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	<title>Centro Studi La Runa &#187; nord</title>
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	<description>Archivio di storia, tradizione, letteratura, filosofia</description>
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		<title>Le migrazioni nordico-occidentali</title>
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		<pubDate>Wed, 25 May 2011 14:03:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Julius Evola</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/le-migrazioni-nordico-occidentali.html' addthis:title='Le migrazioni nordico-occidentali '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/labrys.png" width="48" height="48" alt="" title="Indoeuropei" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/evola48x48.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Julius Evola" /><br/><p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-full wp-image-7588" style="margin: 10px;" title="origini" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/origini.jpg" alt="" width="295" height="368" />«La luce del nord», «il mistero iperboreo», questo è dunque un motivo fondamentale della nostra dottrina della razza, motivo che ad alcuni sembrerà però paradossale, ad altri sospetto e avvilente nei riguardi delle tradizioni nostre, ritenute mediterranee. Per cui s’impone qualche chiarimento.</p>
<p style="text-align: justify;">Anzitutto parlando di Nord non si deve intendere la regione germanica. La sede primordiale della razza aria va riconosciuta invece in una regione corrispondente all’<em>Artide attuale</em>: ciò, in quella remotissima preistoria, di cui si è detto. In un periodo successivo, ma sempre preistorico, il centro di irradiazione sembra essersi spostato in una <em>sede nordico-atlantica</em>. Nelle altre opere nostre si sono riferiti gli elementi che giustificano una tale tesi, corrispondente, peraltro, a ricordi e insegnamenti tradizionali concordanti di varie civiltà. Anche dal punto di vista positivo, geofisico, è possibile ammettere che la regione artica, o iperborea che dir si voglia, non sia divenuta quella inabitabile dei ghiacci eterni che gradatamente, partendo da una data epoca: mentre il centro successivo, nordico-atlantico, sembra essere scomparso per via di un cataclisma oceanico.</p>
<p style="text-align: justify;">Quanto poi all’allarme destato dalla tesi nordico-aria, esso poggia su di un equivoco. Sostenendo tale tesi non si vuol per nulla aderire al mito pangermanista, col quale, dopo aver fatto di «nordico», di germanico, di ario e di tedesco più o meno dei sinonimi, si va a sostenere, che tutto quel che vi è di superiore nelle varie civiltà e nelle varie nazioni del nostro continente sarebbe derivato da elementi germanici, mentre quel che a tali elementi non è riconducibile sarebbe senz’altro inferiore e deteriore.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/imperialismo-pagano/41" target="_blank"><img class="alignleft" style="margin: 10px;" title="imperialismo-pagano" src="../wp-content/uploads/imperialismo-pagano.jpeg" alt="" width="200" height="284" /></a>È proprio per evitare un equivoco del genere che, nei riguardi della razza aria primordiale, noi di solito usiamo il termine <em>iperboreo</em>, forgiato in Grecia, prima ancora che dei Germani si sapesse qualche cosa. In ogni modo, diciamo senz’altro che ario, nordico-ario, nordico-occidentale ecc., in una seria dottrina della razza non voglion per nulla dire «tedesco» o «germanico»: sono designazioni di una realtà assai più vasta. Esse si riferiscono a un ceppo, del quale i popoli germanici del periodo delle invasioni non sono che una fra le tante diramazioni, poiché allo stesso ceppo avrebbero avuto diritto di riferire le loro origini le maggiori stirpi creatrici di civiltà in Oriente e in Occidente, nell’antica India e nell’antica Persia, come pure nella prima Ellade e nella stessa Roma. Fra tutte queste stirpi può esistere un rapporto di consanguineità, ma per nulla di derivazione. Di derivazione può parlarsi rispetto a quel comune ceppo «iperboreo», di cui si è detto, il quale però retrocede in una preistoria così remota, da far apparire sciocca ogni pretesa, da parte di un qualsiasi popolo storico, e tanto più moderno, di accaparrarsene come che sia la esclusiva discendenza.</p>
<p style="text-align: justify;">La corrente delle genti nordico-arie seguì due direzioni fondamentali, l’una <em>orizzontale </em>(direzione da Occidente attraverso il Mediterraneo, Baleari, Sardegna, Creta, Egitto), l’altra <em>trasversale </em>(direzione nord-ovest sud-est, dall’Irlanda fino in India, con centri nella regione danubiana e nel Caucaso, il quale dunque non fu, come si credeva, la «culla» della razza bianca, ma un focolare di irradiazione sull’itinerario percorso da una delle correnti nordico-arie). Quanto alla migrazione dei popoli propriamente germanici, essa, rispetto alle altre due, è di data incomparabilmente più recente, recente d’interi millenni. Ora, lungo la direzione orizzontale e, in parte, anche per interferenze di essa con la direzione trasversale nel continente eurasiatico, sono sorte le massime civiltà del Mediterraneo, quelle conosciute, e altre, di cui a noi sono giunti solo i residui degenerescenti. Rispetto a tali civiltà, sulla base di questi nuovi orizzonti preistorici bisogna vedere nei popoli nordico-germanici del periodo delle invasioni solo degli epigoni, coloro che, della comune famiglia, per ultimi apparvero sulle quinte della storia. Né vi apparvero «puri» sotto ogni punto di vista.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/il-maestro-della-tradizione/5945" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-5569" style="margin: 10px;" title="maestro-tradizione" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/maestro-tradizione.jpeg" alt="" width="200" height="284" /></a>Certo, non avendo dietro di sé tutta la storia degli altri gruppi della stessa famiglia, essi non furono così esposti al pericolo degli incrocî, quanto questi: fisicamente e biologicamente si presentarono dunque «più in ordine». Nella vita in regioni ove erano subentrate dure condizioni climatiche e d’ambiente, e che essi lasciarono per ultimi, si rafforzò poi un processo selettivo, si confermarono e rafforzarono doti di carattere, di tenacia, di ingegnosità, di ardire, mentre il non essere entrati in contatto con forme esterioristiche e urbanistiche di civiltà mantenne vivi, in questi popoli germanici, rapporti virili cementati dalle virtù guerriere e dal sentimento di fedeltà e di onore. Altrimenti vanno però le cose, nei riguardi dell’elemento propriamente spirituale, in questi epigoni della razza nordico-aria primordiale. Questo elemento subì una certa involuzione. Le tradizioni vi si oscurarono nel loro contenuto metafisico e «solare» primordiale, divennero frammentarie, decaddero nella forma di folklore, di saghe e di superstizioni popolari. Inoltre, in queste tradizioni, più che il ricordo delle origini, predominano i ricordi mitologizzati delle vicende tragiche subite da uno dei centri della civiltà iperborea, quello degli <em>Asen </em>o eroi divini del «Mitgard»: donde il noto tema del «<em>ragna-rökkr</em>», termine tradotto volgarmente con «crepuscolo degli dèi». Così, per orizzontarsi in siffatte tradizioni nordico-germaniche dei popoli del periodo delle invasioni, e per individuare il vero significato dei principali <a title="simboli" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">simboli</a> o ricordi che vi sono contenuti, bisogna trarre i punti di riferimento dallo studio di più antiche tradizioni arie, ove gli stessi insegnamenti si sono mantenuti in forma più pura e completa, tradizioni che non sono germaniche, ma delle civiltà arie dell’antica India e della antica Persia, della prima Ellade e della stessa Roma. E razzisti germanici, come il <a title="Guenther" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/hans-guenther/">Günther</a>, vanno senz’altro a riconoscere tutto ciò.</p>
<p style="text-align: justify;">L’inquadramento del problema delle origini, che qui è stato esposto, non deve dunque per nulla suscitare un sentimento di inferiorità o di subordinazione da parte nostra, italiana, di fronte ai popoli germanici più recenti. Al contrario: come la parte migliore della gente italiana, dal punto di vista della razza del corpo, corrisponde a un tipo da considerarsi come una variazione di quello stesso della razza nordica, del pari nel patrimonio delle nostre più alte tradizioni, che risalgono spesso a tempi primordiali, si possono ritrovare gli stessi elementi di «razza dell’anima» (stile di vita, <em>ethos</em>, ecc.) e di visione del mondo comuni a ogni grande civiltà aria e nordico-aria. <em>Con la tesi nordico-aria del nostro razzismo, dunque, si va piuttosto a contestare a qualsiasi popolo attuale il diritto di accaparrarsi e di monopolizzare la nobiltà della comune origine</em>, si va a dire che noi, in quanto siamo e vogliamo essere eredi della romanità antica e aria così come della successiva civiltà romano-germanica, non ci riconosciamo secondi rispetto a nessuno in fatto di spirito, di vocazione e di tradizione nordico-aria.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma, naturalmente, una simile presa di posizione impegna, dal razzismo teorico essa ci conduce al razzismo attivo e creativo, cioè a quello inteso a far sì che nel tipo generale italiano, in sé così differenziato, in misura sempre più vasta e in forma sempre più precisa vada a enuclearsi e ad affermarsi il tipo fisico e spirituale della razza superiore, presente nel popolo italiano quanto quello propriamente nordico lo è nel popolo tedesco, nei due casi, ostacolati, l’uno e l’altro, da detriti etnici, da altre componenti razziali e dagli effetti di precedenti processi di degenerescenza biologica e culturale.</p>
<p style="text-align: justify;">Si vede da ciò il preciso valore che l’inquadramento razziale del problema delle origini ha per la formazione della volontà e per la consapevolezza del nuovo Italiano. Ne deriva effettivamente una «idea-forza», un sentimento di dignità e di superiorità, che non significa boria e che non si basa su miti confusi a uso semplicemente politico, ma su precise conoscenze tradizionali.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>Indirizzi per una educazione razziale</em>, Conte, Napoli, 1941.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/le-migrazioni-nordico-occidentali.html' addthis:title='Le migrazioni nordico-occidentali ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>I popoli del Nord e la «civiltà della madre»</title>
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		<pubDate>Tue, 05 Apr 2011 19:18:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Adriano Romualdi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La cultura nordica megalitica e le sue due emanazioni — la cultura delle anfore globulari e quella della ceramica cordata — sono la matrice originaria delle lingue indoeuropee e — con esse — d'una violenta trasformazione che investirà l'Europa e vaste regioni dell'Asia. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/i-popoli-del-nord-e-la-%c2%abcivilta-della-madre%c2%bb.html' addthis:title='I popoli del Nord e la «civiltà della madre» '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/romualdi48x48.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Adriano Romualdi" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/labrys.png" width="48" height="48" alt="" title="Indoeuropei" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storia-antica.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Storia antica" /><br/><p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<div id="attachment_7199" class="wp-caption alignright" style="width: 296px"><img class="size-medium wp-image-7199" title="Ceramica cordata, ca. 3000 a.C." src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/ceramica-cordata-286x300.jpg" alt="Ceramica cordata, ca. 3000 a.C." width="286" height="300" /><p class="wp-caption-text">Ceramica cordata, ca. 3000 a.C.</p></div>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;affiorare d&#8217;una fisionomia europea dalle nebbie dell&#8217;alta preistoria ha luogo nel quarto millennio a. C. È un avvenimento che si accompagna ad una scelta già spiritualmente significativa: il rifiuto della «civiltà della madre» e l&#8217;affermazione dell&#8217;<em>Urvolk </em><a title="indoeuropeo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/indoeuropei/">indoeuropeo</a> come comunità essenzialmente virile e patriarcale.</p>
<p style="text-align: justify;">Il neolitico &#8211; l&#8217;età della prima agricoltura e dei primi villaggi, l&#8217;età in cui le famiglie diventano tribù e le tribù popoli — si inaugura sul continente europeo con una penetrazione dell&#8217;elemento orientale e mediterraneo. Sono le cellule tessale di Sesklo-Dimini — eredi delle comunità medio-orientali — che, risalendo il corso del Danubio, prolificano in tutta l&#8217;Europa centrale e balcanica. È la cosidetta cultura danubiana, con la sua ceramica a nastro (<em>Bandkeramik</em>) , le rozze zappe di legno e le grandi case collettive. Questa cultura ci trasmette il suo messaggio spirituale attraverso le figurine rappresentanti una divinità femminile nuda. È la madre terra — <em>gê metér</em> — la gran madre delle messi, dispensatrice di fecondità che tiene le chiavi della vita e della morte. È la dea nuda, il cui regno si estende dalla Mesopotamia fino all&#8217;Asia Minore, a Creta, a Malta e oltre. Anche in tutta l&#8217;Europa occidentale e atlantica, dalla Spagna alle Isole Britanniche, ricorre, nelle incisioni megalitiche, la dea armata di pugnale. È il cielo euroasiatico ed euroafricano della Madre che — attraverso la razza mediterranea, nelle suo prolificazioni libiche, liguri, iberiche, pelasgiche penetra fin nel cuore del continente europeo.</p>
<div class="mceTemp" style="text-align: justify;">
<dl id="attachment_7198" class="wp-caption alignleft" style="width: 126px;">
<dt class="wp-caption-dt"><img class="size-medium wp-image-7198 " title="Ascia da battaglia. Gotland (Svezia). Fonte: Nordisk familjebok (1917), vol.26 Till art. Stenålder. I (via Wikipedia)." src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/ascia-da-battaglia-116x300.jpg" alt="Ascia da battaglia. Gotland (Svezia). Fonte: Nordisk familjebok (1917), vol.26 Till art. Stenålder. I (via Wikipedia)." width="116" height="300" /></dt>
<dd class="wp-caption-dd">Ascia da battaglia. Gotland (Svezia). Fonte: Nordisk familjebok (1917), vol.26 Till art. Stenålder. I (via Wikipedia).</dd>
</dl>
</div>
<p style="text-align: justify;">Dalla dominazione della Madre resta intatta l&#8217;Europa Settentrionale. E&#8217; la regione intorno al Baltico meridionale, l&#8217;area del faggio, del tasso, della betulla, dell&#8217;abete; l&#8217;area del lupo, dell&#8217;orso, del salmone, del castoro; il territorio che la geografia linguistica presuppone per la <em>Urheimat </em>indoeuropea. E&#8217; altresì il territorio della razza nordica dove — fin dalla metà del quarto millennio — i gruppi locali di cacciatori e pescatori, eredi delle comunità magdaléniane d&#8217;epoca glaciale, si riorganizzano in una nuova cultura agricola che resta estranea al mondo dei Danubiani e della Grande Madre.</p>
<p style="text-align: justify;">La cultura nordica megalitica, con le grandi tombe di pietra attestanti una salda struttura politica e gentilizia, e le sue due emanazioni — la cultura delle anfore globulari e quella della ceramica cordata — sono la matrice originaria delle lingue indoeuropee e — con esse — d&#8217;una violenta trasformazione che investirà l&#8217;Europa e vaste regioni dell&#8217;Asia. A partire dal 2500 a., C., tutta l&#8217;Europa centrale, orientale e balcanica subisce le incursioni dei popoli del Nord. La cultura delle anfore globulari, quella della ceramica cordata — partendo dalle loro sedi nel bassopiano germanico — investono, con le loro asce-martello, le pacifiche comunità della Madre, trasformando il quadro archeologico fino alla Grecia e all&#8217;Ucraina.</p>
<p style="text-align: justify;">E&#8217; significativo che questa irruzione s&#8217;accompagni alla comparsa di <a title="simboli" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">simboli</a> solari. Nasce la svastica — il più antico esemplare è su una ceramica della cultura delle anfore globulari rinvenuta in Polonia — nascono la croce raggiata, il cerchio riquadrato, il disco puntato e quello radiante.</p>
<p style="text-align: justify;">E&#8217; tutta una vasta gamma simbolica che trova la sua massima fioritura a Troia, città di confine tra l&#8217;Europa e l&#8217;Asia e che marca il passaggio di ceppi <a title="indoeuropei" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/indoeuropei/">indoeuropei</a> in Asia Minore. La svastica — il primordiale <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">simbolo</a> della generazione e della resurrezione della luce — è associata al primo apparire dei popoli indoeuropei nel cuore del terzo millennio, e solo millecinquecento anni più tardi raggiungerà l&#8217;India e la Cina.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel cuore dell&#8217;Anatolia, le tombe di Alaja Huyuk — preludenti ai futuri splendori del reame ittita — ci mostrano, insieme agli spilloni a testa di martello dei barbari del Nord — gli stendardi ornati di svastiche e altri <a title="simboli" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">simboli</a> solari. Uno di questi stendardi ci mostra un grande cervo in mezzo a  due tori più piccoli. Assistiamo qui al rovesciamento del <a title="simbolismo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">simbolismo</a> tellurico, meridionale, materno.</p>
<div class="mceTemp" style="text-align: justify;">
<dl id="attachment_7197" class="wp-caption alignright" style="width: 310px;">
<dt class="wp-caption-dt"><img class="size-medium wp-image-7197" title="Capo di Ponte - Valcamonica, Parco Nazionale delle incisioni rupestri." src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/cervi-valcamonica-300x204.jpg" alt="Capo di Ponte - Valcamonica, Parco Nazionale delle incisioni rupestri." width="300" height="204" /></dt>
<dd class="wp-caption-dd">Capo di Ponte &#8211; Valcamonica, Parco Nazionale delle incisioni rupestri.</dd>
</dl>
</div>
<p style="text-align: justify;">Al toro — <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">simbolo</a> della cieca forza generatrice, connesso con la ideologia della fecondità, rozzamente raffigurato insieme con la Dea Nuda nelle più antiche culture agricole europee — si contrappone il cervo, I&#8217;animale dei cacciatori del Nord, <em>Seelentier des nordischen Menschen</em>, e, secondo Weisweiler, «animale della civiltà artica».</p>
<p style="text-align: justify;">Il cervo è significativamente associato col simbolismo del sole e della luce:</p>
<blockquote><p>«Den Sonnenhirsch sah ich von Süden her gehen<br />
Seine Füsse standen auf der Erde<br />
aber die Hörner reichten zum Himmel».</p></blockquote>
<p style="text-align: justify;">Questi versi dell&#8217;<em>Edda </em>ci vengono illustrati da una quantità di figurazioni preistoriche — prime tra tutte quelle della Valcamonica — in cui le corna del cervo sono stilizzate in forma di disco solare.</p>
<p style="text-align: justify;">È altresì significativo che, in Irlanda — quando l&#8217;elemento celtico si scontra con gli aborigeni di stirpe iberica — il cervo e il toro giocano un ruolo centrale nelle saghe, là dove le parole <em>oss</em>, <em>dag </em>e <em>ag</em>, che nella saga del Leinster indicano il cervo, in quella dell&#8217;Ulster sono passati a significare «toro».</p>
<p style="text-align: justify;">Dietro a questo urto di <a title="simboli" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">simboli</a>, dietro alla espansione dei popolidell&#8217;ascia da combattimento e alla diffusione dei linguaggi <a title="indoeuropei" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/indoeuropei/">indoeuropei</a>, si cela un avvenimento di grande importanza spirituale.</p>
<p style="text-align: justify;">È il principio paterno che si urta contro la «civiltà della Madre»; la virilità olimpica contro il mito taurino e materno della fecondità; l&#8217;ethos delle «società degli uomini» contro la promiscuità entusiastica dell&#8217;antico matriarcato.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;eco se ne spande per tutta l&#8217;Europa dove, mille anni più tardi, la migrazione dorica e latina creerà le premesse della visione classica della vita. Ma, prima ancora, gli effetti di questa subitanea ascesa della stirpe nordica, bianca e indoeuropea si fanno avvertire nei più lontani centri d&#8217;irradazione: sugli altipiani della Persia e alle soglie dell&#8217;India.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>Sul problema di una Tradizione europea</em>, Edizioni di Vie della Tradizione, Palermo 1973, pp. 8-12.</p>
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		<title>Le &#8220;pôle&#8221; et le siège hyperboréen</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Mar 2011 21:56:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Julius Evola</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Chapitre 4 de la deuxime parte de la Révolte contre le monde moderne de Julius Evola.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/le-pole-et-le-siege-hyperboreen.html' addthis:title='Le &#8220;pôle&#8221; et le siège hyperboréen '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/labrys.png" width="48" height="48" alt="" title="Indoeuropei" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/evola48x48.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Julius Evola" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/yggdrasil.thumbnail.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Simboli e simbologia" /><br/><p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-medium wp-image-7057" style="margin: 10px;" title="artide" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/artide-300x224.jpg" alt="" width="300" height="224" />Il importe d&#8217;examiner maintenant un attribut particulier de l&#8217;âge primordial, qui permet de rattacher à celui-ci des représentations historico-géographiques assez précises. Nous avons déjà parlé du <a title="symbolisme" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">symbolisme</a> du «pôle», l&#8217;île ou la terre ferme, représentant la stabilité spirituelle opposée à la contingence des eaux et servant de résidence à des hommes transcendants, à des héros et à des immortels, de même que la montagne, l&#8217;«altitude» ou la contrée suprême, avec les significations olympiennes qui leur sont associées, s&#8217;unirent souvent, dans les traditions antiques, au <a title="symbolisme" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">symbolisme</a> «polaire» , appliqué au centre suprême du monde et donc aussi à l&#8217;archétype de toute «domination» au sens supérieur du terme (1). Mais, en dehors de cet aspect symbolique, des données traditionnelles nombreuses et précises mentionnent le nord comme étant l&#8217;emplacement d&#8217;une île, d&#8217;une terre ou d&#8217;une montagne, emplacement dont la signification se confond avec celle du lieu du premier âge. Il s&#8217;agit donc d&#8217;une connaissance ayant une valeur à la fois spirituelle et réelle, du fait qu&#8217;elle s&#8217;applique à une situation où le <a title="symbole" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">symbole</a> et la réalité s&#8217;identifièrent, où l&#8217;histoire et la supra-histoire, au lieu d&#8217;apparaître comme des éléments séparés, transparurent, au contraire, l&#8217;une à travers l&#8217;autre. C&#8217;est là le point précis où l&#8217;on peut s&#8217;insérer dans les événements conditionnés par le temps.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.amazon.fr/gp/product/2813200344/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=centrostudila-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=1642&amp;creative=19458&amp;creativeASIN=2813200344"><img class="alignleft size-full wp-image-7056" title="revolte-contre-le-monde-moderne" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/revolte-contre-le-monde-moderne.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>Selon la tradition, à une époque de la haute préhistoire qui correspond à l&#8217;âge d&#8217;or ou de l&#8217;«être» , l&#8217;île ou terre «polaire» symbolique aurait été une région réelle située au septentrion, voisine de l&#8217;endroit où se trouve aujourd&#8217;hui le pôle arctique. Cette région était habitée par des êtres qui possédaient cette spiritualité non-humaine à laquelle correspondent, nous l&#8217;avons vu, les notions de «gloire», d&#8217;or, de lumière et de vie et qui fut évoquée plus tard par le <a title="symbolisme" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">symbolisme</a> suggéré précisément par leur siège; ils constituèrent la race qui posséda en propre la tradition ouranienne à l&#8217;état pur et «un» et fut la source centrale et la plus directe des formes et des expressions variées que cette tradition revêtit chez d&#8217;autres races et d&#8217;autres civilisations (2).</p>
