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	<title>Centro Studi La Runa &#187; Reich</title>
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	<description>Archivio di storia, tradizione, letteratura, filosofia</description>
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		<title>Il nazionalsocialismo</title>
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		<pubDate>Wed, 29 Jun 2011 10:10:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Adriano Romualdi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Una breve analisi storica della parabola compiuta dal partito nazista, dalla sua fondazione alla tragica fine della seconda guerra mondiale.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/il-nazionalsocialismo.html' addthis:title='Il nazionalsocialismo '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/romualdi48x48.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Adriano Romualdi" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storiacontemporanea48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Storia contemporanea" /><br/><p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-medium wp-image-7789" style="margin: 10px;" title="hitler2" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/hitler2-300x175.jpg" alt="" width="300" height="175" />Nel Settembre del 1919 Adolf Hitler aderisce al minuscolo «Partito dei Lavoratori Tedeschi» (DAP). Nel Febbraio del 1920 &#8211; divenutone il dirigente di maggior rilievo &#8211; lo rilancia come «Partito Nazionalsocialista dei Lavoratori Tedeschi» (NSDAP). Il programma reclama l&#8217;abolizione dei vincoli del Trattato di Versailles, la unificazione di tutti i Tedeschi in un solo Reich, la degradazione degli ebrei a cittadini stranieri, la statalizzazione delle grandi imprese, la partecipazione agli utili, la creazione di un «sano ceto medio» etc. ll nuovo partito si afferma soprattutto in Baviera. La sua base si recluta tra ex-combattenti, studenti e piccolo-borghesi sensibili agli appelli patriottici e spaventati dai moti comunisti. Per proteggere le proprie riunioni dalle azioni di disturbo delle sinistre, Hitler fonda le SA, squadre d’azione con funzione anticomunista. Col favore del governo regionale bavarese, monarchico e conservatore, e con la complicità di esponenti dell’esercito e della polizia bavarese, il movimento hitleriano si sviluppa fino al Novembre del 1923 &#8211; mese in cui i Nazionalsocialisti tentano di impadronirsi della Baviera per marciare su Berlino. ll <em>putsch </em>è represso e il partito è sciolto.</p>
<p style="text-align: justify;">Alla sua uscita di prigione Hitler fonda di nuovo lo NSDAP (1925), il quale &#8211; grazie ai fratelli Strasser &#8211; incomincia a diffondersi nella Germania del Nord. Alla fine del 1925 gli iscritti sono 27.000, alla fine del 1926 49.900, alla fine del 1927 72.000. Nel 1928 il Partito conquista 12 seggi in Parlamento. È con la crisi economica del 1929 &#8211; che fa crescere fino a 6 milioni il numero dei disoccupati -, che il Partito Nazista diventa un partito di massa. Nelle elezioni del Settembre 1930 i Nazisti ottengono 107 deputati e, in quelle del Luglio 1932, 230.</p>
<p style="text-align: justify;">Confluiscono nel Nazismo:</p>
<p style="text-align: justify;">a) ex-combattenti e nazionalisti che vogliono liberare la Germania dalle umilianti condizioni del Trattato di Versailles;</p>
<p style="text-align: justify;">b) i giovani, attratti dal dinamismo del nuovo partito e dal mito del Terzo Reich;</p>
<p style="text-align: justify;">c) la media e piccola borghesia minacciata dalla crisi economica, dalla concentrazione del capitale e dai progressi del partito comunista;</p>
<p style="text-align: justify;">d) i disoccupati o buona parte del sottoproletariato.</p>
<p style="text-align: justify;">L’ascesa del Nazismo si compie sullo sfondo della crisi degli altri partiti:</p>
<p style="text-align: justify;">1) I socialdemocratici, responsabili &#8211; agli occhi della borghesia tedesca &#8211; dell&#8217;umiliazione nazionale del 1918;</p>
<p style="text-align: justify;">2) i comunisti, impediti dalla politica di Stalin di far fronte comune coi socialdemocratici;</p>
<p style="text-align: justify;">3) i partiti borghesi, incapaci di costituire una solida maggioranza di governo.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/il-nazismo/7581" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-7785" style="margin: 10px;" title="il-nazismo" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/il-nazismo.jpg" alt="" width="171" height="240" /></a>Il 30 Gennaio 1933, il Presidente del Reich von Hindenburg incarica Hitler di formare un governo di coalizione con i conservatori nazionalisti (DNVP). L&#8217;incendio del Reichstag, le elezioni del Marzo 1933 &#8211; in cui i Nazisti ottengono il 43,8 per cento dei voti &#8211; permettono al Partito Nazionalsocialista di sciogliere le organizzazioni avversarie e di impadronirsi di tutto il potere. Resistono più a lungo alla «nazificazione»:</p>
<p style="text-align: justify;">1) gli operai di molte zone industriali organizzati dai sindacati;</p>
<p style="text-align: justify;">2) molti ambienti cattolici ostili a certe tendenze neopagane;</p>
<p style="text-align: justify;">3) singole frange della vecchia classe conservatrice infastidita dal populismo del Regime.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo la eliminazione della opposizione interna di sinistra nella purga del 30 Giugno 1934, lo stato nazista si avvia ad assumere la sua fisionomia definitiva. Esso si fonda:</p>
<p style="text-align: justify;">a) sullo scioglimento dei partiti politici e sulla loro sostituzione col Partito Nazionalsocialista quale partito della nazione tedesca;</p>
<p style="text-align: justify;">b) sulla sospensione delle autonomie regionali e il coordinamento dei <em>Länder </em>ad opera dell&#8217;autorità del Reich centrale;</p>
<p style="text-align: justify;">c) sulla unificazione delle polizie regionali in un’unica polizia dipendente dal Reichsführer SS Himmler.</p>
<p style="text-align: justify;">d) sulla creazione di campi di concentramento per gli avversari politici del regime;</p>
<p style="text-align: justify;">e) sulla unificazione delle organizzazioni dei lavoratori nel Fronte del Lavoro e su una legislazione del lavoro basata su principi di solidarismo tra imprenditori e lavoratori;</p>
<p style="text-align: justify;">f) sulla creazione di numerose forme d’assistenza ai lavoratori (case, assistenza medica, l&#8217;organizzazione ricreativa «Forza e gioia», la Volkswagen, «macchina del popolo») tali da dare un senso di sollievo dopo la crisi economica;</p>
<p style="text-align: justify;">g) sulla mobilitazione dei giovani nella Gioventù Hitieriana e sul servizio del lavoro annuale e obbligatorio imposto ai giovani di famiglia borghese per una migliore conoscenza degli operai e dei contadini.</p>
<p style="text-align: justify;">La rapida diminuzione del numero dei disoccupati, la rapida eliminazione degli elementi più turbolenti del Partito annidati nelle SA, guadagnano al regime hitleriano le simpatie della classe media e dei militari. Una propaganda sistematica illustra le realizzazioni del regime e la <em>Gestapo </em>sorveglia gli oppositori.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/le-origini-culturali-del-terzo-reich/7362" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-7786" style="margin: 10px;" title="le-origini-culturali-del-terzo-reich" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/le-origini-culturali-del-terzo-reich.jpg" alt="" width="200" height="284" /></a>Mentre il regime si consolida, si lasciano individuare le seguenti tendenze:</p>
<p style="text-align: justify;">a) un sostanziale interclassismo che porta alla ribalta della vita tedesca la piccola borghesia prima mortificata;</p>
<p style="text-align: justify;">b) una tendenza a proteggere i piccoli commercianti e i piccoli risparmiatori;</p>
<p style="text-align: justify;">c) una tendenza a conservare al contadinato una posizione di privilegio con le leggi sulla proprietà ereditaria (<em>Reichserbhofgesetz</em>) e sul maggiorascato;</p>
<p style="text-align: justify;">d) la tendenza delle SS &#8211; la milizia del partito &#8211; a considerarsi una specie di stato nello stato e ad accrescere i suoi poteri.</p>
<p style="text-align: justify;">Su questa complessa realtà sociale si stende l&#8217;uniformità dello stato totalitario con la sua propaganda ribadente i seguenti valori:</p>
<p style="text-align: justify;">a) la grandezza tedesca che si è manifestata dapprima nel Sacro Romano impero (il primo Reich), poi nell&#8217;Impero prussiano-bismarckiano (il secondo Reich) e che ora ha trovato una terza incarnazione nel Terzo Reich nazionale e sociale;</p>
<p style="text-align: justify;">b) la, purezza della stirpe tedesca (rappresentata soprattutto dal tipo nordico) a protezione della quale si toglie agli ebrei la cittadinanza germanica e si prendono svariate misure eugenetiche;</p>
<p style="text-align: justify;">c) lo spirito militare &#8211; incarnato nella tradizione prussiana &#8211; e lo spirito contadino, esaltato nel mito del «sangue e della terra».</p>
<p style="text-align: justify;">Comunque, il Terzo Reich acquista un senso solo come preparazione alla rivincita. Fin dalle origini del partito, lo scopo di Hitler è quello di sconfessare il trattato di Versailles e rovesciare il verdetto della Prima Guerra Mondiale. Gli obiettivi di politica estera del Nazionalsocialismo sono:</p>
<p style="text-align: justify;">a) l’unione col Reich dell’Austria, dei Sudeti, di Memel e di Danzica;</p>
<p style="text-align: justify;">b) la riconquista dell’antica posizione di predominio della stirpe tedesca nell&#8217;Europa centrale e danubiana;</p>
<p style="text-align: justify;">c) la guerra contro la Russia bolscevica con la conquista di uno spazio vitale all&#8217;Est.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-7787" style="margin: 10px;" title="bund-deutscher-maedel" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/bund-deutscher-maedel-215x300.jpg" alt="" width="215" height="300" />La revisione delle clausole del trattato di Versailles incomincia con la reintroduzione del servizio militare obbligatorio (marzo 1935) e continua con la rimilitarizzazione della Renania. Nel 1938 &#8211; dopo essersi assicurato l&#8217;amicizia dell&#8217;Italia &#8212; Hitler annette l’Austria, dove fin dal 1918 molte voci si erano levate a favore dell’unione con la Germania. Uguale favore incontrano le truppe tedesche entrando nel territorio dei Sudeti. Con ciò, più di dieci milioni di Tedeschi sono stati riuniti al Reich. Ma qui si vede che il principio dello spazio vitale ha il sopravvento su quello di nazionalità: nel Marzo 1936 Hitler si annette la Boemia e la Moravia. Il pericolo di guerra, nuove persecuzioni antiebraiche, talune misure di eugenetica e di eutanasia ridestano una certa opposizione, rappresentata soprattutto:</p>
<p style="text-align: justify;">a) dai militari, che valutano il rischio di un conﬂitto mondiale;</p>
<p style="text-align: justify;">b) dalle Chiese, ostili alla politica razziale;</p>
<p style="text-align: justify;">c) da taluni circoli dell’alta borghesia e dell&#8217;aristocrazia che disprezzano il nazismo come un regime di <em>parvenus</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Tuttavia, il regime mantiene il controllo della situazione e può dare il via alle ostilità contro la Polonia. Scoppiata la guerra mondiale, l&#8217;annientamento della Polonia, la tempestiva occupazione della Norvegia, la sensazionale vittoria sulla Francia rinforzano il regime nazista creandogli intorno un clima di successo e fiducia. Intanto, l’occupazione dell&#8217;Europa occidentale e settentrionale, e poi di quella danubiana-balcanica, creano una nuova situazione caratterizzata:</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/la-guerra-di-hitler-vol-1/8665" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-7784" style="margin: 10px;" title="la-guerra-di-hitler" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/la-guerra-di-hitler.jpg" alt="" width="200" height="309" /></a>a) dalla <em>leadership </em>della Germania Nazista rispetto agli altri fascismi europei;</p>
<p style="text-align: justify;">b) dal lento albeggiare dell’idea d’un «Nuovo Ordine» europeo;</p>
<p style="text-align: justify;">c) dalla formulazione di questo «Nuovo Ordine» non in termini di uguaglianza, ma &#8211; come vuole la logica del nazionalismo &#8211; secondo il rango di ogni stirpe: <em>Neuordnung Europas aus Rasse und Raum </em>(«riorganizzazione delPEuropa sui principi del sangue e dello spazio»).</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1941 la Germania attacca la Russia. La guerra alla Russia trae origini &#8211; oltre che dalla esigenza di eliminare l&#8217;esercito sovietico prima che gli Anglosassoni siano pronti a uno sbarco &#8211; dalla volontà di annientare il bolscevismo conquistando l’ambito spazio vitale all&#8217;Est. La guerra contro la Russia crea una nuova situazione caratterizzata:</p>
<p style="text-align: justify;">a) dal perfezionamento del fronte dei fascismi guidati dalla Germania nella «Crociata antibolscevica»;</p>
<p style="text-align: justify;">b) dalla culminazione della lotta ideologica contro il bolscevismo &#8211; motivo comune a tutti i fascismi &#8211; e di quella antiebraica, poiché nella concezione di Hitler ebraismo e bolscevismo si equivalgono;</p>
<p style="text-align: justify;">c) dallo sviluppo delle Waffen SS con reclutamento di volontari dapprima soltanto «germanici», poi anche «europei».</p>
<p style="text-align: justify;">Quindi la posizione del Nazionalsocialismo si evolve attraverso i tre stadi seguenti: stadio pantedesco (riunione dei Tedeschi dell&#8217;Austria e dei Sudeti nel Reich); stadio pangermanico (sincronizzazione di Danesi, Norvegesi, Olandesi e Fiamminghi col Reich); stadio europeo (egemonia del Reich sull&#8217;Europa come il Sacro Romano Impero di Nazione Germanica nel <a title="medioevo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/medioevo/">Medioevo</a>). La dichiarazione di guerra all&#8217;America nel Dicembre 1941 apre un ulteriore capitolo nella storia della guerra, le cui principali caratteristiche sono:</p>
<p style="text-align: justify;">a) il configurarsi del conﬂitto come un duello tra la concezione fascista da una parte, e quella democratica e comunista dall&#8217;altra;</p>
<p style="text-align: justify;">b) la pressione esercitata da questa nuova dimensione ideologica sui regimi «nazionali» alleati della Germania;</p>
<p style="text-align: justify;">c) la concezione dell’«Ordine Nuovo» come una specie di «dottrina di Monroe dell&#8217;Europa» contro le ingerenze russo-americane.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-7788" style="margin: 10px;" title="hitler" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/hitler-300x196.jpg" alt="" width="300" height="196" />Così il Nazionalsocialismo approda &#8211; attraverso l’idea di razza e di spazio &#8211; ad una visione globale del problema europeo. Questa visione prevede la egemonia dei popoli più importanti per sangue e numero e un’ideologia dell&#8217;Europa in funzione dell&#8217;egemonia tedesca. Intanto, la guerra va esasperando i tratti del regime &#8211; ma qui, a differenza dell’Italia non emerge alcuna contraddizione, sebbene una spietata coerenza. La coerenza di uno stato che accentua la sua fisionomia totalitaria attraverso:</p>
<p style="text-align: justify;">a) la crescita della milizia di partito &#8211; le SS &#8211; ad un fattore determinante in tutti i settori della vita civile e militare;</p>
<p style="text-align: justify;">b) la crescita della sorveglianza e il moltiplicarsi dei campi di concentramento;</p>
<p style="text-align: justify;">c) l&#8217;eliminazione di buona parte della vecchia classe dirigente che cospira contro il regime.</p>
<p style="text-align: justify;">Peraltro, anche il totalitarismo nazista resta molto lontano da quello sovietico. La pianificazione totale dell’economia ai danni dell&#8217;individuo, la subordinazione dei beni di consumo alla produzione bellica non saranno mai del tutto attuati &#8211; nel che è anche da ravvisarsi una delle cause della sconfitta.</p>
<p style="text-align: justify;">A differenza del Fascismo, il Nazionalsocialismo non ha trovato una monarchia sul suo cammino e ha potuto spingersi più oltre nella costruzione di uno stato totalitario. Peraltro, anche in Germania l’iniziativa privata non sarà mai minacciata, e il «totalitarismo» nazista si esprimerà soprattutto nel controllo della vita politica e spirituale. Ma anche il controllo spirituale trova un limite nella libertà di culto alle Chiese, che il Nazismo non oserà mai minacciare apertamente.</p>
<p style="text-align: justify;">Attraverso il Nazismo, l’idea fascista &#8211; che era sorta e si era precisata in Italia &#8211; acquista rilevanza europea. La posizione centrale della Germania, la tradizione del Reich come potenza egemonica e ordinatrice, la ideologia della razza e dello spazio aiutano il fascismo tedesco a incanalare i fascismi in una prospettiva europea. Questa ideologia si precisa nella guerra contro l’America e la Russia come una «dottrina di Monroe» dell&#8217;Europa, una dottrina che proprio dalla catastrofe del Reich e dalla successiva spartizione dell&#8217;Europa in zone d’influenza russa e americana ha acquistato in credibilità.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/il-nazionalsocialismo.html' addthis:title='Il nazionalsocialismo ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>L&#8217;«Etat de l&#8217;Ordre» et les SS</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Dec 2010 16:30:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Julius Evola</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L'idée qui pouvait servir à corriger l'hitlérisme, c'était que l'Etat devait être dirigé, plutôt que par un parti unique, justement par quelque chose de semblable à un «Ordre»]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/l%c2%abetat-de-lordre%c2%bb-et-les-ss.html' addthis:title='L&#8217;«Etat de l&#8217;Ordre» et les SS '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/evola48x48.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Julius Evola" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storiacontemporanea48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Storia contemporanea" /><br/><p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-full wp-image-6379" style="margin: 10px;" title="volksgenossen" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/volksgenossen.jpg" alt="" width="284" height="400" />Considérons maintenant certaines initiatives du Troisième Reich qui, de notre point de vue, ne sont pas dénuées d&#8217;intérêt et dans lesquelles des influences et des exigences liées partiellement aux idées de la «<a title="révolution conservatrice" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/rivoluzioneconservatrice">révolution conservatrice</a>» ont agi. Il s&#8217;agit de tout ce qui était en relation avec le concept, ou l&#8217;idéal, d&#8217;un <em>Ordensstaat</em>, c&#8217;est-à-dire d&#8217;un Etat dirigé par un Ordre (en opposition partielle à la formule de l&#8217;Etat-parti), au-delà des formules collectivisantes de la <em>Volksgemeinschaft</em>, de la collectivité nationale-raciale et de l&#8217;«Etat du Führer» à base totalitaire, populiste et dictatoriale.</p>
<p style="text-align: justify;">D&#8217;une certaine manière, on reprenait ainsi la tradition des origines prussiennes. On sait en effet que le noyau originel de la Prusse fut un Ordre, l&#8217;Ordre des Chevaliers Teutoniques, qui furent appelés en 1226 par le duc polonais Conrad de Mazovie pour défendre les frontières de l&#8217;Est. Les territoires conquis et ceux donnés en fief formèrent un Etat dirigé par cet Ordre, protégé par le Saint Siège dont il dépendait sur le plan de la discipline, et par le Saint Empire Romain. Cet Etat comprenait la Prusse, le Brandebourg et la Poméranie; il revint aux Hohenzollern en 1415.</p>
<p style="text-align: justify;">En 1525, avec la Réforme, l&#8217;Etat de l&#8217;Ordre se «sécularisa», s&#8217;émancipa de Rome. Mais si le lien proprement confessionnel de l&#8217;Ordre se trouva ainsi amoindri, celui-ci n&#8217;en conserva pas moins son fondement éthique ascétique et guerrier. Ainsi se continua la tradition, qui donna forme à l&#8217;Etat prussien sous ses aspects les plus caractéristiques. Parallèlement à la constitution de la Prusse en royaume, l&#8217;Ordre de l&#8217;Aigle Noir fut créé en 1701, Ordre lié à la noblesse héréditaire, qui reprit pour devise celle des origines et du principe classique de la justice: <em>Suum cuique</em>. Il n&#8217;est pas sans intérêt de remarquer que, dans la formation «prussienne» du caractère, spécialement pour ce qui concernait le corps des officiers, on se référait explicitement à une reprise virile du stoïcisme pour la domination de soi, la discipline, la fermeté d&#8217;âme et un style de vie sobre et intègre. Ainsi, par exemple dans le <em>Corpus Juris Militaris </em>introduit dans les Académies au 18ème siècle, on recommandait à l&#8217;officier l&#8217;étude des oeuvres de Sénèque, Marc-Aurèle, Cicéron et Epictète; Marc-Aurèle en particulier fut une des lectures préférées de Frédéric le Grand. Corrélativement, on nourrissait une certaine antipathie pour l&#8217;intellectualisme et le monde des lettres (on peut rappeler à ce sujet l&#8217;attitude sarcastique et drastique de Frédéric-Guillaume 1er, le «Roi-soldat», qui voulait faire de Berlin une «Sparte nordique» [1]. Le loyalisme («liberté dans l&#8217;obéissance») et le principe du service et de l&#8217;honneur caractérisaient la classe politique supérieure qui dirigeait l&#8217;Etat prussien, anciennement «Etat de l&#8217;Ordre», et qui lui conférait sa forme et sa force.</p>
<p style="text-align: justify;">Peut-être faut-il indiquer aussi quelle influence exerça dans certains milieux à une période plus récente et durant la République de Weimar, la <em>Bundesgedanke</em>, la pensée ou l&#8217;idéal du <em>Bund</em>, menant à des ébauches de formes organisationnelles. <em>Bund </em>veut dire, en général, ligue ou association; mais, dans ce cas spécifique, l&#8217;expression avait un contenu proche de celui d&#8217;Ordre, et n&#8217;était pas sans relation avec ce qui avait été désigné, dans certaines recherches ethnologiques et sociologiques, sous le nom de <em>Männerbund</em>, c&#8217;est-à-dire la «société d&#8217;hommes». On pensait à une élite définie par une solidarité exclusivement virile et par une sorte d&#8217;auto-légitimité. En Allemagne, avant même le développement du national-socialisme, différents <em>Bünde </em>naquirent donc et, même quand ils avaient de modestes effectifs, avec des orientations diverses et un caractère presque toujours exclusif; dans les cas où le domaine de leurs intérêts interférait avec le domaine politique, ils étaient partisans d&#8217;un régime élitaire, opposé aux régimes de masse.</p>
<p style="text-align: justify;">Ces précédents étant rappelés, il faut savoir que l&#8217;idée qui pouvait servir à corriger l&#8217;hitlérisme, c&#8217;était que l&#8217;Etat devait être dirigé, plutôt que par un parti unique, justement par quelque chose de semblable à un «Ordre»; et que par conséquent, dans le Troisième Reich, une des tâches fondamentales était la création de cadres qualifiés au moyen de la formation systématique d&#8217;une élite, conçue comme l&#8217;incarnation typique de l&#8217;idée du nouvel Etat et de la vision du monde qui y correspondait. Avec cette différence partielle, par rapport à la tradition précédente, qu&#8217;ici on prenait en considération, outre les qualités du caractère, les qualités physiques, le facteur «race» &#8212; avec une référence particulière au type nordique &#8212; étant mis en valeur. Les initiatives prises dans ce sens par le Troisième Reich furent au nombre de deux.</p>
<p style="text-align: justify;">La première fut la constitution, par le parti, de trois <em>Ordensburgen</em>, de trois «châteaux de l&#8217;Ordre». Il s&#8217;agissait de complexes avec des édifices dont l&#8217;architecture voulait s&#8217;inspirer du vieux style nordico-germain, avec de vastes terrains annexes, des bois, des prairies et des lacs, où les jeunes étaient accueillis, après une sélection préalable. On leur donnait une formation militaire, physique, morale et intellectuelle, on leur enseignait une certaine «vision du monde», une partie spéciale étant consacrée à tout ce qui a trait au courage et à la résolution, avec aussi des épreuves assez risquées. Entre autres, dans les Châteaux étaient parfois évoqués des procès juridiques avec les aspirants, ou Junker, qui en suivaient le déroulement, jouant le rôle du public: on choisissait des procès où l&#8217;honneur et d&#8217;autres valeurs éthiques jouaient un rôle, pour éprouver, par une série de discussions, la sensibilité morale et les facultés naturelles de jugement des individus. Rosenberg supervisait les <em>Ordensburgen</em>; ses idées servaient de fondement essentiel à l&#8217;endoctrinement, ce qui, étant donné les réserves que nous avons faites sur elles, introduisait dans l&#8217;ensemble un facteur problématique. Les jeunes sortis de ces instituts, où ils menaient une vie en «société d&#8217;hommes seuls», isolés du reste du monde, auraient été en possession d&#8217;un titre particulier et préférentiel pour assumer des fonctions politiques et obtenir des postes de responsabilité dans le Troisième Reich ou, plutôt, dans ce que le Troisième Reich aurait dû devenir.</p>
<p style="text-align: justify;">Mais les SS eurent beaucoup plus d&#8217;importance. A la suite de la propagande bien connue de l&#8217;après-guerre, à peine parle-t-on des SS que la plupart des gens pensent aussitôt à la <em>Gestapo</em>, aux camps de concentration, au rôle que certaines unités SS jouèrent dans des répressions ou des représailles, pendant la guerre. Tout cela est une simplification assez grossière et tendancieuse. Nous n&#8217;entrerons pas dans ce domaine ici, puisque nous n&#8217;avons pas à nous occuper des contingences. Dans ce cas comme en d&#8217;autres, seules les principes nous intéressent ici, les idées directrices, qu&#8217;il faut étudier indépendamment de ce à quoi certaines de leurs applications peuvent avoir donné lieu. Il faut donc mettre en lumière certains aspects de la SS généralement ignorés (et qu&#8217;on veut ignorer).</p>
<div id="attachment_6375" class="wp-caption alignleft" style="width: 304px"><img class="size-full wp-image-6375" title="Heinrich Himmler (Monaco di Baviera, 7 ottobre 1900 – Lüneburg, 23 maggio 1945)" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/Himmler.jpg" alt="Heinrich Himmler (Monaco di Baviera, 7 ottobre 1900 – Lüneburg, 23 maggio 1945)" width="294" height="432" /><p class="wp-caption-text">Heinrich Himmler (Monaco di Baviera, 7 ottobre 1900 – Lüneburg, 23 maggio 1945)</p></div>
<p style="text-align: justify;">A l&#8217;origine, les deux lettres SS étaient les initiales de <em>Saal-Schutz</em>, désignation d&#8217;une sorte de garde du corps qu&#8217;Hitler, pendant la première période de son activité, avait à disposition pour sa protection et pour le service d&#8217;ordre dans les réunions politiques. Ce n&#8217;était alors qu&#8217;un petit groupe. Par la suite, les deux S se rapportèrent à <em>Schutz-Staffeln</em> (littéralement: «bataillons de protection») et furent stylisés par deux lignes en zig-zag, lesquelles reproduisaient un vieux signe nordico-germain, les «runes de la victoire» et, également, de la «force-foudre». On arriva à la formation d&#8217;un véritable corps, pour la protection de l&#8217;Etat désormais &#8212; le «Corps Noir» &#8212; distinct des Chemises Brunes, ou SA. Hitler et Göring se servirent de ce corps dans la répression du 30 juin 1934, répression qui mit fin, nous l&#8217;avons vu, aux velléités d&#8217;une «seconde révolution» radicale à l&#8217;intérieur du parti. Pour son rôle joué dans cette action, la SS obtint un statut et des pouvoirs particuliers; elle fut considérée comme la «garde de la révolution nationale-socialiste».</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Le véritable organisateur des SS fut Heinrich Himmler, qui fut nommé <em>Reichsführer SS</em>, c&#8217;est-à-dire chef des SS pour tout le Reich. Himmler était d&#8217;origine bavaroise et d&#8217;éducation catholique. Encore étudiant en agronomie, il avait fait partie en 1919 des corps de volontaires qui combattirent contre le communisme. Il avait eu aussi des tendances pro-monarchistes et conservatrices de Droite, qui lui avaient été transmises par son père, lequel avait été le précepteur loyaliste du prince héritier Henri de Bavière. Mais ce fut l&#8217;idéal d&#8217;un Ordre qui exerça sur lui une fascination particulière, son regard se portant volontiers sur l&#8217;ancien Ordre des Chevaliers Teutoniques dont nous avons parlé plus haut. Des SS, il aurait voulu faire un corps capable d&#8217;assumer sous une forme nouvelle la fonction même de noyau central de l&#8217;Etat que la noblesse avait eue, avec son loyalisme. Pour la formation de l&#8217;homme de la SS, il envisagea un mélange d&#8217;esprit spartiate et de discipline prussienne. Mais il eut aussi en vue l&#8217;Ordre des Jésuites (Hitler disait en plaisantant qu&#8217;Himmler était son «Ignace de Loyola») en ce qui concernait une certaine dépersonnalisation poussée parfois jusqu&#8217;à des limites inhumaines. Ainsi, on disait par exemple dès le début à celui qui voulait faire partie des SS qu&#8217;il devait être prêt, si nécessaire, par sa fidélité et son obéissance absolues, à n&#8217;épargner aucun de ses frères; que pour un SS les excuses n&#8217;existent pas; que la parole donnée est quelque chose d&#8217;absolu. Pour citer un exemple, tiré d&#8217;un discours d&#8217;Himmler, on pouvait demander à un SS de s&#8217;abstenir de fumer; s&#8217;il ne promettait pas de le faire, il était repoussé, mais s&#8217;il le promettait et si, lui SS, était surpris à fumer, alors «il ne lui restait que le revolver», c&#8217;est-à-dire le suicide. Des épreuves de courage physique étaient prévues dans les régiments militarisés  par exemple devoir rester calme au garde-à-vous en attendant l&#8217;explosion d&#8217;une grenade posée sur le casque d&#8217;acier que l&#8217;on portait.</p>
<p style="text-align: justify;">Il y avait un autre aspect particulier: la clause raciale. En dehors du sang «aryen» (ascendance aryenne prouvée jusqu&#8217;en 1750 au moins) et d&#8217;une constitution physique saine, on accordait une grande importance au type de race nordique de haute taille. Himmler, en outre, aurait voulu faire de la SS un <em>Sippenorden</em>, c&#8217;est-à-dire un Ordre qui, à la différence des anciens chevaliers, aurait correspondu dans le futur à une race, à un sang, à une lignée héréditaire (<em>Sippe</em>). En conséquence, la liberté des choix conjugaux du SS était fortement limitée. Il ne devait pas épouser n&#8217;importe quelle jeune femme (pour ne pas parler de femmes d&#8217;une autre race). L&#8217;approbation d&#8217;un bureau racial spécialisé était nécessaire. Si l&#8217;on en acceptait pas le jugement, il n&#8217;y avait qu&#8217;à sortir de l&#8217;Ordre; mais dès l&#8217;admission dans celui-ci (après une période probatoire), cette clause était clairement précisée à l&#8217;aspirant SS. Ainsi se réaffirmait le biologisme raciste, lié à une certaine banalisation de l&#8217;idéal féminin, un relief particulier étant donné à l&#8217;aspect «mère» de la femme.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.amazon.fr/gp/product/2867140463?ie=UTF8&amp;tag=centrostudila-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=1642&amp;creative=6746&amp;creativeASIN=2867140463" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-6377" style="margin: 10px;" title="essais-politiques" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/essais-politiques.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>Alors que Hitler nourrissait de l&#8217;aversion pour les descendants des vieilles maisons royales allemandes, Himmler avait un faible pour eux et estimait que la SS était, dans le Troisième Reich, le seul corps qui pouvait aussi convenir à des princes. De fait, différents représentants de la noblesse en firent partie. Le prince Waldeck-Pyrmont s&#8217;y était enrôlé dès 1929; en 1933 y adhérèrent les princes Mecklenburg, Hohenzollern-Sigmaringen, Lippe-Biesterfeld, etc. Le prince Philippe de Hesse était un ami personnel de Himmler depuis longtemps. Le rapprochement de cette importante organisation du Troisième Reich avec la noblesse allemande dans les dernières années s&#8217;exprima aussi dans les relations cordiales maintenues avec le <em>Herrenklub </em>de Berlin (le «Club des Seigneurs») et dans le fait qu&#8217;Himmler tint un discours à la <em>Deutsche Adelsgenossenschaft </em>(la Corporation de la Noblesse Allemande). Les rapports avec l&#8217;armée furent plus réservés, moins pour des divergences d&#8217;orientation que pour des raisons de prestige, lorsque furent créés dans les SS des régiments armés et militarisés et, en dernier lieu, de véritables divisions qui devaient prendre le nom de Waffen SS. Ce fut pourtant Paul Hausser, lequel avait quitté l&#8217;armée alors qu&#8217;il était lieutenant-colonel pour militer dans les rangs de la «<a title="révolution conservatrice" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/rivoluzioneconservatrice">révolution conservatrice</a>» et du <em>Stahlhelm </em>de Seldte, qui réorganisa en 1935 l&#8217;académie des SS et supervisa ensuite l&#8217;école des cadets de la SS au «Welfenschloss» de Brunswick.</p>
<p style="text-align: justify;">En se développant, la SS se ramifia en de multiples sections, dont certaines, étant donné leur caractère spécifique, laissèrent sans doute au second plan les aspects d&#8217;«Ordre». Nous pouvons faire abstraction ici des SS à «Tête de Mort» qui eurent des fonctions parallèles à celles de la police ordinaire et de la police d&#8217;Etat (du reste, par un décret du 17 juin 1936, Himmler fut aussi nommé chef de la police au ministère de l&#8217;intérieur); c&#8217;est ce secteur des SS qui entre éventuellement en question pour certains aspects négatifs du corps, utilisés par la suite pour rendre abominable la SS toute entière. Nous signalerons seulement la <em>Verfügungstruppe SS</em>, qui était une force armée «à disposition», dépendant directement du chef du Reich; en juillet 1940, elle donna naissance aux Waffen-SS, c&#8217;est-à-dire à des unités militaires d&#8217;élite, dont les performances élevées (étant donné la formation personnelle exigée de l&#8217;homme de la SS) durant la deuxième guerre mondiale devaient imposer à l&#8217;ennemi respect et admiration. La section <em>Rusha </em>(initiales de <em>Rasse und Siedlungshauptamt</em>), qui s&#8217;occupait de questions raciales et de colonisation interne peut également être laissée de coté ici. Ce sont les initiatives d&#8217;ordre culturel de la SS qui peuvent, peut-être, présenter ici un intérêt.</p>
