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	<title>Centro Studi La Runa &#187; nazismo</title>
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	<description>Archivio di storia, tradizione, letteratura, filosofia</description>
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		<title>Nazionalsocialismo, religione pagana</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Dec 2011 17:23:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Leonello Rimbotti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Lo studio del Nazionalsocialismo come cupa religione psicopatologica, attraversata da ogni sorta di perversioni, è una pratica ben collaudata e sempre in auge. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/nazionalsocialismo-religione-pagana.html' addthis:title='Nazionalsocialismo, religione pagana '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storiacontemporanea48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Storia contemporanea" /><br/><p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-medium wp-image-8943" style="margin: 10px;" title="parteitag" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/parteitag-300x227.jpg" alt="" width="300" height="227" />Lo studio del Nazionalsocialismo dal lato “sinistro”, cioè come cupa <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione/">religione</a> psicopatologica, attraversata da ogni sorta di perversioni, e inventata di sana pianta da uno psicopatico, è una pratica ben collaudata. Il primo, precoce studio fu quello di Wilhelm Reich, <em>Psicologia di massa del fascismo</em>, pubblicato nel 1933, in cui, insieme a <em>Fuga dalla libertà</em> di Fromm del ‘41, si individuava nei movimenti nazionalpopolari lo scatenamento di fobìe collettive, di occulte repressioni sessuali, combinate con il bisogno di assoggettarsi a un potere autoritario rinunciando volontariamente alla propria libera personalità. Langer, a guerra ancora in pieno svolgimento, caricò l’argomento di nuovi dettagli, ma come gli altri vide in Hitler essenzialmente il caso clinico. Il suo libro <em>Psicanalisi di Hitler</em>, risalente al 1943, ma pubblicato solo molti decenni dopo, risentiva delle necessità di propaganda legate al momento, e difatti gli fu commissionato dal servizio informazioni degli Stati Uniti. Era una specie di “psicoanalisi a distanza” del dittatore tedesco, un testo “di scuola”, in cui l’aspetto politico-sociale non veniva preso in alcuna considerazione, badando solo alla descrizione, anche minuta, di risvolti caratteriali individuali, sempre e comunque giudicati come gravi patologie della personalità. Da allora, questo tipo di <a title="letteratura" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/letteratura/">letteratura</a> parascientifica ha avuto una lunga sequela di autori, godendo di ottimi riscontri a livello di divulgazione: l’argomento morboso, trattato in modo opportunamente coinvolgente, è stato a lungo garanzia di successo. In Italia, un buon prontuario su queste tematiche è <em>Adolf Hitler. Analisi storica delle psicobiografie del dittatore</em> di Anna Lisa Carlotti, risalente al 1984, ma che fa ancora testo in materia.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/la-nascita-di-una-religione-pagana-psicoanalisi-del-nazismo-e-della-propaganda/10103" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-8942" style="margin: 10px;" title="la-nascita-di-una-religione-pagana" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/la-nascita-di-una-religione-pagana.jpg" alt="" width="144" height="240" /></a>Su questa scia, è da poco uscito <a title="La nascita di una religione pagana" href="http://www.libriefilm.com/la-nascita-di-una-religione-pagana-psicoanalisi-del-nazismo-e-della-propaganda/10103" target="_blank"><em>La nascita di una religione pagana. Psicoanalisi del nazismo e della propaganda</em></a> di Raffaele Menarini e Silvia Lionello, per i tipi di Borla. Qui l’ambizione sembra essere maggiore che in molti altri casi. In questo libro la psicopatologia, lungi dall’arrestarsi all’ossessività della figura del capo, magari intrecciata con le frustrazioni del popolo, dilaga molto oltre, presentandosi come motore malato di una cultura complessa. Siamo in presenza di un classico di psicostoria. Come ormai fanno anche molti storici, si vede nel Nazionalsocialismo una <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione/">religione</a> pagana in piena regola, ma strana, mezza moderna e mezza primordiale, fatta di un paganesimo falso e spurio, per di più gravemente innervato da numerose e pesanti devianze mentali, individuali come collettive.</p>
<p style="text-align: justify;">Ritroviamo in questo testo il lessico tipico di questo genere di studi. I termini “paranoico”, “delirante”, “farneticante”, sono quelli che ricorrono più spesso allorquando si cerca di dare contorno a un’ideologia e a una pratica politica che sono considerate quanto di più alieno e incomprensibile possa esistere: e questo solo fatto dovrebbe escludere la possibilità di capire davvero un fenomeno che è stato ad un tempo individuale e sociale. Infatti, a scorrere queste pagine, ci rende conto del ginepraio in cui va a finire ogni pretesa di comprendere dall’interno – per quindi darne una spiegazione razionale – un soggetto dato <em>a priori</em> come affetto da turbe psichiche. Ad esempio, il Nazionalsocialismo viene definito «una nuova <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione/">religione</a> “pragmatico-pagana” che mescola abilmente i “fini della storia” e lo “scientismo” in una nuova volontà divina rivelata dal <em>logos</em> hitleriano». Tale <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione/">religione</a> politica messianico-redentoria viene dipinta come una «autodivinazione [<em>sic!</em>, anziché autodivinizzazione...] dell’uomo fino al disprezzo di Dio ed in particolar modo del Dio unico ebraico». Veniamo così ad apprendere che la negazione del Dio della <em>Bibbia</em> corrisponde a una psicopatologia delirante. Tutto il filone volontarista-faustiano della cultura europea, dunque, da Empedocle a Meister Eckhardt – <em>diventa cio che sei!&#8230; diventa Dio!</em> – e fino a Nietzsche, e ivi compresa la mistica estatico-religiosa, vengono all’istante liquidati come malattia clinica. Questo “delirio” sovrumanista, tuttavia, mentre dovrebbe condurre a straordinarie aperture liberatorie, nel caso del Nazionalsocialismo, secondo i due autori, porta invece a sorprendenti “regressioni psichiche”: lo Stato di massa «corrisponde a una regressione psichica che non permette più una separazione tra Io e Ideale dell’Io&#8230;»: ma insomma, il Terzo Reich creò il <em>monstrum</em> del Superuomo oppure lo schizofrenico uomo-massa? Instillò il delirio per l’uomo superiore oppure la frustrazione del membro della massa, «equivalente ad ogni altro» e quindi privo dell’Io? Non sappiamo. Gli autori vagano dall’uno all’altro aspetto. Freud, in tutto questo, aleggia pericolosamente.</p>
<p style="text-align: justify;">Un’altra serie di contraddizioni che presenta questo erudito studio di psicologia sociale riguarda l’identità. Si scrive che il Nazionalsocialismo fu abile – con la sua ideologia e la sua propaganda – a «produrre immagini estremamente positive di sé», in modo da fornire una rappresentazione identitaria di radicale intensità, ma si scrive anche che «le mitologie psicopatologiche di tipo nazista» sono basate sul «comportamento deviante connesso ad un mancato sviluppo dell’identità». Da una parte c’è estrema identità, dall’altra non ce n’è affatto&#8230; si capisce che, affermando una cosa e il suo contrario, si è sempre certi di colpire nel segno. Questo metodo “scientifico” prosegue anche quando i due autori definiscono il Nazionalsocialismo come l’esito di una domanda di autorità e di controllo da parte del popolo, fortemente scosso dagli avvenimenti legati alla sconfitta del 1918; ma poi si ricorre a Jung, e si ricorda che lo Stato popolare del Terzo Reich presenta la condizione tipica della «massa quale condizione psichica senza controllo alcuno, in preda a esplosioni archetipiche&#8230;» eccetera. Dunque, anche qui, non sappiamo se i Tedeschi volevano essere “controllati” o no. Quanto alla costruzione del “falso mito” nazista, i nostri autori ricorrono al solito frasario dell’incomprensione, e si limitano alle formule: «In esso l’istituzione di valori originari viene a basarsi su di un falso mito di origine senza alcun spessore simbolico poiché nato da credenze occulte del tutto deliranti». Una simile asserzione, che brilla per pochezza in un libro che vorrebbe essere scientifico, si segnala per assenza di motivazioni: non viene detto perché il mito era falso, non si spiega perchè il suo <a title="simbolismo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">simbolismo</a>, nonostante l’eccezionale risposta collettiva al suo richiamo, fosse privo di spessore. Si afferma invece che Rosenberg, nel suo <em>Mito del XX secolo</em>, aveva espresso tendenze psicopatiche&#8230; ma attingendo direttamente da Rudolf Otto, cioè il maggiore studioso del sacro del Novecento.</p>
<p style="text-align: justify;">Una specie di spiegazione circa la falsità del mito nazista la si trova nel punto in cui i due autori scrivono che che Hitler dette fondo a una «immaginaria identità nazionale fondata sul mito di origine». Ora, tutti sanno che nella cultura europea i miti di fondazione – compresi quelli immaginari – costituiscono la base dell’identità che i popoli si sono dati nel corso dei secoli. Basta ricordare gli studi di Warburg o di Wind sulla riemersione del paganesimo in epoca moderna – quando gli antichi eroi fondatori tornarono ad essere celebrati in funzione di collante popolare – per capire come questi fenomeni di elaborazione dell’origine non siano per nulla una caratteristica “delirante” del Nazionalsocialismo, ma parte integrante di ogni comunità nazionale. Il mito dei Padri pellegrini, quello della missione escatologica affidata agli Stati Uniti, in questo senso, non si presenta meno “delirante” del mito di fondazione individuato dai nazisti nell’idealizzazione delle origini ariane. Inoltre, i nostri due autori si dicono convinti di poter provare come «la propaganda nazista abbia svolto la funzione di produrre un falso immaginario nel senso di imitare con incredibile accuratezza la mitologia wagneriana della Caduta degli déi». Allora il “delirio” del mito originario avrebbe fondamenta per nulla naziste, riposerebbe addirittura su una colonna della cultura tedesca ottocentesca, a sua volta innestata su miti e saghe arcaicissimi&#8230; verrebbe da chiedersi: dunque perché “falso mito”?</p>
<p style="text-align: justify;">In un altro punto del libro, leggiamo che il “labirinto esoterico” su cui si basava il nuovo paganesimo nazionalsocialista intendeva «ripristinare gli antichi riti e le antiche usanze germaniche», in modo che «il popolo avrebbe potuto rinnovare l’antico e primordiale rapporto con la sua Terra». Qualcuno, che non abbia venduto l’anima a Freud, riscontra in questi presupposti qualcosa di “delirante”, di “paranoico”? L’accusa, poi, mossa ai nazisti di aver costruito un «principio assoluto di verità» a scapito della libertà, non è forse possibile rivolgerla a qualunque fede, religiosa, politica, etica? Quale <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione/">religione</a> si annuncia, se non come depositaria unica ed esclusiva della verità. Non è per queste vie che sarà possibile spiegare un fenomeno come il Nazionalsocialismo, che non fu un semplice movimento politico e che ebbe effettivamente risvolti religiosi ed escatologici. La determinazione di razionalizzare l’irrazionale, per di più attraverso la tecnica del funzionalismo psicologico, è un vicolo cieco. Il Nazionalsocialismo fu seguito e assorbito da un gran numero di persone che erano del tutto “normali”. L’operaio, il contadino, l’impiegato che affollavano i raduni “deliranti” erano persone della porta accanto. E i numerosi intellettuali di prima grandezza che credettero in esso, per la verità, non dettero mai segni di quello squilibrio psichico che ne sarebbe stato la sostanza.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/le-intuizioni-psicosociali-di-hitler-unanalisi-del-mein-kampf/10104" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-8941" style="margin: 10px;" title="le-intuizioni-psicosociali-di-hitler" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/le-intuizioni-psicosociali-di-hitler.jpg" alt="" width="163" height="240" /></a>Il problema storico del riapparire con il Nazionalsocialismo di categorie dell’antico paganesimo europeo, e del mito popolare come momento di recupero dell’identità contro le dissoluzioni dell’epoca moderna, è stato affrontato da molti storici con maggior profitto degli psico-storici, troppo spesso prigionieri dei loro dogmi. «Appartenere a gruppi che si distinguono è un bisogno umano basilare», hanno scritto ad esempio Dora Capozza e Chiara Volpato nel loro libro <a title="Le intuizioni psicosociali di Hitler" href="http://www.libriefilm.com/le-intuizioni-psicosociali-di-hitler-unanalisi-del-mein-kampf/10104"><em>Le intuizioni psicosociali di Hitler</em></a>, pubblicato nel 2004 da Pàtron. Nulla dunque di demoniaco, nulla di paranoide. Semplicemente un’ideologia dell’identità, radicalizzata dai tempi e dalle violente intrusioni della modernità sui tessuti tradizionali. Lacue-Labarthe e Nancy anni fa hanno affermato che il mito nazista «rappresenta il necessario compimento dell’Occidente» e che «non è possibile disfarsene né come una aberrazione, né come un errore catastrofico». La stessa democrazia, aggiungevano, non vive a sua volta che di miti rielaborati e di bisogno di sicurezza. «La storia nella sua origine non è di competenza di una scienza, ma della mitologia», hanno scritto i due autori francesi. Questo per dire che la scienza – e tanto meno la pseudoscienza psicostorica – non possiede i mezzi intuitivi per comprendere le ragioni del «rapporto mistico col mito».</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>Linea</em> del 10 aprile 2009.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/nazionalsocialismo-religione-pagana.html' addthis:title='Nazionalsocialismo, religione pagana ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Il fascismo secondo Indiana Jones</title>
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		<pubDate>Sat, 23 Jul 2011 09:36:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabio Calabrese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L’esorcismo antifascista funziona come la scomunica medievale, e come la scomunica medievale è contagioso. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/il-fascismo-secondo-indiana-jones.html' addthis:title='Il fascismo secondo Indiana Jones '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/centrostudilaruna48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Centro Studi La Runa online" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/teiwaz.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Teiwaz" /><br/><p style="text-align: justify;"><em>Come è facile rilevare fin dal primo acchito, questo articolo è vecchio di qualche anno, e a suo tempo era apparso sulla defunta Ciaoeuropa di Antonino Amato. L&#8217;occasione per la scrittura di questo pezzo fu data da un commento dell&#8217;allora presidente degli Stati Uniti George W. Bush che, parlando dei terroristi mussulmani, li definì “fascisti islamici”. Oggi sono cambiate meno cose di quanto sembri rispetto ad allora; alla Casa Bianca siede Barack Obama, certamente più abbronzato, ma che non sembra avere una personalità più forte né maggiore indipendenza di giudizio rispetto a Bush.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Il motivo, tuttavia, per il quale ritengo utile riproporre adesso questo articolo, è che il tema che esso tratta, ossia il carattere superstizioso, stregonesco, irrazionale dell&#8217;antifascismo, non ha minimamente perso di attualità.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em><a title="Fabio Calabrese" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/fabio-calabrese/">Fabio Calabrese</a></em></p>
<p style="text-align: justify;"> * * *</p>
<p style="text-align: justify;">Il presidente degli Stati Uniti George W. Bush si vocifera in giro che sia un uomo potente, sebbene secondo il parere di &#8220;color che sanno&#8221; non sia altro che un intermediario nella migliore delle ipotesi, od un valletto, un megafono di interessi non confessati che costituiscono il vero potere negli Stati Uniti e su questo pianeta, ed ai quali la presunta sovranità popolare offre una ben misera copertura, un dito dietro il quale cercare di nascondersi in maniera a volte grottesca, ma nessuno, che io sappia, ha mai preteso che sia un uomo particolarmente benedetto dal dono dell&#8217;intelligenza. Nonostante questo, le sue esternazioni vanno comprese e valutate, proprio perché egli recita un copione scritto da altri, è <span style="text-decoration: underline;">il potere mondiale</span> che parla attraverso la sua bocca, a dispetto della mediocrità, dell&#8217;insignificanza dell&#8217;uomo.</p>
<p style="text-align: justify;">Queste esternazioni vanno analizzate soprattutto quando hanno il potere di darci fastidio, quando sono rivolte contro di noi; o se vogliamo, proprio in quel momento ci riconfermano nel ruolo di oppositori di un marcio sistema globalizzato che si appresta a dissolvere popoli e culture in un <em>melting pot</em> mondiale che si ritiene più facilmente manovrabile.</p>
<p style="text-align: justify;">Recentemente, l&#8217;ineffabile George, a proposito dei mancati attentatori sulle linee aeree Gran Bretagna &#8211; Stati Uniti dell&#8217;agosto 2006, li ha definiti &#8220;fascisti islamici&#8221; od &#8220;islamo &#8211; fascisti&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Al di là di qualsiasi analisi sulla presenza o meno di presunte convergenze fra fascismo ed islam, a prescindere dal fatto che i popoli islamici (ma la <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione/">religione</a> di per sé non c&#8217;entra) vittime dell&#8217;aggressione americano &#8211; sionista: Palestinesi, Libanesi, Iracheni, Afgani, o minacciati di essere coinvolti nella stessa aggressione (pensiamo soprattutto all&#8217;Iran) non possono che ricevere tutta la nostra simpatia, una terminologia del genere non può  che infastidirci, poiché è chiaro che il termine &#8220;fascismo&#8221; è qui assunto nel significato della pura ed assoluta negatività, come sinonimo di &#8220;male assoluto&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Se le opinioni correnti fossero basate su di un minimo di conoscenza storica invece che sulla persuasione mediatica in grado di stravolgere qualsiasi verità, ci sarebbe davvero di che meravigliarsi di un simile giudizio. Se il metro fosse quello delle violazioni dei diritti umani delle quali i buoni democratici fingono così tanto d&#8217;indignarsi, ed il confronto fosse condotto in termini obiettivi, allora dei due &#8220;totalitarismi&#8221; del XX secolo (per il momento non sottilizziamo su questa definizione) allora non ci sarebbero dubbi a chi vada assegnata la palma del &#8220;male assoluto&#8221;; i 6 milioni di ebrei che sarebbero stati soppressi dai nazisti (uno solo dei diversi regimi fascisti esistiti in Europa, agli altri, nulla del genere è imputabile), sempre ammesso di prendere per buona questa cifra stabilita al processo di Norimberga con tutta l&#8217;obiettività e l&#8217;imparzialità della vendetta dei vincitori sui vinti, in fondo quasi scompaiono di fronte al carnaio comunista che nel XX secolo è costato la vita a qualcosa come 200 milioni di uomini, e non è neppure vero che tutte le vittime del comunismo siano state vittime di genocidi &#8220;socialmente motivati&#8221;; squisitamente etnica fu la ragione che portò l&#8217;Armata rossa a massacrare 3 milioni di Tedeschi viventi ad est dell&#8217;Oder, come quella che indusse i titini a sopprimere decine di migliaia di Italiani sulla sponda orientale dell&#8217;Adriatico, e non è che &#8220;la democrazia&#8221; stessa sia esente da simili colpe: 4 milioni di persone assassinate in bombardamenti privi di utilità e di scopo dal punto di vista militare, da parte delle aviazioni alleate nella sola Europa, cui vanno quanto meno aggiunti i due bombardamenti nucleari di Hiroshima e Nagasaki, e che dire del fatto che gli Stati Uniti come nazione sono fondati su di un genocidio, 5 milioni di amerindi massacrati nel XIX secolo?</p>
<p style="text-align: justify;">In termini socio &#8211; economici, non si può fare neppure il confronto fra i fascismi stroncati sul campo di battaglia prima che avessero modo di dimostrare fino in fondo tutte le loro potenzialità nel bene e nel male, ed il comunismo sovietico, crollato sotto il suo stesso peso, per la sua incapacità di produrre altro che terrore e miseria. I fascismi hanno a tal punto rovinato i popoli che hanno governato che, nonostante la sconfitta, la Germania ed il Giappone si sono affermate dopo la seconda guerra mondiale come due fra le massime potenze industriali planetarie, ed anche l&#8217;Italia, ha costruito il suo &#8220;miracolo economico&#8221;, il grande balzo in avanti degli anni &#8217;50 sulle basi gettate dal fascismo; è stato il fascismo che ha creato il sistema delle partecipazioni statali, quel sistema di economia mista pubblica/privata che è stato fonte di benessere per il popolo italiano fino agli anni &#8217;80, quando si è cominciato a liquidarlo seguendo la moda <em>liberal</em> &#8220;made in USA&#8221; delle privatizzazioni. Vogliamo confrontare tutto ciò con l&#8217;abisso di miseria che il comunismo si è lasciato dietro in Russia e nell&#8217;Europa dell&#8217;est? Davvero, non ci sarebbe storia.</p>
<p style="text-align: justify;">Se però noi pensiamo che il confronto sia nei termini storici reali, siamo lontani dal comprendere <span style="text-decoration: underline;">la dimensione patologica dell&#8217;ideologia democratica</span> che il Bush &#8211; pensiero sottintende (chiamiamolo così per comodità, anche se di certo non è lui l&#8217;autore dei copioni che recita), un delirio che il potere mediatico consente di sostituire alla percezione della realtà nella testa di centinaia di milioni di persone.</p>
<p style="text-align: justify;">Bisogna riconoscere che il grande strumento propagandistico dell&#8217;ideologia americana è rappresentato dalla cinematografia hollywoodiana che sfrutta l&#8217;impatto visivo (ciò che &#8220;si vede&#8221; viene accolto inconsciamente come &#8220;vero&#8221; per definizione), e ciò che solo formalmente è presentato come <em>fiction</em> si sostituisce agevolmente ad una conoscenza storica che è ben più scomodo trovare sui libri, od alle nozioni di quello che è per i più un mal digerito e presto dimenticato insegnamento scolastico. La falsificazione della realtà storica comincia fin dall&#8217;<a title="antichità" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/storia-antica/">antichità</a> con la vergognosa mistificazione delle pellicole &#8220;peplum&#8221; dove invariabilmente gli antichi Romani sono presentati come dei pazzi sanguinari intenti a null&#8217;altro che ad inventare continuamente nuovi e raffinati metodi per perseguitare e per torturare quei poveri ed innocenti cristiani, oppure vediamo un tipo umano che in ogni epoca è sempre stato subdolo ed affarista presentato con tratti eroici ed olimpici, sintetizzato nella figura di un eroe immaginario, Ben Hur, cui sono stati prestati il volto ed il corpo atletico di Charlton Heston da giovane. E&#8217; ovvio che avvicinandoci all&#8217;età contemporanea la falsificazione non poteva che farsi più pesante ed insidiosa.</p>
<p style="text-align: justify;">Diversi anni fa mi capitò di vedere alla televisione uno spezzone di film facendo <em>zapping </em>fra un canale e l&#8217;altro; tuttora ignoro il titolo della pellicola, ed è un peccato, non me ne resi conto subito, ma lì c&#8217;era in tutta evidenza, una delle chiavi per comprendere l&#8217;atteggiamento patologico dell&#8217;ideologia americana &#8211; per estensione, democratica &#8211; nell&#8217;approccio al fenomeno &#8220;fascismo&#8221;. Si trattava di questo: un ufficiale delle SS che, dopo aver allontanato dalla sala i militi di guardia, si dedicava estatico alla contemplazione di una raccolta d&#8217;opere &#8220;d&#8217;arte&#8221; degenerata (fate caso a dove ho messo le virgolette!). Il messaggio era esplicito, forse troppo: il fascismo come una sorta di perversione dello spirito consistente in questo caso nel privare i cittadini del godimento di opere del cui valore estetico i &#8220;fascisti&#8221; sarebbero stati ben consapevoli. Il messaggio implicito era che esisterebbe, i democratici ritengono esista, un solo tipo di canone estetico così come esisterebbe un solo tipo di codice etico, il loro, ed il fascismo in quest&#8217;ottica sarebbe una deliberata ricerca del male.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Trasgressione&#8221;, &#8220;genio e sregolatezza&#8221; o &#8211; <em>faute de mieux </em>- la sregolatezza come surrogato del genio: questi sono i <em>leitmotiv</em> dell&#8217;arte moderna, e non è chi non veda il parallelismo fra la dissoluzione dei canoni estetici tradizionali e la demolizione della tradizione in campo culturale, etico, politico, sociale che è propria della democrazia; altrimenti non sarebbe possibile immaginare come mai si siano potute elevare alla dignità di capolavori artistici le <span style="text-decoration: underline;">brutture</span> di Picasso, Mirò, Bracque, Kandinskij, Tanguy e chi più ne ha più ne metta, fino ad arrivare all&#8217;immondizia di Warhol e Basquiat, laddove il ristabilimento di una <span style="text-decoration: underline;">salute</span>, di una <span style="text-decoration: underline;">normalità</span> in campo estetico è ovviamente parallela al ristabilimento di valori <span style="text-decoration: underline;">sani</span> in campo etico &#8211; sociale.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/indiana-jones-e-i-predatori-dellarca-perduta/9668" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-7945" style="margin: 10px;" title="i-predatori-dell-arca-perduta" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/i-predatori-dell-arca-perduta.jpg" alt="" width="200" height="281" /></a>Facciamo un passo più in là. Il grande interprete hollywoodiano di cosa mai sia stato o sia ancora al presente il fascismo, è, neanche a farlo apposta, Indiana Jones, e questo non solo perché l&#8217;eroe &#8211; avventuriero &#8211; archeologo con il volto di Harrison Ford affronta i nazisti nelle due pellicole <a title="I predatori dell'Arca perduta" href="http://www.libriefilm.com/indiana-jones-e-i-predatori-dellarca-perduta/9668" target="_blank"><em>I predatori dell&#8217;arca perduta</em></a> ed <a title="Indiana Jones e l'ultima crociata" href="http://www.libriefilm.com/indiana-jones-e-lultima-crociata/9669" target="_blank"><em>Indiana Jones e l&#8217;ultima crociata</em></a>, ma riflettiamo un momento su come vi vengono presentati i nazisti (altri tipi di fascismo, per Hollywood non sembrano mai essere esistiti, ma su questo potremmo quasi sorvolare): avidi d&#8217;impadronirsi dei <a title="simboli" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">simboli</a> (e dei presunti poteri) della tradizione giudaico &#8211; cristiana, quali l&#8217;Arca dell&#8217;Alleanza ed il Santo Graal. Riuscite ad immaginare qualcosa di  più grottesco delle legioni hitleriane che marciano con alla testa l&#8217;arca dell&#8217;Alleanza mosaica? Prima di sganasciarci dalle risate, cerchiamo però di capire il tipo di &#8220;ragionamento&#8221; che sta alla base di una panzana simile, che la rende credibile al pubblico americano, e nonostante tutto in una certa misura anche da noi, dove il martellamento mediatico impone poco per volta cliché di &#8220;pensiero&#8221; americanizzati. Poiché la tradizione biblica &#8211; mosaica è l&#8217;unica vera, anzi l&#8217;unica concepibile, ecco &#8220;i nazisti&#8221; cercare di sfruttare i <a title="simboli" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">simboli</a> &#8220;del bene&#8221; (ed il loro presunto potere magico) nel momento stesso in cui lo negano; esattamente come avviene per &#8220;l&#8217;arte&#8221; degenerata sul piano dell&#8217;estetica.</p>
