<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	xmlns:coop="http://www.google.com/coop/namespace"
	>

<channel>
	<title>Centro Studi La Runa &#187; Mussolini</title>
	<atom:link href="http://www.centrostudilaruna.it/tag/mussolini/feed" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://www.centrostudilaruna.it</link>
	<description>Archivio di storia, tradizione, letteratura, filosofia</description>
	<lastBuildDate>Tue, 07 Feb 2012 15:49:47 +0000</lastBuildDate>
	<language>en</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
	<generator>http://wordpress.org/?v=3.3.1</generator>
		<item>
		<title>Mussolini al Gran Sasso</title>
		<link>http://www.centrostudilaruna.it/mussolini-al-gran-sasso.html</link>
		<comments>http://www.centrostudilaruna.it/mussolini-al-gran-sasso.html#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 11 Oct 2011 08:33:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Petrelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[1939-1945]]></category>
		<category><![CDATA[Italiano]]></category>
		<category><![CDATA[Storia contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Campo Imperatore]]></category>
		<category><![CDATA[Duce]]></category>
		<category><![CDATA[Fallschirmjäger]]></category>
		<category><![CDATA[fascismo]]></category>
		<category><![CDATA[Gran Sasso]]></category>
		<category><![CDATA[Mussolini]]></category>
		<category><![CDATA[Vincenzo di Michele]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.centrostudilaruna.it/?p=8485</guid>
		<description><![CDATA[Un libro di Vincenzo di Michele raccoglie testimonianze di popolani sul periodo di detenzione di Mussolini a Campo Imperatore.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/mussolini-al-gran-sasso.html' addthis:title='Mussolini al Gran Sasso '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storiacontemporanea48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Storia contemporanea" /><br/><p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/mussolini-finto-prigioniero-al-gran-sasso/9891" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-8492" style="margin: 10px;" title="mussolini-finto-prigioniero" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/mussolini-finto-prigioniero.jpg" alt="" width="200" height="284" /></a>In quei terribili giorni del settembre 1943, l’Abruzzo fu al centro dell’interesse di molti protagonisti della fase, se non conclusiva, almeno risolutiva della guerra.</p>
<p style="text-align: justify;">Il 9 Settembre 1943, a poche ore dalla proclamazione radio dell’Armistizio, i regnanti sabaudi e lo Stato Maggiore del Regio Esercito raggiungevano Pescara ed Ortona, dove poi si sarebbero imbarcati per raggiungere Brindisi, città ancora italiana, ovvero non in mano a truppe nemiche.</p>
<p style="text-align: justify;">Già, nemico. Nella prima decade di settembre ‘nemico’ era una parola ben poco definita.</p>
<p style="text-align: justify;">Seppure la nostra resa fosse stata firmata il 3 di settembre a Cassibile, la comunicazione al Paese avverrà soltanto cinque giorni dopo. Cinque giorni cruciali per le sorti delle Forze Armate: gli scarsi collegamenti con l’alto comando, le difficoltà logistiche ed organizzative, le incursioni aree alleate e lo sbarco angloamericano a Salerno (9 Settembre) alimentavano preoccupazioni e tensione tra ufficiali e soldati, convinti che il conflitto sarebbe proseguito a fianco della Germania, come Badoglio aveva assicurato l’indomani della caduta del fascismo.</p>
<p style="text-align: justify;">E Mussolini? Durante i quarantacinque giorni di reggenza Badoglio, Mussolini è costantemente trasferito in siti diversi: Gaeta, Ponza, La Maddalena, Bracciano, Gran Sasso. L’incolumità del Duce è una garanzia per Vittorio Emanuele e per il nuovo primo ministro, al fine di tenere a bada i tedeschi, insospettiti dal colpo di stato del 25 luglio; nel contempo un domani, in vista di una resa agli americani, Mussolini sarebbe potuto diventare ‘moneta’ di scambio nelle trattative.</p>
<div id="attachment_8493" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-8493  " title="Gran Sasso, 12 settembre 1943. Liberazione di Mussolini. Alla destra del Duce Otto Skorzeny." src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/person_skorzeny10-300x197.jpg" alt="Gran Sasso, 12 settembre 1943. Liberazione di Mussolini. Alla destra del Duce Otto Skorzeny." width="300" height="197" /><p class="wp-caption-text">Gran Sasso, 12 settembre 1943. Liberazione di Mussolini. Alla destra del Duce Otto Skorzeny.</p></div>
<p style="text-align: justify;">Il ventotto agosto 1943, il Duce raggiunge un albergo di montagna, a poco più di 2000 metri d’altezza, accanto ad una stazione sciistica e poca distanza da una base aerea dell’Arma azzurra.</p>
<p style="text-align: justify;">Per circa due settimane guardie di custodia, personale dell’albergo e pastori di Campo Imperatore si ritroveranno faccia a faccia con chi, fino a pochi mesi prima, parlava loro solo dalla radio o dal celebre balcone di Palazzo Venezia.</p>
<p style="text-align: justify;">Una star, diremmo oggi. Un personaggio importante in una situazione del tutto nuova: niente cineoperatori, gerarchi impettiti e folle festanti, solo poliziotti e intorno il silenzio della montagna abruzzese che cela agli occhi del mondo la straordinaria e nel contempo ingombrante presenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Nei libri di scuola e nei testi accademici si parla di detenzione e poi di liberazione di Mussolini dal Gran Sasso.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma si sa, spesso la storia, soprattutto quella ‘scolastica’, all’analisi attenta e rigorosa preferisce una narrazione più generica e certamente meno affascinante degli eventi.</p>
<p style="text-align: justify;">Affascinante, proprio così. Solo lo studio e la raccolta di testimonianze, il confronto delle fonti, l’assidua e costante ricerca ricrea attorno ad un fatto quell’importanza e quell’interesse di cui è stato ingiustamente privato, chiuso e stipato in un paragrafo o in un capitolo di un sussidiario.</p>
<p style="text-align: justify;">Un fascino cui non ha resistito Vincenzo di Michele, giornalista romano, classe ’62 che, come i colleghi Pansa e Petacco, ha tentato di tracciare i contorni di una vicenda poco nota, che la vulgata storica ha spesso considerato marginale nel più ampio e sanguinoso contesto della campagna d’Italia.</p>
<p style="text-align: justify;">Pastori, commercianti, camerieri. Loro i veri protagonisti di <a title="Mussolini finto prigioniero al Gran Sasso" href="http://www.libriefilm.com/mussolini-finto-prigioniero-al-gran-sasso/9891" target="_blank"><em>Mussolini, finto prigioniero al Gran Sasso</em></a> (Vincenzo di Michele, Curiosando editore, Firenze, 2011). Una storia fatta dagli ultimi, proprio perché gli ultimi furono coloro che ebbero maggiore occasione di incrociare il Duce, di rivolgergli uno sguardo, una parola in quella che tutto sarebbe potuta essere eccetto che una vera e propria prigionia.</p>
<p style="text-align: justify;">Il Duce era libero di muoversi, gli agenti di custodia mantenevano nei suoi confronti quel distacco che, in carceri e centri detentivi, certo non è assicurato a comuni condannati; inoltre, da non sottovalutare, l’assoluta mancanza di difese attorno all’albergo, facile preda in caso di attacco nemico o di tentativi di liberazione vari ed eventuali.</p>
<p style="text-align: justify;">I montanari abruzzesi fotografarono coi loro occhi l’evolversi degli eventi, dal ventotto agosto all’atterraggio degli alianti del generale Kurt Student, comandante dei Fallschirmjäger, i parà della Luftwaffe, il 12 settembre (Operazione Quercia). Quegli scatti della memoria hanno poi alimentato le pagine di appunti dell’autore che, con stile lineare e un taglio giornalistico, ha ricostruito una vicenda che, non fosse vera, parrebbe un romanzo di Ken Follet o di Frederick Forsyth, con un Gran Sasso sfondo di situazioni avvincenti e in alcuni casi surreali.</p>
<p style="text-align: justify;">Surreale come la foto scattata pochi istanti dopo l’ingresso dei tedeschi nell’hotel, con un Mussolini sorridente attorniato da soldati tedeschi ed italiani, allegri e felici come in una foto ricordo da mostrare ai nipoti, malgrado Germania e Italia fossero ufficialmente in guerra ormai da più di due giorni.</p>
<p style="text-align: justify;">Piacerà: a coloro i quali non si accontentano della storia ufficiale, preferendo confrontare e confutare altri testi ed altre fonti, al fine di avere del passato prossimo italiano un quadro quanto più vicino alla realtà.</p>
<p style="text-align: justify;">Non piacerà: a chi sostiene che la Storia sia materia puramente accademica, riservata ai cattedratici e non ai giornalisti i quali tuttavia, volenti o nolenti, negli ultimi trent’anni hanno permesso a migliaia di italiani di conoscere personaggi ed eventi inghiottiti dalla memoria. Questo grazie ad uno stile di indagine e di divulgazione che permette a chiunque (anche a chi storico non è) di leggere ma soprattutto di capire.</p>
<p style="text-align: justify;">Degna di nota, a fine volume, l’analisi storico – militare di Alvise Valsecchi in merito all’ intervento dei Fallschirmjäger.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/mussolini-al-gran-sasso.html' addthis:title='Mussolini al Gran Sasso ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.centrostudilaruna.it/mussolini-al-gran-sasso.html/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
			<coop:keyword><![CDATA[1939-1945]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Italiano]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Storia contemporanea]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Campo Imperatore]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Duce]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Fallschirmjäger]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[fascismo]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Gran Sasso]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Mussolini]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Vincenzo di Michele]]></coop:keyword>
	</item>
		<item>
		<title>La storia ignorata</title>
		<link>http://www.centrostudilaruna.it/la-storia-ignorata.html</link>
		<comments>http://www.centrostudilaruna.it/la-storia-ignorata.html#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 07 Oct 2011 16:17:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabio Calabrese</dc:creator>
				<category><![CDATA[Italiano]]></category>
		<category><![CDATA[L'arco e la clava]]></category>
		<category><![CDATA[Post 1945]]></category>
		<category><![CDATA[Storia contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Teiwaz]]></category>
		<category><![CDATA[Antonino Trizzino]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[fascismo]]></category>
		<category><![CDATA[Giampaolo Pansa]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Pisanò]]></category>
		<category><![CDATA[Gladio rossa]]></category>
		<category><![CDATA[libertà]]></category>
		<category><![CDATA[Mussolini]]></category>
		<category><![CDATA[pci]]></category>
		<category><![CDATA[Quirinale]]></category>
		<category><![CDATA[resistenza]]></category>
		<category><![CDATA[tradimento]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.centrostudilaruna.it/?p=8467</guid>
		<description><![CDATA[Il muro delle menzogne comincia a mostrare le prime crepe, ma non ci dobbiamo illudere: l'era degli inganni non è finita e non finirà né domani né dopodomani, ma un giorno la gente non ne potrà più di coloro che non hanno fatto altro che ingannarla, e sulla menzogna hanno fondato il loro potere.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/la-storia-ignorata.html' addthis:title='La storia ignorata '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storiacontemporanea48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Storia contemporanea" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/teiwaz.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Teiwaz" /><br/><p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-full wp-image-8472" style="margin: 10px;" title="armistizio" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/armistizio.jpeg" alt="" width="239" height="196" />L&#8217;articolo che segue è stato scritto nel 2007 e pubblicato per la prima volta su “Ciaoeuropa”, il cessato periodico di Antonino Amato. Le ragioni per le quali intendo ripresentarlo adesso non sono difficili da intuire. L&#8217;argomento trattato è la tematica storica che, come tale, non corre il rischio di perdere di attualità, ma soprattutto ritengo che sia utile ripresentare e ribadire i concetti in esso esposti, perché ci si muove in un campo dove la mistificazione, il furto di verità, la censura sono enormi.</p>
<p style="text-align: justify;">Come ricorda uno degli autori citati:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">«Il “muro di gomma” che esiste sull&#8217;argomento sembra essere stato messo in piedi per nascondere qualsiasi tipo di ricerca della verità storica da intellettuali faziosi e direttamente controllati dalla struttura partitica&#8230; la sinistra in generale (il riferimento è al Pci ma anche al Psi) [ha] sempre avuto dalla sua parte, gestendo con molta attenzione una cerchia di giornalisti, scrittori e intellettuali che avrebbero permesso una “scrittura”, appunto, della storia relativa a questi partiti soprattutto, poco veritiera o strettamente di parte».</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;occasione per scrivere questo articolo fu data da una circostanza insolita, accadde che un bollettino di una casa editrice, La bottega editoriale, nulla affatto collegata all&#8217;“area” presentasse ben tre testi di argomento storico in qualche modo “revisionista” o perlomeno controcorrente: <a title="Il telefonista che spiava il Quirinale" href="http://www.libriefilm.com/il-telefonista-che-spiava-il-quirinale-25-luglio-1943/9884" target="_blank"><em>Il telefonista che spiava il Quirinale – 25 luglio 1943</em></a>, di Paola Palma, <em>La resistenza demitizzata</em> di Giampaolo Pansa e <a title="Compagno cittadino" href="http://www.libriefilm.com/compagno-cittadino-il-pci-tra-via-parlamentare-e-lotta-armata/9885" target="_blank"><em>Compagno cittadino, il PCI tra via parlamentare e lotta armata</em></a> di Salvatore Sechi.</p>
<p style="text-align: justify;">Tre tasselli importanti che non collimano con il mosaico complessivo della nostra storia ufficiale e che, guarda caso, coincidono con tre nervi scoperti: i retroscena della caduta del fascismo, la cosiddetta resistenza (e il mito resistenziale), il comportamento (e i segreti ancora tutti da svelare) del PCI e della sinistra negli anni della guerra fredda.</p>
