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	<title>Centro Studi La Runa &#187; Silvio Zavatti</title>
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	<description>Archivio di storia, tradizione, letteratura, filosofia</description>
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		<title>Ricordo di Guido Boggiani, pittore-esploratore</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Dec 2011 15:33:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Lamendola</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La vita avventurosa, le opere letterarie, l'attività artistica e le ardite esplorazioni geografiche di Guido Boggiani (1861-1902).]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/guido-boggiani.html' addthis:title='Ricordo di Guido Boggiani, pittore-esploratore '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/centrostudilaruna48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Centro Studi La Runa online" /><br/><p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-full wp-image-9118" style="margin: 10px;" title="guido-boggiani" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/guido-boggiani.jpg" alt="" width="225" height="291" />Tra gli esploratori dei tempi moderni, Guido Boggiani costituisce un caso particolarmente interessante. Perché? Noi siamo soliti immaginarci l&#8217;esploratore, specialmente dei tempi moderni, come un uomo d&#8217;azione in grado eminente, scarsamente interessato a ciò che esula dalla sfera della sua immediata attività; oppure come un tecnico, uno scienziato chiuso nella propria specializzazione; insomma una mente lucida, positiva, realistica.</p>
<p style="text-align: justify;">Specialmente dopo Alexander von Humboldt, l&#8217;esploratore-tipo non partiva mai sprovvisto di una certa preparazione botanica, zoologica, geologica ed etnologica. Guido Boggiani, invece &#8211; in clima di positivismo imperante &#8211; offre lo spettacolo <em>sui generis</em> di un esploratore-artista. Anzi, di più; l&#8217;immagine di un artista che un bel giorno, piantate tele e pennelli, e quasi nel colmo del successo, lascia l&#8217;Europa, s&#8217;imbarca per il Nuovo Mondo e si spinge sempre più addentro, sempre più lontano, in cerca di orizzonti più vasti, mai prima veduti dall&#8217;uomo bianco.</p>
<p style="text-align: justify;">In questa sete di regioni inviolate, Boggiani lascerà tragicamente la vita, concludendo una giovane esistenza tutta spesa nella ricerca di verità e bellezza, ricerca sentita e condotta con l&#8217;urgenza indiscutibile d&#8217;un dovere.</p>
<p style="text-align: center;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Era nato a Omegna, sul Lago d&#8217;Orta, nel 1861. Non era quello il paese natale dei genitori; la famiglia vi si trovava, semplicemente, in vacanza. Giuseppe Boggiani, suo padre, gli trasmise il gusto per il disegno e la pittura; da sua madre Adele, figlia di un famoso professore di zoologia, probabilmente ereditò una certa qual attitudine al lavoro scientificamente ordinato.</p>
<div id="attachment_9116" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a href="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/boggiani-il-ruscello.jpg"><img class="size-full wp-image-9116" title="Guido Boggiani, Il ruscello (1883)" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/boggiani-il-ruscello.jpg" alt="Guido Boggiani, Il ruscello (1883)" width="300" height="185" /></a><p class="wp-caption-text">Guido Boggiani, Il ruscello (1883)</p></div>
<p style="text-align: justify;">Nel 1878, a diciassette anni, si iscrisse all&#8217;Accademia di Brera ed ebbe un professore d&#8217;eccezione, il pittore Filippo Carcano, celebre soprattutto per i suoi paesaggi e le sue marine, incline alla tendenza divisionista impostasi in ambiente lombardo verso la fine dell&#8217;Ottocento. Nel 1881 espose alcuni quadri; nel 1883, a soli ventidue anni, vinse il permio &#8220;principe Umberto&#8221; con un dipinto divenuto famoso: <em>La raccolta delle castagne</em>. In questo quadro, che si trova nella Galleria d&#8217;Arte Moderna, a Roma, sono riassunti gli aspetti salienti del Boggiani pittore: amore sconfinato per la natura, intuizione vivissima dei giochi di luce, ariosità ed armonia del paesaggio; il tutto, forse, un po&#8217; a scapito della profondità dell&#8217;interpretazione (1). Per chi voglia farsene un&#8217;idea, l&#8217;opera è riprodotta &#8211; purtroppo in bianco e nero &#8211; nella <em>Enciclopedia Italiana</em>, alla voce &#8220;Boggiani&#8221;: riconoscimento non certo trascurabile del suo valore di artista.</p>
<p style="text-align: justify;">Comunque, con <em>La raccolta delle castagne</em> il nome del Nostro s&#8217;impose definitivamente all&#8217;attenzione della critica, e da più parti egli venne salutato come la grande promessa nel futuro della pittura italiana. Socio onorario dell&#8217;Accademia di Brera (dalla quale era uscito dopo soli due anni), amico di Gabriele <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/gabriele-dannunzio" target="_blank">d&#8217;Annunzio</a></span>, conosciuto personalmente dalla famiglia reale: la sua carriera di artista sembrava trionfalmente avviata. Invece…</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.amazon.it/gp/product/B005WW0XVW/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=cestlaru-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=B005WW0XVW" rel="nofollow" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-9119" style="margin: 10px;" title="dizionario-degli-esploratori" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/dizionario-degli-esploratori.jpg" alt="" width="240" height="240" /></a>Improvvisa, la decisione della partenza. Un taglio brusco, quasi violento col passato. Nel 1887 Boggiani s&#8217;imbarca per il Sud America e va a stabilirsi a Buenos Aires. Non ha scordato, tuttavia, la sua antica passione, e nella capitale della Repubblica argentina, sulle prime, espone i suoi quadri e continua a lavorare. Ma a Buenos Aires non si ferma più d&#8217;un anno; poi, la smania dei viaggi lo afferra nuovamente, lo trascina lontano dalla grande città, lontano da quel mondo affollato e convulso che non è se non la caricatura di quello che ha già lasciato, al di là dell&#8217;Oceano.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1888 è nell&#8217;alto Paraguay, regione a quel tempo ancor selvaggia e poco conosciuta, e ben presto comincia a organizzare le sue spedizioni etnografiche verso l&#8217;interno, fra le tribù indigene che hanno risentito finora in ben scarsa misura l&#8217;infusso della civiltà occidentale.</p>
<p style="text-align: justify;">Nei suoi frequenti viaggi si sofferma specialmente fra i Ciamacoco del Gran Chaco e fra i Mbayà o Caduvei del Rio Nabileque, affluente del Paraguay, sull&#8217;orlo più meridionale del Mato Grosso.</p>
<p style="text-align: justify;">La sua attività è molteplice: studia ad un tempo gli usi, i costumi, la lingua, i prodotti dell&#8217;artigianato degli indigeni con i quali viene a contatto; prende appunti preziosi, note di viaggio: articoli che verranno poi pubblicati da importanti riviste geografiche; compila dei vocabolari delle lingue indiane &#8211; lui quasi sprovvisto di nozioni linguistiche di tipo scientifico &#8211; che verranno poi giudicati dagli esperti dei piccoli capolavori d&#8217;intelligenza e d&#8217;intuizione; e, naturalmente, dipinge, ma soprattutto traccia una gran quantità di schizzi, disegni, bozzetti, che più tardi, tornato in patria, esporrà al pubblico.</p>
<p style="text-align: justify;">Per sostenere le spese dei suoi viaggi, talvolta Boggiani deve impegnarsi in attività commerciali, come la compra-vendita di pelli pregiate; talvolta, seguendo gli usi del tempo, paga gl&#8217;indigeni con acquavite, cosa non certo encomiabile. Ovunque, però, riesce a farsi benvolere per la sua spontanea generosità e per le sue doti di umanità.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.amazon.it/gp/product/B00694XR4C/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=cestlaru-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=B00694XR4C" rel="nofollow" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-9120" style="margin: 10px;" title="viaggi-dun-artista" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/viaggi-dun-artista.jpg" alt="" width="240" height="240" /></a>Nel 1893 torna in Italia, per un breve periodo di riposo e per riordinare il materiale etnografico raccolto. Pubblica, quindi, un <em>Vocabolario dell&#8217;idioma Guanà</em> (in <em>Atti dell&#8217;Accademia dei Lincei</em>, 1895); <em>I Caduvei</em> (in <em>Memorie della Società Geografica Italiana</em>, 1895); <a title="I Caduvei" href="http://www.amazon.it/gp/product/B00694XR4C/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=cestlaru-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=B00694XR4C" target="_blank"><em>Viaggi di un artista nell&#8217;America meridionale: i Caduvei</em></a> (Roma, 1895), la sua opera maggiore, illustrata da numerosi disegni e quadri dell&#8217;Autore. Intanto cede i manufatti raccolti al Museo preistorico-etnografico di Roma, tiene conferenze d&#8217;interesse geografico, espone al pubblico i suoi dipinti di soggetto sud-americano.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1895 prende parte al viaggio in Grecia di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/gabriele-dannunzio" target="_blank">d&#8217;Annunzio</a></span> sullo yacht <em>Fantasia</em>, insieme a noti esponenti del mondo dell&#8217;arte e della cultura, come Hérelle (il traduttore francese di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/gabriele-dannunzio" target="_blank">d&#8217;Annunzio</a></span>) e Scarfoglio. A Olimpia, si commuove fin quasi alle lacrime davanti all&#8217;Hermes di Prassitele. Scriverà: &#8220;L&#8217;ho toccato più volte, come si toccano le immagini divine…&#8221; (2).</p>
<p style="text-align: justify;">Ma in settembre è di nuovo a Roma, per partecipare ai lavori del II Congresso Geografico Italiano, portandovi il contributo di ben tre comunicazioni: tutte di argomento sud-americano. Nel suo animo, il Paraguay sembra essere divenuto quasi un&#8217;ossessione; già lo avevano notato i suoi amici, durante il viaggio in Grecia. E finalmente, il 1° luglio 1896, riparte.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1897 è di nuovo tra i suoi vecchi amici Caduvei nel Mato Grosso; raccoglie informazioni sulla lingua, sulla manifattura, sulla <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione/">religione</a>; prende ancora una quantità di schizzi. Sono molte le spedizioni verso l&#8217;interno realizzate all&#8217;epoca da Boggiani, partendo dalla capitale Asunciòn. I vasti materiali raccolti li spedisce in Europa, ove sarebbero andati in parte al Museum für Völkerkunde di Berlino, in parte presso la Società Geografica Italiana.</p>
<p style="text-align: justify;">Continua a scrivere: appaiono, in Italia, <em>Nei dintorni di Corumba</em>, nel Bollettino della Società GeograficaItaliana, 1897; <em>La questione dei confini tra le Repubbliche del Paraguay e della Bolivia</em>, in <em>Memorie della Società Geografica Italiana</em>, 1897 (un&#8217;opera quasi profetica, visto che la questione di quei confini sarebbe sfociata poi nella sanguinosissima guerra del Chaco fra le due nazioni); <em>Guaicurù</em>, ivi, 1898. Fonda, ad Asunciòn, la rivista dell&#8217;Instituto paraguayo. E in tutte queste attività rivela non solo una profonda conoscenza di prima mano dei problemi geografici ed etnografici affrontati, ma anche un vero talento di scrittore: vivacità, brio ed eleganza di stile, ottenuta senza alcuno sforzo o ricercatezza e ben diversa, quindi, dalla prosa del suo amico <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/gabriele-dannunzio" target="_blank">d&#8217;Annunzio</a></span>. Per dare un&#8217;idea della vastità dei suoi interessi e della multiforme, instancabile attività della sua mente, basti dire che in questo torno di tempo Boggiani scrive al suo amico francese Hérelle chiedendo che gli spedisca un testo di storia greca antica e moderna e una traduzione francese dell&#8217;<em>Odissea</em>, per distrarsi &#8220;dalla miseria di questa vita solitaria e triste&#8221;, come scrive di suo pugno l&#8217;esploratore, rivelandoci un altro aspetto, tutto interiore e raccolto, della sua personalità.</p>
<p style="text-align: justify;">Come abbiamo detto, Boggiani possedeva delle ottime capacità di scritore, né sarebbe esagerazione o retorica affermare che egli rimaneva pittore anche quando adoperava la penna. Valga per tutti il seguente brano, in cui egli descrive un rito di esorcismo fra i Caduvei, al quale assistette durante il suo primo soggiorno presso quella tribù. Vi si noteranno la delicatezza e la leggerezza di tratto del pittore e, al tempo stesso, l&#8217;amore per la fedele rappresentazione, per i singoli particolari così come per l&#8217;effetto d&#8217;insieme, nonché l&#8217;acuta intelligenza di un osservatore distaccato ma non mai scettico o sprezzante.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">«Una sera, già dopo il tramonto e dopo terminato uno dei balli consueti, io mi ero ritirato sul tavolato che, nella sua casa, il capo del villaggio aveva messo a mia disposizione per tutto il tempo che durò la mia visita presso la tribù.</p>
<p style="text-align: justify;">La notte era scura e senza luna; ma serena e tiepida. Davanti ad ognuna delle capanne ardevano i soliti fuochi, la cui luce però, quantunque assai viva per la qualità di legna adoperata, e senza fumo, non arrivava ad illuminare che le paglie sporgenti dei tetti e, con strano effetto, le figure vaganti qua e là od accoccolate nelle capanne aperte a tutti i venti; mentre dal lato opposto le tenebre erano profondissime, ed appena si vedevano, dall&#8217;ampia volta del cielo, brillare le innumerevoli stelle nell&#8217;aere nitido della notte.</p>
<p style="text-align: justify;">Per tutto il villaggio le conversazioni salivano animate; si rideva, si scherzava, si raccontavano mille storielle, e fors&#8217;anche si sussurravano, nella dolce ombra notturna, dolcissime parole d&#8217;amore…</p>
<p style="text-align: justify;">Inaspettatamente un&#8217;alta voce nasale s&#8217;udì. Una vecchia donna, uscita in mezzo al piazzale, lanciò nell&#8217;oscurità della notte alcune frasi, e d&#8217;un tratto tutto tacque intorno; cessò ogni parola, ogni rumore da un capo all&#8217;altro del villaggio; e se non fosse stato pei fuochi che sempre vedevo brillare e per la gente che io vedevo stare ai suoi posti come prima, avrei potuto credere o d&#8217;essere divenuto sordo d&#8217;un tratto, o d&#8217;essere stato trasportato improvvisamente in luogo solitario in mezzo alla campagna deserta.</p>
<p style="text-align: justify;">Sottovoce, il capo del villaggio che, sedendomi accanto, aveva potuto osservare il mio stupore, mi avvertì che Sabino, il Ciamacoco, uno dei più reputati medici, stava per incominciare la cura di alcuni ammalati.</p>
<p style="text-align: justify;">Io non mi mossi, ché dal posto dove stavo potevo perfettamente osservare ogni cosa. Ma aprii tanto d&#8217;occhi, curioso di vedere bene una cerimonia che s&#8217;annunciava in modo così strano.</p>
<p style="text-align: justify;">Davanti ad una delle vicine capanne era stato aumentato il fuoco che mandava una gran luce tutt&#8217;intorno. Sul limitare della capanna stessa, su dei cuoi stesi al suolo, s&#8217;erano messi a sedere, accoccolati alla turca, tre Caduvei ammalati.</p>
<p style="text-align: justify;">Ed uscì Sabino, il quale, vestito d&#8217;un drappo molto più pulito che non usasse di solito, s&#8217;apprestava a fare lo scongiuro. Teneva in una mano un oggetto che, sul principio, non arrivavo a ben distinguere; vidi poi che era un frammento di specchio incastrato in un pezzo di legno. E nella sinistra mano teneva un mazzo di piume di struzzo.</p>
<p style="text-align: justify;">Essendosi avvicinato al fuoco, la sua figura risaltava stranamente illuminata sul fondo scuro della campagna immersa nella notte. Ritto, con aria seria ed inspirata, e tutto compreso della gravità della funzione cui s&#8217;accingeva, quel gran ciarlatano (3) incominciò a guardare fisso nello specchio; poi, alzata la faccia, fissò le stelle che brillavano chiarissime in cielo. Riguardò nello specchio come cercando l&#8217;immagine riflessa degli astri favorevoli allo scongiuro; rivolse la faccia in alto e così di seguito alternativamente per due o tre volte ancora, poi sputò, o finse di sputare, tre volte, con grande strepito, acciocché tutti lo sentissero, nel mazzo di piume, che passò lentamente tre volte sopra il fuoco, come per purificarlo; indi ne strofinò lo specchio, quasi a levarne alcuna cosa che gli impedisse di vedere bene l&#8217;oroscopo che andava cercando nelle stelle.</p>
<p style="text-align: justify;">Infine, come ebbe veduto ciò che doveva vedere, s&#8217;avvicinò ai malati, sputò tre volte nel mazzo di piume e lo passò bene sul corpo d&#8217;ognuno, come se si fosse trattato di spolverarli e cacciarne lo spirito maligno che li tormentava.</p>
<p style="text-align: justify;">Fatto questo, con la massima serietà e compostezza tornò al fuoco e ripetè l&#8217;operazione di prima, indi di nuovo passò a spolverare da ogni lato i suoi clienti, e per tre volte ripetè l&#8217;operazione magico-astronomica, terminando lo scongiro con una spolverata complessiva.</p>
<p style="text-align: justify;">I tre s&#8217;alzarono e se ne andarono alle case loro convinti dell&#8217;eccellenza del metodo usato da Sabino. E la vecchia che aveva dato al pubblico il primo avviso, uscì fuori nuovamente e gridò nella notte scura e serena che lo scongiuro era terminato.</p>
<p style="text-align: justify;">Immediatamente le conversazioni ripresero animate come prima da un capo all&#8217;altro del villaggio.</p>
<p style="text-align: justify;">Da medico, Sabino diventò giullare. A notte alta, quando i fuochi s&#8217;andavano spegnendo e tutto rientrava nel silenzio e nella oscurità, alcuni giovanotti portarono dei grandi cuoi, li stesero a terra attorno al tavolato che era accanto al mio e vi si sdraiarono sopra. Riconobbi tra essi i tre ammalati di poco prima, e li vidi intenti ad ascoltare Sabino il quale, ritto in piedi sul tavolato, aveva incominciato una specie di preludio, agitando nella destra un sistro formato di una zucca disseccata e vuota, imperniata su di un manico di legno e contenente alcune pietruzze che producevano un lieve rumore cadenzato.</p>
<p style="text-align: justify;">E cominciò a cantare. La sua voce, ben intonata, era modulata in modo affatto differente da quello usato dai nostri cantori. Usciva sforzata dalla gola ed aveva note acute di testa stranissime.</p>
<p style="text-align: justify;">Era una nenia lamentosa che si ripeteva come un ritornello, con brevi intervalli nei quali la zucca continuava l&#8217;accompagnamento un po&#8217; più forte.</p>
<p style="text-align: justify;">Le prime note erano acute e forti, e per una curiosa degradazione di toni, mezzi toni e quarti di tono, intramezzati da brevissime note scappate quasi singhiozzanti, cadevano in una nenia melodiosa cantata tutta d&#8217;un fiato, di più in più sotto voce sino a spegnersi in una improvvisa interruzione.</p>
<p style="text-align: justify;">Di tutte quante io vidi ed udii durante il mio soggiorno presso i Caduvei, nessuna cosa mi lasciò una impressione di così grande poesia come quel canto carezzevole che scendeva dolcissimo, in mezzo all&#8217;alto silenzio della notte, sul villaggio addormentato.</p>
<p style="text-align: justify;">Non ricordo quanto durasse; ma, certo, dovevano essere vicine le prime ore del mattino quando Sabino tacque. Forse il suo canto era stato necessario complemento alla cerimonia scongiurale che aveva preceduto». (4)</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Pagine degne di un vero scrittore, ma di uno scrittore che, all&#8217;estro poetico, sa accompagnare una vigile scrupolisità documentaristica e che è capace non solo di ritrarre con grazia ed esattezza le realtà vissute, ma altresì di indagarle e meditarle con acuta intelligenza. Si noti che Boggiani, nel descrivere la cerimonia di guarigione eseguita dall&#8217;uomo della medicina, lo sciamano, non giudica: riferisce con scrupolo di esattezza, e lascia che i fatti parlino da sé.</p>
<p style="text-align: justify;">Non si nasconde, peraltro, dietro il mito ipocrita dell&#8217;obiettività totale. La sua partecipazione umana s&#8217;intuisce tra le righe, quasi pudica; la sua simpatia per quegli esseri umani, portatori di altri valori (non necessariamente &#8220;inferiori&#8221;) è comunque evidente. E si era nel pieno dell&#8217;età positivistica, l&#8217;età di Lombroso, di Ritter, di Haeckel, quando quasi tutta la cultura occidentale era profondamente permeata dalla credenza nella propria &#8220;naturale&#8221; superiorità e nel Logos calcolante come la forma più alta di sapere, se non addirittura come l&#8217;unica.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.amazon.it/gp/product/B00694YNCW/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=cestlaru-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=B00694YNCW" rel="nofollow" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-9121" style="margin: 10px;" title="i-ciamacoco" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/i-ciamacoco.jpg" alt="" width="240" height="240" /></a>E Boggiani stesso, si tenga sempre presente, era intimo amico di nazionalisti come <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/gabriele-dannunzio" target="_blank">d&#8217;Annunzio</a></span> e come Scarfoglio; veniva, cioè, da un universo politico-culturale lievitato di malinteso superomismo nietzschiano (<em>Zarathustra</em> era apparso da neppure un decennio, nel 1883-85) e da tenaci e radicati pregiudizi etnocentrici. Eppure, nella descrizione dei riti e delle abitudini di quei &#8220;primitivi&#8221; sud-americani, non si trovano che scarse tracce di quel senso di superiorità, di quella tracotanza intellettuale: anzi traspare quasi, qua e là, una sorta di nostalgia per il perduto paradiso terrestre, che i Caduvei hanno saputo trattenere nella loro vita, e gli Europei hanno perduto per sempre. Non una rivistazione del settecentesco mito del &#8220;buon selvaggio&#8221;, tuttavia, ma la pensosa e, a volte, malinconica consapevolezza che l&#8217;Occidente, per inseguire la chimera del dominio sul mondo della natura, si è condannato da sé allo smarrimento della sua essenza più profonda e più vera, ricacciata nel regno dei sogni, dell&#8217;immaginazione, della poesia (è questa, ben anche, la grande stagione del <a title="simbolismo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">simbolismo</a>: le <a title="Myricae" href="http://www.libriefilm.com/myricae/7138"><em>Myricae</em></a> del Pascoli sono apparse, come un rombo di tuono a sinistra, nel 1891).</p>
<p style="text-align: justify;">Se Boggiani non fosse stato ròso da una tale inquitudine, da una tale segreta infelicità, che cosa lo avrebbe distolto dall&#8217;Europa, ove era giunto sul limitare del successo e della gloria, per ritornare ancora e sempre a quelle lontane solitudini del Chaco, a quel gran mare d&#8217;erba ove conduceva un&#8217;esistenza, come lui stesso affermava, &#8220;triste e solitaria&#8221;?</p>
<p style="text-align: center;">* * * * *</p>
<p style="text-align: justify;">Già si è detto del valore, riconosciuto da insigni studiosi contemporanei, delle sue investigazioni di carattere etnografico (5). Rimane da aggiungere che, guidato da una felice capacità d&#8217;intuizione e da una conoscenza non libresca, ma diretta e profonda, delle regioni interne del Sud America tropicale, Boggiani non arretra davanti a delle teorie etnologiche per allora nuove, ma perfettamente coerenti con i risultati del suo paziente lavoro.</p>
<p style="text-align: justify;">In una delle memorie da lui presentate al II Congresso Geografico Italiano, nel 1895, e intitolata <em>Tatuaggio o pittura?</em>, avanzava l&#8217;ipotesi di una stretta paentela fra i Caduvei, abilissimi nell&#8217;arte del tatuaggio e della decorazione, e gli antichi Incas del Perù, che lo erano stati essi pure, prima che il loro Impero venisse distrutto dai conquistadores guidati da Pizarro. Certo, non era possibile istituire un raffronto fra il grado complessivo di civiltà degli antichi Peruviani e quello degli odierni indigeni del Rio Nabileque, nel Mato Grosso del sud; tuttavia questa, secondo Boggiani, non costituiva in alcun modo una difficoltà.</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco infatti come spiegava la cosa, dal suo punto di vista:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">«Le arti vanno di pari passo con la civiltà de&#8217; popoli; ma ciò si riferisce al momento creativo di esse; mentre può darsi benissimo che, al contatto di una civilizzazione maggiore, un popolo relativamente inferiore ne risenta una diretta influenza, specialmente nella riproduzione grafica delle forme ornamentali. E se si volesse anche ammettere, cosa non improbabile, che i Caduvei o, meglio, gli Mbayà fossero una popolazione in contatto immediato con le più civili popolazioni dell&#8217;impero degli Inca, obbligati dalle persecuzioni spagnole a rifugiarsi nelle selve ed a menar la vita aspra delle tribù più primitive, non sarebbe strano che, perdute le abitudini di una vita in alto grado civile, abbiano conservato le loro attitudini per l&#8217;arte ornamentale, le cui forme sono sempre le ultime a scomparire presso tutti i popoli della terra.</p>
<p style="text-align: justify;">Ed ecco quindi spiegato come i Caduvei posseggano un&#8217;arte superiore alla loro presente condizione sociale; un&#8217;arte che, se non è interamente loro, trova una evidente maternità in quella della civiltà antica peruana di cui ci rimagono così splendidi e numerosi saggi» (6).</p>