<p style="text-align: justify;">Le souvenir de ce siège arctique fait partie des traditions de nombreux peuples, sous la forme soit d&#8217;allusions géographiques réelles, soit de <a title="symboles" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">symboles</a> de sa fonction et de son sens originel, allusions et <a title="symboles" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">symboles</a> souvent transposés &#8211; comme on le verra &#8211; sur un plan supra-historique, ou bien appliqués à d&#8217;autres centres susceptibles d&#8217;être considérés comme des reproductions de ce centre originel. C&#8217;est pour cette dernière raison que l&#8217;on constate souvent des interférences de souvenirs, donc de noms, de mythes et de localisations, où l&#8217;oeil exercé peut facilement discerner, toutefois, les éléments constitutifs. Il importe de relever tout particulièrement l&#8217;interférence du thème arctique avec le thème atlantique, du mystère du Nord avec le mystère de l&#8217;Occident. Le centre principal qui succéda au pôle traditionnel originel aurait été, en effet, atlantique. On sait que pour une raison d&#8217;ordre astrophysique correspondant à l&#8217;inclinaison de l&#8217;axe terrestre, les climats se déplacent selon les époques. Toutefois, d&#8217;après la tradition, cette inclinaison se serait d&#8217;ailleurs réalisée à un moment déterminé et en vertu d&#8217;une syntonie entre un fait physique et un fait métaphysique: comme un désordre de la nature reflétant un fait d&#8217;ordre spirituel. Quand Li-tseu (c.V) parle, sous une forme mythique, du géant Kung-Kung qui brise la «colonne du ciel», c&#8217;est à cet événement qu&#8217;on doit se référer. On trouve même, dans cette tradition, des allusions plus concrètes telles que celle-ci, où l&#8217;on constate toutefois des interférences avec des faits correspondant à des bouleversements ultérieurs: «Les piliers du ciel furent brisés. La terre trembla sur ses bases. Au septentrion les cieux descendirent toujours plus bas. Le soleil, la lune et les étoiles changèrent leur cours [<em>c'est-à-dire que leur cours parut changé du fait de la déclinaison survenue</em>]. La terre s&#8217;ouvrit et les eaux renfermées dans son sein firent irruption et inondèrent les différents pays. L&#8217;homme était révolté contre le ciel et l&#8217;univers tomba dans le désordre. Le soleil s&#8217;obscurcit. Les planètes changèrent leur cours [<em>selon la perspective déjà indiquée</em>] et la grande harmonie du ciel fut détruite» (3). De toute façon, le gel et la nuit éternelle ne descendirent qu&#8217;à un moment déterminé sur la région polaire. L&#8217;émigration qui en résulta marqua la fin du premier cycle et l&#8217;ouverture du second, le début de la seconde grande ère, le cycle atlantique.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.amazon.fr/gp/product/2867140722/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=centrostudila-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=1642&amp;creative=19458&amp;creativeASIN=2867140722" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-7058" style="margin: 10px;" title="explorations" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/explorations.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>Des textes aryens de l&#8217;Inde, comme les <em>Veda </em>et le <em>Mahâbhârata</em>, conservent le souvenir de la région arctique sous forme d&#8217;allusions astronomiques et de calendriers, qui ne sont compréhensibles que par rapport à cette région (4). Dans la tradition hindoue, le mot <em>dvîpa</em>, qui signifie textuellement «continent insulaire» est souvent employé, en réalité, pour désigner différents cycles, par transposition temporelle d&#8217;une notion spatiale (cycle &#8211; île). Or, on trouve dans la doctrine des <em>dvîpa </em>des références significatives au centre arctique, qui se trouvent mélangées toutefois avec d&#8217;autres données. La <em>çvetadvîpa</em>, ou «île de la splendeur», que nous avons déjà mentionnée, est localisée dans l&#8217;extrême septentrion et l&#8217;on parle souvent des <em>Uttarakura </em>comme d&#8217;une race originaire du Nord. Mais le <em>çvetadvîpa </em>de même que le <em>kura </em>font partie du <em>jambu-dvîpa</em>, c&#8217;est-à-dire du «continent insulaire polaire», qui est le premier des différents <em>dvîpa</em> et, en même temps, leur centre commun. Son souvenir se mêle à celui du <em>saka-dvîpa</em>, situé dans la «mer blanche» ou «mer de lait» , c&#8217;est-à-dire dans la mer arctique. Il ne s&#8217;y serait pas produit de déviation par rapport à la norme ni à la loi d&#8217;en-haut: quatre castes, correspondant à celles dont nous avons déjà parlé, y vénérèrent Vishnu sous sa forme solaire, qui l&#8217;apparente à l&#8217;Apollon hyperboréen (5). Selon le <em>Kurma-purâna </em>le siège de ce Vishnu solaire, ayant pour signe la «croix polaire», c&#8217;est-à-dire la croix gammée ou <em>svastika</em>, coïncide, elle aussi, avec le <em>çveta-dvîpa</em>, dont on dit dans le <em>Padmapurâna</em>, qu&#8217;au-delà de tout ce qui est peur et agitation samsârique, il est la résidence des grands ascètes, <em>mahâyogî</em>, et des «fils de Brahman» (équivalents des «hommes transcendants» habitant dans le nord, dont il est question dans la tradition chinoise): ils vivent près de Hari, qui est Vishnu représenté comme «le Blond» ou «le Doré», et près d&#8217;un trône symbolique «soutenu par des lions, resplendissant comme le soleil et rayonnant comme le feu». Ce sont des variantes du thème de la «terre du Soleil». Sur le plan doctrinal, on trouve un écho de ce thème dans le fait, déjà mentionné, que la voie du <em>deva-yâna </em>qui, contrairement à celle du retour aux mânes ou aux Mères, conduit à l&#8217;immortalité solaire et aux états super-individuels de l&#8217;être, fut appelée la voie du nord: en sanskrit, nord, <em>uttara</em>, signifie également la «région la plus élevée» ou «suprême» et l&#8217;on appelle <em>uttarâyana</em>, chemin septentrional, le parcours du soleil entre les solstices d&#8217;hiver et d&#8217;été, qui est précisément une voie «ascendante» (6).</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.amazon.fr/gp/product/2867140021/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=centrostudila-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=1642&amp;creative=19458&amp;creativeASIN=2867140021"><img class="alignleft size-full wp-image-7059" title="larc-et-la-massue" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/larc-et-la-massue.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>Des souvenirs encore plus précis se conservèrent chez les Aryens de l&#8217;Iran. La terre originelle des Aryens, créée par le dieu de lumière, la terre où se trouve la «gloire», où, symboliquement, serait «né» aussi Zarathoustra, où le roi solaire Yima aurait rencontré Ahura Mazda, est une terre de l&#8217;extrême septentrion. Et l&#8217;on garde le souvenir précis de la congélation. La tradition rapporte que Yima fut averti de l&#8217;approche «d&#8217;hivers fatals» (7) et qu&#8217;à l&#8217;instigation du dieu des ténèbres, surgit contre l&#8217;Arianem Vaêjô le «serpent de l&#8217;hiver». Alors «il y eut dix mois d&#8217;hiver et deux d&#8217;été», il y eut «le froid pour les eaux, le froid pour la terre, le froid pour la végétation. L&#8217;hiver s&#8217;y abattit avec ses pires calamités» (8). Dix mois d&#8217;hiver et deux d&#8217;été: c&#8217;est le climat de l&#8217;Arctique.</p>
<p style="text-align: justify;">La tradition nordico-scandinave, de caractère fragmentaire, présente divers témoignages confusément mêlés, où l&#8217;on peut néanmoins trouver la trace de souvenirs analogues. L&#8217;Asgard, la résidence d&#8217;or primordiale des Ases, est localisé dans le Mitgard, la «Terre du Milieu». Cette terre mythique fut identifiée à son tour soit au Gardarike, qui est une région presque arctique, soit à l&#8217;«île verte» ou «terre verte» qui, bien qu&#8217;elle figure dans la cosmologie comme la première terre sortie de l&#8217;abîme Ginungagap, n&#8217;est peut-être pas sans rapport avec le Groënland &#8211; le <em>Grünes Land</em>. Le Groënland, comme son nom même paraît l&#8217;indiquer, semble avoir présenté, jusqu&#8217;au temps des Goths, une riche végétation et ne pas avoir été encore atteint par la congélation. Jusqu&#8217;au début du <a title="medioevo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/medioevo/">Moyen Age</a>, l&#8217;idée subsista que la région du nord avait été le berceau de certaines races et de certains peuples (9). D&#8217;autre part, les récits eddiques relatifs à la lutte des dieux contre le destin, <em>rök</em>, qui finit par frapper leur terre &#8211; récits dans lesquels des souvenirs du passé interfèrent avec des thèmes apocalyptiques &#8211; peuvent être considérés comme des échos du déclin du premier cycle. Or, on retrouve ici, comme dans le <em>Vendîdâd</em>, le thème d&#8217;un terrible hiver. Au déchaînement des natures élémentaires s&#8217;ajoute l&#8217;obscurcissement du soleil; le <em>Gylfaginning </em>parle de l&#8217;épouvantable hiver qui précède la fin, de tempêtes de neige qui empêchent de jouir des bienfaits du soleil. «La mer se lève en tempête et engloutit la terre; l&#8217;air devient glacial et le vent accumule des masses de neige» (10).</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.amazon.fr/gp/product/2867142873/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=centrostudila-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=1642&amp;creative=19458&amp;creativeASIN=2867142873"><img class="alignright size-full wp-image-7060" title="thulé" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/thulé.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>Dans la tradition chinoise, la région nordique, le pays des «hommes transcendants» s&#8217;identifie souvent au pays de la «race aux os mous». A propos d&#8217;un empereur de la première dynastie il est question d&#8217;une contrée située au nord de la mer du Nord, illimitée, sans intempéries, avec une montagne (Hu-Ling) et une fontaine symboliques, contrée appelée «extrême Nord» et que Mu, autre type impérial, (11) quitta avec beaucoup de regret. Le Tibet conserve pareillement le souvenir de Tshang Chambhala, la mystique «Cité du Nord», la Cité de la «paix», présentée également comme une île où &#8211; de même que Zarathoustra de l&#8217;<em>aryanem vaêjo </em>-serait «né» le héros Guésar. Et les maîtres des traditions initiatiques tibétaines disent que les «chemins du Nord» conduisent le <em>yogî </em>vers la grande libération (12).</p>
<p style="text-align: justify;">En Amérique, la tradition constante relative aux origines, tradition qu&#8217;on retrouve jusqu&#8217;au Pacifique et la région des Grands Lacs, parle de la terre sacrée du «Nord lointain», située près des «grandes eaux», d&#8217;où seraient venus les ancêtres des Nahua, des Toltèques et des Aztèques. Ainsi que nous l&#8217;avons dit, le nom d&#8217;Aztlan, qui désigne le plus communément cette terre, implique aussi &#8211; comme le <em>çveta-dvîpa </em>hindou &#8211; l&#8217;idée de blancheur, de terre blanche. Or, les traditions nordiques gardent le souvenir d&#8217;une terre habitée par des races gaéliques, voisine du golfe du Saint-Laurent, appelée «Grande Irlande» ou <em>Hvitramamaland</em>, c&#8217;est-à-dire «pays des hommes blancs», et les noms de Wabanikis et Abenikis, que les indigènes portent dans ces régions, viennent de Wabeya, qui signifie «blanc» (13). Certaines légendes de l&#8217;Amérique centrale mentionnent quatre ancêtres primordiaux de la race Quiché qui cherchent à atteindre Tulla, la région de la lumière. Mais ils n&#8217;y trouvent que le gel; le soleil n&#8217;y apparaît pas. Alors ils se séparent et passent dans le pays des Quichés (14). Cette Tulla ou Tullan, patrie d&#8217;origine des Toltèques, qui en tirèrent probablement leur nom, et appelèrent également Tolla le centre de l&#8217;Empire qu&#8217;ils fondèrent plus tard sur le plateau du Mexique, représentait aussi la «Terre du Soleil». Celleci, il est vrai, est parfois localisée à l&#8217;est de l&#8217;Amérique, c&#8217;est-à-dire dans l&#8217;Atlantique; mais cela est vraisemblablement dû au souvenir d&#8217;un siège ultérieur (auquel correspond peut-être plus particulièrement l&#8217;Aztlan), qui reprit, pendant un certain temps, la fonction de la Tulla primordiale lorsque le gel se mit à régner et que le soleil disparut (15). Tulla correspond manifestement à la Thulé des Grecs, bien que ce nom, pour des raisons d&#8217;analogie, ait servi à désigner également d&#8217;autres régions.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.amazon.fr/gp/product/2867140056/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=centrostudila-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=1642&amp;creative=19458&amp;creativeASIN=2867140056"><img class="alignleft size-full wp-image-7061" title="julius-evola-homme-oeuvre" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/julius-evola-homme-oeuvre1.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>Selon les traditions gréco-romaines, Thulé se serait trouvée dans la mer qui porte précisément le nom du dieu de l&#8217;âge d&#8217;or, <em>Mare Cronium</em>, et correspond à la partie septentrionale de l&#8217;Atlantique (16). C&#8217;est dans cette même région que des traditions plus tardives situèrent les îles qui, sur le plan du <a title="symbolisme" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">symbolisme</a> et de la supra-histoire, devinrent les îles Fortunées et les îles des Immortels (17), ou l&#8217;île Perdue, qui, ainsi que l&#8217;écrivait Honorius Augustodumensis au XIIe siècle, «se cache à la vue des hommes, est parfois découverte par hasard, mais devient introuvable dès qu&#8217;on la cherche». Thulé se confond donc soit avec le pays légendaire des Hyperboréens, situé dans l&#8217;extrême nord (18), d&#8217;où les souches achéennes originelles apportèrent l&#8217;Apollon delphique, soit avec l&#8217;île Ogygie, «nombril de la mer», qui se trouve loin sur le vaste océan (19) et que Plutarque situe en effet au nord de la (Grande) Bretagne, près du lieu arctique où demeure encore, plongé dans le sommeil, Chronos, le roi de l&#8217;âge d&#8217;or, où le soleil ne disparaît qu&#8217;une heure par jour pendant tout un mois et où les ténèbres, durant cette unique heure, ne sont pas épaisses, mais ressemblent à un crépuscule, exactement comme dans l&#8217;Arctique (20).</p>
<p style="text-align: justify;">La notion confuse de la nuit claire du nord contribua d&#8217;ailleurs à faire concevoir la terre des Hyperboréens comme un lieu de lumière sans fin, dépourvu de ténèbres. Cette représentation et ce souvenir furent si vifs, qu&#8217;il en subsista un écho jusque dans la romanité tardive. La terre primordiale ayant été assimilée à la Grande-Bretagne, on dit que Constance Chlore s&#8217;avança jusque-là avec ses légions, moins pour y cueillir les lauriers de la gloire militaire, que pour atteindre la terre «plus voisine du ciel et plus sacrée» , pour pouvoir contempler le père des dieux &#8211; c&#8217;est-àdire Chronos &#8211; et pour jouir d&#8217;«un jour presque sans nuit», c&#8217;est-à-dire pour anticiper ainsi sur la possession de la lumière éternelle propre aux apothéoses impériales (21). Et même lorsque l&#8217;âge d&#8217;or se projeta dans l&#8217;avenir comme l&#8217;espérance d&#8217;un nouveau saeculum, les réapparitions du symbole nordique ne manquèrent pas. C&#8217;est du nord &#8211; <em>ab extremis finibus</em><br />
<em> plagae septentrionalis </em>- qu&#8217;il faudra attendre, par exemple, selon Lactance (22), le Prince puissant qui rétablira la justice après la chute de Rome. C&#8217;est dans le nord que «renaîtra» le héros tibétain, le mystique et invincible Guésar, pour rétablir un règne de justice et exterminer les usurpateurs (23).</p>
<p style="text-align: justify;">C&#8217;est à Shambala, ville sacrée du nord, que naîtra le Kalki-avatara, celui qui mettra fin à l&#8217;«âge sombre». C&#8217;est l&#8217;Apollon hyperboréen, selon Virgile, qui inaugurera un nouvel âge de l&#8217;or et des héros sous le signe de Rome (24). Et l&#8217;on pourrait multiplier les exemples.</p>
<p style="text-align: justify;">Ayant précisé ces points essentiels, nous ne reviendrons pas sur cette manifestation de la loi de solidarité entre causes physiques et causes spirituelles, dans un domaine où l&#8217;on peut pressentir le lien intime unissant ce qui, au sens le plus large, peut s&#8217;appeler «chute» &#8211; à savoir la déviation d&#8217;une race absolument primordiale &#8211; et la déclinaison physique de l&#8217;axe de la terre, facteur de changements climatiques et de catastrophes périodiques pour les continents. Nous observerons seulement que c&#8217;est depuis que la région polaire est devenue déserte, qu&#8217;on peut constater cette altération et cette disparition progressives de la tradition originelle qui devaient aboutir à l&#8217;âge de fer ou âge obscur, <em>kali-yuga</em>, ou «âge du loup» (<em>Edda</em>), et, à la limite, aux temps modernes proprement dits.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Notes</strong></p>
<p style="text-align: justify;">(1) Cf. GUENON, <em>Le Roi du Monde</em>, cit., cc. III-IV. L&#8217;idée d&#8217;une montagne magnétique «polaire», située le plus souvent dans une île, a persisté sous des formes et avec des transpositions variées, dans des légendes chinoises, nordico-médiévales et islamiques. Cf. E. TAYLOR, <em>Primitive Culture</em>, London, 1920, v. I, pp. 374-5.</p>
<p style="text-align: justify;">(2) Au sujet de l&#8217;origine «polaire» de la vie en général, en tant qu&#8217;hypothèse «positive», cf. le remarquable essai de R. QUINTON, <em>Les deux pôles, foyers d&#8217;origine</em> (<em>Revue de métaph. et de mon.</em>, 1933, no 1). L&#8217;hypothèse d&#8217;une origine non boréale mais australe, qui est défendue ici, pourrait se relier aux traditions concernant la Lémurie; celles-ci se rattachent à un cycle trop lointain pour pouvoir être examinées ici.</p>
<p style="text-align: justify;">(3) <em>Apud </em>I. DONNELLY, <em>Atlantis, die vorsintflutliche Welt</em>, Essling, 1911, p. 299; M. GRANT, <em>La pensée chinoise</em>, Paris, 1950, pp. 176, 344-346. On peut rappeler que Platon lui-même relie aux catastrophes mythiques, comme celle causée par Phaéton, un «cours changé des astres», c&#8217;est-à-dire l&#8217;aspect différent de la voûte céleste, dû au déplacement de la terre.</p>
<p style="text-align: justify;">(4) Cf. G.B. TILAK, <em>The Arctic Home in the Veda (A new key to the interpretation</em><em> of many Vedic texts and legends)</em>, Bombay, 1903.</p>
<p style="text-align: justify;">(5) Cf. <em>Vishnu-purâna</em>, lI, 2; 11, 1; lI, 4. Dans le <em>jambu-dvîpa </em>on trouve aussi l&#8217;arbre sacré Jambu, dont les fruits font disparaître la vieillesse et confèrent la santé, ainsi que le mont «polaire» en or. M.K. RÔNNKOW, <em>Some remarks on Çvetadvîpa</em> (Bull. orient. School, London, V, p. 253, sqq.); W.E. CLARK, <em>Sakadvîpa and Svetadvîpa</em> (<em>Journ. Amer. Orient. Society</em>, 1919, pp. 209-242).</p>
<p style="text-align: justify;">(6) Dans le rite hindou, le salut d&#8217;hommage aux textes traditionnels &#8211; <em>anjâli</em> -se fait en se tournant vers le nord (<em>Mânavadharmaçâstra</em>, II, 70) comme en souvenir de l&#8217;origine de la sagesse transcendantale qu&#8217;ils contiennent. C&#8217;est au nord qu&#8217;est attribuée au Tibet, de nos jours encore, l&#8217;origine d&#8217;une tradition spirituelle très lointaine dont les formes magiques Bôn semblent être les derniers restes dégénérescents.</p>
<p style="text-align: justify;">(7) <em>Vendîdâd</em>, II, 20.</p>
<p style="text-align: justify;">(8) <em>Vendîdâd</em>, I, 3-4. On peut trouver d&#8217;autres citations en notes dans la traduction de J. DARMESTETER, <em>Avesta</em>, (<em>Sacr. Books of the East</em>, v. IV), p. 5.</p>
<p style="text-align: justify;">(9) Cf. par ex. JORDANES, <em>Hist. Gotor.</em> (<em>Mon. Germ. hist.</em>, Auct. ant. V, 1; IV, 25): «<em>Sandza insula quasi of ficina gentium aut certe velut nationium</em>».</p>
<p style="text-align: justify;">(10) <em>Hyndlalied</em>, 44. <em>Gylfjaginning</em>, 51 (il est également question d&#8217;un «hiver épouvantable» dans le <em>Vafthrûdhnismâl</em>, 44-45). La représentation eddique du nord comme l&#8217;obscur Niflheim, habité par des géants du gel (tout comme l&#8217;<em>ayrianem vaêjô </em>congelé put être considéré comme le siège des forces obscures de la contre-création d&#8217;<em>Angra</em><em> Mainyu</em>, qui sont sensées venir du nord pour lutter contre Zarathustra &#8211; <em>Vendîdâd</em>, XIX, 1) correspond vraisemblablement à une période où certaines races avaient déjà émigré vers le sud. L&#8217;interprétation du mythe eddique des origines n&#8217;est pas facile. Dans le gel qui arrête les fleuves du centre originel, clair et ardent, du Muspelsheim &#8211; qui «ne peut être foulé par personne qui ne soit de lui» (cf. GOLTHER, <em>Op. cit.</em>, p. 512) &#8211; et donna ensuite naissance aux géants ennemis des Ases, on peut voir, semble-t-il, le souvenir d&#8217;un événement analogue à celui dont il vient d&#8217;être question.</p>
<p style="text-align: justify;">(11) LI-TZE, C. V; cfr. c. III.</p>
<p style="text-align: justify;">(12) Cf. DAVID-NEEL, <em>Vie surhumaine de Guésar</em>, cit., pp. LXIII-LX.</p>
<p style="text-align: justify;">(13) Cf. BEAUVOIS, <em>L&#8217;Elysée des Mexicains, etc.</em>, cit., pp. 271-273, 319.</p>
<p style="text-align: justify;">(14) Cf. REVILLE, <em>Relig. du Mexique, etc.</em>, cit., pp. 238-239. Aux quatre ancêtres Quichés correspond probablement l&#8217;idée celtique de l&#8217;«Ile des quatre Seigneurs» et l&#8217;idée extrême-orientale de l&#8217;île lointaine de Ku-she, habitée par des hommes transcendants et par quatre Seigneurs (cf. GUENON, <em>Roi du Monde</em>, cit., pp. 71-72). <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/rene-guenon/">Guénon</a></span> rappelle la division de l&#8217;ancienne Irlande en quatre royaumes, qui reproduit probablement la division propre «à une autre terre beaucoup plus septentrionale aujourd&#8217;hui inconnue, peut-être disparue» &#8211; et il remarque aussi la présence fréquente en Irlande, de ce qui, chez les Grecs, était l&#8217;Omphalos, c&#8217;est-à-dire le <a title="symbole" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">symbole</a> du «Centre» ou «Pôle». A quoi nous ajouterons que la «pierre noire du destin», qui désignait les rois légitimes et fit partie des objets mystiques apportés en Irlande par la race des Tuatha de Danann venus d&#8217;une terre atlantique ou nord-atlantique (cf. SQUIRE, <em>Myth.</em><em> of anc. Brit. and Irel.</em>, cit., p. 34) a essentiellement la même valeur de <a title="symbole" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">symbole</a> royal «polaire» dans le double sens de ce mot.</p>
<p style="text-align: justify;">(15) Cf. GUENON, <em>Op. cit.</em>, c. X, pp. 75-76 qui fait des observations pénétrantes sur la relation traditionnelle entre Thulé et la représentation de la Grande Ourse, qui se rattache au <a title="symbolisme" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">symbolisme</a> polaire. Cf. aussi BEAUVOIS, <em>La Tulé primitive, berceau des</em><em> Papuas du nouveau monde </em>(<em>Museon</em>, X, 1891).</p>
<p style="text-align: justify;">(16) PLINE, <em>Hist. nat.</em>, IV, 30.</p>