<p style="text-align: justify;">Nonostante il tempo trascorso, riscrivendo l&#8217;articolo adesso, avrei dovuto modificare molto poco: nella nostra “democratica” democrazia (e non solo a livello italiano, ma europeo e mondiale) si moltiplicano le leggi tese a colpire la libertà di espressione, e in ogni caso rimane pur sempre la Legge Scelba, legge che il PCI, dotandosi di una struttura paramilitare, la Gladio Rossa, ha sistematicamente violato fino a tutti gli Anni &#8217;80, ma era ovvio che ciò non potesse avere alcuna rilevanza penale, dal momento che anche i sassi sanno che si tratta di una legge concepita apposta per colpire “i fascisti”, noi. C&#8217;è solo una cosa più odiosa delle leggi ingiuste: le leggi ingiuste applicate ingiustamente.</p>
<p style="text-align: justify;">Riscrivendo oggi l&#8217;articolo avrei evitato probabilmente qualche espressione che potrebbe essere interpretata come di apprezzamento per l&#8217;antiamericanismo del Brasile di Lula e del Venezuela di Chavez. Così come l&#8217;anticomunismo non ci ha resi e non ci rende filoamericani, così l&#8217;antiamericanismo non ci rende filocomunisti. Tanto nella falce e martello quanto nelle stelle e strisce riconosciamo i simboli del nemico che ha schiantato l&#8217;Europa nel 1945 e la tiranneggia da allora. Recentemtente, il caso Battisti è venuto a ricordarci che a protezione dei terroristi, degli assassini “rossi” (e Battisti è solo la punta dell&#8217;iceberg) esiste e continua a esistere una rete di complicità, una vera e propria “mafia rossa” internazionale che fa capo al Brasile, al Venezuela, al Nicaragua, alla Francia di monsieur Sarkozy sposato Bruni, e questo è un altro tassello della nostra storia ignorata sul quale varrebbe tanto più la pena di indagare, quanto più molti, troppi, vorrebbero chiudere gli occhi.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Alcuni anni fa il principe Otto d&#8217;Asburgo allora rettore dell&#8217;Università di Urbino, nella sua prolusione di inizio dell&#8217;Anno Accademico, a proposito della conoscenza della storia, fece un commento meno banale e più profondo di quel che può sembrare a prima vista:</p>
<p style="text-align: justify;">«Chi non sa da dove viene», disse, «non può sapere dove va, perché non sa dove si trova».</p>
<p style="text-align: justify;">I concetti che noi abbiamo della storia influenzano l&#8217;idea che ci facciamo del presente, e quindi contribuiscono a determinare le nostre azioni in vista del futuro; per questo motivo, tutti gli studiosi dei fenomeni sociali e e politici, da Malinsky e De Poncins a George Orwell, hanno messo in rilievo il fatto che la manipolazione della conoscenza storica è uno degli strumenti principali dei sistemi che, totalitari o sedicenti democratici che siano si propongono di plagiare l&#8217;opinione pubblica.</p>
<p style="text-align: justify;">Le democrazie, è noto, non ricorrono ad un sistema dichiarato di censura, ma al plagio di un potente sistema mediatico, oltre alla sommersione delle voci dissidenti in un coro continuo di &#8220;informazioni&#8221; futili e/o irrilevanti.</p>
<p style="text-align: justify;">«È possibile ingannare tutti per un certo tempo», recita un detto, «ed è possibile ingannare qualcuno per sempre, ma non si possono ingannare tutti per sempre». Io mi auguro ardentemente che ciò sia vero, e forse non solo lo è, ma siamo giunti ad un punto di rottura. Se il catalogo di un&#8217;agenzia libraria <em>on line</em> che si occupa di diffondere le opere di piccole case editrici, che non ha una caratterizzazione politica, somiglia sempre di più a quello di una libreria revisionista, questo significa che “il potere” pur con i suoi potenti mezzi sta rimanendo sempre più solo nel ripetere le sue sempre meno credibili menzogne di stato soprattutto in campo storico, su tematiche quali fascismo e antifascismo, resistenza, comunismo, guerra fredda; è una situazione che per certi versi ricorda la <em>glasnost</em> degli ultimi tempi dell&#8217;Unione Sovietica con Gorbacev.</p>
<p style="text-align: justify;">Sarà che di questi tempi il Grande Fratello mondiale non se la passa troppo bene: l&#8217;Irak somiglia sempre di più al Vietnam, Bagdad è peggio di Saigon; in Afghanistan la resistenza che sembrava schiacciata sta rialzando la testa, anche in Libano Hezbollah si è dimostrata uno scoglio più duro del previsto, poi c&#8217;è l&#8217;Iran che non si piega né alle minacce né ai ricatti, e come se non bastasse ci sono anche le rogne nel cortile dietro casa: il Venezuela di Chavez, il Brasile di Lula. Fatto sta che anche nella sin qui servilissima colonia Italia si comincia a parlare un linguaggio più libero, cominciando proprio dal revisionismo storico, così temuto dal Grande Fratello orwelliano e da quello reale. La storia (sin qui) ignorata torna sotto i riflettori e le sue lezioni possono indurre a rivedere l&#8217;atteggiamento verso il presente.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/il-telefonista-che-spiava-il-quirinale-25-luglio-1943/9884" target="_blank"><img class="alignleft size-medium wp-image-8470" style="margin: 10px;" title="il-telefonista-che-spiava-il-quirinale" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/il-telefonista-che-spiava-il-quirinale-186x300.jpg" alt="" width="186" height="300" /></a>Parliamo de “La bottega editoriale”, il bollettino, reperibile all&#8217;indirizzo bottegaeditoriale1@soveria.info che recensisce due collane “dire-fare-scrivere” e “scripta manent” dell&#8217;editore Rubettino. Nella prima troviamo la recensione del libro di Paolo Palma <a title="Il telefonista che spiava il Quirinale" href="http://www.libriefilm.com/il-telefonista-che-spiava-il-quirinale-25-luglio-1943/9884" target="_blank"><em>Il telefonista che spiava il Quirinale – 25 luglio 1943</em></a>, (recensione di Paolo Acanfora), nella seconda <em>La resistenza demitizzata</em> di Giampaolo Pansa (recensione di Francesco Fatica) e <em><a title="Compagno cittadino" href="http://www.libriefilm.com/compagno-cittadino-il-pci-tra-via-parlamentare-e-lotta-armata/9885" target="_blank">Compagno cittadino, il PCI tra via parlamentare e lotta armata</a> </em>di Salvatore Sechi (recensione di Carmine De Fazio).</p>
<p style="text-align: justify;"><em><a href="http://www.libriefilm.com/il-telefonista-che-spiava-il-quirinale-25-luglio-1943/9884" target="_blank">Il telefonista che spiava il Quirinale</a></em> non è un personaggio letterario, è Giuseppe Mangione, allora appunto telefonista del quirinale e che dopo la guerra acquisì una certa fama come sceneggiatore, che intercettò e trascrisse le conversazioni telefoniche del re Vittorio Emanuele III e del suo <em>entourage</em> attorno al luglio 1943. Le trascrizioni furono poi consegnate al noto esponente partigiano Rodolfo Pacciardi fra le cui carte sono state recentemente ritrovate.</p>
<p style="text-align: justify;">Quello che ne emerge, è un quadro completamente diverso da quel che ci eravamo abituati a considerare di un episodio chiave della nostra partecipazione al secondo conflitto mondiale, quale fu quello del 25 luglio 1943, il “ribaltone” con cui fu soppresso il regime fascista, e che doveva preludere di lì a poco all&#8217;altro ed ancor più drammatico ed infamante “ribaltone”, l&#8217;armistizio ed il cambiamento di fronte dell&#8217;8 settembre.</p>
<p style="text-align: justify;">Contrariamente a quel che ci è stato fatto credere così a lungo, l&#8217;“arresto” (ma di arresto non si trattò) di Benito Mussolini quando questi, dopo essere stato messo in minoranza nella seduta del Gran Consiglio del fascismo si recò dal re per presentargli le proprie dimissioni, non fu per nulla frutto di una decisione improvvisa di Vittorio Emanuele III, ma l&#8217;esito ultimo di una cospirazione accuratamente preparata, una congiura che ebbe la sua “anima”, la sua “eminenza grigia” nel ministro Acquarone, un personaggio che finora gli storici hanno considerato assolutamente di secondo piano.</p>
<p style="text-align: justify;">Per gli antifascisti di allora, di poi, di oggi, è sempre stato motivo d&#8217;imbarazzo il fatto che la “bieca” dittatura mussoliniana finisse in una maniera così “parlamentare”, con una votazione, ed ancora il fatto che dopo essere stato messo in minoranza dal Gran Consiglio, Mussolini si sia recato tranquillamente ad offrire al re le proprie dimissioni. È stato questo il comportamento di un tiranno? O non piuttosto quello di un leale servitore dell&#8217;Italia con la coscienza tranquilla, il cui torto, semmai, è stato quello di non avvertire la fosca atmosfera da congiura da basso impero bizantino che altri gli avevano addensato attorno, come spesso accade alle persone sincere e leali che non sono in grado di comprendere fino in fondo la malizia altrui? Se invece Mussolini scelse consapevolmente di consegnarsi nelle mani di chi voleva distruggerlo, può averlo fatto solo nel tentativo di evitare che per l&#8217;Italia alla tragedia del conflitto si sommasse l&#8217;altra tragedia della guerra civile. In ogni caso, la sua statura morale ne esce ingigantita: un gigante circondato da una torma di squallidi gnomi intenti solo a cercare di trarre un profitto personale dalle sventure della Patria.</p>
<p style="text-align: justify;">In realtà questo libro aggiunge nuovi tasselli ad un mosaico che il gran parte conoscevamo già, così come sappiamo che all&#8217;uscita dal Quirinale Mussolini non fu arrestato con un atto che avesse qualche parvenza di legalità, ma rapito e portato via in segreto su di un&#8217;ambulanza: è evidente che i cospiratori temevano una reazione popolare, ed in tal modo confessavano involontariamente la popolarità di cui ancora godeva Mussolini a dispetto del disastroso andamento della guerra.</p>
<p style="text-align: justify;">E non parliamo di altri fatti oscuri di quella tragica fine di luglio che sembrava anticipare sinistramente la guerra civile, come l&#8217;assassinio in un vile agguato di Ettore Muti, “il più bello” e sicuramente uno dei più amati <em>leader</em> fascisti.</p>
<p style="text-align: justify;">In realtà, non è da adesso che sappiamo che fin dall&#8217;inizio del conflitto la monarchia e gli alti gradi militari ad essa vicini tennero un comportamento ambiguo, “il piede in due staffe”, come si dice, e arrivarono a sabotare lo sforzo bellico collaborando apertamente con il nemico, al prezzo delle vite cinicamente sacrificate di migliaia di nostri combattenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Poiché la repubblica nata dalla “resistenza” si è sempre preoccupata di non far conoscere agli Italiani la verità sulla tragedia che li aveva colpiti, e di nascondere il volto vile e laido dell&#8217;antifascismo, quello che fu il nostro più valido scrittore di cose militari, Antonino Trizzino, andò incontro nel dopoguerra a tre processi per aver affermato e documentato nel suo celebre <em>Navi e poltrone</em> un fatto basilare ed incontrovertibile: la condotta della Regia Marina, dei suoi alti comandi, fu, dal punto di vista dell&#8217;interesse nazionale, folle e suicida: i nostri convogli destinati al nord-Africa furono mandati senza scorta lungo le rotte di un mare dove i britannici avevano una schiacciante superiorità; le vite di migliaia di nostri marinai furono sacrificate invano, e nel contempo la penuria di rifornimenti determinò il crollo del fronte africano che aprì le porte all&#8217;invasione dell&#8217;Italia. Non basta, in un altro libro dal titolo eloquente, <em>Gli amici dei nemici</em>, Trizzino ha documentato i contatti che ci furono fra i nostri alti comandi ed i britannici che furono costantemente informati dei movimenti delle nostre truppe e dei nostri convogli. La monarchia ed il suo <em>entourage</em>, gli alti gradi militari si preparavano a saltare sul carro del probabile vincitore o (le due ipotesi non sono in contrasto) vedevano nella sconfitta un mezzo per sbarazzarsi del fascismo. Peccato che intanto a farne le spese erano, con le loro vite, i nostri soldati ed i nostri marinai, e tutto ciò ha sempre avuto un solo nome: tradimento.</p>
<p style="text-align: justify;">Se poi aggiungiamo che la monarchia fece forti pressioni sul fascismo perché si arrivasse al più presto all&#8217;entrata in guerra, essendo Mussolini riluttante, ed i Tedeschi che conoscevano lo stato d&#8217;impreparazione delle nostre forze armate dopo che l&#8217;Italia aveva appena speso tutte le sue energie in due guerre consecutive in Etiopia e in Spagna, nettamente contrari, è difficile sottrarsi alla conclusione che le vite degli Italiani e l&#8217;avvenire stesso dell&#8217;Italia siano stati sacrificati sull&#8217;altare di uno sporco gioco di potere.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/il-sangue-dei-vinti/4644" target="_blank"><img class="alignright size-medium wp-image-5935" style="margin: 10px;" title="il-sangue-dei-vinti" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/il-sangue-dei-vinti-189x300.jpg" alt="" width="189" height="300" /></a>Passiamo all&#8217;altro libro che bene s&#8217;inserisce su questa tematica: <em>La resistenza demitizzata</em> è per ora l&#8217;ultimo anello di una catena che l&#8217;autore ha iniziato nel 2003 con il bestseller <a title="Il sangue dei vinti" href="http://www.libriefilm.com/il-sangue-dei-vinti/4644" target="_blank"><em>Il sangue dei vinti</em></a>, proseguita poi con <a title="Sconosciuto 1945" href="http://www.libriefilm.com/sconosciuto-1945/1454" target="_blank"><em>Sconosciuto 1945</em></a> del 2005 e <a title="La grande bugia" href="http://www.libriefilm.com/la-grande-bugia/1453" target="_blank"><em>La grande bugia</em></a> del 2006. La resistenza, lo sappiamo, non fu un&#8217;epopea, non ebbe nulla di nobile, fu un carnaio truce e vile, fatto di attentati e di colpi alla schiena, diretta contro i Tedeschi, ma soprattutto contro coloro che dopo l&#8217;8 settembre 1943 avevano continuato a combattere lo stesso nemico, e contro quanti minacciavano di essere un ostacolo alla “rivoluzione socialista” che si pensava d&#8217;instaurare a guerra finita. La stragrande maggioranza dei militi della Repubblica Sociale uccisi da mano comunista non caddero in combattimento, ma furono trucidati dopo essersi arresi ed aver ceduto le armi, quando non erano più in grado di difendersi. Con il 25 aprile 1945 non arrivò la “liberazione” ma la mattanza. Coloro che per due anni sanguinosi non erano stati capaci di fare altro che nascondersi sulle montagne, compiere attentati, colpire alla schiena, ora, vincitori per procura grazie ai bombardieri ed ai <em>tank</em> americani, sfogavano sui vinti e sugli inermi la loro barbarie bestiale.</p>
