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	<title>Centro Studi La Runa &#187; Neanderthal</title>
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		<title>Lo strano caso dell&#8217;antenato pigmeo</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Jan 2000 21:20:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mario Quagliati</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Considerazioni archeologiche e paleontologiche sui ritrovamenti antropici nell'isola di Flores]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/uomodiflores.html' addthis:title='Lo strano caso dell&#8217;antenato pigmeo '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storia-antica.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Storia antica" /><br/><p align="justify"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=8843030981" target="_blank"> <img style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/vidaleetnoarcheologia.bmp" border="0" alt="Massimo Vidale, Che cos'è l'etnoarcheologia" width="95" height="147" align="right" /></a> Apprendiamo dal <em>National Geographic News</em> del 27 ottobre 2004 che un nuovo membro è stato inserito nella variegata famiglia del genere umano, portando lo scompiglio tra i paleoantropologi: si tratta infatti niente di meno che di un &#8220;<em>Hobbit</em>&#8220;. O almeno così lo hanno battezzato affettuosamente i ricercatori indonesiani e australiani che ne hanno rinvenuto l’esemplare in una caverna dell’isola di Flores, a est di Bali. Si tratta di una serie di scheletri senza precedenti, che hanno già ricevuto l’onore di una nuova denominazione specifica: <em>Homo floresienses</em>. Con 1 metro di statura (per 25 kg), e circa 0,4 litri di capacità cranica, possedevano, da adulti, le proporzioni di un bambino di tre anni. Lo sconcerto cresce se si pensa che questi esseri hanno un’età giovanissima, compresa tra 18.000 e 15.000 anni.</p>
<p style="text-align: center;" align="center"><img class="aligncenter" src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/uomodiflores5.jpg" alt="" width="166" height="167" /></p>
<div class="wp-caption aligncenter" style="width: 471px"><img title="Confronto tra il cranio di Homo floresienses e uomo moderno." src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/uomodiflores6.jpg" alt="" width="461" height="353" /><p class="wp-caption-text">Confronto tra il cranio di Homo floresienses e uomo moderno.</p></div>
<p align="justify">Peter Brown, tra i più noti paleoantropologi australiani, la considera una delle più spettacolari scoperte in mezzo secolo; l’omino di Flores è destinato a sollevare una quantità di problemi e di domande imbarazzanti poiché faticherà molto a trovare un posto logico sull’albero genealogico ufficiale dell’evoluzione umana.</p>
<p align="justify">Innanzitutto, questo reperto rappresenta la conferma definitiva che ominidi dalla morfologia anche molto diversa dalla nostra hanno convissuto con <em>Homo sapiens</em> praticamente fino all’altro ieri &#8211; in termini geologici &#8211; (in realtà l’<em>Homo erectus</em> di Giava era già stato post-datato a 30.000 anni, a metà degli anni ’90). Questo dovrebbe finalmente segnare l’abbandono definitivo del vecchio paradigma evoluzionista che prevedeva la successione/sostituzione graduale degli ominidi nella direzione evolutiva dell’uomo anatomicamente moderno. Al contrario, la nostra specie ha convissuto per decine di migliaia di anni con gli uomini di <em>Neanderthal</em> in Europa e con varianti di <em>H. erectus</em> nell’area australe.</p>
<p align="justify">Poi, fatto decisivo, demolisce completamente i criteri &#8220;volumetrici&#8221; (già lungamente criticati da molte parti) di distinzione tassonomica tra le specie ominidi. Pur avendo un cervello che occupa, in termini assoluti, un terzo del volume medio di <em>H. sapiens</em> (1250 cc) , gli antichi abitanti dell’Isola di Flores denotano statura eretta (che si evince da uno scheletro completo), hanno lasciato utensili, resti di fuoco e di cacciagione, per cui entrano a pieno titolo nel genere <em>Homo</em>. Sostanzialmente erano dei pigmei dalle caratteristiche estreme, ma con i tratti cranio-facciali tipici dell’<em>H. erectus</em>: arcate sopraorbitali sporgenti, cranio allungato e mento assente.</p>
