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	<title>Centro Studi La Runa &#187; polo sud</title>
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	<description>Archivio di storia, tradizione, letteratura, filosofia</description>
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		<title>&#8220;Sud&#8221; di Ernest Shackleton, capolavoro di prosa scientifica e avventurosa</title>
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		<pubDate>Fri, 26 Mar 2010 17:58:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Lamendola</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Le straordinarie imprese di Ernest Shackleton, protagonista della più incredibile impresa di salvataggio di tutti i tempi.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/sud-di-ernest-shackleton.html' addthis:title='&#8220;Sud&#8221; di Ernest Shackleton, capolavoro di prosa scientifica e avventurosa '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/centrostudilaruna48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Centro Studi La Runa online" /><br/><p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<div id="attachment_4300" class="wp-caption alignright" style="width: 236px"><img class="size-medium wp-image-4300" title="endurance3" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/endurance3-226x300.jpg" alt="" width="226" height="300" /><p class="wp-caption-text">L&#39;Endurance nei ghiacci antartici</p></div>
<p style="text-align: justify;">Ernest Shackleton è uno dei massimi esploratori antartici dei tempi moderni: la sua figura è degna di starea accanto a quelle di Scott e Amundsen. Nato a Kilkee, in Irlanda, il 15 febbraio 1874, muore nella Georgia Australe &#8211; ove tutta riposa il suo corpo &#8211; il 5 gennaio 1922. Il suo nome è legato a quattro spedizioni nel continente antartico. La prima, del 1900-01, lo vede come compagno di Robert Falcon Scott che, con la nave Discovery, si reca in <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/generi/viaggi/antartide" target="_blank">Antartide</a></span> e poi, in slitta, si spinge verso sud, fino a raggiungere latitudini mai prima toccate dall&#8217;uomo. La seconda spedizione, da lui organizzata e capeggiata, si svolge nel 1907-09 e si propone di raggiungere il Polo Sud, mediante slitte trainate da cani e da cavalli siberiani.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;epica impresa, dopo una traversata a bordo della nave Nimrod, deve interrompersi il 9 gennaio 1909, quando gli ardimentosi esploratori sono giunti ad appena 170 chilometri dal Polo Sud. L&#8217;assoluta mancanza di viveri non consente loro di procedere oltre; anche i piccoli cavalli siberiani sono periti, l&#8217;uno dopo l&#8217;altro, per sfinimento o precipitando nelle fenditure del ghiaccio; ed è stato necessario finirli. Shackleton, sempre sobrio e misurato nel suo diario quotidiano, annota i fatti e le impressioni di quei giorni.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">&#8220;25 dicembre. Giorno di Natale.  Da -40° a -42°. Turbini di neve; un vento mordente da Sud. Questo lo stato meteorologico di oggi. Abbiamo marciato dalle sette del mattino alle sei di sera, sopra una delle salite  più ripide finora incontrate, rotta da precipizi.&#8221;</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;1° gennaio 1909. Il capo mi duole troppo e non mi permette di scrivere a lungo. Camminiamo sempre faticosamente in ascesa sopra neve molto soffice. Ciascuno di noi è esausto per insufficienza di cibo.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;9 gennaio. Ultima giornata di avanzata a Sud. Abbiamo chiamato a raccolta le nostre ultime forze con i seguenti risultati: 88°, 23&#8242; di latitudine Sud e 162° di longitudine Est. Abbiamo alzato la bandiera di Sua Maestà e quella nazionale, prendendo possesso dell&#8217;Altopiano in nome del re. Domani riprendiamo la via del ritorno. Il nostro rincrescimento è molto vivo, ma abbiamo la coscienza di aver fatto quanto era in nostro potere&#8221; (1).</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">La terza spedizione ha luogo nel 1914-16 e si propone di ritentare l&#8217;impresa, traversando tutto il continente antartico dal mare di Weddell al Mare di Ross. Con la nave Endurance Shackleton e i suoi compagni si portano dapprima in Sud America, dopo che lo scoppio della prima guerra  mondiale ha rischiato di far saltare tutto il programma.  Shackleton ha offerto all&#8217;Ammiragliato di mettersi a disposizione della marina con la nave e tutto l&#8217;equipaggio; ma la risposta è stata laconica e liberatoria: &#8220;Proseguite&#8221;.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/sud-la-spedizione-dellendurance/6543" target="_blank"><img class="alignright size-medium wp-image-4303" style="margin: 10px;" title="sud-la-spedizione-dell-endurance" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/sud-la-spedizione-dell-endurance-191x300.jpg" alt="" width="191" height="300" /></a>&#8220;L&#8217;8 agosto l&#8217;Endurance salpò per Buenos Aires, da dove raggiunse la Georgia Australe, ripartendone il 5 dicembre per l&#8217;<span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/generi/viaggi/antartide" target="_blank">Antartide</a></span>. Dopo poche miglia di navigazione, la nave incontrò i primi ghiacci galleggianti che in quell&#8217;anno, contrariamente alle previsioni dei balenieri, si erano spinti molto al Nord, e la navigazione divenne sempre più difficile. L&#8217;Endurance si aprì faticosamente la via attraverso i canali, ma ormai l&#8217;estate antartica era finita e bisognava prepararsi allo sverno.  Il 24 febbraio 1915 la nave venne definitivamente stretta dai ghiacci e andò alla deriva con essi verso il Nord, anche se molto lentamente. La pressione era fortissima, ma la nave resistette magnificamente per alcuni mesi. Poi, il 27 ottore, si sentì un tremendo scricchiolìo e in poco tempo dell&#8217;Endurance non rimase che un relitto informe. Gli uomini fecero in tempo a sbarcare sui ghiacci con molti viveri  e si costruirono capanne di ghiaccio dove vissero per qualche tempo.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;La terra più vicina era a 1.300 chilometri e non c&#8217;era altra possibilità che quella di farsi trasportare alla deriva insieme con i ghiacci.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Per dieci mesi il lastrone su cui erano i relitti della nave e il campo dei naufraghi (battezzato Ocean Camp)  andò alla deriva e gli uomini poterono salvare a più riprese viveri e vestiario dalla nave e uccidere foche e pinguini che servivano magnificamente  a variare la dieta giornaliera. Il 24 novembre l&#8217;Endurance si inabissò  per sempre e, la vigilia di Natale, Shackleton annunciò  all&#8217;equipaggio che aveva intenzione di iniziare una marcia  di avvicinamento all&#8217;isola Paulet; tutti furono felici della determinazione del loro capo perché l&#8217;inerzia cominciava a pesare ormai troppo sugli animi di tutti. Caricate le slitte, la marcia cominciò sui ghiacci  fra ostacoli innumerevoli, specialmente per coloro  che dovevano trascinare le pesanti scialuppe.  Si pensò di abbandonarle, ma poi il progetto venne accantonato perché senza scialuppe  sarebbe stata sicuramente la morte. Quando gli uomini furono sfiniti, Shackleton decise di accamparsi e il nuovo campo venne battezzato  Patience Camp. I viveri cominciarono a mancare  e il cibo caldo venne distrubuito una sola volta al giorno, fino a quando ci si dovette nutrire esclusivamente di carne di foca  e di pochi biscotti. Il tempo intanto andò migliorando e la deriva continuò verso l&#8217;isola Clarence, che venne avvistata il 7 aprile, all&#8217;alba. Il ghiaccio cominciò a frantumarsi e la minaccia di essere inghiottiti dalle onde si fece incombente per i naufraghi. Agirono con prontezza e decisione e il 9 aprile si imbarcarono  sulle scialuppe e remarono disperatamente per oltre 100 ore per allontanarsi dal pericolo.  