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	<title>Centro Studi La Runa &#187; Polo Nord</title>
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	<description>Archivio di storia, tradizione, letteratura, filosofia</description>
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		<title>La decisione difficile di Felice Trojani</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Sep 2010 14:52:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Lamendola</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il nome di Felice Trojani non dirà forse molto al grande pubblico odierno, che dimentica in fretta; ma esso è indissolubilmente legato a una delle pagine più altamente drammatiche delle nostre esplorazioni polari: quella della spedizione Nobile al Polo Nord del 1928.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/la-decisione-difficile-di-felice-trojani.html' addthis:title='La decisione difficile di Felice Trojani '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/letteratura48x48.png" width="48" height="48" alt="" title="Letteratura" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storiacontemporanea48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Storia contemporanea" /><br/><p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/lultimo-volo/8492" target="_blank"><img class="alignright size-medium wp-image-5668" style="margin: 10px;" title="ultimo-volo" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/ultimo-volo-196x300.jpg" alt="" width="196" height="300" /></a>Il nome di Felice Trojani non dirà forse molto al grande pubblico odierno, che dimentica in fretta; ma esso è indissolubilmente legato a una delle pagine più altamente drammatiche delle nostre esplorazioni polari: quella della spedizione Nobile al Polo Nord del 1928.</p>
<p style="text-align: justify;">Romano, classe 1897, ufficiale nella prima guerra mondiale, ingegnere civile, infine ingegnere aeronautico e costruttore di dirigibili, fu chiamato dal generale Umberto Nobile a far parte della spedizione del dirigibile «Italia». Dopo la caduta dell&#8217;aeronave, fu tra i superstiti, e condivise con il capo della spedizione l&#8217;angosciosa attesa dei soccorsi che, dopo una lunga e disperante stagione trascorsa sotto la «tenda rossa», giunsero infine, sotto forma di un rompighiaccio sovietico, quando già Nobile era stato trasportato in salvo da un aviatore svedese, circostanza che diede origine a lunghe ed amare polemiche dopo il suo ritorno in Patria.</p>
<p style="text-align: justify;">Abbiamo già rievocato quella vicenda in un precedente articolo (<a title="La tenda rossa" href="http://www.centrostudilaruna.it/la-tenda-rossa.html"><em>La tenda rossa</em></a>, recensione dell&#8217;omonimo <a href="http://www.libriefilm.com/la-tenda-rossa/4305">film</a> di Michail Konstantinovic Kalatozov del 1969); ne riportiamo qui i tratti essenziali, affinché il lettore possa farsi un&#8217;idea della particolare situazione nella quale vennero a trovarsi i superstiti, dopo che il dirigibile era stato trascinato a terra e poi si era risollevato, ormai fuori controllo, portando via con sé, verso la morte, una parte dello sventurato equipaggio.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/la-tenda-rossa/4305" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-5662" style="margin: 10px;" title="la-tenda-rossa" src="../wp-content/uploads/la-tenda-rossa.jpg" alt="" width="200" height="280" /></a>Esperto di questioni aeronautiche ed esploratore polare egli stesso, Umberto Nobile nel 1926 si era unito ad Amundsen e ad Ellsworth a bordo del dirigibile «Norge», nella sua trasvolata artica.</p>
<p style="text-align: justify;">Due anni dopo, nel 1928, egli volle ritentare l&#8217;impresa, a fini essenzialmente scientifici, col dirigibile «Italia», compiendo tre voli sulla calotta polare e portandosi al di sopra di regioni quasi inesplorate a nord della Russia, particolarmente sulla Severnaja Zemlja.  Al ritorno dal terzo volo, durante il quale era stato sorvolato con successo il Polo Nord, l&#8217;aeronave, per ragioni che non sono mai state del tutto chiarite, ma assai probabilmente per il peso del ghiaccio formatosi su di essa, si abbatté sul ghiaccio nel corso di una furiosa tempesta.</p>
<p style="text-align: justify;">Era il 24 maggio del 1928; e, mentre nove uomini venivano scaraventati a terra, con pochissimo materiale (fra cui la preziosa tenda), tosto il vento sollevò nuovamente il dirigibile, che si perdette all&#8217;orizzonte, con altri sei uomini a bordo. Né il mezzo né i suoi occupanti sarebbero mai più stati trovati; così come non venne mai ritrovato l&#8217;aereo con il quale Amundsen volle mettersi alla ricerca del suo vecchio amico e collaboratore.</p>
<p style="text-align: justify;">A corto di viveri e con un apparecchio radio rice-trasmettitore che era stato gravemente danneggiato nella caduta, i nove uomini della «tenda rossa» attesero angosciati l&#8217;arrivo dei soccorsi, in condizioni sempre più proibitive, tanto che, alla fine, tre di essi &#8211; Zappi, Mariano e Malmgren  &#8211; decisero di mettersi in cammino per cercare personalmente aiuto.</p>
<p style="text-align: justify;">Male equipaggiati, con pochi viveri e una protezione insufficiente contro il freddo, il loro era un tentativo disperato, benché fossero quelli nelle migliori condizioni fisiche. Nobile li aveva sconsigliati di partire, ma non ritenne di poterglielo ordinare, vista l&#8217;incertezza della situazione: e,  anche in questo caso, qualcuno potrebbe obiettare che un comandante, benché ferito, ha il dovere di assumersi la responsabilità di dare degli ordini, in base a ciò che ritiene più idoneo per assicurare la salvezza di tutti.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/disastro-al-polo/4309" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-5663" style="margin: 10px;" title="disastro-al-polo" src="../wp-content/uploads/disastro-al-polo.jpg" alt="" width="200" height="300" /></a>In seguito, Malmgren sarebbe morto di fatica; e nemmeno gli altri due ce l&#8217;avrebbero fatta a raggiungere le Svalbard, se non fossero stati soccorsi dai Sovietici quando le loro condizioni &#8211; con Mariano semicongelato &#8211; erano ormai chiaramente disperate.</p>
<p style="text-align: justify;">Intanto, le ricerche continuavano da parte delle forze aeree e navali di vari Paesi.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;idrovolante «Latham-47» con a bordo Amundsen, decollato da Tromsö il 18 giugno, non fece più ritorno alla base, perdendosi nel Mare di Barents.</p>
<p style="text-align: justify;">Il 22 giugno due idrovolanti italiani, guidati dagli aviatori Maddalena e Penzo, avvistarono la «tenda rossa» e scaricarono numerosi viveri e materiali ai loro compagni sul ghiaccio; ma, sul momento, non poterono fare altro.</p>
<p style="text-align: justify;">Poi, finalmente &#8211; come si è detto -, la sera del 23 giugno, il pilota svedese Lundborg avvistò la «tenda rossa», atterrò con notevole abilità e con rischio personale; e, assicurando che presto anche gli altri sarebbero stati tratti in salvo, insistette perché sull&#8217;unico posto disponibile salisse il generale Nobile, che, oltretutto, era seriamente ferito.</p>
<p style="text-align: justify;">Quest&#8217;ultimo declinò l&#8217;offerta e gli chiese di prendere a bordo Cecioni, che aveva una gamba spezzata in due punti; ma lo Svedese replicò che quegli era troppo pesante e che non avrebbe preso con sé nessun altri che l&#8217;ammiraglio, l&#8217;unico che avrebbe potuto efficacemente dirigere le operazioni di soccorso, una volta giunto in salvo. Nobile non era persuaso; ma sia lo stesso Cecioni, sia Trojani lo invitarono ad accettare l&#8217;offerta di Lundborg; e così, sia pure a malincuore, egli finì per decidersi, e salì a bordo con l&#8217;inseparabile cagnetta Titina.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;aereo dello svedese rientrò alla base, nella Baia del Re (Isole Svalbard); ma, poi, le cose non andarono come previsto.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/sos-dal-polo-nord/6118" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-5664" style="margin: 10px;" title="sos-dal-polo-nord" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/sos-dal-polo-nord.jpg" alt="" width="200" height="281" /></a>Nonostante la gara di solidarietà accesasi fra le varie potenze, e nonostante il governo italiano avesse inviato in soccorso la nave «Città di Milano», appositamente attrezzata, al comando del capitano di fregata Romagna, l&#8217;accampamento dei superstiti fu di nuovo perso di vista, e le avverse condizioni atmosferiche costrinsero i soccorritori a sospendere i voli di ricognizione. Quando essi furono ripresi, la deriva dei ghiacci sui cui era stata allestita la  «tenda rossa» aveva reso di nuovo imprecisabile il luogo ove avrebbero dovuto concentrarsi le ricerche.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo stesso Lundborg, tornato alla «tenda rossa», ebbe un incidente al suo idrovolante e rimase prigioniero dei ghiacci, con gli Italiani; sarebbe stato poi salvato da un aereo dei suoi compatrioti che, però, non poté prendere a bordo nessun altro.</p>
<p style="text-align: justify;">Solo molto più tardi il rompighiaccio sovietico «Krassin» riuscì a individuare e prendere a bordo sia Zappi e Mariano (quest&#8217;ultimo con un piede congelato che, più tardi, dovete essergli amputato), sia gli altri, rimasti in attesa nella tenda. Il salvataggio di questi ultimi avvenne il 12 luglio, dopo che il viaggio del «Krassin» era stato messo più volte in serie difficoltà dalle condizioni sempre più minacciose della banchisa artica.</p>
<p style="text-align: justify;">Il ritorno dei superstiti in Italia fu accompagnato da roventi polemiche circa il comportamento del comandante della spedizione, che portarono all&#8217;istituzione di una commissione d&#8217;inchiesta. Nonostante fosse stato difeso da esperti sia italiani che stranieri, Nobile si vide costretto a  rassegnare le dimissioni dall&#8217;Aeronautica, in seguito alla conclusioni a lui sfavorevoli formulate dalla commissione stessa (1929).</p>
<p style="text-align: justify;">Questa, per sommi capi, la vicenda.</p>
<p style="text-align: justify;">Come si vede, dopo la caduta dell&#8217;«Italia» sul pack, due furono i momenti più drammatici, dal punto di vista psicologico e umano, che i superstiti della «tenda rossa» dovettero affrontare: prima, quando tre di essi chiesero e ottennero di separarsi dagli altri e di avviarsi a piedi in cerca dei soccorsi, cosa che spezzò la solidarietà all&#8217;interno del gruppo; poi, quando lo stesso ammiraglio fu messo davanti alla difficile decisione se accettare o meno la perentoria offerta dell&#8217;aviatore Lundborg, mettendosi in salvo per primo, cosa contraria alle tradizioni dell&#8217;onore militare.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/1928-dalla-spezia-al-polo-nord/6334" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-5665" style="margin: 10px;" title="1928-spezia-polo" src="../wp-content/uploads/1928-spezia-polo.jpg" alt="" width="200" height="270" /></a>Felice Trojani ha scritto due libri sulla vicenda del dirigibile «Italia»: uno, <em>La coda di Minosse</em>, dettagliato resoconto storico che ricostruisce l&#8217;avventura della spedizione Nobile in tutti i più minuti particolari; l&#8217;altro, <a title="L'ultimo volo" href="http://www.libriefilm.com/lultimo-volo/8492"><em>L&#8217;ultimo volo</em></a>, che racconta in maniera divulgativa, rivolgendosi prevalentemente a un pubblico giovanile, la medesima vicenda.</p>
<p style="text-align: justify;">Da quest&#8217;ultimo abbiamo deciso di riportare le pagine in cui l&#8217;Autore rievoca come maturò e come giunse a compimento la sofferta e controversa decisione di Mariano, Zappi e Malmgren di allontanarsi dalla «tenda rossa» per mettersi in cammino sul pack, nella remota speranza di giungere alle isole Svalbard e cercarvi aiuto presso qualche cacciatore o farsi rintracciare dalla nave «Città di Milano», centro propulsore della macchina dei soccorsi.</p>
<p style="text-align: justify;">Dal libro di Felice Trojani, <a title="L'ultimo volo" href="http://www.libriefilm.com/lultimo-volo/8492"><em>L&#8217;ultimo volo</em></a> (Milano, Ugo Mursia &amp; C. Editori, 1967, pp. 97-122, <em>passim</em>):</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">«28 Maggio. […]<br />
Mariano si rivolge a Malmgren:<br />
- La deriva ci sta allontanando dalla zona nella quale la &#8220;Città di Milano&#8221; ci ricercherà. Non ha senso stare fermi ad aspettare gli eventi, dobbiamo levare l&#8217;accampamento e dirigerci verso la costa.<br />
- Tutti? Trasportando i feriti? Impossibile, &#8211; ribatte Malmgren; &#8211; una marcia simile possono affrontarla solo i più validi del gruppo, e senza impedimenti.<br />
E i due sviluppano l&#8217;argomento in un dialogo che pare concertato. Nobile li ascolta con molta calma.<br />
Dopo il pasto usciamo dalla tenda. Mariano e Zappi rimangono a parlare con Nobile (che poi ci riferì il colloquio); naturalmente, resta anche Cecioni.<br />
- Nella radio non si può avere più speranza, &#8211; disse Zappi.<br />
- La deriva ci sta portando sempre più lontano dalla zona nella quale la &#8220;Città di Milano&#8221; ci cercherà, &#8211; incalzò Mariano.<br />
- È presto per affermare che i nostri appelli non verranno raccolti, &#8211; rispose Nobile.- e la deriva può cambiare direzione. Ma lei, cosa proporrebbe?<br />
- Di metterci in marcia noi due insieme con Malmgren e Viglieri. Andremo verso le squadre di soccorso; raggiuntele daremo la posizione della tenda perché vengano in vostro aiuto.<br />
- Sarebbe una decisione grave, e mi sembra affrettata, &#8211; dichiarò Nobile. &#8211; A ogni modo, prima di prenderla, bisogna sentire anche gli altri.<br />
- Siamo venuti insieme, dobbiamo andar via insieme, &#8211; prese a implorare, con grande agitazione, Cecioni.<br />
Reazione, la sua, più che giustificata: era logico pensare, infatti, che se i naufraghi avessero cominciato ad ammettere l&#8217;idea della marcia, avrebbero finito per abbandonarlo sul ghiaccio con la sua gamba rotta in due punti e con Nobile che non stava meglio di lui; prospettiva, moralmente e materialmente, niente affatto piacevole.<br />
<a href="http://www.libriefilm.com/la-sfinge-dei-ghiacci/6443" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-5666" style="margin: 10px;" title="la-sfinge-dei-ghiacci" src="../wp-content/uploads/la-sfinge-dei-ghiacci.jpg" alt="" width="200" height="282" /></a>A me quella proposta dispiacque, ma non mi sorprese. Che la solidarietà nata fra i superstiti dopo la caduta, finisse così presto, era la logica conseguenza della composizione eterogenea dell&#8217;equipaggio. Eravamo di diverse provenienze: aeronautica, marina, università, giornali; eravamo italiani e stranieri; la correttezza dei nostri rapporti, la cortesia reciproca, erano dovute alla vernice di educazione più o meno consistente che ci copriva, non erano effetto di conoscenza e stima reciproche: fuori dei nostri gruppi eravamo estranei gli uni agli altri. Ora la vernice andava scostandosi, i sentimenti veri apparivano.<br />
Sul pack eravamo rimasti in nove: due stranieri, tre di provenienza aeronautica (dei quali solo io incolume e valido), quattro appartenenti alla Regia Marina. E ora i due ufficiali più elevati in grado dopo Nobile, proponevano la scissione del gruppo, e la volevamo immediata!<br />
Io consideravo ormai tutto finito. Era questione di qualche giorno ancora, e avremmo seguito la sorte di Pomella e dei nostri compagni scomparsi. La situazione era disperata, senza via di scampo; e, in fin de conti, perché il nostro destino avrebbe dovuto essere diverso da quello degli altri? […]<br />
29 Maggio. […]<br />
Tutti volevano andarsene; la nostra solidarietà pareva finita. Malmgren per la sua pratica dell&#8217;Artide, i marinai per la loro prestanza fisica, si credevano i soli in grado di intraprendere la marcia. Ma non c&#8217;era da farsi illusioni: nessuno di noi diede brillanti prove, né coloro che partirono, né quelli che restarono.<br />
Fra di noi chi pareva veramente inadatto alla marcia era il grasso Behounek che nonostante la giovane età (30 anni) pesava 108 chili (nudo). Aveva inoltre la vista difettosissima; ma, neppure a farlo apposta, fu quello che resistette meglio alla vita sui ghiacci!<br />
In quanto a me, io pesavo 54 chili (nudo); era quindi difficile che il ghiaccio mi si sfondasse sotto. Ero un grande camminatore, ero stato soldato, allievo a Modena, ufficiale di fanteria; non ero mai svenuto durante le marce, neppure in quelle con lo zaino affardellato. Ammettevo a priori che i marinai potessero superarmi nel nuoto, ma non nella marcia; e se si fosse dovuta raggiungere la costa, gli altri non avrebbero avuto più probabilità di me di riuscirvi. E in proposito avevo le mie idee: bisognava caricarsi il meno possibile. Le tasche piene di &#8220;pemmican&#8221; e via: o la va o la spacca.<br />
Ma non c&#8217;era da farsi illusioni. In realtà uno solo dei superstiti possedeva la forza e la capacità di traversare i ghiacci, arrivare alla terra, percorrerla, mettersi in salvo: Titina. Peccato che non fosse provvista di un intelletto adeguato.<br />
Venne l&#8217;ora di coricarsi. Eravamo tutti, almeno apparentemente, calmi; tranne Cecioni, che non nascondeva la sua agitazione.<br />
Dormivo, quando verso la mezzanotte fui svegliato dalla voce concitata di Zappi:<br />
- C&#8217;è l&#8217;orso!<br />
Uscimmo tutti dalla tenda e portammo fuori Nobile e Cecioni.<br />
- Datemi la rivoltella &#8211; disse Malmgren. E mentre la caricava continuò:<br />
- Gli sparerò io, ma non fate rumore; il minimo rumore lo farebbe fuggire.<br />
Verso la mezzanotte il sole aveva vinto lo strato di nubi, e Nobile aveva svegliato Mariano e Zappi perché facessero il punto. I due erano usciti dalla tende e, a una trentina di metri di distanza, avevano visto l&#8217;orso che stava cercando di tirar fuori dalla neve un estintore.<br />
L&#8217;orso era grande, giallastro. Aveva le zampe anteriori appoggiate su un blocco di ghiaccio, e ci osservava allungando il collo e dondolandosi.<br />
Io avevo paura, il cuore mi batteva da spezzarmi il petto, e mi pareva che quella figura di un altro mondo fosse venuta a mettere la parola FINE alla nostra avventura. E veramente, se ci fosse venuto addosso, con quattro zampate avrebbe sistemato tutto e tutti: doveva pesare almeno 250 chili.<br />
Le nostre armi erano la rivoltella, un coltellaccio, un&#8217;accetta, una lima, un pezzo di tubo, un chiodo. Io aprii il coltello a roncola (mio compagno inseparabile di tutti i voli) che a quel bestione avrebbe potuto fare, sì e no, un salasso.<br />
Davanti alla tenda rimasero seduti Nobile e Cecioni:  dietro la tenda, in piedi, stava Behounek. Nobile aveva Titina in braccio, e le teneva stretto il muso perché non abbaiasse.<br />
Malmgren avanzava lentamente verso l&#8217;orso; Mariano, Zappi, Biagi, Viglieri, io, lo seguivamo con le nostre ridicole armi. A una quindicina di metri dalla bestia Malmgren si fermò, e puntò con calma e risolutezza appoggiandola all&#8217;avambraccio sinistro: la belva continuava a osservarci allungando il collo e dondolandosi.<br />
Partì un colpo: l&#8217;orso emise un verso di dolore che parve uno starnuto, scosse la testa, agitò il muso, si voltò e scappò. Dopo una trentina di passi allargò le zampe, piombò giù, immobile.<br />
Malmgren gli corse dietro, gli si avvicinò e gli tirò altri due colpi: ma l&#8217;orso era già morto.<br />
Noi dalla paura passammo all&#8217;entusiasmo, e ci congratulammo con lo svedese, che rispose alle nostre feste dicendoci di spellare l&#8217;orso subito, prima che si congelasse. Poi se ne andò promettendoci un bollito.<br />
Il bello è che il giorno avanti, parlando con Nobile, Malmgren aveva affermato che con quella rivoltella sarebbe stato impossibile ammazzare un orso! E ora invece, grazie proprio a lui e a quella rivoltella, le nostre riserve di viveri erano raddoppiate: 200 chili di carne! Lo spettro della fame veniva allontanato: non più 45 giorni di vita, ma quasi 90! […]<br />
30 Maggio. […]<br />
