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	<title>Centro Studi La Runa &#187; norvegia</title>
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	<description>Archivio di storia, tradizione, letteratura, filosofia</description>
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		<title>Il collasso delle colonie norvegesi in Groenlandia</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Sep 2011 16:12:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Lamendola</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Anche se si tratta di una pagina di storia generalmente poco conosciuta, il collasso della colonizzazione norvegese in Groenlandia offre un esempio, che si potrebbe definire paradigmatico, di come una società umana non possa reggersi indefinitamente in un ambiente in cui essa non è in grado di adattarsi in maniera adeguata.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/il-collasso-delle-colonie-norvegesi-in-groenlandia.html' addthis:title='Il collasso delle colonie norvegesi in Groenlandia '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/carlomagno48x48.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Medioevo" /><br/><p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-full wp-image-8347" style="margin: 10px;" title="drakkar" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/drakkar.jpeg" alt="" width="206" height="244" />Una pagina di storia particolarmente interessante dal punto di vista dell&#8217;equilibrio fra società umane e ambiente naturale è quella relativa alla fallita colonizzazione scandinava della Groenlandia, terminata con l&#8217;abbandono dei due insediamenti, occidentale (Vestribyggd) e orientale (Eystribyggd), posti, in realtà, entramibi sulla costa occidentale della grande isola, l&#8217;uno più a nord, l&#8217;altro più a sud, presso il Capo Farewell. A metà strada fra i due esisteva un terzo insediamento, molto più piccolo, che si può chiamare Insediamento medio.</p>
<p style="text-align: justify;">Le fonti storiche scandinave sono incerte e confuse, per cui la fine di queste tre colonie europee, poste letteralmente all&#8217;estremità del mondo allora conosciuto, rimane a tutt&#8217;oggi avvolta nel mistero. Non sappiamo se vennero distrutte dagli Eschimesi, chiamati Skraeling dai coloni norreni, o se scomparvero per una serie di cause legate ai mutamenti climatici che, fra il 1200 e il 1600, videro in tutto l&#8217;emisfero boreale il ritorno di una &#8216;piccola età dei ghiacci&#8217;, come è stata chiamata da alcuni scienziati. Oltre ad impoverire ulteriormente le già magre risorse ambientali, dalle quali dipendeva la sopravvivenza dei coloni, l&#8217;espansione dei ghiacci rese assai più difficili le rotte marittime nei mari settentrionali e fece sì, che a poco a poco, cessarono di partire dalla Norvegia le navi che avrebbero dovuto assicurare i collegamenti con quell&#8217;estremo avamposto europeo.</p>
<p style="text-align: justify;">Certo è che, abbandonati a se stessi, i coloni norvegesi scomparvero.</p>
<p style="text-align: justify;">Le testimonianze letterarie dicono che gli abitanti dell&#8217;insediamento occidentale finirono per abbandonare la <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione/">religione</a> cristiana, probabilmente per adottare quella degli Eschimesi, con i quali, evidentemente, dovette esservi una fusione, o, quanto meno, un tentativo di convivenza pacifica, dopo una fase certamente cruenta, in cui i due popoli vennero a contatto per la prima volta. Va ricordato, infatti, che il peggioramento delle condizioni climatiche indusse gli Eschimesi a spingersi verso sud, inseguendo la loro preda preferita, la foca, dalla quale dipendevano totalmente (un po&#8217; come gli Indiani del Nord America dipendevano dal bisonte).</p>
<div id="attachment_8346" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-8346" title="Mappa della Groenlandia del XVII secolo" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/Greenland_Map_17th_century-425x197-300x139.jpg" alt="Mappa della Groenlandia del XVII secolo" width="300" height="139" /><p class="wp-caption-text">Mappa della Groenlandia del XVII secolo</p></div>
<p style="text-align: justify;">Quanto all&#8217;insediamento orientale, che sopravvisse più a lungo &#8211; anche perché era assai più consistente -, le testimonianze archeologiche indicano che gli ultimi norvegesi vennero seppelliti secondo il rito cristiano, indossando i loro migliori abiti; per cui si sarebbe portati a credere che, in quel caso, non vi fu alcuna assimilazione da parte dell&#8217;elemento indigeno; della quale, del resto, non v&#8217;è traccia neanche dal punto di vista antropologico fra gli Eschimesi o Inuit attuali. Nulla, infatti, indica che le due stirpi si siano mescolate: nessun carattere fisico degli Scandinavi, per quanto sporadico, è osservabile negli Eschimesi odierni.</p>
<p style="text-align: justify;">Sempre le testimonianze archeologiche attestano che l&#8217;insediamento occidentale fu occupato dagli Eschimesi a partire dal 1341, per cui la fine della colonia norvegese dovette precedere di pochissimo tale data. Nell&#8217;insediamento medio, la presenza eschimese sostituisce quella scandinava dal 1380 circa; e per quello orientale, ciò dovette avvenire nei primissimi anni del 1500. Ma, ripetiamo, non è dato sapere, allo stato attuale delle nostre conoscenze, se gli Eschimesi occuparono i fiordi già abbandonati dai norvegesi, o già spopolati dalla &#8216;morte bianca&#8217;; oppure se li occuparono con la forza, uccidendo gli abitanti fino all&#8217;ultimo uomo e, magari, facendo prigionieri un certo numero di ragazzi e ragazze, come è documentato che accadde in alcuni scontri di minore entità, verificatisi nei decenni che precedettero la fine della colonia occidentale.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/groenlandia-paradiso-a-nord/9842" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-8344" style="margin: 10px;" title="groenlandia" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/groenlandia.jpg" alt="" width="200" height="201" /></a>Sappiamo soltanto che sono stati identificati i resti di numerose fattorie norrene nonché di alcune chiese, a testimonianza del fatto che, ai loro tempi d&#8217;oro (se mai ve ne furono), i colonizzatori avevano spiegato notevoli mezzi per creare condizioni di vita che fossero quanto più simili possibile a quelle che avevano lasciato nella loro lontana madrepatria, in Norvegia &#8211; e, in minor misura, in Islanda.</p>
<p style="text-align: justify;">Scrive il saggista e scrittore gallese Gwyn Jones, nel suo importante studio <em>Antichi viaggi di scoperta in Islanda, Groenlandia e America</em>, ripubblicato alcuni anni fa dalla Casa editrice Newton Compton (titolo originale: <em>The Norse Atlantic saga. Being the Norse Voyages of Discovery and Settlement to Iceland, Greenland, America</em>, 1964, Oxford University Press; traduzione italiana Giorgio Romano, Milano, Bompiani Editore, 1966, pp. 82-110):</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">&#8220;La colonia di Groenlandia, che va tenuta distinta dallo stato o nazione di Groenlandia, sopravvisse fino all&#8217;inizio del secolo XVI, e il modo in cui avvenne la sua fine ha interessato a lungo gli studiosi. La Colonia di Groenlandia era il più remoto avamposto della civiltà europea e la sua fine &#8211; su un lontano lido, in un paese quasi dimenticato, in condizioni climatiche che peggioravano e in circostanze assai tetre &#8211; è stata considerata da molti la più impressionante tragedia vissuta da un popolo nordico. Essa rimane uno dei problemi insoluti della storia.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Vediamo oggi, col senno di poi, come tutto, nella colonizzazione norrena in Groenlandia, fosse giocato al suo limite. I colonizzatori sarebbero potuti sopravvivere soltanto se non fosse intervenuto nessun mutamento in peggio. In Islanda l&#8217;Europeo del <a title="medioevo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/medioevo/">Medioevo</a> aveva rischiato le sue ultime possibilità per vivere al nord, e aveva potuto osar questo senza rinunziare a un sistema di vita scandinavo. L&#8217;Islanda si trova all&#8217;estremo limite del mondo abitabile; la Groenlandia oltre quel limite. Papa Alessandro VI scriveva nel 1492: «La Chiesa di Gardar è situata alla fine del mondo» e la strada per raggiungerla era infaustamente nota: <em>per mare non minus tempestosissimum quam longissimum</em>. Era pertanto un prerequisito per i groenlandesi &#8211; se volevano dominare il destino &#8211; possedere un naviglio loro capace di solcare i mari. Ben presto invece non ebbero non ebbero a disposizione né i capitali né il materiale per costruirlo; dopo essersi sottomessi alla Norvegia fu loro esplicitamente vietato di usare navi proprie: e, da allora in poi, le condizioni per la sopravvivenza non dipesero più dalla loro volontà. I cambiamenti politici ed economici all&#8217;estero, senza loro colpa né offesa, potevano ormai distruggerli, e la loro negligenza doveva mostrarsi altrettanto letale di un attacco. Secondariamente il loro numero era pericolosamente esiguo: probabilmente non raggiunsero mai le tremila anime. La popolazione dell&#8217;Islanda dell&#8217;anno 1100 era pressappoco di 80.000 persone. Il fuoco, i ghiacci, le pestilenze e l&#8217;abbandono da parte dei norvegesi ridussero questo numero a 47.000 nel 1800: uno sciupio omicida per una razza molto prolifica. La Groenlandia non possedeva una siffatta riserva di umani sacrifici. In terzo luogo: di tutte le comunità europee essa era la più vulnerabile ai cambiamenti climatici. Per gli altri uomini dell&#8217;Europa una serie di inverni freddi e di cattive estati è una seccatura e un fastidio; per i groenlandesi rappresentava il suono di una campana a morte. (…)</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Con tutta probabilità il freddo crescente e la maggior aridità dopo il 1200 contribuirono gli eschimesi a recarsi verso sud. Man mano che il ghiaccio andava estendendosi lungo le coste ovest della Groenlandia, anche le foche si diffusero; a loro volta gli Skraeling seguirono le foche, perché ogni aspetto della loro vita dipendeva da questi animali. Trichechi e balene, caribù e orsi, pernici bianche e piccoli pesci erano tutti bene accolti dagli eschimesi, ma alle foche essi erano legati in modo particolare. I norreni si spingevano a nord, alla ricerca di territori di caccia e di legname trasportato dalle correnti; gli eschimesi scendevano a sud inseguendo le foche: il loro incontro era inevitabile. Non sappiamo quanti di questi incontri abbiano lasciato tracce di sangue sulla neve, poiché tanto per i norreni quanto per gli eschimesi la posta era alta, ed essi dovevano ben saperlo. Il futuro sarebbe stato favorevole a quel popolo che sarebbe riuscito ad adattarsi meglio al mutamento del clima. Gli eschimesi, resi autosufficienti dalle foche, ben impellicciati e protetti contro il freddo, con le loro tende per l&#8217;estate, le case per l&#8217;inverno e i velocissimi caicchi, erano invero mirabilmente attrezzati. I norreni, legati alle abitudini europee sino alla fine, della colonizzazione, attaccati ai greggi, alle mandrie e ai pascoli che andavano scomparendo, non potevano sopravvivere al loro <em>fimbulvetr</em>, a quel lungo, spietato, terribile inverno, il cui avvicinarsi annunciava la fine del loro mondo. (…)</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;L&#8217;insediamento occidentale ebbe termine nel 1342. Abbiamo scarse prove di come ciò sia avvenuto, e sono inoltre prove discutibili. Gli <em>Annali</em> del vescovo Gisli Oddsson precisano sotto la data di quell&#8217;anno che: «Gli abitanti della Groenlandia, di loro spontanea volontà, abbandonarono la vera fede e la <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione/">religione</a> cristiana, avendo abbandonato il retto sentiero e le virtù fondamentali, e si unirono coi popoli dell&#8217;America (<em>ad Americae populos se converterunt</em>). Alcuni considerano anche che la Groenlandia si trova molto vicina alle regioni occidentali del mondo. E da questo derivò che i cristiani rinunciassero ai loro viaggi in Groenlandia». Per il vescovo i &#8216;popoli dell&#8217;America&#8217; erano quasi certamente gli eschimesi, cioè quegli stessi Skraeling che i groenlandesi avevano incontrato molto tempo prima in Marclandia e in Vinlandia; e la sua asserzione dev&#8217;essere interpretata come un&#8217;indicazione che già nel 1342 si riteneva che i groenlandesi fossero divenuti indigeni per costume e <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione/">religione</a>. Fu probabilmente per esaminare il carattere e l&#8217;estensione di quest&#8217;apostasia che un anno prima, nel 1341, il vescovo Hakon di Bergen aveva inviato il prete Ivar Bardarson in una spedizione divenuta poi famosa. (…)</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Si sparse la voce che i norreni stavano &#8216;convertendosi&#8217; alla fede egli eschimesi e abbandonavano la <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione/">religione</a> cristiana; si disse che bisognava fare qualcosa a questo proposito. Ma allorché Ivar Bardarson arrivò in Groenlandia, una di queste due cose doveva essere accaduta: o gli ultimi sopravvissuti dell&#8217;insediamento occidentale si erano ritirati verso il sud per cercare scampo, o erano stati vinti e sterminati dagli Skraeling. Comunque, la spedizione di Ivar non servì che a confermare questo fatto: «attualmente gli Skraeling occupano tutta la Colonia occidentale». La cultura tipicamente scandinava scomparve ovunque al di là della latitudine 62° nord. Dopo il 1350 circa l&#8217;esistenza di colonie norrene in Groenlandia era limitata a Eystridyggd.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;I documenti storici e archeologici dimostrano che l&#8217;insediamento orientale combatté tenacemente per la propria esistenza. Lì viveva gran parte della popolazione norrena, e lì si trovavano anche le terre migliori. Ciononostante la perdita dell&#8217;Insediamento occidentale rappresentò per quello orientale un&#8217;irreparabile calamità. Da un lato portò alla perdita del Nordseta, il miglior terreno di caccia della Groenlandia, che si trovava più a nord dell&#8217;insediamento perduto e, sebbene la richiesta di prodotti del Norseta fosse in declino, ciò costituì una drastica riduzione delle risorse dei coloni. Ma ancora più grave fu la sensazione che un destino analogo minacciasse anche l&#8217;insediamento rimasto. Certamente gli eschimesi stavano reagendo duramente alla presenza dei bianchi nel sud; e noi apprendiamo dagli Annali islandesi (<em>Gottskalksannal</em>) che intorno al 1379 «gli Skaraeling attaccarono i groenlandesi, ne uccisero diciotto e rapirono due ragazzi che fecero schiavi». (…)</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Le testimonianze relative alle comunicazioni tra la Groenlandia e il mondo esterno, dopo la metà del secolo XIV, si possono così sintetizzare: nei primi decenni una nave, protetta dal monopolio regale, compì, a intervalli frequenti se non proprio ogni anno, il tragitto Norvegia Groenlandia. Era questo il <em>Groenlands knörr</em>, il Corriere della Groenlandia; ma non sembra che sia stato sostituito dopo che andò perduto nel 1367 o &#8217;69. In seguito le comunicazioni furono scarse. Tutte le prove che possediamo di viaggi in Groenlandia riguardano una strana serie di uomini: Bjorn Einarsson Jorsalafari, detto il Pellegrino di Gerusalemme, fece naufragio in Groenlandia e vi rimase per due anni; un gruppo d&#8217;islandesi, smarrita la rotta, vi arrivò nel 1406 e vi rimase quattro anni; una coppia alquanto misteriosa, Pining e Pothorst, fece un viaggio piuttosto chimerico in Groenlandia, e pare anche oltre, nell&#8217;oceano occidentale, forse anche fino al Labrador, poco dopo il 1470, aggiungendo così nuove sfumature fantastiche alla cartografia del Rinascimento e qualche luce, ma anche molte ombre, alle vaghe conoscenze che il XVI secolo ebbe del più remoto settentrione. (…)</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Quando e come si sia estinto l&#8217;Insediamento orientale non sapremo mai. Con ogni probabilità il fenomeno si verificò subito dopo la fine del 1500. Deve esserci stato un progressivo indebolimento della Colonia. A Herjolfsnes, e ancor più probabilmente a Unartoq, ci sono prove di sepolture collettive che possono far pensare a una morte per epidemia, forse per peste, sebbene non se ne trovi conferma nelle fonti storiche. Come per Vestribyggd, dobbiamo immaginare che la Colonia si sia andata ritirando sotto la pressione eschimese, mentre le famiglie che vivevano ai confini indietreggiavano verso le zone centrali, e alcuni (non necessariamente gli spiriti più deboli) coglievano l&#8217;occasione per far ritorno in Islanda o in Norvegia. Altri furono rapiti da violenti predoni europei, tra i quali par che predominassero gli inglesi; ed è logico ritenere che l&#8217;isolamento, profondamente sentito, unito alle altre sciagure, abbia alimentato una debolezza fisica e morale che ridusse la volontà di sopravvivenza. Nel complesso la vecchia teoria che la Colonia groenlandese sia andata morendo tra l&#8217;indifferenza del resto del mondo rimane sostanzialmente valida. (…)</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Quando nel 1586 l&#8217;inglese John Davis riuscì a sfuggire all&#8217;atroce desolazione delle coste sud-orientali della Groenlandia e contemplò con sollievo «semplice paesaggio campestre con terra ed erba», all&#8217;interno dei fiordi occidentali, non trovò nessuna traccia di bianchi, «né vide alcuna cosa a eccezione di avvoltoi, corvi e piccoli uccelli, come allodole e fanelli». Questi erano i fiordi dell&#8217;antico Insediamento occidentale, ma la stessa cosa era di quello orientale. La terra, l&#8217;acqua e tutto ciò che esse potevano offrire appartenevano ormai agli esuberanti e tenaci eschimesi. La vicenda norrena in Groenlandia era giunta alla fine&#8221;.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">La Groenlandia era stata visitata da arditi navigatori vichinghi già al principio del X secolo e colonizzata a partire dal 982 per opera di Erik il Rosso, che la chiamò &#8220;Terra Verde&#8221; perché tale, in estate, è l&#8217;aspetto di alcuni fiordi riparati, ove fioriscono alcuni verdi prati e si concentra buona parte della fauna dell&#8217;isola.</p>
<p style="text-align: justify;">Grazie alla presenza di correnti marine calde, era la costa più lontana dall&#8217;Europa, ossia quella occidentale, a presentare le condizioni più favorevoli per un insediamento; e fu lì che si concentrarono gli sforzi di quei primi coloni, provenienti tutti dall&#8217;Islanda. Il loro numero si stabilizzò intorno alle tremila unità; la loro economia, oltre che su di una limitata attività silvo-pastorale, era basata essenzialmente sul commercio delle pelli di foca e sulle ossa di balena (cfr. Enzo Collotti, <em>La storia della Groenlandia</em>, in <em>Enciclopedia Geografica Il Milione</em>, Novara, De Agostini, 1970, vol. X, p. 135).</p>
<p style="text-align: justify;">Anche il cristianesimo si organizzò presso quelle comunità scandinave, tanto che nel 1126 fu insediato in Groenlandia, per la prima volta, un vescovo norvegese.</p>
<p style="text-align: justify;">Scrive il Collotti (loc. cit.):</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Seppure per breve tempo, i legami con la Norvegia erano destinati a divenire ancora più stretti ed istituzionali, allorché nel 1261 fu riconosciuta sull&#8217;isola la sovranità del re di Norvegia. Successivamente, il progressivo allentamento dei rapporti con la penisola scandinava fu conseguenza della creazione di un nuovo equilibrio di forze politiche e di nuove correnti di traffico, che dirottarono il commercio norvegese verso gli interessi dei mercanti tedeschi, che avevano finito con l&#8217;assumere di fatto il controllo dei traffici della Norvegia&#8221;.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Anche se si tratta di una pagina di storia generalmente poco conosciuta, il collasso della colonizzazione norvegese in Groenlandia offre un esempio, che si potrebbe definire paradigmatico, di come una società umana non possa reggersi indefinitamente in un ambiente in cui essa non è in grado di adattarsi in maniera adeguata.</p>
<p style="text-align: justify;">Non vi sono prove del fatto che i Norvegesi abusarono delle risorse locali offerte dalla magra vegetazione e dalla fauna artica; è certo, invece, che non furono in grado di fronteggiare il peggioramento climatico con gli scarsi mezzi di cui disponevano. Il colpo di grazia venne poi da una serie di circostanze concomitanti: il disinteresse del re di Norvegia, che di fatto li abbandonò al loro destino, dopo averli obbligati a rinunciare, per legge, all&#8217;esercizio di una propria marineria; le migrazioni verso sud di gruppi, relativamente numerosi, di Eschimesi, assai meglio adattati alla sopravvivenza in quell&#8217;ambiente ostile; alcune probabili pestilenze, testimoniate da un certo numero di sepolture comuni; e, infine, le incursioni di alcuni pirati europei, specialmente inglesi, che rapirono gli abitanti e devastarono le loro fattorie.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/la-vita-di-bordo-nel-medioevo/9843" target="_blank"><img class="alignright size-medium wp-image-8345" style="margin: 10px;" title="vita-di-bordo-nel-medioevo" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/vita-di-bordo-nel-medioevo-198x300.jpg" alt="" width="198" height="300" /></a>Ad ogni modo, la lezione che possiamo trarre da quella lontana vicenda è chiara: un gruppo umano non può mantenersi su un determinato territorio, a meno che sappia integrarsi con l&#8217;ambiente, usufruire adeguatamente delle sue risorse, adattarsi ai cambiamenti climatici ed ecologici e introdurre quelle innovazioni, nei suoi metodi di lavoro e nella sua psicologia, che gli consentano di attenuare l&#8217;impatto dovuto ai mutamenti stessi.</p>
<p style="text-align: justify;">Il risultato della incapacità dei coloni norvegesi in Groenlandia di adattarsi a condizioni di vita sensibilmente diverse da quelle esistenti in Scandinavia fu la decadenza della loro società, il suo progressivo restringimento, che dovette essere anche morale e spirituale oltre che materiale, e infine la loro scomparsa totale e irreversibile.</p>
<p style="text-align: justify;">Il loro principale errore, se così possiamo chiamarlo, fu, in altre parole, quello di aver cercato di colonizzare la Groenlandia come se fosse stata la Norvegia o magari l&#8217;Islanda: non si resero conto che le condizioni del clima e del suolo erano sostanzialmente diverse e che solo sforzandosi di elaborare nuove forme di caccia, di pesca, di architettura e di riscaldamento, avrebbero potuto sopravvivere e, forse, prosperare. Il loro fu un vero e proprio collasso tecnico e morale: ed è impressionante pensare che dei coraggiosi e valentissimi marinai, quali essi erano stati, alla fine, quando ciò sarebbe stato questione di vita o di morte, non seppero mettere in mare neppure una nave per ristabilire il collegamento con l&#8217;Europa o, almeno, per evacuare ordinatamente i loro sfortunati insediamenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Per trovare un esempio altrettanto drammatico di come la decadenza dell&#8217;arte della navigazione possa segnare il destino di una importante società umana, bisogna spostarsi di molte decine di migliaia di chilometri, fino nel cuore dell&#8217;Oceano Pacifico meridionale, sull&#8217;isola di Pasqua (Rapa-Nui in polinesiano). Gli studi più recenti hanno ormai ampiamente dimostrato che la civiltà che aveva saputo costruire gli sbalorditivi monumenti di pietra, i Moai, che tanto colpirono i primi coloni europei, dopo la scoperta dell&#8217;isola da parte di Roggeveen nel 1722, subì un collasso irreversibile a causa del dissennato disboscamento praticato dagli indigeni. L&#8217;isola di Pasqua, allorché vi giunsero i colonizzatori polinesiani provenienti da occidente &#8211; probabilmente da Tahiti &#8211; era ammantata da una straordinaria, lussureggiante foresta primigenia. Ma, nel corso di alcuni secoli, essa venne ridotta a una landa sassosa battuta dai venti, a causa della deforestazione incontrollata, il cui scopo era mettere a coltura nuovi terreni fertili, procurare legname per le imbarcazioni da pesca, per le abitazioni, e per il riscaldamento, nonché la stessa tecnica di trasporto delle statue colossali, dalle pendici del vulcano centrale fino alle coste dell&#8217;isola, che richiedeva l&#8217;uso dei tronchi degli alberi in funzione di rulli.</p>
<p style="text-align: justify;">Allorché l&#8217;ultimo albero venne abbattuto, la pratica della navigazione d&#8217;alto mare andò irrimediabilmente perduta e quei fieri navigatori, regrediti a coltivatori sedentari del tutto isolati dal resto del mondo, precipitarono in una serie di guerre intestine che cancellarono perfino il ricordo della passata grandezza.</p>
<p style="text-align: justify;">Al giorno d&#8217;oggi, gli uomini fanno totalmente affidamento sui continui progressi della tecnica per imporre un controllo sempre più forte sull&#8217;ambiente in cui vivono; sono convinti, infatti, di poter padroneggiare qualsiasi ambiente naturale, tanto è vero che sono allo studio persino dei progetti di colonizzazione spaziale.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma, in questo modo, ci sembra che la lezione della fallita colonizzazione norvegese in Groenlandia (e del collasso della civiltà dell&#8217;isola di Pasqua, di cui ci occuperemo in un prossimo lavoro), sia andata interamente perduta. Non bisognerebbe puntare, infatti, su una radicale trasformazione dell&#8217;ambiente ai fini delle esigenze umane, bensì puntare al raggiungimento dell&#8217;equilibrio fra le esigenze della società umana &#8211; economiche, culturali e spirituali &#8211; e l&#8217;ambiente medesimo. In altre parole, l&#8217;uomo dovrebbe cercare di vivere in armonia con la natura, e non di imporre ad essa, in tutto e per tutto, le sue necessità, cercando di creare quasi una seconda natura &#8220;artificiale&#8221;. Procedendo in quest&#8217;ultima direzione, infatti, egli crea con le sue stesse mani le premesse per una degenerazione degli equilibri ambientali, che prima o poi gli si ritorcerà contro; senza contare che la tecnologia, quanto più è sofisticata, tanto più è settoriale e non adeguata a fronteggiare situazioni impreviste, quali un rapido cambiamento climatico.</p>
<p style="text-align: justify;">I piccoli Eschimesi, ben coperti nelle loro calde pellicce e ben attrezzati per la caccia alla foca, sia per mare che a terra, sopravvissero all&#8217;avvento della &#8216;piccola età glaciale&#8217;, che si abbatté sulla Groenlandia a partire dal XIII secolo; mentre gli alti e forti Norvegesi si estinsero miseramente, senza lasciar di sé alcuna traccia, tranne alcune fattorie in rovina e poche chiese abbandonate, con i loro malinconici cimiteri.</p>
