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	<title>Centro Studi La Runa &#187; pack</title>
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	<description>Archivio di storia, tradizione, letteratura, filosofia</description>
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		<title>La decisione difficile di Felice Trojani</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Sep 2010 14:52:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Lamendola</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il nome di Felice Trojani non dirà forse molto al grande pubblico odierno, che dimentica in fretta; ma esso è indissolubilmente legato a una delle pagine più altamente drammatiche delle nostre esplorazioni polari: quella della spedizione Nobile al Polo Nord del 1928.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/la-decisione-difficile-di-felice-trojani.html' addthis:title='La decisione difficile di Felice Trojani '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/letteratura48x48.png" width="48" height="48" alt="" title="Letteratura" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storiacontemporanea48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Storia contemporanea" /><br/><p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/lultimo-volo/8492" target="_blank"><img class="alignright size-medium wp-image-5668" style="margin: 10px;" title="ultimo-volo" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/ultimo-volo-196x300.jpg" alt="" width="196" height="300" /></a>Il nome di Felice Trojani non dirà forse molto al grande pubblico odierno, che dimentica in fretta; ma esso è indissolubilmente legato a una delle pagine più altamente drammatiche delle nostre esplorazioni polari: quella della spedizione Nobile al Polo Nord del 1928.</p>
<p style="text-align: justify;">Romano, classe 1897, ufficiale nella prima guerra mondiale, ingegnere civile, infine ingegnere aeronautico e costruttore di dirigibili, fu chiamato dal generale Umberto Nobile a far parte della spedizione del dirigibile «Italia». Dopo la caduta dell&#8217;aeronave, fu tra i superstiti, e condivise con il capo della spedizione l&#8217;angosciosa attesa dei soccorsi che, dopo una lunga e disperante stagione trascorsa sotto la «tenda rossa», giunsero infine, sotto forma di un rompighiaccio sovietico, quando già Nobile era stato trasportato in salvo da un aviatore svedese, circostanza che diede origine a lunghe ed amare polemiche dopo il suo ritorno in Patria.</p>
<p style="text-align: justify;">Abbiamo già rievocato quella vicenda in un precedente articolo (<a title="La tenda rossa" href="http://www.centrostudilaruna.it/la-tenda-rossa.html"><em>La tenda rossa</em></a>, recensione dell&#8217;omonimo <a href="http://www.libriefilm.com/la-tenda-rossa/4305">film</a> di Michail Konstantinovic Kalatozov del 1969); ne riportiamo qui i tratti essenziali, affinché il lettore possa farsi un&#8217;idea della particolare situazione nella quale vennero a trovarsi i superstiti, dopo che il dirigibile era stato trascinato a terra e poi si era risollevato, ormai fuori controllo, portando via con sé, verso la morte, una parte dello sventurato equipaggio.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/la-tenda-rossa/4305" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-5662" style="margin: 10px;" title="la-tenda-rossa" src="../wp-content/uploads/la-tenda-rossa.jpg" alt="" width="200" height="280" /></a>Esperto di questioni aeronautiche ed esploratore polare egli stesso, Umberto Nobile nel 1926 si era unito ad Amundsen e ad Ellsworth a bordo del dirigibile «Norge», nella sua trasvolata artica.</p>
<p style="text-align: justify;">Due anni dopo, nel 1928, egli volle ritentare l&#8217;impresa, a fini essenzialmente scientifici, col dirigibile «Italia», compiendo tre voli sulla calotta polare e portandosi al di sopra di regioni quasi inesplorate a nord della Russia, particolarmente sulla Severnaja Zemlja.  Al ritorno dal terzo volo, durante il quale era stato sorvolato con successo il Polo Nord, l&#8217;aeronave, per ragioni che non sono mai state del tutto chiarite, ma assai probabilmente per il peso del ghiaccio formatosi su di essa, si abbatté sul ghiaccio nel corso di una furiosa tempesta.</p>
<p style="text-align: justify;">Era il 24 maggio del 1928; e, mentre nove uomini venivano scaraventati a terra, con pochissimo materiale (fra cui la preziosa tenda), tosto il vento sollevò nuovamente il dirigibile, che si perdette all&#8217;orizzonte, con altri sei uomini a bordo. Né il mezzo né i suoi occupanti sarebbero mai più stati trovati; così come non venne mai ritrovato l&#8217;aereo con il quale Amundsen volle mettersi alla ricerca del suo vecchio amico e collaboratore.</p>
<p style="text-align: justify;">A corto di viveri e con un apparecchio radio rice-trasmettitore che era stato gravemente danneggiato nella caduta, i nove uomini della «tenda rossa» attesero angosciati l&#8217;arrivo dei soccorsi, in condizioni sempre più proibitive, tanto che, alla fine, tre di essi &#8211; Zappi, Mariano e Malmgren  &#8211; decisero di mettersi in cammino per cercare personalmente aiuto.</p>
<p style="text-align: justify;">Male equipaggiati, con pochi viveri e una protezione insufficiente contro il freddo, il loro era un tentativo disperato, benché fossero quelli nelle migliori condizioni fisiche. Nobile li aveva sconsigliati di partire, ma non ritenne di poterglielo ordinare, vista l&#8217;incertezza della situazione: e,  anche in questo caso, qualcuno potrebbe obiettare che un comandante, benché ferito, ha il dovere di assumersi la responsabilità di dare degli ordini, in base a ciò che ritiene più idoneo per assicurare la salvezza di tutti.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/disastro-al-polo/4309" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-5663" style="margin: 10px;" title="disastro-al-polo" src="../wp-content/uploads/disastro-al-polo.jpg" alt="" width="200" height="300" /></a>In seguito, Malmgren sarebbe morto di fatica; e nemmeno gli altri due ce l&#8217;avrebbero fatta a raggiungere le Svalbard, se non fossero stati soccorsi dai Sovietici quando le loro condizioni &#8211; con Mariano semicongelato &#8211; erano ormai chiaramente disperate.</p>
<p style="text-align: justify;">Intanto, le ricerche continuavano da parte delle forze aeree e navali di vari Paesi.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;idrovolante «Latham-47» con a bordo Amundsen, decollato da Tromsö il 18 giugno, non fece più ritorno alla base, perdendosi nel Mare di Barents.</p>
<p style="text-align: justify;">Il 22 giugno due idrovolanti italiani, guidati dagli aviatori Maddalena e Penzo, avvistarono la «tenda rossa» e scaricarono numerosi viveri e materiali ai loro compagni sul ghiaccio; ma, sul momento, non poterono fare altro.</p>
<p style="text-align: justify;">Poi, finalmente &#8211; come si è detto -, la sera del 23 giugno, il pilota svedese Lundborg avvistò la «tenda rossa», atterrò con notevole abilità e con rischio personale; e, assicurando che presto anche gli altri sarebbero stati tratti in salvo, insistette perché sull&#8217;unico posto disponibile salisse il generale Nobile, che, oltretutto, era seriamente ferito.</p>
<p style="text-align: justify;">Quest&#8217;ultimo declinò l&#8217;offerta e gli chiese di prendere a bordo Cecioni, che aveva una gamba spezzata in due punti; ma lo Svedese replicò che quegli era troppo pesante e che non avrebbe preso con sé nessun altri che l&#8217;ammiraglio, l&#8217;unico che avrebbe potuto efficacemente dirigere le operazioni di soccorso, una volta giunto in salvo. Nobile non era persuaso; ma sia lo stesso Cecioni, sia Trojani lo invitarono ad accettare l&#8217;offerta di Lundborg; e così, sia pure a malincuore, egli finì per decidersi, e salì a bordo con l&#8217;inseparabile cagnetta Titina.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;aereo dello svedese rientrò alla base, nella Baia del Re (Isole Svalbard); ma, poi, le cose non andarono come previsto.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/sos-dal-polo-nord/6118" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-5664" style="margin: 10px;" title="sos-dal-polo-nord" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/sos-dal-polo-nord.jpg" alt="" width="200" height="281" /></a>Nonostante la gara di solidarietà accesasi fra le varie potenze, e nonostante il governo italiano avesse inviato in soccorso la nave «Città di Milano», appositamente attrezzata, al comando del capitano di fregata Romagna, l&#8217;accampamento dei superstiti fu di nuovo perso di vista, e le avverse condizioni atmosferiche costrinsero i soccorritori a sospendere i voli di ricognizione. Quando essi furono ripresi, la deriva dei ghiacci sui cui era stata allestita la  «tenda rossa» aveva reso di nuovo imprecisabile il luogo ove avrebbero dovuto concentrarsi le ricerche.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo stesso Lundborg, tornato alla «tenda rossa», ebbe un incidente al suo idrovolante e rimase prigioniero dei ghiacci, con gli Italiani; sarebbe stato poi salvato da un aereo dei suoi compatrioti che, però, non poté prendere a bordo nessun altro.</p>
<p style="text-align: justify;">Solo molto più tardi il rompighiaccio sovietico «Krassin» riuscì a individuare e prendere a bordo sia Zappi e Mariano (quest&#8217;ultimo con un piede congelato che, più tardi, dovete essergli amputato), sia gli altri, rimasti in attesa nella tenda. Il salvataggio di questi ultimi avvenne il 12 luglio, dopo che il viaggio del «Krassin» era stato messo più volte in serie difficoltà dalle condizioni sempre più minacciose della banchisa artica.</p>
<p style="text-align: justify;">Il ritorno dei superstiti in Italia fu accompagnato da roventi polemiche circa il comportamento del comandante della spedizione, che portarono all&#8217;istituzione di una commissione d&#8217;inchiesta. Nonostante fosse stato difeso da esperti sia italiani che stranieri, Nobile si vide costretto a  rassegnare le dimissioni dall&#8217;Aeronautica, in seguito alla conclusioni a lui sfavorevoli formulate dalla commissione stessa (1929).</p>
<p style="text-align: justify;">Questa, per sommi capi, la vicenda.</p>
<p style="text-align: justify;">Come si vede, dopo la caduta dell&#8217;«Italia» sul pack, due furono i momenti più drammatici, dal punto di vista psicologico e umano, che i superstiti della «tenda rossa» dovettero affrontare: prima, quando tre di essi chiesero e ottennero di separarsi dagli altri e di avviarsi a piedi in cerca dei soccorsi, cosa che spezzò la solidarietà all&#8217;interno del gruppo; poi, quando lo stesso ammiraglio fu messo davanti alla difficile decisione se accettare o meno la perentoria offerta dell&#8217;aviatore Lundborg, mettendosi in salvo per primo, cosa contraria alle tradizioni dell&#8217;onore militare.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/1928-dalla-spezia-al-polo-nord/6334" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-5665" style="margin: 10px;" title="1928-spezia-polo" src="../wp-content/uploads/1928-spezia-polo.jpg" alt="" width="200" height="270" /></a>Felice Trojani ha scritto due libri sulla vicenda del dirigibile «Italia»: uno, <em>La coda di Minosse</em>, dettagliato resoconto storico che ricostruisce l&#8217;avventura della spedizione Nobile in tutti i più minuti particolari; l&#8217;altro, <a title="L'ultimo volo" href="http://www.libriefilm.com/lultimo-volo/8492"><em>L&#8217;ultimo volo</em></a>, che racconta in maniera divulgativa, rivolgendosi prevalentemente a un pubblico giovanile, la medesima vicenda.</p>
<p style="text-align: justify;">Da quest&#8217;ultimo abbiamo deciso di riportare le pagine in cui l&#8217;Autore rievoca come maturò e come giunse a compimento la sofferta e controversa decisione di Mariano, Zappi e Malmgren di allontanarsi dalla «tenda rossa» per mettersi in cammino sul pack, nella remota speranza di giungere alle isole Svalbard e cercarvi aiuto presso qualche cacciatore o farsi rintracciare dalla nave «Città di Milano», centro propulsore della macchina dei soccorsi.</p>
<p style="text-align: justify;">Dal libro di Felice Trojani, <a title="L'ultimo volo" href="http://www.libriefilm.com/lultimo-volo/8492"><em>L&#8217;ultimo volo</em></a> (Milano, Ugo Mursia &amp; C. Editori, 1967, pp. 97-122, <em>passim</em>):</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">«28 Maggio. […]<br />
Mariano si rivolge a Malmgren:<br />
- La deriva ci sta allontanando dalla zona nella quale la &#8220;Città di Milano&#8221; ci ricercherà. Non ha senso stare fermi ad aspettare gli eventi, dobbiamo levare l&#8217;accampamento e dirigerci verso la costa.<br />
- Tutti? Trasportando i feriti? Impossibile, &#8211; ribatte Malmgren; &#8211; una marcia simile possono affrontarla solo i più validi del gruppo, e senza impedimenti.<br />
E i due sviluppano l&#8217;argomento in un dialogo che pare concertato. Nobile li ascolta con molta calma.<br />
Dopo il pasto usciamo dalla tenda. Mariano e Zappi rimangono a parlare con Nobile (che poi ci riferì il colloquio); naturalmente, resta anche Cecioni.<br />
- Nella radio non si può avere più speranza, &#8211; disse Zappi.<br />
- La deriva ci sta portando sempre più lontano dalla zona nella quale la &#8220;Città di Milano&#8221; ci cercherà, &#8211; incalzò Mariano.<br />
- È presto per affermare che i nostri appelli non verranno raccolti, &#8211; rispose Nobile.- e la deriva può cambiare direzione. Ma lei, cosa proporrebbe?<br />
- Di metterci in marcia noi due insieme con Malmgren e Viglieri. Andremo verso le squadre di soccorso; raggiuntele daremo la posizione della tenda perché vengano in vostro aiuto.<br />
- Sarebbe una decisione grave, e mi sembra affrettata, &#8211; dichiarò Nobile. &#8211; A ogni modo, prima di prenderla, bisogna sentire anche gli altri.<br />
- Siamo venuti insieme, dobbiamo andar via insieme, &#8211; prese a implorare, con grande agitazione, Cecioni.<br />
Reazione, la sua, più che giustificata: era logico pensare, infatti, che se i naufraghi avessero cominciato ad ammettere l&#8217;idea della marcia, avrebbero finito per abbandonarlo sul ghiaccio con la sua gamba rotta in due punti e con Nobile che non stava meglio di lui; prospettiva, moralmente e materialmente, niente affatto piacevole.<br />
<a href="http://www.libriefilm.com/la-sfinge-dei-ghiacci/6443" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-5666" style="margin: 10px;" title="la-sfinge-dei-ghiacci" src="../wp-content/uploads/la-sfinge-dei-ghiacci.jpg" alt="" width="200" height="282" /></a>A me quella proposta dispiacque, ma non mi sorprese. Che la solidarietà nata fra i superstiti dopo la caduta, finisse così presto, era la logica conseguenza della composizione eterogenea dell&#8217;equipaggio. Eravamo di diverse provenienze: aeronautica, marina, università, giornali; eravamo italiani e stranieri; la correttezza dei nostri rapporti, la cortesia reciproca, erano dovute alla vernice di educazione più o meno consistente che ci copriva, non erano effetto di conoscenza e stima reciproche: fuori dei nostri gruppi eravamo estranei gli uni agli altri. Ora la vernice andava scostandosi, i sentimenti veri apparivano.<br />
Sul pack eravamo rimasti in nove: due stranieri, tre di provenienza aeronautica (dei quali solo io incolume e valido), quattro appartenenti alla Regia Marina. E ora i due ufficiali più elevati in grado dopo Nobile, proponevano la scissione del gruppo, e la volevamo immediata!<br />
Io consideravo ormai tutto finito. Era questione di qualche giorno ancora, e avremmo seguito la sorte di Pomella e dei nostri compagni scomparsi. La situazione era disperata, senza via di scampo; e, in fin de conti, perché il nostro destino avrebbe dovuto essere diverso da quello degli altri? […]<br />
29 Maggio. […]<br />
Tutti volevano andarsene; la nostra solidarietà pareva finita. Malmgren per la sua pratica dell&#8217;Artide, i marinai per la loro prestanza fisica, si credevano i soli in grado di intraprendere la marcia. Ma non c&#8217;era da farsi illusioni: nessuno di noi diede brillanti prove, né coloro che partirono, né quelli che restarono.<br />
Fra di noi chi pareva veramente inadatto alla marcia era il grasso Behounek che nonostante la giovane età (30 anni) pesava 108 chili (nudo). Aveva inoltre la vista difettosissima; ma, neppure a farlo apposta, fu quello che resistette meglio alla vita sui ghiacci!<br />
In quanto a me, io pesavo 54 chili (nudo); era quindi difficile che il ghiaccio mi si sfondasse sotto. Ero un grande camminatore, ero stato soldato, allievo a Modena, ufficiale di fanteria; non ero mai svenuto durante le marce, neppure in quelle con lo zaino affardellato. Ammettevo a priori che i marinai potessero superarmi nel nuoto, ma non nella marcia; e se si fosse dovuta raggiungere la costa, gli altri non avrebbero avuto più probabilità di me di riuscirvi. E in proposito avevo le mie idee: bisognava caricarsi il meno possibile. Le tasche piene di &#8220;pemmican&#8221; e via: o la va o la spacca.<br />
Ma non c&#8217;era da farsi illusioni. In realtà uno solo dei superstiti possedeva la forza e la capacità di traversare i ghiacci, arrivare alla terra, percorrerla, mettersi in salvo: Titina. Peccato che non fosse provvista di un intelletto adeguato.<br />