Intanto l&#8217;orso approntato da Malmgren bolliva, e presto fu cotto. Avemmo così il primo brodo e il primo lesso.<br />
Il brodo si sentiva che era nutriente, ma non era buono: denso pieno di schiuma, quasi nero, dolce perché non avevamo sale. La carne era mezza cruda, coriacea, ma si capiva che, cucinata meglio, sarebbe stata ottima.<br />
In complesso, nonostante il rispetto dovuto alle inveterate abitudini degli esploratori polari, per i quali (almeno a leggere le relazioni dei viaggi) brodo e lesso d&#8217;orso costituiscono l&#8217;ordinario, non rimanemmo soddisfatti: bisognava consumare meno combustibile e ottenere una vivanda migliore.<br />
Alla fine del pasto, Nobile disse a Mariano che desiderava parlargli (certamente per convincerlo a rimanere). Mariano uscì dalla tenda, e da quel momento evitò di trovarsi solo con il Generale; anzi, stando all&#8217;esterno, disse a Zappi, ad alta voce perché Nobile sentisse:<br />
- No. Dobbiamo andar via noi due che siamo molto affiatati.<br />
<a href="http://www.libriefilm.com/nobile-e-litalia/8490" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-5667" style="margin: 10px;" title="nobile-e-italia" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/nobile-e-italia.jpg" alt="" width="200" height="282" /></a> (Mariano e Zappi erano stati compagni di corso all&#8217;Accademia Navale, erano molto amici).<br />
Nobile ci chiamò sotto la tenda:<br />
- È deciso: Mariano, Zappi, Malmgren partono. Potete procedere alla divisione dei viveri, degli indumenti di riserva, degli strumenti, degli attrezzi.<br />
Uscimmo lasciandolo solo con Malmgren. Le dichiarazioni che lo svedese gli fece, furono improntate al più nero pessimismo: ambedue i gruppi, quello che partiva e quello che restava, sarebbero periti. […]<br />
Mentre Viglieri stava procedendo con Zappi alla divisione dei materiali e dei viveri, in Biagi cresceva il desiderio di partire: a restare si sentiva sacrificato.<br />
In verità Zappi rinunciava malvolentieri a lui, e gli aveva proposto di accompagnarli, e io avevo sentito che diceva parlandone con Mariano:<br />
- Un ragazzo robusto come lui farebbe comodo.<br />
Per me, io ero convinti che tutto fosse ormai finito, e non mi interessava chi partiva e chi restava: che andassero pure tutti; la nostra sorte era comune e sarebbe stata suggellata a breve scadenza. Avevo preteso la rivoltella unicamente perché non avevo nessuna voglia di finire mangiato vivo da un orso.<br />
A Biagi che mi aprì il suo animo, risposi:<br />
- Se ne vada.. Anche lei ha diritto di tentare di salvarsi. Qui che ci sta a fare?<br />
Alla fine si decise. Entrò nella tenda, si sedete vicino a Nobile, e dichiarò:<br />
Anch&#8217;io sono buono a camminare.<br />
Dinanzi a quella dichiarazione inaspettata, Nobile rimase meravigliato e si inquietò; ma poi si contenne e gli rispose con calma che, se voleva andare, andasse.<br />
Biagi uscì dalla tenda e informò Mariano e Zappi che sarebbe andato via con loro. Viglieri, quando lo seppe, entrò nella tenda e dichiarò calmamente a Nobile:<br />
- Ma allora desidero andare anch&#8217;io.»<br />
Frattanto Behounek, che aveva assistito al colloquio fra Nobile e Biagi e ne aveva afferrato il senso, era andato a informare Malmgren.<br />
Nobile, sentita la dichiarazione di Viglieri, chiamò anche Malmgren, Mariano, Zappi:<br />
- Lascio tutti liberi di partire.<br />
- Ma i feriti non possono rimanere soli, &#8211; obiettò Mariano. Zappi si associò..<br />
- Non vi preoccupate dei feriti. Ci lascerete la nostra parte di viveri; a Cecioni penserò io.<br />
Io ero fuori della tenda, Nobile mi chiamò. Entrai, e quando fui entrato disse:<br />
- Ho deciso di lasciare tutti liberi di andarsene. Chi vuole andare, vada; e chi vuole rimanere rimanga. Vi interrogherò uno per uno cominciando da Trojani. Lei rimane o va?<br />
- Rimango.<br />
- Anche se vanno via tutti?<br />
- Anche se vanno via tutti.<br />
- Bravo! Un ti ci facevo! &#8211; esclamò Cecioni.<br />
- Io rimango con il Generale &#8211; disse Behounek.<br />
- Rimango anch&#8217;io, &#8211; dichiarò Viglieri.<br />
- Mariano, Zappi, Biagi andarono a prepararsi.<br />
Malmgren prese a parlare:<br />
- Bene! Biagi è l&#8217;unica vostra speranza [perché era il marconista, n. b.]; se loro se ne vanno, io rimango. Non tornerò in Svezia per dichiarare che ho abbandonato senza aiuto il capo della spedizione e un altro ferito: sarebbe indegno di un gentiluomo.<br />
E uscì dalla tenda.<br />
Fuori dovette aver luogo un chiarimento, perché poco dopo apparve Biagi. Aveva le lacrime agli occhi.<br />
- Rimango anch&#8217;io. Signor Generale mi perdoni; è stato un momento di debolezza.<br />
E così venne deciso che sarebbero partiti solo i tre. Viglieri e Zappi completarono, senza contrasti, la divisione dei viveri, indumenti, attrezzi.<br />
- Signor Generale, &#8211; chiese Mariano &#8211; vuole affidarmi un rapporto scritto su quanto è accaduto?<br />
- No, non ne vale la pena. Riferisca verbalmente.<br />
- Vuole scrivere una lettera per la sua famiglia?<br />
- Questo sì.<br />
E tutti quelli che rimanevano si misero a scrivere.<br />
Io non sapevo se scrivere o no. Non credevo che i tre avrebbero raggiunto la salvezza, ma pensai che loro vi si avvicinavano mentre noi ce ne allontanavamo <em>[per via della deriva del pack, n. b.]</em>, e che loro avrebbero avuto più possibilità di essere pescati da qualcuno. Avevo in tasca 3.000 lire e decisi di affidargliele nell&#8217;incerta speranza che arrivassero a mia moglie: avrebbero fatto più comodo a lei che a me.<br />
Quanto a scrivere un testamento piagnucoloso o le cosiddette ultime volontà, era fuori del mio temperamento: non avevo mai imposto, da vivo, la mia volontà a nessuno, figuriamoci se avrei voluto imporla da morto!<br />
Scrissi semplicemente ciò che in quel momento era il mio unico, il mio ardente desiderio:<br />
&#8220;State allegri, siate felici&#8221;.<br />
Poi involsi in un foglio e legai biglietto e denaro, e passai la penna a Nobile che, dopo aver messo i suoi saluti sull&#8217;esterno del mio involto, scrisse sette paginette alla moglie.<br />
Viglieri, Biagi, Behounek, Cecioni, scrivevano e piangevano.<br />
Consegnammo i messaggi. Behounek che aveva una cieca fiducia nelle qualità artiche di Malmgren gli affidò le sue lettere, a me pareva che il più duro dei tre fosse Zappi, e gli consegnai il mio pacchetto.<br />
Si avvicina il momento del distacco, e i tre oscillano fra pessimismo e ottimismo, ma è evidente che sono convinti di marciare verso la salvezza.<br />
Malmgren ha un lungo colloquio con Nobile, e non è più tanto pessimista quanto lo era stato poche ore prima. Crede al successo della marcia, crede alla possibilità di tornare a soccorrerci. Dà a Nobile una quantità di istruzioni e di consigli, e l&#8217;ultimo consiglio che gli dà è il più importante:<br />
- Resistete, resistete fino alla fine. Molte spedizioni sono state salvate all&#8217;ultimo momento.<br />
Zappi, sperando forse che l&#8217;incoraggi, mi chiede cosa penso della loro impresa; io non glielo nascondo:<br />
- La nostra è un&#8217;agonia statica, la vostra sarà un&#8217;agonia dinamica. La differenza è poca, il risultato sarà lo stesso. […]<br />
Fu così che i tre se ne andarono. Con quale animo partissero è impossibile dirlo: ciò che avevano in mente lo sapevano solo loro.<br />
Non c&#8217;è dubbio che sarebbero stati contentissimi di tornare in veste di salvatori, ma a me parvero anche (Zappi più degli altri) agitati dall&#8217;istinto di conservazione. Il più in buona fede mi era sembrato Malmgren, ma anche lui agiva confusamente: partiva per salvarci, e contemporaneamente dichiarava che unica nostra speranza era la radio. Certamente lui solo si rendeva conto delle difficoltà della marcia; gli altri due l&#8217;avevano affrontata con disinvoltura, pensando di cavarsela in un paio di settimane.<br />
La quasi totalità dei rimasti era convinta che partire volesse dire salvarsi; rimanere morire. Che la salvezza dei tre avrebbe generato automaticamente la nostra, era un assurdo: noi, se la radio non fosse stata sentita, avremmo potuto essere ritrovati solo per caso, come dimostrarono i fatti che seguirono.<br />
A ogni modo, partiti i tre, cessò l&#8217;agitazione provocata dalla loro iniziativa, e respirammo, nonostante che la nostra situazione fosse disperata. Disperata più di prima, perché ci venivano a mancare due ufficiali validi, esperti nel fare il punto, e perché non era più con noi lo svedese, unico membro della spedizione pratico dell&#8217;Artide.<br />
I quattro rimasti con i feriti erano restati di loro volontà, e sapevano cosa li aspettava: la morte a breve scadenza, con un filo assurdo di speranza: la radio.<br />
Cosa ci fosse veramente nell&#8217;animo dei miei compagni non lo sapevo, ma Nobile mostrava una serenità e una calma ammirevoli, il suo contegno era perfetto. Conservando, almeno in apparenza, una fiducia incrollabile nella radio, dispose che le chiamate fossero continuate regolarmente agli orari prefissati, e asseriva:<br />
- Prima o poi, qualcuno ci sentirà.<br />
Ci esortava a essere sereni, ad aver fiducia in Dio, a credere nell&#8217;efficacia della preghiera.<br />
- Milioni di persone stanno pregando per noi, e tante preghiere non possono restare senza effetto.<br />
Cecioni era ancora disperato, non poteva persuadersi di dover morire, piangeva; ma almeno non era più terrorizzato dall&#8217;idea di venire abbandonato solo con Nobile.<br />
Viglieri era un bravo ragazzo: buono, educato, sarebbe stato impossibile non volergli bene. Gentile, calmo, sereno, era nei rapporti con noialtri sempre cortese, e assolveva al suo compito di fare il punto con sicurezza e perfetta padronanza del mestiere.<br />
Behounek era per me un enigma. Con la vista assai difettosa, pesante, inetto a qualsiasi lavoro fisico, incapace di fare dieci passi senza sfondare il ghiaccio, trascurato nel vestire come un vero scienziato, già quasi a piedi nudi, cercava di compiere nel modo migliore le sue mansioni. Suo punto debole era la carne dell&#8217;orso: non gli piaceva, e quando cominciò a frollare gli divenne intollerabile. Ma non si lamentava: si faceva forza e mandava giù.<br />
<a href="http://www.libriefilm.com/la-balena-del-cielo/8491" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-5669" style="margin: 10px;" title="la-balena-del-cielo" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/la-balena-del-cielo.jpg" alt="" width="200" height="271" /></a>Dimostrava una grande serenità, una serenità tale da far dubitare che capisse la nostra situazione. Ma se non la capiva, come giustificare la decisione con la quale era intervenuto affinché uno degli ufficiali di marina restasse?<br />
Biagi valeva un tesoro. Sereno, quasi allegro, trasmetteva e stava in ascolto alla radio giorno e notte senza scoraggiarsi, senza stancarsi. E se nei primi giorni potemmo dubitare delle sue qualità tecniche, alla fine capimmo quanto grande fosse la sua capacità professionale.<br />
Premuroso e pronto, non si rifiutava a nessun servizio. Era quasi sempre lui che accudiva ai feriti, che vuotava la cassetta di legno e l&#8217;involucro di un grosso thermos che Nobile e Cecioni, non potendo muoversi, erano costretti a usare per le loro necessità.<br />
Di Titina, povera bestiola, non si poteva proprio dir male. Era affettuosa con tutti, non dava noia a nessuno, si accontentava degli scarti dell&#8217;orso.<br />
In quanto a me, io non sapevo cosa fare, non sapevo cosa pensare. Non ero pentito di essere rimasto, ma temevo di non reggere.<br />
Una distesa di ghiacci che non finiva mai, e su di essa un cielo plumbeo o un sole sfolgorante. E quella distesa che pareva immobile andava, andava e ci trascinava non sapevamo dove. E una luce continua, accecante, senza un filo d&#8217;ombra, senza il refrigerio di una notte vera.<br />
Ancora un&#8217;ottantina di giorni, e i viveri sarebbero finiti. E dove ci saremmo trovati? In una regione ancor più desolata? In mare libero?<br />
Avremmo potuto forse uccidere un altro orso e aumentare le nostre riserve. Ma ne valeva la pena? A che cosa sarebbe servito? Sarebbe venuta la notte polare, con la notte il freddo, e il freddo ci avrebbe ammazzati come mosche.<br />
La morte avanzava lenta, inesorabile: pareva di vederla, pareva di toccarla. Pareva di essere già in un altro mondo. Del nostro sentivamo e sapevamo tutto; ma il nostro mondo non ci sentiva e, forse, non ci ascoltava più.<br />
La morte non mi metteva paura. Pensavo che la morte per fame, in quel deserto, sarebbe stata una morte placida. Quella che era tremenda, era l&#8217;attesa. Che fare?<br />
I proponimenti più disperati mi si affollavano alla mente, ma, uno a uno, li respingevo.<br />
Pensavo ai mie compagni perduti, pensavo alla mia famiglia, e provavo un grande struggimento.<br />
Ma, in fin dei conti, perché impressionarsi? Prima o dopo dovevo pur morire e vivere ottanta giorni o vivere ancora quarant&#8217;anni era la stessa cosa.<br />
Così, gradualmente, vinsi la lotta interna, cominciò a entrare in me la rassegnazione, e mi rassegnai.<br />
Decisi di essere sereno, di essere tranquillo, di essere calmo. Di resistere fino all&#8217;ultimo, di aiutare i miei compagni fino all&#8217;ultimo. Di non ammainare la mia bandiera, di non macchiare la mia cravatta.<br />
Rinuncia a ogni desiderio, a ogni rimpianto, e una grande serenità entrò nel mio animo. I giorni che seguirono furono i più belli della mia vita.<br />
Solo due cose mi turbavano perché minacciavano di togliermi dallo stato di rassegnazione così penosamente raggiunto: i &#8220;gne gne&#8221; dell&#8217;emittente che lanciava i suoi inutili appelli, e i pianti e i lamenti di Cecioni. La trasmittente l&#8217;avrei presa a calci, l&#8217;avrei distrutta. A Cecioni dicevo:<br />
- Perché piangi? Perché ti dispiace morire? Credi di valere tanto? Pensi che con la tua morte la terra cesserà di girare? Sta&#8217; tranquillo, che il mondo non finirà per così poco.<br />
Ma lui non gustava quel mio modo di consolarlo.<br />
I miei compagni mi videro sempre con gli occhi asciutti, ma non è vero che io non abbia pianto mai.<br />
Quando ero di guardia la notte e mi trovavo solo, pensavo a mia moglie e al mio bambino e piangevo. Piangevo di tenerezza».</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Non si può dire che Trojani possieda delle vere qualità di scrittore, però il suo stile asciutto e vigoroso ha un certo fascino, tipico dell&#8217;uomo d&#8217;azione che deve impugnare la penna per raccontare una grande esperienza vissuta ai confini della morte.</p>
<p style="text-align: justify;">Le pagine che abbiamo scelto sono notevoli per lo sforzo di verità psicologica che le pervade: è come se l&#8217;Autore, giunto a guardare in faccia la fine, getti ogni ipocrisia dietro le spalle e scavi nell&#8217;animo suo e dei suoi compagni, per riconoscervi i sentimenti più intimi: disperazione, angoscia, smarrimento, speranza, ostinato spirito di conservazione.<br />
Lucida e obiettiva è l&#8217;analisi dei motivi che hanno portato all&#8217;incrinarsi, e, infine, al dissolversi dello spirito di solidarietà all&#8217;interno del gruppo eterogeneo dei naufraghi, così come la capacità di leggerne le motivazioni più profonde come in filigrana, attraverso le cose dichiarate ai compagni e, forse, sinceramente credute, ma non sempre altrettanto sentite.</p>
<p style="text-align: justify;">I tre che decidono di partire lo fanno sostanzialmente spinti dall&#8217;istinto di sopravvivere: Mariano e Zappi dicono di voler cercare soccorsi, ma desiderano salvare se stessi, convinti come sono che rimanere nella «tenda rossa» equivalga a un suicidio. Malmgren appare come il più idealista: lui, il più esperto dell&#8217;Artide, finisce per convincersi che la loro marcia può recare la salvezza anche agli altri; e, comunque, è sempre stato persuaso che, senza di lui, gli altri non ce la farebbero. È quindi il senso del dovere che lo sprona, più che lo spirito di conservazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Viglieri e Biagi sono due figure un po&#8217; sbiadite, anche se volonterose; hanno un momento di debolezza quando accarezzano l&#8217;idea di partire anch&#8217;essi, ma poi ci ripensano e restano coi compagni ferirti. Biagi, specialmente, appare come il compagno ideale con cui condividere una situazione così altamente drammatica, quasi disperata.</p>
<p style="text-align: justify;">I due feriti sopportano la sventura in modo molto diverso. Cecioni, grosso e pesante, è una figura patetica: il terrore di essere abbandonato lo domina e lo rende lamentoso; poi, anche dopo la partenza del terzetto, non fa che piagnucolare sulla propria sorte. Le rudi parole con cui Trojani lo affronta, forse per scuoterlo mediante l&#8217;ironia, ricordano quelle di Achille al supplicante Licaone: «Perché ci tieni tanto a vivere? Altri, migliori di te, sono morti: tutti dobbiamo morire; ti credi forse più degno di vivere?».</p>
<p style="text-align: justify;">Nobile, invece, appare sereno e dignitoso, grande anche nella sciagura; si vede che l&#8217;Autore ha un&#8217;autentica venerazione per lui. La sua decisione di lasciare tutti liberi di decidere se partire o se rimanere appare stoica e generosa al tempo stesso. Ci si può domandare, peraltro, se tale democraticismo sia quello che ci si aspetterebbe da un capo nel momento del pericolo e delle supreme decisioni. Non avrebbe egli forse il compito di imporre la propria volontà, una volta che abbia valutato la giusta condotta da tenere per la salvezza di tutti? Nobile, tuttavia, è ferito e non può camminare; forse quella sua condizione lo fa sentire a disagio nel ruolo di capo: forse teme che, se impedisse agli altri di partire, essi potrebbero giudicare la sua decisione come dettata da motivi egoistici, dal timore di restare solo con il povero Cecioni, ad attendere &#8211; inerme &#8211; la morte sul ghiaccio.</p>
<p style="text-align: justify;">È solo un&#8217;ipotesi. Ma il carattere amletico di Nobile sarà confermato, di lì a non molto, dal suo contegno davanti al pilota svedese Lundborg: in quella circostanza, e sia pure con le migliori intenzioni e con l&#8217;approvazione dei compagni, egli, probabilmente, prenderà la decisione sbagliata: quella di partire da solo. Certo, con la speranza di tornare entro poco tempo per salvare tutti gli altri: ma un comandante non deve sperare, deve tenersi alla realtà. E la realtà è che, nelle situazioni di pericolo, un comandante non dovrebbe mai accettare di mettersi in salvo per primo, e sia pure sotto la pressione di circostanze esterne.</p>
<p style="text-align: justify;">Le polemiche conseguenti a quella sua decisione gli avrebbero amareggiato il resto della vita e avrebbero condizionati anche la sua carriera professionale, nonché la sua vicenda umana. Anche se Nobile, in tutte le sue memorie, ha sempre ribadito di aver fatto la cosa giusta e allontanato con sdegno anche solo il sospetto che la sua decisione possa essere scaturita da motivazioni men che nobili e totalmente disinteressate, la ferita per quei sospetti, che lo accompagnarono sempre da allora in poi, non si è più rimarginata. La commissione governativa istituita all&#8217;uopo, del resto, gli diede torto; e chi può sapere se quella sentenza, da lui vissuta come una grave ingiustizia e come una macchia immeritata sul suo onore di militare, non abbia contribuito a spingerlo, nel dopoguerra, verso posizioni politiche apertamente comuniste?</p>
<p style="text-align: justify;">Behounek, lo scienziato cecoslovacco, è forse quello il cui profilo appare più lineare, nelle pagine di Trojani: grasso, inadatto alle marce e al lavoro fisico, sopporta con ammirevole serenità la difficile situazione e si comporta con perfetto cameratismo, senza mai lamentarsi e senza mai disperare. Egli stesso ha scritto, in seguito, le proprie memorie; ci riserviamo di riparlarne in un&#8217;altra occasione, per confrontare i due punti di vista.</p>