<p style="text-align: justify;">Il discorso sul Graal però è diverso, nel <a title="simbolismo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">simbolismo</a> della &#8220;sacra coppa&#8221; come è stato elaborato dal Ciclo Bretone s&#8217;incontrano una tradizione pagana ed una cristiana. La tradizione di base è pagana &#8211; celtica; il &#8220;calderone sacro&#8221; degli antichi <a title="Celti" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/celti/">Celti</a> era lo strumento della consacrazione del re sacrale, <em>pontifex</em>, colui che fa da ponte fra la terra ed il cielo. Dopo l&#8217;incesto con Morgana, Artù ha perso il suo potere sacrale e deve essere riconsacrato. Nulla di strano che il mito, raccontato nella Britannia del V secolo, ambiente parzialmente cristianizzato, abbia portato alla confusione fra il Graal celtico e la coppa dell&#8217;Ultima Cena che in origine probabilmente non c&#8217;entrava per nulla.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/il-codice-da-vinci/718" target="_blank"><img class="alignleft size-medium wp-image-7944" style="margin: 10px;" title="codice-da-vinci" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/codice-da-vinci-184x300.jpg" alt="" width="184" height="300" /></a>Va da sé che dell&#8217;originaria matrice pagana del mito del Graal, Indiana Jones non sa nulla, come non ne sanno nulla Dan Brown ed il protagonista del suo <a title="Codice da Vinci" href="http://www.libriefilm.com/il-codice-da-vinci/718" target="_blank"><em>Codice Da Vinci</em></a>, tanto nella versione libraria quanto in quella cinematografica.</p>
<p style="text-align: justify;">Sarà il caso di dire qualcosa di questo mediocre romanzo e dell&#8217;ancor più mediocre pellicola che ha ispirato e che, tramite un&#8217;oculata campagna mediatica, hanno ottenuto un successo mondiale dalle dimensioni inusitate. Si tratta a mio parere di un ben mirato siluro lanciato contro tutto ciò che ancora si oppone all&#8217;americanizzazione della cultura europea, infatti, non soltanto nega le origini precristiane del mito del Graal, uno dei miti fondanti della nostra cultura, assieme all&#8217;idea precristiana, pagana, indoeuropea, della regalità sacrale, ma nello stesso tempo costituisce anche un attacco diretto contro la Chiesa cattolica, ossia un &#8220;modello di cristianesimo&#8221; non interamente riducibile a quello americano, un&#8217;autorità ancora in grado di sostenere la non perfetta coincidenza fra la dottrina di Cristo e la dottrina Bush. Ancora una volta, pur con tutte le innegabili differenze che esistono, tradizionalisti &#8220;pagani&#8221; e &#8220;cattolici&#8221; ci ritroviamo nella stessa trincea.</p>
<p style="text-align: justify;">Per completare il discorso sul &#8220;nazismo magico&#8221;, va detto che fra i leder del Terzo Reich, in particolare Heirich Himmler, <em>Reichsfuhrer </em>delle SS aveva il pallino dell&#8217;esoterismo, condizionato dall&#8217;occultista Otto Rahn, ma si trattava di una mania personale, considerata con ilarità dagli altri gerarchi nazisti, che non può costituire una chiave interpretativa del nazionalsocialismo, né tanto meno essere estesa agli altri movimenti fascisti. Sebbene la tesi del &#8220;nazismo magico&#8221; sia stata già presentata in un testo francese degli anni &#8217;60 che andò incontro ad un discreto successo di pubblico, <em>Il mattino dei maghi</em> di Louis Pauwels e Jacques Bergier, un testo pieno di fantasticherie e farneticazioni, e sebbene rispunti ogni tanto; in anni recenti, ad esempio Giorgio Galli ha pubblicato un testo che è una brutta copia del <em>Mattino dei maghi</em>, essa è sempre stata respinta dagli storici più seri, anche antifascisti.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/hitler-e-il-nazismo-magico/6889" target="_blank"><img class="alignright size-medium wp-image-7946" style="margin: 10px;" title="hitler-e-il-nazismo-magico" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/hitler-e-il-nazismo-magico-190x300.jpg" alt="" width="190" height="300" /></a>Si tratta però di una tesi di cui l&#8217;antifascismo di Indiana Jones ha bisogno, si tratta di un&#8217;interpretazione magico &#8211; stregonesca; come nel caso dell&#8217;immagine caricaturale dell&#8217;ufficiale SS ammiratore &#8220;dell&#8217;arte&#8221; degenerata, il fascismo &#8211; nazismo (altri fascismi Hollywood non ne conosce) conosce/riconosce il bene (e la bellezza) e persegue coscientemente il male (od agli occhi dell&#8217;american &#8211; democrazia il disvalore estetico; pensiamo ad artisti messi al bando per la loro non conformità ai canoni &#8220;democratici&#8221; come Mjolnir); esso sarebbe dunque una sorta di satanismo: il satanismo riconosce l&#8217;esistenza di Dio come principio del bene, ma venera coscientemente il principio del male, Satana.</p>
<p style="text-align: justify;">Di primo acchito, ci può sembrare strano che una visione così delirante, così lontana dalla realtà, possa essere la base di pronunciamenti e di decisioni ai massimi livelli, eppure essa è precisamente la chiave per comprendere parecchie cose, a cominciare dalle dichiarazioni di mr. Bush.</p>
<p style="text-align: justify;">Occorre considerare quella che nel passato era una significativa differenza fra la cultura americana e quella europea (ma ora le differenze si stanno appiattendo), la mancanza nella prima della categoria della storicità, l&#8217;incapacità di collocare gli eventi umani in un contesto storico &#8211; culturale, il che implica comprendere la relatività storica anche dei propri presupposti. Di questa visione del mondo, od incapacità di vedere il mondo, i <em>media</em> sembrerebbero offrirci delle infantili banalizzazioni; ad esempio <em>I Flintstone</em>: persino gli uomini preistorici sono visti come indistinguibili da americani medi di oggi. In realtà, queste apparenti banalizzazioni riflettono (e contribuiscono a formare) né più né meno che la <em>Weltanschauung</em> americana; non si possono spiegare altrimenti tragedie assurde come quelle portate in Afghanistan ed in Irak dal tentativo di esportarvi un modello di &#8220;democrazia occidentale&#8221; del tutto artificioso ed estraneo alla cultura di quei popoli.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;altro punto è che la concezione americana &#8211; democratica <span style="text-decoration: underline;">ha bisogno</span> di concepire il fascismo a misura dei propri valori/disvalori perché non può ammettere che esso sia stato, o sia per chi si ostina ancora adesso con incredibile mancanza di opportunismo, di <em>tempora callidissime serviens</em>, a farsene ancora oggi portatore, di valori positivi che siano altra cosa dalla negazione di un &#8220;sistema di valori&#8221; fortemente giudaizzante, perché non potrebbe che uscire distrutta da un confronto fatto su basi reali.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;">Ciò che noi siamo</span>, ciò che, nonostante tutto e tutti, continuiamo ad essere, ad incarnare, è il principio dell&#8217;identità etnica, della salute etnica, storica e culturale, dei popoli di un&#8217;Europa che affonda le sue radici in una storia più antica del cristianesimo: la filosofia greca, il genio politico &#8211; amministrativo romano, la potente fantasia mitica celtica, le tradizioni germaniche di fedeltà e di onore, di cui la &#8220;cultura&#8221; americana interamente biblico &#8211; giudaica non sospetta nemmeno l&#8217;esistenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Nell’ottica distorta dell’interpretazione del fascismo come “satanismo”, come “male assoluto”, il comunismo, questa mostruosa macchina di morte e di oppressione che ha privato della vita centinaia di milioni di uomini, e miliardi di nostri simili della libertà e di condizioni decenti di vita, diventa un “male relativo”, quasi un “bene”. Non è solo per non dispiacere all’“amica Cina” nelle cui prigioni e nei cui gulag langue tuttora una “popolazione carceraria” pari agli abitanti degli Stati Uniti che l’ineffabile George non si sognerebbe mai di accostare l’estremismo islamico al comunismo, è perché il comunismo in quest’ottica era/è in fondo un errore veniale che ha perseguito con metodi sbagliati quello stesso “bene” che l’american – democrazia persegue coi metodi “giusti” di una falsa libertà e di un falso benessere, ossia la dissoluzione di popoli, culture, etnie, storia e tradizioni per dar luogo ad un mondo ibridato ed imbastardito.</p>
<p style="text-align: justify;">I genocidi commessi dall’Armata Rossa o quelli orchestrati da gentiluomini del calibro di Pol Pot e di Mengistu erano genocidi “buoni”, come “buona” è la tirannide che continua ad opprimere il sesto cinese dell’umanità ed altri Paesi minori come Cuba e la Corea del nord; d’altra parte, neppure dopo il crollo del muro di Berlino e della stessa Unione Sovietica, ai molti che si sono proclamati ed ai molti che continuano a proclamarsi comunisti, è stata gettata in faccia la vergogna di essere o di essere stati (diamogliela per buona) fautori della peggiore tirannide affamatrice e genocida della storia umana.</p>
<p style="text-align: justify;">Altro che di fascismo o di nazismo “magico” si dovrebbe parlare, ma piuttosto di antifascismo superstizioso, esorcistico e stregonesco (forse “talmudico” sarebbe la parola adatta). L’antifascismo funziona come la scomunica medievale, e prescinde dal concetto cardine del diritto moderno di responsabilità personale. Ronald Reagan, nonostante la sua elezione alla carica di presidente degli Stati Uniti, era un uomo di tutt’altra levatura di George W. (forse sarà il caso di ricordare che quest’ultimo è il primo presidente americano per diritto dinastico dopo John Quincy Adams due secoli fa, cosa che lo mette in una posizione incomparabile per recitare il ruolo di primo fantoccio mondiale) e si permetteva qualche gesto d’indipendenza nei confronti del potere che gli stava dietro le spalle. Nel corso di una sua visita in Germania, in un cimitero di guerra dove erano sepolti anche combattenti delle Waffen SS, ebbe l’ardire di dichiarare provocando l’indignazione quasi universale, che questi ultimi erano soldati come tutti gli altri. Lo strepito fu enorme, eppure non aveva detto altro che la verità.</p>
<p style="text-align: justify;">La SS nel regime nazista era molte cose: c’erano i guardiani dei campi di concentramento, e c’erano le Waffen SS, arma combattente che fungeva anche da legione straniera del Terzo Reich, i cui militi nulla avevano a che spartire con i lager, e nulla ne sapevano. Io penso che questo lo sapessero e lo sappiano benissimo anche gli antifascisti, nonostante ciò, negli ultimi tempi la polemica si è rinnovata, ed ha tornato a riversarsi lo stesso fiele stupido e velenoso, quando si è scoperto che Gunther Grass, uno dei più apprezzati scrittori tedeschi contemporanei, ha militato diciassettenne negli ultimi mesi del conflitto, in un battaglione carri delle Waffen SS.</p>
<p style="text-align: justify;">In realtà, la responsabilità personale non c’entra per nulla, si tratta di una sorta di contagio magico – simbolico, cadi sotto l’anatema non per qualcosa che hai fatto, ma solo per aver portato sul bavero le stesse rune dei guardiani dei lager.</p>
<p style="text-align: justify;">Vorrei citare un altro esempio di questo antifascismo simbolico – stregonesco che oltretutto ha il pregio di brillare per la sua stupidità.</p>
<p style="text-align: justify;">Come è abbastanza noto, dopo l’8 settembre 1943, gran parte della nostra aeronautica transitò nelle fila della Repubblica Sociale Italiana, non perché, come talvolta si è detto, l’aviazione fosse “un’arma fascista” ma per il fatto che, fossimo divenuti cobelligeranti o no, i bombardieri angloamericani continuavano a spianare le nostre città sotto tappeti di bombe ed a massacrare i nostri connazionali. Dopo la guerra si decise di punire i reparti da caccia colpevoli di aver salvato decine di migliaia di vite (ogni quadrimotore alleato abbattuto prima di aver sganciato il suo carico di distruzione significava centinaia di vite di nostri connazionali risparmiate), declassandoli a reparti di artiglieria contraerea, ma poiché nessun combattente repubblicano fece poi parte del ricostituito esercito postbellico, la punizione veniva a colpire <span style="text-decoration: underline;">i <a title="simboli" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/" target="_blank">simboli</a></span>, gli emblemi dei reparti interessati: operazione esorcistico – stregonesca e soprattutto eclatante per la sua stupidità.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/leconomia-politica-dei-diritti-umani/2492" target="_blank"><img class="alignleft size-medium wp-image-7947" style="margin: 10px;" title="economia-politica-dei-diritti-umani" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/economia-politica-dei-diritti-umani-186x300.jpg" alt="" width="186" height="300" /></a>L’esorcismo antifascista funziona come la scomunica medievale, e come la scomunica medievale è contagioso. Chi dava ricovero ad uno scomunicato, era automaticamente scomunicato a sua volta, e l’anatema antifascista funziona nello stesso modo. In tempi recenti, uno dei maggiori scienziati viventi, il grande linguista Noam Chomsky ha osato sostenere che anche i revisionisti, ossia i ricercatori e gli storici che vorrebbero poter indagare liberamente e vederci chiaro sulla natura del presunto olocausto, hanno il diritto d’indagare e di esporre liberamente i risultati delle loro ricerche (è noto, ad esempio, che lo storico David Irving sta scontando in Austria una condanna a tre anni di detenzione unicamente per aver fatto ciò); non l’avesse mai fatto! E’ stato subito collocato nell’elenco dei reprobi ed accusato di antisemitismo.</p>
<p style="text-align: justify;">“Non sono d’accordo con le tue idee, ma mi batterò fino alla morte perché tu possa esprimerle liberamente”, diceva il grande Voltaire. Fosse vivo oggi, Voltaire sarebbe certamente considerato un pericoloso “estremista di destra”.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma l’aspetto più interessante dell’ “affare Chomsky” è probabilmente il fatto che Noam Chomsky è ebreo. Dunque, neppure un ebreo è al riparo dall’accusa di antisemitismo, che può essere formulata nei suoi confronti anche da gentili (con grande gentilezza, s’intende), se ha il coraggio di dire cose che non piacciono all’amministrazione Bush.</p>
<p style="text-align: justify;">Il proverbio dice che non c’è nessuno che ha tanta paura di essere derubato quanto i ladri. Ora osservate che la principale accusa che viene rivolta implicitamente al fascismo da questa interpretazione distorta, è di doppiezza, i nazisti che riconoscono il valore estetico “dell’arte” degenerata mentre ne vietano al popolino la contemplazione, o quelli affrontati da Indiana Jones che mentre combattono la tradizione giudaico – biblica ne riconoscono il valore cercando d’impadronirsi dell’arca dell’Alleanza e del calice dell’Ultima Cena. Come nel caso del ladro che teme di essere derubato e proietta su chi gli sta attorno le proprie intenzioni, questa doppiezza è in realtà tipica dei santoni della democrazia e dell’antifascismo, “made in USA” ma non solo.</p>
<p style="text-align: justify;">Possiamo davvero credere che i cervelli fini che stanno dietro l’american – democrazia e la sua estensione planetaria siano davvero essi stessi prigionieri della visione rozza e stregonesca che abbiamo visto e che cercano incessantemente d’inculcare nel popolino bue al di là ma anche al di qua dell’Atlantico? Certamente no.</p>
<p style="text-align: justify;">Dietro la maschera di Indiana Jones c’è il cervello di Steven Spielberg, un cervello di prim’ordine, un cervello ebraico.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/il-fascismo-secondo-indiana-jones.html' addthis:title='Il fascismo secondo Indiana Jones ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<pubDate>Wed, 29 Jun 2011 10:10:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Adriano Romualdi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Una breve analisi storica della parabola compiuta dal partito nazista, dalla sua fondazione alla tragica fine della seconda guerra mondiale.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/il-nazionalsocialismo.html' addthis:title='Il nazionalsocialismo '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/romualdi48x48.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Adriano Romualdi" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storiacontemporanea48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Storia contemporanea" /><br/><p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-medium wp-image-7789" style="margin: 10px;" title="hitler2" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/hitler2-300x175.jpg" alt="" width="300" height="175" />Nel Settembre del 1919 Adolf Hitler aderisce al minuscolo «Partito dei Lavoratori Tedeschi» (DAP). Nel Febbraio del 1920 &#8211; divenutone il dirigente di maggior rilievo &#8211; lo rilancia come «Partito Nazionalsocialista dei Lavoratori Tedeschi» (NSDAP). Il programma reclama l&#8217;abolizione dei vincoli del Trattato di Versailles, la unificazione di tutti i Tedeschi in un solo Reich, la degradazione degli ebrei a cittadini stranieri, la statalizzazione delle grandi imprese, la partecipazione agli utili, la creazione di un «sano ceto medio» etc. ll nuovo partito si afferma soprattutto in Baviera. La sua base si recluta tra ex-combattenti, studenti e piccolo-borghesi sensibili agli appelli patriottici e spaventati dai moti comunisti. Per proteggere le proprie riunioni dalle azioni di disturbo delle sinistre, Hitler fonda le SA, squadre d’azione con funzione anticomunista. Col favore del governo regionale bavarese, monarchico e conservatore, e con la complicità di esponenti dell’esercito e della polizia bavarese, il movimento hitleriano si sviluppa fino al Novembre del 1923 &#8211; mese in cui i Nazionalsocialisti tentano di impadronirsi della Baviera per marciare su Berlino. ll <em>putsch </em>è represso e il partito è sciolto.</p>
<p style="text-align: justify;">Alla sua uscita di prigione Hitler fonda di nuovo lo NSDAP (1925), il quale &#8211; grazie ai fratelli Strasser &#8211; incomincia a diffondersi nella Germania del Nord. Alla fine del 1925 gli iscritti sono 27.000, alla fine del 1926 49.900, alla fine del 1927 72.000. Nel 1928 il Partito conquista 12 seggi in Parlamento. È con la crisi economica del 1929 &#8211; che fa crescere fino a 6 milioni il numero dei disoccupati -, che il Partito Nazista diventa un partito di massa. Nelle elezioni del Settembre 1930 i Nazisti ottengono 107 deputati e, in quelle del Luglio 1932, 230.</p>
<p style="text-align: justify;">Confluiscono nel Nazismo:</p>
<p style="text-align: justify;">a) ex-combattenti e nazionalisti che vogliono liberare la Germania dalle umilianti condizioni del Trattato di Versailles;</p>
<p style="text-align: justify;">b) i giovani, attratti dal dinamismo del nuovo partito e dal mito del Terzo Reich;</p>
<p style="text-align: justify;">c) la media e piccola borghesia minacciata dalla crisi economica, dalla concentrazione del capitale e dai progressi del partito comunista;</p>
<p style="text-align: justify;">d) i disoccupati o buona parte del sottoproletariato.</p>
<p style="text-align: justify;">L’ascesa del Nazismo si compie sullo sfondo della crisi degli altri partiti:</p>
<p style="text-align: justify;">1) I socialdemocratici, responsabili &#8211; agli occhi della borghesia tedesca &#8211; dell&#8217;umiliazione nazionale del 1918;</p>
<p style="text-align: justify;">2) i comunisti, impediti dalla politica di Stalin di far fronte comune coi socialdemocratici;</p>
<p style="text-align: justify;">3) i partiti borghesi, incapaci di costituire una solida maggioranza di governo.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/il-nazismo/7581" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-7785" style="margin: 10px;" title="il-nazismo" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/il-nazismo.jpg" alt="" width="171" height="240" /></a>Il 30 Gennaio 1933, il Presidente del Reich von Hindenburg incarica Hitler di formare un governo di coalizione con i conservatori nazionalisti (DNVP). L&#8217;incendio del Reichstag, le elezioni del Marzo 1933 &#8211; in cui i Nazisti ottengono il 43,8 per cento dei voti &#8211; permettono al Partito Nazionalsocialista di sciogliere le organizzazioni avversarie e di impadronirsi di tutto il potere. Resistono più a lungo alla «nazificazione»:</p>
<p style="text-align: justify;">1) gli operai di molte zone industriali organizzati dai sindacati;</p>
<p style="text-align: justify;">2) molti ambienti cattolici ostili a certe tendenze neopagane;</p>
<p style="text-align: justify;">3) singole frange della vecchia classe conservatrice infastidita dal populismo del Regime.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo la eliminazione della opposizione interna di sinistra nella purga del 30 Giugno 1934, lo stato nazista si avvia ad assumere la sua fisionomia definitiva. Esso si fonda:</p>
<p style="text-align: justify;">a) sullo scioglimento dei partiti politici e sulla loro sostituzione col Partito Nazionalsocialista quale partito della nazione tedesca;</p>
<p style="text-align: justify;">b) sulla sospensione delle autonomie regionali e il coordinamento dei <em>Länder </em>ad opera dell&#8217;autorità del Reich centrale;</p>
<p style="text-align: justify;">c) sulla unificazione delle polizie regionali in un’unica polizia dipendente dal Reichsführer SS Himmler.</p>
<p style="text-align: justify;">d) sulla creazione di campi di concentramento per gli avversari politici del regime;</p>
<p style="text-align: justify;">e) sulla unificazione delle organizzazioni dei lavoratori nel Fronte del Lavoro e su una legislazione del lavoro basata su principi di solidarismo tra imprenditori e lavoratori;</p>
<p style="text-align: justify;">f) sulla creazione di numerose forme d’assistenza ai lavoratori (case, assistenza medica, l&#8217;organizzazione ricreativa «Forza e gioia», la Volkswagen, «macchina del popolo») tali da dare un senso di sollievo dopo la crisi economica;</p>
<p style="text-align: justify;">g) sulla mobilitazione dei giovani nella Gioventù Hitieriana e sul servizio del lavoro annuale e obbligatorio imposto ai giovani di famiglia borghese per una migliore conoscenza degli operai e dei contadini.</p>
<p style="text-align: justify;">La rapida diminuzione del numero dei disoccupati, la rapida eliminazione degli elementi più turbolenti del Partito annidati nelle SA, guadagnano al regime hitleriano le simpatie della classe media e dei militari. Una propaganda sistematica illustra le realizzazioni del regime e la <em>Gestapo </em>sorveglia gli oppositori.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/le-origini-culturali-del-terzo-reich/7362" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-7786" style="margin: 10px;" title="le-origini-culturali-del-terzo-reich" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/le-origini-culturali-del-terzo-reich.jpg" alt="" width="200" height="284" /></a>Mentre il regime si consolida, si lasciano individuare le seguenti tendenze:</p>
<p style="text-align: justify;">a) un sostanziale interclassismo che porta alla ribalta della vita tedesca la piccola borghesia prima mortificata;</p>
<p style="text-align: justify;">b) una tendenza a proteggere i piccoli commercianti e i piccoli risparmiatori;</p>
<p style="text-align: justify;">c) una tendenza a conservare al contadinato una posizione di privilegio con le leggi sulla proprietà ereditaria (<em>Reichserbhofgesetz</em>) e sul maggiorascato;</p>
<p style="text-align: justify;">d) la tendenza delle SS &#8211; la milizia del partito &#8211; a considerarsi una specie di stato nello stato e ad accrescere i suoi poteri.</p>
<p style="text-align: justify;">Su questa complessa realtà sociale si stende l&#8217;uniformità dello stato totalitario con la sua propaganda ribadente i seguenti valori:</p>
<p style="text-align: justify;">a) la grandezza tedesca che si è manifestata dapprima nel Sacro Romano impero (il primo Reich), poi nell&#8217;Impero prussiano-bismarckiano (il secondo Reich) e che ora ha trovato una terza incarnazione nel Terzo Reich nazionale e sociale;</p>
<p style="text-align: justify;">b) la, purezza della stirpe tedesca (rappresentata soprattutto dal tipo nordico) a protezione della quale si toglie agli ebrei la cittadinanza germanica e si prendono svariate misure eugenetiche;</p>
<p style="text-align: justify;">c) lo spirito militare &#8211; incarnato nella tradizione prussiana &#8211; e lo spirito contadino, esaltato nel mito del «sangue e della terra».</p>
<p style="text-align: justify;">Comunque, il Terzo Reich acquista un senso solo come preparazione alla rivincita. Fin dalle origini del partito, lo scopo di Hitler è quello di sconfessare il trattato di Versailles e rovesciare il verdetto della Prima Guerra Mondiale. Gli obiettivi di politica estera del Nazionalsocialismo sono:</p>
<p style="text-align: justify;">a) l’unione col Reich dell’Austria, dei Sudeti, di Memel e di Danzica;</p>
<p style="text-align: justify;">b) la riconquista dell’antica posizione di predominio della stirpe tedesca nell&#8217;Europa centrale e danubiana;</p>
<p style="text-align: justify;">c) la guerra contro la Russia bolscevica con la conquista di uno spazio vitale all&#8217;Est.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-7787" style="margin: 10px;" title="bund-deutscher-maedel" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/bund-deutscher-maedel-215x300.jpg" alt="" width="215" height="300" />La revisione delle clausole del trattato di Versailles incomincia con la reintroduzione del servizio militare obbligatorio (marzo 1935) e continua con la rimilitarizzazione della Renania. Nel 1938 &#8211; dopo essersi assicurato l&#8217;amicizia dell&#8217;Italia &#8212; Hitler annette l’Austria, dove fin dal 1918 molte voci si erano levate a favore dell’unione con la Germania. Uguale favore incontrano le truppe tedesche entrando nel territorio dei Sudeti. Con ciò, più di dieci milioni di Tedeschi sono stati riuniti al Reich. Ma qui si vede che il principio dello spazio vitale ha il sopravvento su quello di nazionalità: nel Marzo 1936 Hitler si annette la Boemia e la Moravia. Il pericolo di guerra, nuove persecuzioni antiebraiche, talune misure di eugenetica e di eutanasia ridestano una certa opposizione, rappresentata soprattutto:</p>
<p style="text-align: justify;">a) dai militari, che valutano il rischio di un conﬂitto mondiale;</p>
<p style="text-align: justify;">b) dalle Chiese, ostili alla politica razziale;</p>
<p style="text-align: justify;">c) da taluni circoli dell’alta borghesia e dell&#8217;aristocrazia che disprezzano il nazismo come un regime di <em>parvenus</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Tuttavia, il regime mantiene il controllo della situazione e può dare il via alle ostilità contro la Polonia. Scoppiata la guerra mondiale, l&#8217;annientamento della Polonia, la tempestiva occupazione della Norvegia, la sensazionale vittoria sulla Francia rinforzano il regime nazista creandogli intorno un clima di successo e fiducia. Intanto, l’occupazione dell&#8217;Europa occidentale e settentrionale, e poi di quella danubiana-balcanica, creano una nuova situazione caratterizzata:</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/la-guerra-di-hitler-vol-1/8665" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-7784" style="margin: 10px;" title="la-guerra-di-hitler" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/la-guerra-di-hitler.jpg" alt="" width="200" height="309" /></a>a) dalla <em>leadership </em>della Germania Nazista rispetto agli altri fascismi europei;</p>
<p style="text-align: justify;">b) dal lento albeggiare dell’idea d’un «Nuovo Ordine» europeo;</p>