<p style="text-align: justify;">La réalisation de l&#8217;idéal d&#8217;Himmler rencontrait une espèce de handicap dans le fait qu&#8217;un Ordre au sens propre présuppose un fondement également spirituel; mais, dans ce cas précis, on ne pouvait absolument pas se référer au christianisme. En effet, l&#8217;orientation anti-chrétienne, l&#8217;idée que le christianisme était inacceptable en raison de tout ce qu&#8217;il contient de non-aryen et de non «germanique», cette idée était très prononcée chez les SS et, malgré une certaine tension existant entre Himmler et Rosenberg, il y avait entre eux, sur ce point, une indiscutable convergence de vues. Christianisme et catholicisme étant exclus, le problème de la vision du monde se reposait donc, pour tout ce qui allait plus loin que la discipline sévère et la formation du caractère; les SS eurent aussi l&#8217;ambition d&#8217;être une <em>weltanschauuliche Stosstruppe</em>, c&#8217;est-à-dire une force de rupture dans le domaine de la <em>Weltanschauung </em>justement. Depuis longtemps au sein de la SS, s&#8217;était constitué le SD, ou «Service de Sécurité» (<em>Sicherheitsdienst</em>), qui aurait dû avoir lui aussi, en principe, des activités culturelles et de contrôle culturel (déclaration d&#8217;Himmler en 1937). Même si le SD se développa par la suite dans d&#8217;autres directions, y compris le contre-espionnage, son Bureau VII garda un caractère culturel, et des savants et des professeurs sérieux firent aussi partie du SD. Par ailleurs, on pouvait devenir un SS «d&#8217;office», <em>ad honorem </em>(<em>Ehrendienst</em>, service honorifique): cette possibilité regardait les personnalités de la culture dont on estimait qu&#8217;elles avaient apporté une contribution valable dans la direction que nous avons indiquée plus haut. Nous pouvons citer, par exemple, le professeur Franz Altheim, de l&#8217;université de Halle, célèbre historien de l&#8217;Antiquité et de Rome, et le professeur O. Menghin, de l&#8217;université de Vienne, éminent spécialiste de la préhistoire. L&#8217;<em>Ahnenerbe </em>[2], institut particulier de la SS, avait pour tâche de faire des recherches sur l&#8217;héritage des origines, du domaine des <a title="symboles" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">symboles</a> et des traditions au domaine archéologique.</p>
<p style="text-align: justify;">En effet, l&#8217;attention était tournée vers ce qu&#8217;on pouvait tirer de cet héritage en matière de vision du monde, et dans ce champ de recherche l&#8217;exclusivisme nationaliste de certains milieux fut mis de côté. C&#8217;est ainsi par exemple que Himmler fit subventionner le Hollandais <a title="Hermann Wirth" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/hermann-wirth/">Hermann Wirth</a>, auteur de l&#8217;<em>Aurore de l&#8217;Humanité </em>[3], gros ouvrage sur les origines nordico-atlantiques, et fit inviter pour des conférences un auteur italien [4] qui avait fait des recherches dans ce domaine également et, en général, sur le monde de la Tradition, se tenant à distance du catholicisme et du christianisme mais évitant les déviations déjà signalées par nous à propos de Rosenberg et d&#8217;autres auteurs [5].</p>
<p style="text-align: justify;">Il découle de tout cela que les SS présentèrent un cadre assez différent et plus complexe que ce qu&#8217;on pense couramment. Si ces initiatives particulières restèrent en germe, le fait de les avoir conçues n&#8217;en a pas moins un sens. En principe, l&#8217;idéal d&#8217;un «Etat de l&#8217;Ordre», dans son opposition à l&#8217;Etat totalitaire, dictatorial, de masse, et à l&#8217;Etat-parti, ne peut qu&#8217;être jugé positivement du point de vue de la Droite; nous avons déjà eu l&#8217;occasion de nous exprimer à ce sujet en critiquant la notion fasciste du parti unique. Dans le cas spécifique de l&#8217;Allemagne, tout aurait dépendu de ceci: dans quelle mesure aurait-on pu arriver à une intégration des éléments de Droite encore dans la place, avec une rectification des aspects du Troisième Reich qui étaient, pour certains représentants de la «<a title="révolution conservatrice" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/rivoluzioneconservatrice">révolution conservatrice</a>» et de l&#8217;esprit prussien, une contrefaçon usurpatrice de leurs idées.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.amazon.fr/gp/product/2867144086?ie=UTF8&amp;tag=centrostudila-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=1642&amp;creative=6746&amp;creativeASIN=2867144086" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-6378" style="margin: 10px;" title="evola-guide-des-citations" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/evola-guide-des-citations.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>La SS acquit toujours plus d&#8217;importance politique, au point qu&#8217;on put parler d&#8217;elle comme d&#8217;un «Etat dans l&#8217;Etat» ou, carrément, d&#8217;un «Etat des SS». En effet, elle eut des cellules dans de nombreux postes clés du Reich, dans l&#8217;administration, la diplomatie, etc. La conception d&#8217;un Etat de l&#8217;Ordre impliquait, en effet, que des hommes de l&#8217;Ordre fussent désignés pour ces postes, comme cela avait été le cas pour la noblesse dans le passé.</p>
<p style="text-align: justify;">Enfin, il faut faire allusion aux Waffen SS. Après le mois de juillet 1940, les formations de SS qui, à l&#8217;origine et en temps de paix, avaient été conçues comme une «force à disposition», donnèrent naissance à des unités militaires et à des divisions blindées qui, tout en gardant une certaine autonomie, se battirent aux cotés de la Wehrmacht. C&#8217;est de ces Waffen-SS que naquit, vers la fin de la deuxième guerre mondiale, ce que certains appelèrent «la première armée européenne». Himmler approuva l&#8217;idée, formulée tout d&#8217;abord par Paul Hausser et reprise ensuite par Gottlob Berger, de constituer avec des volontaires de toutes les nations des divisions de Waffen SS pour lutter contre la Russie communiste et pour défendre l&#8217;Europe et sa civilisation. Ainsi furent repris, pratiquement, la fonction qu&#8217;avait eue, aux origines, l&#8217;Ordre des Chevaliers Teutoniques en tant que garde à l&#8217;Est et, simultanément, l&#8217;esprit qui avait animé les <em>Freikorps</em>, les volontaires qui, de leur propre initiative, avaient combattu les bolcheviques dans les régions orientales et dans les pays baltes après la fin de la première guerre mondiale. Au total, plus de dix-sept nations furent représentées dans les Waffen-SS, avec de véritables divisions: Français, Belges, Hollandais, Scandinaves, Ukrainiens, Espagnols et même Suisses, etc. L&#8217;ensemble compta jusqu&#8217;à 800.000 hommes environ, dont une part seulement venait de la zone germanique, les volontaires ne se souciant pas d&#8217;être considérés parfois, à cause de cela, comme des traîtres et des «collaborateurs». Mais par la suite les survivants furent souvent persécutés et poursuivis dans leurs nations respectives [6].</p>
<p style="text-align: justify;">Dans un discours prononcé à Poznan le 4 octobre 1943, Himmler parla carrément des SS comme de l&#8217;Ordre armé qui, à l&#8217;avenir, après l&#8217;élimination de l&#8217;Union Soviétique, aurait dû monter la garde de l&#8217;Europe sur l&#8217;Oural contre «les hordes asiates». L&#8217;important, c&#8217;est que dans cette situation un certain changement de perspective eut lieu. On cessa d&#8217;identifier l&#8217;«aryanité» à la «germanité». On voulait combattre non pour un national-socialisme expansionniste reposant sur un racisme unilatéral, non pour le pangermanisme, mais pour une idée supérieure, pour l&#8217;Europe et pour un «Ordre Nouveau» européen. Cette orientation gagna du terrain dans la SS et s&#8217;exprima dans la déclaration de Charlottenburg publiée par le Bureau Central des SS vers la fin de la guerre; ce texte était une réponse à la déclaration de San Francisco faite par les Alliés sur les objectifs de la guerre, «croisade de la démocratie». Dans cette déclaration de Charlottenburg, il était question de la conception de l&#8217;homme et de la vie propre au Troisième Reich et, surtout, du concept d&#8217;Ordre Nouveau, lequel n&#8217;aurait pas dû être hégémonique, mais fédéraliste et organique.</p>
<p style="text-align: justify;">Il faut rappeler, d&#8217;autre part, qu&#8217;on doit à Himmler une tentative de sauvetage <em>in extremis </em>(considérée par Hitler comme une trahison). Par l&#8217;intermédiaire du comte Bernadotte, Himmler transmit aux Alliés occidentaux une proposition de paix séparée, et ce afin de continuer la guerre uniquement contre l&#8217;Union Soviétique et le communisme. On sait que cette proposition &#8212; qui, si elle avait été acceptée, aurait peut-être pu assurer à l&#8217;Europe un autre destin, évitant ainsi la «guerre froide» qui allait suivre et le passage au communisme de l&#8217;Europe située au-delà du «rideau de fer» &#8212; fut nettement repoussée au nom d&#8217;un aveugle radicalisme idéologique, tout comme avait été repoussée, pour la même raison, l&#8217;offre de paix faite par Hitler à l&#8217;Angleterre en des termes raisonnables, lors d&#8217;un fameux discours de 1940, donc à un moment où les Allemands étaient les vainqueurs.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Notes</strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">[1] Par association d&#8217;idées, on peut faire allusion à une certaine aversion pour le type de l&#8217;«intellectuel», aversion qu&#8217;on peut relever dans le fascisme, mais bien plus encore dans le national-socialisme; en effet, le fascisme italien eut du respect pour les intellectuels et les hommes d&#8217;une certaine renommée culturelle et voulut que ceux-ci fissent preuve d&#8217;adhésion formelle au régime sans trop se soucier de leur mentalité effective, alors que dans le national-socialisme on eut peu d&#8217;égards pour eux et on les laissa, s&#8217;ils le voulaient, partir à l&#8217;étranger, sans tenir compte de leur célébrité (on attribue même à Goebbels les propos suivants: «Quand j&#8217;entends parler de culture, je sors mon revolver» [<a title="Evola" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/julius-evola">Evola</a> se laisse ici influencer par la propagande antinazie, qui attribue à Goebbels une phrase qu'il n'a jamais prononcée, NDR] ). Cependant, il faut tenir compte du rôle joué en Allemagne par une lourde <em>Kultur </em>érudite agnostique et par une lignée d&#8217;intellectuels d&#8217;extraction bourgeoise et de formation humaniste et libérale. Réfractaires à toute mystique de l&#8217;Etat et de l&#8217;autorité, ils avaient pour dogme l&#8217;antithèse entre culture et esprit d&#8217;une part, puissance, politique et vertus militaires et guerrières de l&#8217;autre. Mais en général, du point de vue d&#8217;une Droite aristocratique, une certaine distance par rapport aux «intellectuels» et aux «hommes de culture» est légitime, par rapport à ces hommes qui ont prétendu être, après l&#8217;avènement de la bourgeoisie et la crise des anciens régimes, les vrais représentants des valeurs spirituelles.</p>
<p style="text-align: justify;">[2] <em>Ahnenerbe</em>: «Héritage des ancêtres». Cette organisation, dépendant de la SS, fut fondée en 1935. Elle comprenait de nombreuses sections, et était chargée des recherches concernant les traditions des peuples nordico-aryens, dans des domaines aussi variés que le <a title="symbolisme" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">symbolisme</a>, la <a title="religion" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religion</a>, l&#8217;histoire, l&#8217;anthropologie, l&#8217;archéologie, la géopolitique, etc. Elle organisa et finança, entre autres, deux expéditions au Tibet, ainsi que les recherches d&#8217;Otto Rahn sur les Cathares. L&#8217;Ahnenerbe est considérée par de nombreux auteurs comme le véritable coeur ésotérique du national-socialisme. (NDR)</p>
<p style="text-align: justify;">[3] <a title="Hermann Wirth" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/hermann-wirth/">Hermann Wirth</a> (1885-1981), né à Utrecht, croyait à l&#8217;existence d&#8217;une civilisation arctique originelle, dont il affirmait pouvoir retracer les migrations grâce à la «série sacrée», ensemble de <a title="symboles" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">symboles</a> primordiaux comprenant la roue solaire, la hache bicuspide, la spirale, certaines runes, etc. Cette civilisation aurait possédé une <a title="religion" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religion</a> déjà supérieure, un monothéisme solaire basé sur une sorte de révélation naturelle, dont le moment le plus intense était le solstice d&#8217;hiver. Ainsi la civilisation ne viendrait pas de l&#8217;Orient, mais du Nord. Une race prédestinée, la race nordico-atlantique, en était la fondatrice, et transmit plus tard ses connaissances à d&#8217;autres cultures, après la glaciation et l&#8217;émigration forcée. Malgré les apparences, Wirth avait des divergences importantes avec les théories nazies, car il contestait l&#8217;origine continentale des <a title="indo-européens" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/indoeuropei">Indo-européens</a> et surtout, il croyait au matriarcat primitif, ce qui lui valut l&#8217;hostilité tenace de Rosenberg. Wirth se plaça alors sous la protection de Himmler, fut co-fondateur de l&#8217;Ahnenerbe en 1935, mais prit ses distances à partir de 1938. Il écrivit de nombreux livres dont le plus connu est <em>Der Aufgang der Menschheit</em> (1928), qui peut se traduire par «L&#8217;aurore de l&#8217;humanité», ou «La marche en avant de l&#8217;humanité». (NDR)</p>
<p style="text-align: justify;">[4] <a title="Julius Evola" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/julius-evola">Julius Evola</a> parle ici de lui-même. (NDT)</p>
<p style="text-align: justify;">[5] Mais il est regrettable, dans le domaine des publications, qu&#8217;on ait laissé un hebdomadaire prendre comme titre <em>Das Schwarze Korps </em>(«Le Corps Noir»), car ce journal se complaisait dans de grossières attaques contre le clergé catholique et dans un antisémitisme non moins grossier et fanatique.</p>
<p style="text-align: justify;">[6] Une infamie sans nom fut accomplie par les Américains vainqueurs qui remirent à l&#8217;Union Soviétique les régiments de volontaires ukrainiens arrêtés par eux seuls alors que tout était perdu, et ce en étant pleinement conscients de les envoyer à la boucherie. On doit noter que, dans la formation des nouvelles unités de Waffen-SS, presque tout fut axé sur l&#8217;aspect militaire, ce qui se rapportait à l&#8217;idéal d&#8217;un Ordre étant souvent laissé de coté. Le commandant d&#8217;une division blindée de Waffen-SS, le général Steiner, devait prétendre après la guerre (dans son livre <em>Die geächtete Armee</em>) que ces formations étaient sur le même plan que celles de la Wehrmacht et qu&#8217;elles devaient donc être traitées comme telles, qu&#8217;elles n&#8217;avaient rien à voir avec les «lubies romantiques» d&#8217;Himmler (il s&#8217;agit justement de son idée de la SS comme un Ordre), au sujet duquel le général Steiner se prononce d&#8217;une façon très antipathique et présomptueuse.</p>
<p style="text-align: justify;">Ce chapitre est extrait du livree de Julius Evola: <em>Notes sur le Troisième Reich</em> (traduction française par le Cercle Culture et Liberté, Paris 1981).</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/l%c2%abetat-de-lordre%c2%bb-et-les-ss.html' addthis:title='L&#8217;«Etat de l&#8217;Ordre» et les SS ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Gli intellettuali tedeschi e la crisi di Weimar</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Sep 2010 16:11:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Lamendola</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Gli Alleati, nel 1945 come nel 1918, non amavano i toni rozzi e aggressivi alla Spengler, ma agivano esattamente in base a quei criteri, brutali e machiavellici, che tanto li disgustavano quando a teorizzarli erano i Tedeschi.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/gli-intellettuali-tedeschi-e-la-crisi-di-weimar.html' addthis:title='Gli intellettuali tedeschi e la crisi di Weimar '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/rivoluzione-conservatrice.PNG" width="48" height="48" alt="" title="Rivoluzione conservatrice" /><br/><p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/la-repubblica-di-weimar/591" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-5744" style="margin: 10px;" title="la-repubblica-di-weimar" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/la-repubblica-di-weimar.jpg" alt="" width="200" height="290" /></a>In tempo di crisi &#8211; economica, politica, sociale e culturale -, gli intellettuali possono costituire un faro nella nebbia per i cittadini &#8220;comuni&#8221;? E, se lo possono, lo devono anche?</p>
<p style="text-align: justify;">Qual è il loro ruolo, esattamente, nel contesto della società? È giusto aspettarsi da loro che siano la nostra coscienza critica? O forse non commettiamo l&#8217;errore, quando essi &#8211; specialmente in tempi di crisi &#8211; ci additano la Luna, di guardare il dito anziché la Luna, ossia di prendere troppo alla lettere ciò che essi dicono, invece di cogliere lo spirito che li muove e l&#8217;orizzonte cui aspirano e che cercano di dischiudere, per sé e per noi?</p>
<p style="text-align: justify;">È facile fraintenderli, quando li si prende alla lettera: come nel caso dei surrealisti. Tutto essi volevano, tranne che fondare una scuola; il loro credo fondamentale era la rivolta contro ogni sistema, quindi anche contro il surrealismo. E invece che cosa fa il pubblico, davanti agli intellettuali che contestano un sistema ormai agonizzante? Li innalza sugli altari di un nuovo sistema; li promuove a profeti di una nuova <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religione</a> &#8211; che essi lo vogliano o no. E, anche se lo vorrebbero &#8211; come nel caso di Spengler, di cui tra poco parleremo &#8211; non è detto che noi rendiamo loro un buon servizio, accontentandoli; certamente non lo rendiamo a noi stessi.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/leta-del-moderno-la-letteratura-tedesca-del-primo-novecento-1900-1933/5997" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-5742" style="margin: 10px;" title="eta-del-moderno" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/eta-del-moderno.jpg" alt="" width="200" height="297" /></a>Tutte queste domande e queste considerazioni ci sono venute alla mente rileggendo un famoso brano del libro di H. Kohn (<em>I Tedeschi</em>, traduzione italiana Edizioni di Comunità, Milano, 1963), dedicato agli intellettuali tedeschi di fronte al nazismo.</p>
<p style="text-align: justify;">Non è un brano molto breve, tuttavia ci sembra indispensabile riportarlo integralmente, per non correre il rischio di falsare, semplificandolo, il pensiero dell&#8217;Autore; dopo di che svilupperemo le nostre riflessioni, portandole dal piano storico contingente (la crisi della Repubblica di Weimar e l&#8217;avvicinarsi del nazismo al potere) a quello della riflessione storico-filosofica generale, per cercar di trarne qualche utile insegnamento per il presente.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">«In poco più di un decennio gli intellettuali furono in grado di condurre il popolo tedesco nell&#8217;abisso. Non ci sarebbero riusciti se non fossero stati preceduti da generazioni di preparazione, in cui germanofilismo e antioccidentalismo erano divenuti sempre più caratteristici del pensiero nazionale. Nell&#8217;ultimo stadio il nazionalismo tedesco respinse non solo la civiltà occidentale, ma anche la validità della vita civile. «Il nuovo nazionalismo &#8211; ammonì Ernest Robert Curtius nel 1931 &#8211; vuole buttar via non solo il diciannovesimo secolo, attualmente tanto calunniato, bensì addirittura tutte le tradizioni storiche». I pensatori nazionalisti francesi &#8211; Charles Maurras,o Maurice Barrès &#8211; non si spinsero mai fino al punto di rivoltarsi contro la civiltà. In Germania gli antintellettuali non erano plebaglia, ma intellettuali di primo piano, uomini spesso di gusti raffinati e di grande erudizione.</p>
<p style="text-align: justify;">Mettendosi a considerare ogni cosa dall&#8217;angolo visuale tedesco, essi si convinsero che la civiltà occidentale fosse dappertutto profondamente minata come in Germania. Partendo da osservazioni parziali arrivarono alle conclusioni più estreme. Identificarono la situazione tedesca, com&#8217;era peraltro da essi interpretata, con quella dell&#8217;umanità, addirittura con quella dell&#8217;universo. Gottfried Benn non dubitava che il periodo quaternario dell&#8217;evoluzione geologica stessa approssimandosi alla fine, che l&#8217;<em>homo sapiens</em> stesse diventando sorpassato. Nessuna espressione era tanto forte da riuscire a manifestare tutto l&#8217;odio nutrito per la civiltà occidentale, il liberalismo, l&#8217;umanitarismo. La filosofia di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Martin Heidegger</a></span>, la dottrina politica di Carl Schmitt, la teologia di Karl Barth contribuirono per parte loro a convincere gli intellettuali che l&#8217;umanità aveva raggiunto una svolta decisiva, una crisi senza precedenti causata dal liberalismo. Questi intellettuali guardavano dall&#8217;alto in basso l&#8217;Occidente con lo stesso disprezzo più tardi manifestato dai capi nazisti. Allo stesso tempo si mostravano arrogantemente sicuri che il pensiero tedesco, proprio per la sua consapevolezza della crisi, fosse l&#8217;unico degno della nuova epoca storica. […]</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;La comprensione classica della tradizione, così viva in <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/johann-wolfgang-goethe" target="_blank">Goethe</a></span>, fu perduta negli anni trenta in Germania come in Russia. L&#8217;arte divenne &#8216;popolare&#8217;, &#8216;nuova&#8217; e &#8216;utilitaria&#8217;; la forma non contò più. Nadler si sentì autorizzato a criticare <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/johann-wolfgang-goethe" target="_blank">Goethe</a></span> perché «un uomo come lui non poteva trasformare un popolo». Ora il popolo si stava «trasformando»; perlomeno i suoi portavoce se ne vantavano. Un periodico molto stimato, <em>Hochschule und Ausland</em>, dedicato al mantenimento dei contatti fra le università tedesche e quelle straniere, nell&#8217;aprile del 1937 cambiò testata assumendo il nuovo nome di <em>Geist der Zeit</em> (Spirito dei tempi). Il suo editoriale dichiarò con appropriata modestia: «Non c&#8217;è alcuna nazione in Europa, e non ce n&#8217;è mai stata alcuna al di fuori della Grecia, in cui lo spirito è così vivo come nell&#8217;odierna Germania». Ma gli intellettuali tedeschi sbagliavano scambiando il loro spirito dei tempi con l&#8217;effettivo spirito del tempo. Nella loro cieca antipatia per l&#8217;Occidente essi interpretavano erroneamente la storia. […]</p>
<p style="text-align: justify;">Moeller, Spengler e <a title="Juenger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a> ritenevano che la guerra perduta si sarebbe trasformata in vittoria, se i tedeschi si fossero resi conto di rappresentare lo spirito dei tempi &#8211; Moeller aveva iniziato la sua attività come critico letterario e principale traduttore tedesco di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/fedor-dostoevskij" target="_blank">Dostoevskij</a></span>. La guerra comunque lo trasformò da uomo di cultura in pensatore politico. Nel <em>Diritto dei popoli giovani</em>, apparso all&#8217;inizio del 1919, egli chiedeva che fosse riconosciuto il diritto all&#8217;espansione delle giovani nazioni, che avevano idee nuove, mentre il decrepito Occidente non era altro che una continuazione del sorpassato diciottesimo secolo. Fra i popoli giovani era la Prussia che avrebbe assunto la funzione di guida. «Verrà il momento in cui tutti i popoli giovani, in cui tutti coloro che si sentono giovani, riconosceranno nella storia prussiana la più bella, la più nobile, la più virile storia politica dei popoli europei». […]</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Nel 1923, due anni prima di suicidarsi, Moeller pubblicò il suo libro più autorevole, <em>Das Dritte Reich</em>. Il titolo non può essere tradotto con &#8216;Terzo Impero&#8217;. Il Reich è nella sua essenza molto più di un impero. Ci sono più imperi, c&#8217;è un unico Reich. «Il nazionalismo tedesco &#8211; scriveva Moeller &#8211; è un campione del Reich finale: sempre ricco di promesse, mai concluso… C&#8217;è un unico Reich, come c&#8217;è un&#8217;unica Chiesa. Gli altri pretendenti al titolo non possono essere altro che uno stato, una comunità o una setta. Esiste solo <em>Il Reich</em>». Creando il Reich, i tedeschi non agivano per se stessi, ma per l&#8217;Europa. Il loro Reich era urgentemente necessario perché la civiltà occidentale aveva non elevato, bensì degradato l&#8217;umanità. «Circondato dal mondo in sfacelo che è il mondo vittorioso di oggi, il tedesco cerca la sua salvezza. Cerca di preservare quei valori imperituri, che sono tali per propria natura. Cerca di assicurare la loro permanenza nel mondo riconquistando il rango a cui hanno diritto i loro difensori. Allo stesso tempo combatte per la causa dell&#8217;Europa, per ogni influenza europea che si irradia dalla Germania in quanto centro dell&#8217;Europa… L&#8217;ombra dell&#8217;Africa si proietta sull&#8217;Europa. È nostro compito fare da sentinella sulla soglia dei valori».</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/il-tramonto-delloccidente-2/3546" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-5748" style="margin: 10px;" title="tramonto-dell-occidente" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/tramonto-dell-occidente.jpg" alt="" width="200" height="312" /></a>Moeller definiva il Reich «una vecchia bella idea tedesca che risale al <a title="Medioevo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/medioevo">Medioevo</a>, ed è associata all&#8217;attesa di un regno millenario». Esso sarebbe stato genuinamente socialista e antiliberale. Il terzo capitolo del libro portava come motto le significative parole «Col liberalismo il popolo perisce».Il socialismo tedesco non aveva nulla in comune col materialismo storico marxista e con la lotta di classe internazionale. Era la solidarietà nazionale di un popolo sfruttato dalla plutocrazia straniera; era l&#8217;idea dell&#8217;altruismo al servizio del bene comune anziché del perseguimento del profitto personale. «Dove finisce il marxismo &#8211; scriveva Moeller &#8211; lì comincia il socialismo: un socialismo tedesco, la cui missione è quella di soppiantare nella storia intellettuale dell&#8217;umanità ogni specie di liberalismo. Il socialismo tedesco non è compito di un Terzo Reich. È piuttosto la sua base». Moeller accettava la rivoluzione antiliberale e antiplutocratica di Lenin come un tipo di socialismo nazionale peculiarmente adatto alla Russia e si dichiarava propenso a collaborare con essa purché dirigesse la sua espansione verso l&#8217;Asia e ammettesse la legittimità della missione della Germania nelle terre di confine russo-tedesche.[…]</p>
<p style="text-align: justify;">Oswald Spengler in <em>Preussentum und Sozialismus </em>[Prussianesimo e Socialismo] (1919) fece un altro passo avanti: «Solo quello tedesco è vero socialismo! Il vecchio spirito prussiano e il socialismo, benché oggi sembrino contrari l&#8217;uno all&#8217;altro, sono in realtà tutt&#8217;uno». Questo libro relativamente beve di Spengler rimase sconosciuto al pubblico inglese, ma attrasse molti più lettori tedeschi dei due grossi volumi della sua opera principale. Le idee esposte in <em>Preussentum und Sozialismus </em>furono, come egli stesso confessò, il nucleo (<em>Kern</em>) da cui si sviluppò tutta la sua filosofia. Il libro è basilare non solo per la conoscenza dell&#8217;autore, ma anche per la conoscenza del periodo weimariano. Naturalmente Spengler contrapponeva i suoi prussiani socialisti agli individualisti inglesi attaccati al denaro, che facevano ognuno per conto proprio, mentre i primi erano legati l&#8217;uno all&#8217;altro. Quando gli inglesi lavoravano, lo facevano per smania di successo; i prussiani lavoravano invece per amore del dovere da compiere. In Inghilterra era la ricchezza che contava, in Prussia l&#8217;azione. Il socialismo marxista era profondamente influenzato dalle idee inglesi. Marx infatti, al pari degli inglesi, non ragionava dal punto di vista dello stato, bensì da quello della società. Per lui, come per gli inglesi, il lavoro era qualcosa da comprare e vendere, una merce dell&#8217;economia di mercato, mentre per i prussiani ogni lavoro, da quello del più alto funzionario a quello del più umile manovale, era un dovere, compiuto come un servizio reso alla comunità. A detta di Spengler, Federico Guglielmo I, il re-soldato prussiano del diciottesimo secolo, e non Marx, era stato «il primo socialista cosciente». Soltanto la Prussia era uno stato reale, e quindi uno stato socialista. «Qui, nel senso stretto del termine, non esistevano individui isolati. Chiunque viveva nell&#8217;ambito del sistema, che funzionava con la precisione di una buona macchina, faceva parte della macchina».</p>
<p style="text-align: justify;">Spengler andava a ritroso nella storia per spiegare la differenza fra inglesi e prussiani; il carattere inglese derivava dai saccheggiatori vichinghi, quello prussiano dai devoti Cavalieri Teutonici. Malgrado lo storicismo, ora brillante, ora falso, gli scritti di Spengler intendevano essere non distaccate opere di studio, bensì <em>littérature engagée</em> [letteratura impegnata]. Il suo <em>Preussentum und Sozialismus</em> era infatti un fervido appello alla gioventù tedesca, lanciato nell&#8217;ora della disfatta e dello sconforto. «Nella nostra lotta &#8211; egli scriveva nell&#8217;introduzione &#8211; conto su quella parte della nostra gioventù che sente profondamente, al di là di tutti gli oziosi discorsi quotidiani, […] l&#8217;invincibile forza che continua a marciare in avanti malgrado tutto, una gioventù […] romana nell&#8217;orgoglio di servire, nella umiltà di comandare, preoccupata di chiedere non diritti dagli altri, bensì doveri da se stessa, senza eccezione, senza distinzione, per realizzare il destino che sente nel suo intimo. In questa gioventù vive una tacita coscienza che integra l&#8217;individuo nel tutto, nella nostra cosa più sacra e profonda, un patrimonio di duri secoli, che distingue noi fra tutti i popoli, noi, i più giovani, gli ultimi della nostra civiltà. A questa gioventù io mi rivolgo. Possa essa comprendere quello che ora diventa il suo compito futuro. Possa essere fiera di aver l&#8217;onore di affrontarlo.»</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;appello di Spengler alla gioventù si faceva ancora più fervido alla fine del libro: «Chiamo a raccolta coloro che hanno midollo nelle ossa e sangue nelle vene… Diventate uomini! Non vogliamo più discorsi sulla cultura, sulla cittadinanza mondiale, sulla missione spirituale della Germania. Abbiamo bisogno di durezza, di ardito scetticismo, di una classe di dominatori socialisti. Ancora una volta: socialismo significa potenza, potenza, ancora e sempre potenza. La via verso la potenza è chiaramente segnata: i più valenti lavoratori tedeschi devono unirsi ai migliori rappresentanti del vecchio spirito politico prussiano, gli uni e gli altri decisi a creare uno stato rigidamente socialista, una democrazia nel senso prussiano, gli uni e gli altri legati da un comune senso del dovere, dalla coscienza di un grande compito, dalla volontà di obbedire per dominare, di morire per vincere, dalla forza di compiere tremendi sacrifici per realizzare il nostro destino, per essere quel che siamo e quel che senza di noi non esisterebbe. Noi siamo socialisti. Noi non intendiamo esser stati socialisti invano».</p>
<p style="text-align: justify;">La filosofia spengleriana della storia era concisamente esposta in un brano di <em>Preussentum und Sozialismus</em>: «La guerra è eternamente la più alta forma di esistenza umana, e gli stati esistono per la guerra; essi manifestano per la guerra essi manifestano la loro preparazione alla guerra. Anche se un&#8217;umanità stanca e smorta desiderasse rinunciare alla guerra, essa diventerebbe, anziché il soggetto, l&#8217;oggetto della guerra per cui e con cui gli altri guerreggerebbero».</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/anni-della-decisione/8517" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-5747" style="margin: 10px;" title="anni-della-decisione" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/anni-della-decisione.jpg" alt="" width="200" height="332" /></a>Lo stesso tema viene ripetuto nel secondo volume del <a title="Il tramonto dell'Occidente" href="http://www.libriefilm.com/il-tramonto-delloccidente-2/3546"><em>Tramonto dell&#8217;Occidente</em></a>, apparso nel 1922: «La vita è dura. Essa lascia un&#8217;unica scelta, quella tra vittoria e sconfitta, non quella fra guerra e pace.» E nell&#8217;ultimo libro pubblicato, undici anni dopo, <a title="Anni della decisione" href="http://www.libriefilm.com/anni-della-decisione/8517"><em>Anni della decisione</em></a>, egli affermava con ripetitività quasi hitleriana: «La lotta è il fatto fondamentale della vita, è la vita stessa. La noiosa processione di riformatori, capaci di lasciare come loro unico monumento montagne di carta stampata, è ora finita… La storia umana in un periodo di civiltà altamente evoluta è storia di potenze politiche. La forma di questa storia è la guerra. La pace è soltanto […] una continuazione della guerra con altri mezzi […] Lo stato è l&#8217;essere in forma di un popolo, che è da esso costituito e rappresentato, per guerre attuali e possibili». Questa filosofia della storia ultrasemplificata portava la priorità della politica estera su quella interna, tipica di Ranke, a un estremo palesemente assurdo. Civiltà e <a title="religioni" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religioni</a>, istituzioni e costituzioni, economia e benessere nazionale non contavano più nella storia; non rimaneva che la politica estera, ridotta essa stessa alla guerra e alla preparazione della guerra. Le guerre non erano più eccezioni o incidenti, erano il fatto centrale della vita e della storia, il loro significato e coronamento. La prima nazione moderna che l&#8217;aveva compreso era, secondo Spengler, la Prussia, che su questa consapevolezza basava la sua pretesa di supremazia nella nuova era. «La Prussia &#8211; egli scriveva &#8211; è soprattutto priorità incondizionata della politica estera su quella interna, la cui sola funzione è quella di mantenere la nazione in forma per quel compito.»[…]</p>
<p style="text-align: justify;">Le teorie politiche proclamate da Spengler col tono di un veggente furono esposte, in veste più erudita, da Carl Schmitt, professore di diritto internazionale e costituzionale all&#8217;università di Bonn, per due decenni il più autorevole maestro di diritto pubblico in Germania. I suoi scritti, legati a quelli di Spengler, introdussero una nuova concezione della politica, che riceveva il suo significato non più da quella che era considerata la vita normale della società, bensì da situazioni estreme. Il normale non tendeva più a controllare l&#8217;anormale. […]</p>
<p style="text-align: justify;">La guerra era un momento importante della vita politica e della vita in genere; l&#8217;inevitabile relazione amico-nemico dominava ogni settore. «I punti culminanti della grande politica &#8211; sosteneva Schmitt &#8211; sono quelli in cui si discerne il nemico con estrema concreta chiarezza come nemico». Questa teoria politica corrispondeva al presunto primordiale istinto combattivo dell&#8217;uomo che tendeva a considerare chiunque si frapponesse all&#8217;appagamento dei suoi desideri come un avversario da toglier di mezzo. La tradizionale arte di governo dell&#8217;Occidente, invece, consisteva nel trovare e vie e i mezzi per superare l&#8217;istinto primitivo col negoziato paziente, col compromesso, con uno sforzo di reciprocità, soprattutto con l&#8217;osservanza di leggi universalmente vincolanti.</p>