<p align="justify">In terzo luogo si pone il quesito della provenienza e dell’origine filogenetica di questo gruppo (specie? sottospecie?). I ricercatori non possono far altro che postulare l’arrivo su Flores di una popolazione di <em>H. erectus</em> asiatico attorno a 800.000 anni fa, che si sarebbe sviluppato in miniatura, plausibilmente a causa di una pressione evolutiva &#8220;insulare&#8221; (si noti che sull’isola esisteva una specie di elefante nano, lo Stegodonte, estinto 12000 anni fa). Oppure si ipotizza che l’<em>H. floresienses</em> fosse già &#8220;pigmeo&#8221; prima di giungere sull’Isola. Ma questo non è cruciale, ciò che conta è che abbiamo un’ulteriore prova della grande plasticità delle popolazioni umane del pleistocene (1.700.000 &#8211; 12.000 anni fa), le cui caratteristiche fisiche suscitano, allo stato attuale della ricerca, una certa diatriba tra gli specialisti. Infatti è abituale considerare gli esemplari di quest’epoca, etichettati sotto le diverse denominazioni (<em>Homo erectus, neanderthalensis, sapiens &#8220;arcaico&#8221;</em>) come specie separate. Alcuni paleoantropologi invece le considerano adattamenti regionali di un’unica grande specie &#8220;politipica&#8221; diffusa su tre continenti, nella quale, si può ora presumere, andrebbe ad inserirsi il pigmeo indonesiano. Semplificando il discorso, l’<em>Homo pleistocenico</em> ha dato vita a morfologie estreme rispetto a quelle dell’uomo anatomicamente moderno: il neandertaliano era più robusto e muscoloso degli Inuit attuali, l’<em>Homo ergaster</em> (Kenya, 1,7 milioni di anni) era più longilineo dei più alti Turkana odierni, e i &#8220;nani&#8221; di Flores erano più minuscoli del più basso pigmeo che si conosca.</p>
<p align="justify">Non basta, vi è un ulteriore problema che rende decisiva tutta la questione, ed è proprio la posizione geografica dell’Isola di Flores nell’arcipelago indonesiano.</p>
<p style="text-align: center;" align="center"><img class="aligncenter" src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/uomodiflores7.gif" alt="" width="892" height="623" /></p>
<div class="wp-caption aligncenter" style="width: 902px"><img title="L’isola di Flores, a circa 600 km a ovest di Giava, è separata da Bali da due bracci di mare profondo." src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/uomodiflores8.gif" alt="" width="892" height="623" /><p class="wp-caption-text">L’isola di Flores, a circa 600 km a ovest di Giava, è separata da Bali da due bracci di mare profondo.</p></div>
<p align="center"><strong><span style="font-size: x-small;">Figura 2. L’isola di Flores, a circa 600 km a ovest di Giava,  è separata da Bali da due bracci di mare profondo.</span></strong></p>
<p align="justify">Questa si trova isolata da ogni altra terra circostante da uno stretto di acqua profonda, denominato limite di Wallace, che separa la maggior parte della fauna asiatica da quella australiana. Chi colonizzò Flores nel passato doveva essere in grado di superare tale limite via mare, partendo da ovest (isola di Bali) superando due tratti di mare di una ventina di chilometri ciascuno, oppure da nord (Sulawesi) affrontando un viaggio ancora più lungo.</p>
<p align="justify">Incredibile a dirsi, data la frammentarietà dei fossili che documentano le tappe evolutive dell’uomo, proprio questo sito era già diventato protagonista di una scoperta inaspettata, che si tinse dei toni gialli della cosiddetta &#8220;archeologia proibita&#8221;. Nel 1968, vennero rinvenuti sull’Isola degli utensili di pietra nello stesso strato degli stegodonti, di cui si conosceva l’età approssimativa di 750.000 anni. Ma, dato che l’autore della scoperta, il missionario olandese Theodor Verhoeven, non era un professionista del campo, la scoperta venne ampiamente trascurata. Una presenza di ominidi produttori di utensili era da considerarsi del tutto fuori luogo in un’isola sperduta oltre la barriera biologica di Wallace.</p>
<div class="wp-caption aligncenter" style="width: 260px"><img title="Utensili litici sull’isola di Flores datati a circa 800.000 anni." src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/uomodiflores9.gif" alt="" width="250" height="166" /><p class="wp-caption-text">Utensili litici sull’isola di Flores datati a circa 800.000 anni.</p></div>
<p align="justify">La datazione era assolutamente improponibile per una presenza umana (il quale, si sa, &#8220;deve&#8221; essere arrivato in Australasia non prima di 50.000 anni fa). Ed altrettanto problematica sarebbe stata l’attribuzione ad <em>H. erectus</em>, il quale, trenta anni fa, era ancora considerato un anello di congiunzione proto-scimmiesco, in grado sì di produrre utensili e, forse, comportamenti sociali rudimentali, ma ritenuto incapace di un’organizzazione e di una tecnologia sufficiente per affrontare il mare aperto, pur partendo dalla vicina Isola di Giava , in cui si trovava stanziato all’epoca.</p>
<p align="justify">Si è dovuto arrivare agli anni ’90 perché due misurazioni indipendenti, una paleomagnetica e una sulle ceneri vulcaniche, confermassero l’età dei reperti attorno a 840.000 anni. La situazione è così divenuta imbarazzante, con la comunità scientifica divisa tra gli estimatori delle inattese capacità di navigazione di <em>H. erectus</em> e chi invece tenta di minimizzare la scoperta.</p>