Riuscirono a issarsi su in piccolo icerbeg, ma dovettero ripartire quasi subito  e tesero con ogni sforzo all&#8217;isola Elefante che raggiunsero dopo una furiosa tempesta. Per giungere alla Georgia Australe mancavano ancora 1.400 chilometri! Shackleton studiò con i suoi uomini il da farsi e furono tutti d&#8217;accordo  nel decidere di tentare la traversata su una sola scialuppa.  Aggiustarono la migliore, la James Caird, e Shackleton scelse  gli uomini che dovevano accompagnarlo nel disperato tentativo. Gli altri li avrebbero attesi nell&#8217;isola Elefante. Uccisa una foca, la scialuppa fu provvista di viveri per un mese, a razioni ridottissime, di un albero e una piccola vela di fortuna.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Il 18 maggio (erano partiti il 23 aprile), gli uomini della James Caird riuscirono ad approdare in una piccola spiaggia deserta della Georgia Australe e otto giorni dopo, dall&#8217;alto di una collina, scorsero un raggruppamento di pescatori ai quali Shackleton chiese aiuto per i compagni. L&#8217;avventura parve incredibile e impossibile ai pescatori che, comunque, partirono subito con la baleniera Southern Sky.  Ma a pochissima distanza dall&#8217;isola Elefante, le pessime condizioni dei ghiacci consigliarono il comandante a invertire la rotta. Allora Shackleton si recò nelle Falkland e il 10 giugno ne partì col peschereccio uruguaiano Insitituto de Pesca, ma anche questa volta venne fermato dai ghiacci a 20 miglia dall&#8217;isola. Il Cile offrì il suo rimorchiatore Yelcho  che poté raggiungere i naufraghi il 30 agosto. Da molti mesi erano in condizioni disperate e soffrivano la fame; furono, almeno moralmente, ricompensati dalle accoglienze trionfali che ricevettero ovunque giunsero&#8221; (2).</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Nei due anni successivi Shackleton partecipa, come del resto tutti i suoi uomini, alla prima guerra mondiale; ma non ha rinunziato ai suoi sogni di esplorazione antartica e, a guerra finita, si adopera per organizzare una nuova spedizione verso il Polo Sud. La quarta spedizione di Shackleton, tuttavia, si conclude tragicamente quasi prima di incominciare. Salpato dall&#8217;Europa nel 1921, a bordo della nave Quest, l&#8217;esploratore chiude gli occhi per sempre mentre fa tappa nella Georgia Australe, teatro della sua memorable traversata di cinque anni prima, per un attacco di angina pectoris. È il 4 gennaio del 1922: il suo cuore affaticato non ha retto agli strapazzi di una traversata orribile, con mare agitato. La sua salma viene riportata in Sud America; ma la vedova, donna forte e coraggiosa, la fa riportare nella Georgia Australe, là dove lui avrebbe desiderato riposare, e viene sepolta nel piccolo cimitero dell&#8217;isola. I suoi uomini e quanti l&#8217;hanno conosciuto non possono fare a meno di rimpiangerlo: egli aveva in grado eminente le doti del capo. Tenacia, perseveranza, coraggio, ottimismo ma anche sollecitudine verso tutti i suoi compagni; ambizione e senso patriottico, ma senza esagerazioni; e una vena di romanticismo che lo caratterizza come l&#8217;ultimo, probabilmente, degli eroi della stagione epica delle esplorazioni polari. Le sue grandi doti umane emergono proprio nelle circostanze più sfavorevoli, come è proprio dei veri leader (3).</p>
<p style="text-align: justify;">Ma diamo la parola direttamente a Shackleton. Come scrittore, le sue doti sono, in fondo, le stesse che ha dimostrato come uomo e come esploratore: semplicità, schiettezza, realismo, buon senso; il lettore non deve aspettarsi da lui voli lirici o effusioni sentimentali. Ciò nonostante affiora, qua e là, una timida vena di commozione, quando egli deve narrare i momenti più sofferti e drammatici della sua vicenda. Ecco, ad esempio, come descrive la perdita finale della nave Endurance, rimasta stritolata fra i ghiacci verso la fine di novembre del 1915:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">&#8220;È difficile scrivere quello che sento. Per un marinaio la propria nave è qualcosa di più di una casa galleggiante &#8211; e sull&#8217;Endurance io avevo concentrato ambizioni, speranze e desideri. Affaticata e gemente, con le ossa spezzate e le ferite aperte, ora che la sua storia è appena cominciata, essa sta lentamente rinunciando alla sua vita senziente. Dopo essere andata alla deriva per più di 570 miglia in direzione nord-ovest, nel corso dei 281 giorni, durante i quali è rimasta intrappolata nel pack, ora l&#8217;Endurance è annientata e abbandonata.&#8221; […]</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Questa mattina &#8211; la nostra ultima mattina sulla nave &#8211; il tempo era limpido, con una leggera brezza che spirava da sud-sud-est a sud-sud-ovest. Dalla coffa non s&#8217;intravedeva alcun segno di terra, di nessun tipo.  La pressione stava lentamente aumentando, e il trascorrere delle ore  non arrecò alla nave nessun sollievo né le concedette tregua. L&#8217;attacco sferratole dal pack raggiunse l&#8217;apice alle 16. La pressione sollevò la poppa della nave, il banco di ghiaccio che premeva, muovendosi lateralmente a poppa, spezzò il timone e strappò il dritto di poppa e il dritto di poppa ausiliario. Poi, sotto i nostri occhi, il ghiaccio aumentò la stretta e l&#8217;Endurance si abbassò un poco. I ponti stavano esplodendo aprendosi verso l&#8217;alto e l&#8217;acqua si riversava all&#8217;interno. La pressione ricominciò, e alle 17 ordinai a tutti gli uomini di scendere sul pack. I ghiacci che si deformavano stridendo per la tensione avevano infine imposto la loro volontà alla nave. Faceva star male sentire i ponti schiantarsi sotto i piedi, quando i grandi bagli si piegavano e infine cedevano spezzandosi con un rumore che faceva pensare a un colpo artiglieria. L&#8217;acqua stava sopraffacendo le pompe e quindi, per evitare un&#8217;esplosione quando avesse raggiunto le caldaie, dovetti dar ordine di spegnere i fuochi e far sfogare il vapore. I piani per abbandonare la nave in caso d&#8217;emergenza erano stati fatti con molto anticipo; uomini e cani scesero sul ghiaccio e si guadagnarono la relativa sicurezza offerta da un banco di pack integro, senza che avesse luogo un solo incidente. Proprio prima di lasciare la nave, mentre stavo sul ponte che sussultava, guardai nel lucernario della sala macchine e vidi i motori rovesciarsi di lato mentre i sostegni ed i basamenti cedevano. Non posso descrivere la sensazione di implacabile distruzione che mi prese quando mi guardai intorno. Il pack, premuto da milioni di tonnellate di ghiaccio, stava annientando la nave&#8221; (4).</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/endurance/3895" target="_blank"><img class="alignright size-medium wp-image-4304" style="margin: 10px;" title="endurance" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/endurance-194x300.jpg" alt="" width="194" height="300" /></a>La traversata dall&#8217;isola Elefante alla Georgia Australe, sulla scialuppa scoperta James Caird, è un&#8217;impresa nautica veramente eccezionale e trova in Shackleton, il suo protagonista, un narratore sobrio e sincero, un testimone che lascia parlare i fatti nella loro nuda, terribile evidenza; sono pagine che meriterebbero un posto nelle antologie epiche.