<p style="text-align: justify;">c) dalla formulazione di questo «Nuovo Ordine» non in termini di uguaglianza, ma &#8211; come vuole la logica del nazionalismo &#8211; secondo il rango di ogni stirpe: <em>Neuordnung Europas aus Rasse und Raum </em>(«riorganizzazione delPEuropa sui principi del sangue e dello spazio»).</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1941 la Germania attacca la Russia. La guerra alla Russia trae origini &#8211; oltre che dalla esigenza di eliminare l&#8217;esercito sovietico prima che gli Anglosassoni siano pronti a uno sbarco &#8211; dalla volontà di annientare il bolscevismo conquistando l’ambito spazio vitale all&#8217;Est. La guerra contro la Russia crea una nuova situazione caratterizzata:</p>
<p style="text-align: justify;">a) dal perfezionamento del fronte dei fascismi guidati dalla Germania nella «Crociata antibolscevica»;</p>
<p style="text-align: justify;">b) dalla culminazione della lotta ideologica contro il bolscevismo &#8211; motivo comune a tutti i fascismi &#8211; e di quella antiebraica, poiché nella concezione di Hitler ebraismo e bolscevismo si equivalgono;</p>
<p style="text-align: justify;">c) dallo sviluppo delle Waffen SS con reclutamento di volontari dapprima soltanto «germanici», poi anche «europei».</p>
<p style="text-align: justify;">Quindi la posizione del Nazionalsocialismo si evolve attraverso i tre stadi seguenti: stadio pantedesco (riunione dei Tedeschi dell&#8217;Austria e dei Sudeti nel Reich); stadio pangermanico (sincronizzazione di Danesi, Norvegesi, Olandesi e Fiamminghi col Reich); stadio europeo (egemonia del Reich sull&#8217;Europa come il Sacro Romano Impero di Nazione Germanica nel <a title="medioevo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/medioevo/">Medioevo</a>). La dichiarazione di guerra all&#8217;America nel Dicembre 1941 apre un ulteriore capitolo nella storia della guerra, le cui principali caratteristiche sono:</p>
<p style="text-align: justify;">a) il configurarsi del conﬂitto come un duello tra la concezione fascista da una parte, e quella democratica e comunista dall&#8217;altra;</p>
<p style="text-align: justify;">b) la pressione esercitata da questa nuova dimensione ideologica sui regimi «nazionali» alleati della Germania;</p>
<p style="text-align: justify;">c) la concezione dell’«Ordine Nuovo» come una specie di «dottrina di Monroe dell&#8217;Europa» contro le ingerenze russo-americane.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-7788" style="margin: 10px;" title="hitler" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/hitler-300x196.jpg" alt="" width="300" height="196" />Così il Nazionalsocialismo approda &#8211; attraverso l’idea di razza e di spazio &#8211; ad una visione globale del problema europeo. Questa visione prevede la egemonia dei popoli più importanti per sangue e numero e un’ideologia dell&#8217;Europa in funzione dell&#8217;egemonia tedesca. Intanto, la guerra va esasperando i tratti del regime &#8211; ma qui, a differenza dell’Italia non emerge alcuna contraddizione, sebbene una spietata coerenza. La coerenza di uno stato che accentua la sua fisionomia totalitaria attraverso:</p>
<p style="text-align: justify;">a) la crescita della milizia di partito &#8211; le SS &#8211; ad un fattore determinante in tutti i settori della vita civile e militare;</p>
<p style="text-align: justify;">b) la crescita della sorveglianza e il moltiplicarsi dei campi di concentramento;</p>
<p style="text-align: justify;">c) l&#8217;eliminazione di buona parte della vecchia classe dirigente che cospira contro il regime.</p>
<p style="text-align: justify;">Peraltro, anche il totalitarismo nazista resta molto lontano da quello sovietico. La pianificazione totale dell’economia ai danni dell&#8217;individuo, la subordinazione dei beni di consumo alla produzione bellica non saranno mai del tutto attuati &#8211; nel che è anche da ravvisarsi una delle cause della sconfitta.</p>
<p style="text-align: justify;">A differenza del Fascismo, il Nazionalsocialismo non ha trovato una monarchia sul suo cammino e ha potuto spingersi più oltre nella costruzione di uno stato totalitario. Peraltro, anche in Germania l’iniziativa privata non sarà mai minacciata, e il «totalitarismo» nazista si esprimerà soprattutto nel controllo della vita politica e spirituale. Ma anche il controllo spirituale trova un limite nella libertà di culto alle Chiese, che il Nazismo non oserà mai minacciare apertamente.</p>
<p style="text-align: justify;">Attraverso il Nazismo, l’idea fascista &#8211; che era sorta e si era precisata in Italia &#8211; acquista rilevanza europea. La posizione centrale della Germania, la tradizione del Reich come potenza egemonica e ordinatrice, la ideologia della razza e dello spazio aiutano il fascismo tedesco a incanalare i fascismi in una prospettiva europea. Questa ideologia si precisa nella guerra contro l’America e la Russia come una «dottrina di Monroe» dell&#8217;Europa, una dottrina che proprio dalla catastrofe del Reich e dalla successiva spartizione dell&#8217;Europa in zone d’influenza russa e americana ha acquistato in credibilità.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/il-nazionalsocialismo.html' addthis:title='Il nazionalsocialismo ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>La cultura accademica e il nazionalsocialismo</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Dec 2010 17:11:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Leonello Rimbotti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il regime nazionalsocialista ebbe l'appoggio entusiastico di molte tra le menti più eccelse del Novecento]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/la-cultura-accademica-e-il-nazionalsocialismo.html' addthis:title='La cultura accademica e il nazionalsocialismo '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storiacontemporanea48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Storia contemporanea" /><br/><p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/universita-e-accademie-negli-anni-del-fascismo-e-del-nazismo-2/8897" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-6390" style="margin: 10px;" title="universita-e-accademia" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/universita-e-accademia.jpg" alt="" width="200" height="283" /></a>Segnaliamo volentieri ai nostri lettori la recente uscita del libro curato da Pier Giorgio Zunino, <em>Università e Accademie negli anni del fascismo e del nazismo</em>, pubblicato dall’Editore Olschki di Firenze: si tratta degli atti di un convegno internazionale tenuto a Torino nel 2005, che si è occupato dei rapporti tra i regimi italiano e tedesco e filosofi, storici, scienziati e accademici di ogni ramo. È una pubblicazione di grande importanza – se pure a tratti pesantemente orientata – per lo studio in profondità di un argomento troppo spesso affrontato per luoghi comuni. Per brevità, faremo qui solo poche osservazioni relativamente al caso tedesco, forse meno noto e comunque in Italia più che altrove sottoposto a poco scientifiche generalizzazioni.</p>
<p style="text-align: justify;">L’argomento dell’apporto della classe filosofica al potenziamento dell’ideologia nazionalsocialista è indagato da Hans Jörg Sandkühler che, dopo aver ricordato l’adesione alla <em>Dichiarazione a favore di Adolf Hitler</em>, sottoscritta nel 1933 da circa mille professori tedeschi (tra cui luminari come <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Heidegger</a></span>, Gadamer, Gehlen, Rothacker, Freyer), ricorda che nel Terzo Reich non c’era l’obbligo di iscrizione al Partito: cionondimeno i summenzionati accademici furono <em>Parteigenossen</em>. Dal loro impegno risultò la volontà di creare una «scienza nuova» che partecipasse alla «costruzione di una visione del mondo nazionalsocialista»&#8230; si trattava insomma di un sapere <em>in progress</em>, come si dice, non dogmatico, ma in divenire&#8230; tanto che un altro degli autori, Gereon Wolters, nel capitolo intitolato <em>Il “Führer” e i suoi pensatori</em>, scrive: «Sostengo inoltre che alla filosofia coltivata nelle università restava, nel Terzo Reich, uno spazio abbastanza ampio in cui muoversi&#8230;». Del resto, come ricorda Sandkühler, la macchina burocratica di quel Regime non solo permise tra gli altri al filosofo Joachim Ritter – in passato simpatizzante della “sinistra” – di iscriversi alla NSDAP, ma anche respinse varie denunce di zelanti colleghi, con la motivazione che a quel professore, se espulso, si sarebbe recato danno: «sarebbe per lui una cosa estremamente complessa, dal punto di vista umano, doversi cercare un nuovo lavoro». Tanta sensibilità non fu riservata a molti filosofi nazisti nel dopoguerra “democratico”, quando, ad esempio Alfred Baeumler, cacciato dall’Università, dovette scontare ben tre anni di prigione per aver diffuso le sue idee, mentre a molti altri – tra cui <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Heidegger</a></span> – venne per lungo tempo oppure per sempre proibito l’insegnamento&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">
<div id="attachment_6389" class="wp-caption alignleft" style="width: 222px"><img class="size-full wp-image-6389" title="Joseph Goebbels (Rheydt, 29 ottobre 1897 – Berlino, 1º maggio 1945)" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/Joseph_Goebbels.jpg" alt="Joseph Goebbels (Rheydt, 29 ottobre 1897 – Berlino, 1º maggio 1945)" width="212" height="248" /><p class="wp-caption-text">Joseph Goebbels (Rheydt, 29 ottobre 1897 – Berlino, 1º maggio 1945)</p></div>
<p style="text-align: justify;">Per converso, singolare per la sua ottusità, se non proprio esilarante, appare l’affermazione di Wolters sul prestigio filosofico che a suo dire avrebbero avuto i capi del comunismo&#8230; in confronto con l’incolta mediocrità che invece connoterebbe quelli nazionalsocialisti. Questa l’argomentazione: «Gli ideatori del comunismo avevano un’affinità più o meno grande con la filosofia. Karl Marx, ad esempio&#8230; Engels e Lenin erano menti filosofiche&#8230; si può dire la stessa cosa persino di Stalin&#8230; Non è lo stesso per i gerarchi nazisti». Questi ultimi vengono definiti, a cominciare da Hitler, Goering e Himmler, come una serie di ignoranti falliti&#8230; tra i quali il solo Goebbels sarebbe stato «l’istruito del governo». Anche se lo stesso Wolters scrive – certo senza accorgersi della contraddizione – che Hitler, nella sua teoria politico-razziale, venne anticipato – «in maniera molto simile», si precisa – niente meno che da <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/johann-gottlieb-fichte" target="_blank">Fichte</a></span>, uno dei maggiori filosofi della cultura mondiale: non male per un “analfabeta”, come è stato definito Hitler da Viktor Klemperer e da altri. E questo, nonostante che svariati studi – come il recente <em><a title="La biblioteca di Hitler" href="http://www.centrostudilaruna.it/la-biblioteca-di-hitler.html">La biblioteca di Hitler</a> </em>di Timothy W. Ryback (Mondadori) – abbiano dimostrato invece la vastità degli interessi culturali di Hitler. Che, se non fu laureato, egualmente non lo furono personaggi del rango di uno Spengler, di un Croce, di un Papini, di un Prezzolini&#8230; Ora, per parlar male del Nazionalsocialismo, a nostro giudizio non occorrerebbe dire sciocchezze o affermare rozzamente dei falsi facilmente verificabili. Innanzi tutto, si noterà che Wolters contrappone gli “ideatori” del comunismo ai “gerarchi” del Nazionalsocialismo: cioè paragona due specie diverse, i filosofi e i politici.</p>
<p style="text-align: justify;">Per fare un raffronto equivalente, bisognerebbe infatti che anche nel caso nazista fossero chiamati in causa gli “ideatori” filosofici della sua ideologia: e allora ci si potrebbe rifare al marxista György Lukàcs, che nel suo famoso libro <em>La distruzione della ragione </em>del 1959 provò, in centinaia di fitte pagine, che la <em>Weltanschauung </em>nazista aveva come diretti ascendenti i protagonisti dell’intera cultura dell’idealismo tedesco, da Hegel, <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/johann-gottlieb-fichte" target="_blank">Fichte</a></span> e Schelling fino a <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/arthur-schopenhauer" target="_blank">Schopenhauer</a></span> e oltre: cosa che certo non può vantare il comunismo, ristretto ad alcuni e pochi studiosi di economia, spesso autodidatti (a cominciare da Engels, che non terminò nemmeno il liceo). Quanto poi a definire Stalin “filosofo”, beh&#8230; neppure i più servili “socialisti reali” si azzardarono mai a tanto. È del resto noto che Stalin come massima frequentazione culturale poté vantare solo un breve soggiorno presso un seminario ortodosso georgiano e non varcò mai la soglia di un’accademia&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">In proposito, attiriamo l’attenzione sul fatto che il nostro “democratico” autore trascura – per ignoranza? – l’evidenza da tutti conosciuta, e cioè che proprio tra i gerarchi del Terzo Reich figurava un numero singolarmente alto di laureati: non il solo Goebbels (in filosofia), ma ad esempio – per limitarci ai più in vista – lo erano anche Hans Frank, Arthur Seyss-Inquart, Wilhelm Frick, Hans Kerrl (tutti e quattro in giurisprudenza), Baldur von Schirach (germanistica), Albert Speer e Alfred Rosenberg (architettura), Walter Funk (economia), Bernard Rust e Robert Ley (filosofia), eccetera eccetera. A scorrere il libro di Michael Grüttner <em>Biografische Lexicon zur nationalsozialistischen Wissenschaftspolitik</em>, recentemente pubblicato in Germania dalle Edizioni Synchron di Heidelberg, si constata inoltre che le centinaia di intellettuali biografati, professori, scienziati, rettori di università, presidenti di istituti scientifici, membri di accademie e alte scuole, studiosi di ogni disciplina, costituirono l’ossatura del partito nazista e delle sue organizzazioni politico-culturali, ma non di rado anche di istituzioni ad ancora più elevato tasso ideologico che non la NSDAP, come ad esempio la <em>Ahnenerbe</em>, il <em>SD </em>o le <em>SS</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/i-professori-di-hitler/8898" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-6391" style="margin: 10px;" title="i-professori-di-hitler" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/i-professori-di-hitler.jpg" alt="" width="200" height="305" /></a> In questa rapida analisi, ci soccorre il testo di Max Weinreich <em>I professori di Hitler</em> (Il Saggiatore), che letteralmente pullula di nomi di meno noti, famosi e spesso eminenti intellettuali che aderirono al Nazionalsocialismo, non solo passivamente o per convenienza, ma in modo attivo, militante, prendendo parte a nuove istituzioni, scuole, corsi di studio, sovente ricoprendo al contempo cariche politiche e sempre condividendo le scelte del Regime, dall’imperialismo all’antiebraismo.</p>
<p style="text-align: justify;">Ne è un esempio tra i tanti l’Istituto del Reich per la Storia della Nuova Germania, fondato nel 1935. Di esso, tanto per fare solo un cenno, fecero parte personaggi come Wilhelm Stapel (uno dei maggiori esponenti della “<a title="rivoluzione conservatrice" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/rivoluzioneconservatrice">Rivoluzione Conservatrice</a>”), il professore di sociologia all’Università di Lipsia Hans Freyer, lo storico della filosofia Max Wundt dell’Università di Tubinga, il filologo germanista Otto Höfler (collaboratore dell’<em>Ahnenerbe</em>, professore a Vienna e ancora nel dopoguerra riconfermato come membro dell’Accademia Austriaca delle Scienze), il fisico Philipp Lenard (premio Nobel, che ebbe tra i suoi allievi Einstein), lo storico Karl Alexander von Müller, presidente della sezione bavarese della Deutsche Akademie (di cui fece parte anche il filosofo e psicologo Ludwig Klages), lo storico dell’Università di Jena Johann von Leers (tre lauree, cinque lingue parlate correntemente: lo stesso che nel dopoguerra troverà rifugio prima in Argentina, poi nell’Egitto di Nasser), nonché ad esempio lo storico austriaco Heinrich von Srbik o studiosi più noti al grande pubblico, come i filosofi Alfred Baeumler ed Ernst Krieck o l’antropologo <a title="Hans F. K. Guenther" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/hans-f.-k.-guenther/">Hans F. K. Günther</a>&#8230; e così via: tutti costoro erano iscritti alla NSDAP o alle sue diramazioni e attivi promotori di iniziative di divulgazione politica ufficialmente riconosciute.</p>
<p style="text-align: justify;">A questi casi – che assommano non a decine, ma a centinaia di intellettuali di rilievo, molti dei quali ancora oggi ricordati nelle storie delle rispettive discipline – non possiamo non aggiungere i nomi celebri di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Heidegger</a></span>, Schmitt, Strauss, Hauptmann, Weinheber&#8230; ai quali affianchiamo casi di chiara fama, come quelli dei filosofi Arnold Gehlen, Friedrich Gogarten, Hans-Georg Gadamer, Oskar Becker, Nicolai Hartmann, Joachim Ritter, Erich Rothacker (il fondatore dell’antropologia filosofica e maestro del giovane Habermas)&#8230; e ci fermiamo qui per non annoiare il lettore con un elenco che potrebbe durare parecchio&#8230; Ad ogni buon conto, anche questi ultimi erano tutti membri del Partito o delle sue leghe professionali e aperti sostenitori del Regime, e nel dopoguerra – opportunamente mimetizzatisi, secondo una pratica ben conosciuta anche in Italia – assursero al rango di autorità internazionali. Ma anche quei pochi cattedratici che non furono nazionalsocialisti, ma solo “fiancheggiatori”, svolsero una funzione intellettuale di impegno pubblico in aperto appoggio al Regime: e si cita il caso tipico del grande storico Gerhard Ritter – cui è dedicato nel libro della Olschki un intero capitolo -, il cui nazionalconservatorismo finì col diventare, specialmente dal 1936 e fino alla fine del 1944, del tutto indistinguibile dall’ideologia nazista, conferendole ulteriore prestigio culturale.</p>
<p style="text-align: justify;">Di fronte a questi dati, sembra impallidire non poco l’abituale <em>refrain </em>secondo cui l’avvento del Terzo Reich avrebbe significato la persecuzione della cultura, l’esilio degli intellettuali (tra i quali solo <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/thomas-mann" target="_blank">Thomas Mann</a></span> e Einstein erano di primo piano) oppure il rogo dei libri: che non fu evidentemente un rogo “dei libri”, ma più esattamente un rogo “di certi libri”, a torto o a ragione giudicati incongrui alla propria visione del mondo. Secondo una liturgia simbolica popolare, del resto, direttamente attinta da deplorevoli pratiche per secoli largamente in uso presso la Chiesa cristiana&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">Dalla mole documentale portata da studiosi di ogni tendenza siamo dunque forzati a concludere che il Terzo Reich fu un regime massicciamente sostenuto dalla classe degli intellettuali, tra i quali figurarono nomi tra i maggiori della cultura europea del Novecento. Si tratta di una realtà che non trova paragoni – se non in Italia – con gli altri coevi governi, totalitari o democratici che fossero. È questa la conclusione cui giunge per l’appunto lo storico Pier Giorgio Zunino nella premessa al libro di Olschki da noi segnalato, quando, parlando del «corale consenso» da cui furono circondati il Fascismo e il Nazionalsocialismo, scrive che «furono loro, gli intellettuali&#8230; ad aprire per primi il catalogo delle presenze sociali che più largamente avevano aderito a quei regimi».</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>Linea </em>del 23 gennaio 2009.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/la-cultura-accademica-e-il-nazionalsocialismo.html' addthis:title='La cultura accademica e il nazionalsocialismo ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Gli intellettuali tedeschi e la crisi di Weimar</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Sep 2010 16:11:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Lamendola</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Gli Alleati, nel 1945 come nel 1918, non amavano i toni rozzi e aggressivi alla Spengler, ma agivano esattamente in base a quei criteri, brutali e machiavellici, che tanto li disgustavano quando a teorizzarli erano i Tedeschi.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/gli-intellettuali-tedeschi-e-la-crisi-di-weimar.html' addthis:title='Gli intellettuali tedeschi e la crisi di Weimar '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/rivoluzione-conservatrice.PNG" width="48" height="48" alt="" title="Rivoluzione conservatrice" /><br/><p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/la-repubblica-di-weimar/591" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-5744" style="margin: 10px;" title="la-repubblica-di-weimar" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/la-repubblica-di-weimar.jpg" alt="" width="200" height="290" /></a>In tempo di crisi &#8211; economica, politica, sociale e culturale -, gli intellettuali possono costituire un faro nella nebbia per i cittadini &#8220;comuni&#8221;? E, se lo possono, lo devono anche?</p>
<p style="text-align: justify;">Qual è il loro ruolo, esattamente, nel contesto della società? È giusto aspettarsi da loro che siano la nostra coscienza critica? O forse non commettiamo l&#8217;errore, quando essi &#8211; specialmente in tempi di crisi &#8211; ci additano la Luna, di guardare il dito anziché la Luna, ossia di prendere troppo alla lettere ciò che essi dicono, invece di cogliere lo spirito che li muove e l&#8217;orizzonte cui aspirano e che cercano di dischiudere, per sé e per noi?</p>
<p style="text-align: justify;">È facile fraintenderli, quando li si prende alla lettera: come nel caso dei surrealisti. Tutto essi volevano, tranne che fondare una scuola; il loro credo fondamentale era la rivolta contro ogni sistema, quindi anche contro il surrealismo. E invece che cosa fa il pubblico, davanti agli intellettuali che contestano un sistema ormai agonizzante? Li innalza sugli altari di un nuovo sistema; li promuove a profeti di una nuova <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religione</a> &#8211; che essi lo vogliano o no. E, anche se lo vorrebbero &#8211; come nel caso di Spengler, di cui tra poco parleremo &#8211; non è detto che noi rendiamo loro un buon servizio, accontentandoli; certamente non lo rendiamo a noi stessi.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/leta-del-moderno-la-letteratura-tedesca-del-primo-novecento-1900-1933/5997" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-5742" style="margin: 10px;" title="eta-del-moderno" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/eta-del-moderno.jpg" alt="" width="200" height="297" /></a>Tutte queste domande e queste considerazioni ci sono venute alla mente rileggendo un famoso brano del libro di H. Kohn (<em>I Tedeschi</em>, traduzione italiana Edizioni di Comunità, Milano, 1963), dedicato agli intellettuali tedeschi di fronte al nazismo.</p>
<p style="text-align: justify;">Non è un brano molto breve, tuttavia ci sembra indispensabile riportarlo integralmente, per non correre il rischio di falsare, semplificandolo, il pensiero dell&#8217;Autore; dopo di che svilupperemo le nostre riflessioni, portandole dal piano storico contingente (la crisi della Repubblica di Weimar e l&#8217;avvicinarsi del nazismo al potere) a quello della riflessione storico-filosofica generale, per cercar di trarne qualche utile insegnamento per il presente.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">«In poco più di un decennio gli intellettuali furono in grado di condurre il popolo tedesco nell&#8217;abisso. Non ci sarebbero riusciti se non fossero stati preceduti da generazioni di preparazione, in cui germanofilismo e antioccidentalismo erano divenuti sempre più caratteristici del pensiero nazionale. Nell&#8217;ultimo stadio il nazionalismo tedesco respinse non solo la civiltà occidentale, ma anche la validità della vita civile. «Il nuovo nazionalismo &#8211; ammonì Ernest Robert Curtius nel 1931 &#8211; vuole buttar via non solo il diciannovesimo secolo, attualmente tanto calunniato, bensì addirittura tutte le tradizioni storiche». I pensatori nazionalisti francesi &#8211; Charles Maurras,o Maurice Barrès &#8211; non si spinsero mai fino al punto di rivoltarsi contro la civiltà. In Germania gli antintellettuali non erano plebaglia, ma intellettuali di primo piano, uomini spesso di gusti raffinati e di grande erudizione.</p>
<p style="text-align: justify;">Mettendosi a considerare ogni cosa dall&#8217;angolo visuale tedesco, essi si convinsero che la civiltà occidentale fosse dappertutto profondamente minata come in Germania. Partendo da osservazioni parziali arrivarono alle conclusioni più estreme. Identificarono la situazione tedesca, com&#8217;era peraltro da essi interpretata, con quella dell&#8217;umanità, addirittura con quella dell&#8217;universo. Gottfried Benn non dubitava che il periodo quaternario dell&#8217;evoluzione geologica stessa approssimandosi alla fine, che l&#8217;<em>homo sapiens</em> stesse diventando sorpassato. Nessuna espressione era tanto forte da riuscire a manifestare tutto l&#8217;odio nutrito per la civiltà occidentale, il liberalismo, l&#8217;umanitarismo. La filosofia di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Martin Heidegger</a></span>, la dottrina politica di Carl Schmitt, la teologia di Karl Barth contribuirono per parte loro a convincere gli intellettuali che l&#8217;umanità aveva raggiunto una svolta decisiva, una crisi senza precedenti causata dal liberalismo. Questi intellettuali guardavano dall&#8217;alto in basso l&#8217;Occidente con lo stesso disprezzo più tardi manifestato dai capi nazisti. Allo stesso tempo si mostravano arrogantemente sicuri che il pensiero tedesco, proprio per la sua consapevolezza della crisi, fosse l&#8217;unico degno della nuova epoca storica. […]</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;La comprensione classica della tradizione, così viva in <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/johann-wolfgang-goethe" target="_blank">Goethe</a></span>, fu perduta negli anni trenta in Germania come in Russia. L&#8217;arte divenne &#8216;popolare&#8217;, &#8216;nuova&#8217; e &#8216;utilitaria&#8217;; la forma non contò più. Nadler si sentì autorizzato a criticare <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/johann-wolfgang-goethe" target="_blank">Goethe</a></span> perché «un uomo come lui non poteva trasformare un popolo». Ora il popolo si stava «trasformando»; perlomeno i suoi portavoce se ne vantavano. Un periodico molto stimato, <em>Hochschule und Ausland</em>, dedicato al mantenimento dei contatti fra le università tedesche e quelle straniere, nell&#8217;aprile del 1937 cambiò testata assumendo il nuovo nome di <em>Geist der Zeit</em> (Spirito dei tempi). Il suo editoriale dichiarò con appropriata modestia: «Non c&#8217;è alcuna nazione in Europa, e non ce n&#8217;è mai stata alcuna al di fuori della Grecia, in cui lo spirito è così vivo come nell&#8217;odierna Germania». Ma gli intellettuali tedeschi sbagliavano scambiando il loro spirito dei tempi con l&#8217;effettivo spirito del tempo. Nella loro cieca antipatia per l&#8217;Occidente essi interpretavano erroneamente la storia. […]</p>
