuale dell’esperienza vissuta. In quest’opera lo scrittore di Heidelberg riflette sul bisogno psicologico di uccidere e sulla distruzione come legge «essenziale» della natura; ma le azioni dell’uomo qui assumono il valore di «flagello necessario» che alimenta un salutare spirito di rinascita. La guerra è «il più potente incontro tra i popoli», ogni principio tra le genti si è affermato attraverso la guerra, essa viene accettata (così come non viene rimosso il ricordo di quattro anni di trincea) perché inevitabile, ed anzi l’accettazione è legata intimamente allo studio delle tecniche di offesa. Una procedura indispensabile per «non rimanere vittima dell’evento», affrontarlo senza soccombere, e dare un’idea di cosa la guerra sia e quale sforzo straordinario il combatterla comporti.</p>
<p style="text-align: justify;">Dunque, a ben vedere, la scelta dello scrittore è di non cantare le lodi della guerra in modo dissennato, bensì di rappresentarla con totalizzante realismo, tentando di ricercarne «un’anima» che possa superare l’emergere delle contraddizioni che la ragione stenta a spiegare. Così egli ha registrato la <em>Materialschlacht</em>, ha convissuto per anni con l’assoluta impotenza del soldato in trincea, ed andando alla ricerca di un proprio «ruolo da protagonista», ha inteso dare alla materialità proprie regole e confini. <a title="Juenger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a> accetta la guerra tecnologica («il regno della macchina dinnanzi alla quale il soldato deve annullarsi [...]»), non c’è rimpianto per un passato fatto di eroismi, non c’è insoddisfazione per un presente ove le virtù eroiche non trovano posto; egli ricerca un ordine, un equilibrio tra uomo e macchina, consapevole del ruolo di assoluta importanza che la tecnica occupa, anzi rivolgendo la massima attenzione a quest’ultima, prevedendo già che nuovi comportamenti e nuove mansioni attenderanno l’uomo «prigioniero» della tecnica. Scopriamo cosi uno <a title="Juenger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a> materialista che si «sforza di respingere tutte le illusioni dello spirito al fine di ritrovare il linguaggio dei fatti». Tuttavia l’uomo vuole restare «superiore» alla forza potenzialmente distruttiva della tecnica, egli può allora utilizzare quest’ultima come medium per «riaffermare la potenza dell’essere»; così il materialismo, che allontana dalla volontà dello scrittore qualunque superstizione idealista, diviene materia per operare personalissimi adattamenti: la realtà bellica si tramuta in evento estetico ove l’eroismo del singolo convive, in una continua ricerca d’armonia, con lo «strapotere» delle macchine. E poiché <em>Die Maschine ist die in Stahl gegossene Intelligenz eines Volkes, </em>le diverse forze della modernità amano procedere parallelamente.</p>
<p style="text-align: justify;"><em><a title="In Stahlgewittern" href="http://www.libriefilm.com/nelle-tempeste-dacciaio/2857"></a><a href="http://www.libriefilm.com/nelle-tempeste-dacciaio/2857" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-6229" style="margin: 10px;" title="nelle-tempeste-dacciaio" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/nelle-tempeste-dacciaio.jpg" alt="" width="200" height="313" /></a>In Stahlgewittern </em>è un diario-romanzo pubblicato due anni dopo la fine della grande guerra. Come si è detto, costituisce la non breve <em>ouverture </em>di oltre ottant’anni di continua produzione letteraria; per anni la critica, a causa dei contenuti e delle intenzioni del giovane autore, la etichetterà come l’opera principe dell’anti-Remarque della cultura europea. Protagonista unico del libro è il Soldato-Jünger che sconosce le decisioni prese dai superiori e soprattutto le motivazioni di largo respiro strategico delle azioni intraprese. La guerra viene rappresentata in modo parziale attraverso gli occhi del protagonista, l’opera descrive dunque soltanto l’evento in quanto evento e non fatto storico che porta con sé, innumerevoli risvolti e significati. Kaempfer vi ha scorto una lettura degli eventi bellici di comodo, data cioè una tesi aprioristica, l’intreccio narrativo si svilupperebbe con l’intento unico di confermarla, omettendo i dati che con essa contrasterebbero. D’altra parte Prümm ha visto in questo approccio un filo conduttore dell’opera jüngeriana: l’accettazione della realtà in quanto oggetto «che si sviluppa indipendentemente dal singolo individuo». Di conseguenza secondo alcune tesi abbastanza diffuse, vero protagonista dell’opera non si rivelerebbe il soggetto scrivente, bensì un oggetto:</p>
<p style="text-align: justify;">-L’immagine dei corpi straziati, vale a dire la cruda realtà dei morti giacenti sulla superficie delle campagne.</p>
<p style="text-align: justify;">Ovvero uno <em>spirito-guida</em>:</p>
<p style="text-align: justify;">-Il respiro della battaglia che aleggia intorno alle truppe.</p>
<p style="text-align: justify;">In proposito, scrive <a title="Juenger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a>:</p>
<blockquote style="text-align: justify;"><p>«Cresciuti in tempi di sicurezza e tranquillità tutti sentivamo l’irresistibile attrattiva dell’incognito, il fascino dei grandi pericoli [...] la guerra ci avrebbe offerto grandezza, forza, dignità. Essa ci appariva azione da veri uomini [...]» Accenti forti, espressi anni prima in terra francese anche da F.T. Marinetti, accenti forti ma così poco inusuali nella storia delle moderne nazioni. Pertanto <a title="Tempeste d'acciaio" href="http://www.libriefilm.com/nelle-tempeste-dacciaio/2857"><em>In Stahlgewittern</em></a>, concesse al lettore poche battute iniziali, mostra senza perifrasi, le vere conseguenze dei conflitti moderni: primo inverno di guerra, Champagne, villaggio di Orainville, un bombardamento, tredici vittime, una strada arrossata da larghe chiazze di sangue e la morte violenta che rimescola i colori della natura. Segue il  terribile resoconto di una forzata convivenza con la morte e con le azioni di belliche, ove «l’orrore della guerra viene estetizzato in incantesimo demonico e trasfigurato in veicolo estetico di accesso ad una sfera superiore [...]».</p></blockquote>
<p style="text-align: justify;">La vita comincia al crepuscolo in trincea e continua nelle buche scavate nel calcare e coperte di sterco. Si combatte una guerra di posizione che richiede un davvero difficile eroismo tanto da lasciare poco spazio alle illusioni: l’importante non è la potenza o la solidità delle trincee, ma il coraggio e l’efficienza degli uomini che le occupano. Bohrer sostiene che la rappresentazione dell’orrore in <a title="Ernst Juenger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Ernst Jünger</a>, serve a fornire della guerra una «immagine critica», vale a dire l’estetizzazione della stessa sarebbe il solo metodo in grado di darne un’idea reale. D’altro canto, la realtà medesima della guerra diviene realtà «superiore» poiché ogni valore e modello tradizionale è stato da lungo tempo dimenticato.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/tecnica-lavoro-e-resistenza/4499" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-6255" style="margin: 10px;" title="tecnica-lavoro-resistenza" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/tecnica-lavoro-resistenza1.jpg" alt="" width="200" height="297" /></a>La scoperta della battaglia dei materiali è l’evento cardine nel processo di formazione delle idee jüngeriane: il valore individuale è annullato dallo strapotere della tecnica. La meccanizzazione della guerra e le conseguenze che ne discendono, sono comprese dal Soldato in tutta la loro forza epocale. È la controffensiva inglese sulla Somme  a segnare la fine di un primo periodo di guerra e l’esordio di un nuovo tipo. Questo registra le battaglie dei materiali e subentra col suo gigantesco spiegamento di mezzi, al «tentativo di vincere la guerra con battaglie condotte alla vecchia maniera, tentativo inesorabilmente finito nella snervante guerra di posizione». Già Spengler aveva capito come il valore e il ruolo dell’individuo sarebbero stati ridotti dall’andamento della guerra moderna; ma dalla sua prospettiva <a title="Juenger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a> continua ad insistere sulle capacità del soldato, sforzandosi di dare ai compiti del combattente un accento da molti considerato irresponsabile. Tuttavia l’ideale eroico prussiano che <a title="Junger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a> manifesta nel suo diario, sconta anch’esso una lettura di tipo “psicanalitico”. Si tratterebbe, a parere di alcuni, di un tentativo di fuga dal mondo reale, ove il Soldato è costretto ad affrontare gli echi del destino simboleggiati dal <em>Trommelfeuer</em>. L’eroismo diviene la necessità o il calcolo razionale di chi ha pochissimo spazio per combattere una propria guerra, e finisce col dissimulare azioni e comportamenti necessari dettati da tempi meccanici fuori da ogni controllo.</p>
<p style="text-align: justify;">In tutto il resoconto c’è un’impronta magico-fiabesca, una coincidenza degli opposti, che unisce all’esplosione di forze elementari una continua ricerca della quiete cosmica: la battaglia viene sovente destorizzata e calata in una superficie mitica, al di sotto della quale la scrittura jüngeriana edifica possenti colonne, così si legge infatti: «La guerra aveva dato a questo paesaggio [davanti al canale di Saint Quentin] un’impronta eroica e malinconica». In mezzo ai colori della natura «anche un’anima semplice sente che la sua vita assume una profonda sicurezza e che la sua morte non è la fine».</p>
<p style="text-align: justify;">Il tentativo di esorcizzare la guerra, minimizzando gli eventi tragici e costruendo a propria difesa un mondo magico, condurrebbe in tal modo <a title="Junger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a> alla creazione di figure irreali, è questo il caso dell’immagine classica dell’eroe immortale, immerso nella contemplazione di una natura amica. D’altra parte anche l’amatissima <a title="letteratura" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/letteratura">letteratura</a> apparirebbe, e non di rado, come incredibile via di fuga. Scrive <a title="Junger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a>, durante un assalto:</p>