</blockquote>
<p style="text-align: center;">* * * * *</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/lo-sguardo-del-viaggiatore-vita-e-opere-di-guido-boggiani/10143" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-9117" style="margin: 10px;" title="lo-sguardo-del-viaggiatore" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/lo-sguardo-del-viaggiatore.jpg" alt="" width="200" height="281" /></a>Nell&#8217;estate del 1901 Boggiani ha stabilito di rientrare nuovamente in Italia, allorchè gli giunge notizia di una tribù &#8220;selvaggia&#8221; dell&#8217;interno del Chaco, che da molto tempo desiderava avvicinare. Si tratta degli Indiani colà noti col nome generico di Moros, nomadi e, in confronto ai Caduvei, estremamente primitivi, temuti egualmente dai bianchi e dagli altri indigeni che li considerano inavvicinabili, crudeli e fors&#8217;anche cannibali. Il loro vero nome è Ayoréos; pochissimi Europei, da allora e fino ad anni recentissimi, hanno potuto vederli; tra quei pochi l&#8217;esploratore novarese Maurizio Leigheb, che all&#8217;inizio degli anni &#8217;70 del secolo trascorso, a rischio della vita è riuscito a prenderne alcune fotografie, prima di vederli scomparire nel folto del monte, ossia della foresta (7).</p>
<p style="text-align: justify;">Nell&#8217;agosto del 1901 Boggiani lascia Asunciòn, ben deciso a stabilire un contatto con i Moros. Possiede una piccola scorta, che però, all&#8217;ingresso nella selva, viene rimandata indietro. Con lui non rimangono che un fido compagno, tal Gregorio Gavilàn, e alcuni Ciamacoco che dovrebbero far loro da guide.</p>
<p style="text-align: justify;">Il 18 ottobre scrive un&#8217;ultima lettera al fratello Oliviero, in Italia, dicendosi intenzionato ad avanzare, a cavallo, sino in vista degli ultimi contrafforti orientali delle Ande, ossia ad attraversare tutto il Gran Chaco nel senso della longitudine, e riproponendosi di compiere delle scoperte notevoli presso quelle ancor sconosciute popolazioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Il 24 ottobre lascia, insieme al paraguayano Gavilàn e a quattro indiani Ciamacoco, la fattoria di Los Mèdanos, ultimo avamposto della civiltà in quelle regioni ancora selvagge. Da allora la spedizione sembra essere scomparsa nel nulla, come si fosse volatilizzata. Per mesi e mesi, nessuna notizia dell&#8217;esploratore e dei suoi compagni giunge a squarciare le sinistre ombre del mistero.</p>
<p style="text-align: justify;">Il 18 giugno del 1902 parte da Asunciòn una spedizione di soccorso, guiata dal coraggioso spagnolo José Fernandez Cancio, e finalmente il mistero può essere chiarito (8).</p>
<p style="text-align: justify;">Durante la sua marcia nel Chaco, Fernandez Cancio ha incontrato una tolderìa (villaggio) dei Ciamacoco, presso i quali vengono rinvenuti vari oggetti appartenenti indiscutibilmente a Boggiani. Gli Indiani forniscono confuse spiegazioni alle domande che vengono fatte loro; da ultimo uno di essi, di nome Luciano, finisce per confessare la verità.</p>
<p style="text-align: justify;">Per due mesi e mezzo Boggiani era vissuto fra i Ciamacoco, spostandosi in vari luoghi e raccogliendo materiale etnografico, scattando fotografie ed eseguendo pitture e disegni. Gl&#8217;Indiani gli si erano affezionati, ma erano anche terrorizzati dalla prospettiva dell&#8217;incontro coi Barbudos &#8211; com&#8217;essi chiamavano i Moros o Ayoréos -, che l&#8217;italiano voleva ad ogni costo avvicinare. Nel gennaio del 1902, poichè Boggiani insisteva affinchè lo guidassero presso quella tribù, i Ciamacoco lo avevano ucciso insieme a Gavilàn.</p>
<p style="text-align: justify;">La spedizione di Fernandez Cancio ritrova quindi i resti dei due uomini. Il cranio di Boggiani presenta i segni inequivocabili di un colpo d&#8217;arma bianca alla tempia e di un ancor più terribile colpo di clava. Luciano viene assicurato alla giustizia, condotto ad Asunciòn, processato e imprigionato; ma più tardi riuscirà ad evadere, profittando di torbidi politici scoppiati nel Paraguay.</p>
<p style="text-align: justify;">A più d&#8217;un secolo di distanza da quei fatti, non si può dire che il nome di Guido Boggiani sia molto conosciuto in Italia; forse lo è di più nel Sud America, dove sono stati pubblicati anche alcuni suoi lavori, tuttora inediti nella sua patria. Opere letterarie, a quanto ci risulta, non sono state ristampate.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma se, come scrisse in sua memoria il <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/gabriele-dannunzio" target="_blank">d&#8217;Annunzio</a></span>, Boggiani aveva realmente schiuso una strada &#8220;più oltre, più oltre nel nuovo&#8221; (9), speriamo che sia giunto finalmente il tempo perché egli venga nuovamente fatto conoscere agli Italiani, e specialmente ai giovani, per il significativo messaggio che egli ha lasciato come artista, come esploratore e come uomo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Note</strong></p>
<p style="text-align: justify;">1) Questa, almeno, è la tesi del prof. Emilio Malesani, in <em>Boggiani, Guido</em>, voce della <em>Enciclopedia Italiana</em>, vol. VII, p. 276.</p>
<p style="text-align: justify;">2) Dal giornale di bordo di Boggiani durante il viaggio in Grecia, cit. da P. Scotti, <em>Guido Boggiani (nel centenario della sua nascita)</em>, in <em>Bollettino della Società Geografica Italiana</em>, Roma, 1963, p. 20.</p>
<p style="text-align: justify;">3) Poco innanzi, nella medesima opera, Boggiani aveva scritto dello stregone Sabino che &#8220;mai conobbi un più impenitente ubbriacone, un uomo di maggior mala fede, un furfante più matricolato di lui&#8221;. È il prezzo che anche il Nostro ha pagato, in termini d&#8217;incomprensione, all&#8217;atteggiamento di condiscendenza che l&#8217;Europeo del tempo nutriva nei confronti dei popoli &#8220;primitivi&#8221;. Una incomprensione che non lo ha spinto a chiedersi, lui che vendeva l&#8217;acquavite agli Indiani, quali effetti disgreganti avesse sul tessuto sociale delle loro comunità e sul tramonto delle loro culture. Una incomprensione nei confronti dell&#8217;&#8221;altro&#8221; che, da ultimo, gli riuscì fatale, quando non si rese conto dell&#8217;autentico terrore che la sua insistente richiesta di essere accompagnato presso gli Ayoréos provocava nei Ciamacoco.</p>
<p style="text-align: justify;">4) G. Boggiani, <em>I Caduvei. Studio intorno a una tribù indiana dell&#8217;Alto Paraguay nel Matto Grosso (Brasile)</em>, in Memorie della Società Geografica Italiana, V, 1895, pp. 286-88.</p>
<p style="text-align: justify;">5) Alfred Métraux (il celebre etnologo, autore di <em>Tristi Tropici</em> e di <em>Meravigliosa Isola di Pasqua</em>), affermò che, per la parte del Gran Chaco e del Mato Grosso studiata da Guido Boggiani, ben pochi sono stati i lavori etnografici successivi, talché la sua opera rimane per noi, a tutt&#8217;oggi, di importanza capitale.</p>
<p style="text-align: justify;">6) G. Boggiani, <em>I Caduvei</em>, ecc., cit., p. 268.</p>
<p style="text-align: justify;">7) M. Leigheb, <em>Caccia all&#8217;uomo</em>, Milano, Sugar ed., 1973.</p>
<p style="text-align: justify;">8) Cfr. J. Fernandez Cancio, <em>Alla ricerca di Guido Boggiani nel Gran Chaco Boreale paraguayano</em>, in <em>Bollettino della Società Geografica Italiana</em>, 1903.</p>
<p style="text-align: justify;">9) A Guido Boggiani il poeta Gabriele <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/gabriele-dannunzio" target="_blank">d&#8217;Annunzio</a></span> dedicò un posto importante nel primo libro delle <em>Laudi del Cielo, del Mare, della Terra e degli Eroi</em>.</p>
<p style="text-align: center;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Riportiamo dal <a title="Dizionario degli esploratori e delle scoperte geografiche" href="http://www.amazon.it/gp/product/B005WW0XVW/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=cestlaru-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=B005WW0XVW" target="_blank"><em>Dizionario degli esploratori e delle scoperte geografiche</em></a> di Silvio Zavatti (Milano, Feltrinelli, 1967, p. 38):</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">&#8220;BOGGIANI, Guido. Esploratore italiano nato ad Omegna (Novara) nel 1861, ucciso dagli Indiani del Chaco Boreale nell&#8217;agosto o nel settembre del 1901. Il 27 novembre 1867 s&#8217;imbarcò per l&#8217;Argentina stabilendosi in seguito nell&#8217;alto Paraguay. Compilò un prezioso dizionario della lingua Guaranì e portò capitali ausilii all&#8217;antropologia e all&#8217;etnografia del Paraguay. Dopo un breve riposo in Italia, il 1° luglio 1896 ripartì nuovamente per il Paraguay e raccolse vaste collezioni etnologiche che erano conservate nel Museo di Berlino. Mentre stava per dirigersi nuovamente verso l&#8217;Italia, ebbe notizia di una tribù indigena che da lungo tempo cercava e, sospesa la partenza, lasciò Asunciòn nell&#8217;agosto del 1901 seguito da pochi uomini di scorta che poi, all&#8217;entrare nella foresta, vennero rimandati. Con Boggiani rimase solo un uomo fedele. Da quel giorno più nulla si seppe di lui. Il 20 ottobre 1902, il coraggioso spagnolo José Ferdinando Cancio ritrovò le ossa dell&#8217;infelice esploratore. Il cranio presentava una ferita d&#8217;arma bianca alla tempia sinistra e un tremendo colpo di clava infertogli dagli indigeni. Anche il suo compagno fu trovato morto.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;BIBL.: Gli scritti di Boggiani sono: <em>I Ciamacoco</em>, in <em>Atti della Società Romana di Antropologia</em>, Roma, 1894; <em>I Ciamacoco</em>, in <em>Boll. della Soc. Geogr. Ital.</em>, 1895; <em>Il Rio Nabilecche e la regione abitata dai Caduvei nello Stato di Matto Grosso in Brasile</em>, ivi; <em>I Caduvei</em>, in <em>Memorie della Reale Società Geografica Italiana</em>, vol. V, 1895; <em>Idioma Guana</em>, in <em>Atti dell&#8217;Accademia dei Lincei</em>, 1895; <em>Viaggi di un artista nell&#8217;America meridionale: i Caduvei</em>, Roma, 1895; <em>Tatuaggio o pittura?</em>, in <em>Atti del II Congresso Geografico Italiano</em>, Roma, 1895; <em>Nei dintorni di Corumba</em>, in <em>Boll. della Soc. Geogr. Ital.</em>, vol. XXXIV (1897); <em>La questione dei confini tra le Repubbliche del Paraguay e della Bolivia</em>, in <em>Memorie della Reale Società Geogr. Italiana</em>, vol, VII (1897); <em>Guaicurù</em>, ivi, vol. VIII (1898). Per B. si veda: E. H. Giglioli, <em>Guido Boggiani</em>, in <em>Boll. della Reale Soc. Geogr.</em>, 1902; J. Fernandez Cancio, <em>Alla ricerca di Guido Boggiani nel Chaco boreale paraguayano</em>, ivi, 1903; R. Giolli, <em>Per la psicologia di un esploratore: Guido Boggiani fra i Caduvei</em>, in <em>Le vie d&#8217;Italia e dell&#8217;America Latina</em>, 1925; Diaz-Perez Viriato, <em>Coronario de Guido Boggiani</em>, in <em>Revista Paraguayana</em>, Asunciòn, 1926; A. Faustini, <em>Gli esploratori</em>, Torino, Paravia, 1932; A. Viviani, <em>Guido Boggiani alla scoperta el Gran Chaco</em>, ivi, 1938; P. Scotti, <em>Guido Boggiani (nel centenario della sua nascita)</em>, in <em>Boll. della Soc. Geogr. Ital.</em>, 1963.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">A questi riferimenti bibliografici, vogliamo aggiungere: Anonimo, <em>Guido Boggiani o la passione della vita primitiva</em>, in <em>Il giardino di Esculapio</em>, anno XX, 1951, n. 1, pp. 29-54; M. Leigheb, <em>Caccia all&#8217;uomo</em>, Milano, Sugar ed., 1973; G. C. Favret, <em>La giovane America</em>, Ed. Uomini-Continenti, Destini, Torino, 1960.</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto, col gentile consenso dell&#8217;Autore, dal sito <a title="Arianna Editrice" href="http://www.ariannaeditrice.it" target="_blank">Arianna Editrice</a>.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/guido-boggiani.html' addthis:title='Ricordo di Guido Boggiani, pittore-esploratore ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>La spedizione algerina in Islanda del 1627</title>
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		<pubDate>Thu, 31 Mar 2011 17:01:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Lamendola</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La storia poco conosciuta di una delle più clamorose azioni di pirateria dell'età moderna.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/la-spedizione-algerina-in-islanda-del-1627.html' addthis:title='La spedizione algerina in Islanda del 1627 '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/centrostudilaruna48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Centro Studi La Runa online" /><br/><p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-full wp-image-7162" style="margin: 10px;" title="saraceni2" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/saraceni2.jpeg" alt="" width="240" height="210" />Nel diciassettessimo secolo gli Stati costieri del Maghreb &#8211; Marocco, Algeri, Tunisi, Tripoli -, nominalmente infeudati all&#8217;Impero Ottomano, erano in piena fioritura economica e politica. Una parte notevolissima del loro benessere proveniva dalla pirateria, esercitata in maniera diretta o indiretta, cioè esigendo il pagamento di un tributo dagli Stati cristiani che volevano vivere tranquilli. Altro denaro affluiva nelle casse dei pascià maghrebini sotto forma di riscatto per gli schiavi cristiani che i parenti volevano far liberare; anche il grande scrittore Miguel de Cervantes conobbe questa dolorosa vicissitudine, dal 1575 al 1580. (1) Si calcola che nella prima metà del 1600 vi fossero, nella sola Algeria, più di 20.000 schiavi cristiani. (2) L&#8217;intera struttura economico-sociale di Tunisi e di Algeri, che in quell&#8217;epoca avevano riunito le loro forze, poggiava sulla guerra di corsa.</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>La cornice storica</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;">A partire dal 1618 l&#8217;Europa fu travolta dalla Guerra dei Trent&#8217;Anni, in un crescendo di distruzioni e carestie. Le forze navali dei maggiori Stati europei furono distratte dalle esigenze della difesa contro i barbareschi, prime fra tutte quelle del colosso spagnolo, che già si avviava a una inarrestabile decadenza economica, politica e, infine, militare (quest&#8217;ultimo fattore si rivelerà solo nel 1643, con la disfatta nella decisiva battaglia di Rocroi contro i Francesi del Condé). Di tale situazione profittarono i veloci e leggeri vascelli moreschi per spingere le loro audaci imprese sempre più lontano, anche fuori del Mediterraneo. Le isole Canarie furono uno dei loro obiettivi, sporadici ma fruttuosi e quasi senza rischi (3). Nel terzo decennio del secolo giunsero ad Algeri notizie allettanti sulla remota isola del nord, l&#8217;Islanda. Essa era a quel tempo una terra particolarmente isolata: dal 1602 il il Governo danese aveva concesso alla Compagnia d&#8217;Islanda, gestita da mercanti di Copenhagen, il monopolio su tutto il commercio estero dell&#8217;isola (4). Inoltre, sembra che già allora fosse iniziato nel nord Atlantico quel movimento di espansione neoglaciale che condusse, nei secoli XVIII e XIX, il limite meridionale dei ghiacci galleggianti a sud dell&#8217;Islanda (mentre dal 1920 è tornato stabilmente a nord di essa) (5).</p>
<p style="text-align: justify;">Il raffreddamento complessivo del clima e l&#8217;assolutismo dei re danesi non erano però riusciti ancora a distruggere le basi economiche della società islandese, poggianti soprattutto su una fiorente attività peschereccia. In particolare, la costa sud-orientale (oggi pressoché disabitata, e divenuta tale per l&#8217;eruzione del vulcano Lakagigar nel 1738) (6), godeva di un certo benessere, dovuto alla pescosità di quelle acque. Sopravviveva anche una certa vivacità culturale: tanto che nel 1643 il vescovo Brynjólf Sveinsson scopriva la raccolta di antichi carmi norreni denominata <em>Edda</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Ce n&#8217;era abbastanza per invogliare all&#8217;impresa gli audaci pirati barbareschi. Essi sapevano che le nebbie e il pack dei mari artici sarebbero stati, più che dei nemici, dei preziosi alleati per sfuggire a una peraltro improbabile sorveglianza delle flotte cristiane. Il re di Danimarca, Cristiano IV, s&#8217;era lasciato coinvolgere, nel 1625, nella Guerra dei Trent&#8217;Anni, e col Wallenstein che minacciava l&#8217;invasione dello Jutland, aveva ben altro cui pensare che la difesa del lontano possedimento islandese. Quanto al bottino che si sperava di fare nell&#8217;impresa, le bionde donne nordiche dagli occhi azzurri costituivano un articolo quanto mai pregiato per gli <em>harem</em> del Nord Africa; e, per rivendere i beni materiali che si sarebbero razziati, c&#8217;erano sempre i mercanti ebrei di Algeri (ma anche quelli di Livorno, se del caso), pronti alla bisogna.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Una straordinaria impresa marinara</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Dal punto di vista nautico, la spedizione moresca in Islanda si presentava come una grossa impresa. È necessario porsi davanti a un globo geografico di una certa scala, per esempio 1:25.000.000, per afferrarne tutta la grandiosità. Si trattava di compiere un balzo di ventotto gradi di meridiano (dai 36° lat. N dello Stretto di Gibilterra ai 64° della costa meridionale islandese) navigando in pieno Atlantico, lontano da qualsiasi costa amica. Coprire qualcosa come 3.100 chilometri in linea d&#8217;aria nel solo viaggio di andata, e senza contare la navigazione costiera da Algeri a Céuta e dallo Stretto di Gibilterra al Cabo de São Vicente, estrema punta sud-occidentale del Portogallo (allora sottomesso alla corona spagnola di Filippo IV). In totale, fra andata e ritorno, più di 8.000 chilometri di navigazione, pari &#8211; per farsi un&#8217;idea concreta &#8211; ad oltre un quinto della circonferenza terrestre!</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-full wp-image-7163" style="margin: 10px;" title="saraceni2" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/saraceni21.jpeg" alt="" width="240" height="210" />C&#8217;erano, è pur vero, alcuni elementi che giocavano a vantaggio della flotta barbaresca. In primo luogo, i Turchi &#8211; e quindi i loro alleati nordafricani &#8211; disponevano di ottime carte nautiche relative a tutti i mari del mondo, delle quali la famosa carta di Piri Reis, conservata nel Museo Topkapi di Istanbul, è solo un esempio. Poi, a partire dal 45° parallelo Nord circa, la flotta moresca nel viaggio di andata (ma solo in quello di andata!) avrebbe potuto sfruttare in pieno il ramo principale della Corrente del Golfo, che l&#8217;avrebbe sospinta di poppa dritta dritta fino all&#8217;Islanda (7). Gli icebergs, però, nell&#8217;ultima fase del viaggio, avrebbero costituito un pericolo temibile, specialmente di notte. (E si badi che lo sarebbero stati, praticamente, fino all&#8217;introduzione del radar, come dimostrerà l&#8217;immane tragedia del grandioso transatlantico Titanic in piena <em>belle époque</em>: nel 1912!). Senza contare che le caratteristiche tecniche del naviglio moresco &#8211; la leggerezza e l&#8217;esilità dello scafo e delle strutture di coperta &#8211; se costituivano un vantaggio nel Mediterraneo, poiché consentivano di sviluppare una velocità superiore a quella dei grossi vascelli europei, ponevano tuttavia un&#8217;incognita nelle violente tempeste dell&#8217;Atlantico settentrionale.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;incognita principale, comunque, era data dalla novità stessa dell&#8217;impresa. Fino a quel momento le navi di Algeri, come quelle di tutte le potenze rivierasche maghrebine, non avevano mai intrapreso delle spedizioni verso obiettivi così lontani. E, pur essendo dotate, da prima delle cristiane, di bussola magnetica, le navi musulmane preferivano senz&#8217;altro la navigazione costiera a quella d&#8217;altura. Fuori del Mediterraneo, non avevano molta esperienza: le stesse Canarie, obiettivo di alcune precedenti scorrerie, non distano che un centinaio di chilometri dal litorale marocchino &#8211; all&#8217;altezza della più orientale di essa, Lanzarote: tanto che, nelle giornate in cui l&#8217;aria è limpida, si possono vedere reciprocamente le due opposte sponde.</p>
<p style="text-align: justify;">È pur vero che alcuni audaci <em>ra&#8217;is</em> (così si chiamavano i comandanti delle navi corsare) avevano vòlto la prua anche più lontano, fino alle Azzorre (1.400 km. a ovest del Portogallo) e perfino alle Isole del Capo Verde (500 km. a ovest della costa africana). Altri avevano compiuto scorrerie ai danni dei pescherecci europei sui Grandi Banchi, al largo delle coste occidentali iberiche e irlandesi (8). Nessuna però di queste imprese può essere paragonata a quella contro l&#8217;Islanda, almeno dal punto di vista nautico. Tanto le isole di Capo Verde quanto i Banchi di pesca della Penisola Iberica e delle Isole Britanniche erano indubbiamente degli obiettivi lontani, ma potevano essere raggiunti navigando, per lo più, in vista delle coste; e le Azzorre, benché poste in pieno Oceano, sono molto più vicine allo Stretto di Gibilterra che non l&#8217;Islanda, e circondate da acque assai più miti.</p>
<p style="text-align: justify;">La spedizione contro l&#8217;Islanda del 1627 aveva, dunque, tutti i caratteri della eccezionalità e presentava rischi non indifferenti. Dovettero essere approntati vascelli più solidi dell&#8217;usuale, e raccolti equipaggi capaci di tenere il mare per parecchie settimane consecutive. Le spese per armare una tale flotta furono considerevoli, e i preparativi più complessi del solito. A quell&#8217;epoca, del resto, e per lungo tempo ancora &#8211; dal 1587 al 1659 &#8211; Algeri era governata direttamente da un pascià nominato dal sultano di Costantinopoli; questi, nel 1627, era l&#8217;energico e capace Murad IV. Fu quindi con l&#8217;approvazione e l&#8217;appoggio dell&#8217;Impero Ottomano, una delle massime potenze navali del Mediterraneo, che venne varata la spedizione algerina nel Nord Atlantico.</p>
<p style="text-align: justify;">I Turchi, da parte loro, non avevano esperienza diretta di navigazione sulle rotte oceaniche (9), e tutti gli aspetti tecnici dell&#8217;impresa ricaddero sulla flotta di Algeri. Al Governo della Sublime Porta sarebbero andati, comunque, secondo l&#8217;uso della pirateria barbaresca, un quinto del bottino e tutte le navi cristiane eventualmente catturate. Il resto spettava ai proprietari delle navi, agli equipaggi e ad alcuni funzionari (10).</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Il fattore sorpresa</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;">Quando giunsero in vista della costa meridionale islandese, quei vascelli corsari, usciti come per incantesimo dall&#8217;orizzonte, provocarono una sorpresa totale. Se pure ai pacifici abitanti dell&#8217;isola era giunta notizia delle incursioni moresche al largo della Manica, mai avrebbero pensato di vedersi un giorno assalire da quel nemico sconosciuto, partito dalle lontanissime coste dell&#8217;Africa.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto fu quindi facile, dopo le fatiche e i pericoli della traversata, per i corsari algerini. Guidati dalla vetta del Hvannadalshnúkur (2.119 metri sul livello del mare, corrispondenti, però, da un punto di vista climatico, botanico e alpinistico a un 5.000 delle nostre Alpi) e dal bianco scintillante del grandioso <a title="Vatnajökull " href="http://www.video-viaggi.com/il-ghiacciaio-del-vatnajokull/259" target="_blank">ghiacciaio Vatnajökull</a>, allora ancor più esteso di oggi (12), essi diressero le prore verso la costa, animati in pari misura dal sacro zelo della <em>Gihad</em>, la guerra santa contro gli infedeli, e dalla prospettiva di un ricco e facile bottino.</p>
<p style="text-align: justify;">Le prime vittime dell&#8217;attacco furono le navi della flotta peschereccia; poi vi fu lo sbarco nel consueto stile corsaro: la cattura degli schiavi, il saccheggio delle abitazioni, l&#8217;incendio. Quel po&#8217; di benessere accumulato dagli abitanti con la faticosa pesca del merluzzo e delle aringhe, non ancora del tutto eroso dalla rapacità del monopolio danese, andò distrutto in poche ore. Accadde tutto così in fretta e così imprevedibilmente, che gli scampati faticavano ancora a capacitarsene, quando già era tutto finito. Essi vedevano bruciare le case e le barche, loro sola fonte di sopravvivenza; allontanarsi su quelle navi misteriose i loro cari, rapiti per sempre (e che sarebbero morti ben presto in gran numero nel clima africano), e non potevano pensare che a un&#8217;opera del demonio. In tempi in cui la società islandese viveva ancora &#8211; come del resto altri paesi d&#8217;Europa e d&#8217;America &#8211; nel clima della superstizione e della caccia alle streghe (13), era quella l&#8217;unica, istintiva, possibile spiegazione.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Quei pirati che giungevano dal nulla, esportando morte e una lingua incomprensibile &#8211; è stato giustamente scritto -, sono rimasti nei secoli, emblematicamente, cifra del Male, popolando saghe e racconti imperniati fin allora su Zeus-Odino&#8221; (14).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Conclusioni</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">È stata a lungo opinione degli studiosi che la navigazione e l&#8217;esplorazione delle regioni polari sia un capitolo esclusivo della storia occidentale. Nessuno, a quel che ci risulta, ha tentato di porre in luce il contributo dei popoli extraeuropei. Una rara eccezione è data da Silvio Zavatti, che nel suo <em>Dizionario degli Esploratori e delle scoperte</em><em> geografiche </em>ricordava anche episodi quali la traversata del Pacifico da parte del cinese Hui-Sien, nel 499 d.C., o la navigazione antartica del polinesiano Hui-Te-rangi-Ora, nel secolo VII o VIII (15). A proposito della quale ultima, il celebre etnologo Peter Buck si esprimeva in termini negativi, giudicando poco credibile che dei Polinesiani succintamente vestiti possano aver navigato fra ghiacci e icebergs, tanto più che essi &#8211; a suo avviso &#8211; non sarebbero comunque disposti ad avventurarsi in mari freddi e grigi (16).</p>