<p style="text-align: justify;">La totalitaria filosofia di guerra fu così riassunta da Schmitt: «La guerra è l&#8217;essenza di ogni cosa. La natura della guerra totale determina la forma naturale dello stato totale». Comprensibilmente, egli nutriva un profondo disprezzo per il diciannovesimo secolo, «un secolo pieno d&#8217;illusione e frode.» Nel suo stato ideale di quest&#8217;epoca, ovviamente immune da illusioni e frode, la vita nella sua interezza era subordinata al conflitto armato. in tale ordine d&#8217;idee Karl Alexander von Müller, direttore della <em>Historische Zeitschrift </em>[Rivista storica], l&#8217;organo ufficiale degli storici tedeschi, concluse, nel numero di settembre del 1939, un editoriale sulla guerra con le parole: «In questa battaglia d&#8217;animi troviamo il settore delle trincee che è affidato alla scienza storica della Germania. Essa monterà la guardia. La parola d&#8217;ordine è stata data da Hegel: lo spirito dell&#8217;universo ha dato l&#8217;ordine di avanzare; tale ordine sarà ciecamente obbedito».</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">In questo brano di riflessione storica emergono, a nostro avviso, alcuni tipici difetti della storiografia d&#8217;impostazione liberal-democratica, primo fra tutti quello di presentarsi (e percepirsi essa stessa) come la storiografia, immune da passioni e pregiudizi, e perciò titolata a giudicare, davanti al tribunale della storia, tutte le altre ideologie. Intendiamoci: molti giudizi sono pertinenti e perfettamente condivisibili. Giusto porre l&#8217;accento sulle responsabilità politiche ed etiche degli intellettuali tedeschi dell&#8217;epoca di Weimar nell&#8217;aver spianato la strada al nazismo; giusto evidenziare la rozzezza e le eccessive semplificazioni della filosofia della storia di Moeller, Spengler, Schmitt; e giusto anche aver richiamato il fatto che il successo di quella impostazione dei problemi politici, nella cultura e nella società, non sarebbe stato possibile se non vi fosse stata una lunga preparazione, da parte di generazioni e generazioni di intellettuali che li avevano preceduti.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/la-rivoluzione-conservatrice-nella-germania-della-repubblica-di-weimar/6584" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-5741" style="margin: 10px;" title="rivoluzione-conservatrice" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/rivoluzione-conservatrice.jpg" alt="" width="200" height="307" /></a>In che cosa verte, dunque, la nostra perplessità, davanti all&#8217;approccio storiografico di Kohn? Essenzialmente nel fatto che egli, tutto preso dal suo <em>pathos </em>moralistico, sembra essersi scordato che il compito primo e fondamentale del mestiere di storico (e anche dello storico del pensiero) non è quello di giudicare, ma di sforzarsi di capire. Il che, naturalmente &#8211; giova ripeterlo, onde evitare il solito malinteso tanto caro ai moralisti in male fede &#8211; non significa giustificare alcunché. Nel caso specifico, a Kohn è sfuggita la comprensione di quanto di originale poteva esservi nella &#8220;<a title="rivoluzione conservatrice" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/rivoluzioneconservatrice">rivoluzione conservatrice</a>&#8221; che ha coinvolto, oltre a Moeller, Spengler e Schmitt, anche personalità della statura di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Heidegger</a></span>, <a title="Ernst Junger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a>, Frobenius, Gogarten e, per certi versi, anche Jung; per non parlare, fuori della Germania, di <a title="Hamsun" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a>, Pound, <a title="Evola" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/julius-evola">Evola</a>, Gentile, Ungaretti, <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/luigi-pirandello" target="_blank">Pirandello</a></span>, Unamuno, Barrés, <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/mircea-eliade/">Eliade</a></span>, … dobbiamo continuare? E occorre ricordare che alcuni di questi intellettuali, anche fra quelli particolarmente presi di mira da Kohn, ebbero il coraggio di opporsi al nazismo, o ad aspetti significativi della sua politica, esponendosi in prima persona? Il tanto vituperato Spengler rifiutò di aderire al fanatico antisemitismo nazista e avrebbe subito gravi rappresaglie, se la morte non fosse giunta in buon punto, nel 1936, per metterlo al riparo da esse. <a title="Jünger " href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a>, col romanzo <a title="Sulle scogliere di marmo" href="http://www.libriefilm.com/sulle-scogliere-di-marmo/271"><em>Sulle scogliere di marmo</em></a>, presentò apertamente Hitler come un malvagio e dissennato timoniere che porta la nave della Germania verso la catastrofe; e suo figlio venne ucciso dai nazisti. <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Heidegger</a></span>, come è noto, si dissociò al regime e si chiuse in un cupo silenzio, pur non schierandosi esplicitamente contro di esso.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma, si dirà, Kohn non accusa costoro di essere stati dei cripto-nazisti, bensì di avere oggettivamente spianato il terreno della cultura tedesca all&#8217;influsso nefasto del nazismo. Senonché, è proprio quell&#8217;avverbio, oggettivamente (che ricorda, guarda caso, altri climi politici e altre condanne spicciole), che ci sembra ingeneroso e poco corretto dal punto di vista del metodo. In un&#8217;epoca di crisi, morale non meno che materiale, gli intellettuali vanno anch&#8217;essi a tentoni e non li si può accusare con troppa disinvoltura di aver preparato le catastrofi a venire, istituendo per loro una sorta di retroattività morale. Lungi da noi voler minimizzare le responsabilità degli intellettuali; senz&#8217;altro alcuni di essi sono stati dei cattivi maestri, e ne portano tutta intera la responsabilità. Occorre, però, distinguere bene i due piani della riflessione: quello storico e quello etico. Se il libro di Kohn, <em>I Tedeschi</em>, vuol essere un libro di storia, è necessario che del metodo storico accetti le premesse e l&#8217;impostazione generale: la priorità rivolta allo sforzo di comprendere, innanzitutto. E non ci pare che egli abbia fatto molto in tal senso. Non ha tenuto conto del punto di vista interno della società tedesca nel periodo della Repubblica di Weimar; e non ha tenuto conto della frustrazione e del risentimento, in parte comprensibili, con i quali il popolo tedesco visse quel periodo, dopo che a Versailles Clemenceau era riuscito a far prevalere la logica della pace &#8220;punitiva&#8221; e dopo che l&#8217;inflazione aveva polverizzato non solo i risparmi e i frutti del lavoro di una intera generazione, ma anche &#8211; apparentemente &#8211; le speranze di rinascita del popolo tedesco.</p>
<p style="text-align: justify;">Se la famosa pugnalata alla schiena è, infatti, un mito bello e buono, inventato dalla cricca militare prussiana per scaricare sulla società civile, e specialmente sulla socialdemocrazia, la responsabilità della sconfitta in quella guerra che essa aveva fortemente voluto, considerandola &#8211; a torto o a ragione &#8211; necessaria e inevitabile per la sopravvivenza della Germania come grande potenza, vi sono pochi dubbi &#8211; a nostro parere &#8211; che il popolo tedesco, al termine della prima guerra mondiale (e, di nuovo, con la crisi della Ruhr del 1923), fu vittima di una grossa ingiustizia storica. Se si fa astrazione da ciò, si rischia di non capire come le parole e gli slogan degli intellettuali conservatori tedeschi ebbero tanta risonanza e tanto successo, specialmente fra la gioventù, negli anni Venti e all&#8217;inizio degli anni Trenta. Lo storico, invece &#8211; anche e, per certi aspetti, soprattutto lo storico del pensiero &#8211; deve sempre e rigorosamente contestualizzare. Non si può comprendere Lutero fuori del proprio tempo e della propria situazione storica; non si può comprendere Kant; non si può comprendere Hegel o Nietzsche o <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Heidegger</a></span>. In verità, non si può comprendere niente; a meno che si immagini che il pensiero non vada in nulla debitore della società che lo esprime.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/scritti-politici-e-di-guerra-1919-1933-vol-1-1919-1925/2856" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-5743" style="margin: 10px;" title="scritti-politici-e-di-guerra-1" src="../wp-content/uploads/scritti-politici-e-di-guerra-1.jpg" alt="" width="200" height="300" /></a>Un’altra riflessine di carattere generale che ci sembra opportuno fare è che la sconfitta, così nella vita del singolo individuo come in quella dei popoli, è portatrice di una crisi che può anche essere salutare, perché costringe, letteralmente, a prendere atto di una inadeguatezza e a elaborare delle strategie per superare le presenti difficoltà. La società tedesca non era stata certo l’unica responsabile della tragedia del 1914-1918; ma, alla fine della guerra, si trovò dalla parte del perdente e quindi, automaticamente, dalla parte del torto (cosa che si sarebbe ripetuta di lì a ventisette anni). Una clausola del trattato di pace imponeva ai rappresentanti della Germania di firmare una dichiarazione in cui la loro patria si assumeva, tutta intera, la responsabilità di quanto era accaduto: e questo sotto la minaccia di una ripresa immediata della guerra. Mai si era vista una simile prepotenza giuridica, per giunta sotto l’ipocrita bandiera del democraticismo wilsoniano; ma Erzberger dovette trangugiare, a nome del suo popolo, l’amaro boccone (cosa che ne provocò la condanna a morte da parte dell’estremismo nazionalista: condanna che fu eseguita, pochi anni dopo, da un giovane assassino).</p>
<p style="text-align: justify;">Né basta. Per tre volte – nel 1919, nel 1923 e nel 1929 – l’economia tedesca fu travolta dalla terribile bufera della crisi economica, che spazzò il risparmio e creò milioni e milioni di disoccupati. Ogni volta la società tedesca riusciva a rimettersi in piedi, compiendo degli sforzi veramente titanici, un intervento esterno la rigettava a terra. Nel 1919 la pace punitiva – con le mutilazioni territoriali, la perdita delle colonie e della marina, l’enorme indennità di guerra da pagare agli Alleati; nel 1923 l’occupazione francese e belga del bacino minerario della Ruhr, che rendeva ancor più impossibile soddisfare quei pagamenti; nel 1929 il crollo della borsa di Wall Street, cui gli speculatori della finanza ebraica newyorkese non furono certo estranei: e la terza volta spianò la strada a Hitler. C’è da chiedersi, semmai, come poté resistere tanto a lungo la società tedesca alle sirene del nazismo, con la comunità internazionale ben decisa a distruggerne la volontà di ripresa e la Lega delle Nazioni, comodo paravento giuridico-morale delle plutocrazie britannica e francese, a fare da cane da guardia alle assurde decisioni politiche e territoriali della Conferenza di Versailles.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/il-crepuscolo-della-repubblica-di-weimar/8518" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-5745" style="margin: 10px;" title="il-crepuscolo-della-repubblica-di-weimar" src="../wp-content/uploads/il-crepuscolo-della-repubblica-di-weimar.jpg" alt="" width="200" height="299" /></a>Tale il contesto del decennio preso in esame da Kohn (1923-33), e che egli chiama “la marcia verso l’abisso”, attribuendone tutta la responsabilità morale agli intellettuali tedeschi, che avrebbero dissennatamente predicato la violenza e l’esasperazione del darwinismo sociale e del machiavellismo politico. Egli conclude affermando che, per opera di Schmitt e di Spengler, penetrò nella cultura tedesca “una nuova concezione della politica, che riceveva il suo significato non più da quella che era considerata la vita normale della società, bensì da situazioni estreme. Il normale non tendeva più a controllare l&#8217;anormale”. Omette però di precisare che la Germania, a causa della miopia e dell’egoismo delle classi dirigenti britanniche, francesi e americane, da oltre un decennio non viveva affatto in una situazione “normale”; che potenti forze economico-finanziarie internazionali facevano di tutto per tenerla in una condizione di cronica e disperata anormalità.</p>
<p style="text-align: justify;">Così pure, quando Spengler afferma che «La vita è dura. Essa lascia un&#8217;unica scelta, quella tra vittoria e sconfitta, non quella fra guerra e pace», Kohn omette di precisare che questa visione cinica e brutale della vita umana era stata ampiamente diffusa (anche se non “inventata”) dall’egoismo e dalla cecità dei vincitori di Versailles. Era stata la loro politica ad insegnare agli sconfitti la dura legge del <em>vae victis</em>, la legge inumana secondo la quale la pace è un lusso degli oziosi e degli imbelli o un’utopia dei sognatori, e che la sola cosa che conta è la forza. Per giunta, i brutali vincitori avevano ammantato tale machiavellismo con le vesti rispettabili dell’umanitarismo wilsoniano e della democrazia liberale, sanzionando <em>a posteriori</em>, con una capillare opera di propaganda e di diplomazia internazionale, il puro e semplice trionfo della forza. Come avrebbero fatto col processo di Norimberga (e con quello di Tokyo) alla fine della seconda guerra mondiale. Un processo ove i crimini tedeschi (e giapponesi) vennero giudicati dagli stessi vincitori, ragion per cui nessun fiatò sui crimini anglo-americani e sovietici.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma veniamo allo specifico, e cioè alle caratteristiche fondamentali della cultura tedesca nel decennio 1923-33, in cui Kohn vede solo e unicamente una marcia verso l’abisso, una preparazione del diluvio nazista, mentre gli sfuggono completamente le esigenze autentiche e legittime di rinnovamento che si esprimevano in quel contesto e con quella tradizione storica: elementi dai quali non è lecito prescindere, a meno di fare un’operazione culturale altamente anti-storica. Non entriamo ora nel merito della filosofia di Mueller, Spengler, Schmitt, e neanche di <a title="Jünger " href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a>, Wittgenstein o Gogarten, perché ciò esulerebbe, e di molto, dai limiti che ci siamo prefissi. Desideriamo piuttosto far notare che questi autori (che, fra l’altro, non vanno arbitrariamente omologati, pena il perdere di vista la specificità intellettuale di ciascuno d’essi) testimoniano uno sforzo del pensiero per trovare nuove certezze dopo le tremende delusioni e i traumi del periodo precedente e, al tempo stesso, un tentativo di ridefinire lo spazio culturale della Mitteleuropa, e anche dell’Europa in generale, nei confronti di un “Occidente” sentito ormai come una realtà socio-culturale al tempo stesso obsoleta e artificiale. In questo senso, furono i promotori di un’autocritica del pensiero europeo: autocritica, ripetiamo, nata dalla sconfitta e dall’umiliazione nazionale; mentre nulla di simile fu neanche immaginato dalla cultura delle nazioni vincitrici, tutte intente a godersi il bottino di Versailles e, semmai, a giocare cinicamente sulle rivalità dei nuovi, piccoli Stati dell’Europa centrale (Cecoslovacchia, Jugoslavia, ecc.) sorti dallo sfacelo del vecchio ordine europeo.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/la-lotta-contro-il-formalismo-giuridico-nella-dottrina-dello-stato-di-weimar/8519" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-5746" style="margin: 10px;" title="lotta-contro-il-formalismo-giuridico" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/lotta-contro-il-formalismo-giuridico.jpg" alt="" width="158" height="240" /></a>È vero, gli intellettuali inglesi e francesi degli anni Venti non hanno seminato idee ultranazionaliste e guerrafondaie. Non ve n&#8217;era bisogno: la cultura di quei Paesi si godeva la meravigliosa sensazione di aver affrontato e superato una dura prova e, alla fine, di aver contribuito al trionfo della giustizia, della libertà, della democrazia. Gli intellettuali tedeschi &#8211; e, a maggior ragione, quelli austriaci o dell&#8217;area ex asburgica: Musil, Roth, Kafka, von Rezzori, <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/emil-cioran">Cioran</a></span> &#8211; erano costretti a interrogarsi non solo sulla sconfitta e sulla disintegrazione della vecchia Mitteleuropa, ma anche sull&#8217;incipiente disintegrazione dello spirito europeo, sulla stessa disintegrazione dell&#8217;Io come soggetto unitario della coscienza. Avevano a che fare con una situazione estrema, e fecero del loro meglio per trovare un raggio di luce, una indicazione che li guidasse fuori dalla crisi, verso il futuro. Possiamo discutere la saggezza della via da essi battuta e dissentire da alcuni aspetti della loro polemica; tuttavia, se vogliamo essere onesti, dobbiamo riconoscere che non tutte le ragioni della loro polemica erano infondate.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando Spengler, ad esempio, affermava che &#8220;per Marx, come per gli inglesi, il lavoro era qualcosa da comprare e vendere, una merce dell&#8217;economia di mercato, mentre per i prussiani ogni lavoro, da quello del più alto funzionario a quello del più umile manovale, era un dovere, compiuto come un servizio reso alla comunità&#8221;, non ci sembra che dicesse cosa molto lontana dal vero. Anche l&#8217;osservazione che nel vecchio sistema prussiano erano impliciti elementi di socialismo e che, ad ogni modo, in Germania il senso dei valori collettivi prevaleva sull&#8217;individualismo, non era peregrina; come non era infondata la convinzione di Moeller che il regime bolscevico, per le sue istanze profonde antiplutocratiche, fosse &#8211; nonostante le apparenze &#8211; ideologicamente più vicino agli interessi e al sentire del popolo tedesco di quanto non lo fossero i sistemi liberal-democratici dell&#8217;Europa occidentale e degli Stati Uniti. La polemica degli intellettuali tedeschi contro l&#8217;umanitarismo era sicuramente riprovevole, così come pericoloso il loro continuo soffiare sul fuoco del nazionalismo esasperato. Però bisogna rendersi conto di una cosa: essi sentivano il dovere di ricorrere a ogni mezzo per rimettere in piedi un popolo che era stato ridotto in ginocchio e che era tuttora vittima di una ingiustizia storica. La spettacolare crescita economica, culturale e sociale tedesca del Secondo Reich, fra il 1871 e il 1918 (sì, anche sociale: con una delle legislazioni del lavoro fra le più avanzate al mondo) era stata letteralmente strangolata da una coalizione mondiale che adesso era ben decisa a impedire che la Germania si rialzasse e tornasse a mettere in pericolo i privilegi acquisiti dalle potenze mondiali più vecchie.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/la-profezia-del-terzo-regno-dalla-rivoluzione-conservatrice-al-nazionalsocialismo/9960" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-8633" style="margin: 10px;" title="la-profezia-del-terzo-regno" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/la-profezia-del-terzo-regno.jpg" alt="" width="200" height="281" /></a>Gli storici come H. Kohn, implicitamente o esplicitamente, rimproverano agli intellettuali tedeschi di quel periodo di non aver fatto nulla per convogliare le simpatie dei loro compatrioti verso gli istituti della democrazia. Così facendo, sembrano dimenticare un elemento fondamentale, che oggi si ripete in Iraq e in varie altre parti del mondo: la democrazia era stata, per la Germania, non il punto d&#8217;arrivo di un processo interno e naturale, ma la conseguenza della sconfitta e, in un certo senso, una imposizione dei vincitori. Quantomeno, gli Alleati si erano serviti della Repubblica democratica di Weimar per presentare al popolo tedesco il conto salatissimo della Conferenza di Versailles e della pace-capestro. Portata al potere dal doppio trauma della disfatta militare e del diktat dei vincitori, la Repubblica non era amata e, soprattutto, non era sentita come parte della tradizione storica nazionale.</p>
<p style="text-align: justify;">Si può, naturalmente, chiamare in causa la scarsa maturità politica della classe dirigente tedesca e, più in generale, la tradizione filistea del ceto medio, sempre pronto &#8211; in particolare dal 1870 &#8211; ad applaudire il vincitore di turno, ossia qualunque governo capace di portare al successo l&#8217;affermazione dello Stato con la forza materiale. Questo, certamente, era il <em>peccatum originalis </em>del Secondo Reich: il &#8220;patto col diavolo&#8221; della borghesia tedesca che, nel 1866 e nel 1870, si era inchinata davanti alla politica di Bismarck solo perché, sul piano della pura forza, si era dimostrata vincente. Ma sarebbe antistorico e ingeneroso addossare tutte le colpe agli intellettuali che, negli anni Venti, dovettero procedere alla liquidazione del vecchio mondo e delle vecchie certezze a prezzi fallimentari; e che, contemporaneamente, dovettero cercare in tutta fretta di fornire nuovi orientamenti al loro popolo traumatizzato e demoralizzato.</p>
<p style="text-align: justify;">Più in generale, ci sembra che la vicenda della cosiddetta &#8220;<a title="Rivoluzione conservatrice" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/rivoluzioneconservatrice">rivoluzione conservatrice</a>&#8221; segni l&#8217;ultimo sprazzo di vitalità della cultura europea, l&#8217;ultima sua reazione davanti alle forze inumane e omologanti che oggi chiamiamo della globalizzazione, ma che già allora venivano percepite come una americanizzazione del vecchio continente, capace di fare piazza pulita, in nome della borsa, del profitto e dei metodi tayloristici di organizzazione scientifica del lavoro, dell&#8217;anima stessa del vecchio continente. Si può interpretare l&#8217;opera filosofica di Mueller, Spengler, Schmitt e <a title="Jünger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a> come una reazione, aristocratica e popolare al tempo stesso, contro gli aspetti più minaccioso della modernità, primo fra tutti il prevalere delle logiche del mercato su quelle della società civile, della quantità sulla qualità, dell&#8217;egoismo privato sull&#8217;interesse collettivo. In breve, si può interpretare il pensiero di quegli autori come un tentativo disperato, nostalgico e anti-moderno, di ripristinare i valori tramontati dell&#8217;aristocrazia davanti al trionfo degli aspetti più massificanti ed egoistici dello spirito borghese.</p>
<p style="text-align: justify;">Certo, vi furono molte, troppe scorie all&#8217;interno di un tale tentativo; vi fu un uso irresponsabile di slogan aggressivi e razzisti; vi fu un disprezzo esagerato e irragionevole per tutto quanto, a torto o a ragione, era considerato parte di quello spirito borghese e, pertanto, parte di quel quadro internazionale che aveva penalizzato così duramente la patria tedesca. Vi furono molte semplificazioni assurde, molti facili luoghi comuni e un uso troppo disinvolto di formule dall&#8217;intrinseco potere distruttivo, che avrebbero sospinto alla catastrofe la società tedesca per la seconda volta nel volgere di una sola generazione. Però, lo ripetiamo, occorre tener conto della particolare situazione tedesca, anche sul piano internazionale. Da una parte la Russia staliniana, dall&#8217;altra i vincitori di Versailles, chiusi e sordi a ogni senso di equità e di saggezza, protesi unicamente a sfruttare al massimo i loro immensi imperi coloniali e i profitti giganteschi che la guerra stessa, come nel caso degli Stati Uniti, aveva portato loro.</p>
<p style="text-align: justify;">La Germania, pertanto, si sentiva come una cittadella assediata e abbandonata alle sue risorse; o trovava in se stessa la forza di reagire, o sarebbe perita, forse per sempre. Questo videro i Mueller, gli Spengler e gli Schmitt. Bisognerebbe tener conto del dramma che stava vivendo il loro popolo, prima di giudicarli con una severità dettata dal senno di poi e da una serie di pregiudizi ideologici che derivano proprio dal fatto che la storia, una volta di più, l&#8217;hanno fatta e continuano a farla i vincitori. Basti pensare al destino riservato, circa vent&#8217;anni dopo, al cuore della Germania, la vecchia Prussia: smembrata, svuotata dei suoi abitanti con una spietata pulizia etnica, cancellata totalmente dalla carta geografica. <em>Vae victis</em>, appunto: gli Alleati, nel 1945 come nel 1918, non amavano i toni rozzi e aggressivi alla Spengler, ma agivano esattamente in base a quei criteri, brutali e machiavellici, che tanto li disgustavano quando a teorizzarli erano i Tedeschi.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/gli-intellettuali-tedeschi-e-la-crisi-di-weimar.html' addthis:title='Gli intellettuali tedeschi e la crisi di Weimar ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Jünger, ribelle della modernità</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Jun 2010 15:10:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Iacona</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dopo averci detto verso quale abisso correva il genere umano (e dopo aver esplicitato a un tempo «forma» e rimedi), Jünger  ha preferito occuparsi anche d’altro]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/junger-ribelle-della-modernita.html' addthis:title='Jünger, ribelle della modernità '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/ernstjunger48x48.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Ernst Jünger" /><br/><p style="text-align: justify;">
<div id="attachment_5290" class="wp-caption alignright" style="width: 362px"><img class="size-full wp-image-5290" title="ernst-junger" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/ernst-junger.jpg" alt="Ernst Jünger con la decorazione 'Pour le mérite'" width="352" height="530" /><p class="wp-caption-text">Ernst Jünger con la decorazione &#39;Pour le mérite&#39;</p></div>
<p style="text-align: justify;">Il 29 marzo del 1998, <a title="Ernst Jünger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Ernst Jünger</a> avrebbe dovuto compiere 103 anni. Il  17 febbraio dello stesso anno, tuttavia, si spegneva all’ospedale di  Riedlingen nei pressi di Wilflingen nell’Alta Svevia, dove abitava da  lungo tempo. I commenti sulla stampa dell’epoca furono quasi tutti di  questo tipo: «È scomparso il testimone del <a title="Novecento" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/storia-contemporanea">Novecento</a>». Nato nel 1895 ad  Heidelberg, città dei filosofi, <a title="Jünger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a> era stato protagonista degli  eventi più importanti del secolo trascorso a cominciare dalle due guerre  mondiali. Noto per esser stato parte essenziale di quella corrente di  pensiero conosciuta come “<a title="Rivoluzione conservatrice" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/rivoluzioneconservatrice">Rivoluzione conservatrice tedesca</a>”, ebbe  interessi sterminati: dall’entomologia ai romanzi polizieschi di cui fu  anche singolare autore (<em>Eine Gefährtliche Begegnung</em> &#8211; 1985). La raccolta  dei suoi diari (di guerra, ma non solo), resta a detta di tutti un  gioiello della <a title="Letteratura" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/letteratura">letteratura</a> del ‘900.</p>
<p style="text-align: justify;">Una retrospettiva sull’attività del Nostro condurrebbe lontanissimo  coincidendo, almeno in parte, con la storia d’Europa, fino ai primi anni  del secondo Dopoguerra. Più utile una disamina sulle figure che <a title="Ernst Jünger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Ernst  Jünger</a> ha saputo tratteggiare nel corso del suo interminabile percorso  intellettuale. Cronologicamente è dal soldato che bisogna partire. <a title="Ernst Jünger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger"> Jünger</a> va ricordato per averci trasmesso un’idea della guerra (ci  riferiamo alla prima delle due guerre mondiali), che rimarrà come  manifesto di uno spirito eroico per molti da imitare (ma a nostro  giudizio inimitabile). <a title="Ernst Jünger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a> mostra il lato della guerra che rifugge da  un approccio morale; le sofferenze sono soltanto le sofferenze di un  uomo in trincea, i morti non hanno nome, né famiglie ad attenderli,  l’eroismo, in situazioni limite non può non prescindere dalla <em>pietas </em>e  in sostanza dalla normalità dei sentimenti. Da questo punto di vista la  sua opera più celebre e innovativa è <em>In Stahlgewittern</em> (<a title="Nelle tempeste d'acciaio" href="http://www.libriefilm.com/nelle-tempeste-dacciaio/2857"><em>Nelle tempeste  d’acciaio</em></a>), un diario-romanzo, pubblicato a due anni dalla fine della  Grande Guerra. Il giovane Ernst vi appare come l’uomo dell’obbedienza e  del silenzio. C’è uno Stato Maggiore da qualche parte del Reich che  somministra piani di guerra ai sottoposti e c’è un protagonista  solitario d’un evento e d’un libro: il soldato che sconosce le decisioni  prese dai superiori e le motivazioni di respiro strategico delle azioni  intraprese. <em>In Stahlgewittern</em> è un libro moderno, si dice, poiché  mostra senza perifrasi le conseguenze dei conflitti, appunto, moderni. È  un libro pensato all’interno d’un cimitero in pieno giorno, quando  nessuna immagine può sfuggire allo sguardo sul filo delle lapidi.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/nelle-tempeste-dacciaio/2857" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-5291" style="margin: 10px;" title="tempeste-acciaio" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/tempeste-acciaio.jpeg" alt="" width="200" height="313" /></a> Gli europei stanno combattendo una guerra terribile che richiama alla  mente una sola parola: coraggio. Quel che importa non è la solidità  delle trincee ma l’animo degli uomini che le occupano. Nell’inferno del  Vecchio Continente, la scoperta della <em>Materialschlacht </em>(la «battaglia  dei materiali») è l’evento cardine nel processo di formazione delle idee  jüngeriane, il valore individuale sembra annullato dallo strapotere  della tecnica. La meccanizzazione della guerra e le conseguenze che ne  discendono, saranno comprese dal soldato-<a title="Ernst Jünger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a> in tutta la loro forza  epocale. Si può essere ancora <em>men without fear</em>? È questo l’interrogativo  che conta.</p>
<p style="text-align: justify;">Finisce la guerra. Inizia la parentesi della repubblica di Weimar  (1919-1933). <em>Der Arbeiter. Herrschaft und Gestalt</em> (<a title="L'Operaio" href="http://www.libriefilm.com/loperaio/301"><em>L’Operaio. Dominio e  forma</em></a> &#8211; 1932) è l’opera teoretica più importante di questo periodo e  forse di tutta la produzione jüngeriana. Attraversando temi e stili  diversi <a title="Ernst Jünger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a> è arrivato alla seconda figura importante: il tipo  dell’operaio (o milite del lavoro). Essa non appartiene ad una classe e  soprattutto non ha legami di continuità con i regimi storici pre e post  rivoluzionari: il lavoratore non è il quarto stato, né custodisce al  proprio interno valori esclusivamente economici. Nel lavoratore <a title="Ernst Jünger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a> vede una «forma particolare agente secondo leggi proprie che segue una  propria missione e possiede una propria libertà», un tipo a se stante  dunque, il protagonista della modernità destinato a sostituirsi  all’individuo e alla comunità. L’avanguardia di una nuova «forma» che  non subirà alcun tipo di uniformazione. Nell’era dell’operaio, la massa  non sarà più un agglomerato amorfo ma un insieme composto di cellule con  una propria gerarchia di quadri. La volontà dei capi sarà la volontà di  tutti e quest’ultima, espressione delle volontà particolari. L’idea  jüngeriana del lavoro oltre ad eliminare le contraddizioni all’interno  della società borghese darà all’uomo la libertà e la forza desiderate.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/loperaio/301" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-5292" style="margin: 10px;" title="operaio" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/operaio.jpeg" alt="" width="200" height="324" /></a> Cosa unisce il combattente delle trincee, con questa figura epocale?  L’interrogativo non è ozioso. C’è in proposito una ricca <a title="letteratura" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/letteratura">letteratura</a>.  Nel libretto di Delio Cantimori: <em>Tre saggi su Jünger, Moeller van den  Bruck, Schmitt</em>, per esempio, il milite del lavoro è l’asceta costruttore  di una nuova società, «la cui rinunzia ad ogni personale sentimento e ad  ogni motivo d’azione individuale, il cui contegno generale posson esser  paragonati solo con quelli del soldato, del milite, come s’è presentato  specie verso l’ultima epoca più meccanica della guerra mondiale». In  realtà l’operaio è una figura limite.</p>
<p style="text-align: justify;">Esso si delinea in senso essenzialmente dualistico: erede diretto del  soldato, dell’asceta guerriero e principio cardine e chiave di lettura  ontologica. Figura a un tempo storica e astorica: nato ma destinato a  mai perire. Il soldato è una figura empirica, occasionale, l’operaio  invece è una figura quasi metafisica. Eroi entrambi. L’uno legato ai  fatti di guerra, l’altro <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbolo</a> d’una nuova era.</p>
<p style="text-align: justify;">Soldato e operaio: due figure diverse dunque. Due entità poco  confrontabili, misure e tempi che non coincidono. Ma c’è una cosa in  comune: lo sforzo jüngeriano di eternizzare la posa del combattente, di  trasferire lo spirito della vittoria nello spirito del dominatore  civile, nell’uomo moderno tout court. In questo senso possiamo  considerare <em>Der Arbeiter</em> un libro di guerra messo su in tempo di pace.</p>
<p style="text-align: justify;">Al soldato s’addice la “tempesta” (l’alternarsi degli elementi: comincia  a tempestare, finisce di tempestare…), l’operaio è invece legato  all’“acciaio”, al panorama d’una modernità tipologica al confine tra  fisica e metafisica.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/heliopolis/294" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-5293" style="margin: 10px;" title="heliopolis" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/heliopolis.jpeg" alt="" width="200" height="316" /></a>Ma non è tutto. C’è uno <a title="Ernst Jünger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a> del dopoguerra (quello superficialmente  conosciuto come ribelle) che attraverso saggi e romanzi (<em><a title="Heliopolis" href="http://www.libriefilm.com/heliopolis/294">Heliopolis</a> </em>-  1950, tanto per cominciare e anche l’arcifamoso <em><a title="Der Waldgang" href="http://www.libriefilm.com/trattato-del-ribelle/499">Der Waldgang</a> </em>- 1951),  tratteggia una figura se vogliamo ancor più complessa dell’operaio. Si  tratta dell’anarca, o di colui che va incontro al bosco. C’è una  dimensione a un tempo “naturale” ed escapista nello <a title="Ernst Jünger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a> del secondo  Dopoguerra (non dimentichiamo peraltro né la sua fama di <a title="contemplatore solitario" href="http://www.libriefilm.com/il-contemplatore-solitario/419">contemplatore  solitario</a> né di studioso del regno degli insetti).</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo aver rappresentato la modernità con le sue cornici  teorico-pratiche, dopo averci detto che nessuno sarebbe sfuggito al  destino di lavoratore e uomo massa (seppur fosse nelle sue capacità il  non farsi annullare da questa), l’uomo di Heidelberg decide di  abbandonare le posizioni. C’è dunque una singolarità in questo terza  figura jüngeriana. Quello che è stato chiamato il ribelle è in realtà un  uomo che smette la «divisa» del combattente.</p>