<blockquote style="text-align: justify;"><p>«L’elmetto calato sulla fronte, mordevo il cannello della pipa, fissando la strada, dove le pietre lanciavano scintille all’urto con le schegge di ferro; tentai con successo di farmi filosoficamente coraggio. Stranissimi pensieri mi venivano alla mente. Mi preoccupai di un romanzo francese da quattro soldi, <em>Le vautour de la Sierra</em>, che mi era capitato fra le mani a Cambrai. Mormorai più volte una frase dell’Ariosto: “Una grande anima non ha timore della morte, in qualunque istante arrivi, purché sia gloriosa!” Ciò mi dava una specie di gradevole ebbrezza, simile a quella che si prova volando sull’altalena al luna park. Quando gli scoppi lasciarono un po&#8217; in pace i nostri orecchi, udii accanto a me risuonare le note di una bella canzone: la Balena nera ad Ascalona; pensai tra me che il mio amico Kius era impazzito. A ciascuno il suo <em>spleen</em>».</p></blockquote>
<p style="text-align: justify;">La guerra diventa strumento di intima e eterna vittoria, epifania dell’arte. L’uomo <a title="Junger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a>, traghetta il guerriero in un <em>kunstwald</em>: i pensieri fanno da sfondo ad una tragedia che conosce un’eroica, ma mai sinistra, tristezza. Repentinamente lo sguardo indagatore si affaccia a scrutare gli abissi della guerra ove la passione umana trascolora all’urto di invincibili forze ctonie, leggiamo: «È una sensazione terribile quella che vi si insinua nell’animo quando vi trovate ad attraversare, in piena notte, una posizione sconosciuta, anche se il fuoco non è particolarmente nutrito; l’occhio e l’orecchio del soldato tra le pareti minacciose della trincea sono messe in allarme dai fatti più insignificanti: tutto è freddo e repellente come in un mondo maledetto». Il mondo maledetto è forse soltanto l’arena della tecnica e delle tecniche di guerra? Osservato dalla trincea, il <em>Welt </em>jüngeriano assume i contorni della fabbrica. Compiuto da schiavi-stregoni, l’apprendistato diventa giorno dopo giorno, utilizzo produttivo della paura: la fusione dei materiali in forze onnipotenti.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/scritti-politici-e-di-guerra-1919-1933-vol-3-1929-1933/8815" target="_blank"><img class="size-full wp-image-6251 alignright" style="margin: 10px;" title="scritti-politici-3" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/scritti-politici-3.jpg" alt="" width="200" height="299" /></a>Lo spirito-guida, la battaglia che non concede vere soste, non cessa di essere protagonista: quando nei primi mesi del 1918, si parla di una immensa offensiva sull’intero fronte occidentale, annota <a title="Juenger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a>: «La battaglia finale, l’ultimo assalto sembravano ormai arrivati, lì si gettava sulla bilancia il destino di due interi popoli; si decideva l’avvenire del mondo». La micro-storia di alcuni villaggi di confine, assurge a Macro-storia, la tragedia a <em>Schicksal </em>di un’epoca. Decisione e azione si trasmutano nel faro ideologico degli anni a venire. La guerra indagata con sguardo lungimirante sarà prologo e continuazione di una ventennale politica europea. In definitiva: le aspre reazioni emotive (i «lati oscuri» jüngeriani) emerse dall’animo umano quali effetti avranno sulla ripresa della quotidianità nel dopoguerra? La «rivincita del brutale sul sentimentale» come ha scritto Decombis, quali effetti avrà sugli anni a venire? L’idea che rimane è che la guerra abbia riscoperto ciò che persiste immutabile nell’animo umano: gli istinti primitivi, allo stesso modo il fuoco ha rimosso quella sottile vernice che ricopriva il fondo della natura umana. Nel corso di quattro indimenticabili anni essa ha strappato la maschera della civiltà permettendo all’uomo di apparire nella sua armonica totalità.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/ernst-junger-la-civilta-come-maschera.html' addthis:title='Ernst Jünger. La civiltà come maschera ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<pubDate>Thu, 01 Jul 2010 16:01:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Leonello Rimbotti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La saldatura tra Usura e Umanitarismo universalista, all’origine del pensiero unico, ha portato come conseguenza l’esaurirsi di ogni prospettiva di opposizione al sistema di nichilismo integrale che ci governa]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/volonta-di-potenza.html' addthis:title='Volontà di potenza '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/centrostudilaruna48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Centro Studi La Runa online" /><br/><p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/identita-e-differenza/6145" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-5309" style="margin: 10px;" title="identita-differenza" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/identita-differenza.jpeg" alt="" width="200" height="335" /></a>Il fronte ideologico che nel secolo XX ha combattuto la pratica distruttiva della tecnica moderna, ormai da qualche decennio non esiste più. La saldatura tra Usura e Umanitarismo universalista, all’origine del pensiero unico, ha portato come conseguenza l’esaurirsi di ogni prospettiva di opposizione al sistema di nichilismo integrale che ci governa.</p>
<p style="text-align: justify;">E dire che, almeno dai tempi di Nietzsche, qui da noi, in Europa, si era giunti a una precoce diagnosi circa le perversioni della modernità. Ed era sorto alla fine un movimento complesso, in grado di generare anticorpi efficaci sotto tutti gli aspetti: da quello filosofico a quello esistenziale, da quello politico a quello dei valori sociali, immaginali e di legame popolare. Se la rivoluzione nietzscheana era consistita soprattutto nella scoperta dello spirito rovinoso del Moderno, non pochi erano stati coloro che, su quella scia, si erano gettati a recuperare l’arcaico, per volgerlo in modernissimo strumento anti-moderno. Basta pensare che, nel cuore della lotta al nichilismo, noi troviamo alcuni dei maggiori teorici della rivolta militante, totalitaria e radicale: da Klages a <a title="Ernst Jünger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a>, da Bertram a Spengler a Baeumler fino a <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Heidegger</a></span>&#8230; e secondo alcuni fino a Rosenberg&#8230; ma possiamo metterci senz’altro anche Marinetti&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">Si tratta di questo: se il nichilismo moderno veicola un potere tecnologico privo d’anima e pervertito, che non riconosce il superiore dall’inferiore e che conduce al disumano, allora occorrerà sviluppare un nichilismo ancora maggiore, ancora più oltranzista, ma di segno positivo, costruttivo e super-umano&#8230; al fondo del quale si avrà il rovesciamento dei sottovalori cristiano-umanitario-egualitaristi e il raddrizzamento dell’essere secondo la parola originaria. Oltrepassamento, insomma, dell’uomo borghese pregno di mediocrità, elaborazione dell’individuo differenziato, elevazione della comunità eroica che domina la tecnica, restaura gli arcaismi delle gerarchie del valore e instaura il potere che vige in natura. La “filosofia della crisi” non fece, in effetti, che produrre una <em>Lebensphilosophie</em>, una filosofia neopagana della vita e della rivendicazione del sacro che è nel <em>bios</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/eraclito/7489" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-5308" style="margin: 10px;" title="eraclito" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/eraclito.jpeg" alt="" width="200" height="314" /></a>Conosciamo, lungo questa strada, qual’è stato il senso del cammino indicato da <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Heidegger</a></span>. Il filosofo arcaico che parlava i linguaggi del boscaiolo con la lama etimologica di un Eraclito moderno lo disse più volte e ben chiaro: il nichilismo che sta affogando la nostra civiltà non va tanto condannato, quanto lucidamente diagnosticato. Esso, a ben guardare, nasconde la potenza di un progetto che va nel senso profetizzato da Nietzsche: una nuova umanità, un nuovo tipo di uomo – ma un uomo legato al valore e radicato al suo suolo – deve imporsi per far compiere alla storia il suo ultimo balzo possibile. Per vedere ciò che solitamente viene soltanto guardato, occorre un nuovissimo sguardo pre-socratico. Non contro, ma oltre il nulla.</p>
<p style="text-align: justify;">Un piccolo, ma prezioso libro di Guillaume Faye, <em>Per farla finita col nichilismo</em> (Società Editrice Barbarossa), giunge a proposito per rammentare a noi, sfibrati testimoni dell’assurdo quotidiano, quanto profondo sia il bacino di infusione in cui si formarono le più acuminate idee europee di rivolta contro il mondo moderno. <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Heidegger</a></span>, in questo senso, è stato un vertice.</p>
<p style="text-align: justify;">Come si sa, il pensatore della Foresta Nera giudicò che l’annunzio di Nietzsche sulla morte di Dio concluse la metafisica occidentale, aprendo nuovi spazi al possibile. Quello che si crea nel momento in cui irrompe la perdita dei valori è una volontà sovrumanista di superamento e insieme di restaurazione. Dice Faye che <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Heidegger</a></span> «si impegna sui sentieri del dopo-nichilismo» proponendo di «ristabilire un “vincolo etico” tra l’essere umano preso nella sua essenza e il suo mondo, non più secondo i principi d’ordine universale». Infatti: l’etica volontarista che dovrà agire sull’ignoto terreno della post-modernità sarà rappresentata da forme vitali non assolute, ma relative. <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Heidegger</a></span> condannò la tirannia dell’umanitarismo nato dalla rottura giudeo-cristiana tra uomo e natura. Certe dispotiche trascendenze, secondo lui, avevano teso trappole e inganni, facendo dimenticare all’uomo la propria identità particolare.</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco perché, dovendo agire in questa vita per questo uomo, la filosofia dell’avvenire pensa la volontà di potenza come faccenda di questo mondo: la mano del Superuomo sulla tecnica. Anziché rimanere schiavi di una tecnica profana e mercantile, <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Heidegger</a></span> propone di concepire un dominio dell’uomo cosciente e creatore sul potere della materia. Come l’antico artigiano, l’artiere, l’<em>homo faber</em>, univano la techne al <em>logos </em>e al <em>mythos</em>, così &#8211; pensa <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Heidegger</a></span> &#8211; si dovrà riallacciare l’arcaico nesso tra volontà e potenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma dove trovare l’uomo giusto, la giusta volontà atta a scardinare il nichilismo debole del mondo attuale? «Sarà – risponde Faye parafrasando <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Heidegger</a></span> – dove risiede il più alto nichilismo&#8230; ma sino al punto in cui si dà la possibilità di distruggerlo: nel regno scientifico della potenza tecnica».</p>