<p style="text-align: justify;">Ebbene, un tale argomento &#8220;psicologico&#8221; deve essere scartato, non solo perché i popoli della fascia climatica tropicale possono aver navigato alle alte latitudini per cause accidentali, trascinati dalle tempeste &#8211; e di fatto così avvenne nella maggior parte dei casi -, ma anche perché non pertinente. Ancora nel 1800 i Maori della Nuova Zelanda si spingevano, con le loro piroghe, fino alle isole subantartiche di Auckland, 500 km. a sud dell&#8217;isola meridionale (o, più precisamente, dell&#8217;Isola Stewart, da essi chiamata Rakiura o &#8220;Terra dai Cieli Ardenti&#8221;, forse per via delle aurore polari) (17). E la spedizione corsara algerina in Islanda del 1627 conferma che navigatori non europei, originari di Paesi caldi, erano in gradi di affrontare con successo le rotte polari, anche al tempo della navigazione a vela.</p>
<p style="text-align: justify;">Certo, non si trattava di spedizioni a carattere scientifico, volte ad ampliare il patrimonio nautico e geografico: ma lo stesso si può dire per gran parte delle navigazioni polari degli Europei fino al XIX secolo. Furono i cacciatori di foche e di balene che diedero un contributo decisivo alla conoscenza delle terre e dei mari artici e antartici (al prezzo assai elevato, questo è un fatto, di terribili distruzioni della fauna e, indirettamente, della flora di quelle regioni, fino alll&#8217;estinzione totale di un gran numero di specie viventi). E se la spedizione algerina del 1627 non andò oltre le rotte già note agli Europei, tuttavia dimostra che il freddo, gli <em>icebergs </em>e l&#8217;impatto psicologico con situazioni climatiche e ambientali tanto diverse da quelle a loro abituali, non bastavano a fermare dei navigatori africani. La circostanza, triste invero, che quegli audaci navigatori fossero dei corsari spietati, non modifica questa realtà. Né dovremmo dimenticare che un corsaro spietato fu pure sir Francis Drake, il primo circumnavigatore inglese della Terra (e il secondo in assoluto dopo Magellano); e tali furono molti altri esploratori europei.</p>
<p style="text-align: justify;">Una storia delle navigazioni polari compiute dai popoli così detti &#8220;di colore&#8221; aspetta ancora d&#8217;essere scritta. Essa dovrebbe prendere in considerazione le imprese dimenticate degli Eschimesi o Inuit, dei Siberiani, dei Polinesiani, dei Maori, dei popoli canoeros della costa americana sud-occidentale (Chonos, Alakaluf, Yahgan o Yàmana) nonché, forse, quelle accidentali dei Tasmaniani (che però, a quanto ci è noto, non erano in grado di raggiungere nemmeno la vicina costa del continente australiano). Molte difficoltà presenterebbe la sua stesura, trattandosi di eventi attestati, per lo più, da semplici tradizioni orali, e perciò sospesi nel Limbo fra lo storico e il leggendario.</p>
<p style="text-align: justify;">La prima e più grave difficoltà, tuttavia, speriamo d&#8217;averla rimossa: ed era la tipica ripugnanza dello studioso occidentale ad ammettere che, anche in questo campo, non fu vanto esclusivo dell&#8217;uomo bianco quello d&#8217;aver valicato gli orizzonti di Ulisse.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Note </strong></p>
<p style="text-align: justify;">1) Carlo Boselli &#8211; Cesco Vian, <em>Storia della letteratura spagnola</em>, Firenze, 1946, p. 95.<br />
2) Henry Louis Etienne Terrasse, <em>Barbary Pirates</em>, in <em>Encyclopedia Britannica</em>, ed. 1946, vol. 3, p. 147.<br />
3) Robert Percy Beckinsale, <em>Canary Islands</em>, in <em>Enc. Brit.</em>, ed. 1964, vol. 4, p. 767.<br />
4) <em>Islanda, storia</em>, voce della <em>Enciclopedia Europea</em>, vol. 6, 1978, p. 298.<br />
5) George H. Denton &#8211; Stephen C. Porter, <em>Neoglaciazione</em>, su <em>Le Scienze</em>, sett. 1970.<br />
6) Haroun Tazieff, <em>E l&#8217;Inferno venne a galla</em>, su <em>Atlante</em>, ott. 1970, pag. 31.<br />
7) Cfr. ad es. il <em>World Atlas </em>della <em>Enc. Brit.</em>, 1963, vol. 24, tav. 19, <em>Drainage Regions &amp; Ocean Currents</em>.<br />
8) J. P. Cooper, in <em>Storia del mondo moderno </em>della Cambridge University press, tr. it. Milano, 1971, vol. IV, pag. 264.<br />
9) B. L. Montgomery, <em>Storia delle guerre</em>, Milano, 1970, pag. 263.<br />
10) Francesco Beguinot, <em>Barbareschi, Stati</em>, voce della <em>Enciclopedia Italiana</em>, ed. 1949, vol. VI, pp. 121-122.<br />
11) J. P. Cooper, c. s.<br />
12) Lo stesso fenomeno di espansione riguardò, oltre quelli islandesi, i ghiacciai svizzeri. Cfr. F. C. Spooner, in <em>Storia del mondo moderno</em> di Cambridge, cit., vol. IV, pp. 76-77.<br />
13) Vermund G. Lausten, <em>Islanda, storia</em>, voce della <em>Enc. Ital.</em>, ed. 1949, XIX, p. 629.<br />
14) Enrico Devalle &#8211; Maurizio Gily, <em>La grande sfida alla natura</em>, su <em>Geodes</em>, marzo 1986, p. 31.<br />
15) Silvio Zavatti, <em>Dizionario degli Esploratori e delle scoperte</em><em> geografiche</em>, Milano, 1967, p. 150.<br />
16) Peter Buck, <em>I Vichinghi d&#8217;Oriente. Le migrazioni dei Polinesiani</em>, Milano, 1961, pp. 122-124.<br />
17) Elsdon Best, <em>Map showing the Routes and some recorded Voyages</em><em> of the Polynesians in the Pacific Ocean</em>, in <em>The Geographical Review</em>, nr. 3, marzo 1918.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">(Articolo pubblicato sul numero 3, anno XLIII, settembre 1987 de &#8220;Il Polo. Rivista trimestrale fondata dal prof. Silvio Zavatti&#8221;, pp. 35-39; e, con il titolo <em>La spedizione moresca in Islanda</em>, nel volume miscellaneo edito dal Museo Nazionale della Montagna <em>Terra di ghiaccio. Arte e civiltà dell&#8217;Islanda</em>, Torino, 1989, pp. 167-170).</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/la-spedizione-algerina-in-islanda-del-1627.html' addthis:title='La spedizione algerina in Islanda del 1627 ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Il mito antartico di Miguel Serrano</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Oct 2010 08:16:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Lamendola</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/il-mito-antartico-di-miguel-serrano.html' addthis:title='Il mito antartico di Miguel Serrano '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/centrostudilaruna48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Centro Studi La Runa online" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/letteratura48x48.png" width="48" height="48" alt="" title="Letteratura" /><br/><p style="text-align: justify;">
<div id="attachment_6000" class="wp-caption alignright" style="width: 367px"><img class="size-full wp-image-6000" title="Miguel Serrano (Santiago del Cile, 10 settembre 1917 – 28 febbraio 2009)" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/serrano.jpg" alt="Miguel Serrano (Santiago del Cile, 10 settembre 1917 – 28 febbraio 2009)" width="357" height="494" /><p class="wp-caption-text">Miguel Serrano (Santiago del Cile, 10 settembre 1917 – 28 febbraio 2009)</p></div>
<p style="text-align: justify;">Qualcosa o qualcuno si agita nelle bianche distese del continente antartico; una presenza non umana, prigioniera di sogni indicibili. Ciò che scrivevano  <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/edgar-allan-poe" target="_blank">Edgar Allan Poe</a></span> nel <a title="Gordon Pym" href="http://www.libriefilm.com/le-avventure-di-gordon-pym/7406"><em>Gordon Pym</em></a> e Howard Phillips <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/howard-phillips-lovecraft" target="_blank">Lovecraft</a></span> ne <a title="Le montagne della follia" href="http://www.libriefilm.com/le-montagne-della-follia-2/8521"><em>Le Montagne della Follia</em></a> non era semplice creazione letteraria; i Grandi Antichi vissero davvero nell&#8217;<span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/generi/viaggi/antartide" target="_blank">Antartide</a></span>. Né sono fantasia i racconti degli indigeni Ona della Terra Fuoco sugli straordinari poteri dei loro stregoni o &#8220;kon&#8221;, capaci di ibernarsi nei ghiacci, e sfidare &#8211; praticamente &#8211; l&#8217;immortalità.</p>
<p style="text-align: justify;">Ne è convinto lo scrittore ed esoterista cileno Miguel Serrano (nato nel 1917), improbabile figura di fanatico nazista eppure poeta affascinante, convinto che Hitler sia stato l&#8217;ultimo avatar o incarnazione del dio Vishnu, e che abbia lasciato il suo corpo fisico per trasfigurarsi in un corpo immateriale, rifugiandosi &#8211; appunto &#8211; tra i ghiacci del Polo Sud…</p>
<p style="text-align: justify;">Nato nel 1917, diplomatico in pensione, il novantenne Miguel Serrano è senza dubbio una figura tra le più discusse della cultura del suo paese, il Cile, e dell&#8217;intera <a title="letteratura" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/letteratura">letteratura</a> mondiale. Personaggio politicamente scorretto quant&#8217;altri mai (basti dire che è, ed è sempre stato, un fanatico sostenitore di Hitler e del nazismo), ha subìto una sorta di censura da parte dell&#8217;editoria europea, tanto che vi è tuttora pochissimo conosciuto, nonostante il suo valore artistico non sia di molto inferiore a quello del celebratissimo Pablo Neruda e senz&#8217;altro non da meno di quello di un altro scrittore cileno contemporaneo, molto tradotto all&#8217;estero negli ultimi anni, Francisco Coloane. Tuttavia le sue posizioni ideologiche sono difficilmente separabili dalla sua opera puramente letteraria e ciò spiega in parte l&#8217;ostracismo di cui è stato vittima. Per la stessa ragione, ossia l&#8217;estrema difficoltà di separare la dimensione politico-filosofica da quella artistico-letteraria, non è senza imbarazzo che ci accostiamo alla figura e all&#8217;opera controversa e discutibile di questo autore, imbarazzo dovuto al fatto che si potrebbe leggere il nostro interesse per lui, impropriamente,  in chiave di riabilitazione ideologica. Al contrario, riteniamo doveroso confrontarci con la sua opera letteraria per il semplice fatto che, tra quanti scrittori si sono occupati dei Poli nella <a title="letteratura" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/letteratura">letteratura</a> occidentale, egli occupa un posto in sommo grado eminente; vorremmo anzi dire che occupa, in un certo senso, il posto più notevole, poiché lui solo non ha visto nei Poli (anzi, nel Polo Sud: poiché solo di esso si è occupato) un mero pretesto scenografico per sviluppare una trama narrativa o una creazione poetica, bensì il centro e la ragione stessa della sua arte e della sua concezione poetica.</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=9788861480209" target="_blank"><img class="size-full wp-image-2567 alignleft" style="margin: 10px;" title="CordoneDorato-SettimoSigillo" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/CordoneDorato-SettimoSigillo.jpg" alt="Miguel Serrano, Il Cordone dorato" width="175" height="250" /></a>Da giovane Serrano abbraccia il marxismo; poi, deluso dal comunismo, alla vigilia della seconda guerra mondiale, aderisce al Partito nazionalsocialista cileno di Jorge Gonzalez von Marées, collaborando al giornale <em>Trabajo </em>(<em>Il lavoro</em>) e poi fondando la rivista letteraria <em>La Nueva Edad</em>, dalle cui colonne fiancheggia la politica dell&#8217;Asse e passa in seguito a una decisa propaganda antisemita. Egli sostiene, riprendendo l&#8217;antica concezione gnostica e catara,  che Yahweh incarna il principio del male, è il Demiurgo che ha creato il mondo e che regna sui pianeti caduti, sul mondo delle tenebre; e che esiste un complotto sionista il cui obiettivo ultimo è quello di instaurare il dominio mondiale del giudaismo. Fra il 1941 e il 1942 avviene la svolta più importante nell&#8217;itinerario di Serrano: l&#8217;ingresso in un circolo esoterico capeggiato da un cileno-tedesco, il quale è convinto che Hitler sia un <em>avatar</em>, una incarnazione del dio Vishnu la cui missione è combattere una lotta eroica &#8211; non solo sul piano fisico e materiale, ma anche e soprattutto sul piano mentale &#8211; contro le nere forze dissolvitrici del Kali-Yuga, e che è possibile mettersi telepaticamenrte in contatto con centri iniziatici dell&#8217;Himalaia e con lo stesso Hitler. A guerra finita, tra parentesi, Serrano sostiene che Hitler ha rinunciato al suo corpo fisico ma si è alchemicamente costruito un corpo di luce con il quale si è trasferito nell&#8217;<span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/generi/viaggi/antartide" target="_blank">Antartide</a></span>, donde aspetta il momento di ritornare per riprendere la lotta contro le forze delle tenebre. In quest&#8217;ultima parte del suo pensiero, Serrano coniuga miti e leggende degli Araucani e soprattutto degli Ona, il ramo dei Tehulche stabilito nella Terra del Fuoco, circa l&#8217;esistenza di un qualcosa, di un grande spirito che ha le fattezze di un gigante (la figura biancovestita del finale di <a title="Gordon Pym" href="http://www.libriefilm.com/le-avventure-di-gordon-pym/7406"><em>Gordon Pym</em></a>?), laggiù nelle bianche soltudini del Sud, fra i ghiacci eterni e le nebbie di un mondo intatto e misterioso, con la fede in una missione divina di Hitler &#8211; posizione che lo accomuna a quella strana figura di esoterista che fu <a title="Savitri Devi" href="http://www.centrostudilaruna.it/savitrideviluce.html">Savitri Devi</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1947-48 Serrano prende parte, come giornalista, alle spedizioni antartiche della marina da guerra cilena e ne riporta la convinzione che i nazisti, negli anni precedenti, vi abbiano costruito delle basi segerete (1) e che il corpo di Hitler &#8211; trasfigurato, come quello di Cristo dopo la resurrezione &#8211; si è portato laggiù dopo la caduta di Berlino in mano ai Sovietici.</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.ibs.it/libro+inglese/serrano-miguel/jung-hermann-hesse/9783856305581.html?shop=2317" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-6003" style="margin: 10px;" title="serrano-jung-hesse" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/serrano-jung-hesse.jpg" alt="" width="200" height="297" /></a>Più tardi compie dei viaggi in Europa e stringe amicizia con lo psichiatra Carl Gustav Jung e lo scrittore Hermann Hesse; inoltre fa conoscenza con il poeta Ezra Pound e il filosofo <a title="Julius Evola" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/julius-evola">Julius Evola</a>, oltre che con Otto Skorzeny, l&#8217;ex paracadutista tedesco che aveva liberato Mussolini dalla prigionia sul Gran Sasso. Nel 1953 entra nel corpo diplomatico e svolge funzioni di ambasciatore in India (fino al 1962), Jugoslavia, Romania, Bulgaria, Austria. Rimosso da ogni incarico dal presidente Salvador Allende nel 1970, si ritira in esilio in Svizzera, a Montagnola nel Canton Ticino, abitando nella stessa casa che era stata di Hermann Hesse. Nel 1973, dopo il colpo di stato del generale Augusto Pinochet, Serrano rientra in Cile, dove si segnala per la clamorosa partecipazione a convegni e commemorazioni di personaggi come Rudolf Hess o come i sessantadue giovani nazisti cileni che furono uccisi, nella loro patria, nel 1938. Ha svolto inoltre un&#8217;intensa attività di conferenziere e di scrittore, dando alle stampe un numero considerevole di libri di filosofia, esoterismo, poesia, narrativa, memorie. Tra i titoli più importanti ricordiamo <em>La Antàrtica y otros Mitos</em> (1948), <em>Quien llama en los Hielos </em>(1957), <em>Las visitas de la Reina de Saba</em>, con prefazione di C. G. Jung (1960); <em>El circulo hermético, de Hesse a Jung</em>, tradotto in lingua inglese con il titolo <em>Jung and Hesse: A Record of Two Friendships </em>(1965); <em>El Cordòn Dorado: Hitlerismo Esotérico </em>(1974); <em>Adolf Hitler, el Ultimo Avatara </em>(1984); <em>No Celebraremos la Muerte de los Dioses Blancos </em>(1992), e le <em>Memorias de El y Yo</em>, ossia Hitler e lui stesso, in quattro volumi (1996-1999). Instancabile, il terribile vegliardo continua a scrivere e a far parlare di sé, rilasciando interviste anche su temi di attualità; come quella del gennaio 2004 in cui accusa gli Stati Uniti di volersi impadronire della Patagonia mediante il cavallo di Troia delle organizzazioni ecologiste.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/le-avventure-di-gordon-pym/7406" target="_blank"><img class="size-full wp-image-6005 alignleft" style="margin: 10px;" title="le-avventure-di-gordon-pym" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/le-avventure-di-gordon-pym.jpg" alt="" width="200" height="332" /></a>Tutto ciò crediamo che basti per delineare la figura di un personaggio scomodissimo e francamente indifendibile, non solo sul piano politico ma anche su quello strettamente culturale; e tuttavia non privo, come poeta e come cultore di antichissimi miti amerindi, di un suo fascino strano, oltre che di una indubbia tenacia nel remare controcorrente, che si esita se qualificare come franchezza brutale o come sfrontatezza e autentico vaneggiamento. Comunque, in questa sede ci limiteremo ad approfondire l&#8217;interesse di Miguel Serrano per la dimensione mitica e poetica dell&#8217;<span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/generi/viaggi/antartide" target="_blank">Antartide</a></span>, caratterizzata da potenti squarci visionari che ne fanno un legittimo continuatore, e anzi un originale rielaboratore, del Poe di <em><a title="Gordon Pym" href="http://www.libriefilm.com/le-avventure-di-gordon-pym/7406">Gordon Pym</a> </em>e del <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/howard-phillips-lovecraft" target="_blank">Lovecraft</a></span> de <a title="Le montagne della follia" href="http://www.libriefilm.com/le-montagne-della-follia-2/8521"><em>Le Montagne della Follia</em></a>. I due testi più notevoli, in questo senso, dello scrittore cileno sono <em>La Antàrtica y otros Mitos</em>, (<em>L&#8217;<span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/generi/viaggi/antartide" target="_blank">Antartide</a></span> e altri miti</em>), pubblicato a Santiago nel 1948, e <em>Quien llama en los Hielos </em>(<em>Chi chiama nei ghiacci</em>), pubblicato a Santiago (e, più tardi, a Barcellona), nel 1957; nessuno dei due è stato finora tradotto in lingua italiana, né in inglese. (2) Nel secondo, Serrano racconta di un sogno nel quale una creatura misteriosa gli rivela che l&#8217;immortalità si raggiunge fra i ghiacci e si consegue a patto di ibernarsi, in vista del supremo combattimento con l&#8217;Angelo delle Ombre. Tuttavia, noi concentreremo ora la nostra attenzione sul primo di questi due libri, che ci pare più significativo nel senso della tradizione esoterica relativa al continente antartico e più &#8220;in linea&#8221;, idealmente, con quelli già esaminati di Poe e di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/howard-phillips-lovecraft" target="_blank">Lovecraft</a></span>.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>La Antàrtica y otros Mitos </em>è la trascrizione di una serie di conferenze tenute dall&#8217;autore nella sua patria. Fin dalla copertina, il libro tributa un omaggio esplicito al <em><a title="Gordon Pym" href="http://www.libriefilm.com/le-avventure-di-gordon-pym/7406">Gordon Pym</a> </em>e alla sua dimensione esoterica: vi campeggia la figura spaventosa di un gigante alato, bicorne, che impugnando un tridente si staglia al di sopra di un candido paesaggio ghiacciato. Del resto, come osserva Erwin Robertson, l&#8217;<span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/generi/viaggi/antartide" target="_blank">Antartide</a></span> in se stessa è un mito (3); dunque il &#8220;mito antartico&#8221; di Serrano non è che una variante di un mito preesistente alla tradizione esoterica occidentale, già presente &#8211; secondo lui &#8211; nelle credenze del popolo che da migliaia d&#8217;anni vive più vicino a quel mistero: gli Ona della Terra del Fuoco.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/le-montagne-della-follia-2/8521"><img class="alignright size-full wp-image-6006" style="margin: 10px;" title="le-montagne-della-follia" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/le-montagne-della-follia.jpg" alt="" width="200" height="319" /></a>Ma lasciamo la parola a <a title="Sergio Fritz Roa" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/sergio-fritz-roa/">Sergio Fitz Roa</a>, uno dei più noti studiosi di Serrano nei paesi di lingua spagnola:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Serrano riporterà numerose leggende intorno al tema che ci interessa:  le cronache delle guerre degli Onas (antichi abitanti della Terra del Fuoco), la leggenda della vergine dei Ghiacci, il continente Lemuria, il gigante di Poe e, ancora, la sfacciata idea che Adolf Hitler vive nel freddo antartico. E anche se a prima vista ci sembra non esistere alcuna relazione tra ciascuna di esse, vi è, dato che tutte queste leggende fanno riferimento ai misteriosi dimoratori dell&#8217;<span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/generi/viaggi/antartide" target="_blank">Antartide</a></span>. Vi è qui un altro punto nel quale confluisce il pensiero di questi tre autori [cioè Poe, Serrano e <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/howard-phillips-lovecraft" target="_blank">Lovecraft</a></span>]. Serrano conosce il racconto di Poe e riguardo al Gigante Bianco annota: &#8216;Poe conosceva la leggenda dei Selknam sugli Jon che abitano l&#8217;Isola Bianca. O sapeva anche del Prigioniero dell&#8217;<span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/generi/viaggi/antartide" target="_blank">Antartide</a></span>, che vive nel suo nero fondo, e che per questo stesso motivo appare bianco?</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Per capire chi sono gli Jon e a che cosa si riferisca Serrano quando parla dell&#8217;Isola Bianca, si raccomanda di leggere la pagina 25 de <em>La antàrtica y otros Mitos</em>, dove si spiega che gli antichi Onas (i Selknam erano solo una delle tribù Onas) credevano nell&#8217;esistenza degli Jon: uomini di una casta aristocratica dotati di facoltà sovrannaturali e possessori dei Misteri. &#8216;Furono gli Jon, maghi Selknam della Terra del Fuoco, coloro che conservano i segreti insegnati da Queno e che ancora si immortalizzavano imbalsamandosi entro i ghiacci del sud, per resuscitare rinnovati nel più lontano futuro. Dicono anche i Selknam che è nel Sud, lì, in quell&#8217;Isola Bianca che sta nel Cielo dove dimorano gli spiriti dei loro antenati, conducendo una vita libera da preoccupazioni&#8217; (4).</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Saranno questi spiriti ancestrali gli Antichi menzionati da <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/howard-phillips-lovecraft" target="_blank">Lovecraft</a></span>? Sarà l&#8217;<span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/generi/viaggi/antartide" target="_blank">Antartide</a></span> quella Isola Bianca della quale parlano le vecchie leggende onas?</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Serrano, che fu uno dei primi cileni a visitare la regione antartica, ci parla della relazione esistente fra questo luogo e la follia e segnaliamo, da parte nostra, che il titolo dell&#8217;indimenticabile racconto di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/howard-phillips-lovecraft" target="_blank">Lovecraft</a></span> <em><a title="Le montagne della follia" href="http://www.libriefilm.com/le-montagne-della-follia-2/8521">Alle Montagne della Follia</a> </em>non è dovuto a un capriccio o a una trovata ingegnosa per richiamare l&#8217;attenzione di alcuni lettori febbricitanti.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Serrano dirà che l&#8217;unica via per comprendere questa realtà del Sud o, meglio, per salvarsi dalla follia che lì è in agguato, è il Sogno; ed il mondo dei sogni è un elemento classico nella narrativa di H. P. <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/howard-phillips-lovecraft" target="_blank">Lovecraft</a></span>.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/una-civilta-sotto-ghiaccio/8630" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-6007" style="margin: 10px;" title="una-civilta-sotto-ghiaccio" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/una-civilta-sotto-ghiaccio.jpg" alt="" width="200" height="322" /></a>&#8220;L&#8217;inquietante possibilità che esista una entità non-umana nell&#8217;<span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/generi/viaggi/antartide" target="_blank">Antartide</a></span> si registra anche nelle pagine del testo dell&#8217;autore cileno. Il sincronismo tra questi due scrittori ci lascia stupefatti, soprattutto per il fatto che Miguel Serrano non conosceva l&#8217;opera di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/howard-phillips-lovecraft" target="_blank">Lovecraft</a></span>, quando scrisse <em>La Antàrtica y otros Mitos</em>. Citiamo, allora, Serrano, che con la sua arte ci ricorda i vecchi alchimisti: &#8216;Senza dubbio, in quel continente del riposo e della morte vive qualcuno. Un prigioniero si agita, avendo come mezzo di sopravvivenza il fuoco ardente ed eterno. Questa idea di Serrano si plasma anche in un altro testo del medesimo autore: <em>Quien llama en los Hielos</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;In esso vi è un paragrafo di una bellezza terribile: &#8216;Io ho visto questo essere, questo Angelo nero: lì, nel suo recinto del Polo Sud. È in una immensa cavità oscura che egli risiede… Spazi enormi, senza limiti, lievi e deprimenti allo stesso tempo, che si estendono, sicuramente, nell&#8217;interiorità psichica della Terra, al di sotto dei ghiacci eterni. E così si muove il Zinoc… Ascende o discende fino all&#8217;estremo di quell&#8217;apertura e, da lì, si lancia ad una velocità vertiginosa in cerca del suo altro estremo, della sua fine irraggiungibile… Tutta l&#8217;eternità l&#8217;ha trascorsa in questo sforzo, cadendo a testa in giù, cercando di raggiungere il luogo antipodico dal quale è stato proscritto dall&#8217;inizio stesso della creazione. Il nord è il suo sogno, il suo profondo anelito e la sua maggior sofferenza&#8217;. <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/howard-phillips-lovecraft" target="_blank">Lovecraft</a></span>, da parte sua, nel suo racconto scriverà qualcosa di rivelatore: &#8216;Fondarono nuove città terrestri, le più importanti di esse nell&#8217;Antartico, perché quella regione, scenario del loro arrivo, era sacra. A partire da allora, l&#8217;Antartico fu come prima il centro della Civiltà degli Antichi, e tutte le città costruite lì dalla prole di Chtulhu furono distrutte&#8217;. Più innanzi il narratore del racconto di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/howard-phillips-lovecraft" target="_blank">Lovecraft</a></span> indicherà che le mappe incontrate nella vecchia città polare mostrano che le città degli Antichi nell&#8217;epoca pliocenica si trovavano, nella loro totalità, al di sotto del 50° parallelo di latitudine Sud. Queste referenze di entrambi gli autori sono fondamentali, perché ci indicano l&#8217;opposizione simbolica tra il Polo Nord (o la mitica Iperborea) ed il Polo Sud, sede degli Antichi. Qusta opposizione non risponde solamente a una differenza di carattere geografico ma, prima di tutto, a delle differenze spirituali. In effetti, il Polo Nord è il polo positivo &#8211; in termini cristiani, il Bene &#8211; ed il Polo Sud, secondo la stessa prospettiva, il Male. Senza dubbio, questi opposti, conformi ai princìpi della filosofia manichea, sono complementari. Entrambi i Poli mantengono l&#8217;Ordine della Terra, regolano il buon funzionamento energetico del nostro mondo. L&#8217;unica possibile differenza ha relazione col tipo di energia che irradiano detti luoghi, dacché in verità sono dei centri energetici. Questa conoscenza che si esprime attraverso la <a title="letteratura" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/letteratura">letteratura</a> moderna (<span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/howard-phillips-lovecraft" target="_blank">Lovecraft</a></span> e Serrano), che differenzia i centri volitivi terrestri, concorda punto per punto col pensiero antico o tradizionale che insegnarono i maestri <a title="indoeuropei" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/indoeuropei">indoeuropei</a>, per i quali le parole che danno il nome ai distinti luoghi sacri sono: Cielo, Terra o Mondo, Centro e Inferno. Il Cielo, per essi, è la dimora degli eroi, coloro che vissero la vita come si deve, e corrisponde ad Iperborea o al nostro Polo Nord; la Terra è il luogo abitato o il terreno di spedizioni e viaggi, essi la identificavano con l&#8217;Asia e l&#8217;Europa. L&#8217;Inferno , che era la casa dei dèmoni &#8211; gli Antichi e gli <em>shoggots </em>- sembra non essere mai stata descritta e ubicata con maggior dettaglio dagli antichi saggi <a title="indoeuropei" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/indoeuropei">indoeuropei</a>. Questo Inferno è per noi il Polo Sud&#8221; (5).</p>