Venne l&#8217;ora di coricarsi. Eravamo tutti, almeno apparentemente, calmi; tranne Cecioni, che non nascondeva la sua agitazione.<br />
Dormivo, quando verso la mezzanotte fui svegliato dalla voce concitata di Zappi:<br />
- C&#8217;è l&#8217;orso!<br />
Uscimmo tutti dalla tenda e portammo fuori Nobile e Cecioni.<br />
- Datemi la rivoltella &#8211; disse Malmgren. E mentre la caricava continuò:<br />
- Gli sparerò io, ma non fate rumore; il minimo rumore lo farebbe fuggire.<br />
Verso la mezzanotte il sole aveva vinto lo strato di nubi, e Nobile aveva svegliato Mariano e Zappi perché facessero il punto. I due erano usciti dalla tende e, a una trentina di metri di distanza, avevano visto l&#8217;orso che stava cercando di tirar fuori dalla neve un estintore.<br />
L&#8217;orso era grande, giallastro. Aveva le zampe anteriori appoggiate su un blocco di ghiaccio, e ci osservava allungando il collo e dondolandosi.<br />
Io avevo paura, il cuore mi batteva da spezzarmi il petto, e mi pareva che quella figura di un altro mondo fosse venuta a mettere la parola FINE alla nostra avventura. E veramente, se ci fosse venuto addosso, con quattro zampate avrebbe sistemato tutto e tutti: doveva pesare almeno 250 chili.<br />
Le nostre armi erano la rivoltella, un coltellaccio, un&#8217;accetta, una lima, un pezzo di tubo, un chiodo. Io aprii il coltello a roncola (mio compagno inseparabile di tutti i voli) che a quel bestione avrebbe potuto fare, sì e no, un salasso.<br />
Davanti alla tenda rimasero seduti Nobile e Cecioni:  dietro la tenda, in piedi, stava Behounek. Nobile aveva Titina in braccio, e le teneva stretto il muso perché non abbaiasse.<br />
Malmgren avanzava lentamente verso l&#8217;orso; Mariano, Zappi, Biagi, Viglieri, io, lo seguivamo con le nostre ridicole armi. A una quindicina di metri dalla bestia Malmgren si fermò, e puntò con calma e risolutezza appoggiandola all&#8217;avambraccio sinistro: la belva continuava a osservarci allungando il collo e dondolandosi.<br />
Partì un colpo: l&#8217;orso emise un verso di dolore che parve uno starnuto, scosse la testa, agitò il muso, si voltò e scappò. Dopo una trentina di passi allargò le zampe, piombò giù, immobile.<br />
Malmgren gli corse dietro, gli si avvicinò e gli tirò altri due colpi: ma l&#8217;orso era già morto.<br />
Noi dalla paura passammo all&#8217;entusiasmo, e ci congratulammo con lo svedese, che rispose alle nostre feste dicendoci di spellare l&#8217;orso subito, prima che si congelasse. Poi se ne andò promettendoci un bollito.<br />
Il bello è che il giorno avanti, parlando con Nobile, Malmgren aveva affermato che con quella rivoltella sarebbe stato impossibile ammazzare un orso! E ora invece, grazie proprio a lui e a quella rivoltella, le nostre riserve di viveri erano raddoppiate: 200 chili di carne! Lo spettro della fame veniva allontanato: non più 45 giorni di vita, ma quasi 90! […]<br />
30 Maggio. […]<br />
Intanto l&#8217;orso approntato da Malmgren bolliva, e presto fu cotto. Avemmo così il primo brodo e il primo lesso.<br />
Il brodo si sentiva che era nutriente, ma non era buono: denso pieno di schiuma, quasi nero, dolce perché non avevamo sale. La carne era mezza cruda, coriacea, ma si capiva che, cucinata meglio, sarebbe stata ottima.<br />
In complesso, nonostante il rispetto dovuto alle inveterate abitudini degli esploratori polari, per i quali (almeno a leggere le relazioni dei viaggi) brodo e lesso d&#8217;orso costituiscono l&#8217;ordinario, non rimanemmo soddisfatti: bisognava consumare meno combustibile e ottenere una vivanda migliore.<br />
Alla fine del pasto, Nobile disse a Mariano che desiderava parlargli (certamente per convincerlo a rimanere). Mariano uscì dalla tenda, e da quel momento evitò di trovarsi solo con il Generale; anzi, stando all&#8217;esterno, disse a Zappi, ad alta voce perché Nobile sentisse:<br />
- No. Dobbiamo andar via noi due che siamo molto affiatati.<br />
<a href="http://www.libriefilm.com/nobile-e-litalia/8490" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-5667" style="margin: 10px;" title="nobile-e-italia" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/nobile-e-italia.jpg" alt="" width="200" height="282" /></a> (Mariano e Zappi erano stati compagni di corso all&#8217;Accademia Navale, erano molto amici).<br />
Nobile ci chiamò sotto la tenda:<br />
- È deciso: Mariano, Zappi, Malmgren partono. Potete procedere alla divisione dei viveri, degli indumenti di riserva, degli strumenti, degli attrezzi.<br />
Uscimmo lasciandolo solo con Malmgren. Le dichiarazioni che lo svedese gli fece, furono improntate al più nero pessimismo: ambedue i gruppi, quello che partiva e quello che restava, sarebbero periti. […]<br />
Mentre Viglieri stava procedendo con Zappi alla divisione dei materiali e dei viveri, in Biagi cresceva il desiderio di partire: a restare si sentiva sacrificato.<br />
In verità Zappi rinunciava malvolentieri a lui, e gli aveva proposto di accompagnarli, e io avevo sentito che diceva parlandone con Mariano:<br />
- Un ragazzo robusto come lui farebbe comodo.<br />
Per me, io ero convinti che tutto fosse ormai finito, e non mi interessava chi partiva e chi restava: che andassero pure tutti; la nostra sorte era comune e sarebbe stata suggellata a breve scadenza. Avevo preteso la rivoltella unicamente perché non avevo nessuna voglia di finire mangiato vivo da un orso.<br />
A Biagi che mi aprì il suo animo, risposi:<br />
- Se ne vada.. Anche lei ha diritto di tentare di salvarsi. Qui che ci sta a fare?<br />
Alla fine si decise. Entrò nella tenda, si sedete vicino a Nobile, e dichiarò:<br />
Anch&#8217;io sono buono a camminare.<br />
Dinanzi a quella dichiarazione inaspettata, Nobile rimase meravigliato e si inquietò; ma poi si contenne e gli rispose con calma che, se voleva andare, andasse.<br />
Biagi uscì dalla tenda e informò Mariano e Zappi che sarebbe andato via con loro. Viglieri, quando lo seppe, entrò nella tenda e dichiarò calmamente a Nobile:<br />
- Ma allora desidero andare anch&#8217;io.»<br />
Frattanto Behounek, che aveva assistito al colloquio fra Nobile e Biagi e ne aveva afferrato il senso, era andato a informare Malmgren.<br />
Nobile, sentita la dichiarazione di Viglieri, chiamò anche Malmgren, Mariano, Zappi:<br />
- Lascio tutti liberi di partire.<br />
- Ma i feriti non possono rimanere soli, &#8211; obiettò Mariano. Zappi si associò..<br />
- Non vi preoccupate dei feriti. Ci lascerete la nostra parte di viveri; a Cecioni penserò io.<br />
Io ero fuori della tenda, Nobile mi chiamò. Entrai, e quando fui entrato disse:<br />
- Ho deciso di lasciare tutti liberi di andarsene. Chi vuole andare, vada; e chi vuole rimanere rimanga. Vi interrogherò uno per uno cominciando da Trojani. Lei rimane o va?<br />
- Rimango.<br />
- Anche se vanno via tutti?<br />
- Anche se vanno via tutti.<br />
- Bravo! Un ti ci facevo! &#8211; esclamò Cecioni.<br />
- Io rimango con il Generale &#8211; disse Behounek.<br />
- Rimango anch&#8217;io, &#8211; dichiarò Viglieri.<br />
- Mariano, Zappi, Biagi andarono a prepararsi.<br />
Malmgren prese a parlare:<br />
- Bene! Biagi è l&#8217;unica vostra speranza [perché era il marconista, n. b.]; se loro se ne vanno, io rimango. Non tornerò in Svezia per dichiarare che ho abbandonato senza aiuto il capo della spedizione e un altro ferito: sarebbe indegno di un gentiluomo.<br />
E uscì dalla tenda.<br />
Fuori dovette aver luogo un chiarimento, perché poco dopo apparve Biagi. Aveva le lacrime agli occhi.<br />
- Rimango anch&#8217;io. Signor Generale mi perdoni; è stato un momento di debolezza.<br />
E così venne deciso che sarebbero partiti solo i tre. Viglieri e Zappi completarono, senza contrasti, la divisione dei viveri, indumenti, attrezzi.<br />
- Signor Generale, &#8211; chiese Mariano &#8211; vuole affidarmi un rapporto scritto su quanto è accaduto?<br />
- No, non ne vale la pena. Riferisca verbalmente.<br />
- Vuole scrivere una lettera per la sua famiglia?<br />
- Questo sì.<br />
E tutti quelli che rimanevano si misero a scrivere.<br />
Io non sapevo se scrivere o no. Non credevo che i tre avrebbero raggiunto la salvezza, ma pensai che loro vi si avvicinavano mentre noi ce ne allontanavamo <em>[per via della deriva del pack, n. b.]</em>, e che loro avrebbero avuto più possibilità di essere pescati da qualcuno. Avevo in tasca 3.000 lire e decisi di affidargliele nell&#8217;incerta speranza che arrivassero a mia moglie: avrebbero fatto più comodo a lei che a me.<br />
Quanto a scrivere un testamento piagnucoloso o le cosiddette ultime volontà, era fuori del mio temperamento: non avevo mai imposto, da vivo, la mia volontà a nessuno, figuriamoci se avrei voluto imporla da morto!<br />
Scrissi semplicemente ciò che in quel momento era il mio unico, il mio ardente desiderio:<br />
&#8220;State allegri, siate felici&#8221;.<br />
Poi involsi in un foglio e legai biglietto e denaro, e passai la penna a Nobile che, dopo aver messo i suoi saluti sull&#8217;esterno del mio involto, scrisse sette paginette alla moglie.<br />
Viglieri, Biagi, Behounek, Cecioni, scrivevano e piangevano.<br />
Consegnammo i messaggi. Behounek che aveva una cieca fiducia nelle qualità artiche di Malmgren gli affidò le sue lettere, a me pareva che il più duro dei tre fosse Zappi, e gli consegnai il mio pacchetto.<br />
Si avvicina il momento del distacco, e i tre oscillano fra pessimismo e ottimismo, ma è evidente che sono convinti di marciare verso la salvezza.<br />
Malmgren ha un lungo colloquio con Nobile, e non è più tanto pessimista quanto lo era stato poche ore prima. Crede al successo della marcia, crede alla possibilità di tornare a soccorrerci. Dà a Nobile una quantità di istruzioni e di consigli, e l&#8217;ultimo consiglio che gli dà è il più importante:<br />
- Resistete, resistete fino alla fine. Molte spedizioni sono state salvate all&#8217;ultimo momento.<br />
Zappi, sperando forse che l&#8217;incoraggi, mi chiede cosa penso della loro impresa; io non glielo nascondo:<br />
- La nostra è un&#8217;agonia statica, la vostra sarà un&#8217;agonia dinamica. La differenza è poca, il risultato sarà lo stesso. […]<br />
Fu così che i tre se ne andarono. Con quale animo partissero è impossibile dirlo: ciò che avevano in mente lo sapevano solo loro.<br />
Non c&#8217;è dubbio che sarebbero stati contentissimi di tornare in veste di salvatori, ma a me parvero anche (Zappi più degli altri) agitati dall&#8217;istinto di conservazione. Il più in buona fede mi era sembrato Malmgren, ma anche lui agiva confusamente: partiva per salvarci, e contemporaneamente dichiarava che unica nostra speranza era la radio. Certamente lui solo si rendeva conto delle difficoltà della marcia; gli altri due l&#8217;avevano affrontata con disinvoltura, pensando di cavarsela in un paio di settimane.<br />
La quasi totalità dei rimasti era convinta che partire volesse dire salvarsi; rimanere morire. Che la salvezza dei tre avrebbe generato automaticamente la nostra, era un assurdo: noi, se la radio non fosse stata sentita, avremmo potuto essere ritrovati solo per caso, come dimostrarono i fatti che seguirono.<br />
A ogni modo, partiti i tre, cessò l&#8217;agitazione provocata dalla loro iniziativa, e respirammo, nonostante che la nostra situazione fosse disperata. Disperata più di prima, perché ci venivano a mancare due ufficiali validi, esperti nel fare il punto, e perché non era più con noi lo svedese, unico membro della spedizione pratico dell&#8217;Artide.<br />
I quattro rimasti con i feriti erano restati di loro volontà, e sapevano cosa li aspettava: la morte a breve scadenza, con un filo assurdo di speranza: la radio.<br />
Cosa ci fosse veramente nell&#8217;animo dei miei compagni non lo sapevo, ma Nobile mostrava una serenità e una calma ammirevoli, il suo contegno era perfetto. Conservando, almeno in apparenza, una fiducia incrollabile nella radio, dispose che le chiamate fossero continuate regolarmente agli orari prefissati, e asseriva:<br />
- Prima o poi, qualcuno ci sentirà.<br />
Ci esortava a essere sereni, ad aver fiducia in Dio, a credere nell&#8217;efficacia della preghiera.<br />
- Milioni di persone stanno pregando per noi, e tante preghiere non possono restare senza effetto.<br />
Cecioni era ancora disperato, non poteva persuadersi di dover morire, piangeva; ma almeno non era più terrorizzato dall&#8217;idea di venire abbandonato solo con Nobile.<br />
Viglieri era un bravo ragazzo: buono, educato, sarebbe stato impossibile non volergli bene. Gentile, calmo, sereno, era nei rapporti con noialtri sempre cortese, e assolveva al suo compito di fare il punto con sicurezza e perfetta padronanza del mestiere.<br />
Behounek era per me un enigma. Con la vista assai difettosa, pesante, inetto a qualsiasi lavoro fisico, incapace di fare dieci passi senza sfondare il ghiaccio, trascurato nel vestire come un vero scienziato, già quasi a piedi nudi, cercava di compiere nel modo migliore le sue mansioni. Suo punto debole era la carne dell&#8217;orso: non gli piaceva, e quando cominciò a frollare gli divenne intollerabile. Ma non si lamentava: si faceva forza e mandava giù.<br />
<a href="http://www.libriefilm.com/la-balena-del-cielo/8491" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-5669" style="margin: 10px;" title="la-balena-del-cielo" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/la-balena-del-cielo.jpg" alt="" width="200" height="271" /></a>Dimostrava una grande serenità, una serenità tale da far dubitare che capisse la nostra situazione. Ma se non la capiva, come giustificare la decisione con la quale era intervenuto affinché uno degli ufficiali di marina restasse?<br />
Biagi valeva un tesoro. Sereno, quasi allegro, trasmetteva e stava in ascolto alla radio giorno e notte senza scoraggiarsi, senza stancarsi. E se nei primi giorni potemmo dubitare delle sue qualità tecniche, alla fine capimmo quanto grande fosse la sua capacità professionale.<br />
Premuroso e pronto, non si rifiutava a nessun servizio. Era quasi sempre lui che accudiva ai feriti, che vuotava la cassetta di legno e l&#8217;involucro di un grosso thermos che Nobile e Cecioni, non potendo muoversi, erano costretti a usare per le loro necessità.<br />
Di Titina, povera bestiola, non si poteva proprio dir male. Era affettuosa con tutti, non dava noia a nessuno, si accontentava degli scarti dell&#8217;orso.<br />
In quanto a me, io non sapevo cosa fare, non sapevo cosa pensare. Non ero pentito di essere rimasto, ma temevo di non reggere.<br />
Una distesa di ghiacci che non finiva mai, e su di essa un cielo plumbeo o un sole sfolgorante. E quella distesa che pareva immobile andava, andava e ci trascinava non sapevamo dove. E una luce continua, accecante, senza un filo d&#8217;ombra, senza il refrigerio di una notte vera.<br />
Ancora un&#8217;ottantina di giorni, e i viveri sarebbero finiti. E dove ci saremmo trovati? In una regione ancor più desolata? In mare libero?<br />
Avremmo potuto forse uccidere un altro orso e aumentare le nostre riserve. Ma ne valeva la pena? A che cosa sarebbe servito? Sarebbe venuta la notte polare, con la notte il freddo, e il freddo ci avrebbe ammazzati come mosche.<br />
La morte avanzava lenta, inesorabile: pareva di vederla, pareva di toccarla. Pareva di essere già in un altro mondo. Del nostro sentivamo e sapevamo tutto; ma il nostro mondo non ci sentiva e, forse, non ci ascoltava più.<br />
La morte non mi metteva paura. Pensavo che la morte per fame, in quel deserto, sarebbe stata una morte placida. Quella che era tremenda, era l&#8217;attesa. Che fare?<br />
I proponimenti più disperati mi si affollavano alla mente, ma, uno a uno, li respingevo.<br />
Pensavo ai mie compagni perduti, pensavo alla mia famiglia, e provavo un grande struggimento.<br />
Ma, in fin dei conti, perché impressionarsi? Prima o dopo dovevo pur morire e vivere ottanta giorni o vivere ancora quarant&#8217;anni era la stessa cosa.<br />
Così, gradualmente, vinsi la lotta interna, cominciò a entrare in me la rassegnazione, e mi rassegnai.<br />
Decisi di essere sereno, di essere tranquillo, di essere calmo. Di resistere fino all&#8217;ultimo, di aiutare i miei compagni fino all&#8217;ultimo. Di non ammainare la mia bandiera, di non macchiare la mia cravatta.<br />
Rinuncia a ogni desiderio, a ogni rimpianto, e una grande serenità entrò nel mio animo. I giorni che seguirono furono i più belli della mia vita.<br />
Solo due cose mi turbavano perché minacciavano di togliermi dallo stato di rassegnazione così penosamente raggiunto: i &#8220;gne gne&#8221; dell&#8217;emittente che lanciava i suoi inutili appelli, e i pianti e i lamenti di Cecioni. La trasmittente l&#8217;avrei presa a calci, l&#8217;avrei distrutta. A Cecioni dicevo:<br />
- Perché piangi? Perché ti dispiace morire? Credi di valere tanto? Pensi che con la tua morte la terra cesserà di girare? Sta&#8217; tranquillo, che il mondo non finirà per così poco.<br />
Ma lui non gustava quel mio modo di consolarlo.<br />
I miei compagni mi videro sempre con gli occhi asciutti, ma non è vero che io non abbia pianto mai.<br />
