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	<title>Centro Studi La Runa &#187; polo</title>
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	<description>Archivio di storia, tradizione, letteratura, filosofia</description>
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		<title>Il mistero delle isole Kerguélen</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Feb 2010 17:05:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Lamendola</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La misteriosa scoperta di orme di zoccoli fatta dall'esploratore James Clark Ross nel maggio 1839 nelle Isole Kerguélen]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/il-mistero-delle-isole-kerguelen.html' addthis:title='Il mistero delle isole Kerguélen '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/centrostudilaruna48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Centro Studi La Runa online" /><br/><p style="text-align: justify;"><em><strong>Il fatto</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;">Maggio 1839, emisfero Sud. Nel cuore del temibile inverno australe, alcuni uomini stanno avanzando sul terreno diseguale di una sperduta e deserta isola di origine vulcanica (1), là dove le acque azzurre dell’Oceano Indiano si confondono tumultuosamente con quelle verde scuro dell’Antartico, le cui onde spazzate dai venti dominanti dell’Ovest s’imbiancano di spuma.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<div class="mceTemp" style="text-align: justify;">
<dl id="attachment_3987" class="wp-caption alignleft" style="width: 260px;">
<dt class="wp-caption-dt"><img class="size-full wp-image-3987" title="cavolo-delle-kerguelen" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/cavolo-delle-kerguelen.jpg" alt="" width="250" height="159" /></dt>
<dd class="wp-caption-dd">Cavolo delle Kerguélen.</dd>
</dl>
</div>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Mano a mano che si allontanano dalla riva, il fragore del mare si attenua e alla fine scompare e ogni cosa sembra stemperarsi  in un’atmosfera strana ed arcana, sotto un cielo plumbeo e uniforme. Uno spesso strato di neve copre il terreno ed i suoni giungono attutiti dall’atmosfera umida e fredda e dal soffice mantello candido che ricopre ogni cosa, come se tutta la scena fosse per incanto scivolata in un’atmosfera senza tempo. Del resto, non vi sono altri rumori che quelli prodotti dagli insoliti visitatori: un gruppetto di ufficiali e marinai della nave di Sua Maestà britannica Erebus, un veliero di sole 370 tonnellate e appena 26 uomini d’equipaggio, e della sua gemella, Terror (2). Minuscole le navi ed esiguo il loro carico umano: ciò fa apparire ancor più opprimente, per contrasto, il grandioso ma triste spettacolo di quella natura selvaggia cui a suo tempo è stato imposto, non a caso, il nome eloquente di Isola della Desolazione (3). Nessuna fronda di verzura stormisce al soffio incessante dei venti australi, poiché gli alberi non allignano in quei luoghi inospitali e le uniche foreste esistenti sono quelle fossilizzate, estrema e patetica testimonianza di un tempo remotissimo in cui il clima dell’isola dovette essere ben più dolce e accogliente, probabilmente di tipo sub-tropicale (4). L’unica pianta che si avvicini in qualche misura alle dimensioni arboree era una curiosa specie di cavolo gigante, detto cavolo delle Kerguélen (5), che non era sfuggito alla vigile attenzione del medico di bordo, sir John Dalton Hooker (6), allora un giovane pressochè sconosciuto ma che più tardi sarebbe divenuto un botanico famoso, fra i più celebri del suo tempo (7). Allo stesso modo, il candido manto di neve non appare segnato dal passaggio di alcun essere vivente, poiché nessun mammifero terrestre vive in quelle remote latitudini, né tanto meno alcun rettile o anfibio, animali che abbisognano di un clima decisamente più mite (8).</p>
<p style="text-align: justify;">Mano a mano che i visitatori ardimentosi  di quel luogo enigmatico si allontanano dalla riva del mare e si lasciano alle spalle il rumore della risacca e la rassicurante sagoma della loro nave alla fonda nel porto naturale (9), la ricognizione verso l’interno si trasforma in una marcia dai contorni vagamente surreali. Il profondissimo, millenario silenzio che avvolge ogni cosa, la quiete innaturale, indecifrabile che sembra tutto avvolgere, la consapevolezza che forse mai piede umano ha preceduto i loro passi danno veramente a quegli uomini la sensazione d’esser giunti agli estremi confini del mondo. Eppure, nonostante la intensa nota di malinconia che lo pervade, il paesaggio reca in sé una sottile sfumatura di fascino, difficile da definire ma nondimeno evidente; quasi una bellezza arcana e primigenia che  la Natura possente ha voluto imprimere  perfino in quelle lande desolate. Mentre alzano lo sguardo lungo le pendici del monte Ross, che spinge la sua vetta ghiacciata a duemila metri d’altitudine (10), sotto una densa coltre di nubi grigie, gli uomini si sentono terribilmente piccoli, fragili, in un certo senso – direbbe Lucrezio – casuali (11): come ospiti inattesi di uno spettacolo grandioso che non per essi era stato allestito&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco le parole con le quali, circa un secolo dopo, un ufficiale della Marina da guerra germanica descriverà quei luoghi e la loro strana atmosfera: “Un ruscello gorgogliava tra sassi e ciuffi d’erba lungo il sentiero. Intorno a noi le montagne si alzavano avvolte dalle nubi… Una squallida desolazione regnava sui monti e nelle valli. Eppure, per quanto triste e brullo, il paesaggio non era privo di fascino per chi non vedeva da tanto tempo né un monte né un pianoro e sicuramente non ne avrebbe più visti per molti mesi.” (12) Certo, le cose sarebbero state molto diverse se l’Erebus e la sua gemella, il Terror fossero approdate laggiù qualche mese prima: durante l’estate antartica, le pianure s’ingentiliscono grazie ai vivaci colori di numerose piante fiorite, come Azorella, Pringlea e Festuca (13), mentre l’aria risuona dei richiami incessanti di migliaia e migliaia di uccelli migratori venuti di lontano, primo fra tutti l’albatro gigante (14). Ma ora tutto appare deserto, abbandonato, come avvolto da un’atmosfera senza tempo: e sembra che  l’aria fredda e umida, il cielo basso e  la terra silenziosa siano  sospesi, in attesa di qualcosa.</p>
<p style="text-align: justify;">Ed ecco che  il comandante di quel piccolo drappello, il trentanovenne sir James Clark Ross, si arresta improvvisamente senza poter trattenere un fortissimo moto di stupore, mentre uno sguardo di meraviglia e d’incredulità passa dai suoi occhi a quelli dei suoi compagni, l’uno dopo l’altro. Perché hanno visto tutti, chiaramente, qualche cosa che supera la loro capacità di comprensione, qualche cosa che assolutamente non avrebbe dovuto essere lì. Sul mantello di neve immacolata che copre ogni cosa si stagliano, nette, delle impronte di un qualche animale: più precisamente, delle orme di zoccoli (15).  Si allontanano dalla regione costiera per spingersi verso l’interno e si perdono in direzione delle alture. Orme di zoccoli, laggiù, in capo al mondo! E tutto lascia pensare che siano anche recenti, poiché, diversamente, la neve le avrebbe rapidamente cancellate. I marinai britannici stentano a credere ai loro stessi occhi: come è possibile una cosa del genere?</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>La cornice</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;">Sir James Clark Ross, nato a Londra il 15 aprile del 1800, aveva già una discreta fama come esploratore polare. Compagno di sir William Edward Parry nelle sue spedizioni artiche, il 31 maggio 1831 aveva localizzato l’esatta posizione del Polo Nord magnetico nella Penisola di Boothia (Canada settentrionale) (16). Nel 1835-36 era stato inviato nello Stretto di Davis, con la nave Cove, per soccorrere un certo numero di baleniere inglesi provenienti dal porto di Hull, rimaste intrappolate nei ghiacci (17). Infine, il 18 aprile 1839 aveva assunto il comando della spedizione antartica formata dall’Erebus, come si è detto, e dal Terror, quest’ultimo di 340 tonnellate e con un equipaggio, anch’esso, di 26 uomini, al comando del suo amico Francis Crozier (18).</p>
<p style="text-align: justify;">Ross aveva avuto istruzioni di salpare per la Tasmania allo scopo di stabilire una stazione permanente per eseguire osservazioni magnetiche. Lungo la traversata doveva compiere analoghe osservazioni all’isola di S. Elena, nell’Atlantico meridionale, e al Capo di Buona Speranza. L’Erebus e il Terror giunsero in vista delle Kerguélen nel giugno e vi stazionarono per due mesi, in attesa di compiere il balzo successivo verso la Tasmania e, di lì, per le isole Auckland, fino all’<span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/generi/viaggi/antartide" target="_blank">Antartide</a></span> (19). Quei due mesi furono impiegati da un gruppo di ufficiali per fare rilievi magnetometrici e da Ross, personalmente, per compiere osservazioni astronomiche e nautiche.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<div class="mceTemp" style="text-align: justify;">
<dl id="attachment_3986" class="wp-caption alignright" style="width: 157px;">
<dt class="wp-caption-dt"><img class="size-full wp-image-3986" title="kerguelen" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/kerguelen.jpg" alt="" width="147" height="184" /></dt>
<dd class="wp-caption-dd">Yves Joseph Christophe de Kerguelen-Trémarec (Landudal, 13 febbraio 1734  – Parigi, 3 marzo  1797).</dd>
</dl>
</div>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">L’arcipelago delle Kerguélen deve il nome al suo scopritore, il bretone Yves I. de Kerguèlen-Tremarec, che le avvistò il 13 febbraio 1772 e le credette parte, tanto per cambiare, del supposto continente australe o <em>Terra Australis Incognita </em>– la grande ossessione geografica del Settecento, nonché dei due secoli precedenti (20). In Francia, infatti, “il presidente Charles de Brosses, convinto che nel Sud esistesse un continente grande quanto Europa, Asia e Africa messe insieme, riunì materiale di ogni genere e in tutte le lingue, per prepararne l’esplorazione. Tutti gli elementi raccolti formano il tema della sua <em>Storia delle navigazioni verso le Terre Australi</em>, che l’autore teneva aggiornata, senza tuttavia che la seconda edizione fosse mai pubblicata; l’opera, che spinse più di un navigatore verso la Magellania, la Polinesia e l’Australasia, si trova attualmente presso la Biblioteca Nazionale di Parigi”(21). Si direbbe che quella ossessione arrivasse a offuscare le idee anche di esperti o navigatori, se è vero che, tornato in patria senza averne riconosciuta la natura insulare, contro il parere del proprio equipaggio descrisse la terra da lui scoperta come una specie di Paradiso Terrestre.  Deciso a sostenere la veridicità del suo racconto, nel 1774 Kerguélen si rimise in mare con due navi e volle tornare alla Francia Australe (così aveva denominato inizialmente quelle terre), ma una furiosa tempesta impedì nuovamente lo sbarco e rese impossibile un preciso rilevamento delle coordinate geografiche. Quel che è certo, questa volta anche l’ostinato ottimismo del navigatore francese dovette ricevere un duro colpo visto che all’affascinante descrizione fatta dopo il priomo viaggio subentrò una diversa valutazione dei fatti. Probabilmente non era un’appendice della vasta Terra Australe e, comunque, la sua posizione e il suo clima non erano poi tanto favorevoli, dato che questa volta fu lo stesso Kerguélen-Tremaréc a ribattezzare l’arcipelago Terra della Desolazione (22). Così – conclude Silvio Zavatti – il nuovo viaggio non portò a nessun risultato positivo, anzi riaccese polemiche e accuse, per le quali il navigatore subì gravi punizioni e condanne” (23).  Difficile perdonargli, in ogni caso, di aver  infranto un sogno plurisecolare come quello di una edenica Terra Australe Incognita, un mito che lui stesso aveva alimentato entusiasticamente due soli anni prima e sul quale, due anni dopo (nel 1776), il capitano James Cook, giunto con le due  navi Resolution e Discovery  alle isole Kerguélen e riconosciutane definitivamente la natura insulare, chiuderà per sempre la pietra tombale (24).</p>
<p style="text-align: justify;">Come si è detto, i primi esploratori non trovarono traccia di una fauna indigena superiore, a parte numerosi uccelli e tre distinte specie di pinguini: reale, papua e gorgua (25). La fauna inferiore  è rappresentata da un certo numero di insetti senza ali, perché i forti venti dominanti dell’Ovest renderebbero impossibile qualsiasi tentativo di volo; da un lepidottero parassita del cavolo, ossia una mosca essa pure priva di ali; da alcuni acari e da due o tre Protozoi che vivono nel muschio, un tipo di vegetazione molto diffusa a causa della persistente umidità del clima (26).</p>
<p style="text-align: justify;">Furono i Francesi, molto più tardi, che tentarono d’introdurre una fauna superiore per motivi economici (l’arcipelago era stato annesso alla Francia nel 1893). Nel 1908-11 e poi ancora nel1927-28 essi tentarono l’allevamento delle pecore, ma anche  se l’esperimento non fallì del tutto, una serie di ragioni, prima fra tutte la difficoltà di rifornimenti, indussero i colonizzatori a ritirarsi dalle isole, rinunciando a persistere nel tentativo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Le ipotesi</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sorpresa e affascinazione sono, dunque, i sentimenti che James Clark Ross e i suoi compagni provano, in quel maggio del 1840, davanti alle impronte di zoccoli sulla neve dell’isola Kerguélen. Dopo un comprensibile momento di stupore e quasi d’incredulità, si decide di tentar di andare a fondo nell’enigma così inaspettatamente presentatosi in quella remota terra dell’emisfero australe. Il gruppo si mette a seguire le impronte, ma ben presto è costretto a fermarsi, deluso: esse scompaiono improvvisamente su un terreno roccioso,  non c’è più niente da fare. Bisogna tornare indietro senza aver potuto dare una risposta alla domanda: qual è l’origine di quelle impronte, dal momento che sull’isola non vi sono né  ponies né altri animali in grado di lasciare orme simili?</p>