<p style="text-align: justify;">In questo riappropriarsi della tecnica, ma in maniera oltranzista e secondo un progetto di rovesciamento, si attua per altro il contromovimento precisato da <a title="Ernst Jünger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a> al tempo di <em>Oltre la linea</em>. Dato che «tra il caos e il niente c’è una decisione», esiste la possibilità concreta per una volontà di opposizione al disfattismo dell’era presente, così da fare spazio di nuovo e finalmente all’antico nomos, «inteso come tradizione».</p>
<p style="text-align: justify;">Il nichilismo “positivo” auspicato da <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Heidegger</a></span>, quello in grado di riassestare il piano inclinato della storia e di produrre la rinascita della grecità arcaica, scaturirà non da una riflessione o da un buon proposito, ma da una lotta: «una lotta è necessaria per decidere quale umanità sia capace dell’incondizionato compimento del nichilismo». Solo una lotta per il padroneggiamento della tecnica dal lato tradizionale «può ancora salvare la soggettività nella superumanità», si legge in <em>Oltrepassamento della metafisica</em>. Non una qualunque umanità, sottolinea inoltre <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Heidegger</a></span>, sarà chiamata a «realizzare storicamente il nichilismo incondizionato». <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Heidegger</a></span> raccomandò sempre di non smarrire il senso dell’appartenenza e del legame con la provenienza. Sue erano le invocazioni al <em>Bodenständigkeit</em>, il radicamento al suolo, e al «rimanere nella protezione entro ciò che ci è parente».</p>
<p style="text-align: justify;">Faye vuole ricordarci che <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Heidegger</a></span> non fu contro il suo tempo per spirito reazionario. Il suo essere “inattuale”, alla maniera di Nietzsche, si colloca nel futuro e nell’ipotesi del superamento dell’umanità umanitaria, quale è stata costruita razionalmente dal cristianesimo e poi ossificata dal mercantilismo liberale. <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Heidegger</a></span> propone la lotta e il rischio, ripensa il verso di Hölderlin: «Ma dove c’è il pericolo, cresce anche ciò che salva», e conclude: «Noi guardiamo entro il pericolo e scorgiamo il crescere di ciò che salva». Questa volontà di vivere pericolosamente, questa volontà di volontà, lungi dall’essere fine a se stessa, chiede strumenti per abbattere il dominio del tecno-mondialismo, gestito da chi «trasforma la Terra in mercato mondiale&#8230; risolvendo così ogni ente in un affare di calcolo», come è scritto in <em>Sentieri interrotti</em>. E li trova nella volontà di costruire un progetto, innestato in quella che Faye chiama la terza età o età apollinea: quando la volontà di potenza vede con chiarezza, in tutte le sue sfumature, la possibilità di costruire l’ordine di una nuova Ellade. C’è, in questo breve testo di Faye – vecchio di trent’anni, ma nuovo nel ridare alla figura heideggeriana l’inquadratura sovrumanista che le compete – ciò che <a title="Francesco Boco" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/francesco-boco/">Francesco Boco</a>, nell’introduzione, definisce indiretto lascito di <a title="Giorgio Locchi" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/giorgio-locchi/">Giorgio Locchi</a>, un autore ben noto allo scrittore francese ma troppo poco, invece, alla cultura italiana. Effettivamente, Faye non fa che mettere su <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Heidegger</a></span> il medesimo accento che questi mise su Nietzsche. In tutti i casi, si vide nella volontà di potenza il cardine di un annuncio. E questo annuncio contiene una sorta di chiamata all’azione, per vedere se la negatività del contemporaneo – il nichilismo – non possa essere volta nella positività del futuribile. E la negazione non possa diventare una grande affermazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Diabolico cesellatore della parola, virtuoso assemblatore dei significati sottesi al variare dei prefissi, <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Heidegger</a></span> dice cose inequivoche, al di là di certi occultismi lessicali, che Rosenberg ingenerosamente definì una volta come “cabalistici”.</p>
<p style="text-align: justify;">La cerca heideggeriana dell’Inizio nella filosofia eraclitèa della lotta, non era un vezzo di erudito, ma un messaggio ideologico ben preciso. Per fare solo un esempio, la sua esortazione a rientrare in possesso di «ciò che conduce l’alba del pensiero entro il destino della terra occidentale», non è semplicemente un argomento filosofico, ma un indicatore propriamente politico. La filosofia heideggeriana è per lo più una filosofia politica, poiché tende sempre a impegnre l’uomo in relazione alla comunità, al ricordo e alle radici. Cè infatti chi ha giudicato il pensatore anche come un teorico della <em>Führung </em>e della <em>Volksgemeinschaft</em>. Lui stesso come nuovo <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/platone">Platone</a></span>, inserito in un disegno di rivoluzione culturale: la scienza come <em>bios </em>e la società come comunità organica. Su tutto, la riacquisizione della Grecia arcaica, della sua mistica dell’autoctonia e della sua padronanza sulla techne creativa.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/essere-e-tempo/317" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-5310" style="margin: 10px;" title="essere-e-tempo" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/essere-e-tempo.jpeg" alt="" width="200" height="336" /></a>Non a caso, <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Heidegger</a></span> difese l’idea naturale della pluralità dei lignaggi, nel senso che ogni popolo è contrassegnato dallo spirito, dalla storia e dalla natura. Secondo Lacoue-Labarthe, addirittura, tutto il pensiero di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Heidegger</a></span> esprime una grande coerenza ideale su questi temi, in un intreccio armonico di filosofia e di politica che renderebbe il suo coinvolgimento con il Nazionalsocialismo, da <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Heidegger</a></span> per altro mai sottoposto ad autocritica, del tutto ovvio. Il nocciolo della riflessione lo possiamo individuare nella categoria essere-nel-mondo, usata da <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Heidegger</a></span> per realizzare il superamento del soggettivismo liberale. Come ha scritto Losurdo, è qui che l’ideologia del radicamento di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Heidegger</a></span> – espressa sin da <a title="Essere e Tempo" href="http://www.libriefilm.com/essere-e-tempo/317"><em>Essere e tempo</em></a> &#8211; diventa un valore politico, cioè il legame popolare dato una volta per sempre dalla storia e dalla natura. È un fatto che, molto probabilmente, <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Heidegger</a></span> intravide nel Nazionalsocialismo ciò che cercava. Tra l’altro, la concezione che la scienza, come accadeva nell’antica Grecia, non era un semplice bene culturale, ma «la più intima forza determinante dell’intero esserci popolare-statale». Come dire: rinascita del mito comunitario e protezione della famiglia contadina nel suo spazio ancestrale, ma, al tempo stesso, finanziamento dei programmi missilistici.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>Linea </em>del 26 settembre 2008.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/volonta-di-potenza.html' addthis:title='Volontà di potenza ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Ernst Jünger. Testimone inquieto del nostro tempo</title>
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		<pubDate>Fri, 21 May 2010 10:33:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Lamendola</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Inquieto, assetato di verità e di certezze, politicamente scorretto, coraggioso, spavaldo, pessimista, irritante, trasognato eppure lucidamente disincantato. Tutto questo, ed altro ancora, è stato il filosofo e scrittore Ernst Jünger]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/ernst-junger-testimone-inquieto-del-nostro-tempo.html' addthis:title='Ernst Jünger. Testimone inquieto del nostro tempo '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/ernstjunger48x48.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Ernst Jünger" /><br/><p style="text-align: justify;"><img class="alignright" style="margin: 10px;" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/juenger_bm_berlin_k_400428g.jpg" alt="" width="336" height="224" />Inquieto, assetato di verità e di certezze, politicamente scorretto, coraggioso, spavaldo, pessimista, irritante, trasognato eppure lucidamente disincantato. Tutto questo, ed altro ancora, è stato il filosofo e scrittore <a title="Ernst Jünger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Ernst Jünger</a>, intellettuale atipico e imprevedibile, al tempo stesso così tedesco e così europeo, anzi così cittadino del mondo: un testimone d&#8217;eccezione, e visionario e profetico,  della crisi del nostro tempo.</p>