<p style="text-align: justify;">(17) Cf. PLUTARQUE, <em>Delf. Orac.</em>, XVIII; PROCOPE, <em>Goth.</em>, IV, 20. Selon STRABON (<em>Geogr</em>., I, vi, 2) Thulé se trouvait à six jours de navigation au nord de la (Grande) Bretagne.</p>
<p style="text-align: justify;">(18) Cf. CALLIMAQUE, <em>Hym.</em>, IV, 281; PLINE, IV. 89; MARCIANUS CAPEL., VI, 664. Vers le 4^ siècle av. J.C., Hécatéo d&#8217;Abdire dit que la Grande-Bretagne fut habitée par les «Hyperboréens»; identifiés aux Protocoles, c&#8217;est à eux qu&#8217;est attribué le temple préhistorique, déjà mentionné, de Stonehenge (cf. H. HUBERT, <em>Les Celtes</em>, v. 1, p. 247).</p>
<p style="text-align: justify;">(19) <em>Odyss.</em>, I, 50; XII, 244. Ici également, en raison du rapport avec le jardin de Zeus et des Hespérides, on relève fréquemment des interférences évidentes avec le souvenir de la résidence atlantique ultérieure.</p>
<p style="text-align: justify;">(20) PLUTARQUE, <em>De facie in orbe lunae</em>, § 26. Plutarque dit qu&#8217;au-delà des îles, plus au nord, subsisterait encore la région dans laquelle Chronos, le dieu de l&#8217;âge d&#8217;or, dort sur un rocher brillant comme l&#8217;or même, où des oiseaux lui apportent l&#8217;ambroisie. Autres références dans E. BEAUVOIS, <em>L&#8217;Elysée transatlantique et l&#8217;Eden occidental</em>, «Rev. Hist. relig.», v. VII, 1883, pp. 278-279. Récemment, dans la région des glaces éternelles il semble que les expéditions du Canadien lenessen et des danois Rasmussen, Therkel et Birket-Smith soient arrivés à découvrir, sous les glaciers, des traces archéologiques d&#8217;une civilisation bien supérieure à celle des esquimaux; civilisation qui a été baptisée du nom de Thulé, bien qu&#8217;il s&#8217;agisse sûrement de traces beaucoup plus tardives. Cf. H. WIRTH, <em>Das Geheimnis von Arktis-Atlantis</em>, dans « Die Woche », no 35, 1931.</p>
<p style="text-align: justify;">(21) Cf. EUMENE, <em>Panegir. p. Costant. August.</em>, § 7, trad. Landriot-Rochet Autun, 1854, pp. 132-133. BEAUVOIS, <em>Op. cit.</em>, pp. 282-283, indique la possibilité qu&#8217;Ogygie, si on décompose le mot en deux racines gaéliques: <em>og </em>(jeune et sacré) et <em>iag </em>(île), se réfère à la «Terre sacrée de la jeunesse», à la <em>Tir na mBeo</em>, la «Terre des Vivants» des légendes nordiques, qui à son tour coïncide avec l&#8217;Avallon, terre d&#8217;origine des Tuatha de Danann.</p>
<p style="text-align: justify;">(22) LACTANCE, <em>Inst.</em>, VII, 16, 3. Ces allusions se poursuivent dans la <a title="littérature" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/letteratura/">littérature</a> mystique et hermétique ultérieure. En dehors de Boehme, nous citerons G. POSTEL, qui, dans son <em>Compendium Cosmographicum</em>, dit que le «paradis»- transposition mystico-théologique du souvenir de la patrie primordiale &#8211; se trouve sous le pôle arctique.</p>
<p style="text-align: justify;">(23) DAVID-NEEL, <em>Op. cit.</em>, pp. XLII, LVII, LX. (24) VIRGILE, <em>Eglogues</em>, IV, 5-10, sqq.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/le-pole-et-le-siege-hyperboreen.html' addthis:title='Le &#8220;pôle&#8221; et le siège hyperboréen ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>L&#8217;arte di passare tra una mina e l&#8217;altra</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Nov 2010 17:33:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Felice Bellotti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il resoconto di viaggio a bordo della Dronning Maud nel mare norvegese minato durante i primi mesi della seconda guerra mondiale]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/larte-di-passare-tra-una-mina-e-laltra.html' addthis:title='L&#8217;arte di passare tra una mina e l&#8217;altra '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/letteratura48x48.png" width="48" height="48" alt="" title="Letteratura" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storiacontemporanea48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Storia contemporanea" /><br/><p style="text-align: justify;">Da bordo della «Dronning Maud», febbraio.</p>
<div class="mceTemp" style="text-align: justify;">
<dl id="attachment_6111" class="wp-caption alignright" style="width: 310px;">
<dt class="wp-caption-dt"><a href="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/ds-dronning-maud-aalesund.gif"><img class="size-medium wp-image-6111" title="La Dronning Maud ad Aalesund" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/ds-dronning-maud-aalesund-300x203.gif" alt="La Dronning Maud ad Aalesund" width="300" height="203" /></a></dt>
<dd class="wp-caption-dd">La Dronning Maud ad Aalesund</dd>
</dl>
</div>
<p style="text-align: justify;">A Trondhjem, al centro della  Piazza Grande, tutta squadrata da lunghi mucchi di neve gelata, c&#8217;è una  mina coperta di ruggine che poggia su un piedestallo di roccia grigia.  Tra le pigne di due percussori svuotati la mano di un fabbro ha aperto  una fessura, sotto la quale una iscrizione incisa in una targa di  bronzo, dice:</p>
<p style="text-align: justify;">«Tu, mina, salisti verso i nostri quieti mari di Norvegia  per recarvi il Dolore e la Morte. Ora, privata della tua forza  infernale, memoria di un tempo tristissimo, raccogli nel tuo ferro  micidiale l&#8217;obolo di tutti i fratelli del mare che ricordano sempre come  coloro che si sono sacrificati lontano dalle coste sono morti per la  salvezza degli altri ed hanno lasciato nelle loro casette di legno donne  e bimbi che hanno atteso invano il loro ritorno».</p>
<p style="text-align: justify;">Per gentile  consuetudine, da quando lo spettro della guerra era scomparso dal Nord,  la popolazione di Trondhjem soleva versare attraverso la fessura aperta  fra i due percussori un tintinnante obolo d&#8217;argento. Col passare degli  anni la mina coperta di ruggine era diventata il centro degli innamorati che, lasciandosi, usavano dirsi: «Allora, domani, alle nove,  accanto alla mina!». Da strumento di morte, quella mina, raccolta al  largo di Bóvik il 14 settembre 1917 dal dragamine F263, era diventata  una duplice cassaforte di amore: nel suo interno custodiva l&#8217;obolo dei  fratelli, sulla superficie rugginosa nascondeva il segreto dei messaggi  amorosi dei giovani che andavano lentamente scoprendo tutta la tenerezza  e tutta l&#8217;ansia del primo affetto.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora, la guerra è tornata; le mine,  portate dalla misteriosa Corrente del Golfo, salgono ancora verso le  coste norvegesi e quasi ogni giorno le casette di legno arroccate sul  mare attendono invano il ritorno di vecchi marinai e di giovani  venturosi. La ruota del tempo ha girato, ha forse compiuto esattamente  un cerchio, e ricomincia la vecchia, solita storia della morte  invisibile, in agguato sotto le onde grigie e fredde. E la navigazione  nel Mare del Nord è diventata più pericolosa che in tutti i mari del  mondo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>«Maddalena che annega!» </em></strong></p>
<div class="mceTemp" style="text-align: justify;">
<dl id="attachment_6108" class="wp-caption alignright" style="width: 310px;">
<dt class="wp-caption-dt"><img class="size-medium wp-image-6108" title="La Dronning Maud" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/Dronning_Maud_steam-01-300x192.jpg" alt="La Dronning Maud" width="300" height="192" /></dt>
<dd class="wp-caption-dd">La Dronning Maud</dd>
</dl>
</div>
<p style="text-align: justify;">Ci siamo imbarcati sulla «Dronning Maud» per seguire, sino ai gelidi mari che si stendono oltre il Circolo  Polare Artico, la pista fra le mine vaganti, l&#8217;unico sentiero che la  civiltà abbia aperto alle comunicazioni fra il nord e il sud della  Norvegia, questo strano Paese affacciato sul mare, tanto lungo che ci  vogliono sette giorni di navigazione per andare da Kristiansand, poco  più ad oriente del Capo Sud, a Kirkenes, venti ore di navigazione più ad  est del Capo Nord, e tanto stretto che, in alcuni punti, ci sono dieci  chilometri di strada montagnosa per passare dal Mare del Nord alla  Svezia. L&#8217;itinerario della «Dronning Maud» e delle tredici sorelle che  formano la flotta, corre quasi completamente lungo le coste della  Norvegia, protetto dal mare aperto da una doppia fila di frangenti  costituiti da aride montagne di roccia che si ergono, coperte di  ghiaccio, a poche centinaia di metri dalla terra ferma, in gara di  altezza coi monti nevosi che separano la Norvegia dalla Svezia. Ma  queste file di roccie se costituiscono una insuperabile barriera contro  tutte le tempeste che possano scagliarsi contro il Paese, tagliate come  sono da lunghi e pittoreschi fiordi, non riescono ad impedire che, ogni  tanto, una mina vagante, nascosta da due o tre metri di acqua, si  infiltri negli specchi tranquilli che bagnano le città e i paesi,  provocando naufragi e vittime nei luoghi più impensati.</p>
<p style="text-align: justify;">Per questo la «Dronning Maud» naviga sulla «pista», un corridoio di mare invisibile  agli occhi inesperti, ma dal quale, con durissimo lavoro che dura il  giorno e la notte, squadre di dragamine e di pescatori tengono lontano  il pericolo di disastrosi incontri. La rotta fra le isole è di per se  stessa abbastanza complicata e il pilota è costretto a un lavoro senza  soste, tanto che fa più fracasso il timone a vapore di quanto non  facciano le macchine e le eliche. Ma ogni tanto la «Dronning Maud»  gira come fosse un automobile, percorre semicerchi misteriosi, torna  indietro, procede a zig-zag, fa, insomma, una serie di scherzi,  che il profano della navigazione in questi mari non riesce affatto a  capire. Poi ci si cccorge che la saggezza dei vecchi marinai  ha ancorato numerosissime boe, che fari verdi, rossi, azzurri e  bianchi parlano al pilota un linguaggio assai semplice, gli dicono di  stare attento, di virare a sinistra, di non poggiare troppo a destra,  di fare attenzione perchè ci sono solamente otto braccia di acqua ed è  pericoloso, a carico completo, avventurarsi su quel passaggio.</p>
<p style="text-align: justify;">Il  comandante della nostra nave sembra scappato fuori da un romanzo di <a title="Knut Hamsun" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Knut  Hamsun</a>, l&#8217;autore dell&#8217;immortale <em>Pan</em>. È grande e grosso, coi capelli  rosso fuoco tutti ricciuti e, dato che tutto va bene, bestemmia  esattamente come deve saper fare un vero marinaio. Ce ne aveva parlato a  Trondhjem il cortese signor Ottesen al quale ci aveva affidato il  nostro amico Krog, perchè guidasse il nostro itinerario.</p>
<p style="text-align: justify;">«Voi — ci  aveva detto — avete l&#8217;autorizzazione di imbarcarvi sul dragamine N 2130,  il più in gamba che io abbia mai visto. Ma questa nave si trova a  Tromsö e per andare a Tromsö non vi resta altra possibilità che  imbarcarvi sulla «Dronning Maud». Ci starete benissimo, a bordo della «Dronning Maud», perchè il comandante è un mio amico, è stato capitano  di dragamine per tutta la durata dell&#8217;ultima guerra, conosce il mestiere  e potrà darvi utilissime indicazioni».</p>
<p style="text-align: justify;">Io, tutte le volte che Ottesen  diceva «Dronning Maud», mi sentivo accapponare la pelle. Parlavamo in  inglese e «dronning» assomiglia come una goccia d&#8217;acqua, nella lingua  parlata, a «drowning»: e «drowning Maud», in inglese, vuol dire  «Maddalena che annega», programma, nelle nostre condizioni, tutt&#8217;altro  che piacevole. Ma quello non ci pensava neppure e continuava  imperterrito i propri discorsi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Incontri </em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Le «utilissime indicazioni»  si rivelarono ben presto. Un vero orso, il nostro comandante, che non si  lasciava strappare dalle labbra una sola parola con astinenza sprecata,  del resto, perchè anche se avesse parlato non avrei capito una sillaba,  dato che le sue cognizioni linguistiche si limitavano al norvegese e a  tutti i dialetti della costa. Ma il mare parlava per lui, raccontando  un sacco di cose interessanti. Incontravamo ogni tanto navi senza  bandiera. In questi mari i piroscafi delle nazioni neutrali hanno  scritto il nome sui fianchi, in caratteri cubitali bianchi compresi fra  due enormi vessilli. Le navi senza bandiera e con il nome piccolissimo  scritto sulla poppa appartengono a potenze belligeranti, sono cioè o  tedesche o inglesi. Incontrammo dei carghi germanici, neri ed enormi,  senza ombra di vita a bordo, resi ancora più misteriosi dalla nebbiolina  ghiacciata che stagnava sulle onde. Navigavano radendo la costa, bene  attenti a non uscire dalle acque territoriali, carichi fino all&#8217;inverosimile di minerale di ferro, tanto che la linea di galleggiamento  non si poteva scorgere neppure quando la prua si alzava nel suo regolare  movimento di beccheggio. Venivano da Narvik? Probabilmente, 0 forse da  più lontano ancora, dall&#8217;America del Sud, dopo aver costeggiato per  migliaia di chilometri le rive americane, essersi avventurate nei banchi  di nebbia di Terranova al largo delle nemiche coste del Canada, aver  raggiunto il limite estreme della banchisa polare ed essere sgusciate  nelle acque norvegesi attraverso il canale che separa l&#8217;Islanda dalle  Svalbard. Quando passava uno di questi carghi tutti i passeggeri della «Dronning Maud» zittivano. Certo pensavano che a fare il marinaio su  una nave belligerante, in queste acque, ci vuole un bel coraggio. E i  norvegesi sono i più indicati per calcolarlo. Oppure si trattava di un  cargo britannico, anch&#8217;esso ingombro dello stesso materiale, oppure  vuoto e ballonzolante sulla cresta delle onde per aver scaricato il  proprio carbone in qualche porto dell&#8217;estremo nord. Ma, di lontano,  nulla poteva indicarci la nazionalità di queste navi senza bandiera che,  quando passano, fanno zittire i norvegesi.</p>
<p style="text-align: justify;">La pista fra le mine vaganti  è la grande strada del traffico nei mari del nord. Solamente lungo  questa invisibile via le navi salgono e scendono tranquillamente, attente a non incappare nella malasorte ma intimamente persuase di  arrivare alla loro mèta. Quelle germaniche, beninteso. Perchè quelle inglesi, a un certo punto,  devono abbandonare le  acque territoriali della Norvegia ed allora  nulla e nessuno può  proteggerle  dagli agguati delle mine, dai siluri dei sommergibili e  dai cento occhi dell&#8217;aviazione germanica.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em> </em></strong></p>
<div class="mceTemp" style="text-align: justify;">
<dl id="attachment_6109" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px;">
<dt class="wp-caption-dt"><strong><em><strong><em><img class="size-medium wp-image-6109" title="La Dronning Maud" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/DronningMaud-01-300x188.jpg" alt="La Dronning Maud" width="300" height="188" /></em></strong></em></strong></dt>
<dd class="wp-caption-dd">La Dronning Maud in navigazione</dd>
</dl>
</div>
<p style="text-align: justify;"><strong><em> </em></strong><strong><em>Una domanda imbarazzante </em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Appena fuori dalla baia incontrammo un sommergibile in emersione che  filava velocissimo verso sud. Nessun nominativo, nessun numero, ancora  oggi sarei curioso di sapere con certezza dì che nazionalità fosse. Ma  credo appartenesse alla flotta del Reich, perchè meno di un quarto d&#8217;ora  dopo vedemmo un convoglio d&#8217;una ventina di navi che seguiva la stessa  rotta. In testa erano tre nuovissimi trawlers di costruzione germanica,  disposti a saliente: e dietro, allineate per tre, venivano le altre  navi, tutte carghi a pieno carico. Forse quel sottomarino costituiva  l&#8217;avanguardia. Domandammo al capitano: «Comandante, quel sottomarino  era dentro o fuori le acque territoriali?». Questi ci squadrò ben bene e  trovò la risposta che gli suggeriva la diplomazia ma che non era quella  che gli veniva dal cuore: «Un neutrale — rispose -— un buon neutrale  non si occupa mai di queste cose», «Mai?». «Mai se tutto va liscio.  Non vi pare che ne abbiamo abbastanza di grane, senza andarcene a  cercare delle altre?».</p>
<p style="text-align: justify;">Ammirai la saggezza del comandante della  «Dronning Maud». Anche perchè egli era l&#8217;unico, unitamente alla prima  cameriera di bordo, che fosse assolutamente convinto che noi fossimo due  pacifici giornalisti che non avessero nessun programma spionistico.</p>
<p style="text-align: justify;">—  Troveremo qualche mina, comandante?</p>
<p style="text-align: justify;">— Più su dovete venire, nelle acque  di Kirkenes. Quei dannati russi hanno minato tutto il fiordo di  Liinahamari e la marea, ogni tanto, ne porta qualcuna sulla nostra  rotta. La Sigurd Jarl ha pestato in una mina russa. Per fortuna era  russa, altrimenti non sarebbero venuti a raccontarcelo.</p>
<p style="text-align: justify;">— Cosa vuol dire  mina russa?</p>
<p style="text-align: justify;">— Vuol dire sovietica, come fate a non capire queste  semplicissime cose? E sembra che queste mine siano piuttosto restie ad  esplodere. E se ne andò brontolando contro l&#8217;imperizia dei fabbricanti  di esplosivi della Russia di Stalin.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>La Stampa</em> del 24 febbraio 1940.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/larte-di-passare-tra-una-mina-e-laltra.html' addthis:title='L&#8217;arte di passare tra una mina e l&#8217;altra ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>La razza iperborea e le sue ramificazioni</title>
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		<pubDate>Tue, 29 Jun 2010 10:08:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Julius Evola</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il gruppo delle razze “arie”, le loro caratteristiche e gli elementi solari ed eroici primordiali. Brani da Sintesi di dottrina della razza, 1941.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/la-razza-iperborea-e-le-sue-ramificazioni.html' addthis:title='La razza iperborea e le sue ramificazioni '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/evola48x48.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Julius Evola" /><br/><p style="text-align: justify;">Il limite che si può dare alla nostra dottrina della razza in fatto  di esplorazione delle origini cade nel punto, in cui la razza iperborea  dovette abbandonare, ad ondate successive, seguenti itinerari diversi,  la sede artica, per via del congelamento che la rese inabitabile – nelle  opere già citate si è già accennato a quel che rende fondata l’idea,  che la regione artica sia diventata quella dei ghiacci eterni solo a  partire da un determinato periodo: i ricordi di quella sede, conservati  nelle tradizioni di tutti i popoli nella forma di miti varii, ove essa  appare sempre come una “terra del sole”, come un continente insulare  dello splendore, come la terra sacra del Dio della luce, e così via,  sono già, nel riguardo, abbastanza eloquenti. Ora, nel punto in cui si  iniziarono le emigrazioni iperboree perisotiche, la razza iperborea  poteva considerarsi, fra tutte, quella superiore, la superrazza, la  razza olimpica riflettente nella sua estrema purità la razza stessa  dello spirito. Tutti gli altri ceppi umani esistenti sulla terra in quel  periodo, nel complesso, sembra che si presentassero o come “razze di  natura”, cioè razze animalesche, o come razze divenute, per involuzione  di cicli razziali precedenti, “razze di natura”. Gli insegnamenti  tradizionali parlano in realtà di una civiltà o di una razza antartica  già decaduta al periodo delle prime emigrazioni e colonizzazioni  iperboree, i cui residui lemurici erano rappresentati da importanti  gruppi di razze negridi e malesiche. Un altro ceppo razziale, distinto  sia da quello iperboreo che da quello antartico-lemurico, era quello che  come razza bruno-gialla occupò originariamente il continente  eurasiatico (razza finnico-mongoloide) e che come razza rosso-bruna ed  anche, nuovamente, bruno-gialla occupò sia una parte delle Americhe che  terre atlantiche oggi scomparse.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<div class="mceTemp" style="text-align: justify;">
<dl id="attachment_5264" class="wp-caption alignleft" style="width: 257px;">
<dt class="wp-caption-dt"><img class="size-full wp-image-5264" title="siddharta" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/siddharta.jpg" alt="Principe Siddharta. Gandhara, II-III secolo. Arte del Gandhâra, sito di Shahbaz-Garhi. Museo Guimet, Parigi." width="247" height="599" /></dt>
<dd class="wp-caption-dd">Principe Siddharta. Gandhara, II-III secolo. Arte del Gandhâra, sito di Shahbaz-Garhi. Museo Guimet, Parigi.</dd>
</dl>
</div>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Sarebbe evidentemente assurdo  tentare una precisa tipologia di queste razze preistoriche e delle loro  combinazioni primordiali secondo caratteristiche esterne. Ad esse ci si  deve riferire solo per prevenire degli equivoci e potersi orientare fra  le formazioni etniche dei periodi successivi. Anche l’indagine dei crani  fossili può dirci ben poco, sia perché non dal solo cranio è  caratterizzata la razza, perfino la semplice razza del corpo, sia perché  vi sono ragioni per affermare fondatamente, che per alcune di tali  razze dei residui fossili non potettero conservarsi fino a noi. Il  cranio dolicocefalo, cioè allungato, unito ad un’alta statura e ad una  slanciata figura, al colorito biondo dei capelli, chiaro della pelle,  azzurro degli occhi, è, come è noto, caratteristico per gli ultimi  discendenti delle razze nordiche direttamente calate dalle regioni  artiche. Ma tutto ciò non può costituire l’ultima parola; anche a  volersi limitare all’ordine positivo, bisogna far intervenire, per  orientarsi, le considerazioni proprie al razzismo di secondo grado.  Infatti già si è detto che per la razza l’elemento essenziale non è dato  dalle semplici caratteristiche corporee e antropologiche, ma dalla <em>funzione </em>e dal <em>significato </em>che esse hanno nell’insieme di un dato tipo  umano. Dolicocefali di alta statura e slanciata figura si trovano  infatti anche fra le razze negridi, e colorito bianco e occhi quasi  azzurri si trovano fra gli Aino dell’Estremo Oriente e le razze malesi,  stando naturalmente, in tali razze, a significare tutt’altro; né qui si  deve pensare solo a delle anomalie o a scherzi della natura, in certi  casi potendosi trattare di sopravvivenze somatiche spente di tipi  procedenti da razze le quali, nel loro remotissimo periodo zenitale,  potevano avere caratteri simili a quelli che, nell’epoca da noi  considerata, si trovarono invece concentrati nell’elemento  nordico-iperboreo e, qui, accompagnati, fino ad un’epoca relativamente  recente, dal significato e dalla razza interna corrispondente.</p>
<p style="text-align: justify;">Quanto  alle emigrazioni delle razze di origine iperborea, avendo anche di esse  parlato nei libri già citati, limitiamoci ad accennare a tre correnti  principali. La prima ha presa la <em>direzione nord-ovest sud-est</em> raggiungendo l’India e avendo come suoi ultimi echi la razza indica,  indo-afgana e indo-brachimorfa della classificazione del Peters. In  Europa, contrariamente a quel che si può credere, le tracce di tale  grande corrente sono meno visibili o, almeno, più confuse, perché si è  avuta una sovrapposizione di ondate e quindi una composizione di strati  etnici successivi. Infatti, dopo questa corrente della direzione  nord-ovest sud-est (corrente nordico-aria trasversale), una seconda  corrente ha seguito la <em>direzione occidente-oriente</em>, in molti suoi rami  attraverso le vie del Mediterraneo, creando centri che talvolta debbonsi  considerare anche più antichi di quelli derivati dalla precedente  ondata trasversale, per il fatto che qui non sempre si trattò di una  emigrazione forzata, ma anche di una colonizzazione operata prima della  distruzione o della sopravvenuta inabitabilità dei centri originari  della civiltà d’origine iperborea. Questa seconda corrente, col relativo  tronco di razze, possiamo chiamarla ario-atlantica, o nordico-atlantica  o, infine, atlantico-occidentale. Essa proviene in realtà da una terra  atlantica, in cui si era costituito un centro che, in origine, era una  specie di immagine di quello iperboreo. Questa terra fu distrutta da una  catastrofe, di cui parimenti si ritrova il ricordo mitologizzato nelle  tradizioni di quasi tutti i popoli, ed allora ale ondate dei  colonizzatori si aggiunsero quelle di una vera e propria emigrazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Si  è detto che la terra atlantidea conobbe in origine una specie di  fac-simile del centro iperboreo, perché i dati fino a noi per giunti ci  inducono a pensare ad una involuzione sopravvenuta sia dal punto di  vista della razza, sia dal punto di vista della spiritualità, in questi  ceppi nordici scesi già in epoche antichissime verso il sud. Le  mescolanze con gli aborigeni rosso-bruni sembrano, nel riguardo, aver  avuta una parte non indifferente e distruttiva, e se ne trova un ricordo  preciso nel racconto di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/platone">Platone</a></span>, ove l’unione dei “figli degli dèi” –  degli Iperborei – con gli indigeni è data come una colpa, in termini,  che ricordano quel che in altri ricordi mitici, viene descritto come  “caduta” della razza celeste – degli “angeli” o, di nuovo, dei figli  degli dèi, <em>ben elohim </em>– la quale si congiunse, ad un dato momento, con  le figlie degli uomini (delle razze inferiori) commettendo una  contaminazione significativamente assimilata, da alcuni testi, al  peccato di sodomia, di commercio carnale con gli animali.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<div class="mceTemp" style="text-align: justify;">