Quando ero di guardia la notte e mi trovavo solo, pensavo a mia moglie e al mio bambino e piangevo. Piangevo di tenerezza».</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Non si può dire che Trojani possieda delle vere qualità di scrittore, però il suo stile asciutto e vigoroso ha un certo fascino, tipico dell&#8217;uomo d&#8217;azione che deve impugnare la penna per raccontare una grande esperienza vissuta ai confini della morte.</p>
<p style="text-align: justify;">Le pagine che abbiamo scelto sono notevoli per lo sforzo di verità psicologica che le pervade: è come se l&#8217;Autore, giunto a guardare in faccia la fine, getti ogni ipocrisia dietro le spalle e scavi nell&#8217;animo suo e dei suoi compagni, per riconoscervi i sentimenti più intimi: disperazione, angoscia, smarrimento, speranza, ostinato spirito di conservazione.<br />
Lucida e obiettiva è l&#8217;analisi dei motivi che hanno portato all&#8217;incrinarsi, e, infine, al dissolversi dello spirito di solidarietà all&#8217;interno del gruppo eterogeneo dei naufraghi, così come la capacità di leggerne le motivazioni più profonde come in filigrana, attraverso le cose dichiarate ai compagni e, forse, sinceramente credute, ma non sempre altrettanto sentite.</p>
<p style="text-align: justify;">I tre che decidono di partire lo fanno sostanzialmente spinti dall&#8217;istinto di sopravvivere: Mariano e Zappi dicono di voler cercare soccorsi, ma desiderano salvare se stessi, convinti come sono che rimanere nella «tenda rossa» equivalga a un suicidio. Malmgren appare come il più idealista: lui, il più esperto dell&#8217;Artide, finisce per convincersi che la loro marcia può recare la salvezza anche agli altri; e, comunque, è sempre stato persuaso che, senza di lui, gli altri non ce la farebbero. È quindi il senso del dovere che lo sprona, più che lo spirito di conservazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Viglieri e Biagi sono due figure un po&#8217; sbiadite, anche se volonterose; hanno un momento di debolezza quando accarezzano l&#8217;idea di partire anch&#8217;essi, ma poi ci ripensano e restano coi compagni ferirti. Biagi, specialmente, appare come il compagno ideale con cui condividere una situazione così altamente drammatica, quasi disperata.</p>
<p style="text-align: justify;">I due feriti sopportano la sventura in modo molto diverso. Cecioni, grosso e pesante, è una figura patetica: il terrore di essere abbandonato lo domina e lo rende lamentoso; poi, anche dopo la partenza del terzetto, non fa che piagnucolare sulla propria sorte. Le rudi parole con cui Trojani lo affronta, forse per scuoterlo mediante l&#8217;ironia, ricordano quelle di Achille al supplicante Licaone: «Perché ci tieni tanto a vivere? Altri, migliori di te, sono morti: tutti dobbiamo morire; ti credi forse più degno di vivere?».</p>
<p style="text-align: justify;">Nobile, invece, appare sereno e dignitoso, grande anche nella sciagura; si vede che l&#8217;Autore ha un&#8217;autentica venerazione per lui. La sua decisione di lasciare tutti liberi di decidere se partire o se rimanere appare stoica e generosa al tempo stesso. Ci si può domandare, peraltro, se tale democraticismo sia quello che ci si aspetterebbe da un capo nel momento del pericolo e delle supreme decisioni. Non avrebbe egli forse il compito di imporre la propria volontà, una volta che abbia valutato la giusta condotta da tenere per la salvezza di tutti? Nobile, tuttavia, è ferito e non può camminare; forse quella sua condizione lo fa sentire a disagio nel ruolo di capo: forse teme che, se impedisse agli altri di partire, essi potrebbero giudicare la sua decisione come dettata da motivi egoistici, dal timore di restare solo con il povero Cecioni, ad attendere &#8211; inerme &#8211; la morte sul ghiaccio.</p>
<p style="text-align: justify;">È solo un&#8217;ipotesi. Ma il carattere amletico di Nobile sarà confermato, di lì a non molto, dal suo contegno davanti al pilota svedese Lundborg: in quella circostanza, e sia pure con le migliori intenzioni e con l&#8217;approvazione dei compagni, egli, probabilmente, prenderà la decisione sbagliata: quella di partire da solo. Certo, con la speranza di tornare entro poco tempo per salvare tutti gli altri: ma un comandante non deve sperare, deve tenersi alla realtà. E la realtà è che, nelle situazioni di pericolo, un comandante non dovrebbe mai accettare di mettersi in salvo per primo, e sia pure sotto la pressione di circostanze esterne.</p>
<p style="text-align: justify;">Le polemiche conseguenti a quella sua decisione gli avrebbero amareggiato il resto della vita e avrebbero condizionati anche la sua carriera professionale, nonché la sua vicenda umana. Anche se Nobile, in tutte le sue memorie, ha sempre ribadito di aver fatto la cosa giusta e allontanato con sdegno anche solo il sospetto che la sua decisione possa essere scaturita da motivazioni men che nobili e totalmente disinteressate, la ferita per quei sospetti, che lo accompagnarono sempre da allora in poi, non si è più rimarginata. La commissione governativa istituita all&#8217;uopo, del resto, gli diede torto; e chi può sapere se quella sentenza, da lui vissuta come una grave ingiustizia e come una macchia immeritata sul suo onore di militare, non abbia contribuito a spingerlo, nel dopoguerra, verso posizioni politiche apertamente comuniste?</p>
<p style="text-align: justify;">Behounek, lo scienziato cecoslovacco, è forse quello il cui profilo appare più lineare, nelle pagine di Trojani: grasso, inadatto alle marce e al lavoro fisico, sopporta con ammirevole serenità la difficile situazione e si comporta con perfetto cameratismo, senza mai lamentarsi e senza mai disperare. Egli stesso ha scritto, in seguito, le proprie memorie; ci riserviamo di riparlarne in un&#8217;altra occasione, per confrontare i due punti di vista.</p>
<p style="text-align: justify;">Infine, l&#8217;Autore stesso. Egli ci apre il suo cuore con estrema franchezza, ci confessa le sue debolezze e le sue lotte interiori, e ci appare come il più coerente e solidale del gruppo: avrebbe potuto unirsi a Mariano, Zappi e Malmgren, perché in buone condizioni fisiche e sperimentato ufficiale in guerra, ma vi rinuncia senza un solo pentimento. Ammira il generale Nobile e vuole restargli vicino; inoltre, giudica indegno abbandonare i compagni feriti. Quanto alle possibilità di salvezza, dice di non essersi mai fatto illusioni, e di aver ribadito a Zappi che andare o restare era la stessa cosa, poiché, tanto, sarebbero morti comunque.</p>
<p style="text-align: justify;">Poi, però, ci racconta di aver scritto alla famiglia e di aver consegnato la lettera a Zappi, che, sembrandogli il più duro, gli dava l&#8217;idea di potercela fare. Non è questa una contraddizione? Affidare una lettera e una cospicua somma di denaro allo stesso uomo che ritiene destinato alla morte, e sul quale insinua il sospetto di una motivazione egoistica, sia pure ammantata di buone intenzioni e di belle parole. Ecco, questo è un punto che non convince, e che &#8211; bisogna proprio dirlo? &#8211; spiace un poco al lettore, perché getta un&#8217;ombra sul conclamato sforzo di obiettività da parte del Narratore.</p>
<p style="text-align: justify;">D&#8217;altra parte, il fascino di quella vicenda, dal punto di vista psicologico e morale, sta proprio in questa ambiguità di fondo, in questa impossibilità di separare nettamente, con un tratto di penna, le motivazioni altruistiche da quelle egoistiche. Ne abbiamo già discusso nella recensione del film di Michail K. Kalatozov, per cui non insisteremo oltre su questo aspetto.</p>
<p style="text-align: justify;"><span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/luigi-pirandello" target="_blank">Pirandello</a></span> e altri scrittori, tra i quali il giapponese Akutagawa (dalla cui opera è tratto il celebre <a title="Rashomon" href="http://www.libriefilm.com/rashomon/8400"><em>Rashomon</em></a> di Akira Kurosawa) ci mettono in guardia circa il problema della molteplicità dei punti di vista e della indecidibilità della verità, anzi, dell&#8217;assunzione di un qualsiasi criterio di verità, specialmente quando le nostre uniche fonti sono dirette parti in causa in una determinata vicenda, e non osservatori esterni e spassionati.</p>
<p style="text-align: justify;">Difficile dire, pertanto, fino a che punto la pretesa di Trojani di porsi come narratore obiettivo e attendibile possa venire accolta, anche se la sua buona fede è fuori discussione. Del resto, questo è un problema inestricabilmente connesso a qualsiasi tipo di memorialistica, e specialmente alla memorialistica storica. Chi potrebbe prendere interamente per buona la versione della guerra gallica fornitaci da Giulio Cesare, e chi potrebbe usare il <em>Memoriale di Sant&#8217;Elena</em> quale unica fonte per la vicenda napoleonica?</p>
<p style="text-align: justify;">Sia come sia, il funereo pessimismo di Trojani risulterà eccessivo, dopo tutto; perché tanto gli uomini  rimasti sotto la «tenda rossa», quanto Zappi e Mariano (ma non il povero Malmgren, che sarebbe morto di fatica e di stenti) verranno salvati, alla fine, e sia pure attraverso lunghe, complesse e, in parte almeno, penose vicende, accompagnate anche da furiose e impietose polemiche sia in Italia, sia all&#8217;estero; e senza dimenticare che le operazioni di soccorso sarebbero costate la vita ad uno dei più grandi esploratori polari di tutti i tempi: Roald Amundsen, una leggenda vivente, colui che aveva conquistato per primo il Polo Sud.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto, con il gentile consenso dell&#8217;Autore, dal sito <a href="http://www.ariannaeditrice.it">Arianna Editrice</a>.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/la-decisione-difficile-di-felice-trojani.html' addthis:title='La decisione difficile di Felice Trojani ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>&#8220;Sud&#8221; di Ernest Shackleton, capolavoro di prosa scientifica e avventurosa</title>
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		<pubDate>Fri, 26 Mar 2010 17:58:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Lamendola</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/sud-di-ernest-shackleton.html' addthis:title='&#8220;Sud&#8221; di Ernest Shackleton, capolavoro di prosa scientifica e avventurosa '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/centrostudilaruna48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Centro Studi La Runa online" /><br/><p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<div id="attachment_4300" class="wp-caption alignright" style="width: 236px"><img class="size-medium wp-image-4300" title="endurance3" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/endurance3-226x300.jpg" alt="" width="226" height="300" /><p class="wp-caption-text">L&#39;Endurance nei ghiacci antartici</p></div>
<p style="text-align: justify;">Ernest Shackleton è uno dei massimi esploratori antartici dei tempi moderni: la sua figura è degna di starea accanto a quelle di Scott e Amundsen. Nato a Kilkee, in Irlanda, il 15 febbraio 1874, muore nella Georgia Australe &#8211; ove tutta riposa il suo corpo &#8211; il 5 gennaio 1922. Il suo nome è legato a quattro spedizioni nel continente antartico. La prima, del 1900-01, lo vede come compagno di Robert Falcon Scott che, con la nave Discovery, si reca in <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/generi/viaggi/antartide" target="_blank">Antartide</a></span> e poi, in slitta, si spinge verso sud, fino a raggiungere latitudini mai prima toccate dall&#8217;uomo. La seconda spedizione, da lui organizzata e capeggiata, si svolge nel 1907-09 e si propone di raggiungere il Polo Sud, mediante slitte trainate da cani e da cavalli siberiani.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;epica impresa, dopo una traversata a bordo della nave Nimrod, deve interrompersi il 9 gennaio 1909, quando gli ardimentosi esploratori sono giunti ad appena 170 chilometri dal Polo Sud. L&#8217;assoluta mancanza di viveri non consente loro di procedere oltre; anche i piccoli cavalli siberiani sono periti, l&#8217;uno dopo l&#8217;altro, per sfinimento o precipitando nelle fenditure del ghiaccio; ed è stato necessario finirli. Shackleton, sempre sobrio e misurato nel suo diario quotidiano, annota i fatti e le impressioni di quei giorni.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">&#8220;25 dicembre. Giorno di Natale.  Da -40° a -42°. Turbini di neve; un vento mordente da Sud. Questo lo stato meteorologico di oggi. Abbiamo marciato dalle sette del mattino alle sei di sera, sopra una delle salite  più ripide finora incontrate, rotta da precipizi.&#8221;</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;1° gennaio 1909. Il capo mi duole troppo e non mi permette di scrivere a lungo. Camminiamo sempre faticosamente in ascesa sopra neve molto soffice. Ciascuno di noi è esausto per insufficienza di cibo.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;9 gennaio. Ultima giornata di avanzata a Sud. Abbiamo chiamato a raccolta le nostre ultime forze con i seguenti risultati: 88°, 23&#8242; di latitudine Sud e 162° di longitudine Est. Abbiamo alzato la bandiera di Sua Maestà e quella nazionale, prendendo possesso dell&#8217;Altopiano in nome del re. Domani riprendiamo la via del ritorno. Il nostro rincrescimento è molto vivo, ma abbiamo la coscienza di aver fatto quanto era in nostro potere&#8221; (1).</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">La terza spedizione ha luogo nel 1914-16 e si propone di ritentare l&#8217;impresa, traversando tutto il continente antartico dal mare di Weddell al Mare di Ross. Con la nave Endurance Shackleton e i suoi compagni si portano dapprima in Sud America, dopo che lo scoppio della prima guerra  mondiale ha rischiato di far saltare tutto il programma.  Shackleton ha offerto all&#8217;Ammiragliato di mettersi a disposizione della marina con la nave e tutto l&#8217;equipaggio; ma la risposta è stata laconica e liberatoria: &#8220;Proseguite&#8221;.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/sud-la-spedizione-dellendurance/6543" target="_blank"><img class="alignright size-medium wp-image-4303" style="margin: 10px;" title="sud-la-spedizione-dell-endurance" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/sud-la-spedizione-dell-endurance-191x300.jpg" alt="" width="191" height="300" /></a>&#8220;L&#8217;8 agosto l&#8217;Endurance salpò per Buenos Aires, da dove raggiunse la Georgia Australe, ripartendone il 5 dicembre per l&#8217;<span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/generi/viaggi/antartide" target="_blank">Antartide</a></span>. Dopo poche miglia di navigazione, la nave incontrò i primi ghiacci galleggianti che in quell&#8217;anno, contrariamente alle previsioni dei balenieri, si erano spinti molto al Nord, e la navigazione divenne sempre più difficile. L&#8217;Endurance si aprì faticosamente la via attraverso i canali, ma ormai l&#8217;estate antartica era finita e bisognava prepararsi allo sverno.  Il 24 febbraio 1915 la nave venne definitivamente stretta dai ghiacci e andò alla deriva con essi verso il Nord, anche se molto lentamente. La pressione era fortissima, ma la nave resistette magnificamente per alcuni mesi. Poi, il 27 ottore, si sentì un tremendo scricchiolìo e in poco tempo dell&#8217;Endurance non rimase che un relitto informe. Gli uomini fecero in tempo a sbarcare sui ghiacci con molti viveri  e si costruirono capanne di ghiaccio dove vissero per qualche tempo.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;La terra più vicina era a 1.300 chilometri e non c&#8217;era altra possibilità che quella di farsi trasportare alla deriva insieme con i ghiacci.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Per dieci mesi il lastrone su cui erano i relitti della nave e il campo dei naufraghi (battezzato Ocean Camp)  andò alla deriva e gli uomini poterono salvare a più riprese viveri e vestiario dalla nave e uccidere foche e pinguini che servivano magnificamente  a variare la dieta giornaliera. Il 24 novembre l&#8217;Endurance si inabissò  per sempre e, la vigilia di Natale, Shackleton annunciò  all&#8217;equipaggio che aveva intenzione di iniziare una marcia  di avvicinamento all&#8217;isola Paulet; tutti furono felici della determinazione del loro capo perché l&#8217;inerzia cominciava a pesare ormai troppo sugli animi di tutti. Caricate le slitte, la marcia cominciò sui ghiacci  fra ostacoli innumerevoli, specialmente per coloro  che dovevano trascinare le pesanti scialuppe.  Si pensò di abbandonarle, ma poi il progetto venne accantonato perché senza scialuppe  sarebbe stata sicuramente la morte. Quando gli uomini furono sfiniti, Shackleton decise di accamparsi e il nuovo campo venne battezzato  Patience Camp. I viveri cominciarono a mancare  e il cibo caldo venne distrubuito una sola volta al giorno, fino a quando ci si dovette nutrire esclusivamente di carne di foca  e di pochi biscotti. Il tempo intanto andò migliorando e la deriva continuò verso l&#8217;isola Clarence, che venne avvistata il 7 aprile, all&#8217;alba. Il ghiaccio cominciò a frantumarsi e la minaccia di essere inghiottiti dalle onde si fece incombente per i naufraghi. Agirono con prontezza e decisione e il 9 aprile si imbarcarono  sulle scialuppe e remarono disperatamente per oltre 100 ore per allontanarsi dal pericolo.  Riuscirono a issarsi su in piccolo icerbeg, ma dovettero ripartire quasi subito  e tesero con ogni sforzo all&#8217;isola Elefante che raggiunsero dopo una furiosa tempesta. Per giungere alla Georgia Australe mancavano ancora 1.400 chilometri! Shackleton studiò con i suoi uomini il da farsi e furono tutti d&#8217;accordo  nel decidere di tentare la traversata su una sola scialuppa.  Aggiustarono la migliore, la James Caird, e Shackleton scelse  gli uomini che dovevano accompagnarlo nel disperato tentativo. Gli altri li avrebbero attesi nell&#8217;isola Elefante. Uccisa una foca, la scialuppa fu provvista di viveri per un mese, a razioni ridottissime, di un albero e una piccola vela di fortuna.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Il 18 maggio (erano partiti il 23 aprile), gli uomini della James Caird riuscirono ad approdare in una piccola spiaggia deserta della Georgia Australe e otto giorni dopo, dall&#8217;alto di una collina, scorsero un raggruppamento di pescatori ai quali Shackleton chiese aiuto per i compagni. L&#8217;avventura parve incredibile e impossibile ai pescatori che, comunque, partirono subito con la baleniera Southern Sky.  Ma a pochissima distanza dall&#8217;isola Elefante, le pessime condizioni dei ghiacci consigliarono il comandante a invertire la rotta. Allora Shackleton si recò nelle Falkland e il 10 giugno ne partì col peschereccio uruguaiano Insitituto de Pesca, ma anche questa volta venne fermato dai ghiacci a 20 miglia dall&#8217;isola. Il Cile offrì il suo rimorchiatore Yelcho  che poté raggiungere i naufraghi il 30 agosto. Da molti mesi erano in condizioni disperate e soffrivano la fame; furono, almeno moralmente, ricompensati dalle accoglienze trionfali che ricevettero ovunque giunsero&#8221; (2).</p>