<p style="text-align: justify;">James Clark Ross scrive subito un rapporto sullo strano episodio, ma esso passa praticamente inosservato. La relazione del viaggio antartico di Ross, qualche anno dopo, viene bensì letta e apprezzata da un selezionato pubblico di specialisti, ma non diviene mai quel che si dice, oggi, un <em>best-seller</em>. E così, quasi certamente, il mistero delle impronte dell’isola Kerguélen sarebbe stato del tutto dimenticato se quindici anni dopo, quando il pubblico inglese è travolto dall’“<em>affaire</em>” delle cosiddette impronte del diavolo del Devonshire (febbraio 1855), qualcuno non si ricordasse di quella vecchia e strana storia.  E’ un corrispondente del London Illustrated News a rispolverare il rapporto dell’esploratore James Clark Ross e a richiamare su di esso l’attenzione sovreccitata dei lettori del Regno Unito (27): ma di questo parleremo fra breve.</p>
<p style="text-align: justify;">Dobbiamo ora tentare di dare una qualche risposta agli interrogativi che il “mistero delle Isole Kerguélen” sollecita, e cercheremo di farlo con mente sgombra, per quanto possibile, da pregiudizi, senza per questo esser disposti a cadere nella credulità.</p>
<p style="text-align: justify;">Un fatto naturale richiede, fino a prova contraria, una interpretazione di tipo naturale: questa è una ovvia premessa di carattere metodologico. E tuttavia il concetto di “evento naturale”, dopo le scoperte di fisici come Einstein ed Heisenberg, si è enormemente arricchito di valenze ignorate all’epoca della Rivoluzione scientifica del XVII secolo. Il problema è che, mentre gli specialisti delle varie scienze (matematica, fisica, scienze naturali e scienze della psiche) sono perfettamente consapevoli di non poter studiare i fatti del mondo naturale con lo stesso punto di vista di Francesco Bacone, Galilei, Cartesio o Newton, gran parte dei divulgatori scientifici e, attraverso di essi, del pubblico dei non-specialisti, sono rimasti ancorati a una visione scientifica alquanto datata: quella, in sostanza, impostasi in Occidente, verso la fine del XIX secolo, con la filosofia del Positivismo.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<div class="mceTemp" style="text-align: justify;">
<dl id="attachment_3988" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px;">
<dt class="wp-caption-dt"><img class="size-full wp-image-3988" title="vista-kerguelen" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/vista-kerguelen.jpg" alt="" width="300" height="209" /></dt>
<dd class="wp-caption-dd">Penisola Rallier du Baty, Isole Kerguélen.</dd>
</dl>
</div>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Questa premessa era necessaria perché il campo del possibile, nella scienza contemporanea, si è molto allargato rispetto a quanto comunemente ammesso prima della “scoperta” delle matematiche non euclidee, delle particelle sub-atomiche e della dimensione inconscia della psiche. La teoria dei quanti, nel campo della fisica, o il riconoscimento dei casi di personalità multipla, in quello della psicologia, per fare solo due esempi, hanno letteralmente rivoluzionato la nostra visione del mondo naturale. Non solo: passata (almeno fra gli specialisti) la stagione dell’ubriacatura postivistica e neopositivistica, cioè di una visione rozzamente scientista della realtà, torna con forza crescente la vecchia domanda: è possibile esplorare tutto il campo delle realtà naturali, servendosi esclusivamente degli strumenti d’indagine, materiali e concettuali, forniti da quella facoltà che quasi tutte le filosofie dell’Occidente (ma solo dell’Occidente, anzi dell’Occidente moderno) definiscono genericamente la ragione ma che è, a ben guardare, solo una parte di essa, e cioè la ragione strumentale e calcolante?</p>
<p style="text-align: justify;">Problemi difficili, certo, e la cui trattazione – anche sommaria- esulerebbe di gran lunga dai limiti della presente indagine. Tuttavia era giusto, crediamo, almeno accennarvi, prima di tentare una modesta indagine sulla questione che ci eravamo proposta.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora, se è giusto – in una ricerca scientifica – partire dalla spiegazione più semplice di un determinato fenomeno naturale, la prima ipotesi cui si è tentati di ricorrere per spiegare il mistero delle impronte viste dagli uomini della spedizione antartica di J.C.Ross è che esse siano state lasciate sulla neve da un animale introdotto dall’uomo. Abbiamo ragioni per ritenere verosimile una tale ipotesi? In linea di massima, saremmo portati a rispondere affermativamente a questa domanda, nonostante il parere negativo espresso da James Cook circa le possibilità di sopravvivenza di animali introdotti dall&#8217;Europa (vedi nota n. 24 del presente articolo). Dopo la visita del capitano Cook, nel 1776, l’arcipelago delle Kerguélen divenne il punto d’incontro di cacciatori di foche e di balene, che le usarono – come molte altre isole sub-antartiche – quale base provvisoria durante le loro spedizioni di caccia, che potevano durare anche tre anni (28). Erano i tempi d’oro di quel genere di battute, immortalati, fra l’altro, da romanzi famosi come <em>Moby Dick </em>di Herman <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/herman-melville" target="_blank">Melville</a></span>. Gli studiosi di botanica, e particolarmente di fitogeografia, sanno bene quali danni irreparabili quei cacciatori di foche e di balene portarono agli ecosistemi delle isole oceaniche perché, oltre a compiere stragi indiscriminate di cetacei e di pinnipedi, spesso fino alla totale estinzione, essi avevano preso l’abitudine di sbarcare a terra, in quelle isole, animali domestici destinati all’alimentazione degli equipaggi, particolarmente ovini e suini (29).  Le capre e,  in misura minore, le pecore e i maiali, si arrampicavano dappertutto, sterminando (ove ce n’erano) i piccoli mammiferi indigeni e gli uccelli più indifesi, com’era successo al Dodo, uccello non volatore, dell’isola Mauritius, nel 1600 (30). Ad essi si aggiungeva l’opera nefasta dei ratti, viaggiatori clandestini di tutte le navi europee e nemici implacabili delle faune indigene. Capre e pecore, poi, brucavano voracemente la vegetazione, sino a rendere brulle e spoglie delle isole un tempo ammantate di una ricca vegetazione: tale fu il caso, ad esempio, dell’isola di S. Elena  e dell’isola di Pasqua fra quelle sub-tropicali, e, almeno in parte, della Nuova Zelanda, fra quelle di clima temperato. L’importazione casuale di piante infestanti di origine europea  e quella volontaria di piante destinate ad uso agricolo dava poi il colpo di grazia a quei delicatissimi ecosistemi, che l’isolamento millenario aveva reso particolarmente vulnerabili rispetto ai competitori esterni. A tutto questo si aggiunga che gli Europei introducevano non solo animali da allevamento, ma anche selvaggina selvatica, come il cervo nella Nuova Zelanda o addirittura la renna nella Georgia Australe, che i Norvegesi avevano trasformato in una stazione baleniera permanente: con quali conseguenze sul mantello erboso originario, è facile immaginare.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<div class="mceTemp" style="text-align: justify;">
<dl id="attachment_3989" class="wp-caption alignright" style="width: 210px;">
<dt class="wp-caption-dt"><img class="size-full wp-image-3989" title="james-clark-ross" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/james-clark-ross.jpg" alt="" width="200" height="258" /></dt>
<dd class="wp-caption-dd">James Clark Ross (Londra, 15 aprile 1800  – Aylesbury, 3 aprile 1862).</dd>
</dl>
</div>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Dunque, non si può escludere del tutto che le impronte viste sull’isola Kerguélen da Ross nel 1840 fossero dovute a una pecora o a una capra (più difficile, ache se non impossibile, pensare a un maiale rinselvatichito) portata da qualche baleniere allo scopo di potersi rifornire di carne fresca nel corso delle lunghe battute di caccia nei mari australi, in un’epoca in cui l’unico sistema di conservazione della carne era quello di metterla sotto sale e non poteva, comumque, garantirne la commestibilità a tempo indefinito.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto chiarito, allora, e svelato il mistero? In realtà, le cose non sono proprio così facili. Infatti, questa spiegazione offre indubbiamente il vantaggio della semplicità, il che corrisponde a una nota formula della filosofia scolastica,  secondo la quale non bisogna moltiplicare il numero degli enti quando è possibile spiegare la realtà con un numero più ristretto di cause (31). D’altra parte, essa presenta un inconveniente tutt’altro che trascurabile: è puramente congetturale e ha dalla sua il criterio della verosimiglianza logica, ma non quello della verifica concreta. Ad esempio, noi possiamo sapere con certezza quando monsieur Brossière prese in affitto dal governo francese vasti appezzamenti di terreno per introdurre sull’isola l’allevamento delle pecore; ma non sappiamo nulla di quanto potè fare, di propria iniziativa e in via, diciamo così, non ufficiale, qualche                        sconosciuto capitano di baleniera nei primi decenni del XIX secolo, quando la sovranità su quei luoghi era peraltro ancora indefinita. Vogliamo dire che è ragionevole supporre che animali dotati di zoccoli siano stati introdotti senza che la cosa fosse noto a livello internazionale, e ciò spiegherebbe egregiamente la vivissima sorpresa provata dai membri della spedizione antartica britannica: è ragionevole appunto perché fornisce la spiegazione più semplice e naturale di un evento altrimenti difficilmente interpretabile. Ma ciò significa, d’altro canto, che le conclusioni sono già implicite nella premessa, com’è tipico del ragionamento deduttivo. Se tutti gli uomini sono mortali e se Socrate è un uomo, allora Socrate è mortale; se alcune specie di mammiferi hanno gli zoccoli e quelle trovate sulla neve sono impronte di zoccoli, allora a produrle devono essere stati degli ungulati (dal latino <em>ungula </em>= unghia, zoccolo), anche se non risiulta  affatto che ve ne fossero, in quel momento, sull’isola.</p>
<p style="text-align: justify;">Qual è il limite intrinseco di un tal modo di studiare i fatti naturali? Quello di trattarli in maniera concettuale, cioè teorica, come si fa con gli enti della logica e con quelli della matematica,  ma come non si dovrebbe dare per scontato con gli enti empirici. Torna qui attuale il pregiudizio fondamentale di ogni concezione della realtà basata sullo scientismo: se esiste o se, comunque, è esperibile solo ciò che può essere studiato in termini logico-matematici (il fenomeno kantiano, radicalmente separato dalla cosa in sé o noumeno), non può darsi altra realtà che quella fisica in senso stretto. Ma quali garanzie abbiamo che  la realtà fisica <em>stricto sensu</em>, cioè esperibile dai sensi ordinari, esaurisca l’intera gamma del reale? Che cosa ci autorizza a pensare che la Natura sia solo quella esperibile con i sensi ordinari e che inoltre, al di sopra (o al di sotto) di essa non vi siano altri piani di realtà, cher la ragione strumentale e calcolante è inadeguata a comprendere, anzi perfino ad immaginare? Del resto, la ragione umana è qualcosa di più nobile e complesso di un elaboratore elettronico; ma usandola in maniera esclusivamente strumentale, non le consentiamo di ottenere risultati diversi da quelli di un elaboratore. Il <em>computer </em>non ci dà operazioni diverse dai dati che vi abbiamo precedentemente inserito: e tale è anche la struttura della ragione calcolante. Se pretendiamo di ottenere da essa solo risposte implicite nelle informazioni di partenza, ci precludiamo di ampliare veramente il campo della conoscenza umana. L’albero di melo non può dare che mele; la ragione calcolante non può dare che quanto è implicito nelle sue premesse (o nei suoi pregiudizi), <em>tertius non datur </em>– meglio ancora: <em>secundus non datur</em>. Pertanto, sono ammesse solo quelle ipotesi scientifiche che non contrastano con le premesse del quadro generale di riferimento accettato, in un determinato momento storico, dalla comunità scientifica dominante (università, case editrici, sistema scolastico, ecc.). Ma un tale modo di procedere ostacola il reale progresso scientifico e, giusta l’ipotesi dell’epistemologo Thomas Kuhn, produce le rivoluzioni scientifiche che sono essenzialmente rivoluzioni contro il paradigma accettato appunto dalla comunità scientifica ufficiale (32).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Una finestra sull&#8217;ignoto</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Proviamo allora a capovolgere, per pura ipotesi, il nostro paradigma scientifico e ad ammettere che, se nelle isole Kerguélen non vi erano capre, pecore, maiali o addirittura cervi, le impronte di zoccoli sulla neve non possono essere spiegate con la presenza di tali animali. Sul piano del ragionamento logico ristretto, questa è un’acquisizione concettuale non meno logica, anzi si direbbe molto più logica, della precedente. Quello che stride è il quadro di riferimento generale: i dati che abbiamo immesso, per così dire, nel <em>computer</em>; cioè che in quei luoghi non esistevano mammiferi di alcun tipo. E dunque?</p>
<p style="text-align: justify;">E’ giunto il momento di ritornare alla vicenda delle impronte del diavolo del Devonshire, che indirettamente aveva riportato di attualità, e messo a conoscenza di un vasto pubblico, la misteriosa scoperta fatta da J. C. Ross nell’isola di Kerguélen. La mattina dell’ 8 febbraio 1855 gli abitanti del Devon scoprirono, uscendo di casa nel freddo intensissimo di quell’inverno eccezionale, una serie di impronte di zoccoli nella neve, disposte in linea retta e riconoscibili lungo una distanza totale di circa 80  miglia. Non assomigliavano alle impronte di alcun animale conosciuto, ma né questo fatto né la straordinaria lunghezza della traccia, che attraversava le campagne innevate in linea retta, rappresentavano la cosa più sconcertante.</p>
<p style="text-align: justify;">Quest’ultima era costituita dal fatto che le impronte si snodavano una dietro l’altra, tagliando diritto anche in presenza di ostacoli. Davanti ai muri dei giardini, per esempio, esse si fermavano per continuare dall’altra parte, come se lo sconosciuto animale li avesse saltati senza minimamente deviare, anzi, come se li avesse “attraversati”. E la neve sulla cima dei muri era rimasta vergine! In alcuni villaggi, poi, le impronte a ferro di cavallo erano ben visibili sui tetti delle case, a precchi metri d’altezza; oppure si fermavano davanti alla soglia di una capanna, per ricomparire sul retro; oppure ancora scomparivano davanti a un mucchio di fieno e poi riprendevano al di là di esso, sempre in linea retta, come se la creatura vesse compiuto un salto prodigioso. La popolazione ne fu terrorizzata: furono organizzate, ma invano, delle battute di caccia con fucili e forconi, e ben presto nacque fra il popolo la voce che il Diavolo, in quella buia e fredda notte d’inverno, avesse passeggiato sulla Terra con piedi di caprone, come ai tempi dei Sabba delle streghe.</p>