<p align="justify">In teoria si può ipotizzare l’emersione di ponti di terraferma dovuti dall’attività tettonica nell’area, in qualche momento del pleistocene, anche se fino ad oggi si suppone che in nessuna epoca geologica &#8220;recente&#8221; vi fosse un collegamento ininterrotto indo-australe: persino durante la massima escursione marina dell’ultima era glaciale quel tratto dell’arcipelago era coperto dal mare. Inoltre la fauna preistorica di Flores è composta da specie animali capaci di nuotare o, al limite, di andare alla deriva aggrappati a vegetazione galleggiante.</p>
<p align="justify">E’ stato anche suggerito che gli oggetti litici in questione non fossero effettivamente dei manufatti, insinuazione contro la quale Mike Morwood dell’Università australiana del New England è stato assolutamente categorico. Purtroppo quello di relegare potenziali utensili nella categoria dei &#8220;prodotti naturali&#8221;, quando questi vengano rinvenuti dove non dovrebbero stare, è un vizio secolare della paleoantropologia: con questa spiegazione di comodo, nella seconda metà dell’800, è passata sotto silenzio una solida evidenza della presenza umana nel pliocene e nel miocene europeo (vedasi Michael Cremo, <em>Archeologia proibita</em>, 1997).</p>
<p align="justify">Secondo i dati a disposizione sia i pigmei umani che la fauna pleistocenica caratteristica di Flores (oltre al suddetto stegodonte nano, la testuggine gigante e il varano gigante di Komodo) si sono estinti in seguito ad un’imponente eruzione vulcanica attorno a 12.000 anni fa. Anche se le evidenze archeologiche note di uomini moderni sulla nostra isola partono solo dal millennio successivo, è ora accertato che nell’area indo-australe vi sia stata una convivenza di almeno 20.000 anni tra uomini anatomicamente moderni e creature &#8220;nane&#8221;. Per cui l’ipotesi di relazioni culturali e di possibili incroci tra le diverse razze ha fatto subito capolino tra i ricercatori.</p>
<p align="justify">Il tema delle ibridazioni tra il sapiens e i suoi predecessori pleistocenici è tuttora ampiamente dibattuta e, nonostante i dati genetici tendano a escludere ibridi tra le razze arcaiche e quelle moderne, vi è una vasta letteratura di comparazioni ossee e craniometriche che documentano la persistenza di caratteri ancestrali nelle popolazioni regionali dei diversi continenti. (in proposito si rimanda a &#8220;<em>L’aborigeno australiano. un homo sapiens arcaico?</em>&#8221; del sottoscritto).</p>
<p align="justify">In quest’ottica, l’<em>H. floresienses </em>diventa allora un ritrovamento coerente, trovandosi proprio nel baricentro di un’area in cui sono insediati (o almeno sopravvivevano fino al secolo scorso) diverse popolazioni pigmee di colore, sparse su diverse isole dell’Oceano Indiano. Nel Golfo del Bengala, i &#8220;negritos&#8221; delle Isole Andaman presentano caratteri pigmoidi. Le zone montuose della penisola tailandese, malese e dell’Indonesia erano popolate, fino agli anni ’20, da etnie pigmee, oggi quasi completamente scomparse (i Semang della Malaysia, gli Yali dell’Indonesia).</p>
<p align="justify">Inoltre, fatto dimenticato dall’antropologia, anche in Australia, nel Queensland settentrionale, è stata ampiamente documentata la presenza di un’etnia pigmea. Le caratteristiche dei &#8220;Barrineans&#8221;, studiate da Norman B. Tindale and Joseph B. Birdsell negli anni’30, erano note agli antropologi e al vasto pubblico fino agli anni ’60. Si trattava di etnia di statura compresa tra 1,40 e 1,50 metri, con volti infantili, somiglianti agli estinti nativi della Tasmania (la popolazione più scura dell’Australia). Pare che la memoria di questa popolazione, così come un’interessante teoria alternativa sull’origine delle popolazioni aborigene australiane, sia scomparsa dalla letteratura a partire dagli anni ’60, per motivi sostanzialmente politici. La teoria di Birdsell del &#8220;triplice ibrido&#8221; (<em>trihybrid theory</em>) suggeriva che i variegati tratti somatici delle numerose etnie aborigene (statura e corporatura, colore della pelle, tipo e colore del pelame) fossero il risultato di un rimescolamento di lungo periodo tra popolazione di origine, rispettivamente, pigmea, Vedda (chiari di pelle, con pelo folto caucasico, e tozzi) e negroide longilinea. Questa tesi, per lo meno suggestiva, è stata completamente censurata in favore dell’origine singola attraverso la migrazione africana recente. Il modello standard risultava infatti più funzionale alle rivendicazioni (sacrosante) del movimento per i diritti politici degli Aborigeni degli anni ’60, per il quale era opportuno unificare la lotta delle diverse etnie sotto un’unica bandiera, identificare cioè il diritto ancestrale alla terra sulla base della comune origine genetica.</p>
<p align="justify">Eppure la scarsa popolarità dei pigmei isolani pare immotivata alla luce dell’origine africana recente. Non sarebbe forse un’ottima prova di una migrazione primitiva che partendo dal cuore tropicale-equatoriale dell’africa attraversò migliaia di chilometri toccando le coste e le isole dell’Indonesia fino alla Tasmania?</p>