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Confinati in quello spazio angusto, schiaffeggiati senza sosta dagli spruzzi, soffrivamo terribilmente il freddo. Dovevamo lottare contro i vento e le onde e cercare di restare in vita. E di pericoli ne incontrammo molti. Ci sosteneva la consapevolezza di avvicinarci alla terraferma, ma c&#8217;erano giorni e notti in cui bisognava deporre ogni speranza e lasciarsi andare alla deriva, contemplando con occhi più interessati che impauriti le ruggenti masse d&#8217;acqua. Infinitamente profonde sembravano le valli che si spalancavano fra un&#8217;onda e l&#8217;altra; altissime le creste spumeggianti su cui ci trovavamo momentaneamente appollaiati. Tanto piccola era la nostra barca e tanto potente il mare,  che spesso le nostre vele pendevano inerti nella quiete che si instaurava fra due marosi, ma subito dopo tornavamo ad arrampicarci su una cresta, esposti alla furia della bufera e circondati di spuma bianca. Ci succedeva perfino di ridere &#8211; di rado, certo, ma in quei momenti ridevamo di cuore, e anche se spesso labbra screpolate e bocche gonfie impedivano le manifestazioni esteriori del divertimento, non mancavamo di cogliere gli aspetti comici della situazione. È soprattutto lo spettacolo delle piccole sfortune altrui a risvegliare negli uomini il senso dell&#8217;umorismo, e personalmente non scorderò mai i comici sforzi  di Worsley che cercava di rimettere  la casseruola sulla lampada Primus da cui era scivolata. La prendeva con le dite irrigidite dal freddo,  la lasciava cadere, tornava a raccoglierla, maneggiandola quasi fosse un fragile articolo destinato alla toilette d&#8217;una signora.  Noi ridemmo, o meglio, gorgogliammo una risata.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Il terzo giorno il vento cominciò a soffiare più forte, tramutandosi in una vera e propria tormenta. La crescente forza del mare evidenziò la debolezza del rivestimento del ponte, i continui urti finirono per spostare le casse e le rotaie, e i teli cedettero e si riempirono d&#8217;acqua. Oltre agli spruzzi, ora anche rivoli ghiacciati si riversavano all&#8217;interno da prua e da poppa. I chiodi che il carpentiere aveva estratto dalle casse e usato  per fissare le assi, erano troppo corti  e rendevano instabile il rivestimento.  Cercammo di rimediare in qualche modo, ma disponevamo di pochissimi attrezzi  e l&#8217;acqua continuò a entrare da una dozzina di punti diversi.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Bisognava sgottare di continuo, e non potemmo evitare che le nostre cose si infradiciassero.  Rigagnoli che precipitavano dai teli erano di gran lunga più spiacevoli degli spruzzi e durante le ore di veglia ci sdraiavamo sotto i sedili per evitarli. Sulla scialuppa non c&#8217;era quasi più un angolo asciutto e alla fine non potemmo far altro che coprirci la testa con i Burberry e sopportare. Le operazioni di svuotamento erano di competenza della vedetta, ma non c&#8217;era riposo per nessuno. Eravamo infreddoliti, sofferenti e pieni di timori. Sotto il rivestimento, nella semioscuriutà del giorno dovevamo muoverci carponi; verso le 18 il buio era completo e non rivedevamo la luce che alle 7 del mattino seguente. Accendevamo i pochi mozziconi di candela rimasti solo all&#8217;ora dei pasti. Di fatto, c&#8217;era un solo luogo asciutto a bordo, il punto sottostante il rivestimento originale a prua, e lì conservavamo parte delle gallette, ma credo che nessuno riuscisse mai a liberarsi del tutto dal gusto del sale.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;La difficoltà di muoversi a bordo avrebbe avuto un lato umoristico se non l&#8217;avessero accompagnata tanta sofferenza e tanto disagio. Dovevamo strisciare sotto i sedili e le nostre ginocchia ne risentivano non poco. Al cambio dei turni di guardia, ero costretto a dirigere gli uomini chiamandoli per nome e segnalando loro gli ostacoli; muovendoci tutti contemporaneamente, avremmo provocato una gran confusione e ci saremmo riempiti di lividi. I turni di guardia duravano quattro ore ciascuno e vedevano impegnati tre uomini alla volta. Uno badava ai fornelli, il secondo era addetto alle vele e il terzo svuotava il fondo della barca.&#8221; […]</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Lasciando le vedette a tremare di freddo, gli altri si affrettavano a infilarsi nei sacchi a pelo ancora tiepidi, ma non sempre potevamo offrirci quel conforto. Bisognava  spostare in continuazione i sassi che fungevano da zavorra per garantire l&#8217;accesso alla pompa, spesso otturata dalla peluria che la pelle di renna dei sacchi a pelo perdeva senza sosta. Spostare i sassi era un compito estenuante; col tempo eravamo arrivati a conoscerli uno per uno, e per distinguerli ci bastava saggiarli con le dita. Ancora oggi ne ricordo perfettamente le forme e gli angoli. In condizioni meno disagiate, uno scienziato li avrebbe trovati interessanti dal punto di vista geologico, e come zavorra erano sicuramente efficaci. Ma come pesi da spostare in quel poco spazio erano terrificanti. Non risparmiavano neppure un angolino dei nostri poveri corpi. Un altro disagio che vale la pena menzionare era lo sfregamento sulle gambe degli indumenti bagnati che non cambiavamo ormai da sette mesi. Avevamo l&#8217;interno delle coscie piagato e il tubetto di crema Hazeline che avevamo a disposizione poteva ben poco contro il dolore, ulteriormente accresciuto dall&#8217;acqua salata. Ci sembrava di non dormire mai, ma la verità era che ci appisolavamo solo a tratti, e solo per essere svegliati di continuo da nuovi disagi o dalle incombenze consuete. Io, poi, soffrivo a causa della sciatica che aveva cominciato a tormentarmi mesi addietro sul ghiaccio&#8221; (5).</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/la-lunga-notte-di-shackleton/3893" target="_blank"><img class="size-medium wp-image-4305 alignleft" style="margin: 10px;" title="la-lunga-notte-di-shackleton" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/la-lunga-notte-di-shackleton-196x300.jpg" alt="" width="196" height="300" /></a>Il drammatico realismo di questa narrazione è temperato e per così dire alleggerito da fini osservazioni psicologiche, come quella che sono le piccole sfortune altrui a destare principalmente il nostro senso dell&#8217;umorismo; osservazione degna di un osservatore pensoso dell&#8217;animo umano, più che di un semplice uomo d&#8217;azione (6). Ma le pagine più avvincenti del libro sono quelle in cui Shackleton racconta l&#8217;epica marcia attraverso le montagne della Georgia Australe, un&#8217;impresa ritenuta irrealizzabile dagli stessi balenieri di Grytviken che pure erano i migliori conoscitori di quell&#8217;isola selvaggia e lontanissima da ogni altra terra del mondo abitato. Si è trattato, in effetti, di un&#8217;impresa pressoché disperata, che solo la coscienza di costituire l&#8217;ultima possibilità di salvezza per i compagni rimasti all&#8217;isola Elefante (e anche per quelli lasciati sul versante opposto della Georgia, e incapaci di proseguire a piedi) ha dato loro la forza di compiere, contro tutti i pronostici. Un&#8217;impresa che, da sola, meriterebbe di essere ricordata negli annali dell&#8217;alpinismo e che invece, nel corso di quella drammatica spedizione antartica, non è stata che un singolo episodio, per quanto luminoso, di una serie di altre imprese non meno spettacolari, compresa la traversata su una barca scoperta attraverso uno dei mari più infidi e tempestosi del globo (7).</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">&#8220;La giornata si preannunciava bella, e la marcia sulla neve soffice ci aiutò a scaldarci. Davanti a noi si estendevano i crinali e gli speroni di una catena montuosa, la catena trasversale che avevamo individuato dalla baia.&#8221; […]</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Un gradino dopo l&#8217;altro, ci spostammo lateralmente intorno alle pendici di una dolomia che bloccava la visuale a nord. Ci trovammo davanti lo stesso precipizio. In lontananza a nord-ovest sembrava esserci un declivio innevato che forse ci avrebbe condotto più in basso. Ridiscendemmo quindi la pendenza che avevamo impiegato  tre ore a risalire, e benché nel giro di un&#8217;ora fossimo in fondo, a quel punto cominciavamo a sentire la fatica. Da gennaio non avevamo quasi più camminato, ed eravamo fuori allenamento&#8221; […]</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Ci dirigemmo nuovamente verso la cresta e un&#8217;altra faticosa arrampicata ci portò in cima. Lo strato di neve era sottile sul ghiaccio bluastro e nelle ultime 50 iarde dovemmo praticare dei gradini. Invano i miei occhi scandagliarono le profondità del precipizio in cerca di un passaggio che ci portasse in fondo. Il sole aveva sciolto la neve, costringendoci a procedere con molta cautela. Alle nostre spalle la nebbia andava di nuovo infittendosi, per incontrarsi nella valle con quella proveniente da est. Il grigiore del cielo ci disse che dovevamo scendere al più presto, se volevamo evitarla.