<p style="text-align: justify;">La lezione, ripetiamo, è piuttosto chiara.</p>
<p style="text-align: justify;">Qualora le circostanze climatiche e ambientali dovessero mutare, anche a livello globale, non sarebbe una tecnologia sempre più invasiva a salvarci, ma, al contrario, la capacità di elaborare una tecnologia a misura di ambiente, ossia la capacità di creare condizioni di adattamento eco-compatibili che, rispettando le altre specie viventi animali e vegetali, offrirebbero anche a noi maggiori possibilità di sopravvivenza.</p>
<p style="text-align: justify;">È evidente che, in una simile prospettiva, dovremmo rinunciare alla funesta ideologia dello sviluppo illimitato e al delirio di onnipotenza che le filosofie scientiste hanno veicolato, dal 1600 ad oggi; per ritrovare, invece, le ragioni di una presenza umana sul pianeta Terra che non sia più vista in termini di &#8216;crescita&#8217; e di sfruttamento indiscriminato delle risorse, ma di armonioso inserimento nell&#8217;ambiente naturale.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto, col gentile consenso dell&#8217;Autore, dal sito <a href="http://www.ariannaeditrice.it">Arianna Editrice</a>.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/il-collasso-delle-colonie-norvegesi-in-groenlandia.html' addthis:title='Il collasso delle colonie norvegesi in Groenlandia ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Le mille strade del Mare del Nord</title>
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		<pubDate>Wed, 29 Dec 2010 15:39:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Felice Bellotti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un resoconto in presa diretta sulla vita pericolosissima dei marinai norvegesi durante la seconda guerra mondiale]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/le-mille-strade-del-mare-del-nord.html' addthis:title='Le mille strade del Mare del Nord '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storiacontemporanea48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Storia contemporanea" /><br/><p style="text-align: justify;">(Dal nostro inviato) BERGEN, febbraio.</p>
<p style="text-align: justify;">Bergen è la capitale dei mari norvegesi. Nascosta in fondo al più lungo fiordo del mondo, questa pittoresca città che sale e scende sugli scogli, irrequieta come i marinai che l&#8217;hanno fondata, è diventata, dall&#8217;inizio della guerra, il centro di raccolta di tutte le informazioni marittime, informazioni che si traducono in misteriosi segni vaganti su carte geografiche in grandissima scala. Tutte le principali compagnie di navigazione hanno la loro sede centrale a Bergen: anche Oslo è sul mare, è vero, ma ci vuole molta fantasia per accorgersene. E poi, è perfettamente inutile che Oslo si dia da fare: per i pescatori Bergen è il centro del mondo, il solo centro possibile per il loro mondo.</p>
<p style="text-align: justify;">Prima della guerra da questa città partivano cinque « strade del mare »: la più battuta, quella di Newcastle: l&#8217;orgoglio dei norvegesi, la linea del nord America; quella dell&#8217;America Latina; quella delle Svalbard e, infine, quella diretta alla Germania e al Baltico. Ora, di tutti questi itinerari, uno solo rimane intatto, quello che conduce verso le isole Svalbard e l&#8217;estremo nord. Ma, per una ironia della&#8230; stagione, le navi che vi sono adibite non prestano servizio, perchè Longyearbyen e la Baia del Re sono bloccate dai ghiacci.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Carte geografiche arabescate </em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<div id="attachment_6472" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-6472" title="L'affondamento del vapore norvegese Kommandøren" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/kommandoeren-300x195.jpg" alt="L'affondamento del vapore norvegese Kommandøren" width="300" height="195" /><p class="wp-caption-text">L&#39;affondamento del vapore norvegese Kommandøren</p></div>
<p style="text-align: justify;">Ora una nave parte per Newcastle. Parte magari vuota per non urtare gli interessi bellici della Germania e nella speranza che il controblocco tedesco chiuda occhio su un piroscafo che si reca in Inghilterra solamente a prendere del combustibile assolutamente necessario alla Norvegia. Ma, logicamente, non segue la rotta di pace. Prima di tutto ci sono gli sbarramenti di mine inglesi e tedeschi, poi ci sono i sottomarini e gli aeroplani che sembra abbiano cento occhi. Allora il capitano, dopo aver navigato in grande meditazione tutto il lunghissimo fiordo, si avventura sul Mare del Nord. Sul leggìo del ponte di comando sta una grande carta del mare, con i profili delle coste proprio sui limiti e le precise linee dei paralleli e dei meridiani. Ma, a matita, sull&#8217;azzurro del mare sono segnati puntini, linee spezzate, date. I puntini vogliono dire che in quel posto, la data nave, in giorno tale, ha incontrato una mina; le crocette significano che in quel punto è stato colato a picco un piroscafo; i cerchietti indicano che è stato scorto un sommergibile; le linee spezzate segnano le presumibili rotte percorse dai sottomarini e, in ogni caso, le zone dove navigano preferibilmente. Naturalmente, sotto tutti i puntini, le crocette (sono circa quattrocento le navi colate a picco nel Mare del Nord), i cerchietti, le date, le linee spezzate e le rotte, l&#8217;azzurro cartografico che indica il mare è assolutamente invisibile. Se ciò non bastasse, ogni tanto la radio Bergen chiama: <em>«Hallo, Hallo&#8230; MS «X&#8230;» segnala mina vagante latitudine&#8230; longitudine&#8230; Date conferma segnalazione ricevuta onda media 700 metri. Over!»</em>. Abbiamo detto «radio Bergen», ma è la radio dei pescatori, o, meglio, degli armatori. Allora, il povero capitano che aveva già minuziosamente studiato il proprio itinerario si accorge che la mina incontrata dal MS « X&#8230; » si trova proprio sulla sua strada ed è costretto a riprendere in mano il compasso e a tracciare una nuova «strada del mare». E questa è la solita storia di tutti i vascelli che navigano quassù.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;avventura della navigazione in questo mare è resa ancora più grave dalla esistenza di quella che in tempo di pace è la grande benedizione dei mari norvegesi, cioè dalla Corrente del Golfo, la quale porta lentamente verso il nord e le coste della Norvegia tutte le mine che si staccano dagli ancoraggi dei campi delimitati. Quando una «mina incontra le onde relativamente calde del Gulf Stream diventa doppiamente pericolosa. Trovandosi in acque più calde di quanto non siano normalmente quelle del Mare del Nord, il terribile ordigno in attesa di una nave si immerge ad una profondità maggiore, e se diventa inoffensivo per i <em>trawlers </em>di piccolo tonnellaggio che pescano poca acqua risulta pericolosissimo per le grosse navi che non riescono più ad avvistarlo con i comuni mezzi a disposizione. Per questo, accanto ad ogni puntino che indica il ritrovamento di una mina flottante, è segnala una data e, qualche volta, anche un&#8217;ora. Il comandante, tenuto conto delle correnti, delle maree e — compito veramente improbo — del soffiare dei venti, deve calcolare dove possono trovarsi al momento del suo passaggio le mine segnalate. Non si tratta più di essere un vecchio ed esperto marinaio, ma un professore di algebra, di geometria e di meteorologia. E solo un uomo del mare può capire che peggiore maledizione non può certamente cadere sulla testa di un comandante.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Ore febbrili </em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Così, al posto delle «cinque strade del mare» sono sorte le «mille». Mille, in questo caso, è un numero qualunque che indica che le rotte sono assai numerose, una per ogni nave che salpa.</p>
<p style="text-align: justify;">Dare qui dei dati sulle navi che partono e che arrivano è assai pericoloso. I norvegesi adorano i loro bei piroscafi e sono propensi a vedere in ogni segnalazione in merito qualche cosa che, se non è proprio spionaggio, lo rasenti assai. Non hanno tutti i torti e, in fondo, ai nostri lettori non interesserà eccessivamente il numero esatto delle navi in servizio, tanto più che, nelle precedenti corrispondenze, abbiamo segnalato di quanto siano state ridotte le partenze.</p>
<p style="text-align: justify;">A Bergen abbiamo trascorse alcune ore nell&#8217;«ufficio informazioni» di una grande Compagnia. Otto impiegati stavano curvi sui loro tavolini di lavoro, intenti a riportare sulle carte marittime le segnalazioni che due radiotelegrafisti registravano su striscie di carta azzurra. Su una grande lavagna, un ragazzo tracciava delle grandi lettere: U D, U G B, M, WSGB, WSD&#8230; che significano rispettivamente sottomarino germanico, sottomarino inglese, mina, incrociatore britannico, nave da guerra tedesca, e accanto scriveva longitudine e latitudine seguite dal nome della nave dalla quale arrivava la segnalazione. Era un ragazzo molto coscienzioso, che non dimenticava mai di scrivere «nord» accanto a latitudine e «est» o «ovest», con tanto di Greenwich, dopo la longitudine. Due impiegati prendevano i dati, calcolavano il punto sulla carta, confrontavano il risultato ottenuto dalle loro misure e passavano la tavoletta a un terzo impiegato che, consultando un libretto aggiornato, vi aggiungeva i nominativi delle navi della Compagnia che dovevano trovarsi nei paraggi. La tavoletta passava quindi ad un altro impiegato, certamente di maggiore responsabilità, il quale, dopo un accurato studio sottolineava i nomi di alcuni piroscafi. Un altro giovanotto allora tracciava del messaggi, li passava ad un ragazzetto molto svelto il quale si precipitava immediatamente nella cabina di vetro del radiotelegrafista trasmettitore. La dinamo cominciava a a girare. <em>«Hallo, hallo&#8230; Bergen chiama Sterne, Sterne, Sterne&#8230; Sterne risponda&#8230; Hallo, hallo&#8230; sentite?&#8230; Capitano U&#8230; segnala mina sulla vostra rotta, longitudine&#8230; latitudine&#8230; Sentito? Ripetete posizione!</em>». I radiotelegrafisti di bordo devono essere sempre tutti attenti, perchè una voce rispondeva subito dal mare e ripeteva il nominativo: <em>«&#8230;Sta bene. Modifichiamo rotta. Over!»</em>. Cosa stesse bene, questo è un vero mistero. Ma i marinai norvegesi hanno adottato il modo di dire britannico «all right» e sarebbe impossibile spiegare loro quello che vuole effettivamente dire.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>«Colata a picco» </em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Qualche nave non risponde affatto alle chiamate che vengono ripetute ogni tre minuti per delle ore intere. Si tratta dei piroscafi di grande tonnellaggio i quali hanno delle potenti stazioni riceventi e non sarebbe possibile sfuggisse. loro una chiamata. Certi di essere intesi, gli armatori rinunciano alla risposta perchè è assai facile, col radiogoniometro, localizzare una nave che «parla» e quindi andarla a «pescare».</p>
<p style="text-align: justify;">A queste segnalazioni di pericolo vengono intercalati ogni tanto i bollettini meteorologici, i notiziari politici, le ultime novità del mare. In questi giorni ce ne sono state di importantissime, le unità norvegesi scomparse sotto le onde del Mare del Nord piuttosto numerose. E noi eravamo assorti davanti a una aggrovigliatissima carta di navigazione, quando vennero spazzati via dalla lavagna tutti i numeri e il ragazzo scrisse in grandi lettere: <em>«5.17 G. T. &#8211; e sotto &#8211; MS «Tempo» sunkt»</em>: ore 5,17 tempo di Greenwich, la motonave «Tempo» è colata a picco. Tutti zittirono. Poco dopo il radiotelegrafista inviava d&#8217;urgenza un&#8217;altra striscia di carta azzurra e il ragazzo riprendeva in mano il gesso: «Ventidue morti, sei scampati». Allora gli impiegati si misero tutti al lavoro e ventidue telegrammi partirono per qualche sperduto paese della Norvegia: <em>«Odd Olsen perito naufragio. Abbiamo il profondo dolore di darvene personale annuncio. Tutti premi e assicurazione saranno liquidati in settimana»</em>. Poi la in stancabile radio chiamava tutti i piroscafi della Compagnia in navigazione: <em>«Hallo, hallo! Il «Tempo» è stato affondato. Bandiera a mezz&#8217;asta per 24 ore!»</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Nessun commento, nessuno sprone. Perchè non ce ne sarebbe bisogno coi marinai norvegesi. «Noi — dicono quando salpano — noi abbiamo firmato un patto con la morte». Sanno i rischi che corrono, sono uomini. Gli uomini che corrono le «mille strade del mare» non hanno bisogno di essere confortati.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>* * *</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>La Stampa </em>del 22 febbraio 1940.</p>
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		<title>La vita della Norvegia è tutta sul mare</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Nov 2010 11:13:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Felice Bellotti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La nascita dello stato indipendente di Norvegia e l'indissolubile legame del paese scandinavo con il mare]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/la-vita-della-norvegia-e-tutta-sul-mare.html' addthis:title='La vita della Norvegia è tutta sul mare '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storiacontemporanea48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Storia contemporanea" /><br/><p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-full wp-image-6214" style="margin: 10px;" title="fiordo" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/fiordo.jpeg" alt="" width="266" height="189" />Oslo,  febbraio.</p>
<p style="text-align: justify;">Io credo che non ci sia ragazzo al mondo il quale non abbia  avuto per compagno d&#8217;avventure, nel mondo senza confini della fantasia,  un marinaio norvegese. Norvegia e mare costituiscono, anche per chi non  conosca questo stranissimo Paese, quasi un corpo unico, e davvero  sarebbe difficile impresa separare quassù la terra dalle acque, perchè  il mare penetra profondamente nel cuore del Paese coi pittoreschi  fiordi, lunghi alle volte centinaia di chilometri, creando una  intricatissima rete di canali &#8211; che chiamiamo cosi per renderne l&#8217;idea  anche se non sono affatto canali perchè sono bracci di mare.</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Alle  origini </strong></em></p>
<p style="text-align: justify;">Questa configurazione geografica della Norvegia ha logicamente  portato i primi uomini che giunsero su queste inospitali rocce a  cercare nel mare i loro mezzi di sostentamento. Le poche traccie di  archeologia esistenti consistono in primitivi disegni scalfiti nella  roccia e rappresentanti scene di pesca. Per centinaia di anni, forse per  migliaia, i biondi figli del nord che nessuno saprà mai da che parte  siano giunti quassù, si sono accontentati della misera vita del  pescatore, costruendo le loro capanne con pietre cementate dalle grasse e  robuste alghe che rappresentano la sola vegetazione delle zone più  settentrionali. Poi gli infiniti orizzonti del mare fascinarono questi  uomini che di generazione in generazione avevano finito per prendere  confidenza ed amore colle onde. Siamo all&#8217;epoca dei leggendari  Vichinghi, i formidabili navigatori che si spinsero in tutte le terre  conosciute e sconosciute del mondo medioevale, raggiungendo le coste  gelide della Groenlandia e il caldo granaio siciliano. Audacissimi  navigatori, questi antenati dei norvegesi, ricevendo accoglienze  piuttosto ostili in tutte le contrade che visitavano, sia per il loro  carattere rissoso sia perchè, privi di donne nel corso dei loro  venturosi viaggi, pretendevano, giunti a terra, di prendersi quelle  degli altri, a un certo punto finirono per convincersi che il  loro rifugio più sicuro era rappresentato dalle navi. Quel lontanissimo  giorno ha inizio la bellissima storia della marina norvegese, arma da  preda nei primi tempi e mezzo di commercio poi, quando la pirateria  cominciò a diventare troppo pericolosa e poco redditizia per la  concorrenza spietata dei Saraceni nel Mediterraneo e dei Britanni e  degli Olandesi nei mari settentrionali.</p>
<p style="text-align: justify;">Da allora la marina mercantile è  sempre stata alla base di tutta la vita nazionale norvegese. Guerre e  prosperità, crisi politiche ed economiche, tutte queste faccende fecero e  fanno costantemente capo alla flotta. Fu per spalleggiarsi a vicenda  che i norvegesi, nell&#8217;872, decisero di formare una unica nazione, in  seno alla quale le varie tribù si impegnavano a prestarsi mutuo soccorso contro il nemico. Ma questa è storia  vecchia, piena di leggende assai belle, ma che esulano dal nostro  compito.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>La separazione dalla Svezia </em></strong></p>
<div id="attachment_6215" class="wp-caption alignleft" style="width: 260px"><img class="size-full wp-image-6215" title="Haakon VII di Norvegia (Charlottenlund, 3 agosto 1872 – Oslo, 21 settembre 1957)" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/haakonVII.jpg" alt="Haakon VII di Norvegia (Charlottenlund, 3 agosto 1872 – Oslo, 21 settembre 1957)" width="250" height="339" /><p class="wp-caption-text">Haakon VII di Norvegia (Charlottenlund, 3 agosto 1872 – Oslo, 21 settembre 1957)</p></div>
<p style="text-align: justify;">La più importante crisi politica  generata dalla flotta in tempi moderni è quella occorsa trentacinque  anni or sono, quando la Norvegia decise di separarsi dalla Svezia e di formare un Regno a sè. I due Paesi scandinavi vivevano  pacificamente uniti sotto lo stesso <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbolo</a> reale, da quando,  imperversando in Europa la sanguinosa gloria di Napoleone, un  Bernadotte era salito al trono, Re di Svezia e di Norvegia. I due Paesi  avevano allora propri Parlamenti, propri Governi, proprie leggi,  propria amministrazione, costituivano, insomma, un tipico caso di «unione personale» sotto lo stesso Re, avendo in comune solamente il  Ministero degli Affari Esteri, del quale potevano far parte funzionari o  diplomatici sia norvegesi che svedesi. Ora avvenne che i funzionari  svedesi fossero assai più numerosi di quelli norvegesi e che questi,  invece, sentissero la necessità di avere nei ruoli la maggior parta dei  consoli per tutelare gli interessi della flotta sparsa in tutti i mari  del mondo. Sembra infatti che i consoli svedesi se ne infischiassero tranquillamente degli interessi di questi biondi marinai che partivano  dalla Norvegia per farci ritorno dopo due o tre lustri. Vera o non vera  questa faccenda, sta di fatto che, nel 1905, regnando Oscar II  Bernadotte, la crisi scoppiò. Non accadde nulla di straordinario: il  governo norvegese presentò le dimissioni a se stesso (questo è il solo  particolare curioso) e poiché costituzionalmente il Re non poteva essere  Re senza il Governo, Oscar II, automaticamente, cessò di essere Re di  Norvegia. I pacifici norvegesi, allora, chiesero a Stoccolma un principe  del sangue per farne il loro Sovrano, ma gli svedesi erano furibondi e  risposero negativamente, dicendo che di Re ce n&#8217;è uno solo e che se  volevano Oscar II bene, altrimenti andassero a cercarsene un altro.  Dove? La scelta non fu difficile: chi aveva regnato sino al 1814 sulla  Norvegia? La Casa di Glücksburg. Dov&#8217;era andata a finire questa Reale  Famiglia? In Danimarca. Bene, una missione partì per Copenaghen, si  presentò a corte e chiese che venisse restituita alla Norvegia la  famiglia dei suoi legittimi Sovrani. I Danesi trovarono che la richiesta  era davvero eccessiva, ma concessero che un principe partisse e Haakon  VII di Glücksburg (che vuol dire «Rocca della Fortuna») divenne Re di  Norvegia. Così i norvegesi furono in condizione di creare un  Ministero degli Affari Esteri e di nominare tutti i consoli che vollero.  Questi funzionari naturalmente, uscirono tutti dalle Compagnie di Navigazione e si sparsero per il  mondo tutti intenti a difendere gli interessi dei loro padroni  effettivi, convintissimi che servivano la Patria perchè la flotta e la  Norvegia, per loro, sono esattamente la medesima cosa. Tutta questa  faccenda si svolse tra il 29 maggio e il 7 giugno 1905. Se ne parlò  moltissimo nel mondo, ma allora la mentalità era diversa e la borghesia frivola di quel felice periodo prebellico volle considerare lo sconquasso come un argomento per pettegolare su una Famiglia Reale piuttosto che la verità, rappresentata da una questione di marinai e di pescatori che poteva sembrare plebea, ma che rappresentava la vera vita del popolo norvegese. Dunque, nel 1905, i norvegesi, per difendere gli interessi della loro flotta, mandarono a spasso un Re e se ne presero un altro, lo stesso che regna ora con grande soddisfazione di tutti, perché Haakon VII è un sovrano amatissimo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Una tonnellata e mezza per abitante</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-medium wp-image-6105" style="margin: 10px;" title="bergen" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/bergen-300x186.jpg" alt="" width="300" height="186" />Abbiamo raccontata tutta  questa storia per dimostrare quale importanza sulla vita nazionale  norvegese abbia la marina mercantile che, all&#8217;inizio della guerra,  occupava il quinto posto fra quelle di tutto il mondo, preceduta da quelle dell&#8217;Inghilterra, degli Stati Uniti, del Giappone e della Germania e  seguita da quella dell&#8217;Italia. La flotta norvegese è infatti composta  (1° gennaio 1940) da 4391 navi stazzanti complessivamente 4.845.655 tonnellate. Poiché la popolazione totale della Norvegia è  inferiore ai tre milioni di abitanti, si viene ad avere a disposizione  per ogni cittadino oltre una tonnellata e mezzo di navìglio. Anche  l&#8217;Inghilterra è battuta da lontano.</p>
<p style="text-align: justify;">Il livello raggiunto dalla flotta  norvegese al 1° gennaio 1940 è il più alto finora registrato. Dalle  statistiche risulta che nel 1915 il tonnellaggio complessivo era  di 2.594.199 tonn.; nel 1937 supera di poco i 4 milioni; oggi sfiora i 5, il che dimostra che in tre anni la flotta norvegese è aumentata di circa 700mila tonnellate. Cifra ragguardevole sotto tutti i  rapporti, che dimostra, inoltre, come una grande percentuale del  naviglio che batte bandiera norvegese sia moderno.</p>
<p style="text-align: justify;">Circa 1 milione e  duecentomila tonnellate sono rappresentate da navi petroliere, molte  delle quali, le più moderne, costruite in Italia.</p>
<p style="text-align: justify;">La flotta norvegese è  certamente la più strana del mondo. Esistono centinaia di navi che  solcano i mari del Pacifico o dell&#8217;Oceano Indiano, le quali non hanno  mai visto un porto norvegese. Sono state impostate, varate, allestite,  hanno preso il mare battendo la bandiera di Re Haakon e sono invecchiate  tanto da finire nei bacini di disarmo senza aver mai avvistati i  pittoreschi fiordi della loro Patria. Ma l&#8217;equipaggio è sempre formato da norvegesi, gente che se ne va per interi lustri e torna per trovare magari  sposata la figlia che «prima» andava a scuola.</p>
<p style="text-align: justify;">«La nostra vita è sul  mare!» dicono i norvegesi ed affermano la grande verità della loro  esistenza. «<em>Navigare necesse!</em>» ci diceva il signor Bryn, il giorno  che ci  volle ricevere per raccontarci vita e miracoli della «sua» flotta.</p>
<p style="text-align: justify;">Per  questo la vita nazionale della Norvegia attraversa momenti tanto  difficili. La minaccia sovietica, la guerra in Europa, il futuro destino  del Paese, tutte queste cose sono nelle mani di Dio e nessuno può oggi  prevedere ciò che sarà. Ma il mare non è più libero, la flotta trova inciampi per funzionare, le derrate non giungono più, il carbone  scarseggia, i prezzi aumentano, la disoccupazione diventa insopportabile  per l&#8217;erario che è costretto a tassare come non mai i proprii  cittadini.</p>
<p style="text-align: justify;">«Noi non abbiamo colonie, non abbiamo mai mirato a prendere  territori altrui, ci siamo creati col coraggio dei nostri marinai e col  nostro lavoro una «colonia flottante». Perchè ce la devono portar via,  impedendole di navigare?». Questo ci diceva un signore, di nostra  conoscenza. E nelle sue parole compendiava la più grave questione —  quelle politiche a parte &#8211; che sia sorta in Norvegia dall&#8217;inizio della  guerra, questioneche noi studìeremo accuratamente nel corso della  nostra inchiesta attraverso la Norvegia.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>La Stampa</em> del 16 febbraio 1940.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/la-vita-della-norvegia-e-tutta-sul-mare.html' addthis:title='La vita della Norvegia è tutta sul mare ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>L&#8217;arte di passare tra una mina e l&#8217;altra</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Nov 2010 17:33:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Felice Bellotti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il resoconto di viaggio a bordo della Dronning Maud nel mare norvegese minato durante i primi mesi della seconda guerra mondiale]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/larte-di-passare-tra-una-mina-e-laltra.html' addthis:title='L&#8217;arte di passare tra una mina e l&#8217;altra '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/letteratura48x48.png" width="48" height="48" alt="" title="Letteratura" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storiacontemporanea48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Storia contemporanea" /><br/><p style="text-align: justify;">Da bordo della «Dronning Maud», febbraio.</p>
<div class="mceTemp" style="text-align: justify;">
<dl id="attachment_6111" class="wp-caption alignright" style="width: 310px;">
<dt class="wp-caption-dt"><a href="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/ds-dronning-maud-aalesund.gif"><img class="size-medium wp-image-6111" title="La Dronning Maud ad Aalesund" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/ds-dronning-maud-aalesund-300x203.gif" alt="La Dronning Maud ad Aalesund" width="300" height="203" /></a></dt>
<dd class="wp-caption-dd">La Dronning Maud ad Aalesund</dd>
</dl>
</div>
<p style="text-align: justify;">A Trondhjem, al centro della  Piazza Grande, tutta squadrata da lunghi mucchi di neve gelata, c&#8217;è una  mina coperta di ruggine che poggia su un piedestallo di roccia grigia.  Tra le pigne di due percussori svuotati la mano di un fabbro ha aperto  una fessura, sotto la quale una iscrizione incisa in una targa di  bronzo, dice:</p>