<p style="text-align: justify;">Del resto dopo averci detto verso quale abisso correva il genere umano  (e dopo aver esplicitato a un tempo «forma» e rimedi), <a title="Ernst Jünger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a> ha  preferito occuparsi anche d’altro.</p>
<p style="text-align: justify;">Quel che c’era da dire era stato già detto: l’eroe di guerra ha scelto  di proseguire la vita cacciando farfalle.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>Linea </em>del 29 giugno 2010.</p>
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		<title>Les mentions de l&#8217;œuvre de Christoph Steding dans les écrits d&#8217;Evola</title>
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		<pubDate>Tue, 08 Sep 2009 08:49:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Robert Steuckers</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Christoph Steding (1903-1938), jeune érudit issu d'une très ancienne famille paysanne de Basse-Saxe, conduit une enquête monumentale sous le titre de Das Reich und die Krankheit der europäischen Kultur]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/mentions-de-christoph-steding-dans-evola.html' addthis:title='Les mentions de l&#8217;œuvre de Christoph Steding dans les écrits d&#8217;Evola '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/evola48x48.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Julius Evola" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/rivoluzione-conservatrice.PNG" width="48" height="48" alt="" title="Rivoluzione conservatrice" /><br/><p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.amazon.fr/gp/product/3902475021?ie=UTF8&amp;tag=centrostudila-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=1642&amp;creative=6746&amp;creativeASIN=3902475021" target="_blank"><img class="alignright" style="margin: 10px;" title="die-konservative-revolution" src="../wp-content/die-konservative-revolution-196x300.jpg" alt="" width="196" height="300" /></a>Christoph Steding (1903-1938), jeune érudit issu d&#8217;une très ancienne famille paysanne de Basse-Saxe, reçoit en 1932 une bourse de la Rockefeller Foundation pour étudier l&#8217;état de la culture et les aspirations politiques dans les pays germaniques limitrophes de l&#8217;Allemagne (Pays-Bas, Suisse, Scandinavie). Cette enquête monumentale prendra la forme d&#8217;un gros ouvrage, posthume et inachevé, de 800 pages. La mort surprend Steding, miné par une affection rénale, dans la nuit du 8 au 9 janvier 1938. Un ami fidèle, le Dr. Walter Frank (1905-1945), classe et édite les manuscrits laissés par le défunt, sous le titre de <em>Das Reich und die Krankheit der europäischen Kultur</em> (=<em>Le Reich et la maladie de la culture européenne</em>). Le thème central de cet ouvrage: l&#8217;effondrement de l&#8217;idée de Reich à partir des traités de Westphalie (1648) a créé un vide en Europe centrale, lequel a contribué à dépolitiser la culture. Cette dépolitisation, pour Steding, est une pathologie qui s&#8217;observe très distinctement dans les zones germaniques à la périphérie de l&#8217;Allemagne. Toutes les productions culturelles nées dans ces zones sont marquées du stigmate de cette dépolitisation, y compris l&#8217;œuvre de Nietzsche, à laquelle Steding adresse de sévères reproches.</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.amazon.fr/exec/obidos/redirect?link_code=ur2&amp;tag=centrostudila-21&amp;camp=1642&amp;creative=6746&amp;path=ASIN%2F2868477879%2Fqid%3D1147101676%2Fsr%3D1-3%2Fref%3Dsr_1_8_3" target="_blank"><img class="alignleft" style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="../immagini/larevolutionconservatrice.bmp" border="0" alt="Barbara Koehn, La Révolution conservatrice et les élites intellectuelles" width="89" height="140" /></a>L&#8217;Europe n&#8217;est saine que lorsqu&#8217;elle est vivifiée par l&#8217;idée de Reich. Les traités de Westphalie font que la périphérie de l&#8217;Europe tourne le dos à son noyau central, qui l&#8217;unifiait naturellement, par l&#8217;incontournable évidence de la géographie, sans exercer la moindre coercition. La Suisse se replie dans sa «coquille alpine»; la Hollande amorce un processus colonial qu&#8217;elle ne peut parachever par manque de ressources; la France devient grande puissance en pillant ce qui reste du Reich, en annexant l&#8217;Alsace, en ravageant la Franche-Comté comme le Palatinat et en ruinant la Lorraine; l&#8217;Angleterre tourne résolument le dos au continent pour dominer les mers. Ce processus d&#8217;extraversion contribue à faire basculer toute l&#8217;Europe dans l&#8217;irréalisme politique. Commencée dans la violence par les colonisateurs anglais et hollandais, cette extraversion, qui disloque notre continent, se poursuit dans la défense et l&#8217;illustration d&#8217;un libéralisme politique, culturel et moral délétère, qui corrompt les instincts. Ce phénomène involutif s&#8217;observe dans les littératures ouest-européennes du XIXième et du XXième siècles, où le psychologique et le pathologique sont dominants au détriment de tout ancrage dans l&#8217;histoire. Les énergies humaines ne sont plus mobilisées pour la construction permanente de la Cité mais détournées vers l&#8217;inessentiel, vers la réalisation immédiate des petits désirs sensuels ou psychologiques, vers la consommation.</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.amazon.de/exec/obidos/redirect?link_code=ur2&amp;tag=centrostudi0e-21&amp;camp=1638&amp;creative=6742&amp;path=ASIN%2F3926584491%2Fqid%3D1147098573%2Fsr%3D1-1%2Fref%3Dsr_1_8_1" target="_blank"><img class="alignright" style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="../immagini/nationalbolschewismus.bmp" border="0" alt="Karl Otto Paetel, Nationalbolschewismus und nationalrevolutionäre Bewegung in Deutschland. Geschichte - Ideologie - Personen" width="99" height="140" /></a><a title="Evola" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/julius-evola">Evola</a>, dans une recension parue dans la revue<em> La Vita italiana</em> (XXXI, 358, janvier 1943, pp. 10-20; «Funzione dell&#8217;idea imperiale e distruzione della &#8220;cultura neutra&#8221;»; trad. franç. de Ph. Baillet, in Julius Evola, <em>Essais Politiques</em>,  Pardès, Puiseaux, 1988), n&#8217;a pas caché son enthousiasme pour les thèses de Steding, pour sa critique de la culture «neutre» et dépolitisée, pour son plaidoyer en faveur d&#8217;un prussianisme rénové renouant avec l&#8217;éthique impériale, pour sa volonté de redonner une substance politique au centre du sub-continent européen. <a title="Evola" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/julius-evola">Evola</a> formule deux critiques: il juge Steding trop sévère à l&#8217;encontre de Bachofen et de Nietzsche. «Certaines critiques de Steding, on l&#8217;a vu, pèchent par leur côté unilatéral: pour dénoncer l&#8217;erreur, il en vient parfois à négliger ce que certains auteurs ou certaines tendances pourraient offrir de positif à ses propres idées. Lorsqu&#8217;il évoque les &#8220;divinités lumineuses du monde du politique&#8221; opposées à la <a title="religion" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religion</a> obscure des mythes, des <a title="symboles" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">symboles</a> et des traditions primordiales, il court par exemple le risque de finir, à son corps défendant, dans le rationalisme, alors qu&#8217;il conçoit parfaitement la possibilité d&#8217;une exploration du monde spirituel qui aurait les mêmes caractères d&#8217;exactitude et de clarté que les sciences naturelles. Nombre des accusations portées contre Bachofen par Steding sont carrément injustes: on trouve au contraire chez Bachofen bien des éléments susceptibles de conforter, précisément, l&#8217;idéal &#8220;apollinien&#8221; et viril d&#8217;un Etat &#8220;romain&#8221; opposé au monde équivoque du substrat naturaliste et matriarcal. Et, au bout du compte, Steding subit en fait souvent l&#8217;influence salutaire des conceptions de Bachofen» (<em>Essais politiques</em>,  op. cit., p. 155).</p>
<p style="text-align: justify;">«A l&#8217;égard de Nietzsche, l&#8217;attitude de Steding est pareillement unilatérale. Il est extrêmement discutable que la doctrine nietzschéenne du surhomme exprime réellement, comme le croit Steding, une révolte contre le concept d&#8217;Etat. Ce serait plutôt le contraire qui nous paraîtrait exact, à savoir qu&#8217;Etat et Empire ne sont guère concevable sans une certaine référence à la doctrine du surhomme, celle-ci exaltant une élite, une race dominatrice porteuse d&#8217;une autorité spirituelle précise. De fait, seule une élite ainsi conçue peut fonder cette primauté que revendique Steding pour l&#8217;Etat en face de ce qui n&#8217;est que simple &#8220;peuple&#8221;» (<em>Essais politiques</em>,  op. cit., pp. 155-156). <a title="Evola" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/julius-evola">Evola</a> conclut: «…l&#8217;ouvrage de Steding constitue un pas en avant digne d&#8217;être noté  —surtout en Allemagne—  sur le plan d&#8217;une clarification des idées, d&#8217;un alignement des positions, d&#8217;une reprise consciente de cette idée impériale qui, Steding l&#8217;a précisément montré, s&#8217;identifie à la réalité de la meilleure Europe»  (p. 156).</p>
<p style="text-align: justify;">Dans <em>Sintesi di dottrina della razza</em>, <a title="Evola" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/julius-evola"> Evola</a> avait déjà, dans un sens proche de la pensée de Steding, appelé à un dépassement de la conception neutre de la culture. Nous lisons, p. 25: «Est également combattu le mythe des valeurs &#8220;neutres&#8221;, qui tend à considérer toute valeur comme une entité autonome et abstraite, alors qu&#8217;elle est en premier lieu l&#8217;expression d&#8217;une race intérieure donnée et, en deuxième lieu, une force qu&#8217;il convient d&#8217;étudier à l&#8217;aune de ses effets concrets, non sur l&#8217;homme en général, mais sur les divers groupes humains, différenciés par la race. <em>Suum cuique</em>: à chacun sa &#8220;vérité&#8221;, son droit, son art, sa vision du monde, en certaines limites, sa science (dans le sens d&#8217;idéal de connaissance) et sa <a title="religiosité" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religiosité</a>&#8230;».</p>
<p style="text-align: justify;">En évoquant le <em>suum cuique</em>,  principe de gouvernement de la Prusse frédéricienne, <a title="Evola" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/julius-evola">Evola</a> se place dans une optique très ancrée dans la <a title="Révolution Conservatrice" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/rivoluzioneconservatrice">Révolution conservatrice</a>. En refusant l&#8217;autonomisation des valeurs, c&#8217;est-à-dire leur détachement du tout qu&#8217;est la trame historique du peuple ou de l&#8217;Empire, <a title="Evola" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/julius-evola">Evola</a> est sur la même longueur d&#8217;onde que Steding, qui combat les mièvreries de la culture «neutre», psychologisante et dépolitisante, et que Bäumler qui voit, dans le mythe, la sublimation des expériences vécues d&#8217;un peuple, mais une sublimation qu&#8217;il attribue à l&#8217;action des valeurs telluriques/maternelles, contrairement à <a title="Evola" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/julius-evola">Evola</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Archives de Synergies Europeennes </em>- 1991.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/mentions-de-christoph-steding-dans-evola.html' addthis:title='Les mentions de l&#8217;œuvre de Christoph Steding dans les écrits d&#8217;Evola ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>La contribution à Il Regime Fascista de Wilhelm Stapel</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Sep 2009 16:14:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Robert Steuckers</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Wilhelm Stapel (1882-1954) est l'une des figures-clé de la Révolution Conservatrice allemande]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/la-contribution-a-il-regime-fascista-de-wilhelm-stapel.html' addthis:title='La contribution à Il Regime Fascista de Wilhelm Stapel '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/evola48x48.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Julius Evola" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/rivoluzione-conservatrice.PNG" width="48" height="48" alt="" title="Rivoluzione conservatrice" /><br/><p style="text-align: justify;">Wilhelm Stapel (1882-1954) est l&#8217;une des figures-clé de la <a title="Révolution Conservatrice" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/rivoluzioneconservatrice">Révolution Conservatrice</a> allemande. Fils d&#8217;un horloger, assistant de librairie, Stapel termine en 1910/11 des études d&#8217;histoire de l&#8217;art. En 1911, il collabore au journal libéral de gauche <em>Der Beobachter</em> (Stuttgart). En 1911, il adhère au <em>Dürerbund</em> (Association Dürer). De 1912 à 1916, il est rédacteur à la revue <em>Kunstwart</em>.  En 1919, il fonde la revue <em>Deutsches Volkstum</em> qu&#8217;il dirigera jusqu&#8217;en 1938. Pour Armin Mohler (in <em>Die konservative Revolution in Deutschland 1918-1932</em>,  Wissenschaftliche Buchgesellschaft, Darmstadt, 3ième éd., 1989, pp. 410-411), Stapel est «un mélange curieux de systématiste et de polémiste; sa plume était l&#8217;une des plus craintes de la droite». Ses rapports avec les autorités du IIIième Reich ont été tendus. En 1938, il est mis au ban de l&#8217;univers journalistique; sa revue <em>Deutsches Volkstum</em> cesse de paraître. L&#8217;objectif de Stapel était de donner une ancrage théologique au conservatisme allemand. En témoigne son ouvrage principal: <em>Der christliche Staatsmann. Eine Theologie des Nationalismus</em> (Hanseatische Verlagsanstalt, Hambourg, 1932). Après la disparition de <em>Deutsches Volkstum</em>,  Stapel, contraint et forcé, a dû adopter un profil bas et faire toutes les concessions d&#8217;usage à la langue de bois nationale-socialiste. Malgré cela, son ouvrage principal, après 1938,<em> Die drei Stände. Versuch einer Morphologie des deutschen Volkes</em> (Hanseatische Verlagsanstalt, Hambourg, 1941), fait montre d&#8217;une originalité profonde. Comme l&#8217;indique le titre, Stapel tente de dresser une typologie du peuple allemand, distinguant trois strates majeures: les paysans, les bourgeois et les ouvriers.</p>
<p style="text-align: justify;">La contribution de Wilhelm Stapel à <em>Il Regime fascista</em>, intitulée «Nazione, Spirito, Impero» (16 mars 1934), est composée, presque dans sa totalité, d&#8217;extraits de <em>Der christliche Staatsmann</em>.  Ce qui laisse à penser que c&#8217;est <a title="Evola" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/julius-evola">Evola</a> lui-même qui a choisi, peut-être sans autorisation, des extraits du livre et les a juxtaposés dans un ordre cohérent.</p>
<p style="text-align: justify;">Ce qui intéressait <a title="Evola" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/julius-evola">Evola</a> dans la théologie conservatrice de Stapel (baptisée «théologie du nationalisme» pour cadrer avec les circonstances), c&#8217;était sa condamnation du nationalisme bourgeois, de facture jacobine, étayé de références naturalistes. Ce qui ne signifie pas que Stapel rejette toutes les doctrines qui se donnent l&#8217;étiquette de «nationaliste». Dans son article d&#8217;<em>Il regime fascista</em>, Stapel admet l&#8217;existence des nationalités (nous dirions aujourd&#8217;hui des «ethnies»), dans la ligne de Herder et du jeune <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/johann-wolfgang-goethe" target="_blank">Goethe</a></span>. Il admet également la distinction, opérée par <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/johann-gottlieb-fichte" target="_blank">Fichte</a></span>, entre «peuples originaires» (les Germains et les Slaves), non mélangés, et «peuples mélangés», dont l&#8217;existentialité est un produit récent, impur, mal stabilisé (les peuples latins). Pour Stapel, <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/johann-gottlieb-fichte" target="_blank">Fichte</a></span>, en soulignant ce caractère «originaire», respecte la création de Dieu, qui a créé les uns et les autres de façon telle et non autre, et introduit un motif conservateur, c&#8217;est-à-dire métaphysique, dans le nationalisme, le rendant de la sorte acceptable. En clair, cela signifie que les nationalismes slaves et germaniques, à base ethnique, sont acceptables, tandis que les autres, qui sont l&#8217;œuvre des hommes et non de Dieu, sont inacceptables. Le nationalisme allemand, tel qu&#8217;il procède de <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/johann-gottlieb-fichte" target="_blank">Fichte</a></span>, «demeure étranger à la sécularisation vulgaire advenue dans le sillage du naturalisme et du rationalisme; ainsi, au lieu d&#8217;être la phase crépusculaire d&#8217;un cycle de pensée, ce nationalisme peut apparaître comme le principe d&#8217;une pensée nouvelle»  («Nazione, Spirito, Impero», art. cit.).</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;homme étant incapable de connaître tous les paramètres de l&#8217;univers, il doit s&#8217;orienter dans le monde par l&#8217;intermédiaire de «formes figurées». Le monde de l&#8217;inconnu, de l&#8217;incommensurable, est voisin du nôtre; le Chrétien, écrit Stapel, le désigne du terme de «Règne de Dieu»; ce règne est un ordre qui domine le monde: Dieu en est le Seigneur. Etre chrétien, dans cette théologie de Stapel, procède d&#8217;une «prise de position métaphysique», comme d&#8217;ailleurs toute acceptation ou toute récusation. Opter pour Dieu, c&#8217;est évidemment accomplir un acte métaphysique, qui revient à dire: «je veux appartenir à ce Règne». «Et qu&#8217;est-ce que cela veut dire? Cela signifie que l&#8217;homme se subordonne au Seigneur des Troupes célestes. Il entre comme un combattant dans une armée métaphysique (&#8230;)  [Dans ce choix], l&#8217;élément &#8220;humain&#8221; ne varie pas mais dans la substance, s&#8217;opère une mutation. Celui qui a juré par le Dieu des Chrétiens, doit Lui être obéissant. Il doit faire peu de cas de sa propre vie humaine et de sa propre personnalité. Il doit obéir à Dieu et diriger, risquer, sa vie pour son honneur. Et cela ne signifie pas fidélité dans la joie d&#8217;accèder à la &#8220;sainteté&#8221;, qui peut déjà être momentanément goûtée, mais signifie plutôt obéissance et solidarité guerrière. Tout ce que Dieu, en tant que Seigneur, ordonne, il faut le faire. Cela transcende toute philosophie, toute convulsion sentimentale impure du «converti», toute préoccupation d&#8217;évolutionnisme moralisant. Le savoir  phraseur, le zèle moraliste, le sentimentalisme imbu de soi, tout cela est duperie à l&#8217;égard de soi-même. Décide-toi et laisse le reste à Dieu»  («Nazione, Spirito, Impero», art. cit.).</p>
<p style="text-align: justify;">Cette théorisation radicale de l&#8217;engagement métaphysique pour le Règne de Dieu a séduit <a title="Evola" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/julius-evola">Evola</a>, comme l&#8217;ont fasciné, sur le plan pratique, les mouvements du Roumain Codreanu, la Légion de l&#8217;Archange Michel et la Garde de Fer. La notion de «Milice de Dieu», également présente dans la Chevalerie médiévale et dans l&#8217;idée de Djihad en Islam, sont des éléments actifs et significatifs de la «Tradition Primordiale», selon <a title="Evola" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/julius-evola">Evola</a>. Cette adhésion, cette milice, va toutefois au-delà des formes. De tradition luthérienne et prussienne, Stapel rejette le culte catholique des institutions et du formalisme; pour lui, la décision du sujet de devenir «milicien de Dieu», de Le servir dans l&#8217;obéissance, vient toute entière de l&#8217;intériorité; elle n&#8217;est en aucun cas une injonction dictée par un Etat ou un parti. Il est intéressant de noter que cette théologie de l&#8217;engagement total, qui séduit le traditionaliste <a title="Evola" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/julius-evola">Evola</a>, vient en droite ligne d&#8217;une interprétation des écrits de Luther. Donc du protestantisme dans sa forme la plus pure et non d&#8217;un protestantisme de mouture anglo-saxonne, où l&#8217;éthique du service et de l&#8217;Etat est absente. Ceux qui, dans les pays latins, croient trouver en <a title="Evola" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/julius-evola">Evola</a> une sorte de <a title="religiosité" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religiosité</a> qui remplacerait leur catholicisme, ou qui ajoutent à leur catholicisme, caricatural ou ébranlé, des oripeaux évoliens, ne comprennent pas toute la pensée de leur maître: le protestantisme luthérien a sa place chez <a title="Evola" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/julius-evola">Evola</a>. Le culte des institutions formelles est explicitement rejeté chez Stapel: «Il n&#8217;existe ni Etats chrétiens ni partis chrétiens. Mais il existe des Chrétiens.  [Les Chrétiens peuvent être citoyens ou membres de partis]. Ce qui les distingue des autres, n&#8217;est pas perceptible en tant que sagesse ou moralité ou douceur, etc., particulières mais réside dans l&#8217;imperceptible, dans la substance. Ils ont juré fidélité à leur Dieu. Ils sont sous les ordres du Seigneur des Troupes célestes. Pour cette raison, ils pensent et agissent dans un espace plus grand que les autres hommes. Pour eux, il n&#8217;existe pas seulement ce monde, mais un autre monde derrière celui-ci. Ils n&#8217;agissent pas seulement sur la terre mais toujours à la fois &#8220;dans le ciel et sur la terre&#8221;. C&#8217;est pourquoi leurs décisions sont toujours déterminées autrement que les décisions des autres. Ils peuvent s&#8217;engager plus à fond, au-delà de tout ce qui est terrestre, également au-delà des moralités de ce monde, dans le sens où ils font ce que Dieu leur a donné mission de faire. Le Chrétien est mandaté par les faits de sa nature propre [<em>Geschaffenheit</em>,  dans le texte original; littéralement, cela signifie sa «créaturité»; <a title="Evola" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/julius-evola">Evola</a>, ou le traducteur d'<em>Il Regime fascista</em>,  traduit par <em>natura propria</em>]  et de sa vocation. S&#8217;il a été créé Allemand, alors il devra mettre toutes ses énergies au service de sa germanité et de son Reich allemand. S&#8217;il a été créé Anglais, alors il devra mettre ses énergies au service de son peuple et de son Etat. Comme tout cela peut-il se concilier? Il faut qu&#8217;il laisse à Dieu le soin d&#8217;y veiller».</p>
<p style="text-align: justify;">Quant au rôle de Luther, Stapel l&#8217;a définit dans un article de <em>Deutsches Volkstum</em> (1933, p. 181; «Das Reich. Ein Schlußwort»): «Quand l&#8217;Eglise est devenue inféconde et quand Dieu est entré en colère en s&#8217;apercevant de l&#8217;absence de sérieux de ses serviteurs, il a fait s&#8217;éveiller parmi les Allemands, peuple sérieux, un combattant et un prophète: Martin Luther. C&#8217;est ainsi que le Pneuma et l&#8217;Eglise ont été mis entre les mains des Allemands. A partir de ce moment, le Reich et l&#8217;Eglise, comme jadis chez les Romains, se retrouvaient entre les mains d&#8217;un seul peuple. Le Reich s&#8217;étendait alors sur tout le globe: dans le Reich de Charles-Quint, le soleil ne se couchait jamais. Mais chez Charles-Quint, le sang allemand de Maximilien s&#8217;était estompé et l&#8217;esprit allemand s&#8217;était éteint. L&#8217;Empereur n&#8217;est pas resté fidèle au peuple de son père. A l&#8217;heure où sonnait le destin du monde, il a failli. Au lieu de protéger et de laisser se développer l&#8217;Eglise de l&#8217;esprit, au lieu d&#8217;ordonner le monde selon les principes du Reich, il s&#8217;est enlisé dans des querelles d&#8217;intérêts. C&#8217;est ainsi qu&#8217;il a perdu et sa couronne et le Reich; le dernier véritable empereur s&#8217;est retiré, fatigué, dans un monastère, après avoir abandonné sa fonction. Ce n&#8217;est pas la Réforme qui est la cause de l&#8217;interrègne, mais l&#8217;infidélité et la négligence de Charles-Quint. Il n&#8217;a pas reconnu la véritable Eglise et a oublié [ce que signifiait] le Reich».  Plusieurs analystes de la «<a title="Révolution Conservatrice" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/rivoluzioneconservatrice">Révolution Conservatrice</a>» allemande, comme Martin Greiffenhagen (<em>Das Dilemma des Konservatismus in Deutschland</em>,  R. Piper Verlag, München, 1977), Kurt Sontheimer (<em>Antidemokratisches Denken in der Weimarer Republik</em>,  DTV, 3ième éd., 1978) ou Klaus Breuning (<em>Die Vision des Reiches. Deutscher Katholizismus zwischen Demokratie und Diktatur. 1929-1934</em>,  Hueber, München, 1969) ont mis en exergue l&#8217;importance capitale de l&#8217;œuvre et des articles polémiques de Stapel. Greiffenhagen, par exemple, montre qu&#8217;il n&#8217;y a aucune propension au «novisme» (à l&#8217;innovation pour l&#8217;innovation) chez Stapel, contrairement à tout ce qui est affirmé péremptoirement par le filon philosophique moderne; ce que les militants, ou les «miliciens de Dieu», doivent créer, parce que les circonstances l&#8217;exigent, n&#8217;est pas quelque chose de radicalement neuf, mais, au contraire, quelque chose d&#8217;original, de primordial, qu&#8217;il faut raviver, faire ré-advenir. Pour Stapel, c&#8217;est la notion de Reich qu&#8217;il faut rappeler à la vie. Dans <em>Der christliche Staatsmann. Eine Theologie des Nationalismus</em>,  il écrit (p. 7-8): «Le Reich n&#8217;est pas un rêve, un désir; ce n&#8217;est pas une fuite dans une quelconque illusion, mais c&#8217;est une réalité politique archétypale (uralt) de nature métaphysique, à laquelle nous sommes devenus infidèles [...]. Lorsqu&#8217;Israël s&#8217;est détourné de Yahvé, Dieu a puni Israël, comme nous pouvons le lire dans l&#8217;Ancien Testament. Et lorsque nous nous détournons du Reich, Dieu nous punit, comme nous le montre l&#8217;histoire allemande. C&#8217;est cela le Testament Allemand».</p>
<p style="text-align: justify;">Stapel et <a title="Evola" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/julius-evola">Evola</a> se réfèrent donc tous deux à un archétype métaphysique, transcendant toute forme de «sécularité», et visent, comme l&#8217;écrit Stapel (<em>Der christliche Staatsmann</em>,  op. cit., p. 6), à forger un «front antiséculier». Front anti-séculier qui sera également porté par un anti-intellectualisme conséquent et radical: «La croissance de l&#8217;intellect s&#8217;est effectuée au détriment de la substance humaine, prise dans sa totalité. Le sentiment est devenu plus prosaïque et incolore (<em>nüchtern</em>); l&#8217;imagination terne et schématique; la passion a perdu son élan; l&#8217;instinct s&#8217;est amenuisé, n&#8217;est plus sûr de lui; la faculté de pressentir s&#8217;étiole. Mais, l&#8217;intellect croît et cherche, par le calcul, par la réflexion, par l&#8217;ébauche de belles idées, etc., à remplacer la source vive des sentiments, la fantaisie, l&#8217;instinct et le pressentiment. Tandis que l&#8217;homme croît et se développe toujours davantage dans l&#8217;orbite de l&#8217;intellect, les racines de son existentialité s&#8217;assèchent. A la place de réactions immédiates, inconscientes  —qui sont bonnes quand la substance est bonne, mauvaises quand la substance est mauvaise—  survient une éthique du cerveau» (<em>Der Christliche Staatsmann</em>,  op. cit., p. 195).</p>
<p style="text-align: justify;">Comme chez <a title="Evola" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/julius-evola">Evola</a>, Rohan et Everling, nous trouvons, chez Stapel, une définition du chef, en tant qu&#8217;homme d&#8217;Etat: «Le véritable homme d&#8217;Etat unit en lui la &#8220;paternalité&#8221; (<em>Väterlichkeit</em>), l&#8217;esprit guerrier et le charisme. Paternellement, il règne sur le peuple qui lui a été confié. Lorsque son peuple croît en nombre, il lui fournit de l&#8217;espace pour vivre, en rassemblant ses forces guerrières. Dieu le bénit, lui donne bonheur et gloire, si bien que le peuple l&#8217;honore et lui fait confiance. L&#8217;homme d&#8217;Etat pèse et soupèse la guerre et la paix tout en conversant avec Dieu. Ses réflexions humaines deviennent prières, deviennent décisions. Sa décision n&#8217;est pas le produit d&#8217;un calcul, d&#8217;une soustraction, effectué(e) dans son entendement mais reflète la plénitude totale des forces historiques. Ses victoires et ses défaites ne sont pas des hasards dus à des facteurs humains, mais des dispositions de la Providence. Le véritable homme d&#8217;Etat est à la fois souverain, guerrier et prêtre» (<em>Der christliche&#8230;</em>, op. cit., p. 190). Si <a title="Evola" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/julius-evola">Evola</a> manie l&#8217;opposition tellurique/ouranien ou matrilinéaire/patrilinéaire, Stapel, penseur luthérien et prussien, nomme «Romains», ceux qui ont, dans l&#8217;histoire, le sens de l&#8217;Etat, sont imperméables à toute forme de libéralisme, en dépit des formes républicaines ou impériales qu&#8217;ils peuvent défendre. Les négateurs de l&#8217;idée d&#8217;Etat sont, pour Stapel, les misérables «Graeculi», qui ne pensent ni n&#8217;agissent jamais de manière politique et ne réagissent que sous la dictée et l&#8217;emprise d&#8217;affects privés. Pour Stapel, la dichotomie directrice distingue donc les «Romains» des «Graeculi». Le parallèle avec Steding, qui opposait les défenseurs du Reich aux «neutres», est évident.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Vouloir</em>, 119/121, juli-september, 1994, p. 37-38.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/la-contribution-a-il-regime-fascista-de-wilhelm-stapel.html' addthis:title='La contribution à Il Regime Fascista de Wilhelm Stapel ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Wir kapitulieren nie! Lipsia, aprile 1945</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Jan 2000 21:25:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Harm Wulf</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Gli ultimi giorni della seconda guerra mondiale per la città di Lipsia e l'eroica resistenza del popolo tedesco all'invasione angloamericana]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/wirkapitulierennie.html' addthis:title='Wir kapitulieren nie! Lipsia, aprile 1945 '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storiacontemporanea48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Storia contemporanea" /><br/><div class="wp-caption alignright" style="width: 404px"><img style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/combattimentilipsia.jpg" border="0" alt="Combattimenti nel centro della città di Lipsia" width="394" height="264" align="right" /><p class="wp-caption-text">Combattimenti nel centro della città</p></div>
<p style="text-align: justify;">Verso la metà d’aprile del 1945, Lipsia resisteva agli invasori. La città, quinta per dimensioni nel <em>Reich</em>, 750.000 abitanti, era un importante centro d’industrie, commerci e cultura. Sua era una delle università più antiche, sua la sede del <em>Reichsgericht</em>, la Corte suprema tedesca. Il suo nome era legato anche al ricordo della Battaglia delle Nazioni in cui Prussia, Russia, Impero austro-ungarico e Svezia avevano battuto l’esercito di Napoleone nell’ottobre 1813. Gli ultimi bombardamenti terroristici anglo-americani sulla città di Lipsia erano stati effettuati il 6 ed il 10 aprile 1945. La popolazione era terrorizzata sia dalle incursioni aeree (dall’agosto 1942 all’aprile 1945 c’erano stati 24 attacchi aerei, con circa 5000 morti, migliaia di feriti e senza tetto) che dalle notizie di distruzione totale che provenivano dalla capitale e da gran parte delle città del <em>Reich</em>. Il 17 aprile i carri armati americani si avvicinavano alla città incontrando poche, ma determinate, sacche di resistenza formate essenzialmente da battaglioni del <em>Volkssturm</em>, la milizia popolare reclutata tra giovani ed anziani, e della <em>Hitlerjugend</em>, dotate solo d’armi leggere e <em>Panzerfaust</em>. La difesa della città organizzata attorno a pochi punti strategici, la stazione ferroviaria <em>Hauptbahnhof</em>, la birreria Felsenkeller, l’<em>Elsterbecken</em>, il parco Rosental, il nuovo municipio <em>Neuen Rathaus </em>e l’imponente monumento alla battaglia delle Nazioni <em>Völkerschlachtdenkmal</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">La 69° Divisione di fanteria dell’esercito americano si avvicina lentamente ma inesorabilmente alla città, preceduta dai primi carri armati della 9° Divisione corazzata guidata dal Generale John W. Leonard. Le forze americane provenienti da ovest riescono a conquistare Weissenfels dopo due giorni di furiosi combattimenti e formano un semicerchio attorno a Lipsia che si prepara alla battaglia. Il 17 aprile i colpi dell’artiglieria americana cominciano a piovere attorno alla città e la mattina del 18 le due divisioni sono pronte per l’attacco finale. Le forze disponibili per la difesa sono: un battaglione della riserva del 107° Reggimento di fanteria con 750 uomini tra cui 50 reclute mal addestrate; un battaglione di trasporto di riserva con 250 uomini entrambi sotto il comando della <em>Werhmacht </em>col Generale Hans von Poncet; otto battaglioni del <em>Volkssturm </em>comandati dal vecchio sindaco (in carica fino al 1938) e dirigente locale del partito nazionalsocialista Generale Walter Dönicke; 3.500 uomini della polizia cittadina sotto il comando del Generale Wilhelm von Grolman. Le armi a disposizione sono solamente quelle leggere, poche mitragliatrici, molti <em>Panzerfaust </em>ma nessuna arma pesante o carro armato. La situazione è evidentemente disperata, ma sono organizzate tre linee di difesa: la prima ad ovest della città è tenuta dai ragazzi della <em>Hitlerjugend </em>e armata di <em>Panzerfaust </em>per bloccare i carri, la seconda, tenuta dalla <em>Werhmacht</em>, si attesta intorno al periplo della città; la terza e principale linea di difesa segue il corso del fiume Elster che separa la parte occidentale, più piccola, da quella principale, ad est. Se i nemici arrivassero sin qui si farebbero saltare tutti i ponti della città.</p>
<div class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><img style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/neuenrathaus.jpg" border="0" alt="Il Neuen Rathaus di Lipsia" width="300" height="326" align="left" /><p class="wp-caption-text">Il Neues Rathaus di Lipsia</p></div>