<dl id="attachment_5263" class="wp-caption alignright" style="width: 379px;">
<dt class="wp-caption-dt"><strong><strong><a href="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/Heinrich_II.jpg"><img class="size-full wp-image-5263 " title="Heinrich_II" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/Heinrich_II.jpg" alt="Statua di Enrico II. Duomo di Bamberga, Germania." width="369" height="626" /></a></strong></strong></dt>
<dd class="wp-caption-dd"><strong>Statua di Enrico II. Duomo di Bamberga, Germania.</strong></dd>
</dl>
</div>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong><strong>Il  gruppo delle razze “arie”</strong><br />
Più recente di tutte è l’emigrazione  della terza andata, che ha seguito la <em>direzione nord-sud</em>. Alcuni ceppi  nordici precorsero questa direzione già in epoche preistoriche – sono  quelli, per esempio, che dettero luogo alla civiltà dorico-achea e che  portarono in Grecia il culto dell’Apollo iperboreo. Le ultime ondate  sono quelle della cosiddetta “migrazione dei popoli” avvenuta al  decadere dell’Impero romano e corrispondono alle razze di tipo  propriamente nordico-germanico. A questo riguardo, devesi fare una  osservazione molto importante. Tali razze diffusesi nella direzione  nord-sud discendono più direttamente da ceppi iperborei che per ultimi  lasciarono le regioni artiche. Per tale ragione, essi spesso presentano,  dal punto di vista della razza del corpo, una maggiore purità e  conformità al tipo originario, avendo avuto minori possibilità di  incontrare razze diverse. Lo stesso non può però dirsi dal punto di  vista della loro razza interna e delle loro tradizioni. Il mantenersi  più a lungo delle razze sorelle nelle condizioni di un clima divenuto  particolarmente aspro e sfavorevole non poté non provocare in loro una  certa materializzazione, uno sviluppo unilaterale di certe qualità  fisiche ed altresì di carattere, di coraggio, di resistenza, costanza e  inventività, avente però come sua controparte una atrofia del lato  propriamente spirituale. Ciò si vede già presso gli Spartani; in maggior  misura, però, nei popoli germanici delle invasioni, che noi possiamo  continuare a chiamare “barbariche”; “barbariche”, però, non di fronte  alla civiltà romana degenerescente, in cui quei popoli apparvero, ma di  fronte ad un superiore stadio, da cui quelle razze erano ormai decadute.  Fra le prove di una tale interiore degerescenza, o oscuramento  spirituale, sta la relativa facilità con cui tali razze si convertirono  al cristianesimo e poi al protestantesimo; per questa ragione, i popoli  germanici nei primi secoli dopo il crollo dell’impero romano  d’Occidente, fino a Carlomagno, non seppero opporre nulla d’importante,  nel dominio spirituale, alle forme crepuscolari della romanità. Essi  furono fascinati dallo splendore esteriore di tali forme, caddero  facilmente vittime del bizantinismo, non seppero rianimare quanto di  nordico-ario sussisteva, malgrado tutto, nel mondo mediterraneo, che per  il tramite di una fede inficiata, in più di un aspetto, da influenze  razziali semitico-meridionali, allorché esse, più tardi, dettero forma  al Sacro Romano Impero sotto segno cattolico. E’ così che anche dei  razzisti tedeschi, come il <a title="Günther " href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/hans-f.-k.-guenther/">Günther</a>, hanno dovuto riconoscere che,  volendo ricostruire la visione del mondo e il tipo di spiritualità  proprio alla razza nordica, ci si deve meno riferire alle testimonianze  contenute dalle tradizioni dei popoli germanici del periodo delle  invasioni – testimonianze frammentarie, spesso alterate da influssi  estranei o decadute nella forma di superstizioni popolari o di folklore –  quanto alle forme superiori spirituali proprie all’antica Roma,  all’antica Ellade, alla Persia e all’India, cioé di civiltà derivate  dalle due prime ondate.</p>
<p style="text-align: justify;">All’insieme delle razze e delle  tradizioni generate da queste tre correnti, trasversale l’una (ceppo  degli ario-nordici), orizzontale l’altra (cepo degli ario-germanici) si  può applicare, non tanto per vera conformità, ma piuttosto in base ad un  uso divenuto corrente, il termine “ario” o “ariano”. Volendo prendere  in considerazione le razze definite dagli studiosi più noti e  riconosciuti di razzismo di primo grado, possiamo dire, che il tronco  della razza aria, avente alla sua radice quella iperborea primordiale,  si differenzia nel modo seguente. Vi è anzitutto, come razza bionda, il  ramo chiamato in senso stretto “<em>nordico</em>”, che alcuni differenziano in  sottoramo <em>teutonordide</em>, <em>dalico-falico</em>, <em>finno-nordico</em>; lo stesso ceppo  nel suo miscuglio con le popolazioni aborigene sarmate ha dato poi luogo  al cosiddetto tipo <em>est-europide</em> e <em>est-baltico</em>. Tutti questi gruppi  umani, dal punto di vista della razza del corpo, come si è accennato,  conservano una maggiore fedeltà o purità rispetto a ciò che si può  presumere esser stato il tipo nordico primordiale, vale a dire  iperboreo.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/gli-uomini-e-le-rovine/698" target="_blank"><img class="size-full wp-image-5180 alignleft" style="margin: 10px;" title="gli-uomini-e-le-rovine" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/gli-uomini-e-le-rovine.jpeg" alt="" width="200" height="280" /></a>In secondo luogo, debbonsi considerare delle razze già  più differenziate rispetto al tipo originario, sia nel senso di  fenotipi di esso, vale a dire di forme, a cui le stesse disposizioni e  gli stessi geni ereditari han dato luogo sotto l’azione di un ambiente  diverso, sia di misto-variazioni, cioè, prodotte da più accentuata  mescolanza; si tratta di tipi, in prevalenza, bruni, di statura più  piccola, in cui al dolicocefalia non è di regola o non è troppo  pronunciata. Menzioniamo, utilizzando le terminologie più in voga, la  cosiddetta <em>razza dell&#8217;uomo dell&#8217;ovest</em> (<em>westisch</em>), la <em>razza atlantica</em> che, come l’ha definita il Fischer, è già da essa diversa, la <em>razza mediterranea</em>, da cui, a sua volta, si distingue, secondo il Peters, la  varietà dell’uomo euroafricano, o <em>africo-mediterraneo</em>, ove la componente  oscura ha maggior risalto. La classificazione del Sergi, secondo la  quale queste due ultime varietà, più o meno, coincidono, è senz’altro da  rigettarsi e, dal punto di vista del razzismo pratico, soprattutto di  quello italiano, è fra le più pericolose. Parimenti equivoco è il  chiamare, col Peters, <em>pelasgica</em> la razza mediterranea: in conformità col  senso che tale parola ebbe nella civiltà greca, bisogna considerare il  tipo pelagico, in un certo modo, a sé, soprattutto nei termini del  risultato di una degenerazione di alcuni antichissimi ceppi  atlantico-ari stabilitisi nel Mediterraneo prima dell’apparire degli  Elleni. Specie dal punto di vista della razza dell’anima si conferma  questo significato dei “pelasgi”, fra i quali rientra anche l’antica  gente etrusca (Cfr. Bachofen, <em>“La razza solare”. Studi sulla storia  segreta dell’antico mondo mediterraneo</em>, Roma 1940).</p>
<p style="text-align: justify;">In un certo  modo a sé sta la <em>razza dinaride</em>, perché, mentre essa, in certi suoi  aspetti, è maggiormente vicina al tipo nordico, in altri mostra  caratteri comuni con la razza armenoide e desertica, e, come quella che  alcuni razzisti definiscono propriamente razza alpina o dei Vosgi, si  mostra prevalentemente brachicefala: segno di incroci avvenuti secondo  altre direzioni. La <em>razza aria dell&#8217;est</em> (<em>ostisch</em>) ha, di nuovo,  caratteri distinti, sia fisici che psichici, per cui si allontana  sensibilmente dal tipo nordico.</p>
<p style="text-align: justify;">Non vi è nulla in contrario, dal  punto di vista tradizionale, assumere nella dottrina della razza di  primo grado le precisazioni che i varii autori fanno nei riguardi delle  caratteristiche fisiche e, in parte, anche psichiche, di tutti questi  rami dell’umanità aria. Solo che sulla portata di tutto ciò non bisogna  farsi troppe illusioni, nel senso di stabilire rigidi limiti. Così,  benché non bianche né bionde, le razze superiori dell’Iran e dell’India,  e benché non bianchi, molti antichi tipi egizi possono rientrare  senz’altro nella famiglia aria. Non solo: autori come il <a title="Herman Wirth" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/hermann-wirth/">Wirth</a> e il  Kadner, che hanno cercato di utilizzare i recenti studi sui gruppi  sanguigni per la ricerca razziale, sono stati indotti a ritenere più  vicini al tipo nordico primordiale alcuni ceppi nord-americani  pellirosse e alcuni tipi esquimesi, che non la maggior parte delle razze  arie indoeuropee ora accennate; e in quest’ordine di indagini, ad  esempio, risulta altresì, che il sangue nordico  primordiale in Italia  ha un percento vicino a quello dell’Inghilterra, e decisamente superiore  a quello dei popoli ari germanici. Bisogna dunque non fissarsi su degli  schemi rigidi, e pensare che, salvo casi abbastanza rari, la “forma”  della superrazza originaria, più o meno latente, impedita o sopraffatta,  o estenuata, sussiste nel profondo di tutte queste varietà umane e,  date certe condizioni, può tornare ad esser predominante e ad informar  di sé un dato tipo, che le si dimostri corrispondente, anche là dove  meno si potrebbe sospettare, cioè là dove gli antecedenti, secondo la  concezione schematica e statica della razza, avrebbero invece fatto  sembrar probabile l’apparizione di un tipo di razza, mettiamo,  mediterranea, o indo-afgana, o baltico-orientale. […]</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Che cosa  voleva dire “ario”</strong><br />
Veniamo ora al termine “ario”. Secondo la  concezione oggi divenuta corrente, ha diritto di dirsi “ario” chiunque  non sia ebreo o di razza di colore, né abbia avi di tali razze – in  Germania, fino alla terza generazione. Per gli scopi più immediati della  politica razziale, questa veduta può avere una certa giustificazione,  nel senso di punto di riferimento per una prima discriminazione. Su di  un piano più alto, ed anche in sede storica, essa appare invece  insufficiente, già per il fatto, che essa si esaurisce in una  definizione negativa, indicante quel che non si deve essere, non ciò che  si deve essere; per cui, soddisfatta la condizione generica di non  essere né negro, né Ebreo, né di colore, egual diritto a dirsi ario  avrebbe sia il più “iperboreo” degli Svedesi che un tipo seminegroide  delle regioni meridionali. D’altra parte, se si confronta questo  significato ridotto dell’arianità con quello che la parola ebbe  originariamente, vien quasi da pensare ad una profanazione, perché la  qualità aria, in origine, coincideva essenzialmente con quella che, come  si è accennato, la ricerca di terzo grado può attribuire a schiere  della razza restauratrice, della “razza eroica”. Quindi il termine  “ario” nella sua concezione corrente odierna non può accettarsi che ai  fini della circoscrizione e separazione di una zona generale,  all’interno della quale dovrebbe però aver luogo tutta una serie di  ulteriori differenziazioni, qualora ci si voglia avvicinare, sia pure  approssimativamente, al livello spirituale corrispondente al significato  autentico e originario del termine in questione.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<div class="mceTemp" style="text-align: justify;">
<dl id="attachment_5261" class="wp-caption alignright" style="width: 250px;">
<dt class="wp-caption-dt"><img class="size-full wp-image-5261" title="bisotun" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/bisotun.jpg" alt="Iscrizioni di Bisotun (particolare)" width="240" height="180" /></dt>
<dd class="wp-caption-dd">Iscrizioni di Bisotun (particolare)</dd>
</dl>
</div>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Il razzismo – è  vero – nelle sue propaggini filologiche si è dato ad una ricerca  comparativa di parole, che nell’insieme delle lingue indoeuropee  contengono la radice <em>*ar</em> di “ario” ed esprimono più o meno qualità di un  tipo umano superiore. <em>Herus </em>in latino e <em>Herr </em>in tedesco significano  “signore”, in greco <em>aristos </em>vuol dire eccellente e <em>areté </em>virtù; in  irlandese <em>air </em>significa onorare e nell’antico tedesco la parola <em>era </em>vuol  dire gloria – come in quello moderno <em>Ehre </em>vuol dire onore, ecc., e  tutte queste espressioni, come varie altre, sembrano appunto trarsi  dalla radice <em>*ar </em>di ario. Inoltre questa stessa radice il razzismo ha  creduto di ritrovarla anche in <em>Eran</em>, antico nome per la Persia, in <em>Erin </em>e <em> Erenn</em>, antichi nomi dell’Irlanda, oltre che in molti nomi propri che  ricorrono frequentissimi nelle antiche stirpi germaniche. Tuttavia, da  un punto di vista rigoroso, il termine “ario” – da <em>arya</em> – con certezza  può solo esser riferito alla civiltà dei conquistatori preistorici  dell’India e dell’Iran. Nello <em>Zend-Avesta</em>, testo dell’antica tradizione  iranica, la patria originaria delle stirpi, a cui tale tradizione fu  propria, è chiamata <em>airyanem-vaejo</em>, significante “seme della gente aria”  e dalle descrizioni che se ne danno risulta chiaramente, che essa fa  tutt’uno con la sede artica iperborea. Nella inscrizione di Behistun  (520 a.C.) il gran Re Dario parla così di sé stesso: “Io, re dei re, di  razza aria” e gli “arii”, a loro volta, nei testi s’identificano alla  milizia terrestre del “Dio di Luce”: cosa che ci fa già apparire la  razza aria in un significato metafisico, come quella che, senza tregua,  in uno dei varii piani della realtà cosmica, lotta incessantemente  contro le forze oscure dell’anti-dio, di Arimane.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/il-trattato-di-manu-sulla-norma/7299" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-5265" style="margin: 10px;" title="trattato-di-manu-sulla-norma" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/trattato-di-manu-sulla-norma.jpeg" alt="" width="200" height="319" /></a>Questo concetto  spirituale dell’arianità si precisa nella civiltà indù. Nella lingua  sanscrita <em>ar</em> significa “superiore, nobile, ben fatto” ed evoca anche  l’idea di muovere come ascendere, portarsi in alto. Con riferimento alla  dottrina indù dei tre <em>duna</em>, una tale idea propizia ravvicinamenti  interessanti. La qualità “ar” va cioè a corrispondere a <em>rajas</em>, che è la  qualità delle forze ascendenti, superiore e opposta a <em>tamas</em>, che è la  qualità, invece, di tutto ciò che cade, che va verso il basso, mentre  qualità superiore a <em>rajas </em>è <em>sattva</em>, la qualità propria a “ciò che è”  (<em>sat</em>) in senso eminente – si potrebbe dire, al principio solare nella  sua olimpicità. Ciò può dunque dare un senso del “luogo” metafisico  proprio alla qualità aria. Da questa radice <em>*ar</em>, <em>arya</em> come aggettivo  indica poi le qualità di esser superiore, fedele, ottimo, stimato, di  buona nascita; e come sostantivo designa “chi è signore, di nobile  stirpe, maestro, degno di onore”: sono deduzioni in sede di carattere,  in sede sociale e, infine, di “razza dell’anima”.</p>
<p style="text-align: justify;">Ciò dal punto  di vista generico. In senso specifico <em>arya </em>però era essenzialmente una  designazione di casta: si riferiva collettivamente all’insieme delle tre  caste superiori (capi spirituali, aristocrazia guerriera e “padri di  famiglia” quali proprietari legittimi, con autorità su di un certo  gruppo di consanguinei) nella loro opposizione alla quarta casta, alla  casta servile degli <em>sudra</em> – oggi forse si dovrebbe dire: alla massa  proletaria.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora, due condizioni definivano la qualità aria: la  nascita e l’iniziazione. Ari si nasce – tale è la prima condizione.  L’arianità, su tale base, è una proprietà condizionata dalla razza,  dalla casta e dall’eredità, essa si trasmette col sangue da padre a  figlio e da nulla può esser sostituita, così come il privilegio che,  fino ad ieri, in Occidente aveva il sangue patrizio. Un codice  particolarmente complicato, sviluppante una casistica fin nei più minuti  dettagli, conteneva tutte le misure necessarie per preservare e  mantenere pura questa eredità preziosa e insostituibile, considerando  non solo l’aspetto biologico (razza del corpo) ma anche quello etico e  sociale, il contegno, un dato stile di vita, diritti e doveri, quindi  tutta una tradizione di “razza dell’anima”, differenziata poi per  ciascuna delle tre caste arie.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma se la nascita è la condizione  necessaria per essere ari, essa non è anche sufficiente. La qualità  innata va confermata per mezzo dell’iniziazione, <em>upanayana</em>. Come il  battesimo è la condizione indispensabile per far parte della comunità  cristiana, così l’iniziazione rappresentava la porta attraverso la quale  si entrava a far parte effettiva della grande famiglia aria.  L’iniziazione determina la “seconda nascita”, essa crea il <em>dvija</em>, “colui  che è nato due volte”. Nei testi, <em>arya</em> appare sempre come sinonimo di  <em>dvija</em>, rinato, o nato due volte. Per cui, già con questo si entra in un  dominio metafisico, nel campo di una razza dello spirito. La razza   oscura, proletaria – <em>sudra-varna</em> – detta anche nemica – <em>dasa </em>–  non-divina o demonica – <em>asurya-varna </em>– ha solo una nascita, quella del  corpo. Due nascite, l’una naturale, l’altra sovrannaturale, urànica, ha  invece l’<em>arya</em>, il nobile. Come in varie occasioni l’abbiamo ricordato,  il più antico codice di leggi arie, il <em>Manavadharmasastra</em>, va fino al  punto di dichiarare, che chi è nato ario non è veramente superiore allo <em> sudra</em>, al servo, prima di esser passato attraverso la seconda nascita o  quando la sua gente abbia metodicamente trascurato il rito determinante  questa nascita, cioè l’iniziazione, l’<em>upanayana </em>(*).</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<div class="mceTemp" style="text-align: justify;">
<dl id="attachment_5262" class="wp-caption alignright" style="width: 448px;">
<dt class="wp-caption-dt"><img class="size-full wp-image-5262" title="volti-di-hadda" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/volti-di-hadda.jpg" alt="Ritratti da Hadda. Arte del Gandhara, India, III secolo. Museo Guimet, Parigi." width="438" height="326" /></dt>
<dd class="wp-caption-dd">Ritratti da Hadda. Arte del Gandhara, India, III secolo. Museo Guimet, Parigi.</dd>
</dl>
</div>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Ma vi è  anche la controparte. Atto e qualificato a ricevere legittimamente  l’iniziazione, in via di principio, non è chiunque, ma solo chi è nato  ario. Impartirla ad altri è delitto. Ci troviamo dunque di fronte ad una  concezione superiore e completa della razza. Essa si distingue dalla  concezione  cattolica, perché ignora un sacramento atto a somministrarsi  a chiunque, senza condizioni di sangue, razza e casta, tanto da  condurre ad una democrazia dello spirito. In pari tempo, essa supera  anche il razzismo materialistico, perché, mentre si soddisfa alle  esigenze di esso ed anzi si porta il concetto della purità biologica e  della non-mescolanza fino alla forma estrema relativa alla casta chiusa,  l’antica civiltà aria riteneva insufficiente la sola nascita fisica:  aveva in vista una razza dello spirito, da raggiungere – partendo dalla  salda base e dall’aristocrazia di un dato sangue e di una data eredità  naturale – per mezzo della ri-nascita, definita dal sacramento ario.  Ancor più in alto, la <em>terza nascita</em>, o, per usare la designazione  corrispondente delle tradizioni classiche, la resurrezione attraverso la  “morte trionfale”. Come supremo ideale, l’antico ario considerava  infatti la “via degli dèi” – <em>deva-yana </em>– detta anche “solare” o  “nordica”, lungo la quale si ascende e “non si ritorna”, non la “via  meridionale” del dissolversi nel ceppo collettivo di una data stirpe,  nella sostanza confusa di nuove nascite (<em>pitr-yana</em>): cosa che già basta  per immaginarsi in che conto l’uomo ario poteva avere la cosiddetta  rincarnazione, concezione, questa, che, come si è detto, fu propria a  razze estranee, prevalentemente “telluriche” o “dionisiache”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’elemento  solare ed eroico della antica razza aria</strong><br />
La doppia condizione  della qualità aria fa capire, che queste antiche civiltà presupponevano  una specie di eredità sovrannaturale latente nella razza aria del  sangue, eredità, che però doveva esser ridestata e portata dalla potenza  all’atto caso per caso, affinché il singolo potesse farla davvero cosa  sua. Questo era il significato generale del sacramento ario nelle sue  forme più alte. Considerando però l’àpice della gerarchia aria, si può  vedere facilmente che la qualità primordiale latente da ridestare  corrisponde essenzialmente a quella della “razza solare” e che, quindi,  l’ario, come colui che a tale razza appartiene potenzialmente, ma che  tuttavia deve riconquistarla o restaurarla quale singolo, presenta  esattamente i tratti della razza da noi tecnicamente definita “eroica”.</p>
<p style="text-align: justify;">Come  si è accennato, la casta aria si ripartiva in altre tre e la più alta  l’abbiamo detta dei “capi spirituali”, giacché questa espressione  previene molti equivoci e ci permette anche di evitare il problema  alquanto complesso dei rapporti che nelle antiche società arie d’origine  iperborea esistevano fra la casta sacerdotale – <em>brahman </em>– e quella  guerriera – <em>kshatram</em>. La maggior parte degli orientalisti, nel riferirsi  alla prima là dove essa effettivamente rappresentò il vertice della  gerarchia aria, credono di vedervi una specie di supremazia sacerdotale,  cosa effettivamente errata. Anzitutto sembra risultare dalle più  antiche testimonianze che la casta sacerdotale in origine faceva  tutt’uno con quella guerriero-regale, in piena corrispondenza con  l’ufficio originario della “razza solare”. In secondo luogo, anche a  prescindere da ciò e a limitarsi al soli <em>brahmana </em>(ai componenti della  casta dei <em>brahman</em>) come capi ari, non si può pensare ad una società  retta da “sacerdoti” e asservita ad isee “religiose”, come gli uni e le  altre vengono concepiti nella <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religione</a> europea. Ciò, per due ragioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Anzitutto  perché vi era l’anzidetta condizione del sangue. Peer ragioni varie, la  Chiesa dovette imporre al clero il celibato, col che si rese  impossibile una base razziale e ereditaria per la dignità sacerdotale.  Secondo la veduta cattolica – e ancor più secondo quella protestante –  per divenire sacerdote basta la “vocazione” (concetto, qui, piuttosto  vago), certi studi affini alla filosofia e l’ossequio a certi precetti  morali: non è richiesto esser di razza di sacerdoti per esser ordinati  sacerdoti. Questo è il primo punto.</p>