<p style="text-align: justify;">«Tu, mina, salisti verso i nostri quieti mari di Norvegia  per recarvi il Dolore e la Morte. Ora, privata della tua forza  infernale, memoria di un tempo tristissimo, raccogli nel tuo ferro  micidiale l&#8217;obolo di tutti i fratelli del mare che ricordano sempre come  coloro che si sono sacrificati lontano dalle coste sono morti per la  salvezza degli altri ed hanno lasciato nelle loro casette di legno donne  e bimbi che hanno atteso invano il loro ritorno».</p>
<p style="text-align: justify;">Per gentile  consuetudine, da quando lo spettro della guerra era scomparso dal Nord,  la popolazione di Trondhjem soleva versare attraverso la fessura aperta  fra i due percussori un tintinnante obolo d&#8217;argento. Col passare degli  anni la mina coperta di ruggine era diventata il centro degli innamorati che, lasciandosi, usavano dirsi: «Allora, domani, alle nove,  accanto alla mina!». Da strumento di morte, quella mina, raccolta al  largo di Bóvik il 14 settembre 1917 dal dragamine F263, era diventata  una duplice cassaforte di amore: nel suo interno custodiva l&#8217;obolo dei  fratelli, sulla superficie rugginosa nascondeva il segreto dei messaggi  amorosi dei giovani che andavano lentamente scoprendo tutta la tenerezza  e tutta l&#8217;ansia del primo affetto.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora, la guerra è tornata; le mine,  portate dalla misteriosa Corrente del Golfo, salgono ancora verso le  coste norvegesi e quasi ogni giorno le casette di legno arroccate sul  mare attendono invano il ritorno di vecchi marinai e di giovani  venturosi. La ruota del tempo ha girato, ha forse compiuto esattamente  un cerchio, e ricomincia la vecchia, solita storia della morte  invisibile, in agguato sotto le onde grigie e fredde. E la navigazione  nel Mare del Nord è diventata più pericolosa che in tutti i mari del  mondo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>«Maddalena che annega!» </em></strong></p>
<div class="mceTemp" style="text-align: justify;">
<dl id="attachment_6108" class="wp-caption alignright" style="width: 310px;">
<dt class="wp-caption-dt"><img class="size-medium wp-image-6108" title="La Dronning Maud" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/Dronning_Maud_steam-01-300x192.jpg" alt="La Dronning Maud" width="300" height="192" /></dt>
<dd class="wp-caption-dd">La Dronning Maud</dd>
</dl>
</div>
<p style="text-align: justify;">Ci siamo imbarcati sulla «Dronning Maud» per seguire, sino ai gelidi mari che si stendono oltre il Circolo  Polare Artico, la pista fra le mine vaganti, l&#8217;unico sentiero che la  civiltà abbia aperto alle comunicazioni fra il nord e il sud della  Norvegia, questo strano Paese affacciato sul mare, tanto lungo che ci  vogliono sette giorni di navigazione per andare da Kristiansand, poco  più ad oriente del Capo Sud, a Kirkenes, venti ore di navigazione più ad  est del Capo Nord, e tanto stretto che, in alcuni punti, ci sono dieci  chilometri di strada montagnosa per passare dal Mare del Nord alla  Svezia. L&#8217;itinerario della «Dronning Maud» e delle tredici sorelle che  formano la flotta, corre quasi completamente lungo le coste della  Norvegia, protetto dal mare aperto da una doppia fila di frangenti  costituiti da aride montagne di roccia che si ergono, coperte di  ghiaccio, a poche centinaia di metri dalla terra ferma, in gara di  altezza coi monti nevosi che separano la Norvegia dalla Svezia. Ma  queste file di roccie se costituiscono una insuperabile barriera contro  tutte le tempeste che possano scagliarsi contro il Paese, tagliate come  sono da lunghi e pittoreschi fiordi, non riescono ad impedire che, ogni  tanto, una mina vagante, nascosta da due o tre metri di acqua, si  infiltri negli specchi tranquilli che bagnano le città e i paesi,  provocando naufragi e vittime nei luoghi più impensati.</p>
<p style="text-align: justify;">Per questo la «Dronning Maud» naviga sulla «pista», un corridoio di mare invisibile  agli occhi inesperti, ma dal quale, con durissimo lavoro che dura il  giorno e la notte, squadre di dragamine e di pescatori tengono lontano  il pericolo di disastrosi incontri. La rotta fra le isole è di per se  stessa abbastanza complicata e il pilota è costretto a un lavoro senza  soste, tanto che fa più fracasso il timone a vapore di quanto non  facciano le macchine e le eliche. Ma ogni tanto la «Dronning Maud»  gira come fosse un automobile, percorre semicerchi misteriosi, torna  indietro, procede a zig-zag, fa, insomma, una serie di scherzi,  che il profano della navigazione in questi mari non riesce affatto a  capire. Poi ci si cccorge che la saggezza dei vecchi marinai  ha ancorato numerosissime boe, che fari verdi, rossi, azzurri e  bianchi parlano al pilota un linguaggio assai semplice, gli dicono di  stare attento, di virare a sinistra, di non poggiare troppo a destra,  di fare attenzione perchè ci sono solamente otto braccia di acqua ed è  pericoloso, a carico completo, avventurarsi su quel passaggio.</p>
<p style="text-align: justify;">Il  comandante della nostra nave sembra scappato fuori da un romanzo di <a title="Knut Hamsun" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Knut  Hamsun</a>, l&#8217;autore dell&#8217;immortale <em>Pan</em>. È grande e grosso, coi capelli  rosso fuoco tutti ricciuti e, dato che tutto va bene, bestemmia  esattamente come deve saper fare un vero marinaio. Ce ne aveva parlato a  Trondhjem il cortese signor Ottesen al quale ci aveva affidato il  nostro amico Krog, perchè guidasse il nostro itinerario.</p>
<p style="text-align: justify;">«Voi — ci  aveva detto — avete l&#8217;autorizzazione di imbarcarvi sul dragamine N 2130,  il più in gamba che io abbia mai visto. Ma questa nave si trova a  Tromsö e per andare a Tromsö non vi resta altra possibilità che  imbarcarvi sulla «Dronning Maud». Ci starete benissimo, a bordo della «Dronning Maud», perchè il comandante è un mio amico, è stato capitano  di dragamine per tutta la durata dell&#8217;ultima guerra, conosce il mestiere  e potrà darvi utilissime indicazioni».</p>
<p style="text-align: justify;">Io, tutte le volte che Ottesen  diceva «Dronning Maud», mi sentivo accapponare la pelle. Parlavamo in  inglese e «dronning» assomiglia come una goccia d&#8217;acqua, nella lingua  parlata, a «drowning»: e «drowning Maud», in inglese, vuol dire  «Maddalena che annega», programma, nelle nostre condizioni, tutt&#8217;altro  che piacevole. Ma quello non ci pensava neppure e continuava  imperterrito i propri discorsi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Incontri </em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Le «utilissime indicazioni»  si rivelarono ben presto. Un vero orso, il nostro comandante, che non si  lasciava strappare dalle labbra una sola parola con astinenza sprecata,  del resto, perchè anche se avesse parlato non avrei capito una sillaba,  dato che le sue cognizioni linguistiche si limitavano al norvegese e a  tutti i dialetti della costa. Ma il mare parlava per lui, raccontando  un sacco di cose interessanti. Incontravamo ogni tanto navi senza  bandiera. In questi mari i piroscafi delle nazioni neutrali hanno  scritto il nome sui fianchi, in caratteri cubitali bianchi compresi fra  due enormi vessilli. Le navi senza bandiera e con il nome piccolissimo  scritto sulla poppa appartengono a potenze belligeranti, sono cioè o  tedesche o inglesi. Incontrammo dei carghi germanici, neri ed enormi,  senza ombra di vita a bordo, resi ancora più misteriosi dalla nebbiolina  ghiacciata che stagnava sulle onde. Navigavano radendo la costa, bene  attenti a non uscire dalle acque territoriali, carichi fino all&#8217;inverosimile di minerale di ferro, tanto che la linea di galleggiamento  non si poteva scorgere neppure quando la prua si alzava nel suo regolare  movimento di beccheggio. Venivano da Narvik? Probabilmente, 0 forse da  più lontano ancora, dall&#8217;America del Sud, dopo aver costeggiato per  migliaia di chilometri le rive americane, essersi avventurate nei banchi  di nebbia di Terranova al largo delle nemiche coste del Canada, aver  raggiunto il limite estreme della banchisa polare ed essere sgusciate  nelle acque norvegesi attraverso il canale che separa l&#8217;Islanda dalle  Svalbard. Quando passava uno di questi carghi tutti i passeggeri della «Dronning Maud» zittivano. Certo pensavano che a fare il marinaio su  una nave belligerante, in queste acque, ci vuole un bel coraggio. E i  norvegesi sono i più indicati per calcolarlo. Oppure si trattava di un  cargo britannico, anch&#8217;esso ingombro dello stesso materiale, oppure  vuoto e ballonzolante sulla cresta delle onde per aver scaricato il  proprio carbone in qualche porto dell&#8217;estremo nord. Ma, di lontano,  nulla poteva indicarci la nazionalità di queste navi senza bandiera che,  quando passano, fanno zittire i norvegesi.</p>
<p style="text-align: justify;">La pista fra le mine vaganti  è la grande strada del traffico nei mari del nord. Solamente lungo  questa invisibile via le navi salgono e scendono tranquillamente, attente a non incappare nella malasorte ma intimamente persuase di  arrivare alla loro mèta. Quelle germaniche, beninteso. Perchè quelle inglesi, a un certo punto,  devono abbandonare le  acque territoriali della Norvegia ed allora  nulla e nessuno può  proteggerle  dagli agguati delle mine, dai siluri dei sommergibili e  dai cento occhi dell&#8217;aviazione germanica.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em> </em></strong></p>
<div class="mceTemp" style="text-align: justify;">
<dl id="attachment_6109" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px;">
<dt class="wp-caption-dt"><strong><em><strong><em><img class="size-medium wp-image-6109" title="La Dronning Maud" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/DronningMaud-01-300x188.jpg" alt="La Dronning Maud" width="300" height="188" /></em></strong></em></strong></dt>
<dd class="wp-caption-dd">La Dronning Maud in navigazione</dd>
</dl>
</div>
<p style="text-align: justify;"><strong><em> </em></strong><strong><em>Una domanda imbarazzante </em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Appena fuori dalla baia incontrammo un sommergibile in emersione che  filava velocissimo verso sud. Nessun nominativo, nessun numero, ancora  oggi sarei curioso di sapere con certezza dì che nazionalità fosse. Ma  credo appartenesse alla flotta del Reich, perchè meno di un quarto d&#8217;ora  dopo vedemmo un convoglio d&#8217;una ventina di navi che seguiva la stessa  rotta. In testa erano tre nuovissimi trawlers di costruzione germanica,  disposti a saliente: e dietro, allineate per tre, venivano le altre  navi, tutte carghi a pieno carico. Forse quel sottomarino costituiva  l&#8217;avanguardia. Domandammo al capitano: «Comandante, quel sottomarino  era dentro o fuori le acque territoriali?». Questi ci squadrò ben bene e  trovò la risposta che gli suggeriva la diplomazia ma che non era quella  che gli veniva dal cuore: «Un neutrale — rispose -— un buon neutrale  non si occupa mai di queste cose», «Mai?». «Mai se tutto va liscio.  Non vi pare che ne abbiamo abbastanza di grane, senza andarcene a  cercare delle altre?».</p>
<p style="text-align: justify;">Ammirai la saggezza del comandante della  «Dronning Maud». Anche perchè egli era l&#8217;unico, unitamente alla prima  cameriera di bordo, che fosse assolutamente convinto che noi fossimo due  pacifici giornalisti che non avessero nessun programma spionistico.</p>
<p style="text-align: justify;">—  Troveremo qualche mina, comandante?</p>
<p style="text-align: justify;">— Più su dovete venire, nelle acque  di Kirkenes. Quei dannati russi hanno minato tutto il fiordo di  Liinahamari e la marea, ogni tanto, ne porta qualcuna sulla nostra  rotta. La Sigurd Jarl ha pestato in una mina russa. Per fortuna era  russa, altrimenti non sarebbero venuti a raccontarcelo.</p>
<p style="text-align: justify;">— Cosa vuol dire  mina russa?</p>
<p style="text-align: justify;">— Vuol dire sovietica, come fate a non capire queste  semplicissime cose? E sembra che queste mine siano piuttosto restie ad  esplodere. E se ne andò brontolando contro l&#8217;imperizia dei fabbricanti  di esplosivi della Russia di Stalin.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>La Stampa</em> del 24 febbraio 1940.</p>
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		<title>Ole Ripdal</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Jan 2010 13:28:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Emilio Michele Fairendelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un medico norvegese visita la casa d’infanzia sul fiordo di Sogne nel giugno 1954]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/ole-ripdal.html' addthis:title='Ole Ripdal '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/letteratura48x48.png" width="48" height="48" alt="" title="Letteratura" /><br/><p style="text-align: center;">Ole Ripdal<br />
(Gudvagen, 1882 &#8211; Oslo, 1956)<br />
medico<br />
visitando la casa d’infanzia sul fiordo di Sogne, giugno 1954</p>
<p style="text-align: right;"><em>a Ingmar Bergman</em></p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-medium wp-image-3817" style="margin: 10px;" title="fiordo" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/Geirangerfjorden-300x213.jpg" alt="" width="300" height="213" />Madre, l’erba è cresciuta tra le connessure del pavimento del terrazzo, l’azzurro delle facciate ha stinto e già si confonde con il cielo di giugno, pronto a fare tutto svanire in un respiro.</p>
<p style="text-align: justify;">Nessuno più abita la casa.</p>
<p style="text-align: justify;">Tocco il legno del parapetto delle scale lungo il quale mio fratello Terje scivolava gridando,  vedo le porte, il lavatoio della cucina, i segni sull’intonaco del soffitto della nostra stanza di bambini, arabeschi che come per magia resistono dopo così tanti anni (là una spada, la sagoma di un uomo con un buffo cappello, un fiore) e fissando i quali entravamo nel sonno.</p>
<p style="text-align: justify;">Sul cerchio di questo tavolo, che ti sopravvive, ci presentavi con le tue mani una verità così alta e semplice da restare per sempre ineguagliata: la caraffa colma di puro latte,  la coppa di fragole.</p>
<p style="text-align: justify;">Il tuo volto sorridente, i tuoi occhi, luminosi come quelli di chi ama, ci guidavano e proteggevano.</p>
<p style="text-align: justify;">Dove sei ora, madre?</p>
<p style="text-align: justify;">Esco al giardino, apro un poco le braccia.</p>
<p style="text-align: justify;">Vorrei cadere a terra e raccogliere il passato tra le mani, farlo rivivere per abitarlo di nuovo e allontanare ciò che sta venendo, la sera della mia vita.</p>
<p style="text-align: justify;">Come un bambino, ho paura.</p>
<p style="text-align: justify;">Guardo il fiordo.</p>
<p style="text-align: justify;">Sottile, scintillante corda dell’infinito che tocca ed apre le nostre terre, entra in noi per chiamarci a lui.</p>
<p style="text-align: justify;">Più calmo il cuore sente che presto, risalendo quel raggio, riuscirà nel mare senza limiti dell’Essere.</p>
<p style="text-align: justify;">Là ti rivedrò, madre.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/ole-ripdal.html' addthis:title='Ole Ripdal ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Knut Hamsun, l&#8217;ultimo pagano</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Sep 2009 09:24:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marino Freschi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un profilo sulla vita e l'opera di Knut Hamsun in occasione del cinquantesimo anniversario della morte dello scrittore norvegese]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/knut-hamsun-lultimo-pagano.html' addthis:title='Knut Hamsun, l&#8217;ultimo pagano '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/hamsun48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Knut Hamsun" /><br/><p style="text-align: justify;"><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun"><img class="alignright size-medium wp-image-2669" style="margin: 10px;" title="hamsun_norholm" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/hamsun_norholm-179x300.jpg" alt="hamsun_norholm" width="179" height="300" /></a>E’ escluso che i giovani no global lo celebreranno, eppure se si dovessero rintracciare i precursori del nuovo movimento, tanto corteggiato dai vari leader della sinistra, da Cofferati a Bertinotti, affiorirebbero nomi impresentabili e tra questi vengono in mente subito Nietzsche, Hesse e <a title="Hamsun" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a>. Stranamente quest’anno ricorrono due anniversari: 40 anni della morte di Hesse, ricordati assai in sordina dai vari <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/johann-wolfgang-goethe" target="_blank">Goethe</a></span>-Institute (rammento, invece, i due grandi convegni del 1992 promossi dai &#8220;<span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/johann-wolfgang-goethe" target="_blank">Goethe</a></span>&#8221; a Roma e a Milano, ma allora la politica culturale tedesca era in altre mani). Ma se qualche mostra e concerto per Hesse ci sarà, su <a title="Hamsun" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a>, di cui ricorre il 50° anniversario della scomparsa, cala ancora un ostinato, anacronistico silenzio, interrotto solo dal consueto coraggio culturale della casa editrice Adelphi, che ha appena ristampato <em>Pan </em>(pagine 190, € 13,43), il capolavoro dello scrittore norvegese, nato  nel 1859 e morto il 19 febbrario 1952 nel completo isolamento a Nørholm, dopo tre anni d’internamento, dal ’45 al ’48, in un manicomio per la sua adesione al nazismo e il suo appoggio al governo collaborazionista di Quisling, e dopo un continuato ostracismo, che lo scrittore seppe squarciare con uno dei più amari e tremendi libri <em>Per i sentieri dove cresce l’erba</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/fame/108" target="_blank"><img class="alignleft size-medium wp-image-2667" style="margin: 10px;" title="fame" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/fame-190x300.jpg" alt="fame" width="190" height="300" /></a>Tutti sanno del suo attaccamento caparbio alla terra, a quel suo piccolo universo tra il <em>fjord </em>e il <em>marken</em>, la terra arabile, ma questo radicamento proviene, paradossalmente, da una conoscenza per quel tempo approfondita e vasta del mondo. <a title="Hamsun" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a>, ovvero Knut Pedersen come ancora si chiamava, era di umili origini, aveva fatto tutti i mestieri e per anni, in due riprese, era emigrato in America, insieme a tanti altri suoi ‘paesani’ alla ricerca di una improbabile fortuna, che invece incontrò in patria per la sua ostinata volontà di scrivere. Da giovane conobbe la vita randagia e se ne tornò in Norvegia, tra i boschi, con un risoluto piglio di rivolta e di anarchico rifiuto di quella modernità, sostanziata dallo sfruttamento e dalla bruttezza. Si ribellava, come Nietzsche e come Jack London (cui assomiglia anche per analoghi percorsi esistenziali) al mondo moderno, alla società capitalista, ma anche alla democrazia che omologava tutti, al socialismo massificante. E condannava e denunciava la minaccia che pesava sulla natura insidiata dai selvaggi processi dell’industrializzazione, allora (come in gran parte ancora oggi) incontrollati e distruttivi. Imbevuto di filosofia nietzschiana, affascinato dalla scrittura demonica di Dostoieewskij, nordicamente pessimista e insieme realista, senza illusioni sulle ideologie progressiste, <a title="Hamsun" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a> trova rapidamente, con <em><a title="Fame" href="http://www.libriefilm.com/fame/108">Fame</a> </em>nel 1890, la sua originalità narrativa, incontra la sua lingua, il suo universo, cui rimase fedele, cocciutamente, nella raffigurazione epica dei suoi racconti, pervasi da brezze suggestive di animosità (più che di intellettualità) anarchica, antiborghese, reazionaria e insieme romantica, poeticissima.</p>
<p style="text-align: justify;">Lavorava racconto dopo racconto, dramma dopo dramma, alla grande figura del vagabondo, libero e maledetto, senza meta, senza dimora, senza amore eppure col cuore gonfio di un caldo, estatico sentimento della natura. I successi si susseguono gli anni Novanta sono prodigiosamente creativi; <em>Pan </em>è del 1892-94; mette in cantiere due trilogie, lavora con un impeto straordinario anche a drammi, seguendo la grande lezione di Ibsen. In breve viene riconosciuto come il principale scrittore del Nord; <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/thomas-mann" target="_blank">Thomas Mann</a></span> ne parla come del &#8220;più grande vivente&#8221;<br />
e nel 1920  gli viene conferito il Premio Nobel. Ma l’orizzonte comincerà ad oscurarsi rapidamente con la sua inclinazione per il movimento hitleriano, che gli alienò numerose simpatie nel campo intellettuale.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma lui procede tenace nella sua ricerca con le sue scomode convinzioni.  In <a title="Hamsun" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a> affiora un cosmo complesso, fosco persino tetro, disperato, ma anche robusto, tenace e irrefutabile nella sua coerenza e nella sua intima, seducente durezza. E’, il suo, un universo privo di orpelli, di facili lusinghe, di scorciatoie false, di accomodamenti e compromessi. Più che nazista, la sua fede è radicata in una sorta di mistica unione con la natura, vissuta paganamente, misteriosamente e insieme con l’ansia di chi sa, di chi prevede la prossima fine di un’epoca. Il suo credo è quello neopagano, destinato a frantumarsi non perché contraddetto o superato, ma perché è stato semplicemente ‘dimenticato’, derubricato; i vincitori non si sono nemmeno presa la briga di contrastare quel pensiero, di confutare quelle bizzarre tesi. Con lui avviene ciò che era successo con gli ultimi fedeli della <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religione</a> pagana: gli dei sono morti, Pan è morto e ciò è ancora più atroce e definitivo di una contestazione, di una polemica. La divina, immensa natura madre del nord viene cancellata con le risate e le chiacchiere intorno al televisore, il nuovo idolo, il grande comunicatore. Non sembra possibile che sia esistita – ed era ancora ieri – un’epoca in cui l’uomo sapeva tacere, sapeva ascoltare la crescita dei fili d’erba.</p>
<p style="text-align: justify;">Oggi in Italia <a title="Hamsun" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a> viene ricordato da un solitario foglio indipendente, &#8220;Margini&#8221; delle Edizioni Ar. Anche all’interno della comunità letteraria la sua lezione sembra esaurita, affondata da tutti i minimalisti globali. Ma forse non è proprio così: Peter Handke continua, come prova il suo recentissimo romanzo, la sua rivisitazione in un universo sempre più desolato e sempre meno cittadino e globale. E torna in mente uno strano giudizio di Benjamin sui personaggi di <a title="Hamsun" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a>. Nel 1929 il critico berlinese affermava che lo scrittore norvegese era &#8220;un maestro nell’arte di creare il personaggio dell’eroe sventato, buono a nulla, perdigiorno e malandato&#8221;. Ma questa strana resurrezione dell’eroe nella letteratura così antieroica del <a title="Novecento" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/storia-contemporanea">Novecento</a> costituisce un fiume carsico che non si è mai interrotto che esplode in superficie improvvisamente con <a title="Ernst Jünger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Ernst Jünger</a>, con André Malraux  o con Manes Sperber, avventurieri e scrittori di destra e di sinistra, in realtà sovranamente anarchici. Le nostre patrie lettere hanno D’Annunzio e non è poco, forse persino troppo per una letteratura che vive sempre più marginale e marginalizzata ai confini dell’impero, anche se talvolta &#8211; e lo dimostra proprio <a title="Knut Hamsun" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a> all’estremità del mondo abitato – è proprio nelle lande più remote, in quelle meno protagoniste del <em>grande</em> show mediatico, che si avvertono gli scricchiolii e le nuove tendenze: penso al recente <em>Il terzo ufficiale</em> ( pagine 316,€15), il romanzo ‘eroico’ di Giuseppe Conte, appena uscito da Longanesi.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/un-vagabondo-suona-in-sordina/107" target="_blank"><img class="alignright size-medium wp-image-2668" style="margin: 10px;" title="un-vagabondo-suona-in-sordina" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/un-vagabondo-suona-in-sordina-148x300.jpg" alt="un-vagabondo-suona-in-sordina" width="148" height="300" /></a> Neopaganesimo, contatto con la natura, eroe, sono i temi dell’epica di <a title="Knut Hamsun" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a> e questi racconti tramano l’eterna vicenda degli archetipi. Si può leggere la narrativa di <a title="Hamsun" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun </a>come una grandiosa rappresentazione sacra e insieme nudamente priva di dei, intesi quali comode speranze e arrendevoli comandamenti. Nella sua pagina affiorano, silenziosi, ostinatamente  muti, gli antichi dei del Nord, i numi norreni delle saghe arcaiche, quando l’uomo vichingo si lanciava, incosciente del pericolo, su tutti i mari del mondo e la sua civiltà brillava da costa a costa, dalla Sicilia alla Normandia, dal Volga alle sponde ignote del Nuovo Mondo. E’ quel DNA che viene trasmesso dalle trilogie di <a title="Knut Hamsun" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a>, come quella potente, intramontabile dei &#8220;Vagabondi&#8221;, intagliati nel legno duro degli <em>outsider </em>anarchici e dei ribelli.</p>