<p style="text-align: justify;">Il 14 aprile si tiene un incontro organizzativo tra il Generale Hans von Poncet, i comandanti militari e civili, il sindaco Alfred Freyberg, il Generale del <em>Volksstrum </em>Walter Dönicke e il Generale Wilhelm von Grolman. Tra le titubanze di quest’ultimo, che non voleva far saltare i ponti ed impegnare la polizia nella difesa della città, von Poncet spiegò a tutti che era necessario difendere Lipsia fino all’ultimo colpo. Si prepararono le barricate con autobus che sbarravano le strade riempiti di pietre. Gli ultimi ridotti da difendere erano il municipio, la stazione ed il <em>Völkerschlachtdenkmal</em>. Il 17 aprile su ordine di von Poncet il Generale del <em>Volksstrum </em>Walter Dönicke con 500 membri della milizia popolare si barricano nel <em>Neuen Rathaus</em>. Lo stesso von Poncet con 300 dei suoi uomini migliori si asserraglia nel monumento della Battaglia delle Nazioni colmo d’armi, viveri e munizioni: era la rappresentazione ideale dell’indomito spirito di resistenza tedesco, come nel 1813 si doveva tener testa al nemico anche quando tutto sembrava perduto.</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ame/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;e=0500285586"><img style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/leemillerswar.bmp" border="0" alt="David E. Scherman, Lee Miller's War" width="122" height="160" align="right" /></a> La notte del 17 aprile 1945 manipoli di SS attraversavano i sobborghi della città obbligando la popolazione a togliere le poche bandiere bianche esposte e ad organizzare la resistenza. La mattina del 18 aprile il 23° battaglione di fanteria, appoggiato da due battaglioni di carri armati, il 741° e il 612°, iniziano ad occupare la città. La popolazione osserva attonita, qualcuno applaude e offre fiori e viveri, la maggioranza osserva silenziosa. Alla fine delle due arterie principali verso i ponti, rimasti intatti per decisione del borgomastro, che voleva evitare altre sofferenze alla popolazione, comincia il fuoco dei <em>Panzerfaust</em>. Diversi carri sono centrati e prendono fuoco. Incomincia la lotta casa per casa, i cecchini fanno fuoco sugli americani. Gli scontri si susseguono in tutto l’abitato. L’assalto finale nel centro inizia alle 12,45: la lotta impari prosegue. Con le armi leggere ed i <em>Panzerfaust</em>, i ragazzi della <em>Hitlerjugend </em>attaccano senza sosta le avanguardie nemiche, i tiratori scelti colpiscono gli americani che reagiscono furiosi con colpi d’artiglieria contro le case. Un soldato americano che spara con una mitragliatrice da un balcone sul ponte Zeppelin viene centrato da un tiratore tedesco: la scena è immortalata dal fotografo americano Robert Capa di <em>Life</em>. L’artiglieria si accanisce sui centri di resistenza martellandoli senza sosta. Il monumento delle Nazioni, in cui la resistenza diretta da von Poncet è fortissima, la stazione, il municipio sono ripetutamente colpiti dai colpi dei carri e degli obici. La battaglia continua disperata ed inesorabile. Intermediari americani cercano di trattare la resa della città: il Generale von Grolman ha deciso di arrendersi con la polizia ma gli altri non cedono. Alle 21,30 uno strano silenzio cala sulla città e la notte passa tranquilla. La mattina del 19, dopo un pesante bombardamento del <em>Rathaus </em>e altri due assalti falliti, alle 9.30 attraverso la proposta di un prigioniero tedesco mandato a trattare con i difensori del municipio, e sotto la minaccia della totale distruzione della struttura con artiglieria pesante e lanciafiamme, parte dei difensori accetta la resa. Vengono catturati un generale e 175 uomini e 13 agenti di polizia.</p>
<div class="wp-caption alignright" style="width: 360px"><img style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/reginalisso.jpg" border="0" alt="Lee Miller, Regina Lisso, Lipsia 19 aprile 1945" width="350" height="345" align="right" /><p class="wp-caption-text">Lee Miller “Regina Lisso” Lipsia 19 aprile 1945</p></div>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=8804535369"><img style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/leuovadeldrago.bmp" border="0" alt="Pietrangelo Buttafuoco, Le uova del drago. Una storia vera al teatro dei pupi" width="95" height="155" align="left" /></a> A mezzogiorno il comandante della 69° Divisione di fanteria Generale Reinhardt issa la bandiera americana sull’edificio. Nella <em>Turmzimmern </em>(camera della torre) e nelle stanze adiacenti sono rinvenuti i cadaveri di nove persone. La scena viene immortalata da diversi fotografi: J.M. Heslop del <em>USA Signal Corps photographer Tech/5</em>, e due famose fotografe americane, Lee Miller e Margaret Bourke-White. Lo scrittore Pietrangelo Buttafuoco ha scelto per la copertina del suo bel <a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=8804535369">romanzo</a> (<a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=8804535369"><em>Le uova del drago</em></a>, edito da Mondadori nel 2005) proprio uno degli scatti della Miller. Negli anni tra il 1941 ed il 1945 la Miller lavorò come <em>reporter </em>fotografica di guerra per la rivista <em>Vogue</em>. Tutto il lavoro della fotografa, circa 60.000 negativi, fotografie originali e manoscritti, è conservato nel Lee Miller Archives (Lee Miller Archives: Farley Farm House, Muddles Green, Chiddingly, East Sussex, BN8 6HW, England E-mail: archives@leemiller.co.uk web: www.leemiller.co.uk). Essendo <a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=8804535369"><em>Le uova del drago</em></a> uno dei successi editoriali dell’anno, la già famosa fotografia è diventata assai popolare anche in Italia, paese in cui il lavoro di documentazione della Miller è noto solo a pochi specialisti. Nel libro <a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ame/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;e=0500285586"><em>Lee Miller’s war</em></a> (edito da Thames &amp; Hudson, New York, 2005) la fotografa scrive a pagina 176: “In uno degli uffici un uomo dai capelli grigi (Alfred Freyberg) sedeva con la testa appoggiata sulle mani incrociate sul tavolo. Di fronte a lui riversa su una poltrona una donna pallida con gli occhi aperti ed un rivolo di sangue seccato sul mento. Sdraiata sul sofà una ragazza con dei denti straordinariamente belli, dal colorito cereo e impolverata. La sua uniforme da crocerossina è cosparsa di calce segno della battaglia che è continuata fuori dal municipio dopo la loro morte. Nella stanza successiva un mostruoso manichino di un uomo in uniforme da generale del <em>Volksstrum </em>giace sulla schiena. C’è un altro gruppo familiare nella terza anticamera. Nel seminterrato due ufficiali delle SS hanno bevuto del <em>brandy </em>seduti ad un tavolo e si sono suicidati”. La descrizione della Miller è parziale e poco accurata. In realtà il suicidio della famiglia di Alfred Freyberg non è mai stato fotografato. La rivista inglese <em>After the battle</em> (www.afterthebattle.com) n. 130, dedicata alla battaglia per conquistare Lipsia, ci fornisce con maggior precisione i dettagli della fotografia. Il 18 aprile 1945, mentre la città sassone è sotto assedio e resiste agli invasori americani, il Dottor Kurt Lisso (nato il 7 marzo 1892) vicesindaco e <em>Stadtkämmerer </em>(tesoriere comunale), la moglie Renate Lübbert (nata il 12 aprile 1895) e la figlia di 21 anni Regina Lisso (nata il 24 maggio 1924) con la fascia al braccio della croce rossa tedesca si danno la morte avvelenandosi con il cianuro nell’ufficio della <em>Neuen Rathaus</em>.</p>
<div class="wp-caption aligncenter" style="width: 394px"><img style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/suicidiodellafamiglia.jpg" border="0" alt="Margaret Bourke-White, Suicidio della famiglia Lisso, Lipsia 19 aprile 1945" width="384" height="260" align="middle" /><p class="wp-caption-text">Margaret Bourke-White “Suicidio della famiglia Lisso”. Lipsia, 19 aprile 1945</p></div>
<div class="wp-caption aligncenter" style="width: 610px"><img style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/suicidiodellafamiglia2.jpg" border="0" alt="J.M. Heslop, Suicidio della famiglia Lisso, Lipsia 19 aprile 1945" width="600" height="403" align="middle" /><p class="wp-caption-text">J.M. Heslop “Suicidio della famiglia Lisso”. Lipsia, 19 aprile 1945</p></div>
<p style="text-align: justify;">Nel <a href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=8804535369">romanzo di Buttafuoco</a> a pagina 30, Regina, diventata Annelise Boldt, viene descritta così: “Tutto qua: Eughenia offre i propri servigi al <em>Führer</em>. Si farà un punto d’onore di continuare ad obbedirgli oltre la sua morte, malgrado la sconfitta militare e l’annientamento della nazione germanica; se ne farà un punto di stile, perciò continuerà la missione trascinandosi dietro, quali cemento, malta e ferro per la cuccia delle sue “Uova”, tre bauli carichi d’oro e di segreti. Perseverante, procederà nel tessere la trama anche quando da Lipsia, nell’aprile del 1945, i servizi segreti inglesi le faranno arrivare sotto gli occhi, a scopo pedagogico, la foto di Annelise Boldt, sua compagna ai tempi dei corsi di preparazione organizzati dallo Stato Maggiore. Una foto niente male, quanto a rapina estatica. E’ uno scatto di Lee Miller, fotografa americana che collezionò le istantanee dei cadaveri di suicidi disseminati ovunque in Germania. Annelise Boldt ha le braccia composte nell’abbandono, sembra colta in un istante di sovrappiù d’assenza. La pelle delle mani è bianchissima. Il volto, bianchissimo. La corona dei denti, intravista tra le labbra socchiuse nell’atto definitivo del mancato respiro, bianchissima. Anche le labbra sono bianchissime, e c’è bianco tutto intorno: un bianco, però, di sporco. Bianco di polvere è il divano di duro cuoio dove Annelise resta distesa, col collo piegato all’indietro come a voler dare spinta ai capelli, biondi ma sporchi di bianco, cosparsi di polvere. Sporco di bianco il corpo, sporco il cappotto militare, sporca la fascia della croce rossa, sporcata di bianco”.</p>
<div class="wp-caption alignright" style="width: 490px"><img style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/kurtlisso.jpg" border="0" alt="J.M. Heslop, Dr.Kurt Lisso, Lipsia 19 aprile 1945" width="480" height="437" align="right" /><p class="wp-caption-text">J.M. Heslop”Dr.Kurt Lisso”. Lipsia, 19 aprile 1945.</p></div>
<p style="text-align: justify;">Nella stanza accanto si tolgono la vita, con la stessa tecnica, l’<em>Oberbürgermeister </em>Alfred Freyberg, sua moglie e la figlia diciannovenne. Stranamente nessuna fotografia viene scattata nonostante la stanza sia adiacente a quella del Dottor Lisso. Bruno Erich Alfred Freyberg era nato a Harsleben bei Halberstadt il 12 luglio 1893, fu avvocato e uomo politico del NSDAP. Studiò giurisprudenza nelle università di Genf, Königsberg, München e Halle. Dal 1923 al 1926 fu impiegato presso il <em>Reichsfinanzverwaltung</em>. Dal 1926 comincio la carriera di avvocato a Quedlinburg. Dal 21 maggio 1932 Alfred Freyberg fu presidente del consiglio del <em>Land </em>Sassonia-Anhalt. Fu il primo nazionalsocialista a raggiungere quella carica. Dal 21 agosto 1939 fu <em>Oberbürgermeister </em>della città di Leipzig (Lipsia).</p>
<p style="text-align: justify;">Le foto di Margaret Bourke-White correttamente fanno riferimento al nome Lisso. La didascalia recita “<em>Dr. Kurt Lisso, Leipzig&#8217;s city treasurer, and his wife and daughter after taking poison to avoid surrender to U.S. troops, Leipzig</em>” (dal sito http://masters-of-photography.com). La versione della fotografa trova conferma anche nel resoconto di Edward Ward della BBC Broadcast del 19 aprile 1945, che descrive correttamente la scena (<em>After the Battle</em>, n. 130 pag. 26). La serie delle famose immagini mostra da diverse angolature i corpi della famiglia Lisso all’interno dell’ufficio comunale. Una sottile coltre di polvere li ricopre e testimonia dei bombardamenti americani di qualche ora prima. La figlia di Kurt Lisso, Regina, bellissima con la cuffietta delle crocerossine ed il volto angelico, è riversa su un divano con le braccia conserte. Tutti e sei hanno scelto la libera morte &#8211; suicidio in tedesco di dice anche <em>Freitod</em> (libera morte) &#8211; nella tarda mattinata del 18 aprile. Nell’anticamera dello studio del Dr. Lisso giace un uomo: è il dirigente locale del partito nazionalsocialista, precedente <em>Oberbürgermeister </em>e generale della milizia popolare di difesa <em>Volkssturm</em>, Walter Dönicke, strenuo sostenitore della difesa ad oltranza della città. Nella stanza del consiglio comunale ci sono i corpi di due suoi ufficiali: il <em>SA-Oberführer </em>Paul Strobel ed il dirigente del NSDAP Willy Wiederroth. Si sono suicidati la mattina del 19 poco prima della presa dell’edificio. Nove tedeschi hanno mantenuto fede alla promessa dello <em>slogan </em>ripetuto ossessivamente da giornali e radio: <em>Wir kapitulieren nie!</em> (Non capitoleremo mai). Al disonore, alla resa ed all’occupazione della patria hanno preferito la morte.</p>
<div class="wp-caption alignright" style="width: 426px"><img style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/doenicke.jpg" border="0" alt="J.M. Heslop, Generale, dirigente del partito e precedente sindaco di Lipsia Walter Dönicke, Lipsia 19 aprile 1945" width="416" height="394" align="right" /><p class="wp-caption-text">J.M. Heslop “Generale, dirigente del partito e precedente sindaco di Lipsia Walter Dönicke”. Lipsia, 19 aprile 1945.</p></div>
<p style="text-align: justify;">Tra pochi giorni altri cadranno e seguiranno l’esempio. La sera del 19 aprile, il giorno antecedente al compleanno del <em>Führer</em>, il <em>Reichsminister </em>Dottor Joseph Goebbels concluderà il suo messaggio alla radio con queste parole: “La Germania è la terra della fedeltà. Festeggerà nel pericolo il suo più bel trionfo. Parlando di questi giorni, la storia non potrà mai dire che il popolo abbia abbandonato il suo capo o il capo abbia abbandonato il suo popolo. E questa è la vittoria!”. Appena dopo queste parole echeggiarono alte, in coro, le strofe di <em>Deutschland hoch in Ehren</em>, canto di Ludwig Bauer del 1859: “<em>Haltet aus, haltet aus, laßet hoch das Banner wehn! Zeigen ihm, zeigt dem Feind, daß wir treu zusammenstehn! Daß es unser alte Kraft erprobt, wenn der Sturmwind uns entgegentobt, haltet aus im Sturmgebraus!</em>” (testo al sito http://www.liedertafel.business.t-online.de/O_Deutschland.htm, ascoltabile al sito http://www.liedertafel.business.t-online.de/odeutschlandmono.mp3). “Resistete, resistete, tenete alta la bandiera! Dategli prova, dimostrate al nemico che fedeli restiamo uniti! Mettete alla prova l’antica forza quando il vento furioso ci è avverso, resistete nell’urlo della tempesta!”. (vedi <a href="http://www.centrostudilaruna.it/romualdispeciale.html">A. Romualdi</a>, <em>La Battaglia di Berlino</em>, Ed. Ar, 1977, pag. 29). Dei corpi dei caduti sembra sia stato fatto scempio dai “liberatori”: nonostante le ricerche non è dato sapere la locazione delle tombe dei nove martiri ma forse, tra coloro che leggeranno il mio articolo, ci sarà qualcuno che le troverà nel cimitero di Lipsia&#8230;</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/wirkapitulierennie.html' addthis:title='Wir kapitulieren nie! Lipsia, aprile 1945 ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Géopolitique et spiritualité du principe &#8220;Reich&#8221;</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Jan 2000 20:45:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Robert Steuckers</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Les symboles et la spiritualité du Reich ont besoin d'un espace pour s'incarner, pour acquérir concrétude]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/steuckersreichfr.html' addthis:title='Géopolitique et spiritualité du principe &#8220;Reich&#8221; '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/rivoluzione-conservatrice.PNG" width="48" height="48" alt="" title="Rivoluzione conservatrice" /><br/><p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.amazon.fr/exec/obidos/redirect?link_code=ur2&amp;tag=centrostudila-21&amp;camp=1642&amp;creative=6746&amp;path=ASIN%2F2868477879%2Fqid%3D1147101676%2Fsr%3D1-3%2Fref%3Dsr_1_8_3" target="_blank"><img class="alignright" style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/larevolutionconservatrice.bmp" border="0" alt="Barbara Koehn, La Révolution conservatrice et les élites intellectuelles" width="89" height="140" align="right" /></a> La première idée fondamentale que je voudrais mettre aujourd&#8217;hui en exergue en évoquant le principe &#8220;Reich&#8221;, c&#8217;est que celui-ci a certes une dimension spirituelle (sur laquelle je m&#8217;exprimerai), symbolique, culturelle, mais qu&#8217;il faut aussi savoir que tout Reich est un espace territorial de grandes dimensions. Les <a href="http://www.centrostudilaruna.it/simboli.html">symboles</a> et la spiritualité du Reich ont besoin d&#8217;un espace pour s&#8217;incarner, pour acquérir concrétude. C&#8217;est la raison pour laquelle une bonne connaissance de la dynamique géographique du territoire, où ce &#8220;Reich&#8221; doit s&#8217;établir, est un impératif auquel on ne peut se soustraire.</p>
<p style="text-align: justify;">Voilà pourquoi il me paraît important de bien réfléchir à l&#8217;espace-réceptacle de l&#8217;idée de Reich (Regnum). D&#8217;abord, tout Reich est un espace politique dont les dimensions correspondent au <em>Großraum</em> théorisé par Carl Schmitt, dont les dimensions sont continentales. Ensuite, cet espace est organisé par des moyens de communication et de transport. Tout Reich vise à accélérer les relations entre les hommes vivant sur son territoire. Ce territoire est tout à la fois vaste mais néanmoins circonscrit dans des &#8220;limes&#8221; clairement défini, même s&#8217;ils sont en expansion constante. Quelques exemples: l&#8217;Empire romain, modèle indépassable dans l&#8217;histoire européenne, est un grand constructeur de routes; son armée, les légions, qui l&#8217;incarne, qui en est le principal instrument, est composée de combattants, de soldats expérimentés et bien entraînés, mais aussi de pionniers, de troupes de génie qui construisent routes, ponts et aqueducs. L&#8217;Empire britannique, empire maritime, plus dominateur et exploitateur sur le plan économique que l&#8217;Empire romain, au point qu&#8217;on peut lui contester sa nature de “Reich², a possédé également son instrument de mobilité, d&#8217;accélération: sa flotte. Dépourvue d&#8217;une spiritualité constitutive, cette thalassocratie marchande a néanmoins organisé les routes maritimes, notamment celle qui nous mène aux Indes en passant par Gibraltar, Malte, Chypre, Suez et Aden. La Chine, empire inébranlable depuis des millénaires, a émergé aussi grâce à la construction de routes et de canaux et à l&#8217;organisation d&#8217;une flotte côtière.</p>
<p style="text-align: justify;"><em> Contre les &#8220;grands espaces&#8221;, la stratégie thalassocratique de saboter les travaux d&#8217;aménagement territorial</em></p>
<p style="text-align: justify;">Ces exemples, contradictoires, nous permettent de constater, sur base de la distinction désormais classique entre Terre et Mer (Mackinder, Haushofer, Schmitt), que la Grande-Bretagne, et, à sa suite, les Etats-Unis, vont systématiquement s&#8217;opposer aux grands travaux d&#8217;aménagement des voies de communication sur les espaces continentaux. Cette opposition systématique a pour but de conserver le monopole de la mobilité la plus véloce dans le transport des hommes et des choses, en l&#8217;occurrence le monopole d&#8217;une mobilité exclusivement marine. Les exemples prouvant cette hostilité fondamentale abondent:</p>
<p style="text-align: justify;">- En 1904, Halford John Mackinder élaboore sa théorie du containment des puissances continentales, en particulier de la Russie, parce que l&#8217;Empire des Tsars vient de réaliser, sous la dynamique impulsion du ministre Witte, la liaison ferroviaire transsibérienne, procurant à cet immense empire continental une mobilité qui autorise le déplacement rapide des troupes de la Baltique au Pacifique. Dès la réalisation de cette voie ferroviaire transcontinentale, le Tsar est diabolisé dans les médias: on monte le Japon contre lui, on finance la nouvelle marine de guerre nipponne afin de détruire la flotte russe au large de la Corée (Tsushima, 1905); une propagande sournoise le décrit comme un autocrate sanguinaire, des révoltes secouent les grandes villes de l&#8217;Empire orchestrées par de sombres agitateurs dont on ne comprend guère les motivations, tant elles sont vagues et échevelées, etc.</p>
<p style="text-align: justify;"><em> Bloquer l&#8217;artère danubienne</em></p>
<p style="text-align: justify;">- De 1914 à 1918, la politique allemande et austro-hongroise vise à organiser les Balkans à partir de l&#8217;artère danubienne; ce projet est combattu tacitement par la Grande-Bretagne qui manipule, comme d&#8217;habitude, les escrocs politiciens français agités par des philosophades sousvoltairiennes et une germanophobie pathologique, afin que les peuples de France soient saignés à blanc, sacrifiés tout à la fois, en théorie, pour des chimères idéologiques véhiculées par des canailles de gauche et de droite et, en pratique, pour bloquer le Danube dans l&#8217;intérêt des puissances thalassocratiques. Dans la littérature géopolitique, c&#8217;est justement le Français André Chéradame qui exprime le plus clairement les buts de guerre anglais et jette les bases du traité de Versailles, que réclameront à hauts cris les politiciens français inféodés aux folies idéologiques de 1789 et qu&#8217;avaliseront avec une hypocrite discrétion les stratèges politiques britanniques et américains, en rejetant la responsabilité du chaos en Europe centrale sur la France (ce que confirmaient évidemment les apparences). Chéradame réclame ainsi le morcellement de l&#8217;espace danubien en autant de nations artificielles que possible. Sa démonstration historique et géopolitique implique la réduction du “Grand Haza² hongrois à un petit Etat enclavé sans façade maritime, l&#8217;expulsion de la Bulgarie du delta du Danube, l&#8217;agrandissement démesuré de la Serbie, en direction de la Dalmatie et de la Slovénie, afin de verrouiller l&#8217;Adriatique; l&#8217;agrandissement de la Roumanie pour que ce soit un allié de la France (dévoyée par la propagande sournoise des Britanniques) qui contrôle le delta du grand fleuve européen. L&#8217;idée de morceler et de bloquer le cours du Danube est revenue au grand galop depuis les événements de Yougoslavie au cours des années 90, avec pour point culminant la destruction des ponts de Novi Sad et de Belgrade, suivi d&#8217;une tentative de diaboliser l&#8217;Autriche, à la suite de l&#8217;entrée au gouvernement des libéraux-populistes de Jörg Haider.</p>
<p style="text-align: justify;">- De 1904 à 1915, la question d&#8217;Orient naît à la suite des traités d&#8217;alliance entre le Reich des Hohenzollern (qui n&#8217;est pas le Reich traditionnel né après la victoire d&#8217;Othon Ier sur les Hongrois en 955) et l&#8217;Empire ottoman. L&#8217;Angleterre voit d&#8217;un très mauvais ¦il la construction d&#8217;un chemin de fer Berlin-Bagdad et l&#8217;inauguration de voies aériennes sur le même tracé. Le Moyen-Orient ne peut en aucun cas devenir l&#8217;arrière-pays d&#8217;un continent européen regroupé autour de l&#8217;Allemagne et de l&#8217;Autriche-Hongrie, a fortiori si ce mode de coopération débouche sur une façade dans l&#8217;Océan Indien, océan du milieu considéré comme une mer intérieure britannique.</p>
<p style="text-align: justify;">- Même la France, réserve de chair à caanon pour la City lon-donienne chaque fois que des politiciens illuministes la dirigent, subit des pressions indirectes quand elle réalise le canal à grand gabarit entre l&#8217;Atlantique (Bordeaux sur la Gi-ronde) et la Méditerranée, ouvrage d&#8217;ingénierie civile qui re-lativise ipso facto la position de Gibraltar.</p>
<p style="text-align: justify;">- Pour ce qui concerne le IIIème Reich national-socialiste (qui n&#8217;est pas un Reich au sens traditionnel du terme), force est de constater que la politique de construire des auto-rou-tes, de vouloir réaliser la liaison Main-Danube (considérée comme un motif de guerre par la presse londonienne en 1942, qui publie une carte suggestive et révélatrice à ce pro-pos), de réaliser un premier vol transatlantique sur Foc-ke-Wulf Condor en 1938 après le dramatique accident du Zep-pelin &#8220;Hindenburg&#8221; en 1937, de concocter des projets de train rapide à voie large sur les lignes Paris-Berlin-Moscou et Munich-Vienne-Istanbul (Breitspureisenbahn) et de con-cré-tiser les projets de Frédéric II de Prusse et de l&#8217;écono-mis-te List en parachevant le système de canaux entre l&#8217;Elbe et le Rhin (lui-même lié à la Meuse et à l&#8217;Escaut par des travaux similaires exécutés aux Pays-Bas et en Belgique), sont des provocations claires et nettes à l&#8217;égard des thalas-so-craties, hostiles à toute organisation des communications sur les espaces continentaux. Tels sont les critères objec-tifs et vérifiables qui ont justifié l&#8217;hostilité de Roosevelt et de Churchill à l&#8217;endroit du IIIème Reich: les autres motifs sont moins clairs et donnent lieu à des spéculations infinies qui n&#8217;apportent aucune clarté dans les débats entre histo-riens.</p>
<p style="text-align: justify;">Ces travaux ou ces projets ont permis hier et permettent à fortiori aujourd&#8217;hui ‹notamment sur base du Plan Delors, qu&#8217;il conviendrait de concrétiser réellement‹ d&#8217;étendre une telle notion de Reich, comme principe et moteur de &#8220;com-munication&#8221; à l&#8217;Europe toute entière et à créer les con-ditions d&#8217;une alliance durable avec la Russie et l&#8217;Ukraine, maîtresses de l&#8217;espace pontique (Mer Noire). L&#8217;organisation optimale des voies fluviales et maritimes intérieures (Mer Noire et Mer Baltique) est désormais possible en Europe depuis le creusement définitif du Canal Rhin-Main-Danube sous le Chancelier Helmut Kohl. Au-delà des potentialités de cette liaison en Europe occidentale, centrale et orientale, la maîtrise complète du Danube, lié définitivement au Rhin et donc à l&#8217;Atlantique, permet très logiquement d&#8217;é-tendre la dynamique ainsi générée à l&#8217;espace pontique et aux fleuves russes et ukrainiens, au Don, et via le Canal Lé-nine, à la Volga et à la Mer Caspienne et de relancer la lo-gique géopolitique et hydropolitique que l&#8217;Empire romain avait amorcée et que sa chute face aux Huns et sa christia-nisation anarchique avaient interrompue.</p>
<p style="text-align: justify;"><em> Des Proto-Iraniens aux Goths</em></p>
<p style="text-align: justify;">Rome et les Germains s&#8217;étaient affrontés (ou alliés) pour te-nir la ligne Rhin-Danube de la Mer du Nord à la Mer Noire. Les uns organisant tous les territoires situés au Sud de cette ligne; les autres se massant au Nord. Les Wisigoths, descendus de la Suède actuelle, comme le feront plus tard les Varègues, occupent l&#8217;Ukraine et la Crimée. Autour de la Mer Noire se rassemblent dès lors trois impérialités <a href="http://www.centrostudilaruna.it/indoeuropei.html">indo-européennes</a>: la romaine, effective, la slavo-germanique, en gestation, et la perse, la plus ancienne. Les Wisigoths, qui acquièrent en Ukraine les techniques de cavalerie, lé-guées par les Scythes, et, avant eux, par les Proto-Iraniens, sont trop tôt bousculés par les Huns qui ruinent la fusion potentielle des trois impérialités autour de la Mer Noire. Dans ce sens, la Russie, si elle parvenait à se dégager to-talement de sa parenthèse bolchevique, serait tout à la fois l&#8217;héritière des Scythes (et des Proto-Iraniens), des Goths, des Varègues et des Perses (qui islamisés puis écrasés par les Mongols n&#8217;ont pas pu renouer avec leurs racines pro-fondes, la parenthèse tentée par le dernier Shah ayant été trop brève dans le temps, avant d&#8217;être réduite à néant par une islamisation de nouvelle mouture), tout en demeurant, bien sûr, l&#8217;héritière de Byzance depuis 1453.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Excursus </em>sur le Rhône: Le Rhône se jette dans le bassin oc-cidental de la Méditerranée et relie ce dernier au centre névralgique de l&#8217;Europe centrale, via Genève, le cours de la Saône et du Doubs, qui le mène aux &#8220;Portes de Bourgogne&#8221; (Burgundische Pforte), c&#8217;est-à-dire à la trouée de Bâle ou de Belfort, à proximité du Rhin et non loin des sources du Da-nube. A ce titre, il est un enjeu géostratégique primordial depuis l&#8217;antiquité. Etat de choses qui n&#8217;a pas échappé à la perspicacité de Halford John Mackinder, fondateur de la géopolitique militaire britannique. Dans son ouvrage Demo-cratic Ideals and Reality (dernière édition en 1947), il rap-pelle l&#8217;échec de l&#8217;empire maritime de Geiserich (Genséric), roi des Vandales, qui n&#8217;a pas su lier ses conquêtes à l&#8217;artère rhodanienne; retrace l&#8217;aventure des Sarrasins qui ont remon-té le Rhône, la Saône et le Doubs jusqu&#8217;aux portes de Bour-gogne; et montre enfin l&#8217;importance de l&#8217;alliance entre la Savoie, puissance rhodanienne, l&#8217;Autriche et l&#8217;Angleterre dans la guerre de succession d&#8217;Espagne.</p>
<p style="text-align: justify;"><em> Arioviste, César, le Rhône et le Rhin</em></p>
<p style="text-align: justify;">Son homologue allemand, l&#8217;historien Hermann Stegemann, auteur d&#8217;une histoire militaire du Rhin (Der Kampf um den Rhein, 1924) montre que, stratégiquement, le système du Rhône est lié au système du Rhin et que la maîtrise du Rhô-ne a été l&#8217;objectif premier de la grande stratégie romaine de Marius à César. Maîtresse de la Méditerranée occiden-ta-le depuis ses victoires sur Carthage, Rome doit s&#8217;assurer un hinterland en Europe: elle choisira de remonter le Rhône et ses affluents, où, via le Doubs, elle tombera sur le cours du Haut-Rhin à l&#8217;Est de Thann et de Cernay/Sennheim. C&#8217;est le domaine d&#8217;Arioviste qui gère un royaume suève à cheval sur le Rhin, le Doubs et les sources du Danube. La défaite de ce chef germanique montre que la ligne Rhin-Rhône (via le Doubs et la Saône) est la ligne de pénétration idéale vers le Nord pour toute puissance maîtresse du bassin occidental de la Méditerranée. Dès sa victoire sur Arioviste, César se rend maître du bassin de la Seine et de la Loire mais laisse à des chefs futurs le soin de passer sur la rive droite du Rhin. Ses successeurs tenteront d&#8217;unir le cours du Danube, depuis ses sources jusqu&#8217;à son embouchure dans la Mer Noire: ce sera la grande stratégie continentale de l&#8217;empire ro-main, aussi importante que la maîtrise de la Mare Nos-trum.</p>
<p style="text-align: justify;">La grande leçon de l&#8217;empire romain, organisateur des com-mu-nications en Europe, est toujours d&#8217;actualité: l&#8217;Europe, pour avoir une structure impériale au bon sens du terme, c&#8217;est-à-dire une structure d&#8217;organisation intérieure et non pas une structure permettant des conquêtes impérialistes, doit avoir, comme Rome jadis, de grands projets d&#8217;aména-ge-ment, qui, dans la logique plus économique qui règne au-jour-d&#8217;hui, mobilise la main-d&#8217;¦uvre et relance la consom-ma-tion intérieure tout en accélérant les communications. Friedrich List, économiste libéral dont se réclament pour-tant bon nombre d&#8217;étatistes non libéraux, préconisait ce ty-pe de politique dès le milieu du 19ième siècle. De nos jours, le Plan Delors n&#8217;a pas reçu, au niveau européen, l&#8217;attention qu&#8217;il méritait, alors qu&#8217;il suggérait le développement de che-mins de fer rapides et le lancement d&#8217;un programme de satellites de télécommunications. De même, l&#8217;Europe ac-tuel-le n&#8217;a pas les dimensions impériales requises aujour-d&#8217;hui, dans la mesure où sa marine est trop faible, tant sur le plan militaire comme le déplore l&#8217;Amiral français Allain Coataena, que sur le plan de l&#8217;exploitation civile et océa-nographique. L&#8217;Europe ne développe pas assez de grands projets pour l&#8217;exploitation des fonds marins et océaniques. Mis à part les liaisons entre la Grande-Bretagne et le conti-nent, les flottes côtières d&#8217;aéroglisseurs ou de catamarans ne sont pas assez développées dans les mers intérieures, y compris la Méditerranée.</p>
<p style="text-align: justify;"><em> Les dimensions historiques de la notion d&#8217;Empire</em></p>
<p style="text-align: justify;">A Verdun en 843, les petits-fils de Charlemagne se par-ta-gent en fait des bassins fluviaux, dans la mesure où les fleu-ves étaient à l&#8217;époque les seuls moyens de communica-tion sûrs et relativement rapides. Charles le Chauve reçoit les bassins de la Somme, de la Seine, de la Loire et de la Ga-ronne, avec un avantage considérable, propre au bassin parisien. A partir de Paris, effectivement, on peut unir le territoire grâce aux affluents comme la Marne et l&#8217;Oise (qui a servi d&#8217;axe de pénétration à la colonisation franque) et à la proximité de la Loire, reliée à la Seine par une voie ter-restre relativement courte, allant de Paris à Orléans. Cette po-sition idéale a permis une centralisation rapide de la Fran&#8211;ce. Lothaire reçoit les bassins du Rhin et de la Meuse, du Rhône et du Pô, en même temps que le titre de &#8220;Cae-sar&#8221;, en souvenir de Jules César qui, le long de ces axes, avait réussi à contrôler l&#8217;Ouest et à jeter les bases de la fu-ture colonisation de l&#8217;espace danubien (du moins son flanc sud). Louis le Germanique, reçoit le Nord, c&#8217;est-à-dire la plai-ne des fleuves parallèles, non reliés entre eux, de l&#8217;Es-caut à la Vistule. Mais aussi la mission de conquérir le Da-nu&#8211;be pour y rétablir un ordre romain, confié par la trans-latio imperii aux Germains, qui, ipso facto, l&#8217;y rétabliront au Nord et au Sud. Cette mission danubienne implique aus-si, à partir du 10ième siècle, l&#8217;alliance avec la Hongrie (l&#8217;anti-que Pannonie romaine). Le tandem germano-hongrois, l&#8217;al-lian-ce de la couronne impériale romaine-germanique et de la couronne de Saint-Etienne magyare, fera face aux Otto-mans, qui voudront conquérir le Danube en partant des Bal-kans et de son embouchure, pour rétablir l&#8217;unité géogra-phique danubienne mais non pas sous un signe impérial et ro-main, mais sous un signe islamique. L&#8217;empire ottoman a vou-lu poursuivre la politique danubienne de Byzance, mais sans avoir de légitimité géographique européenne, la légi-timi-té géographique turque étant centre-asiatique et la lé-gitimité géographique islamique étant arabique.</p>
<p style="text-align: justify;"><em> La proposition de Pie II</em></p>