<p style="text-align: justify;">In secondo luogo, l’antica  élite aria come “razza solare” ignorava la distanza metafisica fra un  Creatore e la creatura. I suoi rappresentanti non apparivano come  mediatori del divino (cioè nella funzione che ha il sacerdote nelle  civiltà lunari), bensì come essi stessi nature divine. La tradizione li  descrive come dominatori non solo di uomini, ma anche di potenze  invisibili, di “dèi”. Fra i molti testi riprodotti nel nostro libro già  spesso ricordato, a tale riguardo, vi è p. es. questo: “Noi siamo dèi,  voi [soltanto] uomini”. Essi sono nature luminose e vengono paragonati  al sole. Sono costituiti “da una sostanza ignea radiante”, costituiscono  l’“apice” dell’universo e “sono oggetto di venerazione da parte delle  stesse divinità”. Non sono gli amministratori di una fede, ma i  possessori di una scienza sacra. Questa conoscenza è potenza e forza  trasfigurante. Agisce come un fuoco, che consuma e che distrugge tutto  ciò che per altri nele azioni potrebbe significare colpa, peccato,  costrizione – è qualcosa di simile al nietzschiano “al di là del bene e  del male”, ma su di un piano trascendente, non da superuomo “bionda  bestia” ma da superuomo “olimpico”. Poiché essi “sanno” e “possono”,  questi capi arii non hanno bisogno di “credere”, non conoscono dogmi,  nel dominio delle  conoscenze tradizionali essi sono infallibili.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/imperialismo-pagano/41" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-5113" style="margin: 10px;" title="imperialismo-pagano" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/imperialismo-pagano.jpeg" alt="" width="200" height="284" /></a>E  come non hanno dogmi, essi nemmeno costituiscono una “chiesa”;  esercitano direttamente, di persona, la loro autorità; non hanno  pontefici da venerare, perché, in un certo modo, ogni esponente  legittimo della loro casta è un “pontefice”, nel senso originario della  parola. Pontefice è colui che fa i ponti, che stabilisce i contatti fra  due rive, fra due mondi – fra l’umano e il superumano. Esattamente  perché questa era la funzione propria al <em>brahman</em>; e poiché in una  civiltà orientata in senso eminentemente eroico e metafisico, come era  il caso di quella dell’antica arianità, una tale funzione appariva di  suprema utilità ed efficacia – per questo il capo spirituale, o  brahmana, incarnava agli occhi delle altre caste arie, per tacere di  quelle servili non-arie, una autorità illimitata e supremamente  legittima.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo strumento “pontificale” – cioè di “collegamento” –  per eccellenza (in origine, prerogativa regale), era il <em>rito</em>. Anche  circa il rito dovremmo, qui, ripetere cose da noi già dette in più di  una occasione. Il rito per l’uomo antico non era una vuota e  superstiziosa cerimonia. Vi si esprimeva invece una attitudine virile e  dominatrice di fronte al supersensibile, giacché, mentre la preghiera è  un chiedere, il rito, secondo questa veduta, è un comandare e un  determinare. Il rito è una specie di “tecnica divina”, che si distingue  da quella moderna, pel fatto che non agiva in base alle leggi esterne  dei fenomeni naturali ma influiva sulle cause supersensibili di essi; in  secondo luogo, perché la sua efficacia era condizionata da una forza  speciale e oggettiva, supposta in chi doveva eseguire il rito. La  mentalità moderna, che vede tutto al rovescio, inclina notoriamente a  riportare i riti alle pratiche superstiziose dei selvaggi. La verità è  invece, che le pratiche dei selvaggi non sono che le forme  degenerescenti dei veri riti, i quali sono da spiegarsi e da capirsi su  tutt’altra base.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora, se già nel modo di apparire come <em>brahmana </em>della suprema casta aria sono presenti tutti questi tratti, abbiamo  ragioni sufficienti per ammettere che nelle origini, ove il <em>brahman </em>e lo <em> kshatram </em>– l’elemento sacerdotale e quello guerriero o regale –  facevano tutt’uno, la civiltà degli Iperborei scesi verso il Sud aveva  al proprio centro esattamente ciò che noi abbiamo definito spiritualità  olimpica o solare e che questa tradizione permase nelle fasi successive,  di parziale oscuramento di tale civiltà, per mezzo di restaurazioni di  tipo “eroico” in una élite o casta di capi spirituali. Una indagine  delle testimonianze corrispondenti della più antica civiltà greca e  romana condurrebbe agli stessi risultati. L’elemento solare e regale, il  senso della comunità di origine e di vita con gli enti divini sono  tratti in essa parimenti presenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Perciò, riassumendo, se lo si  vuole spiegare con le vedute e le tradizioni proprie alle civiltà, alle  quali appartenne in via rigorosa e provata, il termine “ario” si  riferisce anzitutto, in generale, ad una “razza dello spirito” di  origine iperborea impegnata in una specie di lotta metafisica e avente  in proprio uno speciale ideale dell’<em>Imperium </em>– il capo, come “re dei re”  (Iran); più in particolare, nella sua estrema purezza, esso comprende  in primo luogo l’ideale di un’alta purità biologica e di una nobiltà  della razza del corpo; in secondo luogo l’idea di una razza dello  spirito, di tipo “solare”, con tratti sacrali e simultaneamente regali e  dominatori: razza di veri superuomini, di fronte a tutto ciò che di  materialistico, di evoluzionistico e di “prometeico” si trova invece  nelle concezioni moderne del superuomo – anche a prescindere, che queste  altro non sono che “filosofia”, che teorie e imaginazioni formulate da  persone la cui razza, quasi sempre, è tutt’altro che in ordine.</p>
<p style="text-align: justify;">Se  l’indagine relativa all’aristocrazia aria dei tempi primordiali ci  porta a tali altezze, venir, da esse, alle esigenze pratiche del  problema attuale della razza non è certo agevole. Il mondo spirituale  che la considerazione di terzo grado riporta alla luce mediante un esame  adeguato delle tradizioni e dei <a title="simboli" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simboli</a> antichi e vede essenzialmente  congiunto al più altpo retaggio ario-iperboreo, per molti “ari” di oggi  può sembrare inusitato e fantastico, per altri addirittura  incomprensibile. Richiamare in vita significati, che millenni di storia  han sepolto nei più profondi strati della subcoscienza, a che essi  destino forme nuove di sensibilità, non può accadere dall’oggi al domani  e, in ogni caso, è un’opera che va associata ai compiti del razzismo  pratico di primo e di secondo grado, essendo necessario rimuovere in  pari tempo ostacoli e deformazioni che paralizzano, per così dire,  perfino fisicamente, la possibilità di ogni ritorno all’antico spirito  ario.</p>
<p style="text-align: justify;">Come pur stiano le cose, è esenziale che l’espressione  “ario” oggi non decada in una vuota parola d’ordine e sia la semplice  designazione di chiunque non sia proprio negro, ebreo o mongolo. Occorre  tener sempre presenti i supremi punti di riferimento, i  concetti-limite, le linee di vetta, perché è da esse che dipende il  senso di tutto lo sviluppo, a partir dai primi gradi di esso. Ed anche a  tale riguardo può avvenire una scleta delle vocazioni: il senso di  qualcosa che, oggi, appare come una vetta lucente in mitiche  irraggiungibili lontananze, mentre può paralizzare gli uni e indurli a  “non perder tempo” in fantasticherie anacronistiche, può destere negli  altri una tensione creatrice, suscitatrice di superiori possibilità.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">(*)   <a title="René Guénon" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/rene-guenon/">R. Guénon</a>, in <em>Etudes traditionelles</em>, n. Marzo del 1940 ha giustamente  rilevato che l’iniziazione delle caste ariane non va confusa con  l’iniziazione in senso assoluto – <em>diksha</em>: ma la prima si può dire che  già contiene la potenzialità della seconda, la quale peraltro può  realizzarsi, nella gran parte dei casi, al momento della morte concepita  come “terza nascita” (vedi qui e pag. 139 [nell’ediz. del 1994. Ndc.]).  L’iniziazione di casta è così paragonabile al sacramento cristiano del  battesimo, cui si attribuisce un certo potere trasformativi, ma che  viene distinto dalla “seconda nascita” in senso mistico. Resta così, in  ogni caso, il valore di un “sacramento” – e inoltre è possibile che ad  esso, in tempi più antichi, corrispondesse proprio un rito iniziatico  vero e proprio.</p>
<p style="text-align: justify;">Fonte: <em>Sintesi di dottrina della razza</em>, 1941.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/la-razza-iperborea-e-le-sue-ramificazioni.html' addthis:title='La razza iperborea e le sue ramificazioni ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>À la rencontre des dieux maudits</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Feb 2010 10:41:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Jean Mabire</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Jean Mabire explique ici les raisons qui l’ont poussé à écrire 'Les dieux maudits' et à se faire le chroniqueur fidèle des dieux
et des héros du nord de l’Europe]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/a-la-rencontre-des-dieux-maudits.html' addthis:title='À la rencontre des dieux maudits '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/buddha.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Religione" /><br/><p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.amazon.fr/gp/product/2859840265?ie=UTF8&amp;tag=centrostudila-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=1642&amp;creative=6746&amp;creativeASIN=2859840265" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-3938" style="margin: 10px;" title="les-dieux-maudits" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/les-dieux-maudits.jpg" alt="" width="240" height="240" /></a>Pourquoi ne pas l’avouer? Je me suis résolu à écrire ce petit livre parce que j’avais grande envie de le lire. Il n’existait rien de tel en langue française: une sorte de <em>Que sais-je</em> de la mythologie nordique. Guère plus de deux cents pages et un peu d’ordre dans ces récits décousus et parfois contradictoires. Cet ouvrage a donc été d’abord composé comme mon propre «pensedieux». Je voulais en faire une sorte d’aide-mémoire élémentaire pour éclairer tant de ténèbres.</p>
<p style="text-align: justify;">Ténèbres au milieu desquelles j’ai longuement vagabondé, la torche à la main, telles héros de Jules Verne dans les méandres souterrains de la lointaine Islande, bien certain de découvrir comme eux le secret des runes au terme de ce <em>Voyage au centre de la foi</em>&#8230; Dissiper les nuages qui obscurcissent le ciel, c’est parfois s&#8217;enfoncer dans les entrailles de la terre et de l’Histoire. Interroger la mémoire la plus longue. Que l’on se rassure: je ne suis point spécialiste et encore moins universitaire. Pour évoquer nos dieux, je n’ai d&#8217;autres titres, que l’espérance et la fidélité &#8211; poussées au point de devenir hantises et vertus théologales d’un paganisme enfin naturel.</p>
<p style="text-align: justify;">S’il est un livre que je me devais d’écrire, c’est bien celuici. Normand d’origine et de passion, fondateur de la revue <em>Viking</em>, collaborateur de <em>Heimdal</em> ou de <em>Haro </em>qui en ont repris le flambeau, auteur d’une histoire des Normands et d’une épopée des Vikings, chroniqueur des explorations polaires, familier des Sagas du moins celles traduites en français &#8211; pélerin fervent du soleil hyperboréen de l’ultima Thulé, navigateur dont le compas sentimental s’obstine depuis quelques décennies à toujours marquer le Nord, il me fallait rendre aux dieux d’Asgard la vie qu’ils m’avaient naguère offerte.</p>
<p style="text-align: justify;">Je rêvais depuis longtemps de restituer leurs périples, afin de les rendre familiers et populaires, comme il sied à des dieux de notre clan. Dans cette entreprise, toute érudition me semble inutile. Ce qui importe, ce sont les couleurs et les gestes. Donner à voir importe plus que donner à croire. Je ne vais pas jouer au savant que je ne suis pas. Le Futhark runique ne me sert pas d’alphabet clandestin. Je ne veux être qu’un amateur. Mais passionné et fureteur, inlassable comme ce Ratatosk, qui ne cesse de courir des branches aux racines d’Ygdrasil, pour attiser l’éternel combat de l’aigle et du serpent.</p>
<p style="text-align: justify;">C’est un fait. La mythologie nordique s’enveloppe de cette brume tenace et glacée, que les marins appellent la crasse, et qui évoque tout de suite les vaisseaux éventrés. Il existe d’innombrables ouvrages popularisant les grands thèmes de la mythologie des Grecs et des Romains. Familiarisés dès l&#8217;école avec les dieux et les déesses de l’Olympe, nous retrouvons leurs traits figés dans le marbre des musées. Ils restent des <a title="symboles" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">symboles</a> évidents, à défaut d&#8217;être encore des divinités tutélaires. Mais cette lumière, dont resplendit la tradition «classique», n’en rend que plus<br />
ténébreuse l’ombre qui entoure le légendaire «barbare». Cette opposition, soigneusement entretenue par des cuistres, n’a pas peu contribué à défigurer un héritage qui reste à la fois méconnu et rejeté. Maudits, nos dieux l’ont été tout autant par les missionnaires de l’évangélisation que par les pédagogues de la latinité, séduits par le mythe de l’<em>Ex oriente lux</em> dont se réclament les libres-penseurs épris de progrès tout autant que les bigots les plus traditionalistes.</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.amazon.fr/gp/product/2841412393?ie=UTF8&amp;tag=centrostudila-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=1642&amp;creative=6746&amp;creativeASIN=2841412393" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-3939" style="margin: 10px;" title="legendes-de-la-mythologie-nordique" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/legendes-de-la-mythologie-nordique.jpg" alt="" width="240" height="240" /></a> Certains ecclésiastiques pourtant, au début du siècle, ne se montraient guère effrayés par le paganisme maurrassien. Derrière les hauts murs des collèges catholiques, la mythologie gréco-latine semblait apprivoisée et affadie. Elle n’était plus jugée dangereuse et les adolescents se voyaient autorisés à taquiner les muses. Le tonnerre de Zeus devenait anodin. La légende dorée des dieux et des héros de l’ancienne Hellade ou de la Rome antique se trouvait ainsi récupérée, véritablement aseptisée, débarrassée de tous les miasmes septentrionaux, qui constituaient pour les clercs une sorte de mal absolu. L’Antéchrist venait du froid&#8230; Les dieux maudits, ignorés, perdus dans les brumes du Nord devaient fatalement m’apparaître séduisants, dans la mesure ou ils restaient interdits.</p>
<p style="text-align: justify;">Réflexe élémentaire de tout adolescent: la révolte contre l&#8217;ordre établi et surtout enseigné. Il se trouve toujours des collégiens pour trouver que pieux et pions ont la même étymologie. A la <a title="religion" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religion</a> des autels et des livres, comment ne pas préférer la croyance aux bois et aux sources? Le Nord, pour moi, c’était d&#8217;abord la Nature. La terre contre l’au-delà, si l’on veut. Et la poésie contre le décalogue. Je ne voyais guère cependant, l’intérêt de remplacer le bon Dieu ou Jupiter par Odin, si ce n’est par goût de l’irrespect, donc de la sagesse. Il me parut bien vite évident qu’il ne fallait pas décalquer l’une sur l’autre les <a title="religions" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religions</a> antagonistes. Échanger la croix du Christ contre le marteau de Thor n’est qu’un geste rituel. C’est la nature même de la foi qui doit devenir différente. D’un côté, la nuée, et de l’autre, le réel. D’où la nécessité de ne pas lire l’<em>Edda</em> comme une <em>Bible</em>, de ne pas chercher dans la mythologie nordique autre chose que des images et des <a title="symboles" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">symboles</a>, des maximes et des récits. Il n’est pas inutiles de le rappeler au seuil de ce petit livre. L’essentiel de la conception de vie des anciens Nordiques n&#8217;est pas codifié, mais suggéré. Leur mythologie doit se traduire et non se subir. Être fidèle à ces dieux maudits, c’est d&#8217;abord comprendre, c’est-àdire, bien souvent, écouter une voix intérieure.</p>
<p style="text-align: justify;">Une fois libéré de l’idée d&#8217;un Dieu unique, donc totalitaire, et de ses commandements numérotés et absolus, on découvre vite que le sacré peut être multiple, c’est-à-dire vivant. Alors s’estompe la rigoureuse frontière entre les dieux, les héros et les humains. La <a title="religion" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religion</a> n’est plus extérieure mais intérieure. Le divin se retrouve au coeur de chacun. Démarche essentielle du paganisme. Les dieux du Nord peuvent se montrer<br />
souvent terribles et parfois burlesques, ils restent avant tout familiers. Aucun des neuf univers de la mythologie scandinave n’est insensé. Les voyageurs passent sans cesse de l’un à l’autre. Il n’existe pas d’arrière-monde d’une nature différente.</p>
<p style="text-align: justify;">Le paganisme nordique a finalement mieux résisté aux assauts étrangers que le paganisme méridional. Sans doute, parce qu’il a été vaincu plus tard. Le fait est là, dans son altérité sentimentale. Étudier la mythologie «classique» ne conduit pas retrouver la foi, au sens exact du terme; cela ne dépasse guère l’émotion intellectuelle. L&#8217;évocation des sources antiques, si chères aux poètes et aux peintres du Parnasse, à la fin du siècle dernier, n’est pas un mouvement religieux, mais seulement littéraire et artistique. Sauf, peut-être, pour un personnage aussi singulier que Louis Ménard, dont les <em>Rêveries d’un païen mystique </em>demeurent un fort curieux témoignage. Par contre, pour aborder la mythologie «barbare», j&#8217;oserai dire qu’il faut déjà posséder la foi. Non la croyance en un dogme et encore moins la soumission à une chapelle, mais un élan de l’âme vers un ailleurs que les anciens situaient dans cette ultima Thulé aux limites septentrionales du monde connu.</p>
<p style="text-align: justify;">Aborder l’univers spirituel nordique, dont la mythologie n’est qu’un aspect, ne saurait être un passe-temps ou une curiosité, mais une découverte et une quête, que certains ont naguère comparé à la recherche du Graal. Mais sans la mystique, le Graal n’est qu&#8217;un gobelet. Dans cette optique, le retour à la foi nordique peut fort bien se passer de Thor, d’Odin ou de Frey, qui apparaissent bien davantage comme des figures que comme des idoles. Il ne faudrait pas trop abuser de l’opposition Nord-Sud, même si ce réductionnisme simplificateur a de quoi séduire les naïfs. Pendant très longtemps, des préjugés méridionaux ont cherché à rendre encore plus obscures les légendes septentrionales. Répondre par d’autres mépris serait d’autant plus stupide qu’il existe une indéniable similitude religieuse entre le monde scandinave et le monde hellénique, entre l’univers germain et l’univers romain. Les recherches de Georges Dumézil sur la tripartition ont lumineusement démontré la parenté des <a title="peuples indo-européens" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/indoeuropei">peuples indo-européens</a>. Opposer en un affrontement absolu le Sud et le Nord aboutit à gravement mutiler un héritage commun. Il est bon de le rappeler au seuil d’un livre qui veut justement mettre en lumière des dieux maudits, ce qui ne veut pas dire rejeter dans l’obscurité des dieux plus aimables et plus aimés.</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.amazon.fr/gp/product/2704807035?ie=UTF8&amp;tag=centrostudila-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=1642&amp;creative=6746&amp;creativeASIN=2704807035" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-3941" style="margin: 10px;" title="histoire-de-la-normandie" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/histoire-de-la-normandie.jpg" alt="" width="240" height="240" /></a>Tout familier de la mythologie méditerranéenne ne trouvera pas dans la mythologie scandinave un climat sensiblement différent. Passé le premier moment de surprise provoqué surtout par la consonance de noms inhabituels a qui n’est pas familiers des langues germaniques, tout s’éclaire. Les comparaisons sautent aux yeux, tellement évidentes qu’il n’est pas nécessaire ici d’y insister bien longtemps. Apollon et Balder ne sont pas des ennemis mais des frères, au moins des cousins. Pour les sectaires de la culture classique, les dieux hyperboréens se confondent plus ou moins avec les divinités lapones. Il serait tout aussi stupide d’identifier les dieux hellènes avec les démiurges levantins. Et il faudra bien réconcilier un jour les dieux <a title="celtes" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/celti">celtes</a> et les dieux slaves, écartelés dans la fragile mémoire de nos peuples d’Europe.</p>
<p style="text-align: justify;">Que l’on ne s’y méprenne pas. J’ai voulu rendre la vie aux dieux maudits d’Asgard non pas parce qu’ils seraient «supérieurs», mais surtout parce qu’ils restaient «maudits», c’est-à-dire, par un singulier paradoxe, à la fois méprisés et ignorés. Depuis un millier d’années, il y a eu «déicide» au nord de notre continent. Et en ce domaine, l’Université a longtemps pris la relève de l’Église. Il ne s’agit donc pas ici de vengeance, mais de justice. Au dieu unique, qui les a naguère vaincus, répondent enfin les dieux différents. Ceux-ci ont longtemps été maltraités par l’histoire, sans doute parce qu’ils étaient les plus purs, comme figés dans la glace d’une lointaine patrie. De la mythologie scandinave, la plupart des Français ne connaissent guère que la chevauchée des Valkyries, qu’ils imaginent d’ailleurs à travers la transposition lyrique et déjà «méridionale» (ou si l’on veut «classique») des opéras de Richard Wagner. C’est tout juste s’ils font le rapprochement Wotan-Odin, à l’instar de la <em>comparaison</em> Zeus-Jupiter rabâchée sur les bancs du lycée. Le crépuscule des dieux &#8211; que les Nordiques nomment <em>Ragnarok</em> – n’est pour eux qu’un roulement de timbales qui fait frissonner les nuages de toile peinte. Hors cela, tout n’est qu’obscurité.</p>
<p style="text-align: justify;">Il y a plus grave que la niaiserie et c’est la trahison. On a posé la question tout en fournissant déjà la réponse: cette mythologie nordique ne serait-elle pas néfaste, puisqu’on a vu s’abreuver a sa source les apôtres d’un pangermanisme qu’il convient aujourd’hui de remiser au magasin des accessoires du théâtre européen? Une telle calomnie prouve une méconnaissance totale de l’univers mental ou s’est épanouie la <a title="littérature" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/letteratura">littérature </a>nordique primitive. Dans cette Islande de la haute époque médiévale, sur la terre des glaciers et des volcans, va naître le premier parlement du monde ! Cet <em>Althing</em>, qui réunit tous les hommes libres, impose le respect de la loi commune, c’est-à-dire l’ordre, sans lequel il ne saurait y avoir de liberté. De ces païens islandais, les voyageurs étrangers ont pu dire, stupéfaits: «Ils n’ont pas de roi, seulement une loi». Aucune nation n’a été plus rebelle au totalitarisme politique ou religieux que ce peuple de l’Atlantique nord, longtemps fidèle au souvenir de ceux des leurs qui avaient fui la dictature des premiers monarques norvégiens.</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.amazon.fr/exec/obidos/ASIN/2867142873/centrostudila-21" target="_blank"><img class="alignright" style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="../immagini/mabirethule.bmp" border="0" alt="Jean  Mabire, Thulé: Le Soleil retrouvé des hyperboréens" width="90" height="140" /></a>Sur cette Islande &#8211; que l’on peut sans démesure nommer Île sacrée du Nord – va surgir, comme floraison a la fonte des neiges, une prodigieuse littérature héroïque et mystique, dont la puissance, l’originalité et la grandeur séduisent tous ceux qui la découvrent. Les récits, plus ou moins contemporains de l’âge viking, que l’on nomme sagas et ou s’entremêlent les travaux champêtres, les batailles sanglantes et les navigations hasardeuses, sont désormais de mieux en mieux connus hors du monde scandinave. Il s’en dégage un certain nombre de figures héroïques devenues aujourd’hui assez familières à défaut d&#8217;être encore<br />