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<p style="text-align: justify;">Nei due anni successivi Shackleton partecipa, come del resto tutti i suoi uomini, alla prima guerra mondiale; ma non ha rinunziato ai suoi sogni di esplorazione antartica e, a guerra finita, si adopera per organizzare una nuova spedizione verso il Polo Sud. La quarta spedizione di Shackleton, tuttavia, si conclude tragicamente quasi prima di incominciare. Salpato dall&#8217;Europa nel 1921, a bordo della nave Quest, l&#8217;esploratore chiude gli occhi per sempre mentre fa tappa nella Georgia Australe, teatro della sua memorable traversata di cinque anni prima, per un attacco di angina pectoris. È il 4 gennaio del 1922: il suo cuore affaticato non ha retto agli strapazzi di una traversata orribile, con mare agitato. La sua salma viene riportata in Sud America; ma la vedova, donna forte e coraggiosa, la fa riportare nella Georgia Australe, là dove lui avrebbe desiderato riposare, e viene sepolta nel piccolo cimitero dell&#8217;isola. I suoi uomini e quanti l&#8217;hanno conosciuto non possono fare a meno di rimpiangerlo: egli aveva in grado eminente le doti del capo. Tenacia, perseveranza, coraggio, ottimismo ma anche sollecitudine verso tutti i suoi compagni; ambizione e senso patriottico, ma senza esagerazioni; e una vena di romanticismo che lo caratterizza come l&#8217;ultimo, probabilmente, degli eroi della stagione epica delle esplorazioni polari. Le sue grandi doti umane emergono proprio nelle circostanze più sfavorevoli, come è proprio dei veri leader (3).</p>
<p style="text-align: justify;">Ma diamo la parola direttamente a Shackleton. Come scrittore, le sue doti sono, in fondo, le stesse che ha dimostrato come uomo e come esploratore: semplicità, schiettezza, realismo, buon senso; il lettore non deve aspettarsi da lui voli lirici o effusioni sentimentali. Ciò nonostante affiora, qua e là, una timida vena di commozione, quando egli deve narrare i momenti più sofferti e drammatici della sua vicenda. Ecco, ad esempio, come descrive la perdita finale della nave Endurance, rimasta stritolata fra i ghiacci verso la fine di novembre del 1915:</p>
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<p style="text-align: justify;">&#8220;È difficile scrivere quello che sento. Per un marinaio la propria nave è qualcosa di più di una casa galleggiante &#8211; e sull&#8217;Endurance io avevo concentrato ambizioni, speranze e desideri. Affaticata e gemente, con le ossa spezzate e le ferite aperte, ora che la sua storia è appena cominciata, essa sta lentamente rinunciando alla sua vita senziente. Dopo essere andata alla deriva per più di 570 miglia in direzione nord-ovest, nel corso dei 281 giorni, durante i quali è rimasta intrappolata nel pack, ora l&#8217;Endurance è annientata e abbandonata.&#8221; […]</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Questa mattina &#8211; la nostra ultima mattina sulla nave &#8211; il tempo era limpido, con una leggera brezza che spirava da sud-sud-est a sud-sud-ovest. Dalla coffa non s&#8217;intravedeva alcun segno di terra, di nessun tipo.  La pressione stava lentamente aumentando, e il trascorrere delle ore  non arrecò alla nave nessun sollievo né le concedette tregua. L&#8217;attacco sferratole dal pack raggiunse l&#8217;apice alle 16. La pressione sollevò la poppa della nave, il banco di ghiaccio che premeva, muovendosi lateralmente a poppa, spezzò il timone e strappò il dritto di poppa e il dritto di poppa ausiliario. Poi, sotto i nostri occhi, il ghiaccio aumentò la stretta e l&#8217;Endurance si abbassò un poco. I ponti stavano esplodendo aprendosi verso l&#8217;alto e l&#8217;acqua si riversava all&#8217;interno. La pressione ricominciò, e alle 17 ordinai a tutti gli uomini di scendere sul pack. I ghiacci che si deformavano stridendo per la tensione avevano infine imposto la loro volontà alla nave. Faceva star male sentire i ponti schiantarsi sotto i piedi, quando i grandi bagli si piegavano e infine cedevano spezzandosi con un rumore che faceva pensare a un colpo artiglieria. L&#8217;acqua stava sopraffacendo le pompe e quindi, per evitare un&#8217;esplosione quando avesse raggiunto le caldaie, dovetti dar ordine di spegnere i fuochi e far sfogare il vapore. I piani per abbandonare la nave in caso d&#8217;emergenza erano stati fatti con molto anticipo; uomini e cani scesero sul ghiaccio e si guadagnarono la relativa sicurezza offerta da un banco di pack integro, senza che avesse luogo un solo incidente. Proprio prima di lasciare la nave, mentre stavo sul ponte che sussultava, guardai nel lucernario della sala macchine e vidi i motori rovesciarsi di lato mentre i sostegni ed i basamenti cedevano. Non posso descrivere la sensazione di implacabile distruzione che mi prese quando mi guardai intorno. Il pack, premuto da milioni di tonnellate di ghiaccio, stava annientando la nave&#8221; (4).</p>
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<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/endurance/3895" target="_blank"><img class="alignright size-medium wp-image-4304" style="margin: 10px;" title="endurance" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/endurance-194x300.jpg" alt="" width="194" height="300" /></a>La traversata dall&#8217;isola Elefante alla Georgia Australe, sulla scialuppa scoperta James Caird, è un&#8217;impresa nautica veramente eccezionale e trova in Shackleton, il suo protagonista, un narratore sobrio e sincero, un testimone che lascia parlare i fatti nella loro nuda, terribile evidenza; sono pagine che meriterebbero un posto nelle antologie epiche.</p>
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<p style="text-align: justify;">&#8220;Confinati in quello spazio angusto, schiaffeggiati senza sosta dagli spruzzi, soffrivamo terribilmente il freddo. Dovevamo lottare contro i vento e le onde e cercare di restare in vita. E di pericoli ne incontrammo molti. Ci sosteneva la consapevolezza di avvicinarci alla terraferma, ma c&#8217;erano giorni e notti in cui bisognava deporre ogni speranza e lasciarsi andare alla deriva, contemplando con occhi più interessati che impauriti le ruggenti masse d&#8217;acqua. Infinitamente profonde sembravano le valli che si spalancavano fra un&#8217;onda e l&#8217;altra; altissime le creste spumeggianti su cui ci trovavamo momentaneamente appollaiati. Tanto piccola era la nostra barca e tanto potente il mare,  che spesso le nostre vele pendevano inerti nella quiete che si instaurava fra due marosi, ma subito dopo tornavamo ad arrampicarci su una cresta, esposti alla furia della bufera e circondati di spuma bianca. Ci succedeva perfino di ridere &#8211; di rado, certo, ma in quei momenti ridevamo di cuore, e anche se spesso labbra screpolate e bocche gonfie impedivano le manifestazioni esteriori del divertimento, non mancavamo di cogliere gli aspetti comici della situazione. È soprattutto lo spettacolo delle piccole sfortune altrui a risvegliare negli uomini il senso dell&#8217;umorismo, e personalmente non scorderò mai i comici sforzi  di Worsley che cercava di rimettere  la casseruola sulla lampada Primus da cui era scivolata. La prendeva con le dite irrigidite dal freddo,  la lasciava cadere, tornava a raccoglierla, maneggiandola quasi fosse un fragile articolo destinato alla toilette d&#8217;una signora.  Noi ridemmo, o meglio, gorgogliammo una risata.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Il terzo giorno il vento cominciò a soffiare più forte, tramutandosi in una vera e propria tormenta. La crescente forza del mare evidenziò la debolezza del rivestimento del ponte, i continui urti finirono per spostare le casse e le rotaie, e i teli cedettero e si riempirono d&#8217;acqua. Oltre agli spruzzi, ora anche rivoli ghiacciati si riversavano all&#8217;interno da prua e da poppa. I chiodi che il carpentiere aveva estratto dalle casse e usato  per fissare le assi, erano troppo corti  e rendevano instabile il rivestimento.  Cercammo di rimediare in qualche modo, ma disponevamo di pochissimi attrezzi  e l&#8217;acqua continuò a entrare da una dozzina di punti diversi.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Bisognava sgottare di continuo, e non potemmo evitare che le nostre cose si infradiciassero.  Rigagnoli che precipitavano dai teli erano di gran lunga più spiacevoli degli spruzzi e durante le ore di veglia ci sdraiavamo sotto i sedili per evitarli. Sulla scialuppa non c&#8217;era quasi più un angolo asciutto e alla fine non potemmo far altro che coprirci la testa con i Burberry e sopportare. Le operazioni di svuotamento erano di competenza della vedetta, ma non c&#8217;era riposo per nessuno. Eravamo infreddoliti, sofferenti e pieni di timori. Sotto il rivestimento, nella semioscuriutà del giorno dovevamo muoverci carponi; verso le 18 il buio era completo e non rivedevamo la luce che alle 7 del mattino seguente. Accendevamo i pochi mozziconi di candela rimasti solo all&#8217;ora dei pasti. Di fatto, c&#8217;era un solo luogo asciutto a bordo, il punto sottostante il rivestimento originale a prua, e lì conservavamo parte delle gallette, ma credo che nessuno riuscisse mai a liberarsi del tutto dal gusto del sale.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;La difficoltà di muoversi a bordo avrebbe avuto un lato umoristico se non l&#8217;avessero accompagnata tanta sofferenza e tanto disagio. Dovevamo strisciare sotto i sedili e le nostre ginocchia ne risentivano non poco. Al cambio dei turni di guardia, ero costretto a dirigere gli uomini chiamandoli per nome e segnalando loro gli ostacoli; muovendoci tutti contemporaneamente, avremmo provocato una gran confusione e ci saremmo riempiti di lividi. I turni di guardia duravano quattro ore ciascuno e vedevano impegnati tre uomini alla volta. Uno badava ai fornelli, il secondo era addetto alle vele e il terzo svuotava il fondo della barca.&#8221; […]</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Lasciando le vedette a tremare di freddo, gli altri si affrettavano a infilarsi nei sacchi a pelo ancora tiepidi, ma non sempre potevamo offrirci quel conforto. Bisognava  spostare in continuazione i sassi che fungevano da zavorra per garantire l&#8217;accesso alla pompa, spesso otturata dalla peluria che la pelle di renna dei sacchi a pelo perdeva senza sosta. Spostare i sassi era un compito estenuante; col tempo eravamo arrivati a conoscerli uno per uno, e per distinguerli ci bastava saggiarli con le dita. Ancora oggi ne ricordo perfettamente le forme e gli angoli. In condizioni meno disagiate, uno scienziato li avrebbe trovati interessanti dal punto di vista geologico, e come zavorra erano sicuramente efficaci. Ma come pesi da spostare in quel poco spazio erano terrificanti. Non risparmiavano neppure un angolino dei nostri poveri corpi. Un altro disagio che vale la pena menzionare era lo sfregamento sulle gambe degli indumenti bagnati che non cambiavamo ormai da sette mesi. Avevamo l&#8217;interno delle coscie piagato e il tubetto di crema Hazeline che avevamo a disposizione poteva ben poco contro il dolore, ulteriormente accresciuto dall&#8217;acqua salata. Ci sembrava di non dormire mai, ma la verità era che ci appisolavamo solo a tratti, e solo per essere svegliati di continuo da nuovi disagi o dalle incombenze consuete. Io, poi, soffrivo a causa della sciatica che aveva cominciato a tormentarmi mesi addietro sul ghiaccio&#8221; (5).</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/la-lunga-notte-di-shackleton/3893" target="_blank"><img class="size-medium wp-image-4305 alignleft" style="margin: 10px;" title="la-lunga-notte-di-shackleton" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/la-lunga-notte-di-shackleton-196x300.jpg" alt="" width="196" height="300" /></a>Il drammatico realismo di questa narrazione è temperato e per così dire alleggerito da fini osservazioni psicologiche, come quella che sono le piccole sfortune altrui a destare principalmente il nostro senso dell&#8217;umorismo; osservazione degna di un osservatore pensoso dell&#8217;animo umano, più che di un semplice uomo d&#8217;azione (6). Ma le pagine più avvincenti del libro sono quelle in cui Shackleton racconta l&#8217;epica marcia attraverso le montagne della Georgia Australe, un&#8217;impresa ritenuta irrealizzabile dagli stessi balenieri di Grytviken che pure erano i migliori conoscitori di quell&#8217;isola selvaggia e lontanissima da ogni altra terra del mondo abitato. Si è trattato, in effetti, di un&#8217;impresa pressoché disperata, che solo la coscienza di costituire l&#8217;ultima possibilità di salvezza per i compagni rimasti all&#8217;isola Elefante (e anche per quelli lasciati sul versante opposto della Georgia, e incapaci di proseguire a piedi) ha dato loro la forza di compiere, contro tutti i pronostici. Un&#8217;impresa che, da sola, meriterebbe di essere ricordata negli annali dell&#8217;alpinismo e che invece, nel corso di quella drammatica spedizione antartica, non è stata che un singolo episodio, per quanto luminoso, di una serie di altre imprese non meno spettacolari, compresa la traversata su una barca scoperta attraverso uno dei mari più infidi e tempestosi del globo (7).</p>