<p style="text-align: justify;">La “resistenza” non è stata altro che questo, la pagina forse più vergognosa della nostra storia bimillenaria. Noi questo lo sappiamo, lo sapevamo già ben prima che Giampaolo Pansa arrivasse a dirlo, tuttavia è un fatto molto importante che uno storico di formazione di sinistra e quindi antifascista arrivasse a dirlo, a renderlo noto al grosso pubblico tenuto nell&#8217;ignoranza per più di mezzo secolo.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/la-grande-bugia/1453" target="_blank"><img class="alignleft size-medium wp-image-6153" style="margin: 10px;" title="la-grande-bugia" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/la-grande-bugia1-196x300.jpg" alt="" width="196" height="300" /></a>Giampaolo Pansa ha iniziato questo percorso nel 2002, con un testo sui combattenti della Repubblica Sociale, <a title="I figli dell'aquila" href="http://www.libriefilm.com/i-figli-dellaquila/9886" target="_blank"><em>I figli dell&#8217;aquila</em></a>, e probabilmente a questo punto si è trovato di fronte alla verità di cosa è stata la “resistenza”, un&#8217;orrenda faida condotta soprattutto a guerra finita contro un “nemico” ormai inerme, poteva, come tanti prima di lui, insabbiare tutto, invece ha avuto il coraggio di rompere il muro dell&#8217;omertà. Come <a title="La grande bugia" href="http://www.libriefilm.com/la-grande-bugia/1453" target="_blank"><em>La grande bugia</em></a>, <em>La resistenza demitizzata</em> è dedicata soprattutto a smentire gli avvocati d&#8217;ufficio della resistenza, i ben pagati megafoni e leccapiedi del regime che vorrebbero tenere la grande bugia ancora in piedi: Giorgio Bocca, Alessandro Curzi, Paolo Flores d&#8217;Arcais, Sergio Luzzatto, ed altri esemplari del più lugubre bestiario di quanti vilipendono la storia e prostituiscono l&#8217;informazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Chi mente sapendo di mentire, molto spesso finisce per darsi la zappa sui piedi, e così Pansa ha buon gioco citando un&#8217;affermazione di Giorgio Bocca, il più accanito di quanti vorrebbero confutarlo:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">«Il terrorismo ribelle non è fatto per prevenire quello dell’occupante, ma per provocarlo, per inasprirlo. Esso è autolesionismo premeditato: cerca le ferite, le punizioni, le rappresaglie per coinvolgere gli incerti, per scavare il fosso dell’odio. È una pedagogia impietosa, una lezione feroce».</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">In poche parole, il solco di ostilità fra la popolazione ed i Tedeschi e i combattenti repubblicani fu creato artatamente, con attentati che aveva lo scopo di provocare le rappresaglie secondo la logica del “tanto peggio, tanto meglio” da parte di chi mirava a fare “la rivoluzione” e non aveva alcuna preoccupazione di quanto questa logica aberrante sarebbe costata all&#8217;Italia in termini di morti e distruzioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel libro è contenuto un omaggio doveroso ad un uomo che ha cercato invano di raccontare agli Italiani la verità: Giorgio Pisanò, autore di volumi come <em>Storia della guerra civile in Italia</em> e <em>Gli ultimi in grigioverde</em> che, nonostante un&#8217;indiscussa competenza, serietà e probità come storico non riuscì a trovare un editore abbastanza coraggioso da pubblicare la verità sul periodo più buio della storia d&#8217;Italia, allora divenne egli stesso editore, e la cui tipografia fu distrutta per ben quattro volte da quattro attentati rimasti rigorosamente senza colpevoli e che non ebbero alcuna eco sui mezzi “d&#8217;informazione”.</p>
<p style="text-align: justify;">Da parte mia, aggiungerei un punto che sembra finora sfuggito a Pansa ed alla gran parte degli storici che si sono occupati di questi fatti. A sinistra è diffusa la leggenda, che ha sicuramente meno fondamento di quella dell&#8217;esistenza del mostro di Loch Ness, che la “liberazione” sarebbe stata opera dei “resistenti”, dei partigiani, e che gli angloamericani arrivati a cose fatte, si sarebbero limitati a togliere loro di mano il frutto della vittoria. Questa leggenda comporta una confusione fra attentati, pistolettate alla schiena nei vicoli, atti di terrorismo ed azioni militari. C&#8217;è poi da stupirsi se qualcuno cresciuto in questo tipo di “cultura” abbia poi pensato di riprendere “la lotta rivoluzionaria” con gli stessi metodi? Diciamo la verità una volta per tutte: le Brigate Rosse sono state figlie legittime della “resistenza” e della “cultura resistenziale”!</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/compagno-cittadino-il-pci-tra-via-parlamentare-e-lotta-armata/9885" target="_blank"><img class="alignright size-medium wp-image-8469" style="margin: 10px;" title="compagno-cittadino" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/compagno-cittadino-188x300.jpg" alt="" width="188" height="300" /></a>In questo discorso, ben s&#8217;inserisce il terzo libro citato, <a title="Compagno cittadino" href="http://www.libriefilm.com/compagno-cittadino-il-pci-tra-via-parlamentare-e-lotta-armata/9885" target="_blank"><em>Compagno cittadino, il PCI tra via parlamentare e lotta armata</em></a> di Salvatore Sechi. In questo caso, non si tratta per la verità di un testo organico ma di una raccolta di saggi, ma questo non muta in nulla la sostanza delle cose, che è semplicemente questa: il PCI ha sempre posseduto una struttura paramilitare segreta pronta a intervenire per instaurare con la forza anche in Italia un regime comunista non appena le circostanze di politica interna e soprattutto internazionale l&#8217;avessero reso possibile, quella cui si è ripetutamente alluso come “Gladio rossa”.</p>
<p style="text-align: justify;">La prima cosa che Sechi e De Fazio sulle sue orme ci fanno notare, è l&#8217;estrema difficoltà che esiste ancora oggi nel raccogliere informazioni su questo argomento, stante il clima omertoso, il “muro di gomma” che ancora oggi circonda tutto ciò che riguarda il Partito Comunista, eretto con l&#8217;attiva complicità di giornalisti e sedicenti intellettuali di sinistra:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">«Il “muro di gomma” che esiste sull’argomento sembra essere stato messo in piedi per nascondere qualsiasi tipo di ricerca della verità storica da intellettuali faziosi e direttamente controllati dalla struttura partitica. Questa componente rappresenta un altro elemento di critica di Sechi, quello cioè, che la sinistra in generale (il riferimento è al Pci ma anche al Psi) avesse sempre avuto dalla sua parte, gestendo con molta attenzione una cerchia di giornalisti, scrittori e intellettuali che avrebbero permesso una “scrittura”, appunto, della storia relativa a questi partiti soprattutto, poco veritiera o strettamente di parte».</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Una delle poche cose che appaiono sicure al riguardo, è che questa struttura non sarebbe potuta esistere senza la disponibilità di grandi quantità di denaro, di origine certamente illecita. La fonte principale sembra essere stato il sistema di tangenti imposto dal PCI alle aziende italiane che intendevano commerciare con i Paesi comunisti, ossia proprio quel sistema di “pizzo” mafioso che tutti conoscevano fino alla fine degli anni &#8217;80 e di cui l&#8217;inchiesta “mani pulite” non ha voluto trovare traccia:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">«A fianco delle grosse capacità di gestione e mantenimento del sistema partitico, c’era un apparato che prendeva sostentamento dalle ingenti quantità di denaro che il Pci riusciva a cooptare dai grandi mercati internazionali e che, a dire dell’autore, ne faceva il punto di riferimento del mercato <em>import-export</em> verso e dai paesi europei sotto l’orbita sovietica e anche verso il mercato “rosso” orientale rappresentato dalla Cina».</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">C&#8217;è una considerazione che merita aggiungere: il nomignolo di “Gladio rossa” attribuito alla struttura paramilitare clandestina del PCI che, c&#8217;informa Sechi, non cessò di essere operativa prima degli anni &#8217;80, è del tutto improprio. “Gladio”, ovvero “Stay Behind” era una struttura segreta ma pienamente legittima costituita in ambito NATO con il compito di organizzare la resistenza dietro le linee in caso d&#8217;invasione sovietica. L&#8217;esistenza di tale struttura fu resa di dominio pubblico, vanificandone la funzione, dall&#8217;allora presidente del Consiglio Giulio Andreotti con un atto contrario alla sicurezza nazionale, per ingraziarsi il PCI. Se qualcuno agì in modo illecito ed in danno dell&#8217;interesse nazionale nella vicenda “Gladio” fu lo stesso Andreotti, un individuo che, non solo per questa vicenda, ma si pensi ad esempio alla sua implicazione nell&#8217;assassinio del giornalista Mino Pecorelli e ai suoi legami con il boss mafioso Totò Riina, dovrebbe sedere a vita non sui banchi di Palazzo Madama ma sul tavolato di una cella.</p>
<p style="text-align: justify;">Quello di “Gladio” non fu il solo caso nel quale una struttura del tutto legittima che svolgeva attività anticomunista, fu criminalizzata e fatta passare per golpista; un altro esempio allucinante fu la vicenda di Edgardo Sogno, a capo di una struttura che si occupava di fornire assistenza a quanti cercavano di fuggire od erano fuggiti dai “paradisi” comunisti dell&#8217;Est. Il PM Luciano Violante imbastì contro di lui una montatura giudiziaria “golpista” che non aveva nessun riscontro nella realtà. Per Sogno iniziò una lunga ed allucinante vicenda giudiziaria che è poco definire kafkiana, e per Violante una rapida carriera politica che lo ha portato fino alla presidenza della Camera. Dovremmo seriamente interrogarci sul vero significato di una democrazia che tratta da criminali coloro che difendono la libertà, e porta ladri, assassini e farabutti di ogni specie ai supremi vertici dello stato.</p>
<p style="text-align: justify;">La cosiddetta “Gladio rossa”, invece, era un&#8217;organizzazione del tutto illegale con compiti di sovversione e, presentandosi l&#8217;occasione, di presa del potere con la violenza o di fiancheggiamento di un&#8217;eventuale invasione sovietica. Tutto ciò nell&#8217;ormai desueto linguaggio dei nostri padri aveva un nome preciso: tradimento.</p>
<p style="text-align: justify;">Indipendentemente da quali fossero le sue finalità, la “Gladio rossa” era un&#8217;organizzazione illegale di per sé, poiché in Italia c&#8217;è una legge, la legge Scelba, che proibisce ai partiti di dotarsi di organizzazioni paramilitari, ma siamo sinceri, nessun PM avrebbe mai incriminato né tanto meno nessun giudice avrebbe mai condannato il PCI in base alla legge Scelba, perché la democrazia ha un&#8217;altra stranezza, certe leggi sono “strabiche”, colpiscono una parte politica (e sono fatte apposta per colpirla), ma non le altre. Un esempio recente di ciò è anche la legge Mastella da poco introdotta che introduce il reato di “istigazione al genocidio”, ma possiamo essere matematicamente sicuri che essa non colpirà mai gli esaltatori delle foibe; ed io che vivo a Trieste, una città dove c&#8217;è una minoranza slovena che ha mantenuto intatto tutto il suo sciovinismo antiitaliano, vi posso assicurare che ce ne sono.</p>
<p style="text-align: justify;">C&#8217;è qualcosa di ancora più moralmente ripugnante delle leggi ingiuste: la loro applicazione ingiusta e “strabica”.</p>
<p style="text-align: justify;">Il muro delle menzogne comincia a mostrare le prime crepe, ma non ci dobbiamo illudere: l&#8217;era degli inganni non è finita e non finirà né domani né dopodomani, ma un giorno la gente non ne potrà più di coloro che non hanno fatto altro che ingannarla, e sulla menzogna hanno fondato il loro potere.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/la-storia-ignorata.html' addthis:title='La storia ignorata ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.centrostudilaruna.it/la-storia-ignorata.html/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
			<coop:keyword><![CDATA[Italiano]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[L'arco e la clava]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Post 1945]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Storia contemporanea]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Teiwaz]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Antonino Trizzino]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[democrazia]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[fascismo]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Giampaolo Pansa]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Giorgio Pisanò]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Gladio rossa]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[libertà]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Mussolini]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[pci]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Quirinale]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[resistenza]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[tradimento]]></coop:keyword>
	</item>
		<item>
		<title>Il fascismo italiano</title>
		<link>http://www.centrostudilaruna.it/il-fascismo-italiano.html</link>
		<comments>http://www.centrostudilaruna.it/il-fascismo-italiano.html#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 15 Jun 2011 16:15:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Adriano Romualdi</dc:creator>
				<category><![CDATA[1900-1939]]></category>
		<category><![CDATA[Adriano Romualdi]]></category>
		<category><![CDATA[Articoli e scritti di Adriano Romualdi]]></category>
		<category><![CDATA[Italiano]]></category>
		<category><![CDATA[Storia contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[concordato]]></category>
		<category><![CDATA[corporativismo]]></category>
		<category><![CDATA[corporazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Etiopia]]></category>
		<category><![CDATA[fascismo]]></category>
		<category><![CDATA[Mussolini]]></category>
		<category><![CDATA[partito nazionale fascista]]></category>
		<category><![CDATA[regime]]></category>
		<category><![CDATA[repubblica sociale italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Stato]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.centrostudilaruna.it/?p=7701</guid>
		<description><![CDATA[Brani tratti dal libro postumo Il fascismo come fenomeno europeo, cap II (pp. 37-42).]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/il-fascismo-italiano.html' addthis:title='Il fascismo italiano '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/romualdi48x48.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Adriano Romualdi" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storiacontemporanea48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Storia contemporanea" /><br/><p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-full wp-image-7708" style="margin: 10px;" title="mussolini" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/mussolini.jpg" alt="" width="250" height="250" />Prima di passare dall&#8217;esame di alcuni interpreti a quello delle principali interpretazioni, sarà il caso di dare un rapido sguardo ai movimenti fascisti, in modo che la materia &#8211; per così dire &#8211; non ci sfugga dalle mani. I movimenti fascisti che dan forma al complesso fenomeno del «Fascismo» sono i seguenti:</p>
<p style="text-align: justify;">1) <em>il Fascismo italiano. </em>Il 23 Marzo 1919 Mussolini fonda a Milano i «Fasci di combattimento» con un programma ad un tempo nazionale e sociale. I primi «Fasci» &#8211; espressione di ex-combattenti, ex-socialisti e sindacalisti rivoluzionari &#8211; si evolvono lentamente verso posizioni di destra fino alla fine del 1920. Da questo momento, stanche di due anni di violenze socialiste culminate nell&#8217;occupazione delle fabbriche, masse crescenti della borghesia piccola e media incominciano ad affluire nel «Fascismo». Dilaga nella valle del Po il fenomeno dello «squadrismo» &#8211; reazione di ex combattenti e proprietari soprattutto della nuova borghesia agraria contro il terrorismo delle leghe rosse. Le squadre &#8211; finanziate dagli agrari e tollerate dal governo &#8211; dilagano in tutta l&#8217;Italia settentrionale e centrale. Portato dall&#8217;onda dello squadrismo padano, Mussolini si sposta su posizioni di estrema destra e fonda il Partito Nazionale Fascista (Novembre 1921).</p>