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Il crinale era tempestato di picchi che ci impedirono di vedere con chiarezza su entrambi i lati; non potevamo far altro che proseguire nella stessa direzione. Il pomeriggio era alla fine e la nebbia si avvicinava minacciosa da est. Eravamo a 4.500 piedi di altezza, e la notte sarebbe stata fredda. Non avevamo tende né sacchi a pelo e le traversie di quei mesi avevano logorato i nostri abiti. In lontananza, nella vallata che si apriva sotto di noi,  scorgemmo chiazze erbose nei pressi della costa. Se fossimo riusciti a scendere, avremmo potuto scavare una buca nella neve e foderarla d&#8217;erba per farne un giaciglio di una qualche comodità. Tornammo indietro, e dopo una deviazione raggiungemmo la sommità di un altro crinale. La luce stava sbiadendo e dopo un&#8217;occhiata mi girai  a chiamare gli uomini che mi guardavamo ansiosi. Mi raggiunsero rapidamente. Davanti a noi, la terra digradava in una ripida pendenza di cui la nebbia e la poca luce impedivano di vedere il fondo, ma proprio a causa della nebbia non potevamo perdere tempo. Iniziammo la discesa, e la neve via via sempre più  morbida ci disse che la pendenza si andava addolcendo. Ormai tornare indietro era impensabile, così ci slegammo e scendemmo seduti, come fanno i bambini. Un banco di neve in fondo al pendio ci fermò, e lì scoprimmo di essere scesi di almeno 900 piedi in appena due o tre minuti. Alle nostre spalle, le dita grigie della nebbia spuntarono da dietro il crinale, protese quasi a voler catturare gli intrusi. Ma le eravamo sfuggiti.&#8221; […]</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;La notte ci fu sopra e per un&#8217;ora procedemmo in un&#8217;oscurità quasi completa, facendo attenzione ai crepacci. Verso le otto, il chiarore che avevamo scorto dietro le cime irregolari si tramutò in una luna piena che disegnò per noi un sentiero argentato. Potemmo così avanzare con maggior sicurezza, fermandoci di tanto in tanto a riposare su tratti di neve più dura rivelati dalla luce. Verso mezzanotte avevamo nuovamente raggiunto un&#8217;altitudine di 4.000 piedi, sempre assistiti dalla luna che ci indicava il percorso. Non avremmo potuto desiderare una guida migliore per i nostri stanchi passi.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;La mezzanotte ci trovò nei pressi dell&#8217;orlo di un vasto nevaio, costellato qua e là da <em>nunatak </em>che proiettavano lunghe ombre simili a fiumi neri. Un leggero declivio ci attirò a nord-est, nella speranza che in fondo a esso si stendesse Stromness Bay. Eravamo scesi di circa 300 piedi quando il vento ci aggredì. Ormai eravamo in marcia da più di venti ore, una marcia interrotta solo dalle soste per i pasti. Riccioli di nubi veleggiavano sopra le vette di sud-ovest, segnalandoci l&#8217;arrivo imminente di neve e vento. Passata l&#8217;una, scavammo una buca e dopo averci impilato intorno neve fresca, accendemmo la Primus. Il cibo caldo ci infuse nuove energie e mentre la stufa scoppiettava allegramente Crean e Worsley intonarono vecchie canzoni. Se non con le labbra, aride e screpolate com&#8217;erano, ridevamo certamente col cuore.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Mezz&#8217;ora dopo riprendemmo la discesa verso la costa. Ormai eravamo talmente certi di essere sopra Stromness Bay che identificammo come Mutton Island, al largo di Huvik, una sagoma scura che si profilava ai piedi del pendio. Immagino che fosse il desiderio a mettere le ali alla fantasia, perchè ci indicammo a vicenda vari punti di riferimento svelati dalla luce ormai incostante della luna. Ma le nostre speranze dovevano rivelarsi prive di ogni fondamento. Nuovi crepacci ci fecero capire che eravamo su un altro ghiacciaio e presto ci trovammo a guardare verso il suo orlo esterno. Sapendo che non c&#8217;erano ghiacciai a Stromness, non impiegai molto a concludere che quello era il Fortune. La delusione fu immensa. Tornammo indietro, di nuovo su per il ghiacciaio, non ripercorrendo esattamente i nostri passi bensì muovendoci verso sud-ovest. Eravamo stanchissimi.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Alle 5 del mattino eravamo ai piedi degli speroni rocciosi della catena montuosa. Eravamo esausti, e il vento che soffiava dalle vette ci gelava fin nelle ossa. Decidemmo di ripararci sotto una roccia per riposare un po&#8217;. Ci sedemmo uno vicino all&#8217;altro, stringendoci il più possibile. Quel po&#8217; di neve trasportata dal vento ci lasciò addosso un candido strato sottile. Pensavo che avremmo potuto concederci una mezz&#8217;ora di riposo, e di lì a pochi minuti i miei compagni dormivano già. Mi rendevo conto che sarebbe stato pericolosissimo seguire il loro esempio, perché in simili condizioni il sonno diventa spesso l&#8217;anticamera della morte. Di conseguenza, cinque minuti dopo provvidi a svegliarli e dopo aver loro assicurato che avevano dormito mezz&#8217;ora, diedi il segnale di partenza. Eravamo così irrigiditi che per le prime 200 o 300 iarde procedemmo con le ginocchia flesse. Davanti a noi, s&#8217;innalzava una linea irregolare di vette tra cui si apriva un varco. Era il crinale che da Fortuna Bay si allunga verso sud; la nostra strada vi passava attraverso. Una ripida salita ci portò alla cresta e al vento gelido che soffiava attraverso il passaggio.&#8221; […]</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Mentre Fean e Worsley scavavano una buca, io mi arrampicai su un vicino rialzo per dare un&#8217;occhiata. Alle 6,30 mi sembrò di sentire il fischio di una sirena a vapore. Non volevo illudermi, ma sapevo che era più o meno a quell&#8217;ora che i cacciatori di balene presenti nella stazione si svegliavano. Tornai dagli altri per avvertirli, e pieni di eccitazione aspettammo le 7, ora in cui la stazione entrava in attività. Alle 7 in punto risuonò il fischio, trasportato fino a noi dal vento che soffiava tra le rocce e la neve. Non avevamo mai udito una musica più dolce. Era il primo suono creato dall&#8217;uomo  che sentivamo dal dicembre del 1914, quando avevamo lasciato Stromness Bay.&#8221; […]</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Quando ripenso a quei giorni non dubito che la Provvidenza ci abbia guidati non solo attraverso i nevai, ma anche attraverso il mare irrequieto che separa Elephant Island dal luogo del nostro approdo finale. So che durante quelle lunghe, estenuanti trentasei ore di marcia su montagne e ghiacciai senza nome, mi sembrò spesso che fossimo in quattro, e non in tre. Non ne parlai ai miei compagni, ma in seguito Worsley ebbe a dirmi: &#8216;Sa, capo, avevo la strana sensazione che ci fosse un altro con noi&#8217;, e Crean fece una confessione analoga. Si percepisce &#8216;la povertà delle parole umane, la rozzezza della favella mortale&#8217; quando si cerca di descrivere realtà intangibili, ma la cronaca del nostro viaggio non sarebbe completa senza un riferimento a un tema tanto caro ai nostri cuori.&#8221; (8)</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;"><strong>Note</strong></p>
<p style="text-align: justify;">1)               Cit. in STOCCHETTI, Francesco, <em>Alla conquista del Polo Sud</em>, Bologna, Malipiero, 1966, pp. 61-63.</p>
<p style="text-align: justify;">2)               ZAVATTI, Silvio, <em>L&#8217;esplorazione dell&#8217;<span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/generi/viaggi/antartide" target="_blank">Antartide</a></span>. Storia di un continente</em>, Milano, Mursia, pp. 129-131.</p>