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<p style="text-align: justify;">&#8220;La giornata si preannunciava bella, e la marcia sulla neve soffice ci aiutò a scaldarci. Davanti a noi si estendevano i crinali e gli speroni di una catena montuosa, la catena trasversale che avevamo individuato dalla baia.&#8221; […]</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Un gradino dopo l&#8217;altro, ci spostammo lateralmente intorno alle pendici di una dolomia che bloccava la visuale a nord. Ci trovammo davanti lo stesso precipizio. In lontananza a nord-ovest sembrava esserci un declivio innevato che forse ci avrebbe condotto più in basso. Ridiscendemmo quindi la pendenza che avevamo impiegato  tre ore a risalire, e benché nel giro di un&#8217;ora fossimo in fondo, a quel punto cominciavamo a sentire la fatica. Da gennaio non avevamo quasi più camminato, ed eravamo fuori allenamento&#8221; […]</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Ci dirigemmo nuovamente verso la cresta e un&#8217;altra faticosa arrampicata ci portò in cima. Lo strato di neve era sottile sul ghiaccio bluastro e nelle ultime 50 iarde dovemmo praticare dei gradini. Invano i miei occhi scandagliarono le profondità del precipizio in cerca di un passaggio che ci portasse in fondo. Il sole aveva sciolto la neve, costringendoci a procedere con molta cautela. Alle nostre spalle la nebbia andava di nuovo infittendosi, per incontrarsi nella valle con quella proveniente da est. Il grigiore del cielo ci disse che dovevamo scendere al più presto, se volevamo evitarla.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Il crinale era tempestato di picchi che ci impedirono di vedere con chiarezza su entrambi i lati; non potevamo far altro che proseguire nella stessa direzione. Il pomeriggio era alla fine e la nebbia si avvicinava minacciosa da est. Eravamo a 4.500 piedi di altezza, e la notte sarebbe stata fredda. Non avevamo tende né sacchi a pelo e le traversie di quei mesi avevano logorato i nostri abiti. In lontananza, nella vallata che si apriva sotto di noi,  scorgemmo chiazze erbose nei pressi della costa. Se fossimo riusciti a scendere, avremmo potuto scavare una buca nella neve e foderarla d&#8217;erba per farne un giaciglio di una qualche comodità. Tornammo indietro, e dopo una deviazione raggiungemmo la sommità di un altro crinale. La luce stava sbiadendo e dopo un&#8217;occhiata mi girai  a chiamare gli uomini che mi guardavamo ansiosi. Mi raggiunsero rapidamente. Davanti a noi, la terra digradava in una ripida pendenza di cui la nebbia e la poca luce impedivano di vedere il fondo, ma proprio a causa della nebbia non potevamo perdere tempo. Iniziammo la discesa, e la neve via via sempre più  morbida ci disse che la pendenza si andava addolcendo. Ormai tornare indietro era impensabile, così ci slegammo e scendemmo seduti, come fanno i bambini. Un banco di neve in fondo al pendio ci fermò, e lì scoprimmo di essere scesi di almeno 900 piedi in appena due o tre minuti. Alle nostre spalle, le dita grigie della nebbia spuntarono da dietro il crinale, protese quasi a voler catturare gli intrusi. Ma le eravamo sfuggiti.&#8221; […]</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;La notte ci fu sopra e per un&#8217;ora procedemmo in un&#8217;oscurità quasi completa, facendo attenzione ai crepacci. Verso le otto, il chiarore che avevamo scorto dietro le cime irregolari si tramutò in una luna piena che disegnò per noi un sentiero argentato. Potemmo così avanzare con maggior sicurezza, fermandoci di tanto in tanto a riposare su tratti di neve più dura rivelati dalla luce. Verso mezzanotte avevamo nuovamente raggiunto un&#8217;altitudine di 4.000 piedi, sempre assistiti dalla luna che ci indicava il percorso. Non avremmo potuto desiderare una guida migliore per i nostri stanchi passi.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;La mezzanotte ci trovò nei pressi dell&#8217;orlo di un vasto nevaio, costellato qua e là da <em>nunatak </em>che proiettavano lunghe ombre simili a fiumi neri. Un leggero declivio ci attirò a nord-est, nella speranza che in fondo a esso si stendesse Stromness Bay. Eravamo scesi di circa 300 piedi quando il vento ci aggredì. Ormai eravamo in marcia da più di venti ore, una marcia interrotta solo dalle soste per i pasti. Riccioli di nubi veleggiavano sopra le vette di sud-ovest, segnalandoci l&#8217;arrivo imminente di neve e vento. Passata l&#8217;una, scavammo una buca e dopo averci impilato intorno neve fresca, accendemmo la Primus. Il cibo caldo ci infuse nuove energie e mentre la stufa scoppiettava allegramente Crean e Worsley intonarono vecchie canzoni. Se non con le labbra, aride e screpolate com&#8217;erano, ridevamo certamente col cuore.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Mezz&#8217;ora dopo riprendemmo la discesa verso la costa. Ormai eravamo talmente certi di essere sopra Stromness Bay che identificammo come Mutton Island, al largo di Huvik, una sagoma scura che si profilava ai piedi del pendio. Immagino che fosse il desiderio a mettere le ali alla fantasia, perchè ci indicammo a vicenda vari punti di riferimento svelati dalla luce ormai incostante della luna. Ma le nostre speranze dovevano rivelarsi prive di ogni fondamento. Nuovi crepacci ci fecero capire che eravamo su un altro ghiacciaio e presto ci trovammo a guardare verso il suo orlo esterno. Sapendo che non c&#8217;erano ghiacciai a Stromness, non impiegai molto a concludere che quello era il Fortune. La delusione fu immensa. Tornammo indietro, di nuovo su per il ghiacciaio, non ripercorrendo esattamente i nostri passi bensì muovendoci verso sud-ovest. Eravamo stanchissimi.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Alle 5 del mattino eravamo ai piedi degli speroni rocciosi della catena montuosa. Eravamo esausti, e il vento che soffiava dalle vette ci gelava fin nelle ossa. Decidemmo di ripararci sotto una roccia per riposare un po&#8217;. Ci sedemmo uno vicino all&#8217;altro, stringendoci il più possibile. Quel po&#8217; di neve trasportata dal vento ci lasciò addosso un candido strato sottile. Pensavo che avremmo potuto concederci una mezz&#8217;ora di riposo, e di lì a pochi minuti i miei compagni dormivano già. Mi rendevo conto che sarebbe stato pericolosissimo seguire il loro esempio, perché in simili condizioni il sonno diventa spesso l&#8217;anticamera della morte. Di conseguenza, cinque minuti dopo provvidi a svegliarli e dopo aver loro assicurato che avevano dormito mezz&#8217;ora, diedi il segnale di partenza. Eravamo così irrigiditi che per le prime 200 o 300 iarde procedemmo con le ginocchia flesse. Davanti a noi, s&#8217;innalzava una linea irregolare di vette tra cui si apriva un varco. Era il crinale che da Fortuna Bay si allunga verso sud; la nostra strada vi passava attraverso. Una ripida salita ci portò alla cresta e al vento gelido che soffiava attraverso il passaggio.&#8221; […]</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Mentre Fean e Worsley scavavano una buca, io mi arrampicai su un vicino rialzo per dare un&#8217;occhiata. Alle 6,30 mi sembrò di sentire il fischio di una sirena a vapore. Non volevo illudermi, ma sapevo che era più o meno a quell&#8217;ora che i cacciatori di balene presenti nella stazione si svegliavano. Tornai dagli altri per avvertirli, e pieni di eccitazione aspettammo le 7, ora in cui la stazione entrava in attività. Alle 7 in punto risuonò il fischio, trasportato fino a noi dal vento che soffiava tra le rocce e la neve. Non avevamo mai udito una musica più dolce. Era il primo suono creato dall&#8217;uomo  che sentivamo dal dicembre del 1914, quando avevamo lasciato Stromness Bay.&#8221; […]</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Quando ripenso a quei giorni non dubito che la Provvidenza ci abbia guidati non solo attraverso i nevai, ma anche attraverso il mare irrequieto che separa Elephant Island dal luogo del nostro approdo finale. So che durante quelle lunghe, estenuanti trentasei ore di marcia su montagne e ghiacciai senza nome, mi sembrò spesso che fossimo in quattro, e non in tre. Non ne parlai ai miei compagni, ma in seguito Worsley ebbe a dirmi: &#8216;Sa, capo, avevo la strana sensazione che ci fosse un altro con noi&#8217;, e Crean fece una confessione analoga. Si percepisce &#8216;la povertà delle parole umane, la rozzezza della favella mortale&#8217; quando si cerca di descrivere realtà intangibili, ma la cronaca del nostro viaggio non sarebbe completa senza un riferimento a un tema tanto caro ai nostri cuori.&#8221; (8)</p>
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<p style="text-align: justify;"><strong>Note</strong></p>
<p style="text-align: justify;">1)               Cit. in STOCCHETTI, Francesco, <em>Alla conquista del Polo Sud</em>, Bologna, Malipiero, 1966, pp. 61-63.</p>
<p style="text-align: justify;">2)               ZAVATTI, Silvio, <em>L&#8217;esplorazione dell&#8217;<span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/generi/viaggi/antartide" target="_blank">Antartide</a></span>. Storia di un continente</em>, Milano, Mursia, pp. 129-131.</p>
<p style="text-align: justify;">3)               FORBES, Lachlan Maxwell, voce <em>Shackleton </em>in <em>Encyclopedia Britannica</em>, ed. 1961, vol. XX, p. 432.</p>
<p style="text-align: justify;">4)               SHACKLETON, Ernest, <em>Ghiaccio</em>, Milano, Rizzoli, 1999, pp. 100-101.</p>
<p style="text-align: justify;">5)               Idem, pp. 191-194.</p>
<p style="text-align: justify;">6)               Cfr. LAMENDOLA, Francesco, <em>Sulla natura del riso</em>, in <em>Alla Bottega</em>, Milano, 1988, n. 5, pp. 21-23.</p>
<p style="text-align: justify;">7)               Un apparato iconografico relativo alla traversata con la James Caird è contenuto in PETTER, Guido &#8211; GARAU, Beatrice, <em>L&#8217;esplorazione dell&#8217;<span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/generi/viaggi/antartide" target="_blank">Antartide</a></span></em>, Firenze, Giunti-Marzocco, 1977, pp. 106-111.</p>
<p style="text-align: justify;">8)               SHACKLETON, Ernest, <em>Ghiaccio</em>, cit., pp. 217-227.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Vedi anche:</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em><a title="Il viaggio incredibile di Ernest Shackleton" href="http://www.video-storia.it/il-viaggio-incredibile-di-ernest-shackleton/146" target="_blank">Il viaggio incredibile di Ernest Shackleton</a></em>.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/sud-di-ernest-shackleton.html' addthis:title='&#8220;Sud&#8221; di Ernest Shackleton, capolavoro di prosa scientifica e avventurosa ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Alessandro Herzen alla scoperta dell&#8217;ultima Thule</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Mar 2010 15:09:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Lamendola</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nel 1861 Alessandro Herzen affrontò un viaggio pericoloso e raggiunse l'isola artica di Jan Mayen, scrivendo un notevole resoconto]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/alessandro-herzen-alla-scoperta-dellultima-thule.html' addthis:title='Alessandro Herzen alla scoperta dell&#8217;ultima Thule '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/centrostudilaruna48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Centro Studi La Runa online" /><br/><p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/deserto-di-ghiaccio/2393"><img class="alignright size-medium wp-image-4593" style="margin: 10px;" title="deserto-di-ghiaccio" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/deserto-di-ghiaccio-181x300.jpg" alt="" width="181" height="300" /></a>Il nome di Aleksandr Herzen (1812-1870) è familiare a quanti conoscono, anche superficialmente, la storia della Russia moderna: è quello del massimo esponente del populismo russo, amico di Michaìl Bakunin e fondatore del leggendario giornale <em>La Campana</em> (1). Qui però non vogliamo parlare di lui, ma del maggiore dei figli che ha avuto da Natalia Ogareva (1817-1852), lui pure di nome Aleksandr, nato in Russia, a Vladimir, il 13 giugno 1839 e morto in Svizzera, a Losanna,  il 24 agosto 1906, dopo una vita errabonda e irrequieta. Dopo di lui nascono Natalia, nel 1844 (morta nel 1936) e Olga, nel 1850 (morta nel 1853, come pure due fratelli maschi che muoiono prima di diventare adulti).</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo una giovinezza trascorsa in Gran Bretagna, Alessandro Herzen junior si trasferisce in Svizzera, a Berna, come tanti altri esuli russi di idee liberali o democratiche, cui non sorride l&#8217;idea di vivere in Russia sotto l&#8217;autocrazia zarista. Nella capitale della Confederazione Elvetica egli segue i corsi del fisiologo tedesco Maurizio Schiff, laureandosi in medicina nel 1861. Quando, due anni dopo &#8211; nel 1863 &#8211; Schiff si trasferisce in Italia come professore di anatomia e fisiologia a Firenze e fonda, in via Gino Capponi, il Laboratorio di fisiologia umana, Herzen lo segue e lavora nella capitale provvisoria del Regno d&#8217;Italia come suo assistente. L&#8217;attività dei due studiosi, però, dà esca a una violenta polemica sulla vivisezione. Nel 1873 si giunge addirittura a un processo, poiché alcuni nobili fiorentini accusano lo Schiff di turbare la quiete a causa di certi «ululati strazianti e grida di dolore [...degli] animali viventi come cani, gatti, ed ogni altra specie di animali». Herzen partecipa alla polemica con uno scritto vivace e battagliero intitolato <em>Gli animali martiri, i loro protettori e la fisiologia</em> (2). In esso, fra l&#8217;altro, sostiene che «Gli animali martiri degli esperimenti fisiologici sono poca cosa rispetto agli animali martiri delle altre attività dell&#8217;uomo (sostentamento, comodo, lusso, &#8220;ghiottoneria&#8221;, ignoranza, capriccio, ferocia e vanagloria, divertimento)».  Da Firenze e dall&#8217;Italia, la polemica si amplifica e rimbalza in tutta Europa, coinvolgendo importanti giornali stranieri, tra i quali il <em>Times</em> di Londra e il <em>Daily News</em>; né   accenna a placarsi se non dopo la partenza di Schiff dalla città in riva all&#8217;Arno. Il suo giovane assistente, comunque, ha potuto farvisi numerose amicizie, tanto che quando &#8211; nel 1876 &#8211; Schiff lascia Firenze, egli viene chiamato a ricoprire la cattedra del maestro.</p>
<p style="text-align: justify;">Herzen rimane all&#8217;Istituto di Studi superiori per altri cinque anni, fino al 1881, quando il suo temperamento inquieto lo spinge a lasciare l&#8217;Italia, per andare ad insegnare all&#8217;Accademia di Losanna. Egli si muove nel contesto del positivismo di fine Ottocento e, come epistemologo, elabora una forma di materialismo dinamico, analogo a quello professato, allora, dal fisiologo olandese Jakob Moleschott (1822-1893), autore di importanti studi sulla respirazione dei tessuti e sulla fisiologia dei nervi cardiaci, e dal geologo e chimico norvegese Johan Herman Lie Vogt (1858-1932), autore di studi fondamentali sui processi di cristallizzazione nelle scorie dei forni. Tra le sue opere scientifiche ricordiamo almeno <em>Analisi fisiologica del pensiero umano</em>, pubblicata a Firenze nel 1879, e &#8211; in francese &#8211; <em>Le cerveau et l&#8217;activité cérebrale</em>, edita a Parigi nel 1889 (3).</p>
<p style="text-align: justify;">
<div id="attachment_4280" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-4280 " title="800px-Beerenberg_JanMayen" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/800px-Beerenberg_JanMayen-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /><p class="wp-caption-text">Beerenberg, Jan Mayen</p></div>
<p style="text-align: justify;">A noi, della sua esistenza cosmopolita  dei suoi molteplici interessi culturali,  importa qui il periodo fiorentino, perché nel corso di esso egli decide di partecipare ad una spedizione scientifica verso l&#8217;Artide e precisamente all&#8217;isola di Jan Mayen,  nel 1861. Sperduta fra la Norvegia e l&#8217;Islanda, l&#8217;isola (372,5 kmq.) è leggermente più grande di Maiorca, la maggiore delle Baleari e, benché geograficamente appartenga all&#8217;Europa, trovandosi a 71° di latitudine Nord e a 8°30&#8242; di longitudine Ovest rientra nella zona polare, in pieno Mare di Groenlandia. (550 km. a Nord-est dell&#8217;Islanda). Ha pressappoco la forma di un femore lungo 53,7 km. ed è allineata da Nord-est a Sud-ovest, con le due parti montuose collegate da un istmo di soli 2,5 km. che ospita due lagune d&#8217;acqua dolce. La sommità meridionale, chiamata Sörlandet, tocca gli 843 m. con la Elisabethtoppen (che però, a quella latitudine, corrispondono a un&#8217;alta montagna delle Alpi), mentre la parte settentrionale o Norlandet, assai più vasta, culmina nel  massiccio vulcanico del Beerenberg, a 2.277 metri s. l. m., ricoperto da una calotta glaciale, con una decina di lingue che scendono fino al mare. Il cratere, largo più di 1 km., ha una cavità profonda 200 m. e interamente riempita di ghiaccio; dai 300 m. di quota le sue pendici sono coperte di neve e ghiaccio. L&#8217;ultima eruzione del vulcano risale al 1732; poi, nel 1818, è stata osservata una notevole fuoriuscita di vapori, che in piccola parte sono ancora visibili. Le coste dell&#8217;isola sono alte e precipiti, innalzandosi da fondali profondi tra i 2 e i 3.000 m.; le ripe presentano in più punti un&#8217;altezza di 300 metri e sono a strapiombo, specialmente sul versante settentrionale e  orientale del Beerenberg (4).</p>
<p style="text-align: justify;">Scoperta da Henry Hudson nel 1608, che la chiamò con il suo nome, Jan Mayen fu riscoperta e ribattezzata più volte negli anni successivi, ha ricevuto il suo nome definitivo da un capitano olandese nel 1614. Il clima è il bizarro risultato dell&#8217;incrociarsi di due correnti marine, una calda e una fredda: la Corrente del Golfo e la Corrente della Groenlandia orientale. Le temperature medie invernali registrano una media di &#8211; 6°, quelle estive fra 5° e 6°. D&#8217;inverno l&#8217;isola è interdetta alle navi a causa del pack, e questa è una delle ragioni per cui, benché sia stata più volte raggiunta da cacciatori e coloni, non è mai stata abitata permanentemente fino al 1912, quando i Norvegesi vi hanno installato una stazione radio e meteorologica. Tra il 1958 e il 1963 vi è stato costruito un campo di atterraggio per gli aerei destinati a rifornire  i meteorologi che lavorano nella stazione, situata presso la costa occidentale; ma, quando la visita la spedizione scientifica italiana del 1861, questa terra isolata e sperduta, una delle più solitarie del mondo, non è popolata che da una fauna ricchissima di uccelli marini e migratori e di mammiferi (5). Tra questi ultimi, la volpe artica sulla terra e le foche nel mare erano quelli maggiormente cacciati dall&#8217;uomo. La flora vanta la presenza di 51 specie complessive.</p>