<p style="text-align: justify;">Confluiscono nel Fascismo:</p>
<p style="text-align: justify;">a) gli ex-combattenti, oltraggiati dai socialisti per il loro passato militare e delusi dalla debolezza del governo al tavolo della pace;</p>
<p style="text-align: justify;">b) gli studenti, attratti dagli ideali nazionalisti e dalla speranza di una «Italia più grande»;</p>
<p style="text-align: justify;">c) la media e piccola borghesia, spaventata dagli scioperi e dalle violenze dei socialisti;</p>
<p style="text-align: justify;">d) gli agrari, i piccoli proprietari e fittavoli minacciati dai rossi di confische e collettivizzazioni.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;ascesa del Fascismo si compie sullo sfondo della crisi delle altre forze politiche:</p>
<p style="text-align: justify;">1) i liberali, incapaci di adeguarsi alla nuova era dei partiti di massa;</p>
<p style="text-align: justify;">2) i socialisti, tentati dalla violenza ma incapaci di fare la rivoluzione;</p>
<p style="text-align: justify;">3) i cattolici, incapaci di accordarsi sia coi liberali che coi socialisti.</p>
<p style="text-align: justify;">Il 28 Ottobre 1922 &#8211; di fronte all&#8217;imponente concentrazione di squadre fasciste su Roma -, il Re incarica Mussolini di formare un governo di coalizione. In sostanza, il Partito Nazionale Fascista conquista il potere per:</p>
<p style="text-align: justify;">a) l&#8217;ntraprendenza, la giovinezza e il coraggio degli squadristi lanciati contro le organizzazioni di sinistra;</p>
<p style="text-align: justify;">b) la complicità della polizia e dell&#8217;esercito che ne condivide gli ideali patriottici;</p>
<p style="text-align: justify;">c) l&#8217;appoggio ﬁnanziario di buona parte delle forze economiche che vogliono il ritorno all’ordine e la cessazione degli scioperi;</p>
<p style="text-align: justify;">d) la neutralità di gran parte della vecchia classe liberale ostile ai socialisti e ai cattolici e sensibile agli appelli all’ordine e al patriottismo di Mussolini.</p>
<p style="text-align: justify;">Così, un po’ con la violenza, un po’ col consenso, il Fascismo va al potere in un contesto che in un primo momento resta quello della monarchia parlamentare. Resistono più a lungo contro il Fascismo:</p>
<p style="text-align: justify;">1) gli operai di talune zone industriali rigorosamente inquadrati dal Partito Comunista.</p>
<p style="text-align: justify;">2) vaste masse cattoliche legate al Partito Popolare.</p>
<p style="text-align: justify;">3) personaggi e istituzioni della vecchia classe dirigente (<em>Il Corriere della Sera</em>, <em>La Stampa</em>) e ambienti industriali che temono lo spirito rivoluzionario del Fascismo.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-medium wp-image-7706" style="margin: 10px;" title="il-fascismo-come-fenomeno-europeo" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/il-fascismo-come-fenomeno-europeo1-200x300.jpg" alt="" width="200" height="300" />La crisi seguita all’uccisione di Matteotti e l&#8217;abbandono del Parlamento da parte dei deputati dell’opposizione permettono a Mussolini di incominciare la trasformazione della democrazia parlamentare nello stato fascista. Una serie di trasformazioni &#8211; le ultime delle quali perfezionate nel 1938 &#8211; portano:</p>
<p style="text-align: justify;">a) allo scioglimento dei partiti politici e alla loro sostituzione con il Partito Fascista concepito come il partito di tutto il popolo italiano;</p>
<p style="text-align: justify;">b) alla graduale esautorazione del Parlamento e alla sua definitiva sostituzione (1938) con una Camera dei Fasci e delle Corporazioni quale rappresentanza del Partito e delle categorie produttrici;</p>
<p style="text-align: justify;">c) alla costituzione delle squadre d’azione in Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale nel 1923, come forza armata accanto all’Esercito;</p>
<p style="text-align: justify;">d) alla introduzione di una legislazione speciale contro i nemici dello Stato Fascista con pene che vanno dal confino alla pena di morte;</p>
<p style="text-align: justify;">e) allo scioglimento dei sindacati e all’abolizione del diritto di sciopero con la promulgazione della Carta del Lavoro che prevede l&#8217;istituzione di corporazioni e la mediazione dello stato nelle controversie tra padroni e lavoratori;</p>
<p style="text-align: justify;">f) alla creazione di enti pubblici per l&#8217;intervento nell’economia che, insieme a numerose forme assistenziali &#8211; esprimono una concezione dello Stato non più neutrale ma desideroso di tutelare il cittadino e le iniziative economiche di interesse comune;</p>
<p style="text-align: justify;">g) alla mobilitazione dei giovani nelle organizzazioni ginniche e paramilitari, con la relativa costruzione di campi sportivi, piscine, etc.</p>
<p style="text-align: justify;">Dall’alleanza del movimento fascista con le forze conservatrici (la monarchia, l&#8217;esercito, a cui &#8211; dopo la Conciliazione &#8211; si aggiunge anche la Chiesa) prende forma il Regime Fascista, strettamente legato alla persona del Duce del Fascismo &#8211; Mussolini &#8211; la cui politica personale diventa la politica del Regime e dell’Italia.</p>
<p style="text-align: justify;">Questa politica persegue i seguenti obiettivi interni:</p>
<p style="text-align: justify;">a) lo smorzamento degli spiriti più rivoluzionari del movimento fascista e il ridimensionamento delle personalità più forti e più indipendenti (Farinacci, Arpinati, Balbo).</p>
<p style="text-align: justify;">b) L&#8217;affermazione sempre più netta della personalità del Duce al di sopra di tutti gli organi del partito e dello stato e la riduzione del Partito Nazionale Fascista a un organo di mobilitazione di massa più che di discussione politica.</p>
<p style="text-align: justify;">c) lo stretto controllo della stampa e della radio quali strumenti di indottrinamento dell’opinione pubblica.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/storia-del-fascismo-nascita-di-una-nazione/9462" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-7707" style="margin: 10px;" title="storia-del-fascismo" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/storia-del-fascismo.jpg" alt="" width="200" height="290" /></a>A questa tattica politica, si sposa una propaganda volta a valorizzare i seguenti ideali:</p>
<p style="text-align: justify;">a) l’esaltazione dello stato-nazione come portatore della tradizione della antica Roma e d’una propria eticità e validità spirituale. Questa esaltazione della romanità e della eticità dello stato trovano pertanto un limite nel rango riconosciuto alla Chiesa dopo il Concordato.</p>
<p style="text-align: justify;">b) la rivendicazione dei valori morali e militari, come anche della esaltazione della terra, della prolificità, dei valori contadini e guerrieri contrapposti a quelli cittadini e tendenti a rivendicare il tipo del contadino rispetto a quello del «borghese».</p>
<p style="text-align: justify;">c) la apologia di tutte le forme di rischio e di ardimento con la diffusione dello sport e dell&#8217;istruzione pre-militare e la valorizzazione di ogni manifestazione di audacia collettiva (la «trasvolata atlantica» di Balbo, etc.).</p>
<p style="text-align: justify;">Alla tecnica del governo dittatoriale e alla propaganda di massa, si uniscono talune direttive fisse di politica estera che sono:</p>
<p style="text-align: justify;">1) l’aspirazione a dare al popolo italiano uno spazio vitale adeguato alla sua importanza e al numero dei suoi abitanti;</p>
<p style="text-align: justify;">2 ) la tendenza a una revisione delle clausole del Trattato di Versailles a favore delle nazioni più sfortunate (l&#8217;Ungheria, in un secondo tempo la Germania e la stessa Italia);</p>
<p style="text-align: justify;">3) la polemica con le nazioni troppo ricche in territori e in colonie (la Francia e l&#8217;Inghilterra) con la conseguente creazione di un forte esercito e d’una forte marina in grado di mettere in discussione il predominio anglo-francese nel Nordafrica e nel Mediterraneo.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo indirizzo di politica estera porta dapprima alla conquista della Etiopia e poi a un riavvicinamento con la Germania &#8211; unica nazione in grado di mettere in discussione il predominio anglo-francese in Europa. La conquista dell&#8217;Etiopia, lo stesso intervento nella guerra di Spagna che si risolve in un successo dei «nazionali», porta al Fascismo il massimo della popolarità. L’0pposizione si può considerare distrutta &#8211; e ciò non solo per i mezzi repressivi, relativamente miti &#8211; ma per l&#8217;abile propaganda e i successi del Regime.</p>
<p style="text-align: justify;">Sostengono il Fascismo soprattutto:</p>
<p style="text-align: justify;">a) i giovani, educati dal Partito e cresciuti nel nuovo clima di mobilitazione sportiva e di entusiasmo nazionale;</p>
<p style="text-align: justify;">b) i ceti medi, soddisfatti della stabilità politica ed economica del Regime;</p>
<p style="text-align: justify;">c) il clero, abbastanza contento della politica di conciliazione del Fascismo verso il Vaticano;</p>
<p style="text-align: justify;">d) i militari e la monarchia, sensibili al nuovo prestigio acquistato dall&#8217;Italia in Europa;</p>
<p style="text-align: justify;">c) vaste frange dei ceti popolari conquistati dal «populismo» mussoliniano e dalle istituzioni assistenziali create dal Regime.</p>
<p style="text-align: justify;">Così, all’opposizione attiva contro il Fascismo restano solo alcuni intellettuali e poche migliaia di operai indottrinati dal Partito Comunista clandestino. Peraltro, il Patto d’Acciaio &#8211; con il conseguente profilarsi d’una nuova guerra -, le leggi razziali e una troppo invadente propaganda «anti-borghese» portano larghe frange dei ceti medi e della Chiesa cattolica ad una posizione di critica e di ripensamento.</p>
<p style="text-align: justify;">Questa posizione di critica e di riserbo si accentua con l&#8217;entrata in guerra alla quale il Fascismo è spinto:</p>
<p style="text-align: justify;">a) dalla logica stessa della sua dottrina dell’espansione e dello spazio vitale;</p>
<p style="text-align: justify;">b) dalla affinità ideologica e politica con la Germania nazista;</p>
<p style="text-align: justify;">c) dalla necessità di trasportare sul piano internazionale quella lotta contro il mondo delle democrazie e della borghesia capitalistica che &#8211; insieme col bolscevismo russo &#8211; è il contraltare del Fascismo.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;intervento viene attuato da Mussolini in un momento favorevolissimo (la Francia è fuori giuoco e l&#8217;Inghilterra non è in grado di difendere Malta e l’Egitto), ma l&#8217;incertezza e l&#8217;inettitudine della classe politica e militare vengono presto alla ribalta in modo catastrofico.</p>
<p style="text-align: justify;">La guerra mette rapidamente allo scoperto le debolezze del Regime:</p>
<p style="text-align: justify;">a) il compromesso tra Mussolini e le forze conservatrici ha lasciato intatta la vecchia classe dirigente con la sua tendenza al carrierismo e al compromesso (Badoglio, etc.);</p>
<p style="text-align: justify;">b) il Partito mortificato da troppi anni di conformismo non è in grado di animare efficacemente alla lotta il popolo italiano;</p>
<p style="text-align: justify;">c) la propaganda è più nazionalista, patriottarda, che «fascista» e non basta a illustrare il significato ideologico e geopolitico della guerra rivoluzionaria e continentale della Germania.</p>
<p style="text-align: justify;">Così, dopo le prime sconfitte &#8211; e poi con l&#8217;invasione del territorio nazionale &#8211; si sfalda l&#8217;unità della Monarchia col Fascismo e della classe dirigente conservatrice col movimento fascista. Il nazional-fascista si scinde, e la parte «nazionale» &#8211; ossia più genericamente borghese e conservatrice &#8211; cerca un’uscita qualunque dalla guerra. Ciò conduce al 25 Luglio e all’8 Settembre.</p>
<p style="text-align: justify;">La Repubblica Sociale Italiana e il nuovo Partito Fascista Repubblicano rappresentano una specie di «ritorno alle origini». Peraltro, i 18 punti di Verona e la Legge sulla socializzazione delle imprese costituiscono delle motivazioni affatto secondarie del nuovo Fascismo, la cui vitalità è da ravvisarsi nella difesa dell’onore militare e nel fascino che esercita ancora su una parte della gioventù italiana.</p>
<p style="text-align: justify;">Il Fascismo italiano è stato il paradigma degli altri fascismi. ll partito unico, le organizzazioni giovanili, l&#8217;ordinamento corporativo della economia, la milizia di partito hanno servito da modello agli altri movimenti fascisti &#8211; a cominciare dal Nazionalsocialismo. Peraltro, proprio il Fascismo &#8211; che aveva ideato lo «stato totalitario» &#8211; non lo attuò mai. Dietro alla facciata del Partito Nazionale Fascista &#8211; organizzazione di massa dal carattere sempre più accentuatamente dopolavoristico &#8211; il Regime rimase una dittatura appoggiata a una monarchia. La milizia, nata come guardia armata della rivoluzione, non assurse mai, come le SS, ad armata di partito, ma rimase una mera appendice dell&#8217;esercito.</p>
<p style="text-align: justify;">Così Mussolininon aveva del tutto torto quando osservava nella Repubblica Sociale che «non vi era mai stata una rivoluzione fascista: l’Italia è prima una monarchia, e tale è rimasta dopo».</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Brani tratti dal libro postumo <em>Il fascismo come fenomeno europeo</em>, cap II (pp. 37-42).</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/il-fascismo-italiano.html' addthis:title='Il fascismo italiano ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.centrostudilaruna.it/il-fascismo-italiano.html/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>2</slash:comments>
			<coop:keyword><![CDATA[1900-1939]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Adriano Romualdi]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Articoli e scritti di Adriano Romualdi]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Italiano]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Storia contemporanea]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[concordato]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[corporativismo]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[corporazioni]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Etiopia]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[fascismo]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Mussolini]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[partito nazionale fascista]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[regime]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[repubblica sociale italiana]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Stato]]></coop:keyword>