<p style="text-align: justify;">Cette am-biguïté ottomane, où le Sultan est simultanément le Calife musulman et l&#8217;héritier, volens nolens, du Basileus byzantin, n&#8217;a pas échappé au Pape Pie II, alias l&#8217;humaniste Æ-neas Sil-vius Piccolomini, ancien Chancelier de l&#8217;Empereur germa-nique Frédéric III. Pie II propose la conversion au chris-tia&#8211;nis-me du Sultan, comme les Hongrois l&#8217;avaient ac-cep-tée après leur défaite de 955, face à l&#8217;armée germani-que d&#8217;O-thon I. Le Sultan serait devenu alors tout à la fois hé-ritier de Rome et de Byzance, restaurant l&#8217;unité antique désirée par tous les humanistes, projetant la puissance eu-ropéenne rétablie vers l&#8217;espace iranien via la Mer Noire; condition sine qua non: l&#8217;élite ottomane devait oublier ipso facto, à l&#8217;instar des Hongrois du 10ième siècle, sa détermina-tion géo-graphique pré-européenne et centre-asiatique (ethni-que tur-que), de même que sa détermination nomade-arabique, transmise via l&#8217;Islam. Cette &#8220;steppitude&#8221; turco-mongole ou cette &#8220;désertitude&#8221; issue de la péninsule ara-bique étant deux matrices totalement étrangères à l&#8217;Euro-pe: la con-version au christianisme n&#8217;est pas tant l&#8217;adoption de la foi évangélique, dans le contexte qui nous occupe, que l&#8217;abandon volontaire de dynamiques géopolitiques autres que celles de l&#8217;antique empire romain. Le Sultan n&#8217;a pas accepté la proposition de Pie II, a voulu sottement per-sé-vérer dans sa logique turco-arabique, qui n&#8217;a finalement mené nulle part après 500 ans d&#8217;efforts. De ce fait cette lo-gique turco-arabique, mixte boiteux et inefficace, irruption d&#8217;intempérance et de violence inutile, ne peut être con-sidérée comme &#8220;sacrée&#8221;, au même titre que l&#8217;impérialité romaine-germanique (&#8220;Sacrum Imperium&#8221;) car elle débouche sur l&#8217;impasse ou la guerre permanente (ou, pour reprendre un modèle conceptuel iranien et zoroastrien, la sacralité im-périale romaine-germanique ou l&#8217;impérialité perse, relè-ve d&#8217;Ahura Mazda, principe de lumière, tandis que l&#8217;otto-manisme relève d&#8217;Ahriman, principe de destruction et d&#8217;ob-scurité, a fortiori s&#8217;il est allié au mammonisme de la Ban-que d&#8217;Angleterre ou de l&#8217;économicisme américain).</p>
<p style="text-align: justify;">La lutte entre l&#8217;Occident et l&#8217;Orient de notre continent con-stitue effectivement la dynamique majeure de notre histoi-re. Cette lutte se joue sur le Danube. Les Romains distinguaient deux &#8220;Danube(s)&#8221;: l&#8217;un partant de sa source en Forêt Noire souabe jusqu&#8217;à ses &#8220;cataractes&#8221; dans les Balkans et portant son nom <a href="http://www.centrostudilaruna.it/celti.html">celtique</a> &#8220;Danuvius&#8221;, l&#8217;autre partant de ces cataractes jusqu&#8217;à son embouchure et portant son nom grec &#8220;Ister&#8221;. Cette limite sera également celle des deux empires romains d&#8217;Orient et d&#8217;Occident. La césure repose sur un fait hydrographique: la coupure de la navigation sur le Danube à hauteur des &#8220;Portes de Fer&#8221;, nommées &#8220;cataractes&#8221; dans l&#8217;antiquité. Les conflits ultérieurs entre les deux empires auront pour objet tout à la fois la Méditerranée et le Danube.</p>
<p style="text-align: justify;"><em> Missions de Bregenz et de Passau</em></p>
<p style="text-align: justify;">Au moment de la christianisation de l&#8217;Europe centrale, les missions <a href="http://www.centrostudilaruna.it/celti.html">celtiques</a> (irlando-écossaises) parties de Bregenz, et partisanes d&#8217;une réconciliation avec les modèles du monachisme byzantin, entreront en concurrence, et perdront la lutte, devant les missions, également danubiennes de Passau; celles-ci sont partisanes de la suprématie papale romaine, hostile à Byzance donc, en fin de compte, hostile au principe impérial de la vieille Rome, dont la Papauté se réclame parfois, ce qui constitue une dangereuse imposture. Les missions de Passau obtiendront gain de cause en Hongrie, en dépit de l&#8217;existence et de la persistance d&#8217;une zone mixte, de rites inspirés de la liturgie byzantine mais d&#8217;obédience papiste-romaine (Moravie, Croatie). Elles étendront leur influence jusqu&#8217;aux Portes de Fer. A l&#8217;Est, la domination byzantine demeurera. A l&#8217;Ouest la domination franque et romaine s&#8217;établit solidement. Byzance a le des-sous car on ne peut vaincre dans cette compétition que si l&#8217;on domine la Pannonie de la frontière morave à l&#8217;Adriatique. Cette zone charnière reste &#8220;romaine&#8221;, donc &#8220;Rome&#8221; reste maîtresse du jeu. Les Ottomans seront plus tard très conscients de cet enjeu: pour eux, la domination de l&#8217;Eu-rope passe également par le maîtrise de la Pannonie et de la Croatie, mais la détermination germanique de l&#8217;impérialité européenne a quelque peu déplacé vers l&#8217;Ouest le point névralgique assurant cette domination. C&#8217;était Vienne désormais qui constituait la clef du Danube, que les Ottomans ap-pelaient la &#8220;Pomme d&#8217;Or&#8221;. Les deux assauts ottomans contre la capitale impériale de l&#8217;Europe se sont soldés par de cuisants échecs. Raison pour laquelle l&#8217;Europe n&#8217;est pas turco-musulmane aujourd&#8217;hui, en dépit de la trahison française. Le deuxième échec devant Vienne, malgré le rôle immonde qu&#8217;a joué le &#8220;Räuberkönig&#8221; Louis XIV (le &#8220;Roi des Bandits&#8221;) en attaquant les troupes impériales européennes dans le dos pour soulager les Turcs, a scellé le déclin définitif de la puissance ottomane, qui a cessé de nuire à l&#8217;en-semble européen.</p>
<p style="text-align: justify;"><em> Rhône, Rhin et Danube</em></p>
<p style="text-align: justify;">La dynamique de l&#8217;histoire romaine, pour reprendre les thèses de Stegemann, ou la logique de l&#8217;expansion territoriale romaine, repose in fine sur la bonne maîtrise de ces trois bassins fluviaux d&#8217;Europe. L&#8217;objet des guerres puniques a été de contrôler le bassin occidental de la Méditerranée, contrôle solidement assuré par la conquête de la Sicile. Celle-ci occupe une position charnière entre les bassins oriental et occidental de la Méditerranée. Potentiellement, la puissance qui s&#8217;en empare est susceptible, moyennant peu d&#8217;efforts, de contrôler les deux bassins de la Méditerranée. Les forces puniques, carthaginoises, disposaient d&#8217;atouts territoriaux importants, avec les Baléares, l&#8217;Espagne, les tributaires gaulois dans le bassin du Rhône (qui fournissaient d&#8217;excellents mercenaires) et le contrôle des passages alpins permettant d&#8217;accéder en Italie. Hannibal utilise tous ces atouts, mais échoue en Italie. Après les trois guerres pu-niques, les Romains prennent conscience que l&#8217;Italie se dé-fend sur le Rhône, avant les cols alpins. Rome va donc dé-ployer successivement quatre projets stratégiques pour éviter le retour de tout Hannibal:</p>
<p style="text-align: justify;">- la colonisation de l&#8217;Espagne, qui serra un processus de très longue durée et qui commencera par la maîtrise des côtes méditerranéennes, la façade atlantique n&#8217;étant, à cette époque-là, d&#8217;aucune utilité.</p>
<p style="text-align: justify;">- la colonisation de la Provence, visannt surtout à occuper l&#8217;embouchure du Rhône et, progressivement, à remonter sa vallée le plus loin possible.</p>
<p style="text-align: justify;">- éviter un nouveau danger, dans la messure où la Provence reste ouverte à des peuples non contrôlés au Nord, Gaulois ou Germains (avec l&#8217;arrivée des Cimbres et des Teutons d&#8217;a-bord, des Suèves d&#8217;Arioviste ensuite).</p>
<p style="text-align: justify;">- ce danger, représenté par le non colmmatage de la frontière septentrionale de la Provence, aux confins du pays des Eduens, c&#8217;est-à-dire de l&#8217;Auvergne actuelle, va obliger Rome à satelliser les tribus gauloises de la vallée du Rhône qui deviennent des alliées.</p>
<p style="text-align: justify;">- d&#8217;intervenir pour protéger ces alliéss, notamment au moment où Arioviste bouscule les Helvètes qui se réfugient chez les Séquanes de Franche-Comté, alliés de Rome.</p>
<p style="text-align: justify;"><em> La &#8220;Trouée de Bâle&#8221; ou les &#8220;Portes de Bourgogne&#8221;</em></p>
<p style="text-align: justify;">César va donc être obligé de colmater la brèche par la-quel-le les Germains, à la suite des Suèves d&#8217;Arioviste, peuvent s&#8217;engouffrer dans le territoire mal organisé des Gaules et donc menacer plus sérieusement la Provence que ne le fi-rent jadis, du temps de Marius, les Cimbres et les Teutons. Dans cette campagne contre Arioviste ‹lui-même fort cons-cient de l&#8217;enjeu hydrographique et géographique de la région gauloise qu&#8217;il occupe dans les Vosges et sur le cours du Doubs, à peu près jusqu&#8217;à Besançon‹ César prend cons-cience de toute la dynamique géopolitique et hydrogra-phique de l&#8217;hinterland européen du bassin occidental de la Mé-diterranée. En toute logique, la présence des troupes d&#8217;A-rioviste dans la vallée du Doubs démontre à César que la Provence ne peut être tenue que si toute la vallée du Rhô-ne est sécurisée au bénéfice de l&#8217;empire ouest-méditerra-néen de Rome; mais cette même vallée du Rhône n&#8217;est sûre que si la trouée de Bâle et de Belfort (la Porte de Bourgo-gne) est verrouillée contre les Germains. Mais pour bien ver-rouiller cette Porte de Bourgogne, il faut contrôler le Rhin en aval jusqu&#8217;à la Mer du Nord. Par conséquent, César constate très vite que le Rhin et le Rhône sont liés l&#8217;un à l&#8217;au-tre stratégiquement parlant. De même, le bassin du Rhô-ne donne accès, via son principal affluent, la Saône, au Plateau de Langres sur lequel passe la ligne de partage des eaux et où la Seine atlantique prend sa source, de même que la Meuse. Le contrôle du Rhône implique celui de la Saô-ne, qui, à son tour, implique celui de la Seine et de ses af-fluents. Qui plus est, la Seine donne accès à la Manche, d&#8217;où vient l&#8217;étain des Cornouailles; le contrôle de la Seine im-plique aussi de contrôler le Sud de la Grande-Bretagne. Ce que tentera de faire César et que parachèveront ses successeurs.</p>
<p style="text-align: justify;">Après César, la proximité des sources du Danube et de la Porte de Bourgogne montre que la maîtrise du Rhône au départ de la Provence conduit à la nécessité de maîtriser le Rhin et à l&#8217;opportunité de contrôler le Danube. Ce processus sera amorcé dès Auguste, puis achevé par Trajan qui conquiert la Dacie (l&#8217;actuelle Roumanie).</p>
<p style="text-align: justify;"><em> La stratégie de César est toujours d&#8217;actualité</em></p>
<p style="text-align: justify;">Tout cela n&#8217;est pas de l&#8217;histoire ancienne. La stratégie de Cé-sar a été rééditée lors de la seconde guerre mondiale, à croire que les stratèges anglais et américains ont non seulement suivi les conseils de leur meilleur géopolitologue, Mackinder, mais aussi bien assimilé l&#8217;étude magistrale de Stegemann. Le débarquement de Provence, le 15 août 1944, permet aux troupes alliées de s&#8217;emparer rapidement de la vallée du Rhône pour se heurter à une résistance allemande acharnée à hauteur des Portes de Bourgogne, exactement dans les mêmes lieux où Arioviste avait livré bataille à César. La victoire des troupes franco-marocaines et américaines dans les Vosges alsaciennes conduit les alliés à s&#8217;emparer de la Porte de Bourgogne et du Haut Rhin puis de passer celui-ci en direction des sources du Danube dans la Forêt Noire, en plein Pays Souabe (&#8220;souabe&#8221; dérivant de &#8220;suève&#8221;, la tribu d&#8217;Arioviste). La campagne commencée par le débarquement de Provence jusqu&#8217;à la prise de Belfort à la fin de l&#8217;année 1944, est une réédition moderne de la campagne de César contre Arioviste.</p>
<p style="text-align: justify;"><em> Unifier les bassins du Rhône, du Rhin et du Danube</em></p>
<p style="text-align: justify;">Cette double référence historique au conflit qui a opposé César à Arioviste, d&#8217;abord, et à la campagne qui a suivi le débarquement en Provence en août 1944, ensuite, nous fait prendre conscience de la nécessité géopolitique d&#8217;unifier autant que possible les trois bassins du Rhin, du Danube et du Rhône, soit la Mer du Nord (et la Baltique par les nou-veaux canaux du Nord de l&#8217;Europe), la Méditerranée occi-dentale et la Mer Noire, afin que la future Union Européen-ne puisse demeurer maîtresse des grandes voies de com-muni-cation à l&#8217;intérieur même des terres, sans intervention possible d&#8217;une puissance maritime extérieure à notre sous-continent. Cette nécessité doit nous conduire à condamner sans appel l&#8217;obstruction commise par les Verts français, dont Madame Voynet, au creusement d&#8217;un canal à grand ga-barit entre Rhin et Rhône. Une telle man¦uvre politi-cienne, criminelle et abjecte, ne peut profiter qu&#8217;aux pires en-nemis de l&#8217;Europe. Et, en dernière instance, a sûrement été &#8220;soufflée&#8221; par ceux-ci.</p>
<p style="text-align: justify;">Dans cette même perspective romaine et impériale, la lon-gue guerre entre l&#8217;Autriche-Hongrie et les Ottomans a été une lutte pour le Danube, donc, en poursuivant notre rai-son-nement, pour ré-inclure la Mer Noire dans l&#8217;¦coumène européen, en faire une mer intérieure sans immixtion é-tran-gère, c&#8217;est-à-dire sans l&#8217;intrusion d&#8217;une dynamique géo-graphique dont le point de départ ne serait pas européen, ne serait pas situé sur la ligne qui part du Danemark (l&#8217; In-sula Scandza, matrice des nations pour les Romains) pour aboutir en Sicile en incluant l&#8217;espace sis entre Vienne et Bu-dapest. L&#8217;Europe doit annuler les effets de toute dynamique géographique extérieure, prenant pour point de départ un espace mal défini situé au-delà de la Mer d&#8217;Aral ou du Lac Balkach (la perspective turque ou pantouranienne) ou le centre de la péninsule arabique (la perspective arabo-mu-sul-mane), dans la Mer Noire, mer intérieure, et dans la Mé-diterranée orientale. Aucune de ces dynamiques ne peut dé-border à proximité du sous-continent européen, ne peut avoir de Wachstumspitze (de &#8220;pointe de croissance&#8221; pour re-prendre le vocabulaire de Karl Haushofer) dans l&#8217;orbite de l&#8217;¦coumène européen, c&#8217;est-à-dire dans tous les territoires qui ont jadis fait partie de l&#8217;empire romain.</p>
<p style="text-align: justify;"><em> Permanence des faits telluriques et &#8220;longue histoire&#8221;</em></p>
<p style="text-align: justify;">La Hanse médiévale s&#8217;est étendue sur le territoire de la gran-de plaine nord-européenne, où coulent des fleuves pa-ral-lèles, à l&#8217;époque non reliés entre eux. Pour en tirer pro-fit, la Hanse a eu le génie d&#8217;organiser les mers intérieures du Nord (Mer du Nord, Mer Baltique) en prenant les mar-chandises de l&#8217;intérieur du continent dans les ports des em-bouchures pour les répartir sur les pourtours. Cette optique reste d&#8217;actualité.</p>
<p style="text-align: justify;">Conclusion: ce panorama de faits historico-géographiques doit nous conduire à saisir la permanence des faits tel-lu-riques, fondements de la &#8220;longue histoire&#8221; (Braudel). Tout em-pire viable doit être porté par des hommes capables de garder toujours en tête les éléments permanents de cette &#8220;longue histoire&#8221;, car aucun empire ne peut survivre sans une telle &#8220;mémoire de l&#8217;espace&#8221;. Aujourd&#8217;hui, nous aurons à nouveau un &#8220;empire&#8221; en Europe, un système impérial (rei-chisch), si nous optimisons nos systèmes de communications (surtout les satellites de télécommunications), si nous par-ve-nons directement à percevoir les man¦uvres d&#8217;obstruc-tion menées par des politiciens corrompus afin de les com-battre immédiatement et sans pitié. Si nous avions eu une telle attitude, si nous avions eu la &#8220;mémoire de l&#8217;espace&#8221;, nous n&#8217;aurions jamais avalisé la guerre américaine contre la Serbie et, ipso facto, l&#8217;euro n&#8217;aurait pas dévalué dans la fou-lée de cette guerre, qui fut une catastrophe pour l&#8217;Eu-ro-pe sans que les fausses élites qui la gouvernent aujourd&#8217;hui ne s&#8217;en soient aperçu.</p>
<p style="text-align: justify;"><em> Des principes politiques de tout &#8220;Reich&#8221;</em></p>
<p style="text-align: justify;">D&#8217;abord, il faut préciser que le &#8220;Reich&#8221; n&#8217;est pas une nation, même s&#8217;il est porté, en théorie, par un &#8220;populus&#8221; (le &#8220;po-pu-lus romanus&#8221;) ou une &#8220;nation&#8221; (la &#8220;Deutsche Nation&#8221;). Erich von Kuehnelt-Leddhin nous a très bien montré la différence entre le &#8220;Reich&#8221; et la &#8220;nation&#8221;; si sa position n&#8217;est pas natio-naliste, et même anti-nationaliste, il n&#8217;a rien contre les sen-timents d&#8217;appartenance nationale, contre la fierté d&#8217;appar-tenir à une nation. De tels sentiments sont positifs, écrit-il, mais doivent être transcendés par une idée. Cette transcendance conduit à une verticalité, qui s&#8217;oppose à tou-tes les formes modernes d&#8217;horizontalité, ce qui est, par ail-leurs, l&#8217;idée majeure, le noyau idéel, de toutes les tra-di-tions, comme le souligne aussi <a href="http://www.centrostudilaruna.it/evola.html">Julius Evola</a>. Mais cette notion traditionnelle et verticale oublie parfois la profondeur de l&#8217;humus: en tenant compte de cet humus, nous disons qu&#8217;il n&#8217;y a pas de verticalité ouranienne sans profondeur chtonienne. Pour résumer brièvement la position tradition-nelle d&#8217;Erich von Kuehnelt-Leddhin, disons que les horizon-talités modernes ne permettent pas le respect de l&#8217;Autre, de l&#8217;être-autre. Si l&#8217;Autre est jugé dérangeant, inopportun dans son altérité, il peut être purement et simplement éli-miné ou mis au pas, sans le moindre respect de son alté-rité, car l&#8217;horizontalité fait de tous des &#8220;riens ontologiques&#8221;, privés de valeur intrinsèque. Tel est l&#8217;aboutissement de la lo-gique égalitaire, propre des idéologies et des systèmes qui ont voulu usurper et éradiquer la tradition &#8220;reichique&#8221;: si tout vaut tout dans l&#8217;intériorité de l&#8217;homme, ou même dans sa constitution physique, cela signifie, finalement, que plus rien n&#8217;a de valeur spécifique, et si une valeur spé-cifique cherche à pointer envers et contre tout, elle sera vi-te considérée comme une anomalie qui appelle l&#8217;exter-mi-nation, l&#8217;intervention fanatique et sanglante de &#8220;colonnes in-fernales&#8221;. La verticalité, en revanche, implique le devoir de protection et de respect, un devoir de servir les supé-rieurs et un devoir des supérieurs de protéger les infé-rieurs, dans un rapport comparable à celui qui existe, dans les sociétés et les familles traditionnelles, entre parents et enfants. La verticalité respecte les différences ontolo-gi-ques et culturelles; elle ne les considère pas comme des &#8220;riens&#8221;, qui ne méritent ni considération ni respect.</p>
<p style="text-align: justify;"><em> Des serviteurs de l&#8217;Empire issus de toutes les nations</em></p>
<p style="text-align: justify;">Dans un empire cohabitent diverses communautés et, partant, vu l&#8217;extension territoriale importante de tout empire, divers peuples, que l&#8217;on ne songe pas à fusionner dans un magma insipide et indifférencié. Les empires sont généralement pluriethniques. C&#8217;était le cas de la monarchie austro-hongroise, dernière détentrice de l&#8217;impérialité romaine-germanique, où des hommes de toutes origines ethniques ont servi, non seulement des Autrichiens et des Hongrois mais aussi des Slaves du Sud tel le général serbe Bosoïev, puis, pendant la seconde guerre mondiale, le général d&#8217;origine croate Rendulic, qui fut le dernier à rendre les armes; lors de la guerre de Trente Ans, le Brabançon Tilly de &#8216;t Serclaes commande l&#8217;armée bavaroise, puis toute l&#8217;armée impériale; sa statue se dresse encore et toujours dans la Feldherrenhalle de Munich; le Lombard Montecuccoli sert également l&#8217;Autriche impériale, sans oublier le plus illustre des Savoisiens: le Prince Eugène. En Russie, les généraux sont sou-vent des Allemands ou des Allemands des Pays Baltes, y compris Rennenkampf qui envahit la Prusse orientale en 1914. Le ministre Witte est d&#8217;origine flamande ou hollandaise. Xavier de Maistre, frère de Joseph, a également exercé un commandement dans l&#8217;armée du Tsar, pour lutter contre les folies révolutionnaires et bonapartistes. Les Liégeois fondent plus tard les usines d&#8217;armement russes, dont les pistolets Nagant sont un souvenir. En Belgique, où la logique impériale s&#8217;est maintenue jusqu&#8217;en 1918, où la seconde offensive jacobine a eu raison des traditions séculaires, l&#8217;armée de 1914 est commandée en Afrique par un Danois, le Colonel Olsen, et en métropole par Jungbluth, Rhénan, et par Bernheim, Viennois d&#8217;origine israélite.</p>
<p style="text-align: justify;"><em> Véritable multiculturalité et multiculturalité exterministe</em></p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;empire est donc fait de multiplicités, de différences, qui n&#8217;ont rien de commun avec la fausse multiculturalité vantée par les médias d&#8217;aujourd&#8217;hui. Cette multiculturalité, escroquerie idéologique, relève justement de cette horizontalité qui vise à vider tous les hommes, autochtones et allochtones, de leur substance ontologique. Cette multiculturalité tue l&#8217;essentiel qui vit en l&#8217;homme. Toute politique qui cherche à la promouvoir est une politique criminelle, exterministe, au sens où l&#8217;entendait le philosophe américain Thompson. A cette multiculturalité, masque publicitaire pour faire accepter l&#8217;exterminisme moderne, il faut opposer la verticalité impériale ou l&#8217;idée sublime de Herder, qui voyait en l&#8217;Europe une &#8220;communauté de personnalités ethniques imbriquées dans l&#8217;histoire&#8221;. A la suite de ces réflexions de Herder sur la diversité européenne, la centralité géographique de l&#8217;Allemagne, encore morcelée, fait d&#8217;elle, pour les romantiques qui sont passés de l&#8217;idéal révolutionnaire et illuministe à l&#8217;idéal d&#8217;une restauration charnelle au-delà des géométrismes abstraits et désincarnés du jacobinisme, le &#8220;Sacrum Imperium&#8221; parfait, branché territorialement sur les peuples romans, slaves et scandinaves, et seule apte, de ce fait, à faire éclore et vivre une synthèse européenne.</p>
<p style="text-align: justify;">A la suite de ces deux batteries d&#8217;arguments, les uns d&#8217;ordre organisationnel et territorial, les autres d&#8217;ordre philosophique et éthique, il me paraît opportun, avant de conclure, de poser deux questions importantes:</p>
<p style="text-align: justify;">- Quelle catégorie d&#8217;hommes peuvent-ils incarner le &#8220;Reich&#8221;?</p>
<p style="text-align: justify;">- Comment une telle catégorie d&#8217;hommes a-t-elle émergé au sein de l&#8217;humanité européenne?</p>
<p style="text-align: justify;">La catégorie d&#8217;hommes capables d&#8217;incarner un &#8220;Reich&#8221; est née de la tradition persane, laquelle à été longtemps un &#8220;Orient&#8221; (un modèle sur lequel on s&#8217;&#8221;orientait&#8221;), mais ce fait d&#8217;histoire et de tradition n&#8217;est plus pris en compte à sa juste valeur. Dans la tradition persane, il est question d&#8217;un &#8220;hiver éternel&#8221;, allusion plus que probable au début d&#8217;une ère glaciaire particulièrement rude, qui a surpris les premiers peuples européens dans leur habitat premier. Au moment où survient cet &#8220;hiver éternel&#8221;, un roi-héros, Rama, rassemble les tribus et les clans et se dirige, à leur tête, vers le Sud, vers le Caucase, la Bactriane et la Perse (les hauts plateaux iraniens). Ce roi-héros fonde les castes, ou, plus exactement, les fonctions que Georges Dumézil étudiera ultérieurement. Après avoir mené son peuple à bonne destination, pour échapper aux rigueurs de cet &#8220;hiver éternel&#8221;, Rama se retire dans les montagnes. Cette figure héroïque et royale se retrouve dans les traditions avestique et védique où il s&#8217;appelle Yama ou Yima.</p>
<p style="text-align: justify;">Pour mener cette expédition et cette migration, Rama-Yama-Yima s&#8217;est servi de chevaux et de chars et a jeté ainsi les premiers principes d&#8217;organisation d&#8217;une cavalerie, principes qui resteront l&#8217;apanage premier de ces clans et tribus qui se mêleront pour former le peuple iranien (perse ou parthe) de la haute antiquité. Plus tard, Zarathoustra (Zoroastre) codifie les règles que doit suivre chaque cavalier. La codification proprement dite est l&#8217;oeuvre de son disciple Gathas. La troupe de Zarathoustra, qui doit faire respecter son enseignement pratique, est armée de massues (la &#8220;Clave&#8221; dans l&#8217;oeuvre de <a href="http://www.centrostudilaruna.it/evola.html">Julius Evola</a>). Au départ de la troupe des adeptes de Zarathoustra se forme la caste des guerriers, les Kshatriyas de la tradition indienne, une caste opérative ancrée dans le réel politique et géographique, qui domine la caste des prêtres, contemplative et moins encline à exercer sur elle-même une discipline rigoureuse.</p>
<p style="text-align: justify;"><em> Un idéal simple et rigoureux</em></p>
<p style="text-align: justify;">Des rangs des Kshatriyas sont issus les rois, ce qui implique, dès le départ de la tradition <a href="http://www.centrostudilaruna.it/indoeuropei.html">indo-européenne</a> d&#8217;Iran, la domination de l&#8217;homme actif sur l&#8217;homme contemplatif (préconisée par <a href="http://www.centrostudilaruna.it/evola.html">Evola</a>). La figure iranienne de Sraosha, qui donnera le Saint Michel de la tradition médiévale, évolue entre le ciel et la terre, c&#8217;est-à-dire entre l&#8217;idéal de la Tradition et la réalité, va et vient qui postule une formation rigoureuse, à l&#8217;instar des disciples de Zarathoustra. Ceux-ci, au fur et à mesure que se consolide la tradition iranienne, sont formés à rendre claire leur pensée, à purifier leurs sentiments, à prendre conscience de leur devoir. Armés de ces trois principes cardinaux d&#8217;orientation, le disciple de Zarathoustra lutte contre Ahriman, incarnation du Mal, c&#8217;est-à-dire de la déliquescence des sentiments, qui rend inapte à ¦uvrer constructivement et durablement dans le réel. Seuls les chevaliers capables d&#8217;incarner cet idéal simple mais rigoureux se donneront un charisme, un rayonnement, une lumière, la kwarnah. Ils sont liés entre eux par un serment.</p>
<p style="text-align: justify;">En 53 av. J. C., quand les troupes parthes de Surena affrontent les légions du triumvir Crassus, figure méprisable par sa cupidité et avare de son or, les Romains sont soit horrifiés de cette rigueur, s&#8217;ils sont décadents comme Crassus, soit fascinés, s&#8217;ils ont encore le sentiment de l&#8217;Etat. Pendant la longue lutte entre Romains et Parthes, des éléments de cette spiritualité militaire iranienne vont petit à petit se distiller dans le monde occidental, notamment quand des chevaleries indo-iraniennes, comme les cataphractaires sarmates ou les cavaliers alains, vont se mettre au service de Rome. Les Goths, venus de Scandinavie, découvrent à leur tour cette spiritualité de <em>Kshatriya </em>quand ils déboulent en Crimée, dans l&#8217;espace scythe. Ils reprennent traditions et techniques des peuples cavaliers de la zone pontique et les introduisent dans le monde germanique. Le dieu Odin, avec son coursier, véhicule quelques éléments iraniens et, Loki, dieu trickster, hérite de traits prêtés à l&#8217;Ahriman perse.</p>
<p style="text-align: justify;"><em> La tradition iranienne arrive en Europe par les Croisades</em></p>
<p style="text-align: justify;">Chez les Francs, la hache de combat, la framée, entre Clovis (Chlodweg) et les Croisades, implique un art militaire transmis, mais l&#8217;Occident ne connaît pas encore de chevalerie sur le modèle iranien. Les Francs disposent d&#8217;une militia mais pas encore d&#8217;une chevalerie, selon les critères des périodes ultérieures. Au cours des croisades, quand les troupes franques et germaniques entrent en contact avec les chevaleries persanes (islamiques) et arméniennes (chrétiennes), héritières des traditions de l&#8217;Iran ancien, elles renouent progressivement avec l&#8217;héritage perdu de l&#8217;Orient <a href="http://www.centrostudilaruna.it/indoeuropei.html">indo-européen</a> que représente la tradition avestique, subsistant encore malgré la &#8220;pseudomorphose&#8221; islamique. La fotowwat (&#8220;service&#8221;, &#8220;chevalerie&#8221;, &#8220;jeunesse&#8221;) d&#8217;Iran est une transposition de l&#8217;héritage ancien dans un cadre islamique. Jean Tourniac, disciple de <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/rene-guenon/">Guénon</a></span>, dans son ouvrage Lumière d&#8217;Orient, explicite le cheminement qui va de cette chevalerie d&#8217;Iran, dont les origines sont zoroastriennes et participent d&#8217;un culte de la Lumière, aux chevaleries occidentales et templières, qui se sont constitués dans la foulée des croisades.</p>
<p style="text-align: justify;">La chevalerie médiévale est tout à la fois militaire, hospitalière et gère un système bancaire, afin que l&#8217;activité économique soit également compénétrée d&#8217;une éthique lumineuse, dérivant, en ultime instance, en remontant la concaténation des avataras, de la même matrice iranienne et zoroastrienne, issue des premiers <a href="http://www.centrostudilaruna.it/indoeuropei.html">peuples indo-européens</a> ayant déboulé dans l&#8217;actuelle Perse. L&#8217;Iran traditionnel, en dépit de son islamisation de surface, a été détruit plus tard par les Mongols. Il ne s&#8217;en est plus jamais relevé et n&#8217;a plus pu redevenir un &#8220;Orient&#8221;. Dans l&#8217;¦uvre de Henry Corbin, le plus grand iranologue et islamologue français du 20ième siècle, nous trouvons plus d&#8217;un hommage au philosophe perse islamisé Sohrawardi, qui, dépositaire de la sagesse iranienne originelle, s&#8217;insurge, avant la destruction de son pays par les Mongols, contre la bigoterie, le rationalisme étriqué qui est son corollaire, et réclame le retour à une attitude noble, lumineuse, archangélique et michaëlienne, qui n&#8217;est rien d&#8217;autre que la tradition perse/avestique des origines les plus lointaines. Sohrawardi réclame une révolte contre la caste des prêtres étriqués, et, partant, contre toutes les pensées et démarches impliquant des limitations stérilisantes. Cette attitude a toujours paru suspecte aux castes de prêtres ou d&#8217;intellectuels, soucieux d&#8217;imposer des corpus figés aux populations qui leur étaient soumises, en Occident comme en Orient. Arthur de Gobineau, à qui l&#8217;on reproche un nordicisme que l&#8217;on décrète caricatural et ancêtre direct du nazisme, a été le premier, en Europe, à attirer l&#8217;attention des Européens de son temps, sur le passé lumineux de la Perse antique, modèle plus fécond, à ses yeux, que la Grèce, trop intellectuelle et trop spéculative. Le modèle chevaleresque, dont les traces premières remontent à Rama et à Zarathoustra, induit une pratique de la maîtrise de soi, supérieure, pour Gobineau, à la spéculation intellectuelle des Athéniens. Et, de fait, quand la Perse a été laminée par les Mongols, l&#8217;Islam tout entier a commencé à sombrer dans le déclin. Le fondamentalisme wahhabite est l&#8217;expression de cette décadence, dans la mesure où il est une réaction outrée, caricaturale, au déclin de l&#8217;Islam, désormais privés de la grande Lumière de la Perse. Les pauvres simagrées wahhabites ne pouvant bien entendu jamais servir d&#8217;“Orient².</p>
<p style="text-align: justify;"><em> La &#8220;nouvelle chancellerie impériale&#8221; selon Carl Schmitt</em></p>
<p style="text-align: justify;">Si le modèle de la chevalerie perse et arménienne a pu constituer un modèle pour l&#8217;Europe, un mode opératif traditionnel sans égal, de type &#8220;kshatriyaque&#8221;, ou de dominante &#8220;kshatriyaque&#8221;, il ne peut être pensé en dehors du projet de &#8220;nouvelle chancellerie impériale européenne&#8221;, énoncé par Carl Schmitt. Celui-ci a évoqué la nécessité de former une instance de ce type, après les catastrophes qui ont frappé l&#8217;Europe dans la première moitié du 20ième siècle et pour préparer la renaissance qui suivra l&#8217;assujettissement de notre sous-continent. Cette chancellerie doit reposer sur trois faisceaux d&#8217;idées: 1) le droit selon l&#8217;école historique fondée par Savigny, où le droit est inclus dans une continuité historique bien maîtrisée, permettant la durée des ordres concrets de la société; 2) sur l&#8217;économie, découlant de l&#8217;école historique de Rodbertus, et plus particulièrement sur le corpus que nous a légué Schmoller; 3) Sur la redécouverte de la tradition fondatrice, à partir des recherches de Bachofen, qui ont eu des répercussions chez <a href="http://www.centrostudilaruna.it/evola.html">Julius Evola</a>, défenseur des principes &#8220;kshatriyaques&#8221;, et chez Georges Dumézil, qui a bien mis les fonctions des sociétés traditionnelles <a href="http://www.centrostudilaruna.it/indoeuropei.html">indo-européennes</a> en exergue, dont bien entendu la fonction &#8220;kshatriyaque&#8221;. Dans l&#8217;¦uvre de Kantorowicz, qui a réhabilité de manière particulièrement lumineuse la figure de l&#8217;Empereur Frédéric II de Hohenstaufen, nous retrouvons également un filon qui nous mènera au véritable &#8220;Orient&#8221; perse/avestique, qui n&#8217;a rien à voir avec les &#8220;Orients&#8221;, grands ou petits, des parodies criminelles et étriquées qui ont conduit l&#8217;Europe à sa perte. L&#8217;étude de l&#8217;itinéraire de Frédéric II nous amène forcément à la spiritualité active des chevaleries germaniques, guerrières et hospitalières, et des modèles arméniens et iraniens rencontrés pendant les croisades, notamment à travers la personnalité lumineuse de Saladin, prince kurde.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;étude de ce vaste domaine des traditions est un travail colossal, surtout si on le couple à l&#8217;étude précise de notre propre cadre géographique (nécessité si l&#8217;on veut connaître la terre que notre &#8220;Reich&#8221; doit féconder). Un travail colossal que nous devrons mener sans jamais fléchir, jusqu&#8217;à notre dernier souffle, comme nous l&#8217;a montré Marc. Eemans, explorateur des Orients perses, des traditions germaniques et de la mystique de Flandre et de Rhénanie. Mais l&#8217;appel de la Lumière, archangélique et michaëlienne, est un impératif auquel nous ne pouvons pas nous soustraire, faute de commettre une impardonnable trahison, surtout à l&#8217;égard de nous-mêmes.</p>
<p style="text-align: justify;">* Conférence tenue au séminaire de &#8220;Synergon-Deutschland&#8221; (avril 2000).</p>
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		<title>Geopolitica e spiritualità del principio &#8220;Reich&#8221;</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Jan 2000 20:45:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Robert Steuckers</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il principio politico-spirituale di impero e le sue origini nella storia romana]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/steuckersreich.html' addthis:title='Geopolitica e spiritualità del principio &#8220;Reich&#8221; '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/rivoluzione-conservatrice.PNG" width="48" height="48" alt="" title="Rivoluzione conservatrice" /><br/><p style="text-align: justify;">La prima idea fondamentale che oggi vorrei mettere in evidenza nell’evocare il principio &#8220;Reich&#8221;, è che esso ha certo una dimensione spirituale (sulla quale mi esprimerò), <a href="http://www.centrostudilaruna.it/simboli.html">simbolica</a>, culturale, ma bisogna anche sapere che ogni Reich è uno spazio territoriale di grandi dimensioni. I <a href="http://www.centrostudilaruna.it/simboli.html">simboli</a> e la spiritualità del Reich hanno bisogno di uno spazio per incarnarsi, per acquisire concretezza. È la ragione per cui una buona conoscenza della dinamica geografica del territorio, dove questo &#8220;Reich&#8221; deve stabilirsi, è un imperativo al quale non ci si può sottrarre. Ecco perché mi sembrava importante riflettere bene sullo spazio-ricettacolo dell’idea di Reich (Regnum). Innanzi tutto, ogni Reich è uno spazio politico le cui dimensioni corrispondono al “Großraum” teorizzato da Carl Schmitt, le cui dimensioni sono continentali. Inoltre, questo spazio è organizzato tramite dei mezzi di comunicazione e di trasporto. Ogni Reich mira ad accelerare le relazioni tra gli uomini che vivono sul suo territorio. Questo territorio è vasto ma nondimeno circoscritto entro dei &#8220;limes&#8221; chiaramente definiti, anche se essi sono in costante espansione. Alcuni esempi: l&#8217;Impero romano, modello insuperabile nella storia europea, è un grande costruttore di strade; il suo esercito (le legioni) che lo incarna, che ne è lo strumento principale, è composto da combattenti, soldati esperti e ben addestrati, ma anche da pionieri, da truppe del genio che costruiscono strade, ponti e acquedotti. L&#8217;Impero britannico, impero marittimo, più dominatore e sfruttatore sul piano economico rispetto all’Impero romano, al punto che si può contestargli la natura di “Reich”, ha egualmente posseduto il suo strumento di mobilità, di accelerazione: la sua flotta. Priva di una spiritualità costitutiva, questa talassocrazia mercantile ha nondimeno organizzato le rotte marittime, specialmente quelle che portano alle Indie passando per Gibilterra, Malta, Cipro, Suez e Aden. La Cina, impero incrollabile per millenni, è emersa anche grazie alla costruzione di strade e di canali e all’organizzazione di una flotta costiera.</p>