<p style="text-align: justify;">Moeller, Spengler e <a title="Juenger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a> ritenevano che la guerra perduta si sarebbe trasformata in vittoria, se i tedeschi si fossero resi conto di rappresentare lo spirito dei tempi &#8211; Moeller aveva iniziato la sua attività come critico letterario e principale traduttore tedesco di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/fedor-dostoevskij" target="_blank">Dostoevskij</a></span>. La guerra comunque lo trasformò da uomo di cultura in pensatore politico. Nel <em>Diritto dei popoli giovani</em>, apparso all&#8217;inizio del 1919, egli chiedeva che fosse riconosciuto il diritto all&#8217;espansione delle giovani nazioni, che avevano idee nuove, mentre il decrepito Occidente non era altro che una continuazione del sorpassato diciottesimo secolo. Fra i popoli giovani era la Prussia che avrebbe assunto la funzione di guida. «Verrà il momento in cui tutti i popoli giovani, in cui tutti coloro che si sentono giovani, riconosceranno nella storia prussiana la più bella, la più nobile, la più virile storia politica dei popoli europei». […]</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Nel 1923, due anni prima di suicidarsi, Moeller pubblicò il suo libro più autorevole, <em>Das Dritte Reich</em>. Il titolo non può essere tradotto con &#8216;Terzo Impero&#8217;. Il Reich è nella sua essenza molto più di un impero. Ci sono più imperi, c&#8217;è un unico Reich. «Il nazionalismo tedesco &#8211; scriveva Moeller &#8211; è un campione del Reich finale: sempre ricco di promesse, mai concluso… C&#8217;è un unico Reich, come c&#8217;è un&#8217;unica Chiesa. Gli altri pretendenti al titolo non possono essere altro che uno stato, una comunità o una setta. Esiste solo <em>Il Reich</em>». Creando il Reich, i tedeschi non agivano per se stessi, ma per l&#8217;Europa. Il loro Reich era urgentemente necessario perché la civiltà occidentale aveva non elevato, bensì degradato l&#8217;umanità. «Circondato dal mondo in sfacelo che è il mondo vittorioso di oggi, il tedesco cerca la sua salvezza. Cerca di preservare quei valori imperituri, che sono tali per propria natura. Cerca di assicurare la loro permanenza nel mondo riconquistando il rango a cui hanno diritto i loro difensori. Allo stesso tempo combatte per la causa dell&#8217;Europa, per ogni influenza europea che si irradia dalla Germania in quanto centro dell&#8217;Europa… L&#8217;ombra dell&#8217;Africa si proietta sull&#8217;Europa. È nostro compito fare da sentinella sulla soglia dei valori».</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/il-tramonto-delloccidente-2/3546" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-5748" style="margin: 10px;" title="tramonto-dell-occidente" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/tramonto-dell-occidente.jpg" alt="" width="200" height="312" /></a>Moeller definiva il Reich «una vecchia bella idea tedesca che risale al <a title="Medioevo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/medioevo">Medioevo</a>, ed è associata all&#8217;attesa di un regno millenario». Esso sarebbe stato genuinamente socialista e antiliberale. Il terzo capitolo del libro portava come motto le significative parole «Col liberalismo il popolo perisce».Il socialismo tedesco non aveva nulla in comune col materialismo storico marxista e con la lotta di classe internazionale. Era la solidarietà nazionale di un popolo sfruttato dalla plutocrazia straniera; era l&#8217;idea dell&#8217;altruismo al servizio del bene comune anziché del perseguimento del profitto personale. «Dove finisce il marxismo &#8211; scriveva Moeller &#8211; lì comincia il socialismo: un socialismo tedesco, la cui missione è quella di soppiantare nella storia intellettuale dell&#8217;umanità ogni specie di liberalismo. Il socialismo tedesco non è compito di un Terzo Reich. È piuttosto la sua base». Moeller accettava la rivoluzione antiliberale e antiplutocratica di Lenin come un tipo di socialismo nazionale peculiarmente adatto alla Russia e si dichiarava propenso a collaborare con essa purché dirigesse la sua espansione verso l&#8217;Asia e ammettesse la legittimità della missione della Germania nelle terre di confine russo-tedesche.[…]</p>
<p style="text-align: justify;">Oswald Spengler in <em>Preussentum und Sozialismus </em>[Prussianesimo e Socialismo] (1919) fece un altro passo avanti: «Solo quello tedesco è vero socialismo! Il vecchio spirito prussiano e il socialismo, benché oggi sembrino contrari l&#8217;uno all&#8217;altro, sono in realtà tutt&#8217;uno». Questo libro relativamente beve di Spengler rimase sconosciuto al pubblico inglese, ma attrasse molti più lettori tedeschi dei due grossi volumi della sua opera principale. Le idee esposte in <em>Preussentum und Sozialismus </em>furono, come egli stesso confessò, il nucleo (<em>Kern</em>) da cui si sviluppò tutta la sua filosofia. Il libro è basilare non solo per la conoscenza dell&#8217;autore, ma anche per la conoscenza del periodo weimariano. Naturalmente Spengler contrapponeva i suoi prussiani socialisti agli individualisti inglesi attaccati al denaro, che facevano ognuno per conto proprio, mentre i primi erano legati l&#8217;uno all&#8217;altro. Quando gli inglesi lavoravano, lo facevano per smania di successo; i prussiani lavoravano invece per amore del dovere da compiere. In Inghilterra era la ricchezza che contava, in Prussia l&#8217;azione. Il socialismo marxista era profondamente influenzato dalle idee inglesi. Marx infatti, al pari degli inglesi, non ragionava dal punto di vista dello stato, bensì da quello della società. Per lui, come per gli inglesi, il lavoro era qualcosa da comprare e vendere, una merce dell&#8217;economia di mercato, mentre per i prussiani ogni lavoro, da quello del più alto funzionario a quello del più umile manovale, era un dovere, compiuto come un servizio reso alla comunità. A detta di Spengler, Federico Guglielmo I, il re-soldato prussiano del diciottesimo secolo, e non Marx, era stato «il primo socialista cosciente». Soltanto la Prussia era uno stato reale, e quindi uno stato socialista. «Qui, nel senso stretto del termine, non esistevano individui isolati. Chiunque viveva nell&#8217;ambito del sistema, che funzionava con la precisione di una buona macchina, faceva parte della macchina».</p>
<p style="text-align: justify;">Spengler andava a ritroso nella storia per spiegare la differenza fra inglesi e prussiani; il carattere inglese derivava dai saccheggiatori vichinghi, quello prussiano dai devoti Cavalieri Teutonici. Malgrado lo storicismo, ora brillante, ora falso, gli scritti di Spengler intendevano essere non distaccate opere di studio, bensì <em>littérature engagée</em> [letteratura impegnata]. Il suo <em>Preussentum und Sozialismus</em> era infatti un fervido appello alla gioventù tedesca, lanciato nell&#8217;ora della disfatta e dello sconforto. «Nella nostra lotta &#8211; egli scriveva nell&#8217;introduzione &#8211; conto su quella parte della nostra gioventù che sente profondamente, al di là di tutti gli oziosi discorsi quotidiani, […] l&#8217;invincibile forza che continua a marciare in avanti malgrado tutto, una gioventù […] romana nell&#8217;orgoglio di servire, nella umiltà di comandare, preoccupata di chiedere non diritti dagli altri, bensì doveri da se stessa, senza eccezione, senza distinzione, per realizzare il destino che sente nel suo intimo. In questa gioventù vive una tacita coscienza che integra l&#8217;individuo nel tutto, nella nostra cosa più sacra e profonda, un patrimonio di duri secoli, che distingue noi fra tutti i popoli, noi, i più giovani, gli ultimi della nostra civiltà. A questa gioventù io mi rivolgo. Possa essa comprendere quello che ora diventa il suo compito futuro. Possa essere fiera di aver l&#8217;onore di affrontarlo.»</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;appello di Spengler alla gioventù si faceva ancora più fervido alla fine del libro: «Chiamo a raccolta coloro che hanno midollo nelle ossa e sangue nelle vene… Diventate uomini! Non vogliamo più discorsi sulla cultura, sulla cittadinanza mondiale, sulla missione spirituale della Germania. Abbiamo bisogno di durezza, di ardito scetticismo, di una classe di dominatori socialisti. Ancora una volta: socialismo significa potenza, potenza, ancora e sempre potenza. La via verso la potenza è chiaramente segnata: i più valenti lavoratori tedeschi devono unirsi ai migliori rappresentanti del vecchio spirito politico prussiano, gli uni e gli altri decisi a creare uno stato rigidamente socialista, una democrazia nel senso prussiano, gli uni e gli altri legati da un comune senso del dovere, dalla coscienza di un grande compito, dalla volontà di obbedire per dominare, di morire per vincere, dalla forza di compiere tremendi sacrifici per realizzare il nostro destino, per essere quel che siamo e quel che senza di noi non esisterebbe. Noi siamo socialisti. Noi non intendiamo esser stati socialisti invano».</p>
<p style="text-align: justify;">La filosofia spengleriana della storia era concisamente esposta in un brano di <em>Preussentum und Sozialismus</em>: «La guerra è eternamente la più alta forma di esistenza umana, e gli stati esistono per la guerra; essi manifestano per la guerra essi manifestano la loro preparazione alla guerra. Anche se un&#8217;umanità stanca e smorta desiderasse rinunciare alla guerra, essa diventerebbe, anziché il soggetto, l&#8217;oggetto della guerra per cui e con cui gli altri guerreggerebbero».</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/anni-della-decisione/8517" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-5747" style="margin: 10px;" title="anni-della-decisione" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/anni-della-decisione.jpg" alt="" width="200" height="332" /></a>Lo stesso tema viene ripetuto nel secondo volume del <a title="Il tramonto dell'Occidente" href="http://www.libriefilm.com/il-tramonto-delloccidente-2/3546"><em>Tramonto dell&#8217;Occidente</em></a>, apparso nel 1922: «La vita è dura. Essa lascia un&#8217;unica scelta, quella tra vittoria e sconfitta, non quella fra guerra e pace.» E nell&#8217;ultimo libro pubblicato, undici anni dopo, <a title="Anni della decisione" href="http://www.libriefilm.com/anni-della-decisione/8517"><em>Anni della decisione</em></a>, egli affermava con ripetitività quasi hitleriana: «La lotta è il fatto fondamentale della vita, è la vita stessa. La noiosa processione di riformatori, capaci di lasciare come loro unico monumento montagne di carta stampata, è ora finita… La storia umana in un periodo di civiltà altamente evoluta è storia di potenze politiche. La forma di questa storia è la guerra. La pace è soltanto […] una continuazione della guerra con altri mezzi […] Lo stato è l&#8217;essere in forma di un popolo, che è da esso costituito e rappresentato, per guerre attuali e possibili». Questa filosofia della storia ultrasemplificata portava la priorità della politica estera su quella interna, tipica di Ranke, a un estremo palesemente assurdo. Civiltà e <a title="religioni" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religioni</a>, istituzioni e costituzioni, economia e benessere nazionale non contavano più nella storia; non rimaneva che la politica estera, ridotta essa stessa alla guerra e alla preparazione della guerra. Le guerre non erano più eccezioni o incidenti, erano il fatto centrale della vita e della storia, il loro significato e coronamento. La prima nazione moderna che l&#8217;aveva compreso era, secondo Spengler, la Prussia, che su questa consapevolezza basava la sua pretesa di supremazia nella nuova era. «La Prussia &#8211; egli scriveva &#8211; è soprattutto priorità incondizionata della politica estera su quella interna, la cui sola funzione è quella di mantenere la nazione in forma per quel compito.»[…]</p>
<p style="text-align: justify;">Le teorie politiche proclamate da Spengler col tono di un veggente furono esposte, in veste più erudita, da Carl Schmitt, professore di diritto internazionale e costituzionale all&#8217;università di Bonn, per due decenni il più autorevole maestro di diritto pubblico in Germania. I suoi scritti, legati a quelli di Spengler, introdussero una nuova concezione della politica, che riceveva il suo significato non più da quella che era considerata la vita normale della società, bensì da situazioni estreme. Il normale non tendeva più a controllare l&#8217;anormale. […]</p>
<p style="text-align: justify;">La guerra era un momento importante della vita politica e della vita in genere; l&#8217;inevitabile relazione amico-nemico dominava ogni settore. «I punti culminanti della grande politica &#8211; sosteneva Schmitt &#8211; sono quelli in cui si discerne il nemico con estrema concreta chiarezza come nemico». Questa teoria politica corrispondeva al presunto primordiale istinto combattivo dell&#8217;uomo che tendeva a considerare chiunque si frapponesse all&#8217;appagamento dei suoi desideri come un avversario da toglier di mezzo. La tradizionale arte di governo dell&#8217;Occidente, invece, consisteva nel trovare e vie e i mezzi per superare l&#8217;istinto primitivo col negoziato paziente, col compromesso, con uno sforzo di reciprocità, soprattutto con l&#8217;osservanza di leggi universalmente vincolanti.</p>
<p style="text-align: justify;">La totalitaria filosofia di guerra fu così riassunta da Schmitt: «La guerra è l&#8217;essenza di ogni cosa. La natura della guerra totale determina la forma naturale dello stato totale». Comprensibilmente, egli nutriva un profondo disprezzo per il diciannovesimo secolo, «un secolo pieno d&#8217;illusione e frode.» Nel suo stato ideale di quest&#8217;epoca, ovviamente immune da illusioni e frode, la vita nella sua interezza era subordinata al conflitto armato. in tale ordine d&#8217;idee Karl Alexander von Müller, direttore della <em>Historische Zeitschrift </em>[Rivista storica], l&#8217;organo ufficiale degli storici tedeschi, concluse, nel numero di settembre del 1939, un editoriale sulla guerra con le parole: «In questa battaglia d&#8217;animi troviamo il settore delle trincee che è affidato alla scienza storica della Germania. Essa monterà la guardia. La parola d&#8217;ordine è stata data da Hegel: lo spirito dell&#8217;universo ha dato l&#8217;ordine di avanzare; tale ordine sarà ciecamente obbedito».</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">In questo brano di riflessione storica emergono, a nostro avviso, alcuni tipici difetti della storiografia d&#8217;impostazione liberal-democratica, primo fra tutti quello di presentarsi (e percepirsi essa stessa) come la storiografia, immune da passioni e pregiudizi, e perciò titolata a giudicare, davanti al tribunale della storia, tutte le altre ideologie. Intendiamoci: molti giudizi sono pertinenti e perfettamente condivisibili. Giusto porre l&#8217;accento sulle responsabilità politiche ed etiche degli intellettuali tedeschi dell&#8217;epoca di Weimar nell&#8217;aver spianato la strada al nazismo; giusto evidenziare la rozzezza e le eccessive semplificazioni della filosofia della storia di Moeller, Spengler, Schmitt; e giusto anche aver richiamato il fatto che il successo di quella impostazione dei problemi politici, nella cultura e nella società, non sarebbe stato possibile se non vi fosse stata una lunga preparazione, da parte di generazioni e generazioni di intellettuali che li avevano preceduti.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/la-rivoluzione-conservatrice-nella-germania-della-repubblica-di-weimar/6584" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-5741" style="margin: 10px;" title="rivoluzione-conservatrice" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/rivoluzione-conservatrice.jpg" alt="" width="200" height="307" /></a>In che cosa verte, dunque, la nostra perplessità, davanti all&#8217;approccio storiografico di Kohn? Essenzialmente nel fatto che egli, tutto preso dal suo <em>pathos </em>moralistico, sembra essersi scordato che il compito primo e fondamentale del mestiere di storico (e anche dello storico del pensiero) non è quello di giudicare, ma di sforzarsi di capire. Il che, naturalmente &#8211; giova ripeterlo, onde evitare il solito malinteso tanto caro ai moralisti in male fede &#8211; non significa giustificare alcunché. Nel caso specifico, a Kohn è sfuggita la comprensione di quanto di originale poteva esservi nella &#8220;<a title="rivoluzione conservatrice" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/rivoluzioneconservatrice">rivoluzione conservatrice</a>&#8221; che ha coinvolto, oltre a Moeller, Spengler e Schmitt, anche personalità della statura di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Heidegger</a></span>, <a title="Ernst Junger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a>, Frobenius, Gogarten e, per certi versi, anche Jung; per non parlare, fuori della Germania, di <a title="Hamsun" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a>, Pound, <a title="Evola" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/julius-evola">Evola</a>, Gentile, Ungaretti, <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/luigi-pirandello" target="_blank">Pirandello</a></span>, Unamuno, Barrés, <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/mircea-eliade/">Eliade</a></span>, … dobbiamo continuare? E occorre ricordare che alcuni di questi intellettuali, anche fra quelli particolarmente presi di mira da Kohn, ebbero il coraggio di opporsi al nazismo, o ad aspetti significativi della sua politica, esponendosi in prima persona? Il tanto vituperato Spengler rifiutò di aderire al fanatico antisemitismo nazista e avrebbe subito gravi rappresaglie, se la morte non fosse giunta in buon punto, nel 1936, per metterlo al riparo da esse. <a title="Jünger " href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a>, col romanzo <a title="Sulle scogliere di marmo" href="http://www.libriefilm.com/sulle-scogliere-di-marmo/271"><em>Sulle scogliere di marmo</em></a>, presentò apertamente Hitler come un malvagio e dissennato timoniere che porta la nave della Germania verso la catastrofe; e suo figlio venne ucciso dai nazisti. <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Heidegger</a></span>, come è noto, si dissociò al regime e si chiuse in un cupo silenzio, pur non schierandosi esplicitamente contro di esso.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma, si dirà, Kohn non accusa costoro di essere stati dei cripto-nazisti, bensì di avere oggettivamente spianato il terreno della cultura tedesca all&#8217;influsso nefasto del nazismo. Senonché, è proprio quell&#8217;avverbio, oggettivamente (che ricorda, guarda caso, altri climi politici e altre condanne spicciole), che ci sembra ingeneroso e poco corretto dal punto di vista del metodo. In un&#8217;epoca di crisi, morale non meno che materiale, gli intellettuali vanno anch&#8217;essi a tentoni e non li si può accusare con troppa disinvoltura di aver preparato le catastrofi a venire, istituendo per loro una sorta di retroattività morale. Lungi da noi voler minimizzare le responsabilità degli intellettuali; senz&#8217;altro alcuni di essi sono stati dei cattivi maestri, e ne portano tutta intera la responsabilità. Occorre, però, distinguere bene i due piani della riflessione: quello storico e quello etico. Se il libro di Kohn, <em>I Tedeschi</em>, vuol essere un libro di storia, è necessario che del metodo storico accetti le premesse e l&#8217;impostazione generale: la priorità rivolta allo sforzo di comprendere, innanzitutto. E non ci pare che egli abbia fatto molto in tal senso. Non ha tenuto conto del punto di vista interno della società tedesca nel periodo della Repubblica di Weimar; e non ha tenuto conto della frustrazione e del risentimento, in parte comprensibili, con i quali il popolo tedesco visse quel periodo, dopo che a Versailles Clemenceau era riuscito a far prevalere la logica della pace &#8220;punitiva&#8221; e dopo che l&#8217;inflazione aveva polverizzato non solo i risparmi e i frutti del lavoro di una intera generazione, ma anche &#8211; apparentemente &#8211; le speranze di rinascita del popolo tedesco.</p>
<p style="text-align: justify;">Se la famosa pugnalata alla schiena è, infatti, un mito bello e buono, inventato dalla cricca militare prussiana per scaricare sulla società civile, e specialmente sulla socialdemocrazia, la responsabilità della sconfitta in quella guerra che essa aveva fortemente voluto, considerandola &#8211; a torto o a ragione &#8211; necessaria e inevitabile per la sopravvivenza della Germania come grande potenza, vi sono pochi dubbi &#8211; a nostro parere &#8211; che il popolo tedesco, al termine della prima guerra mondiale (e, di nuovo, con la crisi della Ruhr del 1923), fu vittima di una grossa ingiustizia storica. Se si fa astrazione da ciò, si rischia di non capire come le parole e gli slogan degli intellettuali conservatori tedeschi ebbero tanta risonanza e tanto successo, specialmente fra la gioventù, negli anni Venti e all&#8217;inizio degli anni Trenta. Lo storico, invece &#8211; anche e, per certi aspetti, soprattutto lo storico del pensiero &#8211; deve sempre e rigorosamente contestualizzare. Non si può comprendere Lutero fuori del proprio tempo e della propria situazione storica; non si può comprendere Kant; non si può comprendere Hegel o Nietzsche o <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Heidegger</a></span>. In verità, non si può comprendere niente; a meno che si immagini che il pensiero non vada in nulla debitore della società che lo esprime.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/scritti-politici-e-di-guerra-1919-1933-vol-1-1919-1925/2856" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-5743" style="margin: 10px;" title="scritti-politici-e-di-guerra-1" src="../wp-content/uploads/scritti-politici-e-di-guerra-1.jpg" alt="" width="200" height="300" /></a>Un’altra riflessine di carattere generale che ci sembra opportuno fare è che la sconfitta, così nella vita del singolo individuo come in quella dei popoli, è portatrice di una crisi che può anche essere salutare, perché costringe, letteralmente, a prendere atto di una inadeguatezza e a elaborare delle strategie per superare le presenti difficoltà. La società tedesca non era stata certo l’unica responsabile della tragedia del 1914-1918; ma, alla fine della guerra, si trovò dalla parte del perdente e quindi, automaticamente, dalla parte del torto (cosa che si sarebbe ripetuta di lì a ventisette anni). Una clausola del trattato di pace imponeva ai rappresentanti della Germania di firmare una dichiarazione in cui la loro patria si assumeva, tutta intera, la responsabilità di quanto era accaduto: e questo sotto la minaccia di una ripresa immediata della guerra. Mai si era vista una simile prepotenza giuridica, per giunta sotto l’ipocrita bandiera del democraticismo wilsoniano; ma Erzberger dovette trangugiare, a nome del suo popolo, l’amaro boccone (cosa che ne provocò la condanna a morte da parte dell’estremismo nazionalista: condanna che fu eseguita, pochi anni dopo, da un giovane assassino).</p>
<p style="text-align: justify;">Né basta. Per tre volte – nel 1919, nel 1923 e nel 1929 – l’economia tedesca fu travolta dalla terribile bufera della crisi economica, che spazzò il risparmio e creò milioni e milioni di disoccupati. Ogni volta la società tedesca riusciva a rimettersi in piedi, compiendo degli sforzi veramente titanici, un intervento esterno la rigettava a terra. Nel 1919 la pace punitiva – con le mutilazioni territoriali, la perdita delle colonie e della marina, l’enorme indennità di guerra da pagare agli Alleati; nel 1923 l’occupazione francese e belga del bacino minerario della Ruhr, che rendeva ancor più impossibile soddisfare quei pagamenti; nel 1929 il crollo della borsa di Wall Street, cui gli speculatori della finanza ebraica newyorkese non furono certo estranei: e la terza volta spianò la strada a Hitler. C’è da chiedersi, semmai, come poté resistere tanto a lungo la società tedesca alle sirene del nazismo, con la comunità internazionale ben decisa a distruggerne la volontà di ripresa e la Lega delle Nazioni, comodo paravento giuridico-morale delle plutocrazie britannica e francese, a fare da cane da guardia alle assurde decisioni politiche e territoriali della Conferenza di Versailles.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/il-crepuscolo-della-repubblica-di-weimar/8518" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-5745" style="margin: 10px;" title="il-crepuscolo-della-repubblica-di-weimar" src="../wp-content/uploads/il-crepuscolo-della-repubblica-di-weimar.jpg" alt="" width="200" height="299" /></a>Tale il contesto del decennio preso in esame da Kohn (1923-33), e che egli chiama “la marcia verso l’abisso”, attribuendone tutta la responsabilità morale agli intellettuali tedeschi, che avrebbero dissennatamente predicato la violenza e l’esasperazione del darwinismo sociale e del machiavellismo politico. Egli conclude affermando che, per opera di Schmitt e di Spengler, penetrò nella cultura tedesca “una nuova concezione della politica, che riceveva il suo significato non più da quella che era considerata la vita normale della società, bensì da situazioni estreme. Il normale non tendeva più a controllare l&#8217;anormale”. Omette però di precisare che la Germania, a causa della miopia e dell’egoismo delle classi dirigenti britanniche, francesi e americane, da oltre un decennio non viveva affatto in una situazione “normale”; che potenti forze economico-finanziarie internazionali facevano di tutto per tenerla in una condizione di cronica e disperata anormalità.</p>