<p style="text-align: justify;">Infine, l&#8217;Autore stesso. Egli ci apre il suo cuore con estrema franchezza, ci confessa le sue debolezze e le sue lotte interiori, e ci appare come il più coerente e solidale del gruppo: avrebbe potuto unirsi a Mariano, Zappi e Malmgren, perché in buone condizioni fisiche e sperimentato ufficiale in guerra, ma vi rinuncia senza un solo pentimento. Ammira il generale Nobile e vuole restargli vicino; inoltre, giudica indegno abbandonare i compagni feriti. Quanto alle possibilità di salvezza, dice di non essersi mai fatto illusioni, e di aver ribadito a Zappi che andare o restare era la stessa cosa, poiché, tanto, sarebbero morti comunque.</p>
<p style="text-align: justify;">Poi, però, ci racconta di aver scritto alla famiglia e di aver consegnato la lettera a Zappi, che, sembrandogli il più duro, gli dava l&#8217;idea di potercela fare. Non è questa una contraddizione? Affidare una lettera e una cospicua somma di denaro allo stesso uomo che ritiene destinato alla morte, e sul quale insinua il sospetto di una motivazione egoistica, sia pure ammantata di buone intenzioni e di belle parole. Ecco, questo è un punto che non convince, e che &#8211; bisogna proprio dirlo? &#8211; spiace un poco al lettore, perché getta un&#8217;ombra sul conclamato sforzo di obiettività da parte del Narratore.</p>
<p style="text-align: justify;">D&#8217;altra parte, il fascino di quella vicenda, dal punto di vista psicologico e morale, sta proprio in questa ambiguità di fondo, in questa impossibilità di separare nettamente, con un tratto di penna, le motivazioni altruistiche da quelle egoistiche. Ne abbiamo già discusso nella recensione del film di Michail K. Kalatozov, per cui non insisteremo oltre su questo aspetto.</p>
<p style="text-align: justify;"><span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/luigi-pirandello" target="_blank">Pirandello</a></span> e altri scrittori, tra i quali il giapponese Akutagawa (dalla cui opera è tratto il celebre <a title="Rashomon" href="http://www.libriefilm.com/rashomon/8400"><em>Rashomon</em></a> di Akira Kurosawa) ci mettono in guardia circa il problema della molteplicità dei punti di vista e della indecidibilità della verità, anzi, dell&#8217;assunzione di un qualsiasi criterio di verità, specialmente quando le nostre uniche fonti sono dirette parti in causa in una determinata vicenda, e non osservatori esterni e spassionati.</p>
<p style="text-align: justify;">Difficile dire, pertanto, fino a che punto la pretesa di Trojani di porsi come narratore obiettivo e attendibile possa venire accolta, anche se la sua buona fede è fuori discussione. Del resto, questo è un problema inestricabilmente connesso a qualsiasi tipo di memorialistica, e specialmente alla memorialistica storica. Chi potrebbe prendere interamente per buona la versione della guerra gallica fornitaci da Giulio Cesare, e chi potrebbe usare il <em>Memoriale di Sant&#8217;Elena</em> quale unica fonte per la vicenda napoleonica?</p>
<p style="text-align: justify;">Sia come sia, il funereo pessimismo di Trojani risulterà eccessivo, dopo tutto; perché tanto gli uomini  rimasti sotto la «tenda rossa», quanto Zappi e Mariano (ma non il povero Malmgren, che sarebbe morto di fatica e di stenti) verranno salvati, alla fine, e sia pure attraverso lunghe, complesse e, in parte almeno, penose vicende, accompagnate anche da furiose e impietose polemiche sia in Italia, sia all&#8217;estero; e senza dimenticare che le operazioni di soccorso sarebbero costate la vita ad uno dei più grandi esploratori polari di tutti i tempi: Roald Amundsen, una leggenda vivente, colui che aveva conquistato per primo il Polo Sud.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto, con il gentile consenso dell&#8217;Autore, dal sito <a href="http://www.ariannaeditrice.it">Arianna Editrice</a>.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/la-decisione-difficile-di-felice-trojani.html' addthis:title='La decisione difficile di Felice Trojani ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Le origini misteriche della razza padrona</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Apr 2010 08:52:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Leonello Rimbotti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Pubblicate in italiano due importanti opere di Guido von List, principale teorico della 'teosofia ariana' che si inverò nella rivoluzione nazionalsocialista]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/le-origini-misteriche-della-razza-padrona.html' addthis:title='Le origini misteriche della razza padrona '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storiacontemporanea48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Storia contemporanea" /><br/><p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.ibs.it/code/9788861480384/list-guido-von/religione-degli-ariogermani-e.html?shop=2317"><img class="alignright size-medium wp-image-4522" style="margin-right: 10px; margin-left: 10px;" title="la-religione-degli-ariogermani" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/la-religione-degli-ariogermani-212x300.jpg" alt="" width="212" height="300" /></a>Elemento decisivo per comprendere l’identità ideologica del Nazionalsocialismo è il sostrato di contro-cultura esoterica e millenarista presente in Germania e Austria tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. Qui si ebbe l’improvviso rampollare di una sintesi dirompente tra pangermanesimo völkisch, filosofia romantico-idealistica, settarismo paramassonico “di frangia” e razzialismo teosofico.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo bruciante composto culturale si colloca come preciso antefatto ideologico del Nazionalsocialismo sotto la veste, generalmente oggi riconosciuta dagli storici, di neo-gnosticismo. Dell’antica Gnosi, quei prodromi intellettuali, così come il loro tardo prodotto politico, conservarono infatti il fondamento dualistico: Bene e Male si disputano le sorti dell’universo in una lotta titanica mai doma, il principio della luce essendo costantemente insidiato da quello della tenebra, egemone nel mondo delle cose fisiche. Uniti a questa impostazione, l’afflato magico-misterico, l’idea di custodire un arcano sapere proveniente dai dispersi mondi dell’Origine e l’annuncio escatologico di un Salvatore sovrumano, scaturito dalle profondità della comunità dei giusti e dei puri, furono tasselli essenziali dell’antico gnosticismo. Ripresi tali e quali in epoca moderna, prima dalla cultura esoterista e pangermanica del tardo Ottocento, poi da quell’ideologia politica dell’integralismo pan-ariano che si appalesò in pieno Novecento nei brevi anni del Terzo Regno.</p>
<p style="text-align: justify;">Il pensiero ariosofico che si rese visibile nell’Austria tedesca a cavallo dei secoli XIX e XX reca essenzialmente il nome di Guido von List. Colui che, assieme al più giovane Lanz von Liebenfels, gettò le basi per un’organica sistemazione culturale di fondamenti sin lì sparsi di sapere, mai posti prima apertamente alla base di precise rivendicazioni non solo metafisiche, ma storiche e politiche. List parlò con chiarezza di nuove aristocrazie di dominatori arii, un Ordine selezionato atteso da un destino di potenza materiale, che altro non sarebbe stato che il riflesso terreno di più ardite sintesi cosmiche tra poteri di armonia e di bellezza, alla fine usciti vittoriosi dalla lotta ultraterrena. Riverberi di teosofia e di misteriosofia pagana lavorati con materiali dialettici formularono la visionaria certezza che si fosse a una svolta di epoche. List, in questo senso, appare, con tutto il suo complesso formulario logico e insieme irrazionalistico, come uno dei maggiori annunziatori dell’<em>eschaton</em>, cioè l’era dell’avvento finale di un Regno di liberazione del germanesimo dai ceppi che la Chiesa cristiana gli aveva imposto per secoli, costringendolo all’occultamento.</p>
<p style="text-align: justify;">La recente uscita di due brevi testi di Guido von List contribuisce a fare chiarezza su un personaggio conosciuto tardi in Italia, e che solo da poco vede riconosciuti dagli storici i suoi titoli di profeta ideologico del Nazionalsocialismo. Si tratta de <em>La religione degli Ariogermani </em>e <em>Urgrund </em>(il fondamento primordiale dell’esistenza), pubblicati in unico volume dalle Edizioni Settimo Sigillo. L’ampia introduzione di Marcello De Martino fa luce sulla griglia ideologica di List, stabilendone i nessi con il pensiero neoplatonico, con l’hegelismo e con la moderna <a title="indoeuropeistica" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/indoeuropei">indoeuropeistica</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Si tratta essenzialmente di una riedificazione di miti. Attingendo agli antichi testi del germanesimo, List reimpastava – e a volte liberamente reinterpretava – gli archetipi culturali, storici e razziali, pervenendo alla formulazione di una rinnovata mitopoiesi aria. Il sostrato neo-gnostico e gli apporti teosofici sono del resto ben evidenti in List.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/le-radici-occulte-del-nazismo/6891"><img class="alignleft size-medium  wp-image-4524" style="margin: 10px;" title="radici-occulte-del-nazismo" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/radici-occulte-del-nazismo-193x300.jpg" alt="" width="193" height="300" /></a>Egli, alla maniera della leader teosofica Blavatsky e, prima ancora, dell’illuminista eretico Fabre D’Olivet (il primo moderno a elaborare una genesi “boreana” della razza bianca), si diceva convinto di un’origine nordica della civiltà mondiale, che da insediamenti iperborei si sarebbe irraggiata ai quattro angoli del pianeta, dando vita ovunque alle civiltà storiche superiori.</p>
<p style="text-align: justify;">De Martino evidenzia assai bene gli apporti culturali di cui List si servì. Che non furono soltanto occultistici e teosofici. Ma anche neo-platonici e infine hegeliani. Soprattutto per la struttura triadica che List attribuiva alla realtà ancestrale. La Triade divina si esprimeva nel ciclo di nascita-crescita-morte con rinascita: questo il segreto dell’essere che vive e si rinnova in natura. E questo anche il riposto motore delle ritornanti epifanie della storia. Antichissima elaborazione greca, questa visione ternaria era presente ad esempio in Proclo e fu poi, in epoca moderna, alla base della dialettica hegeliana. Si richiamano così i conosciuti riflessi che questo schema ebbe in epoca rinascimentale, nella filosofia ermetica neo-pagana (ad esempio Ficino), laddove la stessa Trinità cristiana non fu che una derivazione da più arcaiche suggestioni pagane. Tale visuale metafisica – in cui trovava posto l’idea di una divinità estensibile anche all’uomo, attraverso un fitto intreccio di Logos e spiriti intermedi, come nella <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religione</a> persiana antica – era inserita da List in una concezione di tipo cosmologico, naturalistico e magico-teurgico, al cui apice si avevano <a title="simbologie" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbologie</a> di creazione non solo numerali, ma solari: tra queste, somma era la <a title="Triskel" href="http://www.centrostudilaruna.it/triskell-agli-albori-del-mondo-celtico.html"><em>Triskelis</em></a>, elaborazione dello swastica, che rappresenta il moto di creazione della materia in movimento, altrimenti da lui chiamato <em>Feuerquirl</em>, la trottola di fuoco.</p>
<p style="text-align: justify;">Ne <em>La religione degli Ariogermani</em>, List ripete la sua convinzione centrale che la <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religione</a> primigenia della razza aria, definita <em>Wihinei</em>, distaccandosi dalla <em>Kala</em>, il sacro linguaggio delle epoche primeve, si sarebbe divaricata in due tronconi, uno segreto ed elitario, rappresentato dall’armanesimo, ed uno popolare e devozionale, il wotanismo. L’uno e l’altro, tuttavia, a diversi livelli, rimasero ugualmente in possesso dell’arcana sapienza, pur ristretta entro recinti occulti. In particolare, della storia List dava una sua speciale spiegazione, asserendo l’esistenza di un filo sotterraneo di collegamento, lungo il quale sarebbe corsa la tradizione misterica aria attraverso i secoli, conservandosi sostanzialmente inalterata. In questo modo, lo spirito dell’arcaica gerarchia sapienziale, l’<em>Armanenschaft</em>, sarebbe sopravvissuto reincarnandosi volta a volta nei Rosa-Croce, nel sapere magico-alchemico rinascimentale, negli Ordini cavallereschi, in talune espressioni ereticali e neo-pagane della Massoneria tradizionalista. E persino nella Kabala, da List ascritta non già al giudaismo, che se ne sarebbe appropriato in epoche più tarde, ma agli scienziati ermetici attivi nel regno visigoto della Spagna alto-medievale. Tutti questi ambienti, rigidamente devoti alla superiore <em>Armantreue</em>, la fedeltà armanista, sarebbero stati i gelosi custodi di una conoscenza mai veramente sepolta. L’araldica, per dire, oppure addirittura il sistema di costruzione delle antiche case germaniche “a graticcio”, non sarebbero stati per List che metodi escogitati nei secoli dalla cultura popolare ariogermanica per esprimere esotericamente quel sacrale linguaggio delle rune che non poteva esprimersi altrimenti, in presenza delle repressive misure ovunque attuate dalla Chiesa nei confronti delle rimanenze pagane.</p>
<p style="text-align: justify;">Più ancora delle speculazioni gnostiche, a volte logiche, altre volte francamente capziose, ma più spesso di suggestiva fantasia, List interessa per la sua ricostruzione dei primordi della civiltà indogermanica, da lui collocata a fondamento della civiltà <em>tout court</em>. Giustamente De Martino, sulla scorta dei giudizi già dati dal Mosse, che lo avvicinò al visionarismo di altri mistici dell’arianesimo come Alfred Schuler, fa di List un intuitivo, ma indubbio anticipatore di approcci decisamente più scientifici, del tipo di quelli di Dumézil, che, sia pure per altre vie, raggiunse grosso modo le medesime conclusioni di List.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-medium wp-image-4523" title="das-geheimnis-der-runen" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/das-geheimnis-der-runen-209x300.jpg" alt="" width="209" height="300" /> L’Ottocento conobbe la nascita degli studi di <a title="indoeuropeistica" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/indoeuropei">indoeuropeistica</a>. Ebbe in Schlegel, <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/arthur-schopenhauer" target="_blank">Schopenhauer</a></span> e Max Müller gli anticipatori filosofici e linguistici dell’unità delle culture pre-storiche che fondarono la civiltà europea e indoiranica, identificata con la civiltà mondiale. Dietro di loro, un vasto mondo di eruditi – con metodi più o meno scientifici – si appassionò al tema e redasse complessi sistemi di ricostruzione della perduta unità delle genti arie. List riconobbe nell’organizzazione sociale degli ariogermani una suddivisione in tre ordini, non dissimile da quella che poi verrà sistematizzata dagli studi di Dumézil: «La classe intellettuale aveva pertanto la guida e il controllo del popolo e dello Stato: da questa derivavano gli scaldi e i giudici, quali custodi dei riti, così come i re, i conti e i duchi; ma tutti costoro appartenevano anche alla classe contadina», si legge nell’<em>Urgrund</em>. Ma anche ne <em>Il segreto delle rune</em>, List si disse convinto che la suddivisione della società aria in tre ranghi funzionali – maestri, guerrieri e produttori – non era che il riflesso del sistema gerarchico che vige in natura, secondo l’andamento, sopra ricordato, del “crescere-lavorare-morire per rinascere”.</p>
<p style="text-align: justify;">La <em>Arktogaia</em>, cioè a dire la <em>Urheimat</em>, la patria primordiale della gente aria, List la individuò nel Nord estremo: «Il nostro mito originario ci rivela con estrema chiarezza che le regioni settentrionali della terra, compreso il Polo Nord, non solo erano abitate, ma che lo stesso Polo Nord fu la culla della razza originaria dolicocefala, dalla pelle bianca, dai capelli biondi e dagli occhi azzurri: questi era l’<em>homo europaeus</em>, l’Ariano». Tutto sommato, non diversamente concluderanno i loro studi specialisti di ogni tendenza, da Tilak a Benveniste, da Dumézil a Devoto o Bucci.</p>
<p style="text-align: justify;">Si tratta di un composito sistema che, partito da analisi linguistiche dei testi arcaici, quali l’<em>Edda </em>o la <em>Voluspà</em>, l’<em>Avesta </em>o il <em>Codice di Manu</em>, pervenne nei primi decenni del Novecento alla saldatura con la galassia del pangermanesimo filosofico-politico, attiva in Germania e nell’Austria tedesca. Qui si creò la sintesi tra erudizione individuale e associazionismo tradizionalista, rappresentato da ambienti della divulgazione ideologica, come la berlinese Guido von List-Gesellschaft, il Reichshammerbund, il Germanenorden o la Thulegesellschaft. Come sappiamo, l’ultima, in modo particolare, costituì l’anello di congiunzione tra i sodalizi elitari ariogermanici e la militanza propriamente politica della nascente NSDAP.</p>
<p style="text-align: justify;">La promessa millenarista dichiarata da queste cerchie (ma secondo un millenarismo estraneo alla tradizione giudeocristiana, rifacentesi piuttosto all’apocalittica iranica e mazdea) era che presto una nuova Età dell’Oro sarebbe sorta, in cui l’arianesimo sarebbe uscito dal suo cerchio occulto, manifestandosi apertamente. Di lì a qualche decennio, il Terzo Reich passerà all’attuazione pratica di tale profezia, proponendosi l’erezione di nulla di meno che un impero teocratico pan-ariano su base popolare.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>* * *</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>Linea </em>del 29 agosto 2008.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/le-origini-misteriche-della-razza-padrona.html' addthis:title='Le origini misteriche della razza padrona ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Il mistero dell’Artide preistorica: Thule</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Nov 2009 10:12:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Julius Evola</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Una rassegna su miti, tradizioni e leggende che riconducono le origini degli Indoeuropei a una patria originaria nelle regioni artiche]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/il-mistero-dell%e2%80%99artide-preistorica-thule%ef%80%a0.html' addthis:title='Il mistero dell’Artide preistorica: Thule '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/labrys.png" width="48" height="48" alt="" title="Indoeuropei" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/evola48x48.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Julius Evola" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/yggdrasil.thumbnail.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Simboli e simbologia" /><br/><p style="text-align: justify;">È cosa assai caratteristica, che in seno a tutto un gruppo di ricerche recentissime sulla preistoria facciano nuova apparizione idee antiche, fino a ieri considerate come puri miti.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/thule-il-sole-ritrovato-degli-iperborei/2607" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-3229" style="margin: 10px;" title="thule" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/thule.jpg" alt="thule" width="200" height="299" /></a>Una di tali idee si riferisce alla leggendaria terra primordiale degli <em>Iperborei</em>. Messa sotto cauzione la presunta certezza, che nella preistoria avrebbe <em>soltanto </em>vissuto un’umanità scimmiesca; giunti ad affrontare il problema delle origini con uno sguardo nuovo e spregiudicato, fino a sospettare che già l’età della pietra sia stata testimone di una vera e propria civiltà di tipo superiore, simbolico-spirituale dei distinti ricercatori come «ipotesi di lavoro» per una grande sintesi, oggi, han ripreso proprio quell’idea. La patria primordiale di una razza bianca preistorica altamente civilizzata, tanto da venir considerata come «divina» dagli antichi, sarebbe stata proprio l’Artide, il Polo Nord, la favolosa Iperboride.</p>