<p style="text-align: justify;">Naturalmente anche il mondo scientifico fu messo a rumore, e parecchi naturalisti, tra cui  il celebre Richard Owen, vollero dire la  loro. Si parlò di un tasso; ma quale animale selvatico poteva correre in in linea retta per la bellezza di 80 miglia, coprendo una tale distanza in una sola notte? E saltare a quel modo al di là dei muri e dei covoni di fieno, per poi salire sui tetti delle case? (33).</p>
<p style="text-align: justify;">Qualcun altro ipotizzò che un pallone sonda si fosse alzato, forse per disguido, dal porto militare di Devonport la sera del 7 febbraio, e che dei sacchetti pendenti da delle funi avessero lasciato le famose impronte (34). Certo che il vento doveva esser stato un prodigio di costanza, per aver sospinto il pallone sonda così a lungo senza mai deviare né a destra né a sinistra!</p>
<p style="text-align: justify;">Si parlò anche di un uccello; di un canguro fuggito da uno zoo; di un buontempone in vena di scherzi fuori del comune: tutte ipotesi praticamente insostenibili e tutte rispondenti a una medesima logica: il mistero non è una dimensione della realtà che va accostata con l’indagine razionale ma anche con  umiltà e consapevolezza dei limiti umani, bensì un nemico da aggredire, una sfida intollerabile da rintuzzare, un’inquietudine che va rimossa ad ogni costo per riportare la percezione del reale entro i binari rassicuranti di ciò che è già conosciuto. In alttre parole, per la mentalità scientista è preferibile cadere nell’assurdo (un tasso che copre 80 miglia in poche ore, saltando muri e scalando edifici) piuttosto che ammettere, anche solo per ipotesi, che si possa sollevare per un momento il velo della razionalità codificata dal paradigma scientifico dominante.</p>
<p style="text-align: justify;">E si badi che il caso delle impronte del Devonshire non è affatto un <em>unicum </em>nella storia recente (per non parlare di quella antica). Per fare un solo altro esempio, ma se ne potrebbero fare parecchi, ricordiamo che il <em>Times </em>di Londra del 14 marzo 1840 (dunque, due mesi prima della scoperta di James Clark Ross nei mari antartici)  riferì di impronte identiche a quelle trovate poi nel 1855, questa volta sulla neve di Glenorchy, nelle Highlands scozzesi, con l’unica differenza che sembravano prodotte da una creatura che avesse proceduto a balzi piuttosto che al trotto (35). E ci siamo limitati alla sola Gran Bretagna; ma impronte strane, o mostruose, sono state segnalate in ogni parte d’Europa e nell’arco di vari secoli. E allora?</p>
<p style="text-align: justify;">Certo non saremo noi a tirare in ballo l’ufologia, o l’occulto, magari in chiave diabolica (per quanto rifiutiamo l’atteggiamento sprezzante di aprioristico rifiuto, proprio a molti divulgatori scientifici di formazione neopositivista). Tornando al caso delle isole Kerguélen, gli elementi in nostro possesso sono troppo scarsi per arrischiare una spiegazione del fenomeno, sia di tipo naturalistico sia d’altro genere. Mancano, ad esempio, i calchi o le riproduzioni delle impronte, mentre esistono nel caso del Devonshire di quindici anni dopo (36). Il fatto che le spiegazioni razionali avanzate si siano dimostrate poco convincenti non autorizza a saltare con ingenua disinvoltura nel campo dell’irrazionale.</p>
<p style="text-align: justify;">Forse, però, nonostante tutto possiamo ricavare un insegnamento di carattere generale da questa intricata vicenda, sollevata quasi per caso da una spedizione scientifica del 1840 in una dimenticata isola sub-antartica, ed è il seguente. Vi sono cose  per le quali la scienza naturale stenta a dare una spiegazione e che stenta perfino a contestualizzare nel paradigma scientifico perlopiù accettato, non perché la scienza non disponga al momento di strumenti di ricerca sufficientemente sofisticati, ma perché l’orizzonte concettuale della ragione calcolante è intrinsecamente inadeguato non solo a comprenderli, ma addirittura ad accettarli.</p>
<p style="text-align: justify;">I “cerchi nel grano” (non tutti, ovviamente, ma quelli infinitamente complessi e straordinariamente precisi, giudicati “autentici” dagli studiosi, nel senso di non contraffatti),  appartengono a tale categoria di fenomeni (37). Un altro esempio è costituito da quei reperti archeologici o paleontologici che contrastano irrimediabilmente col paradigma scientifico oggi dominante (si badi a quell’oggi), e che si stanno accumulando uno sull’altro, a dispetto della decisa volontà della scienza accademica di voltare la testa dall’altra parte per non vederli (situazione che richiama molto, per inciso, quella della cosmologia tolemaica alla vigilia della rivoluzione copernicana) (38). Ma una scienza che impieghi parte delle sue energie per rimuovere quei fatti che non riesce a spiegare, invece di prenderli seriamente in considerazione, è una scienza che nega i suoi stessi presupposti e la propria ragion d’essere. Così accade che “pur vedendo non vedono, e pur udendo non odono e non comprendono” (39).  Analogo discorso si potrebbe fare per molti di quei fenomeni “paranormali” di cui si occupa, da alcuni decenni ormai, una scienza giovane come la parapsicologia; o per quelle creature misteriose di cui si occupa la criptozoologia. La civiltà occidentale moderna, figlia della Rivoluzione scientifica del XVII secolo, è passata da un estremo all&#8217; altro: un tempo si credeva pressochè a tutto (40), oggi non si vuol credere più a nulla che non sia misurabile, quantificabile, riproducibile in laboratorio; ad onta del fatto che civiltà millenarie, come quella dell’India, abbiano sempre considerato con ben altra consapevolezza fenomeni non spiegabili solo con la ragione, attinenti al mondo naturale, preternaturale e soprannaturale.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ come se avessimo fermamente deciso di escludere dal nostro orizzonte mentale e spirituale tutto ciò che non rientra  nella sfera della ragione strumentale, riducendo l’essere umano, per parafrasare Marcuse, a vivere in una sola dimensione, mentre  è immerso n un cosmo multidimensionale ed è, egli stesso, chiamato a realizzare una vocazione più ampia, più comprensiva della realtà in cui è collocato. Triste spettacolo quello di un pesce delle immensità oceaniche, costretto a sguazzare in una misera pozzanghera; o, se si preferisce il paragone, del proprietario di un immenso e magnifico palazzo che si riduce, per pigrizia ed ignoranza, a vivere come un mendicante nella più buia e squallida delle sue cantine.</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>* * *</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Tratto, con il gentile consenso dell&#8217;Autore, dal sito Arianna Editrice.</em><em><strong><br />
</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Note</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;">1)      Spesso, nelle enciclopedie e nei libri di geografia, si parla dell’isola Kerguélen al singolare, mentre si tratta di un arcipelago formato da oltre 300 isole di cui una sola, effettivamente, occupa di gran lunga la maggior superficie (5.820 kmq. su un totale di 6.232: un po’ meno della Corsica). Le coordinate geografiche sono  fra 48° 27’ e 49° 50’ Sud; e fra 68° 30’ e 70° 35’ Est. Politicamente  il gruppo fa parte delle Terre Australi ed Antartiche Francesi (T.A.A.F., kmq. 395.500 circa) che comprendono anche le isole Crozet, Saint-Paul e Amsterdam, e la Terra Adelia nel continente antartico vero e proprio (dati riportati sul Calendario Atlante De Agostini di Novara). Scrive Zavatti: “Soltanto la Grande Terra, lunga 140 km., è degna di rilievo. E’ costituita da terreni vulcanici dell’èra secondaria e terziaria e presenta uno sviluppo costiero di 1.300 km. Vi si trovano numerosi giacimenti di lignite, la cui consistenza è però troppo limitata per renderne consigliabile lo sfruttamento.” In S. Zavatti, <em>I Poli</em>, Milano, Feltrinelli, 1963, p. 210. La distinzione fra Grande Terra ed arcipelago risale all’Ottocento ed è documentata nella <em>Geographie Universelle</em> dell’insigne geografo Eliseo Réclus  (Parigi, vari voll .fra il 1876 e il 1894). Per motivi pratici, tuttavia, nel corso del presente articolo useremo indifferentemente l’espressione “isola” o “arcipelago”, il numero singolare o plurale, ma con diverso significato che sarà ricavabile dal contesto.</p>
<p style="text-align: justify;">2)      Cfr. <em>Il grande libro delle esplorazioni </em>a cura di E. Newby, tr. it. Milano, Vallardi, 1976, p. 250. Erebus e Terror erano due navi cannoniere attrezzate a barco della Marina da Guerra, tre alberi, costruzione in legno. Nonostante le loro modeste dimensioni avevano una grande capacità di carico, e inoltre il loro ridotto pescaggio le metteva in grado di sfruttare agevolmente anche quei porti naturali che, come alle Kerguélen, non risultavano ancora scandagliati e accuratamente rilevati sulle carte nautiche. Un grave incidente dovuto alle rocce sommerse si verificò in un canale della Grande Terra all’incrociatore ausiliario tedesco Atlantis, nel 1940, nonostante la profondità apparente fosse stata rilevata di 20 metri ed il fatto che  la nave avesse atteso l’alta marea del mattino per penetrarvi. Cfr. U. Mohr, <em>Atlantis</em>, tr. it. Milano, Longanesi, 1965, pp. 181-87.</p>
<p style="text-align: justify;">3)      Cfr. <em>Encyclopaedia Britannica</em>, ed. 1961, vol. 13, p.350. “The island was discovered by the French navigator, Yves Joseph de Kerguelen-Trémarec, a Breton noble (1745-1797), on the 13th of February 1772, and partly surveyed by him in the following year. He was one of those explorers who had been attracted by the belief in a rich southern land, and this island, the South France of his first discovery, was afterwards called by him Desolation Land in his disappointment”. Pare che il conte de Kerguélen-Trémarec, al suo rientro in Francia, finisse addirittura imprigionato alla Bastiglia (vedi U. Mohr, <em>op. cit.</em>, p.177). Sul cambiamento di nome delle isole, vedi anche W. Sullivan, <em>Alla ricerca di un continente</em>, tr. it. Firenze, Casini, s.d.</p>
<p style="text-align: justify;">4)      Nella baia che da Cook fu chiamata Christmas Harbour, ma che i Francesi del capitano Rosnevet, collega del Kerguélen, avevano scoperto il 6 gennaio 1774 e denominato dell’Oiseau (dal nome della loro nave), furono trovati degli alberi fossili, uno dei quali misurava sette piedi di circonferenza: cfr. Ch. de La Roncière, <em>La scoperta della Terra</em>, tr. it. Torino, S.A.I.E., 1958, p. 280. Il piede è una misura di lunghezza inglese corrispondente a 12 pollici e a un terzo di <em>yard</em>, ed equivalente a 30,48 cm.; pertanto l’albero segnalato dal Rosnevet aveva una circonferenza di 213,36 cm. Solo in un clima tropicale, sub-tropicale o almeno temperato possono svilupparsi forme arboree di tali dimensioni; e i giacimenti di lignite confermano che le Kerguélen dovettero godere, in passato, di un clima del genere, ben diverso da quello odierno. La cosa non è semplicissima da spiegare, anzi è più difficile delle foreste fossili rinvenute nella stessa <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/generi/viaggi/antartide" target="_blank">Antartide</a></span>, la quale “ era un tempo lussureggiante di boschi di pini e di giungle di felci arboree” (da W. Sullivan, <em>op. cit.</em>, p. 16). Questo perché la deriva dei continenti e la teoria della tettonica a zolle spiegano abbastanza agevolmente il radicale mutamento climatico di intere masse continentali; ma le piccole isole oceaniche di origine vulcanica presentano un caso del tutto diverso. Qui, probabilmente, il cambiamento del clima è avvenuto in gran parte a causa della migrazione dei Poli terrestri. Per la distribuzione degli alberi nelle zone più meridionali della Terra, cfr. F. Lamendola, <em>Il limite antartico della vegetazione arborea</em>, in <em>Il Polo</em>, vol. 3, 1986, pp. 29-35.</p>
<p style="text-align: justify;">5)      Pringlea è un genere di piante erbacee rappresentato da una sola specie, <em>Pringlea antiscorbutica </em>(così chiamata perché usata dagli equipaggi delle navi a vela per combattere lo scorbuto, malattia dovuta a carenza di vitamina C), dall’aspetto di un cavolo  e assai ricca di acido ascorbico. E’ una delle rare piante fanerogame (= con fiore) delle isole Kerguelen; cfr. <em>Dizionario di Botanica</em>, Milano, Rizzoli, 1984, p. 383. Come il cavolo, Pringlea appartiene alla famiglia delle Cruciferae; per una adeguata rappresentazione, vedi A. Guillaumin-F. Moreau – C. Moreau, <em>Mondo verde</em>, tr. it. Milano, Labor, 1957 (2 voll.), vol: II, p. 808.</p>
<p style="text-align: justify;">6)      Sir Joseph Dalton Hooker (1817-1911) era figlio di un altro celebre botanico, sir William Jackson Hooker (1785-1865), la cui fama è legata, oltre che a un decisivo contributo allo studio delle piante superiori, delle felci, delle alghe, dei licheni e dei funghi, al fatto di essere stato (dal 1841) il primo direttore dei Royal Botanic Gardens di Kew, nel Surrey, prestigiosa istituzione scientifica del XIX secolo. La notorietà di J. D. Hooker, invece, è dovuta soprattutto ai suoi viaggi botanici, allo studio della distrubuzione geografica delle piante e all’incoraggiamento dato a Charles <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/charles-darwin" target="_blank">Darwin</a></span> (insieme al geologo Ch. Lyell) quando il grande scienziato, padre della teoria della selezione naturale, fu messo in crisi dalla comunicazione di Alfred Russell Wallace del 1858, in cui questi aveva elaborato, indipendentemente, una teoria analoga. Il viaggio più importante di J. D. Hooker fu quello al seguito di J. C. Ross come assistente del medico di bordo, ma in realtà come naturalista della spedizione. Nel 1855 venne nominato aiuto direttore dei Giardini di Kew e nel 1865 vi succedette al padre come direttore; dal 1873 al 1878 fu presidente della Royal Society. Cfr: le due “voci” della <em>Encyclopaedia Britannica</em>, ed. 1961, vol. 11, pp. 727, 729.</p>