<p style="text-align: justify;">Così pure, quando Spengler afferma che «La vita è dura. Essa lascia un&#8217;unica scelta, quella tra vittoria e sconfitta, non quella fra guerra e pace», Kohn omette di precisare che questa visione cinica e brutale della vita umana era stata ampiamente diffusa (anche se non “inventata”) dall’egoismo e dalla cecità dei vincitori di Versailles. Era stata la loro politica ad insegnare agli sconfitti la dura legge del <em>vae victis</em>, la legge inumana secondo la quale la pace è un lusso degli oziosi e degli imbelli o un’utopia dei sognatori, e che la sola cosa che conta è la forza. Per giunta, i brutali vincitori avevano ammantato tale machiavellismo con le vesti rispettabili dell’umanitarismo wilsoniano e della democrazia liberale, sanzionando <em>a posteriori</em>, con una capillare opera di propaganda e di diplomazia internazionale, il puro e semplice trionfo della forza. Come avrebbero fatto col processo di Norimberga (e con quello di Tokyo) alla fine della seconda guerra mondiale. Un processo ove i crimini tedeschi (e giapponesi) vennero giudicati dagli stessi vincitori, ragion per cui nessun fiatò sui crimini anglo-americani e sovietici.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma veniamo allo specifico, e cioè alle caratteristiche fondamentali della cultura tedesca nel decennio 1923-33, in cui Kohn vede solo e unicamente una marcia verso l’abisso, una preparazione del diluvio nazista, mentre gli sfuggono completamente le esigenze autentiche e legittime di rinnovamento che si esprimevano in quel contesto e con quella tradizione storica: elementi dai quali non è lecito prescindere, a meno di fare un’operazione culturale altamente anti-storica. Non entriamo ora nel merito della filosofia di Mueller, Spengler, Schmitt, e neanche di <a title="Jünger " href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a>, Wittgenstein o Gogarten, perché ciò esulerebbe, e di molto, dai limiti che ci siamo prefissi. Desideriamo piuttosto far notare che questi autori (che, fra l’altro, non vanno arbitrariamente omologati, pena il perdere di vista la specificità intellettuale di ciascuno d’essi) testimoniano uno sforzo del pensiero per trovare nuove certezze dopo le tremende delusioni e i traumi del periodo precedente e, al tempo stesso, un tentativo di ridefinire lo spazio culturale della Mitteleuropa, e anche dell’Europa in generale, nei confronti di un “Occidente” sentito ormai come una realtà socio-culturale al tempo stesso obsoleta e artificiale. In questo senso, furono i promotori di un’autocritica del pensiero europeo: autocritica, ripetiamo, nata dalla sconfitta e dall’umiliazione nazionale; mentre nulla di simile fu neanche immaginato dalla cultura delle nazioni vincitrici, tutte intente a godersi il bottino di Versailles e, semmai, a giocare cinicamente sulle rivalità dei nuovi, piccoli Stati dell’Europa centrale (Cecoslovacchia, Jugoslavia, ecc.) sorti dallo sfacelo del vecchio ordine europeo.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/la-lotta-contro-il-formalismo-giuridico-nella-dottrina-dello-stato-di-weimar/8519" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-5746" style="margin: 10px;" title="lotta-contro-il-formalismo-giuridico" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/lotta-contro-il-formalismo-giuridico.jpg" alt="" width="158" height="240" /></a>È vero, gli intellettuali inglesi e francesi degli anni Venti non hanno seminato idee ultranazionaliste e guerrafondaie. Non ve n&#8217;era bisogno: la cultura di quei Paesi si godeva la meravigliosa sensazione di aver affrontato e superato una dura prova e, alla fine, di aver contribuito al trionfo della giustizia, della libertà, della democrazia. Gli intellettuali tedeschi &#8211; e, a maggior ragione, quelli austriaci o dell&#8217;area ex asburgica: Musil, Roth, Kafka, von Rezzori, <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/emil-cioran">Cioran</a></span> &#8211; erano costretti a interrogarsi non solo sulla sconfitta e sulla disintegrazione della vecchia Mitteleuropa, ma anche sull&#8217;incipiente disintegrazione dello spirito europeo, sulla stessa disintegrazione dell&#8217;Io come soggetto unitario della coscienza. Avevano a che fare con una situazione estrema, e fecero del loro meglio per trovare un raggio di luce, una indicazione che li guidasse fuori dalla crisi, verso il futuro. Possiamo discutere la saggezza della via da essi battuta e dissentire da alcuni aspetti della loro polemica; tuttavia, se vogliamo essere onesti, dobbiamo riconoscere che non tutte le ragioni della loro polemica erano infondate.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando Spengler, ad esempio, affermava che &#8220;per Marx, come per gli inglesi, il lavoro era qualcosa da comprare e vendere, una merce dell&#8217;economia di mercato, mentre per i prussiani ogni lavoro, da quello del più alto funzionario a quello del più umile manovale, era un dovere, compiuto come un servizio reso alla comunità&#8221;, non ci sembra che dicesse cosa molto lontana dal vero. Anche l&#8217;osservazione che nel vecchio sistema prussiano erano impliciti elementi di socialismo e che, ad ogni modo, in Germania il senso dei valori collettivi prevaleva sull&#8217;individualismo, non era peregrina; come non era infondata la convinzione di Moeller che il regime bolscevico, per le sue istanze profonde antiplutocratiche, fosse &#8211; nonostante le apparenze &#8211; ideologicamente più vicino agli interessi e al sentire del popolo tedesco di quanto non lo fossero i sistemi liberal-democratici dell&#8217;Europa occidentale e degli Stati Uniti. La polemica degli intellettuali tedeschi contro l&#8217;umanitarismo era sicuramente riprovevole, così come pericoloso il loro continuo soffiare sul fuoco del nazionalismo esasperato. Però bisogna rendersi conto di una cosa: essi sentivano il dovere di ricorrere a ogni mezzo per rimettere in piedi un popolo che era stato ridotto in ginocchio e che era tuttora vittima di una ingiustizia storica. La spettacolare crescita economica, culturale e sociale tedesca del Secondo Reich, fra il 1871 e il 1918 (sì, anche sociale: con una delle legislazioni del lavoro fra le più avanzate al mondo) era stata letteralmente strangolata da una coalizione mondiale che adesso era ben decisa a impedire che la Germania si rialzasse e tornasse a mettere in pericolo i privilegi acquisiti dalle potenze mondiali più vecchie.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/la-profezia-del-terzo-regno-dalla-rivoluzione-conservatrice-al-nazionalsocialismo/9960" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-8633" style="margin: 10px;" title="la-profezia-del-terzo-regno" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/la-profezia-del-terzo-regno.jpg" alt="" width="200" height="281" /></a>Gli storici come H. Kohn, implicitamente o esplicitamente, rimproverano agli intellettuali tedeschi di quel periodo di non aver fatto nulla per convogliare le simpatie dei loro compatrioti verso gli istituti della democrazia. Così facendo, sembrano dimenticare un elemento fondamentale, che oggi si ripete in Iraq e in varie altre parti del mondo: la democrazia era stata, per la Germania, non il punto d&#8217;arrivo di un processo interno e naturale, ma la conseguenza della sconfitta e, in un certo senso, una imposizione dei vincitori. Quantomeno, gli Alleati si erano serviti della Repubblica democratica di Weimar per presentare al popolo tedesco il conto salatissimo della Conferenza di Versailles e della pace-capestro. Portata al potere dal doppio trauma della disfatta militare e del diktat dei vincitori, la Repubblica non era amata e, soprattutto, non era sentita come parte della tradizione storica nazionale.</p>
<p style="text-align: justify;">Si può, naturalmente, chiamare in causa la scarsa maturità politica della classe dirigente tedesca e, più in generale, la tradizione filistea del ceto medio, sempre pronto &#8211; in particolare dal 1870 &#8211; ad applaudire il vincitore di turno, ossia qualunque governo capace di portare al successo l&#8217;affermazione dello Stato con la forza materiale. Questo, certamente, era il <em>peccatum originalis </em>del Secondo Reich: il &#8220;patto col diavolo&#8221; della borghesia tedesca che, nel 1866 e nel 1870, si era inchinata davanti alla politica di Bismarck solo perché, sul piano della pura forza, si era dimostrata vincente. Ma sarebbe antistorico e ingeneroso addossare tutte le colpe agli intellettuali che, negli anni Venti, dovettero procedere alla liquidazione del vecchio mondo e delle vecchie certezze a prezzi fallimentari; e che, contemporaneamente, dovettero cercare in tutta fretta di fornire nuovi orientamenti al loro popolo traumatizzato e demoralizzato.</p>
<p style="text-align: justify;">Più in generale, ci sembra che la vicenda della cosiddetta &#8220;<a title="Rivoluzione conservatrice" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/rivoluzioneconservatrice">rivoluzione conservatrice</a>&#8221; segni l&#8217;ultimo sprazzo di vitalità della cultura europea, l&#8217;ultima sua reazione davanti alle forze inumane e omologanti che oggi chiamiamo della globalizzazione, ma che già allora venivano percepite come una americanizzazione del vecchio continente, capace di fare piazza pulita, in nome della borsa, del profitto e dei metodi tayloristici di organizzazione scientifica del lavoro, dell&#8217;anima stessa del vecchio continente. Si può interpretare l&#8217;opera filosofica di Mueller, Spengler, Schmitt e <a title="Jünger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a> come una reazione, aristocratica e popolare al tempo stesso, contro gli aspetti più minaccioso della modernità, primo fra tutti il prevalere delle logiche del mercato su quelle della società civile, della quantità sulla qualità, dell&#8217;egoismo privato sull&#8217;interesse collettivo. In breve, si può interpretare il pensiero di quegli autori come un tentativo disperato, nostalgico e anti-moderno, di ripristinare i valori tramontati dell&#8217;aristocrazia davanti al trionfo degli aspetti più massificanti ed egoistici dello spirito borghese.</p>
<p style="text-align: justify;">Certo, vi furono molte, troppe scorie all&#8217;interno di un tale tentativo; vi fu un uso irresponsabile di slogan aggressivi e razzisti; vi fu un disprezzo esagerato e irragionevole per tutto quanto, a torto o a ragione, era considerato parte di quello spirito borghese e, pertanto, parte di quel quadro internazionale che aveva penalizzato così duramente la patria tedesca. Vi furono molte semplificazioni assurde, molti facili luoghi comuni e un uso troppo disinvolto di formule dall&#8217;intrinseco potere distruttivo, che avrebbero sospinto alla catastrofe la società tedesca per la seconda volta nel volgere di una sola generazione. Però, lo ripetiamo, occorre tener conto della particolare situazione tedesca, anche sul piano internazionale. Da una parte la Russia staliniana, dall&#8217;altra i vincitori di Versailles, chiusi e sordi a ogni senso di equità e di saggezza, protesi unicamente a sfruttare al massimo i loro immensi imperi coloniali e i profitti giganteschi che la guerra stessa, come nel caso degli Stati Uniti, aveva portato loro.</p>
<p style="text-align: justify;">La Germania, pertanto, si sentiva come una cittadella assediata e abbandonata alle sue risorse; o trovava in se stessa la forza di reagire, o sarebbe perita, forse per sempre. Questo videro i Mueller, gli Spengler e gli Schmitt. Bisognerebbe tener conto del dramma che stava vivendo il loro popolo, prima di giudicarli con una severità dettata dal senno di poi e da una serie di pregiudizi ideologici che derivano proprio dal fatto che la storia, una volta di più, l&#8217;hanno fatta e continuano a farla i vincitori. Basti pensare al destino riservato, circa vent&#8217;anni dopo, al cuore della Germania, la vecchia Prussia: smembrata, svuotata dei suoi abitanti con una spietata pulizia etnica, cancellata totalmente dalla carta geografica. <em>Vae victis</em>, appunto: gli Alleati, nel 1945 come nel 1918, non amavano i toni rozzi e aggressivi alla Spengler, ma agivano esattamente in base a quei criteri, brutali e machiavellici, che tanto li disgustavano quando a teorizzarli erano i Tedeschi.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/gli-intellettuali-tedeschi-e-la-crisi-di-weimar.html' addthis:title='Gli intellettuali tedeschi e la crisi di Weimar ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Fascismo, nazismo e cultura di destra</title>
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		<pubDate>Sat, 27 Mar 2010 10:14:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Adriano Romualdi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[I limiti della politica culturale rivoluzionaria del Fascismo e del Nazismo in un celebre scritto di Adriano Romualdi tratto da 'Idee per una cultura di Destra']]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/fascismo-nazismo-e-cultura-di-destra.html' addthis:title='Fascismo, nazismo e cultura di destra '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/romualdi48x48.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Adriano Romualdi" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storiacontemporanea48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Storia contemporanea" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/teiwaz.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Teiwaz" /><br/><p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-medium wp-image-4318" style="margin: 10px;" title="Eur" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/Eur-300x292.jpg" alt="" width="210" height="204" />Essenzialmente si è detto. Infatti, il mito imprecisato del «popolo» serve ancora a contrabbandare una quantità di idee che di destra non sono. Di qui la scarsa capacità di presa dei regimi fascisti d’Italia e Germania nel campo della cultura. Fascismo e Nazismo, se ebbero chiara la loro contrapposizione ai movimenti scaturiti dalla rivoluzione francese, se osarono far fronte contro il mito borghese e quello proletario, contro capitalismo anglosassone e bolscevismo russo, non riuscirono a creare all’interno dello Stato una cittadella ideologica che potesse sopravvivere alla catastrofe politica.</p>
<p style="text-align: justify;">Basti pensare che in Italia la leadership culturale fu affidata a Gentile, un uomo che seppe pagare di persona, ma — ideologicamente — solo un patriota di spiriti risorgimentale, legato a filo doppio col mondo della cultura liberale. Non a caso, tutti i discepoli di Gentile (quelli intelligenti, che contano qualcosa nella cultura), militano oggi in campo antifascista e persino comunista. Chi legga <em>Genesi e struttura della società </em>non può non rimanere perplesso di fronte allo spirito democratico-sociale di quest’opera che, degnamente, culmina nell’ideale bolscevico dell’«umanesimo del lavoro». Così, non può meravigliare che un gentiliano come Ugo Spirito si atteggi, di volta in volta, ora a «corporativista», ora a «comunista», senza bisogno di cambiare un rigo di ciò che ha scritto.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/i-proscritti-2/2860" target="_blank"><img class="size-medium wp-image-4314 alignleft" style="margin: 10px;" title="i-proscritti" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/i-proscritti-193x300.jpg" alt="" width="193" height="300" /></a>In Italia durante il ventennio si parlò molto di patria, di nazione, ma non ci si preoccupò mai di far circolare le idee della più moderna cultura di destra. <a title="Il tramonto dell'Occidente" href="http://www.libriefilm.com/il-tramonto-delloccidente-2/3546"><em>Il tramonto dell’Occidente</em></a> di Spengler (che pure Mussolini conosceva nell’originale), <a title="Der Arbeiter" href="http://www.libriefilm.com/loperaio/301"><em>Der Arbeiter</em></a> di <a title="Ernst Juenger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a>, <em>Der wahre Staat</em> di Spann non furono mai tradotti; romanzi come <em>Gilles </em>di Drieu La Rochelle o <em><a title="I proscritti" href="http://www.libriefilm.com/i-proscritti-2/2860">I proscritti</a> </em>di von Salomon furono completamente ignorati dalla cultura fascista ufficiale.</p>
<p style="text-align: justify;">In queste condizioni, era naturale che l’opera d’un <a title="Julius Evola" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/julius-evola">Julius Evola</a> venisse ignorata. Un libro come <em>Rivolta contro il mondo moderno</em> che, tradotto in Germania, destò grande interesse (Gottfried Benn scrisse di esso: «Un’opera la cui importanza eccezionale apparirà chiara negli anni che vengono. Chi la legge si sentirà trasformato e guarderà l’Europa con sguardo diverso») in Italia valse come non scritto.</p>
<p style="text-align: justify;">All’ombra del Littorio, dietro la facciata delle aquile e delle divise, continuò a prosperare una cultura neutra, insipida, talvolta fedele al regime per un intimo patriottismo piccolo-borghese, più spesso in celato atteggiamento polemico e sobillatorio.</p>
<p style="text-align: justify;">Oggi sono di moda i memoriali alla Zangrandi in cui alcuni mediocri personaggi della politica e del giornalismo si vantano di aver fatto carriera come fascisti senza esserlo in realtà. È evidente la malafede di questi squallidi figuri ma, tra tante menzogne, una verità rimane: la «cultura fascista», quella ufficiale dei Littoriali della gioventù, dietro a una facciata di omaggi adulatori al Duce, al Regime, all’Impero, restava un miscuglio di socialismo «patriottico», di liberalismo «nazionale» e di cattolicesimo «italiano».</p>
<p style="text-align: justify;">Caduta l’identità Italia-Fascismo, crollato nel 1943 il concetto tradizionale di patria, i socialisti «patriottici» sono diventati socialcomunisti, i liberali «nazionali» soltanto nazionali e i cattolici «italiani» democratici cristiani. È indubbio che l’opportunismo ha contribuito a questa fuga generale, ma è certo che se il Fascismo avesse fatto qualcosa per creare una cultura di Destra, un’imprendibile cittadella ideologica, qualcosa ne sarebbe rimasto in piedi.</p>
<p style="text-align: justify;">Il Nazismo si trovò a lavorare su di una base migliore. La cultura di Destra tedesca aveva dietro di sé una prestigiosa serie di nomi, a cominciare dai primi romantici fino a un Nietzsche. Lo stesso <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/johann-wolfgang-goethe" target="_blank">Goethe</a></span> ha lasciato non equivoche parole di sfiducia per l’infatuazione liberale dei suoi tempi. Inoltre, tra il ‘18 e il ‘33, in Germania era fiorita la cosiddetta «<a title="Rivoluzione conservatrice" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/rivoluzioneconservatrice">rivoluzione conservatrice</a>» con autori di fama europea: Oswald Spengler ed Ernst Jünger, Othmar Spann e Moeller van den Bruck, Ernst von Salomon ed Hans Grimm sono nomi noti anche fuori dai confini tedeschi. Lo stesso <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/thomas-mann" target="_blank">Thomas Mann</a></span> aveva dato con le <em><a title="Considerazioni di un impolitico" href="http://www.libriefilm.com/considerazioni-di-un-impolitico/298">Considerazioni di un impolitico</a> </em>un contributo fondamentale alla causa della destra tedesca.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche qui però il mito del «popolo» prese la mano ai governanti e la <em>Gleichschaltung</em> fece ammutolire ogni critica, anche quella costruttiva.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-full wp-image-4315" style="margin: 10px;" title="hj-trommel" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/hj-trommel.jpg" alt="" width="183" height="213" />Ma, nei confronti del Fascismo, il Nazismo ebbe il merito di costringere la cultura neutra a una resa dei conti. Esso, molto più del regime italiano, ebbe la coscienza di rappresentare un’autentica visione del mondo, violentemente ostile a tutte le putrefazioni e le storture dell’Europa contemporanea. La mostra dell’arte degenerata, il rogo dei libri ebbero, se non altro, un significato ideale rivoluzionario, un carattere di aperta rivolta contro i feticci di un mondo in decomposizione.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma anche qui si esagerò; ci si accanì contro personaggi che potevano anche esser lasciati in pace come un Benn, e un Wiechert, mentre a loro volta gli epuratori mostravano tare populiste e giacobine. C’è un libretto intitolato <em>An die Dunkelmänner unserer Zeit</em> («Agli oscurantisti del nostro tempo») in cui Rosenberg risponde ai critici cattolici del suo <em>Mythus</em> con una volgarità che non ha nulla da invidiare a Voltaire o ad Anatole France.</p>
<p style="text-align: justify;">Comunque, fu in ambiente nazista che si concepì l’ambizioso progetto di creare un <em>weltanschaulicher Stosstrupp</em>, una «truppa di rottura nel campo della visione del mondo» per aprire un varco nel grigio orizzonte della cultura neutra e borghese.</p>
<p style="text-align: justify;">E la stessa concezione delle SS, il loro superamento del semplice patriottismo tedesco nel mito della razza ariana, la concezione dello Stato come Ordine virile (<em>Ordenstaatsgedanke</em>), l’idea d’un impero europeo di nazione germanica, pongono il Nazismo all’avanguardia nella formulazione dei contenuti ideologici d’una pura Destra.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Brani tratti da <em>Idee per una cultura di Destra</em>.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/fascismo-nazismo-e-cultura-di-destra.html' addthis:title='Fascismo, nazismo e cultura di destra ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Josef Weinheber</title>
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		<pubDate>Fri, 19 Mar 2010 15:48:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Harm Wulf</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Josef Weinheber (Vienna, 9 marzo 1892 – Kirchstetten, 8 aprile 1945) è stato un poeta austriaco, importante rinnovatore della tradizione dei Volkslieder]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/josef-weinheber.html' addthis:title='Josef Weinheber '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/letteratura48x48.png" width="48" height="48" alt="" title="Letteratura" /><br/><p style="text-align: justify;"><strong><em>Premessa a questo breve scritto: Die Gedanken sind frei!</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Qualche settimana fa scrissi ad una lista di insegnanti di tedesco del <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/johann-wolfgang-goethe" target="_blank">Goethe</a></span> Institut (tedesco-lis@goethe.de) per chiedere se qualcuno degli iscritti potesse fornirmi una traduzione (per errore scrissi tradizione) della poesia di Josef Weinheber “Künstler und Volk”. Non osavo avventurarmi nella traduzione di un grande poeta con il mio tedesco approssimativo ed appena sufficiente per la sopravvivenza in terre tedesche.</p>
<p style="text-align: justify;">Prima di questo mio intervento avevo solamente segnalato agli iscritti alla lista un canto lanzichenecco del 1525 e un incisione di Georg Sluyterman von Langeweyde che illustrava un <em>Volkslied</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Non conoscevo assolutamente nulla di Weinheber: sapevo solo che era stato un grande poeta, un nazionalsocialista e si era suicidato nel 1945. Semplicemente mi incuriosiva un suo canto che avevo sentito in un filmato trovato sulla rete. Appena qualche giorno dopo dalla lista sorsero 5 o 6 feroci inquisitori che minacciavano sfracelli perché avevo inserito “propaganda nazista”. Chiedevano la mia rimozione, severe sanzioni, forse sognavano il mio internamento. Qualcuno ancora più zelante si diede alla caccia grossa. Trovò sulla rete il nome “Harm Wulf” scoprendo addirittura che avevo scritto articoli su artisti e scrittori con un passato non democraticamente doc (vedi <a title="Harm Wulf" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/harm-wulf/">lista</a>).</p>
<p style="text-align: justify;">La cosa pietosa di questa demenziale vicenda è che non uno degli iscritti alla lista osò prendere posizione per spiegare (missione impossibile) ai solerti ed occhialuti inquisitori che se il poeta austriaco Josef Weinheber poteva essere catalogato tra i proscritti come “nazista” si sarebbe dovuto procedere con lo stesso criterio ad una catartica<strong> </strong><em>Bücherverbrennung </em>(rogo di libri di bruna memoria) inserendo nella pira i testi e le opere di altri “maledetti nazi” quali <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Martin Heidegger</a></span>, Carl Schmitt, <a title="Ernst Jünger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Ernst Jünger</a>, Gottfried Benn, Richard Strauss, Herbert von Karajan, Arno Breker, <a title="Knut Hamsun" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Knut Hamsun</a>, Ezra Pound, <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/mircea-eliade/">Mircea Eliade</a></span>, <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/emil-cioran">Emil Cioran</a></span>,<strong> </strong>Louis Ferdinand <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/louis-ferdinand-celine" target="_blank">Céline</a></span> ed altri quattro debosciati nella lista di proscrizione al sito: <a href="http://www.vho.org/censor/tA.html">http://www.vho.org/censor/tA.html</a></p>
<p style="text-align: justify;">Comunico ai solerti inquisitori che purtroppo, anche oggi: <em>Die Gedanken sind<strong> </strong>frei!</em> <a href="http://ingeb.org/refer/diegedan.MP3">http://ingeb.org/refer/diegedan.MP3</a></p>
<p style="text-align: justify;">P.S.: Ai censori della lista consiglio di intervenire sul municipio di Vienna che ha addirittura fatto erigere nel 1975 un monumento al “nazista” nello Schillerpark (infame opera dello scultore Josef Bock), chiedendone la rimozione immediata.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Josef Weinheber</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>(9/3/1892 Vienna – 8/4/1945 Kirchstetten) </strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<div id="attachment_4136" class="wp-caption alignright" style="width: 248px"><img class="size-full wp-image-4136" title="Weinheber" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/Weinheber.jpg" alt="" width="238" height="326" /><p class="wp-caption-text">Josef Weinheber. Foto del 1937.</p></div>
<p><em><br />
</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>«La terra che un giorno ci partorì</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>di nuovo ci accolse per purificarsi</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>E come ci inginocchiamo, al tuo servizio</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>la sua polvere ci donerà ali per divenire uomini».</em></p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da  <a title="Luca Lionello Rimbotti" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/luca-leonello-rimbotti/">L. L. Rimbotti</a> in <a href="http://www.uomo-libero.com/articolo.php?id=348">http://www.uomo-libero.com/articolo.php?id=348</a></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Secondo <a title="Marino Freschi" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/marino-freschi/">Marino Freschi</a> in <em>La letteratura nel Terzo Reich</em> (Editori Riuniti), Josef Weinheber è: “il più autentico poeta di lingua tedesca che aderisce al nazismo”.</p>
<p style="text-align: justify;">Weinheber nasce a Vienna nel 1892 nel quartiere di Ottakring e perde nel 1904 i genitori e la sorella minore per la tubercolosi. Nel 1910 muore della stessa malattia anche la sorella più vecchia. Trascorre sei lunghi anni in un orfanatrofio in condizioni economiche precarie e nel degrado sociale prima che la madre di un compagno di scuola lo prenda a vivere con se.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo il liceo serale, nel 1911, riesce a farsi assumere in un ufficio postale e trascorre molti anni in questo impiego, dedicandosi ad uno studio durissimo da autodidatta. Per leggere i classici impara il greco ed il latino e si dedica alla poesia di Hölderlin. Inizia un attività poetica priva di riconoscimenti malgrado la sua indiscussa maestria nello scrivere versi. Nel 1919 Weinheber sposa una giovane ebrea, Emma Fröhlich, che lo incoraggia al lavoro artistico della poesia e della pittura. Il matrimonio finisce in meno di un anno per il rifiuto dell’artista a formare una famiglia, compito a cui non si sentiva pronto.</p>
<p style="text-align: justify;">Dal 1919 collabora con il periodico satirico viennese “Die Muskete” e viene influenzato delle opere di A. Wilgans, R. M. Rilke e K. Kraus. Del 1920 è la prima raccolta<em> Der einsame Mensch</em> (L&#8217;uomo solitario).  Nel 1923 esce il suo primo libro, <em>Von beiden Ufern</em> (Da entrambe le sponde), e nel 1924 l’autobiografia <em>Das Weisenhaus</em> (L’orfanatrofio) che viene pubblicata dal giornale socialista Arbeiterzeitung e nel 1926 <em>Boot in der Bucht</em> (La nave nella baia).</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1927 si converte al protestantesimo e si sposa per la seconda volta con Hedwig Krebs, una collega di ufficio. Entra nel partito nazionalsocialista nel 1931 fino alla sua messa fuorilegge in Austria nel 1933. Frequenta gli amici M. Jelusich e R. Hohlbaum. Fino al 1932, anno di pubblicazione di <em>Adel und Untergang </em>(Nobiltà e tramonto),  ampliato nel 1934, non ottiene nessun tipo di riconoscimento da parte della critica letteraria, che non apprezza il suo rigoroso formalismo classico, il riferimento all’eroismo ed al richiamo del sangue. Queste tematiche, tipiche del movimento <em>völkisch</em>, e l’idea che il poeta incarni l’essenza del popolo piuttosto che la sua individualità, lo avvicineranno al movimento nazionalsocialista.</p>
<p style="text-align: justify;">“Weinheber si batte contro l’irresponsabilità dell’industria culturale, rivendicando la dignità immacolata della lingua tedesca, evocata dal poeta in ascetica solitudine, lontano dalla trivialità della società e dalla commercializzazione praticata dalla cultura moderna. Lo scrittore resta incurante del disprezzo sociale e superiore al successo e al consenso. Così vorrebbe restare, ma in realtà è tutt’altro che distaccato. Nel 1934 in <em>Sprache zur Abwehr</em> (Motto di difesa) esprime questo suo straziante complesso psicologico e poetico di risentimento e insieme di intenso visionarismo, che si eleva ad una conciliazione tra individualità e comunità popolare. “<em>Mich vollendend, diene ich dem Volke</em>” (compiendo me stesso servo il popolo). Si chiarisce il collegamento tra il titanismo eroico del singolo, dell’artista e la comunità attraverso quel servizio alla lingua identificato con la parola d’ordine nazionalsocialista di servire il popolo”.  (M. Freschi, op. cit. pag. 188).</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1936 gli viene attribuito del Wolfgang Amadeus Mozart-Preis, un premio istituito dal cittadino americano Ernst Toepfer e dal fratello Alfred industriale di Amburgo per riparare i torti subiti dal popolo tedesco dall’iniquo trattato di Versailles. Con il denaro del premio acquista una casa a  Kirchstetten, la “Aigenhof”, dove vivrà con la moglie fino al 1945: molte delle sue poesie nasceranno in questa casa. Nel 1937 esce <em>O Mensch, gib acht (O uomo, fai attenzione)</em> schizzi e canzoni in forma popolare. Nel 1938<em> Zwischen Götter und Dämonen</em> (Tra dei e demoni) quattro odi sulla visione della realtà in cui raggiunge la perfezione formale del classico ispirandosi ancora ad Orazio e a F. Hölderlin.  Il meglio della sua poesia è tuttavia contenuto in <em>Kammermusik</em> (1939; Musica da camera). È anche autore della raccolta di strofe popolari, in parte in dialetto viennese, <em>Wienwörtlich</em> (1935; Vienna alla lettera). Nel 1941 ottiene il premio letterario Grillparzer-Preis insieme a Mirko Jelusich. Nel 1944 esce la raccolta di liriche <em>Dokumente des Herzens</em> (Documenti del cuore).</p>