	</item>
		<item>
		<title>Tra Mussolini e D’Annunzio</title>
		<link>http://www.centrostudilaruna.it/tra-mussolini-e-d%e2%80%99annunzio.html</link>
		<comments>http://www.centrostudilaruna.it/tra-mussolini-e-d%e2%80%99annunzio.html#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 23 Mar 2011 16:43:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Leonello Rimbotti</dc:creator>
				<category><![CDATA[1900-1939]]></category>
		<category><![CDATA[Italiano]]></category>
		<category><![CDATA[Storia contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Carlo Delcroix]]></category>
		<category><![CDATA[D'Annunzio]]></category>
		<category><![CDATA[Delcroix]]></category>
		<category><![CDATA[fascismo]]></category>
		<category><![CDATA[Giano Accame]]></category>
		<category><![CDATA[Mussolini]]></category>
		<category><![CDATA[nazionalismo]]></category>
		<category><![CDATA[squadrismo]]></category>
		<category><![CDATA[Vittoriale]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.centrostudilaruna.it/?p=6882</guid>
		<description><![CDATA[Un piccolo libro da poco uscito ripercorre in brevi tratti autobiografici uno degli aspetti più importanti della politica italiana della prima metà del Novecento: D’Annunzio e Mussolini di Carlo Delcroix.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/tra-mussolini-e-d%e2%80%99annunzio.html' addthis:title='Tra Mussolini e D’Annunzio '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storiacontemporanea48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Storia contemporanea" /><br/><p style="text-align: justify;"><a href="http://www.amazon.it/gp/product/8860872413/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=cestlaru-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8860872413" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-6884" style="margin: 10px;" title="d'annunzio-e-mussolini" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/dannunzio-e-mussolini.jpg" alt="" width="171" height="250" /></a>Un piccolo libro da poco uscito ripercorre in brevi tratti autobiografici uno degli aspetti più importanti della politica italiana della prima metà del Novecento: i rapporti fra d’Annunzio e Mussolini, con tutto il bagaglio che, in termini di ideologia, strategie di potere e storia politica quel binomio comporta. Si tratta di <a title="D'Annunzio e Mussolini" href="http://www.amazon.it/gp/product/8860872413/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=cestlaru-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8860872413"><em>D’Annunzio e Mussolini</em></a> (casa editrice Le Lettere) di Carlo Delcroix, un agile testo steso nel 1959 dal Presidente dell’Associazione Mutilati e Invalidi, cieco di guerra, Medaglia d’argento, personaggio molto noto del combattentismo dell’epoca, oratore di grande talento, scrittore e poeta, e figura carismatica del nazionalismo italiano.</p>
<p style="text-align: justify;">Il primo incontro fra d’Annunzio e Delcroix avvenne il 18 dicembre 1923 al Vittoriale, e fu l’Immaginifico a chiamare il “radioso cieco” vicino a sé, in quel clima di “francescana” e appartata solitudine che il poeta amava disegnare attorno a sé nel suo complesso di Cargnacco. Qui, per la verità, si accalcava tutta una folla di persone che ruotavano intorno a d’Annunzio e che non sempre limpidamente tessevano ogni sorta di trama.</p>
<p style="text-align: justify;">Come testimoniò il prefetto Giovanni Rizzo, che da Mussolini ebbe l’incarico di sorvegliare la situazione al Vittoriale, un gran numero di opportunisti, profittatori e semplici parassiti si faceva forte del nome del Vate per scopi personali. Ma d’Annunzio, ormai rinfoderata la spada di Fiume e chiusosi sulle sponde del lago e disdegnando ogni invito a partecipare alla politica, volle rinchiudersi in un solitario ruolo di grandezza, che finì col monumentalizzare se stesso nell’aura del genio solitario. Proprio in quell’incontro del 1923, Delcroix si fece portatore di esigenze che, in quel momento, erano abbastanza diffuse in certi settori del combattentismo. Ricordiamo che il movimento degli ex-combattenti era una forza numerica importante, generalmente ben disposta verso il Fascismo e in gran parte immedesimatasi in esso, ma rimasero pur sempre delle sacche che, come scriveva Delcroix, «del fascismo condividevano le ispirazioni e le aspirazioni, non però i metodi». Questi ambienti per anni avevano stimolato D’Annunzio a fare la sua parte in politica. Anche all’atto della Marcia su Roma &#8211; quando il poeta non approvò pubblicamente, ma neppure condannò quell’evento &#8211; erano in molti che avrebbero gradito un’uscita allo scoperto del Comandante, affinché, come scrive sempre Delcroix, si creasse un polo politico in grado di evitare che tutto il potere andasse soltanto a Mussolini: «In sostanza si doveva fare ciò che non era stato possibile prima della marcia su Roma, non già allo scopo di contrastare l’esperimento in atto, bensì per assecondarlo e al tempo stesso garantirlo con una presenza che avrebbe di per sé costituito una condizione e un limite».</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-7109" style="margin: 10px;" title="dannunzio-e-mussolini" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/dannunzio-e-mussolini-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" />Queste parole sono rivelatrici della volontà politica di tutto un schieramento che, anche se era molto minoritario, rappresentava pur sempre una forza nell’Italia dell’epoca. Settori del nazionalismo, infatti, mal giudicavano il tracimante protagonismo di Mussolini. Anche se gli artefici della costruzione dello Stato totalitario furono nazionalisti (pensiamo solo a Federzoni e a Rocco), non pochi guardavano a D’Annunzio come a un’alternativa che moderasse Mussolini. Fino a 1924 c’era ancora chi sperava che il poeta abbandonasse il romitorio di Gardone e calasse a Roma, dove la sua sola presenza avrebbe costituito quella “condizione” e quel “limite” di cui parlava Delcroix.</p>
<p style="text-align: justify;">È un fatto però che il combattentismo, che aveva in D’Annunzio il suo eroe mitico, il grande sacerdote dei suoi riti guerreschi, in realtà, nella stragrande maggioranze, vide in Mussolini il suo capo politico e lo seguì in massa. Nelle file fasciste, sin dal 1919, entrarono, prima sparsamente poi in gran numero, gli ex-combattenti che, insieme ai giovani (studenti, figli della piccola e media borghesia, settori del sottoproletariato urbano, etc.), costituirono il nerbo dello squadrismo. Delcroix scriveva che, alla data del suo primo incontro con D’Annunzio, «le masse dei combattenti e le rispettive organizzazioni, a eccezione degli arditi che avevano formato la prima squadra d’azione a Milano, restavano in una posizione di attesa, pur non avendo mancato di esprimere simpatia e fiducia ai “camerati” entrati a far parte del governo».</p>
<p style="text-align: justify;">Diciamo meglio che erano appunto i vertici di tali associazioni ad esprimere qualche riserva, un atteggiamento che poi rapidamente si sciolse con l’istituzione, ad esempio, di organismi come l’Opera Nazionale Combattenti, che del Fascismo diventò un bastione ideologico come politico, giocando, nel caso famoso delle bonifiche pontine, un ruolo di dinamismo ed efficientismo che si trovò perfettamente in linea con il giovane regime. Molti legionari fiumani fanaticamente devoti a D’Annunzio, del resto, diventarono membri anche di spicco del Fascismo, da Giuriati a Renato Ricci a Pallotta. Delcroix era monarchico e moderato, mantenne agli inizi qualche sospensione di giudizio, poi anch’egli, iscrivendosi al Partito nel 1928, risolse le titubanze nella piena adesione. Rivide d’Annunzio nel dicembre 1923, all’atto della donazione del Vittoriale, quando venne fatta la solenne e mistica cerimonia della consegna dell’urna con la terra di tutte le zone in cui si erano svolte battaglie durante la Grande Guerra. Fu, questa, la tipica cerimonia liturgica dannunziana, che era intesa a fare della Nazione e della Patria una vera <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione/">religione</a> popolare: «Per quando sarò morto, io non chiedo un prezioso sudario, né una maschera d’oro, ma questa palata di terra carsica sulla mia fredda effigie». La mistica nazionalista celebrata da d’Annunzio in simili liturgie passò al Fascismo, che ne fece il fulcro della sua concezione sacrale della terra patria e degli eroi morti.</p>
<p style="text-align: justify;">Delcroix incontrò ancora d’Annunzio nel maggio 1925, e in quella occasione era presente anche Mussolini, di cui il cieco di guerra ricorda il comportamento rispettoso e affettuoso nei confronti del poeta, che effettivamente poteva vantare un prestigio assoluto e un carìsma non incrinato dall’invecchiamento. Delcroix precisava anche che d’Annunzio, nei lunghi mesi seguiti al delitto Matteotti, quando il Duce venne per paura abbandonato da molti e lo si credeva sul punto di doversi dimettere, avrebbe facilmente potuto danneggiare Mussolini, magari scendendo a Roma e prendendo qualche iniziativa politica. Ma non lo fece. Anzi, nel prosieguo del regime, gli fu sempre accanto, spesso elogiandolo pubblicamente e fino all’apoteosi dell’Impero, quando d’Annunzio lo salutò come il geniale vendicatore dei diritti storici dell’Italia.</p>
<p style="text-align: justify;">L’ultima volta che Delcroix incontrò d’Annunzio fu nel settembre 1937, quando Mussolini, al ritorno dal suo viaggio in Germania, si fermò al Vittoriale. Si sa che d’Annunzio, di cultura filo-francese, non amava i tedeschi. La sua morte, nel marzo 1938, fu quasi un segno del fato.</p>
<p style="text-align: justify;">Secondo Delcroix essa segnò l’inizio delle sventure dell’Italia, avviandola verso gli avvenimenti catastrofici della Seconda guerra mondiale. Difficile immaginare quale avrebbe potuto essere la posizione di d’Annunzio nel 1940, di fronte alla guerra. Difficile immaginare che potesse rimanere favorevole alla neutralità, per un uomo che aveva fatto dell’interventismo una scelta di vita. Difficile anche che potesse essere favorevole alle democrazie occidentali, che apparivano regimi vecchi e in declino, nemici dei popoli “giovani” in ascesa. Ma difficile anche immaginare un suo entusiasmo per una guerra accanto alla Germania, da lui – a parte la passione per Wagner e Nietzsche – politicamente mai amata.</p>
<p style="text-align: justify;">In ogni caso, documenti di memorialistica come questo di Delcroix sono oggi importanti per ricostruire un intero clima storico. Nell’<em>Appendice </em>del libretto compare un testo risalente al 1988 di Giano Accame – che di Delcroix sposò la figlia – in cui si ricorda il dettaglio importante e suggestivo che Carlo Delcroix venne ricordato più volte da Pound nei <em>Cantos </em>e in altre sue opere.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>Linea </em>del 26 febbraio 2011.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/tra-mussolini-e-d%e2%80%99annunzio.html' addthis:title='Tra Mussolini e D’Annunzio ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.centrostudilaruna.it/tra-mussolini-e-d%e2%80%99annunzio.html/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
			<coop:keyword><![CDATA[1900-1939]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Italiano]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Storia contemporanea]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Carlo Delcroix]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[D'Annunzio]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Delcroix]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[fascismo]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Giano Accame]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Mussolini]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[nazionalismo]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[squadrismo]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Vittoriale]]></coop:keyword>
	</item>
		<item>
		<title>Il fascismo in America</title>
		<link>http://www.centrostudilaruna.it/il-fascismo-in-america.html</link>
		<comments>http://www.centrostudilaruna.it/il-fascismo-in-america.html#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 21 Jan 2011 17:11:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Leonello Rimbotti</dc:creator>
				<category><![CDATA[1900-1939]]></category>
		<category><![CDATA[Italiano]]></category>
		<category><![CDATA[Storia contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[america]]></category>
		<category><![CDATA[Diggins]]></category>
		<category><![CDATA[fascismo]]></category>
		<category><![CDATA[Mussolini]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.centrostudilaruna.it/?p=6323</guid>
		<description><![CDATA[Il libro di John Patrick Diggins L’America, Mussolini e il fascismo è stato l’apripista della scarna bibliografia sui rapporti tra USA e Italia fascista e sull’attività delle organizzazioni del PNF nella repubblica stellata.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/il-fascismo-in-america.html' addthis:title='Il fascismo in America '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storiacontemporanea48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Storia contemporanea" /><br/><p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-full wp-image-6593" title="mussolini-and-fascism" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/mussolini-and-fascism.jpg" alt="" width="300" height="300" />La recente morte dello storico americano John Patrick Diggins ci offre il destro per alcune considerazioni circa l’argomento del suo studio più noto in Italia, <em>L’America, Mussolini e il fascismo</em>, ormai fuori commercio da anni, in quanto pubblicato da Laterza nel lontano 1982, ma originariamente uscito dieci anni prima col titolo <em>Mussolini and Fascism: The View from America</em>, a cura dell’Università di Princeton. Quello di Diggins è un libro famoso, tradotto in molte lingue, ed è stato un po’ l’apripista della scarna bibliografia sui rapporti tra USA e Italia fascista e sull’attività delle organizzazioni del PNF nella repubblica stellata. Ai tempi fecero scandalo, nel provinciale antifascismo nostrano, alcune riflessioni di Diggins sulla generale simpatia mostrata in America per l’avvento al potere di Mussolini, in virtù della sua politica sociale e, soprattutto, in virtù del suo rivoluzionario disegno antropologico di mutare gli Italiani da turba di straccioni emigranti, facili al coltello e al crimine – di cui negli USA si aveva sin dall’Ottocento una sprezzante opinione, venata di non secondarie inflessioni razziste – finalmente in un popolo serio, moderno e disciplinato.</p>