<p style="text-align: justify;">Questa, dunque, l&#8217;isola che Aleksandr Herzen visita nel 1861, quando ha soli 22 anni ma un forte spirito d&#8217;osservazione e una marcata curiosità scientifica. Parla e scrive l&#8217;italiano piuttosto bene; ma la sua relazione di viaggio non viene pubblicata che nove anni dopo, sul <em>Bollettino della Società Geografica Italiana</em>, col titolo assai modesto di <em>Una gita a Jan Mayen</em> (6). Ma è tempo di cedere la parola al giovane Herzen, nel cui racconto sentiamo lo stupore e al tempo stesso l&#8217;acutezza dello sguardo di una mente pervasa di spirito scientifico.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Da quando abbiamo lasciato la Norvegia, noi non abbiamo letteralmente veduto che il cielo e l&#8217;acqua; il 10 e l&#8217;11 [agosto 1861] abbiamo ancora trovato dei porci marini (<em>Phocaena</em>) e qualche balena; i primi venivano a centinaia a giuocare, a far capitomboli ed a nuotare cercando chi primo passasse la prora dello <em>schooner</em>; le balene al contrario, non si facevano vedere che da lontano; era al disotto della loro volontà occuparsi di noi; esse si divertivano a lanciare maestosamente un potente getto d&#8217;acqua colle loro nari, ed a percuotere le onde colla loro immensa coda, producendo un suono simile a lontanissimo cannoneggiamento. Rari uccelli avevano ancora attraversata l&#8217;aria, tutti palmipedi, soprattutto dei gabbiani di differenti specie. Qualche Cyanaea ed Aurelia, le meduse più comuni di queste regioni furono gli ultimi animali invertebrati che noi potemmo scoprire nell&#8217;acqua ed anche questi finalmente sparirono…</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;A misura che avanzavamo, la Procellaria glacialis diveniva di più in più frequente; noi non l&#8217;avevamo scorta che rarissimamente lungo la costa norvegiana, e sempre da lontano. Qui potevamo studiarne a piacere il volo e le abitudini. È un uccello grande come un gabbiano ordinario, d&#8217;un bianco giallognolo con mantello grigio. Il suo volo è pesante ed imbarazzato, allorché vuole elevarsi, ma graziosissimo, elegante e rapido allorché sdrucciola sulla superficie dei cavalloni, inclinando le sue ali immobili secondo l&#8217;ondulazione loro e sfiorando qualche volta colla punta di una di esse la cresta aguzza d&#8217;un&#8217;onda più alta… Non potevamo a meno di meravigliarci del loro numero, e soprattutto della facilità colla quale essi trovavano di che nutrirsi, mentre, colla più grande attenzione, ci era impossibile scoprire nell&#8217;acqua la più piccola traccia di esseri viventi…</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;[Il giorno 19, a tavola] il capitano ci dichiarò con sicurezza ch&#8217;egli aveva verificato il suo calcolo, e che noi dovevamo in questo stesso giorno, verso le 4 dopo mezzogiorno, o battere le rocce di Jan Mayen colla prua della nave od oltrepassare l&#8217;isola senza vederla a causa della nebbia. Vi fu un momento di silenzio, non sapevamo che dire, tutti desideravamo girar di bordo, ma nessuno aveva il coraggio d&#8217;essere il primo a proporlo francamente. Il capitano si alza da tavola e va sul ponte, per vedere se tutto è in ordine; noi restiamo un poco pensierosi, e continuiamo a masticare in silenzio. Ad un tratto il capitano apre con fracasso l&#8217;invetriata della nostra cabina e grida con tutta la forza dei suoi polmoni: &#8211; Venite, salite, presto, si vede Jan Mayen! -. Ci alziamo subito, con un sol movimento, i piatti rotolano, i bicchieri si rompono, il cane si getta sopra la salsa rovesciata e noi ci precipitiamo sul ponte.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;- Dove, dove?-. &#8211; Là, là…nella nebbia. &#8211; - Ma non vedo nulla!-. È troppo tardi, tutto è sparito, si è scoperta un momento la cima del vulcano, ma la cortina  nebbiosa si è subito rinchiusa…un momento dopo la nebbia si dirada in un punto che il vento scaccia dinanzi a sé, si apre, si chiude, si riapre di nuovo, e sparisce. Di nuovo una lacuna nelle nubi, si avvicina alla  montagna, ma tornerà a chiudersi come le altre prima di lasciar intravedere… Ah! Eccola! Una maestosa vetta, coperta di neve e di ghiaccio, apparisce nell&#8217;azzurro del cielo, brillante, diafana; ma la nebbia l&#8217;inviluppa nuovamente, e noi attendiamo invano la grazia d&#8217;un secondo colpo d&#8217;occhio. In quel momento il cielo si oscura, la nebbia diviene d&#8217;uno spessore impenetrabile.  Al livello del mare si stendeva una zona d&#8217;un violetto carico, quasi nero; vi si distingueva di tanto in tanto la schiuma delle onde lanciata ad un&#8217;altezza prodigiosa; le onde non battevano evidentemente su d&#8217;una riva unita, ma venivano a rompersi con violenza contro rupi scoscese o contro i bordi taglienti d&#8217;una cintura di ghiaccio…</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;[L'indomani] il mare rassomigliava meno che nei giorni antecedenti al piombo liquido, la nebbia lasciava distinguere i contorni delle nubi, ornati delle tinte calde e vive dell&#8217;aurora, di quando in quando ci sembrava scoprire, dietro le masse di nebbia che scorrevano silenziosamente lungo le onde, qualche cosa d&#8217;immobile, un&#8217;indicazione di ghiaccio, un&#8217;ombra di rocce; l&#8217;orizzonte si rischiara al Nord-est; le colonne di nebbia spariscono una dietro l&#8217;altra, diventano diafane, passano più rapidamente davanti i contorni ancora incerti, ma sempre più determinati, e qualche momento più tardi abbiamo davanti a noi il Baerenberg in tutta la splendidezza della sua nudità, arrossendo ai primi raggi del sole. La sua enorme sommità, a 7.000 piedi al disopra il livello del mare, coperta di neve, brillava gaiamente al sole e rifletteva delle tinte ardenti d&#8217;oro, e di rosa delicato; nove ghiacciaie <em>[la forma maschile "ghiaccio" non aveva ancora, alla metà dell'Ottocento, soppiantato quella femminile in uso già dal settecento, "ghiacciaia": nota di F. Rodolico] </em>increspate e fesse serpeggiavano sui fianchi della montagna, trasparenti come smeraldo fin nel mare; le ondate schiumanti venivano a rompersi qua, contro i ghiacci ridenti e diafani, là contro le rocce nere e lugubri. Il mare era d&#8217;un celeste carico, il cielo ancora pallido, un silenzio assoluto regnava intorno a noi, non vi era traccia alcuna d&#8217;essere umano, era un momento veramente grandioso e noi restammo molto tempo senza parlare…</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;[Nella] mattinata… la costa diviene più distinta; incontriamo più frequentemente dei pezzi di ghiaccio strappati ai piedi delle ghiacciaie; gli uccelli marini di tutte le specie diventano più numerosi ed in mezzo ad essi l&#8217;antica nostra conoscenza, la Procellaria glacialis; dei piccoli uccelli neri nuotano, s&#8217;immergono e spariscono; dei grandi uccelli bianchi volano pesantemente; la nostra venuta mette tutta questa popolazione dalle piume, in un&#8217;agitazione straordinaria; è un andare e venire, correre, tuffarsi, nuotare senza posa, e tutto questo con un&#8217;aria profondamente seria, come se adempissero ad un loro sacro dovere. Le loro opinioni a nostro riguardo, circa alle nostre intenzioni pacifiche o bellicose non si accordavano niente affatto, almeno a giudicarne dai suoni stridenti ed abbominevolmente falsi che uscivano dai loro becchi largamente aperti, la produzione dei quali sembrava sovente costasse loro uno sforzo considerevole. Speravo ancora, ed il mio cuore si contraeva a questa folle speranza, incontrare in qualche lontano ridotto l&#8217;ultimo rappresentante della nobile razza degli Alca impennis!</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;A misura che noi ci avvicinavamo, l&#8217;aspetto della montagna diveniva sempre più fantastico e variato. Le rocce mostravano, su di un fondo uniformemente opaco, delle tracce ora rosse, ora gialle, indicanti i diversi strati della lava; vi erano dei punti d&#8217;un verde bellissimo, ma non potevamo distinguere se era erba, muschio, o qualche massa minerale. Le superfici liscie che le ghiacciaie presentavano al mare, si elevavano perpendicolarmente, come mura di smeraldo, si sentiva di quando in quando affondarsi qualche massa di ghiaccio, diveniva evidente che noi non potevamo abbordare, le onde urtavano le rocce con tal violenza, che non osavamo nemmeno tentare la prova; esse ammucchiavansi di più come per prendere uno slancio e gittarsi quindi confusamente da una roccia all&#8217;altra, per coprire colla loro schiuma le più ardite aguglie…</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;[Solo dopo qualche giorno fu possibile lo sbarco] sopra una lunga diga posta fra il mare ed un piccolo lago d&#8217;acqua dolce, che ha forse trenta metri di larghezza per due chilometri di lunghezza. Si può traversare a guado in quasi tutti i punti… I grandi uccelli bianchi, i soli che io desideravo possedere, non si lasciarono avvicinare; corsi invano un&#8217;intiera ora, il fucile sempre armato, senza arrivare a tirare un colpo solo; mi misi allora a cercare delle piante e delle pietre. Non si vedeva che di quando in quando qualche piccola pianta mal cresciuta, che uscivano appena dalle screpolature della lava; le loro foglie erano quasi secche e pallide; sembravano avessero paura di mostrarsi al giorno e cercassero qualche briciola d&#8217;un nutrimento parco in quei fessi oscuri, dove il vento dimentica per caso un po&#8217; di polvere. Sulla lava stessa non vi era che qualche traccia di vegetazione crittogama, un muschio giallognolo copriva il lembo umido delle colline: ma il nero ed il grigio predominavano dappertutto. Regnava un silenzio perfetto: niente si muoveva; soli, gli ammassi di lava mi circondavano sparpagliati nel modo più strano, essi stessi di forme fantastiche e stravaganti, rassomiglianti alle ruine di una città abbandonata, costrutta da esseri favolosi, estranei a noi; quelle punte, quegli angoli taglienti mi facevano l&#8217;effetto d&#8217;edifizi, di torri, di chiese, resti affondati d&#8217;un mondo del tutto diverso. Dimenticai me stesso per qualche tempo in mezzo a quelle forme misteriose e m&#8217;immaginai che davanti a me passasse la processione magica che Heine vide, dalla capanna d&#8217;Uraka, allorché andò ad uccidere Atta Troll, il terribile orso di Ronceval <em>[episodio del poemetto satirico </em>Atta Troll <em>del grande poeta tedesco Enrico Heine, 1799-1856; n. di F. Rodolico]</em> … Un grido sperduto mi richiamò da tali fantasticherie: uno dei grandi uccelli bianchi, oggetto dei miei desideri, circolava al disopra della mia testa; impugnare il fucile e sparare fu affare d&#8217;un istante; l&#8217;uccello cadde ai miei piedi; lo credetti morto, ma quando andai a prenderlo, ebbe ancora la forza di mordermi fortemente il dito; era una specie di gabbiano piuttosto raro…</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Dopo il pasto, decidemmo di traversare l&#8217;isola al punto più stretto e meno elevato, onde vedere la costa del Nord. Prendemmo i nostri fucili nella vaga speranza d&#8217;incontrare delle volpi, le cui tracce erano così numerose intorno a noi. Marciando, trovammo rimasugli d&#8217;uccelli evidentemente divorati dalle volpi, ma non potemmo trovare una sola di queste… Mi contentai di avanzarmi fino al punto culminante del colle, ove ebbi sull&#8217;Oceano glaciale, la vista la più estesa. Con mia grande sorpresa vidi svolgersi a me davante, verso il Nord-ovest, un mare perfettamente chiaro, un orizzonte lontano che non presentava alcun indizio di ghiaccio. La linea tremante dell&#8217;orizzonte non era interrotta che in due punti: all&#8217;est della corona colossale del Baerenberg ed all&#8217;Ovest da una collina, un cratere secondario, la cui tinta nera contrastava colla bianchezza di quella faccia…</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Infrattanto il sole si avvicinava all&#8217;orizzonte, le lave prendevano una tinta d&#8217;un rosso carico, come se esse si riscaldassero nuovamente e volessero muoversi, ardenti, distruggendo spietatamente tutto quanto esse incontrassero sul loro cammino&#8221; (7).</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Da queste pagine si ricava l&#8217;impressione di uno scrittore che sa equilibrare l&#8217;aspetto scientifico della relazione di viaggio, prendendo nota degli strati geologici e delle specie di uccelli, con quello propriamente letterario, mostrando capacità di tratteggiare scene umoristiche, come quella del cane che  si getta sopra la salva rovesciata; poetiche, come quella della prima luce dell&#8217;alba che si fa strada tra la nebbia, animando il grandioso paesaggio dell&#8217;isola; e quasi di evocazione surreale, come quello scenario di rocce che, nel gran silenzio, pare animarsi dei profili d&#8217;una ciclopica città perduta.</p>
<p style="text-align: justify;">Ricaviamo inoltre l&#8217;impressione che Herzen abbia intrapreso la lunga e rischiosa crociera nei mari nebbiosi a nord della Scandinavia inseguendo un suo sogno segreto e quasi inconfessabile: la riscoperta dell&#8217;alca gigante, speranza rivelatasi purtroppo illusoria. Infatti, come scrive il naturalista svizzero Vinzenz Ziswiler, &#8220;L&#8217;irresponsabile razzia [delle uova] fu fatale già nel secolo scorso all&#8217;alca gigante (Alca impennis). Questa &#8211; la più grande della famiglia degli Alcidi, le cui ali, come nel pinguino, non erano più atte al volo, era già sterminata intorno al 1850. Solamente pochi e preziosi esemplari conservati nei musei permettono oggi di farci un&#8217;idea di questo uccello&#8221; (8). Dispiace invero quel colpo di fucile nel magico, arcano silenzio di Jan Mayen, e quel grande uccello colpito a morte, senza un&#8217;ombra di rincrescimento, per amore della scienza; così come, anni dopo, in nome della scienza sosterrà il buon diritto di vivisezionare le cavie nel Museo di Storia naturale di Firenze… Ma tant&#8217;è, nonostante qualche venatura romantica (si noti, ad esempio, quel riferimento ad Heinrich Heine), Herzen è pur sempre uno scienziato positivista, che avrebbe considerato una forma di sentimentalismo quella di impietosirsi per il destino di qualche uccello artico. In ciò sta il limite della sua impostazione culturale, almeno dal nostro punto di vista di uomini del XXI secolo: ora che i ghiacci dell&#8217;Artico si stanno sciogliendo, ora che tante e tante altre specie animali e vegetali sono andate estinte a causa della &#8220;civiltà&#8221;; ora che gli sconvolgimenti climatici e ambientali rischiano di privarci, per sempre, di un pianeta ospitale e accogliente in cui vivere.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>NOTE</strong></p>
<p style="text-align: justify;">1)      HERZEN, Aleksandr (senior), <em>Passato e pensieri</em>, Milano, Mondadori, 1970.</p>
<p style="text-align: justify;">2)      HERZEN, Alessandro, <em>Gli animali martiri, i loro protettori e la fisiologia</em>, introd. A cura di Giovanni Landucci, Firenze, Giunti, 1997 (in Appendice: <em>Sopra il metodo seguito negli esperimenti sugli animali viventi nel Museo di Storia Naturale di Firenze</em>, cenni del prof. Maurizio Schiff).</p>
<p style="text-align: justify;">3)      PALMERINI, <em>Agostino</em>, voce <em>H. </em>della <em>Enciclopedia Italiana</em>, ed. 1949, vol. XVIII.</p>
<p style="text-align: justify;">4)      AHLMANN, Hans von, voce <em>J. M</em>. della <em>Enc. Ital.</em>, vol. XVIII.</p>
<p style="text-align: justify;">5)      Cfr. <em>Il Milione. Enciclopedia di tutti i paesi del mondo</em>, Novara, Istituto Geografico De Agostini, 1968, vol. 4, p. 141.</p>
<p style="text-align: justify;">6)      HERZEN, Alessandro, <em>Una gita a Jan Mayen</em>, in <em>Boll. Della Reale Soc. Geogr. Ital.</em>, fasc. 5 (parte 3 a) del 15 novembre 1870.</p>
<p style="text-align: justify;">7)      RODOLICO, Francesco (a cura di), <em>Meraviglie della natura negli avventurosi viaggi degli esploratori italiani dell&#8217;Ottocento</em>, Firenze, Le Monnier, 1968, pp. 1-5.</p>
<p style="text-align: justify;">8)      ZISWILER, Vinzenz, <em>Animali estinti e in via di estinzione</em>, Milano, Mondadori, 1975, p. 27.</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto, con il gentile consenso dell&#8217;Autore, dal sito Arianna Editrice.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/alessandro-herzen-alla-scoperta-dellultima-thule.html' addthis:title='Alessandro Herzen alla scoperta dell&#8217;ultima Thule ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>La tenda rossa</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Nov 2009 22:43:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Lamendola</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Una recensione del film La tenda rossa di Mikahail Kalatozov del 1969 e la storia della tragedia del dirigibile Italia comandato da Umberto Nobile nel 1928]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/la-tenda-rossa.html' addthis:title='La tenda rossa '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/centrostudilaruna48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Centro Studi La Runa online" /><br/><p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/disastro-al-polo/4309" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-3021" style="margin: 10px;" title="disastro-al-polo" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/disastro-al-polo.jpg" alt="disastro-al-polo" width="200" height="300" /></a>È ammissibile, è opportuno che il comandante di una spedizione, dopo che il suo dirigibile è precipitato, accetti di mettersi in salvo per primo, lasciando sul ghiaccio il suo equipaggio, e sia pure per delle ragioni umanamente e tecnicamente valide?</p>