exemplaires.</p>
<p style="text-align: justify;">Le monde des dieux est moins connu que celui des héros. Il apparaît plus abrupt et les textes qui l’évoquent se dressent comme de hautes falaises au-dessus de rivages désolés. Il est difficile d’y aborder et bien davantage encore de les gravir. Ces textes sont essentiellement constitués par les <em>Eddas</em> et par un ensemble de poèmes, dont on peut supposer qu’ils ne représentent que les fragments d’une immense <a title="littérature" href="Jean Mabire, Thulé: Le Soleil retrouvé des hyperboréens">littérature</a> engloutie, un peu comme le sommet de ces icebergs qui émergent de l’océan et dont les trois quarts disparaissent sous les flots glacés.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-3943" style="margin: 10px;" title="Thor" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/Thor-204x300.jpg" alt="" width="204" height="300" />On a coutume, en l’opposant aux sagas, de parler de l&#8217;<em>Edda</em>. En réalité ce mot désigne deux réalités assez différentes. D’une part, l’<em>Edda</em> de Snorri Sturluson, rédigée vers 1230, et qui comprend entre autres, sous le nom de <em>Gylfaginning</em>, ce que Régis Boyer nomme très justement «un véritable manuel d’initiation à la mythologie nordique destiné aux jeunes poètes». Quant à l’<em>Edda</em> anonyme, dite aussi <em>Edda poétique</em> ou <em>Edda ancienne</em>, elle restitue une très ancienne tradition orale qui fut, elle aussi, recueillie au début du XIIIème siècle, mais contient de très nombreux passages archaïques, assez bien préservés de toute influence chrétienne. Il faut rappeler quand même, pour dater toute cette aventure spirituelle, que l’Islande s’est convertie à la <a title="religion" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religion</a> du Christ lors de l’<em>Althing </em>de l’an Mil, non par une décision autoritaire d’un souverain mais par un vote, dont le résultat dégagea une majorité longtemps tolérante pour la minorité restée fidèle aux anciens dieux païens.</p>
<p style="text-align: justify;">Des deux <em>Eddas</em>, il n’existe pas de traduction intégrale en langue française. De même, un grand nombre de poèmes d’inspiration mythologique nous sont encore inconnus. Il convenait donc d’en réaliser une sorte de synthèse et surtout de la rendre accessible à un très large public. Malgré l’habileté technique des versificateurs, malgré les interdits des missionnaires, malgré l ’<em>enchevêtrement</em> parfois inextricable des personnages, des <a title="symboles" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">symboles</a> et des péripéties, cette mythologie scandinave primitive a été populaire. Elle a inspiré d&#8217;innombrables récits de veillée, elle a longtemps attisé les rires et les craintes, les peines et les joies, les rites et les peurs d’hommes simples. Paysans et marins, ils vivaient tous dans l’intimité de ces dieux d’Asgard. Guerriers, ils croyaient mériter un jour le palais étincelant du Valhalla. Ces récits formaient la trame même de leur vie et les aidaient à accueillir sans crainte la mort. Aujourd&#8217;hui, ces dieux maudits ne doivent pas nous apparaître comme des dieux étrangers, ni surtout comme des dieux mystérieux et inaccessibles. Ce livre a pour première ambition de «populariser» leurs aventures&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">Ces récits vont apparaître, à l’image même de la vie, fort divers. On y passe tour à tour du merveilleux au grotesque, de l’épouvante à la farce, de la tragédie la plus grave à la comédie la plus folle: cela ne va pas sans horreur ni sans trivialité. Les dieux naviguent allégrement du champ de bataille à la salle de banquet. Ils ripaillent et s’insultent. Nous voici en pleine truculence. Loki lance son fait à chacun. Il traite Freya de putain et Thor de cocu. Odin lui-même n’est pas épargné et devient une ganache de la pire espèce. On peut trouver choquant ce mélange. Mais c’est celui de toute une vieille tradition européenne, telle qu’elle va se perpétuer pendant tout le <a title="Moyen Age" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/medioevo">Moyen Age</a> et éclater dans l’oeuvre écrite d’un Rabelais ou dans l’oeuvre peinte d’un Breughel.</p>
<p style="text-align: justify;">Une des grandes leçons de cette mythologie, par ailleurs si incohérente, est peut-être le refus de briser l’unité profonde de la vie. Il apparaît tout aussi naturel, pour les vieux Nordiques, d’assumer son destin en se faisant tuer joyeusement que de ripailler entre deux combats. Il est aussi noble pour eux de brandir une épée que de vider une corne à boire. Ce qui est ignoble, c’est la lâcheté, le mensonge et le parjure. L’unité de ces récits vient du fait que l’on y retrouve les mêmes personnages – mais dans des situations souvent fort diverses. Elle vient aussi du cadre immuable: les neufs mondes et surtout <em>Asaheim</em> et <em>Jotunheim</em>, car les géants servent de perpétuels «faire-valoir» aux dieux. Les hommes sont presque toujours absents de ces aventures, encore plus effacés que les nains besogneux et les elfes évanescents. Mais ces dieux sont humains, trop humains parfois.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>* * *</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Source : <em>Eléments </em>N°27 – Hiver 1978.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/a-la-rencontre-des-dieux-maudits.html' addthis:title='À la rencontre des dieux maudits ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Il mistero dell’Artide preistorica: Thule</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Nov 2009 10:12:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Julius Evola</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Una rassegna su miti, tradizioni e leggende che riconducono le origini degli Indoeuropei a una patria originaria nelle regioni artiche]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/il-mistero-dell%e2%80%99artide-preistorica-thule%ef%80%a0.html' addthis:title='Il mistero dell’Artide preistorica: Thule '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/labrys.png" width="48" height="48" alt="" title="Indoeuropei" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/evola48x48.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Julius Evola" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/yggdrasil.thumbnail.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Simboli e simbologia" /><br/><p style="text-align: justify;">È cosa assai caratteristica, che in seno a tutto un gruppo di ricerche recentissime sulla preistoria facciano nuova apparizione idee antiche, fino a ieri considerate come puri miti.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/thule-il-sole-ritrovato-degli-iperborei/2607" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-3229" style="margin: 10px;" title="thule" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/thule.jpg" alt="thule" width="200" height="299" /></a>Una di tali idee si riferisce alla leggendaria terra primordiale degli <em>Iperborei</em>. Messa sotto cauzione la presunta certezza, che nella preistoria avrebbe <em>soltanto </em>vissuto un’umanità scimmiesca; giunti ad affrontare il problema delle origini con uno sguardo nuovo e spregiudicato, fino a sospettare che già l’età della pietra sia stata testimone di una vera e propria civiltà di tipo superiore, simbolico-spirituale dei distinti ricercatori come «ipotesi di lavoro» per una grande sintesi, oggi, han ripreso proprio quell’idea. La patria primordiale di una razza bianca preistorica altamente civilizzata, tanto da venir considerata come «divina» dagli antichi, sarebbe stata proprio l’Artide, il Polo Nord, la favolosa Iperboride.</p>
<p style="text-align: justify;">L’apparenza paradossale di questa tesi viene meno non appena si ricordi ciò che la fisica insegna intorno ai fenomeni derivanti dalla cosiddetta «precessione degli equinozî». A causa dell’inclinazione dell’asse terrestre di epoca in epoca si produce uno spostamento di clima sulla terra. Se sotto ai ghiacci polari è stato rinvenuto del carbon fossile, ciò vuol dire che un tempo in quella zona vi furono foreste e fiamme. Il congelamento non sarebbe intervenuto nella zona artica che in un periodo successivo. Una delle designazioni per l’<em>Asgard</em>, sede delle «divinità» e patria originaria dei ceppi regali nordici, secondo le tradizioni scandinave, è l’«isola verde» o «terra verde», in tedesco moderno <em>Grünes-Land</em>, donde <em>Groenlandia</em>. Ma questa terra, come lo dice il suo nome, ancor sino al tempo dei Goti sembra presentasse una rigogliosa vegetazione e non fosse ancora investita tutta dal congelamento. Ma vi è di più: nella regione dei ghiacci artici recentemente le spedizioni del canadese Jenness, dei danesi Rasmussen, Therkel e dell’americano Birket-Smith han fatto dei rinvenimenti archeologici invero singolari: in fondo sotto i ghiacci si son trovati resti di civiltà di ben più alto grado di quella esquimese e relitti di strati ancor più antichi, preistorici. A tale civiltà è stato dato il nome di civiltà di <em>Thule</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><em><a href="http://www.libriefilm.com/lorigine-delle-lingue-indoeuropee/6122" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-3028" style="margin: 10px;" title="origine-lingue-indoeuropee" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/origine-lingue-indoeuropee.jpg" alt="origine-lingue-indoeuropee" width="200" height="282" /></a>Thule </em>è il nome che i Greci davano appunto a una regione o isola dell’estremo nord, la quale si confonde spesso con quelle terre degli Iperborei, donde sarebbe venuto il solare Apollo, cioè il dio delle razze dorico-achee scese effettivamente dal nord in Grecia. E di Thule Plutarco dice che in essa le notti per circa un mese duravano <em>due sole ore</em>: è proprio la «notte bianca» dei paesi boreali. E se altre tradizioni elleniche chiamano il mare boreale Mare Cronide, cioè Mare di Kronos (Saturno), questa è un’indicazione significativa, poiché Kronos veniva concepito come uno degli dei dell’età dell’oro, cioè dell’età primordiale, dell’età prima dell’umanità.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora, se noi ci portiamo in America, nelle civiltà azteche del Messico troviamo corrispondenze così singolari, che esse si estendono fino ai nomi. Infatti gli antichi messicani chiamavano Tlapallan, Tullan e anche <em>Tulla </em>(l’ellenica <em>Thule</em>) la loro patria primordiale. E come la Thule ellenica veniva riferita al <em>solare </em>Apollo, così ecco che anche la Tulla messicana vien considerata come la «Casa del <em>Sole</em>».</p>
<p style="text-align: justify;">Ma confrontiamo tali tradizioni messicane con quelle celtiche. Se i lontanissimi progenitori dei Messicani sarebbero venuti in America da una Terra nordico-atlantica, ecco che le leggende irlandesi ci parlano della «razza divina» del <em>Tuatha dè Danann</em>, la quale sarebbe venuta in Irlanda dall&#8217;Occidente, da una mistica terra atlantica o nordico-atlantica, l’Avallon. Si direbbero, dunque, due forme di uno stesso ricordo. Le due civiltà corrisponderebbero a due irradiazioni, americana l’una, europea l’altra, partite da un unico centro, da un’unica sede scomparsa (mito dell’Atlantide), ovvero congelate. Ma vi è di più, nel senso che, se passiamo nel campo delle indagini positive moderne, troviamo elementi che potrebbero benissimo concordare con questi echi leggendarî. Infatti sul litorale atlantico europeo (soprattutto nella cosiddetta cultura delle Madéleines) esistono tracce ben precise di una civiltà vera e propria e di un tipo di umanità — il cosidetto <em>uomo Cro-Magnon </em>— che appare di uno sviluppo ben superiore rispetto alle razze quasi animalesche del cosiddetto «uomo glaciale» o «musteriano» abitanti allora l’Europa. I frammenti pervenutici di questa civiltà sono di tale natura, da far dire a dei ricercatori, che i Cro-Magnon potrebbero ben definirsi gli Elleni dell’età della pietra. Ora, questa razza dei Cro-Magnon, apparsa enigmaticamente nell’età della pietra lungo il litorale atlantico fra razze inferiori e quasi scimmiesche, non potrebbe forse essere la stessa cosa dei <em>Tuatha dè Danann</em>, della «razza divina» venuta dalla misteriosa terra nordico-atlantica, di cui nelle accennate leggende irlandesi? E i miti circa le lotte fra le «razze divine» sopravvenute e le razze di «demoni» o mostri, non sarebbero per caso da interpretarsi come echi fantastici della lotta svoltasi fra quelle due razze, fra gli uomini Cro-Magnon, «gli Elleni dell’età della pietra», e gli uomini «musteriani» animaleschi?</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/meditazioni-delle-vette/658" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-3230" style="margin: 10px;" title="meditazioni-delle-vette" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/meditazioni-delle-vette.jpg" alt="meditazioni-delle-vette" width="200" height="285" /></a>Tornando ai ricordi tradizionali, non soltanto i Greci e gli Americani ricordano una sede artica primordiale. Secondo i ricordi iranici dell’<em>Avesta</em>, la patria originaria e mistica degli Ariani, concepita come la «prima creazione del Dio di Luce», — l’<em>aryanem vaêjô</em> — sarebbe stata una terra dell’estremo settentrione, e anzi vien detto che in essa, a un dato momento, l’inverno durò dieci mesi dell’anno, proprio come nelle regioni artiche. Si tratta dunque di un ricordo ben preciso del congelamento sopravvenuto con la precessione degli equinozî nella regioni boreale: ricordo, cui peraltro fa riscontro quello del «terribile inverno Fibur» scatenatosi alla fine di un certo ciclo, o «mondo», di cui nelle antichissime tradizioni scandinave. Ma anche in India si ricorda un’isola o terra luminosa posta nell’estremo settentrione, lo <em>çveta-dvipa</em>, e una razza dell’estremo settentrione, gli <em>uttara-kura</em>; lo stesso ricordo si ha nel Tibet, nel mito della mistica città del Nord Chandhala; nell’estremo Oriente Liezi riferisce la tradizione circa la terra posta «all’estremo nord del mare settentrionale» e abitata da «uomini trascendenti», e così si potrebbe continuare con molti altri riferimenti, tanto concordanti, che è da domandarsi se sia solo da attribuirsi al «caso» la presenza del comune motivo fra popoli così diversi e lontani fra di loro.</p>
<p style="text-align: justify;">Fin qui, dunque, i ricordi tradizionali. Esattamente queste idee sono oggi riprese in una ricerca scientifica veramente mastodontica che, riportando a unità un complesso di risultati e di indagini speciali — quali quelle del Frobenius, dello Herrmann, del Karsts, etc. — si è intesa a forzare il problema delle origini. Intendiamo parlare dell’opera consacrata dallo scienziato <a title="Herman Wirth" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/hermann-wirth/">Herman Wirth</a> appunto all’<em>Aurora dell’Umanità</em>. Qui non si tratta né di un «teosofo», né di un dilettante imaginoso, ma di un tecnico, la cui competenza in fatto di filologia, antropologia, paleografia e discipline affini non può essere messa in dubbio.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-medium wp-image-3231" style="margin: 10px;" title="ice-pack-air1" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/ice-pack-air1-192x300.jpg" alt="ice-pack-air1" width="192" height="300" />I risultati delle ricerche del <a title="Herman Wirth" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/hermann-wirth/">Wirth</a>, in breve, sarebbero appunto questi: che nella più alta preistoria — verso il 20.000 avanti Cristo — una grande razza bianca unitaria, dal culto solare, dalla regione polare divenuta inabitabile per via del congelamento si sarebbe spinta verso il Sud, in Europa e in America, ma soprattutto in una terra scomparsa, posta al Nord dell’Atlantico. Da tale terra essa si sarebbe successivamente spostata, nel periodo paleolitico, verso l’Europa e l’Africa, con un moto, dunque, dall’Occidente all’Oriente; essa sarebbe penetrata nel bacino del Mediterraneo creando un ciclo di civiltà preistoriche intimamente apparentate, nel quale rientrerebbero quella egizia, etrusco-sarda, pelasgica, ecc., a tacere di altre ancora che nuove ondate avrebbero fondate nel loro avanzare per via continentale fino a raggiungere il Caucaso e poi oltre, fino all’India e alla stessa Cina. Così ciò che si riteneva esser la «culla dell’umanità», l’altopiano del Pamir, sarebbe soltanto uno dei centri abbastanza recenti d’irradiazione di una razza ben più antica. Le razze ariane e indogermaniche, l’<em>homo europaeus</em> in genere, sarebbero già razze derivate e in una certa misura già miste in confronto a ceppi più antichi e più puri, «iperborei», a cui vanno riferiti i ricordi, i <a title="simboli" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simboli</a> e perfino le figurazioni preistoriche su roccia relative ai «conquistatori dai grandi vascelli stranieri», dall’«ascia», dal «sole» e dall’«uomo solare con braccia innalzate». Una misteriosa unità stringerebbe per tal via un gruppo di grandi civiltà e di antiche <a title="religioni" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religioni</a> fiorenti già là dove fino a ieri si supponeva l’uomo animalesco delle caverne.</p>
<p style="text-align: justify;">In brevi tratti tale è la concezione strana e suggestiva che, traendosi dal mondo del mito, oggi torna a luce: l’Artide, patria prima dell’umanità, anzi della civiltà, nel senso più alto, «solare».</p>
<p style="text-align: justify;">E siccome <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbolo</a> richiama <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbolo</a>, per finire, ricorderemo questo. Ancor nell’epoca romana l’idea della regione del nord come un paese mistico, abitato dal «padre degli dei», dal nume dell’età prima o età aurea, e l’idea che il giorno artico quasi senza notte non fosse senza relazione con la luce perenne che circonfonde gli immortali, tali idee nell’epoca romana erano ancora così vive, che, secondo la testimonianza di Eumanzio, Costanzo Cloro avrebbe diretto una spedizione verso il Nord della Gran Bretagna, confusa con la stessa leggendaria <em>Thule</em>, non tanto per il desiderio di glorie militari, quanto per raggiungere la terra «che più di ogni altra è vicina al cielo» e quasi presentire la trasfigurazione divina che si riteneva subissero gli Eroi e gli Imperatori alla loro morte.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora, queste stesse regioni, che avrebbero visto l’aurora dell’umanità, che racchiuderebbero il mistero di una razza di conquistatori bianchi primordiali il cui <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbolo</a>, l’<a title="simbolismo dell'ascia" href="http://www.centrostudilaruna.it/ascia.html">ascia</a>, si ritrova peraltro nello stesso <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbolo</a> romano del fascio; queste stesse regioni nordico-artiche, dall’Islanda alla Groenlandia fino all’America del Nord, son quelle stesse che ieri l’ala italiana ha sorvolate vittoriosamente, in un’impresa che qualcosa di fatidico ha dunque voluto legare enigmaticamente appunto ai luoghi di una grandezza primordiale<a href="#_ftn1">[1]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Il Corriere Padano</em> (Ferrara), 13 gennaio 1934.</p>
<p style="text-align: justify;">
<hr style="text-align: justify;" size="1" />
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref1">[1]</a> [Il riferimento è o alla crociera atlantica della squadriglia di 25 idrovolanti, capitanata dall’allora ministro dell’aeronautica Italo Balbo, che era partita il primo luglio 1933 e giunta il 19 a New York o, più probabilmente, alle due trasvolate del Polo in dirigibile condotta dal generale Umberto Nobile del 1926 e del 1928, rispettivamente con il <em>Norge </em>e l'<em>Italia</em>, la seconda delle quali finì tragicamente con l'avventura della <a title="La Tenda Rossa" href="http://www.centrostudilaruna.it/la-tenda-rossa.html"><em>Tenda Rossa</em></a>].</p>
<p style="text-align: justify;">
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/il-mistero-dell%e2%80%99artide-preistorica-thule%ef%80%a0.html' addthis:title='Il mistero dell’Artide preistorica: Thule ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>La tenda rossa</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Nov 2009 22:43:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Lamendola</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Una recensione del film La tenda rossa di Mikahail Kalatozov del 1969 e la storia della tragedia del dirigibile Italia comandato da Umberto Nobile nel 1928]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/la-tenda-rossa.html' addthis:title='La tenda rossa '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/centrostudilaruna48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Centro Studi La Runa online" /><br/><p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/disastro-al-polo/4309" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-3021" style="margin: 10px;" title="disastro-al-polo" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/disastro-al-polo.jpg" alt="disastro-al-polo" width="200" height="300" /></a>È ammissibile, è opportuno che il comandante di una spedizione, dopo che il suo dirigibile è precipitato, accetti di mettersi in salvo per primo, lasciando sul ghiaccio il suo equipaggio, e sia pure per delle ragioni umanamente e tecnicamente valide?</p>
<p style="text-align: justify;">È, questo, l&#8217;interrogativo che ha troncato la brillante carriera di un giovane e ambizioso generale dell&#8217;Aeronautica italiana, nonché uno dei massimi esperti mondiali del «più leggero dell&#8217;aria», quando era ancora aperta la disputa sulla sua eccellenza rispetto al «più pesante dell&#8217;aria» (ossia l&#8217;aeroplano), che solo il disastro dell&#8217;Hindenburg, al suo arrivo a New York, avrebbe definitivamene chiuso a favore del secondo, alcuni anni dopo.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutta la vita del generale Umberto Nobile, dopo quel fatale incidente che, nel 1928, pose fine alla trasvolata del Polo da parte del dirigibile Italia, non fu che un continuo, angoscioso interrogarsi con se stesso su quella fatale decisione, presa allorché il pilota svedese Lundborg, che poteva portare con sé uno solo dei superstiti, pretese che a salire a bordo del suo velivolo fosse proprio lui, il capo della spedizione.</p>
<p style="text-align: justify;">Era stata la decisione giusta?</p>
<p style="text-align: justify;">Era stata una decisione saggia?</p>
<p style="text-align: justify;">Certo, Nobile era ferito; e, inoltre, egli era l&#8217;uomo più adatto ad organizzare le operazioni di soccorso, per portare in salvo al più presto possibile anche gli altri naufraghi dell&#8217;Italia, i quali avevano approvato che fosse proprio lui il primo a partire con l&#8217;aereo di Lundborg.</p>
<p style="text-align: justify;">E nessuno di loro avrebbe potuto immaginare che il brusco peggioramento della visibilità e il  movimento del pack avrebbero fatto sì che, per altri lunghi giorni, la posizione della «tenda rossa» dei superstiti (così chiamata perché dipinta di rosso, proprio per richiamare la ricognizione aerea, contro il bianco candido del mare ghiacciato) sarebbe stata nuovamente perduta; e che il dramma del salvataggio si sarebbe gravemente complicato.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma, tuttavia, l&#8217;interrogativo, implacabile, rimane: aveva fatto bene Nobile a salire a bordo del velivolo di Lundborg, lasciando a terra i compagni, stremati e infreddoliti?</p>
<p style="text-align: justify;">Un&#8217;ombra, da quel momento, si era posata sulla sua reputazione; l&#8217;intera opinione pubblica mondiale lo aveva giudicato severamente, tanto più che il generoso esploratore norvegese Roald Amundsen, il conquistatore del Polo Sud, aveva perso la vita proprio nel tentativo di individuare la «tenda rossa», precipitando con il suo aereo.</p>