<p style="text-align: justify;">Diggins, che è stato un rinomato studioso dei movimenti politici e in particolare del ruolo degli intellettuali nelle moderne dinamiche della società di massa, ribaltò decennali pregiudizi che in America avevano, sin dai primi flussi migratori, bollato l’Italiano come un delinquente mafioso, e operò di conserva un aggiustamento delle posizioni. Scrisse che «la maggioranza degli Americani approvarono il Fascismo in base alle loro inclinazioni e ai loro bisogni»: ne apprezzarono il lato di movimento di “rinascita nazionale”. E formulò l’originale prospettiva di un Mussolini visto come un “eroe americano”: l’uomo che dal nulla era riuscito a pervenire a un disegno di riedificazione politica che parve esaltante alla mentalità americana, adusa a premiare lo sforzo bagnato dal successo, l’efficientismo e la tenacia dei propositi dell’individuo d’eccezione. Per una volta, era dunque l’Italia che si dimostrava il “Paese delle occasioni”.</p>
<p style="text-align: justify;">Era, questo, ciò che Diggins ha chiamato «il lato oscuro delle valutazioni politiche americane», implicando la storica immaturità ideologica di quel popolo, versato a superficiali simpatie piuttosto che ad approfonditi scandagli di cultura politica. Bisogna pur dire che, come molto spesso accadde all’estero (ma per la verità non solo all’estero), e soprattutto negli anni Venti, l’accoglienza favorevole che venne riservata al Fascismo al suo avvento e per parecchi anni a seguire, si presentò negli Stati Uniti, più che un filo-fascismo, un filo-mussolinismo. Era la figura carismatica dell’uomo d’ordine, del giovane politico decisionista e innovatore, che colpiva gli immaginari anglosassoni, più di quanto non fosse l’ideologia nazionalpopolare che ne animava le scelte, per lo più ignorata nei suoi risvolti, a parte una generica curiosità per il corporativismo. Le simpatie raccolte da Mussolini in quel mondo – pensiamo solo a Churchill o a Franklin Delano Roosevelt – le diremmo per lo più a-fasciste e prive di connotati ideologici, se non per l’aspetto, certo non secondario, del robusto anti-comunismo impersonato dal Duce.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/lombra-lunga-del-fascio/9081" target="_blank"><img class="alignright size-medium wp-image-6592" style="margin: 10px;" title="ombra-lunga-del-fascio" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/ombra-lunga-del-fascio-198x300.jpg" alt="" width="198" height="300" /></a>Paradigmatico, in questo senso, è quanto scritto da Diggins, quando riportava autorevoli giudizi di studiosi dell’Università di New York circa un Mussolini visto come «l’uomo della tradizione con il quale <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/aristotele">Aristotele</a></span>, San Tommaso o Machiavelli si sarebbero senza imbarazzo trovati a loro agio». Del resto, come giustamente ha ricordato Renzo Santinon in<em> I Fasci italiani all’estero</em> (Settimo Sigillo), il terreno era già stato in precedenza preparato ad esempio da Marinetti, che «seminando il futurismo nel continente americano, aprì negli anni Venti la strada a una lettura avanguardistica ed entusiasmante del fascismo». Poi, a queste iniziali simpatie si aggiunse nel decennio seguente l’importante episodio del grande successo mediatico e d’opinione ottenuto negli USA da Italo Balbo, a seguito delle sue straordinarie imprese aviatorie. L’eccezionale prestigio riservato al trasvolatore fu sancito da un trionfale corteo per le vie di New York, con l’intitolazione di strade e targhe celebrative all’ex-capo squadrista. Tutto questo funzionò certamente da volano per nuovi consensi al Regime fascista, destinati a scemare soltanto a seguito della guerra etiopica (gli Stati Uniti, su sobillazione inglese, parteciparono alle sanzioni anti-italiane votate dalla Società delle Nazioni, di cui pure non facevano parte), volgendosi poi in crescente ostilità solo dopo l’intervento militare del 1940.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma, prima, ci fu tutto un lungo intreccio di rapporti tra America e Italia fascista. In cui non mancarono le luci e le ombre. Se la luce era essenzialmente la figura di Mussolini e in specie la sua politica sociale – segnatamente quella relativa alla bonifica delle terre paludose, che riscosse in America larga eco -, le ombre erano date dalla presenza dell’attivismo fascista di base negli Stati Uniti. Qui, spesso, risuonarono antichi pregiudizi anti-italiani duri a morire. Su questo terreno, il fuoriuscitismo antifascista lavorò sporco e a fondo. Sulla scorta di talune predicazioni marcatamente di parte – pensiamo a Salvemini, che a lungo saturò le Università americane con la sua propaganda ideologica basata sul risentimento &#8211; si volle ricreare anche su suolo americano la storica diffamazione basata sul binomio Fascismo-violenza. Un’ostinata campagna falsificatoria si ingegnò di sospingere l’opinione pubblica di quel Paese, ingenuamente portata a dare credibilità al <em>bluff </em>(allora come oggi), verso una preconcetta diffidenza nei confronti dei Fasci, sorti a quelle latitutidini sin da 1921. Fu allora facile mischiare le carte e fare del militante fascista italo-americano nulla più che una nuova versione del mafioso o del picchiatore da bassifondi. E questo, nonostante che le cronache dell’epoca riportassero sì di scontri tra Italo-americani fascisti e antifascisti, ma non mancando per altro di precisare che spesso erano proprio i fascisti a rimanere vittime della violenza e dell’odio: nel 1927, per dire, a New York vennero uccisi i fascisti Nicola Amoroso e Michele D’Ambrosoli, oppure, nel 1932, venne assassinato il fascista Salvatore Arena a Staten Island. Non si ha invece notizia di gravi fatti di sangue di parte fascista.</p>
<p style="text-align: justify;">Il fascismo italo-americano era organizzato. E anche bene. Già nel 1925 c’erano novanta Fasci e migliaia di iscritti nelle città americane, riuniti nella Fascist League of North America guidata da Ignazio Thaon di Revel, che per motivi politici cessò di operare nel 1929. Il coordinamento tra i Fasci fu opera di Giuseppe Bastianini, primo segretario dei Fasci Italiani all’Estero e personaggio ingiustamente demonizzato per le sue origini “movimentiste” (era stato Ardito e vicesegretario del PNF a ventiquattro anni), favorevole allo sviluppo dello squadrismo tra gli italofoni d’oltreoceano. Un ambiente in cui si distinse Domenico Trombetta, singolare figura di organizzatore e animatore, esponente del radicalismo fascista newyorchese, direttore del periodico fascista “Il Grido della Stirpe”, assai diffuso tra gli Italiani e attorno al quale si catalizzò l’idea del volontariato di milizia, a difesa dell’italianità tra i milioni di nostri immigrati negli Stati Uniti. Questo ambiente rimase attivo anche quando, negli anni Trenta, Mussolini, per non urtare la sensibilità americana allarmata dalle campagne antifasciste, per gestire l’immagine del Regime preferì puntare sui normali canali diplomatici anziché sull’attivismo di base. Eppure, anche nel nuovo contesto, diciamo così più istituzionale, il Fascismo dimostrò di essere ben vivo tra gli Italo-americani, tanto da esprimere, persino verso la fine del decennio, una militanza a tutto campo – comprese trasmissioni radiofoniche di propaganda da una stazione di Boston –, ben rappresentato dall’American Union of Fascists di Paul Castorina, in rapporti amichevoli con i fascisti inglesi di Oswald Mosley e con la Canadian Union of Fascists, e dal pre-fascista Ordine dei Figli d’Italia in America, la principale associazione comunitaria italo-americana, che proprio nei tardi anni Trenta si identificò strettamente col Regime italiano, condividendone anche i più recenti indirizzi di politica razziale. Messi in sordina i Fasci per motivi di opportunità politica, una fitta rete di associazioni culturali, di attivisti, animatori di eventi comunitari, ma specialmente di giornali e stampa periodica, fece sì che il Fascismo, fino agli anni a ridosso della guerra, fosse di gran lunga la scelta politica che godeva dei maggiori consensi tra gli Italiani residenti negli USA. Un caso tipico fu l’arruolamento di un migliaio di volontari italo-americani nella Legione degli Italiani all’Estero, comandata in Africa Orientale dal Console della Milizia Piero Parini. E nella sola New York, negli anni Trenta, funzionavano non meno di cinquanta circoli fascisti, i cui membri indossavano la camicia nera e divulgavano assiduamente l’Idea.</p>
<p style="text-align: justify;">Talune di queste dinamiche, e soprattutto quella relativa alla polemica tra istituzioni diplomatiche e Fasci politici, sono state rivisitate nel 2000 da Stefano Luconi in <em>La diplomazia parallela. Il regime fascista e la mobilitazione degli Italo-americani </em>(Franco Angeli), che ha segnalato proprio il ruolo centrale della comunità italo-americana filo-fascista come fattore politico di sostegno al governo di Roma, strumento di pressione economica, d’opinione e anche politica nei confronti di Washington. Una realtà che vedeva le ragioni politiche del Fascismo appoggiate non già dalla teppa dei portuali o dei picciotti del sottoproletariato italiano del New England, ma proprio all’opposto dalla vasta quota di Italiani che in America riportarono un solido successo personale, andando a costituire quel segmento sociale nazionalista, politicamente maturo ed etnicamente solidarista, sul quale non a torto Mussolini faceva conto per avere buona stampa negli Stati Uniti.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/arrivano-i-nostri/9082" target="_blank"><img class="alignleft size-medium wp-image-6591" style="margin: 10px;" title="arrivano-i-nostri" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/arrivano-i-nostri-189x300.jpg" alt="" width="189" height="300" /></a>Per concludere brevemente l’argomento, vogliamo solo dire che, nonostante il seminale studio di Diggins abbia riportato larga fama, insegnando a molti come si fa storiografia senza confonderla con le opinioni personali, ancora oggi ci si imbatte in spiacevoli casi di ottusa faziosità. Chi si desse la pena di dare uno sguardo a quanto scrive ad esempio Matteo Pretelli sul sito “Iperstoria” gestito dal Dipartimento di Storia dell’Università di Verona e dal locale Istituto Storico della Resistenza, sotto il titolo <em><a rel="nofollow" href="http://www.iperstoria.it/?p=134">Fascismo, violenza e malavita all’estero</a>. Il caso degli Stati Uniti d’America</em>, potrebbe pensare che Diggins abbia predicato nel deserto. Il solerte accademico italiano – che ci assicurano Lecteur presso l’Università di Melbourne – si danna l’anima per dimostrare i legami tra Fascismo italo-americano e criminalità mafiosa. Nessuno nega che da qualche parte ci sia stato un mascalzone che abusava della camicia nera. Ogni rivoluzione ha avuto la sua feccia, e il Fascismo molto meno di altre. Ma vorremmo segnalare al propagandista in parola che la malavita vera, quella gestita dai grandi criminali mafiosi, dimostrò di non stare dalla parte del Fascismo, bensì da quella dell’antifascismo. Basta sfogliare il libro di Alfio Caruso <em><a title="Arrivano i nostri" href="http://www.libriefilm.com/arrivano-i-nostri/9082">Arrivano i nostri</a> </em>pubblicato nel 2004 da Longanesi, in cui si dimostra in che misura la <em>lobby </em>di massoni e mafiosi di vertice preparò lo sbarco americano in Sicilia nel 1943. Lì non fu il caso di teppistelli: l’intero apparato della criminalità mafiosa organizzata, estirpata <em>manu militari </em>dal Fascismo nel 1928, si ripresentò compatto in veste di mortale nemico del Fascismo. E fu la volta di Genco Russo, Calogero Vizzini, Lucky Luciano&#8230; insomma la “cupola” al completo, ritornata al potere in Sicilia sotto bandiera a stelle e strisce e garantita dal capofila del legame tra mafia e governance americana: quel Charles Poletti che gettò le basi della repubblica italiana “democratica”, antifascista, ma soprattutto mafiosa, che gode ancora oggi ottima salute.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>Linea </em>del 6 febbraio 2009.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/il-fascismo-in-america.html' addthis:title='Il fascismo in America ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.centrostudilaruna.it/il-fascismo-in-america.html/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
			<coop:keyword><![CDATA[1900-1939]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Italiano]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Storia contemporanea]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[america]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Diggins]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[fascismo]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Mussolini]]></coop:keyword>
	</item>
		<item>
		<title>Se ci sei, batti un colpo</title>
		<link>http://www.centrostudilaruna.it/se-ci-sei-batti-un-colpo.html</link>
		<comments>http://www.centrostudilaruna.it/se-ci-sei-batti-un-colpo.html#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 22 Dec 2010 11:20:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Leonello Rimbotti</dc:creator>
				<category><![CDATA[1939-1945]]></category>
		<category><![CDATA[Italiano]]></category>
		<category><![CDATA[Storia contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Concetto Pettinato]]></category>
		<category><![CDATA[Farinacci]]></category>
		<category><![CDATA[fascismo]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Parlato]]></category>
		<category><![CDATA[La Stampa]]></category>
		<category><![CDATA[Mussolini]]></category>
		<category><![CDATA[Pavolini]]></category>
		<category><![CDATA[Pettinato]]></category>
		<category><![CDATA[repubblica sociale]]></category>
		<category><![CDATA[RSI]]></category>
		<category><![CDATA[socializzazione]]></category>
		<category><![CDATA[stampa]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.centrostudilaruna.it/?p=6320</guid>