<p style="text-align: justify;"><em> Contro i «grandi spazi» la strategia talassocratica di sabotare i lavori di organizzazione territoriale</em></p>
<p style="text-align: justify;">Questi esempii contradditorii ci permettono di constatare, sulla base della distinzione ormai classica tra Terra e Mare, (Mackinder, Haushofer, Schmitt), che la Gran Bretagna e, a loro volta, gli Stati Uniti, si opporranno sistematicamente ai grandi lavori di organizzazione delle vie di comunicazione sui grandi spazi continentali. Questa opposizione sistematica ha per scopo quello di conservare il monopolio della mobilità più veloce nel campo del trasporto di uomini e cose, in questo caso il monopolio di una mobilità esclusivamente marittima. Gli esempi che provano questa ostilità fondamentale sono abbondanti:</p>
<p style="text-align: justify;">- Nel 1904, Halford John Mackinder elabora la sua teoria del contenimento delle potenze continentali, in particolare della Russia, perché l’Impero degli Zar ha appena realizzato, sotto la spinta dinamica del ministro Witte, il collegamento ferroviario transiberiano, procurando a questo immenso impero continentale una mobilità che consente il rapido dispiegamento delle truppe dal Baltico al Pacifico. Dalla realizzazione di questa via ferroviaria transcontinentale, lo Zar viene demonizzato dai media: gli viene messo contro il Giappone, viene finanziata la nuova marina da guerra nipponica al fine di distruggere la flotta russa al largo della Corea (Tsushima, 1905); una propaganda servile lo descrive come un autocrate sanguinario, le grandi città dell’impero vengono sconvolte da rivolte orchestrate da oscuri agitatori di cui non si comprendono le motivazioni, tanto sono vaghe e scomposte, etc.</p>
<p style="text-align: justify;"><em> Bloccare l’arteria danubiana</em></p>
<p style="text-align: justify;">- Dal 1914 al 1918, la politica tedesca ed austro-ungarica mirano ad organizzare i Balcani a partire dall’arteria danubiana; questo progetto è tacitamente combattuto dalla Gran Bretagna che manipola, come al solito, i truffatori politici francesi agitati da filosoferie sub-volterriane e da una patologica germanofobia, al fine che i popoli di Francia vengano dissanguati, sacrificati, in teoria per chimere ideologiche veicolate da canaglie di sinistra e di destra e, in pratica, per bloccare il Danubio nell’interesse delle potenze talassocratiche. Nella letteratura geopolitica, è proprio il francese André Chéradame che esprime più chiaramente gli scopi della guerra inglese e getta le basi del trattato di Versailles, che reclameranno a gran voce i politici francesi infeudati alle follie ideologiche del 1789 e che avalleranno con ipocrita discrezione le strategie politiche britanniche e americane, rigettando sulla Francia la responsabilità del caos in Europa centrale (cosa evidentemente confermata dalle apparenze). Chéradame reclama così il frazionamento dello spazio danubiano in quante più nazioni artificiali possibile. La sua dimostrazione storica e geopolitica implica la riduzione del “Grand Haza” ungherese a un piccolo stato interno senza sbocco marittimo, l&#8217;espulsione della Bulgaria dal delta del Danubio, l&#8217;ingrandimento smisurato della Serbia, in direzione della Dalmazia e della Slovenia, al fine di rinchiudere l&#8217;Adriatico; l&#8217;ingrandimento della Romania per farne un alleato della Francia (traviata dalla subdola propaganda dei Britannici) che controlli il delta del grande fiume europeo. L&#8217;idea di frazionare e di bloccare il corso del Danubio é ritornata di gran carriera dopo gli avvenimenti in Yugoslavia nel corso degli anni 90, raggiungendo il punto culminante con la distruzione dei ponti di Novi Sad e di Belgrado, seguito da un tentativo di demonizzare l’Austria, in seguito all’arrivo al governo dei liberal-populisti di Jörg Haider.</p>
<p style="text-align: justify;">- Dal 1904 al 1915, la questione d&#8217;Oriente nasce in seguito ai trattati di alleanza tra il Reich degli Hohenzollern (che non è il Reich tradizionale nato dopo la vittoria di Ottone I sugli Ungheresi nel 955) e l&#8217;impero ottomano. L&#8217;Inghilterra vede con ostilità la costruzione di una ferrovia Berlino-Bagdad e l’inaugurazione di vie aeree sullo stesso percorso. Il Medio Oriente non può in alcun caso divenire il retroterra di un continente europeo raggruppato attorno alla Germania e all’Austria-Ungheria, ancor di più se questo modo di cooperazione sfocia sull’Oceano indiano, oceano del mezzo considerato come un mare interno britannico.</p>
<p style="text-align: justify;">- Anche la Francia, riserva di carne da cannone per la City londinese ogni volta che la dirigono dei politici illuministi, subisce pressioni indirette quando realizza il canale di grande dimensione tra l’Atlantico (Bordeaux sulla Gironde) e il Mediterraneo, opera di ingegneria civile che relativizza ipso facto la posizione di Gibilterra.</p>
<p style="text-align: justify;">- Per quanto riguarda il III Reich nazional-socialista (che non è un Reich nel senso tradizionale del termine), bisogna constatare che la politica di costruire autostrade, di voler realizzare il collegamento Meno-Danubio (considerata come motivo di guerra dalla stampa londinese nel 1942, che pubblica una carta suggestiva e rivelatrice a questo proposito), di realizzare un primo volo transatlantico su Focke-Wulf Condor nel 1938 dopo il drammatico incidente dello Zeppelin &#8220;Hindenburg&#8221; nel 1937, di concepire dei progetti di treni ad alta velocità sulle linee Parigi-Berlino-Mosca e Monaco-Vienna-Istanbul (Breitspureisenbahn) e di concretizzare i progetti di Federico II di Prussia e dell’economista List finalizzando il sistema di canali tra l’Elba e il Reno (esso stesso collegato alla Mosa e alla Scheda da lavori simili eseguiti nei Paesi Bassi e in Belgio), sono delle provocazioni belle e buone nei confronti delle talassocrazie, ostili ad ogni organizzazione delle comunicazioni sugli spazi continentali. Tali sono i criteri oggettivi e verificabili che hanno giustificato l’ostilità di Roosevelt e di Churchill nei confronti del III Reich: gli altri motivi sono meno chiari e danno luogo a speculazioni infinite che non apportano alcuna chiarezza al dibattito tra gli storici.</p>
<p style="text-align: justify;">Questi lavori o questi progetti hanno permesso ieri e ancora di più permettono oggi, specialmente sulla base del Piano Delors che converrebbe concretizzare realmente, di estendere una tale nozione di Reich, come principio e motore di “comunicazione”, all’Europa intera ed a creare le condizioni di un alleanza durevole con la Russia e l’Ukraina, padrone dello spazio pontico (Mar Nero). L&#8217;organizzazione ottimale delle vie fluviali e marittime interne (Mar Nero e Mar Baltico) è ormai possibile in Europa dopo lo scavo definitivo del canale Reno-Meno-Danubio sotto il Cancelliere Helmut Kohl. Al di là delle potenzialità di questi collegamenti in Europa occidentale, centrale e orientale, il controllo completo del Danubio, collegato definitivamente al Reno e dunque all’Atlantico, permette logicamente di estendere la dinamica così generata allo spazio pontico ed ai fiumi russi e ukraini, al Don e, tramite il canale Lenin, al Volga ed al Mar Caspio, e di rilanciare la logica geopolitica e idropolitica che l’Impero romano aveva avviato e che la sua caduta di fronte agli Unni e la sua cristianizzazione anarchica avevano interrotto.</p>
<p style="text-align: justify;"><em> Dai  Proto-Iraniani ai Goti</em></p>
<p style="text-align: justify;">Roma e i Germani si erano affrontati (o alleati) per tenere la linea Reno-Danubio dal Mar del Nord al Mar Nero. Gli uni organizzando tutti i territori situati a sud di questa linea; gli altri ammassandosi a nord. I Visigoti, discesi dall’attuale Svezia, come faranno più tardi i Variaghi, occupano l’Ukraina e la Crimea. Attorno al Mar Nero si raggruppano all’epoca tre poli imperiali <a href="http://www.centrostudilaruna.it/indoeuropei.html">indoeuropei</a>: quello romano, effettivo, quello slavo-germanico, in gestazione, e quello persiano, il più antico. I Visigoti, che acquisiranno in Ukraina le tecniche della cavalleria, legate agli Sciti e, prima di loro, ai Proto-Iraniani, sono ben presto pressati dagli Unni che rovinano la fusione potenziale di questi tre poli imperiali attorno al Mar Nero. In questo senso la Russia, se pervenisse a liberarsi totalmente della sua parentesi bolscevica, sarebbe contemporaneamente l’erede degli Sciti (e dei Proto-Iraniani), dei Goti, dei Variaghi, e dei Persiani (che islamizzati poi schiacciati dai Mongoli non si sono più riallacciati alle loro radici profonde, essendo stata troppo breve la parentesi tentata dall’ultimo Shah, prima di essere ridotta a nulla da una nuova islamizzazione), ferma restando, naturalmente, l’eredita di Bisanzio dopo il 1453.</p>
<p style="text-align: justify;">Parentesi sul Rodano: il Rodano si getta nel bacino occidentale del Mediterraneo e unisce quest’ultimo al centro nevralgico dell’Europa centrale, via Ginevra, il corso della Saône e del Doubs, che lo conduce alle « Porte di Borgogna » (Burgundische Pforte), cioè al varco di Bâle o di Belfort, in prossimità del Reno e non lontano dalle sorgenti del Danubio. A questo titolo, esso è fin dall’<a href="http://www.centrostudilaruna.it/storiaantica.html">antichità</a> un nodo geostrategico primordiale. Stato di cose che non sfuggì alla perspicacia di Halford John Mackinder, fondatore della geopolitica militare britannica. Nella sua opera Ideali democratici e realtà, (ultima edizione 1947), egli ricorda il fiasco dell’impero marittimo di Geiserich (Genserico), re dei Vandali, che non seppe legare le sue conquiste all’arteria del Rodano; ripercorre l’avventura dei saraceni che risalirono il Rodano, la Saône e il Doubs fino alle porte di Borgogna; e mostra infine l’importanza dell’alleanza tra la Savoia, potenza del Rodano, l’Austria e l’Inghilterra nella guerra di Successione spagnola.</p>
<p style="text-align: justify;"><em> Ariovisto, Cesare, il Rodano e il Reno</em></p>
<p style="text-align: justify;">Il suo omologo tedesco, lo storico Hermann Stegemann, autore di una storia militare del Reno (<em>Der Kampf um den Rhein</em>, 1924) mostra che, strategicamente, il sistema del Rodano è legato al sistema del Reno e che il controllo del Rodano è stato l’obiettivo primario della grande strategia romana da Mario a Cesare. Padrona del Mediterraneo occidentale dopo le sue vittorie su Cartagine, Roma deve assicurarsi un retroterra in Europa: essa sceglierà di risalire il Rodano e i suoi affluenti, dove, via Doubs, piomberà sul corso dell’Alto Reno a est di Thann e di Cernay/Sennheim. È il territorio di Ariovisto che controlla un regno svevo a cavallo tra il Reno, il Doubs e le sorgenti del Danubio. La sconfitta di questo capo germanico mostra che la linea Reno-Rodano (via Doubs e Saône) è la linea di penetrazione ideale verso il nord per ogni potenza dominatrice del bacino occidentale del Mediterraneo. Con la sua vittoria su Ariovisto, Cesare si impadronisce dei bacini della Senna e della Loira ma lascia a dei capi futuri il compito di passare sulla riva destra del Reno. I suoi successori tenteranno di unire il corso del Danubio, dalle sue sorgenti fino alla foce sul Mar Nero: questa sarà la grande strategia continentale dell’Impero romano, tanto importante quanto il dominio del Mare Nostrum.</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=9788842076339" target="_blank"><img class="alignright" style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/fraschettigiuliocesare.bmp" border="0" alt="Augusto Fraschetti, Giulio Cesare" width="95" height="161" align="right" /></a>La grande lezione dell’Impero romano, organizzatore di comunicazioni in Europa, è sempre di attualità: l&#8217;Europa, per avere una struttura imperiale nel vero senso del termine, cioè una struttura di organizzazione interna e non una struttura che permetta delle conquiste imperialistiche, deve avere, come ebbe Roma, dei grandi progetti di pianificazione territoriale che, nella logica più economica che regna oggi, mobilitino la manodopera e rilancino il consumo interno accelerando le comunicazioni. Friedrich List, economista liberale a cui si rifanno numerosi statisti non liberali, raccomandò questo tipo di politica dalla metà del XIX secolo. Nei giorni nostri, il Piano Delors non ha ricevuto, a livello europeo, l’attenzione che meritava, mentre suggeriva lo sviluppo di linee ferroviarie ad alta velocità e il lancio di un programma di satelliti per telecomunicazioni. Ugualmente, l’Europa attuale non ha le dimensioni imperiali richieste oggi, nella misura in cui la sua marina è troppo debole, tanto sul piano militare, come deplora l’ammiraglio francese Allain Coataena, che sul piano dello sfruttamento civile e oceanografico. L&#8217;Europa non sviluppa abbastanza grandi progetti per lo sfruttamento dei fondi marini e oceanici. Escludendo i collegamenti tra la Gran Bretagna e il continente, le flotte costiere di aliscafi o di catamarani non sono sufficientemente sviluppate sui mari interni, compreso il Mediterraneo.</p>
<p style="text-align: justify;"><em> Le dimensioni storiche della nozione di Impero</em></p>
<p style="text-align: justify;">A Verdun nell’843, i nipoti di Carlo Magno si divisero in pratica dei bacini fluviali, in quanto i fiumi erano all’epoca i soli mezzi di comunicazione sicuri e relativamente rapidi. Carlo il Calvo ricevette il bacino della Somme, della Senna, della Loira e della Garonna, con un vantaggio considerevole, proprio del bacino parigino. A partire da Parigi, effettivamente, si può unire il territorio grazie agli affluenti come la Marna e l&#8217;Oise (che servì come asse di penetrazione alla colonizzazione franca) ed alla prossimità della Loira, collegata alla Senna da una via di terra relativamente breve, che va da Parigi a Orléans. Questa posizione ideale permise una rapida centralizzazione della Francia. Lotario ricevette i bacini del Reno e della Mosa, del Rodano e del Po, con il titolo di &#8220;Cesare&#8221;, in ricordo di Giulio Cesare che, lungo questi assi, era riuscito a controllare l’Occidente e a gettare le basi della futura colonizzazione dello spazio danubiano (almeno del suo fianco sud). Lodovico il Germanico ricevette il Nord, vale a dire la piana dai fiumi paralleli, non collegati tra di loro, dalla Schelda alla Vistola. Ma anche la missione di conquistare il Danubio per ristabilirvi un ordine romano, affidato dalla translatio imperii ai Germani, che, ipso facto, lo ristabilirono a Nord e a Sud. Questa missione danubiana implica anche, a partire dal X secolo, l’alleanza con l’Ungheria (l&#8217;antica Pannonia romana). Il tandem germano-ungherese, l&#8217;alleanza della corona imperiale romano-germanica e della corona magiara di S. Stefano, farà fronte agli Ottomani, che avrebbero voluto conquistare il Danubio partendo dai Balcani e dalla sua foce, per ristabilire l’unità geografica danubiana non sotto un segno imperiale romano, ma sotto un segno islamico. L&#8217;impero ottomano volle proseguire la politica danubiana di Bisanzio, ma senza avere la legittimità geografica europea, essendo la legittimità geografica turca, centro-asiatica, e la legittimità geografica islamica, arabica.</p>
<p style="text-align: justify;"><em> La proposta di Pio II</em></p>
<p style="text-align: justify;">Questa ambiguità ottomana, per cui il Sultano è simultaneamente il Califfo musulmano e l’erede, volens nolens, del Basileus bizantino, non era sfuggita a Papa Pio II, cioè l’umanista Æ-neas Silvius Piccolomini, già Cancelliere dell’Imperatore germanico Federico III. Pio II propose la conversione al cristianesimo del Sultano, come era stata accettata dagli Ungheresi dopo la disfatta del 955, di fronte all’esercito germanico di Ottone I. Il Sultano sarebbe allora divenuto contemporaneamente erede di Roma e di Bisanzio, restaurando l’antica unità desiderata da tutti gli umanisti, proiettando la ristabilita potenza europea verso lo spazio iraniano, attraverso il Mar Nero; condizione sine qua non: l&#8217;élite ottomana avrebbe dovuto dimenticare ipso facto, sull’esempio degli Ungheresi del X secolo, la propria determinazione geografica pre-europea e centro-asiatica (etnica turca), come la sua determinazione nomade-arabica, trasmessa attraverso l&#8217;Islam. Questa &#8220;steppitudine&#8221; turco-mongola o questa &#8220;desertitudine&#8221; uscita dalla penisola arabica erano due matrici totalmente estranee all’Europa: la conversione al cristianesimo non è tanto l’adozione della fede evangelica, nel contesto che ci riguarda, quanto l’abbandono volontario di dinamiche geopolitiche diverse da quelle dell’antico impero romano. Il Sultano non accettò la proposta di Pio II, volle stupidamente perseverare nella sua logica turco-arabica che alla fine non approdò a nulla dopo 500 anni di sforzi. Da questo fatto, questa logica turco-arabica, zoppicante e inefficace, con irruzioni di intemperanza e inutile violenza, non può essere considerata « sacra » allo stesso titolo dell’imperialità romano-germanica (&#8220;Sacrum Imperium&#8221;) perché sfocia nell&#8217;impasse o nella guerra permanente (o, per riprendere un modello concettuale iraniano e zoroastriano, la sacralità imperiale romano-germanica o l&#8217;imperialità persiana, appartengono ad Ahura Mazda, principio della luce, mentre l&#8217;ottomanità appartiene ad Ahriman, principio di distruzione e di oscurità, ancora di più se è alleato al mammonismo della Banca d’Inghilterra o dell’economicismo americano).</p>
<p style="text-align: justify;">La lotta tra l&#8217;Occidente e l&#8217;Oriente del nostro continente costituisce effettivamente la dinamica principale della nostra storia. Questa lotta si svolge sul Danubio. I Romani distinguevano due &#8220;Danubi&#8221;: uno, a partire dalle sorgenti nella Foresta Nera fino alle sue « cateratte » nei Balcani, con il suo nome <a href="http://www.centrostudilaruna.it/celti.html">celtico</a> &#8220;Danuvius&#8221;, l&#8217;altro a partire da queste cateratte, fino alla foce che portava il nome greco di &#8220;Ister&#8221;. Questo limite sarà anche quello dei due imperi romani di Oriente e di Occidente. La cesura si base su un fatto idrografico: il taglio della navigazione sul Danubio all’altezza delle « Porte di Ferro », chiamate nell’<a href="http://www.centrostudilaruna.it/storiaantica.html">antichità</a> “cateratte”. I conflitti ulteriori tra i due imperi avranno per oggetto sia il Mediterraneo che il Danubio.</p>
<p style="text-align: justify;"><em> Missioni di Bregenz e di Passau</em></p>
<p style="text-align: justify;">Al momento della cristianizzazione dell’Europa centrale, le missioni <a href="http://www.centrostudilaruna.it/celti.html">celtiche</a> (irlando-scozzesi) partite da Bregenz, e sostenitrici di una riconciliazione con i modelli del monachesimo bizantino, entrarono in concorrenza e persero la lotta, davanti alle missioni egualmente danubiane di Passau; queste ultime erano sostenitrici della supremazia papale romana, ostile dunque a Bisanzio e, in fin dei conti, ostile al principio imperiale dell’antica Roma, a cui si richiamava talvolta il Papato, cosa che costituiva una pericolosa impostura. Le missioni di Passau prevalsero in Ungheria, nonostante l’esistenza e la persistenza di una zona mista, di riti ispirati alla liturgia bizantina ma di obbedienza papista-romana (Moravia, Croazia). Esse estesero la loro influenza fino alle Porte di Ferro. A Est, continuò la dominazione bizantina. Ad Ovest si stabilì solidamente la dominazione franca e romana. Bisanzio ebbe la peggio perché non si poteva vincere in questa competizione senza dominare la Pannonia dalla frontiera morava all’Adriatico. Questa zona-cerniera restò “romana”, dunque “Roma” restò padrona del gioco. Gli Ottomani saranno in seguito coscienti di questa posta in gioco: anche per loro la dominazione dell’Europa passava per il controllo della Pannonia e della Croazia, ma la determinazione germanica dell’imperialità europea spostò leggermente verso occidente il punto nevralgico che garantiva questa dominazione. Era ormai Vienna che costituiva la chiave del Danubio, città che gli Ottomani chiamavano la “Mela d’Oro”. I due assalti ottomani contro la capitale imperiale dell’Europa si risolsero in due cocenti scacchi. Ecco la ragione per cui oggi l’Europa non è turco-mussulmana, nonostante il tradimento francese. Il secondo scacco davanti a Vienna, malgrado il ruolo immondo svolto dal &#8220;Räuberkönig&#8221; Luigi XIV (il &#8220;Re dei Banditi&#8221;) nell’attaccare alle spalle le truppe imperiali europee per dare respiro ai Turchi, sancì il declino definitivo della potenza ottomana, la quale cessò di nuocere all’insieme europeo.</p>
<p style="text-align: justify;"><em> Rodano, Reno e Danubio</em></p>
<p style="text-align: justify;">La dinamica della storia romana, per riprendere le tesi di Stegemann, o la logica dell’espansione territoriale romana, si basò in conclusione sul controllo di questi tre bacini fluviali d’Europa. L&#8217;oggetto delle guerre puniche fu il controllo del bacino occidentale del Mediterraneo, controllo solidamente garantito dalla conquista della Sicilia. Questa occupa una posizione di cerniera tra i bacini orientale ed occidentale del Mediterraneo. Potenzialmente, la potenza che se ne impadroniva aveva la possibilità, con poca fatica, di controllare i due bacini del Mediterraneo. Le forze puniche, cartaginesi, disponevano di importanti vantaggi territoriali, con le Baleari, la Spagna, i tributari galli nel bacino del Rodano (che fornivano eccellenti mercenari) e il controllo dei passi alpini che permettevano di accedere in Italia. Annibale utilizzò questi vantaggi, ma fallì in Italia. Dopo le tre guerre puniche, i Romani presero coscienza che l’Italia si difendeva sul Rodano, prima dei colli alpini. Roma dunque mise in atto quattro progetti strategici per evitare il ritorno di qualsiasi Annibale:</p>
<p style="text-align: justify;">- la colonizzazione della Spagna, che fu un processo di lunga durata e che iniziò con il controllo delle coste mediterranee, non essendo a quell’epoca di alcuna utilità il versante atlantico.</p>
<p style="text-align: justify;">- la colonizzazione della Provenza, tendente soprattutto ad occupare la foce del Rodano e, progressivamente, a risalire il più possibile la sua valle.</p>
<p style="text-align: justify;">- evitare un nuovo pericolo, per cui la Provenza restasse aperta a popoli del Nord non controllati, Galli o Germani (con l’arrivo dapprima dei Cimbri e dei Teutoni, poi degli Svevi di Ariovisto).</p>
<p style="text-align: justify;">- quel pericolo, rappresentato dalla mancanza di chiusura della frontiera settentrionale della Provenza, ai confini del paese degli Edui, cioè dell’attuale Alvernia, obbligò Roma a rendere satelliti le tribù galliche della valle del Rodano che divennero degli alleati.</p>
<p style="text-align: justify;">- intervenire per proteggere questi alleati, specialmente nel momento in cui Ariovisto pressò gli Elvezi che si rifugiarono presso i Sequani della Franca Contea, alleati di Roma.</p>
<p style="text-align: justify;"><em> Il &#8220;Varco di Bâle&#8221; o le &#8220;Porte di Borgogna&#8221;</em></p>
<p style="text-align: justify;">Cesare fu dunque obbligato a chiudere la breccia attraverso la quale i Germani, sulla scia degli Svevi di Ariovisto, potevano infiltrarsi nel territorio male organizzato dei Galli e dunque minacciare più seriamente la Provenza di quanto avessero fatto prima, al tempo di Mario, i Cimbri e i Teutoni. In questa campagna contro Ariovisto (egli stesso ben cosciente della posta idrografica e geografica della regione gallica che egli occupa tra i Vosgi e il corso del Doubs, più o meno fino a Besançon) Cesare prese coscienza di tutta la dinamica geopolitica e idrografica dell’hinterland europeo del bacino occidentale del Mediterraneo. In modo logico, la presenza delle truppe di Ariovisto nella valle del Doubs dimostrò a Cesare che non si poteva tenere la Provenza se l’intera valle del Rodano non veniva resa sicura a beneficio dell’impero romano del mediterraneo occidentale; ma questa stessa valle del Rodano non era sicura se il varco di Bâle e di Belfort (la Porta di Borgogna) non era ben serrato contro Germani. Ma per richiudere bene questa Porta di Borgogna, bisognava controllare il Reno a valle, fino al Mare del Nord. Di conseguenza, Cesare constatò ben presto che il Reno ed il Rodano sono legati tra loro, strategicamente parlando. Ugualmente, il bacino del Rodano dà accesso, attraverso il suo principale affluente, la Saône, al Plateau di Langres sul quale passa la linea di spartiacque e dove di trovano le sorgenti della Senna atlantica, come quelle della Mosa. Il controllo del Rodano implica quello della Saône che, a sua volta, implica quello della Senna e dei suoi affluenti. In più, la Senna dà accesso alla Manica, dalla quale arrivava lo stagno della Cornovaglia; il controllo della Senna implica anche il controllo del sud della Gran Bretagna. Cosa che tenterà di fare Cesare e che concluderanno i suoi successori. Dopo Cesare, la prossimità delle sorgenti del Danubio e della Porta di Borgogna mostrò che il controllo del Rodano a partire dalla Provenza conduceva alla necessità di dominare il Reno e all’opportunità di controllare il Danubio. Questo processo fu iniziato da Augusto, poi realizzato da Traiano che conquistò la Dacia (l&#8217;attuale Romania).</p>
<p style="text-align: justify;"><em> La strategia di Cesare è sempre di attualità</em></p>
<p style="text-align: justify;">Tutto ciò non è solo <a href="http://www.centrostudilaruna.it/storiaantica.html">storia antica</a>. La strategia di Cesare viene ripresa durante la seconda guerra mondiale, se si pensa che gli strateghi inglesi e americani abbiano non solo seguito i consigli del loro miglior geopolitologo, Mackinder, ma anche ben assimilato lo studio magistrale di Stegemann. Lo sbarco in Provenza, il 15 agosto 1944, permette alle truppe alleate di impadronirsi rapidamente della valle del Rodano per scontrarsi contro un’accanita resistenza tedesca all’altezza delle Porte di Borgogna, esattamente negli stessi luoghi dove Ariovisto aveva dato battaglia a Cesare. La vittoria delle truppe franco-marocchine e americane sui Vosgi alsaziani porta gli alleati ad impadronirsi delle Porte di Borgogna e dell’Alto Reno, poi di oltrepassarlo in direzione delle sorgenti del Danubio nella Foresta Nera, in piena Svevia («Svevia» che deriva dal nome della tribù di Ariovisto). La campagna cominciata con lo sbarco in Provenza fino alla presa di Belfort alla fine dell’anno 1944, è una moderna riedizione della campagna di Cesare contro Ariovisto.</p>
<p style="text-align: justify;"><em> Unificare i bacini del Rodano, del Reno e del Danubio</em></p>
<p style="text-align: justify;">Questo doppio riferimento storico, prima al conflitto che oppose Cesare ad Ariovisto, poi alla campagna che seguì lo sbarco in Provenza nell’agosto del 1944, ci fa prendere coscienza della necessità geopolitica di unificare quanto più possibile i tre bacini del Rodano, del Reno e del Danubio, e sia il Mare del Nord (ed il Baltico attraverso i nuovi canali del Nord dell’Europa), il Mediterraneo occidentale e il Mar Nero, al fine che la futura Unione Europea possa avere il controllo delle grandi vie di comunicazione all’interno delle sue stesse terre, senza che sia possibile l’intervento di una potenza marittima esterna al nostro sub-continente. Questa necessità deve condurci a condannare senza appello l’ostruzionismo effettuato dai Verdi francesi, tra cui Madame Voynet, allo scavo di un canale di grande portata tra il Reno e il Rodano. Una tale manovra politica, criminale e abietta, non può che essere a vantaggio dei peggiori nemici dell’Europa. E, in ultima istanza, è stata sicuramente da essi « ispirata ». In questa stessa prospettiva romana e imperiale, la lunga guerra tra l’Austria-Ungheria e gli Ottomani fu una lotta per il Danubio, dunque, proseguendo il nostro ragionamento, per ricomprendere il Mar Nero nell’ecumene europeo, farne un mare interno senza infiltrazioni straniere, cioè senza l’intrusione di una dinamica geografica il cui punto di partenza non fosse europeo, non fosse situato sulla linea che parte dalla Danimarca ( l&#8217;Insula Scandza, matrice delle nazioni per i Romani) per terminare in Sicilia includendo lo spazio tra Vienna e Budapest. L&#8217;Europa doveva annullare gli effetti di ogni dinamica geografica esterna, prendendo per punto di partenza uno spazio mal definito situato al di là del Mare di Aral o del Lago Balkash (prospettiva turca o pan-turanica) o al centro della penisola arabica (prospettiva arabo-musulmana), nel Mar Nero e nel Mediterraneo orientale. Nessuna di queste dinamiche può sconfinare in prossimità del sub-continente europeo, non può avere Wachstumspitze (&#8220;punta di crescita&#8221; per riprendere il vocabolario di Karl Haushofer) nell’orbita dell’ecumene europeo, cioè in tutti i territori che un tempo hanno fatto parte dell’impero romano.</p>
<p style="text-align: justify;"><em> Permanenza dei fatti tellurici e « lunga storia »</em></p>
<p style="text-align: justify;">La Hansa medievale si era estesa sul territorio della grande piana nord-europea, dove scorrono dei fiumi paralleli, all’epoca non collegati tra di loro. Per gestire utilmente il suo spazio, la Hansa ebbe l’idea di organizzare i mari interni del nord (Mare del Nord, Mar Baltico) acquisendo le merci dall’interno dei continenti sui porti situati alle foci dei fiumi, per suddividerle sui perimetri. Questa ottica resta di attualità. Conclusione: questo panorama di fatti storico-geografici ci deve condurre a cogliere la permanenza dei fatti tellurici, fondamenti della « lunga storia » (Braudel). Ogni impero fattibile deve essere portato da uomini in grado di guardare sempre agli elementi permanenti di questa « lunga storia », perché nessun impero può sopravvivere senza una tale « memoria dello spazio ». Oggi, noi avremmo di nuovo un « impero » in Europa, un sistema imperiale (reichisch), se noi ottimizzassimo i nostri sistemi di comunicazioni (soprattutto i satelliti di telecomunicazioni), se noi giungessimo direttamente a percepire le manovre di ostruzione condotte da politici corrotti al fine di combatterli immediatamente e senza pietà. Se noi avessimo avuto un tale atteggiamento, se avessimo avuto la « memoria dello spazio », non avremmo mai avallato la guerra americana contro la Serbia e, ipso facto, l&#8217;euro non avrebbe perso valore nella follia di questa guerra che è stata una catastrofe per l’Europa senza che le false élites che oggi la governano se ne siano accorte..</p>
<p style="text-align: justify;"><em> Principi politici di ogni &#8220;Reich&#8221;</em></p>
<p style="text-align: justify;">Dapprima, bisogna precisare che il &#8220;Reich&#8221; non è una nazione, anche se, in teoria, esso è portato da un &#8220;populus&#8221; (il &#8220;populus romanus&#8221;) o da una &#8220;nazione&#8221; (la &#8220;Deutsche Nation&#8221;). Erich von Kuehnelt-Leddhin ci ha mostrato molto bene la differenza tra il &#8220;Reich&#8221; e la &#8220;nazione&#8221;; se la sua posizione non è nazionalista e nemmeno anti-nazionalista, egli non ha nulla contro i sentimenti di appartenenza nazionale, contro la fierezza di appartenere ad una nazione. Tali sentimenti sono positivi, scrive, ma devono essere trascesi da un’idea. Questa trascendenza conduce ad una verticalità, che si oppone a tutte le forme moderne di orizzontalità, cosa che è, d’altronde, l’idea principale, il nucleo ideale, di tutte le tradizioni, come sottolinea anche Julius Evola. Ma questa nozione tradizionale e verticale dimentica a volte la profondità dell’humus: tenendo conto di questo humus, noi diciamo che non vi è verticalità uranica senza profondità ctonia. Per riassumere brevemente la posizione tradizionale di Erich von Kuehnelt-Leddhin, diciamo che le orizzontalità moderne non permettono il rispetto dell’Altro, dell’essere-altro. Se l’Altro è giudicato squilibrante, inopportuno nella sua alterità, può essere puramente e semplicemente eliminato o ridotto a niente, senza il minimo rispetto della sua alterità, perché l’orizzontalità fa di tutti, dei “nulla ontologici”, privi di valore intrinseco. Tale è la conclusione della logica egualitaria, propria delle ideologie e dei sistemi che hanno voluto usurpare e sradicare la tradizione del « reich »: se tutto vale tutto nell’interiorità dell’uomo, o anche nella sua costituzione fisica, questo alla fine significa che niente ha più valore specifico e se un valore specifico cerca di spuntare verso e contro tutto, esso sarà presto considerato come un’anomalia che richiede lo sterminio, l’intervento fanatico e sanguinario di “colonne infernali”. La verticalità, in compenso, implica il dovere di protezione e di rispetto, un dovere di servire i superiori e un dovere dei superiori di proteggere gli inferiori, in un rapporto paragonabile a quello che esiste, nelle società e nelle famiglie tradizionali, tra genitori e figli. La verticalità rispetta le differenze ontologiche e culturali; essa non le considera come dei « nulla » che non meritano né considerazione né rispetto.</p>
<p style="text-align: justify;"><em> Sui servitori dell’Impero prodotti da tutte le nazioni</em></p>
<p style="text-align: justify;">In un impero coabitano diverse comunità e pertanto, vista l’importante estensione territoriale di ogni impero, diversi popoli, che non ci si sogna di fondere in un magma insipido e indifferenziato. Gli imperi sono generalmente plurietnici. Era il caso della monarchia austro-ungarica, ultima detentrice dell’imperialità romano-germanica, in cui hanno servito uomini di ogni origine etnica, non solo Austriaci e Ungheresi, ma anche Slavi del sud come il generale serbo Bosoïev, poi, durante la seconda guerra mondiale, il generale di origine croata Rendulic, che fu l’ultimo a cedere le armi; durante la guerra dei Trent’anni, il brabançon Tilly de &#8216;t Serclaes comanda l’esercito bavarese, poi tutto l’esercito imperiale; la sua statua si erge ancora e sempre nella Feldherrenhalle di Monaco; il lombardo Montecuccoli serve egualmente l’Austria imperiale, senza dimenticare il più illustre dei Savoia, il Principe Eugenio. In Russia, i generali sono spesso tedeschi o tedeschi dei Paesi baltici, compreso Rennenkampf che invade la Prussia orientale nel 1914. Il ministro Witte è di origine fiamminga o olandese. Xavier de Maistre, fratello di Joseph, ha anch’egli esercitato un comando nell’esercito dello Zar, per lottare contro le follie rivoluzionarie e bonapartiste. Da uomini di Liegi vengono più tardi fondate le fabbriche d’armi russe, di cui sono un ricordo le pistole Nagant. In Belgio, in cui si è mantenuta la logica imperiale fino al 1918, in cui la seconda offensiva giacobina ha avuto ragione di tradizioni secolari, l’esercito del 1914 è comandato in Africa da un Danese, il Colonnello Olsen, e in patria da Jungbluth, renano e da Bernheim, viennese di origine israelita.</p>