</blockquote>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">È  appena il caso di notare che, negli ultimi decenni, alcuni autori hanno incominciato a ventilare la possibilità che sia esistita effettivamente un&#8217;antica civiltà nel continente antartico, che poi l&#8217;avanzata dei ghiacci avrebbe lentamente soffocato e le cui rovine giacerebbero, quindi, a migliaia di metri sotto la calotta glaciale del Polo Sud. Il primo ad avanzare questa ipotesi, a quanto ne sappiamo, è stato proprio uno studioso italiano, Flavio Barbiero, col suo libro <em>Una civiltà sotto il ghiaccio</em> che, negli anni Settanta, è passato praticamente inosservato; anche se, poi, le sue tesi sono state riprese in gran parte da due scrittori canadesi di successo, Rand e Rose Flem-Ath. (6) Il libro di Barbiero recava una presentazione di Silio Zavatti, il quale confermava la sua straordinaria capacità di pensare in maniera indipendente rispetto ai dogmi dell&#8217;archeologia e della scienza accademica, mantenendo un&#8217;apertura epistemologica di trecentosessanta gradi pur essendo abituato, lui uomo di scienza, a muoversi sul solido terreno dei fatti. Il nucleo delle tesi dell&#8217;autore era che esistette un&#8217;antichissima civiltà primordiale, erede diretta di quella di Atlantide, che svolse il ruolo di centro di diffusione per le successive culture a noi note dell&#8217;<a title="antichità" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/storia-antica">antichità</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Continuando a credere nella teoria diffusionista &#8211; scriveva Zavatti nella sua prefazione &#8211; […] bisognerebbe ammettere che nonostante millenni di lenta maturazione, popoli profondamente diversi abbiano inventato simultaneamente l&#8217;agricoltura, l&#8217;architettura, gli usi, gli ordinamenti sociali ecc. che presentano un fondo comune senza che vi fossero stati dei contatti di qualsiasi ordine.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Sarebbe voler credere nell&#8217;impossibile e infatti nessuno più vi presta fede.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Bisogna allora ritornare a un&#8217;origine comune della civiltà e non c&#8217;è altra strada che riprendere il creduto mito di Atlantide. Non s&#8217;inventa nulla perché in tutte le civiltà antiche se ne parla, dai Maya agli Egizi, dai Sumeri agli Indiani, pur sotto nomi diversi.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/il-mito-della-terra-perduta-da-atlantide-a-thule/8633" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-6009" style="margin: 10px;" title="il-mito-della-terra-perduta" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/il-mito-della-terra-perduta1.jpg" alt="" width="200" height="310" /></a>&#8220;Ecco, dunque, che il quadro si completa; le navi atlantidi superstiti della tragedia approdarono in terre diverse e i loro occupanti, in misura più o meno sensibile, influenzarono le culture delle popolazioni incontrate, quando addirittura non le formarono. Solo così si spiega il fondo comune di tutte le civiltà e la spiegazione non ha bisogno di funambolismi per apparire logica. […]</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;La prova per eccellenza che la teoria del Barbiero  è esatta si può avere soltanto da uno scavo sistematico da farsi in un determinato punto dell&#8217;isola Berkner ma, come si è detto, gli ostacoli che si frappongono alla realizzazione del progetto sono molteplici e di varia natura.&#8221; […]</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Al principio del 1976 l&#8217;ing. Barbiero ebbe la possibilità di aggregarsi a una spedizione alpinistica e un po&#8217; scientifica, organizzata alla garibaldina, che per una ventina di giorni operò nell&#8217;area della Penisola Antartica, una regione, cioè, molto lontana dal Mare di Weddell e dall&#8217;isola Berkner, ma che poteva riservare pur sempre delle sorprese.  Infatti fu nell&#8217;isola Seymour che il capitano norvegese C. A. Larsen trovò, nel 1893, una cinquantina di palline di sabbia e &#8216;cemento&#8217; messe su colonnette dello stesso materiale. Larsen scrisse che quegli oggetti sembravano &#8216;fatti da una mano umana&#8217;. Un&#8217;espressione generica per dire che erano oggetti fatti molto bene? Forse, e infatti non li fece mai studiare e analizzare ed oggi, putroppo, non li possediamo più perché andarono distrutti nell&#8217;incendio della sua casa a Grytviken (Georgia Australe).</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Nel corso della spedizione del 1976 l&#8217;ing Barbiero  scoprì nell&#8217;isola Re Giorgio (una del gruppo delle Shetland Australi), una grande quantità di tronchi semifossilizzati che potrebbero risalire a 10-12.000 anni fa. Purtroppo gli istituti scientifici ai quali erano stati inviati i campioni di questi tronchi per la datazione col metodo del C14 non hanno fatto conoscere ancora la loro risposta. In <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/generi/viaggi/antartide" target="_blank">Antartide</a></span> sono stati trovati, a più riprese, dei fossili di alberi e altre piante (Robert Falcon Scott stesso ne riportò moltissimi), ma se i tronchi semifossilizzati trovati da Barbiero risalgono veramente a  un massimo di 12.000 ani fa, si ha la prova che fino a quell&#8217;epoca l&#8217;<span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/generi/viaggi/antartide" target="_blank">Antartide</a></span> poteva essere abitata e molti fatto coinciderebbero con le affermazioni contenute nei dialoghi di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/platone">Platone</a></span> e, di conseguenza, con l&#8217;ipotesi avanzata da Barbiero in questo volume&#8221; (7).</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Anche studiosi anglosassoni, come il professor Charles Hapgood, erano giunti a conclusioni analoghe, studiando il problema di alcune antiche carte geografiche che rivelano conoscenza &#8220;impossibili&#8221;, a meno di ammettere l&#8217;esistenza di una evoluta civiltà antidiluviana, padrona dei mari  all&#8217;epoca in cui la morsa dei ghiacci con aveva ancora stretto l&#8217;<span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/generi/viaggi/antartide" target="_blank">Antartide</a></span>, e dalla quale sarebbero derivate le conoscenze cartografiche e marittime altrimenti inspiegabili; si veda, per tutte, la celebre carta nautica dell&#8217;ammiraglio turco Piri Reis (8). Fantasie? Certo è che Miguel Serrano, così come <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/howard-phillips-lovecraft" target="_blank">Lovecraft</a></span> e, forse, Poe, hanno dato voce poetica a una ipotesi che ora alcuni studiosi di formazione scientifica hanno ripreso con la massima serietà: che quanto oggi sappiamo sul continente antartico è solo una piccola parte della sua storia antichissima, misteriosa e affascinante; che forse vi fiorirono, prima dell&#8217;ultima glaciazione, le imponenti città di una razza evoluta; che forse qualcosa o qualcuno ancora vi si trova, in attesa di essere rivelato all&#8217;umanità.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Note</strong></p>
<p style="text-align: justify;">1)      Cfr. ROBERT, James, <em>La guerra segreta della Gran Bretagna in <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/generi/viaggi/antartide" target="_blank">Antartide</a></span></em>, su <em>Nexus</em>, nr. 61 e 62 del 2006; Temolo, Luca, <em>I dischi volanti di Hitler</em>, su <em>Xché</em>, nr. 3 del 2003; TROMBETTI, Pierluigi, <em>Una base nazista in <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/generi/viaggi/antartide" target="_blank">Antartide</a></span></em>, su <em>Hera Magazine</em>; BACCARINI, Enrico, <em>Dal nazismo occulto al fascismo esoterico</em>, su <em>Archeomisteri</em>, nr. 20 e 21 del 2004.</p>
<p style="text-align: justify;">2)      Ci serviremo, pertanto, della traduzione italiana di alcuni passi dell&#8217;opera eseguita dal sito Internet Alchemica (www.alchemica.it/antartidemito.html).</p>
<p style="text-align: justify;">3)      ROBERTSON, Erwin, <em>Por el Hombre que Vendrà</em>, in <em>Ciudad de los Césares</em>, nr. 18, 1990.</p>
<p style="text-align: justify;">4)      Il missionario-esploratore De Agostini, uno dei massimi conoscitori della Terra del Fuoco, che conobbe diversi sciamani e potè osservarli da vicino nelle loro attività occulte, li chiama non Jon, ma Kon, e afferma che &#8220;il potere dei Kon si estendeva fin dopo morti e per questo i Kon venivano seppelliti con la faccia rivolta all&#8217;ingiù, affinché non potessero inviare malattie ai vivi&#8221;: DE AGOSTINI, A. M., <em>Trent&#8217;anni nella Terra del Fuoco</em>, Torino,  S. E. I., 1955, p. 302.</p>
<p style="text-align: justify;">5) <a title="Sergio Fritz Roa" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/sergio-fritz-roa/"> FRITZ ROA, Sergio</a>, <em><a id="La Antártica y el mito lovecraftiano" href="../antartica.html"><em>La Antártica y el mito lovecraftiano</em></a></em>, originariamente in <em>Ciudad de los Césares</em>, nr. 47, 1997.</p>
<p style="text-align: justify;">6)      FLEM-ATH, Rand e Rose<em>, La fine di Atlantide</em>, Casale Monferrato, Piemme ed., 1997.</p>
<p style="text-align: justify;">7)      BARBIERO, Flavio, <a title="Una civiltà sotto ghiaccio" href="http://www.libriefilm.com/una-civilta-sotto-ghiaccio/8630"><em>Una civiltà sotto ghiaccio</em></a>, Milano, Ed. Nord, Milano, 1974, pp. XII-XV.</p>
<p style="text-align: justify;">8)      HAPGOOD, Charles P., <em>Maps of Ancient Sea King</em>, Adventure Unilimited Press, 1996; HANCOCK, Graham, <a title="Impronte degli dei" href="http://www.libriefilm.com/impronte-degli-dei/8634"><em>Impronte degli Dèi</em></a>, Milano, Corbaccio, 1996; Id., <a title="Civiltà sommerse" href="http://www.libriefilm.com/civilta-sommerse/8635"><em>Civiltà sommerse</em></a>, Milano, TEA, 2005.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/il-mito-antartico-di-miguel-serrano.html' addthis:title='Il mito antartico di Miguel Serrano ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Il mistero delle isole Kerguélen</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Feb 2010 17:05:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Lamendola</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La misteriosa scoperta di orme di zoccoli fatta dall'esploratore James Clark Ross nel maggio 1839 nelle Isole Kerguélen]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/il-mistero-delle-isole-kerguelen.html' addthis:title='Il mistero delle isole Kerguélen '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/centrostudilaruna48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Centro Studi La Runa online" /><br/><p style="text-align: justify;"><em><strong>Il fatto</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;">Maggio 1839, emisfero Sud. Nel cuore del temibile inverno australe, alcuni uomini stanno avanzando sul terreno diseguale di una sperduta e deserta isola di origine vulcanica (1), là dove le acque azzurre dell’Oceano Indiano si confondono tumultuosamente con quelle verde scuro dell’Antartico, le cui onde spazzate dai venti dominanti dell’Ovest s’imbiancano di spuma.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<div class="mceTemp" style="text-align: justify;">
<dl id="attachment_3987" class="wp-caption alignleft" style="width: 260px;">
<dt class="wp-caption-dt"><img class="size-full wp-image-3987" title="cavolo-delle-kerguelen" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/cavolo-delle-kerguelen.jpg" alt="" width="250" height="159" /></dt>
<dd class="wp-caption-dd">Cavolo delle Kerguélen.</dd>
</dl>
</div>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Mano a mano che si allontanano dalla riva, il fragore del mare si attenua e alla fine scompare e ogni cosa sembra stemperarsi  in un’atmosfera strana ed arcana, sotto un cielo plumbeo e uniforme. Uno spesso strato di neve copre il terreno ed i suoni giungono attutiti dall’atmosfera umida e fredda e dal soffice mantello candido che ricopre ogni cosa, come se tutta la scena fosse per incanto scivolata in un’atmosfera senza tempo. Del resto, non vi sono altri rumori che quelli prodotti dagli insoliti visitatori: un gruppetto di ufficiali e marinai della nave di Sua Maestà britannica Erebus, un veliero di sole 370 tonnellate e appena 26 uomini d’equipaggio, e della sua gemella, Terror (2). Minuscole le navi ed esiguo il loro carico umano: ciò fa apparire ancor più opprimente, per contrasto, il grandioso ma triste spettacolo di quella natura selvaggia cui a suo tempo è stato imposto, non a caso, il nome eloquente di Isola della Desolazione (3). Nessuna fronda di verzura stormisce al soffio incessante dei venti australi, poiché gli alberi non allignano in quei luoghi inospitali e le uniche foreste esistenti sono quelle fossilizzate, estrema e patetica testimonianza di un tempo remotissimo in cui il clima dell’isola dovette essere ben più dolce e accogliente, probabilmente di tipo sub-tropicale (4). L’unica pianta che si avvicini in qualche misura alle dimensioni arboree era una curiosa specie di cavolo gigante, detto cavolo delle Kerguélen (5), che non era sfuggito alla vigile attenzione del medico di bordo, sir John Dalton Hooker (6), allora un giovane pressochè sconosciuto ma che più tardi sarebbe divenuto un botanico famoso, fra i più celebri del suo tempo (7). Allo stesso modo, il candido manto di neve non appare segnato dal passaggio di alcun essere vivente, poiché nessun mammifero terrestre vive in quelle remote latitudini, né tanto meno alcun rettile o anfibio, animali che abbisognano di un clima decisamente più mite (8).</p>
<p style="text-align: justify;">Mano a mano che i visitatori ardimentosi  di quel luogo enigmatico si allontanano dalla riva del mare e si lasciano alle spalle il rumore della risacca e la rassicurante sagoma della loro nave alla fonda nel porto naturale (9), la ricognizione verso l’interno si trasforma in una marcia dai contorni vagamente surreali. Il profondissimo, millenario silenzio che avvolge ogni cosa, la quiete innaturale, indecifrabile che sembra tutto avvolgere, la consapevolezza che forse mai piede umano ha preceduto i loro passi danno veramente a quegli uomini la sensazione d’esser giunti agli estremi confini del mondo. Eppure, nonostante la intensa nota di malinconia che lo pervade, il paesaggio reca in sé una sottile sfumatura di fascino, difficile da definire ma nondimeno evidente; quasi una bellezza arcana e primigenia che  la Natura possente ha voluto imprimere  perfino in quelle lande desolate. Mentre alzano lo sguardo lungo le pendici del monte Ross, che spinge la sua vetta ghiacciata a duemila metri d’altitudine (10), sotto una densa coltre di nubi grigie, gli uomini si sentono terribilmente piccoli, fragili, in un certo senso – direbbe Lucrezio – casuali (11): come ospiti inattesi di uno spettacolo grandioso che non per essi era stato allestito&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco le parole con le quali, circa un secolo dopo, un ufficiale della Marina da guerra germanica descriverà quei luoghi e la loro strana atmosfera: “Un ruscello gorgogliava tra sassi e ciuffi d’erba lungo il sentiero. Intorno a noi le montagne si alzavano avvolte dalle nubi… Una squallida desolazione regnava sui monti e nelle valli. Eppure, per quanto triste e brullo, il paesaggio non era privo di fascino per chi non vedeva da tanto tempo né un monte né un pianoro e sicuramente non ne avrebbe più visti per molti mesi.” (12) Certo, le cose sarebbero state molto diverse se l’Erebus e la sua gemella, il Terror fossero approdate laggiù qualche mese prima: durante l’estate antartica, le pianure s’ingentiliscono grazie ai vivaci colori di numerose piante fiorite, come Azorella, Pringlea e Festuca (13), mentre l’aria risuona dei richiami incessanti di migliaia e migliaia di uccelli migratori venuti di lontano, primo fra tutti l’albatro gigante (14). Ma ora tutto appare deserto, abbandonato, come avvolto da un’atmosfera senza tempo: e sembra che  l’aria fredda e umida, il cielo basso e  la terra silenziosa siano  sospesi, in attesa di qualcosa.</p>
<p style="text-align: justify;">Ed ecco che  il comandante di quel piccolo drappello, il trentanovenne sir James Clark Ross, si arresta improvvisamente senza poter trattenere un fortissimo moto di stupore, mentre uno sguardo di meraviglia e d’incredulità passa dai suoi occhi a quelli dei suoi compagni, l’uno dopo l’altro. Perché hanno visto tutti, chiaramente, qualche cosa che supera la loro capacità di comprensione, qualche cosa che assolutamente non avrebbe dovuto essere lì. Sul mantello di neve immacolata che copre ogni cosa si stagliano, nette, delle impronte di un qualche animale: più precisamente, delle orme di zoccoli (15).  Si allontanano dalla regione costiera per spingersi verso l’interno e si perdono in direzione delle alture. Orme di zoccoli, laggiù, in capo al mondo! E tutto lascia pensare che siano anche recenti, poiché, diversamente, la neve le avrebbe rapidamente cancellate. I marinai britannici stentano a credere ai loro stessi occhi: come è possibile una cosa del genere?</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>La cornice</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;">Sir James Clark Ross, nato a Londra il 15 aprile del 1800, aveva già una discreta fama come esploratore polare. Compagno di sir William Edward Parry nelle sue spedizioni artiche, il 31 maggio 1831 aveva localizzato l’esatta posizione del Polo Nord magnetico nella Penisola di Boothia (Canada settentrionale) (16). Nel 1835-36 era stato inviato nello Stretto di Davis, con la nave Cove, per soccorrere un certo numero di baleniere inglesi provenienti dal porto di Hull, rimaste intrappolate nei ghiacci (17). Infine, il 18 aprile 1839 aveva assunto il comando della spedizione antartica formata dall’Erebus, come si è detto, e dal Terror, quest’ultimo di 340 tonnellate e con un equipaggio, anch’esso, di 26 uomini, al comando del suo amico Francis Crozier (18).</p>
<p style="text-align: justify;">Ross aveva avuto istruzioni di salpare per la Tasmania allo scopo di stabilire una stazione permanente per eseguire osservazioni magnetiche. Lungo la traversata doveva compiere analoghe osservazioni all’isola di S. Elena, nell’Atlantico meridionale, e al Capo di Buona Speranza. L’Erebus e il Terror giunsero in vista delle Kerguélen nel giugno e vi stazionarono per due mesi, in attesa di compiere il balzo successivo verso la Tasmania e, di lì, per le isole Auckland, fino all’<span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/generi/viaggi/antartide" target="_blank">Antartide</a></span> (19). Quei due mesi furono impiegati da un gruppo di ufficiali per fare rilievi magnetometrici e da Ross, personalmente, per compiere osservazioni astronomiche e nautiche.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<div class="mceTemp" style="text-align: justify;">
<dl id="attachment_3986" class="wp-caption alignright" style="width: 157px;">
<dt class="wp-caption-dt"><img class="size-full wp-image-3986" title="kerguelen" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/kerguelen.jpg" alt="" width="147" height="184" /></dt>
<dd class="wp-caption-dd">Yves Joseph Christophe de Kerguelen-Trémarec (Landudal, 13 febbraio 1734  – Parigi, 3 marzo  1797).</dd>
</dl>
</div>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">L’arcipelago delle Kerguélen deve il nome al suo scopritore, il bretone Yves I. de Kerguèlen-Tremarec, che le avvistò il 13 febbraio 1772 e le credette parte, tanto per cambiare, del supposto continente australe o <em>Terra Australis Incognita </em>– la grande ossessione geografica del Settecento, nonché dei due secoli precedenti (20). In Francia, infatti, “il presidente Charles de Brosses, convinto che nel Sud esistesse un continente grande quanto Europa, Asia e Africa messe insieme, riunì materiale di ogni genere e in tutte le lingue, per prepararne l’esplorazione. Tutti gli elementi raccolti formano il tema della sua <em>Storia delle navigazioni verso le Terre Australi</em>, che l’autore teneva aggiornata, senza tuttavia che la seconda edizione fosse mai pubblicata; l’opera, che spinse più di un navigatore verso la Magellania, la Polinesia e l’Australasia, si trova attualmente presso la Biblioteca Nazionale di Parigi”(21). Si direbbe che quella ossessione arrivasse a offuscare le idee anche di esperti o navigatori, se è vero che, tornato in patria senza averne riconosciuta la natura insulare, contro il parere del proprio equipaggio descrisse la terra da lui scoperta come una specie di Paradiso Terrestre.  Deciso a sostenere la veridicità del suo racconto, nel 1774 Kerguélen si rimise in mare con due navi e volle tornare alla Francia Australe (così aveva denominato inizialmente quelle terre), ma una furiosa tempesta impedì nuovamente lo sbarco e rese impossibile un preciso rilevamento delle coordinate geografiche. Quel che è certo, questa volta anche l’ostinato ottimismo del navigatore francese dovette ricevere un duro colpo visto che all’affascinante descrizione fatta dopo il priomo viaggio subentrò una diversa valutazione dei fatti. Probabilmente non era un’appendice della vasta Terra Australe e, comunque, la sua posizione e il suo clima non erano poi tanto favorevoli, dato che questa volta fu lo stesso Kerguélen-Tremaréc a ribattezzare l’arcipelago Terra della Desolazione (22). Così – conclude Silvio Zavatti – il nuovo viaggio non portò a nessun risultato positivo, anzi riaccese polemiche e accuse, per le quali il navigatore subì gravi punizioni e condanne” (23).  Difficile perdonargli, in ogni caso, di aver  infranto un sogno plurisecolare come quello di una edenica Terra Australe Incognita, un mito che lui stesso aveva alimentato entusiasticamente due soli anni prima e sul quale, due anni dopo (nel 1776), il capitano James Cook, giunto con le due  navi Resolution e Discovery  alle isole Kerguélen e riconosciutane definitivamente la natura insulare, chiuderà per sempre la pietra tombale (24).</p>
<p style="text-align: justify;">Come si è detto, i primi esploratori non trovarono traccia di una fauna indigena superiore, a parte numerosi uccelli e tre distinte specie di pinguini: reale, papua e gorgua (25). La fauna inferiore  è rappresentata da un certo numero di insetti senza ali, perché i forti venti dominanti dell’Ovest renderebbero impossibile qualsiasi tentativo di volo; da un lepidottero parassita del cavolo, ossia una mosca essa pure priva di ali; da alcuni acari e da due o tre Protozoi che vivono nel muschio, un tipo di vegetazione molto diffusa a causa della persistente umidità del clima (26).</p>