		<description><![CDATA[Direttore de La Stampa di Torino durante la Repubblica Sociale Italiana, Concetto Pettinato invocò un rilancio politico del fascismo attraverso radicali riforme sociali]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/se-ci-sei-batti-un-colpo.html' addthis:title='Se ci sei, batti un colpo '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storiacontemporanea48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Storia contemporanea" /><br/><p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/se-ci-sei-batti-un-colpo/4177" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-6321" style="margin: 10px;" title="se-ci-sei-batti-un-colpo" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/se-ci-sei-batti-un-colpo.jpg" alt="" width="200" height="283" /></a>Durante la Repubblica Sociale c’era un “partito dei direttori”. Pensavano che bisognasse finirla coi metodi rigidi del Ventennio. Che si dovesse democraticizzare il Partito, che bisognasse stimolare la libera dialettica, soprattutto che le riforme sociali annunciate a Verona dovessero senz’altro essere attuate alla svelta. Erano per un Fascismo “di sinistra”, aperto, non oligarchico. I loro antagonisti erano specialmente Pavolini e Farinacci, che invece propugnavano la linea dura, almeno finché fosse durata la guerra. Parliamo di alcuni tra i direttori di giornale più famosi e autorevoli dell’epoca: Mirko Giobbe de “La Nazione” di Firenze, Carlo Borsani della “Repubblica Fascista” di Milano, Ezio Daquanno de “Il Lavoro” di Genova, Ugo Manunta de “Il Secolo-La Sera” di Milano, Giorgio Pini de “Il Resto del Carlino” di Bologna e Concetto Pettinato de “La Stampa” di Torino. Con pochi altri minori, erano un po’ un gruppo di pressione e rappresentavano una delle due linee principali interne alla RSI. Li diremmo le “colombe” rispetto ai “falchi”, filo-tedeschi a tutta prova e fedeli a un’idea di partito più vicina all’Ordine, all’aristocrazia scelta di credenti e di combattenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Avvicinamento al popolo, ammorbidimento dei toni oltranzisti nei confronti dei partigiani per smussare gli odii fratricidi, pieno aperturismo verso gli a-fascisti, promozione delle iniziative sociali, anche quelle spicciole quotidiane, un occhio di favore alla rappresentaza del lavoro e soprattutto alla riforma socializzatrice. Questo grosso modo il quadro. I referenti politici di questo ambiente erano pochi, ad esempio il ministro della Giustizia Pisenti o Barracu, il sottosegretario alla Presidenza: un po’ deboli. Difatti, il “partito dei direttori” non andò mai molto lontano, anche se riscosse ampie simpatie e fu al centro di qualche disegno di potere. Per lo più inteso a sostituire Pavolini – del resto, a Verona proclamato Segretario solo provvisorio del PFR – con qualche elemento meno intransigente. Per dire: quando, nell’aprile ‘44, Giobbe ricordò polemicamente a Pavolini questo dettaglio, il risultato fu la sua pronta estromissione dalla direzione de “La Nazione”. E quando, nel giugno seguente, Pettinato scrisse sulle colonne de “La Stampa” il famoso articolo <em>Se ci sei, batti un colpo</em> – che intendeva dare la sveglia al Partito e allo stesso sonnacchioso Mussolini di fronte allo sgretolamento del Fascismo in quel momento tragico (occupazione di Roma, aumento dell’attività partigiana, sbarco in Normandia, sfondamento sovietico a est&#8230;) &#8211; il risultato fu la sospensione di Pettinato per circa un mese.</p>
<p style="text-align: justify;">Ritroviamo queste vicende ripercorse da Giuseppe Parlato in un’ottima introduzione alla pubblicazione di tutti gli articoli scritti da Concetto Pettinato per “La Stampa” nei mesi di Salò. Più di cento pezzi, tra cui anche alcuni mai apparsi e a suo tempo censurati. Un vero scoop editoriale, dovuto all’Editrice Scarabeo di Bologna, che colma una vecchia lacuna. In effetti, Pettinato fu durante la RSI una figura autorevole, i suoi articoli facevano tendenza, come si dice; erano seguiti anche all’estero – dove il giornalista siciliano era ben conosciuto – e insomma era uno in grado di incidere politicamente. Tanto che, quando uscì il suo articolo più noto, le cronache riportano le furiose polemiche tra fascisti, ma anche l’apprezzamento che raccolse negli ambienti moderati, che aspettavano da qualche parte che qualcuno facesse un gesto distensivo, per placare la catena d’odio che si era già messa in moto avviando la guerra civile. Ma evidentemente non era quello, nel giugno ‘44, il momento per fare gesti distensivi. Mentre ogni giorno cadevano i fascisti colpiti a freddo alle spalle, come nel caso di Ather Capelli, direttore della “Gazzetta del Popolo” di Torino, aveva davvero poco senso, probabilmente, offrire la mano al carnefice. Che sentiva vicina la vittoria con l’avanzare degli Alleati e non aveva nessuna voglia di rinunciare alla caccia grossa finale.</p>
<p style="text-align: justify;">Parlato riporta, tuttavia, che l’articolo di Pettinato ebbe il potere di galvanizzare anche il Fascismo radicale e rivoluzionario: «in particolare quello torinese: una nota di polizia metteva l’articolo in diretto rapporto con le riunioni che gruppi dissidenti del fascismo subalpino, guidati da Toniolo e da Bodo, avevano tenuto per realizzare un più diretto rapporto dei fascisti con la città e per realizzare un programma effettivamente sociale e rivoluzionario». Infatti, a dire il vero, Pettinato fu una “colomba” per modo di dire. Aveva idee precise circa un Fascismo “di sinistra” di tipo giacobino, seguendo la sua antica ideologia mazziniana, risorgimentalista e nazionalista. Recisamente anti-americano già dall’anteguerra e con un occhio indulgente verso lo stalinismo, giudicato – come da più parti si era fatto durante il Ventennio – più un socialismo nazionale in fondo affine al Fascismo, che non un comunismo barbarico, Pettinato, nel suo ultimo articolo, dedicato al destino dell’Europa – gennaio 1945 – scrisse che «i due pretesi poli opposti del totalitarismo, il rosso e il nero, sono stretti parenti&#8230; fascismo e sovietismo sono due facce della stessa medaglia&#8230; il loro nemico, in ogni caso, è il medesimo&#8230;».</p>
<p style="text-align: justify;">Non era un’idea disperata dell’ultim’ora. Già prima della guerra, Pettinato – che giunse tardi al Fascismo, e da un liberalismo “giolittiano” che non lasciava presagire i futuri oltranzismi antiborghesi – aveva colto in pieno i motivi geopolitici della prova che si stava avvicinando. Una guerra rivoluzionaria delle nazioni “proletarie” avrebbe regolato i conti con la potenza imperialistica inglese, permettendo all’Italia, al tempo stesso, di contenere il dilagante dinamismo tedesco. Nel 1939, quando fu espulso da Parigi dove si trovava come corrispondente estero da circa vent’anni, si convinse dell’esistenza di una congiura mondiale capitalistico-massonica, che si preparava a far pagare all’Italia il suo tentativo di entrare nel club della grande politica. La guerra avrebbe dovuto essenzialmente presentarsi – alla maniera di un Corradini – come una insurrezione sociale contro i dominatori del mondo, i borghesi e i capitalisti anglosassoni. Questi temi vennero potenziati e rilanciati durante la RSI. Libero dai cascami conservatori, il Fascismo avrebbe potuto finalmente scatenare una guerra di popolo di sapore neo-risorgimentale, anzi, giacobino, passando all’eliminazione di quei poteri, come la monarchia e il capitalismo, che per vent’anni avevano impedito al Fascismo di essere davvero se stesso.</p>
<p style="text-align: justify;">Parlato scrive che Pettinato, nell’assumere la direzione de “La Stampa” nel novembre del 1943, precisò direttamente ad Agnelli i suoi punti fermi: processo alla borghesia, lotta al capitale, da sempre filo-inglese, favoreggiamento della creazione di un blocco antiplutocratico italo-tedesco da estendere alla Russia, lancio di un programma circa la nuova Europa anti-americana, infine indulgenza verso i fascisti del Ventennio, senza regolamenti di conti. Come sottolinea Parlato, nelle linee essenziali, non era nulla di diverso dal programma, presentato da Ugo Spirito a Mussolini sin dal 1941, circa la “guerra rivoluzionaria” per il nuovo ordine. In un articolo del gennaio ‘44, Pettinato scrisse che «il vero nemico è, per noi come per la Russia, il capitalismo liberale, il regime dello sfruttamento illimitato del lavoro e dell’illimitato profitto del capitale».</p>
<p style="text-align: justify;">Considerava fondamentale che la socializzazione diventasse un fatto compiuto. Solo così il popolo si sarebbe reso conto da che parte stava il Fascismo, e sarebbe accorso nelle sue file. Un po’ ingenuamente – lo diciamo col senno di poi – Pettinato pensava a una specie di repubblica giacobina che, pur avendo tutti contro, avrebbe finito col fare breccia nel popolo e con questo, in maniera travolgente, afferrare la vittoria: solo così, «avremo con noi tutto il popolo». Il sogno non si avverò, non ci fu una seconda Valmy. Dall’altra parte non c’erano svogliati e invecchiati eserciti dinastici, ma un’alleanza di ferro tra le maggiori potenze industriali del pianeta. Al punto in cui stavano le cose, non sarebbe stata una “leva in massa” alla giacobina a ribaltare la situazione militare. Ne è riprova la mobilitazione tedesca attuata sul fronte orientale negli ultimi mesi di guerra: la creazione del <em>Volksturm </em>non ottenne apprezzabili risultati sul piano strategico.</p>
<p style="text-align: justify;">Battere pesante sul tasto sociale avrebbe potuto, però, cambiare la situazione politica. Ma il “popolo lavoratore” alla fine resterà ottuso di fronte agli stimoli socializzatori, già gli ronzava nelle orecchie una sirena più grande, il comunismo che arrivava da lontano sui carri armati dell’Armata Rossa. Il “popolo lavoratore” rimarrà inerte persino quando, nel 1945, i suoi capi comunisti gli toglieranno quel poco o tanto che il Fascismo aveva realizzato. E dalla partecipazione agli utili, dal lavoratore-azionista, dal consiglio di fabbrica, il proletariato passò in un lampo e senza battere ciglio alla repressione reazionaria del capitalismo anni Cinquanta.</p>
<p style="text-align: justify;">Queste cose Pettinato, allora, non poteva saperle. Fino all’ultimo ebbe fiducia, come scrive Parlato, nel «mito della socializzazione&#8230; come un fatto rivoluzionario, in grado di modificare radicalmente i rapporti sociali e di trasformare definitivamente il proletariato nell’anima della nazione». Quando la tremenda estate del ’44 finì, l’autunno portò un po’ di tregua. Fu in questi mesi che si poterono registrare le ultime fiammate di Salò. L’arresto dell’avanzata alleata, il calo del movimento partigiano, qualche successo della socializzazione tra gli operai, la nascita del Fascismo clandestino nell’Italia occupata, la situazione disastrosa in cui versavano le zone sotto amministrazione militare angloamericana: aspetti positivi per il morale. La RSI rimaneva in piedi, la burocrazia funzionava, il Partito teneva, la vita civile continuava, non ci furono disordini.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma anzi, nelle giornate milanesi di Mussolini, un ultimo clamoroso sussulto di ottimismo e di entusiasmo. Alla fine, Pettinato trovò il modo di farsi esautorare definitivamente. Un altro articolo contestato, un’intervista con Cione, l’eretico crociano che voleva fondare un partito di opposizione, l’inimicizia di Farinacci, costarono a Pettinato l’allontanamento, nonostante che il nuovo Ministro del Lavoro Spinelli e le commissioni dei lavoratori de “La Stampa” avessero manifestato in suo favore. Il tempo stringeva. Siamo nel marzo 1945. Poi più nulla. Visto a distanza, Pettinato è un bel rebus. Come dice Parlato, si presta ad essere frainteso. Anti-massone, ma in gioventù liberalconservatore; di sinistra, ma anti-sindacalista; radicale, ma aperturista; anticlericale, ma a suo modo religioso; giacobino ma, prima dell’8 settembre, anche monarchico. Sempre antiamericano e sempre nazionalista. Insomma, un fascista.</p>
<p>* * *</p>
<p>Tratto da <em>Linea </em>del 8 agosto 2008.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/se-ci-sei-batti-un-colpo.html' addthis:title='Se ci sei, batti un colpo ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.centrostudilaruna.it/se-ci-sei-batti-un-colpo.html/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
			<coop:keyword><![CDATA[1939-1945]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Italiano]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Storia contemporanea]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Concetto Pettinato]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Farinacci]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[fascismo]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Giuseppe Parlato]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[La Stampa]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Mussolini]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Pavolini]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Pettinato]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[repubblica sociale]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[RSI]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[socializzazione]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[stampa]]></coop:keyword>
	</item>
		<item>
		<title>Pound, Jefferson, Adams e Mussolini</title>
		<link>http://www.centrostudilaruna.it/pound-jefferson-adams-e-mussolini.html</link>
		<comments>http://www.centrostudilaruna.it/pound-jefferson-adams-e-mussolini.html#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 19 Oct 2010 15:15:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giano Accame</dc:creator>
				<category><![CDATA[Italiano]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura inglese e nordamericana]]></category>
		<category><![CDATA[Adams]]></category>
		<category><![CDATA[Dino Messina]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[Ezra Pound]]></category>
		<category><![CDATA[fascismo]]></category>
		<category><![CDATA[Giulio Giorello]]></category>
		<category><![CDATA[Jefferson]]></category>
		<category><![CDATA[Luca Gallesi]]></category>
		<category><![CDATA[Mussolini]]></category>
		<category><![CDATA[Pound]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.centrostudilaruna.it/?p=5881</guid>