<p style="text-align: justify;">3)               FORBES, Lachlan Maxwell, voce <em>Shackleton </em>in <em>Encyclopedia Britannica</em>, ed. 1961, vol. XX, p. 432.</p>
<p style="text-align: justify;">4)               SHACKLETON, Ernest, <em>Ghiaccio</em>, Milano, Rizzoli, 1999, pp. 100-101.</p>
<p style="text-align: justify;">5)               Idem, pp. 191-194.</p>
<p style="text-align: justify;">6)               Cfr. LAMENDOLA, Francesco, <em>Sulla natura del riso</em>, in <em>Alla Bottega</em>, Milano, 1988, n. 5, pp. 21-23.</p>
<p style="text-align: justify;">7)               Un apparato iconografico relativo alla traversata con la James Caird è contenuto in PETTER, Guido &#8211; GARAU, Beatrice, <em>L&#8217;esplorazione dell&#8217;<span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/generi/viaggi/antartide" target="_blank">Antartide</a></span></em>, Firenze, Giunti-Marzocco, 1977, pp. 106-111.</p>
<p style="text-align: justify;">8)               SHACKLETON, Ernest, <em>Ghiaccio</em>, cit., pp. 217-227.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Vedi anche:</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em><a title="Il viaggio incredibile di Ernest Shackleton" href="http://www.video-storia.it/il-viaggio-incredibile-di-ernest-shackleton/146" target="_blank">Il viaggio incredibile di Ernest Shackleton</a></em>.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/sud-di-ernest-shackleton.html' addthis:title='&#8220;Sud&#8221; di Ernest Shackleton, capolavoro di prosa scientifica e avventurosa ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Dante e la Croce del Sud</title>
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		<pubDate>Thu, 28 May 2009 10:06:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Lamendola</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Uno studio di archeoastronomia sulla possibile conoscenza da parte di Dante della costellazione della Croce del Sud]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/dante-e-la-croce-del-sud.html' addthis:title='Dante e la Croce del Sud '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/letteratura48x48.png" width="48" height="48" alt="" title="Letteratura" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/carlomagno48x48.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Medioevo" /><br/><p style="text-align: justify;">Qualsiasi studente di Dante sa che, nella prima parte del primo canto del <em>Purgatorio</em>, egli sembra descrivere la costellazione della Croce del Sud, nelle due famose terzine (versi 22-27):</p>
<div id="attachment_2311" class="wp-caption alignright" style="width: 210px"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=9788820302092" target="_blank"><img class="size-medium wp-image-2311" title="divina-commedia" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/divina-commedia.jpg" alt="Dante, Divina Commedia" width="200" height="281" /></a><p class="wp-caption-text">Dante, Divina Commedia</p></div>
<p style="text-align: justify;"><em>«I&#8217; mi volsi a man destra, e puosi mente<br />
a l&#8217;altro polo, e vidi quattro stelle<br />
non viste mai fuor ch&#8217;a la prima gente.<br />
Goder pareva &#8216;l ciel di lor fiammelle:<br />
oh settentrional vedovo sito,<br />
poi che privato se&#8217; di mirar quelle!»</em></p>
<p style="text-align: justify;">Il problema è che le prime rappresentazioni cartografiche della costellazione chiamata Croce del Sud, alla quale Dante sembra qui riferirsi, sono quelle rispettivamente di Petrus Plancius del 1598 e di Jodocus Hondius del 1600: vale a dire, circa tre secoli dopo l&#8217;epoca nella quale venne composta la seconda cantica della <em>Divina Commedia</em>; e che quelle stelle sono interamente visibili, nel nostro emisfero, solamente a partire dal 27° parallelo di latitudine Nord, ossia dalle isole Canarie o, sul lato opposto dell&#8217;Africa, dall&#8217;estremità meridionale della Penisola del Sinai.</p>
<div id="attachment_2310" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-2310" title="croce-del-sud" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/croce-del-sud-300x259.jpg" alt="La Croce del Sud" width="300" height="259" /><p class="wp-caption-text">La Croce del Sud</p></div>
<p style="text-align: justify;">E allora? Come faceva Dante ad essere a conoscenza di una costellazione invisibile dalle latitudini dell&#8217;Europa, Italia compresa? Fiumi d&#8217;inchiostro sono stati versati a questo proposito, nel tentativo di trovare una spiegazione ragionevole dell&#8217;enigma; né noi ci ripromettiamo, in questa sede, di rifarne la storia, neppure per sommi capi. Troppo vasta e impegnativa sarebbe una simile impresa, tale da richiedere un grosso lavoro di ricerca, solo per raccogliere la bibliografia attualmente esistente.</p>
<p style="text-align: justify;">Del resto, la curiosità circa l&#8217;identificazione delle quattro stelle vedute da Dante sulla spiaggia del Purgatorio &#8211; dunque, in pieno emisfero antartico &#8211; non ha mai smosso eccessivamente i dantisti, paghi del significato <a title="simbolico" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbolico</a> di esse, ossia le quattro virtù cardinali: giustizia, fortezza, prudenza e temperanza . Così, ad esempio, Carlo Grabher (Milano, Principato, 1985):</p>
<p style="text-align: justify;"><em>«Che Dante potesse pensare alla Croce del Sud, di cui si aveva notizia in opere astronomiche medievali, o ad altro gruppo di stelle realmente esistenti nell&#8217;altro emisfero, non ha per noi alcuna importanza. Le quattro stelle, che Dante ha immaginato per incarnarvi il detto <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbolo</a> [ossia le quattro virtù cardinali], poeticamente lo trascendono e brillano della loro viva chiarità indipendentemente da qualsiasi identificazione scientifica; e il cielo &#8220;ne gode&#8221; sì per il loro valore allegorico, ma anche e più per il loro reale effetto.»</em></p>
<p style="text-align: justify;">Il Sapegno, da parte sua, preferisce tenersi prudentemente alla larga da ogni tentativo di identificazione astronomica; mentre Giuseppe Giacalone (Milano, Signorelli, 1974), che pure si sofferma sul problema di come interpretare l&#8217;espressione «prima gente» del verso 24, lo risolve negando recisamente anche l&#8217;identificazione delle quattro stelle con la Croce del Sud:</p>
<p style="text-align: justify;"><em>«È un verso molto discusso [il 24], anche dai commentatori antichi, Pietro di Dante, Buti, Anonimo  Fiorentino, i quali giustamente pensavano che si trattasse di Adamo ed Eva, i quali per primi abitarono nel Paradiso Terrestre in stato d&#8217;innocenza. Questa tesi oggi è la più seguita e la più logica. Ma già il Benvenuto, seguito da altri moderni, suppose che si trattasse degli antichi romani, i quali, secondo un passo del &#8220;De Civitate Dei&#8221;, XV, praticarono le virtù cardinali, anche senza la vera <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religione</a>. Ed il Lana intese, addirittura, gli uomini dell&#8217;età dell&#8217;oro. L&#8217;altra difficoltà è sul senso da dare alle quattro stelle, da alcuni identificate erroneamente con la Croce del Sud, del tutto ignota alla scienza del tempo di Dante (cfr. D&#8217;Ovidio, l. c. 21-26). Non bisogna fermasi soltanto al valore allegorico di queste stelle, ma considerare che esse sono vere stelle, che hanno una loro entità oggettiva, che contribuisce indubbiamente a quell&#8217;atmosfera di gioia diffusa in tutto quel paesaggio.»</em></p>
<div id="attachment_2312" class="wp-caption alignright" style="width: 210px"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=9788876445217" target="_blank"><img class="size-medium wp-image-2312" title="struttura-occulta-divina-commedia" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/struttura-occulta-divina-commedia.jpg" alt="Edi Minguzzi, La struttura occulta della Divina Commedia" width="200" height="297" /></a><p class="wp-caption-text">Edi Minguzzi, La struttura occulta della Divina Commedia</p></div>