<p align="justify">In realtà le cose non sono così semplici. Secondo le teorie ortodosse il primo uomo moderno (comparso tra 150.000 e 100.000 anni fa) dovrebbe essere un &#8220;normotipo&#8221; africano capace di adattarsi molto rapidamente ai diversi climi del mondo. Tanto rapidamente che la sua presenza è oggi attestata in Siberia, oltre il circolo polare artico già 40.000 anni fa. La statura pigmea dovrebbe essere quindi un adattamento evolutivo secondario, abbastanza eccezionale, tipico di ambienti insulari e forestali (perché quindi la pelle scura?). Trovare questi uomini in siti isolati e così distanti fra di loro difficilmente può essere imputato ad una improbabile riduzione corporea dei colonizzatori, intervenuta ripetutamente ad ogni successiva migrazione. Non è invece più logico ipotizzare un’antica stirpe umana originariamente distribuita su un ampio bacino tra Africa e Australasia? Non sarà casuale che le aree di sopravvivenza dei pigmei, siano zone marginali, distribuite a macchie di leopardo (montuose, forestali o completamente isolate come nel caso di Flores), come se queste etnie avessero già subito in passato una diaspora e una decimazione, probabilmente ad opera delle popolazioni che hanno colonizzato estensivamente il Pacifico.</p>
<p align="justify">Una prospettiva di questo tipo però implica la permanenza di tali caratteri fisici per molte generazioni, al di là di un estemporaneo &#8220;adattamento ambientale&#8221;, tanto da avvicinarla pericolosamente ad un concetto tabù della moderna antropologia, quello di &#8220;razza&#8221;. E’ risaputo che l’antropologia molecolare, ha minimizzato l’importanza delle differenze fisiche tra i tipi umani, per il fatto che il genoma sostanzialmente non le registra. Ma la fondamentale unità genetica della specie umana non è assolutamente incompatibile con il concetto di varietà umane: i &#8220;tipi&#8221;, in ogni specie, una volta manifestati, possono rimanere stabili per lunghi periodi, a meno di mescolamenti con altre razze interfeconde.</p>
<p align="justify">Proprio in relazione al pregiudizio razziale, possiamo trovare un altro dei motivi che hanno &#8220;cancellato&#8221; i pigmei dell’Oceania dalla memoria storica: si tratta di qualcosa che ha a che fare con la loro faccia. A guardare alcune foto d’epoca si notano frequentemente arcate sopraorbitali piuttosto sporgenti, indice di &#8220;primitività&#8221; quando si tratta di fossili, considerate una semplice ipertrofia ossea, quando invece si ha a che fare con uomini viventi. Purtroppo è noto il modo in cui questi caratteri sono stati fraintesi in senso razzista nel secolo scorso.</p>
<div class="wp-caption aligncenter" style="width: 98px"><img title="Semang della Malesia (1890)." src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/uomodiflores10.jpg" alt="" width="88" height="264" /><p class="wp-caption-text">Semang della Malesia (1890)</p></div>
<div class="wp-caption aligncenter" style="width: 603px"><img title="Tribù pigmea nei pressi di Cairns (1890)." src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/uomodiflores11.jpg" alt="" width="593" height="266" /><p class="wp-caption-text">Tribù pigmea nei pressi di Cairns (1890).</p></div>
<p><span style="font-family: Georgia;"> </span></p>
<p align="justify">Una vera rivoluzione culturale è in corso, nel giro di pochi anni sta cambiando radicalmente la stima dell’intelligenza del nostro presunto antenato diretto <em>H. erectus</em>, perfettamente bipede alla soglia dei due milioni di anni fa. Fino a ieri si sono sempre sottostimate le capacità tecniche e intellettuali del ramo asiatico di questa specie, rispetto a quello africano, a causa della sua robustezza e per la povertà di industria litica &#8220;evoluta&#8221; che ha lasciato. Adesso improvvisamente si presenta l’immagine di esseri simili a degli hobbit che costruiscono imbarcazioni per colonizzare le isole dell’oceano.</p>
<p align="justify">L’Indonesia rappresenta il nodo cruciale per il modello di popolamento dell’Oceania e qui si trovano una serie di ritrovamenti contraddittori che faticano sempre di più ad adattarsi alle idee classiche sulla migrazione degli esseri umani e ai preconcetti secondo cui il &#8220;gracile&#8221; e &#8220;moderno&#8221; deriva dal &#8220;robusto&#8221; e &#8220;primitivo&#8221;. I fossili conosciuti documentano la presenza di <em>H. erectus</em> in Asia a soli 300.000 anni dalla sua prima comparsa africana, la navigazione indonesiana di 800.000 anni fa, eppure non vi sono sue tracce nel continente australiano. Qui però stranamente sono stati trovati degli esseri umani recenti (10.000 anni) molto più robusti del normale. E’ plausibile pensare che molti buchi nella serie fossile umana non siano dovuti solo all’aleatorietà della fossilizzazione, ma anche ad un processo di selezione semi-intenzionale dei reperti che, a quanto pare è ancora in corso.</p>