<p style="text-align: justify;">Furono i Francesi, molto più tardi, che tentarono d’introdurre una fauna superiore per motivi economici (l’arcipelago era stato annesso alla Francia nel 1893). Nel 1908-11 e poi ancora nel1927-28 essi tentarono l’allevamento delle pecore, ma anche  se l’esperimento non fallì del tutto, una serie di ragioni, prima fra tutte la difficoltà di rifornimenti, indussero i colonizzatori a ritirarsi dalle isole, rinunciando a persistere nel tentativo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Le ipotesi</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sorpresa e affascinazione sono, dunque, i sentimenti che James Clark Ross e i suoi compagni provano, in quel maggio del 1840, davanti alle impronte di zoccoli sulla neve dell’isola Kerguélen. Dopo un comprensibile momento di stupore e quasi d’incredulità, si decide di tentar di andare a fondo nell’enigma così inaspettatamente presentatosi in quella remota terra dell’emisfero australe. Il gruppo si mette a seguire le impronte, ma ben presto è costretto a fermarsi, deluso: esse scompaiono improvvisamente su un terreno roccioso,  non c’è più niente da fare. Bisogna tornare indietro senza aver potuto dare una risposta alla domanda: qual è l’origine di quelle impronte, dal momento che sull’isola non vi sono né  ponies né altri animali in grado di lasciare orme simili?</p>
<p style="text-align: justify;">James Clark Ross scrive subito un rapporto sullo strano episodio, ma esso passa praticamente inosservato. La relazione del viaggio antartico di Ross, qualche anno dopo, viene bensì letta e apprezzata da un selezionato pubblico di specialisti, ma non diviene mai quel che si dice, oggi, un <em>best-seller</em>. E così, quasi certamente, il mistero delle impronte dell’isola Kerguélen sarebbe stato del tutto dimenticato se quindici anni dopo, quando il pubblico inglese è travolto dall’“<em>affaire</em>” delle cosiddette impronte del diavolo del Devonshire (febbraio 1855), qualcuno non si ricordasse di quella vecchia e strana storia.  E’ un corrispondente del London Illustrated News a rispolverare il rapporto dell’esploratore James Clark Ross e a richiamare su di esso l’attenzione sovreccitata dei lettori del Regno Unito (27): ma di questo parleremo fra breve.</p>
<p style="text-align: justify;">Dobbiamo ora tentare di dare una qualche risposta agli interrogativi che il “mistero delle Isole Kerguélen” sollecita, e cercheremo di farlo con mente sgombra, per quanto possibile, da pregiudizi, senza per questo esser disposti a cadere nella credulità.</p>
<p style="text-align: justify;">Un fatto naturale richiede, fino a prova contraria, una interpretazione di tipo naturale: questa è una ovvia premessa di carattere metodologico. E tuttavia il concetto di “evento naturale”, dopo le scoperte di fisici come Einstein ed Heisenberg, si è enormemente arricchito di valenze ignorate all’epoca della Rivoluzione scientifica del XVII secolo. Il problema è che, mentre gli specialisti delle varie scienze (matematica, fisica, scienze naturali e scienze della psiche) sono perfettamente consapevoli di non poter studiare i fatti del mondo naturale con lo stesso punto di vista di Francesco Bacone, Galilei, Cartesio o Newton, gran parte dei divulgatori scientifici e, attraverso di essi, del pubblico dei non-specialisti, sono rimasti ancorati a una visione scientifica alquanto datata: quella, in sostanza, impostasi in Occidente, verso la fine del XIX secolo, con la filosofia del Positivismo.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<div class="mceTemp" style="text-align: justify;">
<dl id="attachment_3988" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px;">
<dt class="wp-caption-dt"><img class="size-full wp-image-3988" title="vista-kerguelen" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/vista-kerguelen.jpg" alt="" width="300" height="209" /></dt>
<dd class="wp-caption-dd">Penisola Rallier du Baty, Isole Kerguélen.</dd>
</dl>
</div>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Questa premessa era necessaria perché il campo del possibile, nella scienza contemporanea, si è molto allargato rispetto a quanto comunemente ammesso prima della “scoperta” delle matematiche non euclidee, delle particelle sub-atomiche e della dimensione inconscia della psiche. La teoria dei quanti, nel campo della fisica, o il riconoscimento dei casi di personalità multipla, in quello della psicologia, per fare solo due esempi, hanno letteralmente rivoluzionato la nostra visione del mondo naturale. Non solo: passata (almeno fra gli specialisti) la stagione dell’ubriacatura postivistica e neopositivistica, cioè di una visione rozzamente scientista della realtà, torna con forza crescente la vecchia domanda: è possibile esplorare tutto il campo delle realtà naturali, servendosi esclusivamente degli strumenti d’indagine, materiali e concettuali, forniti da quella facoltà che quasi tutte le filosofie dell’Occidente (ma solo dell’Occidente, anzi dell’Occidente moderno) definiscono genericamente la ragione ma che è, a ben guardare, solo una parte di essa, e cioè la ragione strumentale e calcolante?</p>
<p style="text-align: justify;">Problemi difficili, certo, e la cui trattazione – anche sommaria- esulerebbe di gran lunga dai limiti della presente indagine. Tuttavia era giusto, crediamo, almeno accennarvi, prima di tentare una modesta indagine sulla questione che ci eravamo proposta.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora, se è giusto – in una ricerca scientifica – partire dalla spiegazione più semplice di un determinato fenomeno naturale, la prima ipotesi cui si è tentati di ricorrere per spiegare il mistero delle impronte viste dagli uomini della spedizione antartica di J.C.Ross è che esse siano state lasciate sulla neve da un animale introdotto dall’uomo. Abbiamo ragioni per ritenere verosimile una tale ipotesi? In linea di massima, saremmo portati a rispondere affermativamente a questa domanda, nonostante il parere negativo espresso da James Cook circa le possibilità di sopravvivenza di animali introdotti dall&#8217;Europa (vedi nota n. 24 del presente articolo). Dopo la visita del capitano Cook, nel 1776, l’arcipelago delle Kerguélen divenne il punto d’incontro di cacciatori di foche e di balene, che le usarono – come molte altre isole sub-antartiche – quale base provvisoria durante le loro spedizioni di caccia, che potevano durare anche tre anni (28). Erano i tempi d’oro di quel genere di battute, immortalati, fra l’altro, da romanzi famosi come <em>Moby Dick </em>di Herman <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/herman-melville" target="_blank">Melville</a></span>. Gli studiosi di botanica, e particolarmente di fitogeografia, sanno bene quali danni irreparabili quei cacciatori di foche e di balene portarono agli ecosistemi delle isole oceaniche perché, oltre a compiere stragi indiscriminate di cetacei e di pinnipedi, spesso fino alla totale estinzione, essi avevano preso l’abitudine di sbarcare a terra, in quelle isole, animali domestici destinati all’alimentazione degli equipaggi, particolarmente ovini e suini (29).  Le capre e,  in misura minore, le pecore e i maiali, si arrampicavano dappertutto, sterminando (ove ce n’erano) i piccoli mammiferi indigeni e gli uccelli più indifesi, com’era successo al Dodo, uccello non volatore, dell’isola Mauritius, nel 1600 (30). Ad essi si aggiungeva l’opera nefasta dei ratti, viaggiatori clandestini di tutte le navi europee e nemici implacabili delle faune indigene. Capre e pecore, poi, brucavano voracemente la vegetazione, sino a rendere brulle e spoglie delle isole un tempo ammantate di una ricca vegetazione: tale fu il caso, ad esempio, dell’isola di S. Elena  e dell’isola di Pasqua fra quelle sub-tropicali, e, almeno in parte, della Nuova Zelanda, fra quelle di clima temperato. L’importazione casuale di piante infestanti di origine europea  e quella volontaria di piante destinate ad uso agricolo dava poi il colpo di grazia a quei delicatissimi ecosistemi, che l’isolamento millenario aveva reso particolarmente vulnerabili rispetto ai competitori esterni. A tutto questo si aggiunga che gli Europei introducevano non solo animali da allevamento, ma anche selvaggina selvatica, come il cervo nella Nuova Zelanda o addirittura la renna nella Georgia Australe, che i Norvegesi avevano trasformato in una stazione baleniera permanente: con quali conseguenze sul mantello erboso originario, è facile immaginare.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<div class="mceTemp" style="text-align: justify;">
<dl id="attachment_3989" class="wp-caption alignright" style="width: 210px;">
<dt class="wp-caption-dt"><img class="size-full wp-image-3989" title="james-clark-ross" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/james-clark-ross.jpg" alt="" width="200" height="258" /></dt>
<dd class="wp-caption-dd">James Clark Ross (Londra, 15 aprile 1800  – Aylesbury, 3 aprile 1862).</dd>
</dl>
</div>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Dunque, non si può escludere del tutto che le impronte viste sull’isola Kerguélen da Ross nel 1840 fossero dovute a una pecora o a una capra (più difficile, ache se non impossibile, pensare a un maiale rinselvatichito) portata da qualche baleniere allo scopo di potersi rifornire di carne fresca nel corso delle lunghe battute di caccia nei mari australi, in un’epoca in cui l’unico sistema di conservazione della carne era quello di metterla sotto sale e non poteva, comumque, garantirne la commestibilità a tempo indefinito.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto chiarito, allora, e svelato il mistero? In realtà, le cose non sono proprio così facili. Infatti, questa spiegazione offre indubbiamente il vantaggio della semplicità, il che corrisponde a una nota formula della filosofia scolastica,  secondo la quale non bisogna moltiplicare il numero degli enti quando è possibile spiegare la realtà con un numero più ristretto di cause (31). D’altra parte, essa presenta un inconveniente tutt’altro che trascurabile: è puramente congetturale e ha dalla sua il criterio della verosimiglianza logica, ma non quello della verifica concreta. Ad esempio, noi possiamo sapere con certezza quando monsieur Brossière prese in affitto dal governo francese vasti appezzamenti di terreno per introdurre sull’isola l’allevamento delle pecore; ma non sappiamo nulla di quanto potè fare, di propria iniziativa e in via, diciamo così, non ufficiale, qualche                        sconosciuto capitano di baleniera nei primi decenni del XIX secolo, quando la sovranità su quei luoghi era peraltro ancora indefinita. Vogliamo dire che è ragionevole supporre che animali dotati di zoccoli siano stati introdotti senza che la cosa fosse noto a livello internazionale, e ciò spiegherebbe egregiamente la vivissima sorpresa provata dai membri della spedizione antartica britannica: è ragionevole appunto perché fornisce la spiegazione più semplice e naturale di un evento altrimenti difficilmente interpretabile. Ma ciò significa, d’altro canto, che le conclusioni sono già implicite nella premessa, com’è tipico del ragionamento deduttivo. Se tutti gli uomini sono mortali e se Socrate è un uomo, allora Socrate è mortale; se alcune specie di mammiferi hanno gli zoccoli e quelle trovate sulla neve sono impronte di zoccoli, allora a produrle devono essere stati degli ungulati (dal latino <em>ungula </em>= unghia, zoccolo), anche se non risiulta  affatto che ve ne fossero, in quel momento, sull’isola.</p>
<p style="text-align: justify;">Qual è il limite intrinseco di un tal modo di studiare i fatti naturali? Quello di trattarli in maniera concettuale, cioè teorica, come si fa con gli enti della logica e con quelli della matematica,  ma come non si dovrebbe dare per scontato con gli enti empirici. Torna qui attuale il pregiudizio fondamentale di ogni concezione della realtà basata sullo scientismo: se esiste o se, comunque, è esperibile solo ciò che può essere studiato in termini logico-matematici (il fenomeno kantiano, radicalmente separato dalla cosa in sé o noumeno), non può darsi altra realtà che quella fisica in senso stretto. Ma quali garanzie abbiamo che  la realtà fisica <em>stricto sensu</em>, cioè esperibile dai sensi ordinari, esaurisca l’intera gamma del reale? Che cosa ci autorizza a pensare che la Natura sia solo quella esperibile con i sensi ordinari e che inoltre, al di sopra (o al di sotto) di essa non vi siano altri piani di realtà, cher la ragione strumentale e calcolante è inadeguata a comprendere, anzi perfino ad immaginare? Del resto, la ragione umana è qualcosa di più nobile e complesso di un elaboratore elettronico; ma usandola in maniera esclusivamente strumentale, non le consentiamo di ottenere risultati diversi da quelli di un elaboratore. Il <em>computer </em>non ci dà operazioni diverse dai dati che vi abbiamo precedentemente inserito: e tale è anche la struttura della ragione calcolante. Se pretendiamo di ottenere da essa solo risposte implicite nelle informazioni di partenza, ci precludiamo di ampliare veramente il campo della conoscenza umana. L’albero di melo non può dare che mele; la ragione calcolante non può dare che quanto è implicito nelle sue premesse (o nei suoi pregiudizi), <em>tertius non datur </em>– meglio ancora: <em>secundus non datur</em>. Pertanto, sono ammesse solo quelle ipotesi scientifiche che non contrastano con le premesse del quadro generale di riferimento accettato, in un determinato momento storico, dalla comunità scientifica dominante (università, case editrici, sistema scolastico, ecc.). Ma un tale modo di procedere ostacola il reale progresso scientifico e, giusta l’ipotesi dell’epistemologo Thomas Kuhn, produce le rivoluzioni scientifiche che sono essenzialmente rivoluzioni contro il paradigma accettato appunto dalla comunità scientifica ufficiale (32).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Una finestra sull&#8217;ignoto</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Proviamo allora a capovolgere, per pura ipotesi, il nostro paradigma scientifico e ad ammettere che, se nelle isole Kerguélen non vi erano capre, pecore, maiali o addirittura cervi, le impronte di zoccoli sulla neve non possono essere spiegate con la presenza di tali animali. Sul piano del ragionamento logico ristretto, questa è un’acquisizione concettuale non meno logica, anzi si direbbe molto più logica, della precedente. Quello che stride è il quadro di riferimento generale: i dati che abbiamo immesso, per così dire, nel <em>computer</em>; cioè che in quei luoghi non esistevano mammiferi di alcun tipo. E dunque?</p>
<p style="text-align: justify;">E’ giunto il momento di ritornare alla vicenda delle impronte del diavolo del Devonshire, che indirettamente aveva riportato di attualità, e messo a conoscenza di un vasto pubblico, la misteriosa scoperta fatta da J. C. Ross nell’isola di Kerguélen. La mattina dell’ 8 febbraio 1855 gli abitanti del Devon scoprirono, uscendo di casa nel freddo intensissimo di quell’inverno eccezionale, una serie di impronte di zoccoli nella neve, disposte in linea retta e riconoscibili lungo una distanza totale di circa 80  miglia. Non assomigliavano alle impronte di alcun animale conosciuto, ma né questo fatto né la straordinaria lunghezza della traccia, che attraversava le campagne innevate in linea retta, rappresentavano la cosa più sconcertante.</p>
<p style="text-align: justify;">Quest’ultima era costituita dal fatto che le impronte si snodavano una dietro l’altra, tagliando diritto anche in presenza di ostacoli. Davanti ai muri dei giardini, per esempio, esse si fermavano per continuare dall’altra parte, come se lo sconosciuto animale li avesse saltati senza minimamente deviare, anzi, come se li avesse “attraversati”. E la neve sulla cima dei muri era rimasta vergine! In alcuni villaggi, poi, le impronte a ferro di cavallo erano ben visibili sui tetti delle case, a precchi metri d’altezza; oppure si fermavano davanti alla soglia di una capanna, per ricomparire sul retro; oppure ancora scomparivano davanti a un mucchio di fieno e poi riprendevano al di là di esso, sempre in linea retta, come se la creatura vesse compiuto un salto prodigioso. La popolazione ne fu terrorizzata: furono organizzate, ma invano, delle battute di caccia con fucili e forconi, e ben presto nacque fra il popolo la voce che il Diavolo, in quella buia e fredda notte d’inverno, avesse passeggiato sulla Terra con piedi di caprone, come ai tempi dei Sabba delle streghe.</p>
<p style="text-align: justify;">Naturalmente anche il mondo scientifico fu messo a rumore, e parecchi naturalisti, tra cui  il celebre Richard Owen, vollero dire la  loro. Si parlò di un tasso; ma quale animale selvatico poteva correre in in linea retta per la bellezza di 80 miglia, coprendo una tale distanza in una sola notte? E saltare a quel modo al di là dei muri e dei covoni di fieno, per poi salire sui tetti delle case? (33).</p>
<p style="text-align: justify;">Qualcun altro ipotizzò che un pallone sonda si fosse alzato, forse per disguido, dal porto militare di Devonport la sera del 7 febbraio, e che dei sacchetti pendenti da delle funi avessero lasciato le famose impronte (34). Certo che il vento doveva esser stato un prodigio di costanza, per aver sospinto il pallone sonda così a lungo senza mai deviare né a destra né a sinistra!</p>
<p style="text-align: justify;">Si parlò anche di un uccello; di un canguro fuggito da uno zoo; di un buontempone in vena di scherzi fuori del comune: tutte ipotesi praticamente insostenibili e tutte rispondenti a una medesima logica: il mistero non è una dimensione della realtà che va accostata con l’indagine razionale ma anche con  umiltà e consapevolezza dei limiti umani, bensì un nemico da aggredire, una sfida intollerabile da rintuzzare, un’inquietudine che va rimossa ad ogni costo per riportare la percezione del reale entro i binari rassicuranti di ciò che è già conosciuto. In alttre parole, per la mentalità scientista è preferibile cadere nell’assurdo (un tasso che copre 80 miglia in poche ore, saltando muri e scalando edifici) piuttosto che ammettere, anche solo per ipotesi, che si possa sollevare per un momento il velo della razionalità codificata dal paradigma scientifico dominante.</p>
<p style="text-align: justify;">E si badi che il caso delle impronte del Devonshire non è affatto un <em>unicum </em>nella storia recente (per non parlare di quella antica). Per fare un solo altro esempio, ma se ne potrebbero fare parecchi, ricordiamo che il <em>Times </em>di Londra del 14 marzo 1840 (dunque, due mesi prima della scoperta di James Clark Ross nei mari antartici)  riferì di impronte identiche a quelle trovate poi nel 1855, questa volta sulla neve di Glenorchy, nelle Highlands scozzesi, con l’unica differenza che sembravano prodotte da una creatura che avesse proceduto a balzi piuttosto che al trotto (35). E ci siamo limitati alla sola Gran Bretagna; ma impronte strane, o mostruose, sono state segnalate in ogni parte d’Europa e nell’arco di vari secoli. E allora?</p>
<p style="text-align: justify;">Certo non saremo noi a tirare in ballo l’ufologia, o l’occulto, magari in chiave diabolica (per quanto rifiutiamo l’atteggiamento sprezzante di aprioristico rifiuto, proprio a molti divulgatori scientifici di formazione neopositivista). Tornando al caso delle isole Kerguélen, gli elementi in nostro possesso sono troppo scarsi per arrischiare una spiegazione del fenomeno, sia di tipo naturalistico sia d’altro genere. Mancano, ad esempio, i calchi o le riproduzioni delle impronte, mentre esistono nel caso del Devonshire di quindici anni dopo (36). Il fatto che le spiegazioni razionali avanzate si siano dimostrate poco convincenti non autorizza a saltare con ingenua disinvoltura nel campo dell’irrazionale.</p>
<p style="text-align: justify;">Forse, però, nonostante tutto possiamo ricavare un insegnamento di carattere generale da questa intricata vicenda, sollevata quasi per caso da una spedizione scientifica del 1840 in una dimenticata isola sub-antartica, ed è il seguente. Vi sono cose  per le quali la scienza naturale stenta a dare una spiegazione e che stenta perfino a contestualizzare nel paradigma scientifico perlopiù accettato, non perché la scienza non disponga al momento di strumenti di ricerca sufficientemente sofisticati, ma perché l’orizzonte concettuale della ragione calcolante è intrinsecamente inadeguato non solo a comprenderli, ma addirittura ad accettarli.</p>
<p style="text-align: justify;">I “cerchi nel grano” (non tutti, ovviamente, ma quelli infinitamente complessi e straordinariamente precisi, giudicati “autentici” dagli studiosi, nel senso di non contraffatti),  appartengono a tale categoria di fenomeni (37). Un altro esempio è costituito da quei reperti archeologici o paleontologici che contrastano irrimediabilmente col paradigma scientifico oggi dominante (si badi a quell’oggi), e che si stanno accumulando uno sull’altro, a dispetto della decisa volontà della scienza accademica di voltare la testa dall’altra parte per non vederli (situazione che richiama molto, per inciso, quella della cosmologia tolemaica alla vigilia della rivoluzione copernicana) (38). Ma una scienza che impieghi parte delle sue energie per rimuovere quei fatti che non riesce a spiegare, invece di prenderli seriamente in considerazione, è una scienza che nega i suoi stessi presupposti e la propria ragion d’essere. Così accade che “pur vedendo non vedono, e pur udendo non odono e non comprendono” (39).  Analogo discorso si potrebbe fare per molti di quei fenomeni “paranormali” di cui si occupa, da alcuni decenni ormai, una scienza giovane come la parapsicologia; o per quelle creature misteriose di cui si occupa la criptozoologia. La civiltà occidentale moderna, figlia della Rivoluzione scientifica del XVII secolo, è passata da un estremo all&#8217; altro: un tempo si credeva pressochè a tutto (40), oggi non si vuol credere più a nulla che non sia misurabile, quantificabile, riproducibile in laboratorio; ad onta del fatto che civiltà millenarie, come quella dell’India, abbiano sempre considerato con ben altra consapevolezza fenomeni non spiegabili solo con la ragione, attinenti al mondo naturale, preternaturale e soprannaturale.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ come se avessimo fermamente deciso di escludere dal nostro orizzonte mentale e spirituale tutto ciò che non rientra  nella sfera della ragione strumentale, riducendo l’essere umano, per parafrasare Marcuse, a vivere in una sola dimensione, mentre  è immerso n un cosmo multidimensionale ed è, egli stesso, chiamato a realizzare una vocazione più ampia, più comprensiva della realtà in cui è collocato. Triste spettacolo quello di un pesce delle immensità oceaniche, costretto a sguazzare in una misera pozzanghera; o, se si preferisce il paragone, del proprietario di un immenso e magnifico palazzo che si riduce, per pigrizia ed ignoranza, a vivere come un mendicante nella più buia e squallida delle sue cantine.</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>* * *</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Tratto, con il gentile consenso dell&#8217;Autore, dal sito Arianna Editrice.</em><em><strong><br />
</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Note</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;">1)      Spesso, nelle enciclopedie e nei libri di geografia, si parla dell’isola Kerguélen al singolare, mentre si tratta di un arcipelago formato da oltre 300 isole di cui una sola, effettivamente, occupa di gran lunga la maggior superficie (5.820 kmq. su un totale di 6.232: un po’ meno della Corsica). Le coordinate geografiche sono  fra 48° 27’ e 49° 50’ Sud; e fra 68° 30’ e 70° 35’ Est. Politicamente  il gruppo fa parte delle Terre Australi ed Antartiche Francesi (T.A.A.F., kmq. 395.500 circa) che comprendono anche le isole Crozet, Saint-Paul e Amsterdam, e la Terra Adelia nel continente antartico vero e proprio (dati riportati sul Calendario Atlante De Agostini di Novara). Scrive Zavatti: “Soltanto la Grande Terra, lunga 140 km., è degna di rilievo. E’ costituita da terreni vulcanici dell’èra secondaria e terziaria e presenta uno sviluppo costiero di 1.300 km. Vi si trovano numerosi giacimenti di lignite, la cui consistenza è però troppo limitata per renderne consigliabile lo sfruttamento.” In S. Zavatti, <em>I Poli</em>, Milano, Feltrinelli, 1963, p. 210. La distinzione fra Grande Terra ed arcipelago risale all’Ottocento ed è documentata nella <em>Geographie Universelle</em> dell’insigne geografo Eliseo Réclus  (Parigi, vari voll .fra il 1876 e il 1894). Per motivi pratici, tuttavia, nel corso del presente articolo useremo indifferentemente l’espressione “isola” o “arcipelago”, il numero singolare o plurale, ma con diverso significato che sarà ricavabile dal contesto.</p>
<p style="text-align: justify;">2)      Cfr. <em>Il grande libro delle esplorazioni </em>a cura di E. Newby, tr. it. Milano, Vallardi, 1976, p. 250. Erebus e Terror erano due navi cannoniere attrezzate a barco della Marina da Guerra, tre alberi, costruzione in legno. Nonostante le loro modeste dimensioni avevano una grande capacità di carico, e inoltre il loro ridotto pescaggio le metteva in grado di sfruttare agevolmente anche quei porti naturali che, come alle Kerguélen, non risultavano ancora scandagliati e accuratamente rilevati sulle carte nautiche. Un grave incidente dovuto alle rocce sommerse si verificò in un canale della Grande Terra all’incrociatore ausiliario tedesco Atlantis, nel 1940, nonostante la profondità apparente fosse stata rilevata di 20 metri ed il fatto che  la nave avesse atteso l’alta marea del mattino per penetrarvi. Cfr. U. Mohr, <em>Atlantis</em>, tr. it. Milano, Longanesi, 1965, pp. 181-87.</p>