<p style="text-align: justify;">Fa eccezione Manfredi Porena, il quale, all&#8217;identificazione delle quattro stelle, ha dedicato uno spazio molto più approfondito della maggior parte dei commentatori moderni, anche se interamente dedicato alla confutazione della identificazione delle quattro stelle con la Croce del Sud (Bologna, Zanichelli, 1972):</p>
<p style="text-align: justify;"><em>«Le quattro stelle sono un&#8217;invenzione di Dante, o Dante rappresenta in esse quella costellazione di quattro stelle chiamata Croce del Sud, sconosciuta ai suoi tempi al mondo civile, ma di cui potesse aver avuto notizia in qualche modo?<br />
Questa seconda opinione è oggi molto in discredito; ma poiché ha ancora qualche tardo sostenitore, val la pena di confutarla ancora una volta: tanto più che il discorso delle quattro stelle mi darà occasione di ribadire quanto ebbe ad affermare circa il posto che deve darsi alla verità scientifica nella Divina Commedia.<br />
Dante dice dunque che le quattro stelle non furon viste mai se non dalla &#8220;prima gente&#8221;. Evidentemente egli allude a gente rispetto a cui le condizioni di visibilità delle stelle medesime erano affatto diverse dalle nostre. L&#8217;interpretazione più ragionevole e più naturale è che si tratti di Adamo ed Eva, &#8220;prima gente&#8221; in modo assoluto: i quali dal Paradiso terrestre, che Dante immagina sulla cima del Purgatorio, potevan vedere le quattro stelle, prossime al polo sud, mentre nel nostro mondo sono invisibili perché troppo meridionali. Un&#8217;interpretazione più scientifica del &#8220;prima gente&#8221; è che si tratti invece dell&#8217;umanità primitiva, che pel fenomeno ben noto a Dante (quello stesso cui si deve la precessione degli equinozi) del rotare del cosiddetto &#8220;polo del mondo&#8221; intorno al polo dell&#8217;eclittica, potevan vedere  le quattro stelle anche dalle nostre regioni, essendo allora esso polo del mondo più prossimo ad esse, che è come dire che esse erano meno meridionali. Comunque sia,  si tratta sempre di prima gente vissuta in tempi lontanissimi da noi, in tutto scissa dalla nostra cultura,  da cui Dante non poteva aver ricevuto alcuna informazione, diretta o indiretta. Sicché è chiaro che, tolta la finzione poetica dell&#8217;averle viste co&#8217; suoi occhi, resta il fatto reale che egli le ha inventate. Che se, come da qualcuno si è preteso, egli avesse ricevuto notizie della Croce del Sud da fonti classiche da noi ignorate (cosa estremamente inverosimile) o da cartografi o da navigatori medievali, come avrebbe potuto dire che quelle stelle erano state viste soltanto dalla prima gente?<br />
Ma c&#8217;è poi un altro fatto di cui non si è abbastanza tenuto conto.  Le quattro stelle della Croce del Sud, salvo l&#8217;esser quattro, non corrispondono punto all&#8217;aspetto delle quattro stelle dantesche: di esse solo una è di prima grandezza, e assai meno luminosa non solo di Sirio ma di non poche stelle a noi visibili. Invece le quattro stelle di Dante sono di una luminosità superiore a tutte quelle che noi vediamo, onde l&#8217;apostrofe al &#8220;settentrional vedovo sito&#8221; che non può contemplare in cielo uno spettacolo simile.<br />
E a chi non si rassegni a considerare le quattro stelle un&#8217;invenzione di Dante, perché inventando egli avrebbe mostrato poco rispetto per la scienza, dimostrerò ora che Dante viola ben altrimenti con esse la verità scientifica. Egli sapeva benissimo che all&#8217;Equatore vi sono abitanti: lo afferma  nella &#8220;Monarchia&#8221;, chiamandoli Garamanti (I, 14); vi riaccenna nella &#8220;Quaestio de Aqua et Terra&#8221; (55).  E sapeva anche che dall&#8217;Equatore si vedono tutte le stelle dell&#8217;emisfero meridionale (Inferno, XXVI, 127-9). E allora quegli abitanti dovran vedere benissimo le quattro stelle: le quali, si noti, non sono proprio neanche sul polo sud, ma, come vedremo, ruotano con notevole raggio intorno ad esso […]. Ma Dante ha voluto dimenticare tutto questo e gli è piaciuto dire che le quattro stelle non sono state  mai viste se non dalla prima gente. Perché? Perché questa affermazione ha un valore <a title="simbolico" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbolico</a>:  le quattro stelle simboleggiano infatti le quattro virtù cardinali,  e a Dante premeva affermare che queste, nella loro pienezza, e nel loro vero splendore, non furono possedute  se non da Adamo ed Eva prima del peccato.<br />
Ecco come il nostro poeta è capace, per fini poetici e dottrinali,  di metter da parte il vero scientifico; ecco quanto erra chi ragiona  sulla Divina Commedia col presupposto che bisogni sempre interpretare in modo che sia salvo il vero scientifico, o quello che a Dante pareva tale secondo la scienza del tempo».</em></p>
<div id="attachment_2313" class="wp-caption alignleft" style="width: 210px"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=9788882652487" target="_blank"><img class="size-medium wp-image-2313" title="astronomia-etrusco-romana" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/astronomia-etrusco-romana.jpg" alt="Leonardo Magini, Astronomia etrusco-romana" width="200" height="281" /></a><p class="wp-caption-text">Leonardo Magini, Astronomia etrusco-romana</p></div>
<p style="text-align: justify;">Secondo il Porena, dunque, non vi è alcuna  probabilità che le quattro stelle descritte da Dante corrispondano esattamente alla Croce del Sud.<br />
Ma siamo sicuri che ciò sia da escludere in modo assoluto?<br />
A quanto ne sappiamo, la prima descrizione certa di questa costellazione risale ad Andrea Corsali, che, nel 1516, la descrive «così leggiadra e bella che nessun altro segno celeste vi può esser paragonato».<br />
I navigatori che si spinsero, per primi, a sud dell&#8217;Equatore, la presero come punto di riferimento per trovare il Polo Sud celeste. Infatti, anche se, nell&#8217;emisfero sud, non esiste una stella che possa esser paragonata alla Polare dell&#8217;emisfero nord, nella Croce del Sud, che non dista molto dal Polo australe, vi sono due stelle luminose, α e γ, rispettivamente Acrux e Gacrux, che possono svolgere, approssimativamente, quella funzione.<br />
D&#8217;altra parte, la Croce del Sud era, sì, nota agli astronomi antichi, ma come parte della costellazione del Centauro (da cui è attorniata su tre lati; mentre, sul quarto, «confina» con la costellazione della Mosca). Come costellazione autonoma, pare che essa sia «nata» solamente nel XVI secolo; e, precisamente, come la più piccola delle 88 costellazioni odierne.<br />
Se non che, a complicare le cose, c&#8217;è il fatto che non tutti gli astronomi identificavano la Croce del Sud con la costellazione che attualmente porta quel nome (e che è divenuta famosa perché diversi Stato dell&#8217;emisfero meridionale, come il Brasile e l&#8217;Australia, la recano raffigurata nella propria bandiera nazionale).<br />
Abbiamo citato Petrus Plancius come il primo cartografo che, nel 1598, riportò sul proprio atlante celeste la costellazione attuale della Croce del Sud. Ma proprio lui è responsabile di una notevole confusione, perché, negli anni precedenti, aveva indicato un&#8217;altra Croce del Sud in una diversa porzione del cielo australe, e precisamente a sud della costellazione dell&#8217;Eridano, là dove, attualmente, si trova la costellazione denominata dell&#8217;Idra Maschio.<br />
E non basta ancora; perché alcuni fra i primi naviganti europei che si spinsero nell&#8217;emisfero sud descrissero l&#8217;odierna costellazione della Croce del Sud non come una «croce», ma come una «mandorla».<br />
Un&#8217;altra osservazione è necessario fare, questa di carattere generale.<br />