<p style="text-align: justify;">L’8 aprile 1945 Josef Weinheber sceglieva il suicido o meglio la libera morte, in tedesco &#8220;Freitod&#8221;, per non cadere nelle mani dei russi. Secondo Ida Magli (in <a href="http://leguerrecivili.splinder.com/archive/2004-06">http://leguerrecivili.splinder.com/archive/2004-06</a> ) “si spegneva così una delle ultime voci di consapevolezza tedesca”.</p>
<p style="text-align: justify;">Con i sovietici già dentro Vienna il poeta, pochi giorni prima del suicidio, scrive questa nota:<strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;">“E’ necessario rappresentare ancora una volta la sostanza di tutta la poesia occidentale prima che essa  venga travolta nel generale naufragio dello spirito”.</p>
<p style="text-align: justify;">Poi, prima della sua tragica scelta:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8220;Una povera esistenza si salva sempre</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>nella venale eredità di un giorno venale</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>grande è soltanto il nostro sacrificio.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Anche la terra si disperde e gli dei muoiono</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>eppure, anche la morte continua.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Permane l&#8217;inutilità e dura anche la notte che ci avvolge.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>A noi non si addice domandare.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>A noi si addice cadere, ciascuno sul proprio scudo&#8221;.</em></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Nel 1947 viene pubblicato postumo <em>Hier das Wort (</em>Qui è la parola<em>)</em>. Per diverso tempo i libri del poeta furono proscritti dal governo austriaco, ma la raccolta completa del suo lavoro apparve tra il 1953 ed il 1956 in cinque volumi. Nella stessa cittadina di Kirchstetten nel 1958 acquisterà una casa il poeta inglese Wystan Hugh Auden 1907-1973 che è sepolto nel cimitero della chiesa cattolica. La sua abitazione (Hinterholz 6 oggi museo) distava pochi metri da quella di Weinheber. Auden  dedicherà una poesia al poeta austriaco che, malgrado si fosse riavvicinato al cattolicesimo, non poté essere sepolto nel cimitero della chiesa. Auden scrisse nella raccolta Cinque poesie d’occasione “Joseph Weinheber” inserita nella raccolta <em>City Without Walls and Other Poems </em>del 1965 (traduzione italiana <em>Città senza mura</em>, 1981, Mondadori, pagina 50):</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><em>“Reaching my gate, a narrow<br />
lane from the village<br />
passes on into a wood:<br />
when I walk that way<br />
it seems befitting to stop<br />
and look through the fence<br />
of your garden where (under<br />
the circs they had to)<br />
they buried you like a loved<br />
old family dog”.</em></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">“Giunge al mio cancello, uno stretto sentiero dal villaggio e s’inoltra in un bosco: quando vado in quel senso sembra giusto fermarmi e guardare dal recinto del giardino nel quale (lo dovevano in quelle circostanze) ti seppellirono come un vecchio amato cane di famiglia.”</p>
<p style="text-align: justify;">Nella poesia Auden ricorda con tristezza la parabola artistica ed esistenziale di Weinheber che immagina “irretito” da “uomini astute e pericolosi” che lo hanno tenuto all’oscuro dei loro crimini per avere il suo appoggio. La pietà affiora alla conclusione della poesia: “…Guardando in fondo alla nostra valle… rispetterei anche te, mio Vicino e Collega.”</p>
<p style="text-align: justify;">Nel novembre del 1995 la collezione Weinheber è diventata ufficialmente il Museo Josef Weinheber in cui si trovano gli scritti, le fotografie e gli oggetti appartenuti al poeta. Nel giardino della casa museo diretta dal figlio Christian Weinheber-Janota c’è la tomba del poeta (Museo Josef Weinheber- Josef Weinheber-Straße 36, 3062 Kirchstetten &#8211; Austria; Tel. (0043) (0)2743 89 89; <a href="http://www.kirchstetten.at/">http://www.kirchstetten.at/</a> -<a href="mailto:information@weinheber.at"> http://www.weinheber.at/</a>)</p>
<p><strong>1932</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>QUID PRO QUO</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Ich sehe mich ganz</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8220;überliefert&#8221; schon</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>reden Juden von unserer</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8220;Tradition&#8221;.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Mi vedo già</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;consegnato&#8221;</p>
<p style="text-align: justify;">parlano gli ebrei della nostra</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;tradizione&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;-</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>1933</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>DIE NICHTEXISTENTEN</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Das Wort Jude ist tabu.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Gibt es welche? Gibt es keine?</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>was verbirgt es, das Getu?</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Ach wir kämen nie ins reine,</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>bliebe da der Grund getrübt,</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>nicht die Wirkung starr bestehen:</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Daß es Antisemiten gibt,</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>wird wohl kaum zu leugnen gehen.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>GLI INESISTENTI</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La parola Giudeo è tabù.</p>
<p style="text-align: justify;">Ce ne sono? Non ce ne sono?</p>
<p style="text-align: justify;">cosa nasconde il Getu?</p>
<p style="text-align: justify;">Ahimé, non ci metteremo mai d&#8217;accordo</p>
<p style="text-align: justify;">se il motivo resta torbido,</p>
<p style="text-align: justify;">non considerare l&#8217;azione severamente</p>
<p style="text-align: justify;">che ci siano antisemiti,</p>
<p style="text-align: justify;">non si può certo negare.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;-</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>DEUTSCHER FRÜHLING 1933</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Die Dichtkunst schloß sich freudig an.</p>
<p style="text-align: justify;">Es riecht nach Konjunktur.</p>
<p style="text-align: justify;">Herr Spunda trägt ein Hakenkreuz</p>
<p style="text-align: justify;">so groß wie seine Uhr.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>PRIMAVERA TEDESCA 1933</strong></p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;arte della poesia si chiuse allegramente</p>
<p style="text-align: justify;">Puzza di congiuntura.</p>
<p style="text-align: justify;">Il signor Spunda porta una croce uncinata</p>
<p style="text-align: justify;">grande quanto il suo orologio.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8211;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>1934</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>DER FÜHRER DOLLFUSS</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Ein Kurpfuscher in Rotweißrot</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>verordnet unseren Nöten Not.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Ein Frömmling, keiner Fliege gram,</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>raubt, foltert, mordet ohne Scham.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Ein blutbefleckter Ministrant</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>zu Grabe läutet Volk  und Land.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Ein grausiger Analphabet</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>den Sinn des Seins nach hinten dreht.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Ein Nichts, das überall zur Stell,</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>aufstört das Weltall mit Gebell,</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>ein Waisenknabenangesicht</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>verdeckt die Sonn: Der Führer spricht.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Der &#8220;Führer&#8221; spricht.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>IL </strong><strong>FÜHRER </strong><strong>DOLLFUSS</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Un ciaraltano in rossobiancorosso</p>
<p style="text-align: justify;">decide i nostri bisogni.</p>
<p style="text-align: justify;">Un bigotto, indegno di una mosca,</p>
<p style="text-align: justify;">ruba, tortura, uccide senza vergogna.</p>
<p style="text-align: justify;">Un chierico sporco di sangue</p>
<p style="text-align: justify;">Suona a morto per il popolo e la terra.</p>
<p style="text-align: justify;">Un terribile analfabeta</p>
<p style="text-align: justify;">ruota al contrario il senso dell&#8217;essere.</p>
<p style="text-align: justify;">Un nulla, che trovi ovunque,</p>
<p style="text-align: justify;">disturba l&#8217;universo con latrati,</p>
<p style="text-align: justify;">un volto da orfano</p>
<p style="text-align: justify;">copre il sole: il Fuehrer parla.</p>
<p style="text-align: justify;">Parla &#8220;la guida&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;-</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Aforismi</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Gegen nichts sollte man mehr Mißtrauen hegen als gegen die Vielseitigen.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8220;Er kann alles&#8221;:</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Das bezeichnet in 999 von tausend Fällen nicht einen</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Renaissance-Menschen, sondern &#8211; den jüdischen Reporter.</em></p>
<p style="text-align: justify;">La diffidenza non andrebbe nutrita verso nulla se non il molteplice.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Egli può tutto&#8221;:</p>
<p style="text-align: justify;">Ciò identifica in 999 casi su 1000 non un uomo rinascimentale,</p>
<p style="text-align: justify;">bensì un reporter ebreo.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Die Polizei ist das schlechte Gewissen des Staates.</em></p>
<p style="text-align: justify;">La polizia è la cattiva coscienza dello stato.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;-</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Kein Tier hat Religion, weil es den Tod nicht fürchtet!</em></p>
<p style="text-align: justify;">Nessun animale ha religione, poiché essi non temono la morte!</p>
<p style="text-align: justify;">&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;-</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Deutschland: Das Sklavenvolk mit der Herrengeste.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Germania: il popolo di schiavi con movenze da Signori.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;-</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Staatsmänner werden gestürzt oder gehen.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Sie sind nichts Dauerndes.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Gli uomini di governo vengono rovesciati o se ne vanno.</p>
<p style="text-align: justify;">Non rappresentano nulla di eterno.</p>
<p style="text-align: justify;">______________________________________________</p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il video celebra il canto del poeta austriaco <em>Künstler und Volk</em>:</p>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="425" height="344" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/DcH4s56cj08&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;rel=0" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="425" height="344" src="http://www.youtube.com/v/DcH4s56cj08&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;rel=0" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
<p>Molte delle opere del filmato si trovano in <a href="http://www.galleria.thule-italia.com/">http://www.galleria.thule-italia.com/</a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Künstler und Volk </strong>testo di Josef Weinheber <a href="http://ingeb.org/Lieder/lebteinl.html">http://ingeb.org/Lieder/lebteinl.html</a></p>
<p><em>Lebt ein Leib ohne Herz?<br />
Und du Volk, lebst ferne der Kunst?<br />
Adelst die Hände nicht, die den Traum deiner Stirn,<br />
getreu, binden an das Gesetz? Siehe die bildenden!<br />
Wie? Du leidest, und Leid beraubt<br />
dich, zu horchen hinab, wo das Geheimnis ruht?<br />
Wann denn hätte nicht jeglich Leid<br />
Ehr gezollt dem Gefäß, Ehrfurcht des Leidens Maß,<br />
Ruhm dem Herzen? Du duldest, Volk:<br />
Aber, bittrer allein, duldet dein Genius.<br />
Not des Leibs, sie vergeht im Leib,<br />
doch das Opfer der Kunst, da es vergeblich war,<br />
kann nicht hingehn. Es zeugt, es weist<br />
allem spätern Geschlecht stumm die Entartung vor.<br />
Denn so leidet kein Hungernder;<br />
und der Sterbende wird besser, fürwahr, erlöst.<br />
Ach, ein Volk, das nicht hört, sein Herz<br />
nicht mehr hört, ist vorbei. Jeder Altar versöhnt<br />
den ihm eigenen Gott. Ein Rauch-<br />
werk ins Leere ist Hohn, frevelnder. Denk es, Volk!</em></p>
<p><strong>Artista e popolo</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Vive un corpo senza il cuore?<br />
E tu, popolo, vivi lontano dall’arte?<br />
Non nobiliti le mani che, fedeli vincolano alla legge<br />
il sogno della tua fronte? Guarda i creatori di forme!<br />
Come? Tu soffri e la pena ti impoverisce<br />
fin giù dove riposa il segreto?<br />
Quando non avrebbe ogni pena tributato<br />
onore al contenitore, rispetto alla grandezza della sofferenza,<br />
gloria al cuore? Tu soffri popolo:<br />
ma, più amaramente da solo, soffre il tuo genio.<br />
La miseria del corpo svanisce nel corpo<br />
ma il sacrificio dell’arte, poiché era invano,<br />
non può svanire. Mostra e testimonia<br />
alle mute stirpi future la degenerazione.<br />
Poiché così nessuno ne soffre;<br />
e il moribondo viene confortato davvero meglio.<br />
Ahimé, un popolo che non ascolta<br />
più il suo cuore è finito. Ogni altare riconcilia<br />
il suo proprio Dio. Scherno è una boccata di fumo nel vuoto,<br />
un sacrilegio. Pensa a ciò popolo!</p>
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		<title>Il magico mistero del nazismo</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Feb 2010 15:56:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Leonello Rimbotti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La svastica e le streghe di Giorgio Galli ripropone il rimasticamento di considerazioni già esposte più volte da altri circa il fenomeno esoterico all’interno del Nazionalsocialismo, col metodo non esattamente scientifico della “citazione dalla citazione”]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/il-magico-mistero-del-nazismo.html' addthis:title='Il magico mistero del nazismo '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storiacontemporanea48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Storia contemporanea" /><br/><p style="text-align: justify;"><a title="Giorgio Galli" href="http://www.libriefilm.com/category/autori/giorgio-galli"></a><a href="http://www.libriefilm.com/la-svastica-e-le-streghe/6876" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-3956" style="margin: 10px;" title="svastica-streghe" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/svastica-streghe.jpg" alt="" width="200" height="290" /></a>Giorgio Galli, il politologo conosciuto soprattutto per il suo libro <a title="Hitler e il nazismo magico" href="http://www.libriefilm.com/hitler-e-il-nazismo-magico/6889"><em>Hitler e il nazismo magico</em></a> (Rizzoli), uscito in prima edizione nel  1989, che è stato uno dei maggiori successi editoriali di saggistica  degli ultimi vent’anni, si confronta di nuovo con l’argomento in gran  voga: i rapporti tra Nazionalsocialismo ed esoterismo. E oggi pubblica  per Hobby&amp;Work un libro-intervista, curato da Luigi Sanvito, che si  intitola <a title="La svastica e le streghe" href="http://www.libriefilm.com/la-svastica-e-le-streghe/6876"><em>La svastica e le streghe. Intervista sul Terzo Reich, la magia  e le culture rimosse dell’Occidente</em></a>. Il titolo, in linea con il  sensazionalismo da rotocalco tipico del <em>bric-a-brac </em>che da anni esce a  getto continuo in materia, non rende giustizia a questa operazione  editoriale. La quale, se non attinge a memorabili vette storiografiche,  per lo meno evita di cadere nell’invenzione oppure nell’occultismo di  maniera.</p>
<p style="text-align: justify;">Tuttavia, si continua a volare abbastanza basso. Lo stesso <a title="Hitler e il nazismo magico" href="http://www.libriefilm.com/hitler-e-il-nazismo-magico/6889"><em>Hitler e il  nazismo magico</em></a>, lo confessiamo, non ci entusiasmò per profondità di  indagine, legandosi a un’attrezzatura scientifica labile e collocandosi  molte lunghezze indietro rispetto, ad esempio, al lavoro scritto nel  1985 da Nicholas Goodrick-Clarke <a title="Le radici occulte del nazismo" href="http://www.libriefilm.com/le-radici-occulte-del-nazismo/6891"><em>Le radici occulte del nazismo</em></a> (tradotto in Italia da Sugarco nel 1993), ben altrimenti documentato.  Vogliamo essere sinceri: questo <a title="La svastica e le streghe" href="http://www.libriefilm.com/la-svastica-e-le-streghe/6876"><em>La svastica e le streghe</em></a> ripropone il  rimasticamento di considerazioni già esposte più volte da altri, ben  prima che Galli iniziasse a interessarsi di questo argomento. Come del  resto nella sua fatica precedente, oggi Galli non propone una sua  compiuta e motivata interpretazione circa il fenomeno esoterico  all’interno del Nazionalsocialismo, limitandosi &#8211; come fece allora &#8211; a  riprendere una serie di spunti da libri precedenti, da decenni noti agli  specialisti e anche ai normali lettori. E procedendo, per di più, col  metodo non esattamente scientifico della “citazione dalla citazione”.  Per esempio, le citazioni di seconda mano da Mosse (che attingeva dai  vari Chamberlain o List o Gobineau), sono ancora presenti imperterrite,  certo utili a soddisfare un’occasionale curiosità del pubblico “grosso”,  ma del tutto inutili all’approfondimento di un tema che, senza nuove  acquisizioni oppure senza nuove interpretazioni, rimane nella condizione  di un decrepito “già detto”.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/hitler-e-il-nazismo-magico/6889" target="_blank"><img class="alignleft size-medium wp-image-3957" style="margin: 10px;" title="hitler-e-il-nazismo-magico" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/hitler-e-il-nazismo-magico-190x300.jpg" alt="" width="190" height="300" /></a> Come oltre vent’anni fa, Galli ripete, ad esempio, che secondo lui il  momento in cui la vena esoterica nazionalsocialista sarebbe venuta allo  scoperto in vicende di portata storica sarebbe stato il volo di Hess in  Scozia nel 1941. L’abbiamo capito. Ma non abbiamo capito perchè dovrebbe  bastare il fatto che Hess fu affiliato in gioventù alla  Thulegesellschaft e che avesse amici britannici con qualche interesse  esoterico, per concluderne con Galli &#8211; senza portare l’ombra di una  prova &#8211; che si tratterebbe di un avvenimento influenzato  dall’occultismo. Non può bastare.</p>
<p style="text-align: justify;">Vi fu senza dubbio, nell’ideologia e nella ritualistica  nazionalsocialista (ma non nel campo del decisionismo politico) una  corposa sfera esoterica. Basta dare uno sguardo a quanto scrissero  Rosenberg o Wirth o <a title="Guenther" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/hans-f.-k.-guenther/">Günther</a>, oppure fare un salto a Wewelsburg o alle  Extersteine. I teorici del mito del sangue che furono attivi durante il  Terzo Reich ebbero alle spalle una lunga e articolata tradizione <em> völkisch</em>, tutta innestata sulla cultura misterica. A titolo di esempio,  ci permettiamo di suggerire a Galli di sfogliare la prima traduzione  italiana della <em>Teozoologia</em> di Jörg Lanz von Liebenfels &#8211; che  certamente già conoscerà nell’edizione originale &#8211; risalente in prima  edizione tedesca al 1905, e recentemente pubblicata dall’Editrice Thule  Italia. Un libro di ariosofia, tipico esempio di quell’occultismo  pre-nazionalsocialista su base razzialista cui lui attribuisce  indimostrabili influenze politiche sul Terzo Reich.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel Nazionalsocialismo non vi fu una sfera esoterica che abbia avuto un  qualche ruolo su decisioni di portata politica. Almeno, stando ai  documenti in nostro possesso. E si sa, la storiografia si basa sui  documenti, tutto il resto appartenendo al vasto mondo dell’illazione.  Hitler, come è a ognuno noto, non appena pervenuto al potere, si premurò  di far chiudere all’istante tutti i sodalizi esoterici attivi in  Germania, relegando le speculazioni misteriche, ricorrenti nell’ambiente  vicino a Himmler, nell’ambito delle stravaganze impolitiche, da lui  tollerate solo per personale amicizia verso il capo delle SS. Il Führer,  che in gioventù ebbe documentati contatti con i circoli del  pangermanesimo esoterico, e che incarnava egli stesso aspetti di magismo  “sacerdotale”, già nel <em><span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libreriauniversitaria.it/mein-kampf-hitler-adolf-edizioni/libro/9788889515358?a=395521" rel="nofollow" target="_blank">Mein Kampf</a></span></em> condannò come sterili tali cerchie.  Il suo terreno era quello politico, e qui ragionava freddamente,  presentandosi come capo di un moderno partito di massa.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma neppure riguardo alle streghe &#8211; l’altro argomento affrontato dal  libro di Galli &#8211; ci pare che si sia colpito nel segno. Galli afferma  che, a suo parere, la secolare persecuzione delle streghe sarebbe stata  una lotta degli uomini, padroni del potere, contro il sesso femminile,  al fine di annientarne la libertà in almeno tre ambiti: «La gestione  femminile del parto, l’uso terapeutico delle erbe, la rivendicazione  esplicita della propria libertà sessuale». Le cose non andarono così. A  dar retta ai maggiori storici mondiali del fenomeno stregonico, la  maggioranza degli individui accusati di stregoneria nel corso di  svariati secoli furono infatti di sesso maschile. Gli “stregoni”, più  ancora delle streghe, furono le vittime di quella lotta ai relitti del  paganesimo pre-cristiano. Nella cultura tradizionalista del mondo  contadino gli oscurantisti cristiani e i primi teorici del pensiero  scientista &#8211; per l’occasione alleati &#8211; videro un tenace nemico pagano da  estirpare, uomo o donna che fosse.</p>
<p style="text-align: justify;">Qualche anno fa, un noto libro di  Luciano Parinetto (<em>Solilunio. Erano donne le streghe?</em>, Pellicani  Editore) si occupò del tema proprio in questo senso, portando cifre e  documenti sostenuti da una ricca mole bibliografica. Eminenti studiosi  come Ginzburg e Monter da gran tempo hanno dimostrato questo dato con  studi scientifici di vasta notorietà: le “streghe” erano donne e uomini,  ma più spesso i secondi delle prime. Eliminare la stregoneria &#8211; con le  sue pagane culture antagoniste: medicina tradizionale, naturalismo  panteista, accesso alla sfera della <em>trance</em>, di antica ascendenza  dionisiaca &#8211; significava per la Chiesa e i suoi alleati sradicare le  ultime tracce di un sapere ostinatamente anti-moderno. E alleato della  Chiesa, in quei secoli, fu per l’appunto il pensiero razionalista,  economicista, infine liberale e progressista, oggi egemone più ancora di  allora. Tutti sanno che Francis Bacon, il padre scientista del moderno  progressismo, era un fanatico nemico della stregoneria e un fautore  della sua repressione. Nessuna fantastica guerra tra i sessi, dunque. Ma  una guerra di sterminio delle ultime resistenze della paganità  tradizionale da parte della Chiesa e degli alfieri della cultura  razionalista e illuminista. Che è poi la medesima cui appartiene Galli,  come apertamente attesta egli stesso nel libro segnalato.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>* * *</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>Linea </em>del 7 febbraio 2010.</p>
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		<title>Patriota o traditore? Il processo a Knut Hamsun</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Apr 2009 15:55:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Lamendola</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La svolta decisiva nella vita dello scrittore norvegese: l'appoggio al regime nazionalsocialista di Vidkun Quisling]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/patriota-o-traditore-il-processo-a-knut-hamsun.html' addthis:title='Patriota o traditore? Il processo a Knut Hamsun '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/hamsun48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Knut Hamsun" /><br/><p><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun"><img class="size-medium wp-image-1993 alignleft" style="margin: 10px;" title="hamsun" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/hamsun-238x300.jpg" alt="Knut Hamsun" width="238" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: justify;"><span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Knut Hamsun</a></span> era, nel 1940, una specie di monumento nazionale della sua patria, la Norvegia. Era il suo scrittore vivente più illustre, conosciuto in tutto il mondo; dopo il drammaturgo Ibsen e dopo il pittore Munch, nessun altro artista norvegese aveva raggiunto la sua fama, la sua popolarità. Per di più era &#8211; o passava per essere &#8211; un ardente nazionalista; di conseguenza si era compiaciuto di posare a poeta-vate, ad araldo dei valori patriottici: un po&#8217; come <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/gabriele-dannunzio" target="_blank">d&#8217;Annunzio</a></span> in Italia, al quale lo lega la comune appartenenza al clima letterario del Decadentismo.</p>
<p style="text-align: justify;"><span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a></span> (il cui vero nome era Knud Pedersen) era nato a Lom, presso  Gudbransdal, il 4 agosto del 1859; all&#8217;inizio della seconda guerra mondiale aveva, quindi, la bella età di ottant&#8217;anni compiuti. Era diventato quasi sordo e con la moglie Marie Andersen, una ex attrice che per lui aveva detto addio alla carriera, e che gli aveva dato tre figli, esisteva un clima da “danza macabra”, un po’ come in <em>Scene da un matrimonio</em> di Bergman: odio-amore, ma più odio che amore. Semplicemente, erano troppo vecchi per pensare a dividersi (anche se lei era assai più giovane di lui) e, ormai, la frustrazione e il rancore repressi li tenevano insieme al posto dell&#8217;amore, che se n&#8217;era quasi tutto andato fin dai primi anni di vita in comune. Marie, inoltre, era una simpatizzante nazista sfegatata: nel loro paese era stata l&#8217;unica elettrice (in Norvegia esisteva già il suffragio universale, maschile e femminile) a votare per il <em>Nasjonal Samling</em>, il partito filo-nazista di Vidkun Quisling, che vedeva in Hitler una sorta di Wotan della riscossa germanica.</p>