<p align="justify">Man mano che ci si rende conto che l’uomo del pleistocene si comportava in maniera troppo umana per essere un gradino inferiore sulla scala evolutiva, potrebbe avvalorarsi la teoria della specie unica, secondo la quale i fossili degli ultimi 2 milioni di anni non sarebbero linee evolutive ramificate nella direzione di <em>Homo sapiens</em>, ma bensì adattamenti regionali di un’unica grande specie politipica, l’Uomo, nella quale includere i poli opposti, dal neandertaliano dei climi freddi al nuovo pigmeo dei tropici. Probabilmente i parametri di classificazione osteologici finora considerati validi per distinguere specie diverse dovrebbero essere riesaminati alla luce dell’estrema variabilità di questi antenati. Come si comporterebbe, si chiede la paleoantropologa Susan Anton, &#8220;<em>un ricercatore che, tra un milione di anni, guardasse i pochi resti fossili di un pigmeo africano e di un giocatore dell’NBA</em>&#8220;?.</p>
<p align="justify">Per concludere, va notato che questo episodio aggiunge un altro elemento ai già molti indizi, di carattere geologico e zoologico, che indicano nel periodo attorno al 10.000 a.C. la fine improvvisa di un equilibrio ecologico di lungo termine e probabilmente la fine della convivenza dell’uomo moderno con i membri più peculiari, forse specializzati, della famiglia. Alla luce di ciò si può suggerire che la denominazione convenzionale di &#8220;uomo anatomicamente moderno&#8221;, comprenda in realtà le razze fisicamente meno specializzate, che sono arrivate fino ad oggi.</p>
<p align="justify">Scampati alla grande crisi climatica della fine del pleistocene, sembra che i pigmei rimasti non sopravviveranno all’epoca moderna e alle politiche dei governi entro i cui confini sono capitati. Con la distruzione progressiva del loro ambiente nativo, l’omogeneizzazione culturale o il mescolamento con le popolazioni confinanti, in Africa come in Indonesia, questa antica Razza è destinata a lasciare la sua eredità solo sui libri di antropologia.</p>
<p><strong>Fonti</strong></p>
<p>Hillary Mayell, <em>&#8220;Hobbit&#8221; Discovered: Tiny Human Ancestor Found in Asia</em>, National Geographic News 27/10/2004.</p>
<p><em>Ancient mariners &#8211; Early humans were much smarter than we suspected</em>, New Scientist, 14/3/1998.</p>
<p>Ann Gibbons, <em>Ancient Island Tools Suggest Homo erectus Was a Seafarer</em>, Science 279,1998.</p>
<p>Keith Windschuttle, Tim Gillin, <em>The extinction of the Australian pygmies</em>, Quadrant, June 2002.</p>
<p><strong>* * *</strong><br />
Articolo pubblicato su <em>Hera</em> di dicembre 2004.</p>
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		<pubDate>Sat, 01 Jan 2000 15:00:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Renato Del Ponte</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Studio storico-archeologico sulle componenti etniche dell'antico popolo dei Liguri]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/delponteoriginideiliguri.html' addthis:title='Le origini etniche dei Liguri '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storia-antica.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Storia antica" /><br/><p align="justify"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=8875458324"><img style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/iliguri.bmp" border="0" alt="Renato del Ponte, I Liguri. Etnogenesi di un popolo. Dalle origini alla conquista romana" width="94" height="142" align="right" /></a> È uno scherzoso paradosso affermare che, allorché si costituiva il primo germe delle futura etnia dei Liguri, essi naturalmente non sapevano di chiamarsi cosi. Ma, del resto, neanche dopo lo avrebbero saputo, perché questo nome venne loro attribuito dai Greci prima (<em>*Liguses</em>) e poi dai Romani (<em>Ligures</em>), formandolo probabilmente da una base linguistica pre<a href="http://www.centrostudilaruna.it/indoeuropei.html">indoeuropea</a> <em>*&#8221;liga&#8221;</em>, &#8220;luogo paludoso&#8221;, &#8220;acquitrino&#8221;, ancora viva nel francese &#8220;<em>lie</em>&#8221; e nel provenzale &#8220;<em>lia</em>&#8220;: e questo perché il primo incontro fra i mercanti greci e gli indigeni sarebbe avvenuto proprio sulle coste paludose delle foci del Rodano.</p>
<p align="justify">