Abbiamo visto che, secondo Manfredi Porena, le quattro stelle di Dante non possono corrispondere (se non per un puro caso) alla costellazione della Croce del Sud, in quanto, a suo dire, Dante ben sapeva che, dall&#8217;Equatore, sono visibili tutte le stelle dell&#8217;emisfero meridionale. A sostegno di questa affermazione, egli cita quella terzina del XXVI canto dell&#8217;<em>Inferno</em> (versi 127-129) in cui Ulisse narra a Dante e a Virgilio la sua ultima, audacissima navigazione, che lo avrebbe portato al naufragio e alla morte, nello sconosciuto emisfero meridionale:</p>
<div id="attachment_2314" class="wp-caption alignright" style="width: 210px"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=9788816572669" target="_blank"><img class="size-medium wp-image-2314" title="antichi-astronomi" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/antichi-astronomi.jpg" alt="Alfonso Pérez de Laborda - Sandro Corsi, Gli antichi astronomi" width="200" height="247" /></a><p class="wp-caption-text">Alfonso Pérez de Laborda - Sandro Corsi, Gli antichi astronomi</p></div>
<p style="text-align: justify;"><em>«Tutte le stelle già de l&#8217;altro polo<br />
vedea la notte, e il nostro tanto basso<br />
che non surgea fuor del marin suolo.»</em></p>
<p style="text-align: justify;">La nave di Ulisse doveva trovarsi all&#8217;incirca a 40° di latitudine Sud quando egli fece la scoperta che poteva scorgere  «tutte le stelle» dell&#8217;emisfero australe, e &#8211; dunque, anche quelle prossime al Polo Sud celeste -, ma non vedeva più quelle circumpolari settentrionali.  Infatti, per chi si trova nelle località poste alle medie latitudini, vi è una parte di cielo che resta costantemente invisibile, quella che circonda il polo celeste dell&#8217;emisfero opposto. Al contrario, la regione vicina al polo celeste del proprio emisfero rimane costantemente visibile. Qui, infatti, le stelle non tramontano mai sotto l&#8217;orizzonte, ma paiono compiere un percorso circolare intorno al polo celeste (e per questo appunto sono chiamate «circumpolari»); ed esse saranno tanto più numerose, quanto più l&#8217;osservatore si trovi in prossimità del Polo.<br />
Mano a mano che ci si avvicina all&#8217;Equatore, al contrario, le stelle circumpolari scendono verso la linea dell&#8217;orizzonte; finché, alla latitudine di zero gradi, le stelle più vicine ai due Poli celesti non sono più sempre visibili. Da questa latitudine, un osservatore può vedere, teoricamente, le stelle di tutto il cielo: i Poli Nord e Sud sono esattamente sull&#8217;orizzonte. Da lì, pertanto, è possibile vedere sia la Polare che la Croce del Sud, ma con una certa fatica. Quindi, è giusta l&#8217;osservazione del Porena, che dall&#8217;Equatore si vedono tutte le stelle dell&#8217;emisfero meridionale (e anche, aggiungiamo noi, quelle dell&#8217;emisfero settentrionale).<br />
Dante parla dei Garamanti, popolo che controllava le antiche vie carovaniere attraverso il Deserto del Sahara, come esempio di abitatori delle regioni equatoriali; ma, in realtà, per vedere la Croce del Sud, è sufficiente trovarsi in Egitto, lungo la valle del Nilo (a partire, come si è visto, dalla latitudine di 27° di latitudine Nord).<br />
I mercanti veneziani e genovesi che, nel <a title="medioevo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/medioevo">Medioevo</a>, frequentavano il porto di Alessandria, dovevano perciò conoscerla, almeno per sentito dire; e, forse, l&#8217;avevano veduta, risalendo il Nilo per motivi di commercio. E forse la videro, o ne ebbero notizia certa, anche i cavalieri che avevano partecipato alla Quinta Crociata (1217-21) sotto il duca Leopoldo d&#8217;Austria; e, dopo di essi, quelli che presero parte alla Sesta Crociata (1248-54) sotto il re di Francia San Luigi IX, dato che entrambe le spedizioni si rivolsero contro l&#8217;Egitto.</p>
<div id="attachment_2315" class="wp-caption alignleft" style="width: 210px"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=9788888985121" target="_blank"><img class="size-medium wp-image-2315" title="dante-e-fedeli-amore" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/dante-e-fedeli-amore.jpg" alt="Andrea Bertolini, Dante e i Fedeli d'Amore" width="200" height="271" /></a><p class="wp-caption-text">Andrea Bertolini, Dante e i Fedeli d&#39;Amore</p></div>
<p style="text-align: justify;">Ad ogni modo, come già abbiamo osservato, per gli studiosi di Dante in senso puramente letterario, la questione relativa all&#8217;esatta identificazione delle quattro stelle non ha mai rivestito troppa importanza.<br />
Al contrario dei letterati dantisti, gli studiosi di esoterismo e, in genere, tutti coloro che si sforzano  di cogliere il senso riposto dei versi di Dante «sotto il velame», per dirla con Giovanni Pascoli, hanno sempre visto nella rappresentazione delle quattro stelle antartiche una sorta di sfida che meritava di essere raccolta, sgombrando la mente da ogni pregiudizio e prendendo in esame tutte le ipotesi possibili; che sono, in sostanza, le seguenti:<br />
a) Dante si è semplicemente inventato le quattro stelle, per motivi poetici e allegorici (facendone il <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbolo</a> delle quattro virtù cardinali);<br />
b) Dante ha avuto notizia, da antichi testi di astronomia o da navigatori medievali, dell&#8217;esistenza della Croce del Sud;<br />
c) Dante conosceva il fenomeno della precessione degli equinozi e sapeva che quelle stelle, visibili un tempo alle nostre latitudini, non lo erano più per ragioni astronomiche.<br />
Come dicevamo, ci sarebbe impossibile, in questa sede, riassumere la sterminata bibliografia esistente sull&#8217;argomento.<br />
Desideriamo invece, più modestamente, prendere in esame una fra le numerose proposte ed ipotesi avanzate dai moderni studiosi di archeoastronomia, che ha il vantaggio di presentarsi, al tempo stesso, come molto semplice e decisamente elegante.</p>
<p style="text-align: justify;">Il suo autore è quel Giulio Magli, professore ordinario di meccanica razionale al Politecnico di Milano, del quale ci siamo recentemente occupati nel nostro articolo <em>La scoperta della precessione degli equinozi può aver dato origine al culto di Mithra?</em> (consultabile sul sito di Arianna Editrice).<br />
Nel suo libro <em>I segreti delle antiche civiltà megalitiche</em> (Roma, Newton &amp; Compton Editori, 2007, pp. 269-71), egli così scrive:</p>
<p style="text-align: justify;">«Questa costellazione [ossia la Croce del Sud], come anche il vicino Centauro non è più visibile alle latitudini del mediterraneo. La precessione infatti portò entrambe le costellazioni a culminare al di sotto dell&#8217;orizzonte nel corso degli ultimi due millenni prima di Cristo; in Italia, la Croce scomparve progressivamente tra il 700 a. C. e il 100 a. C. circa; a latitudini un po&#8217; più basse, per esempio all&#8217;altezza di Gerusalemme, il fenomeno avvenne qualche secolo dopo, tanto che alcuni autori hanno proposto che possa aver contribuito all&#8217;affermarsi della croce come <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbolo</a> cristiano.<br />
Quando, all&#8217;inizio del Rinascimento, gli Europei iniziarono a viaggiare nell&#8217;emisfero sud, la Croce fu &#8220;riscoperta&#8221;; il fatto di vedere una nuova costellazione proprio in forma di croce  può senza dubbio esser stato considerato un buon segno per i naviganti (anche se molti la videro in realtà come una &#8220;mandorla&#8221;, a ennesima dimostrazione che bisogna che bisogna essere molto attenti quando si cerca di assegnare forme alle costellazioni). In ogni caso è probabile che la conoscenza di questa costellazione non si fosse persa completamente durante il <a title="medioevo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/medioevo">Medioevo</a>. (…)<br />
Senza dubbio Dante usa queste stelle come immagini delle quattro virtù teologali (Prudenza, Giustizia, Fortezza, Temperanza), ma è molto probabile che l&#8217;idea gli sia venuta da una conoscenza, perlomeno approssimativa, delle principali stelle dell&#8217;emisfero sud. Questa idea &#8211; oggi, ma forse è inutile dirlo, ferocemente negata dai più &#8211; venne di fatto già ad Amerigo Vespucci che, dopo aver visto per la prima volta le stelle della Croce, in una lettera datata 18 luglio 1500 e diretta a Lorenzo di Pierfrancesco de&#8217; Medici, scrisse:<em><br />