<p style="text-align: justify;">Figlio di contadini (dai quali ereditò un profondo, viscerale amore per la terra), <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a></span> aveva esercitato i mestieri più disparati ed era emigrato per due volte negli Stati Uniti d&#8217;America  &#8211; nel 1882-84 e nel 1886-88 -, come tanti europei alla fine dell&#8217;Ottocento: in cerca, se non di fortuna, almeno di pane. Ma entrambe le volte, dopo averli girati in lungo e in largo, ne era rimasto totalmente deluso: la società americana gli era sembrata la negazione di tutto ciò in cui credeva, la negazione di ogni valore spirituale, il trionfo delle due cose peggiori che &#8211; secondo lui &#8211; avesse prodotto la modernità: l&#8217;urbanesimo selvaggio e la democrazia come paravento della plutocrazia capitalista. C&#8217;era un solo paese al mondo che <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a></span> detestasse più ancora degli Stati Uniti, ed era l&#8217;Inghilterra: quest&#8217;isola di scaltri mercanti e di finanzieri senza scrupoli che avevano mobilitato mezzo mondo contro la Germania per spezzarne la rapida ascesa economica e politica, per tenere l&#8217;Europa debole e prona all&#8217;invadenza della sterlina. Allo scoppio della prima guerra mondiale, infatti, <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a></span> non fece alcun mistero della sua aperta simpatia per la causa della Germania.</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=8845916987" target="_blank"><img class="alignright" style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="../immagini/knuthamsunfame.bmp" border="0" alt="Knut Hamsun, Fame" width="95" height="146" /></a>Dopo vari tentativi infruttuosi di farsi strada nel mondo delle lettere, <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a></span> aveva raggiunto  prepotentemente il successo con il romanzo autobiografico <a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=8845916987" target="_blank"><em>Fame</em></a>, nel 1890, in cui &#8211; contro l&#8217;ottimismo positivista e il realismo naturalista &#8211; aveva rivelato la sua vena decadentistica di scrittore attratto dalla vita dell&#8217;inconscio, dal sogno, dal mistero. Nel 1895 aveva consolidato il successo con quello che da molti è considerato il suo romanzo migliore, certo uno dei più suggestivi e poetici: <a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=8845916367" target="_blank"><em>Pan</em></a>, in cui esalta la mistica unione dell&#8217;uomo con la natura e l&#8217;incanto quasi paganeggiante di un ritorno alla vita dei boschi, dei monti, del mare, del libero cielo: un po&#8217; il corrispettivo nordico (continuando il paragone con <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/gabriele-dannunzio" target="_blank">d&#8217;Annunzio</a></span>) de <em>La pioggia nel pineto</em> e, in genere, del fresco e primigenio panismo di <em>Alcyone</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Altri libri avevano ulteriormente diffuso il suo nome, in patria e fuori: il romanzo <em>Misteri</em>, del 1892, in cui si adombra il super-uomo nietzschiano; la raccolta di poesie <em>Il coro selvaggio</em>, del 1904, i cui temi dominanti sono la natura e l&#8217;eros; e soprattutto il romanzo <em>Il risveglio della terra</em>, elegia al mondo contadino che va scomparendo, del 1917. Con quest’opera, <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a></span> supera la fase del ribellismo anarchico, dell’esaltazione dell’eroe vagabondo e sembra trovare un punto di equilibrio nell’epos del contadino colonizzatore, legato alla terra da un rapporto di amore viscerale in cui – con il senno di poi &#8211; alcuni critici hanno voluto vedere le premesse ideologiche di quella mitologia <em>völkisch </em>del “sangue e della terra” che ha costituito una delle componenti dell’utopia regressiva del nazionalsocialismo. Ma la realtà è che nel “panismo” di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a></span> si esalta bensì la terra, ma non la nazione e tanto meno il sangue; dunque, tutta la sua fama di “scrittore nazionalista” è in gran parte frutto di un equivoco. Troppo forte restava in lui la componente anarcoide e antiborghese, perché lo si possa classificare puramente e semplicemente come uno scrittore reazionario; e, se è vero che altri intellettuale di matrice anarchica hanno del pari aderito al fascismo – pensiamo, nel caso dell’Italia, a figure come Lorenzo Viani e Berto Ricci -, è altrettanto vero che ogni caso andrebbe valutato a sé, e il caso di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a></span> è paradigmatico quanto al contesto culturale nel senso più ampio, ma va anche considerato nella sua specifica particolarità.</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=8845916367" target="_blank"><img class="alignleft" style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="../immagini/knuthamsunpan.bmp" border="0" alt="Knut Hamsun, Pan" width="95" height="150" /></a>Ad ogni modo, quando egli pubblica <em>Il risveglio della terra</em> siamo ancora in piena prima guerra mondiale; e la giuria che deve assegnare il Premio Nobel, imbarazzata dalla divisione dell&#8217;Europa e del mondo in due blocchi contrapposti in una lotta all&#8217;ultimo sangue, anche di tipo ideologico, cerca i suoi candidati soprattutto fra i letterati scandinavi, per non compromettersi con nessuno dei due blocchi belligeranti (sia la Danimarca che la Norvegia e la Svezia rimangono neutrali per tutta la durata del conflitto). Così, nel 1920, la scelta cade proprio su <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Knut Hamsun</a></span>, che viene investito dell&#8217;altissima onorificenza. Ha ormai più di sessant’anni e quindi, anche per lui, vale la regola secondo la quale il Nobel, in teoria destinato a incoraggiare, anche finanziariamente, dei giovani autori non ancora del tutto affermati, è divenuto in realtà fin dall’inizio una sorta di riconoscimento tardivo agli scrittori ormai molto avanti nella loro carriera letteraria, se non addirittura avviati sul viale del tramonto.</p>
<p style="text-align: justify;">Negli anni fra le due guerre egli scrive ancora, ma sempre di meno. L&#8217;ultima opera significativa è la trilogia formata dai romanzi <em>Vagabondi</em> del 1927, <em>Augusto</em> del 1930 e <em>Ma la vita continua</em> del 1933. Divenuto una sorta di monumento vivente, l&#8217;anziano scrittore è ormai la controfigura di se stesso: impersona la gloria letteraria della sua giovane patria e si gode l&#8217;ammirazione e il rispetto dei suoi concittadini, dei quali si considera un po&#8217; la guida spirituale.</p>
<p style="text-align: justify;">Ed ecco che scoppia la seconda guerra mondiale e, nell&#8217;aprile del 1940, l&#8217;esercito e la marina germanici invadono la Norvegia neutrale (insieme alla Danimarca), sia per assicurarsi delle basi navali che le permettano di contrastare l&#8217;inevitabile blocco marittimo inglese, sia per garantirsi i rifornimenti di minerali ferrosi che affluiscono, per ferrovia, dalla vicina Svezia, e dei quali l&#8217;industria tedesca ha un disperato bisogno per cercar di vincere la guerra. L&#8217;esercito norvegese, supportato da un effimero sbarco di truppe anglo-francesi, tenta di resistere; battuto, deve deporre le armi, mentre il sovrano e il governo riparano a Londra. La maggioranza del popolo norvegese subisce l&#8217;occupazione come un dramma nazionale e molti giovani fanno la scelta di passare alla lotta di resistenza. Quisling, invece, costituisce un governo collaborazionista che fornisce ogni aiuto possibile ai Tedeschi, come e più di quello di Pétain nella Francia di Vichy.</p>
<p style="text-align: justify;">È allora che <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Knut Hamsun</a></span> fa la scelta più grave della sua vita: quella di affiancare il governo di Quisling e, quindi, anche gli occupanti tedeschi. Una scelta drammatica, cui lo spingono sia il suo viscerale odio anti-inglese, sia la sua entusiastica ammirazione per la Germania, dalla quale spera che il suo Paese riceva, a guerra finita, un posto d&#8217;onore fra le nazioni &#8220;teutoniche&#8221;. Ha perfino un colloquio privato con Hitler di più di un&#8217;ora, cosa che lo compromette definitivamente agli occhi dei suoi compatrioti. Dei suoi figli, il più grande compie una scelta ancor più radicale e si arruola nelle SS tedesche. Eppure, per tutta la durata della guerra, le famiglie dei giovani partigiani catturati dai nazisti verranno a bussare alla sua porta, per chiedere il suo intervento affinché i loro cari vengano liberati o, almeno, perché sia loro risparmiata la temutissima deportazione in Germania. E lui, vecchio e sordo, già investito da una marea di accuse scandalizzate, d&#8217;insulti e maledizioni, fa quello che può, si adopera meglio che gli riesce per quei disgraziati.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;occupazione tedesca della Norvegia è lunghissima (ne ha dato una versione, a suo modo, lo scrittore americano John Steinbeck nel romanzo <em>La luna è tramontata</em>: non una delle sue cose migliori) e si conclude solo al termine del conflitto, nel maggio del 1945: è l&#8217;ultimo angolo d&#8217;Europa che vede ammainare la svastica, dopo ben cinque anni dal primo sbarco ad Oslo e nei fiordi di Trondheim e Narvik.</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=9788881120079" target="_blank"><img class="alignleft size-medium wp-image-2037" style="margin: 10px;" title="per-i-sentieri-dove-cresce-lerba" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/per-i-sentieri-dove-cresce-lerba.jpg" alt="" width="95" height="160" /></a>E arriva, puntuale, inevitabile, il momento della resa dei conti. Quisling è processato e fucilato per alto tradimento, e anche <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a></span> viene arrestato e processato. Vecchio di ottantasei anni, quasi completamente sordo (e il suo orecchio aperto sul mondo è proprio quello della moglie Marie, la fervida nazista), egli deve rispondere, alla sbarra, dell&#8217;imputazione più grave per un cittadino-patriota: collaborazione col nemico invasore. L&#8217;ammirazione dei suoi connazionali è svanita, al suo posto è subentrato un disprezzo implacabile, un ostracismo totale: moralmente, egli è già stato condannato ancor prima che gli avvocati, della difesa e dell&#8217;accusa, aprano bocca. Il pubblico ministero gli fa capire chiaramente che egli potrà ridurre i danni al minimo se accetterà, dopo una perizia psichiatrica, la formula dell&#8217;incapacità di intendere e di volere: una soluzione &#8220;pulita&#8221; e abbastanza elegante, anche se terribilmente ipocrita; quella, per intenderci, che viene collaudato con l&#8217;altro insigne poeta compromesso col fascismo, l&#8217;americano Ezra Pound. Ma <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a></span> rifiuta con sdegno: orgoglioso com&#8217;è, e come è sempre stato, respinge un simile, umiliante ripiego. Se dovrà essere condannato, almeno avrà affrontato il suo destino a viso aperto: egli non è pentito, non intende chiedere scusa o perdono; non vede di che cosa debba vergognarsi. Ai suoi giudici domanda, imperterrito: “Volete fucilare il vostro vecchio poeta?”.   Ed è questo atteggiamento, fiero e intransigente &#8211; che in altri tempi era molto piaciuto ai suoi tanti ammiratori, e specialmente ai giovani &#8211; che ora gioca contro di lui. Sbagliare è umano, pensano i bravi Norvegesi nel 1945, ma perseverare è diabolico. Visto che non si pente, non merita alcuna indulgenza, alcuna attenuante: anzi, proprio perché era un prestigioso intellettuale, proprio perché era il poeta-vate del suo popolo, la sua colpa è tanto più grave. È una colpa imperdonabile: c&#8217;è voglia di durezza, dopo gli anni cupi dell&#8217;occupazione.</p>
<p style="text-align: justify;">A rendere ancora più grave la posizione dello scrittore c&#8217;è il fatto che egli non ha mai dubitato di Hitler; fino all&#8217;ultimo ha visto in lui il generoso artefice di un&#8217;Europa profondamente rinnovata nel segno del germanesimo. Ancora il 7 maggio 1945, dopo la caduta di Berlino in mano ai Sovietici e il doppio suicidio di Hitler e di Eva Braun, egli aveva scritto per il defunto dittatore un commosso necrologio (cfr. l&#8217;introduzione a K. <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a></span>, <a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=8845916367" target="_blank"><em>Pan</em></a>, Milano, Mondadori, 1981, p. 16), in cui  lo definiva:</p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8220;campione di giustizia… figura di riformatore fra le più grandi, il cui destino storico è stato quello di battersi in un&#8217;età di inaudite barbarie, che ha finito per travolgerlo&#8221;.</em></p>
<p style="text-align: justify;">A ben guardare e col distacco che è possibile solo oggi, a oltre sessant&#8217;anni di distanza &#8211; e che non è un vantaggio da poco &#8211; il processo a <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Knut Hamsun</a></span> è stato il processo emblematico a tutta una cultura, a tutto un mondo, a tutta un&#8217;Europa. Abbiamo accennato al caso di Ezra Pound, che dalla radio italiana auspicava la vittoria di Mussolini e di Hitler e la sconfitta della sua madrepatria. Ma si potrebbero fare parecchi altri nomi illustri: da Giuseppe Ungaretti a Giovanni Gentile, da <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/louis-ferdinand-celine" target="_blank">Céline</a></span> a Drieu la Rochelle, da <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Heidegger</a></span> a Carl Schmitt, da <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/mircea-eliade/">Mircea Eliade</a></span> a Petr Nikolaevic Krasnov. La verità è che furono molti gli intellettuali che si schierarono dalla parte dell&#8217;Asse, e che non furono pochi gli Europei che considerarono preferibile la vittoria di Berlino, Roma e Tokyo a quella di Londra, Mosca e Washington. Oggi questa verità non piace, e nel 1945 piaceva ancora meno. Perciò non si parlava dei milioni di Russi, di Croati, di Slovacchi, di Ungheresi, di Romeni, di Finlandesi che si erano battuti, fin quasi all&#8217;ultimo, per la vittoria di Hitler e Mussolini; e non si parlò affatto delle tremende rappresaglie che Stalin, Tito ed altri governi dell&#8217;Europa post-bellica si presero su quei &#8220;traditori&#8221;. Erano diventati traditori perché l&#8217;Asse aveva perduto la guerra, ma sarebbero stati ricordati come eroi se l&#8217;avesse vinta.</p>
<p style="text-align: justify;">E non si trattava solamente di fervidi nazisti. Croati e Slovacchi, ad esempio, lottavano puramente e semplicemente per l&#8217;indipendenza della loro patria; e così i Finlandesi. I Russi &#8220;bianchi&#8221; avevano combattuto per poter tornare  nella loro patria, lasciata con infinita tristezza dopo l&#8217;avvento del potere bolscevico. Gli Italiani che avevano seguito Mussolini nella tragica avventura di Salò, poi, in molti casi avevano creduto di rappresentare l&#8217;onore della patria, compromesso dall&#8217;armistizio di Badoglio e dal cambiamento di fronte, nel settembre del 1943. Ed è certo che molti fascisti del periodo repubblichino non furono né i peggiori del regime, né degli opportunisti. I Cianetti, i Pavolini, i Bombacci sapevano che la loro era una battaglia perduta. Molti erano personaggi di secondo piano o ex pezzi grossi che il regime aveva relegato nell&#8217;ombra, dopo essersi trasformato in una dittatura conservatrice di vecchio stampo. Ma alcuni ex fascisti di sinistra, alcuni nostalgici di Piazza San Sepolcro, del fascismo rivoluzionario delle origini, c&#8217;erano ancora, e furono quelli che scelsero di andare a morire con il Duce. Si erano illusi fino all&#8217;ultimo di poter far rivivere il fascismo della prima ora, anticapitalista e antiborghese, e avevano cercato di spingere Mussolini ad affrettare le nazionalizzazioni della grande industria. Gli altri, i fascisti in doppio petto, i cinici parassiti del ventennio, erano spariti come nebbia al sole dopo il 25 luglio del 1943. In gran parte si salvarono, ma senza onore; e più di qualcuno riuscì a riciclarsi nell&#8217;Italia repubblicana e democratica del dopoguerra, senza alcuno scrupolo di coscienza. È altrettanto vero che nella Repubblica di Salò non mancarono le figure dei violenti, dei sadici, dei criminali: quando mai un regime arrivato al crepuscolo ha potuto esprimere le sue qualità migliori? Ad ogni modo, noi oggi siamo in grado di apprezzare delle sfumature, di operare delle distinzioni, che nell&#8217;immediato dopoguerra passarono del tutto inosservate: si voleva fare giustizia sommaria, purificare nel sangue il ricordo terribile degli anni della guerra.</p>
<p style="text-align: justify;">Né va dimenticato che molti, in Europa, anche fra gli intellettuali, avevano espresso giudizi lusinghieri su Mussolini e anche su Hitler, quando ancora le loro stelle brillavano alte e la tragedia del secondo conflitto mondiale non ne aveva offuscato la fama. Nella maggior parte dei casi, essi cercarono poi di far dimenticare tali apprezzamenti (compreso quel Winston Churchill che, a suo tempo, aveva parlato in termini così calorosi ed elogiativi del fascismo e del suo Duce). Era in atto una grande rimozione della memoria storica; e le folle che avevano applaudito il Duce affacciato al balcone di Palazzo Venezia, il 10 giugno 1940 (e che ancora lo avevano applaudito al Teatro Lirico di Milano, solo pochi mesi prima della fine della guerra), ora non ricordavano più, non volevano ricordare. Preferivano saziare lo sguardo con altri spettacoli, come quello di Piazzale Loreto, con i corpi di Mussolini, della Petacci e dei gerarchi appesi a testa in giù al palo di un distributore di benzina.</p>
<p style="text-align: justify;">Altri intellettuali europei, più onesti con se stessi, non ritrattarono e confermarono quei giudizi anche in anni successivi, quando la cosa era assai più malagevole. Per citarne uno solo fra tutti, possiamo ricordare il caso dello scrittore spagnolo Manuel Iribarren, che nel suo libro <em>Los grandes hombres ante la muerte</em> (traduzione italiana <em>I grandi davanti alla morte</em>, Alba, Edizioni Paoline, 1957, p. 430-432) scrive:</p>
<p style="text-align: justify;">“Nella morte di Hitler, concorrono circostanze terribili, che la convertono in una paurosa tragedia moderna, di fronte alla quale impallidisce il fantasma di Macbeth. Hitler, volontariamente chiuso nei sotterranei della Cancelleria, ultimo baluardo della resistenza tedesca, non può sfuggire al suo crudele destino. L’esercito russo sta chiudendo Berlino in una morsa inesorabile; e le sue bombe, messaggere di distruzione e di morte, piovono da ogni lato. Due idee lo sostengono fino al’ultimo istante: l’idea che «ogni sconfitta può essere madre d’una futura vittoria», e quella di morire in difesa della civiltà occidentale.(…)</p>
<p style="text-align: justify;">“Hitler manifestò il proposito d’uccidersi, e giunse in effetti a uccidersi, non per paura della morte, ma per rispetto a quello che rappresentava la sua persona. Egli era il capo d’un popolo grande ed eroico, e doveva impedire che i nemici della Germania profanassero la sua dignità. Questo nobile atteggiamento richiama alla memoria quello del re Saul che, morti i figli e a punto di cadere egli stesso nelle mani dei suoi nemici, dice allo scudiero: «Sfodera la spada e uccidimi, affinché non vengano questi incirconcisi a uccidermi e a schernirmi».</p>
<p style="text-align: justify;">Ma nel 1945 nessuno aveva voglia di fare troppe distinzioni, di andar tanto per il sottile. La vittoria era andata alla parte giusta, i malvagi avevano perduto e ora dovevano render conto dei loro atti. Il genocidio degli Ebrei e degli Zingari, le atrocità delle SS, le rovine in cui era piombata l&#8217;Europa chiedevano vendetta; ed era giusto. Ma nessuno parlava dei massacri di Katyn, dei 10 milioni di Russi periti nella collettivizzazione delle campagne voluta da Stalin; nessuno parlava della pianificazione della distruzione delle città tedesche voluta da Churchill; nessuno delle atomiche sganciate su due indifese città giapponesi piene di vecchi, donne e bambini. Nessuno parlava delle decine di migliaia di ustascia e di cetnici che le forze di Tito fucilavano e facevano sparire; nessuno parlava delle foibe, nemmeno in Italia. Si voleva che i buoni fossero tutti da una parte, e i cattivi tutti dall&#8217;altra. Solo a prezzo di una tale semplificazione si pensava di poter girare pagina, dimenticare l&#8217;orrore di quei sei anni di guerra, tentar di ricostruire un&#8217;Europa migliore, un mondo nuovo.</p>
<p style="text-align: justify;">Le ferite erano troppo fresche, Marzabotto, Lidice, Oradour erano tropo recenti. Auschwitz, Buchenwald e Dachau erano ancora rossi di sangue innocente. Qualcuno doveva pagare: anche un poeta sordo e quasi novantenne che i suoi connazionali avevano tanto amato, del quale erano stati tanto orgogliosi e al quale si erano poi rivolti, per cinque anni, per chiedergli di intercedere a favore dei loro congiunti caduti nelle mani della <em>Wehrmacht </em>o, peggio, della <em>Gestapo</em>. Il sentimento patriottico (un patriottismo giovane, perché la Norvegia era divenuta uno Stato indipendente solo nel 1905, con re Haakon VII), offeso ed esacerbato dalla lunga umiliazione, schiumava e chiedeva vendetta. I Norvegesi avevano salutato il ritorno dall&#8217;esilio del loro re e del loro governo, che avevano visti partire in fretta e furia nel 1940, a bordo delle navi britanniche, sotto l&#8217;incalzare dei Tedeschi. Adesso la maggior parte di loro pensava che <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a></span> aveva avuto il torto, semplicemente, di vivere troppo a lungo. Se fosse morto qualche anno prima, sarebbe sceso nella tomba onorato e rimpianto. Ora doveva prepararsi a farlo vilipeso e maledetto.</p>
<p style="text-align: justify;">Arrestato sotto l’accusa di collaborazionismo dopo la partenza dei Tedeschi, era stato dapprima confinato in un ospedale a Grimstadt, poi in un ospizio per anziani a Landvik, infine in una cinica, per essere sottoposto a perizia psichiatrica. Il processo ebbe inizio solamente nel dicembre del 1947, a due anni e mezzo dalla fine della guerra; ma gli animi non si erano affatto rasserenati, era ancora troppo presto; e quel vecchio imbarazzante non si decideva a morire.</p>
<p style="text-align: justify;">Rifiutando l’avvocato, volle difendersi da sé. Sostenne di aver collaborato con i Tedeschi per evitare alla sua patria il destino del vinto, il destino della Polonia; e anche perché sperava di vederle assegnato un posto d’onore, a guerra finita, accanto al vincitore. Ricordò di aver fatto quanto poteva per aiutare tutti coloro che, durante gli anni dell’occupazione, avevano cercato e chiesto il suo aiuto. Ma non rinnegò la sua buona fede e, cosa più grave di tutte – agli occhi dei giudici – non mutò giudizio sulla Germania, non sputò sullo sconfitto. Fu condannato a una forte ammenda e lasciato libero. Aveva ormai ottantotto anni.</p>
<p style="text-align: justify;">Ritornato a Nöhrlom nel 1948, ebbe ancora la lucidità di scrivere un ultimo libro importante, <a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=9788881120079" target="_blank"><em>Per i sentieri dove cresce l&#8217;erba</em></a>, sorta di diario degli anni dell’internamento, prima di spegnersi il 19 febbraio del 1952. Aveva novantadue anni e mezzo e non aveva fatto alcuna autocritica, fino all’ultimo.</p>
<p style="text-align: justify;">Storici e studiosi di letteratura si sono interessati al suo caso, al suo collaborazionismo, al suo processo; e, in genere, hanno cercato di individuare le premesse necessarie di quanto poi accadde già nella sua poetica e nella sua concezione del mondo degli anni dei suoi primi capolavori, nell’ultimo decennio dell’Ottocento. Secondo tale modo di vedere, quella di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a></span> sarebbe stata la cronaca di una catastrofe annunciata perché, mezzo secolo prima dell’invasione della Norvegia da parte dell’esercito tedesco, la sua avversione per l’urbanesimo, per il liberalismo, per la democrazia e la sua esaltazione panica e superomistica della vita degli istinti non avrebbe potuto avere esiti diversi da quelli che poi ebbe, fra il 1940 e il 1945. Anton Reininger, ad esempio (nell’introduzione a <a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=8845916367" target="_blank"><em>Pan</em></a>, ed. cit., pp. 11-12), sostiene con la massima linearità una simile impostazione della “questione <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a></span>”.</p>
<p style="text-align: justify;">“Quando nel 1940 le truppe tedesche occupano la Norvegia, ha inizio il periodo più tragico nella vita dello scrittore. Egli si mette a disposizione del governo collaborazionista e deve perciò affrontare alla fine della guerra un processo per tradimento. Quasi novantenne scrive il suo ultimo libro, <a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=9788881120079" target="_blank"><em>Per i sentieri dove cresce l’erba</em></a>, la commovente testimonianza di una vecchiaia umiliata dalla storia. Ma anche adesso, parimenti ai suoi eroi, <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a></span> rifiuta di assumersi la propria responsabilità. Chi si sa al servizio della vita non può riconoscete le categorie politiche e storiche, sentite quali sovrastrutture di importanza secondaria.</p>
<p style="text-align: justify;">“Combattendo le proprie inclinazioni anarchiche e desiderando superare le proprie lacerazioni di intellettuale fluttuante fra le classi sociali, ma in ogni caso antiborghese, <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a></span> si era infine rifugiato nelle semplificazioni di una <em>Weltanschauung </em>che con gli anni si allontanava sempre di più dalla realtà sociale e ai suoi sviluppi effettivi, per sostituirle la fantasmagoria di un’utopia regressiva”.</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=9788870910582" target="_blank"><img class="size-medium wp-image-2036 alignright" style="margin: 10px;" title="processo-a-hamsun" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/processo-a-hamsun-143x300.jpg" alt="" width="143" height="300" /></a>Sulla stessa lunghezza d’onda si colloca il bilancio che dell’intera vicenda fa lo scrittore svedese Per Olov Enquist (nato nel 1934), nel suo libro <em>Processo a <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a></span></em> (traduzione italiano Milano, <a title="Iperborea" href="http://www.libriefilm.com/category/editori/iperborea">Iperborea</a>, 1996, pp. 34-36):</p>
<p style="text-align: justify;">“Infine rimane la domanda più importante: perché?</p>
<p style="text-align: justify;">“Non per emettere sentenze, che non è più necessario, né per giustificare, che è ancor meno necessario. Ma per noi stessi, come riflessione.</p>