<p style="text-align: justify;">Già traversando l&#8217;Europa per ferrovia, dopo il salvataggio dei superstiti, si vide che l&#8217;atteggiamento  dell&#8217;opinione pubblica era ovunque pesantemente critico nei confronti di Nobile e anche degli altri Italiani: come è testimoniato &#8211; fra l&#8217;altro &#8211; dal libro di memorie di uno di essi, Felice Trojani: <em><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=9788842531043">La coda di Minosse</a></em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/la-tenda-rossa/4305" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-3020" style="margin: 10px;" title="la-tenda-rossa" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/la-tenda-rossa.jpg" alt="la-tenda-rossa" width="200" height="280" /></a>Per tentare di rispondere allo scottante interrogativo, il regista Mikahail Konstantinovic Kalatozov ha immaginato, nel suo film <a title="La tenda rossa" href="http://www.libriefilm.com/la-tenda-rossa/4305"><em>La tenda rossa</em></a>, del 1969, che si riunisca una specie di tribunale formato dai principali protagonisti della drammatica vicenda, compreso lo scomparso Amundsen, il che dà un tocco di surrealismo a quella giù strana assise.</p>
<p style="text-align: justify;">Il lettore avrà notato che, fino ad ora, nella serie di articoli <em>Un film al giorno</em> (come anche, del resto,  in quella <em>Una pagina al giorno</em> e in quella <em>Un film al giorno</em>) ci siamo occupati solo ed esclusivamente di opere italiane. E ciò non per bieco nazionalismo culturale, ma per ricordare i tesori di arte e capacità creativa della nostra nazione, nonché per reagire a una esterofilia che investe ormai tutti i campi, non solo della cultura, ma anche della vita quotidiana, compresi i prodotti del supermercato, la marca dell&#8217;automobile e la clinica in cui ricoverarsi (beninteso, per chi può permettersene una in Svizzera o negli Stati Uniti, magari per farsi un prezioso trapianto di capelli….).</p>
<p style="text-align: justify;">Se, in questo caso, abbiamo deciso di fare una parziale eccezione (parziale, perché il film <a title="La tenda rossa" href="http://www.libriefilm.com/la-tenda-rossa/4305"><em>La tenda rossa</em></a> è stato una co-produzione italo-sovietica), è perché vi hanno recitato alcuni bravi attori italiani, e perché esso racconta una difficile pagina di storia italiana; che offre, al tempo stesso, l&#8217;opportunità di riflettere su una questione deontologica e morale che varca i confini di una singola nazione, e non cessa di appassionare e dividere le opinioni, a tanti e tanti anni di distanza.</p>
<p style="text-align: justify;">Ricapitoliamo, innanzitutto, la vicenda che portò al dramma della «tenda rossa», soggetto del bel film di Kalatozov.</p>
<p style="text-align: justify;">Umberto Nobile, nato a Lauro, in provincia di Avellino, nel 1885, era stato l&#8217;ideatore dei nuovi dirigibili semirigidi della classe N e ne aveva costruiti diversi per conto di varie nazioni: Stati Uniti, Giappone, Spagna e Argentina.</p>
<p style="text-align: justify;">Alla sua attività di esperto di questioni aeronautiche aveva affiancato quella di esploratore polare, unendosi nel 1926 ad Amundsen e ad Ellsworth a bordo del dirigibile Norge, nella sua trasvolata artica.</p>
<p style="text-align: justify;">Due anni dopo, nel 1928, egli volle ritentare l&#8217;impresa, a fini essenzialmente scientifici, col dirigibile Italia, compiendo tre voli sulla calotta polare e portandosi al di sopra di regioni quasi inesplorate a nord della Russia, particolarmente sulla Severnaja Zemlja.  Al ritorno dal terzo volo, durante il quale era stato sorvolato con successo il Polo Nord, l&#8217;aeronave, per ragioni che non sono mai state del tutto chiarite, ma assai probabilmente per il peso del ghiaccio formatosi su di essa, si abbatté sul ghiaccio nel corso di una furiosa tempesta.</p>
<p style="text-align: justify;">Era il 24 maggio del 1928; e, mentre nove uomini venivano scaraventati a terra, con pochissimo materiale (fra cui la preziosa tenda), tosto il vento sollevò nuovamente il dirigibile, che si perdette all&#8217;orizzonte, con altri sei uomini a bordo. Né il mezzo né i suoi occupanti sarebbero mai più stati trovati; così come non venne mai ritrovato l&#8217;aereo con il quale Amundsen volle mettersi alla ricerca del suo vecchio amico e collaboratore.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/deserto-di-ghiaccio/2393" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-3022" style="margin: 10px;" title="deserto-di-ghiaccio" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/deserto-di-ghiaccio.jpg" alt="deserto-di-ghiaccio" width="200" height="331" /></a>A corto di viveri e con un apparecchio radio rice-trasmettitore che era stato gravemente danneggiato nella caduta, i nove uomini della «tenda rossa» attesero angosciati l&#8217;arrivo dei soccorsi, in condizioni sempre più proibitive, tanto che, alla fine, tre di essi &#8211; Zappi, Mariano e Malmgren &#8211; decisero di mettersi in cammino per cercare personalmente aiuto.</p>
<p style="text-align: justify;">Male equipaggiati, con pochi viveri e una protezione insufficiente contro il freddo, il loro era un tentativo disperato, benché fossero quelli nelle migliori condizioni fisiche. Nobile li aveva sconsigliati di partire, ma non ritenne di poterglielo ordinare, vista l&#8217;incertezza della situazione: e,  anche in questo caso, qualcuno potrebbe obiettare che un comandante, benché ferito, ha il dovere di assumersi la responsabilità di dare degli ordini, in base a ciò che ritiene più idoneo per assicurare la salvezza di tutti.</p>
<p style="text-align: justify;">In seguito, Malmgren sarebbe morto di fatica; e nemmeno gli altri due ce l&#8217;avrebbero fatta a raggiungere le Svalbard, se non fossero stati soccorsi dai Sovietici quando le loro condizioni &#8211; con Mariano semicongelato &#8211; erano ormai chiaramente disperate.</p>
<p style="text-align: justify;">Intanto, le ricerche continuavano da parte delle forze aeree e navali di vari Paesi.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;idrovolante Latham-47 con a bordo Amundsen, decollato da Tromsö il 18 giugno, non fece più ritorno alla base, perdendosi nel Mare di Barents.</p>
<p style="text-align: justify;">Il 22 giugno due idrovolanti italiani, guidati dagli aviatori Maddalena e Penzo, avvistarono la «tenda rossa» e scaricarono numerosi viveri e materiali ai loro compagni sul ghiaccio; ma, sul momento, non poterono fare altro.</p>
<p style="text-align: justify;">Poi, finalmente &#8211; come si è detto -, la sera del 23 giugno, il pilota svedese Lundborg avvistò la «tenda rossa», atterrò con notevole abilità e con rischio personale; e, assicurando che presto anche gli altri sarebbero stati tratti in salvo, insistette perché sull&#8217;unico posto disponibile salisse il generale Nobile, che, oltretutto, era seriamente ferito.</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco come lo stesso Nobile ha rievocato l&#8217;episodio nel suo libro di memorie <em>Ali sul Polo</em>, scritto con l&#8217;evidente scopo di difendersi dalle aspre accuse che, dopo il rientro in Italia, gli erano state mosse per il suo comportamento (<em>Ali sul Polo. Storia della conquista aerea dell&#8217;Artide</em>, Mursia Editore, Milano, 1975, pp. 251-53):</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Lo straniero, in tenuta di aviatore,  aveva un aspetto simpatico: un volto un po&#8217; rude ma aperto, gli occhi cerulei. Sentii Viglieri dirgli in inglese: «Qui è il generale». Lo straniero salutò rispettosamente, e si presentò: «Tenente Lundborg». Gli risposi ringraziandolo a nome di tutti, poi  sembrandomi che le parole fossero insufficienti, mi feci sollevare per poterlo abbracciare. Indi mi feci rimettere a giacere.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Lundborg cominciò a parlare: « Generale, sono venuto a prendervi tutti. Il campo è eccellente.  Vi trasporterò tutti nella nottata. Deve venire lei per primo».</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>«È impossibile» risposi. E additandogli Cecioni: «Trasportate prima lui, così ho stabilito».</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Lundborg disse: «No, ho l&#8217;ordine di portare lei per primo, perché lei deve dare istruzioni per la ricerca degli altri compagni».</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Proprio due o tre giorni innanzi il comando della Città di Milano mi aveva chiesto istruzioni per la ricerca del dirigibile scomparso, ma non ero riuscito a trasmetterle per il cattivo funzionamento della radio. Fui portato a mettere le parole di Lundborg in relazione con quella richiesta e a pensare che gli aviatori volessero approfittare delle eccezionali condizioni atmosferiche di quei giorni per quello scopo. Tuttavia, pur convinto di essere assai più utile ai compagni sulla Città di Milano che non sul pack, l&#8217;idea di tornare alla terraferma per primo mi ripugnava. Insistei con fermezza nel diniego.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>«La prego, prenda prima lui. Così ho deciso».</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Lundborg replicò: «Generale, non insista. La condurremo alla nostra base aerea non lontano da qui. Così potrò tornare presto per trasportare gli altri». E, poiché io accennavo ad insistere ancora perché pendesse Cecioni, egli tagliò corto, e recisamente disse:</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>«No, ora non posso pendere lui. È troppo pesante. Sarebbe impossibile prenderlo senza lasciare qui il mio compagno e questo non posso farlo. Più tardi tornerò solo e allora potrò portarlo. D&#8217;altronde ci vorrebbe troppo tempo per trasportare lui fino all&#8217;aeroplano, e non possiamo aspettare. La prego, venga. Nel giro di poche ore, vi porterò via tutti.  Faccia presto, prego.» E mi indicava l&#8217;apparecchio, di cui si vedeva sempre l&#8217;elica in movimento. «La prego, faccia alla svelta». Mi rivolsi ai compagni. Viglieri, Behounek mi incitarono ad andare. Biagi disse: «Meglio che vada lei per primo. Saremo più tranquilli». Cecioni aggiunse: «Vada lei. Qualunque cosa accada, ci sarà chi pensa alle nostre famiglie». Mi trascinai nella tenda per interpellare Trojani. «È meglio così. Vada lei». Allora mi decisi.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Non era stato facile risolversi.. Ci voleva assai più coraggio a partire che a restare; ma avevo finito col convincermi che consentire a Lundborg, che asseriva essere io atteso per la ricerca degli altri due gruppi di compagni [quello della «tenda rossa» e quello di Zappi], era per me un preciso dovere. Non potevo assumermi la responsabilità di un rifiuto. Dovevo andare.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>I fatti provarono che questa decisione, penosa per me, fu provvidenziale per i miei compagni. E non vi è altro da dire.</em></p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;aereo dello svedese rientrò alla base, nella Baia del Re (Isole Svalbard); ma, poi, le cose non andarono come previsto.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/vero-nord/4868" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-3023" style="margin: 10px;" title="vero-nord" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/vero-nord1.jpg" alt="vero-nord" width="200" height="305" /></a>Nonostante la gara di solidarietà accesasi fra le varie potenze, e nonostante il governo italiano avesse inviato in soccorso la nave Città di Milano, appositamente attrezzata, al comando del capitano di fregata Romagna, l&#8217;accampamento dei superstiti fu di nuovo perso di vista, e le avverse condizioni atmosferiche costrinsero i soccorritori a sospendere i voli di ricognizione. Quando essi furono ripresi, la deriva dei ghiacci sui cui era stata allestita la  «tenda rossa» aveva reso di nuovo imprecisabile il luogo ove avrebbero dovuto concentrarsi le ricerche.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo stesso Lundborg, tornato alla «tenda rossa», ebbe un incidente al suo idrovolante e rimase prigioniero dei ghiacci, con gli Italiani; sarebbe stato poi salvato da un aereo dei suoi compatrioti che, però, non poté prendere a bordo nessun altro.</p>
<p style="text-align: justify;">Solo molto più tardi il rompighiaccio sovietico Krassin riuscì a individuare e prendere a bordo sia Zappi e Mariano (quest&#8217;ultimo con un piede congelato che, più tardi, dovette essergli amputato), sia gli altri, rimasti in attesa nella tenda. Il salvataggio di questi ultimi avvenne il 12 luglio, dopo che il viaggio del Krassin era stato messo più volte in serie difficoltà dalle condizioni sempre più minacciose della banchisa artica.</p>
<p style="text-align: justify;">Il ritorno dei superstiti in Italia fu accompagnato da roventi polemiche circa il comportamento del comandante della spedizione, che portarono all&#8217;istituzione di una commissione d&#8217;inchiesta. Nonostante fosse stato difeso da esperti sia italiani che stranieri, Nobile si vide costretto a  rassegnare le dimissioni dall&#8217;Aeronautica, in seguito alla conclusioni a lui sfavorevoli formulate dalla commissione stessa (1929).</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1931 egli si unì alla spedizione artica della nave russa Malighin, nella speranza &#8211; risultata poi vana &#8211; di individuare i resti dell&#8217;Italia; e continuò a lavorare, in Unione Sovietica, a progetti di dirigibili. Solo nel 1945, a seconda guerra mondiale terimnata, sarebbe stato riassunto nell&#8217;Aeronautica, venendo anche eletto deputato all&#8217;Assemblea Costituente come indipendente nelle liste del Partito Comunista. È morto a Roma nel 1978.</p>
<p style="text-align: justify;">Questi, i fatti.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel film, la parte di Nobile è interpretata dall&#8217;attore inglese Peter Finch, artista noto per la sua fiera indipendenza, che lo ha portato a rifiutare film commerciali per scegliere solo produzioni di buon livello. Molti lo ricorderanno, probabilmente, per la sua intensa interpretazione del personaggio di Oscar Wilde nel film <em>Il garofano verde</em>; qui è un generale Nobile dalla personalità amletica e tormentata, che bene ha saputo rendere la sofferta umanità del protagonista.</p>
<p style="text-align: justify;">La parte dell&#8217;esploratore Amundsen, invece, è affidata a un altro attore britannico, Sean Connery: sono queste le due uniche concessioni, nel cast degli attori, alle esigenze di un pubblico internazionale, che si aspetta di vedere comunque qualche star di grande richiamo.</p>
<p style="text-align: justify;">Quanto all&#8217;Unione Sovietica, che ha firmato la regia e contribuito alla produzione con una parte dei capitali, essa è rappresentata da un unico attore, Juri Solomin (che sarà, qualche anno dopo, coprotagonista del bellissimo <a title="Dersu Uzala" href="http://www.libriefilm.com/dersu-uzala-il-piccolo-uomo-delle-grandi-pianure/611"><em>Dersu Uzala</em></a> di <a title="Akira Kurosawa" href="http://www.libriefilm.com/category/registi/akira-kurosawa">Akira Kurosawa</a>) nella parte del comandante della nave salvatrice, la Krassin.</p>
<p style="text-align: justify;">Quasi tutti gli altri sono italiani.</p>
<p style="text-align: justify;">La bella Claudia Cardinale, per la verità, è stata inserita ella pure, crediamo, per ragioni più che altro di pubblico: la vicenda della «tenda rossa» è una tipica storia avventurosa al maschile, come lo sarebbero la grande maggioranza di quelle del genere <a title="western" href="http://www.libriefilm.com/category/generi-film/western">western</a>; il regista Kalatozov ha voluto inserire un personaggio femminile (nella fattispecie, la fidanzata di un membro svedese della spedizione, il professor Malmgren, che faceva parte del gruppo di Zappi e che morirà di stenti sulla neve) allo scopo di introdurre una nota romantica e gentile in un contesto austeramente virile. È lei che, disperata per la sorte del suo uomo, si reca ad Oslo, a casa dell&#8217;ormai anziano Amundsen, e lo convince, con le sue lacrime, a mettere a repentaglio la vita per cercar di individuare il luogo in cui si trovano i naufraghi dell&#8217;Italia.</p>
<p style="text-align: justify;">Il resto del cast italiano è formato da alcuni dei più bei nomi del nostro cinema di quegli anni: Luigi Vannucchi, Massimo Girotti, Mario Adorf (quest&#8217;ultimo è svizzero tedesco, ma di padre italiano, e la sua carriera di attore con numerosi registi italiani lo ha reso così popolare presso il nostro pubblico, da averlo fatto idealmente «adottare»).</p>
<p style="text-align: justify;">Luigi Vannucchi (Caltanissetta, 1930 &#8211; Roma, 1978) è stato un attore notevole, troppo presto &#8211; a nostro parere &#8211; dimenticato sia dal pubblico, che dalla critica. Veniva dal teatro, dove aveva lavorato nella compagnia di Vittorio Gassmann e Luigi Squarzina, e aveva raggiunto la notorietà interpretando una serie di sceneggiati televisivi, spesso tratti da importanti opere letterarie. Era stato un allucinato e convincente Raskolnikov in <em>Delitto e castigo</em>, da <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/fedor-dostoevskij" target="_blank">Dostoevskij</a></span> (1963), e un altrettanto persuasivo don Rodrigo ne <a title="I promessi sposi" href="http://www.libriefilm.com/i-promessi-sposi-6/6117"><em>I promessi sposi</em></a> (1967), prestando poi la sua voce di narratore fuori campo in <em>Cristoforo Colombo</em> di Cottafavi (1968).</p>
<p style="text-align: justify;">Sempre per la televisione avrebbe recitato, dopo la partecipazione a <a title="La tenda rossa" href="http://www.libriefilm.com/la-tenda-rossa/4305"><em>La tenda rossa</em></a>, nella riduzione del romanzo di Emilio De Marchi <em>Il cappello del prete</em> (1970), nel ruolo del barone di Santafusca; nello sceneggiato di fantascienza, ispirato a un lavoro di Fred Hoyle,  <em>A come Andromeda</em> (1972); e, nello stesso anno, ne <em>I demoni</em>, dal romanzo di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/fedor-dostoevskij" target="_blank">Dostoevskij</a></span>, nel ruolo del freddo e spietato Stavroghin.</p>
<p style="text-align: justify;">Sarebbe poi morto suicida, nel momento di maggiore successo della sua carriera, poco dopo aver portato sul piccolo schermo una biografia di Cesare Pavese, <em>Il vizio assurdo</em>, togliendosi la vita proprio come lo scrittore torinese: in una camera d&#8217;albergo, solo, e con un libro di Pavese posato accanto al letto, sul comodino.</p>
<p style="text-align: justify;">La sua interpretazione di Filippo Zappi è vigorosa, ma sobria, e bene rispecchia il carattere irruento, ma generoso dell&#8217;uomo (che sarebbe divenuto oggetto di atroci sospetti, dopo la fine della vicenda dell&#8217;Italia, per via della morte di Malmgren).</p>
<p style="text-align: justify;">Massimo Girotti, che nel film di Kalatozov interpreta il comandante del Città di Milano, Giuseppe Romagna (Mogliano, Macerata, 1918 &#8211; Roma, 2003), è un attore troppo noto perché qui se ne delinei un ritratto. Basterà dire che era divenuto un beniamino del pubblico sin dal 1941, quando Alessandro Blasetti lo aveva chiamato a recitare ne <em>La corona di ferro</em>, e aveva poi lavorato con i migliori registi italiani: Visconti (<em>Ossessione</em>, 1943, e <em>Senso</em>, 1954), Germi (<em>In nome della legge</em>, 1949), Antonioni (<em>Cronaca di un amore</em>, 1950), Pasolini (<em>Teorema</em>, 1968, e <em>Medea</em>, 1970), Bertolucci (<em>Ultimo tango a Parigi</em>, 1972), Scola (<em>Passione d&#8217;amore</em>, 1981).</p>
<p style="text-align: justify;">Ma Girotti era stato anche molto amato dal pubblico televisivo, avendo interpretato, per il piccolo schermo, personaggi indimenticabili, come Heatcliff in <em>Cime tempestose</em> (1956, regia di Mario Landi), fra Cristoforo ne <a title="I promessi sposi" href="http://www.libriefilm.com/i-promessi-sposi-6/6117"><em>I promessi sposi</em></a> (1967, regia di Sandro Bolchi), l&#8217;avvocato Utterson in <em>Jekyll </em>(1969, regia di Giorgio Albertazzi) e Powell, un amico solo in apparenza svagato del protagonista Edward Foster, nel celeberrimo <em>Il segno del comando</em> (1971, regia di Daniele D&#8217;Anza), insieme a molti altri.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel film di Kaltozov, Girotti è un capitano Romagna freddo e diffidente, che tratta il redivivo generale Nobile come uno che è venuto meno ai suoi doveri, abbandonando l&#8217;equipaggio per la fretta di mettersi in salvo. Forse è un ritratto ingiusto: ma bisogna pensare che le circostanze erano, all&#8217;apparenza, contro il generale; e che, molto probabilmente, chiunque altro, al posto di Romagna, avrebbe nutrito analoghe diffidenze.</p>
<p style="text-align: justify;">Né bisogna dimenticare il clima politico di quegli anni e la dimensione politica e propagandistica della missione dell&#8217;Italia, che rischiava di trasformarsi per il regime fascista &#8211; e specialmente per il Ministro dell&#8217;Aviazione, Italo Balbo &#8211; in un vero e proprio boomerang di fronte all&#8217;opinione pubblica internazionale.</p>
<p style="text-align: justify;">Infine Mario Adorf (Zurigo, 1930) attore di solida formazione teatrale, che ha lavorato con alcuni dei maggiori registi a livello mondiale, è stato molto amato dal pubblico italiano quale eccellente caratterista presente in moltissime produzioni, soprattutto per il piccolo schermo. Nel film <a title="La tenda rossa" href="http://www.libriefilm.com/la-tenda-rossa/4305"><em>La tenda rossa</em></a> è il radiotelegrafista Giuseppe Biagi: personaggio umano, simpatico, commovente per una sua certa ingenua fedeltà  e per un senso della disciplina che non lo abbandona mai, neppure nelle circostanze più drammatiche.</p>
<p style="text-align: justify;">La sceneggiatura è di Ennio De Concini, che si avvale della collaborazione di Nicola Badalucco e Robert Bold.</p>
<p style="text-align: justify;">La regia di Kalatozov è di sicuro mestiere e non priva di accenti epici e di squarci di autentica poesia, come nella scena (immaginaria) in cui Amundsen, precipitato col suo aereo, ritrova i resti di un dirigibile e si appresta ad attendervi la morte con stoica rassegnazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Non siamo d&#8217;accordo con il severo giudizio di Paolo Mereghetti, il quale definisce il film una</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Megaproduzione italosovietica (…), sopportabile quando esalta l&#8217;epicità dell&#8217;uomo che lotta contro la Natura, approssimativa quando caratterizza i personaggi.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Al contrario, e senza nulla togliere alla bravura del direttore della fotografia e alla superba bellezza delle immagini, ci sembra che proprio la parte psicologica sia la più originale e quella meglio caratterizzata.</p>
<p style="text-align: justify;">Molto interessante, come dicemmo, l&#8217;idea del «processo» al comportamento di Nobile da parte dei maggiori protagonisti della vicenda, che ha il taglio inusitato e la sottile inquietudine di uno psicodramma.</p>
<p style="text-align: justify;">Il che ci riporta alla domanda iniziale che ci eravamo posta, e attorno alla quale ruota l&#8217;intera problematica morale del film: fu giusta, fu saggia la decisione del generale Nobile di partire con Lundborg, lasciando i suoi uomini, da soli, sul ghiaccio?</p>
<p style="text-align: justify;">Domanda difficile, e per tentar di rispondere alla quale bisogna tener conto di svariati fattori esterni: dalla fretta dell&#8217;aviatore svedese, ansioso di guadagnarsi la celebrità salvando anzitutto  un famoso esploratore artico, ai risvolti politici dell&#8217;impresa dell&#8217;Italia, nel particolare clima politico di allora (e con Balbo che scommetteva sull&#8217;aereo a scapito del dirigibile).</p>
<p style="text-align: justify;">Forse, fatta salva la buona fede e la coscienziosità professionale di Nobile, le ragioni pro e contro la sua decisione stanno &#8211; e stavano &#8211; quasi in equilibrio.</p>
<p style="text-align: justify;">La spinta decisiva a partire con Lundborg fu data, probabilmente, da una umanissima, comprensibile debolezza psicologica, che viene messa chiaramente in luce da una domanda di Amundsen-Connery a Nobile-Finch, e dalla risposta di quest&#8217;ultimo:</p>