<p align="justify">La storia dei Liguri parte da molto lontano. E&#8217; singolare, infatti, la constatazione che i Liguri, una popolazione fino ad oggi assai poco studiata e quindi conosciuta a livello generale, in realtà sono, tra i popoli d&#8217;Italia, quelli che siamo in grado di seguire dai tempi più remoti. Abbiamo questa possibilità soltanto per loro, se consideriamo la situazione dell&#8217;Italia Settentrionale al tempo dell&#8217;ultima grande glaciazione, quella di Wurm, allorché dovunque dominavano ghiacci o inospitali distese gelate. Dappertutto, tranne che lungo l&#8217;arco dell&#8217;attuale costa ligure, quasi un istmo fra penisola italica ed area franco-cantabrica, in cui il clima era quasi primaverile: in ogni caso sopportabile per flora, fauna ed esseri umani. E la nostra storia comincia proprio circa 25.000 anni fa, sul finire del Paleolitico Superiore, con quegli esseri umani che presero a frequentare le caverne dei Balzi Rossi, oggi a pochi metri dal confine francese, sulla costa, proprio sotto il villaggio di Grimaldi, che si trova a monte. In realtà queste grotte erano state frequentate già da migliaia di anni. Prima dell&#8217;epoca di cui parliamo le abitò l&#8217;uomo di Neanderthal, il quale scomparve o (più probabilmente) fu eliminato dall&#8217;uomo di Cro-Magnon (così detto da una località della Francia atlantica), a cui si deve la mirabile fioritura artistica delle grotte della civiltà franco-cantabrica. Nel momento di cui parliamo, esisteva un contatto diretto fra le coste atlantiche e la Liguria attuale.</p>
<p align="justify">
<p align="justify"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=8875459592"><img style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/lacittadeglidei.bmp" border="0" alt="Renato del Ponte, La città degli dei. La tradizione di Roma e la sua continuità" width="95" height="141" align="left" /></a> In effetti, l&#8217;uomo dei Balzi Rossi costituiva la propaggine più orientale dell&#8217;uomo di Cro-Magnon. Se, come si è detto, prima che la fine dell&#8217;ultima epoca glaciale interrompesse i contatti, i ghiacci arrivavano a lambire la Liguria sin sul crinale a poca distanza dalla costa, lì invece era quasi primavera. Per effetto della glaciazione il mare si era ritirato e le grotte non si trovavano, come oggi, a 20 metri dal mare, ma a 10 chilometri, era dunque permesso l&#8217;insediamento umano ed animale. O, per meglio dire, l&#8217;insediamento umano esisteva proprio a causa del continuo passaggio di selvaggina di grossa taglia: bisonte, bue muschiato, stambecco, cavallo selvaggio. L&#8217;uomo viveva di caccia e, in minima parte, di raccolta. Non conosceva neppure la pesca, se non quella di fiume e torrente, al massimo raccoglieva qualche mollusco lungo gli scogli della costa. La prima cosa notevole da segnalare è la particolare struttura scheletrica e la notevole massa muscolare dei frequentatori dei Balzi Rossi: l&#8217;esemplare maschio adulto poteva raggiungere e superare l&#8217;altezza dei due metri e non essere mai inferiore ai 180 cm. E soprattutto tombe maschili sono venute alla luce nelle sepolture scavate a partire dagli anni &#8217;70 del secolo scorso sino ai primi del &#8217;900: ne emerge una civiltà prettamente patriarcale con la donna in posizione subordinata (proprio come avviene in tutte le comunità di cacciatori). Sembra poi di capire che quegli uomini di cui è stata trovata la tomba avessero una posizione privilegiata all&#8217;interno della comunità: lo si deduce dal colore rosso dell&#8217;ocra che ricopriva sia i corpi che le tombe, da ricondursi al concetto del rosso come celebrazione della sovranità, presente tra l&#8217;altro anche in diverse manifestazioni di <a href="http://www.centrostudilaruna.it/storiaantica.html">Roma antica</a>. Si trattava evidentemente di capi. Vennero anche rinvenuti oggetti che in apparenza potrebbero suggerire una civiltà matriarcale: statuette di donne con caratteristiche sessuali esagerate, le cosiddette Veneri paleolitiche ritrovate anche in molte altre parti d&#8217;Europa, sempre associate ai resti del Cro-Magnon. Ma esse non devono far pensare ad una civiltà matriarcale, sono solo un tributo che questa umanità offriva al <em>sacrum</em>, al mistero della sessualità e della fecondità. Siamo di fronte, in ogni caso, ad una società spiritualmente molto sviluppata: sia nelle grotte atlantiche che ai Balzi Rossi sono stati trovati elementi (ad esempio, tacche incise su strumenti, ossa o pareti) che fanno pensare addirittura ad un sistema di calcolo del tempo, delle stagioni e delle costellazioni.</p>
<p align="justify">
<p align="justify">Il dominio dei cacciatori durò per migliaia di anni e l&#8217;ultima sua fase, che contrassegna le estreme manifestazioni della civiltà franco-cantabrica collegata all&#8217;uomo di Cro-Magnon, viene definita &#8220;Epigravettiano&#8221; (dalla località di La Gravette, in Dordogna): una fase culturale che in Liguria durò più a lungo, pervenendo, con diversi aspetti regionali, sino alle soglie del Neolitico. Circa 18.000 anni fa il distacco dell&#8217;area ligure dalla vicina area francese viene ad approfondirsi. Finiti i rigori e la presenza del ghiaccio, la valle del Rodano viene allargata e quindi resa impraticabile. Dove erano i ghiacci si distende una serie interminabile di paludi e questo provoca una rottura irrimediabile fra la zona atlantica e quella italica. Nell&#8217;area atlantica i residui dei Cro &#8211; Magnon daranno origine alla civiltà maddaleniana e saranno alla base (secondo l&#8217;opinione di molti) del grandioso fenomeno del megalitismo. Alcuni andranno a nord e (si pensa) contribuiranno alla formazione della razza falica o dalica. Molti si sposteranno a sud e attraverso la Spagna raggiungeranno l&#8217;Africa del Nord. Daranno vita alle etnie dei Guanci nelle Canarie, dei Cabili dell&#8217;Algeria e dei Berberi dell&#8217;Atlante e, più in generale, alla sottorazza detta degli Atlanto-mediterranei. Le popolazioni che rimarranno sul posto daranno origine all&#8217;attuale popolo dei Baschi. Esistono recenti ricerche (ad es., di L. e F. Cavalli Sforza) che, utilizzando le più aggiornate conoscenze della genetica, provano questa continuità.</p>