<p style="text-align: justify;">L’apparenza paradossale di questa tesi viene meno non appena si ricordi ciò che la fisica insegna intorno ai fenomeni derivanti dalla cosiddetta «precessione degli equinozî». A causa dell’inclinazione dell’asse terrestre di epoca in epoca si produce uno spostamento di clima sulla terra. Se sotto ai ghiacci polari è stato rinvenuto del carbon fossile, ciò vuol dire che un tempo in quella zona vi furono foreste e fiamme. Il congelamento non sarebbe intervenuto nella zona artica che in un periodo successivo. Una delle designazioni per l’<em>Asgard</em>, sede delle «divinità» e patria originaria dei ceppi regali nordici, secondo le tradizioni scandinave, è l’«isola verde» o «terra verde», in tedesco moderno <em>Grünes-Land</em>, donde <em>Groenlandia</em>. Ma questa terra, come lo dice il suo nome, ancor sino al tempo dei Goti sembra presentasse una rigogliosa vegetazione e non fosse ancora investita tutta dal congelamento. Ma vi è di più: nella regione dei ghiacci artici recentemente le spedizioni del canadese Jenness, dei danesi Rasmussen, Therkel e dell’americano Birket-Smith han fatto dei rinvenimenti archeologici invero singolari: in fondo sotto i ghiacci si son trovati resti di civiltà di ben più alto grado di quella esquimese e relitti di strati ancor più antichi, preistorici. A tale civiltà è stato dato il nome di civiltà di <em>Thule</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><em><a href="http://www.libriefilm.com/lorigine-delle-lingue-indoeuropee/6122" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-3028" style="margin: 10px;" title="origine-lingue-indoeuropee" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/origine-lingue-indoeuropee.jpg" alt="origine-lingue-indoeuropee" width="200" height="282" /></a>Thule </em>è il nome che i Greci davano appunto a una regione o isola dell’estremo nord, la quale si confonde spesso con quelle terre degli Iperborei, donde sarebbe venuto il solare Apollo, cioè il dio delle razze dorico-achee scese effettivamente dal nord in Grecia. E di Thule Plutarco dice che in essa le notti per circa un mese duravano <em>due sole ore</em>: è proprio la «notte bianca» dei paesi boreali. E se altre tradizioni elleniche chiamano il mare boreale Mare Cronide, cioè Mare di Kronos (Saturno), questa è un’indicazione significativa, poiché Kronos veniva concepito come uno degli dei dell’età dell’oro, cioè dell’età primordiale, dell’età prima dell’umanità.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora, se noi ci portiamo in America, nelle civiltà azteche del Messico troviamo corrispondenze così singolari, che esse si estendono fino ai nomi. Infatti gli antichi messicani chiamavano Tlapallan, Tullan e anche <em>Tulla </em>(l’ellenica <em>Thule</em>) la loro patria primordiale. E come la Thule ellenica veniva riferita al <em>solare </em>Apollo, così ecco che anche la Tulla messicana vien considerata come la «Casa del <em>Sole</em>».</p>
<p style="text-align: justify;">Ma confrontiamo tali tradizioni messicane con quelle celtiche. Se i lontanissimi progenitori dei Messicani sarebbero venuti in America da una Terra nordico-atlantica, ecco che le leggende irlandesi ci parlano della «razza divina» del <em>Tuatha dè Danann</em>, la quale sarebbe venuta in Irlanda dall&#8217;Occidente, da una mistica terra atlantica o nordico-atlantica, l’Avallon. Si direbbero, dunque, due forme di uno stesso ricordo. Le due civiltà corrisponderebbero a due irradiazioni, americana l’una, europea l’altra, partite da un unico centro, da un’unica sede scomparsa (mito dell’Atlantide), ovvero congelate. Ma vi è di più, nel senso che, se passiamo nel campo delle indagini positive moderne, troviamo elementi che potrebbero benissimo concordare con questi echi leggendarî. Infatti sul litorale atlantico europeo (soprattutto nella cosiddetta cultura delle Madéleines) esistono tracce ben precise di una civiltà vera e propria e di un tipo di umanità — il cosidetto <em>uomo Cro-Magnon </em>— che appare di uno sviluppo ben superiore rispetto alle razze quasi animalesche del cosiddetto «uomo glaciale» o «musteriano» abitanti allora l’Europa. I frammenti pervenutici di questa civiltà sono di tale natura, da far dire a dei ricercatori, che i Cro-Magnon potrebbero ben definirsi gli Elleni dell’età della pietra. Ora, questa razza dei Cro-Magnon, apparsa enigmaticamente nell’età della pietra lungo il litorale atlantico fra razze inferiori e quasi scimmiesche, non potrebbe forse essere la stessa cosa dei <em>Tuatha dè Danann</em>, della «razza divina» venuta dalla misteriosa terra nordico-atlantica, di cui nelle accennate leggende irlandesi? E i miti circa le lotte fra le «razze divine» sopravvenute e le razze di «demoni» o mostri, non sarebbero per caso da interpretarsi come echi fantastici della lotta svoltasi fra quelle due razze, fra gli uomini Cro-Magnon, «gli Elleni dell’età della pietra», e gli uomini «musteriani» animaleschi?</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/meditazioni-delle-vette/658" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-3230" style="margin: 10px;" title="meditazioni-delle-vette" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/meditazioni-delle-vette.jpg" alt="meditazioni-delle-vette" width="200" height="285" /></a>Tornando ai ricordi tradizionali, non soltanto i Greci e gli Americani ricordano una sede artica primordiale. Secondo i ricordi iranici dell’<em>Avesta</em>, la patria originaria e mistica degli Ariani, concepita come la «prima creazione del Dio di Luce», — l’<em>aryanem vaêjô</em> — sarebbe stata una terra dell’estremo settentrione, e anzi vien detto che in essa, a un dato momento, l’inverno durò dieci mesi dell’anno, proprio come nelle regioni artiche. Si tratta dunque di un ricordo ben preciso del congelamento sopravvenuto con la precessione degli equinozî nella regioni boreale: ricordo, cui peraltro fa riscontro quello del «terribile inverno Fibur» scatenatosi alla fine di un certo ciclo, o «mondo», di cui nelle antichissime tradizioni scandinave. Ma anche in India si ricorda un’isola o terra luminosa posta nell’estremo settentrione, lo <em>çveta-dvipa</em>, e una razza dell’estremo settentrione, gli <em>uttara-kura</em>; lo stesso ricordo si ha nel Tibet, nel mito della mistica città del Nord Chandhala; nell’estremo Oriente Liezi riferisce la tradizione circa la terra posta «all’estremo nord del mare settentrionale» e abitata da «uomini trascendenti», e così si potrebbe continuare con molti altri riferimenti, tanto concordanti, che è da domandarsi se sia solo da attribuirsi al «caso» la presenza del comune motivo fra popoli così diversi e lontani fra di loro.</p>
<p style="text-align: justify;">Fin qui, dunque, i ricordi tradizionali. Esattamente queste idee sono oggi riprese in una ricerca scientifica veramente mastodontica che, riportando a unità un complesso di risultati e di indagini speciali — quali quelle del Frobenius, dello Herrmann, del Karsts, etc. — si è intesa a forzare il problema delle origini. Intendiamo parlare dell’opera consacrata dallo scienziato <a title="Herman Wirth" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/hermann-wirth/">Herman Wirth</a> appunto all’<em>Aurora dell’Umanità</em>. Qui non si tratta né di un «teosofo», né di un dilettante imaginoso, ma di un tecnico, la cui competenza in fatto di filologia, antropologia, paleografia e discipline affini non può essere messa in dubbio.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-medium wp-image-3231" style="margin: 10px;" title="ice-pack-air1" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/ice-pack-air1-192x300.jpg" alt="ice-pack-air1" width="192" height="300" />I risultati delle ricerche del <a title="Herman Wirth" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/hermann-wirth/">Wirth</a>, in breve, sarebbero appunto questi: che nella più alta preistoria — verso il 20.000 avanti Cristo — una grande razza bianca unitaria, dal culto solare, dalla regione polare divenuta inabitabile per via del congelamento si sarebbe spinta verso il Sud, in Europa e in America, ma soprattutto in una terra scomparsa, posta al Nord dell’Atlantico. Da tale terra essa si sarebbe successivamente spostata, nel periodo paleolitico, verso l’Europa e l’Africa, con un moto, dunque, dall’Occidente all’Oriente; essa sarebbe penetrata nel bacino del Mediterraneo creando un ciclo di civiltà preistoriche intimamente apparentate, nel quale rientrerebbero quella egizia, etrusco-sarda, pelasgica, ecc., a tacere di altre ancora che nuove ondate avrebbero fondate nel loro avanzare per via continentale fino a raggiungere il Caucaso e poi oltre, fino all’India e alla stessa Cina. Così ciò che si riteneva esser la «culla dell’umanità», l’altopiano del Pamir, sarebbe soltanto uno dei centri abbastanza recenti d’irradiazione di una razza ben più antica. Le razze ariane e indogermaniche, l’<em>homo europaeus</em> in genere, sarebbero già razze derivate e in una certa misura già miste in confronto a ceppi più antichi e più puri, «iperborei», a cui vanno riferiti i ricordi, i <a title="simboli" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simboli</a> e perfino le figurazioni preistoriche su roccia relative ai «conquistatori dai grandi vascelli stranieri», dall’«ascia», dal «sole» e dall’«uomo solare con braccia innalzate». Una misteriosa unità stringerebbe per tal via un gruppo di grandi civiltà e di antiche <a title="religioni" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religioni</a> fiorenti già là dove fino a ieri si supponeva l’uomo animalesco delle caverne.</p>
<p style="text-align: justify;">In brevi tratti tale è la concezione strana e suggestiva che, traendosi dal mondo del mito, oggi torna a luce: l’Artide, patria prima dell’umanità, anzi della civiltà, nel senso più alto, «solare».</p>
<p style="text-align: justify;">E siccome <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbolo</a> richiama <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbolo</a>, per finire, ricorderemo questo. Ancor nell’epoca romana l’idea della regione del nord come un paese mistico, abitato dal «padre degli dei», dal nume dell’età prima o età aurea, e l’idea che il giorno artico quasi senza notte non fosse senza relazione con la luce perenne che circonfonde gli immortali, tali idee nell’epoca romana erano ancora così vive, che, secondo la testimonianza di Eumanzio, Costanzo Cloro avrebbe diretto una spedizione verso il Nord della Gran Bretagna, confusa con la stessa leggendaria <em>Thule</em>, non tanto per il desiderio di glorie militari, quanto per raggiungere la terra «che più di ogni altra è vicina al cielo» e quasi presentire la trasfigurazione divina che si riteneva subissero gli Eroi e gli Imperatori alla loro morte.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora, queste stesse regioni, che avrebbero visto l’aurora dell’umanità, che racchiuderebbero il mistero di una razza di conquistatori bianchi primordiali il cui <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbolo</a>, l’<a title="simbolismo dell'ascia" href="http://www.centrostudilaruna.it/ascia.html">ascia</a>, si ritrova peraltro nello stesso <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbolo</a> romano del fascio; queste stesse regioni nordico-artiche, dall’Islanda alla Groenlandia fino all’America del Nord, son quelle stesse che ieri l’ala italiana ha sorvolate vittoriosamente, in un’impresa che qualcosa di fatidico ha dunque voluto legare enigmaticamente appunto ai luoghi di una grandezza primordiale<a href="#_ftn1">[1]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Il Corriere Padano</em> (Ferrara), 13 gennaio 1934.</p>
<p style="text-align: justify;">
<hr style="text-align: justify;" size="1" />
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref1">[1]</a> [Il riferimento è o alla crociera atlantica della squadriglia di 25 idrovolanti, capitanata dall’allora ministro dell’aeronautica Italo Balbo, che era partita il primo luglio 1933 e giunta il 19 a New York o, più probabilmente, alle due trasvolate del Polo in dirigibile condotta dal generale Umberto Nobile del 1926 e del 1928, rispettivamente con il <em>Norge </em>e l'<em>Italia</em>, la seconda delle quali finì tragicamente con l'avventura della <a title="La Tenda Rossa" href="http://www.centrostudilaruna.it/la-tenda-rossa.html"><em>Tenda Rossa</em></a>].</p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>La tenda rossa</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Nov 2009 22:43:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Lamendola</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Una recensione del film La tenda rossa di Mikahail Kalatozov del 1969 e la storia della tragedia del dirigibile Italia comandato da Umberto Nobile nel 1928]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/la-tenda-rossa.html' addthis:title='La tenda rossa '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/centrostudilaruna48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Centro Studi La Runa online" /><br/><p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/disastro-al-polo/4309" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-3021" style="margin: 10px;" title="disastro-al-polo" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/disastro-al-polo.jpg" alt="disastro-al-polo" width="200" height="300" /></a>È ammissibile, è opportuno che il comandante di una spedizione, dopo che il suo dirigibile è precipitato, accetti di mettersi in salvo per primo, lasciando sul ghiaccio il suo equipaggio, e sia pure per delle ragioni umanamente e tecnicamente valide?</p>
<p style="text-align: justify;">È, questo, l&#8217;interrogativo che ha troncato la brillante carriera di un giovane e ambizioso generale dell&#8217;Aeronautica italiana, nonché uno dei massimi esperti mondiali del «più leggero dell&#8217;aria», quando era ancora aperta la disputa sulla sua eccellenza rispetto al «più pesante dell&#8217;aria» (ossia l&#8217;aeroplano), che solo il disastro dell&#8217;Hindenburg, al suo arrivo a New York, avrebbe definitivamene chiuso a favore del secondo, alcuni anni dopo.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutta la vita del generale Umberto Nobile, dopo quel fatale incidente che, nel 1928, pose fine alla trasvolata del Polo da parte del dirigibile Italia, non fu che un continuo, angoscioso interrogarsi con se stesso su quella fatale decisione, presa allorché il pilota svedese Lundborg, che poteva portare con sé uno solo dei superstiti, pretese che a salire a bordo del suo velivolo fosse proprio lui, il capo della spedizione.</p>
<p style="text-align: justify;">Era stata la decisione giusta?</p>
<p style="text-align: justify;">Era stata una decisione saggia?</p>
<p style="text-align: justify;">Certo, Nobile era ferito; e, inoltre, egli era l&#8217;uomo più adatto ad organizzare le operazioni di soccorso, per portare in salvo al più presto possibile anche gli altri naufraghi dell&#8217;Italia, i quali avevano approvato che fosse proprio lui il primo a partire con l&#8217;aereo di Lundborg.</p>
<p style="text-align: justify;">E nessuno di loro avrebbe potuto immaginare che il brusco peggioramento della visibilità e il  movimento del pack avrebbero fatto sì che, per altri lunghi giorni, la posizione della «tenda rossa» dei superstiti (così chiamata perché dipinta di rosso, proprio per richiamare la ricognizione aerea, contro il bianco candido del mare ghiacciato) sarebbe stata nuovamente perduta; e che il dramma del salvataggio si sarebbe gravemente complicato.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma, tuttavia, l&#8217;interrogativo, implacabile, rimane: aveva fatto bene Nobile a salire a bordo del velivolo di Lundborg, lasciando a terra i compagni, stremati e infreddoliti?</p>
<p style="text-align: justify;">Un&#8217;ombra, da quel momento, si era posata sulla sua reputazione; l&#8217;intera opinione pubblica mondiale lo aveva giudicato severamente, tanto più che il generoso esploratore norvegese Roald Amundsen, il conquistatore del Polo Sud, aveva perso la vita proprio nel tentativo di individuare la «tenda rossa», precipitando con il suo aereo.</p>
<p style="text-align: justify;">Già traversando l&#8217;Europa per ferrovia, dopo il salvataggio dei superstiti, si vide che l&#8217;atteggiamento  dell&#8217;opinione pubblica era ovunque pesantemente critico nei confronti di Nobile e anche degli altri Italiani: come è testimoniato &#8211; fra l&#8217;altro &#8211; dal libro di memorie di uno di essi, Felice Trojani: <em><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=9788842531043">La coda di Minosse</a></em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/la-tenda-rossa/4305" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-3020" style="margin: 10px;" title="la-tenda-rossa" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/la-tenda-rossa.jpg" alt="la-tenda-rossa" width="200" height="280" /></a>Per tentare di rispondere allo scottante interrogativo, il regista Mikahail Konstantinovic Kalatozov ha immaginato, nel suo film <a title="La tenda rossa" href="http://www.libriefilm.com/la-tenda-rossa/4305"><em>La tenda rossa</em></a>, del 1969, che si riunisca una specie di tribunale formato dai principali protagonisti della drammatica vicenda, compreso lo scomparso Amundsen, il che dà un tocco di surrealismo a quella giù strana assise.</p>
<p style="text-align: justify;">Il lettore avrà notato che, fino ad ora, nella serie di articoli <em>Un film al giorno</em> (come anche, del resto,  in quella <em>Una pagina al giorno</em> e in quella <em>Un film al giorno</em>) ci siamo occupati solo ed esclusivamente di opere italiane. E ciò non per bieco nazionalismo culturale, ma per ricordare i tesori di arte e capacità creativa della nostra nazione, nonché per reagire a una esterofilia che investe ormai tutti i campi, non solo della cultura, ma anche della vita quotidiana, compresi i prodotti del supermercato, la marca dell&#8217;automobile e la clinica in cui ricoverarsi (beninteso, per chi può permettersene una in Svizzera o negli Stati Uniti, magari per farsi un prezioso trapianto di capelli….).</p>
<p style="text-align: justify;">Se, in questo caso, abbiamo deciso di fare una parziale eccezione (parziale, perché il film <a title="La tenda rossa" href="http://www.libriefilm.com/la-tenda-rossa/4305"><em>La tenda rossa</em></a> è stato una co-produzione italo-sovietica), è perché vi hanno recitato alcuni bravi attori italiani, e perché esso racconta una difficile pagina di storia italiana; che offre, al tempo stesso, l&#8217;opportunità di riflettere su una questione deontologica e morale che varca i confini di una singola nazione, e non cessa di appassionare e dividere le opinioni, a tanti e tanti anni di distanza.</p>
<p style="text-align: justify;">Ricapitoliamo, innanzitutto, la vicenda che portò al dramma della «tenda rossa», soggetto del bel film di Kalatozov.</p>
<p style="text-align: justify;">Umberto Nobile, nato a Lauro, in provincia di Avellino, nel 1885, era stato l&#8217;ideatore dei nuovi dirigibili semirigidi della classe N e ne aveva costruiti diversi per conto di varie nazioni: Stati Uniti, Giappone, Spagna e Argentina.</p>
<p style="text-align: justify;">Alla sua attività di esperto di questioni aeronautiche aveva affiancato quella di esploratore polare, unendosi nel 1926 ad Amundsen e ad Ellsworth a bordo del dirigibile Norge, nella sua trasvolata artica.</p>
<p style="text-align: justify;">Due anni dopo, nel 1928, egli volle ritentare l&#8217;impresa, a fini essenzialmente scientifici, col dirigibile Italia, compiendo tre voli sulla calotta polare e portandosi al di sopra di regioni quasi inesplorate a nord della Russia, particolarmente sulla Severnaja Zemlja.  Al ritorno dal terzo volo, durante il quale era stato sorvolato con successo il Polo Nord, l&#8217;aeronave, per ragioni che non sono mai state del tutto chiarite, ma assai probabilmente per il peso del ghiaccio formatosi su di essa, si abbatté sul ghiaccio nel corso di una furiosa tempesta.</p>