<p style="text-align: justify;">Nato a Heidelberg nel 1895 e morto in un villaggio dell&#8217;Alta Svevia nel 1998, alla bella età di centotré anni, <a title="Ernst Jünger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Ernst Jünger</a> è stato una delle figure più ricche e al tempo stesso più discusse della cultura contemporanea, tedesca e mondiale. Attratto sia dallo studio delle scienze naturali, e in particolare della zoologia, che dalla speculazione filosofica, nel 1914 si arruola volontario nella prima guerra mondiale e parte subito per il fronte, come tanti altri intellettuali di quel particolare momento storico, da Charles Péguy a Georg Trakl, da Ardengo Soffici a Giuseppe Ungaretti. Anche per lui si tratta di un&#8217;esperienza quasi mistica (il pittore austriaco Oskar Kokoscha parlerà del &#8220;senso di felicità&#8221; provato allorché un fante russo gl&#8217;immerse nel corpo la baionetta), di una sconvolgente rivelazione non solo di nuovi e inusitati piani di realtà, ma anche di nuovi vincoli sociali, cementati dalla fraternità cameratesca e dall&#8217;ombra funerea del pericolo sempre incombente. Anche lui prende qualche grosso abbaglio di prospettiva a causa di un vitalismo esasperato, come quando esorta i suoi camerati a &#8220;gettarsi dentro le trincee nemiche come nel corpo di una donna&#8221; o come quando esalta lo &#8220;splendore&#8221; di una guerra tecnologica ove tuttavia, in virtù di non si sa bene quale palingenesi psicologica, l&#8217;uomo ritrova se stesso e riscopre le virtù del coraggio, dell&#8217;abnegazione e dello spirito di corpo. Smobilitato dopo la sconfitta della Germania, nel 1918, esalta una nuova figura di eroe tragico, l&#8217;Operaio, così come aveva esaltato quella del combattente, dell&#8217;uomo dell&#8217;età della tecnica, che (secondo la profezia di Oswald Spengler ne <a title="Il tramonto dell'Occidente" href="http://www.libriefilm.com/il-tramonto-delloccidente-2/3546"><em>Il tramonto dell&#8217;Occidente</em></a>) è ancora in grado di strappare qualche sprazzo di luce corrusca dalla crisi irreversibile della civiltà europea, sullo sfondo dl fumo delle ciminiere e delle futuristiche masse lanciate in una frenesia di movimento, di attività, di ribellione &#8211; singolare mescolanza di motivi socialisti della lotta di classe, anarcoidi della rivolta contro ogni autorità e ultra-nazionalisti della terra e del sangue. Aderisce al nazismo con lo stesso entusiasmo con cui aveva aderito alla guerra, ma non tarda a distaccarsene e a delineare una coraggiosa critica alla figura di Adolf Hitler nel romanzo <a title="Sulle scogliere di marmo" href="http://www.libriefilm.com/sulle-scogliere-di-marmo/271"><em>Sulle scogliere di marmo</em></a> (<em>Auf den Marmorklippen</em>), del 1939. Poiché si tratta forse della sua opera narrativa più importante, ne diamo qui un riassunto, riportato dalla <em>Enciclopedia Universale di Letteratura</em>, Milano, Garzanti (2 voll.), 2003, vo. II, p. 1482.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/sulle-scogliere-di-marmo/271" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-4745" style="margin: 10px;" title="sulle-scogliere-di-marmo" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/sulle-scogliere-di-marmo.jpg" alt="" width="200" height="313" /></a>&#8220;Il tempo e il luogo in cui è ambientata la vicenda sono irreali e simbolici. Un accenno agli ormai passati &#8216;anni di Carlo&#8217; e altri indizi ci portano comunque in un&#8217;atmosfera medioevale. Il romanzo si apre infatti con un&#8217;accorata pagina di rimpianto per i felici tempi passati e prosegue con la ricostruzione dei vari avvenimenti che hanno condotto alla catastrofe. Il protagonista e il suo compagno, fratello Ottone, dopo aver militato e combattuto in un ordine guerriero, si ritirano nell&#8217;Eremo della Ruta, conducendo una semplice vita di tipo monastico e dedicandosi ad  approfonditi studi di botanica. Con loro vivono la vecchia Lampusa, sorta di strega con funzione di governante, e il piccolo Erio, nato da una fuggevole relazione tra il protagonista e la giovane figlia di Lampusa. Mentre la vita sembra scivolare senza ombre per i due studiosi, si intensificano i segni dei gravi mutamenti che stanno per compiersi. Un giorno i due protagonisti, inoltratisi nel fitto di un bosco alla ricerca di un fiore, scoprono nella regione di Köppels-Bleek il quartier generale del Forestaro, crudele e spietato tiranno che sotto un&#8217;apparenza gioviale cela una macabra volontà di conquista e di dominio. Contro di lui a nulla servirà il nobile tentativo el condottiero Braquemart e del giovane principe Summyra, barbaramente uccisi. La loro morte scatena la reazione delle forze del bene, guidate dai due protagonisti, benedette da padre Lampro, figura carismatica di monaco-studioso, e sostenute fisicamente dal coraggioso e leale pastore Belovar, dai suoi uomini e dai suoi cani. Dalla finale carneficina, si salveranno fratello Ottone e il suo compagno, per il magico intervento del piccolo Erio e dei serpenti suoi amici. I due protagonisti troveranno la salvezza oltre il mare presso un popolo civile, accolti con generosa ospitalità dal padre di un giovane nemico un tempo risparmiato&#8221;.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">La critica ha voluto vedere nella figura del crudele Forestaro una rappresentazione di Hitler, l&#8217;uomo che aveva affascinato tanti milioni di tedeschi, e la cui smisurata volontà di potenza avrebbe condotto la Germania a una seconda catastrofe, ancor più drammatica e sinistra della prima. Questo romanzo, pertanto, segna il suo definitivo distacco dall&#8217;ideologia nazista e dal regime hitleriano. Richiamato nelle forze armate all&#8217;inizio della seconda guerra mondiale, si mostra critico nei confronti della politica militare del Terzo Reich, e particolarmente dell&#8217;attacco alla Francia. Trascorrerà gran parte della guerra in servizio attivo, a Parigi, malinconico osservatore di un  disastro annunciato, che finirà per seppellire la sua patria sotto un cumulo di rovine. Suo figlio, implicato nella resistenza anti-nazista, è condannato a morte e giustiziato. Con il cuore affranto per questa tragedia familiare <a title="Ernst Jünger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a> assiste all&#8217;ultimo atto del &#8220;crepuscolo degli dei&#8221; e va ad abitare nel castello del conte Stauffenberg, il mancato tirannicida di Hitler: un gesto simbolico, si direbbe, per sottolineare una scelta di campo dal significato inequivocabile.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/albe-e-tramonti-deuropa-ernst-junger-e-oswald-spengler/5785" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-4917" style="margin: 10px;" title="albe-e-tramonti-deuropa" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/albe-e-tramonti-deuropa.jpg" alt="" width="200" height="292" /></a>A guerra finita, riprende la sua copiosa attività saggistica e letteraria e mitizza una terza figura emblematica della tarda modernità, quella dell&#8217;anarca. Dopo il soldato e dopo l&#8217;operaio, l&#8217;anarca è colui che resiste a un ordine sociale ingiusto passando alla clandestinità e inoltrandosi nel bosco: è il <em>Waldgänger</em>, termine intraducibile che significa al tempo stesso vagabondo, guerrigliero, anarchista e resistente. Le strutture inumane dell&#8217;era della tecnica non possono essere affrontate a viso aperto; non è più il tempo della lotta frontale ad armi pari, uomo contro uomo, idea contro idea. Tutto quello che ora l&#8217;intellettuale può fare è concretizzare il suo &#8220;no&#8221; alla dittatura della tecnica in ua forma di non-collaborazione, di esilio volontario, di deliberato sabotaggio, in attesa di tempi migliori, quando si potrà riprendere la lotta apertamente. Al tempo stesso, la figura dell&#8217;anarca segna il ritorno alla natura amica e protettrice, alla vegetazione, al paesaggio, alle radici, e quindi connota il deciso abbandono di quella esaltazione della tecnica che pure aveva caratterizzato la fase giovanile e  &#8220;vitalistica&#8221; (come l&#8217;abbiamo chiamata) del percorso letterario di questo Autore. Inoltre, il &#8220;passaggio al bosco&#8221; implica una riscoperta dell&#8217;&#8221;uomo naturale&#8221;, dell&#8217;uomo affrancato dalle catene della tecnica, come bene hanno osservato Luisa Bonesio e Caterina Resta nel loro libro, scritto a quattro mani, <a href="http://www.ibs.it/code/9788887231922/bonesio-luisa-resta-caterina/passaggi-al-bosco-ernst.html?shop=2317"><em>Passaggi al bosco. Ernst Jünger nell&#8217;era dei Titani</em></a> (Milano, Associazione Culturale Mimesis, 2000), ricco di acute osservazioni e pervaso da una lucida facoltà di analisi filosofica e sociologica.</p>
<p style="text-align: justify;">Ormai viviamo nell&#8217;era dei Titani, afferma <a title="Ernst Jünger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a>, in cui tellurici semidei tentano ancora una volta l&#8217;assalto all&#8217;Olimpo, come ai tempi di Zeus; e le loro armi sono quelle della tecnica. Si tratta di un assalto al cielo che mette in discussione il destino del mondo intero e in cui la posta in gioco non è semplicemente l&#8217;affermazione vittoriosa di un certo modello socio-economico piuttosto che un altro, bensì il destino e il futuro stesso dell&#8217;uomo in quanto tale. Si ricordi la celebre affermazione di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Martin Heidegger</a></span>: &#8220;L&#8217;essenza della tecnica non è affatto qualche cosa di tecnico&#8221;, apparsa nel 1953 nel saggio <em>La questione della tecnica</em> (tr. it. di Gianni Vattimo in <a href="http://www.ibs.it/code/9788842538875/heidegger-martin/saggi-e-discorsi.html?shop=2317"><em>Saggi e discorsi</em></a>, Milano, Mursia, 1976, p. 5); e si tengano presenti anche le riflessioni sulla tecnica del filosofo e teologo Romano Guardini nel saggio <a href="http://www.ibs.it/code/9788837215002/guardini-romano/fine-dell-epoca-moderna-il.html?shop=2317"><em>Il potere</em></a>, del 1951 (cfr. il nostro saggio <em>La riflessione sul potere nel pensiero di Romano Guardini</em>). Si tratta, quindi, di un tema particolarmente sentito nella Germania e nell&#8217;Europa della &#8220;ricostruzione&#8221; (oppure dovremmo dire della &#8220;decostruzione&#8221;?) e che, come giustamente aveva osservato <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Heidegger</a></span>, non poteva essere ridotto a un problema di ordine puramente tecnico, perché scaturiva da una <em>Weltanschauung </em>o &#8220;visione del mondo&#8221; fortemente connotata in senso emotivo e irrazionalistico.</p>
<p style="text-align: justify;"><a title="Ernst Jünger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger"></a><a href="http://www.libriefilm.com/junger-e-schmitt-dialogo-sulla-modernita/4547" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-4919" style="margin: 10px;" title="juenger-e-schmitt" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/juenger-e-schmitt.jpg" alt="" width="200" height="320" /></a>Ernst Jünger è stato una figura poliedrica di filosofo, saggista, narratore, i cui interessi hanno spaziato dalla zoologia ai problemi sociali: a lui si potrebbe riferire quella famosa frase di Terenzio: &#8220;<em>Homo sum et nihil humanum a me alienum puto</em>&#8220;, &#8220;Sono un essere umano, e nulla di ciò che riguarda l&#8217;uomo è per me estraneo&#8221;. Tra i saggi più importanti ricordiamo: <a title="Tempeste d'acciaio" href="http://www.libriefilm.com/nelle-tempeste-dacciaio/2857"><em>Tempeste d&#8217;acciaio</em></a>, del 1920; <em>La lotta come esperienza interiore</em>, del 1922; <a title="Il cuore avventuroso" href="http://www.libriefilm.com/il-cuore-avventuroso/392"><em>Il cuore avventuroso</em></a>, del 1929; <a title="L'Operaio" href="http://www.libriefilm.com/loperaio/301"><em>L&#8217;operaio</em></a>, del 1932; <em>Lo Stato mondiale</em>, del 1960; e <a title="Trattato del ribelle" href="http://www.libriefilm.com/trattato-del-ribelle/499"><em>Der Waldgang</em></a>, del 1951, tradotto in italiano, dalla casa Editrice Adelphi di Milano, nel 1990. Ha anche pubblicato un primo importante scritto autobiografico, il <em>Diario</em>, 1941-45, nel 1949, in cui rievoca gli anni trascorsi come ufficiale della Wehrmacht in una Parigi intorpidita dalla sconfitta e dall&#8217;occupazione, e il lucido disincanto con cui seguiva, da quell&#8217;osservatorio privilegiato (la capitale culturale dell&#8217;Europa nel XX secolo!) l&#8217;evolvere della catastrofe mondiale, culminata nei due funghi atomici di Hiroshima e Nagasaki del 1945. Un secondo documento autobiografico è apparso nel 1987 con il titolo <em>Due volte la cometa</em>, che allude al fatto di aver avuto il privilegio di vedere per ben due volte, durante la sua lunga vita &#8211; nel 1910 e nel 1986 &#8211; la celebre cometa di Halley.</p>