<p style="text-align: justify;">È, questo, l&#8217;interrogativo che ha troncato la brillante carriera di un giovane e ambizioso generale dell&#8217;Aeronautica italiana, nonché uno dei massimi esperti mondiali del «più leggero dell&#8217;aria», quando era ancora aperta la disputa sulla sua eccellenza rispetto al «più pesante dell&#8217;aria» (ossia l&#8217;aeroplano), che solo il disastro dell&#8217;Hindenburg, al suo arrivo a New York, avrebbe definitivamene chiuso a favore del secondo, alcuni anni dopo.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutta la vita del generale Umberto Nobile, dopo quel fatale incidente che, nel 1928, pose fine alla trasvolata del Polo da parte del dirigibile Italia, non fu che un continuo, angoscioso interrogarsi con se stesso su quella fatale decisione, presa allorché il pilota svedese Lundborg, che poteva portare con sé uno solo dei superstiti, pretese che a salire a bordo del suo velivolo fosse proprio lui, il capo della spedizione.</p>
<p style="text-align: justify;">Era stata la decisione giusta?</p>
<p style="text-align: justify;">Era stata una decisione saggia?</p>
<p style="text-align: justify;">Certo, Nobile era ferito; e, inoltre, egli era l&#8217;uomo più adatto ad organizzare le operazioni di soccorso, per portare in salvo al più presto possibile anche gli altri naufraghi dell&#8217;Italia, i quali avevano approvato che fosse proprio lui il primo a partire con l&#8217;aereo di Lundborg.</p>
<p style="text-align: justify;">E nessuno di loro avrebbe potuto immaginare che il brusco peggioramento della visibilità e il  movimento del pack avrebbero fatto sì che, per altri lunghi giorni, la posizione della «tenda rossa» dei superstiti (così chiamata perché dipinta di rosso, proprio per richiamare la ricognizione aerea, contro il bianco candido del mare ghiacciato) sarebbe stata nuovamente perduta; e che il dramma del salvataggio si sarebbe gravemente complicato.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma, tuttavia, l&#8217;interrogativo, implacabile, rimane: aveva fatto bene Nobile a salire a bordo del velivolo di Lundborg, lasciando a terra i compagni, stremati e infreddoliti?</p>
<p style="text-align: justify;">Un&#8217;ombra, da quel momento, si era posata sulla sua reputazione; l&#8217;intera opinione pubblica mondiale lo aveva giudicato severamente, tanto più che il generoso esploratore norvegese Roald Amundsen, il conquistatore del Polo Sud, aveva perso la vita proprio nel tentativo di individuare la «tenda rossa», precipitando con il suo aereo.</p>
<p style="text-align: justify;">Già traversando l&#8217;Europa per ferrovia, dopo il salvataggio dei superstiti, si vide che l&#8217;atteggiamento  dell&#8217;opinione pubblica era ovunque pesantemente critico nei confronti di Nobile e anche degli altri Italiani: come è testimoniato &#8211; fra l&#8217;altro &#8211; dal libro di memorie di uno di essi, Felice Trojani: <em><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=9788842531043">La coda di Minosse</a></em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/la-tenda-rossa/4305" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-3020" style="margin: 10px;" title="la-tenda-rossa" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/la-tenda-rossa.jpg" alt="la-tenda-rossa" width="200" height="280" /></a>Per tentare di rispondere allo scottante interrogativo, il regista Mikahail Konstantinovic Kalatozov ha immaginato, nel suo film <a title="La tenda rossa" href="http://www.libriefilm.com/la-tenda-rossa/4305"><em>La tenda rossa</em></a>, del 1969, che si riunisca una specie di tribunale formato dai principali protagonisti della drammatica vicenda, compreso lo scomparso Amundsen, il che dà un tocco di surrealismo a quella giù strana assise.</p>
<p style="text-align: justify;">Il lettore avrà notato che, fino ad ora, nella serie di articoli <em>Un film al giorno</em> (come anche, del resto,  in quella <em>Una pagina al giorno</em> e in quella <em>Un film al giorno</em>) ci siamo occupati solo ed esclusivamente di opere italiane. E ciò non per bieco nazionalismo culturale, ma per ricordare i tesori di arte e capacità creativa della nostra nazione, nonché per reagire a una esterofilia che investe ormai tutti i campi, non solo della cultura, ma anche della vita quotidiana, compresi i prodotti del supermercato, la marca dell&#8217;automobile e la clinica in cui ricoverarsi (beninteso, per chi può permettersene una in Svizzera o negli Stati Uniti, magari per farsi un prezioso trapianto di capelli….).</p>
<p style="text-align: justify;">Se, in questo caso, abbiamo deciso di fare una parziale eccezione (parziale, perché il film <a title="La tenda rossa" href="http://www.libriefilm.com/la-tenda-rossa/4305"><em>La tenda rossa</em></a> è stato una co-produzione italo-sovietica), è perché vi hanno recitato alcuni bravi attori italiani, e perché esso racconta una difficile pagina di storia italiana; che offre, al tempo stesso, l&#8217;opportunità di riflettere su una questione deontologica e morale che varca i confini di una singola nazione, e non cessa di appassionare e dividere le opinioni, a tanti e tanti anni di distanza.</p>
<p style="text-align: justify;">Ricapitoliamo, innanzitutto, la vicenda che portò al dramma della «tenda rossa», soggetto del bel film di Kalatozov.</p>
<p style="text-align: justify;">Umberto Nobile, nato a Lauro, in provincia di Avellino, nel 1885, era stato l&#8217;ideatore dei nuovi dirigibili semirigidi della classe N e ne aveva costruiti diversi per conto di varie nazioni: Stati Uniti, Giappone, Spagna e Argentina.</p>
<p style="text-align: justify;">Alla sua attività di esperto di questioni aeronautiche aveva affiancato quella di esploratore polare, unendosi nel 1926 ad Amundsen e ad Ellsworth a bordo del dirigibile Norge, nella sua trasvolata artica.</p>
<p style="text-align: justify;">Due anni dopo, nel 1928, egli volle ritentare l&#8217;impresa, a fini essenzialmente scientifici, col dirigibile Italia, compiendo tre voli sulla calotta polare e portandosi al di sopra di regioni quasi inesplorate a nord della Russia, particolarmente sulla Severnaja Zemlja.  Al ritorno dal terzo volo, durante il quale era stato sorvolato con successo il Polo Nord, l&#8217;aeronave, per ragioni che non sono mai state del tutto chiarite, ma assai probabilmente per il peso del ghiaccio formatosi su di essa, si abbatté sul ghiaccio nel corso di una furiosa tempesta.</p>
<p style="text-align: justify;">Era il 24 maggio del 1928; e, mentre nove uomini venivano scaraventati a terra, con pochissimo materiale (fra cui la preziosa tenda), tosto il vento sollevò nuovamente il dirigibile, che si perdette all&#8217;orizzonte, con altri sei uomini a bordo. Né il mezzo né i suoi occupanti sarebbero mai più stati trovati; così come non venne mai ritrovato l&#8217;aereo con il quale Amundsen volle mettersi alla ricerca del suo vecchio amico e collaboratore.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/deserto-di-ghiaccio/2393" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-3022" style="margin: 10px;" title="deserto-di-ghiaccio" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/deserto-di-ghiaccio.jpg" alt="deserto-di-ghiaccio" width="200" height="331" /></a>A corto di viveri e con un apparecchio radio rice-trasmettitore che era stato gravemente danneggiato nella caduta, i nove uomini della «tenda rossa» attesero angosciati l&#8217;arrivo dei soccorsi, in condizioni sempre più proibitive, tanto che, alla fine, tre di essi &#8211; Zappi, Mariano e Malmgren &#8211; decisero di mettersi in cammino per cercare personalmente aiuto.</p>
<p style="text-align: justify;">Male equipaggiati, con pochi viveri e una protezione insufficiente contro il freddo, il loro era un tentativo disperato, benché fossero quelli nelle migliori condizioni fisiche. Nobile li aveva sconsigliati di partire, ma non ritenne di poterglielo ordinare, vista l&#8217;incertezza della situazione: e,  anche in questo caso, qualcuno potrebbe obiettare che un comandante, benché ferito, ha il dovere di assumersi la responsabilità di dare degli ordini, in base a ciò che ritiene più idoneo per assicurare la salvezza di tutti.</p>
<p style="text-align: justify;">In seguito, Malmgren sarebbe morto di fatica; e nemmeno gli altri due ce l&#8217;avrebbero fatta a raggiungere le Svalbard, se non fossero stati soccorsi dai Sovietici quando le loro condizioni &#8211; con Mariano semicongelato &#8211; erano ormai chiaramente disperate.</p>
<p style="text-align: justify;">Intanto, le ricerche continuavano da parte delle forze aeree e navali di vari Paesi.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;idrovolante Latham-47 con a bordo Amundsen, decollato da Tromsö il 18 giugno, non fece più ritorno alla base, perdendosi nel Mare di Barents.</p>
<p style="text-align: justify;">Il 22 giugno due idrovolanti italiani, guidati dagli aviatori Maddalena e Penzo, avvistarono la «tenda rossa» e scaricarono numerosi viveri e materiali ai loro compagni sul ghiaccio; ma, sul momento, non poterono fare altro.</p>
<p style="text-align: justify;">Poi, finalmente &#8211; come si è detto -, la sera del 23 giugno, il pilota svedese Lundborg avvistò la «tenda rossa», atterrò con notevole abilità e con rischio personale; e, assicurando che presto anche gli altri sarebbero stati tratti in salvo, insistette perché sull&#8217;unico posto disponibile salisse il generale Nobile, che, oltretutto, era seriamente ferito.</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco come lo stesso Nobile ha rievocato l&#8217;episodio nel suo libro di memorie <em>Ali sul Polo</em>, scritto con l&#8217;evidente scopo di difendersi dalle aspre accuse che, dopo il rientro in Italia, gli erano state mosse per il suo comportamento (<em>Ali sul Polo. Storia della conquista aerea dell&#8217;Artide</em>, Mursia Editore, Milano, 1975, pp. 251-53):</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Lo straniero, in tenuta di aviatore,  aveva un aspetto simpatico: un volto un po&#8217; rude ma aperto, gli occhi cerulei. Sentii Viglieri dirgli in inglese: «Qui è il generale». Lo straniero salutò rispettosamente, e si presentò: «Tenente Lundborg». Gli risposi ringraziandolo a nome di tutti, poi  sembrandomi che le parole fossero insufficienti, mi feci sollevare per poterlo abbracciare. Indi mi feci rimettere a giacere.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Lundborg cominciò a parlare: « Generale, sono venuto a prendervi tutti. Il campo è eccellente.  Vi trasporterò tutti nella nottata. Deve venire lei per primo».</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>«È impossibile» risposi. E additandogli Cecioni: «Trasportate prima lui, così ho stabilito».</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Lundborg disse: «No, ho l&#8217;ordine di portare lei per primo, perché lei deve dare istruzioni per la ricerca degli altri compagni».</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Proprio due o tre giorni innanzi il comando della Città di Milano mi aveva chiesto istruzioni per la ricerca del dirigibile scomparso, ma non ero riuscito a trasmetterle per il cattivo funzionamento della radio. Fui portato a mettere le parole di Lundborg in relazione con quella richiesta e a pensare che gli aviatori volessero approfittare delle eccezionali condizioni atmosferiche di quei giorni per quello scopo. Tuttavia, pur convinto di essere assai più utile ai compagni sulla Città di Milano che non sul pack, l&#8217;idea di tornare alla terraferma per primo mi ripugnava. Insistei con fermezza nel diniego.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>«La prego, prenda prima lui. Così ho deciso».</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Lundborg replicò: «Generale, non insista. La condurremo alla nostra base aerea non lontano da qui. Così potrò tornare presto per trasportare gli altri». E, poiché io accennavo ad insistere ancora perché pendesse Cecioni, egli tagliò corto, e recisamente disse:</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>«No, ora non posso pendere lui. È troppo pesante. Sarebbe impossibile prenderlo senza lasciare qui il mio compagno e questo non posso farlo. Più tardi tornerò solo e allora potrò portarlo. D&#8217;altronde ci vorrebbe troppo tempo per trasportare lui fino all&#8217;aeroplano, e non possiamo aspettare. La prego, venga. Nel giro di poche ore, vi porterò via tutti.  Faccia presto, prego.» E mi indicava l&#8217;apparecchio, di cui si vedeva sempre l&#8217;elica in movimento. «La prego, faccia alla svelta». Mi rivolsi ai compagni. Viglieri, Behounek mi incitarono ad andare. Biagi disse: «Meglio che vada lei per primo. Saremo più tranquilli». Cecioni aggiunse: «Vada lei. Qualunque cosa accada, ci sarà chi pensa alle nostre famiglie». Mi trascinai nella tenda per interpellare Trojani. «È meglio così. Vada lei». Allora mi decisi.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Non era stato facile risolversi.. Ci voleva assai più coraggio a partire che a restare; ma avevo finito col convincermi che consentire a Lundborg, che asseriva essere io atteso per la ricerca degli altri due gruppi di compagni [quello della «tenda rossa» e quello di Zappi], era per me un preciso dovere. Non potevo assumermi la responsabilità di un rifiuto. Dovevo andare.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>I fatti provarono che questa decisione, penosa per me, fu provvidenziale per i miei compagni. E non vi è altro da dire.</em></p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;aereo dello svedese rientrò alla base, nella Baia del Re (Isole Svalbard); ma, poi, le cose non andarono come previsto.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/vero-nord/4868" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-3023" style="margin: 10px;" title="vero-nord" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/vero-nord1.jpg" alt="vero-nord" width="200" height="305" /></a>Nonostante la gara di solidarietà accesasi fra le varie potenze, e nonostante il governo italiano avesse inviato in soccorso la nave Città di Milano, appositamente attrezzata, al comando del capitano di fregata Romagna, l&#8217;accampamento dei superstiti fu di nuovo perso di vista, e le avverse condizioni atmosferiche costrinsero i soccorritori a sospendere i voli di ricognizione. Quando essi furono ripresi, la deriva dei ghiacci sui cui era stata allestita la  «tenda rossa» aveva reso di nuovo imprecisabile il luogo ove avrebbero dovuto concentrarsi le ricerche.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo stesso Lundborg, tornato alla «tenda rossa», ebbe un incidente al suo idrovolante e rimase prigioniero dei ghiacci, con gli Italiani; sarebbe stato poi salvato da un aereo dei suoi compatrioti che, però, non poté prendere a bordo nessun altro.</p>
<p style="text-align: justify;">Solo molto più tardi il rompighiaccio sovietico Krassin riuscì a individuare e prendere a bordo sia Zappi e Mariano (quest&#8217;ultimo con un piede congelato che, più tardi, dovette essergli amputato), sia gli altri, rimasti in attesa nella tenda. Il salvataggio di questi ultimi avvenne il 12 luglio, dopo che il viaggio del Krassin era stato messo più volte in serie difficoltà dalle condizioni sempre più minacciose della banchisa artica.</p>
<p style="text-align: justify;">Il ritorno dei superstiti in Italia fu accompagnato da roventi polemiche circa il comportamento del comandante della spedizione, che portarono all&#8217;istituzione di una commissione d&#8217;inchiesta. Nonostante fosse stato difeso da esperti sia italiani che stranieri, Nobile si vide costretto a  rassegnare le dimissioni dall&#8217;Aeronautica, in seguito alla conclusioni a lui sfavorevoli formulate dalla commissione stessa (1929).</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1931 egli si unì alla spedizione artica della nave russa Malighin, nella speranza &#8211; risultata poi vana &#8211; di individuare i resti dell&#8217;Italia; e continuò a lavorare, in Unione Sovietica, a progetti di dirigibili. Solo nel 1945, a seconda guerra mondiale terimnata, sarebbe stato riassunto nell&#8217;Aeronautica, venendo anche eletto deputato all&#8217;Assemblea Costituente come indipendente nelle liste del Partito Comunista. È morto a Roma nel 1978.</p>
<p style="text-align: justify;">Questi, i fatti.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel film, la parte di Nobile è interpretata dall&#8217;attore inglese Peter Finch, artista noto per la sua fiera indipendenza, che lo ha portato a rifiutare film commerciali per scegliere solo produzioni di buon livello. Molti lo ricorderanno, probabilmente, per la sua intensa interpretazione del personaggio di Oscar Wilde nel film <em>Il garofano verde</em>; qui è un generale Nobile dalla personalità amletica e tormentata, che bene ha saputo rendere la sofferta umanità del protagonista.</p>
<p style="text-align: justify;">La parte dell&#8217;esploratore Amundsen, invece, è affidata a un altro attore britannico, Sean Connery: sono queste le due uniche concessioni, nel cast degli attori, alle esigenze di un pubblico internazionale, che si aspetta di vedere comunque qualche star di grande richiamo.</p>