<p style="text-align: justify;">Era il 24 maggio del 1928; e, mentre nove uomini venivano scaraventati a terra, con pochissimo materiale (fra cui la preziosa tenda), tosto il vento sollevò nuovamente il dirigibile, che si perdette all&#8217;orizzonte, con altri sei uomini a bordo. Né il mezzo né i suoi occupanti sarebbero mai più stati trovati; così come non venne mai ritrovato l&#8217;aereo con il quale Amundsen volle mettersi alla ricerca del suo vecchio amico e collaboratore.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/deserto-di-ghiaccio/2393" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-3022" style="margin: 10px;" title="deserto-di-ghiaccio" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/deserto-di-ghiaccio.jpg" alt="deserto-di-ghiaccio" width="200" height="331" /></a>A corto di viveri e con un apparecchio radio rice-trasmettitore che era stato gravemente danneggiato nella caduta, i nove uomini della «tenda rossa» attesero angosciati l&#8217;arrivo dei soccorsi, in condizioni sempre più proibitive, tanto che, alla fine, tre di essi &#8211; Zappi, Mariano e Malmgren &#8211; decisero di mettersi in cammino per cercare personalmente aiuto.</p>
<p style="text-align: justify;">Male equipaggiati, con pochi viveri e una protezione insufficiente contro il freddo, il loro era un tentativo disperato, benché fossero quelli nelle migliori condizioni fisiche. Nobile li aveva sconsigliati di partire, ma non ritenne di poterglielo ordinare, vista l&#8217;incertezza della situazione: e,  anche in questo caso, qualcuno potrebbe obiettare che un comandante, benché ferito, ha il dovere di assumersi la responsabilità di dare degli ordini, in base a ciò che ritiene più idoneo per assicurare la salvezza di tutti.</p>
<p style="text-align: justify;">In seguito, Malmgren sarebbe morto di fatica; e nemmeno gli altri due ce l&#8217;avrebbero fatta a raggiungere le Svalbard, se non fossero stati soccorsi dai Sovietici quando le loro condizioni &#8211; con Mariano semicongelato &#8211; erano ormai chiaramente disperate.</p>
<p style="text-align: justify;">Intanto, le ricerche continuavano da parte delle forze aeree e navali di vari Paesi.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;idrovolante Latham-47 con a bordo Amundsen, decollato da Tromsö il 18 giugno, non fece più ritorno alla base, perdendosi nel Mare di Barents.</p>
<p style="text-align: justify;">Il 22 giugno due idrovolanti italiani, guidati dagli aviatori Maddalena e Penzo, avvistarono la «tenda rossa» e scaricarono numerosi viveri e materiali ai loro compagni sul ghiaccio; ma, sul momento, non poterono fare altro.</p>
<p style="text-align: justify;">Poi, finalmente &#8211; come si è detto -, la sera del 23 giugno, il pilota svedese Lundborg avvistò la «tenda rossa», atterrò con notevole abilità e con rischio personale; e, assicurando che presto anche gli altri sarebbero stati tratti in salvo, insistette perché sull&#8217;unico posto disponibile salisse il generale Nobile, che, oltretutto, era seriamente ferito.</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco come lo stesso Nobile ha rievocato l&#8217;episodio nel suo libro di memorie <em>Ali sul Polo</em>, scritto con l&#8217;evidente scopo di difendersi dalle aspre accuse che, dopo il rientro in Italia, gli erano state mosse per il suo comportamento (<em>Ali sul Polo. Storia della conquista aerea dell&#8217;Artide</em>, Mursia Editore, Milano, 1975, pp. 251-53):</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Lo straniero, in tenuta di aviatore,  aveva un aspetto simpatico: un volto un po&#8217; rude ma aperto, gli occhi cerulei. Sentii Viglieri dirgli in inglese: «Qui è il generale». Lo straniero salutò rispettosamente, e si presentò: «Tenente Lundborg». Gli risposi ringraziandolo a nome di tutti, poi  sembrandomi che le parole fossero insufficienti, mi feci sollevare per poterlo abbracciare. Indi mi feci rimettere a giacere.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Lundborg cominciò a parlare: « Generale, sono venuto a prendervi tutti. Il campo è eccellente.  Vi trasporterò tutti nella nottata. Deve venire lei per primo».</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>«È impossibile» risposi. E additandogli Cecioni: «Trasportate prima lui, così ho stabilito».</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Lundborg disse: «No, ho l&#8217;ordine di portare lei per primo, perché lei deve dare istruzioni per la ricerca degli altri compagni».</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Proprio due o tre giorni innanzi il comando della Città di Milano mi aveva chiesto istruzioni per la ricerca del dirigibile scomparso, ma non ero riuscito a trasmetterle per il cattivo funzionamento della radio. Fui portato a mettere le parole di Lundborg in relazione con quella richiesta e a pensare che gli aviatori volessero approfittare delle eccezionali condizioni atmosferiche di quei giorni per quello scopo. Tuttavia, pur convinto di essere assai più utile ai compagni sulla Città di Milano che non sul pack, l&#8217;idea di tornare alla terraferma per primo mi ripugnava. Insistei con fermezza nel diniego.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>«La prego, prenda prima lui. Così ho deciso».</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Lundborg replicò: «Generale, non insista. La condurremo alla nostra base aerea non lontano da qui. Così potrò tornare presto per trasportare gli altri». E, poiché io accennavo ad insistere ancora perché pendesse Cecioni, egli tagliò corto, e recisamente disse:</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>«No, ora non posso pendere lui. È troppo pesante. Sarebbe impossibile prenderlo senza lasciare qui il mio compagno e questo non posso farlo. Più tardi tornerò solo e allora potrò portarlo. D&#8217;altronde ci vorrebbe troppo tempo per trasportare lui fino all&#8217;aeroplano, e non possiamo aspettare. La prego, venga. Nel giro di poche ore, vi porterò via tutti.  Faccia presto, prego.» E mi indicava l&#8217;apparecchio, di cui si vedeva sempre l&#8217;elica in movimento. «La prego, faccia alla svelta». Mi rivolsi ai compagni. Viglieri, Behounek mi incitarono ad andare. Biagi disse: «Meglio che vada lei per primo. Saremo più tranquilli». Cecioni aggiunse: «Vada lei. Qualunque cosa accada, ci sarà chi pensa alle nostre famiglie». Mi trascinai nella tenda per interpellare Trojani. «È meglio così. Vada lei». Allora mi decisi.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Non era stato facile risolversi.. Ci voleva assai più coraggio a partire che a restare; ma avevo finito col convincermi che consentire a Lundborg, che asseriva essere io atteso per la ricerca degli altri due gruppi di compagni [quello della «tenda rossa» e quello di Zappi], era per me un preciso dovere. Non potevo assumermi la responsabilità di un rifiuto. Dovevo andare.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>I fatti provarono che questa decisione, penosa per me, fu provvidenziale per i miei compagni. E non vi è altro da dire.</em></p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;aereo dello svedese rientrò alla base, nella Baia del Re (Isole Svalbard); ma, poi, le cose non andarono come previsto.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/vero-nord/4868" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-3023" style="margin: 10px;" title="vero-nord" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/vero-nord1.jpg" alt="vero-nord" width="200" height="305" /></a>Nonostante la gara di solidarietà accesasi fra le varie potenze, e nonostante il governo italiano avesse inviato in soccorso la nave Città di Milano, appositamente attrezzata, al comando del capitano di fregata Romagna, l&#8217;accampamento dei superstiti fu di nuovo perso di vista, e le avverse condizioni atmosferiche costrinsero i soccorritori a sospendere i voli di ricognizione. Quando essi furono ripresi, la deriva dei ghiacci sui cui era stata allestita la  «tenda rossa» aveva reso di nuovo imprecisabile il luogo ove avrebbero dovuto concentrarsi le ricerche.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo stesso Lundborg, tornato alla «tenda rossa», ebbe un incidente al suo idrovolante e rimase prigioniero dei ghiacci, con gli Italiani; sarebbe stato poi salvato da un aereo dei suoi compatrioti che, però, non poté prendere a bordo nessun altro.</p>
<p style="text-align: justify;">Solo molto più tardi il rompighiaccio sovietico Krassin riuscì a individuare e prendere a bordo sia Zappi e Mariano (quest&#8217;ultimo con un piede congelato che, più tardi, dovette essergli amputato), sia gli altri, rimasti in attesa nella tenda. Il salvataggio di questi ultimi avvenne il 12 luglio, dopo che il viaggio del Krassin era stato messo più volte in serie difficoltà dalle condizioni sempre più minacciose della banchisa artica.</p>
<p style="text-align: justify;">Il ritorno dei superstiti in Italia fu accompagnato da roventi polemiche circa il comportamento del comandante della spedizione, che portarono all&#8217;istituzione di una commissione d&#8217;inchiesta. Nonostante fosse stato difeso da esperti sia italiani che stranieri, Nobile si vide costretto a  rassegnare le dimissioni dall&#8217;Aeronautica, in seguito alla conclusioni a lui sfavorevoli formulate dalla commissione stessa (1929).</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1931 egli si unì alla spedizione artica della nave russa Malighin, nella speranza &#8211; risultata poi vana &#8211; di individuare i resti dell&#8217;Italia; e continuò a lavorare, in Unione Sovietica, a progetti di dirigibili. Solo nel 1945, a seconda guerra mondiale terimnata, sarebbe stato riassunto nell&#8217;Aeronautica, venendo anche eletto deputato all&#8217;Assemblea Costituente come indipendente nelle liste del Partito Comunista. È morto a Roma nel 1978.</p>
<p style="text-align: justify;">Questi, i fatti.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel film, la parte di Nobile è interpretata dall&#8217;attore inglese Peter Finch, artista noto per la sua fiera indipendenza, che lo ha portato a rifiutare film commerciali per scegliere solo produzioni di buon livello. Molti lo ricorderanno, probabilmente, per la sua intensa interpretazione del personaggio di Oscar Wilde nel film <em>Il garofano verde</em>; qui è un generale Nobile dalla personalità amletica e tormentata, che bene ha saputo rendere la sofferta umanità del protagonista.</p>
<p style="text-align: justify;">La parte dell&#8217;esploratore Amundsen, invece, è affidata a un altro attore britannico, Sean Connery: sono queste le due uniche concessioni, nel cast degli attori, alle esigenze di un pubblico internazionale, che si aspetta di vedere comunque qualche star di grande richiamo.</p>
<p style="text-align: justify;">Quanto all&#8217;Unione Sovietica, che ha firmato la regia e contribuito alla produzione con una parte dei capitali, essa è rappresentata da un unico attore, Juri Solomin (che sarà, qualche anno dopo, coprotagonista del bellissimo <a title="Dersu Uzala" href="http://www.libriefilm.com/dersu-uzala-il-piccolo-uomo-delle-grandi-pianure/611"><em>Dersu Uzala</em></a> di <a title="Akira Kurosawa" href="http://www.libriefilm.com/category/registi/akira-kurosawa">Akira Kurosawa</a>) nella parte del comandante della nave salvatrice, la Krassin.</p>
<p style="text-align: justify;">Quasi tutti gli altri sono italiani.</p>
<p style="text-align: justify;">La bella Claudia Cardinale, per la verità, è stata inserita ella pure, crediamo, per ragioni più che altro di pubblico: la vicenda della «tenda rossa» è una tipica storia avventurosa al maschile, come lo sarebbero la grande maggioranza di quelle del genere <a title="western" href="http://www.libriefilm.com/category/generi-film/western">western</a>; il regista Kalatozov ha voluto inserire un personaggio femminile (nella fattispecie, la fidanzata di un membro svedese della spedizione, il professor Malmgren, che faceva parte del gruppo di Zappi e che morirà di stenti sulla neve) allo scopo di introdurre una nota romantica e gentile in un contesto austeramente virile. È lei che, disperata per la sorte del suo uomo, si reca ad Oslo, a casa dell&#8217;ormai anziano Amundsen, e lo convince, con le sue lacrime, a mettere a repentaglio la vita per cercar di individuare il luogo in cui si trovano i naufraghi dell&#8217;Italia.</p>
<p style="text-align: justify;">Il resto del cast italiano è formato da alcuni dei più bei nomi del nostro cinema di quegli anni: Luigi Vannucchi, Massimo Girotti, Mario Adorf (quest&#8217;ultimo è svizzero tedesco, ma di padre italiano, e la sua carriera di attore con numerosi registi italiani lo ha reso così popolare presso il nostro pubblico, da averlo fatto idealmente «adottare»).</p>
<p style="text-align: justify;">Luigi Vannucchi (Caltanissetta, 1930 &#8211; Roma, 1978) è stato un attore notevole, troppo presto &#8211; a nostro parere &#8211; dimenticato sia dal pubblico, che dalla critica. Veniva dal teatro, dove aveva lavorato nella compagnia di Vittorio Gassmann e Luigi Squarzina, e aveva raggiunto la notorietà interpretando una serie di sceneggiati televisivi, spesso tratti da importanti opere letterarie. Era stato un allucinato e convincente Raskolnikov in <em>Delitto e castigo</em>, da <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/fedor-dostoevskij" target="_blank">Dostoevskij</a></span> (1963), e un altrettanto persuasivo don Rodrigo ne <a title="I promessi sposi" href="http://www.libriefilm.com/i-promessi-sposi-6/6117"><em>I promessi sposi</em></a> (1967), prestando poi la sua voce di narratore fuori campo in <em>Cristoforo Colombo</em> di Cottafavi (1968).</p>
<p style="text-align: justify;">Sempre per la televisione avrebbe recitato, dopo la partecipazione a <a title="La tenda rossa" href="http://www.libriefilm.com/la-tenda-rossa/4305"><em>La tenda rossa</em></a>, nella riduzione del romanzo di Emilio De Marchi <em>Il cappello del prete</em> (1970), nel ruolo del barone di Santafusca; nello sceneggiato di fantascienza, ispirato a un lavoro di Fred Hoyle,  <em>A come Andromeda</em> (1972); e, nello stesso anno, ne <em>I demoni</em>, dal romanzo di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/fedor-dostoevskij" target="_blank">Dostoevskij</a></span>, nel ruolo del freddo e spietato Stavroghin.</p>
<p style="text-align: justify;">Sarebbe poi morto suicida, nel momento di maggiore successo della sua carriera, poco dopo aver portato sul piccolo schermo una biografia di Cesare Pavese, <em>Il vizio assurdo</em>, togliendosi la vita proprio come lo scrittore torinese: in una camera d&#8217;albergo, solo, e con un libro di Pavese posato accanto al letto, sul comodino.</p>
<p style="text-align: justify;">La sua interpretazione di Filippo Zappi è vigorosa, ma sobria, e bene rispecchia il carattere irruento, ma generoso dell&#8217;uomo (che sarebbe divenuto oggetto di atroci sospetti, dopo la fine della vicenda dell&#8217;Italia, per via della morte di Malmgren).</p>
<p style="text-align: justify;">Massimo Girotti, che nel film di Kalatozov interpreta il comandante del Città di Milano, Giuseppe Romagna (Mogliano, Macerata, 1918 &#8211; Roma, 2003), è un attore troppo noto perché qui se ne delinei un ritratto. Basterà dire che era divenuto un beniamino del pubblico sin dal 1941, quando Alessandro Blasetti lo aveva chiamato a recitare ne <em>La corona di ferro</em>, e aveva poi lavorato con i migliori registi italiani: Visconti (<em>Ossessione</em>, 1943, e <em>Senso</em>, 1954), Germi (<em>In nome della legge</em>, 1949), Antonioni (<em>Cronaca di un amore</em>, 1950), Pasolini (<em>Teorema</em>, 1968, e <em>Medea</em>, 1970), Bertolucci (<em>Ultimo tango a Parigi</em>, 1972), Scola (<em>Passione d&#8217;amore</em>, 1981).</p>
<p style="text-align: justify;">Ma Girotti era stato anche molto amato dal pubblico televisivo, avendo interpretato, per il piccolo schermo, personaggi indimenticabili, come Heatcliff in <em>Cime tempestose</em> (1956, regia di Mario Landi), fra Cristoforo ne <a title="I promessi sposi" href="http://www.libriefilm.com/i-promessi-sposi-6/6117"><em>I promessi sposi</em></a> (1967, regia di Sandro Bolchi), l&#8217;avvocato Utterson in <em>Jekyll </em>(1969, regia di Giorgio Albertazzi) e Powell, un amico solo in apparenza svagato del protagonista Edward Foster, nel celeberrimo <em>Il segno del comando</em> (1971, regia di Daniele D&#8217;Anza), insieme a molti altri.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel film di Kaltozov, Girotti è un capitano Romagna freddo e diffidente, che tratta il redivivo generale Nobile come uno che è venuto meno ai suoi doveri, abbandonando l&#8217;equipaggio per la fretta di mettersi in salvo. Forse è un ritratto ingiusto: ma bisogna pensare che le circostanze erano, all&#8217;apparenza, contro il generale; e che, molto probabilmente, chiunque altro, al posto di Romagna, avrebbe nutrito analoghe diffidenze.</p>
<p style="text-align: justify;">Né bisogna dimenticare il clima politico di quegli anni e la dimensione politica e propagandistica della missione dell&#8217;Italia, che rischiava di trasformarsi per il regime fascista &#8211; e specialmente per il Ministro dell&#8217;Aviazione, Italo Balbo &#8211; in un vero e proprio boomerang di fronte all&#8217;opinione pubblica internazionale.</p>
<p style="text-align: justify;">Infine Mario Adorf (Zurigo, 1930) attore di solida formazione teatrale, che ha lavorato con alcuni dei maggiori registi a livello mondiale, è stato molto amato dal pubblico italiano quale eccellente caratterista presente in moltissime produzioni, soprattutto per il piccolo schermo. Nel film <a title="La tenda rossa" href="http://www.libriefilm.com/la-tenda-rossa/4305"><em>La tenda rossa</em></a> è il radiotelegrafista Giuseppe Biagi: personaggio umano, simpatico, commovente per una sua certa ingenua fedeltà  e per un senso della disciplina che non lo abbandona mai, neppure nelle circostanze più drammatiche.</p>
<p style="text-align: justify;">La sceneggiatura è di Ennio De Concini, che si avvale della collaborazione di Nicola Badalucco e Robert Bold.</p>
<p style="text-align: justify;">La regia di Kalatozov è di sicuro mestiere e non priva di accenti epici e di squarci di autentica poesia, come nella scena (immaginaria) in cui Amundsen, precipitato col suo aereo, ritrova i resti di un dirigibile e si appresta ad attendervi la morte con stoica rassegnazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Non siamo d&#8217;accordo con il severo giudizio di Paolo Mereghetti, il quale definisce il film una</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Megaproduzione italosovietica (…), sopportabile quando esalta l&#8217;epicità dell&#8217;uomo che lotta contro la Natura, approssimativa quando caratterizza i personaggi.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Al contrario, e senza nulla togliere alla bravura del direttore della fotografia e alla superba bellezza delle immagini, ci sembra che proprio la parte psicologica sia la più originale e quella meglio caratterizzata.</p>
<p style="text-align: justify;">Molto interessante, come dicemmo, l&#8217;idea del «processo» al comportamento di Nobile da parte dei maggiori protagonisti della vicenda, che ha il taglio inusitato e la sottile inquietudine di uno psicodramma.</p>
<p style="text-align: justify;">Il che ci riporta alla domanda iniziale che ci eravamo posta, e attorno alla quale ruota l&#8217;intera problematica morale del film: fu giusta, fu saggia la decisione del generale Nobile di partire con Lundborg, lasciando i suoi uomini, da soli, sul ghiaccio?</p>
<p style="text-align: justify;">Domanda difficile, e per tentar di rispondere alla quale bisogna tener conto di svariati fattori esterni: dalla fretta dell&#8217;aviatore svedese, ansioso di guadagnarsi la celebrità salvando anzitutto  un famoso esploratore artico, ai risvolti politici dell&#8217;impresa dell&#8217;Italia, nel particolare clima politico di allora (e con Balbo che scommetteva sull&#8217;aereo a scapito del dirigibile).</p>
<p style="text-align: justify;">Forse, fatta salva la buona fede e la coscienziosità professionale di Nobile, le ragioni pro e contro la sua decisione stanno &#8211; e stavano &#8211; quasi in equilibrio.</p>
<p style="text-align: justify;">La spinta decisiva a partire con Lundborg fu data, probabilmente, da una umanissima, comprensibile debolezza psicologica, che viene messa chiaramente in luce da una domanda di Amundsen-Connery a Nobile-Finch, e dalla risposta di quest&#8217;ultimo:</p>
<p style="text-align: justify;">«Quale fu la cosa a cui pensò per prima, quando fu a bordo dell&#8217;idrovolante che la stava riportando in salvo, verso la civiltà?».</p>