<p style="text-align: justify;">Tra i suoi numerosi romanzi e racconti, infine, ricordiamo almeno &#8211; oltre al già citato <a title="Sulle scogliere di marmo" href="http://www.libriefilm.com/sulle-scogliere-di-marmo/271"><em>Sulle scogliere di marmo</em></a>, pubblicato nel 1939 -, <em>Fuoco e sangue</em>, del 1925; <em>Ludi africani</em>, del 1936; <a title="Heliopolis" href="http://www.libriefilm.com/heliopolis/294"><em>Heliopolis</em></a>, del 1949, <em>Il problema di Aladino</em>, del 1983; e <em>Un incontro pericoloso</em>, del 1985. Quest&#8217;ultimo romanzo ci riporta all&#8217;atmosfera parigina che tanto fascino ha esercitato sul Nostro, ma è costruito come un vero e proprio &#8220;giallo&#8221; in cui manca, significativamente, il lieto fine, poiché la giustizia non trionfa e il male non riceve la doverosa punizione. Dal punto di vista propriamente letterario, la prosa di <a title="Ernst Jünger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a> si caratterizza per una limpidezza e un nitore che tendono quasi alla freddezza e, al tempo stesso, per una tendenza a trasfigurare la realtà in qualche cosa di simbolico, di misterioso, di allegorico.</p>
<p style="text-align: justify;">Così riassume la trama de <em>Un incontro pericoloso</em> l&#8217;edizione italiana, pubblicata alla casa Editrice Bompiani di Milano nel 1989, con la traduzione di Anna Bianco (titolo originale: <em>Eine gefährliche Begegnung</em>):</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Parigi, fine Ottocento. In una tranquilla domenica di settembre un giovane di nome Gerhard, dall&#8217;aspetto timido e trasognato, si aggira nelle viuzze assolate di Pigalle deciso a trovare qualcosa o qualcuno che lo aiuti a dare una svolta alla sua esistenza.  Portato dal caso, ecco Ducasse, un uomo che, al contrario di lui, conosce bene come gira il mondo e ora assiste con freddezza al lento deteriorarsi della propria vita. L&#8217;incontro pericoloso avviene adesso, nel momento in cui Ducasse indica a Gerhard una donna affascinante nel cui volto «stridono bellezza e inquietudine». Da qui ha inizio una storia di eros e di sangue che sospinge Gerhard dentro una fitta trama di atti fortuiti e fatali, che coinvolgeranno l&#8217;ombra di Jack lo Squartatore e un investigatore appassionato della metafisica del delitto, un&#8217;amabile ruffiana e un corazziere in disgrazia. Raccontando una storia provocatoriamente poliziesca, molto vicino a un qualsiasi fatto di cronaca nera, <a title="Ernst Jünger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a>, con mano leggera e divertito distacco, introduce il lettore nelle zone d&#8217;ombra della vita, là dove si nasconde il tormento del male e della morte&#8221;.</p>
</blockquote>
<div id="attachment_4916" class="wp-caption alignright" style="width: 260px"><img class="size-full wp-image-4916" title="junger-e-schmitt" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/junger-e-schmitt.jpg" alt="" width="250" height="155" /><p class="wp-caption-text">Ernst Jünger e Carl Schmitt nel 1941.</p></div>
<p style="text-align: justify;">È stato rimproverato a <a title="Ernst Jünger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a> un atteggiamento politico quanto meno ambiguo, connotato comunque da evidenti simpatie di destra (e sia pure una destra &#8220;rivoluzionaria&#8221; e antiborghese) nonché un sia pure temporaneo cedimento alla fascinazione hitleriana. Per quanto riguarda quest&#8217;ultima accusa, à giusto e doveroso ricordare che altri grandi intellettuali si sono compromessi col nazismo quanto lui; fra gli altri, due filosofi della statura di Carl Schmitt e <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Martin Heidegger</a></span>, con entrambi i quali il Nostro aveva intrecciato un proficuo dialogo culturale nel clima non ancora del tutto imbrigliato dal totalitarismo nazista. Quanto al suo essere di destra, ci domandiamo se non gli vada almeno riconosciuto il coraggio delle sue idee, anche quando esse andavano chiaramente controcorrente, come è stato il caso della Germania (e dell&#8217;Europa) del secondo dopoguerra. Per valutare appieno il conformismo culturale di quel momento storico, basti ricordare al camaleontismo con il quale scrittori come Günther Grass (l&#8217;autore del fortunato <a title="Il tamburo di latta" href="http://www.libriefilm.com/il-tamburo-di-latta/7546"><em>Il tamburo di latta</em></a>) hanno dissimulato i loro trascorsi nazisti &#8211; salvo poi liberarsi da un tale peso di coscienza, e sia pure con qualche decennio di ritardo. Anche in Italia era allora di moda far sparire ogni traccia dei propri trascorsi fascisti, e passare, se possibile, direttamente dall&#8217;altra parte della barricata: si legga in proposito il libro di Nino Tripodi, <em>Intellettuali sotto due bandiere </em>(Roma, Ciarrapico Editore, 1981). E infine, per aver chiaro in mente quale fosse l&#8217;atmosfera politica e psicologica di quegli anni, si pensi che il governo degli Stati Uniti dovette inventarsi l&#8217;<em>escamotage</em> di far dichiarare pazzo il suo più grande poeta contemporaneo, Ezra Pound, per non doverlo condannare e, magari, giustiziare sotto l&#8217;accusa di alto tradimento (per aver simpatizzato per Mussolini ed avere tenuto dei discorsi alla radio italiana durante la seconda guerra mondiale, quando il suo paese d&#8217;origine era in guerra con le potenze dell&#8217;Asse Roma-Berlino-Tokyo). Allora, valutato serenamente ogni aspetto della questione, bisognerà ammettere che le tendenze di destra presenti nel pensiero di <a title="Ernst Jünger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a>, oltre ad aver preso le distanze dal nazismo, hanno l&#8217;indubbio merito di una franchezza e di una onestà intellettuale che molti intellettuali &#8220;di sinistra&#8221;, acclamati dal grande pubblico di allora, avrebbero avuto motivo di invidiargli.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/tecnica-lavoro-e-resistenza/4499" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-4918" style="margin: 10px;" title="tecnica-lavoro-resistenza" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/tecnica-lavoro-resistenza.jpg" alt="" width="200" height="297" /></a>Vogliamo dire infine qualcosa di uno scritto decisamente minore di <a title="Ernst Jünger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Ernst Jünger</a>, una commemorazione dello scrittore americano Henry Furst (nato a New York nel 1893 e morto a La Spezia nel 1967) che, &#8220;trapiantato&#8221; in Italia dal 1916, si era dato alla professione di critico letterario e di narratore in lingua italiana, come segno di amore per il suo Paese di adozione. Il lettore italiano ricorderà forse Henry Furst per via dei suoi due romanzi degli anni Sessanta, <em>Donne americane</em> e <em>Simun</em>, pubblicati dalla casa Editrice Longanesi di Milano; o anche per via del sodalizio, intellettuale oltre che affettivo, che egli strinse con Orsola Nemi &#8211; conosciuta ancor prima della seconda guerra mondiale &#8211; negli ultimi vent&#8217;anni della sua vita: Orsola Nemi, valente traduttrice dal francese (fra l&#8217;altro, del romanzo di Vintila Horia <em>La settima Lettera</em>, autobiografia ideale di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/platone">Platone</a></span>), narratrice lei stessa e donna dai vasti e molteplici interessi culturali. E a lei <a title="Ernst Jünger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Ernst Jünger</a> ha dedicato il suo toccante Ricordo di Henry Furst (nel volume miscellaneo <em>Il meglio di Henry Furst</em>, Milano, Longanesi &amp; C., 1970). <a title="Ernst Jünger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a> conosceva bene l&#8217;Italia, e l&#8217;amava; conosceva diversi scrittori &#8211; Bonaventura Tecchi, ad esempio; e aveva conosciuto bene Henry Furst, che nel nostro Paese gli amici chiamavano Enrico, considerandolo sostanzialmente italianizzato. A lui lo univano alcune affinità di fondo, pur nella diversità dei caratteri &#8211; mite e contemplativo l&#8217;americano, spavaldo ed &#8220;estremo&#8221; il tedesco &#8211; e, non ultima, il grande amore per la cultura, la fierezza delle proprie idee, la limpida coerenza anche in tempi difficili. Furst, ad esempio, che nel dopoguerra fu accusato di essere stato filo-fascista, rivendicava di essere stato l&#8217;unico scrittore italiano antifascista proprio nell&#8217;acme del consenso al regime, ossia al tempo della guerra di Etiopia, insieme a due o tre altri in tutto: Croce, Montale, Soldati; mentre erano stati fascistissimi proprio quelli che, dopo il 1945, più lo accusavano di trascorsi mussoliniani. Certo, forse l&#8217;affermazione di essere stato apertamente antifascista nel 1935 è un po&#8217; eccessiva, anche se è vero che Furst &#8211; a differenza di Pound, che non ebbe esitazioni né incertezze fino all&#8217;ultimo &#8211; dopo il 1940 giunse ad augurarsi la sconfitta militare dell&#8217;Italia (e della Germania) pur di vederne, mediante la caduta del fascismo, una possibilità di      rinascita democratica.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel delineare il ritratto del vecchio amico, scomparso tre anni prima, <a title="Ernst Jünger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a> sa trovare parole semplici e accorate che restituiscono, attraverso piccoli particolari apparentemente insignificanti, la trasparenza di una personalità onesta e innamorata, con un che di simpaticamente trasognato ma anche, in fondo, di terribilmente serio; di profonda serietà ammantata di leggerezza. E, nel tracciare l&#8217;immagine di Henry Furst, pare che lo scrittore tedesco ci metta qualcosa di suo e, forse inconsapevolmente, faccia anche un po&#8217; il ritratto di sé stesso.