<p align="justify">
<p align="justify"><a href="http://www.libriefilm.com/guerrieri-delleta-del-ferro-in-lunigiana/6335" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-3469" style="margin: 10px;" title="guerrieri-eta-ferro" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/guerrieri-eta-ferro.jpg" alt="guerrieri-eta-ferro" width="200" height="281" /></a>Anche se non circola più da quelle parti l&#8217;uomo alto due metri e la cacciagione di grossa taglia, si può dire che i Baschi siano i moderni discendenti dell&#8217;Uomo di Cro-Magnon: lo prova, tra l&#8217;altro, l&#8217;alta frequenza del gruppo sanguigno 0 negativo e la spiccata dolicocefalia. Coloro che poi erano rimasti nell&#8217;area ligure lasciarono le loro tracce un po&#8217; dappertutto, fino alla Toscana settentrionale.</p>
<p align="justify">
<p align="justify">L&#8217;apporto etnico successivo sarà quello dei popoli mediterranei ovvero dei portatori della civiltà neolitica e quindi dell&#8217;agricoltura e della ceramica. Se pur non ne esistono le testimonianze archeologiche (come ricordava anche il grande storico delle <a href="http://www.centrostudilaruna.it/religione.html">religioni</a> <a href="http://www.centrostudilaruna.it/sh.eliade.htm">Mircea Eliade</a>), vi è oggi tra gli studiosi la tendenza diffusa ad affermare che la civiltà neolitica si sia propagata lentamente dal Medio Oriente verso la Grecia e il corso del Danubio, quindi lungo le coste del Mediterraneo per mezzo di un piccolo cabotaggio. Per quanto riguarda la Liguria, l&#8217;unica area in cui ci sono prove archeologiche del manifestarsi della nuova cultura neolitica è quella di Finale Ligure, un&#8217;area abbastanza ampia nell&#8217;attuale provincia di Savona. Nelle grotte di Finale (in particolare nelle grotte della Pollera e delle Arene Candide) la civiltà agricola lascia le prime tracce del lavoro dei campi e della ceramica. Ma gli scheletri ritrovati hanno caratteristiche che ricordano le precedenti popolazioni dei cacciatori, il che significa che avvenne un matrimonio, un incontro tutto sommato pacifico fra la civiltà dei cacciatori e quella degli agricoltori (un fenomeno antropologico che si è riscontrato &#8211; e tuttora marginalmente si verifica in certe zone remote dell&#8217;Africa centrale &#8211; in epoche ed aree diverse del nostro pianeta ).</p>
<p align="justify">
<p align="justify">Nello studio della conformazione dei crani si avverte una rottura, ma anche una continuità. La caratteristica dominante dei crani Liguri &#8211; dall&#8217;uomo dei Balzi Rossi (Cro-Magnon) &#8211; alla conquista romana &#8211; è una dolicocefalia nettamente sviluppata. Il Neolitico non incide profondamente in quell&#8217;antica società, almeno fino a che non si sottentra nella successiva età dei metalli. Un&#8217;epoca che un tempo non lontano sembrava remotissima ed oggi invece ci appare più vicina. Più vicina, s&#8217;intende, se consideriamo le cose in una prospettiva più ampia, metastorica: ma in realtà, più lontana in termini di cronologia assoluta. Pensiamo un po&#8217; al cosiddetto &#8220;uomo (o mummia) del Similaun&#8221;, ritrovato pochi anni fa in Alto Adige: un cacciatore, forse uno sciamano, riemerso fortunatamente dai ghiacciai al confine con l&#8217;Austria. Fra le altre cose, ha con sé un&#8217;ascia dalla lama metallica, di rame (un rame che egli stesso fuse per sé). Le analisi al carbonio 14 fanno risalire la mummia al 3500 a.C., cioè a 5500 anni fa. In precedenza si pensava che il rame in Italia fosse sconosciuto in quell&#8217;epoca, ma adesso bisogna retrodatare il suo uso di circa un migliaio di anni. Ed è singolare come quell&#8217;ascia rassomigli molto alle asce raffigurate in Liguria sulle statue-stele della Lunigiana o nelle prime incisioni rupestri di Monte Bego.</p>
<p align="justify">