<p style="text-align: justify;">«La prima cosa?… Non so… A un bel bagno caldo, credo».</p>
<p style="text-align: justify;">E Amundsen-Connery, con un sorriso indulgente: «Appunto. Il salvataggio degli altri superstiti sembrava questione di poche ore. E chiunque altro, nei suoi panni, avrebbe avuto lo stesso pensiero che ebbe lei: quello di immergersi al più presto in un bel bagno d&#8217;acqua bollente».</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto, col gentile consenso dell&#8217;Autore, dal sito <a href="http://www.ariannaeditrice.it/">Arianna Editrice</a>.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/la-tenda-rossa.html' addthis:title='La tenda rossa ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Dante e la Croce del Sud</title>
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		<pubDate>Thu, 28 May 2009 10:06:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Lamendola</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Uno studio di archeoastronomia sulla possibile conoscenza da parte di Dante della costellazione della Croce del Sud]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/dante-e-la-croce-del-sud.html' addthis:title='Dante e la Croce del Sud '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/letteratura48x48.png" width="48" height="48" alt="" title="Letteratura" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/carlomagno48x48.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Medioevo" /><br/><p style="text-align: justify;">Qualsiasi studente di Dante sa che, nella prima parte del primo canto del <em>Purgatorio</em>, egli sembra descrivere la costellazione della Croce del Sud, nelle due famose terzine (versi 22-27):</p>
<div id="attachment_2311" class="wp-caption alignright" style="width: 210px"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=9788820302092" target="_blank"><img class="size-medium wp-image-2311" title="divina-commedia" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/divina-commedia.jpg" alt="Dante, Divina Commedia" width="200" height="281" /></a><p class="wp-caption-text">Dante, Divina Commedia</p></div>
<p style="text-align: justify;"><em>«I&#8217; mi volsi a man destra, e puosi mente<br />
a l&#8217;altro polo, e vidi quattro stelle<br />
non viste mai fuor ch&#8217;a la prima gente.<br />
Goder pareva &#8216;l ciel di lor fiammelle:<br />
oh settentrional vedovo sito,<br />
poi che privato se&#8217; di mirar quelle!»</em></p>
<p style="text-align: justify;">Il problema è che le prime rappresentazioni cartografiche della costellazione chiamata Croce del Sud, alla quale Dante sembra qui riferirsi, sono quelle rispettivamente di Petrus Plancius del 1598 e di Jodocus Hondius del 1600: vale a dire, circa tre secoli dopo l&#8217;epoca nella quale venne composta la seconda cantica della <em>Divina Commedia</em>; e che quelle stelle sono interamente visibili, nel nostro emisfero, solamente a partire dal 27° parallelo di latitudine Nord, ossia dalle isole Canarie o, sul lato opposto dell&#8217;Africa, dall&#8217;estremità meridionale della Penisola del Sinai.</p>
<div id="attachment_2310" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-2310" title="croce-del-sud" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/croce-del-sud-300x259.jpg" alt="La Croce del Sud" width="300" height="259" /><p class="wp-caption-text">La Croce del Sud</p></div>
<p style="text-align: justify;">E allora? Come faceva Dante ad essere a conoscenza di una costellazione invisibile dalle latitudini dell&#8217;Europa, Italia compresa? Fiumi d&#8217;inchiostro sono stati versati a questo proposito, nel tentativo di trovare una spiegazione ragionevole dell&#8217;enigma; né noi ci ripromettiamo, in questa sede, di rifarne la storia, neppure per sommi capi. Troppo vasta e impegnativa sarebbe una simile impresa, tale da richiedere un grosso lavoro di ricerca, solo per raccogliere la bibliografia attualmente esistente.</p>
<p style="text-align: justify;">Del resto, la curiosità circa l&#8217;identificazione delle quattro stelle vedute da Dante sulla spiaggia del Purgatorio &#8211; dunque, in pieno emisfero antartico &#8211; non ha mai smosso eccessivamente i dantisti, paghi del significato <a title="simbolico" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbolico</a> di esse, ossia le quattro virtù cardinali: giustizia, fortezza, prudenza e temperanza . Così, ad esempio, Carlo Grabher (Milano, Principato, 1985):</p>
<p style="text-align: justify;"><em>«Che Dante potesse pensare alla Croce del Sud, di cui si aveva notizia in opere astronomiche medievali, o ad altro gruppo di stelle realmente esistenti nell&#8217;altro emisfero, non ha per noi alcuna importanza. Le quattro stelle, che Dante ha immaginato per incarnarvi il detto <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbolo</a> [ossia le quattro virtù cardinali], poeticamente lo trascendono e brillano della loro viva chiarità indipendentemente da qualsiasi identificazione scientifica; e il cielo &#8220;ne gode&#8221; sì per il loro valore allegorico, ma anche e più per il loro reale effetto.»</em></p>
<p style="text-align: justify;">Il Sapegno, da parte sua, preferisce tenersi prudentemente alla larga da ogni tentativo di identificazione astronomica; mentre Giuseppe Giacalone (Milano, Signorelli, 1974), che pure si sofferma sul problema di come interpretare l&#8217;espressione «prima gente» del verso 24, lo risolve negando recisamente anche l&#8217;identificazione delle quattro stelle con la Croce del Sud:</p>
<p style="text-align: justify;"><em>«È un verso molto discusso [il 24], anche dai commentatori antichi, Pietro di Dante, Buti, Anonimo  Fiorentino, i quali giustamente pensavano che si trattasse di Adamo ed Eva, i quali per primi abitarono nel Paradiso Terrestre in stato d&#8217;innocenza. Questa tesi oggi è la più seguita e la più logica. Ma già il Benvenuto, seguito da altri moderni, suppose che si trattasse degli antichi romani, i quali, secondo un passo del &#8220;De Civitate Dei&#8221;, XV, praticarono le virtù cardinali, anche senza la vera <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religione</a>. Ed il Lana intese, addirittura, gli uomini dell&#8217;età dell&#8217;oro. L&#8217;altra difficoltà è sul senso da dare alle quattro stelle, da alcuni identificate erroneamente con la Croce del Sud, del tutto ignota alla scienza del tempo di Dante (cfr. D&#8217;Ovidio, l. c. 21-26). Non bisogna fermasi soltanto al valore allegorico di queste stelle, ma considerare che esse sono vere stelle, che hanno una loro entità oggettiva, che contribuisce indubbiamente a quell&#8217;atmosfera di gioia diffusa in tutto quel paesaggio.»</em></p>
<div id="attachment_2312" class="wp-caption alignright" style="width: 210px"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=9788876445217" target="_blank"><img class="size-medium wp-image-2312" title="struttura-occulta-divina-commedia" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/struttura-occulta-divina-commedia.jpg" alt="Edi Minguzzi, La struttura occulta della Divina Commedia" width="200" height="297" /></a><p class="wp-caption-text">Edi Minguzzi, La struttura occulta della Divina Commedia</p></div>
<p style="text-align: justify;">Fa eccezione Manfredi Porena, il quale, all&#8217;identificazione delle quattro stelle, ha dedicato uno spazio molto più approfondito della maggior parte dei commentatori moderni, anche se interamente dedicato alla confutazione della identificazione delle quattro stelle con la Croce del Sud (Bologna, Zanichelli, 1972):</p>
<p style="text-align: justify;"><em>«Le quattro stelle sono un&#8217;invenzione di Dante, o Dante rappresenta in esse quella costellazione di quattro stelle chiamata Croce del Sud, sconosciuta ai suoi tempi al mondo civile, ma di cui potesse aver avuto notizia in qualche modo?<br />
Questa seconda opinione è oggi molto in discredito; ma poiché ha ancora qualche tardo sostenitore, val la pena di confutarla ancora una volta: tanto più che il discorso delle quattro stelle mi darà occasione di ribadire quanto ebbe ad affermare circa il posto che deve darsi alla verità scientifica nella Divina Commedia.<br />
Dante dice dunque che le quattro stelle non furon viste mai se non dalla &#8220;prima gente&#8221;. Evidentemente egli allude a gente rispetto a cui le condizioni di visibilità delle stelle medesime erano affatto diverse dalle nostre. L&#8217;interpretazione più ragionevole e più naturale è che si tratti di Adamo ed Eva, &#8220;prima gente&#8221; in modo assoluto: i quali dal Paradiso terrestre, che Dante immagina sulla cima del Purgatorio, potevan vedere le quattro stelle, prossime al polo sud, mentre nel nostro mondo sono invisibili perché troppo meridionali. Un&#8217;interpretazione più scientifica del &#8220;prima gente&#8221; è che si tratti invece dell&#8217;umanità primitiva, che pel fenomeno ben noto a Dante (quello stesso cui si deve la precessione degli equinozi) del rotare del cosiddetto &#8220;polo del mondo&#8221; intorno al polo dell&#8217;eclittica, potevan vedere  le quattro stelle anche dalle nostre regioni, essendo allora esso polo del mondo più prossimo ad esse, che è come dire che esse erano meno meridionali. Comunque sia,  si tratta sempre di prima gente vissuta in tempi lontanissimi da noi, in tutto scissa dalla nostra cultura,  da cui Dante non poteva aver ricevuto alcuna informazione, diretta o indiretta. Sicché è chiaro che, tolta la finzione poetica dell&#8217;averle viste co&#8217; suoi occhi, resta il fatto reale che egli le ha inventate. Che se, come da qualcuno si è preteso, egli avesse ricevuto notizie della Croce del Sud da fonti classiche da noi ignorate (cosa estremamente inverosimile) o da cartografi o da navigatori medievali, come avrebbe potuto dire che quelle stelle erano state viste soltanto dalla prima gente?<br />
Ma c&#8217;è poi un altro fatto di cui non si è abbastanza tenuto conto.  Le quattro stelle della Croce del Sud, salvo l&#8217;esser quattro, non corrispondono punto all&#8217;aspetto delle quattro stelle dantesche: di esse solo una è di prima grandezza, e assai meno luminosa non solo di Sirio ma di non poche stelle a noi visibili. Invece le quattro stelle di Dante sono di una luminosità superiore a tutte quelle che noi vediamo, onde l&#8217;apostrofe al &#8220;settentrional vedovo sito&#8221; che non può contemplare in cielo uno spettacolo simile.<br />
E a chi non si rassegni a considerare le quattro stelle un&#8217;invenzione di Dante, perché inventando egli avrebbe mostrato poco rispetto per la scienza, dimostrerò ora che Dante viola ben altrimenti con esse la verità scientifica. Egli sapeva benissimo che all&#8217;Equatore vi sono abitanti: lo afferma  nella &#8220;Monarchia&#8221;, chiamandoli Garamanti (I, 14); vi riaccenna nella &#8220;Quaestio de Aqua et Terra&#8221; (55).  E sapeva anche che dall&#8217;Equatore si vedono tutte le stelle dell&#8217;emisfero meridionale (Inferno, XXVI, 127-9). E allora quegli abitanti dovran vedere benissimo le quattro stelle: le quali, si noti, non sono proprio neanche sul polo sud, ma, come vedremo, ruotano con notevole raggio intorno ad esso […]. Ma Dante ha voluto dimenticare tutto questo e gli è piaciuto dire che le quattro stelle non sono state  mai viste se non dalla prima gente. Perché? Perché questa affermazione ha un valore <a title="simbolico" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbolico</a>:  le quattro stelle simboleggiano infatti le quattro virtù cardinali,  e a Dante premeva affermare che queste, nella loro pienezza, e nel loro vero splendore, non furono possedute  se non da Adamo ed Eva prima del peccato.<br />
Ecco come il nostro poeta è capace, per fini poetici e dottrinali,  di metter da parte il vero scientifico; ecco quanto erra chi ragiona  sulla Divina Commedia col presupposto che bisogni sempre interpretare in modo che sia salvo il vero scientifico, o quello che a Dante pareva tale secondo la scienza del tempo».</em></p>
<div id="attachment_2313" class="wp-caption alignleft" style="width: 210px"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=9788882652487" target="_blank"><img class="size-medium wp-image-2313" title="astronomia-etrusco-romana" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/astronomia-etrusco-romana.jpg" alt="Leonardo Magini, Astronomia etrusco-romana" width="200" height="281" /></a><p class="wp-caption-text">Leonardo Magini, Astronomia etrusco-romana</p></div>
<p style="text-align: justify;">Secondo il Porena, dunque, non vi è alcuna  probabilità che le quattro stelle descritte da Dante corrispondano esattamente alla Croce del Sud.<br />
Ma siamo sicuri che ciò sia da escludere in modo assoluto?<br />
A quanto ne sappiamo, la prima descrizione certa di questa costellazione risale ad Andrea Corsali, che, nel 1516, la descrive «così leggiadra e bella che nessun altro segno celeste vi può esser paragonato».<br />
I navigatori che si spinsero, per primi, a sud dell&#8217;Equatore, la presero come punto di riferimento per trovare il Polo Sud celeste. Infatti, anche se, nell&#8217;emisfero sud, non esiste una stella che possa esser paragonata alla Polare dell&#8217;emisfero nord, nella Croce del Sud, che non dista molto dal Polo australe, vi sono due stelle luminose, α e γ, rispettivamente Acrux e Gacrux, che possono svolgere, approssimativamente, quella funzione.<br />
D&#8217;altra parte, la Croce del Sud era, sì, nota agli astronomi antichi, ma come parte della costellazione del Centauro (da cui è attorniata su tre lati; mentre, sul quarto, «confina» con la costellazione della Mosca). Come costellazione autonoma, pare che essa sia «nata» solamente nel XVI secolo; e, precisamente, come la più piccola delle 88 costellazioni odierne.<br />
Se non che, a complicare le cose, c&#8217;è il fatto che non tutti gli astronomi identificavano la Croce del Sud con la costellazione che attualmente porta quel nome (e che è divenuta famosa perché diversi Stato dell&#8217;emisfero meridionale, come il Brasile e l&#8217;Australia, la recano raffigurata nella propria bandiera nazionale).<br />
Abbiamo citato Petrus Plancius come il primo cartografo che, nel 1598, riportò sul proprio atlante celeste la costellazione attuale della Croce del Sud. Ma proprio lui è responsabile di una notevole confusione, perché, negli anni precedenti, aveva indicato un&#8217;altra Croce del Sud in una diversa porzione del cielo australe, e precisamente a sud della costellazione dell&#8217;Eridano, là dove, attualmente, si trova la costellazione denominata dell&#8217;Idra Maschio.<br />
E non basta ancora; perché alcuni fra i primi naviganti europei che si spinsero nell&#8217;emisfero sud descrissero l&#8217;odierna costellazione della Croce del Sud non come una «croce», ma come una «mandorla».<br />
Un&#8217;altra osservazione è necessario fare, questa di carattere generale.<br />
Abbiamo visto che, secondo Manfredi Porena, le quattro stelle di Dante non possono corrispondere (se non per un puro caso) alla costellazione della Croce del Sud, in quanto, a suo dire, Dante ben sapeva che, dall&#8217;Equatore, sono visibili tutte le stelle dell&#8217;emisfero meridionale. A sostegno di questa affermazione, egli cita quella terzina del XXVI canto dell&#8217;<em>Inferno</em> (versi 127-129) in cui Ulisse narra a Dante e a Virgilio la sua ultima, audacissima navigazione, che lo avrebbe portato al naufragio e alla morte, nello sconosciuto emisfero meridionale:</p>
<div id="attachment_2314" class="wp-caption alignright" style="width: 210px"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=9788816572669" target="_blank"><img class="size-medium wp-image-2314" title="antichi-astronomi" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/antichi-astronomi.jpg" alt="Alfonso Pérez de Laborda - Sandro Corsi, Gli antichi astronomi" width="200" height="247" /></a><p class="wp-caption-text">Alfonso Pérez de Laborda - Sandro Corsi, Gli antichi astronomi</p></div>
<p style="text-align: justify;"><em>«Tutte le stelle già de l&#8217;altro polo<br />
vedea la notte, e il nostro tanto basso<br />
che non surgea fuor del marin suolo.»</em></p>
<p style="text-align: justify;">La nave di Ulisse doveva trovarsi all&#8217;incirca a 40° di latitudine Sud quando egli fece la scoperta che poteva scorgere  «tutte le stelle» dell&#8217;emisfero australe, e &#8211; dunque, anche quelle prossime al Polo Sud celeste -, ma non vedeva più quelle circumpolari settentrionali.  Infatti, per chi si trova nelle località poste alle medie latitudini, vi è una parte di cielo che resta costantemente invisibile, quella che circonda il polo celeste dell&#8217;emisfero opposto. Al contrario, la regione vicina al polo celeste del proprio emisfero rimane costantemente visibile. Qui, infatti, le stelle non tramontano mai sotto l&#8217;orizzonte, ma paiono compiere un percorso circolare intorno al polo celeste (e per questo appunto sono chiamate «circumpolari»); ed esse saranno tanto più numerose, quanto più l&#8217;osservatore si trovi in prossimità del Polo.<br />
Mano a mano che ci si avvicina all&#8217;Equatore, al contrario, le stelle circumpolari scendono verso la linea dell&#8217;orizzonte; finché, alla latitudine di zero gradi, le stelle più vicine ai due Poli celesti non sono più sempre visibili. Da questa latitudine, un osservatore può vedere, teoricamente, le stelle di tutto il cielo: i Poli Nord e Sud sono esattamente sull&#8217;orizzonte. Da lì, pertanto, è possibile vedere sia la Polare che la Croce del Sud, ma con una certa fatica. Quindi, è giusta l&#8217;osservazione del Porena, che dall&#8217;Equatore si vedono tutte le stelle dell&#8217;emisfero meridionale (e anche, aggiungiamo noi, quelle dell&#8217;emisfero settentrionale).<br />
Dante parla dei Garamanti, popolo che controllava le antiche vie carovaniere attraverso il Deserto del Sahara, come esempio di abitatori delle regioni equatoriali; ma, in realtà, per vedere la Croce del Sud, è sufficiente trovarsi in Egitto, lungo la valle del Nilo (a partire, come si è visto, dalla latitudine di 27° di latitudine Nord).<br />
I mercanti veneziani e genovesi che, nel <a title="medioevo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/medioevo">Medioevo</a>, frequentavano il porto di Alessandria, dovevano perciò conoscerla, almeno per sentito dire; e, forse, l&#8217;avevano veduta, risalendo il Nilo per motivi di commercio. E forse la videro, o ne ebbero notizia certa, anche i cavalieri che avevano partecipato alla Quinta Crociata (1217-21) sotto il duca Leopoldo d&#8217;Austria; e, dopo di essi, quelli che presero parte alla Sesta Crociata (1248-54) sotto il re di Francia San Luigi IX, dato che entrambe le spedizioni si rivolsero contro l&#8217;Egitto.</p>
<div id="attachment_2315" class="wp-caption alignleft" style="width: 210px"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=9788888985121" target="_blank"><img class="size-medium wp-image-2315" title="dante-e-fedeli-amore" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/dante-e-fedeli-amore.jpg" alt="Andrea Bertolini, Dante e i Fedeli d'Amore" width="200" height="271" /></a><p class="wp-caption-text">Andrea Bertolini, Dante e i Fedeli d&#39;Amore</p></div>
<p style="text-align: justify;">Ad ogni modo, come già abbiamo osservato, per gli studiosi di Dante in senso puramente letterario, la questione relativa all&#8217;esatta identificazione delle quattro stelle non ha mai rivestito troppa importanza.<br />
Al contrario dei letterati dantisti, gli studiosi di esoterismo e, in genere, tutti coloro che si sforzano  di cogliere il senso riposto dei versi di Dante «sotto il velame», per dirla con Giovanni Pascoli, hanno sempre visto nella rappresentazione delle quattro stelle antartiche una sorta di sfida che meritava di essere raccolta, sgombrando la mente da ogni pregiudizio e prendendo in esame tutte le ipotesi possibili; che sono, in sostanza, le seguenti:<br />
a) Dante si è semplicemente inventato le quattro stelle, per motivi poetici e allegorici (facendone il <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbolo</a> delle quattro virtù cardinali);<br />
b) Dante ha avuto notizia, da antichi testi di astronomia o da navigatori medievali, dell&#8217;esistenza della Croce del Sud;<br />