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">&#8220;«Quando fui stanco di &#8216;cercare&#8217;, appresi a trovare», come dice Nietzsche: è questa un&#8217;arte di cui la natura aveva dotato Henry. Le distanze non avevano per lui nessuna importanza e presupponeva  che non ne avessero nemmeno per gli altri. Così, a esempio: «La tua bella cartolina da Damasco mi è giunta qui alla Spezia. Perché non sei andato in Persia trovandoti così vicino?». Poteva arrivare un telegramma che non aveva alcuna attinenza con la realtà quotidiana, come: «Ci rivedremo».</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Gli uomini agiscono su noi con la loro polarità, col loro orizzonte. Sorprendeva in Henry l&#8217;intensità del sentimento e della ragione. L&#8217;aura era forte e anonima come una potenza della natura, che irradiava ora un fluido gradevole ora un fluido elettrico. Così entriamo in una stanza in penombra dove ci sentiamo subito bene. Quando poi gli occhi si sono assuefatti alla poca luce, riconosciamo il numero dei quadri alle pareti, i libri, le opere d&#8217;arte. Questa è la vera via verso l&#8217;autore. Conduce dall&#8217;Eros verso lo spirito, non in senso opposto, come avviene per certi matrimoni di artisti, che incominciano ammirevolmente e finiscono in modo tragico: Psiche si è bruciata le ali alla fiamma.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Il suo esteso, preciso sapere poté essere conquistato solo attraverso lo studio costante per tutta la vita e specialmente con ininterrotte letture. A sessant&#8217;anni si preparava ancora per un esame di teologia. Signoreggiava le concatenazioni storiche e culturali del mondo antico e reagiva come un elettroscopio quando venivano citati una data, un&#8217;opera, un personaggio. Una eccellente memoria stava ai suoi ordini. Nel suo stile di vita, egli rappresentava ancora la classe degli <em>hommes des lettres</em>, i quali rapidamente si estinguono, e, per la verità, in modo più rapido nei paesi germanici che nei latini. Quel che li distingue è il loro modo di vivere, caro alle Muse, dietro il quale si cela un eminente lavoro. Per la loro esistenza vale lo stesso criterio che nell&#8217;opera d&#8217;arte, per la quale non deve scorgersi la fatica. Questo è soltanto possibile quando l&#8217;artista trova nel suo lavoro un godimento. Con questa classe svaniscono anche i biotopi classici, o assumono carattere da museo. Il che non può essere attribuito a influssi esterni, come è lecito dire che le vecchie città sono rovinate dalle automobili. Vengono così profondamente alterate che il senso storico va perduto. Così anche la tecnica ha peso sempre maggiore nel formarsi delle opinioni, non perché le macchine divengono più poderose, ma perché le opinioni mutano. Come si avverte nel clima degli studi. (…)</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Questi appunti sono stati trascritti senza ordine, sia per quanto concerne il tema, sia per quanto si riferisce alla data. Li ho scelti a caso dal fascio delle lettere, come da un gioco di carte: un mazzo di fiori, raccolti dall&#8217;erbario, senza fare una scelta precisa. Sembrano tuttavia schiudersi nel ricordo, come i fiori del tè, nell&#8217;Estremo Oriente. Il meglio si trova in un altro foglio, quello che non porta traccia di penna, sull&#8217;altra facciata che non può essere descritta: Henry era un genio dell&#8217;amicizia. Da lì sorgeva quella ricchezza che dispensava. Come un navigatore, che si apparecchia al grande viaggio, lasciò tre o quattro fogli in inglese: A vele spiegate verso la morte. E questa aggiunta: «Il cuore parla al cuore, ma quel che dice si sottrae alla parola» (<em>op. cit.</em>, pp.14-22).</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Ecco, questo potrebbe anche essere, fino a un certo punto, l&#8217;autoritratto di <a title="Ernst Jünger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Ernst Jünger</a>. Un uomo che, dopo aver molto cercato, aveva scoperto l&#8217;arte di trovare, che si sentiva a casa in ogni luogo, e che padroneggiava numerose lingue quasi quanto la sua lingua madre; che si sentiva contemporaneo di tutti gli spiriti grandi e pensosi; che non aveva timore di mettersi in gioco, di affrontare la vita con un entusiasmo senza riserve, che pensava spesso alla morte, pur non temendola più di altri. L&#8217;aveva già guardata in faccia, parecchie volte, nelle trincee insanguinate della prima guerra mondiale; e di nuovo, ma con più disincanto, nel corso della seconda. Aveva compreso che non sono le grandi idee a fare grandi gli uomini, ma i grandi uomini che producono le grandi idee. E che la cosa principale che contraddistingue la nostra vita, in fondo, non è la quantità delle cose che riusciamo a fare né l&#8217;opinione che di noi si formano i nostri contemporanei, ma la capacità di tirare dritto per la propria strada, anche quando si è stanchi, anche quando gli altri non capiscono, anche se sembra che sia tutto inutile.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/ernst-junger-testimone-inquieto-del-nostro-tempo.html' addthis:title='Ernst Jünger. Testimone inquieto del nostro tempo ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>La Perfección de la Técnica. Friedrich-Georg Jünger (1898-1977)</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Jan 2000 20:45:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Robert Steuckers</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Friedrich-Georg Jünger canta al tiempo cíclico, diferente del tiempo lineal-unidireccional judeocristiano, segmentado en momentos únicos, irrepetibles, sobre un camino también único que conduce a la Redención]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/steuckersfriedrichgeorgjungeresp.html' addthis:title='La Perfección de la Técnica. Friedrich-Georg Jünger (1898-1977) '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/ernstjunger48x48.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Ernst Jünger" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/rivoluzione-conservatrice.PNG" width="48" height="48" alt="" title="Rivoluzione conservatrice" /><br/><p style="text-align: justify;">Nacido el 1 de septiembre de 1989 en Hannover, hermano del celebérrimo escritor alemán <a href="http://www.centrostudilaruna.it/ernstjuenger.html">Ernst Jünger</a>, Friedrich-Georg Jünger se interesa desde edad muy temprana por la poesía, despertándose en él un fuerte interés por el clasicismo alemán, en un itinerario que atraviesa a Klopstock, <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/johann-wolfgang-goethe" target="_blank">Goethe</a></span> y Hölderin. Gracias a esta inmersión precoz en la obra de Hölderin, Friedrich-Georg Jünger se encapricha por la <a href="http://www.centrostudilaruna.it/storiaantica.html">antigüedad Clásica</a> y percibe la esencia de la helenidad y de la romanidad antiguas como una aproximación a la naturaleza, como una glorificación de la elementaridad, al tiempo que se dota de una visión del hombre que permanecerá inmutable, sobreviviendo a través de los siglos en la psique europea, a veces visible a la luz del día, a veces oculta. La era de la técnica ha apartado a los hombres de esta proximidad vivificante, elevándolo de forma peligrosa por encima de lo elementario. Toda la obra poética de Friedrich-Georg Jünger es una vehemente protesta contra la pretensión mortífera que constituye este alejamiento. Nuestro autor quedará siempre profundamente marcado por los paisajes idílicos de su infancia, una marca que quedará reflejada en su amor incondicional a la Tierra, a la flora y a la fauna (sobre todo a los insectos: fue Friedrich-Georg quien introdujo a su hermano Ernst en el mundo de la entomología), a los seres más elementales de la vida sobre el planeta, al arraigo cultural.</p>
<p style="text-align: justify;">La Primera Guerra Mundial pondrá fin a esta joven inmersión en la naturaleza. Friedrich-Georg se alistará en 1916 como aspirante a oficial. Gravemente herido en el pulmón, en el frente de Somme, en 1917, pasa el resto del conflicto en un hospital de campaña. Tras su convalecencia, se matricula en derecho, obteniendo el título de doctor en 1924. Pero nunca seguirá la carrera de jurista, sino que pronto descubrió su vocación de escritor político dentro del movimiento nacionalista de izquierdas, entre los nacional-revolucionarios y los nacional-bolcheviques, uniéndose más tarde a la figura de Ernst Niekisch, editor de la revista &#8220;Widerstand&#8221; (Resistencia). Desde esta publicación, así como desde &#8220;Arminios&#8221; o &#8220;Die Kommenden&#8221;, los hermanos Jünger inauguraron un estilo nuevo que podríamos definir como &#8220;del soldado nacionalista&#8221;, expresado por los jóvenes oficiales recién llegados del frente e incapaces de amoldarse a la vida civil. La experiencia de las trincheras y el fragor de los ataques les demostraron, por medio del sudor y la sangre, que la vida no es un juego inventado por el cerebralismo, sino un bullicio orgánico elemental donde, de hecho, reinan las pulsiones. La política, en su esfera propia, debe asir la temperatura de ese bullicio, escuchar esas pulsiones, navegar por sus meandros para forjar una fuerza siempre joven, nueva, vivificante. Para Friedrich-Georg Jünger, la política debe aprehenderse desde un ángulo cósmico, fuera de todos los &#8220;miasmas burgueses, cerebralistas e intelectualizantes&#8221;. Paralelamente a esta tarea de escritor político y de profeta de este nuevo nacionalismo radicalmente antiburgués, Friedrich-Georg Jünger se sumerge en la obra de Dostoïevski, Kant y los grandes novelistas americanos. Junto a su hermano Ernst, emprende una serie de viajes por los países mediterráneos: Dalmacia, Nápoles, Baleares, Sicilia y las islas del Egeo.</p>