<p style="text-align: justify;">L’autore intuisce nella natura la nostalgia segreta dell’anima moderna. L’uomo contemporaneo, gettato nelle metropoli di asfalto e cemento, nasconde un sogno struggente: il bosco e il mare. In tanti libri, da <em><a title="Fame" href="http://www.libriefilm.com/fame/108">Fame</a> </em>a <em>Pan</em>, da <em>La nuova terra </em>del 1893 a <em>Victoria </em>del 1898 a <a title="Hamsun" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a> rincorre questo tema come il <em>leitmotiv</em>, che pervade la sua opera, continuamente diversa e costantemente fedele fino a una straordinaria monotonia, monomania, che ossessivamente cattura il lettore, riplasmandone l’immaginazione e la sua capacità di ricezione sia letteraria che esistenziale.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma il suo libro più stupefacente è <em>Per i sentieri dove cresce l’erba</em> del 1948, la sua ultima fatica letteraria, pubblicata a novant’anni. E’ uno scritto autobiografico, un diario stupendo e atroce, dettato dalla disperazione e da un’umiliazione tremenda. Come Ezra Pound e <a title="Louis Ferdinand Céline" href="http://www.libriefilm.com/category/autori/louis-ferdinand-celine">Céline</a>, <a title="Hamsun" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a> fu uno dei rari intellettuali di fama mondiale ad aderire al fascismo, ad oltrepassare la frontiera, a volgere le spalle al proprio paese. Non si accorse, il grande vecchio, che il nazismo era l’estrema propaggine di quella degenerazione globalizzante che era il totalitarismo,  e insieme una impotente e straziante negazione della modernità, da cui era pure completamente compenetrato. Per tutta la vita legato ai suoi dei segreti, come ricorda un altro suo libro bellissimo <em>Misteri</em> del 1892, ostinato e caparbio, aperto al richiamo della foresta simile a <a title="Jack London" href="http://www.libriefilm.com/category/autori/jack-london">London</a>, a D.H. Lawrence e a Hesse, anche <a title="Hamsun" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a> comprese con la sua narrativa, potentemente allucinata, visionaria, che l’uomo non può rinunciare alla natura se vuole sopravvivere. Solo che i sentieri dove cresce l’erba l’avrebbero dovuto condurre a una diversa coscienza, lontana dalla politica. Tuttavia il suo messaggio, ruvido e lirico, è ancora nella memoria antica dell’Occidente, in quel mondo senza età in cui Odino ascolta ancora gli incantesimi delle valchirie. Ecco la magia evocatoria di <a title="Hamsun" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>Il Giornale</em> del 18 febbraio 2002.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/knut-hamsun-lultimo-pagano.html' addthis:title='Knut Hamsun, l&#8217;ultimo pagano ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Fra ghiacci e tenebre di Fridtjof Nansen</title>
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		<pubDate>Fri, 22 May 2009 15:48:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Lamendola</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La vita leggendaria di Fridtjof Nansen, pioniere dell'esplorazione artica]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/fra-ghiacci-e-tenebre-di-fridtjof-nansen.html' addthis:title='Fra ghiacci e tenebre di Fridtjof Nansen '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/letteratura48x48.png" width="48" height="48" alt="" title="Letteratura" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storiacontemporanea48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Storia contemporanea" /><br/><div id="attachment_2280" class="wp-caption alignleft" style="width: 235px"><img class="size-medium wp-image-2280" title="fridtjof_nansen" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/fridtjof_nansen.jpg" alt="Fridtjof Nansen (Store Frøen, presso Christiania, 10 ottobre 1861 – Lysaker, comune di Bærum, 13 maggio 1930)" width="225" height="326" /><p class="wp-caption-text">Fridtjof Nansen (Store Frøen, presso Christiania, 10 ottobre 1861 – Lysaker, comune di Bærum, 13 maggio 1930)</p></div>
<p style="text-align: justify;">Fridtjof Nansen, uno dei più grandi esploratori norvegesi (degno di stare accanto al grandissimo Roald Amundsen, il conquistatore del Polo Sud), nasce il 18 ottobre 1861 a Store Froen presso Cristiania &#8211; oggi Oslo -, la capitale della Norvegia e muore a Lysaker il 13 maggio 1930, all&#8217;età di sessantotto anni. Scienziato di formazione, nel 1882 si reca sulle coste della Groenlandia con una baleniera per studiare da vicino la vita delle foche; e, cinque anni dopo, nel 1887, realizza un&#8217;impresa notevolissima: l&#8217;attraversamento dell&#8217;interno della grande isola artica, eseguendo fondamentali studi scientifici sulla sua calotta glaciale. Ma un grande sogno lo accompagna da anni, quello di penetrare lungo la costa settentrionale dell&#8217;Asia e di lasciarsi catturare volontariamente, con una nave attrezzata allo scopo, nella morsa dei ghiacci, per sfruttare una corrente marina che, a quanto sembra, si dirige a settentrione; indi, con le slitte, tentar di raggiungere il Polo Nord. In un certo senso si tratta di mettersi nella scia di quanti erano andati alla ricerca del favoloso passaggio di Nord-est, croce e miraggio di generazioni e generazioni di navigatori ed esploratori; poiché nessuno aveva osato costeggiare l&#8217;estremità settentrionale della Siberia in tutta la sua lunghezza, fino al 1878  (il viaggio verrà effettuato invece a ritroso, ossia partendo dallo Stretto di Behring, dalla Maud di Amundsen fra il luglio del 1922 e l&#8217;agosto del 1925). Nel 1878 la nave Vega, al comando dell&#8217;esploratore svedese Otto Nordenskjöld, riesce a condurre a termine, finalmente, la prima navigazione dall&#8217;Atlantico al Pacifico, costeggiando a nord la Siberia, sia pure al prezzo di uno sverno nella morsa dei ghiacci. E nel 1879 una nave americana, la Jeannette, partita da San Francisco, tenta a sua volta di penetrare nel Mar Glaciale Artico dallo Stretto di Behring, facendo al contrario il viaggio della Vega, ma fa miseramente  naufragio e l&#8217;equipaggio perisce di stenti e di freddo nel tentativo di raggiungere a piedi dei luoghi abitati.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Nel 1893 &#8211; scrive Silvio Zavatti &#8211; [Nansen] mise in atto l&#8217;ardito progetto di farsi imprigionare dai ghiacci con una nave e di raggiungere il Polo Nord lasciandosi trasportare da una corrente che egli riteneva esistesse a nord delle regioni siberiane. La nave, armata a spese dello stato e del re, era la Fram, comandata dal capitano Otto Sverdrup. La nave venne fermata dai ghiacci a 70°45&#8242; di latitudine Nord e 133° di longitudine Est e lentamente portata fino a 84° di latitudine nord. Allora Nansen, accompagnato dal luogotenente J. H. Johansen, abbandonò la nave e con slitte trainate da cani si diresse verso il Polo, raggiungendo 86°13&#8242; di latitudine Nord, punto fino allora mai toccato. Le avversità lo consigliarono al ritorno e nell&#8217;estate del 1896 raggiunse Capo Flora incontrandosi con una spedizione inglese. Il 13 agosto ritornò in Norvegia e pochi giorni dopo anche la Fram. I risultati scientifici furono importantissimi, primo fra tutti la sicurezza che la Terra di Francesco Giuseppe era formata da innumerevoli isole e non da una terra unica come allora si credeva. Dopo questa spedizione si dedicò a vita politica e solo nel 1913 fece un importante viaggio nel Mare di Kara&#8221; (1).</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-medium wp-image-2224" style="margin: 10px;" title="nansen" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/nansen-300x261.jpg" alt="" width="300" height="261" />Aggiungiamo solo che, dal 1897, Nansen è nominato professore di zoologia nell&#8217;Università di Oslo e, dal 1901, di oceanografia; che, nel 1900, naviga dalla Norvegia alle isole Svalbard (Spitzbergen); e che nel 1913 compie la traversata, parte per via fluviale e parte per ferrovia, dal Mar di Kara all&#8217;Estremo Oriente, pubblicando su questi viaggi una serie di volumi di notevole valore scientifico.  Come uomo politico, favorisce lo scioglimento dell&#8217;effimera unione fra Svezia e Norvegia e dapprima svolge funzioni di ambasciatore a Londra, dal 1906 al 1908, indi negli Stati Uniti, durante la prima guerra mondiale; e svolge poi un ruolo non secondario nella fondazione della Società delle Nazioni. In tale organismo si segnala per l&#8217;attività dispiegata a favore dei profughi, specialmente gli Armeni reduci dal genocidio turco e i Russi reduci dalla guerra civile nel loro paese, nonché a favore del ritorno a casa dei prigionieri di guerra. Tutte queste attività gli valgono il conferimento, nel 1922, del premio Nobel per la pace; mentre, dopo la sua morte, viene costituito l&#8217;Ufficio internazionale Nansen per i rifugiati, un organismo autonomo delle Nazioni Unite per proseguire l&#8217;opera da lui iniziata a favore dei profughi di tutte le guerre. (2)</p>
<p style="text-align: justify;">Ma torniamo al viaggio della Fram degli anni 1893-96. Il piano ideato da Nansen tiene conto delle recenti esperienze sia della Vega che della Jeannette ed è al tempo stesso semplice e geniale, oltre che notevolmente coraggioso.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Qualche tempo dopo il naufragio della Jeannette &#8211; scrivono Guido Petter e Beatrice Garau &#8211; i resti della nave stritolata dai ghiacci vennero ritrovati dal grande esploratore norvegese Nansen in un luogo molto lontano dal punto del naufragio, e cioè sulle coste della Groenlandia, vale a dire proprio nella parte opposta del Mar Glaciale Artico.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Abbiamo già veduto che il banco di ghiaccio in cui la Jeannette era rimasta intrappolata era in movimento; e il fatto che i resti della nave venissero ritrovati così lontano dal punto in cui la nave si era sfasciata stava a significare che il ghiaccio aveva compiuto, sotto la spinta dei venti o delle correnti, tutta la traversata del Mar Glaciale Artico.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Questa constatazione suggerì a Nansen un&#8217;idea geniale. Egli pensò che sarebbe stato possibile recarsi con un&#8217;altra nave nella zona in cui la Jeannette era stata bloccata dai ghiacci, e lasciare che la nave venisse imprigionata aspettando poi che venisse trascinata anch&#8217;essa, come la Jeannette, lungo una rotta polare, nella direzione della Groenlandia. Così facendo, essa sarebbe probabilmente passata nelle vicinanze del Polo.</p>
<div id="attachment_2276" class="wp-caption alignleft" style="width: 206px"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=9788879726061" target="_blank"><img class="size-medium wp-image-2276" title="vero-nord" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/vero-nord-196x300.jpg" alt="Bruce Henderson, Vero Nord. Frederick Cook, Robert Peary e la corsa al Polo" width="196" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Bruce Henderson, Vero Nord. Frederick Cook, Robert Peary e la corsa al Polo</p></div>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Per affrontare una simile impresa erano tuttavia necessarie alcune cose. Nessuno poteva sapere se il campo di ghiaccio avrebbe seguito proprio un itinerario abbastanza simile a quello percorso dai resti della Jeannette, senza finire invece in altre zone dalle quali fosse poi impossibile ritornare: occorreva dunque una certa fiducia nella regolarità con la quale certi grandi fenomeni si ripetono (in questo caso, una certa fiducia nella regolarità dei venti e delle correnti del Mare Artico), che nessuno conosceva ancora. E Nansen aveva questa fiducia, perché aveva una mentalità da scienziato. Era inoltre indispensabile progettare e costruire una nave che fosse in grado di resistere alla pressione dei ghiacci, e dotarla di attrezzature e viveri sufficienti per trascorrere fra i ghiacci un periodo che poteva anche essere lunghissimo e per compiere osservazioni sistematiche nelle varie regioni che la nave avrebbe attraversato.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Nansen riuscì a realizzare il suo progetto. Costruì una nave, la Fram (che in norvegese vuol dire &#8216;Avanti&#8217;), che aveva la chiglia tutta arrotondata, quasi come una saponetta. Se i ghiacci intorno a essa avessero cominciato a premere, la nave sarebbe sgusciata fuori, verso l&#8217;alto, sfuggendo così alla loro pressione.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Durante questo lungo viaggio, che Nansen ha descritto nel suo libro <em>Fra ghiacci e tenebre</em>, furono compiute numerose ed importanti osservazioni scientifiche, in un ambiente nel quale nessuno prima di quel tempo aveva soggiornato a lungo. Nansen, inoltre, ad un certo momento decise di abbandonare la nave, che seguiva una rotta obbligata, per raggiungere a piedi il Polo, da cui non era più molto distante. Egli infatti si era ormai reso conto che la nave non sarebbe passata dal Polo. Con un solo compagno, utilizzando delle slitte e delle leggere imbarcazioni, necessarie per attraversare i canali che durante la buona stagione si aprono di tanto in tanto nella banchisa, nell&#8217;estate del 1895 si diresse verso il Polo Nord giungendo sino a 86° e 13&#8242; di latitudine, e cioè a poco più, di 400 chilometri dal Polo […] Ad una così breve distanza dal Polo nessuno, prima di Nansen, era mai riuscito ad arrivare.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Respinti dalle bufere e dal freddo, che l&#8217;inizio della cattiva stagione rendeva sempre più difficile sopportare, i due esploratori, non potendo più, evidentemente, ritornare alla nave che avevano lasciato da varie settimane e che aveva continuato a spostarsi insieme ai ghiacci,  decisero di passare l&#8217;inverno nell&#8217;Artico. Nella primavera seguente, parecchi mesi dopo avere abbandonato la Fram, e dopo avere corso molti pericoli, fra i quali quello di perdere le loro due imbarcazioni con tutte le provviste, si imbatterono  per caso in un&#8217;altra nave, che li raccolse e li riportò in patria&#8221; (3).</p>
<p style="text-align: justify;">La formazione e la mentalità da scienziato di Nansen traspaiono nello stile e nell&#8217;impostazione generale del volume <em>Tra vento e ghiacci</em>, senza però che la precisione e l&#8217;oggettività della narrazione diventino aride o noiose; anzi, un soffio di poesia percorre le pagine, abbellite d&#8217;altronde da una serie di illustrazioni dell&#8217;autore: acquarelli che rivelano in lui un inaspettato temperamento d&#8217;artista. È, il suo, uno degli ultimi libri dedicati alle esplorazioni polari in cui l&#8217;incisione e il dipinto facciano le veci della fotografia, ricollegandosi idealmente alle relazioni dei grandi navigatori-scienziati del 1700, come Cook, La Pérouse e Bougainville, ed immergendo il lettore in un&#8217;atmosfera fascinosa e suggestiva. Nel complesso si può dire che Nansen, come scrittore, è sempre piacevole e non di rado affascinante; ha il gusto per la parola precisa ma al tempo stesso semplice, e sa dosare la cronaca di quel mitico triennio con una vena di senso dell&#8217;ironia che non dispiace e, anzi, dona brio e leggerezza a una lettura che altrimenti potrebbe risultare, talvolta, monotona.</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=9788895842165" target="_blank"><img class="alignright size-medium wp-image-2277" style="margin: 10px;" title="circumpolaris" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/circumpolaris.jpg" alt="" width="200" height="271" /></a>&#8220;Il Fram &#8211; scrive Anton Mayer &#8211; lasciò il porto di Cristiania il 25 giugno 1893 con dodici uomini di equipaggio, fra cui Sverdrup e il luogotenente Johansen, e si portò senza incidenti fino alle acque a Nord del delta della Lena; presso le isole della Nuova Siberia fu seguita la direzione Nord e il 25 settembre il Fram era chiuso dai ghiacci. Fino allora tutto era andato bene, ma purtroppo la corrente non si comportò come Nansen aveva sperato; al contrario, con grande disappunto di tutti i partecipanti alla spedizione, trascinò la nave a Sud-Est.  Dopo alcune settimane si constatò che il Fram si trovava suppergiù dove era cominciato il viaggio. Poi, tra la soddisfazione generale, il battello si diresse verso il Nord. Quindi il perfido giuoco della corrente ricominciò e portò il Fram in strane giravolte; naturalmente era impossibile di portare un ordine qualsiasi nello strano intrico di questi continui zig-zag. Trascorso un anno, il Fram era lontano appena 150 chilometri dal punto di partenza. Questo giuoco poteva rendere nervoso anche l&#8217;uomo più calmo, ma invece non dispiacque per nulla all&#8217;equipaggio; Nansen ci ha descritto la vita dei prigionieri dei ghiacci in un modo molto vivo e divertente. Dopo che le prime pressioni dei ghiacci furono sopportate bene e si fu certi che il Fram meritava piena fiducia, solo qualche avventura inevitabile nel mondo polare interruppe la monotonia del viaggio. Per il nutrimento si era provvisto nel modo migliore; Nansen fece addirittura servire nei giorni di festa qualche pranzo succulento, e nella nave si stava comodi e al caldo: dev&#8217;essere stato un viaggio polare piacevolissimo&#8221; (4).</p>
<p style="text-align: justify;">Un esempio della capacità di sorridere anche nelle situazioni che, di per sé, non sarebbero prive di risvolti drammatici, lo abbiamo nella descrizione di come un orso bianco riesce a penetrare a bordo della nave, uccidendo alcuni cani da slitta e aggredendo, per fortuna senza conseguenze, alcuni degli uomini della spedizione; descrizione che, nel sottile velo di umorismo, può ricordare lo stile di un romanzo d&#8217;avventure a lieto fine, piuttosto che quello di una seriosa spedizione scientifica. E tutta la scena della lotta con l&#8217;orso è arricchita, nel testo, da alcuni simpatici schizzi dello stesso autore, altrettanto briosi della pagina scritta.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Che peccato che un animale così bello e robusto avesse dovuto fare una fine simile! &#8211; scrive Nansen, alludendo a uno dei cani chiamato &#8216;Negro&#8217;. &#8211; Non aveva che un difetto: era selvatico, e sentiva una speciale antipatia per Johansen, e ringhiava e mostrava i denti ogniqualvolta questi montava in coperta o solo s&#8217;affacciava alla porta. Quando Johansen stava zufolando a riva, sul barile, nelle oscure notti d&#8217;inverno il &#8216;Negro&#8217; gli rispondeva da lontano, sul ghiaccio, con urli di rabbia. Johansen si chinò  col fanale sui miseri resti. &#8211; Johansen, è contento lei, ora che il suo nemico non è più al mondo? -. &#8211; No, me ne rincresce -. &#8211; E perché? -. &#8211; Perché non abbiamo fatta la pace prima che morisse- Non trovando altre orme d&#8217;orso, caricammo quei carcami sulle spalle e ci avviammo a bordo. Strada facendo, domandai a Hendriksen i particolari del suo incontro con l&#8217;orso. &#8211; Dunque, vedi, quando io e Mogstad salimmo colla lanterna, vidi due macchie di sangue vicino al barcarizzo, e dapprima pensai che potesse essere un cane che si fosse ferito. Ma sul ghiaccio, sotto il barcarizzo, trovammo le orme di un orso, e allora andammo verso ponente con tutti i cani avanti, capisci? A qualche distanza da bordo, sentii a un tratto un baccano d&#8217;inferno e, ecco venirci incontro una bestiaccia grossa grossa inseguita dai cani, capimmo subito cos&#8217;era, e ci mettemmo a correre verso il bastimento con tutta la forza delle nostre gambe. Mogstad che aveva i <em>komager </em>(scarpe lapponi) e conosceva meglio la strada arrivò a bordo prima di me, capisci. Io invece sai, non potevo correr tanto coi miei scarponi di legno, e nella confusione mi trovai a metà del gran cumulo a levante della prua. Mi voltai e feci chiaro indietro, per vedere se l&#8217;orso mi seguiva. Ma non vedendo nessun orso, tirai innanzi come potevo, e per causa di queste scarpacce andai a cadere lungo disteso in mezzo ai blocchi. Mi alzai, più che di fretta, e via, ma quando arrivai al ghiaccio liscio vicino al bordo, vidi a mano dritta qualcosa che mi veniva incontro, e che io dapprima credetti che fosse un cane, perché, sai, non è facile vederci all&#8217;oscuro. Ma non ebbi tempo di pensarci su, che l&#8217;orso mi fu sopra e mi morse qui nell&#8217;anca. E intanto grugniva -. &#8211; E tu cosa pensasti allora, Peder? -. &#8211; Cosa pensai? Pensai: qui è bell&#8217;e finita, pensai. Armi non ne avevo, cosa dovevo fare? Alzai il fanale, e con tutta la mia forza diedi un colpo tale sulla testa dell&#8217;orso che il fanale andò in tanti pezzi. Appena ricevuto il colpo, si accosciò, e si mise a guardarmi. Io stavo per darla a gambe, quando l&#8217;orso si rizzò non so se per saltarmi addosso o se per altro. In quel momento ecco venire un cane: l&#8217;orso gli si volta contro, ed io me ne monto a bordo -. &#8211; E dimmi, Peder, gridavi? -. &#8211; Se gridavo? Gridavo con quanto fiato avevo in corpo -. E doveva esser vero perché aveva ancora la voce rauca. &#8211; E frattanto, Mogstad dov&#8217;era? -. &#8211; Ma, sai, lui era venuto a bordo molto prima di me: ma che avesse mai pensato di scendere a dar l&#8217;allarme? Che! Prende il suo fucile nella cassetta, convinto e persuaso che lui solo bastava a sbrigarci dell&#8217;orso. Non gli riuscì però di far fuoco, sicché l&#8217;orso avrebbe potuto sbranarci sotto il suo naso, chissà quante volte -. Così chiacchierando eravamo giunti vicini al bordo, e Mogstad che dalla coperta aveva sentito l&#8217;ultima parte del dialogo, volle scagionarsi, e disse che egli era appena arrivato sotto il barcarizzo, quando Peder cominciò ad urlare. Aveva cercato tre volte di saltar su, e tre volte era caduto indietro prima di poter salire in coperta, dimodoché  non aveva avuto tempo che di afferrare il fucile e di correre in aiuto del compagno.</p>
<div id="attachment_2278" class="wp-caption alignleft" style="width: 204px"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=9788850203932" target="_blank"><img class="size-medium wp-image-2278" title="endurance" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/endurance-194x300.jpg" alt="Alfred Lansing, Endurance" width="194" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Alfred Lansing, Endurance</p></div>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Quando l&#8217;orso s&#8217;allontanò da Peder, per scagliarsi sul cane, tutto il branco gli fu intorno. Ne azzannò uno e se lo mise sotto; ma, attaccato dagli altri che lo addentavano di dietro, dovette lasciar la preda e porsi sulla difensiva. Piombò addosso a un altro, e di nuovo l&#8217;intero branco fu sopra a lui. E così, scorrazzando avanti e indietro sul ghiaccio, si avvicinarono di nuovo al fianco della nave. Lì, al barcarizzo, c&#8217;era un cane che tentava di arrampicarsi a bordo. L&#8217;orso d&#8217;un balzo gli si avventò contro, e fu lì appunto che il mostro trovò un degno castigo. Dall&#8217;esame fatto a bordo, risultò che l&#8217;uncino a molla del collare del &#8216;Negro&#8217; era stato drizzato; il guinzaglio del &#8216;Vecchio&#8217; spezzato; mentre l&#8217;uncino del terzo cane era stato soltanto un po&#8217; torto, così non era certo che ciò fosse opera dell&#8217;orso, e mi restava una debole speranza che il cane fosse ancora vivo. Ma per quanto cercassimo non fu possibile rintracciarlo. Una brutta storia, in complesso. Lasciar montare un orso a bordo, e perdere così tre cani in una volta. Andava assai male coi nostri cani: ormai erano ridotti a ventisei. Che orso terribile, pur essendo così piccolo! Era salito a bordo per il barcarizzo, spingendo a lato una cassa che vi stava davanti; aveva afferrato il cane più vicino, e via. Dopo aver placato la prima fame, era ritornato di bel nuovo a prendersene un secondo, ed avrebbe continuato, se glielo avessero permesso, fino a sbarazzare tutta la coperta&#8221; (5).</p>
<p style="text-align: justify;">Un&#8217;altra situazione drammatica in cui Nansen si è trova coinvolto &#8211; questa volta in prima persona &#8211; è quella in cui, per un attimo di distrazione, le due scialuppe stanno per andare alla deriva, il che lascerebbe lui e il suo compagno, col quale sta tentando di avvicinarsi al Polo Nord a piedi, in una situazione assolutamente disperata. Questa volta, nel raccontare l&#8217;episodio, Nansen non sa trovare risvolti umoristici, tuttavia questa pagina ha il dono di una meravigliosa semplicità e  naturalezza; e vi traspare la modestia dell&#8217;esploratore che neanche per un attimo è sfiorato dalla tentazione di inorgoglirsi per un&#8217;impresa &#8211; il recupero delle imbarcazioni a nuoto nel mare gelato &#8211; su cui altri, più vanitosi, avrebbero tessuto un piccolo monumento autocelebrativo.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Sbarcammo e ci mettemmo a camminare in su e in giù, vicino ai caiachi. Il vento s&#8217;era calmato molto, girando più a ponente, sicché era da dubitare se avremmo potuto utilizzarlo più a lungo. Salimmo sopra un&#8217;eminenza per assicurarcene. A un tratto Johansen esclamò: &#8211; Oh, i caiachi, i caiachi che se ne vanno! &#8211; Scendemmo a precipizio: la barbetta s&#8217;era strappata, e i caiachi s&#8217;erano già scostati un buon tratto, e s&#8217;allontanavano rapidamente.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;- Qua, il cronometro! -, dissi a Johansen, porgendoglielo. E in tutta fretta mi levai una parte degli abiti, per poter nuotare più facilmente: spogliarmi del tutto non osavo, temendo di gelare. E mi gettai a nuoto.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Il vento, che soffiava verso il largo, spingeva velocemente le leggere imbarcazioni che, quasi vacanti e coll&#8217;alberatura alta, gli offrivano buona presa. In quell&#8217;acqua diaccia e cogli abiti indosso che mi toglievano la libertà dei movimenti, facevo ben poco cammino. I caiachi s&#8217;allontanavano sempre più da me, e mi pareva quasi impossibile poterli raggiungere. E con essi s&#8217;allontanava ogni speranza di salvezza: tutto ciò che possedevamo era lì a bordo; non ci restava neanche un coltello! Tanto valeva affogare, quanto tornare senza di loro. Epperò facevo sforzi supremi.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Quando mi sentii stanco, mi voltai per nuotare sul dorso, e in quella posizione vidi Johansen  che correva di qua e di là, in preda alla maggiore inquietudine.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Povero giovine! Non poteva star fermo: gli pareva orribile la sua inazione e nutriva ben poca speranza che riuscissi a recuperare i caiachi. Ma a nulla sarebbe giovato ch&#8217;egli pure si fosse gettato a nuoto. Mi disse dopo che quelli furono i più brutti momenti della sua vita.</p>