c) Dante conosceva il fenomeno della precessione degli equinozi e sapeva che quelle stelle, visibili un tempo alle nostre latitudini, non lo erano più per ragioni astronomiche.<br />
Come dicevamo, ci sarebbe impossibile, in questa sede, riassumere la sterminata bibliografia esistente sull&#8217;argomento.<br />
Desideriamo invece, più modestamente, prendere in esame una fra le numerose proposte ed ipotesi avanzate dai moderni studiosi di archeoastronomia, che ha il vantaggio di presentarsi, al tempo stesso, come molto semplice e decisamente elegante.</p>
<p style="text-align: justify;">Il suo autore è quel Giulio Magli, professore ordinario di meccanica razionale al Politecnico di Milano, del quale ci siamo recentemente occupati nel nostro articolo <em>La scoperta della precessione degli equinozi può aver dato origine al culto di Mithra?</em> (consultabile sul sito di Arianna Editrice).<br />
Nel suo libro <em>I segreti delle antiche civiltà megalitiche</em> (Roma, Newton &amp; Compton Editori, 2007, pp. 269-71), egli così scrive:</p>
<p style="text-align: justify;">«Questa costellazione [ossia la Croce del Sud], come anche il vicino Centauro non è più visibile alle latitudini del mediterraneo. La precessione infatti portò entrambe le costellazioni a culminare al di sotto dell&#8217;orizzonte nel corso degli ultimi due millenni prima di Cristo; in Italia, la Croce scomparve progressivamente tra il 700 a. C. e il 100 a. C. circa; a latitudini un po&#8217; più basse, per esempio all&#8217;altezza di Gerusalemme, il fenomeno avvenne qualche secolo dopo, tanto che alcuni autori hanno proposto che possa aver contribuito all&#8217;affermarsi della croce come <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbolo</a> cristiano.<br />
Quando, all&#8217;inizio del Rinascimento, gli Europei iniziarono a viaggiare nell&#8217;emisfero sud, la Croce fu &#8220;riscoperta&#8221;; il fatto di vedere una nuova costellazione proprio in forma di croce  può senza dubbio esser stato considerato un buon segno per i naviganti (anche se molti la videro in realtà come una &#8220;mandorla&#8221;, a ennesima dimostrazione che bisogna che bisogna essere molto attenti quando si cerca di assegnare forme alle costellazioni). In ogni caso è probabile che la conoscenza di questa costellazione non si fosse persa completamente durante il <a title="medioevo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/medioevo">Medioevo</a>. (…)<br />
Senza dubbio Dante usa queste stelle come immagini delle quattro virtù teologali (Prudenza, Giustizia, Fortezza, Temperanza), ma è molto probabile che l&#8217;idea gli sia venuta da una conoscenza, perlomeno approssimativa, delle principali stelle dell&#8217;emisfero sud. Questa idea &#8211; oggi, ma forse è inutile dirlo, ferocemente negata dai più &#8211; venne di fatto già ad Amerigo Vespucci che, dopo aver visto per la prima volta le stelle della Croce, in una lettera datata 18 luglio 1500 e diretta a Lorenzo di Pierfrancesco de&#8217; Medici, scrisse:<em><br />
</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> &#8220;Mi pare che il Poeta in questi versi voglia descrivere per le &#8220;quattro stelle&#8221; del polo dello altro firmamento, e non mi diffido fino a qui che quello che dice non salga verità: perché io notai quattro stelle figurate come una mandorla, che tenevano poco movimento.&#8221;</em></p>
<div id="attachment_2316" class="wp-caption alignright" style="width: 210px"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=9788821808579" target="_blank"><img class="size-medium wp-image-2316" title="uomo-antico-cosmo" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uomo-antico-cosmo.jpg" alt="L'uomo antico e il cosmo" width="200" height="298" /></a><p class="wp-caption-text">L</p></div>
<p style="text-align: justify;">È interessante notare che Dante sembra sapere anche che queste stelle un tempo erano visibili nel Mediterraneo, quando dice &#8220;non viste mai fuor ch&#8217;a la prima gente (gli scettici obiettano però che  &#8220;prima gente&#8221; potrebbe voler dire non gli antichi, ma Adamo ed Eva).<br />
Non è facile stabilire da dove Dante abbia attinto queste informazioni, visto che le stele della Croce non compaiono come costellazione a sé stante nell&#8217;<em>Almagesto</em>, il trattato di astronomia compilato da Tolomeo di Alessandria che è la principale fonte scritta sull&#8217;astronomia che ci è pervenuta dal mondo classico. In Grecia infatti, quelle stelle facevano parte della costellazione del Centauro &#8211; all&#8217;epoca più estesa della nostra &#8211; che veniva a formare una specie di arco molto luminoso  posto a cavallo (scusate il gioco di parole) della direzione sud; la scelta di separare le stelle della Croce in una costellazione a sé stante entrò in uso solo alla fine del XVI secolo. In ogni caso, e indipendentemente dalla spinosa questione di come venivano effettivamente  individuati i contorni delle costellazioni nell&#8217;<a title="antichità" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/storia-antica">antichità</a>, non c&#8217;è alcun dubbio sul atto che le stelle di quello che per chiarezza chiamerò &#8220;gruppo Croce-Centauro&#8221; sono state una presenza importantissima nel cielo del Mediterraneo nei millenni precedenti alla nascita di Cristo; esistono infatti solide prove archeo-astronomiche dell&#8217;interesse degli antichi per esse, ed in particolare proprio per le stelle della Croce dalla disposizione geometrica così peculiare, fin dal IV millennio a. C.»</p>
<p style="text-align: justify;">Il Magli, infatti, avanza successivamente l&#8217;ipotesi che gli spettacolari templi megalitici  dell&#8217;arcipelago di Malta, eretti a partire dal 3.400 a. C. da una civiltà della quale, praticamente, nulla sappiamo, siano stati eretti con un allineamento astronomico ben preciso: ossia presentando l&#8217;ingresso verso il settore sud-est del cielo, nella direzione del punto di levata del gruppo Croce-Centauro in quella lontana epoca storica.<br />
La civiltà isolana di Malta subì un brusco tracollo intorno al 2.500 a. C., sicché, posteriormente a questa data, nessun tempio megalitico venne più eretto; tuttavia, ce n&#8217;è abbastanza per stuzzicare la curiosità dello studioso di astronomia antica, tanto più che edifici analoghi, con lo stesso genere di orientamento, sono stati rinvenuti in altri luoghi del Mediterraneo occidentale: precisamente a Minorca, nelle Isole Baleari, e in Sardegna (civiltà nuragica).<br />
Che dire di tutto ciò?<br />
Forse, gli antichi popoli stabiliti lungo le coste e nelle isole del Mediterraneo avevano elaborato una <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religione</a> astrale, di cui parte fondamentale era la convinzione che, dalle stelle, venissero all&#8217;uomo dei poteri che facevano parte di un ampio collegamento tra sfera celeste, mondo terrestre e mondo sotterraneo (una parte dei misteriosi edifici sacri delle antiche civiltà megalitiche sono, infatti,  ipogei).</p>
<div id="attachment_2317" class="wp-caption alignleft" style="width: 210px"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=9788842420521" target="_blank"><img class="size-medium wp-image-2317" title="medioevo-istruzioni-per-luso" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/medioevo-istruzioni-per-luso.jpg" alt="Francesco Senatore, Medioevo. Istruzioni per l'uso" width="200" height="290" /></a><p class="wp-caption-text">Francesco Senatore, Medioevo. Istruzioni per l&#39;uso</p></div>
<p style="text-align: justify;">Forse, quei nostri lontani progenitori credevano che i cicli della natura fossero sorretti e, per così dire, alimentati, da un complesso gioco di corrispondenze fra il mondo celeste, il mondo terrestre e il mondo sotterraneo; e che, per assicurare la fecondità della natura, fosse necessario che gli uomini riproducessero, nella loro architettura sacra, gli schemi dei gruppi stellari dotati di maggiori poteri (un&#8217;idea che si è conservata fino a tutto il <a title="medioevo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/medioevo">Medioevo</a>, ad esempio nell&#8217;orientamento delle cattedrali gotiche verso la direzione del sole che sorge).<br />
Le stelle che formano l&#8217;attuale costellazione della Croce del Sud dovevano svolgere un ruolo particolarmente importante in questo tipo di <a title="Religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religione</a> astrale. Ciò spiegherebbe la sopravvivenza della loro memoria anche dopo che, per il fenomeno della precessione degli equinozi, esse erano divenute invisibili alla latitudine dell&#8217;Italia centrale e della Sardegna, il che divenne un fatto compiuto all&#8217;inizio dell&#8217;era volgare (mentre verso il V secolo dopo Cristo la Croce del Sud era diventata ormai completamente invisibile alla latitudine di Roma).<br />
Può essere, pertanto, che quella memoria si sia conservata in maniera tale, che Dante ne venne a conoscenza, attraverso antichi testi di astronomia; così come può essere che egli abbia ricevuto informazioni più recenti in seguito a qualche viaggio di navigatori europei: per esempio, quello dei fratelli genovesi Ugolino e Guido Vivaldi, alla fine del XIII secolo, spintisi audacemente lungo la costa occidentale dell&#8217;Africa (che poté, forse, ispirargli l&#8217;episodio dell&#8217;ultimo viaggio di Ulisse,  narrato nel XXVI canto dell&#8217;Inferno).<br />
La Croce del Sud, secondo Giulio Magli, sarebbe identificabile, inoltre, nella costellazione chiamata Trono di Cesare, che Plinio descrive come non più visibile dall&#8217;Italia, ma ancora visibile dall&#8217;Egitto (nella <em>Naturalis Historia</em>, II, 68), e che ricevette tale denominazione all&#8217;epoca dell&#8217;imperatore Augusto.<br />
Che altro dire?<br />
Certo la questione rimane aperta ad ulteriori contributi, sia di tipo storico-letterario, che archeologico-astronomico.<br />
Riteniamo, tuttavia che la proposta del Magli, circa la diretta conoscenza di Dante delle stelle dell&#8217;emisfero sud, e, forse, anche del fenomeno della precessione degli equinozi &#8211; il quale le avrebbe rese gradualmente invisibili alle nostre latitudini &#8211; meriti di essere presa attentamente in considerazione: se non altro, come un&#8217;ipotesi di lavoro, aperta a nuovi, possibili sviluppi.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto, con il gentile consenso dell&#8217;Autore, dal sito <a rel="nofollow" href="http://www.ariannaeditrice.it">ariannaeditrice.it</a>.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/dante-e-la-croce-del-sud.html' addthis:title='Dante e la Croce del Sud ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Fra ghiacci e tenebre di Fridtjof Nansen</title>
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		<pubDate>Fri, 22 May 2009 15:48:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Lamendola</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La vita leggendaria di Fridtjof Nansen, pioniere dell'esplorazione artica]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/fra-ghiacci-e-tenebre-di-fridtjof-nansen.html' addthis:title='Fra ghiacci e tenebre di Fridtjof Nansen '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/letteratura48x48.png" width="48" height="48" alt="" title="Letteratura" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storiacontemporanea48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Storia contemporanea" /><br/><div id="attachment_2280" class="wp-caption alignleft" style="width: 235px"><img class="size-medium wp-image-2280" title="fridtjof_nansen" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/fridtjof_nansen.jpg" alt="Fridtjof Nansen (Store Frøen, presso Christiania, 10 ottobre 1861 – Lysaker, comune di Bærum, 13 maggio 1930)" width="225" height="326" /><p class="wp-caption-text">Fridtjof Nansen (Store Frøen, presso Christiania, 10 ottobre 1861 – Lysaker, comune di Bærum, 13 maggio 1930)</p></div>
<p style="text-align: justify;">Fridtjof Nansen, uno dei più grandi esploratori norvegesi (degno di stare accanto al grandissimo Roald Amundsen, il conquistatore del Polo Sud), nasce il 18 ottobre 1861 a Store Froen presso Cristiania &#8211; oggi Oslo -, la capitale della Norvegia e muore a Lysaker il 13 maggio 1930, all&#8217;età di sessantotto anni. Scienziato di formazione, nel 1882 si reca sulle coste della Groenlandia con una baleniera per studiare da vicino la vita delle foche; e, cinque anni dopo, nel 1887, realizza un&#8217;impresa notevolissima: l&#8217;attraversamento dell&#8217;interno della grande isola artica, eseguendo fondamentali studi scientifici sulla sua calotta glaciale. Ma un grande sogno lo accompagna da anni, quello di penetrare lungo la costa settentrionale dell&#8217;Asia e di lasciarsi catturare volontariamente, con una nave attrezzata allo scopo, nella morsa dei ghiacci, per sfruttare una corrente marina che, a quanto sembra, si dirige a settentrione; indi, con le slitte, tentar di raggiungere il Polo Nord. In un certo senso si tratta di mettersi nella scia di quanti erano andati alla ricerca del favoloso passaggio di Nord-est, croce e miraggio di generazioni e generazioni di navigatori ed esploratori; poiché nessuno aveva osato costeggiare l&#8217;estremità settentrionale della Siberia in tutta la sua lunghezza, fino al 1878  (il viaggio verrà effettuato invece a ritroso, ossia partendo dallo Stretto di Behring, dalla Maud di Amundsen fra il luglio del 1922 e l&#8217;agosto del 1925). Nel 1878 la nave Vega, al comando dell&#8217;esploratore svedese Otto Nordenskjöld, riesce a condurre a termine, finalmente, la prima navigazione dall&#8217;Atlantico al Pacifico, costeggiando a nord la Siberia, sia pure al prezzo di uno sverno nella morsa dei ghiacci. E nel 1879 una nave americana, la Jeannette, partita da San Francisco, tenta a sua volta di penetrare nel Mar Glaciale Artico dallo Stretto di Behring, facendo al contrario il viaggio della Vega, ma fa miseramente  naufragio e l&#8217;equipaggio perisce di stenti e di freddo nel tentativo di raggiungere a piedi dei luoghi abitati.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Nel 1893 &#8211; scrive Silvio Zavatti &#8211; [Nansen] mise in atto l&#8217;ardito progetto di farsi imprigionare dai ghiacci con una nave e di raggiungere il Polo Nord lasciandosi trasportare da una corrente che egli riteneva esistesse a nord delle regioni siberiane. La nave, armata a spese dello stato e del re, era la Fram, comandata dal capitano Otto Sverdrup. La nave venne fermata dai ghiacci a 70°45&#8242; di latitudine Nord e 133° di longitudine Est e lentamente portata fino a 84° di latitudine nord. Allora Nansen, accompagnato dal luogotenente J. H. Johansen, abbandonò la nave e con slitte trainate da cani si diresse verso il Polo, raggiungendo 86°13&#8242; di latitudine Nord, punto fino allora mai toccato. Le avversità lo consigliarono al ritorno e nell&#8217;estate del 1896 raggiunse Capo Flora incontrandosi con una spedizione inglese. Il 13 agosto ritornò in Norvegia e pochi giorni dopo anche la Fram. I risultati scientifici furono importantissimi, primo fra tutti la sicurezza che la Terra di Francesco Giuseppe era formata da innumerevoli isole e non da una terra unica come allora si credeva. Dopo questa spedizione si dedicò a vita politica e solo nel 1913 fece un importante viaggio nel Mare di Kara&#8221; (1).</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-medium wp-image-2224" style="margin: 10px;" title="nansen" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/nansen-300x261.jpg" alt="" width="300" height="261" />Aggiungiamo solo che, dal 1897, Nansen è nominato professore di zoologia nell&#8217;Università di Oslo e, dal 1901, di oceanografia; che, nel 1900, naviga dalla Norvegia alle isole Svalbard (Spitzbergen); e che nel 1913 compie la traversata, parte per via fluviale e parte per ferrovia, dal Mar di Kara all&#8217;Estremo Oriente, pubblicando su questi viaggi una serie di volumi di notevole valore scientifico.  Come uomo politico, favorisce lo scioglimento dell&#8217;effimera unione fra Svezia e Norvegia e dapprima svolge funzioni di ambasciatore a Londra, dal 1906 al 1908, indi negli Stati Uniti, durante la prima guerra mondiale; e svolge poi un ruolo non secondario nella fondazione della Società delle Nazioni. In tale organismo si segnala per l&#8217;attività dispiegata a favore dei profughi, specialmente gli Armeni reduci dal genocidio turco e i Russi reduci dalla guerra civile nel loro paese, nonché a favore del ritorno a casa dei prigionieri di guerra. Tutte queste attività gli valgono il conferimento, nel 1922, del premio Nobel per la pace; mentre, dopo la sua morte, viene costituito l&#8217;Ufficio internazionale Nansen per i rifugiati, un organismo autonomo delle Nazioni Unite per proseguire l&#8217;opera da lui iniziata a favore dei profughi di tutte le guerre. (2)</p>
<p style="text-align: justify;">Ma torniamo al viaggio della Fram degli anni 1893-96. Il piano ideato da Nansen tiene conto delle recenti esperienze sia della Vega che della Jeannette ed è al tempo stesso semplice e geniale, oltre che notevolmente coraggioso.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Qualche tempo dopo il naufragio della Jeannette &#8211; scrivono Guido Petter e Beatrice Garau &#8211; i resti della nave stritolata dai ghiacci vennero ritrovati dal grande esploratore norvegese Nansen in un luogo molto lontano dal punto del naufragio, e cioè sulle coste della Groenlandia, vale a dire proprio nella parte opposta del Mar Glaciale Artico.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Abbiamo già veduto che il banco di ghiaccio in cui la Jeannette era rimasta intrappolata era in movimento; e il fatto che i resti della nave venissero ritrovati così lontano dal punto in cui la nave si era sfasciata stava a significare che il ghiaccio aveva compiuto, sotto la spinta dei venti o delle correnti, tutta la traversata del Mar Glaciale Artico.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Questa constatazione suggerì a Nansen un&#8217;idea geniale. Egli pensò che sarebbe stato possibile recarsi con un&#8217;altra nave nella zona in cui la Jeannette era stata bloccata dai ghiacci, e lasciare che la nave venisse imprigionata aspettando poi che venisse trascinata anch&#8217;essa, come la Jeannette, lungo una rotta polare, nella direzione della Groenlandia. Così facendo, essa sarebbe probabilmente passata nelle vicinanze del Polo.</p>