<p style="text-align: justify;">3)      Cfr. <em>Encyclopaedia Britannica</em>, ed. 1961, vol. 13, p.350. “The island was discovered by the French navigator, Yves Joseph de Kerguelen-Trémarec, a Breton noble (1745-1797), on the 13th of February 1772, and partly surveyed by him in the following year. He was one of those explorers who had been attracted by the belief in a rich southern land, and this island, the South France of his first discovery, was afterwards called by him Desolation Land in his disappointment”. Pare che il conte de Kerguélen-Trémarec, al suo rientro in Francia, finisse addirittura imprigionato alla Bastiglia (vedi U. Mohr, <em>op. cit.</em>, p.177). Sul cambiamento di nome delle isole, vedi anche W. Sullivan, <em>Alla ricerca di un continente</em>, tr. it. Firenze, Casini, s.d.</p>
<p style="text-align: justify;">4)      Nella baia che da Cook fu chiamata Christmas Harbour, ma che i Francesi del capitano Rosnevet, collega del Kerguélen, avevano scoperto il 6 gennaio 1774 e denominato dell’Oiseau (dal nome della loro nave), furono trovati degli alberi fossili, uno dei quali misurava sette piedi di circonferenza: cfr. Ch. de La Roncière, <em>La scoperta della Terra</em>, tr. it. Torino, S.A.I.E., 1958, p. 280. Il piede è una misura di lunghezza inglese corrispondente a 12 pollici e a un terzo di <em>yard</em>, ed equivalente a 30,48 cm.; pertanto l’albero segnalato dal Rosnevet aveva una circonferenza di 213,36 cm. Solo in un clima tropicale, sub-tropicale o almeno temperato possono svilupparsi forme arboree di tali dimensioni; e i giacimenti di lignite confermano che le Kerguélen dovettero godere, in passato, di un clima del genere, ben diverso da quello odierno. La cosa non è semplicissima da spiegare, anzi è più difficile delle foreste fossili rinvenute nella stessa <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/generi/viaggi/antartide" target="_blank">Antartide</a></span>, la quale “ era un tempo lussureggiante di boschi di pini e di giungle di felci arboree” (da W. Sullivan, <em>op. cit.</em>, p. 16). Questo perché la deriva dei continenti e la teoria della tettonica a zolle spiegano abbastanza agevolmente il radicale mutamento climatico di intere masse continentali; ma le piccole isole oceaniche di origine vulcanica presentano un caso del tutto diverso. Qui, probabilmente, il cambiamento del clima è avvenuto in gran parte a causa della migrazione dei Poli terrestri. Per la distribuzione degli alberi nelle zone più meridionali della Terra, cfr. F. Lamendola, <em>Il limite antartico della vegetazione arborea</em>, in <em>Il Polo</em>, vol. 3, 1986, pp. 29-35.</p>
<p style="text-align: justify;">5)      Pringlea è un genere di piante erbacee rappresentato da una sola specie, <em>Pringlea antiscorbutica </em>(così chiamata perché usata dagli equipaggi delle navi a vela per combattere lo scorbuto, malattia dovuta a carenza di vitamina C), dall’aspetto di un cavolo  e assai ricca di acido ascorbico. E’ una delle rare piante fanerogame (= con fiore) delle isole Kerguelen; cfr. <em>Dizionario di Botanica</em>, Milano, Rizzoli, 1984, p. 383. Come il cavolo, Pringlea appartiene alla famiglia delle Cruciferae; per una adeguata rappresentazione, vedi A. Guillaumin-F. Moreau – C. Moreau, <em>Mondo verde</em>, tr. it. Milano, Labor, 1957 (2 voll.), vol: II, p. 808.</p>
<p style="text-align: justify;">6)      Sir Joseph Dalton Hooker (1817-1911) era figlio di un altro celebre botanico, sir William Jackson Hooker (1785-1865), la cui fama è legata, oltre che a un decisivo contributo allo studio delle piante superiori, delle felci, delle alghe, dei licheni e dei funghi, al fatto di essere stato (dal 1841) il primo direttore dei Royal Botanic Gardens di Kew, nel Surrey, prestigiosa istituzione scientifica del XIX secolo. La notorietà di J. D. Hooker, invece, è dovuta soprattutto ai suoi viaggi botanici, allo studio della distrubuzione geografica delle piante e all’incoraggiamento dato a Charles <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/charles-darwin" target="_blank">Darwin</a></span> (insieme al geologo Ch. Lyell) quando il grande scienziato, padre della teoria della selezione naturale, fu messo in crisi dalla comunicazione di Alfred Russell Wallace del 1858, in cui questi aveva elaborato, indipendentemente, una teoria analoga. Il viaggio più importante di J. D. Hooker fu quello al seguito di J. C. Ross come assistente del medico di bordo, ma in realtà come naturalista della spedizione. Nel 1855 venne nominato aiuto direttore dei Giardini di Kew e nel 1865 vi succedette al padre come direttore; dal 1873 al 1878 fu presidente della Royal Society. Cfr: le due “voci” della <em>Encyclopaedia Britannica</em>, ed. 1961, vol. 11, pp. 727, 729.</p>
<p style="text-align: justify;">7)      Al ritorno dalla spedizione di J. C. Ross, nel 1843, Joseph Dalton Hooker pubblicò <em>Flora Antarctica </em>(1844-47), <em> Flora Novae Zelandiae</em> (1853-55)  e infine <em>Flora Tasmanica </em>(1855-60), un vasto e minuzioso trittico che compendiava le più recenti conoscenze geobotaniche dell’emisfero Sud. Altre sue opere importanti sono <em>Outlines of the Distribution of Arctic Plants</em> (1862); il classico <em>Student’s Flora of the British Isles</em> (1870); un’opera monumentale, <em>Genera plantarum</em> (1862-63), in collaborazione con G. Bentham; e <em>Flora of British India</em> (1855-97). Vedi anche L. <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/aldous-huxley" target="_blank">Huxley</a></span>, <em>Life and Letters of sir J. D. Hooker</em>, 2 voll. (1918), e W. B. Turrill, <em>Pioneer Plant Geographer</em> (1953). Sul ruolo da lui svolto, insieme a Lyell, nel sollecitare <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/charles-darwin" target="_blank">Darwin</a></span>, cfr. G. Montalenti, <em>Charles <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/charles-darwin" target="_blank">Darwin</a></span></em>, Roma, Editori Riuniti, 1982, pp. 61-62 ep. 125; e J. F. Leroy, <em><span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/charles-darwin" target="_blank">Darwin</a></span></em>, tr. it. Milano, Ediz. Accademia, 1971, pp. 55-56.</p>
<p style="text-align: justify;">8)      “Kerguélen era salpato dall’isola di Francia [Mauritius] il 16 gennaio 1772, con la nave da carico Fortune e la gabarra Gros-Ventre, per tentare attraverso l’Atlantico meridionale una nuova via preconizzata dal visconte De Grenier. Il luogotenente De Boisguehenneuc aveva scoperto la terra che in seguito avrebbe portato il nome del suo capitano; povera terra che aveva per soli abitanti il pinguino reale, la procellaria gigante, l’albatro, il gabbiano e la fregata, e come visitatori il leopardo e l’elefante marino.” Così Ch. de La Roncière, <em>op. cit.</em>, pp. 279-80.</p>
<p style="text-align: justify;">9)      Probabilmente si tratta di Christmas Harbour, di cui esiste una bella incisione nel libro di J. C.Ross <em>A voyage of Discovery in the Southern and Antarctic Regions</em>, Londra 1847 (e che è riportata sia in Ch. de La Roncière, op. cit., p 390, sia nel vol. della enciclop. <em>Il mondo dell’occulto</em>, di C. Wilson, <em>Realtà inesplicabili</em>, tr. it. Milano, Rizzoli, 1976, p. 129). L’incisione, di gusto squisitamente romantico, ben esprime quel senso di suggestiva, indefinibile malinconia che avvolge il paesaggio delle Kerguélen. Come stile ricorda molto le celebri incisioni di Gustave Dorè per la <em>Divina Commedia</em>, e particolarmente l’atmosfera elegiaca di quelle del <em>Purgatorio</em>. Queste notazioni hanno la loro importanza perché aiutano a comprendere con quale tipo di sensibilità esploratori come Ross si accostarono alle terre dell’emisfero australe e con quale attitudine psicologica vissero l’esperienza del mistero.</p>
<p style="text-align: justify;">10)   Il Monte Ross  è alto 1.960 m. e sorge nella Penisola Galliéni, al centro della costa meridionale, fra la Penisola de l’Amiral a sud-ovest e la Penisola Joffre a sud-est (tutti nomi, ovviamente, moderni). In linea d’aria, si trova esattamente a metà strada fra il canale di Port-aux-Francais e le pendici del grande Ghiacciaio Cook, che copre il 20 % della superficie della Grande Terra. Cfr. L. Boitani – S. Bartoli – L. Beani, <em> <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/generi/viaggi/antartide" target="_blank">Antartide</a></span> e Patagonia</em>, Edizioni Futuro, 1985, p. 91. Per la cartografia, vedi <em>Il grande Atlante di Selezione dal Reader’s Digest</em>, 1962, tav. 72.</p>
<p style="text-align: justify;">11)  Lucrezio, <em>De rerum natura</em>, libro quinto, 195-234. “Lucrezio combatte l’opinione degli Stoici che una Provvidenza divina governi il mondo, e che esso sia stato creato dalla Provvidenza stessa nel modo migliore per l’uomo, e quasi posto al suo servizio. L’evidenza stessa delle cose prova il contrario: vediamo infatti che monti e foreste selvagge, mari e paludi rendono inabitabile gran parte della terra, due terzi della quale, la zona glaciale e la zona torrida, non consentono vita umana…” Così L. Perelli nel suo <em>Commento </em>al <em>De rerum natura</em>, Torino, Lattes, 1981, p. 174.</p>
<p style="text-align: justify;">12)  U. Mohr, <em>op. cit.</em>, pp. 180, 196.</p>
<p style="text-align: justify;">13)  “I conigli cancellarono letteralmente tutta la copertura vegetale dominante nell’arcipelago delle Kerguélen, copertura che era assicurata da tre diverse  piante: Azorella, Pringlea e Festuca. Al loro posto crebbe Acaena, una pianta che ricresce rapidamente dopo il pascolo ed è anche diffusa dagli stessi conigli. Sfortunatamente tutta la microfauna invertebrata infeudata sulla vegetazione originaria  non potè adattarsi ad Acaena e scomparve”. Cit. da H. Koopowitz –H. Kaye, <em>Piante in estinzione. Una crisi mondiale</em>, tr. it. Bologna, Edagricole, 1985, p. 111.Si noti che in una lontanissima isola del Pacifico meridionale, Mas a Tierra, è in atto lo stresso dramma fin dagli anni fra Otto e Novecento: la specie cilena Acaena argentea, insieme a un’altra infestante sudamericana, Aristotelia maqui, si va diffondendo rapidamente e minaccia la incomparabile ed unica flora locale. Cfr. C. Skottsberg, <em>The Island of Juan Fernandez</em>, in <em>The Geographical Review</em>, 1918, vol. 1, pp. 362-383. Vedi anche la “voce” <em>Juan Fernandez</em> nella <em>Enciclopedia Italiana</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">14)  Una estesa trattazione dell’avifauna delle isole sub-antartiche, tra cui le Kerguélen, si trova in B. Stonehouse, <em>Vita del Polo Sud</em>, tr. it. Milano, Mondadori, 1973. La distruzione della fauna indigena, comunque, non ebbe inizio con i balenieri ma già coi primissimi esploratori. Nell’edizione francese dei <em>Viaggi </em>di James Cook si può vedere, ad esempio, un’incisione che mostra la Resolution e la Discovery alla fonda presso le isole Kerguélen, e alcuni marinai inglesi che si accingono, armati di bastone, a uccidere un gruppo d’ignari pinguini per incrementare le scorte di carne delle due navi.</p>
<p style="text-align: justify;">15)  Cfr. C. Wilson, <em>op. cit.</em>, pp. 128-29.</p>
<p style="text-align: justify;">16)  Cfr. E. Newby, <em>op. cit.</em>, p. 238. Il Polo Nord magnetico venne localizzato a 70° 05’ Nord e 96° 46’ Ovest.</p>
<p style="text-align: justify;">17)  Vedi S. Zavatti, <em>Dizionario degli esploratori e delle scoperte geografiche</em>, Milano, Feltrinelli, 1967, pp. 244-45.</p>
<p style="text-align: justify;">18)  Vedi S. Zavatti, <em>L’esplorazione dell’<span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/generi/viaggi/antartide" target="_blank">Antartide</a></span></em>, Milano, Mursia, 1974, p. 40 sgg.; e A. Solmi, <em>Gli esploratori del Pacifico</em>, Novara, De Agostini, 1985, p.221 sgg.</p>
<p style="text-align: justify;">19)  “Le istruzioni di Ross erano di impiantare osservatori magnetici fissi a St. Elena, al Capo di Buona Speranza, all’isola Kerguélen ed in Tasmania. Quindi nell’estate australe del 1840-41, di procedere direttamente verso Sud allo scopo di determinare la posizione del Polo magnetico, e addirittura raggiungerlo se possibile…” (da E. Newby, <em>op. cit.</em>, p. 252). Penetrato nella banchisa come nessuno prima di lui aveva fatto, con un misto di abilità e di fortuna veramente eccezionali giunse fino a 76° 12’ Sud e 164 Est, a sole 160 miglia dal Polo magnetico Sud, prima che la gigantesca Barriera di ghiaccio che oggi porta il suo nome lo costringesse a volgere nuovamente il la barra verso la Tasmania.</p>
<p style="text-align: justify;">20)  Cfr. F. Lamendola, <em>Terra Australis Incognita</em>, in <em>Il Polo</em>, vol 3, 1989, pp. 51-58; id., <em>Mendana De Neira alla scoperta della Terra Australe</em>, vol. 1, 1990, pp. 19-24.</p>
<p style="text-align: justify;">21)  Cit. da Ch. de La Roncière, <em>op. cit.</em>, p. 262.</p>
<p style="text-align: justify;">22)  I due viaggi di Y. J. de Kerguélen-Trémarec furono comunque, in un certo senso, preparatorii del terzo grande viaggio di James Cook. “Mentre si svolgeva il secondo grande viaggio del Cook, erano intanto rientrati in Francia il Kerguélen-Trémarec ed il comandante Crozet – succeduto al Marion Dufresne ucciso alla Nuova Zelanda – ed avevano quindi riferito delle loro scoperte di nuove terre nella zona dell’Oceano Indiano che sta a mezzogiorno dell’isola Maurizio. Il Cook ebbe ordine di investigare intorno a quelle terre, evidentemente perché fosse tolto il dubbio se non rappresentassero, per caso, avamposti – non più di una Terra Australe – ma per lo meno del supposto continente antartico.” Così G. Dainelli, <em>La conquista della Terra</em>, Torino, U.T.E.T,, 1954, p. 378.</p>
<p style="text-align: justify;">23)  Cit. da S. Zavatti,<em> L’esplorazione dell’<span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/generi/viaggi/antartide" target="_blank">Antartide</a></span></em>, cit., p. 22.</p>
<p style="text-align: justify;">24)  Crediamo sia di qualche utilità, al fine di meglio comprendere quanto diremo sulla improbabilità che le impronte di zoccoli trovate da J. C. Ross fossero di qualche animale domestico importato dai balenieri e poi rinselvatichito, riportare l’opinione espressa nel 1776 dal capitano Cook circa un eventuale allevamento di animali domestici sull’isola Kerguélen. “Cook e alcuni suoi uomini sbarcarono e trovarono una spiaggia arida e infeconda che sconsigliò l’abbandono di qualcuno degli animali di bordo perché sarebbe stato condannarli a una morte sicura. Cook affermò anche, nel suo diario, che nessun altro essere vivente avrebbe potuto vivere in quella terra, all’infuori degli uccelli e delle foche”. Cit. da S. Zavatti, <em>I viaggi del capitano James Cook</em>, Milano, Schwarz, 1960, p. 161.</p>
<p style="text-align: justify;">25)  Le specie di pinguino esistenti sono 18, di cui 3 si riproducono esclusivamente a sud della Convergenza antartica, mentre 4 nidificano sia a nord che a sud di essa (cfr. B. Stonehouse, <em>op. cit.</em>, p. 88.) e le altre si spingono ancora più a nord, fino alla linea dell’Equatore (nel caso delle Galàpagos). Vedi anche <em>Grande atlante degli animali</em>, tr. it.Novara, De Agostini, 1974, pp. 158-59; e H.-W. Smolik, <em>Enciclopedia illustrata degli animali</em>, tr. it. Milano, Feltrinelli, 1982, pp. 828.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/il-mistero-delle-isole-kerguelen.html' addthis:title='Il mistero delle isole Kerguélen ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>&#8220;Al polo australe&#8221; di Emilio Salgari, tra mito romantico e suggestioni positivistiche</title>
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		<pubDate>Fri, 07 Aug 2009 10:07:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Lamendola</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nella sterminata produzione narrativa di Salgari, l'ambiente polare occupa un posto ragguardevole. Al Polo Australe è ambientato nei pressi di Capo Horn]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/al-polo-australe-di-emilio-salgari.html' addthis:title='&#8220;Al polo australe&#8221; di Emilio Salgari, tra mito romantico e suggestioni positivistiche '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/drago48x48.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Fantastico" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/letteratura48x48.png" width="48" height="48" alt="" title="Letteratura" /><br/><p style="text-align: justify;">Ad Emilio <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/emilio-salgari" target="_blank">Salgari</a></span>, nato Verona nel 1862 e morto a Val San Martino (Torino) nel 1911, è toccata una sorte per certi versi analoga a quella di Jules Verne, nel senso che quasi ogni suo connazionale ha letto almeno qualcuno dei suoi libri o, nel peggiore dei casi, ha visto le versioni cinematografiche e televisive tratte da essi, e probabilmente non ce n&#8217;è uno che non pensi di averlo capito &#8211; magari di aver capito che non c&#8217;è proprio niente da capire. <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/emilio-salgari" target="_blank">Salgari</a></span> è l&#8217;avventura allo stato puro; o no? Prima di rispondere a una tale domanda, notiamo però subito un&#8217;altra analogia con lo scrittore francese. I suoi romanzi furono stampati in tirature favolose, tuttavia (a parte il fatto che egli non ne ebbe alcun vantaggio economico e questo, probabilmente, contribuì alla depressione che lo spinse al suicidio) la critica &#8220;ufficiale&#8221; non lo prese mai in considerazione. Era toccato anche ad altri, più grandi di lui (come Carlo Collodi) oppure più &#8220;piccoli&#8221; &#8211; se è lecito istituire tali confronti &#8211; (come, qualche decennio dopo, sarà il caso di Liala), che come lui hanno venduto libri in quantità molto superiore alla media. Ma non è questa la sede per addentrarci in una discussione sui rispettivi meriti e sui limiti della letteratura &#8220;colta&#8221; e della narrativa popolare; ci limiteremo solo a notare &#8211; di sfuggita &#8211; che la divaricazione fra le due &#8220;culture&#8221; è in Italia più forte che in Francia (e in altri Paesi); e non solo nel campo della letteratura ma anche, per esempio, in quello della canzone d&#8217;autore.</p>
<p style="text-align: justify;">Emilio <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/emilio-salgari" target="_blank">Salgari</a></span> ha scritto moltissimo (si disse, con un amaro gioco di parole, che scriveva per la fame e non per la fama), polverizzando perfino il <em>record </em>di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/honore-de-balzac" target="_blank">Balzac</a></span>, Verne ed Émile Zola, tutti scrittori estremamente prolifici: qualche cosa come 80 romanzi e 150 racconti, suddivisi in alcuni grandi cicli, il più noto dei quali è quello dei corsari: le &#8220;tigri di Mompracem&#8221;, capeggiate dal leggendario principe indiano Sandokan e dal suo fido braccio destro, il portoghese Yanez. Tra i suoi libri più famosi ricordiamo almeno <em>I misteri della jungla nera</em>, del 1895; <em><a title="I pirati della Malesia" href="http://www.libriefilm.com/i-pirati-della-malesia-3/2771">I pirati della Malesia</a>, </em>del 1896; <em><a title="Il corsaro nero" href="http://www.libriefilm.com/il-corsaro-nero-2/2774">Il Corsaro Nero</a>, </em>del 1899; <em><a title="Le tigri di Mompracem" href="http://www.libriefilm.com/le-tigri-di-mompracem-2/2777">Le tigri di Mompracem</a>, </em>del 1901; <em><a title="Jolanda la figlia del corsaro nero" href="http://www.libriefilm.com/jolanda-la-figlia-del-corsaro-nero/2695">Jolanda, la figlia del Corsaro Nero</a>, </em>del 1905; <a title="Sandokan alla riscossa" href="http://www.libriefilm.com/sandokan-alla-riscossa/2776"><em>Sandokan alla riscossa</em></a>, del 1907<em>. </em>E ancora: <em>Le stragi delle Filippine; Il raggio</em> <em>dell&#8217;Atlante; <a title="La scotennatrice" href="http://www.libriefilm.com/la-scotennatrice/3157">La scotennatrice</a>;</em> <em>Le selve ardenti; I naufragatori dell&#8217;Oregon; Il re dell&#8217;aria; La favorita del Mahdi; <a title="Gli ultimi filibustieri" href="http://www.libriefilm.com/gli-ultimi-filibustieri/410">Gli ultimi filibustieri</a>; la stella dell&#8217;Araucania; Il Corsaro Rosso; Il Corsaro Verde; Il re del mare; <a title="Alla conquista di un impero" href="http://www.libriefilm.com/alla-conquista-di-un-impero/2737">Alla conquista di un impero</a>; <a title="Le due tigri" href="http://www.libriefilm.com/le-due-tigri/2775">Le due tigri</a>; la rivincita di Yanez; la vendetta dei Thugs; Gli scorridori del mare; Le tigri del Borneo; la figlia del Cacicco; I pescatori di Trepang; La montagna di fuoco; le pantere di Algeri; Il tesoro del presidente del Paraguay; Duemila leghe sotto l&#8217;America.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Nella sterminata produzione narrativa di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/emilio-salgari" target="_blank">Salgari</a></span>, l&#8217;ambiente polare occupa un posto ragguardevole. Silvio Zavatti, in una sua monografia dedicata a tale argomento (1), ha ricordato ed esaminato brevemente nove romanzi di argomento polare, e cioè: <em><a title="Al Polo Australe" href="http://www.libriefilm.com/al-polo-australe-in-velocipede/2712">Al Polo Australe</a>; I naufraghi dello Spitzberg; Una sfida al Polo; Il deserto di ghiaccio; I cacciatori di foche; Al Polo Nord; I pescatori di balene; Padre Crespel nel Labrador; Verso l&#8217;Artide colla &#8220;Stella Polare&#8221;. </em>A tale monografia rimandiamo il lettore (augurandoci che essa possa venire ristampata al più presto); noi ci limitiamo ad aggiungervi un decimo romanzo, fra l&#8217;altro uno dei migliori &#8211; a nostro giudizio &#8211; di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/emilio-salgari" target="_blank">Salgari</a></span>, <em>La Stella dell&#8217;Araucania</em>, ambientato nelle acque dello Stretto di Magellano e fra le isole e i ghiacci della Terra del Fuoco; perché, se è vero che quelle regioni non appartengono, <em>strictu senso, </em>alla geografia polare, lo stesso dovrebbe valere per il romanzo <em>Padre Crespel nel Labrador </em>(che potrebbe aver ispirato, a nostro avviso, il celebre <em>Mabel fra gli Eschimesi</em> di Ginevra Pelizzari, del 1961); ma, d&#8217;altra parte, entrambi hanno un&#8217;ambientazione polare (o, quantomeno, sub-polare), quindi la loro inclusione in questo elenco appare pienamente giustificata.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/al-polo-australe-in-velocipede/2712"><img class="alignleft size-medium wp-image-2574" style="margin: 10px;" title="al-polo-australe" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/al-polo-australe-177x300.jpg" alt="al-polo-australe" width="177" height="300" /></a>La vicenda di <em><a title="Al Polo Australe" href="http://www.libriefilm.com/al-polo-australe-in-velocipede/2712">Al Polo Australe</a> </em>prende l&#8217;avvio da una discussione che si accende, al circolo della Società Geografica Americana di Baltimora, fra lo statunitense Wilkye e l&#8217;inglese Linderman e che sfocia in una vera e propria scommessa, nello stile di tante situazioni analoghe di stampo verniano (a cominciare dalla più celebre di tutte, quella che fa da preambolo a <em>Il giro del mondo in ottanta giorni</em>)<em>. </em>Il primo sostiene che sarà in grado di raggiungere il Polo Sud servendosi di un mezzo assolutamente innovativo: il velocipede; il secondo, invece, è sicuro di poterci arrivare per primo a bordo della sua nave moderna e ultraveloce, la <em>Stella Polare. </em>Nel perfetto stile degli <em>sportsmen </em>anglosassoni (o, almeno, nel perfetto stile della loro immagine pubblica: la realtà era un po&#8217; diversa, come provano le penose vicende Cook-Peary per l&#8217;attribuzione del primato nella conquista del Polo Nord) decidono di partire insieme, a bordo della nave dell&#8217;inglese.</p>
<p style="text-align: justify;">Scrive Silvio Zavatti: &#8220;<em>Nelle vecchie edizioni il titolo era </em><a title="Al Polo Australe in velocipede" href="http://www.libriefilm.com/al-polo-australe-in-velocipede/2712">Al Polo Australe in velocipede</a> <em> e non si capiscono le ragioni che hanno consigliato poi a mutarlo. La trama è abbastanza semplice: due soci della Società Geografica Americana di Baltimora, uno inglese e l&#8217;altro americano, hanno una disputa originata dal fallimento delle spedizioni artiche della </em>Jeannette <em>di De Long e dell&#8217;</em>Eira <em>di Leigh Smith e l&#8217;amor di patria si muta in incontrollato e acre spirito campanilistico. L&#8217;americano, Wilkye, sfida l&#8217;inglese, Linderman, a raggiungere il Polo Sud: il primo farà il tentativo servendosi di velocipedi appositamente studiati e costruiti e il secondo di una nave molto veloce. Attraverso avventure di ogni genere, Wilkye raggiunge la meta e, al ritorno, salva Linderman la cui nave è affondata e riesce a riportarlo in America nonostante la pazzia che lo ha assalito. Nel libro i riferimenti storici sono esatti, la terminologia glaciologica polare appare perfetta e l&#8217;informazione generale segue fino allo scrupolo le conoscenze dell&#8217;epoca. Inoltre lo speciale velocipede usato da Wylkie e dai suoi compagni (fra cui un oriundo italiano) è l&#8217;immaginario prototipo dei moderni &#8216;gatti della neve&#8217;.&#8221; </em>(2)</p>