<p style="text-align: justify;">Cuando Hitler accede al poder, el triunfante es un nacionalismo de las masas, no ese nacionalismo absoluto y cósmico que evocaba la pequeña falange (<em>sic</em>) &#8220;fuertemente exaltada&#8221; que editaba sus textos desde las revistas nacional-revolucionarias. En un poema, <em>Der Mohn</em> (La Amapola), Friedrich-Georg Jünger ironiza y describe al nacional-socialismo como &#8220;el canto infantil de una embriaguez sin gloria&#8221;. Como consecuencia de estos versos sarcásticos se ve envuelto en una serie de problemas con la policía, por lo cual abandona Berlín y se instala, junto a Ernst, en Kirchhorst, en la Baja Sajonia.</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://tracker.tradedoubler.com/click?p=10388&amp;a=915108&amp;g=0&amp;url=http://www.bol.it/libri/scheda/ea978888681261" target="_blank"><img class="alignright" style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/saggiosulgioco.bmp" border="0" alt="Friedrich Georg Jünger, Saggio sul gioco. Una chiave per comprenderlo" width="95" height="153" align="right" /></a> Retirado de la política después de haber publicado más de un centenar de poemas en la revista de Niekisch -quien ve poco a poco aumentar sobre sí las presiones de la autoridad hasta que por fin es arrestado en 1937-, Friedrich-Georg Jünger se consagra por entero a la creación literaria, publicando en 1936 un ensayo titulado <em>Über das Komische</em> y terminando en 1939 la primera versión de su mayor obra filosófica: <em>Die Perfektion der Technik</em> (La Perfección de la Técnica). Los primeros borradores de esta obra fueron destruidos en 1942, durante un bombardeo aliado. En 1944, una primera edición, realizada a partir de una serie de nuevos ensayos, es reducida otra vez a cenizas por culpa de un ataque aéreo. Finalmente, el libro aparece en 1946, suscitando un debate en torno a la problemática de la técnica y de la naturaleza, prefigurando, a despecho de su orientación &#8220;conservadora&#8221;, todas las reivindicaciones ecologistas alemanas de los años 60, 70 y 80. Durante la guerra, Friedrich-Georg Jünger publicó poemas y textos sobre la Grecia antigua y sus dioses. Con la aparición de <em>Die Perfektion der Technik</em>, que conocerá varias ediciones sucesivas, los intereses de Friedrich-Georg se vuelcan hacia las temáticas de la técnica, de la naturaleza, del cálculo, de la mecanización, de la masificación y de la propiedad. Rehuyendo, en <em>Die Perfektion der Technik</em>, el enunciar sus tesis bajo un esquema clásico, lineal y sistemático; sus argumentaciones aparecen así &#8220;en espiral&#8221;, de forma desordenada, aclarando vuelta a vuelta, capítulo aquí, capítulo allá, tal o cual aspecto de la tecnificación global. Como filigrana, se percibe una crítica a las tesis que sostenía entonces su hermano Ernst en <em>Der Arbeiter</em> (El Trabajador), quien aceptaba como inevitables los desenvolvimientos de la técnica moderna. Su posición antitecnicista se acerca a las tesis de Ortega y Gasset en <em>Meditaciones sobre la Técnica</em> (1939), de Henry Miller y de Lewis Munford (quien utiliza el término &#8220;megamaquinismo&#8221;). En 1949 Friedrich-Georg Jünger publicó una obra de exégesis sobre Nietzsche, donde se interrogaba sobre el sentido de la teoría cíclica del tiempo enunciado por el anacoreta de Sils-Maria. Friedrich-Georg Jünger contesta la utilidad de utilizar y problematizar una concepción cíclica de los tiempos, porque esta utilización y esta problematización acabará por otorgar a los tiempos una forma única, intangible, que, para Nietzsche, está concebida como cíclica. El tiempo cíclico, propio de la Grecia de los orígenes y del pensamiento precristiano, debería ser percibido bajo los ángulos de lo imaginario y no desde la teoría, que obliga a conjugar la naturalidad desde un modelo único de eternidad, y así el instante y el hecho desaparecen bajo los cortes arbitrarios instaurados por el tiempo mecánico, segmentarizados en visiones lineales. La temporalidad cíclica nietzscheana, por sus cortes en ciclos idénticos y repetitivos, conserva -pensaba Friedrich-Georg Jünger- algo de mecánico, de newtoniano, por lo cual, finalmente, no es una temporalidad &#8220;griega&#8221;. El tiempo, para Nietzsche, es un tiempo-policíaco, secuestrado; carece de apoyo, de soporte (<em>Tragend und Haltend</em>). Friedrich-Georg Jünger canta una a-temporalidad que se identifica con la naturaleza más elemental, la &#8220;Wildnis&#8221;, la naturaleza de Pan, el fondo-del-mundo natural intacto, no-mancillado por la mano humana, que es, en última instancia, un acceso a lo divino, al último secreto del mundo. La &#8220;<em>Wildnis</em>&#8221; -concepto fundamental en el poeta &#8220;pagano&#8221; que es Friedrich-Georg Jünger- es la matriz de toda la vida, el receptáculo a donde ha de regresar toda la vida.</p>
<p style="text-align: justify;">En 1970, Friedrich-Georg Jünger fundó, junto a Max Llimmelheber, la revista trimestral &#8220;<em>Scheidwege</em>&#8220;, en donde figuraron en la lista de colaboradores los principales representantes de un pensamiento a la vez naturalista y conservador, escéptico sobre todas las formas de planificación técnica. Entre los pensadores situados en esta vertiente conservadora-ecológica que expusieron sus tesis en la publicación podemos recordar los nombres de Jürgen Dahl, Hans Seldmayr, Friederich Wagner, Adolf Portmann, Erwin Chargaff, Walter Heiteler, Wolfgang Häedecke, etc.</p>
<p style="text-align: justify;">Friedrich-Georg Jünger murió en Überlingen, junto a las orillas del lago Constanza, el 20 de julio de 1977.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger"><img class="alignleft" style="margin: 10px;" src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/180x250juenger.jpg" alt="Speciale Ernst Jünger" width="180" height="250" align="left" /></a> El germanista americano Anton H. Richter, en la obra que ha consagrado al estudio sobre el pensamiento de Friedich-Georg Jünger, señala cuatro temáticas esenciales en nuestro autor: la antigüedad clásica, la esencia cíclica de la existencia, la técnica y el poder de lo irracional. En sus textos sobre la antigüedad griega, Friedrich-Georg Jünger reflexiona sobre la dicotomía dionisíaca/titánica. Como dionisismo, él engloba lo apolíneo y lo pánico, en un frente unido de fuerzas intactas de organización contra las distorsiones, la fragmentación y la unidimensionalidad del titanismo y el mecanicismo de nuestros tiempos. La atención de Friedrich-Georg Jünger se centra esencialmente sobre los elementos ctónicos y orgánicos de la antigüedad clásica. Desde esta óptica, los motivos recurrentes de sus poemas son la luz, el fuego y el agua. fuerzas elementales a las cuales rinde profundo homenaje. Friedrich-Georg Jünger se burla de la razón calculadora, de su ineficacia fundamental, exaltando, en contrapartida, el poder del vino, de la exuberancia de lo festivo, de lo sublime que anida en la danza y en las fuerzas carnavalescas. La verdadera comprensión de la realidad se alcanza por la intuición de las fuerzas, de los poderes de la naturaleza, de lo ctónico, de lo biológico, de lo somático y de la sangre, que son armas mucho más eficaces que la razón, que el verbo plano y unidimensional, descuartizado, purgado, decapitado, desposeído: de todo lo que hace del hombre moderno un ser de esquemas incompletos. Apolo aporta el orden claro y la serenidad inmutable; Dionisos aporta las fuerzas lúdicas del vino y de las frutas, entendidos como un don, un éxtasis, una embriaguez reveladora, pero nunca una inconsciencia; Pan, guardián de la naturaleza, aporta la fertilidad. Frente a estos donantes generosos y desinteresados, los titanes son los usurpadores, acumuladores de riquezas, guerreros crueles carentes de ética enfrentados a los dioses de la profusión y de la abundancia que, a veces, consiguen matarlos, lacerando sus cuerpos, devorándolos.</p>
<p style="text-align: justify;">Pan es la figura central del panteón personal de Friedrich-Georg Jünger; Pan es el gobernante de la &#8220;<em>Wildnis</em>&#8220;, de la naturaleza primordial que desean arrasar los titanes. Friedrich-Georg Jünger se remite hasta Empédocles, quien enseñaba que el forma un &#8220;contiuum&#8221; epistemológico con la naturaleza: toda la naturaleza está en el hombre y puede ser descubierta por medio del amor.</p>
<p style="text-align: justify;">Simbolizado por los ríos y las serpientes, el principio de recurrencia, de incesante retorno, por el que todas las cosas alcanzan la &#8220;Wildnis&#8221; original, es también la vía de retorno hacia esa misma &#8220;<em>Wildnis</em>&#8220;. Friedrich-Georg Jünger canta al tiempo cíclico, diferente del tiempo lineal-unidireccional judeocristiano, segmentado en momentos únicos, irrepetibles, sobre un camino también único que conduce a la Redención. El hombre occidental moderno, alérgico a los imponderables escondrijos en donde se manifiesta la &#8220;Wildnis&#8221;, ha optado por el tiempo continuo y vectorial, haciendo así de su existencia un segmento entre dos eternidades atemporales ( el antes del nacer y el después de la muerte ). Aquí se enfrentan dos tipos humanos: el hombre moderno, impregnado de la visión judeocristiana y lineal del tiempo, y el hombre orgánico, que se reconoce indisolublemente conectado al cosmos y a los ritmos cósmicos.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>La Perfección de la Técnica</em></p>
<p style="text-align: justify;">Denuncia del titanismo mecanicista occidental, esta obra es la cantera en donde se han nutrido todos los pensadores ecologistas contemporáneos para afinar sus críticas. Dividida en dos grandes partes y un excurso, compuesta de una multitud de pequeños capítulos concisos, la obra comienza con una constatación fundamental: la literatura utópica, responsable de la introducción del idealismo técnico en la materia política, no ha hecho sino provocar un desencantamiento de la propia veta utópica. La técnica no resuelve ningún problema existencial del hombre, no aumenta el goce del tiempo, no reduce el trabajo: lo único que hace es desplazar lo manual en provecho de lo &#8220;organizativo&#8221;. La técnica no crea nuevas riquezas; al contrario: condena la condición obrera a un permanente pauperismo físico y moral. El despliegue desencadenado de la técnica está causado por una falta general de la condición humana que la razón se esfuerza inútilmente en rellenar. Pero esta falta no desaparece con la invasión de la técnica, que no es sino un burdo camuflaje, un triste remiendo. La máquina es devoradora, aniquiladora de la &#8220;sustancia&#8221;: su racionalidad es pura ilusión. El economista cree, desde su aprehensión particular de la realidad, que la técnica es generadora de riquezas, pero no parece observarse que su racionalidad cuantitativista no es sino pura y simple apariencia, que la técnica, en su voluntad de perfeccionarse hasta el infinito, no sigue sino a su propia lógica, una lógica que no es económica.</p>