<p style="text-align: justify;">7)      Al ritorno dalla spedizione di J. C. Ross, nel 1843, Joseph Dalton Hooker pubblicò <em>Flora Antarctica </em>(1844-47), <em> Flora Novae Zelandiae</em> (1853-55)  e infine <em>Flora Tasmanica </em>(1855-60), un vasto e minuzioso trittico che compendiava le più recenti conoscenze geobotaniche dell’emisfero Sud. Altre sue opere importanti sono <em>Outlines of the Distribution of Arctic Plants</em> (1862); il classico <em>Student’s Flora of the British Isles</em> (1870); un’opera monumentale, <em>Genera plantarum</em> (1862-63), in collaborazione con G. Bentham; e <em>Flora of British India</em> (1855-97). Vedi anche L. <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/aldous-huxley" target="_blank">Huxley</a></span>, <em>Life and Letters of sir J. D. Hooker</em>, 2 voll. (1918), e W. B. Turrill, <em>Pioneer Plant Geographer</em> (1953). Sul ruolo da lui svolto, insieme a Lyell, nel sollecitare <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/charles-darwin" target="_blank">Darwin</a></span>, cfr. G. Montalenti, <em>Charles <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/charles-darwin" target="_blank">Darwin</a></span></em>, Roma, Editori Riuniti, 1982, pp. 61-62 ep. 125; e J. F. Leroy, <em><span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/charles-darwin" target="_blank">Darwin</a></span></em>, tr. it. Milano, Ediz. Accademia, 1971, pp. 55-56.</p>
<p style="text-align: justify;">8)      “Kerguélen era salpato dall’isola di Francia [Mauritius] il 16 gennaio 1772, con la nave da carico Fortune e la gabarra Gros-Ventre, per tentare attraverso l’Atlantico meridionale una nuova via preconizzata dal visconte De Grenier. Il luogotenente De Boisguehenneuc aveva scoperto la terra che in seguito avrebbe portato il nome del suo capitano; povera terra che aveva per soli abitanti il pinguino reale, la procellaria gigante, l’albatro, il gabbiano e la fregata, e come visitatori il leopardo e l’elefante marino.” Così Ch. de La Roncière, <em>op. cit.</em>, pp. 279-80.</p>
<p style="text-align: justify;">9)      Probabilmente si tratta di Christmas Harbour, di cui esiste una bella incisione nel libro di J. C.Ross <em>A voyage of Discovery in the Southern and Antarctic Regions</em>, Londra 1847 (e che è riportata sia in Ch. de La Roncière, op. cit., p 390, sia nel vol. della enciclop. <em>Il mondo dell’occulto</em>, di C. Wilson, <em>Realtà inesplicabili</em>, tr. it. Milano, Rizzoli, 1976, p. 129). L’incisione, di gusto squisitamente romantico, ben esprime quel senso di suggestiva, indefinibile malinconia che avvolge il paesaggio delle Kerguélen. Come stile ricorda molto le celebri incisioni di Gustave Dorè per la <em>Divina Commedia</em>, e particolarmente l’atmosfera elegiaca di quelle del <em>Purgatorio</em>. Queste notazioni hanno la loro importanza perché aiutano a comprendere con quale tipo di sensibilità esploratori come Ross si accostarono alle terre dell’emisfero australe e con quale attitudine psicologica vissero l’esperienza del mistero.</p>
<p style="text-align: justify;">10)   Il Monte Ross  è alto 1.960 m. e sorge nella Penisola Galliéni, al centro della costa meridionale, fra la Penisola de l’Amiral a sud-ovest e la Penisola Joffre a sud-est (tutti nomi, ovviamente, moderni). In linea d’aria, si trova esattamente a metà strada fra il canale di Port-aux-Francais e le pendici del grande Ghiacciaio Cook, che copre il 20 % della superficie della Grande Terra. Cfr. L. Boitani – S. Bartoli – L. Beani, <em> <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/generi/viaggi/antartide" target="_blank">Antartide</a></span> e Patagonia</em>, Edizioni Futuro, 1985, p. 91. Per la cartografia, vedi <em>Il grande Atlante di Selezione dal Reader’s Digest</em>, 1962, tav. 72.</p>
<p style="text-align: justify;">11)  Lucrezio, <em>De rerum natura</em>, libro quinto, 195-234. “Lucrezio combatte l’opinione degli Stoici che una Provvidenza divina governi il mondo, e che esso sia stato creato dalla Provvidenza stessa nel modo migliore per l’uomo, e quasi posto al suo servizio. L’evidenza stessa delle cose prova il contrario: vediamo infatti che monti e foreste selvagge, mari e paludi rendono inabitabile gran parte della terra, due terzi della quale, la zona glaciale e la zona torrida, non consentono vita umana…” Così L. Perelli nel suo <em>Commento </em>al <em>De rerum natura</em>, Torino, Lattes, 1981, p. 174.</p>
<p style="text-align: justify;">12)  U. Mohr, <em>op. cit.</em>, pp. 180, 196.</p>
<p style="text-align: justify;">13)  “I conigli cancellarono letteralmente tutta la copertura vegetale dominante nell’arcipelago delle Kerguélen, copertura che era assicurata da tre diverse  piante: Azorella, Pringlea e Festuca. Al loro posto crebbe Acaena, una pianta che ricresce rapidamente dopo il pascolo ed è anche diffusa dagli stessi conigli. Sfortunatamente tutta la microfauna invertebrata infeudata sulla vegetazione originaria  non potè adattarsi ad Acaena e scomparve”. Cit. da H. Koopowitz –H. Kaye, <em>Piante in estinzione. Una crisi mondiale</em>, tr. it. Bologna, Edagricole, 1985, p. 111.Si noti che in una lontanissima isola del Pacifico meridionale, Mas a Tierra, è in atto lo stresso dramma fin dagli anni fra Otto e Novecento: la specie cilena Acaena argentea, insieme a un’altra infestante sudamericana, Aristotelia maqui, si va diffondendo rapidamente e minaccia la incomparabile ed unica flora locale. Cfr. C. Skottsberg, <em>The Island of Juan Fernandez</em>, in <em>The Geographical Review</em>, 1918, vol. 1, pp. 362-383. Vedi anche la “voce” <em>Juan Fernandez</em> nella <em>Enciclopedia Italiana</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">14)  Una estesa trattazione dell’avifauna delle isole sub-antartiche, tra cui le Kerguélen, si trova in B. Stonehouse, <em>Vita del Polo Sud</em>, tr. it. Milano, Mondadori, 1973. La distruzione della fauna indigena, comunque, non ebbe inizio con i balenieri ma già coi primissimi esploratori. Nell’edizione francese dei <em>Viaggi </em>di James Cook si può vedere, ad esempio, un’incisione che mostra la Resolution e la Discovery alla fonda presso le isole Kerguélen, e alcuni marinai inglesi che si accingono, armati di bastone, a uccidere un gruppo d’ignari pinguini per incrementare le scorte di carne delle due navi.</p>
<p style="text-align: justify;">15)  Cfr. C. Wilson, <em>op. cit.</em>, pp. 128-29.</p>
<p style="text-align: justify;">16)  Cfr. E. Newby, <em>op. cit.</em>, p. 238. Il Polo Nord magnetico venne localizzato a 70° 05’ Nord e 96° 46’ Ovest.</p>
<p style="text-align: justify;">17)  Vedi S. Zavatti, <em>Dizionario degli esploratori e delle scoperte geografiche</em>, Milano, Feltrinelli, 1967, pp. 244-45.</p>
<p style="text-align: justify;">18)  Vedi S. Zavatti, <em>L’esplorazione dell’<span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/generi/viaggi/antartide" target="_blank">Antartide</a></span></em>, Milano, Mursia, 1974, p. 40 sgg.; e A. Solmi, <em>Gli esploratori del Pacifico</em>, Novara, De Agostini, 1985, p.221 sgg.</p>
<p style="text-align: justify;">19)  “Le istruzioni di Ross erano di impiantare osservatori magnetici fissi a St. Elena, al Capo di Buona Speranza, all’isola Kerguélen ed in Tasmania. Quindi nell’estate australe del 1840-41, di procedere direttamente verso Sud allo scopo di determinare la posizione del Polo magnetico, e addirittura raggiungerlo se possibile…” (da E. Newby, <em>op. cit.</em>, p. 252). Penetrato nella banchisa come nessuno prima di lui aveva fatto, con un misto di abilità e di fortuna veramente eccezionali giunse fino a 76° 12’ Sud e 164 Est, a sole 160 miglia dal Polo magnetico Sud, prima che la gigantesca Barriera di ghiaccio che oggi porta il suo nome lo costringesse a volgere nuovamente il la barra verso la Tasmania.</p>
<p style="text-align: justify;">20)  Cfr. F. Lamendola, <em>Terra Australis Incognita</em>, in <em>Il Polo</em>, vol 3, 1989, pp. 51-58; id., <em>Mendana De Neira alla scoperta della Terra Australe</em>, vol. 1, 1990, pp. 19-24.</p>
<p style="text-align: justify;">21)  Cit. da Ch. de La Roncière, <em>op. cit.</em>, p. 262.</p>
<p style="text-align: justify;">22)  I due viaggi di Y. J. de Kerguélen-Trémarec furono comunque, in un certo senso, preparatorii del terzo grande viaggio di James Cook. “Mentre si svolgeva il secondo grande viaggio del Cook, erano intanto rientrati in Francia il Kerguélen-Trémarec ed il comandante Crozet – succeduto al Marion Dufresne ucciso alla Nuova Zelanda – ed avevano quindi riferito delle loro scoperte di nuove terre nella zona dell’Oceano Indiano che sta a mezzogiorno dell’isola Maurizio. Il Cook ebbe ordine di investigare intorno a quelle terre, evidentemente perché fosse tolto il dubbio se non rappresentassero, per caso, avamposti – non più di una Terra Australe – ma per lo meno del supposto continente antartico.” Così G. Dainelli, <em>La conquista della Terra</em>, Torino, U.T.E.T,, 1954, p. 378.</p>
<p style="text-align: justify;">23)  Cit. da S. Zavatti,<em> L’esplorazione dell’<span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/generi/viaggi/antartide" target="_blank">Antartide</a></span></em>, cit., p. 22.</p>
<p style="text-align: justify;">24)  Crediamo sia di qualche utilità, al fine di meglio comprendere quanto diremo sulla improbabilità che le impronte di zoccoli trovate da J. C. Ross fossero di qualche animale domestico importato dai balenieri e poi rinselvatichito, riportare l’opinione espressa nel 1776 dal capitano Cook circa un eventuale allevamento di animali domestici sull’isola Kerguélen. “Cook e alcuni suoi uomini sbarcarono e trovarono una spiaggia arida e infeconda che sconsigliò l’abbandono di qualcuno degli animali di bordo perché sarebbe stato condannarli a una morte sicura. Cook affermò anche, nel suo diario, che nessun altro essere vivente avrebbe potuto vivere in quella terra, all’infuori degli uccelli e delle foche”. Cit. da S. Zavatti, <em>I viaggi del capitano James Cook</em>, Milano, Schwarz, 1960, p. 161.</p>
<p style="text-align: justify;">25)  Le specie di pinguino esistenti sono 18, di cui 3 si riproducono esclusivamente a sud della Convergenza antartica, mentre 4 nidificano sia a nord che a sud di essa (cfr. B. Stonehouse, <em>op. cit.</em>, p. 88.) e le altre si spingono ancora più a nord, fino alla linea dell’Equatore (nel caso delle Galàpagos). Vedi anche <em>Grande atlante degli animali</em>, tr. it.Novara, De Agostini, 1974, pp. 158-59; e H.-W. Smolik, <em>Enciclopedia illustrata degli animali</em>, tr. it. Milano, Feltrinelli, 1982, pp. 828.</p>
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		<title>&#8220;Al polo australe&#8221; di Emilio Salgari, tra mito romantico e suggestioni positivistiche</title>
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		<pubDate>Fri, 07 Aug 2009 10:07:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Lamendola</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nella sterminata produzione narrativa di Salgari, l'ambiente polare occupa un posto ragguardevole. Al Polo Australe è ambientato nei pressi di Capo Horn]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/al-polo-australe-di-emilio-salgari.html' addthis:title='&#8220;Al polo australe&#8221; di Emilio Salgari, tra mito romantico e suggestioni positivistiche '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/drago48x48.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Fantastico" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/letteratura48x48.png" width="48" height="48" alt="" title="Letteratura" /><br/><p style="text-align: justify;">Ad Emilio <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/emilio-salgari" target="_blank">Salgari</a></span>, nato Verona nel 1862 e morto a Val San Martino (Torino) nel 1911, è toccata una sorte per certi versi analoga a quella di Jules Verne, nel senso che quasi ogni suo connazionale ha letto almeno qualcuno dei suoi libri o, nel peggiore dei casi, ha visto le versioni cinematografiche e televisive tratte da essi, e probabilmente non ce n&#8217;è uno che non pensi di averlo capito &#8211; magari di aver capito che non c&#8217;è proprio niente da capire. <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/emilio-salgari" target="_blank">Salgari</a></span> è l&#8217;avventura allo stato puro; o no? Prima di rispondere a una tale domanda, notiamo però subito un&#8217;altra analogia con lo scrittore francese. I suoi romanzi furono stampati in tirature favolose, tuttavia (a parte il fatto che egli non ne ebbe alcun vantaggio economico e questo, probabilmente, contribuì alla depressione che lo spinse al suicidio) la critica &#8220;ufficiale&#8221; non lo prese mai in considerazione. Era toccato anche ad altri, più grandi di lui (come Carlo Collodi) oppure più &#8220;piccoli&#8221; &#8211; se è lecito istituire tali confronti &#8211; (come, qualche decennio dopo, sarà il caso di Liala), che come lui hanno venduto libri in quantità molto superiore alla media. Ma non è questa la sede per addentrarci in una discussione sui rispettivi meriti e sui limiti della letteratura &#8220;colta&#8221; e della narrativa popolare; ci limiteremo solo a notare &#8211; di sfuggita &#8211; che la divaricazione fra le due &#8220;culture&#8221; è in Italia più forte che in Francia (e in altri Paesi); e non solo nel campo della letteratura ma anche, per esempio, in quello della canzone d&#8217;autore.</p>