<p style="text-align: justify;">La partenza avviene solo pochi giorni dopo la scommessa; il viaggio per nave è caratterizzato da burrasche e incidenti imprevedibili, come un duello a dir poco improbabile fra la <em>Stella polare</em> e una  balena, che ricorda quasi una corrida o, meglio, un torneo medioevale, con i due contendenti impegnati a scagliarsi l&#8217;un contro l&#8217;altro con tutte le loro forze.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;elemento decisamente umoristico, che dà il tono un po&#8217; a tutto il romanzo, è qui rappresentato da un grasso commerciante di carni salate che si aggrega alla spedizione americana allo scopo &#8211; in verità piuttosto incongruo &#8211; di ingrassare ulteriormente e poter così essere eletto, al ritorno negli Stati Uniti, presidente del Club dei Grassi. Ed è proprio Bisby, il grassone, che durante lo speronamento della balena da parte della nave viene scagliato fuori bordo e cade sul dorso del cetaceo; poi, dopo che questo &#8211; mortalmente ferito &#8211; è andato a fondo, si ritrova in balìa delle onde sul gelido mare, e deve anche subire l&#8217;attacco di un albatro. Quest&#8217;ultimo episodio è meno fantasioso del precedente, anzi proprio in quelle acque si vedrà, dopo la battaglia navale delle Isole Falkland, l&#8217;8 dicembre 1914, stormi di albatri assalire i naufraghi tedeschi, facendone strage come di inermi prede. (3) Comunque, alla fine Brisby viene salvato dai marinai della <em>Stella Polare, </em>che si erano finalmente accorti della sua scomparsa e avevano invertito la rotta per venirlo a cercare (meno realistica, però, è la prolungata permanenza dell&#8217;uomo nelle acque sub-antartiche, che avrebbero dovuto provocarne la morte per assideramento in pochi minuti).</p>
<p style="text-align: justify;">Il viaggio verso l&#8217;<span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/generi/viaggi/antartide" target="_blank">Antartide</a></span> offre inolte a <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/emilio-salgari" target="_blank">Salgari</a></span> la possibilità di sfoggiare le sue conoscenze in fatto di storia e geografia, ad esempio mettendo in bocca ai due protagonisti, Wilkye e Linderman, una dotta conversazione sulla reale statura dei Patagoni, che, secondo Pigafetta, erano così alti che un marinaio europeo giungeva sì e no all&#8217;altezza della loro cintura. (4)</p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8220;È laggiù che vivono gli uomini più alti del globo? &#8211; chiese Bisby a Wilkye e a Linderman che osservavano la costa coi cannocchiali.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8220;- Sì &#8211; rispose l&#8217;americano.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8221; Ma che sia vero che sono di statura colossale? Mi hanno detto che gli uomini più alti della razza bianca non giungono alla loro cintola.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8221; &#8211; Frottole &#8211; disse Linderman. &#8211; I primi navigatori che li hanno veduti hanno affermato questo, ma hanno solennemente mentito.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8220;- E perché, signor Linderman? &#8211; chiese Wilkye.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8221; &#8211; Perché si è positivamente constatato chela statura dei Patagoni di rado supera i due metri. È bensì vero che taluni navigatori ne hanno veduti di quelli molto alti, come Falkner che nel 1740 ne misurò uno che era alto metri 2,33 e Mayne e Cunningham che videro un capo alto metri 2,88; ma queste sono eccezioni.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8221; &#8211; Eppure, signor Linderman, io credo che i Patagoni un tempo siano stati assai più giganteschi ed anche altre tribù indiane dovevano avere stature eccezionali. I navigatori Lemaire e Schouten, che visitarono la Patagonia nel 1615, asserirono di aver trovato degli scheletri umani che avevano 11 piedi d&#8217;altezza, circa tre metri e mezzo.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8221; &#8211; Ci credete?</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8221; &#8211; Oh, non sono essi soli che hanno veduto scheletri così mostruosi. Halmas, che percorse il Perù nel 1515, vide delle ossa umane di una lunghezza eccessiva, ma che, secondo lui, dovevano rimontare ad epoche assai remote: Gnetil vide quelle ossa nel 1715 e ne accertò l&#8217;esistenza; Acosta, che fu nel Messico nel 1588, trovò pure degli scheletri giganti ed i Messicani presentarono a Cortez delle tibie e dei teschi enormi.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8221; &#8211; Dunque, se si deve credere a queste cose &#8211; disse l&#8217;inglese, &#8211; deve essere stata popolata da tribù di giganti. </em>[…]</p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8221; &#8211; Ma quei giganti americani, come sono scomparsi?</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8221; -Non si sa, ma forse l&#8217;antica razza a poco a poco è deperita. Tuttavia, nei Patagoni, conserva ancora dei campioni notevoli.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8221; &#8211; Ed anche di quelli straordinariamente deperiti.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8221; &#8211; Che cosa volete dire, signor Linderman?</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8221; &#8211; Che se in Patagonia vi sono ancora dei giganti, a poche centinaia di metri da loro vivono dei pigmei o quasi.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8221; &#8211; Infatti ciò è vero. Al di là dello Stretto di Magellano, che in tali punti misura una così breve larghezza che si potrebbe attraversarlo scagliando un ciottolo, vivono i Fuegiani, che si possono considerare gli indiani più piccoli della razza americana. La loro statura non supera i quattro piedi e cinque pollici, ossia neanche un metro e mezzo.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8221; &#8211; E come mai questa diversità di statura a una distanza così  breve? &#8211; chiese Bisby che prestava somma attenzione a quel dialogo.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8221; &#8211; Forse per una naturale deformazione causata dal clima, che è più freddo e dai patimenti, vivendo i Fuegiani come bestie selvagge sempre alle prese con la fame &#8211; rispose Wilkye…&#8221; </em>(5)</p>
<p style="text-align: justify;">Questo brano rispecchia la tipica metodologia con cui <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/emilio-salgari" target="_blank">Salgari</a></span> si accingeva a scrivere i suoi romanzi di ambientazione esotica. Innanzitutto si documentava, consultando tutti i testi disponibili sul Paese in cui era ambientata la vicenda, sui loro abitanti, sul clima, la flora e la fauna, ecc. &#8211; e, come giustamente osserva Silvio Zavatti, si documentava in modo serio e rigoroso: una sorpresa, forse, per quanti s&#8217;immaginavano questo scrittore &#8220;improvvisare&#8221; esotiche avventure con il solo aiuto dell&#8217;immaginazione. Poi, dopo aver costruito un contesto ambientale verosimile attorno alla vicenda ed ai protagonisti di essa (un po&#8217; come il padre del romanzo storico italiano, Manzoni, aveva fatto per ricreare il &#8220;clima&#8221; del XVII secolo in Lombardia), amava inserire parte di quei dati direttamente nel tessuto narrativo, facendo sfoggio della sua erudizione per mezzo dei dialoghi fra i suoi personaggi &#8211; talvolta, bisogna pur dirlo, a scapito del criterio della verosimiglianza e dello stesso ritmo narrativo. Ad ogni modo, questa tecnica conferisce ai suoi romanzi una dimensione di storicità, e quasi di scientificità, che non dispiace ai lettori e specialmente al pubblico adulto, dal momento che costituisce un utile contrappeso ai voli della fantasia, talvolta scatenati, là dove <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/emilio-salgari" target="_blank">Salgari</a></span> mette in scena situazioni puramente d&#8217;immaginazione: come quando, in <em>Le due tigri, </em>fa lanciare un rinoceronte indiano alla carica del muretto dietro il quale hanno cercato riparo Sandokan e Yanez, distruggendolo come un castello di carte. (6)</p>
<p style="text-align: justify;">Sempre ne <em><a title="Al Polo Australe" href="http://www.libriefilm.com/al-polo-australe-in-velocipede/2712">Al Polo Australe</a>, </em>dopo che la nave ha superato una burrasca al largo di Capo Horn, <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/emilio-salgari" target="_blank">Salgari</a></span> ci offre una chiara e persuasiva spiegazione astronomica del fenomeno della notte polare, sempre servendosi di un dialogo fra i personaggi della vicenda, in questo caso l&#8217;audace Wilkye e il buffo ma simpatico Bisby.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8221; &#8211; Fra mezz&#8217;ora la campana ci radunerà a cena.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8221; &#8211; A cena?… &#8211; esclamò Bisy stupito. &#8211; A pranzo, vorrete dire.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8220;- No, amico mio: avete dormito dodici ore e sono quasi le nove di sera.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8221; &#8211; Ma voi siete pazzo o volete scherzare, Wilkye. Non vedete che splende ancora il sole?</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8221; &#8211; E che cosa vuol dire ciò?</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8221; &#8211; Che in nessun paese del globo, alle 9 di sera, si vede il sole. Guardate com&#8217;è ancora lontano dall&#8217;orizzonte!</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8221; Questa regione, mio caro Bisby, è diversa dalle altre, e l&#8217;astro diurno, per ora, non tramonterà che alle undici; fra pochi giorni a mezzanotte e fra qualche settimana non si nasconderà più. Ci illuminerà per ventiquattro ore continue, anzi per tre o quattro mesi, se continueremo a scendere al sud e per sei se toccheremo il Polo.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8221; &#8211; Ma che storie strabilianti mi narrate, Wilkye?  Volete scherzare, approfittando della mia ignoranza?</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8221; &#8211; No, vi do la mia parola! Guardate il mio orologio: segna le 8 e 50 minuti ed il sole non accenna a tramontare.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8221; &#8211; e anche il mio! &#8211; esclamò Bisby, che cadeva di sorpresa in sorpresa. &#8211; ma che paese è mai questo?… C&#8217;è da impazzire, Wilkye.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8221; &#8211; E perché, amco mio?</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8221; &#8211; Perché non comprendo questo fenomeno.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8221; &#8211; Non è un fenomeno e la spiegazione è semplicissima, mio caro Bisby. Nelle regioni settentrionali, sapete perché le giornate d&#8217;inverno si accorciano?</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8221; &#8211; Non ve lo sparei dire; non m&#8217;intendo che di carni salate.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8221; &#8211; Semplicemente pel fatto che allora il sole volge i suoi raggi più diretti verso le regioni meridionali, situate al di là dell&#8217;Equatore, le quali appunto allora godono l&#8217;estate. Il Polo Nord, essendo il più lontano dall&#8217;Equatore e quindi anche dal sole che si trova nell&#8217;emisfero australe, a causa della rotondità della terra non può ricevere alcun raggio solare. Infatti se Baltimora, e per conseguenza tutte le regioni situate sullo stesso parallelo, all&#8217;inverno godono di dieci ore di luce, quelle più al nord ne godranno solamente nove, le altre più lontane otto, sette e via via finché talune non ne avranno affatto. La stessa cosa avviene nelle regioni australi. Il sole ha passato l&#8217;Equatore e si allotana sempre più dall&#8217;emisfero settentrionale, scendendo verso sud. I paesi situati al di là del circolo antartico avranno sempre il giorno e la notte, poiché la terra gira, ma il Polo che può considerarsene come il perno, rimane quasi fisso, quindi laggiù il sole durante l&#8217;estate non tramonta mai.  Quando però si allontana e risale nell&#8217;emisfero settentrionale, piomba laggiù una notte orrenda che ha la stessa durata. Aspettate che sopraggiunga l&#8217;autunno, e in queste regioni vedrete il sole allontanarsi rapidamente, le giornate scorciarsi presto, finché regnerà un&#8217;oscurità così profonda che né le stelle né la luna riesciranno a rompere.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8221; &#8211; Brrr! Mi fate venire freddo, Wilkye.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8220;- Ne avrete allora, Bisby, e molto. Queste regioni si copriranno di nevi e di ghiacci e la temperatura discenderà a 40° e perfino a 50° sotto zero…&#8221; </em>(7)</p>
<p style="text-align: justify;">Non c&#8217;è dubbio che questo dialogo potrebbe ben figurare in un testo didattico per la scuola primaria; e questo è un aspetto della narrativa di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/emilio-salgari" target="_blank">Salgari</a></span> che andrebbe, a nostro avviso, approfondito, se non altro per rivedere l&#8217;atteggiamento di malcelata diffidenza con il quale la pedagogia &#8220;ufficiale&#8221; accolse la straordinaria diffusione dell&#8217;opera salgariana fra la gioventù. Scrivono infatti Guido Armellini e Adriano Colombo: &#8220;<em>Un altro scrittore per ragazzi</em> <em>di grande successo non ebbe intenti educativi </em>[a differenza di Collodi]<em>, anzi fu a lungo avversato dagli educatori quanto amato dal suo pubblico. Emilio <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/emilio-salgari" target="_blank">Salgari</a></span> (veronese, 1862-1911) amò presentarsi come un capitano di mare a riposo ricco di ricordi;  in realtà aveva seguito studi nautici in gioventù, ma non aveva compiuto più di qualche viaggio nell&#8217;Adriatico. </em>[…] <em>Le sue storie di avventure in mari esotici </em>[…] <em>offrono alla fantasia del lettore situazioni drammatiche , intrecci movimentati, colori accesi: lo stile è enfatico e sommario, ma il ritmo narrativo è avvincente.&#8221; </em>(8)</p>
<p style="text-align: justify;">Ma se è vero che <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/emilio-salgari" target="_blank">Salgari</a></span> rifiuta di fare esplicitamente della morale con i suoi romanzi (come se la lealtà, il coraggio, il senso della giustizia che animano i suoi personaggi non fossero già una forma di educazione morale per i suoi giovani lettori), nel campo della didattica &#8211; specialmente geografica &#8211; i suoi romanzi formano una vera e propria enciclopedia per ragazzi. Si giudichi come egli descrive la Caverna Mammuth del Nord America, che è a tutt&#8217;oggi (con il suo sviluppo orizzontale di oltre 500 km.) la più vasta fra quelle conosciute, nel romanzo <em>Duemila leghe sotto l&#8217;America</em> in cui l&#8217;ingenere John Webher &#8211; a somiglianza del professor Lidenbrock di <em>Viaggio al centro della Terra -</em> sbuca all&#8217;aperto, dopo un viaggio emozionante, nientemeno che presso il lago Titicaca, fra Perù e Bolivia: <em>&#8220;Nessuna caverna del vecchio mondo, per ampiezza, per profondità e per bellezza  può gareggiare con la caverna del Mammouth nel Kentucky.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8220;Quell&#8217;immenso antro che s&#8217;addentra nei fianchi di una montagna e che scende nelle viscere della terra trasformando il suolo in una spugna colossale, dovuto chissà mai a  quale cataclisma, si trova a breve distanza dal Green River, quasi nel cuore del Kentucky.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8220;Parrebbe che una simile caverna dovesse avere un&#8217;apertura smisurata, invece tutt&#8217;altro. Vi si penetra per una specie di pozzo di quaranta piedi di profondità e largo a malapena tre metri, il quale riceve, verso uno degli angoli, le acque di un ruscello che vi si precipitano dentro con un fragore diabolico, udito, là sotto, a grande distanza. La più vigorosa descrizione non può dare che una pallida idea di questa caverna della quale gli americani del nord vanno superbi.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8220;È un caos di tenebrosi corridoi che salgono nel monte, che scendono nelle viscere della terra or dritti, or spezzati, or vasti e alti, or stretti e tanto bassi da urtarvi con la testa; è un caos di cupole splendide, di antri bizzarri, di celle e cellette, di vòlte immense, di archi spaventevoli, di colonne smisurate, traforate, tagliuzzate, le cui cime si smarriscono sovente nella profonda tenebra.&#8221; </em>(9)</p>
<p style="text-align: justify;">E, accanto alla geografia, la storia: l&#8217;altra grande passione di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/emilio-salgari" target="_blank">Salgari</a></span>; specialmente la storia contemporanea. I curatori delle opere di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/emilio-salgari" target="_blank">Salgari</a></span> che si sono presi la briga di verificare le sue fonti, si sono resi conto che egli leggeva quasi tutto quel che era disponibile sull&#8217;argomento che intendeva trattare, anche in fatto di attualità politica. Ad esempio, quando scrisse <em>Le stragi delle Filippine, </em>si documentò minuziosamente sulla relazione di J. Montano, <em>Voyage aux Philipphines, 1879-1881, </em>pubblicato sul <em>Tour du monde</em> nel 1884 e ripubblicato in volume, da Hachette, nel 1886 e su altri testi ed articoli della letteratura specialistica. Il risultato è che il paragrafo conclusivo dell&#8217;opera (che ricorda, nell&#8217;impianto, quello analogo de <em>Le due tigri </em>per la repressione della rivolta dei Sepoys a Delhi) si può leggere come una pagina perfettamente attendibile di storia politico-militare; anche se, ironia della sorte, quando il romanzo uscì in libreria, nel 1898, lo scoppio della guerra ispano-americana doveva capovolgere totalmente l&#8217;esito della lotta d&#8217;indipendenza nell&#8217;arcipelago asiatico:<em>&#8220;La caduta quasi contemporanea di Cavite Vecchia, di Novoleta, di Malabon e di Rosario, come aveva preveduto il generale Polavieja, aveva dato un colpo mortale all&#8217;insurrezione, tale da non poter più mai riaversi.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8220;Dopo quelle quattro sanguinose battaglie, per gli spagnuoli non fu che una continua vittoria, seguita da numerose sottomissioni.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8220;Il 10 aprile </em>[del 1897] <em>anche Santa Cruz veniva presa d&#8217;assalto, mentre venivano sconfitte le bande insorte di Pamplona e nuovamente quella di Bulacan.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8220;Alla metà dello stesso mese, in tutte le province meridionali l&#8217;insurrezione era domata ed il vittorioso generale ritornava in Spagna lasciando l&#8217;incarico al vincitore di Salitran e di S. Nicola di continuare la campagna contro le ultime bande, in attesa dell&#8217;arrivo del generale Primo Rivera.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8220;Il 25 un tentativo d&#8217;insurrezione a Jolo, nel gruppo delle Solù, fra i deportati, veniva prontamente soffocato colla fucilazione di tutti i capi, mentre nel maggio le truppe spagnuole, sotto la direzione di Primo Rivera e del generale Sucre espugnavano, con venti compagnie, Niaio difeso strenuamente dal capo Aguinaldo, poi Halang, Amadeo e Quintena, facendo prigioniero il capo degli insorti Andrea Bonifacio e finalmente Maragondon.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8220;Nel mese di giugno il generale Jaramillo espugnava Talisay mentre altre colonne spagnuole facevano prigionieri tremila insorti che avevano abbandonato poco prima la città. Verso la metà venivano iniziate le operazioni militari nel centro di Luzon sconfiggendo le ultime bande insorte. Nel luglio l&#8217;insurrezione si poteva ormai considerare come completamente vinta, dopo nove mesi di sanguinosi combattimenti e dopo la sottomissione della famiglia di Aguinaldo e di cinquemilasettecento insorti.&#8221; </em>(10)</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;">NOTE</span></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">1)      ZAVATTI, Silvio, <em>Emilio <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/emilio-salgari" target="_blank">Salgari</a></span> e i suoi romanzi polari, </em>pubblicazione della Scuola Media Statale <em>Ippolito Nievo </em>di Spilimbergo, 1957 (prov. di Pordenone; all&#8217;epoca prov. di Udine).</p>
<p style="text-align: justify;">2)      ZAVATTI, Silvio, <em>Ibidem, </em>pp. 8-9.</p>
<p style="text-align: justify;">3)      Cfr. HOUGH, Richard, <em>La caccia all&#8217;ammiraglio von Spee, </em>Milano, Longanesi &amp; C., 1971, p.318.</p>
<p style="text-align: justify;">4)      PIGAFETTA, Antonio, <em>Relazione del primo viaggio intorno al mondo, </em>a cura di Manfroni<em>, </em>Milano, Alpes, 1928; e MOSER, Giorgio, <em>Alla scoperta di Magellano, </em>Milano, F.lli Fabbri ed., 1974, pp. 122-24.</p>
<p style="text-align: justify;">5)      SALGARI, Emilio, <em><a title="Al Polo Australe" href="http://www.libriefilm.com/al-polo-australe-in-velocipede/2712">Al Polo Australe</a>, </em>Bologna, Carroccio, 1961, pp. 31-32.</p>
<p style="text-align: justify;">6)      Cfr. SALGARI, Emilio, <em>Le due tigri</em>, Bologna, Carroccio, p. 58.</p>
<p style="text-align: justify;">7)      SALGARI, Emilio, <em><a title="Al Polo Australe" href="http://www.libriefilm.com/al-polo-australe-in-velocipede/2712">Al Polo Australe</a>, </em>cit., pp. 55-56.</p>
<p style="text-align: justify;">8)      ARMELLINi, G.-COLOMBO, A., <em>La letterarura italiana, </em>Bologna, Zanichelli, 1999, vol. 8, pp. 425-426.</p>
<p style="text-align: justify;">9)      SALGARI, Emilio, <em>Ventimila leghe sotto l&#8217;America, </em>Milano, Bietti, 1974, pp.27-28.</p>
<p style="text-align: justify;">10)  SALGARI, Emilio, <em>Le stragi delle Filippine </em>(a cura di M. Spagnol), Milano, Mondadori, 1974, p. 222.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>* * *</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Tratto, con il gentile consenso dell&#8217;Autore, dal sito <a href="http://www.ariannaeditrice.it">Arianna Editrice</a>.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/al-polo-australe-di-emilio-salgari.html' addthis:title='&#8220;Al polo australe&#8221; di Emilio Salgari, tra mito romantico e suggestioni positivistiche ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Fra ghiacci e tenebre di Fridtjof Nansen</title>
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		<pubDate>Fri, 22 May 2009 15:48:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Lamendola</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La vita leggendaria di Fridtjof Nansen, pioniere dell'esplorazione artica]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/fra-ghiacci-e-tenebre-di-fridtjof-nansen.html' addthis:title='Fra ghiacci e tenebre di Fridtjof Nansen '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/letteratura48x48.png" width="48" height="48" alt="" title="Letteratura" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storiacontemporanea48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Storia contemporanea" /><br/><div id="attachment_2280" class="wp-caption alignleft" style="width: 235px"><img class="size-medium wp-image-2280" title="fridtjof_nansen" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/fridtjof_nansen.jpg" alt="Fridtjof Nansen (Store Frøen, presso Christiania, 10 ottobre 1861 – Lysaker, comune di Bærum, 13 maggio 1930)" width="225" height="326" /><p class="wp-caption-text">Fridtjof Nansen (Store Frøen, presso Christiania, 10 ottobre 1861 – Lysaker, comune di Bærum, 13 maggio 1930)</p></div>
<p style="text-align: justify;">Fridtjof Nansen, uno dei più grandi esploratori norvegesi (degno di stare accanto al grandissimo Roald Amundsen, il conquistatore del Polo Sud), nasce il 18 ottobre 1861 a Store Froen presso Cristiania &#8211; oggi Oslo -, la capitale della Norvegia e muore a Lysaker il 13 maggio 1930, all&#8217;età di sessantotto anni. Scienziato di formazione, nel 1882 si reca sulle coste della Groenlandia con una baleniera per studiare da vicino la vita delle foche; e, cinque anni dopo, nel 1887, realizza un&#8217;impresa notevolissima: l&#8217;attraversamento dell&#8217;interno della grande isola artica, eseguendo fondamentali studi scientifici sulla sua calotta glaciale. Ma un grande sogno lo accompagna da anni, quello di penetrare lungo la costa settentrionale dell&#8217;Asia e di lasciarsi catturare volontariamente, con una nave attrezzata allo scopo, nella morsa dei ghiacci, per sfruttare una corrente marina che, a quanto sembra, si dirige a settentrione; indi, con le slitte, tentar di raggiungere il Polo Nord. In un certo senso si tratta di mettersi nella scia di quanti erano andati alla ricerca del favoloso passaggio di Nord-est, croce e miraggio di generazioni e generazioni di navigatori ed esploratori; poiché nessuno aveva osato costeggiare l&#8217;estremità settentrionale della Siberia in tutta la sua lunghezza, fino al 1878  (il viaggio verrà effettuato invece a ritroso, ossia partendo dallo Stretto di Behring, dalla Maud di Amundsen fra il luglio del 1922 e l&#8217;agosto del 1925). Nel 1878 la nave Vega, al comando dell&#8217;esploratore svedese Otto Nordenskjöld, riesce a condurre a termine, finalmente, la prima navigazione dall&#8217;Atlantico al Pacifico, costeggiando a nord la Siberia, sia pure al prezzo di uno sverno nella morsa dei ghiacci. E nel 1879 una nave americana, la Jeannette, partita da San Francisco, tenta a sua volta di penetrare nel Mar Glaciale Artico dallo Stretto di Behring, facendo al contrario il viaggio della Vega, ma fa miseramente  naufragio e l&#8217;equipaggio perisce di stenti e di freddo nel tentativo di raggiungere a piedi dei luoghi abitati.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Nel 1893 &#8211; scrive Silvio Zavatti &#8211; [Nansen] mise in atto l&#8217;ardito progetto di farsi imprigionare dai ghiacci con una nave e di raggiungere il Polo Nord lasciandosi trasportare da una corrente che egli riteneva esistesse a nord delle regioni siberiane. La nave, armata a spese dello stato e del re, era la Fram, comandata dal capitano Otto Sverdrup. La nave venne fermata dai ghiacci a 70°45&#8242; di latitudine Nord e 133° di longitudine Est e lentamente portata fino a 84° di latitudine nord. Allora Nansen, accompagnato dal luogotenente J. H. Johansen, abbandonò la nave e con slitte trainate da cani si diresse verso il Polo, raggiungendo 86°13&#8242; di latitudine Nord, punto fino allora mai toccato. Le avversità lo consigliarono al ritorno e nell&#8217;estate del 1896 raggiunse Capo Flora incontrandosi con una spedizione inglese. Il 13 agosto ritornò in Norvegia e pochi giorni dopo anche la Fram. I risultati scientifici furono importantissimi, primo fra tutti la sicurezza che la Terra di Francesco Giuseppe era formata da innumerevoli isole e non da una terra unica come allora si credeva. Dopo questa spedizione si dedicò a vita politica e solo nel 1913 fece un importante viaggio nel Mare di Kara&#8221; (1).</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-medium wp-image-2224" style="margin: 10px;" title="nansen" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/nansen-300x261.jpg" alt="" width="300" height="261" />Aggiungiamo solo che, dal 1897, Nansen è nominato professore di zoologia nell&#8217;Università di Oslo e, dal 1901, di oceanografia; che, nel 1900, naviga dalla Norvegia alle isole Svalbard (Spitzbergen); e che nel 1913 compie la traversata, parte per via fluviale e parte per ferrovia, dal Mar di Kara all&#8217;Estremo Oriente, pubblicando su questi viaggi una serie di volumi di notevole valore scientifico.  Come uomo politico, favorisce lo scioglimento dell&#8217;effimera unione fra Svezia e Norvegia e dapprima svolge funzioni di ambasciatore a Londra, dal 1906 al 1908, indi negli Stati Uniti, durante la prima guerra mondiale; e svolge poi un ruolo non secondario nella fondazione della Società delle Nazioni. In tale organismo si segnala per l&#8217;attività dispiegata a favore dei profughi, specialmente gli Armeni reduci dal genocidio turco e i Russi reduci dalla guerra civile nel loro paese, nonché a favore del ritorno a casa dei prigionieri di guerra. Tutte queste attività gli valgono il conferimento, nel 1922, del premio Nobel per la pace; mentre, dopo la sua morte, viene costituito l&#8217;Ufficio internazionale Nansen per i rifugiati, un organismo autonomo delle Nazioni Unite per proseguire l&#8217;opera da lui iniziata a favore dei profughi di tutte le guerre. (2)</p>