<p style="text-align: justify;">Una de las características del mundo moderno es el conflicto táctico entre el economista y el técnico: el último aspira a determinar los procesos de producción en favor de la rentabilidad, factor que es puramente subjetivo. La técnica, cuando alcanza su más alto grado, conduce a una economía disfuncional. Esta oposición entre la técnica y la economía puede producir estupor en más de un crítico de la unidimensionalidad contemporánea, acostumbrado a meter en el mismo cajón de sastre las hipertrofias técnicas y las económicas. Pero Friedrich-Georg Jünger concibe la economía desde su definición etimológica: como la medida y la norma del &#8220;okios&#8221;, de la morada humana, bien circunscrita en el tiempo y en el espacio. La forma actualmente adoptada por el &#8220;okios&#8221; procede de una movilización exagerada de los recursos, asimilable a la economía del pillaje y a la razzia (<em>Raubbau</em>), de una concepción mezquina del lugar que se ocupa sobre la Tierra, sin consideración por las generaciones pasadas y futuras.</p>
<p style="text-align: justify;">La idea central de Friedrich-Georg Jünger sobre la técnica es la de un automatismo dominado por su propia lógica. Desde el momento que esta lógica se pone en marcha, escapa a sus creadores. El automatismo de la técnica, entonces, se multiplica en función exponencial: las máquinas, &#8220;per se&#8221;, imponen la creación de otras máquinas, hasta alcanzar el automatismo completo, a la vez mecanizado y dinámico, en un tiempo segmentado, un tiempo que no es sino un tiempo muerto. Este tiempo muerto penetra en el tejido orgánico del ser humano y somete al hombre a su particular lógica mortífera. El hombre se ve así desposeído de &#8220;su&#8221; tiempo interior y biológico, sumido en una adecuación al tiempo inorgánico y muerto de la máquina. La vida se encuentra entonces sumida en un gran automatismo regido por la soberanía absoluta de la técnica, convertida en señora y dueña de sus ciclos y sus ritmos, de su percepción de sí y del mundo exterior. El automatismo generalizado es &#8220;la perfección de la técnica&#8221;, a la cual Friedrich-Georg, pensador organicista, opone la &#8220;maduración&#8221; (<em>die Reife</em>) que sólo pueden alcanzar los seres naturales, sin coerción ni violencia. La mayor característica de la gigantesca organización titánica de la técnica, dominante en la época contemporánea, es la dominación exclusiva que ejercen las determinaciones y deducciones causales, propias de la mentalidad y la lógica técnica. El Estado, en tanto que instancia política, puede adquirir, por el camino de la técnica, un poder ilimitado. Pero esto no es, para el Estado, sino una suerte de pacto con el diablo, pues los principios inherentes a la técnica acabarán por extirpar su sustancia orgánica, reemplazándola por el automatismo técnico puro y duro.</p>
<p style="text-align: justify;">Quien dice automatización total dice organización total, en el sentido de gestión. El trabajo, en la era de la multiplicación exponencial de los autómatas, está organizado hacia la perfección, es decir, hacia la rentabilización total e inmediata, al margen o sin considerar la mano de obra o del útil. La técnica solamente es capaz de valorarse a sí misma, lo que implica automatización a ultranza, lo cual implica a su vez intercambio a ultranza, lo que conduce a la normalización a ultranza, cuya consecuencia es la estandarización a ultranza. Friedrich-Georg Jünger añade el concepto de &#8220;partición&#8221; (<em>Stückelung</em>), donde las &#8220;partes&#8221; ya no son &#8220;partes&#8221;, sino &#8220;piezas&#8221; (<em>Stücke</em>), reducidas a una función de simple aparato, una función inorgánica.</p>
<p style="text-align: justify;">Friedrich-Georg Jünger cita a Marx para denunciar la alienación de este proceso, pero se distancia de él al ver que éste considera el proceso técnico como un &#8220;fatum&#8221; necesario en el proceso de emancipación de la clase proletaria. El obrero (<em>Arbeiter</em>) es precisamente &#8220;obrero&#8221; porque está conectado, &#8220;volens nolens&#8221;, al aparato de producción técnico. La condición obrera no depende de la modestia económica ni del rendimiento, sino de esa conexión, independientemente del salario percibido. Esta conexión despersonaliza y hace desaparecer la condición de persona. El obrero es aquel que ha perdido el beneficio interior que le ligaba a su actividad, beneficio que evitaba su intercambiabilidad. La alienación no es problema inducido por la economía, como pensaba Marx, sino por la técnica. La progresión general del automatismo desvaloriza todo trabajo que pueda ser interior y espontáneo en el trabajador, a la par que favorece inevitablemente el proceso de destrucción de la naturaleza, el proceso de &#8220;devoración&#8221; (<em>Verzehr</em>) de los sustratos (de los recursos ofrecidos por la Madre-Naturaleza, generosa y derrochadora &#8220;<em>donatrix</em>&#8220;). A causa de esta alienación de orden técnico, el obrero se ve precipitado en un mundo de explotación donde carece de protección. Para beneficiarse de una apariencia de protección, debe crear organizaciones -sindicatos-, pero con el error de que esas organizaciones también están conectadas al aparato técnico. La organización protectora no emancipa, sino que encadena. El obrero se defiende contra la alienación y la &#8220;piezación&#8221;, pero, paradójicamente, acepta el sistema de la automatización total. Marx, Engels y los primeros socialistas percibieron la alienación económica y política, pero estuvieron ciegos ante la alienación técnica, incapaces de comprender el poder destructivo de la máquina. La dialéctica marxista, de hecho, deviene en un mecanicismo estéril al servicio de un socialismo maquinista. El socialista permanece en la misma lógica que gobierna a la automatización total bajo la égida del capitalismo. Pero lo peor es que su triunfo no pondrá fin (salvo caso de renunciar al marxismo) a la alienación automatista, sino que será uno de los factores del movimiento de aceleración, de simplificación y de crecimiento técnico. La creación de organizaciones es causa de la génesis de la movilización total, que convierte a todas las cosas en móviles y a todos los lugares en talleres o laboratorios llenos de zumbidos y de agitación incesante. Toda área social tendente a aceptar esta movilización total favorece, quiera o no quiera, la represión: es la puerta abierta a los campos de concentración, a las aglomeraciones, a las deportaciones en masa y a las masacres colectivas. Es el reino del gestor impávido, figura siniestra que puede aparecer bajo mil máscaras. La técnica nunca produce armonía, la máquina no es una diosa dispensadora de bondades. Al contrario, esteriliza los sustratos naturales donados, organiza el pillaje planificado contra la &#8220;Wildnis&#8221;. La máquina es devoradora y antropófaga, debe ser alimentada sin cesar y, ya que acapara más de lo que dona, terminará un día con todas las riquezas de la Tierra. Las enormes fuerzas naturales elementales son desarraigadas por la gigantesca maquinaria y retenidas prisioneras por ella y en ella, lo que no conduce sino a catástrofes explosivas y a la necesidad de una supervivencia constante: otra faceta de la movilización total.</p>
<p style="text-align: justify;">Las masas se imbrican, voluntariamente, en esta automatización total, anulando al mismo tiempo las resistencias aisladas obra de los individuos conscientes. Las masas se dejan llevar por el movimiento trepidante de la automatización hasta tal punto que en caso de avería o paro momentáneo del movimiento lineal hacia la automatización experimentan una sensación de vida que les parece insoportable.</p>
<p style="text-align: justify;">La guerra, también ella, en adelante, estará completamente mecanizada. Los potenciales de destrucción se amplifican hasta el extremo. El reclamo de los uniformes, el valor movilizante de los símbolos, la gloria, se esfuman en la perfección técnica. La guerra solamente podrán ser soportadas por los soldados tremendamente endurecidos y de coraje tenaz, solamente podrán soportarlas los hombres que sean capaces de exterminar la piedad en sus corazones.</p>
<p style="text-align: justify;">La movilidad absoluta que inaugura la automatización total se revuelve contra todo lo que pueda significar duración y estabilidad, en concreto contra la propiedad (<em>Eigentum</em>). Friedrich-Georg Jünger, al meditar esta aseveración, define la propiedad de una manera original y particular. La existencia de las máquinas reposa sobre una concepción exclusivamente temporal, la existencia de la propiedad se debe a una concepción espacial. La propiedad implica limites, definiciones, vallados, muros y paredes, &#8220;clausuras&#8221; en definitiva. La eliminación de estas delimitaciones es una razón de ser para el colectivismo técnico. La propiedad es sinónimo de un campo de acción limitado, circunscrito, cerrado en un espacio determinado y preciso. Para poder progresar vectorialmente, la automatización necesita hacer saltar los cerrojos de la propiedad, obstáculo para la instalación de sus omnipresentes medios de control, comunicación y conexión. Una humanidad desposeída de toda forma de propiedad no puede escapar a la conexión total. El socialismo, en cuanto que niega la propiedad, en cuanto que rechaza el mundo de las &#8220;zonas enclaustradas&#8221;, facilita precisamente la conexión absoluta, que es sinónimo de la manipulación absoluta. De aquí, se desprende que el poseedor de máquinas no es un propietario; el capitalismo mecanicista socava el orden de las propiedades, caracterizado por la duración y la estabilidad, en preferencia de un dinamismo omnidisolvente. La independencia de la persona es un imposible en esa conexión a los hechos y al modo de pensar propio del instrumentalismo y del organizacionismo técnicos.</p>
<p style="text-align: justify;">Entre sus reflexiones críticas y acerbadas hacia la automatización y hacia la tecnificación a ultranza en los tiempos modernos, Friedrich-Georg Jünger apela a los grandes filósofos de la tradición europea. Descartes inaugura un idealismo que instaura una separación insalvable entre el cuerpo y el espíritu, eliminando el &#8220;sistema de influjos psíquicos&#8221; que interconectaba a ambos, todo para al final reemplazarlo por una intervención divina puntual que hace de Dios un simple demiurgo-relojero. La &#8220;res extensa&#8221; de Descartes en un conjunto de cosas muertas, explicable como un conjunto de mecanismos en los cuales el hombre, instrumento del dios-relojero, puede intervenir de forma completamente impune en todo momento. La &#8220;res cogitans&#8221; se instituye como maestra absoluta de los procesos mecánicos que rigen el Universo. El hombre puede devenir en un dios: en un gran relojero que puede manipular todas las cosas a su gusto y antojo, sin cuidado ni respeto. El cartesianismo da la señal de salida de la explotación tecnicista a ultranza de la Tierra.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>* * *</strong></p>
<p style="text-align: justify;">[trd. Santiago Rivas]</p>
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