<p style="text-align: justify;">«Quale fu la cosa a cui pensò per prima, quando fu a bordo dell&#8217;idrovolante che la stava riportando in salvo, verso la civiltà?».</p>
<p style="text-align: justify;">«La prima cosa?… Non so… A un bel bagno caldo, credo».</p>
<p style="text-align: justify;">E Amundsen-Connery, con un sorriso indulgente: «Appunto. Il salvataggio degli altri superstiti sembrava questione di poche ore. E chiunque altro, nei suoi panni, avrebbe avuto lo stesso pensiero che ebbe lei: quello di immergersi al più presto in un bel bagno d&#8217;acqua bollente».</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto, col gentile consenso dell&#8217;Autore, dal sito <a href="http://www.ariannaeditrice.it/">Arianna Editrice</a>.</p>
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		<title>Terra di ghiaccio</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Jan 2000 21:00:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Boco</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un racconto di ambientazione fantastica]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/terradighiaccio.html' addthis:title='Terra di ghiaccio '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/drago48x48.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Fantastico" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/letteratura48x48.png" width="48" height="48" alt="" title="Letteratura" /><br/><p style="text-align: justify;">I robusti zoccoli sprofondavano nella neve scricchiolando, il manto marrone del cavallo era imbiancato dalla neve turbinante, l&#8217;elsa della spada ricoperta di un leggero strato di neve e ghiaccio, le pelli di orso, la barba e l&#8217;elmo nero incrostati di ghiaccio, i gelidi occhi azzurri rivolti all&#8217;orizzonte. Un pallido sole sorgeva alto nel cielo azzurrissimo, le desolate lande di ghiaccio e neve su cui viaggiava da giorni presentavano un paesaggio sempre uguale, le poche case di contadini e pastori incontrate lungo il cammino avevano rotto per un attimo la monotonia, non gli avevano negato un pasto caldo e un giaciglio accanto ad un fuoco.</p>
<p style="text-align: justify;">Urfir aveva iniziato il suo cammino verso Nord più di due settimane prima, decise di andare in cerca di quella terra di cui aveva sentito parlare nelle fiabe da fanciullo, nelle leggende da ragazzo. Il vecchio nonno gli aveva parlato di un luogo misterioso, dove il sole splendeva sempre alto nel cielo, dove ovunque era luce, lande abitate da uomini misteriosi, genti barbariche, guerriere. Molti dicevano fossero solo invenzioni, fantasie e leggende popolari. Poco importava. La solida e imponente spada, un tempo brandita da suo padre, non gli era servita poi a molto fino a quel momento, di predoni o genti ostili non ne aveva incontrate, neppure quando aveva attraversato la fitta e buia foresta che tracciava il limite tra le lande verdi ed il gelido Nord.</p>
<p style="text-align: justify;">La bufera di neve non accennava a placarsi, gli occhi ed il viso venivano tempestati incessantemente dalla neve provocando in lui un certo fastidio, il cavallo sbuffava, era certamente affaticato dalle molte ore di viaggio, dormire all&#8217;aria aperta coperti di sole pelli di orso non era certo riposante, sperava ardentemente di incontrare presto altre case sul suo cammino. Avrebbe approfittato per chiedere informazioni più esaustive sul luogo verso cui si stava dirigendo, poco di utile gli era stato detto in precedenza da chi lo aveva ospitato. Il paesaggio iniziava lentamente a mutare, montagne grigio scuro cominciarono a stagliarsi all&#8217;orizzonte, molto lontane, più vicine invece si iniziavano a intravedere delle luci pallide, era ormai sera ed il freddo stava aumentando, la fortuna era dalla sua parte.</p>
<p style="text-align: justify;">Il villaggio era un po&#8217; più grande di quelli in cui era capitato i giorni passati, altro non erano che piccoli gruppi di casette, qui si trattava di una comunità di uomini, sicuramente più di un centinaio. Lo guardavano con volti stupiti le sentinelle appostate lungo il perimetro del villaggio, attorno a dei fuochi, un gruppo di cinque uomini armati con asce e scudi gli andò incontro, ad un cenno di mano Urfir si arrestò.</p>
<p style="text-align: justify;">- Uomo delle terre del fuoco, la tua stirpe non è benvenuta tra la nostra gente. Voi siete portatori di guerra, dobbiamo chiederti di evitare il nostro villaggio.</p>
<p style="text-align: justify;">- Che significa uomo delle terre del fuoco? Io vengo dal Sud, abito nelle lande verdi, al confine con la grande foresta. Vengo in pace, chiedo solo ospitalità per una notte, domani mattina partirò senza crearvi fastidio.</p>
<p style="text-align: justify;">Il più anziano dei cinque lo fissava in volto con fare interrogativo:</p>
<p style="text-align: justify;">- E&#8217; molto strano che un abitante delle terre fertili si rechi nelle desolate steppe del Nord. Per quale motivo stai viaggiando in questi territori, guerriero?</p>
<p style="text-align: justify;">- La mia destinazione è la misteriosa terra del Nord, quella che si trova all&#8217;estremo limite del mondo conosciuto.</p>
<p style="text-align: justify;">I cinque ammutolirono, si guardavano negli occhi, non sapevano come prendere le parole dello straniero. Dopo poco il più anziano lo invitò a scendere da cavallo e seguirlo nel villaggio. La barba, le pelli, il cavallo, tutto di Urfir era imbiancato dal vento del Nord, forse il suo aspetto ricordava a quella gente i popoli che si diceva abitassero la terra verso cui viaggiava. Le poche persone che vide tra le casupole lo guardavano con visi atterriti.</p>
<p style="text-align: justify;">Venne introdotto in una casupola in legno e sassi, dal tetto basso, almeno per lui, gli altri non avevano il bisogno di chinare il capo, si sfilò l&#8217;elmo nero e lo ripulì dal bianco, si scrollò di dosso il ghiaccio e la neve, il cavallo venne lasciato all&#8217;entrata, vicino a un fuoco e a un po&#8217; di paglia, portata da una giovane ragazza, probabilmente una contadina, visto il vestiario. La stanza in cui entrarono, aprendo una porta in legno, era di forma circolare, al centro bruciava un fuoco, di fronte alla fiamma un anziano sedeva tenendo tra le mani quelli che parevano dei fogli di pergamena, la lunga barba fluente si mosse quando alzò il viso per accogliere lo straniero.</p>
<p style="text-align: justify;">Le cinque sentinelle chinarono il capo in segno di riverenza:</p>
<p style="text-align: justify;">- Grande saggio, ti portiamo uno straniero proveniente dalle lande verdi, chiede ristoro per la notte. E&#8217; diretto a Nord, all&#8217;estremo Nord.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli occhi del vecchio, incavati in un volto rugoso, vagarono sul viso fiero di Urfir, fissarono per un attimo i suoi occhi gelidi, la spada con all&#8217;estremità una testa di drago in argento, le robuste braccia che spuntavano dalle pelli di orso.</p>
<p style="text-align: justify;">- Lo straniero sarà mio ospite questa notte, lasciate che gli parli delle misteriose terre a cui è diretto. Fate portare della carne ed un giaciglio per le sue membra stanche. Che al suo destriero non manchi ristoro.</p>
<p style="text-align: justify;">La voce ferma del saggio impose il comando ai cinque, salutarono con reverenza e chiudendo la porta sparirono dalla vista di Urfir. Il fuoco al centro della stanza ardeva con forza, come agitato da fremiti sovraterreni.</p>
<p style="text-align: justify;">Con un cenno della mano il vecchio invitò il guerriero a sedere di fronte a lui, di fronte al fuoco.</p>
<p style="text-align: justify;">- Qual è il tuo nome, uomo del Sud?</p>
<p style="text-align: justify;">- Io sono Urfir, figlio di Urisen. Guerriero delle lande verdi.</p>
<p style="text-align: justify;">Così dicendo adagiò a terra le pelli che indossava, mostrando l&#8217;armatura in cuoio nero, le fasciature in pelle sulle braccia e lo stemma in argento all&#8217;altezza dello sterno: una spiga di grano tra una spada e un ascia incrociate, il <a href="http://www.centrostudilaruna.it/simboli.html">simbolo</a> delle terre fertili. Due donne dai lunghi capelli, raccolti in trecce, entrarono salutando con reverenza, una appoggiò accanto allo stranierò un vassoio di carni e una caraffa di acqua. L&#8217;altra, più giovane, distribuì a terra, poco distante da lui, alle sue spalle, un letto di pagliericcio e una coperta di pelli.</p>
<p style="text-align: justify;">- Gli uomini di questo villaggio temono i barbari del Nord, li chiamano uomini delle terre del fuoco, li credono portatori di morte e devastazioni. La verità è che essi sono dei guerrieri temerari, i più coraggiosi e fieri popoli che mai abbiano brandito una spada su queste terre gelide. Io li ho conosciuti molti anni fa. Essi mi hanno accolto nel loro villaggio, un luogo molto più grande di questo, dove uomini e donne vivono in grande felicità, alla luce di una sole caldo e luminoso. Hanno muscoli temprati, armi imponenti, cavalcature possenti e donne bellissime. I loro figli crescono osservando i padri combattere e le madri amministrare la vita della famiglia.</p>
<p style="text-align: justify;">Si sa così poco di loro che spesso si fraintendono le cose reali. Le battaglie da loro combattute sono lotte per la sopravvivenza della comunità, molti sono i loro nemici ed altrettante le male lingue che avvelenano le menti degli uomini affinché non raggiungano quella terra stupenda. Dovrai dirigerti verso le montagne che hai intravisto in lontananza, da lì saranno loro a trovarti quando sarà il momento, non distano più di due giorni di viaggio, se la tua cavalcatura è lenta.</p>
<p style="text-align: justify;">Il saggio e lo straniero parlarono molto quella sera, l&#8217;indomani Urfir abbandonò il piccolo villaggio di primo mattino, il vecchio lo salutò con uno sguardo dalla porta della sua umile casa, le sentinelle lo videro allontanarsi a Nord.</p>
<p style="text-align: justify;">Il cibo che gli era stato donato da una giovane del villaggio gli fu di conforto durante il cammino, il suo destriero sembrò gradire quella poca paglia che aveva portato con sé in una sacca a lato della sella coperta di pelli. I monti sembrarono molto più vicini dopo una veloce cavalcata durata ore, il sole pallido risplendeva alto e la bufera di neve s&#8217;era placata, tutto attorno una calma irreale.</p>
<p style="text-align: justify;">Il giorno dopo giunse infine ai piedi delle imponenti montagne di ghiaccio e roccia, svettavano caparbie contro il cielo pallido, i suoi occhi vennero abbagliati dal sole bruciante. Il suo cammino continuava tra le rocce dei monti, tra strette gole e ampi spazi di roccia e ghiaccio, un vento freddo soffiava tra quelle gole. Urfir attendeva di arrivare in vista della terra di cui tanto aveva sentito parlare, ora era certo della sua esistenza. Il suo cavallo si fermò e lui tese l&#8217;udito quando udì un grido potente provenire dall&#8217;alto delle montagne, tra le rocce qualcuno lo stava osservando, sguainò la spada, la lama brillò al sole. Un rombo di tuono precedette l&#8217;arrivo di un gruppo di guerrieri, imponenti sui loro destrieri color creta, i lucenti elmi cornuti splendenti alla luce del sole del meriggio, gli occhi di aquila fissi su di lui. I guerrieri si arrestarono a pochi passi da lui.</p>
<p style="text-align: justify;">- Chi sei straniero? Queste terre sono sacre, violare la Terra del Sole eterno è un&#8217;offesa imperdonabile per gli dèi.</p>
<p style="text-align: justify;">- Urfir è il mio nome, vengo in pace, il mio destino mi ha spinto a cercare le vostre leggendarie terre. Chiedo di essere accolto tra di voi per imparare l&#8217;arte della guerra e la nobiltà dello spirito.</p>
<p style="text-align: justify;">I cavalli si voltarono, il guerriero che gli aveva parlato lo invitò a seguirli.</p>
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		<title>Carl Larsson: il pittore dell’anima nordica</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Jan 2000 18:35:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Léopold Kessler</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La vita e la straordinaria attività artistica di Carl Larsson, pittore svedese]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/larsson.html' addthis:title='Carl Larsson: il pittore dell’anima nordica '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/centrostudilaruna48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Centro Studi La Runa online" /><br/><p style="text-align: justify;">Cantore della natura, della patria, della tradizione contadina dunque pagana, Carl Larsson fu probabilmente il pittore più popolare della Svezia. Raramente un artista è riuscito a descrivere così fedelmente l’anima di un popolo. Per tutte queste ragioni vogliamo rendergli omaggio con questo scritto sperando di renderlo più popolare al pubblico italiano che non lo conosce.</p>
<div class="wp-caption alignright" style="width: 211px"><img style="margin: 10px;" title="Carl Larsson (Stoccolma, 28 maggio 1853 – Sundborn, 22 gennaio 1919) " src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/larsson3.jpg" alt="Carl Larsson nel 1913" width="201" height="240" align="right" /><p class="wp-caption-text">Carl Larsson (Stoccolma, 28 maggio 1853 – Sundborn, 22 gennaio 1919) </p></div>
<p style="text-align: justify;">Carl Larsson nacque a Stoccolma il 28 maggio 1853. Di umili origini, cresce nei quartieri bassi i più poveri e malfamati della città. Fu ammesso a 13 anni ad un corso preparatorio all’Accademia delle Belle Arti a cui s’iscrisse tre anni più tardi. I suoi disegni di studente lo portano ad essere assunto come illustratore di Kasper, il più importante giornale satirico svedese. Diventa disegnatore reporter itinerante in Svezia e col suo guadagno mantiene la famiglia. Nel 1877 si installa a Parigi lasciando un salario sicuro e soddisfacente per dedicarsi completamente alla pittura, alternando i soggiorni presso la colonia degli artisti svedesi di Parigi ai <em>reportages </em>disegnati in Svezia. Prova a cimentarsi con l’arte decorativa, realizzando la su prima pittura murale, le illustrazioni per libri, specialmente quelli dei racconti di Andersen.</p>
<p style="text-align: justify;">Difficoltà economiche lo portano a Grez en Seine-et-Marne, villaggio rifugio degli artisti. Lì incontra Karin Bergöö, con cui si sposerà ed avrà sei figli. L’arte di Larsson si trasforma: &#8220;Improvvisamente tolsi le scaglie che mi avevano coperto gli occhi, un&#8217;atmosfera si era rotta. Io vedevo per la prima volta la natura. Ero stato nelle bizzarrie della lordura e l’acqua mi estraniava scombinando le idee. Quelle restavano. Non avevo aperto le mie braccia alla natura, ma semplicemente era entrata. La terra calda, la terra che genera sarà ormai l’oggetto della mia pittura&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong> Una pittura di <em>plein air</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft" style="margin: 10px;" src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/larsson2.jpg" alt="Brita en Idun, 1901 (Idun era nella mitologia nordica la guardiana delle mele della giovinezza che venivano mangiate dagli Dei quando si sentivano invecchiare)" width="233" height="342" align="left" /> Questo fu per Carl Larsson il suo primo periodo di successo. La sua arte rispondeva all’ideale artistico dell’epoca, che acclamava questa pittura che respirava la gran salute e la bellezza della natura. Quello che caratterizza la &#8220;pittura di <em>plein air</em>&#8221; è l’armonia tra l’uomo e la natura. I motivi folkloristici sono onnipresenti nella sua pittura, che cercava di ritrarre i contadini nel loro ambiente naturale. Il suo successo al salone di Parigi e le vendite di opere allo stato francese e a quello svedese migliorano la sua situazione finanziaria, ed egli decide nel 1885 di far ritorno al paese natale per scoprire e dipingere la natura svedese. Ma dopo qualche tempo sceglie altre fonti di ispirazione: la pittura monumentale e le immagini d’interni familiari. Contemporaneamente si impegna fortemente nella rivolta contro gli insegnamenti dell’Accademia delle Belle Arti e la politica delle acquisizioni di stato. I giovani artisti svedesi in rivolta organizzano le loro esposizioni e formano un sindacato, l’Associazione degli artisti, sul modello dei sindacati socialisti. Larsson lascerà l’organizzazione nel 1891 per protestare contro la sua politicizzazione: &#8220;questo stato di sciopero generale ha dato un bel colpo al mio vecchio liberalismo. Io credo ormai che i grandi ed i potenti debbano restare al di sopra, in una frase, credo che la forza superi il diritto! (&#8230;) Il dispotismo illuminato, questo è, in questo momento, il mio ideale politico&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong> Un pittura radicata</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignright" style="margin: 10px;" src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/larsson4.jpg" alt="Brita e io! (1895, Kunstmuseum Göteborg)" width="205" height="482" align="right" /> Un concorso per una pittura murale fu bandito dal museo Nazionale di Stoccolma per affrescare otto ali di muro. Larsson sottopose ripetutamente alla commissione i suoi lavori di carattere storico ma la decisione non veniva presa. Si occupò della decorazione del nuovo liceo femminile di Göteborg scegliendo come tema &#8220;a donna svedese nel corso dei secoli&#8221; (13 composizioni imponenti istoriate di ricchi ornamenti). Trasferendosi a Sundborn, vicino a Falun, nella provincia di Dalarna, Larsson cerca di creare un’arte specificamente svedese, fatta di una pittura più aspra, talvolta anche più brutale. Si immerge nella foresta della Dalarna per ricercare i motivi più primitivi. Voleva riformare i gusti dei suoi contemporanei mostrando loro la cultura contadina; era per lui dovere dell’artista quello di esprimere la gioia che gli procuravano i paesaggi, le feste, gli artigiani e i costumi svedesi. Il contadino è per lui un <a href="http://www.centrostudilaruna.it/simboli.html">simbolo</a> nazionale: &#8220;Quando il paese è in pericolo, è sempre presente per la sua difesa. Con quello che produce e con il suo sangue!&#8221;. Ma questa tendenza doveva presto sfumare sotto l’influenza sempre maggiore delle sue riflessioni sulla pittura monumentale e del suo lavoro di illustratore. Con lo sviluppo della riproduzione a colori egli aveva la possibilità di raggiungere un pubblico più sempre più ampio. Una serie d’acquarelli accompagna i suoi scritti apparsi nel 1894 col titolo di <em>La nostra casa</em>. Sosteneva a suo modo di dipingere una specie di &#8220;documento familiare da trasmettere ai futuri capi famiglia&#8221;: &#8220;(&#8230;) Io immagino di aver fatto tutto con molto buon senso che credo possa servire da modello. Un modello chiaro, tipicamente scandinavo, l’opposto della standardizzazione tetra e senza stile che inizia a corrompere i focolari domestici svedesi alla fine del XIX secolo&#8221;. Larsson detestava ora l’immagine di Parigi, che simboleggiava per lui tutto quello che si doveva bandire. Riscopriva sempre più i legami che lo univano alla tradizione svedese ed alle proprie origini contadine. Acquista una fattoria e, nel 1903, per il suo cinquantesimo compleanno, viene festeggiato calorosamente da tutti. La sua carriera è all’apogeo. Poi la sorte sarà meno felice. Ulf, il figlio primogenito, muore due anni più tardi. Il suo vecchio amico August Strindberg lo attacca pubblicamente in modo ignobile. Il morale di Larsson ne risente. Nel suo nuovo scritto <em>La casa del sole </em>sorprende per il contrasto tra i suoi dipinti di un’infanzia spensierata, le immagini solari di Sundborn e la sua prefazione disperata.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Una pittura monumentale</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft" style="margin: 10px;" src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/larsson5.jpg" alt="" width="300" height="552" align="left" /> Dopo qualche insuccesso Larsson riesce, nel 1908, a rendere concreto un suo vecchio sogno: realizzare gli affreschi interni del famoso Museo Nazionale di Stoccolma. L’entrata di Gustav Vasa a Stoccolma il giorno di San Giovanni del 1523 è una pittura murale monumentale, solare ed eroica, dalle linee chiare e limpide. Oltre a questo lavoro del vestibolo ovest restava un progetto da completare. Larsson invia al Museo uno schizzo con un motivo d’epoca pagana, <em>Sacrificio del Solstizio d’inverno </em>(<em>Midvinterblot</em>), che contrasta totalmente con l’immagine piena di gioia estiva del re trionfante. Egli lo spiega così: &#8220;Ecco il sacrificio di un re per il bene del suo popolo&#8221; (per ottenere un buon raccolto). Questo progetto viene fatto oggetto di critiche molto forti sia per il soggetto che per la forma. La commissione dichiara che Carl Larsson doveva terminare il lavoro ma che non si poteva accettare come soggetto il sacrificio benevolo di un re, evento non confermato da nessuna fonte storica. La Commissione propone che si dipinga una rappresentazione del Solstizio d’inverno senza questa componente macabra. Nel 1914 Larsson rifiuta e scrive al Ministro dell’Industria e a quello del Culto di non interessarsi alle decorazioni dei muri! A suo rischio e pericolo e senza l’appoggio di nessun mecenate dipinge lo stesso il Sacrificio del Solstizio d’inverno con le dimensioni di un murale (3,60 m. per 13.60 m.). Il dipinto fu appeso per prova nel 1915, ma la Commissione del museo rifiutò di acquistarlo, mantenendo la sua richiesta verso Larsson per un soggetto di decorazione meno sensazionale e, così si direbbe oggi, più politicamente corretto. Larsson non si degna nemmeno di rispondere. La polemica cresce ed arriva fino al governo tanto che Larsson declina definitivamente l’ordinazione nel 1916. L’inquietudine per il destino di questo dipinto avvelena i suoi ultimi anni. Infaticabilmente egli continua nonostante tutto a dipingere i suoi acquarelli domestici tanto amati dal pubblico. Nel 1910 aveva acquistato una piccola casa nella fattoria di Lövhult nel comune di Hammarby che era stata di proprietà dei suoi avi. La famiglia Larsson ritorna sulla terra dei suoi antenati, l’anello si chiude. Dipinge la chiesa e il cimitero del villaggio con un&#8217;opera intitolata <em>Le tombe dei nostri avi</em>. Durante i suoi ultimi anni dipinge soprattutto ritratti su commissione e scrive le sue memorie (che saranno pubblicate col titolo <em>Jag </em>(Io). All’inizi del gennaio del 1919 viene colpito da una leggera crisi apoplettica. Muore tra i suoi cari il 22 dello stesso mese.</p>
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<div class="wp-caption aligncenter" style="width: 524px"><img title="Sacrificio del Solstizio d’inverno, rifiutato dalla commissione, fu acquistato dai giapponesi. Solo negli anni ’90 il Museo Nazionale di Stoccolma si rende conto del suo errore e riacquista l’opera che oggi troneggia fieramente sul muro ovest del vestibolo d’ingresso. Non tutto è perduto in Svezia, dove ancora sanno riconoscere i loro geni!" src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/larsson1.jpg" alt="Sacrificio del Solstizio d’inverno" width="514" height="230" align="middle" /><p class="wp-caption-text">Sacrificio del Solstizio d’inverno, rifiutato dalla commissione, fu acquistato dai giapponesi. Solo negli anni ’90 il Museo Nazionale di Stoccolma si rende conto del suo errore e riacquista l’opera che oggi troneggia fieramente sul muro ovest del vestibolo d’ingresso. Non tutto è perduto in Svezia, dove ancora sanno riconoscere i loro geni!</p></div>
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<p style="text-align: justify;">Articolo tratto da <em>Réfléchir &amp; Agir. Revue autonome de désintoxication idéologique</em>, 12 (été 2002). E-mail: reflechiretagir@fr.st</p>
<p style="text-align: justify;">Bibliografia italiana</p>
<p style="text-align: justify;">Renate Puvogel, <em>Carl Larsson</em>, Ed. Taschen, 1999.</p>
<p style="text-align: justify;">Hans-Curt Koster, <em>Tra gente felice. Il mondo luminoso di Carl Larsson</em>, Ed. Longanesi, 1983.</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.clg.se/">Sito della casa-museo Carl Larsson</a></p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/larsson.html' addthis:title='Carl Larsson: il pittore dell’anima nordica ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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