<p style="text-align: justify;">Emilio <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/emilio-salgari" target="_blank">Salgari</a></span> ha scritto moltissimo (si disse, con un amaro gioco di parole, che scriveva per la fame e non per la fama), polverizzando perfino il <em>record </em>di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/honore-de-balzac" target="_blank">Balzac</a></span>, Verne ed Émile Zola, tutti scrittori estremamente prolifici: qualche cosa come 80 romanzi e 150 racconti, suddivisi in alcuni grandi cicli, il più noto dei quali è quello dei corsari: le &#8220;tigri di Mompracem&#8221;, capeggiate dal leggendario principe indiano Sandokan e dal suo fido braccio destro, il portoghese Yanez. Tra i suoi libri più famosi ricordiamo almeno <em>I misteri della jungla nera</em>, del 1895; <em><a title="I pirati della Malesia" href="http://www.libriefilm.com/i-pirati-della-malesia-3/2771">I pirati della Malesia</a>, </em>del 1896; <em><a title="Il corsaro nero" href="http://www.libriefilm.com/il-corsaro-nero-2/2774">Il Corsaro Nero</a>, </em>del 1899; <em><a title="Le tigri di Mompracem" href="http://www.libriefilm.com/le-tigri-di-mompracem-2/2777">Le tigri di Mompracem</a>, </em>del 1901; <em><a title="Jolanda la figlia del corsaro nero" href="http://www.libriefilm.com/jolanda-la-figlia-del-corsaro-nero/2695">Jolanda, la figlia del Corsaro Nero</a>, </em>del 1905; <a title="Sandokan alla riscossa" href="http://www.libriefilm.com/sandokan-alla-riscossa/2776"><em>Sandokan alla riscossa</em></a>, del 1907<em>. </em>E ancora: <em>Le stragi delle Filippine; Il raggio</em> <em>dell&#8217;Atlante; <a title="La scotennatrice" href="http://www.libriefilm.com/la-scotennatrice/3157">La scotennatrice</a>;</em> <em>Le selve ardenti; I naufragatori dell&#8217;Oregon; Il re dell&#8217;aria; La favorita del Mahdi; <a title="Gli ultimi filibustieri" href="http://www.libriefilm.com/gli-ultimi-filibustieri/410">Gli ultimi filibustieri</a>; la stella dell&#8217;Araucania; Il Corsaro Rosso; Il Corsaro Verde; Il re del mare; <a title="Alla conquista di un impero" href="http://www.libriefilm.com/alla-conquista-di-un-impero/2737">Alla conquista di un impero</a>; <a title="Le due tigri" href="http://www.libriefilm.com/le-due-tigri/2775">Le due tigri</a>; la rivincita di Yanez; la vendetta dei Thugs; Gli scorridori del mare; Le tigri del Borneo; la figlia del Cacicco; I pescatori di Trepang; La montagna di fuoco; le pantere di Algeri; Il tesoro del presidente del Paraguay; Duemila leghe sotto l&#8217;America.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Nella sterminata produzione narrativa di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/emilio-salgari" target="_blank">Salgari</a></span>, l&#8217;ambiente polare occupa un posto ragguardevole. Silvio Zavatti, in una sua monografia dedicata a tale argomento (1), ha ricordato ed esaminato brevemente nove romanzi di argomento polare, e cioè: <em><a title="Al Polo Australe" href="http://www.libriefilm.com/al-polo-australe-in-velocipede/2712">Al Polo Australe</a>; I naufraghi dello Spitzberg; Una sfida al Polo; Il deserto di ghiaccio; I cacciatori di foche; Al Polo Nord; I pescatori di balene; Padre Crespel nel Labrador; Verso l&#8217;Artide colla &#8220;Stella Polare&#8221;. </em>A tale monografia rimandiamo il lettore (augurandoci che essa possa venire ristampata al più presto); noi ci limitiamo ad aggiungervi un decimo romanzo, fra l&#8217;altro uno dei migliori &#8211; a nostro giudizio &#8211; di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/emilio-salgari" target="_blank">Salgari</a></span>, <em>La Stella dell&#8217;Araucania</em>, ambientato nelle acque dello Stretto di Magellano e fra le isole e i ghiacci della Terra del Fuoco; perché, se è vero che quelle regioni non appartengono, <em>strictu senso, </em>alla geografia polare, lo stesso dovrebbe valere per il romanzo <em>Padre Crespel nel Labrador </em>(che potrebbe aver ispirato, a nostro avviso, il celebre <em>Mabel fra gli Eschimesi</em> di Ginevra Pelizzari, del 1961); ma, d&#8217;altra parte, entrambi hanno un&#8217;ambientazione polare (o, quantomeno, sub-polare), quindi la loro inclusione in questo elenco appare pienamente giustificata.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/al-polo-australe-in-velocipede/2712"><img class="alignleft size-medium wp-image-2574" style="margin: 10px;" title="al-polo-australe" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/al-polo-australe-177x300.jpg" alt="al-polo-australe" width="177" height="300" /></a>La vicenda di <em><a title="Al Polo Australe" href="http://www.libriefilm.com/al-polo-australe-in-velocipede/2712">Al Polo Australe</a> </em>prende l&#8217;avvio da una discussione che si accende, al circolo della Società Geografica Americana di Baltimora, fra lo statunitense Wilkye e l&#8217;inglese Linderman e che sfocia in una vera e propria scommessa, nello stile di tante situazioni analoghe di stampo verniano (a cominciare dalla più celebre di tutte, quella che fa da preambolo a <em>Il giro del mondo in ottanta giorni</em>)<em>. </em>Il primo sostiene che sarà in grado di raggiungere il Polo Sud servendosi di un mezzo assolutamente innovativo: il velocipede; il secondo, invece, è sicuro di poterci arrivare per primo a bordo della sua nave moderna e ultraveloce, la <em>Stella Polare. </em>Nel perfetto stile degli <em>sportsmen </em>anglosassoni (o, almeno, nel perfetto stile della loro immagine pubblica: la realtà era un po&#8217; diversa, come provano le penose vicende Cook-Peary per l&#8217;attribuzione del primato nella conquista del Polo Nord) decidono di partire insieme, a bordo della nave dell&#8217;inglese.</p>
<p style="text-align: justify;">Scrive Silvio Zavatti: &#8220;<em>Nelle vecchie edizioni il titolo era </em><a title="Al Polo Australe in velocipede" href="http://www.libriefilm.com/al-polo-australe-in-velocipede/2712">Al Polo Australe in velocipede</a> <em> e non si capiscono le ragioni che hanno consigliato poi a mutarlo. La trama è abbastanza semplice: due soci della Società Geografica Americana di Baltimora, uno inglese e l&#8217;altro americano, hanno una disputa originata dal fallimento delle spedizioni artiche della </em>Jeannette <em>di De Long e dell&#8217;</em>Eira <em>di Leigh Smith e l&#8217;amor di patria si muta in incontrollato e acre spirito campanilistico. L&#8217;americano, Wilkye, sfida l&#8217;inglese, Linderman, a raggiungere il Polo Sud: il primo farà il tentativo servendosi di velocipedi appositamente studiati e costruiti e il secondo di una nave molto veloce. Attraverso avventure di ogni genere, Wilkye raggiunge la meta e, al ritorno, salva Linderman la cui nave è affondata e riesce a riportarlo in America nonostante la pazzia che lo ha assalito. Nel libro i riferimenti storici sono esatti, la terminologia glaciologica polare appare perfetta e l&#8217;informazione generale segue fino allo scrupolo le conoscenze dell&#8217;epoca. Inoltre lo speciale velocipede usato da Wylkie e dai suoi compagni (fra cui un oriundo italiano) è l&#8217;immaginario prototipo dei moderni &#8216;gatti della neve&#8217;.&#8221; </em>(2)</p>
<p style="text-align: justify;">La partenza avviene solo pochi giorni dopo la scommessa; il viaggio per nave è caratterizzato da burrasche e incidenti imprevedibili, come un duello a dir poco improbabile fra la <em>Stella polare</em> e una  balena, che ricorda quasi una corrida o, meglio, un torneo medioevale, con i due contendenti impegnati a scagliarsi l&#8217;un contro l&#8217;altro con tutte le loro forze.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;elemento decisamente umoristico, che dà il tono un po&#8217; a tutto il romanzo, è qui rappresentato da un grasso commerciante di carni salate che si aggrega alla spedizione americana allo scopo &#8211; in verità piuttosto incongruo &#8211; di ingrassare ulteriormente e poter così essere eletto, al ritorno negli Stati Uniti, presidente del Club dei Grassi. Ed è proprio Bisby, il grassone, che durante lo speronamento della balena da parte della nave viene scagliato fuori bordo e cade sul dorso del cetaceo; poi, dopo che questo &#8211; mortalmente ferito &#8211; è andato a fondo, si ritrova in balìa delle onde sul gelido mare, e deve anche subire l&#8217;attacco di un albatro. Quest&#8217;ultimo episodio è meno fantasioso del precedente, anzi proprio in quelle acque si vedrà, dopo la battaglia navale delle Isole Falkland, l&#8217;8 dicembre 1914, stormi di albatri assalire i naufraghi tedeschi, facendone strage come di inermi prede. (3) Comunque, alla fine Brisby viene salvato dai marinai della <em>Stella Polare, </em>che si erano finalmente accorti della sua scomparsa e avevano invertito la rotta per venirlo a cercare (meno realistica, però, è la prolungata permanenza dell&#8217;uomo nelle acque sub-antartiche, che avrebbero dovuto provocarne la morte per assideramento in pochi minuti).</p>
<p style="text-align: justify;">Il viaggio verso l&#8217;<span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/generi/viaggi/antartide" target="_blank">Antartide</a></span> offre inolte a <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/emilio-salgari" target="_blank">Salgari</a></span> la possibilità di sfoggiare le sue conoscenze in fatto di storia e geografia, ad esempio mettendo in bocca ai due protagonisti, Wilkye e Linderman, una dotta conversazione sulla reale statura dei Patagoni, che, secondo Pigafetta, erano così alti che un marinaio europeo giungeva sì e no all&#8217;altezza della loro cintura. (4)</p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8220;È laggiù che vivono gli uomini più alti del globo? &#8211; chiese Bisby a Wilkye e a Linderman che osservavano la costa coi cannocchiali.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8220;- Sì &#8211; rispose l&#8217;americano.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8221; Ma che sia vero che sono di statura colossale? Mi hanno detto che gli uomini più alti della razza bianca non giungono alla loro cintola.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8221; &#8211; Frottole &#8211; disse Linderman. &#8211; I primi navigatori che li hanno veduti hanno affermato questo, ma hanno solennemente mentito.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8220;- E perché, signor Linderman? &#8211; chiese Wilkye.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8221; &#8211; Perché si è positivamente constatato chela statura dei Patagoni di rado supera i due metri. È bensì vero che taluni navigatori ne hanno veduti di quelli molto alti, come Falkner che nel 1740 ne misurò uno che era alto metri 2,33 e Mayne e Cunningham che videro un capo alto metri 2,88; ma queste sono eccezioni.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8221; &#8211; Eppure, signor Linderman, io credo che i Patagoni un tempo siano stati assai più giganteschi ed anche altre tribù indiane dovevano avere stature eccezionali. I navigatori Lemaire e Schouten, che visitarono la Patagonia nel 1615, asserirono di aver trovato degli scheletri umani che avevano 11 piedi d&#8217;altezza, circa tre metri e mezzo.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8221; &#8211; Ci credete?</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8221; &#8211; Oh, non sono essi soli che hanno veduto scheletri così mostruosi. Halmas, che percorse il Perù nel 1515, vide delle ossa umane di una lunghezza eccessiva, ma che, secondo lui, dovevano rimontare ad epoche assai remote: Gnetil vide quelle ossa nel 1715 e ne accertò l&#8217;esistenza; Acosta, che fu nel Messico nel 1588, trovò pure degli scheletri giganti ed i Messicani presentarono a Cortez delle tibie e dei teschi enormi.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8221; &#8211; Dunque, se si deve credere a queste cose &#8211; disse l&#8217;inglese, &#8211; deve essere stata popolata da tribù di giganti. </em>[…]</p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8221; &#8211; Ma quei giganti americani, come sono scomparsi?</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8221; -Non si sa, ma forse l&#8217;antica razza a poco a poco è deperita. Tuttavia, nei Patagoni, conserva ancora dei campioni notevoli.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8221; &#8211; Ed anche di quelli straordinariamente deperiti.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8221; &#8211; Che cosa volete dire, signor Linderman?</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8221; &#8211; Che se in Patagonia vi sono ancora dei giganti, a poche centinaia di metri da loro vivono dei pigmei o quasi.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8221; &#8211; Infatti ciò è vero. Al di là dello Stretto di Magellano, che in tali punti misura una così breve larghezza che si potrebbe attraversarlo scagliando un ciottolo, vivono i Fuegiani, che si possono considerare gli indiani più piccoli della razza americana. La loro statura non supera i quattro piedi e cinque pollici, ossia neanche un metro e mezzo.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8221; &#8211; E come mai questa diversità di statura a una distanza così  breve? &#8211; chiese Bisby che prestava somma attenzione a quel dialogo.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8221; &#8211; Forse per una naturale deformazione causata dal clima, che è più freddo e dai patimenti, vivendo i Fuegiani come bestie selvagge sempre alle prese con la fame &#8211; rispose Wilkye…&#8221; </em>(5)</p>
<p style="text-align: justify;">Questo brano rispecchia la tipica metodologia con cui <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/emilio-salgari" target="_blank">Salgari</a></span> si accingeva a scrivere i suoi romanzi di ambientazione esotica. Innanzitutto si documentava, consultando tutti i testi disponibili sul Paese in cui era ambientata la vicenda, sui loro abitanti, sul clima, la flora e la fauna, ecc. &#8211; e, come giustamente osserva Silvio Zavatti, si documentava in modo serio e rigoroso: una sorpresa, forse, per quanti s&#8217;immaginavano questo scrittore &#8220;improvvisare&#8221; esotiche avventure con il solo aiuto dell&#8217;immaginazione. Poi, dopo aver costruito un contesto ambientale verosimile attorno alla vicenda ed ai protagonisti di essa (un po&#8217; come il padre del romanzo storico italiano, Manzoni, aveva fatto per ricreare il &#8220;clima&#8221; del XVII secolo in Lombardia), amava inserire parte di quei dati direttamente nel tessuto narrativo, facendo sfoggio della sua erudizione per mezzo dei dialoghi fra i suoi personaggi &#8211; talvolta, bisogna pur dirlo, a scapito del criterio della verosimiglianza e dello stesso ritmo narrativo. Ad ogni modo, questa tecnica conferisce ai suoi romanzi una dimensione di storicità, e quasi di scientificità, che non dispiace ai lettori e specialmente al pubblico adulto, dal momento che costituisce un utile contrappeso ai voli della fantasia, talvolta scatenati, là dove <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/emilio-salgari" target="_blank">Salgari</a></span> mette in scena situazioni puramente d&#8217;immaginazione: come quando, in <em>Le due tigri, </em>fa lanciare un rinoceronte indiano alla carica del muretto dietro il quale hanno cercato riparo Sandokan e Yanez, distruggendolo come un castello di carte. (6)</p>