<p style="text-align: justify;"><em> Autentica multiculturalità e multiculturalità sterminatrice</em></p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;impero è dunque fatto di molteplicità, di differenze, che non hanno niente in comune con la falsa multiculturalità vantata dai media di oggi. Questa multiculturalità, truffa ideologica, deriva proprio da quella orizzontalità che mira a svuotare tutti gli uomini, autoctoni e alloctoni, della loro sostanza ontologica. Questa multiculturalità uccide l’essenziale che vive nell’uomo. Ogni politica che cerca di promuoverla è una politica criminale, sterminatrice, nel senso in cui intende il filosofo americano Thompson. A questa multiculturalità, maschera pubblicitaria per far accettare lo « sterminismo » moderno, bisogna opporre la verticalità imperiale o l’idea sublime di Herder, che vedeva l’Europa una « comunità di personalità etniche intrecciate nella storia ». Di seguito a queste riflessioni di Herder sulla diversità europea, la centralità geografica della Germania, ancora spezzettata, fa di essa, per i romantici che sono passati dall’ideale rivoluzionario e illuminista all’ideale di una restaurazione della carne al di là dei geometrismi astratti e disincarnati del giacobinismo, il perfetto &#8220;Sacrum Imperium&#8221;, allacciato territorialmente sui popoli romani, slavi e scandinavi, e per questo il solo adeguato a far dischiudere vivere una sintesi e vivere una sintesi europea. Alla luce di queste due serie di argomentazioni, le une di ordine organizzativo e territoriale, le altre di ordine filosofico ed etico, mi sembra opportuno, prima di concludere, porre due questioni importanti: &#8211; Quali categorie di uomini possono incarnare il &#8220;Reich&#8221;? &#8211; Come è emersa in seno all’umanità europea una tale categoria di uomini? La categoria di uomini capaci di incarnare un &#8220;Reich&#8221; è nata dalla tradizione persiana, la quale è stata a lungo un « oriente » (un modello su cui orientarsi), ma questo fatto di storia e di tradizione non viene più considerato nel suo giusto valore. Nella tradizione persiana, si parla di un « inverno eterno », più che probabile allusione all’inizio di un’era glaciale particolarmente rigida che sorprende i primi popoli europei nel loro habitat primordiale. Nel momento in cui sopraggiunge questo “inverno eterno”, un re-eroe, Rama, raduna le tribù e i clan e si dirige, alla loro testa, verso sud, verso il Caucaso, la Battriana e la Persia (gli altopiani iraniani). Questo re-eroe fonda le caste o, più esattamente, le funzioni che Georges Dumézil studierà in seguito. Dopo aver condotto il suo popolo verso una felice destinazione per sfuggire ai rigori di questo “eterno inverno”, Rama si ritira sulle montagne. Questa figura eroica e regale si ritrova nella tradizione avestica e vedica dove si chiama Yama o Yima. Per condurre questa spedizione e questa spedizione, Rama-Yama-Yima si servì di cavalli e di carri e pose così i primi principi di organizzazione di una cavalleria, principi che resteranno l’appannaggio primario di questi clan e tribù che si mescoleranno per formare il popolo iraniano (persiano o parto) dell’alta <a href="http://www.centrostudilaruna.it/storiaantica.html">antichità</a>. Più tardi, Zarathustra (Zoroastro) codifica le regole che ogni cavaliere deve seguire. La codificazione propriamente detta è opera del suo discepolo Gathas. La truppa di Zarathustra, che deve far rispettare il suo insegnamento pratico, è armata di mazze (la “Clava” nell’opera di <a title="Julius Evola" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/julius-evola">Julius Evola</a>). A partire dalla compagnia degli adepti di Zarathustra si forma la casta dei guerrieri, gli Kshatriya della tradizione indiana, una casta operativa agganciata al reale politico e geografico, che domina la casta dei sacerdoti, contemplativa e meno incline a esercitare su se stessa una disciplina rigorosa.</p>
<p style="text-align: justify;"><em> Un ideale semplice e rigoroso</em></p>
<p style="text-align: justify;">Dai ranghi degli <em>Kshatriya </em>sono usciti i re, cosa che implica, a partire dalla tradizione <a href="http://www.centrostudilaruna.it/indoeuropei.html">indoeuropea</a> dell’Iran, il dominio dell’uomo attivo sull’uomo contemplativo (preconizzato da <a href="http://www.centrostudilaruna.it/evola.html">Evola</a>). La figura iraniana di Sraosha, che darà il San Michele della tradizione medievale, evoluto tra il cielo e la terra, cioè tra l’ideale della tradizione e la realtà, postula una formazione rigorosa, sull’esempio dei discepoli di Zarathustra. Questi, man mano che si consolida la tradizione iraniana, sono formati a rendere chiaro il loro pensiero, a purificare i loro sentimenti, a prendere coscienza del loro dovere. Armati di questi tre principi cardinali di orientamento, i discepoli di Zarathustra lottano contro Ahriman, incarnazione del Male, vale a dire della decadenza dei sentimenti, che rende inadatti a operare costruttivamente e in modo durevole nel reale. Solo i cavalieri capaci di incarnare questo ideale semplice ma rigoroso, daranno a se stessi un carisma, un risplendere, una luce, la kwarnah. Essi sono legati tra loro da un giuramento. Nel 53 a. C., quando le truppe dei Parti di Surena affrontano le legioni del triumviro Crasso, figura spregevole per la sua cupidigia e avaro del suo oro, i Romani sono orripilati da questo rigore, anche se decadenti come Crasso, sono affascinati, se hanno ancora il sentimento dello Stato. Durante la lunga lotta tra Romani e Parti, elementi di questa spiritualità militare iraniana vanno poco a poco a distillarsi nel mondo occidentale, specialmente quando dei cavalieri indo-iraniani, come i catafrattari sarmati o i cavalieri alani, si vanno a mettere al servizio di Roma. I Goti, venuti dalla Scandinavia, scoprono a loro volta questa spiritualità di <em>Kshatriya </em>quando piombano in Crimea, nello spazio scita. Essi riprendono tradizioni e tecniche dei popoli cavalieri della zona pontica e le introducono nel mondo germanico. Il dio Odino, con il suo corsiero, veicola alcuni elementi iraniani e Loki, dio briccone, eredita dei tratti prestati all’Ahriman persiano.</p>
<p style="text-align: justify;"><em> La tradizione iraniana arriva in Europa attraverso le Crociate</em></p>
<p style="text-align: justify;">Presso i Franchi, l’ascia da combattimento, la framea, tra Clodoveo (Chlodweg) e le Crociate, implica un’arte militare trasmessa, ma l’Occidente non conosce ancora la cavalleria sul modello iraniano. I Franchi dispongono di una militia ma non ancora di una cavalleria, secondo i criteri dei periodi successivi. Nel corso delle crociate, quando le truppe Franche e Germaniche entrano in contatto con le cavallerie persiane (islamiche) e armene (cristiane), eredi delle tradizioni dell’antico Iran, esse riallacciano progressivamente con il lascito perduto dell’Oriente <a href="http://www.centrostudilaruna.it/indoeuropei.html">indoeuropeo</a> che rappresenta la tradizione avestica, ancora sussistente malgrado la « pseudomorfosi » islamica. La fotowwat (&#8220;servizio&#8221;, &#8220;cavalleria&#8221;, &#8220;gioventù&#8221;) dell&#8217;Iran è una trasposizione dell’antica eredità in un quadro islamico. Jean Tourniac, discepolo di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/rene-guenon/">Guénon</a></span>, nella sua opera Lumière d&#8217;Orient, esplicita il cammino che va da questa cavalleria dell’Iran, le cui origini sono zoroastriane e partecipano di un culto della Luce, alle cavallerie occidentali e templari, che si sono costituite sull’onda delle crociate. La cavalleria medievale è nello stesso tempo militare, ospitaliera e gestisce un sistema bancario, in modo che l’attività economica sia egualmente compenetrata da un’etica luminosa derivante, in ultima istanza, a risalire dalla concatenazione degli avatara della stessa matrice iraniana e zoroastriana uscita dai primi <a href="http://www.centrostudilaruna.it/indoeuropei.html">popoli indoeuropei</a> approdati nell’attuale Persia. L&#8217;Iran tradizionale, nonostante la sua islamizzazione di superficie, fu distrutto più tardi dai Mongoli. Non si è più risollevato e non ha più potuto ridiventare un “oriente”. Nell’opera di Henry Corbin, il più grande iranologo e islamologo francese del XX secolo, noi troviamo più di un riconoscimento al filosofo persiano islamico Sohrawardi che, depositario dell’originaria saggezza iraniana, insorge, prima della distruzione del suo paese da parte dei Mongoli, contro il bigottismo, il razionalismo meschino che è il suo corollario, e reclama il ritorno ad una disposizione nobile, luminosa, arcangelica e micheliana, la quale altro non è se non la tradizione persiano/avestica delle origini più lontane. Sohrawardi reclama una rivolta contro la casta dei preti meschini e, pertanto, contro tutti i pensieri e le pratiche che implichino delle limitazioni sterilizzanti. Questa disposizione è sempre apparsa sospetta alle caste dei preti o degli intellettuali, preoccupati di imporre dei corpus irrigiditi alle popolazioni loro sottoposte, in Occidente come in Oriente. Arthur de Gobineau, al quale si rimprovera un nordismo che si decreta caricaturale e diretto precursore del nazismo, è stato il primo, in Europa, ad attirare l’attenzione degli Europei del suo tempo, sul passato luminoso dell’antica Persia, modello più fecondo, ai suoi occhi, della Grecia, troppo intellettuale e troppo speculativa. Il modello cavalleresco, le cui prime tracce risalgono a Rama e a Zarathustra, induce una pratica del dominio di sè, superiore, per Gobineau, alla speculazione intellettuale degli Ateniesi. E, difatti, quando la Persia fu annientata da Mongoli, l&#8217;intero Islam cominciò ad affondare nel declino. Il fondamentalismo wahhabita è l’espressione di questa decadenza, nella misura in cui è una reazione eccessiva, caricaturale, al declino dell&#8217;Islam, ormai privo della grande Luce della Persia. Le povere smorfie wahhabite non possono mai, naturalmente servire da « oriente ».</p>
<p style="text-align: justify;"><em> La &#8220;nouva cancelleria imperiale&#8221; secondo Carl Schmitt</em></p>
<p style="text-align: justify;">Se il modello della cavalleria persiana ed armena ha potuto costituire un modello per l’Europa, un modo operativo tradizionale senza pari, di tipo &#8220;kshatriya&#8221;, o a dominanza &#8220;kshatriya&#8221;, non può essere pensato al di fuori del progetto di &#8220;nuova cancelleria imperiale europea&#8221;, enunciato da Carl Schmitt. Questi evocò la necessità di formare un’istituzione di questo tipo, dopo le catastrofi che avevano colpito l’Europa nella prima metà del XX secolo e per preparare la rinascita che avrebbe seguito l’assoggettamento del nostro sub-continente. Questa cancelleria deve basarsi su tre gruppi di idee:</p>
<p style="text-align: justify;">1) il diritto secondo la scuola storica fondata da Savigny, in cui il diritto è incluso in una continuità storica ben controllata, che permetta la durata degli ordini concreti della società;</p>
<p style="text-align: justify;">2) sull’economia, che esce dalla scuola storica di Rodbertus, e più particolarmente sul corpus che ci ha lasciato in eredità Schmoller;</p>
<p style="text-align: justify;">3) Sulla riscoperta della tradizione fondatrice, a partire dalle ricerche di Bachofen, che hanno avuto ripercussioni in Julius Evola, difensore dei principi &#8220;kshatriya&#8221;, e in Georges Dumézil, che ha ben messo in evidenza le funzioni delle società tradizionali <a href="http://www.centrostudilaruna.it/indoeuropei.html">indoeuropee</a>, tra cui beninteso la funzione &#8220;kshatriya&#8221;. Nell’opera di Kantorowicz, che ha riabilitato in maniera particolarmente luminosa la figura dell’Imperatore Federico II di Hohenstaufen, noi troviamo pure un filone che ci condurrà all’autentico « Oriente » persiano/avestico, che non ha nulla a che vedere con gli « orienti », grandi o piccoli, delle parodie criminali e meschine che hanno condotto l’Europa a perdersi. Lo studio dell’itinerario di Federico II ci conduce forzatamente alla spiritualità attiva dei cavalieri germanici, guerrieri e ospitalieri, e dei modelli armeni e iraniani incontrati durante le crociate, specialmente attraverso la luminosa personalità di Saladino, principe kurdo.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo studio di questo vasto dominio di tradizioni è un lavoro colossale, soprattutto se accoppiato al preciso studio del nostro proprio quadro geografico (necessario se si vuole conoscere la terra che il nostro &#8220;Reich&#8221; deve fecondare). Un lavoro colossale che noi dovremmo condurre senza mai cedere, fino all’ultimo respiro, come ci ha mostrato Marc Eemans, esploratore degli orienti persiani, delle tradizioni germaniche e della mistica di Fiandra e di Renania. Ma il richiamo della Luce, arcangelica e micheliana, è un imperativo al quale non possiamo sottrarci, a meno di commettere un imperdonabile tradimento, soprattutto nei confronti di noi stessi.</p>
<p style="text-align: justify;">Conferenza al seminario di &#8220;Synergon-Deutschland&#8221; (aprile 2000)</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto dal sito Eurocombate<br />
Traduzione dal francese a cura di Belgicus</p>
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		<title>Le SS in Tibet</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Jan 2000 20:40:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudio Mutti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Storia della spedizione in Tibet delle SS di Heinrich Himmler]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/sstibet.html' addthis:title='Le SS in Tibet '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storiacontemporanea48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Storia contemporanea" /><br/><p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=8811740231" target="_blank"><img class="alignright" style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/crociatadihimmler.bmp" border="0" alt="Christopher Hale, La crociata di Himmler. La spedizione nazista in Tibet nel 1938" width="95" height="118" align="right" /></a> La <em>Deutsches Ahnenerbe – Studiengesellschaft für Geistesurgeschichte </em>(„Eredità tedesca degli antenati – Società di studi per la preistoria dello spirito“) sorse il 1 luglio 1935 per iniziativa del <em>Reichsführer SS </em>Heinrich Himmler, il quale concepì l’idea di dar vita a tale istituzione in seguito alla lettura dell’opera dell’olandese Herman Wirth (1), da lui personalmente incontrato un anno prima. Della nuova Società di studi fu segretario generale, fino alla fine, l’<em>Obersturmbannführer SS </em>Wolfram Sievers, che sarà processato a Norimberga e impiccato. La sede della Società era a Berlin-Dahlem, Pücklerstrasse n. 16, mentre la fondazione che la sosteneva economicamente si trovava al n. 28 della Wilhelmstrasse.</p>
<p style="text-align: justify;">Principale organo di stampa della<em> Deutsches Ahnenerbe</em>, che pubblicava libri e periodici, fu la rivista “Germanen”.</p>
<p style="text-align: justify;">L’<em>Ahnenerbe </em>nacque sotto il patronato congiunto delle SS e del Ministero dell’Agricoltura: oltre a Himmler, era entrato in rapporto col professore olandese anche il ministro Richard Walther Darré, il quale avvertiva pure lui l’esigenza di un’istituzione scientifica che fornisse solide basi alla dottrina del Partito. Ma la collaborazione tra Himmler e Darré non sarebbe durata a lungo, data la loro divergenza di vedute circa l’<em>Idealtypus </em>germanico, che per il ministro dell’Agricoltura (e per lo stesso Wirth) era rappresentato dal contadino, mentre per il capo delle SS si identificava con la figura del guerriero. Al professor Wirth, che lasciò la <em>Ahnenerbe </em>nel febbraio 1937, subentrò come presidente della Società Walther Wüst, rettore dell’Università di Monaco e membro dell’Accademia delle Scienze, il quale era affiancato da uno stretto collaboratore di Himmler, Bruno Galke. Nel 1943 Wüst diede le dimissioni; ciò non gli evitò di essere condannato a morte a Norimberga, anche se la pena capitale gli venne poi commutata.</p>
<p style="text-align: justify;">L’unica menzione pubblica fatta da Himmler circa la <em>Ahnenerbe </em>si trova in un discorso del gennaio 1937. Parlando del Servizio razziale delle SS, il <em>Rasse und Siedlungshauptamt</em>, Himmler disse che “esso ha anche l’incarico di effettuare ricerche scientifiche in collaborazione con l’Istituto <em>Ahnenerbe</em>. Così – proseguì il <em>Reichsführer SS </em>– ad Altchristenburg abbiamo scoperto una fortezza su una superficie di trenta iugeri. (…) Dal punto di vista scientifico e dottrinale, il nostro compito consiste nello studiare queste cose senza falsificarle, in maniera obiettiva. Le scoperte fatte dall’Istituto Ahnenerbe ad Altchristenburg hanno rivelato l’esistenza di sette strati (…) Tutte queste cose ci interessano, perchérivestono la massima importanza nella nostra lotta ideale e politica”. E fu lo stesso Himmler, stando almeno a quanto dichiarato da Sievers a Norimberga, a riassumere lapidariamente il programma generale delle attività demandate alla <em>Ahnenerbe</em>, con queste parole: <em>“Raum, Geist, Tod und Erbe des nordrassischen Indogermanentums”</em> (“Spazio, spirito, morte ed eredità del mondo indogermanico di razza nordica”).</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://tracker.tradedoubler.com/click?p=915108&amp;a=10388&amp;g=0&amp;url=http://www.bol.it/libri/scheda/ea978888289624" target="_blank"><img class="alignleft" style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/storiaillustratass.bmp" border="0" alt="Gordon Williamson, Storia illustrata delle SS" width="95" height="124" align="left" /></a> In altri termini, la Società aveva il compito di effettuare ricerche sullo spirito ariano, di salvare e rinvigorire le tradizioni popolari, di diffondere tra la popolazione la cultura tradizionale germanica. Sorsero quindi in seno alla <em>Ahnenerbe </em>una cinquantina di dipartimenti, ciascuno dei quali si dedicava a un particolare settore d’indagine: i canti tradizionali, le danze popolari, gli stili regionali, l’etnografia, le leggende, la geografia sacra ecc. Ci si occupò della costruzione di monumenti che celebrassero la gloria del popolo tedesco e degli eroi della rivoluzione nazionalsocialista; si intrapresero scavi archeologici; ci si impegnò nella conservazione dei monumenti storici (tra i quali, la sinagoga Staronova di Praga, risalente al XIII secolo). Per dire quale fu il livello degli studiosi che collaborarono con la Ahnenerbe, basterebbe menzionare l’<em>Ehren SS </em>(“SS <em>ad honorem</em>”) Franz Altheim, il grande storico delle <a href="http://www.centrostudilaruna.it/religione.html">religioni</a> (2).</p>
<p style="text-align: justify;">Oltre a ciò, nell’<em>Ahnenerbe </em>c’era anche una sezione che si occupava di studi tradizionali. Essa, secondo Brissaud, “aveva un eminente collaboratore nella persona di Friedrich Hielscher, amico dell’esploratore svedese Sven Hedin, amico di Karl Haushofer, di Wolfram Sievers, di Ernst Jünger e anche di… Martin Buber” (3). Friedrich Hielscher è il “Bodo” o “Bogo” dei Diari di Jünger. Nato a Guben nella Bassa Lusazia il 31 maggio 1902, partecipò nel 1919 alle azioni dei Corpi Franchi; poi diventò dottore in legge, giornalista e scrittore, “una delle teste pensanti che diressero e formarono i circoli nazional-rivoluzionari” (4). Nell’aprile del 1928 assunse la direzione della rivista nazional-rivoluzionaria “Der Vormarsch”, che era stata diretta da Jünger; nel 1930 cominciò a pubblicare “Das Reich”, un periodico omonimo del suo trattato di “teologia dell’Impero”: <em>Das Reich</em>, Berlin 1931.</p>
<p style="text-align: justify;">“Il nome di Friedrich Hielscher – scrive Brissaud – figura tra i primi di una lista dell’<em>Ahnenerbe </em>comprendente più di cento nomi, che fu prodotta al processo di Norimberga” (5). Nonostante ciò, Hielscher rientra nel novero di quegli uomini dell’<em>Ahnenerbe </em>che non solo non furono “impiccati come ‘criminali di guerra’ o uccisi a fuoco lento nelle segrete o nei campi di concentramento dei vincitori, [ma] sembrano aver goduto di una strana immunità, come se un cerchio magico li avesse avvolti e protetti, perfino davanti ai ‘giudici’ del processo di Norimberga” (6). Addirittura, se dobbiamo credere a Brissaud, dopo aver deposto una testimonianza praticamente inconsistente al processo contro Sievers, Hielscher “ottenne dagli Alleati l’autorizzazione ad accompagnare Sievers al patibolo” (7).</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://tracker.tradedoubler.com/click?p=10388&amp;a=915108&amp;g=0&amp;url=http://www.ita-bol.com/bol/main.jsp?action=vidscheda&amp;ean=800904460445" target="_blank"><img class="alignright" style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/DVDnazismocospirazioneocculta.bmp" border="0" alt="Nazismo. La cospirazione occulta - DVD" width="95" height="126" align="right" /></a> Nel 1938 la <em>Ahnenerbe </em>organizzò una spedizione in Tibet. Il capo della spedizione, lo <em>Hauptsturmführer SS </em>dr. Ernst Schäfer, era un biologo e zoologo che già nel 1930-’32 e nel 1934-’36 aveva partecipato a un paio di spedizioni in Cina. Tornato in patria, Schäfer aveva avuto modo di esporre a Himmler la sua idea di una spedizione in Tibet. Il <em>Reichsführer </em>accolse entusiasticamente l’idea di Schäfer e assunse il patrocinio dell’iniziativa. Oltre a Schäfer, facevano parte del gruppo quattro <em>Obersturmführer SS</em>: il capocarovana “tecnico” Edmund Geer, l’antropologo ed etnologo Bruno Beger, il geografo e geomagnetologo dr. Karl Wienert, il fotografo e operatore cinematografico Ernst Krause. Scopo ufficiale della spedizione era lo studio della regione tibetana dal punto di vista antropologico, geografico, zoologico e botanico. Ma a Himmler importava anche stabilire un contatto con l’abate di Reting, diventato Reggente del paese nel 1934, un anno dopo la morte del tredicesimo Dalai Lama. Infatti il quattordicesimo Dalai Lama, quello attuale, bsTan adsin rgya mts’o, nel 1938 aveva tre anni e sarebbe stato insediato nel 1940.</p>
<p style="text-align: justify;">Imbarcatisi a Genova nel maggio 1938, i sei uomini dell’<em>Ahnenerbe </em>arrivano a Colombo e quindi a Calcutta, dove sono accolti da una campagna di stampa orchestrata da agenti inglesi contro la spedizione tedesca. Da Calcutta il gruppo non si muove finché Schäfer, recatosi a Darjeeling, non riesce a ottenere dalle autorità anglo-indiane un visto di sei mesi per il Sikkim, lo staterello himalayano che per varie ragioni costituisce la più favorevole porta d’accesso al Tibet. Ai primi di luglio, portando con sé un bagaglio di due tonnellate e mezzo, la spedizione parte da Calcutta e arriva in treno alle falde dell’Himalaya, dove ha inizio la lunga marcia; “la nostra meta è il Trono Divino, là in alto” – dice il commento sonoro della pellicola girata dall’operatore Krause (8). A Gangtok, capitale del Sikkim, trovano un <em>maharaja </em>generoso di aiuti: è Sua Altezza Tashi Namgyal, che nel 1948 ospiterà anche il nostro Giuseppe Tucci. Di lì la spedizione procede verso nord: una carovana di dieci indigeni e cinquanta muli avanza lentamente a causa delle piogge monsoniche, del fango e delle frane. Dopo una sosta di due settimane nei pressi di Thanggu (a quota 4.500 m.), le otto tende da campo vengono piantate a Gayokang, alle falde del Kanchenjunga (m. 8.585); per alcune settimane il campo di Gayokang è la base da cui partono fruttuose missioni di ricerca. Tra luglio e agosto, Schäfer e Krause accolgono l’invito di un influete principe tibetano e si recano alla sua residenza estiva di Doptra, dove ricevono la promessa che la spedizione sarà raccomandata presso le autorità di Lhasa. Alla fine di settembre, dopo aver effettuato le loro ricerche nella parte tibetana del Sikkim, gli uomini dell’<em>Ahnenerbe </em>ritornano a Gangtok per assistere all’annuale “danza di guerra degli dèi”. Subito dopo, Schäfer si reca con l’interprete a conferire con un alto funzionario politico per esporgli i programmi della spedizione; nel frattempo, Wiener e Beger si spingono sull’Himalaya, mentre Krause e Geer attraversano la giungla e vanno a completare riprese cinematografiche e ricerche zoologiche nella zona di Gayokang. Allorché il gruppo si ricostituisce, il campo rimane per qualche tempo ai piedi del Kanchenjunga, a una temperatura di venti gradi sotto zero. Così, dopo una serie di ricerche nel territorio di Lachen e un’ascensione lungo una parete del Pimpo Kanchen, il primo giorno di dicembre gli uomini dell’<em>Ahnenerbe </em>ricevono la notizia che il Reggente del Tibet li invita a trascorrere due settimane a Lhasa. Prima di allora vi erano potuti entrare pochi Europei, tra i quali nessun tedesco.</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://tracker.tradedoubler.com/click?p=10388&amp;a=915108&amp;g=0&amp;url=http://www.bol.it/inglesi/scheda/ea978193203304" target="_blank"><img class="alignright" style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/sswiking.jpg" border="0" alt="Rupert Butler, SS-Wiking. The History of the Fifth SS Division 1941-45" width="130" height="155" align="right" /></a> Felicemente terminata l’esplorazione del Sikkim, poco prima di Natale gli uomini del <em>Reich </em>si dirigono verso Lhasa con una nuova carovana. Varcano la soglia della “città proibita” il 19 gennaio 1939, accompagnati da un alto ufficiale tibetano e accolti dalle massime autorità; non dal Dalai Lama, che si trovava ancora nel suo villaggio nel territorio di Amdo, vicino al lago Kokonor. Esiste una fotografia di Schäfer, con l’elmetto estivo delle SS, che saluta il segretario personale del Panchen Lama (direttore spirituale del Dalai Lama), mentre un’altra foto documenta uno scambio di doni tra la delegazione del Reich e i dignitari della teocrazia tibetana. Agli ospiti tedeschi viene concesso il privilegio di assistere alle feste del Capodanno lamaista; viene permesso loro di visitare il Potala e gli altri templi, di studiarli e fotografarli. L’antropologo può osservare da vicino un momento culminante della vita <a href="http://www.centrostudilaruna.it/religione.html">religiosa</a> tibetana e, approfittando dell’immensa folla di pellegrini affluita a Lhasa per il Capodanno, può approfondire lo studio della tipologia razziale del paese. Più difficile è il lavoro dello zoologo, a causa dell’interdizione dell’uso delle armi da fuoco durante le feste del Capodanno; ma l’interdizione viene aggirata mediante l’impiego di una sorta di fionda fabbricata da Schäfer, che consente di aggiungere alla collezione ornitologica diversi esemplari.</p>
<p style="text-align: justify;">La visita a Lhasa doveva durare quattordici giorni; ma l’intesa stabilitasi tra le SS e le autorità lambiste è tale, che il governo tibetano non lascia partire i propri ospiti prima del 19 marzo, facendoli accompagnare da un alto funzionario fino alla stazione inglese di Gyangtse (Rgyal-rce). Dopo un’esplorazione delle rovine dell’antica capitale Jalung Phodrang, disabitata da circa un migliaio d’anni, e dopo una marcia di seicento chilometri fino al lago di Yamdrok, il 25 aprile gli esploratori tedeschi raggiungono Shigatse (Gzis ca rce), dove risiede il nono Panchen Lama, Lobsang Tseten. A Shigatse, nei cui pressi si trova il monastero di Tashi Lhunpo, abitato da quattromila monaci, l’accoglienza è calorosa come a Lhasa: tutta la popolazione accorre a dare il benvenuto agli uomini dell’<em>Ahnenerbe</em>. Il Panchen Lama riceve ufficialmente la missione tedesca e firma un documento di amicizia con il Terzo Reich.</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=888910709X" target="_blank"><img class="alignright" style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/archeologidihimmler.bmp" border="0" alt="Marco Zagni, Archeologi di Himmler. Ricerche, spedizioni e misteri dell'Ahnenerbe" width="175" height="250" align="right" /></a> Il 19 maggio la marcia riprese in direzione di Gyangtse, che fu raggiunta in tre giorni. Qui ebbero luogo trattative coi funzionari inglesi circa il passaggio in India e il trasporto dell’ingente materiale. Una decina di animali da soma dovette essere impiegata solo per il materiale di interesse etnologico (costumi, tende, un aratro, un telaio ecc.), al quale si aggiungevano i centootto volumi di Scritture buddiste donati dal Reggente al governo del Reich. Si trattava verosimilmente del <em>Kanjur </em>(<em>bka’-gyur</em>), versione tibetana del Canone, che nell’edizione di Derge (Sde dge) consta per l’appunto di centootto volumi. Oltre a ciò, la spedizione portava con sé più di 4.000 uccelli impagliati, più di 500 teschi di animali, esemplari zoologici viventi, piante d’ogni genere, semi vegetali.</p>
<p style="text-align: justify;">Attraverso Gangtok, il gruppo giunse a Calcutta; via Bagdad, Atene, Vienna, i reduci della spedizione atterrarono a Berlin-Tempelhof la sera del 4 agosto 1939, dopo sedici mesi di assenza dalla Germania (9). All’aeroporto di Monaco, Schäfer e i suoi camerati ebbero la sorpresa di trovare il <em>Reichsführer SS </em>Heinrich Himmler, venuto personalmente ad accoglierli.</p>
<p style="text-align: justify;">Di lì a poco si sarebbe realizzata la predizione del veggente tibetano che aveva detto a Schäfer: “Verranno gli uomini volanti e ci sarà una grande catastrofe. Qualcosa di terribile accadrà nelle terre degl’Inglesi e dei Tedeschi. Vi sarà una scintilla enorme e anche la nostra <a href="http://www.centrostudilaruna.it/religione.html">religione</a> ne sarà colpita”.</p>
<p style="text-align: justify;">Quanto al battaglione di <em>Waffen SS </em>tibetane che avrebbe preso parte alla difesa di Berlino, rimane ancora un mistero.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Note</strong></p>
<p style="text-align: justify;">(1) Herman (Felix) Wirth (Utrecht 6 maggio 1885 – Kusel 16 febbraio 1981), professore olandese naturalizzato tedesco, dal 1909 al 1919 era stato lettore di filologia olandese all’Uiversità di Berlino. Nel 1925 si iscrisse alla <em>NSDAP</em>. Studioso dei simboli della protostoria, pubblicò diverse opere, tra le quali spiccano due monumentali capolavori: <em>Der Aufgang der Menschheit</em>, Jena 1928 e <em>Die heilige Urschrift der Menschheit</em>, Leipzig 1931-1936. Intorno alla sua attività scoppiò una vivace polemica scientifica allorché pubblicò <em>Die Ura-Linda-Chronik</em>, Leipzig 1932 (trad. it. dell’<em>editio minor</em>, Leipzig 1934, <em>apud </em>Edizioni Barbarossa, Saluzzo 1989); secondo Wirth si trattava di un autentico documento originario del popolo frisone, mentre per i suoi avversari era solo una fabbricazione relativamente recente. Herman Wirth, scrive Armin Mohler, “incarna perfettamente la singolare posizione dei <em>Völkischen </em>nel Terzo Reich: da una parte egli viveva grazie ad un incarico di ricerca della <em>Ahnenerbe</em>, dall’altro gli era proibito pubblicare” (A. Mohler, <em>La Révolution Conservatrice en Allemagne 1918-1932</em>, Pardès, Puiseaux 1993, p. 444).</p>
<p style="text-align: justify;">(2)               Franz Altheim (Erscherscheim 6 ottobre 1898 – Münster 1976) si addottorò con uno studio su <em>Die Komposition der Politik des Aristoteles</em>, discussa col professor Hans von Arnim all’Università di Francoforte sul Meno. Qui entrò in relazione col filologo Walther Friedrich Otto (che nel 1933-’34 gli fece pubblicare <em>Epochen der römischen Geschichte</em>) e con l’etnologo Leo Frobenius. Insegnò alle università di Halle, Berlino e Münster. Tra le opere più significative della sua sterminata produzione scientifica, la <em>Römische Religionsgeschichte</em>, Berlin 1956 (ed. definitiva), <em>Niedergang der alten Welt</em>, Frankfurt am Main 1952, <em>Die Araber in der alten Welt</em>, Berlin 1964. In italiano: <em>Dall’antichità al Medioevo </em>(Sansoni, Firenze 1961), <em>Il dio invitto </em>(Feltrinelli, Milano 1960), <em>Romanzo e decadenza </em>(Settimo Sigillo, Roma 1995), <em>Storia della religione romana </em>(Settimo Sigillo, Roma 1996).</p>
<p style="text-align: justify;">(3)               André Brissaud, <em>Hitler et l’ordre noir. Histoire secrète du national-socialisme</em>, Librairie Académique Perrin, Paris 1969, p. 285. Anche il libro di Brissaud, per alcuni versi abbastanza documentato, rimasta certe fantasticherie che il famigerato <em>Mattino dei maghi </em>di Louis Pauwels e Jacques Berger (Mondadori 1963, pp. 371-374) ha trasmesse a gran parte della letteratura “nazioccultistica”. Si veda, come ulteriore esempio di ciò, <em>Le marché du diable </em>di Robert Faligot e Rémi Kauffer (Fayard, Paris 1995, p. 243), dove si sostiene che la spedizione dell’Ahnenerbe in Tibet aveva lo scopo di “saggiare le possibilità di una presa di contatto tra i mitici maestri del Tibet e la Società di Thule, che se ne considerava l’erede”. D’altronde, anche specialisti di germanistica come Furio Jesi hanno riciclato le tesi del <em>Mattino dei maghi</em>, attribuendo agli “studiosi guidati dal dottor Scheffer [<em>sic</em>]” lo scopo di “raccogliere materiali sulle origini della razza ariana” (F. Jesi, <em>Germania segreta</em>, Feltrinelli, Milano 1992, p. 188).</p>
<p style="text-align: justify;">(4)               A. Mohler, <em>op. cit.</em>, p. 585.</p>
<p style="text-align: justify;">(5)               A. Brissaud, <em>op. cit.</em>, p. 454.</p>
<p style="text-align: justify;">(6)               Savitri Devi, <em>L’India e il nazismo</em>, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 1979, p. 53.</p>
<p style="text-align: justify;">(7)               A. Brissaud, <em>op. cit.</em>, p. 286.</p>
<p style="text-align: justify;">(8) Dai 16.000 metri di pellicola in bianco e nero e dai 2.000 a colori girati da Krause fu ricavato il documentario <em>Geheimnis Tibet</em>. (Se ne veda l’edizione italiana nel video allegato al fascicolo n. 9 della serie <em>Il nazismo esoterico </em>di Marco Dolcetta, Hobby and Work, Milano 1994). Oltre a realizzare le riprese cinematografiche, Krause scattò 20.000 fotografie e trovò anche il tempo per mettere insieme una straordinaria collezione di formiche, api, calabroni e farfalle.</p>
<p style="text-align: justify;">(9) Alla fine di quel medesimo mese d’agosto si sarebbe dovuta concludere anche la terza spedizione tedesca sul Nanga Parhat (m. 8.114), guidata da Peter Aufschneiter, che era partita nel maggio 1939. Sorpresi in territorio indiano dallo scoppio della guerra (3 settembre), Peter Aufschneiter e Heinrich Harrer, il campione dei giochi olimpici del 1936, furono internati in un campo di concentramento britannico. Evasi nel 1944, raggiunsero il Tibet, dove ottennero asilo. Cfr. H. Harrer, <em>Sieben Jahre in Tibet</em>, A. J. MacPherson 1958 (ed. franc. <em>Sept ans d’aventures au Tibet</em>, Arthaud, Paris-Grenoble 1953).</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/sstibet.html' addthis:title='Le SS in Tibet ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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