<p style="text-align: justify;">“<span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a></span> era un intellettuale, un grande scrittore, uno dei migliori premi Nobel che ci sia dato leggere;  perché possiamo ancora leggerlo, e i suoi romanzi sopravvivranno a quelli della maggior parte dei premi Nobel. Solo che volle giocare anche un ruolo politico.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;I posteri hanno definito quel ruolo &#8216;traditore della patria&#8217;. Una delle questioni che sorgono, allora, è quella del vero rapporto di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a></span> con la sua patria. Forse ne amava la terra. Ma il concetto di &#8216;norvegese&#8217; è complesso, nel caso di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a></span>. Lo definivano sempre un grande nazionalista e patriota, ma era davvero nazionalista, o piuttosto il contrario? Gli piaceva davvero la nazione che si chiamava Norvegia?</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Che ne amasse la terra è palese. Ma la nazione? L&#8217;innamoramento per il sogno hitleriano di un&#8217;Europa a egemonia tedesca non lo colse così di sorpresa.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;No, un semplice nazionalista non lo era proprio. Amava la terra, ma non per questo la nazione; ma si può davvero fare una distinzione del genere? Nel caso di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a></span>, credo di sì. <em>Il risveglio della terra</em> è un sogno di vita naturale, ma non certo un inno alla nazione norvegese. Molto di ciò che contribuì a creare l&#8217;immagine di un <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a></span> nazionalista (per esempio l&#8217;aver riacquistato la Casa editrice Gyldendal alla Norvegia) aveva altri significati. Gli scrittori e gli intellettuali serbi che hanno creato il nazionalismo della Grande Serbia gettando le basi della tragedia alla quale stiamo assistendo, sono piuttosto agli antipodi di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a></span>.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Nazionalismo è il vocabolo impreciso e inutilizzabile dell&#8217;enigma <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a></span>. Ma questa ambiguità è uno dei fili conduttori per capire le ragioni del suo comportamento.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Il grande problema non è tuttavia personale, né riguarda solo <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a></span>. Il problema non è che egli scelse di giocare un ruolo politico, ma che trasferì la propria autorità da un campo in cui, attraverso l&#8217;impegno, l&#8217;assiduità, l&#8217;ostinazione, il talento e la vivacità intellettuale, era arrivato fin dove era possibile arrivare &#8211; cioè il campo della scrittura &#8211; a un campo, quella della politica, nel quale non fu in grado di penetrare i problemi. Le virtù sulle quali aveva costruito la propria autorità erano in qualche modo troppo nobili per la politica. Oppure non ne ebbe l&#8217;energia. O credette di essere troppo vecchio. O era troppo sordo, troppo stanco, o troppo arrogante, o troppo orgoglioso.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;L&#8217;orgoglio! Scelse di guardare lontano, e di non abbassare gli occhi sulla realtà.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Il grande sogno europeo di Hitler gli pareva un&#8217;idea brillante, alla peggio una costruzione puramente teorica, ma ad ogni modo un&#8217;utopia affascinante. Come fosse la realtà, e come sarebbe stata, e la totale mancanza di strumenti democratici all&#8217;interno del nazionalsocialismo, e tutto il resto, dal terrore all&#8217;oppressione al razzismo alle camere a gas, lui non lo vide, perché aveva lo sguardo puntato troppo in alto.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Questa sindrome di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a></span> è senza tempo. L&#8217;altra manifestazione di questa sindrome è la torre d&#8217;avorio della scrittura: disinteresse per l&#8217;esterno, presunzione e un&#8217;indolenza la cui alternativa è l&#8217;isolamento. L&#8217;altra faccia dell&#8217;orgoglio.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Anche questo fa parte della sindrome di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a></span>, ed è una malattia piuttosto diffusa nel nostro tempo. Ma in fondo non è che un altro lato dello stesso problema.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Essere capaci di vedere lontano, e al tempo stesso guardare vicino, ecco l&#8217;alternativa. Non è facile. Ma chi ha mai detto che dovrebbe esserlo. E questa difficoltà è alla fine l&#8217;unica cosa che ci rimane.&#8221;</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun"><img class="alignleft size-medium wp-image-1251" style="margin: 10px;" title="Knut Hamsun" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/hamsun70-600-300x214.jpg" alt="" width="300" height="214" /></a>Questo è un perfetto esempio di quella che si potrebbe definire una prosa &#8220;politicamente corretta&#8221;. Enquist esordisce affermando di non voler rubare il mestiere al giudice e finisce per indossare i panni dello psichiatra. Si gloria perfino di aver isolato il bacillo di una nuova malattia, sinora sconosciuta alla Scienza: la &#8220;sindrome di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a></span>&#8220;; una malattia dalla portata universale e, secondo lui, particolarmente virulenta ai nostri giorni. In effetti, l&#8217;operazione culturale portata avanti dallo scrittore svedese è analoga a quella condotta dai giudici americani di Ezra Pound: l&#8217;imputato è solo parzialmente colpevole, perché affetto da una serie di evidenti turbe psichiche. E ne fa anche l&#8217;elenco: presbiopia, disinteresse per il mondo esterno, presunzione, indolenza, solitudine, orgoglio. Peccato che tutti questi sintomi ricordino assai più l&#8217;armamentario del moralista di professione che quello del medico.</p>
<p style="text-align: justify;">No, non ci siamo.</p>
<p style="text-align: justify;">Si dice di non voler giudicare, e poi si presenta all&#8217;imputato il conto, salatissimo, delle sue negligenze: avrebbe ben dovuto sapere delle camere a gas e tutto il resto. Ma non si chiese ai Russi se sapevano di Katyn, né agli Inglesi se sapevano dell&#8217;inferno di Dresda, quando centinaia di migliaia di profughi dell&#8217;Est, in gran parte donne e bambini, furono arsi vivi alle bombe incendiarie di Churchill. Bambini che cercavano di dimenticare la guerra almeno per qualche ora, festeggiando il Carnevale del 1945 in una città dove si erano rifugiati per sfuggire all&#8217;Armata Rossa; una città che non presentava alcun obiettivo strategico, né industriale, né militare. <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a></span>, inoltre, non era tedesco; non aveva vissuto in Germania durante la guerra; e molte cose poteva non saperle davvero, come non le sapevano milioni di Europei.</p>
<p style="text-align: justify;">Né ci convince la tesi di Anton Reininger, secondo il quale la vera colpa di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a></span> fu non tanto quella di aver sbagliato, schierandosi con una parte politica malvagia, quanto quella di non aver voluto assumersi la propria responsabilità davanti alla storia.</p>
<p style="text-align: justify;">Che cosa significa assumersi la propria responsabilità? <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a></span> se la assunse in pieno, la rivendicò con imbarazzante fierezza: per questo fu processato, condannato e moralmente &#8220;cancellato&#8221; dai suoi compatrioti. Andò incontro a una vera e propria <em>damnatio memoriae</em>, unico fra tutti gli intellettuali del Novecento. Non cercò di riciclarsi e di passare dalla parte del vincitore, come fece Curzio Malaparte e come fecero tanti, tanti altri in ogni parte del mondo.</p>
<p style="text-align: justify;">O forse &#8220;assumersi la propria responsabilità&#8221; vuol dire fare piena e incondizionata abiura delle proprie idee? È questo il prezzo che si chiede a un intellettuale, nella condizione in cui venne trovarsi <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a></span> nel 1945, per essere &#8220;perdonato&#8221; e riammesso, in qualche modo, nel consorzio degli uomini civili? Se è così, evidentemente egli giudicò che fosse un prezzo troppo alto, e si rifiutò di pagarlo.</p>
<p style="text-align: justify;">Con ciò, non intendiamo autonominarci avvocati difensori di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Knut Hamsun</a></span>.</p>
<p style="text-align: justify;">Vogliamo solo dire che un artista può benissimo fare delle scelte politiche sbagliate, ma bisogna essere abbastanza onesti da riconoscere che, nell&#8217;Europa fra il 1914 e il 1945, furono davvero in molti ad avere le idee alquanto confuse. E se, oggi, alcuni di noi credono di poter tracciare una linea netta fra chi aveva avuto ragione e chi aveva avuto torto, facciano pure, ma sappiano che ciò è solo una deformante semplificazione della realtà.</p>
<p style="text-align: justify;">La realtà, in quei trent&#8217;anni terribili, fu spaventosamente complessa. I torti e le ragioni si sovrapposero e s&#8217;intrecciarono in un groviglio pressoché inestricabile. Oggi si dimentica troppo facilmente, ad esempio, che 3 milioni e mezzo di Tedeschi dei Sudeti erano veramente stranieri in patria nella Cecoslovacchia di Versailles; e che Danzica era veramente una città tedesca, tedeschissima (la patria di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/arthur-schopenhauer" target="_blank">Schopenhauer</a></span>, come Königsberg era stata la patria di Kant) e non polacca. Inoltre, gli storici odierni tendono a dare per scontato, con una specie di senno del poi, che la democrazia liberale avrebbe potuto risolvere i problemi dell&#8217;Europa fra le due guerre, se solo questa non si fosse lasciata prendere dalla tentazione delle &#8220;scorciatoie&#8221; totalitarie. Ma la democrazia liberale, di fatto, non fu di alcun aiuto alla Repubblica di Weimar, quand&#8217;essa dovette fare i conti con alcuni milioni di disoccupati provocati dal crollo della borsa di Wall Street. E a chi facesse notare che gli Stati Uniti, ove la crisi era nata, seppero rimettersi in piedi senza ricorrere al totalitarismo, si può rispondere che l&#8217;economia tedesca già due volte era caduta e altrettante si era rialzata (nel 1919 e nel 1923), e che quasi certamente nessuna democrazia avrebbe retto a una simile prova per la terza volta in dieci anni; che la Repubblica di Weimar dipendeva in larga misura dei prestiti statunitensi, che appunto nel &#8217;29 vennero a cessare; e che il vero motore della ripresa americana non fu affatto il New Deal rooseveltiano, come la <em>vulgata </em>liberale vorrebbe far credere, bensì l&#8217;intervento nella seconda guerra mondiale, che fu il volano della ripresa economica d&#8217;oltre Atlantico.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun"><img class="alignright size-medium wp-image-1837" style="margin: 10px;" title="hamsun_nature" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/hamsun_nature-176x300.jpg" alt="" width="176" height="300" /></a>Ma lasciamo perdere tutto ciò. Troppo lungo sarebbe il discorso, e qui non vogliamo tentare una interpretazione complessiva delle cause dell&#8217;avvento dei totalitarismi e dello scoppio della seconda guerra mondiale. Vogliamo semplicemente ricordare, a quanti avessero la memoria un po&#8217; corta, che nella primavera del 1940 (e, in diversa misura, anche negli anni successivi), moltissimi Europei non percepirono la guerra come uno scontro tra le forze del Bene (le democrazie occidentali, poi affiancate dall&#8217;Unione Sovietica) e quelle del Male (i totalitarismi del Patto Tripartito), bensì come uno scontro tra forze ugualmente malvagie, nel quale era inevitabile inserirsi per tutelare almeno alcuni valori essenziali e, nel caso dei piccoli popoli, l&#8217;indipendenza e la sopravvivenza nazionale. E lo stesso discorso può farsi allargando lo sguardo dall&#8217;Europa al mondo. Il nazionalista indiano Chandra Bose o il Gran Muftì di Gerusalemme si rivolsero per ricevere aiuti a Hitler e Mussolini (e ai Giapponesi, nel primo caso), perché convinti che la vittoria della Gran Bretagna avrebbe significato la schiavitù dei loro rispettivi popoli &#8211; e, nel caso dei Palestinesi, qualche cosa di peggio. Con ciò non si vuole &#8220;riabilitare&#8221; personaggi sicuramente discutibili, come lo fu il Gran Muftì, animato da un implacabile antisemitismo; si vuol solo dire che le cose non erano semplici e non erano riconducibili a un&#8217;alternativa secca fra libertà e schiavitù, fra civiltà e barbarie, come poi si è cercato di far credere.</p>
<p style="text-align: justify;">Tornando ad <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a></span>, e anche ad altri intellettuali che fecero delle scelte politiche analoghe, forse la cosa migliore sarebbe riconoscere che non era cosa facile essere cittadini d&#8217;Europa in quegli anni e che gli intellettuali, e specialmente gli artisti &#8211; proprio per la loro peculiare <em>forma mentis</em> &#8211; non seppero vedere meglio degli altri, né da lontano, né da vicino.</p>
<p style="text-align: justify;">Alcuni ebbero la ventura di trovarsi, a giochi fatti, dalla parte &#8220;giusta&#8221;, ossia quella del vincitore. Pablo Picasso, ad esempio, è passato alla storia dell&#8217;arte come l&#8217;autore del quadro-denuncia <em>Guernica</em>, ossia come un artista che saputo antivedere gli orrori del nazismo fuori della Germania. Ma la storia si è dimenticata di domandargli di render conto degli orrori dello stalinismo, dei quali &#8211; nella sua robusta fede marxista &#8211; non parve accorgersi minimamente.</p>
<p style="text-align: justify;"><span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Knut Hamsun</a></span> e Pablo Picasso: ecco un tipico esempio di come il tribunale dei vincitori abbia adoperato, a guerra finita, due pesi e due misure. Col risultato &#8211; sia detto per inciso &#8211; che i quadri di Picasso, anche quelli decisamente brutti, sono stati contesi dalle gallerie di tutto il mondo come capolavori assoluti di un grande genio; mentre i romanzi di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a></span>, anche quelli decisamente belli, sono stati coperti sovente da una immeritata patina di oblio.</p>
<p style="text-align: justify;">Forse la morale di tutto il &#8220;caso <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a></span>&#8221; è proprio questa.</p>
<p style="text-align: justify;">La storia non fa sconti a nessuno, se ci si viene a trovare dalla parte sbagliata quando giunge la resa dei conti.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma della onestà morale e intellettuale di ciascuno, fa fede anzitutto la propria coscienza.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto, col gentile consenso dell&#8217;autore, dal sito <em><a href="http://www.ariannaeditrice.it/">Arianna Editrice</a></em>.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/patriota-o-traditore-il-processo-a-knut-hamsun.html' addthis:title='Patriota o traditore? Il processo a Knut Hamsun ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>L’ideologia ruralista del Blut und Boden</title>
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		<pubDate>Tue, 18 Nov 2008 11:44:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Leonello Rimbotti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La concezione nazionalsocialista dell'agricoltura in un recente saggio di Andrea D'Onofrio]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/l%e2%80%99ideologia-ruralista-del-blut-und-boden.html' addthis:title='L’ideologia ruralista del Blut und Boden '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storiacontemporanea48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Storia contemporanea" /><br/><p style="text-align: justify;">
<div id="attachment_5144" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><a href="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/walter-darré.jpeg"><img class="size-medium wp-image-5144 " title="walter-darré" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/walter-darré-300x154.jpg" alt="" width="300" height="154" /></a><p class="wp-caption-text">Richard Walther Darré (Belgrano, 14 luglio 1895  – Monaco di Baviera, 5 settembre 1953)</p></div>
<p style="text-align: justify;">Era l’anno 377 a.C., quando a Roma vennero approvate le famose leggi Licinie-Sestie: esse prevedevano l’assegnazione di poderi familiari al popolo, introducendo il divieto di possedere più di 500 iugeri di terra. E molto nota è anche la figura storica di un Caio Gracco, che oltre duecento anni dopo proponeva la confisca delle proprietà terriere troppo estese – già veri latifondi – per redistribuirle in limitati lotti proletari, così da rinsaldare quel tessuto di piccola proprietà contadina familiare ed ereditaria, che a Roma veniva considerato centrale per la stabilità dello Stato e per l’identità tradizionale del popolo. Tanto che Virgilio, nelle <em><span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/georgiche/7194" target="_blank">Georgiche</a></span> </em>– non diversamente da Pound duemila anni dopo –, fece una celebre esaltazione della vita e dei valori rurali, cantando la figura del piccolo proprietario terriero e l’immutabile stile di vita rurale come l’ideale della convivenza a misura d’uomo: il contadino è lo scrigno delle virtù della stirpe, è saggio e frugale, laborioso e tenace; è insomma la colonna portante della società. Una concezione che, con Giulio Cesare, divenne epocale, con la distribuzione della terra ai veterani di guerra e il rafforzamento sociale del legionario-colono, fulcro dell’assetto etnico e politico fino a Impero inoltrato.</p>
<p style="text-align: justify;">A Roma, dunque, e sin dalle origini, il legame tra stirpe romano-italica e suolo dell’insediamento era una filosofia di vita e, allo stesso tempo, un sistema sociale ben saldo. È risaputo che, come riporta ad esempio Tito Livio, Augusto favoriva la celebrazione delle origini contadine del popolo romano, al fine, come ha scritto la storica Storoni-Mazzolani, «di infondere nei Romani il senso della propria identità etnica e culturale». Roma, in fondo, nasce contadina. E il suo mito di fondazione prende vita dalla sacralizzazione di un atto semplicissimo: la recinzione di un campo.</p>
<p style="text-align: justify;">La lotta al latifondo e al capitalismo agrario, e la mistica della comunione tra ceppo ereditario e suolo, come si vede, in Europa ha origini molto antiche. E dunque l’ideologia agraria rilanciata nel <a title="XX secolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/storia-contemporanea">secolo XX</a> dal Fascismo e dal Nazionalsocialismo con le formule del Ruralismo e del <em>Blut und Boden</em> (Sangue e Suolo), non fu una trovata moderna, magari per sedare le masse, ma la ripresa di arcaicissime tematiche identitarie. Per altro, l’attribuzione alla figura del contadino di virtù etiche insostituibili era stata una costante della civiltà europea. Basta ricordare che la suddivisione “trifunzionale” della società europea (sacerdoti-guerrieri-contadini), veneranda eredità <a title="indoeuropei" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/indoeuropei">indoeuropea</a>, è stata studiata dagli storici in tutto il suo arco, che arrivò pressoché inalterato fino alla Rivoluzione francese.</p>
<p style="text-align: justify;">La recente uscita del libro di Andrea D’Onofrio <a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=9788888904085" target="_blank"><em>Razza, sangue e suolo. Utopie della razza e progetti eugenetici nel ruralismo nazista</em></a> (pubblicato dalla casa editrice universitaria ClioPress), ci permette di penetrare più a fondo in uno degli snodi essenziali delle ideologie anti-progressiste del Novecento. Qui si ha un chiaro esempio di come il Nazionalsocialismo – sulla scorta dell’esempio fascista – riuscisse a far convivere moderno dinamismo industriale e antica socialità contadina. Un binomio che ben riassume il tratto tipico di quei regimi, innestati sia sull’innovazione tecnologica che sulla tradizione popolare, secondo la conosciuta formula della “<a title="Rivoluzione conservatrice" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/rivoluzioneconservatrice">rivoluzione conservatrice</a>”. In Germania, l’emanazione della legge del settembre 1933 sulla costituzione dell’Erbhof – il podere ereditario inalienabile che, su impulso del ministro dell’Agricoltura Walther Darré, il Terzo Reich mise al centro della riorganizzazione della società tedesca – rappresenta bene il tipo di lotta che gli ambienti ideologici nazionalsocialisti intendevano intraprendere. Nulla di nuovo. Se non nel modo radicale con cui si pensava di procedere. Si trattava, niente di meno, che di invertire il trend modernista di urbanizzazione e sradicamento delle popolazioni, secondo quei processi di industrializzazione che già alla fine dell’Ottocento i sociologi avevano studiato nei loro risvolti rovinosi dei tessuti sociali consolidati. D’Onofrio nota che all’ideologia rurale nazionalsocialista parteciparono anche studiosi che, per conto loro, già da tempo avevano proposto delle soluzioni al declino demografico tedesco del primo dopoguerra e allo spopolamento delle campagne dovuto al dilagare delle metropoli.</p>
<div id="attachment_1185" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-1185" title="breker-die-partei" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/breker-die-partei-300x203.jpg" alt="Arno Breker, Die Partei" width="300" height="203" /><p class="wp-caption-text">Arno Breker, Die Partei (Il Partito).</p></div>
<p style="text-align: justify;">Demografi e studiosi come Friedrich Burgdörfer, direttore dell’Ufficio di Statistica, già in epoca pre-nazista erano giunti alla conclusione che il regresso delle nascite andava di pari passo con la crisi della popolazione agraria e dell’ideologia conservatrice che ne era il fondamento. E Spengler, fin dal 1918, spese parole di fuoco contro l’avvento della grande città, abitata da “nomadi” e “parassiti” snazionalizzati, del tutto avulsi da contesti di solidarismo comunitario, tipico invece dei fermi legami della società contadina. Il Nazionalsocialismo, su questi temi culturali e di ricerca scientifica, inserì la volontà politica di fare sul serio. Secondo modi che lo storico Domenico Conte, studioso di questi aspetti della Germania moderna, anni fa ha definito “originali”: l’istituzione di un’unica grande corporazione agraria – il <em>Reichsnährstand </em>–, la promulgazione di leggi che regolavano i premi di produzione, i prezzi, i consorzi di produttori, etc. Il tutto, stabilito in base alla programmazione statale – tendenza comune a tutto il mondo industrializzato dell’epoca – e sostenuto dall’ideologia del comunitarismo contadino. Del quale si propagandava l’idea che fosse in grado di autogovernarsi, senza bisogno di venir gestito da interventismi dell’autorità centrale.</p>
<p style="text-align: justify;">Scrive D’Onofrio che, dietro questi intendimenti, batteva un’interpretazione razzistica fortemente versata a considerare il popolo dal punto di vista biologico, quasi zoologico. È quando riporta le opinioni di studiosi come <a title="Hans Friedrich Karl Guenther" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/hans-f.-k.-guenther/">Günther</a>, fiancheggiatore del <em>Blut und Boden</em> e teorico della “purezza razziale” del ceto contadino. Si tratta di una deformazione di prospettiva che, di solito, la storiografia compie, assegnando in esclusiva al Nazionalsocialismo intenzioni che, in quei decenni, appartenevano a molte altre sfere politiche. Per dire: l’igiene razziale (ad esempio, in Italia, promossa tra Otto- e Novecento da progressisti come Lombroso o Mantegazza) era materia di generale consenso, anche in contesti “democratici”. Nella Germania weimariana, protagonisti dell’igienismo razziale erano stati noti esponenti socialdemocratici come Ploetz e Grotjahn. E l’eugenetica – concepita in ambito liberale e darwinista –, in quel periodo divenuta legge di Stato negli USA o in Svezia e rimasta tale fino agli anni Sessanta del Novecento non fu una prerogativa di questo o quell’ideologo nazista, ma ricerca scientifica e prassi politica diffuse. Davvero non si vede, dunque, dove sia il motivo per dichiarare il ruralismo nazionalsocialista più una perversione “biologista”, che non una cultura di tipo tradizionale, modernamente riproposta.</p>
<div id="attachment_1186" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-1186" title="kalenberger" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/kalenberger-300x223.jpg" alt="Adolf Wissel, Kalenberger Bauernfamilie (1939)" width="300" height="223" /><p class="wp-caption-text">Adolf Wissel, Kalenberger Bauernfamilie (1939)</p></div>
<p style="text-align: justify;">Lo stesso D’Onofrio, d’altronde, riporta che il tratto tipico della “utopia” legata alle virtù del contadino tedesco era una forma di neopaganesimo, quindi un’impostazione spiritualista ben prima che “zoologica”. Alle accuse di materialismo rivolte nel 1937 da Pio XI alla «fede nella razza e nell’ereditarietà», i teorici nazisti ribattevano, scrive D’Onofrio, «che le leggi di natura non erano altro che leggi divine e il loro “rispetto” assieme alla cura delle qualità che Dio ci aveva regalato erano, perciò, tra le massime espressioni di <a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religiosità</a>».</p>
<p style="text-align: justify;">Crediamo che il nòcciolo della questione sia quindi un altro. Probabilmente, l’aspetto storicamente più importante del ruralismo – sia nazionalocialista che fascista – sta nella sua lotta alle degenerazioni della modernità. L’aggressione alle identità nazionali prodotta dall’avvento dell’anonimato di massa trovò allora dei critici severi. In questo senso, il Nazionalsocialismo fu un seguace di teorie socialdarwiniste pensate al di fuori del suo contesto, ma anche un singolare anticipatore di argomenti oggi attuali. L’ecologismo ambientalista, ad esempio. Anni fa, la studiosa Anna Bramwell scrisse un’importante biografia di Darré, presentandolo come un profeta del pensiero “verde”. In effetti, la lotta da lui intrapresa all’inquinamento e al disboscamento, la tutela degli equilibri ecosistemici, i divieti di caccia, la creazione dei parchi naturali etc., erano tutte politiche che si affiancavano alla difesa del podere contadino, al miglioramento della salute e dell’igiene popolare, alla protezione della cultura di villaggio e alla cura del territorio. Ivi compresa la nozione di paesaggio come elemento di influenza sul carattere. Darré fu un fiero avversario degli Junker, i grandi latifondisti prussiani. E sempre D’Onofrio, ma in un suo precedente libro sullo stesso argomento, <a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=9788820726591" target="_blank"><em>Ruralismo e storia nel Terzo Reich</em></a> (Liguori), ha precisato che la politica agraria nazionalsocialista venne presentata come una liberazione del contadinato tedesco dai secolari gravami del debito e della servitù sociale. Insomma: il ruralismo, innanzi tutto, come anti-capitalismo. In <a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=9788888904085" target="_blank"><em>Razza, sangue e suolo</em></a> il nostro autore specifica che, attraverso le leggi agrarie e gli strumenti della divulgazione ideologica, come l’autorevole rivista <em>Odal</em>, Darré si prefiggeva lo scopo di opporre al disintegrazionismo progressista la salda tenuta psico-sociale e bio-storica delle aggregazioni tradizionali. In questo, «si sarebbe dovuto ispirare innanzi tutto alla rigida coscienza razziale e biologica del popolo ebraico, per assumere a sua volta una coscienza di unità organica e biologica». Dunque, paradossalmente, il cuore sociale e culturale del razzialismo nazionalsocialista aveva in vista il modello rappresentato dallo storico nemico di razza, da sempre esempio vivente della cultura selettiva e della preservazione delle qualità ereditarie collettive.</p>
<p style="text-align: justify;">Infine, non può neppure esser taciuto il dato che Darré e i ruralisti rappresentavano un aspetto anti-imperialistico e immobilista della realtà sociale del Terzo Reich: non volevano produrre artificialmente la “razza superiore” ma, come è stato più volte puntualizzato dagli storici, volevano difendere un’etnia dalla minaccia di estinzione portata dalla crescita mondiale del cosmopolitismo: tale etnia minacciata, definita nordica dal lessico nazionalsocialista, cioè la “crema” del popolo tedesco, era il patrimonio di “sangue” cui era riservata la protezione della più intima <em>Volksgeist</em>, lo spirito popolare. Diversamente da un Himmler, Darré pensò il ceto contadino come pacifica e ristretta <em>élite </em>dedita al lavoro dei campi, più che a programmi guerrieri di conquista imperialistica. Forse per questo nel 1942 – ma solo allora e non prima – venne di fatto politicamente esautorato.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da Linea del 30 maggio 2008.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/l%e2%80%99ideologia-ruralista-del-blut-und-boden.html' addthis:title='L’ideologia ruralista del Blut und Boden ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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