<p style="text-align: justify;">Sempre ne <em><a title="Al Polo Australe" href="http://www.libriefilm.com/al-polo-australe-in-velocipede/2712">Al Polo Australe</a>, </em>dopo che la nave ha superato una burrasca al largo di Capo Horn, <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/emilio-salgari" target="_blank">Salgari</a></span> ci offre una chiara e persuasiva spiegazione astronomica del fenomeno della notte polare, sempre servendosi di un dialogo fra i personaggi della vicenda, in questo caso l&#8217;audace Wilkye e il buffo ma simpatico Bisby.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8221; &#8211; Fra mezz&#8217;ora la campana ci radunerà a cena.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8221; &#8211; A cena?… &#8211; esclamò Bisy stupito. &#8211; A pranzo, vorrete dire.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8220;- No, amico mio: avete dormito dodici ore e sono quasi le nove di sera.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8221; &#8211; Ma voi siete pazzo o volete scherzare, Wilkye. Non vedete che splende ancora il sole?</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8221; &#8211; E che cosa vuol dire ciò?</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8221; &#8211; Che in nessun paese del globo, alle 9 di sera, si vede il sole. Guardate com&#8217;è ancora lontano dall&#8217;orizzonte!</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8221; Questa regione, mio caro Bisby, è diversa dalle altre, e l&#8217;astro diurno, per ora, non tramonterà che alle undici; fra pochi giorni a mezzanotte e fra qualche settimana non si nasconderà più. Ci illuminerà per ventiquattro ore continue, anzi per tre o quattro mesi, se continueremo a scendere al sud e per sei se toccheremo il Polo.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8221; &#8211; Ma che storie strabilianti mi narrate, Wilkye?  Volete scherzare, approfittando della mia ignoranza?</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8221; &#8211; No, vi do la mia parola! Guardate il mio orologio: segna le 8 e 50 minuti ed il sole non accenna a tramontare.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8221; &#8211; e anche il mio! &#8211; esclamò Bisby, che cadeva di sorpresa in sorpresa. &#8211; ma che paese è mai questo?… C&#8217;è da impazzire, Wilkye.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8221; &#8211; E perché, amco mio?</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8221; &#8211; Perché non comprendo questo fenomeno.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8221; &#8211; Non è un fenomeno e la spiegazione è semplicissima, mio caro Bisby. Nelle regioni settentrionali, sapete perché le giornate d&#8217;inverno si accorciano?</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8221; &#8211; Non ve lo sparei dire; non m&#8217;intendo che di carni salate.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8221; &#8211; Semplicemente pel fatto che allora il sole volge i suoi raggi più diretti verso le regioni meridionali, situate al di là dell&#8217;Equatore, le quali appunto allora godono l&#8217;estate. Il Polo Nord, essendo il più lontano dall&#8217;Equatore e quindi anche dal sole che si trova nell&#8217;emisfero australe, a causa della rotondità della terra non può ricevere alcun raggio solare. Infatti se Baltimora, e per conseguenza tutte le regioni situate sullo stesso parallelo, all&#8217;inverno godono di dieci ore di luce, quelle più al nord ne godranno solamente nove, le altre più lontane otto, sette e via via finché talune non ne avranno affatto. La stessa cosa avviene nelle regioni australi. Il sole ha passato l&#8217;Equatore e si allotana sempre più dall&#8217;emisfero settentrionale, scendendo verso sud. I paesi situati al di là del circolo antartico avranno sempre il giorno e la notte, poiché la terra gira, ma il Polo che può considerarsene come il perno, rimane quasi fisso, quindi laggiù il sole durante l&#8217;estate non tramonta mai.  Quando però si allontana e risale nell&#8217;emisfero settentrionale, piomba laggiù una notte orrenda che ha la stessa durata. Aspettate che sopraggiunga l&#8217;autunno, e in queste regioni vedrete il sole allontanarsi rapidamente, le giornate scorciarsi presto, finché regnerà un&#8217;oscurità così profonda che né le stelle né la luna riesciranno a rompere.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8221; &#8211; Brrr! Mi fate venire freddo, Wilkye.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8220;- Ne avrete allora, Bisby, e molto. Queste regioni si copriranno di nevi e di ghiacci e la temperatura discenderà a 40° e perfino a 50° sotto zero…&#8221; </em>(7)</p>
<p style="text-align: justify;">Non c&#8217;è dubbio che questo dialogo potrebbe ben figurare in un testo didattico per la scuola primaria; e questo è un aspetto della narrativa di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/emilio-salgari" target="_blank">Salgari</a></span> che andrebbe, a nostro avviso, approfondito, se non altro per rivedere l&#8217;atteggiamento di malcelata diffidenza con il quale la pedagogia &#8220;ufficiale&#8221; accolse la straordinaria diffusione dell&#8217;opera salgariana fra la gioventù. Scrivono infatti Guido Armellini e Adriano Colombo: &#8220;<em>Un altro scrittore per ragazzi</em> <em>di grande successo non ebbe intenti educativi </em>[a differenza di Collodi]<em>, anzi fu a lungo avversato dagli educatori quanto amato dal suo pubblico. Emilio <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/emilio-salgari" target="_blank">Salgari</a></span> (veronese, 1862-1911) amò presentarsi come un capitano di mare a riposo ricco di ricordi;  in realtà aveva seguito studi nautici in gioventù, ma non aveva compiuto più di qualche viaggio nell&#8217;Adriatico. </em>[…] <em>Le sue storie di avventure in mari esotici </em>[…] <em>offrono alla fantasia del lettore situazioni drammatiche , intrecci movimentati, colori accesi: lo stile è enfatico e sommario, ma il ritmo narrativo è avvincente.&#8221; </em>(8)</p>
<p style="text-align: justify;">Ma se è vero che <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/emilio-salgari" target="_blank">Salgari</a></span> rifiuta di fare esplicitamente della morale con i suoi romanzi (come se la lealtà, il coraggio, il senso della giustizia che animano i suoi personaggi non fossero già una forma di educazione morale per i suoi giovani lettori), nel campo della didattica &#8211; specialmente geografica &#8211; i suoi romanzi formano una vera e propria enciclopedia per ragazzi. Si giudichi come egli descrive la Caverna Mammuth del Nord America, che è a tutt&#8217;oggi (con il suo sviluppo orizzontale di oltre 500 km.) la più vasta fra quelle conosciute, nel romanzo <em>Duemila leghe sotto l&#8217;America</em> in cui l&#8217;ingenere John Webher &#8211; a somiglianza del professor Lidenbrock di <em>Viaggio al centro della Terra -</em> sbuca all&#8217;aperto, dopo un viaggio emozionante, nientemeno che presso il lago Titicaca, fra Perù e Bolivia: <em>&#8220;Nessuna caverna del vecchio mondo, per ampiezza, per profondità e per bellezza  può gareggiare con la caverna del Mammouth nel Kentucky.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8220;Quell&#8217;immenso antro che s&#8217;addentra nei fianchi di una montagna e che scende nelle viscere della terra trasformando il suolo in una spugna colossale, dovuto chissà mai a  quale cataclisma, si trova a breve distanza dal Green River, quasi nel cuore del Kentucky.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8220;Parrebbe che una simile caverna dovesse avere un&#8217;apertura smisurata, invece tutt&#8217;altro. Vi si penetra per una specie di pozzo di quaranta piedi di profondità e largo a malapena tre metri, il quale riceve, verso uno degli angoli, le acque di un ruscello che vi si precipitano dentro con un fragore diabolico, udito, là sotto, a grande distanza. La più vigorosa descrizione non può dare che una pallida idea di questa caverna della quale gli americani del nord vanno superbi.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8220;È un caos di tenebrosi corridoi che salgono nel monte, che scendono nelle viscere della terra or dritti, or spezzati, or vasti e alti, or stretti e tanto bassi da urtarvi con la testa; è un caos di cupole splendide, di antri bizzarri, di celle e cellette, di vòlte immense, di archi spaventevoli, di colonne smisurate, traforate, tagliuzzate, le cui cime si smarriscono sovente nella profonda tenebra.&#8221; </em>(9)</p>
<p style="text-align: justify;">E, accanto alla geografia, la storia: l&#8217;altra grande passione di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/emilio-salgari" target="_blank">Salgari</a></span>; specialmente la storia contemporanea. I curatori delle opere di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/emilio-salgari" target="_blank">Salgari</a></span> che si sono presi la briga di verificare le sue fonti, si sono resi conto che egli leggeva quasi tutto quel che era disponibile sull&#8217;argomento che intendeva trattare, anche in fatto di attualità politica. Ad esempio, quando scrisse <em>Le stragi delle Filippine, </em>si documentò minuziosamente sulla relazione di J. Montano, <em>Voyage aux Philipphines, 1879-1881, </em>pubblicato sul <em>Tour du monde</em> nel 1884 e ripubblicato in volume, da Hachette, nel 1886 e su altri testi ed articoli della letteratura specialistica. Il risultato è che il paragrafo conclusivo dell&#8217;opera (che ricorda, nell&#8217;impianto, quello analogo de <em>Le due tigri </em>per la repressione della rivolta dei Sepoys a Delhi) si può leggere come una pagina perfettamente attendibile di storia politico-militare; anche se, ironia della sorte, quando il romanzo uscì in libreria, nel 1898, lo scoppio della guerra ispano-americana doveva capovolgere totalmente l&#8217;esito della lotta d&#8217;indipendenza nell&#8217;arcipelago asiatico:<em>&#8220;La caduta quasi contemporanea di Cavite Vecchia, di Novoleta, di Malabon e di Rosario, come aveva preveduto il generale Polavieja, aveva dato un colpo mortale all&#8217;insurrezione, tale da non poter più mai riaversi.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8220;Dopo quelle quattro sanguinose battaglie, per gli spagnuoli non fu che una continua vittoria, seguita da numerose sottomissioni.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8220;Il 10 aprile </em>[del 1897] <em>anche Santa Cruz veniva presa d&#8217;assalto, mentre venivano sconfitte le bande insorte di Pamplona e nuovamente quella di Bulacan.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8220;Alla metà dello stesso mese, in tutte le province meridionali l&#8217;insurrezione era domata ed il vittorioso generale ritornava in Spagna lasciando l&#8217;incarico al vincitore di Salitran e di S. Nicola di continuare la campagna contro le ultime bande, in attesa dell&#8217;arrivo del generale Primo Rivera.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8220;Il 25 un tentativo d&#8217;insurrezione a Jolo, nel gruppo delle Solù, fra i deportati, veniva prontamente soffocato colla fucilazione di tutti i capi, mentre nel maggio le truppe spagnuole, sotto la direzione di Primo Rivera e del generale Sucre espugnavano, con venti compagnie, Niaio difeso strenuamente dal capo Aguinaldo, poi Halang, Amadeo e Quintena, facendo prigioniero il capo degli insorti Andrea Bonifacio e finalmente Maragondon.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8220;Nel mese di giugno il generale Jaramillo espugnava Talisay mentre altre colonne spagnuole facevano prigionieri tremila insorti che avevano abbandonato poco prima la città. Verso la metà venivano iniziate le operazioni militari nel centro di Luzon sconfiggendo le ultime bande insorte. Nel luglio l&#8217;insurrezione si poteva ormai considerare come completamente vinta, dopo nove mesi di sanguinosi combattimenti e dopo la sottomissione della famiglia di Aguinaldo e di cinquemilasettecento insorti.&#8221; </em>(10)</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;">NOTE</span></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">1)      ZAVATTI, Silvio, <em>Emilio <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/emilio-salgari" target="_blank">Salgari</a></span> e i suoi romanzi polari, </em>pubblicazione della Scuola Media Statale <em>Ippolito Nievo </em>di Spilimbergo, 1957 (prov. di Pordenone; all&#8217;epoca prov. di Udine).</p>
<p style="text-align: justify;">2)      ZAVATTI, Silvio, <em>Ibidem, </em>pp. 8-9.</p>
<p style="text-align: justify;">3)      Cfr. HOUGH, Richard, <em>La caccia all&#8217;ammiraglio von Spee, </em>Milano, Longanesi &amp; C., 1971, p.318.</p>
<p style="text-align: justify;">4)      PIGAFETTA, Antonio, <em>Relazione del primo viaggio intorno al mondo, </em>a cura di Manfroni<em>, </em>Milano, Alpes, 1928; e MOSER, Giorgio, <em>Alla scoperta di Magellano, </em>Milano, F.lli Fabbri ed., 1974, pp. 122-24.</p>
<p style="text-align: justify;">5)      SALGARI, Emilio, <em><a title="Al Polo Australe" href="http://www.libriefilm.com/al-polo-australe-in-velocipede/2712">Al Polo Australe</a>, </em>Bologna, Carroccio, 1961, pp. 31-32.</p>
<p style="text-align: justify;">6)      Cfr. SALGARI, Emilio, <em>Le due tigri</em>, Bologna, Carroccio, p. 58.</p>
<p style="text-align: justify;">7)      SALGARI, Emilio, <em><a title="Al Polo Australe" href="http://www.libriefilm.com/al-polo-australe-in-velocipede/2712">Al Polo Australe</a>, </em>cit., pp. 55-56.</p>
<p style="text-align: justify;">8)      ARMELLINi, G.-COLOMBO, A., <em>La letterarura italiana, </em>Bologna, Zanichelli, 1999, vol. 8, pp. 425-426.</p>
<p style="text-align: justify;">9)      SALGARI, Emilio, <em>Ventimila leghe sotto l&#8217;America, </em>Milano, Bietti, 1974, pp.27-28.</p>
<p style="text-align: justify;">10)  SALGARI, Emilio, <em>Le stragi delle Filippine </em>(a cura di M. Spagnol), Milano, Mondadori, 1974, p. 222.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>* * *</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Tratto, con il gentile consenso dell&#8217;Autore, dal sito <a href="http://www.ariannaeditrice.it">Arianna Editrice</a>.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/al-polo-australe-di-emilio-salgari.html' addthis:title='&#8220;Al polo australe&#8221; di Emilio Salgari, tra mito romantico e suggestioni positivistiche ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Dante e la Croce del Sud</title>
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		<pubDate>Thu, 28 May 2009 10:06:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Lamendola</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Uno studio di archeoastronomia sulla possibile conoscenza da parte di Dante della costellazione della Croce del Sud]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/dante-e-la-croce-del-sud.html' addthis:title='Dante e la Croce del Sud '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/letteratura48x48.png" width="48" height="48" alt="" title="Letteratura" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/carlomagno48x48.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Medioevo" /><br/><p style="text-align: justify;">Qualsiasi studente di Dante sa che, nella prima parte del primo canto del <em>Purgatorio</em>, egli sembra descrivere la costellazione della Croce del Sud, nelle due famose terzine (versi 22-27):</p>