<div id="attachment_2279" class="wp-caption alignright" style="width: 209px"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=9788854006126" target="_blank"><img class="size-medium wp-image-2279" title="conquista-del-polo-sud" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/conquista-del-polo-sud-199x300.jpg" alt="Roald Amundsen, La conquista del Polo Sud" width="199" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Roald Amundsen, La conquista del Polo Sud</p></div>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Quando mi voltai di nuovo a nuotar dritto e vidi che mi ero avvicinato, mi sentii crescere il coraggio e raddoppiai gli sforzi. Sentivo però che i muscoli mi s&#8217;irrigidivano e andavano perdendo ogni sensibilità, e capii che ben presto non sarei più stato in grado di muovermi. Ma la distanza era poca: se potevo resistere ancora qualche momento eravamo salvi. E continuai a nuotare. I movimenti si facevano sempre più deboli, ma la distanza diminuiva: ormai ero sicuro di arrivare. Finalmente stendo la mano e afferro un pattino che spunta a poppa, mi accosto al fianco, e cerco di montar su; ma, irrigidito dal freddo, non posso. Per un momento credetti che fosse troppo tardi. Ma poco dopo riesco finalmente ad alzare una gamba sopra la slitta, ch&#8217;era attraverso la coperta, e a tirarmi su. Eccomi lì seduto, ma così intorpidito, da poter appena muovere la pagaia. Non era facile far avanzare i due caiachi legati insieme e non potevo pensare a slegarli perché, prima che l&#8217;avessi fatto, sarei gelato del tutto: non mi restava che vogare a tutta forza per riscaldarmi. E così andai avanti adagio adagio, controvento, verso l&#8217;orlo del ghiaccio. Il freddo mi aveva tolto ogni sensibilità; ma quando venivano le folate di vento mi penetravano nell&#8217;ossa attraverso alla camicia di lana sottile e tutta bagnata. Tremavo e battevo i denti, ma pure potevo maneggiare la pagaia: mi sarei riscaldato quando fossi arrivato al banco.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Di prua c&#8217;erano due alche e, corti com&#8217;eravamo a provviste, l&#8217;idea di averle per cena era troppo seducente. Afferrai il fucile e le ammazzai d&#8217;un colpo. Johansen mi raccontò dipoi che, a quello sparo, s&#8217;era riscosso; non capiva che diavolo facessi là fuori, e credeva che fosse accaduta una disgrazia.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Quando mi vide vogare e raccogliere i due uccelli, temette che il cervello m&#8217;avesse dato volta. Finalmente riguadagnai l&#8217;orlo del ghiaccio; ma la corrente m&#8217;aveva trasportato a un buon tratto dal punto in cui m&#8217;ero buttato in mare. Johansen che m&#8217;era venuto incontro, saltò sui caiachi e presto vi fummo di ritorno. Durai fatica a sbarcare; ero spossato e tremavo a verga a verga. Johansen mi tolse gli abiti  bagnati e mi mise indosso quei pochi cenci asciutti che ancora possedevamo, distese il sacco sul ghiaccio e, insaccato che fui, mi buttò addosso le vele e ogni cosa che potesse ripararmi dall&#8217;aria fredda. Per qualche tempo fui agitato da un gran tremito, ma poco a poco andai riacquistando il calore; e mentre Johansen preparava la tenda e faceva cuocere le alche, mi addormentai placidamente. Mi lasciò dormire in pace, e quando mi svegliai la cena era pronta da un pezzo e gorgogliava sul fornello. Il brodo caldo e le alche presto cancellarono le ultime tracce di quella brutta nuotata&#8221; (6).</p>
<p style="text-align: justify;">Notiamo, di sfuggita, che dall&#8217;impresa di Nansen e specialmente dal nome della sua nave, ha tratto ispirazione un importante scrittore romeno del Novecento, Cézar Petrescu, per scrivere il suo romanzo <em>Fram, ursul polar</em> (<em>Fram, l&#8217;orso polare</em>), tradotto anche in Italia e rivolto prevalentemente &#8211; ma non solo &#8211; a un pubblico di bambini.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>* * *</strong></p>
<p style="text-align: justify;">1)               ZAVATTI, Silvio, <em>Dizionario degli esploratori e delle scoperte geografiche</em>, Milano, Feltrinelli, 1967, pp.203-204.</p>
<p style="text-align: justify;">2)               Cfr. voce <em>Nansen </em>dell&#8217;Enciclopedia Biografica Universale, Biblioteca Treccani, 2007, vol. 14, p. 65.</p>
<p style="text-align: justify;">3)               PETTER, Guido- GARAU, Beatrice, <em>La conquista del Polo Nord</em>, Firenze, Giunti- Marzocco, 1976, pp. 27-32.</p>
<p style="text-align: justify;">4)               MAYER, Anton,<em> Seimila anni di esplorazioni e scoperte</em>, Milano, Bompiani, 1936, p. 336.</p>
<p style="text-align: justify;">5)               NANSEN, Fridtjof, <em>Fra ghiacci e tenebre</em>, Roma, Voghera ed., 1967 (2 voll.), trad. di Cesare Norsa, vol. I, pp. 239-242.</p>
<p style="text-align: justify;">6) <em> Ibidem</em>, vol. II, pp. 317-320.</p>
<p style="text-align: justify;">7)               PETRESCU, Cézar, <em>Fram, l&#8217;orso polare</em>, Milano, Edizioni Paoline, 1966; ved. anche LAMENDOLA, Francesco, <em>L&#8217;opera narrativa di Cézar Petrescu</em>, in <em>Atti della Società Dante Alighieri a Treviso</em>, vol. 4 (2003-2006), Treviso, 2006, pp. 348-378. Vedi anche LAMENDOLA, Francesco, <em>«Fram, orso polare» di Cezar Petrescu, malinconica riflessione su  natura e cultura</em>, nel sito di Arianna Editrice.</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto, con il gentile consenso dell&#8217;autore, dal sito <a href="http://www.ariannaeditrice.it">ariannaeditrice.it</a>.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/fra-ghiacci-e-tenebre-di-fridtjof-nansen.html' addthis:title='Fra ghiacci e tenebre di Fridtjof Nansen ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>«Io, traditore»: il testamento spirituale di Knut Hamsun</title>
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		<pubDate>Tue, 14 Apr 2009 17:07:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Lamendola</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L'ultimo grande romanzo dello scrittore norvegese che narra gli anni di internamento per collaborazionismo]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/io-traditore-il-testamento-spirituale-di-knut-hamsu.html' addthis:title='«Io, traditore»: il testamento spirituale di Knut Hamsun '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/hamsun48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Knut Hamsun" /><br/><p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-medium wp-image-4716" style="margin: 10px;" title="hamsun-1930" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/hamsun-1930-202x300.jpg" alt="" width="202" height="300" />Ci siamo già occupati, nel precedente saggio <a title="Patriota o traditore? Il processo a Knut Hamsun" href="http://www.centrostudilaruna.it/patriota-o-traditore-il-processo-a-knut-hamsun.html"><em>Patriota o traditore? Il processo a <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Knut Hamsun</a></span></em></a>, della cornice generale in cui ebbe luogo il processo al grande scrittore norvegese, accusato di collaborazionismo al termine della seconda guerra mondiale. In quella sede abbiamo tracciato il quadro storico entro cui collocare l&#8217;intera vicenda, con tutti i suoi risvolti politici, culturali, umani; e, al tempo stesso, abbiamo cercato di presentarla come una vicenda esemplare, paradigmatica di tutta una generazione di intellettuali &#8211; e non solo di intellettuali &#8211; che, fra il 1939 e il 1945, fecero la scelta sbagliata &#8211; la scelta che li avrebbe condotti, a guerra finita, davanti ai tribunali dei vincitori, fossero le democrazie occidentali, l&#8217;Unione Sovietica di Stalin, la Jugoslavia di Tito o i piccoli Paesi d&#8217;Europa che avevano subito l&#8217;occupazione nazista. Si tratta di nomi eccellenti, da Ezra Pound a <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/louis-ferdinand-celine" target="_blank">Céline</a></span>, da Ungaretti a Drieu la Rochelle, da Gentile a <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Heidegger</a></span>, da Carl Schmitt al generale Krasnov, autore di fortunatissimi romanzi storici negli anni Venti e Trenta.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora, pertanto, dando per acquisite le precise circostanze storiche in cui si svolse il processo, vogliamo riportare la testimonianza diretta del vecchio scrittore norvegese, quasi novantenne, pressoché sordo e vicino alla cecità, così come si può leggere nel suo bellissimo libro <em>Io, traditore</em> (titolo originale: <em>Paa Gjengrodde stier</em>, ossia <a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=9788881120079" target="_blank"><em>Per i sentieri dove cresce l&#8217;erba</em></a>, o anche <em>Per i sentieri rinselvatichiti</em>; traduzione italiana di Alfhild Motzfeldt, Roma, Ciarrapico editore, s. d. [ma 1962], pp. 225-237).</p>
<p style="text-align: justify;">Ricordiamo soltanto che <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a></span>, accusato di alto tradimento per aver appoggiato il governo filotedesco di Vidkun Quisling, dal 1945 al 1948 era stato rinchiuso forzatamente in casa di cura (tipico esempio dell&#8217;uso politico della psichiatria non solo nei regimi totalitari, come l&#8217;URSS, ma anche in quelli liberal-democratici); e che aveva rifiutato con sdegno di essere dichiarato infermo di mente. Al termine del processo, nel corso del quale si era comportato con estrema dignità e non aveva abiurato le sue idee, era stato condannato e privato dei suoi beni, a nome del popolo norvegese.</p>
<p style="text-align: justify;">Nato nel 1859 nell&#8217;estremo nord della Norvegia, e vincitore del premio Nobel per la letteratura nel 1920, egli aveva ottantanove anni all&#8217;epoca del processo; sarebbe vissuto ancora quattro anni, spegnendosi a Nörholm il 19 febbraio 1952.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Spuntò il gran giorno. Il tribunale sedette.<br />
&#8220;Venni ammesso in una buia sala d&#8217;udienza. E poiché nell&#8217;ultimo anno la mia vista s&#8217;era indebolita, senza contare ch&#8217;ero sordo, dovettero condurmi per mano. Ero stordito e appena distinguevo un oggetto dall&#8217;altro. Prima prese la parola il presidente, quindi parlò il mio difensore d&#8217;ufficio e quindi seguì una pausa.<br />
&#8220;E io non avevo né udito, né veduto tutto ciò ch&#8217;era passato. Tuttavia mi tenni calmo. Intanto cominciai a vedere un po&#8217; meglio tutte le cose e le persone che mi stavano attorno.<br />
&#8220;Dopo la pausa, mi venne data la parola per esporre i fatti. Era un po&#8217; difficile per me poter leggere con quella cattiva luce, e pertanto mi venne dato un lume. Non vedevo molto meglio, con esso, per leggere alcuni appunti che tenevo nelle mani, e allora non insistetti nel cercar di capire ciò che vi avevo scritto. Ma forse non aveva alcuna importanza. Ciò che dissi sii trova riprodotto qui di seguiti in base al resoconto stenografico. (…)<br />
<a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=9788881120079" target="_blank"><img class="size-medium wp-image-2037 alignright" style="margin: 10px;" title="per-i-sentieri-dove-cresce-lerba" src="../wp-content/per-i-sentieri-dove-cresce-lerba.jpg" alt="" width="95" height="160" /></a>&#8220;«Non intendo parlare a lungo davanti a questo onorevole tribunale.<br />
&#8220;«Non sono certo stato io ad aver annunziato alla stampa, molto, molto tempo fa, che oggi si sarebbe squadernato sotto i vostri occhi tutto il registro delle mie malefatte. Dev&#8217;essere stato qualcuno della cancelleria del tribunale, o qualcuno della pubblica accusa in combutta con qualche giornalista. Ciò, del resto, è molto coerente nella mia vicenda. Due anni or sono, in una lettera al Procuratore generale, io scrissi che intendevo rendere conto di tutto ciò che riguardava me, i miei e le mie cose, e quindi, ora che mi si presenta l&#8217;occasione, intendo concorrere all&#8217;enumerazione dei miei peccati, anche di quelli puramente spirituali.<br />
&#8220;«Negli anni passati, ho ben veduto che lor signori del tribunale si son destreggiati nei miei confronti con molto zelo e bravura: cancellieri, avvocati e procuratori vi si sono applicati a gara. Tuttavia la sentenza della sezione istruttoria non risulta notevolmente influenzata da codeste singolari capacità. In generale si son seguite le direttive di sua eccellenza il Procuratore generale. Il quale, evidentemente, perseguiva un suo concetto mistico ch&#8217;io non intesi e non intendo neanche adesso; sì che debbo rinunziare ad intenderlo.<br />
&#8220;«Del resto debbo pregare le signorie vostre di volermi scusare della mia, diciamo così, afasia, che serve ad evitare che parole ed espressioni che per caso mi venissero alle labbra, vadano al di là delle mie intenzioni.<br />
&#8220;«D&#8217;altronde, da quel che ho potuto capire, debbo aver abbondantemente risposto a tutte le questioni postemi. Nei primi tempi, di quando in quando, veniva da Grimstad un agente di polizia e mi mostrava delle carte ch&#8217;io non mi davo la pena di leggere. Dopo di che si venne all&#8217;istruttoria, il che accadde… due, tre, cinque anni fa. Dato il gran tempo trascorso, non m&#8217;è possibile rammentarmi di nulla; tutto ciò che posso dire è che risposi sempre e ad ogni domanda.<br />
&#8220;«Non mi comportai egualmente in quel lungo periodo di clausura nell&#8217;istituto psichiatrico di Oslo, dove si trattò di vedere se per caso io fossi pazzo; o, per dir meglio, si trattò di constatare che decisamente ero pazzo. In quel periodo mi furono rivolte delle domande così idiote, che non mi si può chieder conto di ciò che dissi o non dissi al professore interrogante.<br />
&#8220;«Ciò che mi dovrebbe abbattere, e addirittura sino a terra, consiste unicamente negli articoli da me scritti nei giornali. All&#8217;infuori di ciò non esiste altra cosa che mi possa essere imputata. Ma quanto a ciò la mia contabilità è semplice e chiara, perché tutti i miei articoli si trovano sotto i vostri occhi, e quanto al resto non mi si può dire né ch&#8217;io abbia denunziato qualcuno, né che abbia partecipato a raduni, né che abbia fatto affari di borsa nera. Non ho militato in nessun partito, di nessun colore, e neppure in quello nazionalsocialista di cui si pretende che io sia stato membro. E come potrei essere stato membro del nazionalsocialismo, se per quanto io abbia cercato di capire che cosa mai fosse io non ci sono mai riuscito? Potrebbe darsi, tuttavia, ch’io abbia scritto qualche cosa nello spirito del nazionalsocialismo; questo non potrei assicurarlo con certezza perché non ho mai saputo quale fosse tale spirito. Se veramente l’avessi fatto, vorrebbe dire che quello spirito fu assorbito da me attraverso la lettura dei giornali. Comunque, come ho già detto, gli articoli sono sotto gli occhi delle signorie vostre ed io non intendo ridurne il numero né attenuarne l’importanza. Può essere che non siano del tutto ortodossi, quegli articoli, ma io intendo risponderne in pieno, adesso come prima e come sempre.<br />
“«Prego tuttavia di voler tener conto che andavo scrivendo in un paese occupato, in un paese invaso e, a tal proposito, vorrei dare alcune brevi informazioni su me stesso.<br />
“«Mi era stato detto che la Norvegia avrebbe occupato un posto eminente nella grande società mondiale germanica in gestazione; chi più, chi meno, allora tutti vi credevano. E anch’io vi avevo creduto. Quindi è chiaro che, scrivendo, dicevo ciò che credevo. E se dicevo che la Norvegia avrebbe occupato un posto assai eminente fra i paesi germanici d’Europa, e se parlavo in modo adeguato alla mia credenza, del paese occupante, ciò doveva, e ancora dovrebbe, essere inteso in modo onesto e sincero. Pertanto non avrei dovuto rischiare di cadere io stesso in sospetto, …e invece, per quanto paradossale potesse essere, vi caddi in pieno. Inoltre si sarebbe dovuto considerare ch’io mi trovavo, in permanenza, letteralmente circondato da ufficiali tedeschi, e nella mia stessa casa, e persino durante la notte. Spesse volte sino all’albeggiar del mattino. Talvolta avevo l’impressione d’essere circondato da osservatori; ossia da persone deputate a sorvegliar me e la mia casa. Quei tedeschi, che d’altronde erano d’ una classe relativamente elevata, per ben due volte (se ben rammento) mi dissero chiaramente ch’io non mi comportavo come alcuni svedesi (e me ne fecero il nome) che pure erano d’un paese neutrale, mentre invece la Norvegia non lo era.<br />
“«No, non si era davvero contenti di me. Ben altro si sarebbero aspettati da me, assai più ch’io non avessi dato. E quando io, in siffatte circostanze, mi mettevo a scrivere, dovrebbe comprendersi che io dovevo tenermi, per così dire, in equilibrio fra gl’interessi del paese e l’altra parte. E questo non dico certo per scusarmi, per difendermi, ma soltanto come una spiegazione a questo onorevole tribunale.<br />
“«Nessuno in tutto il paese mi diceva che fosse male ciò che andavo scrivendo. Ero relegato nella mia stanza, tutto solo con me stesso, e non sentivo nulla. Ero tanto solo che nessuno avrebbe potuto aver commercio spirituale con me; si doveva persino picchiare sulla canna fumaria della stufa per farmi discendere a prendere i miei pasti. Quel rumore lo potevo sentire. Una volta mangiato, me ne risalivo nella mia stanza e lì restavo. Per mesi e per anni in simile maniera. Né alcuno mi fece mai il più piccolo rilievo circa la mia maniera di comportarmi: non me ne ero fuggito e pensavo di aver amici nei due campi norvegesi in lotta. Sì, fra i cosiddetti quislinghi ed i jossinghi. Ma non mi pervenne mai il più piccolo cenno di dissenso, il più piccolo suggerimento di cambiar rotta, dal mondo esterno. No, il mondo esterno si teneva diligentemente e prudentemente da parte. E accadeva raramente, o mai, che dalla mia casa o dalla mia famiglia potessi avere qualche notizia o qualche aiuto. Tutto lo si doveva far in iscritto, il che era una faccenda assai fastidiosa. In siffatte condizioni di cose, non poteva attenermi che a due soli giornali: l’<em>Aften Post </em>e il <em>Fritt Volk</em>; gli unici che mi pervenissero. E in essi non si diceva affatto che ciò che io scrivevo fosse male. Tutt’altro!<br />
“«Ciò ch’io scrivevo non era sbagliato nella sua essenza, e nemmeno era sbagliato nel momento che lo scrivevo. Era giusto ciò che scrivevo e quando lo scrivevo.<br />
“«Cercherò di spiegarmi meglio. Perché scrivevo? Scrivevo per impedire che la Norvegia, ossia i giovani e gli uomini adulti, si comportassero stoltamente verso la potenza occupante, che la provocassero inutilmente col solo risultato di portar se stessi alla perdizione e alla morte. Questo era ciò che scrivevo, questo era il tema che svolgevo in vari modi.<br />
“«E quanto a coloro che oggi trionfano essendo usciti dalla mischia apparentemente vittoriosi, essi non hanno certo ricevuto, come me, la visita d’intere famiglie, e di bambini, e di uomini fatti, e di vecchi che venivano a raccomandarmi o i loro padri, o i loro figli, o i loro fratelli rinchiusi nei campi di concentramento dietro una siepe di ferro spinato e condannati a morte. Sì, signori del tribunale, erano condannati a morte. Io non possedevo certo alcun potere, tuttavia era da me che venivano. No, non possedevo alcun potere, ma potevo scrivere, potevo telegrafare, però. E allora scrivevo e telegrafavo. Scrivevo a Hitler e a Terboven. Né sdegnai di seguir vie traverse. Mi rivolsi infatti persino a un tale, il cui nome credo che fosse Müller, che aveva fama di saper influire sul potere costituito. Ho motivo di credere che debba esistere in qualche luogo una specie di archivio dove si trovan raccolte tutte quelle lettere e i telegrammi. E furono veramente tanti!<br />
“«Tutto il giorno telegrafavo e, in caso d&#8217;urgenza, telegrafavo anche la notte. Si trattava della vita e della morte per i miei compatrioti. Mi riuscì d&#8217;ottenere che la moglie del mio fattore trasmettesse, per telefono, all&#8217;ufficio postale i miei telegrammi, visto che, a cagion dell&#8217;udito, io non avrei potuto farlo. Ma furon per l&#8217;appunto codesti telegrammi a render sospettosi i tedeschi nei miei riguardi, mi consideravano una specie di mediatore; un mediatore piuttosto infido, un mediatore che doveva esser tenuto d&#8217;occhio. E andò a finire che lo stesso Hitler rigettava le mie istanze. Mi si spiegò che ne era affatto stufo e mi si rimandò a Terboven. Ma Terboven non si dette la pena di rispondermi nemmeno una volta. Sino a che punto i miei telegrammi fossero di qualche aiuto non lo so; come pure non so fino a che punto impressionassero i miei concittadini gli articoletti che inviavo ai giornali. Penso però che in luogo di svolgere la mia attività, forse del tutto vana, inviando lettere, articoli e telegrammi, avrei meglio provveduto ai casi miei mettendo al riparo la mia stessa persona. Avrei ben potuto fuggirmene in Svezia, come si fece da tanti altri. Non mi sarei certo smarrito, colà: vi avevo molti amici, vi si trovavano i miei grandi e potenti editori. Senza poi contare che avrei anche potuto trovare il verso di sgattaiolarmela in Inghilterra, come si faceva da molti altri. I quali si son poi visti tornare, in aria d&#8217;eroi, pel fatto che avevano abbandonato il loro paese, pel fatto che se ne erano scappati. Io non feci nulla di tutto ciò; io non mi mossi. Una simile fuga non mi sarebbe mai venuta in mente. Credetti di poter servire assai meglio il mio paese restando dov&#8217;ero. Avrei, per esempio, potuto occuparmi della mia terra nei limiti delle mie capacità. Eran tempi di penuria e la nazione mancava di tutto. Avrei inoltre potuto impiegare la mia penna per quella Norvegia che doveva avere un posto tanto eminente fra i paesi germanici europei. Codesto pensiero, nei primi tempi, mi aveva affascinato, mi aveva entusiasmato, mi possedeva del tutto. Non saprei dire se, in tutto quel tempo del mio sequestro in casa, codesto pensiero mi avesse abbandonato; comunque mi pareva un pensiero grande per la mia Norvegia; e, a dir vero, anche oggi mi pare tale. E mi pareva che, per quell&#8217;idea, valesse la pena di faticare, di lottare. Pensate: la Norvegia del tutto indipendente, rilucente di luce propria nell&#8217;estremo nord dell&#8217;Europa! E quanto al popolo tedesco, come pure al popolo russo, io li vedevo come astri rilucenti. Codeste due potenti nazioni mi possedevano, e pensavo che esse non avrebbero deluso le mie speranze!<br />
&#8220;«Sennonché, ciò che feci non mi andò bene; proprio non mi andò bene. Presto mi trovai del tutto disorientato; e il momento del mio maggior disorientamento fu quando il re, con tutto il governo, di loro spontanea iniziativa, abbandonarono il paese. In quel modo misero se stessi fuori causa. Quando ebbi notizia di un tal fatto, mi parve che la terra mi si aprisse sotto i piedi. Mi trovavo come sospeso tra cielo e terra; non vedevo nulla di saldo su cui appoggiarmi, e me rimasi lì a scrivere, a telegrafare, a meditare. Il mio stato spirituale, in quel tempo, non fu che meditazione. E su tutto meditavo. Così facendo potevo ricordare a me stesso che l&#8217;orgogliosa rinomanza, già posseduta dalla Norvegia, aveva attraversato tutta la Germania germanica, diventando grande in tutto il mondo. E non credo affatto di aver avuto torto a pensar queste cose; ma fu ritenuto un errore. Sì, anche questo fu ritenuto un errore. Eppure era una verità palmare nella nostra nuova storia. Tuttavia la mia azione non raggiunse la meta che s&#8217;era prefissa, anzi, fu dato a credere al cuore di tutti che io me ne stessi lì a tradir la Norvegia, quella stessa Norvegia che, viceversa, mi studiavo d&#8217;innalzare. Sì, ch&#8217;io stessi a tradirla. Ebbene, la vada pure così; ricada pure su di me tutto ciò che il cuore di tutto il mondo mi vuole imputare. È questa la mia perdita, e debbo subirla. Tanto, fra cento anni, tutto sarà dimenticato. Fra cento anni anche quest&#8217;onorevole tribunale sarà caduto nel nulla. Tutti i nomi di tutte le persone qui presenti saranno cassati dalla terra, fra cento anni! Nessuno sarà più ricordato, nessuno sarà più nominato, fra cento anni! E tutto il nostro destino sarà cancellato dalla terra!<br />
&#8220;«Quando passavo i miei giorni a scrivere, facendo del mio meglio per salvar dalla morte i miei concittadini, non facevo dunque nient&#8217;altro che tradire il mio paese? Già, questo è quel che si dice. Si dice ch&#8217;ero un traditore della patria. Va bene. Vada pure così. Ma io non la sentivo così, non la concepivo così. E non la sento e non la concepisco così nemmeno adesso. Nell&#8217;anima mia regna la pace; la mia coscienza è tranquilla.<br />
&#8220;«Tengo in alta considerazione il parere della generalità; anche più in alto tengo il rispetto per l&#8217;autorità giudiziaria del mio paese: ma non più in alto della mia coscienza del bene e del male, di ciò ch&#8217;è giusto e di ciò ch&#8217;è ingiusto. Credo d&#8217;essere abbastanza vecchio per aver diritto di possedere una linea di condotta. Questa è la mia.<br />
&#8220;«Nella mia ormai troppo lunga vita, in tutti i paesi dove ho viaggiato, fra tutte le razze con cui mi son mescolato, ho sempre ed eternamente portato nel cuore il mio paese natale e l&#8217;ho affermato. La mia patria intendo conservarla là dove si trova e nell&#8217;anima mia. E non mi resta che attendere la vostra definitiva sentenza.<br />
&#8220;«Dopo di che, tengo a ringraziare quest&#8217;onorevole tribunale per avermi pazientemente ascoltato.<br />
&#8220;«Non eran che queste poche e semplici cose che desideravo rappresentare a questo onorevole tribunale, in sede di dichiarazione, affinché non sembri, nel corso del dibattimento, ch&#8217;io sembri altrettanto muto quanto sordo. Non ho minimamente voluto pronunziare un&#8217;arringa in mia difesa; se, viceversa, il mio discorso può esser apparso tale, ciò è dipeso dal fatto che ho dovuto rappresentare alcune circostanze da tutti ignorate. No, non ho inteso far la mia difesa, tanto è vero che avrei potuto convalidare il mio assunto mediante le deposizioni di alcuni testimoni e me ne sono astenuto. E nemmeno ho accennato a tutta la documentazione che potrei mettere a disposizione dell&#8217;onorevole tribunale.<br />
&#8220;«Tutto ciò può aspettare; può essere rinviato ad altra volta, forse a una migliore occasione, forse a un altro tribunale. Il suo giorno verrà. E potrebb&#8217;essere anche domani. Io posso attendere: ho tanto tempo davanti a me. Che sia morto o che sia vivo, questo non può avere alcuna importanza. È assolutamente indifferente per l&#8217;intero mondo come vada a finire un singolo individuo. Il quale, in questo caso sono io. Ed io, come ho detto, posso aspettare. Troverò bene qualche cosa da fare.<br />
&#8220;Dopo il mio discorso, fu la volta del pubblico ministero. Dopo di lui toccò al mio difensore d&#8217;ufficio. E intanto io, ancora per ore e ore, dovetti starmene là senza affatto capire ciò che andava accadendo. Alla fine l&#8217;onorevole tribunale mi pose delle domande scritte a cui risposi verbalmente.<br />
&#8220;E così se ne passò quella memoranda giornata; poi fu sera e venne il buio. Era finita.&#8221;</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=9788870910582" target="_blank"><img class="size-medium wp-image-2036 alignright" style="margin: 10px;" title="processo-a-hamsun" src="../wp-content/processo-a-hamsun-143x300.jpg" alt="" width="143" height="300" /></a>Abbiamo sostenuto, nel nostro precedente articolo, di non voler cadere nell&#8217;atteggiamento dello scrittore svedese Per Olov Enquist (nato nel 1934), nel suo libro <a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=9788870910582" target="_blank"><em>Processo a <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a></span></em></a> (traduzione italiana Milano, Iperborea, 1996), il quale finisce per impancarsi a giudice di un autoproclamato tribunale della cultura e per trattare <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a></span> &#8211; artista tanto più grande di lui &#8211; come l&#8217;imputato di un secondo e definitivo processo, quello ideale. Peggio, Enquist ha finito per indossare i panni dello psichiatra (proprio il tipo di giudice che <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a></span> aveva sdegnosamente rifiutato), sentenziando che il peccato capitale del grande scrittore era stato l&#8217;orgoglio e che, per aver voluto guardare troppo lontano, egli non aveva voluto abbassare lo sguardo sulla realtà più vicina e immediata. Secondo lo scrittore svedese, <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a></span> non vide &#8211; o, per dir meglio, non volle vedere &#8211; le camere a gas e tutto il resto, perché aveva lo sguardo puntato troppo in alto. Una sorta di presbiopia ideologica e spirituale, insomma. Peccato che una tale sentenza, o meglio, che una tale diagnosi clinica, pecchi terribilmente di anacronismo, in quanto si riduce a un misero senno del poi.</p>