<p style="text-align: justify;">Quanto all&#8217;Unione Sovietica, che ha firmato la regia e contribuito alla produzione con una parte dei capitali, essa è rappresentata da un unico attore, Juri Solomin (che sarà, qualche anno dopo, coprotagonista del bellissimo <a title="Dersu Uzala" href="http://www.libriefilm.com/dersu-uzala-il-piccolo-uomo-delle-grandi-pianure/611"><em>Dersu Uzala</em></a> di <a title="Akira Kurosawa" href="http://www.libriefilm.com/category/registi/akira-kurosawa">Akira Kurosawa</a>) nella parte del comandante della nave salvatrice, la Krassin.</p>
<p style="text-align: justify;">Quasi tutti gli altri sono italiani.</p>
<p style="text-align: justify;">La bella Claudia Cardinale, per la verità, è stata inserita ella pure, crediamo, per ragioni più che altro di pubblico: la vicenda della «tenda rossa» è una tipica storia avventurosa al maschile, come lo sarebbero la grande maggioranza di quelle del genere <a title="western" href="http://www.libriefilm.com/category/generi-film/western">western</a>; il regista Kalatozov ha voluto inserire un personaggio femminile (nella fattispecie, la fidanzata di un membro svedese della spedizione, il professor Malmgren, che faceva parte del gruppo di Zappi e che morirà di stenti sulla neve) allo scopo di introdurre una nota romantica e gentile in un contesto austeramente virile. È lei che, disperata per la sorte del suo uomo, si reca ad Oslo, a casa dell&#8217;ormai anziano Amundsen, e lo convince, con le sue lacrime, a mettere a repentaglio la vita per cercar di individuare il luogo in cui si trovano i naufraghi dell&#8217;Italia.</p>
<p style="text-align: justify;">Il resto del cast italiano è formato da alcuni dei più bei nomi del nostro cinema di quegli anni: Luigi Vannucchi, Massimo Girotti, Mario Adorf (quest&#8217;ultimo è svizzero tedesco, ma di padre italiano, e la sua carriera di attore con numerosi registi italiani lo ha reso così popolare presso il nostro pubblico, da averlo fatto idealmente «adottare»).</p>
<p style="text-align: justify;">Luigi Vannucchi (Caltanissetta, 1930 &#8211; Roma, 1978) è stato un attore notevole, troppo presto &#8211; a nostro parere &#8211; dimenticato sia dal pubblico, che dalla critica. Veniva dal teatro, dove aveva lavorato nella compagnia di Vittorio Gassmann e Luigi Squarzina, e aveva raggiunto la notorietà interpretando una serie di sceneggiati televisivi, spesso tratti da importanti opere letterarie. Era stato un allucinato e convincente Raskolnikov in <em>Delitto e castigo</em>, da <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/fedor-dostoevskij" target="_blank">Dostoevskij</a></span> (1963), e un altrettanto persuasivo don Rodrigo ne <a title="I promessi sposi" href="http://www.libriefilm.com/i-promessi-sposi-6/6117"><em>I promessi sposi</em></a> (1967), prestando poi la sua voce di narratore fuori campo in <em>Cristoforo Colombo</em> di Cottafavi (1968).</p>
<p style="text-align: justify;">Sempre per la televisione avrebbe recitato, dopo la partecipazione a <a title="La tenda rossa" href="http://www.libriefilm.com/la-tenda-rossa/4305"><em>La tenda rossa</em></a>, nella riduzione del romanzo di Emilio De Marchi <em>Il cappello del prete</em> (1970), nel ruolo del barone di Santafusca; nello sceneggiato di fantascienza, ispirato a un lavoro di Fred Hoyle,  <em>A come Andromeda</em> (1972); e, nello stesso anno, ne <em>I demoni</em>, dal romanzo di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/fedor-dostoevskij" target="_blank">Dostoevskij</a></span>, nel ruolo del freddo e spietato Stavroghin.</p>
<p style="text-align: justify;">Sarebbe poi morto suicida, nel momento di maggiore successo della sua carriera, poco dopo aver portato sul piccolo schermo una biografia di Cesare Pavese, <em>Il vizio assurdo</em>, togliendosi la vita proprio come lo scrittore torinese: in una camera d&#8217;albergo, solo, e con un libro di Pavese posato accanto al letto, sul comodino.</p>
<p style="text-align: justify;">La sua interpretazione di Filippo Zappi è vigorosa, ma sobria, e bene rispecchia il carattere irruento, ma generoso dell&#8217;uomo (che sarebbe divenuto oggetto di atroci sospetti, dopo la fine della vicenda dell&#8217;Italia, per via della morte di Malmgren).</p>
<p style="text-align: justify;">Massimo Girotti, che nel film di Kalatozov interpreta il comandante del Città di Milano, Giuseppe Romagna (Mogliano, Macerata, 1918 &#8211; Roma, 2003), è un attore troppo noto perché qui se ne delinei un ritratto. Basterà dire che era divenuto un beniamino del pubblico sin dal 1941, quando Alessandro Blasetti lo aveva chiamato a recitare ne <em>La corona di ferro</em>, e aveva poi lavorato con i migliori registi italiani: Visconti (<em>Ossessione</em>, 1943, e <em>Senso</em>, 1954), Germi (<em>In nome della legge</em>, 1949), Antonioni (<em>Cronaca di un amore</em>, 1950), Pasolini (<em>Teorema</em>, 1968, e <em>Medea</em>, 1970), Bertolucci (<em>Ultimo tango a Parigi</em>, 1972), Scola (<em>Passione d&#8217;amore</em>, 1981).</p>
<p style="text-align: justify;">Ma Girotti era stato anche molto amato dal pubblico televisivo, avendo interpretato, per il piccolo schermo, personaggi indimenticabili, come Heatcliff in <em>Cime tempestose</em> (1956, regia di Mario Landi), fra Cristoforo ne <a title="I promessi sposi" href="http://www.libriefilm.com/i-promessi-sposi-6/6117"><em>I promessi sposi</em></a> (1967, regia di Sandro Bolchi), l&#8217;avvocato Utterson in <em>Jekyll </em>(1969, regia di Giorgio Albertazzi) e Powell, un amico solo in apparenza svagato del protagonista Edward Foster, nel celeberrimo <em>Il segno del comando</em> (1971, regia di Daniele D&#8217;Anza), insieme a molti altri.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel film di Kaltozov, Girotti è un capitano Romagna freddo e diffidente, che tratta il redivivo generale Nobile come uno che è venuto meno ai suoi doveri, abbandonando l&#8217;equipaggio per la fretta di mettersi in salvo. Forse è un ritratto ingiusto: ma bisogna pensare che le circostanze erano, all&#8217;apparenza, contro il generale; e che, molto probabilmente, chiunque altro, al posto di Romagna, avrebbe nutrito analoghe diffidenze.</p>
<p style="text-align: justify;">Né bisogna dimenticare il clima politico di quegli anni e la dimensione politica e propagandistica della missione dell&#8217;Italia, che rischiava di trasformarsi per il regime fascista &#8211; e specialmente per il Ministro dell&#8217;Aviazione, Italo Balbo &#8211; in un vero e proprio boomerang di fronte all&#8217;opinione pubblica internazionale.</p>
<p style="text-align: justify;">Infine Mario Adorf (Zurigo, 1930) attore di solida formazione teatrale, che ha lavorato con alcuni dei maggiori registi a livello mondiale, è stato molto amato dal pubblico italiano quale eccellente caratterista presente in moltissime produzioni, soprattutto per il piccolo schermo. Nel film <a title="La tenda rossa" href="http://www.libriefilm.com/la-tenda-rossa/4305"><em>La tenda rossa</em></a> è il radiotelegrafista Giuseppe Biagi: personaggio umano, simpatico, commovente per una sua certa ingenua fedeltà  e per un senso della disciplina che non lo abbandona mai, neppure nelle circostanze più drammatiche.</p>
<p style="text-align: justify;">La sceneggiatura è di Ennio De Concini, che si avvale della collaborazione di Nicola Badalucco e Robert Bold.</p>
<p style="text-align: justify;">La regia di Kalatozov è di sicuro mestiere e non priva di accenti epici e di squarci di autentica poesia, come nella scena (immaginaria) in cui Amundsen, precipitato col suo aereo, ritrova i resti di un dirigibile e si appresta ad attendervi la morte con stoica rassegnazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Non siamo d&#8217;accordo con il severo giudizio di Paolo Mereghetti, il quale definisce il film una</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Megaproduzione italosovietica (…), sopportabile quando esalta l&#8217;epicità dell&#8217;uomo che lotta contro la Natura, approssimativa quando caratterizza i personaggi.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Al contrario, e senza nulla togliere alla bravura del direttore della fotografia e alla superba bellezza delle immagini, ci sembra che proprio la parte psicologica sia la più originale e quella meglio caratterizzata.</p>
<p style="text-align: justify;">Molto interessante, come dicemmo, l&#8217;idea del «processo» al comportamento di Nobile da parte dei maggiori protagonisti della vicenda, che ha il taglio inusitato e la sottile inquietudine di uno psicodramma.</p>
<p style="text-align: justify;">Il che ci riporta alla domanda iniziale che ci eravamo posta, e attorno alla quale ruota l&#8217;intera problematica morale del film: fu giusta, fu saggia la decisione del generale Nobile di partire con Lundborg, lasciando i suoi uomini, da soli, sul ghiaccio?</p>
<p style="text-align: justify;">Domanda difficile, e per tentar di rispondere alla quale bisogna tener conto di svariati fattori esterni: dalla fretta dell&#8217;aviatore svedese, ansioso di guadagnarsi la celebrità salvando anzitutto  un famoso esploratore artico, ai risvolti politici dell&#8217;impresa dell&#8217;Italia, nel particolare clima politico di allora (e con Balbo che scommetteva sull&#8217;aereo a scapito del dirigibile).</p>
<p style="text-align: justify;">Forse, fatta salva la buona fede e la coscienziosità professionale di Nobile, le ragioni pro e contro la sua decisione stanno &#8211; e stavano &#8211; quasi in equilibrio.</p>
<p style="text-align: justify;">La spinta decisiva a partire con Lundborg fu data, probabilmente, da una umanissima, comprensibile debolezza psicologica, che viene messa chiaramente in luce da una domanda di Amundsen-Connery a Nobile-Finch, e dalla risposta di quest&#8217;ultimo:</p>
<p style="text-align: justify;">«Quale fu la cosa a cui pensò per prima, quando fu a bordo dell&#8217;idrovolante che la stava riportando in salvo, verso la civiltà?».</p>
<p style="text-align: justify;">«La prima cosa?… Non so… A un bel bagno caldo, credo».</p>
<p style="text-align: justify;">E Amundsen-Connery, con un sorriso indulgente: «Appunto. Il salvataggio degli altri superstiti sembrava questione di poche ore. E chiunque altro, nei suoi panni, avrebbe avuto lo stesso pensiero che ebbe lei: quello di immergersi al più presto in un bel bagno d&#8217;acqua bollente».</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto, col gentile consenso dell&#8217;Autore, dal sito <a href="http://www.ariannaeditrice.it/">Arianna Editrice</a>.</p>
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		<title>Andrew Kollek, funzionario canadese</title>
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		<pubDate>Thu, 15 Oct 2009 09:42:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Emilio Michele Fairendelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un funzionario canadese assiste alla caccia al narvalo degli Inuit e riflette sull'esistenza di quegli animali]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/andrew-kollek-funzionario-canadese.html' addthis:title='Andrew Kollek, funzionario canadese '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/letteratura48x48.png" width="48" height="48" alt="" title="Letteratura" /><br/><p style="text-align: center;">Andrew Kollek</p>
<p style="text-align: center;">(Ottawa, 1980- )</p>
<p style="text-align: center;">funzionario Ministero dell’Ambiente</p>
<p style="text-align: center;">canadese, Dipartimento oceanografico</p>
<p style="text-align: center;">a Pierre Teilhard de Chardin</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-full wp-image-2899" style="margin: 10px;" title="9m022narvali" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/9m022narvali.jpg" alt="9m022narvali" width="420" height="295" />La vita di un uomo cambia, ruota il proprio asse accordandosi a segrete triangolazioni del cielo dopo ogni evento importante: una malattia, un incidente, l’incontro con la morte o con l’amore, con l’essenziale.</p>
<p style="text-align: justify;">Così tanto che si dovrebbe,  l’indomani, ricevere un nuovo nome.</p>
<p style="text-align: justify;">Per me questo evento fu l’incontro con i narvali.</p>
<p style="text-align: justify;">Era l’autunno del 2012 e avevo trentadue anni.</p>
<p style="text-align: justify;">Le avvisaglie di un clima eccezionale avevano spinto il Governo canadese ad inviare al nord una spedizione di esperti ambientali, in cui fui incluso quasi per caso.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando arrivammo a Pond Inlet il mare lungo la costa settentrionale del Nunavut era già gelato e aveva trasformato l’arcipelago di Victoria e Baffin in un’unica landa ghiacciata.</p>
<p style="text-align: justify;">A meno di cinquanta chilometri dall’oceano aperto, che cercavano di raggiungere nella loro migrazione stagionale, i narvali (stimammo poi il loro numero in più di seimila) soffocavano sotto il pack.</p>
<p style="text-align: justify;">Dove le placche collidevano, mosse da enormi pressioni che alzavano con rumori di cristallo lame verticali di ghiaccio alte anche quattro, cinque metri si aprivano stretti tagli di mare libero.</p>
<p style="text-align: justify;">Là i narvali arrivavano alla disperata ricerca di ossigeno, a decine, sbucavano dall’acqua, i loro corpi si urtavano, i lunghi corni si agitavano come spade, in una visione irreale.</p>
<p style="text-align: justify;">Con quelli parevano raccogliere l’aria dallo spazio  e calarla, in un altissimo fischio, nei molli labirinti del proprio corpo.</p>
<p style="text-align: justify;">I cacciatori, quasi tutti Inuit, arpionavano dapprima gli animali, per essere certi di non perderli -  allora i fischi cambiavano frequenza, diventavano grida più dense, più vicine all’umano – poi li colpivano alla nuca con una fucilata, portavano i narvali sul ghiaccio e li caricavano sulle <a href="http://www.leitner.it/it/intercom-shop/motoslitte_ski_doo-4705-4732.asp">motoslitte</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">La caccia ai narvali aveva un limite annuale di molte centinaia di unità e non potevamo fare nulla.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel pomeriggio, dall’elicottero militare, vedemmo i laghi di mare libero, completamente rossi di sangue, iniziare lentamente a richiudersi e gli Inuit andarsene.</p>
<p style="text-align: justify;">Continuava e cresceva, già nel buio, il rombo delle navi rompighiaccio che provavano con enormi difficoltà a tagliare il pack.</p>
<p style="text-align: justify;">Quel rombo, là sotto, nel mare, doveva squassare il corpo dei narvali ancora imprigionati e in agonia, riempire di qualcosa, che per noi sarebbe stato terrore,  quella loro minima coscienza.</p>
<p style="text-align: justify;">Tornammo alla caserma di Pond Inlet che ci ospitava.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo cena restai solo nella mia camera.</p>
<p style="text-align: justify;">Venni sopraffatto da una profonda, impersonale pietà per i narvali.</p>
<p style="text-align: justify;">Non era solo quel massacro  al largo delle coste del Nunavut,  il modo in cui si era svolto, ma molto di più.</p>
<p style="text-align: justify;">Pensai al corpo degli animali come ad un’immensa, ignorata afflizione.</p>
<p style="text-align: justify;">Immaginai i narvali muoversi nelle acque nere,  accoppiarsi ciecamente per continuare la specie, uguale da centinaia di migliaia di anni, vidi il loro cranio asimmetrico, l’asse deviato dal crescere del corno ritorto, gli occhi come piccoli tagli sulla pelle lucida, il corpo pesante condannato ad affiorare ogni ora.</p>
<p style="text-align: justify;">Non meno bizzarro forse ero io, con le mie mani dalle cinque dita, i miei occhi umidi, tuttavia la stazione eretta, la coscienza dell’uomo e i suoi giochi, l’algebra, la letteratura, un viso che si alza verso le stelle per benedirle o maledirle, mi apparvero aldisopra di quella nera e disperata notte del Nunavut come un miracolo altissimo, una luce che illuminava ogni altro luogo dell’essere così come il futuro.</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco lo yoga del mondo, nel quale è  anche la vita dei narvali, ecco tutto quanto precede e annuncia l’uomo lungo una eterna spirale dorata dove il primo istante della dualità, e poi galassie, pianeti, materia bruta ed esseri viventi scorrono nelle ere  attratti da un centro che li richiama a sé.</p>
<p style="text-align: justify;">E cosa ancora chiede ed attende la terra, dopo l’uomo?</p>
<p style="text-align: justify;">La mattina successiva sulla piccola piazza di Pond Inlet un gruppo di Inuit aveva appeso ad un gancio un narvalo enorme, con due corni, come raramente accadeva, e lo mostrava ridendo.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi avvicinai e toccai il corpo morto dell’animale, la sua pelle ancora umida e tesa.</p>
<p style="text-align: justify;">La mia mano scorse lungo il dorso del narvalo in una carezza che dichiarava e aboliva a un tempo ogni distanza, ogni differenza.</p>
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