<p style="text-align: justify;">Ma torniamo al viaggio della Fram degli anni 1893-96. Il piano ideato da Nansen tiene conto delle recenti esperienze sia della Vega che della Jeannette ed è al tempo stesso semplice e geniale, oltre che notevolmente coraggioso.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Qualche tempo dopo il naufragio della Jeannette &#8211; scrivono Guido Petter e Beatrice Garau &#8211; i resti della nave stritolata dai ghiacci vennero ritrovati dal grande esploratore norvegese Nansen in un luogo molto lontano dal punto del naufragio, e cioè sulle coste della Groenlandia, vale a dire proprio nella parte opposta del Mar Glaciale Artico.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Abbiamo già veduto che il banco di ghiaccio in cui la Jeannette era rimasta intrappolata era in movimento; e il fatto che i resti della nave venissero ritrovati così lontano dal punto in cui la nave si era sfasciata stava a significare che il ghiaccio aveva compiuto, sotto la spinta dei venti o delle correnti, tutta la traversata del Mar Glaciale Artico.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Questa constatazione suggerì a Nansen un&#8217;idea geniale. Egli pensò che sarebbe stato possibile recarsi con un&#8217;altra nave nella zona in cui la Jeannette era stata bloccata dai ghiacci, e lasciare che la nave venisse imprigionata aspettando poi che venisse trascinata anch&#8217;essa, come la Jeannette, lungo una rotta polare, nella direzione della Groenlandia. Così facendo, essa sarebbe probabilmente passata nelle vicinanze del Polo.</p>
<div id="attachment_2276" class="wp-caption alignleft" style="width: 206px"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=9788879726061" target="_blank"><img class="size-medium wp-image-2276" title="vero-nord" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/vero-nord-196x300.jpg" alt="Bruce Henderson, Vero Nord. Frederick Cook, Robert Peary e la corsa al Polo" width="196" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Bruce Henderson, Vero Nord. Frederick Cook, Robert Peary e la corsa al Polo</p></div>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Per affrontare una simile impresa erano tuttavia necessarie alcune cose. Nessuno poteva sapere se il campo di ghiaccio avrebbe seguito proprio un itinerario abbastanza simile a quello percorso dai resti della Jeannette, senza finire invece in altre zone dalle quali fosse poi impossibile ritornare: occorreva dunque una certa fiducia nella regolarità con la quale certi grandi fenomeni si ripetono (in questo caso, una certa fiducia nella regolarità dei venti e delle correnti del Mare Artico), che nessuno conosceva ancora. E Nansen aveva questa fiducia, perché aveva una mentalità da scienziato. Era inoltre indispensabile progettare e costruire una nave che fosse in grado di resistere alla pressione dei ghiacci, e dotarla di attrezzature e viveri sufficienti per trascorrere fra i ghiacci un periodo che poteva anche essere lunghissimo e per compiere osservazioni sistematiche nelle varie regioni che la nave avrebbe attraversato.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Nansen riuscì a realizzare il suo progetto. Costruì una nave, la Fram (che in norvegese vuol dire &#8216;Avanti&#8217;), che aveva la chiglia tutta arrotondata, quasi come una saponetta. Se i ghiacci intorno a essa avessero cominciato a premere, la nave sarebbe sgusciata fuori, verso l&#8217;alto, sfuggendo così alla loro pressione.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Durante questo lungo viaggio, che Nansen ha descritto nel suo libro <em>Fra ghiacci e tenebre</em>, furono compiute numerose ed importanti osservazioni scientifiche, in un ambiente nel quale nessuno prima di quel tempo aveva soggiornato a lungo. Nansen, inoltre, ad un certo momento decise di abbandonare la nave, che seguiva una rotta obbligata, per raggiungere a piedi il Polo, da cui non era più molto distante. Egli infatti si era ormai reso conto che la nave non sarebbe passata dal Polo. Con un solo compagno, utilizzando delle slitte e delle leggere imbarcazioni, necessarie per attraversare i canali che durante la buona stagione si aprono di tanto in tanto nella banchisa, nell&#8217;estate del 1895 si diresse verso il Polo Nord giungendo sino a 86° e 13&#8242; di latitudine, e cioè a poco più, di 400 chilometri dal Polo […] Ad una così breve distanza dal Polo nessuno, prima di Nansen, era mai riuscito ad arrivare.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Respinti dalle bufere e dal freddo, che l&#8217;inizio della cattiva stagione rendeva sempre più difficile sopportare, i due esploratori, non potendo più, evidentemente, ritornare alla nave che avevano lasciato da varie settimane e che aveva continuato a spostarsi insieme ai ghiacci,  decisero di passare l&#8217;inverno nell&#8217;Artico. Nella primavera seguente, parecchi mesi dopo avere abbandonato la Fram, e dopo avere corso molti pericoli, fra i quali quello di perdere le loro due imbarcazioni con tutte le provviste, si imbatterono  per caso in un&#8217;altra nave, che li raccolse e li riportò in patria&#8221; (3).</p>
<p style="text-align: justify;">La formazione e la mentalità da scienziato di Nansen traspaiono nello stile e nell&#8217;impostazione generale del volume <em>Tra vento e ghiacci</em>, senza però che la precisione e l&#8217;oggettività della narrazione diventino aride o noiose; anzi, un soffio di poesia percorre le pagine, abbellite d&#8217;altronde da una serie di illustrazioni dell&#8217;autore: acquarelli che rivelano in lui un inaspettato temperamento d&#8217;artista. È, il suo, uno degli ultimi libri dedicati alle esplorazioni polari in cui l&#8217;incisione e il dipinto facciano le veci della fotografia, ricollegandosi idealmente alle relazioni dei grandi navigatori-scienziati del 1700, come Cook, La Pérouse e Bougainville, ed immergendo il lettore in un&#8217;atmosfera fascinosa e suggestiva. Nel complesso si può dire che Nansen, come scrittore, è sempre piacevole e non di rado affascinante; ha il gusto per la parola precisa ma al tempo stesso semplice, e sa dosare la cronaca di quel mitico triennio con una vena di senso dell&#8217;ironia che non dispiace e, anzi, dona brio e leggerezza a una lettura che altrimenti potrebbe risultare, talvolta, monotona.</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=9788895842165" target="_blank"><img class="alignright size-medium wp-image-2277" style="margin: 10px;" title="circumpolaris" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/circumpolaris.jpg" alt="" width="200" height="271" /></a>&#8220;Il Fram &#8211; scrive Anton Mayer &#8211; lasciò il porto di Cristiania il 25 giugno 1893 con dodici uomini di equipaggio, fra cui Sverdrup e il luogotenente Johansen, e si portò senza incidenti fino alle acque a Nord del delta della Lena; presso le isole della Nuova Siberia fu seguita la direzione Nord e il 25 settembre il Fram era chiuso dai ghiacci. Fino allora tutto era andato bene, ma purtroppo la corrente non si comportò come Nansen aveva sperato; al contrario, con grande disappunto di tutti i partecipanti alla spedizione, trascinò la nave a Sud-Est.  Dopo alcune settimane si constatò che il Fram si trovava suppergiù dove era cominciato il viaggio. Poi, tra la soddisfazione generale, il battello si diresse verso il Nord. Quindi il perfido giuoco della corrente ricominciò e portò il Fram in strane giravolte; naturalmente era impossibile di portare un ordine qualsiasi nello strano intrico di questi continui zig-zag. Trascorso un anno, il Fram era lontano appena 150 chilometri dal punto di partenza. Questo giuoco poteva rendere nervoso anche l&#8217;uomo più calmo, ma invece non dispiacque per nulla all&#8217;equipaggio; Nansen ci ha descritto la vita dei prigionieri dei ghiacci in un modo molto vivo e divertente. Dopo che le prime pressioni dei ghiacci furono sopportate bene e si fu certi che il Fram meritava piena fiducia, solo qualche avventura inevitabile nel mondo polare interruppe la monotonia del viaggio. Per il nutrimento si era provvisto nel modo migliore; Nansen fece addirittura servire nei giorni di festa qualche pranzo succulento, e nella nave si stava comodi e al caldo: dev&#8217;essere stato un viaggio polare piacevolissimo&#8221; (4).</p>
<p style="text-align: justify;">Un esempio della capacità di sorridere anche nelle situazioni che, di per sé, non sarebbero prive di risvolti drammatici, lo abbiamo nella descrizione di come un orso bianco riesce a penetrare a bordo della nave, uccidendo alcuni cani da slitta e aggredendo, per fortuna senza conseguenze, alcuni degli uomini della spedizione; descrizione che, nel sottile velo di umorismo, può ricordare lo stile di un romanzo d&#8217;avventure a lieto fine, piuttosto che quello di una seriosa spedizione scientifica. E tutta la scena della lotta con l&#8217;orso è arricchita, nel testo, da alcuni simpatici schizzi dello stesso autore, altrettanto briosi della pagina scritta.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Che peccato che un animale così bello e robusto avesse dovuto fare una fine simile! &#8211; scrive Nansen, alludendo a uno dei cani chiamato &#8216;Negro&#8217;. &#8211; Non aveva che un difetto: era selvatico, e sentiva una speciale antipatia per Johansen, e ringhiava e mostrava i denti ogniqualvolta questi montava in coperta o solo s&#8217;affacciava alla porta. Quando Johansen stava zufolando a riva, sul barile, nelle oscure notti d&#8217;inverno il &#8216;Negro&#8217; gli rispondeva da lontano, sul ghiaccio, con urli di rabbia. Johansen si chinò  col fanale sui miseri resti. &#8211; Johansen, è contento lei, ora che il suo nemico non è più al mondo? -. &#8211; No, me ne rincresce -. &#8211; E perché? -. &#8211; Perché non abbiamo fatta la pace prima che morisse- Non trovando altre orme d&#8217;orso, caricammo quei carcami sulle spalle e ci avviammo a bordo. Strada facendo, domandai a Hendriksen i particolari del suo incontro con l&#8217;orso. &#8211; Dunque, vedi, quando io e Mogstad salimmo colla lanterna, vidi due macchie di sangue vicino al barcarizzo, e dapprima pensai che potesse essere un cane che si fosse ferito. Ma sul ghiaccio, sotto il barcarizzo, trovammo le orme di un orso, e allora andammo verso ponente con tutti i cani avanti, capisci? A qualche distanza da bordo, sentii a un tratto un baccano d&#8217;inferno e, ecco venirci incontro una bestiaccia grossa grossa inseguita dai cani, capimmo subito cos&#8217;era, e ci mettemmo a correre verso il bastimento con tutta la forza delle nostre gambe. Mogstad che aveva i <em>komager </em>(scarpe lapponi) e conosceva meglio la strada arrivò a bordo prima di me, capisci. Io invece sai, non potevo correr tanto coi miei scarponi di legno, e nella confusione mi trovai a metà del gran cumulo a levante della prua. Mi voltai e feci chiaro indietro, per vedere se l&#8217;orso mi seguiva. Ma non vedendo nessun orso, tirai innanzi come potevo, e per causa di queste scarpacce andai a cadere lungo disteso in mezzo ai blocchi. Mi alzai, più che di fretta, e via, ma quando arrivai al ghiaccio liscio vicino al bordo, vidi a mano dritta qualcosa che mi veniva incontro, e che io dapprima credetti che fosse un cane, perché, sai, non è facile vederci all&#8217;oscuro. Ma non ebbi tempo di pensarci su, che l&#8217;orso mi fu sopra e mi morse qui nell&#8217;anca. E intanto grugniva -. &#8211; E tu cosa pensasti allora, Peder? -. &#8211; Cosa pensai? Pensai: qui è bell&#8217;e finita, pensai. Armi non ne avevo, cosa dovevo fare? Alzai il fanale, e con tutta la mia forza diedi un colpo tale sulla testa dell&#8217;orso che il fanale andò in tanti pezzi. Appena ricevuto il colpo, si accosciò, e si mise a guardarmi. Io stavo per darla a gambe, quando l&#8217;orso si rizzò non so se per saltarmi addosso o se per altro. In quel momento ecco venire un cane: l&#8217;orso gli si volta contro, ed io me ne monto a bordo -. &#8211; E dimmi, Peder, gridavi? -. &#8211; Se gridavo? Gridavo con quanto fiato avevo in corpo -. E doveva esser vero perché aveva ancora la voce rauca. &#8211; E frattanto, Mogstad dov&#8217;era? -. &#8211; Ma, sai, lui era venuto a bordo molto prima di me: ma che avesse mai pensato di scendere a dar l&#8217;allarme? Che! Prende il suo fucile nella cassetta, convinto e persuaso che lui solo bastava a sbrigarci dell&#8217;orso. Non gli riuscì però di far fuoco, sicché l&#8217;orso avrebbe potuto sbranarci sotto il suo naso, chissà quante volte -. Così chiacchierando eravamo giunti vicini al bordo, e Mogstad che dalla coperta aveva sentito l&#8217;ultima parte del dialogo, volle scagionarsi, e disse che egli era appena arrivato sotto il barcarizzo, quando Peder cominciò ad urlare. Aveva cercato tre volte di saltar su, e tre volte era caduto indietro prima di poter salire in coperta, dimodoché  non aveva avuto tempo che di afferrare il fucile e di correre in aiuto del compagno.</p>
<div id="attachment_2278" class="wp-caption alignleft" style="width: 204px"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=9788850203932" target="_blank"><img class="size-medium wp-image-2278" title="endurance" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/endurance-194x300.jpg" alt="Alfred Lansing, Endurance" width="194" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Alfred Lansing, Endurance</p></div>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Quando l&#8217;orso s&#8217;allontanò da Peder, per scagliarsi sul cane, tutto il branco gli fu intorno. Ne azzannò uno e se lo mise sotto; ma, attaccato dagli altri che lo addentavano di dietro, dovette lasciar la preda e porsi sulla difensiva. Piombò addosso a un altro, e di nuovo l&#8217;intero branco fu sopra a lui. E così, scorrazzando avanti e indietro sul ghiaccio, si avvicinarono di nuovo al fianco della nave. Lì, al barcarizzo, c&#8217;era un cane che tentava di arrampicarsi a bordo. L&#8217;orso d&#8217;un balzo gli si avventò contro, e fu lì appunto che il mostro trovò un degno castigo. Dall&#8217;esame fatto a bordo, risultò che l&#8217;uncino a molla del collare del &#8216;Negro&#8217; era stato drizzato; il guinzaglio del &#8216;Vecchio&#8217; spezzato; mentre l&#8217;uncino del terzo cane era stato soltanto un po&#8217; torto, così non era certo che ciò fosse opera dell&#8217;orso, e mi restava una debole speranza che il cane fosse ancora vivo. Ma per quanto cercassimo non fu possibile rintracciarlo. Una brutta storia, in complesso. Lasciar montare un orso a bordo, e perdere così tre cani in una volta. Andava assai male coi nostri cani: ormai erano ridotti a ventisei. Che orso terribile, pur essendo così piccolo! Era salito a bordo per il barcarizzo, spingendo a lato una cassa che vi stava davanti; aveva afferrato il cane più vicino, e via. Dopo aver placato la prima fame, era ritornato di bel nuovo a prendersene un secondo, ed avrebbe continuato, se glielo avessero permesso, fino a sbarazzare tutta la coperta&#8221; (5).</p>
<p style="text-align: justify;">Un&#8217;altra situazione drammatica in cui Nansen si è trova coinvolto &#8211; questa volta in prima persona &#8211; è quella in cui, per un attimo di distrazione, le due scialuppe stanno per andare alla deriva, il che lascerebbe lui e il suo compagno, col quale sta tentando di avvicinarsi al Polo Nord a piedi, in una situazione assolutamente disperata. Questa volta, nel raccontare l&#8217;episodio, Nansen non sa trovare risvolti umoristici, tuttavia questa pagina ha il dono di una meravigliosa semplicità e  naturalezza; e vi traspare la modestia dell&#8217;esploratore che neanche per un attimo è sfiorato dalla tentazione di inorgoglirsi per un&#8217;impresa &#8211; il recupero delle imbarcazioni a nuoto nel mare gelato &#8211; su cui altri, più vanitosi, avrebbero tessuto un piccolo monumento autocelebrativo.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Sbarcammo e ci mettemmo a camminare in su e in giù, vicino ai caiachi. Il vento s&#8217;era calmato molto, girando più a ponente, sicché era da dubitare se avremmo potuto utilizzarlo più a lungo. Salimmo sopra un&#8217;eminenza per assicurarcene. A un tratto Johansen esclamò: &#8211; Oh, i caiachi, i caiachi che se ne vanno! &#8211; Scendemmo a precipizio: la barbetta s&#8217;era strappata, e i caiachi s&#8217;erano già scostati un buon tratto, e s&#8217;allontanavano rapidamente.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;- Qua, il cronometro! -, dissi a Johansen, porgendoglielo. E in tutta fretta mi levai una parte degli abiti, per poter nuotare più facilmente: spogliarmi del tutto non osavo, temendo di gelare. E mi gettai a nuoto.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Il vento, che soffiava verso il largo, spingeva velocemente le leggere imbarcazioni che, quasi vacanti e coll&#8217;alberatura alta, gli offrivano buona presa. In quell&#8217;acqua diaccia e cogli abiti indosso che mi toglievano la libertà dei movimenti, facevo ben poco cammino. I caiachi s&#8217;allontanavano sempre più da me, e mi pareva quasi impossibile poterli raggiungere. E con essi s&#8217;allontanava ogni speranza di salvezza: tutto ciò che possedevamo era lì a bordo; non ci restava neanche un coltello! Tanto valeva affogare, quanto tornare senza di loro. Epperò facevo sforzi supremi.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Quando mi sentii stanco, mi voltai per nuotare sul dorso, e in quella posizione vidi Johansen  che correva di qua e di là, in preda alla maggiore inquietudine.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Povero giovine! Non poteva star fermo: gli pareva orribile la sua inazione e nutriva ben poca speranza che riuscissi a recuperare i caiachi. Ma a nulla sarebbe giovato ch&#8217;egli pure si fosse gettato a nuoto. Mi disse dopo che quelli furono i più brutti momenti della sua vita.</p>
<div id="attachment_2279" class="wp-caption alignright" style="width: 209px"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=9788854006126" target="_blank"><img class="size-medium wp-image-2279" title="conquista-del-polo-sud" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/conquista-del-polo-sud-199x300.jpg" alt="Roald Amundsen, La conquista del Polo Sud" width="199" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Roald Amundsen, La conquista del Polo Sud</p></div>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Quando mi voltai di nuovo a nuotar dritto e vidi che mi ero avvicinato, mi sentii crescere il coraggio e raddoppiai gli sforzi. Sentivo però che i muscoli mi s&#8217;irrigidivano e andavano perdendo ogni sensibilità, e capii che ben presto non sarei più stato in grado di muovermi. Ma la distanza era poca: se potevo resistere ancora qualche momento eravamo salvi. E continuai a nuotare. I movimenti si facevano sempre più deboli, ma la distanza diminuiva: ormai ero sicuro di arrivare. Finalmente stendo la mano e afferro un pattino che spunta a poppa, mi accosto al fianco, e cerco di montar su; ma, irrigidito dal freddo, non posso. Per un momento credetti che fosse troppo tardi. Ma poco dopo riesco finalmente ad alzare una gamba sopra la slitta, ch&#8217;era attraverso la coperta, e a tirarmi su. Eccomi lì seduto, ma così intorpidito, da poter appena muovere la pagaia. Non era facile far avanzare i due caiachi legati insieme e non potevo pensare a slegarli perché, prima che l&#8217;avessi fatto, sarei gelato del tutto: non mi restava che vogare a tutta forza per riscaldarmi. E così andai avanti adagio adagio, controvento, verso l&#8217;orlo del ghiaccio. Il freddo mi aveva tolto ogni sensibilità; ma quando venivano le folate di vento mi penetravano nell&#8217;ossa attraverso alla camicia di lana sottile e tutta bagnata. Tremavo e battevo i denti, ma pure potevo maneggiare la pagaia: mi sarei riscaldato quando fossi arrivato al banco.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Di prua c&#8217;erano due alche e, corti com&#8217;eravamo a provviste, l&#8217;idea di averle per cena era troppo seducente. Afferrai il fucile e le ammazzai d&#8217;un colpo. Johansen mi raccontò dipoi che, a quello sparo, s&#8217;era riscosso; non capiva che diavolo facessi là fuori, e credeva che fosse accaduta una disgrazia.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Quando mi vide vogare e raccogliere i due uccelli, temette che il cervello m&#8217;avesse dato volta. Finalmente riguadagnai l&#8217;orlo del ghiaccio; ma la corrente m&#8217;aveva trasportato a un buon tratto dal punto in cui m&#8217;ero buttato in mare. Johansen che m&#8217;era venuto incontro, saltò sui caiachi e presto vi fummo di ritorno. Durai fatica a sbarcare; ero spossato e tremavo a verga a verga. Johansen mi tolse gli abiti  bagnati e mi mise indosso quei pochi cenci asciutti che ancora possedevamo, distese il sacco sul ghiaccio e, insaccato che fui, mi buttò addosso le vele e ogni cosa che potesse ripararmi dall&#8217;aria fredda. Per qualche tempo fui agitato da un gran tremito, ma poco a poco andai riacquistando il calore; e mentre Johansen preparava la tenda e faceva cuocere le alche, mi addormentai placidamente. Mi lasciò dormire in pace, e quando mi svegliai la cena era pronta da un pezzo e gorgogliava sul fornello. Il brodo caldo e le alche presto cancellarono le ultime tracce di quella brutta nuotata&#8221; (6).</p>
<p style="text-align: justify;">Notiamo, di sfuggita, che dall&#8217;impresa di Nansen e specialmente dal nome della sua nave, ha tratto ispirazione un importante scrittore romeno del Novecento, Cézar Petrescu, per scrivere il suo romanzo <em>Fram, ursul polar</em> (<em>Fram, l&#8217;orso polare</em>), tradotto anche in Italia e rivolto prevalentemente &#8211; ma non solo &#8211; a un pubblico di bambini.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>* * *</strong></p>
<p style="text-align: justify;">1)               ZAVATTI, Silvio, <em>Dizionario degli esploratori e delle scoperte geografiche</em>, Milano, Feltrinelli, 1967, pp.203-204.</p>
<p style="text-align: justify;">2)               Cfr. voce <em>Nansen </em>dell&#8217;Enciclopedia Biografica Universale, Biblioteca Treccani, 2007, vol. 14, p. 65.</p>
<p style="text-align: justify;">3)               PETTER, Guido- GARAU, Beatrice, <em>La conquista del Polo Nord</em>, Firenze, Giunti- Marzocco, 1976, pp. 27-32.</p>
<p style="text-align: justify;">4)               MAYER, Anton,<em> Seimila anni di esplorazioni e scoperte</em>, Milano, Bompiani, 1936, p. 336.</p>
<p style="text-align: justify;">5)               NANSEN, Fridtjof, <em>Fra ghiacci e tenebre</em>, Roma, Voghera ed., 1967 (2 voll.), trad. di Cesare Norsa, vol. I, pp. 239-242.</p>
<p style="text-align: justify;">6) <em> Ibidem</em>, vol. II, pp. 317-320.</p>
<p style="text-align: justify;">7)               PETRESCU, Cézar, <em>Fram, l&#8217;orso polare</em>, Milano, Edizioni Paoline, 1966; ved. anche LAMENDOLA, Francesco, <em>L&#8217;opera narrativa di Cézar Petrescu</em>, in <em>Atti della Società Dante Alighieri a Treviso</em>, vol. 4 (2003-2006), Treviso, 2006, pp. 348-378. Vedi anche LAMENDOLA, Francesco, <em>«Fram, orso polare» di Cezar Petrescu, malinconica riflessione su  natura e cultura</em>, nel sito di Arianna Editrice.</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto, con il gentile consenso dell&#8217;autore, dal sito <a href="http://www.ariannaeditrice.it">ariannaeditrice.it</a>.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/fra-ghiacci-e-tenebre-di-fridtjof-nansen.html' addthis:title='Fra ghiacci e tenebre di Fridtjof Nansen ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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