<p style="text-align: justify;">Quanti Norvegesi, quanti Europei, nel 1939-45, non videro o non vollero vedere le fosse di Katyn, ove i carnefici di Stalin gettarono migliaia e migliaia di ufficiali polacchi, fucilati dopo l&#8217;invasione russo-tedesca del 1939 e dopo la resa dell&#8217;esercito polacco; come non vollero vedere lo sterminio dei kulaki, i gulag della Siberia e dell&#8217;Estremo Oriente, l&#8217;assassinio di Trotzkij nel Messico neutrale? Quanti Inglesi non vollero vedere le bombe incendiarie che distrussero Dresda, quanti Americani non vollero vedere le atomiche di Hiroshima e Nagasaki; o, peggio, le giustificarono a cuor leggero, credendo alla storiella della necessità militare &#8220;per risparmiare vite umane&#8221;? Quanti Iugoslavi non vollero sapere delle stragi in massa dei cetnici e degli ustascia; quanti Italiani non vollero nemmeno sentir parlare delle foibe e del dramma dei profughi giuliani? C&#8217;è bisogno di ricordare che questi ultimi, costretti a fuggire, da un giorno all&#8217;altro, da Pola, da Fiume, da Zara, senza nulla poter portare con sé, furono accolti con indifferenza o con fastidio dai loro compatrioti, presso i quali avevano cercato accoglienza; e che si videro lungamente relegati nei campi profughi, come dei lebbrosi? Che alcuni oratori del Partito Comunista Italiano, nel corso di pubblici comizi, li paragonarono &#8211; con irridente gioco di parole &#8211; ai membri della banda del delinquente Giuliano, che in quegli anni insanguinava le contrade della Sicilia?</p>
<p style="text-align: justify;">Da parte nostra, non cercheremo né di accusare <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Knut Hamsun</a></span>, né di difenderlo; piuttosto di capirlo, <em>sine ira et studio</em>, e di trarre una morale alla sua emblematica vicenda.</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=8845916367" target="_blank"><img class="alignleft" style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="../immagini/knuthamsunpan.bmp" border="0" alt="Knut Hamsun, Pan" width="95" height="150" /></a>Ci pare che nemmeno Anton Reininger, nella sua Introduzione alla edizione italiana del capolavoro di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a></span>, <a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=8845916367" target="_blank"><em>Pan</em></a> ( Milano, Mondadori, 1981, pp. 11-12), sia riuscito a sottrarsi alla logica del giudice, là dove ha scritto:</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Quasi novantenne scrive il suo ultimo libro, <a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=9788881120079" target="_blank"><em>Per i sentieri dove cresce l’erba</em></a>, la commovente testimonianza di una vecchiaia umiliata dalla storia. Ma anche adesso, parimenti ai suoi eroi, <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a></span> rifiuta di assumersi la propria responsabilità. Chi si sa al servizio della vita non può riconoscere le categorie politiche e storiche, sentite quali sovrastrutture di importanza secondaria.<br />
“Combattendo le proprie inclinazioni anarchiche e desiderando superare le proprie lacerazioni di intellettuale fluttuante fra le classi sociali, ma in ogni caso antiborghese, <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a></span> si era infine rifugiato nelle semplificazioni di una <em>Weltanschauung</em> che con gli anni si allontanava sempre di più dalla realtà sociale e ai suoi sviluppi effettivi, per sostituirle la fantasmagoria di un’utopia regressiva”.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma come si può dire, onestamente, che <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a></span> rifiutò la propria responsabilità? È vero piuttosto il contrario. Non cercò scusanti; non chiamò testimoni a discarico (anche se avrebbe potuto); non volle neanche nominare un avvocato difensore, tanto che gli venne assegnato un avvocato d&#8217;ufficio. Disse che non pensava di aver agito da traditore verso il proprio Paese e che, se si fosse trovato nuovamente nella stessa situazione, avrebbe agito nello stesso modo. Dunque si assunse la sua responsabilità, tutta intera. Oppure l&#8217;espressione &#8220;<span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a></span> rifiuta di assumersi la propria responsabilità&#8221; significa che egli rifiutò di riconoscere che aveva avuto torto, che si era completamente sbagliato? Forse sbagliò a rimanere in Norvegia sotto l&#8217;occupazione tedesca; forse sbagliò a non fuggire nella vicina Svezia neutrale o, addirittura, in Gran Bretagna, come avevano fatto il re e il governo (ma anche questo è dubbio; e noi Italiani ne sappiamo qualche cosa, di simili fughe delle teste coronate, mentre il Paese viene invaso e l&#8217;esercito abbandonato a se stesso). Forse sbagliò a credere in Quisling e in Hitler; a illudersi che la sua Patria, nel nuovo ordine europeo instaurato dal nazismo, avrebbe ottenuto di svolgere &#8220;un ruolo eminente&#8221;. A lui, che odiava la Gran Bretagna e che odiava lo spirito borghese, pareva che solo dalla Germania sarebbe venuta alla Norvegia una indipendenza vera, degna del suo grande passato; una indipendenza fiera, per gli eredi dei Vichinghi; non una semi-indipendenza, in un mondo materialista e venale, dominato dalle plutocrazie di Londra e Washington.</p>
<p style="text-align: justify;">Il fatto è che furono in molti a sbagliare, in quegli anni oscuri; anche fra coloro che, nel 1945, si vennero a trovare dalla parte &#8220;giusta&#8221;, ossia da quella dei vincitori. <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a></span> rivendicò, con orgoglio, di essersi appellato al tribunale della propria coscienza, e di ritenerlo superiore sia alla patria, sia alla corte che lo stava giudicando.</p>
<p style="text-align: justify;">Decine di Norvegesi, durante e dopo il processo, si recarono alla casa di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a></span> e gli gettarono in giardino le copie dei suoi libri, come supremo gesto di ripulsa. Non sappiamo se andarono a trovarlo anche i parenti delle persone arrestate dai Tedeschi al tempo dell&#8217;occupazione e che lo avevano scongiurato di adoperarsi per la salvezza dei loro cari; cosa che egli sempre aveva fatto.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma così va il mondo. Quando cade un regime sgradito, ciascuno vorrebbe lavarsi la coscienza proiettando ogni male, ogni responsabilità sull&#8217;altro, in modo da far maggiormente risaltare la propria limpidezza morale. È un gioco vecchio come il mondo: il <em>vae victis!</em>, «guai ai vinti!», degli antichi Romani. I vinti devono sopportare anche il peso del disprezzo che i vincitori nutrono inconsciamente per una parte di sé stessi: perché in una guerra non vi sono innocenti, e meno che mai in una guerra civile. Come scrisse <a title="Cesare Pavese" href="http://www.libriefilm.com/category/autori/cesare-pavese">Cesare Pavese</a>, il sangue del fratello ucciso pone sempre una domanda ineludibile, una muta domanda che attende un perché. Prova ne sia che, fino a pochissimi anni fa (e, in certi ambienti, ancora oggi), era assolutamente proibito definire gli eventi italiani del 1943-1945 come una guerra civile. No, si diceva, era stata una guerra di liberazione contro lo straniero occupante e contro pochi suoi prezzolati vassalli; una guerra in cui la stragrande maggioranza del popolo italiano aveva scelto nettamente da che parte stare: da quella della libertà e della giustizia. Ora, finalmente, si ammette &#8211; senza con questo rimuovere le nobili motivazioni di quanti combatterono realmente per ragioni ideali &#8211; che fu proprio una guerra civile, una guerra di Italiani contro altri Italiani, di fratelli contro fratelli. Ed è ancora oggi difficile parlare di alcune pagine oscure di essa &#8211; le stragi di fascisti o presunti fascisti dopo il 25 aprile del 1945; la tragedia degli infoibati della Venezia Giulia -, perché ancora oggi, a oltre sessant&#8217;anni di distanza, c&#8217;è qualcuno che vorrebbe seppellirle nell&#8217;oblio. E c&#8217;è ancora chi vorrebbe mettere tutti coloro che combatterono dalla parte che, poi, è stata perdente, in un unico fascio di riprovazione morale, come se fossero stati, tutti indistintamente, dei criminali e dei miserabili. E per convincersi che non è stato così, basta leggere le lettere di alcuni condannati a morte dai plotoni d&#8217;esecuzione partigiani, dopo la fine delle ostilità. Vi sono, ad esempio, alcune lettere di ausiliarie della Repubblica Sociale Italiana, ragazze giovanissime che furono uccise (contro le leggi di guerra) solo per la divisa che indossavano, che rivelano un alto sentire etico e un vivissimo amor di Patria. Alcune sono contenute nei libri di Gianpaolo Pansa che, a loro volta, sono stati accolti da un coro di insulti e di critiche, non tutte in buona fede, per il semplice fatto che alcuni vorrebbero che la memoria funzioni a senso unico: che preservi, cioè, solo il ricordo di alcune cose, ma non di altre.</p>
<p style="text-align: justify;">Allo stesso modo, solo da pochi anni a questa parte si comincia a parlare apertamente, e a fare delle serie ricerche storiche, intorno ai bombardamenti anglo-americani che sconvolsero le città italiane (per non parlare di quelle tedesche!) durante la seconda guerra mondiale. Prima, non si poteva. Gli Anglo-Americani erano i buoni, i liberatori: quelli che gettavano pane e sigarette dall&#8217;alto dei loro carri armati, mano a mano che avanzavano lungo le strade della Penisola. Sarebbe stata una bella ingratitudine, quella di permettersi di criticarli. Perciò si è taciuto, troppo a lungo, anche davanti all&#8217;evidenza: e cioè che quei bombardamenti furono diretti, intenzionalmente, non contro l&#8217;industria di guerra o contro il sistema dei trasporti, ma principalmente contro la popolazione civile, allo scopo di terrorizzarla e demoralizzarla il più possibile, per spingerla a chiedere la resa e risparmiare agli Alleati preziose vite umane. E allora tanto peggio per quelle città, piene zeppe di vecchi, donne e bambini; di profughi dalle zone invase o minacciate; di sfollati, senza più beni e mezzi di sostentamento. E chi parla più di Zara, rasa al suolo dall&#8217;aviazione anglo-americana fin dal 1943, per nessun&#8217;altra ragione strategica se non quella di prepararne la cessione alla Jugoslavia comunista del maresciallo Tito?</p>
<p style="text-align: justify;">Ma torniamo ad <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a></span>. Egli non era un politico, perciò sarebbe sbagliato collocare il suo dramma finale su di un piano squisitamente politico. È probabile che di politica ci capisse poco o niente. Era un poeta che amava la terra, la natura, l&#8217;anima delle cose; e, fra gli tutti i generi di coloro che siamo soliti riunire nella generica categoria degli intellettuali, il poeta è quello che meno di tutti può essere accusato d&#8217;incomprensione della politica. Sì, è vero: lo sguardo di un poeta &#8211; di qualsiasi vero poeta &#8211; è rivolto verso l&#8217;alto; e, per questo, può succedere che egli non sappia vedere bene le cose che gli stanno più vicino &#8211; non dal punto di vista pratico e immediato, quantomeno. È giusto incolparlo di ciò?</p>
<p style="text-align: justify;">Ma, si dirà, anche il poeta è un uomo; e, come uomo, anche il poeta deve rispondere delle sue scelte, dei suoi atti. Dei suoi atti, come si è visto, <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a></span> non ebbe motivo di vergognarsi; e non ci fu nessuno che poté incolparlo di qualcosa. Delle sue scelte, forse sbagliate, si assunse la piena ed intera responsabilità. Cercò di fare il bene del proprio Paese, in un&#8217;Europa ove i piccoli Stati dovevano fare buon viso al gioco spietato delle grandi potenze. Si ricordi quel che accadde alla Finlandia, che avrebbe chiesto solo di rimanersene in pace e in disparte, ma venne ugualmente attaccata ed invasa, nel 1939, dall&#8217;Unione Sovietica di Stalin. E che poi, per cercar di riprendersi le province perdute e per tutelare la propria indipendenza, si schierò con la <em>Wehrmacht</em> all&#8217;epoca dell&#8217;Operazione Barbarossa, nel 1941. Erano dunque dei nazisti, i Finlandesi? Niente affatto; erano semplicemente dei patrioti, costretti a lottare contro la prepotenza degli stati più forti.</p>
<p style="text-align: justify;">Nessuno, poi, ricorda l&#8217;invasione dell&#8217;Islanda da parte dei Britannici; anzi, si vorrebbe adoperare un termine diverso da quello di &#8220;invasione&#8221;: si trattava di prevenire uno sbarco dei Tedeschi che, a loro volta, avevano invaso la Danimarca nel 1940. I Britannici, si sa, sono i &#8220;buoni&#8221;; quando invadono un Paese, lo fanno sempre per il suo bene e non nel loro interesse. Basti pensare al simpatico termine di &#8220;Alleati&#8221; che essi e gli Americani si sono attribuiti, e con il quale gli storici di tutto il mondo continuano a indicarli, parlando della seconda guerra mondiale. Già, &#8220;Alleati&#8221;: ma alleati di chi, e perché? Alleati fra di loro? Ma allora perché non designare con il termine di &#8220;Alleati&#8221;, così amichevole e rassicurante, anche gli Italo-Tedeschi, che combatterono fianco a fianco, dall&#8217;Africa alla Russia, fra il 1940 e il 1943? Oppure gli Anglo-Americani sono denominati &#8220;Alleati&#8221; per il fatto che erano alleati del mondo libero, contro le forze del male rappresentate dal Tripartito? Se è così, bisognerebbe spiegare cosa ci faceva uno come Stalin al loro fianco, nel ruolo, appunto, di alleato numero uno; a meno che si voglia sostenere che Stalin era un campione del mondo libero.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo, e non altro, è il contesto in cui <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Knut Hamsun</a></span>, come i suoi connazionali, si trovò a dover fare delle scelte. Il mondo della politica così com&#8217;era (e com&#8217;è), e non come qualcuno vorrebbe che fosse stato (o che fosse), per dirla con Machiavelli. Egli, perciò, decise di scegliere quello che, allora, gli parve il male minore. Non il bene: il male minore. Nessuna guerra porta il bene, in nessuna guerra trionfa il bene; ogni guerra è il male, per definizione. C&#8217;è soltanto il presidente americano Bush che si ostina ad affermare, ancor oggi, che le guerre portano libertà, democrazia e progresso Ma è molto probabile che lui sia il primo a non crederci affatto. Gli esseri umani vivono nel mondo del possibile; e il raggio di ciò che è possibile è determinato dalla misura della loro imperfezione. È giusto che essi aspirino alla giustizia e alla felicità; ma al mondo ci saranno sempre i poveri, ci saranno sempre le ingiustizie: perché la natura umana è quella che è, ossia imperfetta. Anche per questo, i poeti sono preziosi e necessari. Perché, al di là e al di sopra delle miserie umane, sanno rivolgere lo sguardo sempre in alto.</p>
<p style="text-align: justify;">Perfino durante il suo lungo internamento, <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Knut Hamsun</a></span> continuava a guardare con amore la natura fuori dalla sua finestra; e si commuoveva alla semplice bellezza di un pioppo e di un abete nano, che crescevano nel giardino sottostante. Sì: hanno lo sguardo rivolto in alto, i poeti. Dobbiamo esser loro grati perché, con quello sguardo, essi colgono una scintilla di luce divina anche per noi, che restiamo immersi nelle dense tenebre del contingente e del relativo; e ci spalancano davanti, come un dono ineffabile, uno squarcio fuggevole dell&#8217;assoluto e dell&#8217;eterno.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/io-traditore-il-testamento-spirituale-di-knut-hamsu.html' addthis:title='«Io, traditore»: il testamento spirituale di Knut Hamsun ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Patriota o traditore? Il processo a Knut Hamsun</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Apr 2009 15:55:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Lamendola</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/patriota-o-traditore-il-processo-a-knut-hamsun.html' addthis:title='Patriota o traditore? Il processo a Knut Hamsun '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/hamsun48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Knut Hamsun" /><br/><p><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun"><img class="size-medium wp-image-1993 alignleft" style="margin: 10px;" title="hamsun" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/hamsun-238x300.jpg" alt="Knut Hamsun" width="238" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: justify;"><span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Knut Hamsun</a></span> era, nel 1940, una specie di monumento nazionale della sua patria, la Norvegia. Era il suo scrittore vivente più illustre, conosciuto in tutto il mondo; dopo il drammaturgo Ibsen e dopo il pittore Munch, nessun altro artista norvegese aveva raggiunto la sua fama, la sua popolarità. Per di più era &#8211; o passava per essere &#8211; un ardente nazionalista; di conseguenza si era compiaciuto di posare a poeta-vate, ad araldo dei valori patriottici: un po&#8217; come <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/gabriele-dannunzio" target="_blank">d&#8217;Annunzio</a></span> in Italia, al quale lo lega la comune appartenenza al clima letterario del Decadentismo.</p>
<p style="text-align: justify;"><span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a></span> (il cui vero nome era Knud Pedersen) era nato a Lom, presso  Gudbransdal, il 4 agosto del 1859; all&#8217;inizio della seconda guerra mondiale aveva, quindi, la bella età di ottant&#8217;anni compiuti. Era diventato quasi sordo e con la moglie Marie Andersen, una ex attrice che per lui aveva detto addio alla carriera, e che gli aveva dato tre figli, esisteva un clima da “danza macabra”, un po’ come in <em>Scene da un matrimonio</em> di Bergman: odio-amore, ma più odio che amore. Semplicemente, erano troppo vecchi per pensare a dividersi (anche se lei era assai più giovane di lui) e, ormai, la frustrazione e il rancore repressi li tenevano insieme al posto dell&#8217;amore, che se n&#8217;era quasi tutto andato fin dai primi anni di vita in comune. Marie, inoltre, era una simpatizzante nazista sfegatata: nel loro paese era stata l&#8217;unica elettrice (in Norvegia esisteva già il suffragio universale, maschile e femminile) a votare per il <em>Nasjonal Samling</em>, il partito filo-nazista di Vidkun Quisling, che vedeva in Hitler una sorta di Wotan della riscossa germanica.</p>
<p style="text-align: justify;">Figlio di contadini (dai quali ereditò un profondo, viscerale amore per la terra), <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a></span> aveva esercitato i mestieri più disparati ed era emigrato per due volte negli Stati Uniti d&#8217;America  &#8211; nel 1882-84 e nel 1886-88 -, come tanti europei alla fine dell&#8217;Ottocento: in cerca, se non di fortuna, almeno di pane. Ma entrambe le volte, dopo averli girati in lungo e in largo, ne era rimasto totalmente deluso: la società americana gli era sembrata la negazione di tutto ciò in cui credeva, la negazione di ogni valore spirituale, il trionfo delle due cose peggiori che &#8211; secondo lui &#8211; avesse prodotto la modernità: l&#8217;urbanesimo selvaggio e la democrazia come paravento della plutocrazia capitalista. C&#8217;era un solo paese al mondo che <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a></span> detestasse più ancora degli Stati Uniti, ed era l&#8217;Inghilterra: quest&#8217;isola di scaltri mercanti e di finanzieri senza scrupoli che avevano mobilitato mezzo mondo contro la Germania per spezzarne la rapida ascesa economica e politica, per tenere l&#8217;Europa debole e prona all&#8217;invadenza della sterlina. Allo scoppio della prima guerra mondiale, infatti, <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a></span> non fece alcun mistero della sua aperta simpatia per la causa della Germania.</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=8845916987" target="_blank"><img class="alignright" style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="../immagini/knuthamsunfame.bmp" border="0" alt="Knut Hamsun, Fame" width="95" height="146" /></a>Dopo vari tentativi infruttuosi di farsi strada nel mondo delle lettere, <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a></span> aveva raggiunto  prepotentemente il successo con il romanzo autobiografico <a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=8845916987" target="_blank"><em>Fame</em></a>, nel 1890, in cui &#8211; contro l&#8217;ottimismo positivista e il realismo naturalista &#8211; aveva rivelato la sua vena decadentistica di scrittore attratto dalla vita dell&#8217;inconscio, dal sogno, dal mistero. Nel 1895 aveva consolidato il successo con quello che da molti è considerato il suo romanzo migliore, certo uno dei più suggestivi e poetici: <a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=8845916367" target="_blank"><em>Pan</em></a>, in cui esalta la mistica unione dell&#8217;uomo con la natura e l&#8217;incanto quasi paganeggiante di un ritorno alla vita dei boschi, dei monti, del mare, del libero cielo: un po&#8217; il corrispettivo nordico (continuando il paragone con <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/gabriele-dannunzio" target="_blank">d&#8217;Annunzio</a></span>) de <em>La pioggia nel pineto</em> e, in genere, del fresco e primigenio panismo di <em>Alcyone</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Altri libri avevano ulteriormente diffuso il suo nome, in patria e fuori: il romanzo <em>Misteri</em>, del 1892, in cui si adombra il super-uomo nietzschiano; la raccolta di poesie <em>Il coro selvaggio</em>, del 1904, i cui temi dominanti sono la natura e l&#8217;eros; e soprattutto il romanzo <em>Il risveglio della terra</em>, elegia al mondo contadino che va scomparendo, del 1917. Con quest’opera, <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a></span> supera la fase del ribellismo anarchico, dell’esaltazione dell’eroe vagabondo e sembra trovare un punto di equilibrio nell’epos del contadino colonizzatore, legato alla terra da un rapporto di amore viscerale in cui – con il senno di poi &#8211; alcuni critici hanno voluto vedere le premesse ideologiche di quella mitologia <em>völkisch </em>del “sangue e della terra” che ha costituito una delle componenti dell’utopia regressiva del nazionalsocialismo. Ma la realtà è che nel “panismo” di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a></span> si esalta bensì la terra, ma non la nazione e tanto meno il sangue; dunque, tutta la sua fama di “scrittore nazionalista” è in gran parte frutto di un equivoco. Troppo forte restava in lui la componente anarcoide e antiborghese, perché lo si possa classificare puramente e semplicemente come uno scrittore reazionario; e, se è vero che altri intellettuale di matrice anarchica hanno del pari aderito al fascismo – pensiamo, nel caso dell’Italia, a figure come Lorenzo Viani e Berto Ricci -, è altrettanto vero che ogni caso andrebbe valutato a sé, e il caso di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a></span> è paradigmatico quanto al contesto culturale nel senso più ampio, ma va anche considerato nella sua specifica particolarità.</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=8845916367" target="_blank"><img class="alignleft" style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="../immagini/knuthamsunpan.bmp" border="0" alt="Knut Hamsun, Pan" width="95" height="150" /></a>Ad ogni modo, quando egli pubblica <em>Il risveglio della terra</em> siamo ancora in piena prima guerra mondiale; e la giuria che deve assegnare il Premio Nobel, imbarazzata dalla divisione dell&#8217;Europa e del mondo in due blocchi contrapposti in una lotta all&#8217;ultimo sangue, anche di tipo ideologico, cerca i suoi candidati soprattutto fra i letterati scandinavi, per non compromettersi con nessuno dei due blocchi belligeranti (sia la Danimarca che la Norvegia e la Svezia rimangono neutrali per tutta la durata del conflitto). Così, nel 1920, la scelta cade proprio su <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Knut Hamsun</a></span>, che viene investito dell&#8217;altissima onorificenza. Ha ormai più di sessant’anni e quindi, anche per lui, vale la regola secondo la quale il Nobel, in teoria destinato a incoraggiare, anche finanziariamente, dei giovani autori non ancora del tutto affermati, è divenuto in realtà fin dall’inizio una sorta di riconoscimento tardivo agli scrittori ormai molto avanti nella loro carriera letteraria, se non addirittura avviati sul viale del tramonto.</p>
<p style="text-align: justify;">Negli anni fra le due guerre egli scrive ancora, ma sempre di meno. L&#8217;ultima opera significativa è la trilogia formata dai romanzi <em>Vagabondi</em> del 1927, <em>Augusto</em> del 1930 e <em>Ma la vita continua</em> del 1933. Divenuto una sorta di monumento vivente, l&#8217;anziano scrittore è ormai la controfigura di se stesso: impersona la gloria letteraria della sua giovane patria e si gode l&#8217;ammirazione e il rispetto dei suoi concittadini, dei quali si considera un po&#8217; la guida spirituale.</p>
<p style="text-align: justify;">Ed ecco che scoppia la seconda guerra mondiale e, nell&#8217;aprile del 1940, l&#8217;esercito e la marina germanici invadono la Norvegia neutrale (insieme alla Danimarca), sia per assicurarsi delle basi navali che le permettano di contrastare l&#8217;inevitabile blocco marittimo inglese, sia per garantirsi i rifornimenti di minerali ferrosi che affluiscono, per ferrovia, dalla vicina Svezia, e dei quali l&#8217;industria tedesca ha un disperato bisogno per cercar di vincere la guerra. L&#8217;esercito norvegese, supportato da un effimero sbarco di truppe anglo-francesi, tenta di resistere; battuto, deve deporre le armi, mentre il sovrano e il governo riparano a Londra. La maggioranza del popolo norvegese subisce l&#8217;occupazione come un dramma nazionale e molti giovani fanno la scelta di passare alla lotta di resistenza. Quisling, invece, costituisce un governo collaborazionista che fornisce ogni aiuto possibile ai Tedeschi, come e più di quello di Pétain nella Francia di Vichy.</p>