</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> &#8220;Mi pare che il Poeta in questi versi voglia descrivere per le &#8220;quattro stelle&#8221; del polo dello altro firmamento, e non mi diffido fino a qui che quello che dice non salga verità: perché io notai quattro stelle figurate come una mandorla, che tenevano poco movimento.&#8221;</em></p>
<div id="attachment_2316" class="wp-caption alignright" style="width: 210px"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=9788821808579" target="_blank"><img class="size-medium wp-image-2316" title="uomo-antico-cosmo" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uomo-antico-cosmo.jpg" alt="L'uomo antico e il cosmo" width="200" height="298" /></a><p class="wp-caption-text">L</p></div>
<p style="text-align: justify;">È interessante notare che Dante sembra sapere anche che queste stelle un tempo erano visibili nel Mediterraneo, quando dice &#8220;non viste mai fuor ch&#8217;a la prima gente (gli scettici obiettano però che  &#8220;prima gente&#8221; potrebbe voler dire non gli antichi, ma Adamo ed Eva).<br />
Non è facile stabilire da dove Dante abbia attinto queste informazioni, visto che le stele della Croce non compaiono come costellazione a sé stante nell&#8217;<em>Almagesto</em>, il trattato di astronomia compilato da Tolomeo di Alessandria che è la principale fonte scritta sull&#8217;astronomia che ci è pervenuta dal mondo classico. In Grecia infatti, quelle stelle facevano parte della costellazione del Centauro &#8211; all&#8217;epoca più estesa della nostra &#8211; che veniva a formare una specie di arco molto luminoso  posto a cavallo (scusate il gioco di parole) della direzione sud; la scelta di separare le stelle della Croce in una costellazione a sé stante entrò in uso solo alla fine del XVI secolo. In ogni caso, e indipendentemente dalla spinosa questione di come venivano effettivamente  individuati i contorni delle costellazioni nell&#8217;<a title="antichità" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/storia-antica">antichità</a>, non c&#8217;è alcun dubbio sul atto che le stelle di quello che per chiarezza chiamerò &#8220;gruppo Croce-Centauro&#8221; sono state una presenza importantissima nel cielo del Mediterraneo nei millenni precedenti alla nascita di Cristo; esistono infatti solide prove archeo-astronomiche dell&#8217;interesse degli antichi per esse, ed in particolare proprio per le stelle della Croce dalla disposizione geometrica così peculiare, fin dal IV millennio a. C.»</p>
<p style="text-align: justify;">Il Magli, infatti, avanza successivamente l&#8217;ipotesi che gli spettacolari templi megalitici  dell&#8217;arcipelago di Malta, eretti a partire dal 3.400 a. C. da una civiltà della quale, praticamente, nulla sappiamo, siano stati eretti con un allineamento astronomico ben preciso: ossia presentando l&#8217;ingresso verso il settore sud-est del cielo, nella direzione del punto di levata del gruppo Croce-Centauro in quella lontana epoca storica.<br />
La civiltà isolana di Malta subì un brusco tracollo intorno al 2.500 a. C., sicché, posteriormente a questa data, nessun tempio megalitico venne più eretto; tuttavia, ce n&#8217;è abbastanza per stuzzicare la curiosità dello studioso di astronomia antica, tanto più che edifici analoghi, con lo stesso genere di orientamento, sono stati rinvenuti in altri luoghi del Mediterraneo occidentale: precisamente a Minorca, nelle Isole Baleari, e in Sardegna (civiltà nuragica).<br />
Che dire di tutto ciò?<br />
Forse, gli antichi popoli stabiliti lungo le coste e nelle isole del Mediterraneo avevano elaborato una <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religione</a> astrale, di cui parte fondamentale era la convinzione che, dalle stelle, venissero all&#8217;uomo dei poteri che facevano parte di un ampio collegamento tra sfera celeste, mondo terrestre e mondo sotterraneo (una parte dei misteriosi edifici sacri delle antiche civiltà megalitiche sono, infatti,  ipogei).</p>
<div id="attachment_2317" class="wp-caption alignleft" style="width: 210px"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=9788842420521" target="_blank"><img class="size-medium wp-image-2317" title="medioevo-istruzioni-per-luso" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/medioevo-istruzioni-per-luso.jpg" alt="Francesco Senatore, Medioevo. Istruzioni per l'uso" width="200" height="290" /></a><p class="wp-caption-text">Francesco Senatore, Medioevo. Istruzioni per l&#39;uso</p></div>
<p style="text-align: justify;">Forse, quei nostri lontani progenitori credevano che i cicli della natura fossero sorretti e, per così dire, alimentati, da un complesso gioco di corrispondenze fra il mondo celeste, il mondo terrestre e il mondo sotterraneo; e che, per assicurare la fecondità della natura, fosse necessario che gli uomini riproducessero, nella loro architettura sacra, gli schemi dei gruppi stellari dotati di maggiori poteri (un&#8217;idea che si è conservata fino a tutto il <a title="medioevo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/medioevo">Medioevo</a>, ad esempio nell&#8217;orientamento delle cattedrali gotiche verso la direzione del sole che sorge).<br />
Le stelle che formano l&#8217;attuale costellazione della Croce del Sud dovevano svolgere un ruolo particolarmente importante in questo tipo di <a title="Religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religione</a> astrale. Ciò spiegherebbe la sopravvivenza della loro memoria anche dopo che, per il fenomeno della precessione degli equinozi, esse erano divenute invisibili alla latitudine dell&#8217;Italia centrale e della Sardegna, il che divenne un fatto compiuto all&#8217;inizio dell&#8217;era volgare (mentre verso il V secolo dopo Cristo la Croce del Sud era diventata ormai completamente invisibile alla latitudine di Roma).<br />
Può essere, pertanto, che quella memoria si sia conservata in maniera tale, che Dante ne venne a conoscenza, attraverso antichi testi di astronomia; così come può essere che egli abbia ricevuto informazioni più recenti in seguito a qualche viaggio di navigatori europei: per esempio, quello dei fratelli genovesi Ugolino e Guido Vivaldi, alla fine del XIII secolo, spintisi audacemente lungo la costa occidentale dell&#8217;Africa (che poté, forse, ispirargli l&#8217;episodio dell&#8217;ultimo viaggio di Ulisse,  narrato nel XXVI canto dell&#8217;Inferno).<br />
La Croce del Sud, secondo Giulio Magli, sarebbe identificabile, inoltre, nella costellazione chiamata Trono di Cesare, che Plinio descrive come non più visibile dall&#8217;Italia, ma ancora visibile dall&#8217;Egitto (nella <em>Naturalis Historia</em>, II, 68), e che ricevette tale denominazione all&#8217;epoca dell&#8217;imperatore Augusto.<br />
Che altro dire?<br />
Certo la questione rimane aperta ad ulteriori contributi, sia di tipo storico-letterario, che archeologico-astronomico.<br />
Riteniamo, tuttavia che la proposta del Magli, circa la diretta conoscenza di Dante delle stelle dell&#8217;emisfero sud, e, forse, anche del fenomeno della precessione degli equinozi &#8211; il quale le avrebbe rese gradualmente invisibili alle nostre latitudini &#8211; meriti di essere presa attentamente in considerazione: se non altro, come un&#8217;ipotesi di lavoro, aperta a nuovi, possibili sviluppi.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto, con il gentile consenso dell&#8217;Autore, dal sito <a rel="nofollow" href="http://www.ariannaeditrice.it">ariannaeditrice.it</a>.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/dante-e-la-croce-del-sud.html' addthis:title='Dante e la Croce del Sud ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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