<div id="attachment_2311" class="wp-caption alignright" style="width: 210px"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=9788820302092" target="_blank"><img class="size-medium wp-image-2311" title="divina-commedia" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/divina-commedia.jpg" alt="Dante, Divina Commedia" width="200" height="281" /></a><p class="wp-caption-text">Dante, Divina Commedia</p></div>
<p style="text-align: justify;"><em>«I&#8217; mi volsi a man destra, e puosi mente<br />
a l&#8217;altro polo, e vidi quattro stelle<br />
non viste mai fuor ch&#8217;a la prima gente.<br />
Goder pareva &#8216;l ciel di lor fiammelle:<br />
oh settentrional vedovo sito,<br />
poi che privato se&#8217; di mirar quelle!»</em></p>
<p style="text-align: justify;">Il problema è che le prime rappresentazioni cartografiche della costellazione chiamata Croce del Sud, alla quale Dante sembra qui riferirsi, sono quelle rispettivamente di Petrus Plancius del 1598 e di Jodocus Hondius del 1600: vale a dire, circa tre secoli dopo l&#8217;epoca nella quale venne composta la seconda cantica della <em>Divina Commedia</em>; e che quelle stelle sono interamente visibili, nel nostro emisfero, solamente a partire dal 27° parallelo di latitudine Nord, ossia dalle isole Canarie o, sul lato opposto dell&#8217;Africa, dall&#8217;estremità meridionale della Penisola del Sinai.</p>
<div id="attachment_2310" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-2310" title="croce-del-sud" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/croce-del-sud-300x259.jpg" alt="La Croce del Sud" width="300" height="259" /><p class="wp-caption-text">La Croce del Sud</p></div>
<p style="text-align: justify;">E allora? Come faceva Dante ad essere a conoscenza di una costellazione invisibile dalle latitudini dell&#8217;Europa, Italia compresa? Fiumi d&#8217;inchiostro sono stati versati a questo proposito, nel tentativo di trovare una spiegazione ragionevole dell&#8217;enigma; né noi ci ripromettiamo, in questa sede, di rifarne la storia, neppure per sommi capi. Troppo vasta e impegnativa sarebbe una simile impresa, tale da richiedere un grosso lavoro di ricerca, solo per raccogliere la bibliografia attualmente esistente.</p>
<p style="text-align: justify;">Del resto, la curiosità circa l&#8217;identificazione delle quattro stelle vedute da Dante sulla spiaggia del Purgatorio &#8211; dunque, in pieno emisfero antartico &#8211; non ha mai smosso eccessivamente i dantisti, paghi del significato <a title="simbolico" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbolico</a> di esse, ossia le quattro virtù cardinali: giustizia, fortezza, prudenza e temperanza . Così, ad esempio, Carlo Grabher (Milano, Principato, 1985):</p>
<p style="text-align: justify;"><em>«Che Dante potesse pensare alla Croce del Sud, di cui si aveva notizia in opere astronomiche medievali, o ad altro gruppo di stelle realmente esistenti nell&#8217;altro emisfero, non ha per noi alcuna importanza. Le quattro stelle, che Dante ha immaginato per incarnarvi il detto <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbolo</a> [ossia le quattro virtù cardinali], poeticamente lo trascendono e brillano della loro viva chiarità indipendentemente da qualsiasi identificazione scientifica; e il cielo &#8220;ne gode&#8221; sì per il loro valore allegorico, ma anche e più per il loro reale effetto.»</em></p>
<p style="text-align: justify;">Il Sapegno, da parte sua, preferisce tenersi prudentemente alla larga da ogni tentativo di identificazione astronomica; mentre Giuseppe Giacalone (Milano, Signorelli, 1974), che pure si sofferma sul problema di come interpretare l&#8217;espressione «prima gente» del verso 24, lo risolve negando recisamente anche l&#8217;identificazione delle quattro stelle con la Croce del Sud:</p>
<p style="text-align: justify;"><em>«È un verso molto discusso [il 24], anche dai commentatori antichi, Pietro di Dante, Buti, Anonimo  Fiorentino, i quali giustamente pensavano che si trattasse di Adamo ed Eva, i quali per primi abitarono nel Paradiso Terrestre in stato d&#8217;innocenza. Questa tesi oggi è la più seguita e la più logica. Ma già il Benvenuto, seguito da altri moderni, suppose che si trattasse degli antichi romani, i quali, secondo un passo del &#8220;De Civitate Dei&#8221;, XV, praticarono le virtù cardinali, anche senza la vera <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religione</a>. Ed il Lana intese, addirittura, gli uomini dell&#8217;età dell&#8217;oro. L&#8217;altra difficoltà è sul senso da dare alle quattro stelle, da alcuni identificate erroneamente con la Croce del Sud, del tutto ignota alla scienza del tempo di Dante (cfr. D&#8217;Ovidio, l. c. 21-26). Non bisogna fermasi soltanto al valore allegorico di queste stelle, ma considerare che esse sono vere stelle, che hanno una loro entità oggettiva, che contribuisce indubbiamente a quell&#8217;atmosfera di gioia diffusa in tutto quel paesaggio.»</em></p>
<div id="attachment_2312" class="wp-caption alignright" style="width: 210px"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=9788876445217" target="_blank"><img class="size-medium wp-image-2312" title="struttura-occulta-divina-commedia" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/struttura-occulta-divina-commedia.jpg" alt="Edi Minguzzi, La struttura occulta della Divina Commedia" width="200" height="297" /></a><p class="wp-caption-text">Edi Minguzzi, La struttura occulta della Divina Commedia</p></div>
<p style="text-align: justify;">Fa eccezione Manfredi Porena, il quale, all&#8217;identificazione delle quattro stelle, ha dedicato uno spazio molto più approfondito della maggior parte dei commentatori moderni, anche se interamente dedicato alla confutazione della identificazione delle quattro stelle con la Croce del Sud (Bologna, Zanichelli, 1972):</p>
<p style="text-align: justify;"><em>«Le quattro stelle sono un&#8217;invenzione di Dante, o Dante rappresenta in esse quella costellazione di quattro stelle chiamata Croce del Sud, sconosciuta ai suoi tempi al mondo civile, ma di cui potesse aver avuto notizia in qualche modo?<br />
Questa seconda opinione è oggi molto in discredito; ma poiché ha ancora qualche tardo sostenitore, val la pena di confutarla ancora una volta: tanto più che il discorso delle quattro stelle mi darà occasione di ribadire quanto ebbe ad affermare circa il posto che deve darsi alla verità scientifica nella Divina Commedia.<br />
Dante dice dunque che le quattro stelle non furon viste mai se non dalla &#8220;prima gente&#8221;. Evidentemente egli allude a gente rispetto a cui le condizioni di visibilità delle stelle medesime erano affatto diverse dalle nostre. L&#8217;interpretazione più ragionevole e più naturale è che si tratti di Adamo ed Eva, &#8220;prima gente&#8221; in modo assoluto: i quali dal Paradiso terrestre, che Dante immagina sulla cima del Purgatorio, potevan vedere le quattro stelle, prossime al polo sud, mentre nel nostro mondo sono invisibili perché troppo meridionali. Un&#8217;interpretazione più scientifica del &#8220;prima gente&#8221; è che si tratti invece dell&#8217;umanità primitiva, che pel fenomeno ben noto a Dante (quello stesso cui si deve la precessione degli equinozi) del rotare del cosiddetto &#8220;polo del mondo&#8221; intorno al polo dell&#8217;eclittica, potevan vedere  le quattro stelle anche dalle nostre regioni, essendo allora esso polo del mondo più prossimo ad esse, che è come dire che esse erano meno meridionali. Comunque sia,  si tratta sempre di prima gente vissuta in tempi lontanissimi da noi, in tutto scissa dalla nostra cultura,  da cui Dante non poteva aver ricevuto alcuna informazione, diretta o indiretta. Sicché è chiaro che, tolta la finzione poetica dell&#8217;averle viste co&#8217; suoi occhi, resta il fatto reale che egli le ha inventate. Che se, come da qualcuno si è preteso, egli avesse ricevuto notizie della Croce del Sud da fonti classiche da noi ignorate (cosa estremamente inverosimile) o da cartografi o da navigatori medievali, come avrebbe potuto dire che quelle stelle erano state viste soltanto dalla prima gente?<br />
Ma c&#8217;è poi un altro fatto di cui non si è abbastanza tenuto conto.  Le quattro stelle della Croce del Sud, salvo l&#8217;esser quattro, non corrispondono punto all&#8217;aspetto delle quattro stelle dantesche: di esse solo una è di prima grandezza, e assai meno luminosa non solo di Sirio ma di non poche stelle a noi visibili. Invece le quattro stelle di Dante sono di una luminosità superiore a tutte quelle che noi vediamo, onde l&#8217;apostrofe al &#8220;settentrional vedovo sito&#8221; che non può contemplare in cielo uno spettacolo simile.<br />
E a chi non si rassegni a considerare le quattro stelle un&#8217;invenzione di Dante, perché inventando egli avrebbe mostrato poco rispetto per la scienza, dimostrerò ora che Dante viola ben altrimenti con esse la verità scientifica. Egli sapeva benissimo che all&#8217;Equatore vi sono abitanti: lo afferma  nella &#8220;Monarchia&#8221;, chiamandoli Garamanti (I, 14); vi riaccenna nella &#8220;Quaestio de Aqua et Terra&#8221; (55).  E sapeva anche che dall&#8217;Equatore si vedono tutte le stelle dell&#8217;emisfero meridionale (Inferno, XXVI, 127-9). E allora quegli abitanti dovran vedere benissimo le quattro stelle: le quali, si noti, non sono proprio neanche sul polo sud, ma, come vedremo, ruotano con notevole raggio intorno ad esso […]. Ma Dante ha voluto dimenticare tutto questo e gli è piaciuto dire che le quattro stelle non sono state  mai viste se non dalla prima gente. Perché? Perché questa affermazione ha un valore <a title="simbolico" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbolico</a>:  le quattro stelle simboleggiano infatti le quattro virtù cardinali,  e a Dante premeva affermare che queste, nella loro pienezza, e nel loro vero splendore, non furono possedute  se non da Adamo ed Eva prima del peccato.<br />
Ecco come il nostro poeta è capace, per fini poetici e dottrinali,  di metter da parte il vero scientifico; ecco quanto erra chi ragiona  sulla Divina Commedia col presupposto che bisogni sempre interpretare in modo che sia salvo il vero scientifico, o quello che a Dante pareva tale secondo la scienza del tempo».</em></p>
<div id="attachment_2313" class="wp-caption alignleft" style="width: 210px"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=9788882652487" target="_blank"><img class="size-medium wp-image-2313" title="astronomia-etrusco-romana" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/astronomia-etrusco-romana.jpg" alt="Leonardo Magini, Astronomia etrusco-romana" width="200" height="281" /></a><p class="wp-caption-text">Leonardo Magini, Astronomia etrusco-romana</p></div>
<p style="text-align: justify;">Secondo il Porena, dunque, non vi è alcuna  probabilità che le quattro stelle descritte da Dante corrispondano esattamente alla Croce del Sud.<br />
Ma siamo sicuri che ciò sia da escludere in modo assoluto?<br />
A quanto ne sappiamo, la prima descrizione certa di questa costellazione risale ad Andrea Corsali, che, nel 1516, la descrive «così leggiadra e bella che nessun altro segno celeste vi può esser paragonato».<br />
I navigatori che si spinsero, per primi, a sud dell&#8217;Equatore, la presero come punto di riferimento per trovare il Polo Sud celeste. Infatti, anche se, nell&#8217;emisfero sud, non esiste una stella che possa esser paragonata alla Polare dell&#8217;emisfero nord, nella Croce del Sud, che non dista molto dal Polo australe, vi sono due stelle luminose, α e γ, rispettivamente Acrux e Gacrux, che possono svolgere, approssimativamente, quella funzione.<br />
D&#8217;altra parte, la Croce del Sud era, sì, nota agli astronomi antichi, ma come parte della costellazione del Centauro (da cui è attorniata su tre lati; mentre, sul quarto, «confina» con la costellazione della Mosca). Come costellazione autonoma, pare che essa sia «nata» solamente nel XVI secolo; e, precisamente, come la più piccola delle 88 costellazioni odierne.<br />
Se non che, a complicare le cose, c&#8217;è il fatto che non tutti gli astronomi identificavano la Croce del Sud con la costellazione che attualmente porta quel nome (e che è divenuta famosa perché diversi Stato dell&#8217;emisfero meridionale, come il Brasile e l&#8217;Australia, la recano raffigurata nella propria bandiera nazionale).<br />
Abbiamo citato Petrus Plancius come il primo cartografo che, nel 1598, riportò sul proprio atlante celeste la costellazione attuale della Croce del Sud. Ma proprio lui è responsabile di una notevole confusione, perché, negli anni precedenti, aveva indicato un&#8217;altra Croce del Sud in una diversa porzione del cielo australe, e precisamente a sud della costellazione dell&#8217;Eridano, là dove, attualmente, si trova la costellazione denominata dell&#8217;Idra Maschio.<br />
E non basta ancora; perché alcuni fra i primi naviganti europei che si spinsero nell&#8217;emisfero sud descrissero l&#8217;odierna costellazione della Croce del Sud non come una «croce», ma come una «mandorla».<br />
Un&#8217;altra osservazione è necessario fare, questa di carattere generale.<br />
Abbiamo visto che, secondo Manfredi Porena, le quattro stelle di Dante non possono corrispondere (se non per un puro caso) alla costellazione della Croce del Sud, in quanto, a suo dire, Dante ben sapeva che, dall&#8217;Equatore, sono visibili tutte le stelle dell&#8217;emisfero meridionale. A sostegno di questa affermazione, egli cita quella terzina del XXVI canto dell&#8217;<em>Inferno</em> (versi 127-129) in cui Ulisse narra a Dante e a Virgilio la sua ultima, audacissima navigazione, che lo avrebbe portato al naufragio e alla morte, nello sconosciuto emisfero meridionale:</p>
<div id="attachment_2314" class="wp-caption alignright" style="width: 210px"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=9788816572669" target="_blank"><img class="size-medium wp-image-2314" title="antichi-astronomi" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/antichi-astronomi.jpg" alt="Alfonso Pérez de Laborda - Sandro Corsi, Gli antichi astronomi" width="200" height="247" /></a><p class="wp-caption-text">Alfonso Pérez de Laborda - Sandro Corsi, Gli antichi astronomi</p></div>
<p style="text-align: justify;"><em>«Tutte le stelle già de l&#8217;altro polo<br />
vedea la notte, e il nostro tanto basso<br />
che non surgea fuor del marin suolo.»</em></p>