<p style="text-align: justify;">È allora che <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Knut Hamsun</a></span> fa la scelta più grave della sua vita: quella di affiancare il governo di Quisling e, quindi, anche gli occupanti tedeschi. Una scelta drammatica, cui lo spingono sia il suo viscerale odio anti-inglese, sia la sua entusiastica ammirazione per la Germania, dalla quale spera che il suo Paese riceva, a guerra finita, un posto d&#8217;onore fra le nazioni &#8220;teutoniche&#8221;. Ha perfino un colloquio privato con Hitler di più di un&#8217;ora, cosa che lo compromette definitivamente agli occhi dei suoi compatrioti. Dei suoi figli, il più grande compie una scelta ancor più radicale e si arruola nelle SS tedesche. Eppure, per tutta la durata della guerra, le famiglie dei giovani partigiani catturati dai nazisti verranno a bussare alla sua porta, per chiedere il suo intervento affinché i loro cari vengano liberati o, almeno, perché sia loro risparmiata la temutissima deportazione in Germania. E lui, vecchio e sordo, già investito da una marea di accuse scandalizzate, d&#8217;insulti e maledizioni, fa quello che può, si adopera meglio che gli riesce per quei disgraziati.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;occupazione tedesca della Norvegia è lunghissima (ne ha dato una versione, a suo modo, lo scrittore americano John Steinbeck nel romanzo <em>La luna è tramontata</em>: non una delle sue cose migliori) e si conclude solo al termine del conflitto, nel maggio del 1945: è l&#8217;ultimo angolo d&#8217;Europa che vede ammainare la svastica, dopo ben cinque anni dal primo sbarco ad Oslo e nei fiordi di Trondheim e Narvik.</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=9788881120079" target="_blank"><img class="alignleft size-medium wp-image-2037" style="margin: 10px;" title="per-i-sentieri-dove-cresce-lerba" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/per-i-sentieri-dove-cresce-lerba.jpg" alt="" width="95" height="160" /></a>E arriva, puntuale, inevitabile, il momento della resa dei conti. Quisling è processato e fucilato per alto tradimento, e anche <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a></span> viene arrestato e processato. Vecchio di ottantasei anni, quasi completamente sordo (e il suo orecchio aperto sul mondo è proprio quello della moglie Marie, la fervida nazista), egli deve rispondere, alla sbarra, dell&#8217;imputazione più grave per un cittadino-patriota: collaborazione col nemico invasore. L&#8217;ammirazione dei suoi connazionali è svanita, al suo posto è subentrato un disprezzo implacabile, un ostracismo totale: moralmente, egli è già stato condannato ancor prima che gli avvocati, della difesa e dell&#8217;accusa, aprano bocca. Il pubblico ministero gli fa capire chiaramente che egli potrà ridurre i danni al minimo se accetterà, dopo una perizia psichiatrica, la formula dell&#8217;incapacità di intendere e di volere: una soluzione &#8220;pulita&#8221; e abbastanza elegante, anche se terribilmente ipocrita; quella, per intenderci, che viene collaudato con l&#8217;altro insigne poeta compromesso col fascismo, l&#8217;americano Ezra Pound. Ma <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a></span> rifiuta con sdegno: orgoglioso com&#8217;è, e come è sempre stato, respinge un simile, umiliante ripiego. Se dovrà essere condannato, almeno avrà affrontato il suo destino a viso aperto: egli non è pentito, non intende chiedere scusa o perdono; non vede di che cosa debba vergognarsi. Ai suoi giudici domanda, imperterrito: “Volete fucilare il vostro vecchio poeta?”.   Ed è questo atteggiamento, fiero e intransigente &#8211; che in altri tempi era molto piaciuto ai suoi tanti ammiratori, e specialmente ai giovani &#8211; che ora gioca contro di lui. Sbagliare è umano, pensano i bravi Norvegesi nel 1945, ma perseverare è diabolico. Visto che non si pente, non merita alcuna indulgenza, alcuna attenuante: anzi, proprio perché era un prestigioso intellettuale, proprio perché era il poeta-vate del suo popolo, la sua colpa è tanto più grave. È una colpa imperdonabile: c&#8217;è voglia di durezza, dopo gli anni cupi dell&#8217;occupazione.</p>
<p style="text-align: justify;">A rendere ancora più grave la posizione dello scrittore c&#8217;è il fatto che egli non ha mai dubitato di Hitler; fino all&#8217;ultimo ha visto in lui il generoso artefice di un&#8217;Europa profondamente rinnovata nel segno del germanesimo. Ancora il 7 maggio 1945, dopo la caduta di Berlino in mano ai Sovietici e il doppio suicidio di Hitler e di Eva Braun, egli aveva scritto per il defunto dittatore un commosso necrologio (cfr. l&#8217;introduzione a K. <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a></span>, <a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=8845916367" target="_blank"><em>Pan</em></a>, Milano, Mondadori, 1981, p. 16), in cui  lo definiva:</p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8220;campione di giustizia… figura di riformatore fra le più grandi, il cui destino storico è stato quello di battersi in un&#8217;età di inaudite barbarie, che ha finito per travolgerlo&#8221;.</em></p>
<p style="text-align: justify;">A ben guardare e col distacco che è possibile solo oggi, a oltre sessant&#8217;anni di distanza &#8211; e che non è un vantaggio da poco &#8211; il processo a <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Knut Hamsun</a></span> è stato il processo emblematico a tutta una cultura, a tutto un mondo, a tutta un&#8217;Europa. Abbiamo accennato al caso di Ezra Pound, che dalla radio italiana auspicava la vittoria di Mussolini e di Hitler e la sconfitta della sua madrepatria. Ma si potrebbero fare parecchi altri nomi illustri: da Giuseppe Ungaretti a Giovanni Gentile, da <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/louis-ferdinand-celine" target="_blank">Céline</a></span> a Drieu la Rochelle, da <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Heidegger</a></span> a Carl Schmitt, da <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/mircea-eliade/">Mircea Eliade</a></span> a Petr Nikolaevic Krasnov. La verità è che furono molti gli intellettuali che si schierarono dalla parte dell&#8217;Asse, e che non furono pochi gli Europei che considerarono preferibile la vittoria di Berlino, Roma e Tokyo a quella di Londra, Mosca e Washington. Oggi questa verità non piace, e nel 1945 piaceva ancora meno. Perciò non si parlava dei milioni di Russi, di Croati, di Slovacchi, di Ungheresi, di Romeni, di Finlandesi che si erano battuti, fin quasi all&#8217;ultimo, per la vittoria di Hitler e Mussolini; e non si parlò affatto delle tremende rappresaglie che Stalin, Tito ed altri governi dell&#8217;Europa post-bellica si presero su quei &#8220;traditori&#8221;. Erano diventati traditori perché l&#8217;Asse aveva perduto la guerra, ma sarebbero stati ricordati come eroi se l&#8217;avesse vinta.</p>
<p style="text-align: justify;">E non si trattava solamente di fervidi nazisti. Croati e Slovacchi, ad esempio, lottavano puramente e semplicemente per l&#8217;indipendenza della loro patria; e così i Finlandesi. I Russi &#8220;bianchi&#8221; avevano combattuto per poter tornare  nella loro patria, lasciata con infinita tristezza dopo l&#8217;avvento del potere bolscevico. Gli Italiani che avevano seguito Mussolini nella tragica avventura di Salò, poi, in molti casi avevano creduto di rappresentare l&#8217;onore della patria, compromesso dall&#8217;armistizio di Badoglio e dal cambiamento di fronte, nel settembre del 1943. Ed è certo che molti fascisti del periodo repubblichino non furono né i peggiori del regime, né degli opportunisti. I Cianetti, i Pavolini, i Bombacci sapevano che la loro era una battaglia perduta. Molti erano personaggi di secondo piano o ex pezzi grossi che il regime aveva relegato nell&#8217;ombra, dopo essersi trasformato in una dittatura conservatrice di vecchio stampo. Ma alcuni ex fascisti di sinistra, alcuni nostalgici di Piazza San Sepolcro, del fascismo rivoluzionario delle origini, c&#8217;erano ancora, e furono quelli che scelsero di andare a morire con il Duce. Si erano illusi fino all&#8217;ultimo di poter far rivivere il fascismo della prima ora, anticapitalista e antiborghese, e avevano cercato di spingere Mussolini ad affrettare le nazionalizzazioni della grande industria. Gli altri, i fascisti in doppio petto, i cinici parassiti del ventennio, erano spariti come nebbia al sole dopo il 25 luglio del 1943. In gran parte si salvarono, ma senza onore; e più di qualcuno riuscì a riciclarsi nell&#8217;Italia repubblicana e democratica del dopoguerra, senza alcuno scrupolo di coscienza. È altrettanto vero che nella Repubblica di Salò non mancarono le figure dei violenti, dei sadici, dei criminali: quando mai un regime arrivato al crepuscolo ha potuto esprimere le sue qualità migliori? Ad ogni modo, noi oggi siamo in grado di apprezzare delle sfumature, di operare delle distinzioni, che nell&#8217;immediato dopoguerra passarono del tutto inosservate: si voleva fare giustizia sommaria, purificare nel sangue il ricordo terribile degli anni della guerra.</p>
<p style="text-align: justify;">Né va dimenticato che molti, in Europa, anche fra gli intellettuali, avevano espresso giudizi lusinghieri su Mussolini e anche su Hitler, quando ancora le loro stelle brillavano alte e la tragedia del secondo conflitto mondiale non ne aveva offuscato la fama. Nella maggior parte dei casi, essi cercarono poi di far dimenticare tali apprezzamenti (compreso quel Winston Churchill che, a suo tempo, aveva parlato in termini così calorosi ed elogiativi del fascismo e del suo Duce). Era in atto una grande rimozione della memoria storica; e le folle che avevano applaudito il Duce affacciato al balcone di Palazzo Venezia, il 10 giugno 1940 (e che ancora lo avevano applaudito al Teatro Lirico di Milano, solo pochi mesi prima della fine della guerra), ora non ricordavano più, non volevano ricordare. Preferivano saziare lo sguardo con altri spettacoli, come quello di Piazzale Loreto, con i corpi di Mussolini, della Petacci e dei gerarchi appesi a testa in giù al palo di un distributore di benzina.</p>
<p style="text-align: justify;">Altri intellettuali europei, più onesti con se stessi, non ritrattarono e confermarono quei giudizi anche in anni successivi, quando la cosa era assai più malagevole. Per citarne uno solo fra tutti, possiamo ricordare il caso dello scrittore spagnolo Manuel Iribarren, che nel suo libro <em>Los grandes hombres ante la muerte</em> (traduzione italiana <em>I grandi davanti alla morte</em>, Alba, Edizioni Paoline, 1957, p. 430-432) scrive:</p>
<p style="text-align: justify;">“Nella morte di Hitler, concorrono circostanze terribili, che la convertono in una paurosa tragedia moderna, di fronte alla quale impallidisce il fantasma di Macbeth. Hitler, volontariamente chiuso nei sotterranei della Cancelleria, ultimo baluardo della resistenza tedesca, non può sfuggire al suo crudele destino. L’esercito russo sta chiudendo Berlino in una morsa inesorabile; e le sue bombe, messaggere di distruzione e di morte, piovono da ogni lato. Due idee lo sostengono fino al’ultimo istante: l’idea che «ogni sconfitta può essere madre d’una futura vittoria», e quella di morire in difesa della civiltà occidentale.(…)</p>
<p style="text-align: justify;">“Hitler manifestò il proposito d’uccidersi, e giunse in effetti a uccidersi, non per paura della morte, ma per rispetto a quello che rappresentava la sua persona. Egli era il capo d’un popolo grande ed eroico, e doveva impedire che i nemici della Germania profanassero la sua dignità. Questo nobile atteggiamento richiama alla memoria quello del re Saul che, morti i figli e a punto di cadere egli stesso nelle mani dei suoi nemici, dice allo scudiero: «Sfodera la spada e uccidimi, affinché non vengano questi incirconcisi a uccidermi e a schernirmi».</p>
<p style="text-align: justify;">Ma nel 1945 nessuno aveva voglia di fare troppe distinzioni, di andar tanto per il sottile. La vittoria era andata alla parte giusta, i malvagi avevano perduto e ora dovevano render conto dei loro atti. Il genocidio degli Ebrei e degli Zingari, le atrocità delle SS, le rovine in cui era piombata l&#8217;Europa chiedevano vendetta; ed era giusto. Ma nessuno parlava dei massacri di Katyn, dei 10 milioni di Russi periti nella collettivizzazione delle campagne voluta da Stalin; nessuno parlava della pianificazione della distruzione delle città tedesche voluta da Churchill; nessuno delle atomiche sganciate su due indifese città giapponesi piene di vecchi, donne e bambini. Nessuno parlava delle decine di migliaia di ustascia e di cetnici che le forze di Tito fucilavano e facevano sparire; nessuno parlava delle foibe, nemmeno in Italia. Si voleva che i buoni fossero tutti da una parte, e i cattivi tutti dall&#8217;altra. Solo a prezzo di una tale semplificazione si pensava di poter girare pagina, dimenticare l&#8217;orrore di quei sei anni di guerra, tentar di ricostruire un&#8217;Europa migliore, un mondo nuovo.</p>
<p style="text-align: justify;">Le ferite erano troppo fresche, Marzabotto, Lidice, Oradour erano tropo recenti. Auschwitz, Buchenwald e Dachau erano ancora rossi di sangue innocente. Qualcuno doveva pagare: anche un poeta sordo e quasi novantenne che i suoi connazionali avevano tanto amato, del quale erano stati tanto orgogliosi e al quale si erano poi rivolti, per cinque anni, per chiedergli di intercedere a favore dei loro congiunti caduti nelle mani della <em>Wehrmacht </em>o, peggio, della <em>Gestapo</em>. Il sentimento patriottico (un patriottismo giovane, perché la Norvegia era divenuta uno Stato indipendente solo nel 1905, con re Haakon VII), offeso ed esacerbato dalla lunga umiliazione, schiumava e chiedeva vendetta. I Norvegesi avevano salutato il ritorno dall&#8217;esilio del loro re e del loro governo, che avevano visti partire in fretta e furia nel 1940, a bordo delle navi britanniche, sotto l&#8217;incalzare dei Tedeschi. Adesso la maggior parte di loro pensava che <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a></span> aveva avuto il torto, semplicemente, di vivere troppo a lungo. Se fosse morto qualche anno prima, sarebbe sceso nella tomba onorato e rimpianto. Ora doveva prepararsi a farlo vilipeso e maledetto.</p>
<p style="text-align: justify;">Arrestato sotto l’accusa di collaborazionismo dopo la partenza dei Tedeschi, era stato dapprima confinato in un ospedale a Grimstadt, poi in un ospizio per anziani a Landvik, infine in una cinica, per essere sottoposto a perizia psichiatrica. Il processo ebbe inizio solamente nel dicembre del 1947, a due anni e mezzo dalla fine della guerra; ma gli animi non si erano affatto rasserenati, era ancora troppo presto; e quel vecchio imbarazzante non si decideva a morire.</p>
<p style="text-align: justify;">Rifiutando l’avvocato, volle difendersi da sé. Sostenne di aver collaborato con i Tedeschi per evitare alla sua patria il destino del vinto, il destino della Polonia; e anche perché sperava di vederle assegnato un posto d’onore, a guerra finita, accanto al vincitore. Ricordò di aver fatto quanto poteva per aiutare tutti coloro che, durante gli anni dell’occupazione, avevano cercato e chiesto il suo aiuto. Ma non rinnegò la sua buona fede e, cosa più grave di tutte – agli occhi dei giudici – non mutò giudizio sulla Germania, non sputò sullo sconfitto. Fu condannato a una forte ammenda e lasciato libero. Aveva ormai ottantotto anni.</p>
<p style="text-align: justify;">Ritornato a Nöhrlom nel 1948, ebbe ancora la lucidità di scrivere un ultimo libro importante, <a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=9788881120079" target="_blank"><em>Per i sentieri dove cresce l&#8217;erba</em></a>, sorta di diario degli anni dell’internamento, prima di spegnersi il 19 febbraio del 1952. Aveva novantadue anni e mezzo e non aveva fatto alcuna autocritica, fino all’ultimo.</p>
<p style="text-align: justify;">Storici e studiosi di letteratura si sono interessati al suo caso, al suo collaborazionismo, al suo processo; e, in genere, hanno cercato di individuare le premesse necessarie di quanto poi accadde già nella sua poetica e nella sua concezione del mondo degli anni dei suoi primi capolavori, nell’ultimo decennio dell’Ottocento. Secondo tale modo di vedere, quella di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a></span> sarebbe stata la cronaca di una catastrofe annunciata perché, mezzo secolo prima dell’invasione della Norvegia da parte dell’esercito tedesco, la sua avversione per l’urbanesimo, per il liberalismo, per la democrazia e la sua esaltazione panica e superomistica della vita degli istinti non avrebbe potuto avere esiti diversi da quelli che poi ebbe, fra il 1940 e il 1945. Anton Reininger, ad esempio (nell’introduzione a <a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=8845916367" target="_blank"><em>Pan</em></a>, ed. cit., pp. 11-12), sostiene con la massima linearità una simile impostazione della “questione <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a></span>”.</p>
<p style="text-align: justify;">“Quando nel 1940 le truppe tedesche occupano la Norvegia, ha inizio il periodo più tragico nella vita dello scrittore. Egli si mette a disposizione del governo collaborazionista e deve perciò affrontare alla fine della guerra un processo per tradimento. Quasi novantenne scrive il suo ultimo libro, <a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=9788881120079" target="_blank"><em>Per i sentieri dove cresce l’erba</em></a>, la commovente testimonianza di una vecchiaia umiliata dalla storia. Ma anche adesso, parimenti ai suoi eroi, <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a></span> rifiuta di assumersi la propria responsabilità. Chi si sa al servizio della vita non può riconoscete le categorie politiche e storiche, sentite quali sovrastrutture di importanza secondaria.</p>
<p style="text-align: justify;">“Combattendo le proprie inclinazioni anarchiche e desiderando superare le proprie lacerazioni di intellettuale fluttuante fra le classi sociali, ma in ogni caso antiborghese, <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a></span> si era infine rifugiato nelle semplificazioni di una <em>Weltanschauung </em>che con gli anni si allontanava sempre di più dalla realtà sociale e ai suoi sviluppi effettivi, per sostituirle la fantasmagoria di un’utopia regressiva”.</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=9788870910582" target="_blank"><img class="size-medium wp-image-2036 alignright" style="margin: 10px;" title="processo-a-hamsun" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/processo-a-hamsun-143x300.jpg" alt="" width="143" height="300" /></a>Sulla stessa lunghezza d’onda si colloca il bilancio che dell’intera vicenda fa lo scrittore svedese Per Olov Enquist (nato nel 1934), nel suo libro <em>Processo a <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a></span></em> (traduzione italiano Milano, <a title="Iperborea" href="http://www.libriefilm.com/category/editori/iperborea">Iperborea</a>, 1996, pp. 34-36):</p>
<p style="text-align: justify;">“Infine rimane la domanda più importante: perché?</p>
<p style="text-align: justify;">“Non per emettere sentenze, che non è più necessario, né per giustificare, che è ancor meno necessario. Ma per noi stessi, come riflessione.</p>
<p style="text-align: justify;">“<span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a></span> era un intellettuale, un grande scrittore, uno dei migliori premi Nobel che ci sia dato leggere;  perché possiamo ancora leggerlo, e i suoi romanzi sopravvivranno a quelli della maggior parte dei premi Nobel. Solo che volle giocare anche un ruolo politico.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;I posteri hanno definito quel ruolo &#8216;traditore della patria&#8217;. Una delle questioni che sorgono, allora, è quella del vero rapporto di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a></span> con la sua patria. Forse ne amava la terra. Ma il concetto di &#8216;norvegese&#8217; è complesso, nel caso di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a></span>. Lo definivano sempre un grande nazionalista e patriota, ma era davvero nazionalista, o piuttosto il contrario? Gli piaceva davvero la nazione che si chiamava Norvegia?</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Che ne amasse la terra è palese. Ma la nazione? L&#8217;innamoramento per il sogno hitleriano di un&#8217;Europa a egemonia tedesca non lo colse così di sorpresa.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;No, un semplice nazionalista non lo era proprio. Amava la terra, ma non per questo la nazione; ma si può davvero fare una distinzione del genere? Nel caso di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a></span>, credo di sì. <em>Il risveglio della terra</em> è un sogno di vita naturale, ma non certo un inno alla nazione norvegese. Molto di ciò che contribuì a creare l&#8217;immagine di un <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a></span> nazionalista (per esempio l&#8217;aver riacquistato la Casa editrice Gyldendal alla Norvegia) aveva altri significati. Gli scrittori e gli intellettuali serbi che hanno creato il nazionalismo della Grande Serbia gettando le basi della tragedia alla quale stiamo assistendo, sono piuttosto agli antipodi di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a></span>.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Nazionalismo è il vocabolo impreciso e inutilizzabile dell&#8217;enigma <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a></span>. Ma questa ambiguità è uno dei fili conduttori per capire le ragioni del suo comportamento.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Il grande problema non è tuttavia personale, né riguarda solo <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a></span>. Il problema non è che egli scelse di giocare un ruolo politico, ma che trasferì la propria autorità da un campo in cui, attraverso l&#8217;impegno, l&#8217;assiduità, l&#8217;ostinazione, il talento e la vivacità intellettuale, era arrivato fin dove era possibile arrivare &#8211; cioè il campo della scrittura &#8211; a un campo, quella della politica, nel quale non fu in grado di penetrare i problemi. Le virtù sulle quali aveva costruito la propria autorità erano in qualche modo troppo nobili per la politica. Oppure non ne ebbe l&#8217;energia. O credette di essere troppo vecchio. O era troppo sordo, troppo stanco, o troppo arrogante, o troppo orgoglioso.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;L&#8217;orgoglio! Scelse di guardare lontano, e di non abbassare gli occhi sulla realtà.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Il grande sogno europeo di Hitler gli pareva un&#8217;idea brillante, alla peggio una costruzione puramente teorica, ma ad ogni modo un&#8217;utopia affascinante. Come fosse la realtà, e come sarebbe stata, e la totale mancanza di strumenti democratici all&#8217;interno del nazionalsocialismo, e tutto il resto, dal terrore all&#8217;oppressione al razzismo alle camere a gas, lui non lo vide, perché aveva lo sguardo puntato troppo in alto.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Questa sindrome di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a></span> è senza tempo. L&#8217;altra manifestazione di questa sindrome è la torre d&#8217;avorio della scrittura: disinteresse per l&#8217;esterno, presunzione e un&#8217;indolenza la cui alternativa è l&#8217;isolamento. L&#8217;altra faccia dell&#8217;orgoglio.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Anche questo fa parte della sindrome di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a></span>, ed è una malattia piuttosto diffusa nel nostro tempo. Ma in fondo non è che un altro lato dello stesso problema.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Essere capaci di vedere lontano, e al tempo stesso guardare vicino, ecco l&#8217;alternativa. Non è facile. Ma chi ha mai detto che dovrebbe esserlo. E questa difficoltà è alla fine l&#8217;unica cosa che ci rimane.&#8221;</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun"><img class="alignleft size-medium wp-image-1251" style="margin: 10px;" title="Knut Hamsun" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/hamsun70-600-300x214.jpg" alt="" width="300" height="214" /></a>Questo è un perfetto esempio di quella che si potrebbe definire una prosa &#8220;politicamente corretta&#8221;. Enquist esordisce affermando di non voler rubare il mestiere al giudice e finisce per indossare i panni dello psichiatra. Si gloria perfino di aver isolato il bacillo di una nuova malattia, sinora sconosciuta alla Scienza: la &#8220;sindrome di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a></span>&#8220;; una malattia dalla portata universale e, secondo lui, particolarmente virulenta ai nostri giorni. In effetti, l&#8217;operazione culturale portata avanti dallo scrittore svedese è analoga a quella condotta dai giudici americani di Ezra Pound: l&#8217;imputato è solo parzialmente colpevole, perché affetto da una serie di evidenti turbe psichiche. E ne fa anche l&#8217;elenco: presbiopia, disinteresse per il mondo esterno, presunzione, indolenza, solitudine, orgoglio. Peccato che tutti questi sintomi ricordino assai più l&#8217;armamentario del moralista di professione che quello del medico.</p>
<p style="text-align: justify;">No, non ci siamo.</p>
<p style="text-align: justify;">Si dice di non voler giudicare, e poi si presenta all&#8217;imputato il conto, salatissimo, delle sue negligenze: avrebbe ben dovuto sapere delle camere a gas e tutto il resto. Ma non si chiese ai Russi se sapevano di Katyn, né agli Inglesi se sapevano dell&#8217;inferno di Dresda, quando centinaia di migliaia di profughi dell&#8217;Est, in gran parte donne e bambini, furono arsi vivi alle bombe incendiarie di Churchill. Bambini che cercavano di dimenticare la guerra almeno per qualche ora, festeggiando il Carnevale del 1945 in una città dove si erano rifugiati per sfuggire all&#8217;Armata Rossa; una città che non presentava alcun obiettivo strategico, né industriale, né militare. <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a></span>, inoltre, non era tedesco; non aveva vissuto in Germania durante la guerra; e molte cose poteva non saperle davvero, come non le sapevano milioni di Europei.</p>
<p style="text-align: justify;">Né ci convince la tesi di Anton Reininger, secondo il quale la vera colpa di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a></span> fu non tanto quella di aver sbagliato, schierandosi con una parte politica malvagia, quanto quella di non aver voluto assumersi la propria responsabilità davanti alla storia.</p>