<p align="justify"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=8875458057"><img style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/deiemitiitalici.bmp" border="0" alt="Renato del Ponte, Dei e miti italici" width="94" height="141" align="right" /></a> Si pensava in un primo tempo che la Liguria fosse una regione povera di minerali, poi si è scoperto che nell&#8217;entroterra fra Chiavari e Sestri Levante esisteva una miniera di rame, a Libiola, sfruttata sin da epoca remotissima: analisi al carbonio 14 hanno dimostrato che vi si estraeva il metallo già 4500 anni fa. E la futura città di Chiavari (ma come si sarà chiamata allora?) nascerà come primo centro abitato sulle coste della Liguria proprio grazie alla presenza di questa miniera, dal momento che il rame vi veniva esportato tramite un approdo marittimo. Il professor Nino Lamboglia è stato l&#8217;autore di cinque campagne di scavo nella necropoli di Chiavari, che però risale all&#8217;età del Ferro, al VIII secolo a.C. Fra il 2500 e l&#8217; VIII secolo a.C. esiste naturalmente un lungo iato di tempo: come può essere colmato? Il prof. Lamboglia, durante gli scavi, studiandone la stratigrafia, aveva notato che la necropoli sorgeva su un luogo reso asciutto (così, almeno, egli pensava) mediante un&#8217;impermeabilizzazione artificiale ottenuta tramite uno strato di minuti cocci, che l&#8217;antica popolazione avrebbe appositamente steso a quello scopo. Tuttavia, Lamboglia non analizzò o, meglio, non ebbe il tempo per analizzare adeguatamente proprio questo strato, l&#8217;ultimo della serie, cosa che fu compiuta solo negli anni &#8217;80 di questo secolo. Ebbene, questo strato di cocci è composto da anfore di ceramica risalente al XIV-XIII secolo a.C. e si trattava, dunque, non di un fondo artificiale, ma di una base naturale di spiaggia, di riporto, lavorata dal mare, che attestava un traffico ed uno scambio di merci sulla costa già in quell&#8217;epoca lontana. Siamo agli albori dell&#8217;età del Bronzo e tale attività può essere agevolmente connessa con l&#8217;esportazione del minerale di rame e la miniera di Libiola. Poi, in seguito, nascerà il vero e proprio centro abitato e la necropoli ad incinerazione di Chiavari.</p>
<p align="justify">
<p align="justify">Analizzando il territorio ligure si capisce anche il carattere della popolazione. La gente ligure è stata sempre ritenuta chiusa, inospitale, difficile. I Romani la ritenevano &#8220;dura e agreste&#8221;. Tuttavia questa regione ha subito anche infiltrazioni lente e pacifiche di altre genti. All&#8217;inizio dell&#8217;età del Bronzo, dalle Alpi settentrionali si riversarono popolazioni che possiamo riconnettere con il mondo dei &#8220;campi d&#8217;urne&#8221;, vale a dire col crogiolo delle <a href="http://www.centrostudilaruna.it/indoeuropei.html">popolazioni indoeuropee</a> che in parte popoleranno l&#8217;Italia. I Latini traggono origini da lì e così i Veneti e tante altre popolazioni italiche. In quest&#8217;epoca è ancora difficile distinguere i popoli italiani da quelli <a href="http://www.centrostudilaruna.it/celti.html">celtici</a>. Oggi esiste una &#8220;moda <a href="http://www.centrostudilaruna.it/celti.html">celtica</a>&#8221; o <a href="http://www.centrostudilaruna.it/celti.html">panceltica</a> che, intendiamoci, ha più di una giustificazione rispetto alla misconoscenza del passato, ma, appunto, non bisogna esagerare. Popolazioni che possiamo definire &#8220;pre<a href="http://www.centrostudilaruna.it/celti.html">celtiche</a>&#8221; si infiltrano comunque già in età antichissima nel Piemonte e nella Liguria centro-orientale, mentre la Liguria occidentale manterrà caratteristiche più arcaiche, così come certe aree più vicine alla Toscana (Garfagnana, Lunigiana). Nelle zone interessate dall&#8217;ondata migratoria inizierà un processo di parziale <a href="http://www.centrostudilaruna.it/indoeuropei.html">indoeuropeizzazione</a> in parte collegato a popolazioni che ho definito &#8220;pre<a href="http://www.centrostudilaruna.it/celti.html">celtiche</a>&#8220;. Lo si può affermare anche sulla base di alcune iscrizioni ritrovate. La prima statua &#8211; stele rinvenuta in epoca moderna, nel 1837 a Zignago (SP), reca un&#8217;iscrizione in alfabeto etrusco, ma in lingua di dubbia attribuzione e tuttavia sicuramente <a href="http://www.centrostudilaruna.it/indoeuropei.html">indoeuropea</a>: &#8220;<em>Mezunemunis</em>&#8220;, ovvero &#8220;io (cioè la divinità raffigurata) che mi trovo in mezzo al bosco&#8221; (da notare l&#8217;affinità col latino). A Genova l&#8217;iscrizione (VI sec. a.C.?) &#8220;<em>Mi Nemeties</em>&#8221; (&#8220;di me, Nemetie&#8221;) di nuovo collega sistema alfabetico e grammaticale etrusco con un personaggio dal nome certamente <a href="http://www.centrostudilaruna.it/celti.html">celtico</a>. Eccoci dunque di fronte alla terza componente etnica della Liguria preromana .</p>
<p align="justify">
<p align="justify">* * *</p>
<p align="justify">
<p align="justify">Conferenza tenuta ad Aosta nel corso del terzo Festival Celtique.<br />
Tratto da http://www.celti.it/revue/revue12.htm#I%20LIGURI.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/delponteoriginideiliguri.html' addthis:title='Le origini etniche dei Liguri ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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