<div id="attachment_2276" class="wp-caption alignleft" style="width: 206px"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=9788879726061" target="_blank"><img class="size-medium wp-image-2276" title="vero-nord" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/vero-nord-196x300.jpg" alt="Bruce Henderson, Vero Nord. Frederick Cook, Robert Peary e la corsa al Polo" width="196" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Bruce Henderson, Vero Nord. Frederick Cook, Robert Peary e la corsa al Polo</p></div>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Per affrontare una simile impresa erano tuttavia necessarie alcune cose. Nessuno poteva sapere se il campo di ghiaccio avrebbe seguito proprio un itinerario abbastanza simile a quello percorso dai resti della Jeannette, senza finire invece in altre zone dalle quali fosse poi impossibile ritornare: occorreva dunque una certa fiducia nella regolarità con la quale certi grandi fenomeni si ripetono (in questo caso, una certa fiducia nella regolarità dei venti e delle correnti del Mare Artico), che nessuno conosceva ancora. E Nansen aveva questa fiducia, perché aveva una mentalità da scienziato. Era inoltre indispensabile progettare e costruire una nave che fosse in grado di resistere alla pressione dei ghiacci, e dotarla di attrezzature e viveri sufficienti per trascorrere fra i ghiacci un periodo che poteva anche essere lunghissimo e per compiere osservazioni sistematiche nelle varie regioni che la nave avrebbe attraversato.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Nansen riuscì a realizzare il suo progetto. Costruì una nave, la Fram (che in norvegese vuol dire &#8216;Avanti&#8217;), che aveva la chiglia tutta arrotondata, quasi come una saponetta. Se i ghiacci intorno a essa avessero cominciato a premere, la nave sarebbe sgusciata fuori, verso l&#8217;alto, sfuggendo così alla loro pressione.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Durante questo lungo viaggio, che Nansen ha descritto nel suo libro <em>Fra ghiacci e tenebre</em>, furono compiute numerose ed importanti osservazioni scientifiche, in un ambiente nel quale nessuno prima di quel tempo aveva soggiornato a lungo. Nansen, inoltre, ad un certo momento decise di abbandonare la nave, che seguiva una rotta obbligata, per raggiungere a piedi il Polo, da cui non era più molto distante. Egli infatti si era ormai reso conto che la nave non sarebbe passata dal Polo. Con un solo compagno, utilizzando delle slitte e delle leggere imbarcazioni, necessarie per attraversare i canali che durante la buona stagione si aprono di tanto in tanto nella banchisa, nell&#8217;estate del 1895 si diresse verso il Polo Nord giungendo sino a 86° e 13&#8242; di latitudine, e cioè a poco più, di 400 chilometri dal Polo […] Ad una così breve distanza dal Polo nessuno, prima di Nansen, era mai riuscito ad arrivare.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Respinti dalle bufere e dal freddo, che l&#8217;inizio della cattiva stagione rendeva sempre più difficile sopportare, i due esploratori, non potendo più, evidentemente, ritornare alla nave che avevano lasciato da varie settimane e che aveva continuato a spostarsi insieme ai ghiacci,  decisero di passare l&#8217;inverno nell&#8217;Artico. Nella primavera seguente, parecchi mesi dopo avere abbandonato la Fram, e dopo avere corso molti pericoli, fra i quali quello di perdere le loro due imbarcazioni con tutte le provviste, si imbatterono  per caso in un&#8217;altra nave, che li raccolse e li riportò in patria&#8221; (3).</p>
<p style="text-align: justify;">La formazione e la mentalità da scienziato di Nansen traspaiono nello stile e nell&#8217;impostazione generale del volume <em>Tra vento e ghiacci</em>, senza però che la precisione e l&#8217;oggettività della narrazione diventino aride o noiose; anzi, un soffio di poesia percorre le pagine, abbellite d&#8217;altronde da una serie di illustrazioni dell&#8217;autore: acquarelli che rivelano in lui un inaspettato temperamento d&#8217;artista. È, il suo, uno degli ultimi libri dedicati alle esplorazioni polari in cui l&#8217;incisione e il dipinto facciano le veci della fotografia, ricollegandosi idealmente alle relazioni dei grandi navigatori-scienziati del 1700, come Cook, La Pérouse e Bougainville, ed immergendo il lettore in un&#8217;atmosfera fascinosa e suggestiva. Nel complesso si può dire che Nansen, come scrittore, è sempre piacevole e non di rado affascinante; ha il gusto per la parola precisa ma al tempo stesso semplice, e sa dosare la cronaca di quel mitico triennio con una vena di senso dell&#8217;ironia che non dispiace e, anzi, dona brio e leggerezza a una lettura che altrimenti potrebbe risultare, talvolta, monotona.</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=9788895842165" target="_blank"><img class="alignright size-medium wp-image-2277" style="margin: 10px;" title="circumpolaris" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/circumpolaris.jpg" alt="" width="200" height="271" /></a>&#8220;Il Fram &#8211; scrive Anton Mayer &#8211; lasciò il porto di Cristiania il 25 giugno 1893 con dodici uomini di equipaggio, fra cui Sverdrup e il luogotenente Johansen, e si portò senza incidenti fino alle acque a Nord del delta della Lena; presso le isole della Nuova Siberia fu seguita la direzione Nord e il 25 settembre il Fram era chiuso dai ghiacci. Fino allora tutto era andato bene, ma purtroppo la corrente non si comportò come Nansen aveva sperato; al contrario, con grande disappunto di tutti i partecipanti alla spedizione, trascinò la nave a Sud-Est.  Dopo alcune settimane si constatò che il Fram si trovava suppergiù dove era cominciato il viaggio. Poi, tra la soddisfazione generale, il battello si diresse verso il Nord. Quindi il perfido giuoco della corrente ricominciò e portò il Fram in strane giravolte; naturalmente era impossibile di portare un ordine qualsiasi nello strano intrico di questi continui zig-zag. Trascorso un anno, il Fram era lontano appena 150 chilometri dal punto di partenza. Questo giuoco poteva rendere nervoso anche l&#8217;uomo più calmo, ma invece non dispiacque per nulla all&#8217;equipaggio; Nansen ci ha descritto la vita dei prigionieri dei ghiacci in un modo molto vivo e divertente. Dopo che le prime pressioni dei ghiacci furono sopportate bene e si fu certi che il Fram meritava piena fiducia, solo qualche avventura inevitabile nel mondo polare interruppe la monotonia del viaggio. Per il nutrimento si era provvisto nel modo migliore; Nansen fece addirittura servire nei giorni di festa qualche pranzo succulento, e nella nave si stava comodi e al caldo: dev&#8217;essere stato un viaggio polare piacevolissimo&#8221; (4).</p>
<p style="text-align: justify;">Un esempio della capacità di sorridere anche nelle situazioni che, di per sé, non sarebbero prive di risvolti drammatici, lo abbiamo nella descrizione di come un orso bianco riesce a penetrare a bordo della nave, uccidendo alcuni cani da slitta e aggredendo, per fortuna senza conseguenze, alcuni degli uomini della spedizione; descrizione che, nel sottile velo di umorismo, può ricordare lo stile di un romanzo d&#8217;avventure a lieto fine, piuttosto che quello di una seriosa spedizione scientifica. E tutta la scena della lotta con l&#8217;orso è arricchita, nel testo, da alcuni simpatici schizzi dello stesso autore, altrettanto briosi della pagina scritta.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Che peccato che un animale così bello e robusto avesse dovuto fare una fine simile! &#8211; scrive Nansen, alludendo a uno dei cani chiamato &#8216;Negro&#8217;. &#8211; Non aveva che un difetto: era selvatico, e sentiva una speciale antipatia per Johansen, e ringhiava e mostrava i denti ogniqualvolta questi montava in coperta o solo s&#8217;affacciava alla porta. Quando Johansen stava zufolando a riva, sul barile, nelle oscure notti d&#8217;inverno il &#8216;Negro&#8217; gli rispondeva da lontano, sul ghiaccio, con urli di rabbia. Johansen si chinò  col fanale sui miseri resti. &#8211; Johansen, è contento lei, ora che il suo nemico non è più al mondo? -. &#8211; No, me ne rincresce -. &#8211; E perché? -. &#8211; Perché non abbiamo fatta la pace prima che morisse- Non trovando altre orme d&#8217;orso, caricammo quei carcami sulle spalle e ci avviammo a bordo. Strada facendo, domandai a Hendriksen i particolari del suo incontro con l&#8217;orso. &#8211; Dunque, vedi, quando io e Mogstad salimmo colla lanterna, vidi due macchie di sangue vicino al barcarizzo, e dapprima pensai che potesse essere un cane che si fosse ferito. Ma sul ghiaccio, sotto il barcarizzo, trovammo le orme di un orso, e allora andammo verso ponente con tutti i cani avanti, capisci? A qualche distanza da bordo, sentii a un tratto un baccano d&#8217;inferno e, ecco venirci incontro una bestiaccia grossa grossa inseguita dai cani, capimmo subito cos&#8217;era, e ci mettemmo a correre verso il bastimento con tutta la forza delle nostre gambe. Mogstad che aveva i <em>komager </em>(scarpe lapponi) e conosceva meglio la strada arrivò a bordo prima di me, capisci. Io invece sai, non potevo correr tanto coi miei scarponi di legno, e nella confusione mi trovai a metà del gran cumulo a levante della prua. Mi voltai e feci chiaro indietro, per vedere se l&#8217;orso mi seguiva. Ma non vedendo nessun orso, tirai innanzi come potevo, e per causa di queste scarpacce andai a cadere lungo disteso in mezzo ai blocchi. Mi alzai, più che di fretta, e via, ma quando arrivai al ghiaccio liscio vicino al bordo, vidi a mano dritta qualcosa che mi veniva incontro, e che io dapprima credetti che fosse un cane, perché, sai, non è facile vederci all&#8217;oscuro. Ma non ebbi tempo di pensarci su, che l&#8217;orso mi fu sopra e mi morse qui nell&#8217;anca. E intanto grugniva -. &#8211; E tu cosa pensasti allora, Peder? -. &#8211; Cosa pensai? Pensai: qui è bell&#8217;e finita, pensai. Armi non ne avevo, cosa dovevo fare? Alzai il fanale, e con tutta la mia forza diedi un colpo tale sulla testa dell&#8217;orso che il fanale andò in tanti pezzi. Appena ricevuto il colpo, si accosciò, e si mise a guardarmi. Io stavo per darla a gambe, quando l&#8217;orso si rizzò non so se per saltarmi addosso o se per altro. In quel momento ecco venire un cane: l&#8217;orso gli si volta contro, ed io me ne monto a bordo -. &#8211; E dimmi, Peder, gridavi? -. &#8211; Se gridavo? Gridavo con quanto fiato avevo in corpo -. E doveva esser vero perché aveva ancora la voce rauca. &#8211; E frattanto, Mogstad dov&#8217;era? -. &#8211; Ma, sai, lui era venuto a bordo molto prima di me: ma che avesse mai pensato di scendere a dar l&#8217;allarme? Che! Prende il suo fucile nella cassetta, convinto e persuaso che lui solo bastava a sbrigarci dell&#8217;orso. Non gli riuscì però di far fuoco, sicché l&#8217;orso avrebbe potuto sbranarci sotto il suo naso, chissà quante volte -. Così chiacchierando eravamo giunti vicini al bordo, e Mogstad che dalla coperta aveva sentito l&#8217;ultima parte del dialogo, volle scagionarsi, e disse che egli era appena arrivato sotto il barcarizzo, quando Peder cominciò ad urlare. Aveva cercato tre volte di saltar su, e tre volte era caduto indietro prima di poter salire in coperta, dimodoché  non aveva avuto tempo che di afferrare il fucile e di correre in aiuto del compagno.</p>
<div id="attachment_2278" class="wp-caption alignleft" style="width: 204px"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=9788850203932" target="_blank"><img class="size-medium wp-image-2278" title="endurance" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/endurance-194x300.jpg" alt="Alfred Lansing, Endurance" width="194" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Alfred Lansing, Endurance</p></div>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Quando l&#8217;orso s&#8217;allontanò da Peder, per scagliarsi sul cane, tutto il branco gli fu intorno. Ne azzannò uno e se lo mise sotto; ma, attaccato dagli altri che lo addentavano di dietro, dovette lasciar la preda e porsi sulla difensiva. Piombò addosso a un altro, e di nuovo l&#8217;intero branco fu sopra a lui. E così, scorrazzando avanti e indietro sul ghiaccio, si avvicinarono di nuovo al fianco della nave. Lì, al barcarizzo, c&#8217;era un cane che tentava di arrampicarsi a bordo. L&#8217;orso d&#8217;un balzo gli si avventò contro, e fu lì appunto che il mostro trovò un degno castigo. Dall&#8217;esame fatto a bordo, risultò che l&#8217;uncino a molla del collare del &#8216;Negro&#8217; era stato drizzato; il guinzaglio del &#8216;Vecchio&#8217; spezzato; mentre l&#8217;uncino del terzo cane era stato soltanto un po&#8217; torto, così non era certo che ciò fosse opera dell&#8217;orso, e mi restava una debole speranza che il cane fosse ancora vivo. Ma per quanto cercassimo non fu possibile rintracciarlo. Una brutta storia, in complesso. Lasciar montare un orso a bordo, e perdere così tre cani in una volta. Andava assai male coi nostri cani: ormai erano ridotti a ventisei. Che orso terribile, pur essendo così piccolo! Era salito a bordo per il barcarizzo, spingendo a lato una cassa che vi stava davanti; aveva afferrato il cane più vicino, e via. Dopo aver placato la prima fame, era ritornato di bel nuovo a prendersene un secondo, ed avrebbe continuato, se glielo avessero permesso, fino a sbarazzare tutta la coperta&#8221; (5).</p>
<p style="text-align: justify;">Un&#8217;altra situazione drammatica in cui Nansen si è trova coinvolto &#8211; questa volta in prima persona &#8211; è quella in cui, per un attimo di distrazione, le due scialuppe stanno per andare alla deriva, il che lascerebbe lui e il suo compagno, col quale sta tentando di avvicinarsi al Polo Nord a piedi, in una situazione assolutamente disperata. Questa volta, nel raccontare l&#8217;episodio, Nansen non sa trovare risvolti umoristici, tuttavia questa pagina ha il dono di una meravigliosa semplicità e  naturalezza; e vi traspare la modestia dell&#8217;esploratore che neanche per un attimo è sfiorato dalla tentazione di inorgoglirsi per un&#8217;impresa &#8211; il recupero delle imbarcazioni a nuoto nel mare gelato &#8211; su cui altri, più vanitosi, avrebbero tessuto un piccolo monumento autocelebrativo.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Sbarcammo e ci mettemmo a camminare in su e in giù, vicino ai caiachi. Il vento s&#8217;era calmato molto, girando più a ponente, sicché era da dubitare se avremmo potuto utilizzarlo più a lungo. Salimmo sopra un&#8217;eminenza per assicurarcene. A un tratto Johansen esclamò: &#8211; Oh, i caiachi, i caiachi che se ne vanno! &#8211; Scendemmo a precipizio: la barbetta s&#8217;era strappata, e i caiachi s&#8217;erano già scostati un buon tratto, e s&#8217;allontanavano rapidamente.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;- Qua, il cronometro! -, dissi a Johansen, porgendoglielo. E in tutta fretta mi levai una parte degli abiti, per poter nuotare più facilmente: spogliarmi del tutto non osavo, temendo di gelare. E mi gettai a nuoto.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Il vento, che soffiava verso il largo, spingeva velocemente le leggere imbarcazioni che, quasi vacanti e coll&#8217;alberatura alta, gli offrivano buona presa. In quell&#8217;acqua diaccia e cogli abiti indosso che mi toglievano la libertà dei movimenti, facevo ben poco cammino. I caiachi s&#8217;allontanavano sempre più da me, e mi pareva quasi impossibile poterli raggiungere. E con essi s&#8217;allontanava ogni speranza di salvezza: tutto ciò che possedevamo era lì a bordo; non ci restava neanche un coltello! Tanto valeva affogare, quanto tornare senza di loro. Epperò facevo sforzi supremi.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Quando mi sentii stanco, mi voltai per nuotare sul dorso, e in quella posizione vidi Johansen  che correva di qua e di là, in preda alla maggiore inquietudine.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Povero giovine! Non poteva star fermo: gli pareva orribile la sua inazione e nutriva ben poca speranza che riuscissi a recuperare i caiachi. Ma a nulla sarebbe giovato ch&#8217;egli pure si fosse gettato a nuoto. Mi disse dopo che quelli furono i più brutti momenti della sua vita.</p>
<div id="attachment_2279" class="wp-caption alignright" style="width: 209px"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=9788854006126" target="_blank"><img class="size-medium wp-image-2279" title="conquista-del-polo-sud" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/conquista-del-polo-sud-199x300.jpg" alt="Roald Amundsen, La conquista del Polo Sud" width="199" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Roald Amundsen, La conquista del Polo Sud</p></div>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Quando mi voltai di nuovo a nuotar dritto e vidi che mi ero avvicinato, mi sentii crescere il coraggio e raddoppiai gli sforzi. Sentivo però che i muscoli mi s&#8217;irrigidivano e andavano perdendo ogni sensibilità, e capii che ben presto non sarei più stato in grado di muovermi. Ma la distanza era poca: se potevo resistere ancora qualche momento eravamo salvi. E continuai a nuotare. I movimenti si facevano sempre più deboli, ma la distanza diminuiva: ormai ero sicuro di arrivare. Finalmente stendo la mano e afferro un pattino che spunta a poppa, mi accosto al fianco, e cerco di montar su; ma, irrigidito dal freddo, non posso. Per un momento credetti che fosse troppo tardi. Ma poco dopo riesco finalmente ad alzare una gamba sopra la slitta, ch&#8217;era attraverso la coperta, e a tirarmi su. Eccomi lì seduto, ma così intorpidito, da poter appena muovere la pagaia. Non era facile far avanzare i due caiachi legati insieme e non potevo pensare a slegarli perché, prima che l&#8217;avessi fatto, sarei gelato del tutto: non mi restava che vogare a tutta forza per riscaldarmi. E così andai avanti adagio adagio, controvento, verso l&#8217;orlo del ghiaccio. Il freddo mi aveva tolto ogni sensibilità; ma quando venivano le folate di vento mi penetravano nell&#8217;ossa attraverso alla camicia di lana sottile e tutta bagnata. Tremavo e battevo i denti, ma pure potevo maneggiare la pagaia: mi sarei riscaldato quando fossi arrivato al banco.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Di prua c&#8217;erano due alche e, corti com&#8217;eravamo a provviste, l&#8217;idea di averle per cena era troppo seducente. Afferrai il fucile e le ammazzai d&#8217;un colpo. Johansen mi raccontò dipoi che, a quello sparo, s&#8217;era riscosso; non capiva che diavolo facessi là fuori, e credeva che fosse accaduta una disgrazia.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Quando mi vide vogare e raccogliere i due uccelli, temette che il cervello m&#8217;avesse dato volta. Finalmente riguadagnai l&#8217;orlo del ghiaccio; ma la corrente m&#8217;aveva trasportato a un buon tratto dal punto in cui m&#8217;ero buttato in mare. Johansen che m&#8217;era venuto incontro, saltò sui caiachi e presto vi fummo di ritorno. Durai fatica a sbarcare; ero spossato e tremavo a verga a verga. Johansen mi tolse gli abiti  bagnati e mi mise indosso quei pochi cenci asciutti che ancora possedevamo, distese il sacco sul ghiaccio e, insaccato che fui, mi buttò addosso le vele e ogni cosa che potesse ripararmi dall&#8217;aria fredda. Per qualche tempo fui agitato da un gran tremito, ma poco a poco andai riacquistando il calore; e mentre Johansen preparava la tenda e faceva cuocere le alche, mi addormentai placidamente. Mi lasciò dormire in pace, e quando mi svegliai la cena era pronta da un pezzo e gorgogliava sul fornello. Il brodo caldo e le alche presto cancellarono le ultime tracce di quella brutta nuotata&#8221; (6).</p>
<p style="text-align: justify;">Notiamo, di sfuggita, che dall&#8217;impresa di Nansen e specialmente dal nome della sua nave, ha tratto ispirazione un importante scrittore romeno del Novecento, Cézar Petrescu, per scrivere il suo romanzo <em>Fram, ursul polar</em> (<em>Fram, l&#8217;orso polare</em>), tradotto anche in Italia e rivolto prevalentemente &#8211; ma non solo &#8211; a un pubblico di bambini.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>* * *</strong></p>
<p style="text-align: justify;">1)               ZAVATTI, Silvio, <em>Dizionario degli esploratori e delle scoperte geografiche</em>, Milano, Feltrinelli, 1967, pp.203-204.</p>
<p style="text-align: justify;">2)               Cfr. voce <em>Nansen </em>dell&#8217;Enciclopedia Biografica Universale, Biblioteca Treccani, 2007, vol. 14, p. 65.</p>
<p style="text-align: justify;">3)               PETTER, Guido- GARAU, Beatrice, <em>La conquista del Polo Nord</em>, Firenze, Giunti- Marzocco, 1976, pp. 27-32.</p>
<p style="text-align: justify;">4)               MAYER, Anton,<em> Seimila anni di esplorazioni e scoperte</em>, Milano, Bompiani, 1936, p. 336.</p>
<p style="text-align: justify;">5)               NANSEN, Fridtjof, <em>Fra ghiacci e tenebre</em>, Roma, Voghera ed., 1967 (2 voll.), trad. di Cesare Norsa, vol. I, pp. 239-242.</p>
<p style="text-align: justify;">6) <em> Ibidem</em>, vol. II, pp. 317-320.</p>
<p style="text-align: justify;">7)               PETRESCU, Cézar, <em>Fram, l&#8217;orso polare</em>, Milano, Edizioni Paoline, 1966; ved. anche LAMENDOLA, Francesco, <em>L&#8217;opera narrativa di Cézar Petrescu</em>, in <em>Atti della Società Dante Alighieri a Treviso</em>, vol. 4 (2003-2006), Treviso, 2006, pp. 348-378. Vedi anche LAMENDOLA, Francesco, <em>«Fram, orso polare» di Cezar Petrescu, malinconica riflessione su  natura e cultura</em>, nel sito di Arianna Editrice.</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto, con il gentile consenso dell&#8217;autore, dal sito <a href="http://www.ariannaeditrice.it">ariannaeditrice.it</a>.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/fra-ghiacci-e-tenebre-di-fridtjof-nansen.html' addthis:title='Fra ghiacci e tenebre di Fridtjof Nansen ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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