<p style="text-align: justify;">Che cosa significa assumersi la propria responsabilità? <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a></span> se la assunse in pieno, la rivendicò con imbarazzante fierezza: per questo fu processato, condannato e moralmente &#8220;cancellato&#8221; dai suoi compatrioti. Andò incontro a una vera e propria <em>damnatio memoriae</em>, unico fra tutti gli intellettuali del Novecento. Non cercò di riciclarsi e di passare dalla parte del vincitore, come fece Curzio Malaparte e come fecero tanti, tanti altri in ogni parte del mondo.</p>
<p style="text-align: justify;">O forse &#8220;assumersi la propria responsabilità&#8221; vuol dire fare piena e incondizionata abiura delle proprie idee? È questo il prezzo che si chiede a un intellettuale, nella condizione in cui venne trovarsi <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a></span> nel 1945, per essere &#8220;perdonato&#8221; e riammesso, in qualche modo, nel consorzio degli uomini civili? Se è così, evidentemente egli giudicò che fosse un prezzo troppo alto, e si rifiutò di pagarlo.</p>
<p style="text-align: justify;">Con ciò, non intendiamo autonominarci avvocati difensori di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Knut Hamsun</a></span>.</p>
<p style="text-align: justify;">Vogliamo solo dire che un artista può benissimo fare delle scelte politiche sbagliate, ma bisogna essere abbastanza onesti da riconoscere che, nell&#8217;Europa fra il 1914 e il 1945, furono davvero in molti ad avere le idee alquanto confuse. E se, oggi, alcuni di noi credono di poter tracciare una linea netta fra chi aveva avuto ragione e chi aveva avuto torto, facciano pure, ma sappiano che ciò è solo una deformante semplificazione della realtà.</p>
<p style="text-align: justify;">La realtà, in quei trent&#8217;anni terribili, fu spaventosamente complessa. I torti e le ragioni si sovrapposero e s&#8217;intrecciarono in un groviglio pressoché inestricabile. Oggi si dimentica troppo facilmente, ad esempio, che 3 milioni e mezzo di Tedeschi dei Sudeti erano veramente stranieri in patria nella Cecoslovacchia di Versailles; e che Danzica era veramente una città tedesca, tedeschissima (la patria di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/arthur-schopenhauer" target="_blank">Schopenhauer</a></span>, come Königsberg era stata la patria di Kant) e non polacca. Inoltre, gli storici odierni tendono a dare per scontato, con una specie di senno del poi, che la democrazia liberale avrebbe potuto risolvere i problemi dell&#8217;Europa fra le due guerre, se solo questa non si fosse lasciata prendere dalla tentazione delle &#8220;scorciatoie&#8221; totalitarie. Ma la democrazia liberale, di fatto, non fu di alcun aiuto alla Repubblica di Weimar, quand&#8217;essa dovette fare i conti con alcuni milioni di disoccupati provocati dal crollo della borsa di Wall Street. E a chi facesse notare che gli Stati Uniti, ove la crisi era nata, seppero rimettersi in piedi senza ricorrere al totalitarismo, si può rispondere che l&#8217;economia tedesca già due volte era caduta e altrettante si era rialzata (nel 1919 e nel 1923), e che quasi certamente nessuna democrazia avrebbe retto a una simile prova per la terza volta in dieci anni; che la Repubblica di Weimar dipendeva in larga misura dei prestiti statunitensi, che appunto nel &#8217;29 vennero a cessare; e che il vero motore della ripresa americana non fu affatto il New Deal rooseveltiano, come la <em>vulgata </em>liberale vorrebbe far credere, bensì l&#8217;intervento nella seconda guerra mondiale, che fu il volano della ripresa economica d&#8217;oltre Atlantico.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun"><img class="alignright size-medium wp-image-1837" style="margin: 10px;" title="hamsun_nature" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/hamsun_nature-176x300.jpg" alt="" width="176" height="300" /></a>Ma lasciamo perdere tutto ciò. Troppo lungo sarebbe il discorso, e qui non vogliamo tentare una interpretazione complessiva delle cause dell&#8217;avvento dei totalitarismi e dello scoppio della seconda guerra mondiale. Vogliamo semplicemente ricordare, a quanti avessero la memoria un po&#8217; corta, che nella primavera del 1940 (e, in diversa misura, anche negli anni successivi), moltissimi Europei non percepirono la guerra come uno scontro tra le forze del Bene (le democrazie occidentali, poi affiancate dall&#8217;Unione Sovietica) e quelle del Male (i totalitarismi del Patto Tripartito), bensì come uno scontro tra forze ugualmente malvagie, nel quale era inevitabile inserirsi per tutelare almeno alcuni valori essenziali e, nel caso dei piccoli popoli, l&#8217;indipendenza e la sopravvivenza nazionale. E lo stesso discorso può farsi allargando lo sguardo dall&#8217;Europa al mondo. Il nazionalista indiano Chandra Bose o il Gran Muftì di Gerusalemme si rivolsero per ricevere aiuti a Hitler e Mussolini (e ai Giapponesi, nel primo caso), perché convinti che la vittoria della Gran Bretagna avrebbe significato la schiavitù dei loro rispettivi popoli &#8211; e, nel caso dei Palestinesi, qualche cosa di peggio. Con ciò non si vuole &#8220;riabilitare&#8221; personaggi sicuramente discutibili, come lo fu il Gran Muftì, animato da un implacabile antisemitismo; si vuol solo dire che le cose non erano semplici e non erano riconducibili a un&#8217;alternativa secca fra libertà e schiavitù, fra civiltà e barbarie, come poi si è cercato di far credere.</p>
<p style="text-align: justify;">Tornando ad <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a></span>, e anche ad altri intellettuali che fecero delle scelte politiche analoghe, forse la cosa migliore sarebbe riconoscere che non era cosa facile essere cittadini d&#8217;Europa in quegli anni e che gli intellettuali, e specialmente gli artisti &#8211; proprio per la loro peculiare <em>forma mentis</em> &#8211; non seppero vedere meglio degli altri, né da lontano, né da vicino.</p>
<p style="text-align: justify;">Alcuni ebbero la ventura di trovarsi, a giochi fatti, dalla parte &#8220;giusta&#8221;, ossia quella del vincitore. Pablo Picasso, ad esempio, è passato alla storia dell&#8217;arte come l&#8217;autore del quadro-denuncia <em>Guernica</em>, ossia come un artista che saputo antivedere gli orrori del nazismo fuori della Germania. Ma la storia si è dimenticata di domandargli di render conto degli orrori dello stalinismo, dei quali &#8211; nella sua robusta fede marxista &#8211; non parve accorgersi minimamente.</p>
<p style="text-align: justify;"><span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Knut Hamsun</a></span> e Pablo Picasso: ecco un tipico esempio di come il tribunale dei vincitori abbia adoperato, a guerra finita, due pesi e due misure. Col risultato &#8211; sia detto per inciso &#8211; che i quadri di Picasso, anche quelli decisamente brutti, sono stati contesi dalle gallerie di tutto il mondo come capolavori assoluti di un grande genio; mentre i romanzi di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a></span>, anche quelli decisamente belli, sono stati coperti sovente da una immeritata patina di oblio.</p>
<p style="text-align: justify;">Forse la morale di tutto il &#8220;caso <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a></span>&#8221; è proprio questa.</p>
<p style="text-align: justify;">La storia non fa sconti a nessuno, se ci si viene a trovare dalla parte sbagliata quando giunge la resa dei conti.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma della onestà morale e intellettuale di ciascuno, fa fede anzitutto la propria coscienza.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto, col gentile consenso dell&#8217;autore, dal sito <em><a href="http://www.ariannaeditrice.it/">Arianna Editrice</a></em>.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/patriota-o-traditore-il-processo-a-knut-hamsun.html' addthis:title='Patriota o traditore? Il processo a Knut Hamsun ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>I Vichinghi in Groenlandia e in Nordamerica</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Dec 2008 16:23:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Zagni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Breve storia delle esplorazioni geografiche della Groenlandia e del continente americano condotte dagli islandesi intorno all'anno 1000]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/i-vichinghi-in-groenlandia-e-in-nordamerica.html' addthis:title='I Vichinghi in Groenlandia e in Nordamerica '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/carlomagno48x48.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Medioevo" /><br/><p style="text-align: justify;">La storia che stiamo per raccontare, come si sa, non ha mai avuto vita facile nel nostro Paese dato che, campanilisti come siamo e come è naturale, dalle nostre parti si è fatto sempre e letteralmente di tutto per farci dimenticare che invece sono circa quarant’anni che la faccenda in questione è stata dimostrata nel modo più completo. Chi scrive ha già da tempo compiuto due lunghi  viaggi in Canada e può confermare senza ombra di dubbio  che tali avvenimenti sono da decenni materia di insegnamento nelle  scuole elementari di quell’immensa nazione. In effetti è proprio così: è dai primi anni sessanta che l’archeologo norvegese Helge Ingstad (con 5 spedizioni archeologiche, fino al 1965) riuscì efficacemente a dimostrare che resti di insediamenti vichinghi datati intorno all’anno mille esistevano realmente lungo la costa nordamericana e  in Canada. E pertanto quasi 500 anni prima di Cristoforo Colombo, degli Europei avevano raggiunto l’America. Di fatto però risultò anche che  gli  esploratori nordici, da un certo punto di vista, non si erano nemmeno accorti della  grande scoperta che avevano fatto. Come in tante altre occasioni nella storia avventurosa dell’esplorazione , tutto era avvenuto praticamente per caso.</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=887818862X" target="_blank"><img class="alignleft" style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="../immagini/eddasnorristurluson.bmp" border="0" alt="Snorri Sturluson, Edda" width="95" height="148" /></a>I Vichinghi (<em>Jomsvikings</em> – pirati vichinghi) erano un fiero popolo medievale di predoni  del Nord Europa, capaci di costruire battelli straordinari con i quali compivano le loro scorrerie per mare e fiumi. Erano anche dotati di armi eccellenti per l’epoca e partendo dalla loro mitica capitale, Jomsborg, ricolma di ori e preziosi depredati, e il cui porto era capace di contenere fino a 300 navi per la guerra di corsa, sciamavano per ogni dove: a Occidente verso l’Inghilterra e l’Islanda, a Sud fino al Mediterraneo ed in Sicilia , a Ovest risalendo addirittura il corso del fiume Volga. Man mano che si susseguivano queste incursioni, le loro imprese, comunque sanguinarie e portatrici di lutti in ogni dove, diventavano sempre più leggendarie, tant’è vero che furono trascritte in runico  come Saghe e le più  importanti sono la <em>Saga di Erik il Rosso</em> (<em>Eiriks Saga</em>) e la <em>Saga della Groenlandia</em> (<em>Groenlendinga Saga</em>). Esse in sostanza descrivono la scoperta dell’America, il primo contatto con i nativi americani originari, abitanti di quella che fu poi chiamata dai Vichinghi “Vinland“ (la “Terra del Vino di bacca“, o meglio, la “Terra Fertile“, che forse è la traduzione più esatta) e in definitiva la dimostrazione che, a differenza di Colombo, tale “scoperta” era avvenuta per metodici  “salti” geografici e nell’arco di un centinaio  di anni.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto avvenne per balzi successivi: il punto di partenza per raggiungere l’America fu ovviamente la Norvegia ed in seguito attraverso le Isole Farøer, l’Islanda già colonizzata  e la Groenlandia. Quello che generalmente spingeva i Norvegesi verso la navigazione in Occidente, a colonizzare le isole atlantiche minori e poi l’Islanda e la Groenlandia fino ad arrivare al tentativo di insediarsi in America del Nord, era stato  il costante bisogno di terra, pascoli e nuovi spazi di pesca. Il primo vichingo a scorgere la Groenlandia, per esempio, fu probabilmente un uomo di nome Gunnbjörn  , la cui nave il maltempo aveva trascinato fuori rotta dall’Islanda, verso Occidente, intorno al 960 d.C. Ma senz’altro il primo ad insediarsi in Groenlandia fu il capo vichingo e predone Erik il Rosso.</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=880613261X" target="_blank"><img class="alignright" style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="../immagini/saxogestadanorum.bmp" border="0" alt="Sassone Grammatico, Gesta dei re e degli eroi danesi" width="93" height="149" /></a> Erik (o meglio <em>Eirik</em>) era nativo dello Jaeder, che si trova nella Norvegia Sud-Occidentale. Il nostro uomo non era certo un santo anzi, semmai l’esatto opposto. Nel 982 d.C., dopo che questo predone con i suoi degni compari si era lasciato andare ad un’ennesima serie di saccheggi ed omicidi, i suoi stessi concittadini lo misero al bando per tre anni, col divieto di rimanere in Norvegia ed in Islanda. Il Rosso aveva dimostrato di essere un sanguinario, ma non era affatto uno stupido ed in più era un  marinaio navigatore di razza come ce ne sono pochi, e con un manipolo  di fedeli al seguito, conoscendo quello che era successo precedentemente  al suo conterraneo Gunnbjörn  almeno vent’anni prima, riuscì a raggiungere per primo la Groenlandia (la Terra Verde) , un posto glaciale e non molto ospitale e che quindi non era verde per niente, se non per il fatto che, avvistata durante il periodo estivo, lasciava intravvedere erbe, muschi e licheni, sotto la neve.</p>
<p style="text-align: justify;">L’esploratore non perse tempo e con i suoi uomini, trovato un fiordo favorevole per installare una prima base e alcune piccole fattorie (zona di Tunugdliarfik), cominciò a rifornirsi di legname e alimentari  con la caccia, la pesca ed il commercio con gli Eschimesi, i veri nativi del luogo da tempo immemorabile. In questo vero  e proprio luogo di frontiera, ai confini del mondo, la vita dei primi colonizzatori era durissima, molto più vicina alle prime gesta norvegesi dei Vichinghi e Normanni di due secoli prima, con i Drakkar sempre in mare a pescare, ed in terra gli uomini intenti a costruire abitazioni di legno. Queste abitazioni, che spesso si trovavano ai bordi dei corsi d&acute;acqua, ricordavano molto le palafitte costruite in oriente che erano molto simili se viste dall&acute; alto a grandi distese di case tra <a href="http://www.guidapiscine.it">piscine interrate</a> e risaie. In confronto , la vita bucolica e agricola dei Vichinghi islandesi sembrava un paradiso. Ma Erik il Rosso ce la fece e, scaduto il periodo dell’esilio forzato triennale, tornò in Islanda a raccontare quello che aveva fatto.</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/0195104668/centrostudilarun" target="_blank"><img class="alignleft" style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="../immagini/germanization.bmp" border="0" alt="" width="86" height="140" /></a>Proprio in quegli anni l’Islanda aveva subito una grave carestia agricola ed Erik non fece pertanto molti sforzi per convincere molte persone, ricchi e poveri, agricoltori e pescatori, cacciatori e sfaccendati a veleggiare con lui per colonizzare definitivamente la Groenlandia, convivendo con gli Eschimesi. Si armò una flotta di trentacinque navi, con 2000 persone e centinaia di capi di bestiame, e si salpò dall’Islanda. In mare ci fu purtroppo una tempesta e solo una quindicina di Drakkar riuscirono a raggiungere la Groenlandia. Ma avventure e disgrazie del genere allora erano praticamente nella norma ed Erik  con la sua gente riuscì a costituire in Groenlandia, nel giro di poco tempo, il primo efficace luogo di insediamento stabile, ricordato ancora oggi dagli esperti  con il nome di Insediamento Orientale (l’attuale Julianehab) a Eiriksfjord.</p>
<p style="text-align: justify;">Qui Erik crebbe i suoi tre figli, il maggiore Leif Eriksson e gli altri due figli Thornvald e Thornstein. Ma è Leif il personaggio che ci interessa di più perché, secondo le saghe, fu proprio lui il primo a scoprire l’America. Non appena Leif aveva dimostrato di cavarsela da solo (e cioè guidare un’imbarcazione in mare aperto, secondo la buona tradizione Vichinga) i suoi genitori lo mandarono in Norvegia per studiare ed apprendere l’arte del commercio marittimo. Leif era in gamba, aveva voglia di affermarsi ed inoltre, dato che non era così rigido e duro come suo padre, voleva anche studiare. Immancabile ci fu allora l’incontro con la Chiesa di Roma, e Leif si fece battezzare, diventando cristiano. Eriksson tornò così in Groenlandia con un prete, che aveva lo scopo di cristianizzare gli insediamenti Vichinghi in quel luogo sperduto. Nonostante la freddezza dimostrata da suo padre, che non ne voleva sapere del cristianesimo, con i suoi preti “buoni a nulla“ (si espresse proprio in questi termini) e perditempo, Leif riuscì, con i favori di sua madre, a far erigere delle chiese sia nell’Insediamento Orientale che in quello “Occidentale“, che nel frattempo era stato creato.</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=8811676592" target="_blank"><img class="alignright" style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="../immagini/portnerepopeavichinghi.bmp" border="0" alt="Rudolf Pörtner, L'epopea dei Vichinghi" width="95" height="147" /></a>In questo periodo siamo ormai intorno all’anno 1000, proprio il periodo in cui Leif decise di intraprendere alcuni viaggi di esplorazione a Ovest. Da tempo si vociferava negli insediamenti che più in là della Groenlandia doveva esserci “qualche cosa“ . Un tale, di nome Bjarne Herjolfsson, sviato dalla solita improvvisa tempesta e spinto sempre più a Ovest, aveva avvistato tempo prima  una terra, ma non vi era approdato veramente. Era riuscito comunque a ritornare e a raccontare la sua avventura. Questo era tutto quello che Leif sapeva, ma per il momento gli bastava. Con una ciurma di 35 uomini, tra i quali alcuni di coloro che erano stati  sull’imbarcazione di Bjarne testimoni dell’avvistamento della terra sconosciuta, partì (la data esatta non si conosce) e veleggiò verso Occidente in esplorazione. Con loro vi era anche uno “del Sud“ (secondo i Vichinghi) , un tedesco di nome Tyrkir e amico di Eriksson. Dopo quattro giorni di navigazione durissima, pericolosa e contrastata aspramente dai marosi, Leif si imbattè dapprima in un ampio costone pietroso, una zona assolutamente inospitale che venne chiamata “Helluland“ (la Terra delle Pietre) . Sarebbe l’odierna Terra di Baffin. Continuando a veleggiare in direzione Sud questa volta, scoprì una ampia costa lussureggiante e ricca di boschi. Questa zona certamente più invitante venne poi chiamata “Markland“ (la Terra dei Boschi): corrisponde all’attuale Labrador.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma Leif voleva andare ancora più a Sud, e aveva ragione. Proseguendo nella navigazione costiera  Leif Eriksson raggiunse una terza terra che gli sembro così ricca e promettente che decise di sbarcare e tutti insieme vi si stabilirono, costruendo dapprima dei ripari di fortuna e poi delle capanne  vere e proprie in un accampamento che venne chiamato  Leifsbudir (Le Capanne di Leif). Nel frattempo si decise insieme di esplorare l’interno e altre parti della costa. Da queste prime ricerche all’interno scaturì l’episodio che pare abbia avuto a che fare con il nome che fu scelto in seguito per battezzare questo terzo  territorio, Vinland, appunto  (con la massima probabilità la parte settentrionale di Terranova, chiamata così da Giovanni Caboto nel 1497). Ma potrebbe essere solo una leggenda.</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=8806144650" target="_blank"><img class="alignleft" style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="../immagini/brondstedvichinghi.bmp" border="0" alt="I Vichinghi" width="95" height="161" /></a>Il tedesco Tyrkir, uno  strampalato mattacchione, si era perso nei boschi e non lo si trovava più. Ma Leif voleva trovarlo: non voleva assolutamente perdere i suoi uomini in un modo così stupido, e poi aveva bisogno sempre di  braccia da impiegare nel lavoro, perchè erano in pochi. Dopo un po’ Tyrkir fu ritrovato, ma si comportava stranamente, diceva cose senza senso e non si reggeva in piedi. Sembrava ubriaco. Quando si riprese sostenne di avere trovato  nel bosco delle viti e delle bacche con le quali aveva tratto un succo che, una volta bevuto, lo aveva inebriato. Ecco che da questo aneddoto la leggenda vuole che sia nato il nome di Vinland, la Terra del Vino. In realtà in quelle zone di Terranova la vite non avrebbe mai potuto attecchire e pertanto gli esperti si sono limitati ad osservare che, per i primi esploratori Vichinghi , quella terra sembrava così fertile che addirittura, a loro parere, si sarebbero potute coltivare delle viti e quindi il termine Vinland dovrebbe essere meglio tradotto con il significato di “Terra molto fertile“ o “Terra  fertile da vino“.</p>
<p style="text-align: justify;">In ogni caso Leif e la sua piccola spedizione svernarono nel Vinland in un clima tutto sommato accettabile e l’estate successiva ritornarono  in Groenlandia a raccontare la loro impresa, tutti pieni di apprezzamento per quelle terre, per l’assenza di gelo, per l’erba, i boschi e i frutti, per il legname ed i salmoni. Leif Eriksson avrebbe voluto ritornare al più presto nel Vinland ma, purtroppo, nel frattempo suo padre il Rosso era morto e, come figlio maggiore, doveva subentrare necessariamente nella direzione del clan famigliare, come da buona tradizione nordica. Fu deciso che si sarebbe sobbarcato l’onere dell’impresa suo fratello Thornvald, che comunque era un uomo di valore.</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=8804340533" target="_blank"><img class="alignright" style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="../immagini/mitisaghevichinghi.bmp" border="0" alt="Miti e saghe vichinghi" width="95" height="145" /></a>Seguendo le indicazione di suo fratello, Thornvald riuscì a raggiungere l’accampamento nel Vinland che Leif aveva costruito nella prima spedizione e, senza indugio, condusse una spedizione esplorativa lungo la costa occidentale di Terranova. Raggiunse l’imbocco di un grande estuario e vi si diresse all’interno, in direzione Ovest. Poco dopo avvenne il primo incontro con i fieri indigeni nordamericani. Purtroppo le cose non andarono molto bene, dopo i primi tentativi di approccio. Gli indiani d’America non erano docili come gli Eschimesi e, in breve tempo, visto che i Vichinghi non erano certo tipi che ci pensavano due volte a tirar fuori asce e spadoni,  il tutto finì in una violenta zuffa.<br />
L’unico caduto da parte vichinga fu proprio Thornvald, colpito da una freccia indiana. Senza altre perdite l’equipaggio tornò alle capanne di Leif dove vi trascorse l’inverno senza altri incidenti e la primavera successiva rifece vela per Eiriksfjord in Groenlandia , dove raccontarono a Leif tutto quanto era loro accaduto.</p>
<p style="text-align: justify;">La brutta avventura con gli indigeni americani  (soprannominati Skraelingar dai vichinghi, termine dispregiativo che significa “bruttoni urlanti“) aveva lasciato il segno, e Leif, con suo fratello morto, non se la sentì di dare il via ad un vero e proprio tentativo di colonizzazione  del Vinland in prima persona. Chi allora tentò veramente di colonizzare quella parte dell’attuale Nordamerica fu un Normanno islandese di nome Thorfinn Karlsefni, un commerciante vichingo che aveva sposato tale Gudrid, una figliastra di Erik il Rosso. Circa 160 uomini e donne tentarono l’avventura portandosi dietro nella traversata anche parecchi animali  e riuscirono tutti a raggiungere il Vinland. Ma la vita per loro non fu per niente facile. Da un’analisi comparata che i vari esperti e studiosi hanno tratto dalle descrizioni delle due Saghe nordiche, possiamo dire con certezza che il tentativo di colonizzazione del Vinland durò tre anni, tre anni molto difficili. Non si riuscì a stabilire una vera pace tra i nativi americani ed i vichinghi anzi, nell’ultimo periodo di permanenza scoppiò una vera e propria guerra tra gli “Skraelingar“ e i Nordici. Le linee di collegamento con la Groenlandia erano poi molto esili e molto lunghe, vi erano molti malumori e liti tra le stesse famiglie dell’insediamento ed infine il potenziale umano era veramente insufficiente per resistere sia alle pressioni degli indiani ostili che per rendere vivibile quel territorio.</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/0520069544/centrostudilarun" target="_blank"><img class="alignleft" style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="../immagini/0520069544.bmp" border="0" alt="Jesse L. Byock, Medieval Iceland: Society, Sagas, and Power" hspace="3" vspace="3" width="93" height="140" /></a>Karlsefni, sia pure a malincuore decise alla fine di andarsene. Essendo un uomo di buon senso l’islandese  si era veramente reso conto che non poteva continuare a far vivere il suo gruppo nella paura di essere totalmente annientato dagli indigeni in combattimento. Questo tentativo di colonizzazione del Nord America si risolse pertanto in un sanguinoso e drammatico esperimento che in sostanza non ebbe seguito. Diversi ricercatori sono concordi nel sostenere che tutti questi viaggi cessarono completamente al più tardi nel 1020 d. C.  Altri archeologi sostengono che sporadici ulteriori approdi per meri motivi di caccia e pesca continuarono fino al XIII secolo ma possiamo sostenere che, in realtà, veri e propri tentativi di colonizzazione non si verificarono più e anzi, in seguito, nel corso del <a title="Medioevo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/medioevo">medioevo</a> in Europa si perse completamente il ricordo di questi approdi avventurosi e delle  tracce dei Vichinghi in Nordamerica.</p>
<p style="text-align: justify;">Questi coraggiosi navigatori nordici potrebbero essere stati veramente i primi nell’era cristiana a raggiungere il Nuovo Mondo anche se, a dire la verità, negli ultimi tempi si sostiene da più parti, e con insistenza, che in quello stesso periodo, o poco dopo, dall’altra parte del continente Nordamericano, sulle coste del Pacifico, potrebbero essere approdati degli esploratori cinesi del Celeste Impero. Ma ovviamente tutto questo, come si è soliti dire, è un’altra storia.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>* * *</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Bibliografia Essenziale</strong></p>
<p style="text-align: justify;">C.W. Ceram, <em>Il Primo Americano</em>, Einaudi , Torino, 1972.<br />
Roberto Bosi, <em>I Miti dei Vichinghi</em>, Convivio / Nardini , Firenze , 1993.<br />
Gwin Jones,<em> I Vichinghi</em>, Newton Compton, Roma, 1995.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/i-vichinghi-in-groenlandia-e-in-nordamerica.html' addthis:title='I Vichinghi in Groenlandia e in Nordamerica ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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