<p style="text-align: justify;">La nave di Ulisse doveva trovarsi all&#8217;incirca a 40° di latitudine Sud quando egli fece la scoperta che poteva scorgere  «tutte le stelle» dell&#8217;emisfero australe, e &#8211; dunque, anche quelle prossime al Polo Sud celeste -, ma non vedeva più quelle circumpolari settentrionali.  Infatti, per chi si trova nelle località poste alle medie latitudini, vi è una parte di cielo che resta costantemente invisibile, quella che circonda il polo celeste dell&#8217;emisfero opposto. Al contrario, la regione vicina al polo celeste del proprio emisfero rimane costantemente visibile. Qui, infatti, le stelle non tramontano mai sotto l&#8217;orizzonte, ma paiono compiere un percorso circolare intorno al polo celeste (e per questo appunto sono chiamate «circumpolari»); ed esse saranno tanto più numerose, quanto più l&#8217;osservatore si trovi in prossimità del Polo.<br />
Mano a mano che ci si avvicina all&#8217;Equatore, al contrario, le stelle circumpolari scendono verso la linea dell&#8217;orizzonte; finché, alla latitudine di zero gradi, le stelle più vicine ai due Poli celesti non sono più sempre visibili. Da questa latitudine, un osservatore può vedere, teoricamente, le stelle di tutto il cielo: i Poli Nord e Sud sono esattamente sull&#8217;orizzonte. Da lì, pertanto, è possibile vedere sia la Polare che la Croce del Sud, ma con una certa fatica. Quindi, è giusta l&#8217;osservazione del Porena, che dall&#8217;Equatore si vedono tutte le stelle dell&#8217;emisfero meridionale (e anche, aggiungiamo noi, quelle dell&#8217;emisfero settentrionale).<br />
Dante parla dei Garamanti, popolo che controllava le antiche vie carovaniere attraverso il Deserto del Sahara, come esempio di abitatori delle regioni equatoriali; ma, in realtà, per vedere la Croce del Sud, è sufficiente trovarsi in Egitto, lungo la valle del Nilo (a partire, come si è visto, dalla latitudine di 27° di latitudine Nord).<br />
I mercanti veneziani e genovesi che, nel <a title="medioevo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/medioevo">Medioevo</a>, frequentavano il porto di Alessandria, dovevano perciò conoscerla, almeno per sentito dire; e, forse, l&#8217;avevano veduta, risalendo il Nilo per motivi di commercio. E forse la videro, o ne ebbero notizia certa, anche i cavalieri che avevano partecipato alla Quinta Crociata (1217-21) sotto il duca Leopoldo d&#8217;Austria; e, dopo di essi, quelli che presero parte alla Sesta Crociata (1248-54) sotto il re di Francia San Luigi IX, dato che entrambe le spedizioni si rivolsero contro l&#8217;Egitto.</p>
<div id="attachment_2315" class="wp-caption alignleft" style="width: 210px"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=9788888985121" target="_blank"><img class="size-medium wp-image-2315" title="dante-e-fedeli-amore" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/dante-e-fedeli-amore.jpg" alt="Andrea Bertolini, Dante e i Fedeli d'Amore" width="200" height="271" /></a><p class="wp-caption-text">Andrea Bertolini, Dante e i Fedeli d&#39;Amore</p></div>
<p style="text-align: justify;">Ad ogni modo, come già abbiamo osservato, per gli studiosi di Dante in senso puramente letterario, la questione relativa all&#8217;esatta identificazione delle quattro stelle non ha mai rivestito troppa importanza.<br />
Al contrario dei letterati dantisti, gli studiosi di esoterismo e, in genere, tutti coloro che si sforzano  di cogliere il senso riposto dei versi di Dante «sotto il velame», per dirla con Giovanni Pascoli, hanno sempre visto nella rappresentazione delle quattro stelle antartiche una sorta di sfida che meritava di essere raccolta, sgombrando la mente da ogni pregiudizio e prendendo in esame tutte le ipotesi possibili; che sono, in sostanza, le seguenti:<br />
a) Dante si è semplicemente inventato le quattro stelle, per motivi poetici e allegorici (facendone il <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbolo</a> delle quattro virtù cardinali);<br />
b) Dante ha avuto notizia, da antichi testi di astronomia o da navigatori medievali, dell&#8217;esistenza della Croce del Sud;<br />
c) Dante conosceva il fenomeno della precessione degli equinozi e sapeva che quelle stelle, visibili un tempo alle nostre latitudini, non lo erano più per ragioni astronomiche.<br />
Come dicevamo, ci sarebbe impossibile, in questa sede, riassumere la sterminata bibliografia esistente sull&#8217;argomento.<br />
Desideriamo invece, più modestamente, prendere in esame una fra le numerose proposte ed ipotesi avanzate dai moderni studiosi di archeoastronomia, che ha il vantaggio di presentarsi, al tempo stesso, come molto semplice e decisamente elegante.</p>
<p style="text-align: justify;">Il suo autore è quel Giulio Magli, professore ordinario di meccanica razionale al Politecnico di Milano, del quale ci siamo recentemente occupati nel nostro articolo <em>La scoperta della precessione degli equinozi può aver dato origine al culto di Mithra?</em> (consultabile sul sito di Arianna Editrice).<br />
Nel suo libro <em>I segreti delle antiche civiltà megalitiche</em> (Roma, Newton &amp; Compton Editori, 2007, pp. 269-71), egli così scrive:</p>
<p style="text-align: justify;">«Questa costellazione [ossia la Croce del Sud], come anche il vicino Centauro non è più visibile alle latitudini del mediterraneo. La precessione infatti portò entrambe le costellazioni a culminare al di sotto dell&#8217;orizzonte nel corso degli ultimi due millenni prima di Cristo; in Italia, la Croce scomparve progressivamente tra il 700 a. C. e il 100 a. C. circa; a latitudini un po&#8217; più basse, per esempio all&#8217;altezza di Gerusalemme, il fenomeno avvenne qualche secolo dopo, tanto che alcuni autori hanno proposto che possa aver contribuito all&#8217;affermarsi della croce come <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbolo</a> cristiano.<br />
Quando, all&#8217;inizio del Rinascimento, gli Europei iniziarono a viaggiare nell&#8217;emisfero sud, la Croce fu &#8220;riscoperta&#8221;; il fatto di vedere una nuova costellazione proprio in forma di croce  può senza dubbio esser stato considerato un buon segno per i naviganti (anche se molti la videro in realtà come una &#8220;mandorla&#8221;, a ennesima dimostrazione che bisogna che bisogna essere molto attenti quando si cerca di assegnare forme alle costellazioni). In ogni caso è probabile che la conoscenza di questa costellazione non si fosse persa completamente durante il <a title="medioevo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/medioevo">Medioevo</a>. (…)<br />
Senza dubbio Dante usa queste stelle come immagini delle quattro virtù teologali (Prudenza, Giustizia, Fortezza, Temperanza), ma è molto probabile che l&#8217;idea gli sia venuta da una conoscenza, perlomeno approssimativa, delle principali stelle dell&#8217;emisfero sud. Questa idea &#8211; oggi, ma forse è inutile dirlo, ferocemente negata dai più &#8211; venne di fatto già ad Amerigo Vespucci che, dopo aver visto per la prima volta le stelle della Croce, in una lettera datata 18 luglio 1500 e diretta a Lorenzo di Pierfrancesco de&#8217; Medici, scrisse:<em><br />
</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> &#8220;Mi pare che il Poeta in questi versi voglia descrivere per le &#8220;quattro stelle&#8221; del polo dello altro firmamento, e non mi diffido fino a qui che quello che dice non salga verità: perché io notai quattro stelle figurate come una mandorla, che tenevano poco movimento.&#8221;</em></p>
<div id="attachment_2316" class="wp-caption alignright" style="width: 210px"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=9788821808579" target="_blank"><img class="size-medium wp-image-2316" title="uomo-antico-cosmo" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uomo-antico-cosmo.jpg" alt="L'uomo antico e il cosmo" width="200" height="298" /></a><p class="wp-caption-text">L</p></div>
<p style="text-align: justify;">È interessante notare che Dante sembra sapere anche che queste stelle un tempo erano visibili nel Mediterraneo, quando dice &#8220;non viste mai fuor ch&#8217;a la prima gente (gli scettici obiettano però che  &#8220;prima gente&#8221; potrebbe voler dire non gli antichi, ma Adamo ed Eva).<br />
Non è facile stabilire da dove Dante abbia attinto queste informazioni, visto che le stele della Croce non compaiono come costellazione a sé stante nell&#8217;<em>Almagesto</em>, il trattato di astronomia compilato da Tolomeo di Alessandria che è la principale fonte scritta sull&#8217;astronomia che ci è pervenuta dal mondo classico. In Grecia infatti, quelle stelle facevano parte della costellazione del Centauro &#8211; all&#8217;epoca più estesa della nostra &#8211; che veniva a formare una specie di arco molto luminoso  posto a cavallo (scusate il gioco di parole) della direzione sud; la scelta di separare le stelle della Croce in una costellazione a sé stante entrò in uso solo alla fine del XVI secolo. In ogni caso, e indipendentemente dalla spinosa questione di come venivano effettivamente  individuati i contorni delle costellazioni nell&#8217;<a title="antichità" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/storia-antica">antichità</a>, non c&#8217;è alcun dubbio sul atto che le stelle di quello che per chiarezza chiamerò &#8220;gruppo Croce-Centauro&#8221; sono state una presenza importantissima nel cielo del Mediterraneo nei millenni precedenti alla nascita di Cristo; esistono infatti solide prove archeo-astronomiche dell&#8217;interesse degli antichi per esse, ed in particolare proprio per le stelle della Croce dalla disposizione geometrica così peculiare, fin dal IV millennio a. C.»</p>
<p style="text-align: justify;">Il Magli, infatti, avanza successivamente l&#8217;ipotesi che gli spettacolari templi megalitici  dell&#8217;arcipelago di Malta, eretti a partire dal 3.400 a. C. da una civiltà della quale, praticamente, nulla sappiamo, siano stati eretti con un allineamento astronomico ben preciso: ossia presentando l&#8217;ingresso verso il settore sud-est del cielo, nella direzione del punto di levata del gruppo Croce-Centauro in quella lontana epoca storica.<br />
La civiltà isolana di Malta subì un brusco tracollo intorno al 2.500 a. C., sicché, posteriormente a questa data, nessun tempio megalitico venne più eretto; tuttavia, ce n&#8217;è abbastanza per stuzzicare la curiosità dello studioso di astronomia antica, tanto più che edifici analoghi, con lo stesso genere di orientamento, sono stati rinvenuti in altri luoghi del Mediterraneo occidentale: precisamente a Minorca, nelle Isole Baleari, e in Sardegna (civiltà nuragica).<br />
Che dire di tutto ciò?<br />
Forse, gli antichi popoli stabiliti lungo le coste e nelle isole del Mediterraneo avevano elaborato una <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religione</a> astrale, di cui parte fondamentale era la convinzione che, dalle stelle, venissero all&#8217;uomo dei poteri che facevano parte di un ampio collegamento tra sfera celeste, mondo terrestre e mondo sotterraneo (una parte dei misteriosi edifici sacri delle antiche civiltà megalitiche sono, infatti,  ipogei).</p>
<div id="attachment_2317" class="wp-caption alignleft" style="width: 210px"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=9788842420521" target="_blank"><img class="size-medium wp-image-2317" title="medioevo-istruzioni-per-luso" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/medioevo-istruzioni-per-luso.jpg" alt="Francesco Senatore, Medioevo. Istruzioni per l'uso" width="200" height="290" /></a><p class="wp-caption-text">Francesco Senatore, Medioevo. Istruzioni per l&#39;uso</p></div>
<p style="text-align: justify;">Forse, quei nostri lontani progenitori credevano che i cicli della natura fossero sorretti e, per così dire, alimentati, da un complesso gioco di corrispondenze fra il mondo celeste, il mondo terrestre e il mondo sotterraneo; e che, per assicurare la fecondità della natura, fosse necessario che gli uomini riproducessero, nella loro architettura sacra, gli schemi dei gruppi stellari dotati di maggiori poteri (un&#8217;idea che si è conservata fino a tutto il <a title="medioevo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/medioevo">Medioevo</a>, ad esempio nell&#8217;orientamento delle cattedrali gotiche verso la direzione del sole che sorge).<br />
Le stelle che formano l&#8217;attuale costellazione della Croce del Sud dovevano svolgere un ruolo particolarmente importante in questo tipo di <a title="Religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religione</a> astrale. Ciò spiegherebbe la sopravvivenza della loro memoria anche dopo che, per il fenomeno della precessione degli equinozi, esse erano divenute invisibili alla latitudine dell&#8217;Italia centrale e della Sardegna, il che divenne un fatto compiuto all&#8217;inizio dell&#8217;era volgare (mentre verso il V secolo dopo Cristo la Croce del Sud era diventata ormai completamente invisibile alla latitudine di Roma).<br />
Può essere, pertanto, che quella memoria si sia conservata in maniera tale, che Dante ne venne a conoscenza, attraverso antichi testi di astronomia; così come può essere che egli abbia ricevuto informazioni più recenti in seguito a qualche viaggio di navigatori europei: per esempio, quello dei fratelli genovesi Ugolino e Guido Vivaldi, alla fine del XIII secolo, spintisi audacemente lungo la costa occidentale dell&#8217;Africa (che poté, forse, ispirargli l&#8217;episodio dell&#8217;ultimo viaggio di Ulisse,  narrato nel XXVI canto dell&#8217;Inferno).<br />
La Croce del Sud, secondo Giulio Magli, sarebbe identificabile, inoltre, nella costellazione chiamata Trono di Cesare, che Plinio descrive come non più visibile dall&#8217;Italia, ma ancora visibile dall&#8217;Egitto (nella <em>Naturalis Historia</em>, II, 68), e che ricevette tale denominazione all&#8217;epoca dell&#8217;imperatore Augusto.<br />
Che altro dire?<br />
Certo la questione rimane aperta ad ulteriori contributi, sia di tipo storico-letterario, che archeologico-astronomico.<br />
Riteniamo, tuttavia che la proposta del Magli, circa la diretta conoscenza di Dante delle stelle dell&#8217;emisfero sud, e, forse, anche del fenomeno della precessione degli equinozi &#8211; il quale le avrebbe rese gradualmente invisibili alle nostre latitudini &#8211; meriti di essere presa attentamente in considerazione: se non altro, come un&#8217;ipotesi di lavoro, aperta a nuovi, possibili sviluppi.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto, con il gentile consenso dell&#8217;Autore, dal sito <a rel="nofollow" href="http://www.ariannaeditrice.it">ariannaeditrice.it</a>.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/dante-e-la-croce-del-sud.html' addthis:title='Dante e la Croce del Sud ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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