		<description><![CDATA[A distanza di decenni il pensiero economico di Ezra Pound continua a suscitare un vivace dibattito tra filosofi, giornalisti, critici letterari ed economisti]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/pound-jefferson-adams-e-mussolini.html' addthis:title='Pound, Jefferson, Adams e Mussolini '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/letteratura48x48.png" width="48" height="48" alt="" title="Letteratura" /><br/><p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/labc-delleconomia-e-altri-scritti/7765" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-5980" style="margin: 10px;" title="abc-economia" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/abc-economia.jpg" alt="" width="200" height="295" /></a>È vero: siamo in tempo di crisi e accadono cose davvero sorprendenti. Anche nel movimento delle idee. Occupa appena una trentina di pagine il saggio di Ezra Pound su <em>Il carteggio Jefferson-Adams come tempio e monumento</em> ed è quindi motivo di un lieve stupore l’ampiezza dell’interesse che ha suscitato. Il 18 febbraio scorso si parte con un’intera pagina del <em>Corriere della Sera </em>per una recensione di Giulio Giorello, filosofo della scienza, ma anche raffinato lettore dei <em>Cantos </em>da un versante laico-progressista, che ha acceso la discussione a cominciare dal titolo: <em>Elogio libertario di Ezra Pound. Scambiò Mussolini per Jefferson. Ma il suo era un Canto contro i tiranni.</em> Di quel titolo il giorno dopo profittava Luciano Lanna per ribadire sul nostro <em>Secolo</em>: “Pound (come <a title="Junger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a>) era libertario”. Due giorni dopo (venerdì 20 febbraio) nelle pagine culturali del <em>Corriere della Sera</em> Dino Messina riapriva il dibattito : “Fa scandalo il “Pound libertario”, mentre il 21 febbraio il tema veniva approfondito da Raffaele Iannuzzi nel paginone centrale ancora del <em>Secolo</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Ricordo ancora le critiche rivolte a Pound e a Giorello il 27 febbraio da Noemi Ghetti su <em>LEFT</em>. Avvenimenti settimanali dell’Altraitalia: era abbastanza facile indicare qualche contraddizione tra la censura fascista e lo spirito libertario, pur essendo altrettanto innegabile il durissimo prezzo pagato da Ezra Pound pacifista alla sua appassionata predicazione contro l’usura, la speculazione finanziaria internazionale e le guerre, con le settimane vissute in gabbia nella prigionia americana di Pisa e i dodici anni di manicomio criminale a Washington. Tuttavia nell’ampio dibattito di cui ho segnalato le tappe è comparso solo marginalmente il nome di Luca Gallesi (Antonio Pannullo lo ha però intervistato il 5 marzo in queste pagine sull’etica delle banche islamiche), geniale studioso di Pound cui si deve la pubblicazione del saggio su Jefferson, ma anche e soprattutto l’apertura di nuovi percorsi in una materia di crescente interesse quale è la storia delle idee.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/poesie-13/7764" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-5981" style="margin: 10px;" title="pound-poesie" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/pound-poesie.jpg" alt="" width="200" height="319" /></a>Occorre rimediare alla disattenzione per l’importanza dei contributi che Gallesi ci sta suggerendo e per i risultati che nel campo degli studi poundiani sta raccogliendo con l’editrice Ares guidata da Cesare Cavalleri insieme alla rivista <em>Studi cattolici</em>, anch’essa molto attenta al pensiero economico di un poeta che sin dai primi anni ’30 aveva previsto lo spaventoso disordine della finanza globale e il dissesto con cui oggi il mondo è alle prese. Le Edizioni Ares avevano già pubblicato gli atti di due convegni internazionali curati da Luca Gallesi, prima <em>Ezra Pound e il turismo colto a Milano</em>, poi <em>Ezra Pound e l’economia</em>, e dello stesso Gallesi lo studio su le origini del fascismo di Pound ove dimostra che il più innovativo poeta di lingua inglese del secolo scorso era stato predisposto a larga parte dei programmi socio-economici mussoliniani degli anni di collaborazione a Londra con la rivista <em>The New Age </em>diretta da Alfred Richard Orage, espressione di una corrente gildista, cioè corporativa del laburismo. Dalla frequentazione della società inglese Pound si portò dietro anche alcuni trattati del tutto sgradevoli d’antisemitismo, che negli anni Venti salvo rare eccezioni erano ancora ignote al fascismo italiano. L’introduzione di Gallesi al breve saggio di Pound sul carteggio Jefferson-Adams punta a estendere agli Usa la ricerca già avviata in Inghilterra sulle origini anglosassoni del fascismo poundiano. Questa volta paragoni diretti tra i fondatori degli stati Uniti e il fascismo non emergono come nel più noto <em>Jefferson e Mussolini</em> ripubblicato nel ’95 a cura di Mary de Rachelwiltz e Luca Gallesi da Terziaria dopo che era andata dispersa la prima edizione per la Repubblica sociale del dicembre ’44. Di Jefferson e Adams da Gallesi viene ricordato l’impegno, da primi presidenti americani, nello sventare i tentativi di Hamilton di togliere al Congresso, cioè al potere politico elettivo, il controllo sull’emissione di moneta per delegarlo ai banchieri e alla speculazione attraverso la creazione di una banca centrale controllata, come nel modello inglese, da gruppi privati. Un’altra traccia innovativa per la storia delle idee è stata suggerita da Gallesi il 4 marzo sul quotidiano <em>Avvenire </em>segnalando il saggio dell’americano Jonah Goldberg, che stufo di sentirsi accusare di fascismo ha scalato i vertici delle classifiche librarie con <em>Liberal Fascism</em>, un saggio ove ha sostenuto la natura rivoluzionaria del fascismo, che durante la stagione roosveltiana del New Deal suscitò “negli Usa stima e ammirazione soprattutto negli ambienti progressisti, mentre all’estrema destra il Ku Klux Klan faceva professione di antifascismo”.</p>
<p style="text-align: justify;">Una storia trasversale di idee al di là della destra e della sinistra che Gallesi si prepara a approfondire lungo l’Ottocento americano attraverso la secolare resistenza che da Jefferson in poi vide opporsi correnti legate allo spirito dei pionieri e delle fattorie alla creazione di una banca centrale, che avvenne solo nei primi del Novecento, alla speculazione monetaria e alla dilagante corruzione. Tutti contributi a una interpretazione di Pound, che senza indebolire le posizioni ideali a cui teniamo, risulterà più autentica, più ricca, più fuori dagli schemi, più prossima alla definizione di ”libertario” che della lettura poundiana di Jefferson ha ricavato Giorello.</p>
<p style="text-align: justify;">E non so trattenermi dal riportare due frasi che avevo sottolineate un quindicina di anni fa leggendo la prima volta l’ancor più scandaloso confronto tra <em>Jefferson e Mussolini</em>. Una tesa a far somigliare i due <em>leader </em>nella lotta alla corruzione: “In quanto all’etica finanziaria, direi che dall’essere un pese dove tutto era in vendita Mussolini in dieci anni ha trasformato l’Italia in un paese dove sarebbe pericoloso tentare di comprare il governo”. E proprio alla fine del libro l’invenzione della settimana corta, per una gestione politica della decrescita economica che solo adesso assume aspetti marcati d’attualità: “Nel febbraio del 1933 il governo fascista precedette gi altri, sia di Europa che delle Americhe, nel sostenere che quanto minor lavoro umano è necessario nelle fabbriche, si deve ridurre la durata della giornata di lavoro piuttosto che ridurre il numero del personale impiegato. E si aumenta il personale invece di far lavorare più ore coloro che sono già impiegati”. Queste erano le soluzioni pratiche che piacevano a Pound, autore di solito complicato, ma reso a volte paradossalmente difficile per eccesso di semplicità.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>* * *</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>Il Secolo d&#8217;Italia </em>del 28 aprile 2009.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/pound-jefferson-adams-e-mussolini.html' addthis:title='Pound, Jefferson, Adams e Mussolini ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.centrostudilaruna.it/pound-jefferson-adams-e-mussolini.html/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
			<coop:keyword><![CDATA[Italiano]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Letteratura]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Letteratura inglese e nordamericana]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Adams]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Dino Messina]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[economia]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Ezra Pound]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[fascismo]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Giulio Giorello]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Jefferson]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Luca Gallesi]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Mussolini]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Pound]]></coop:keyword>
	</item>
		<item>
		<title>La stampa quotidiana nella Repubblica di Salò</title>
		<link>http://www.centrostudilaruna.it/la-stampa-quotidiana-nella-repubblica-di-salo.html</link>
		<comments>http://www.centrostudilaruna.it/la-stampa-quotidiana-nella-repubblica-di-salo.html#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 21 Jun 2010 16:02:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Leonello Rimbotti</dc:creator>
				<category><![CDATA[1939-1945]]></category>
		<category><![CDATA[Italiano]]></category>
		<category><![CDATA[Storia contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[corriere]]></category>
		<category><![CDATA[Corriere della Sera]]></category>
		<category><![CDATA[giornali]]></category>
		<category><![CDATA[giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni Comisso]]></category>
		<category><![CDATA[Luigi Romersa]]></category>
		<category><![CDATA[Mussolini]]></category>
		<category><![CDATA[repubblica sociale]]></category>
		<category><![CDATA[repubblica sociale italiana]]></category>
		<category><![CDATA[RSI]]></category>
		<category><![CDATA[Soffici]]></category>
		<category><![CDATA[stampa]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.centrostudilaruna.it/?p=5186</guid>
		<description><![CDATA[Durante la RSI il 'Corriere della Sera' divenne il luogo di partenza di un progetto trasversale di conciliazione tra opposte fazioni di Italiani, che doveva essere in grado di allacciare fascisti moderati e antifascisti anticomunisti in un sognante disegno di “resistenza” comune]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/la-stampa-quotidiana-nella-repubblica-di-salo.html' addthis:title='La stampa quotidiana nella Repubblica di Salò '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storiacontemporanea48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Storia contemporanea" /><br/><p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/la-repubblica-sociale-italiana-attraverso-le-pagine-del-corriere-della-sera/7964" target="_blank"><img class="alignright size-medium wp-image-5188" style="margin: 10px;" title="rsi-corriere" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/rsi-corriere-196x300.jpg" alt="" width="196" height="300" /></a>La Seconda guerra mondiale fu combattuta anche sui giornali. Pur nella  sua condizione disperata, la Repubblica Sociale è la dimostrazione di  come in quei duri  frangenti la stampa &#8211; più ancora dei cinegiornali o  della radio &#8211; fosse la punta di lancia della guerra ideologica. Lo  storico Vittorio Paolucci riportava anni fa che, durante la RSI, la  stampa quotidiana raggiunse la «notevole cifra di quarantasette  testate». Senza contare il profluvio di pubblicazioni periodiche, locali  o combattentistiche, durevoli o effimere, che contrassegnarono l’anno e  mezzo di Salò. E forniva alcuni interessanti dati sulla diffusione: dal  settembre 1943 all’aprile 1945 il “Corriere della Sera”, che da tempo  era il più venduto in Italia, tirò in media 743.975 copie quotidiane  (oltre due milioni nei giorni intorno all’8 settembre), contro le  349.778 della “Stampa”, le 160.000 del “Resto del Carlino” e le 130.000  del “Messaggero”, rimasti soli tra i fogli maggiori, dopo che Mussolini  decise di non riaprire il “Popolo d’Italia”. Quello studioso proponeva  anche l’interessante raffronto con le copie che il “Corriere” (divenuto  nel frattempo “Corriere d’informazione”) pubblicò nell’immediato  dopoguerra, dal maggio al dicembre 1945: in media 447.445 esemplari,  dunque quasi la metà del periodo repubblicano, quando molto pesava il  razionamento della carta e gli utenti raggiungibili erano distribuiti  solo su una metà circa del territorio nazionale.</p>
<p style="text-align: justify;">Proprio il “Corriere”, per la diffusione e l’incidenza che aveva  sull’opinione pubblica, rappresenta uno specchio eloquente sia degli  storici vizi del trasformismo italiano, sia della conformazione  ideologica della RSI. Alcune tra le maggiori firme del Ventennio, allo  scoccare del 25 luglio, sparirono d’incanto. Mussolini in persona, in  una delle sue prime “Corrispondenze repubblicane”, del novembre ‘43,  regolò i conti con questi ennesimi opportunisti, scrivendo che erano  anch’essi marionette del gioco reazionario: «Così i Giordana, gli  Alvaro, i Giovannini e gli Janni, i Burzio e i Montanelli dimenticarono e  vollero far dimenticare il loro passato di scrittori e soprattutto di  profittatori del fascismo&#8230;». Dopo la lunga direzione di Aldo Borelli  durante il Ventennio, alla data del 25 luglio scattò il cambio della  guardia. Ripescato il vecchio fascista-antifascista Ettore Janni,  ritornato allo scoperto il liberale Luigi Einaudi &#8211; unica firma nota  nella nuova (si fa per dire) redazione antifascista &#8211; il “Corriere”  affrontò la tempesta dei giorni badogliani e poi dell’armistizio con la  consueta ricetta dell’attendismo e dell’opportunismo. Che già nel 1922  aveva contraddistinto il “fiore all’occhiello” della borghesia milanese.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/la-stampa-della-rsi-1943-1945/6184" target="_blank"><img class="alignleft size-medium wp-image-5189" style="margin: 10px;" title="stampa-rsi" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/stampa-rsi-188x300.jpg" alt="" width="188" height="300" /></a>Ne sono esempio gli equilibrismi dialettici e le penose divagazioni cui  il “prestigioso” quotidiano si adattò per sbarcare il lunario, evitando  di schierarsi e facendo finta di niente, per tutto il mese di settembre e  anche oltre. Con episodi decisamente ridicoli, che dovrebbero essere  fatti studiare ai giovani laureandi in storia del giornalismo. Per dire,  con quel bel capolavoro di armistizio appena concluso, coi tedeschi in  casa, gli americani alle porte, i bombardamenti quotidiani e la tragedia  mondiale in corso, il “Corriere”, questo molto “autorevole” quotidiano  dell’imprenditoria illuminata, dava corso ad articoli di prima pagina  sui seguenti argomenti: <em>L’avvenire della trattrice agricola</em> (articolo di  fondo, 20 settembre), <em>Riparliamo di Carducci</em> (il giorno 25), oppure <em>Che  cosa possiamo aspettarci dalla frutticoltura moderna</em> (altro fondo, 1°  ottobre). Paolucci, nello sciorinare questi esemplari di elevata  coscienza politica, si chiedeva se si trattasse di attendismo o di  pavidità. Probabilmente, le due cose insieme. Fino al giorno in cui – il  6 ottobre 1943 – Ermanno Amicucci viene nominato direttore, Janni  scappa in Svizzera, Einaudi si inabissa di nuovo e il proprietario Mario  Crespi, già arrestato dai fascisti, viene liberato e rimesso in sella  per magnanimo intervento personale di Mussolini&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">Solo allora il “Corriere” torna ad assumere una sua fisionomia. A petto  del deserto di nomi dell’epoca badogliana e post-badogliana, appaiono  firme di assoluto valore. Da Soffici, che pesta sul pedale della “guerra  proletaria”, a Virgilio Lilli, Ojetti, Manacorda, Coppola, Rolandi  Ricci, al pétainista svizzero Paul Gentizon, a Giovanni Comisso, che  verga articoli di denuncia contro i bombardamenti terroristici, fino  all’inviato Luigi Cucco, che firma <em>scoop</em> formidabili, come l’intervista  alla famosa aviatrice Hanna Reitsch, collaudatrice delle V1, o quella al  generale russo Vlassov, capo dell’esercito antibolscevico che si batte a  fianco dei tedeschi. E fino a quell’altro inviato famoso, Luigi  Romersa, che nel 1944 visitò le basi missilistiche di Peenemünde, dove  si incontrò parecchie volte con von Braun. Ma è lo stesso direttore  Amicucci a portare una nota di oltranzismo fascista “di sinistra”, che  suona quanto meno strana nelle pagine di un quotidiano tradizionalmente  d’ordine come il “Corriere”. Qualcuno mise il silenziatore a Crespi? Ad  esempio, già il 30 ottobre del ‘43, esce un articolo di Amicucci in cui  si sostiene senza tante perifrasi che «il fascismo non ha mai aspirato  ad altro che a porre in atto i postulati del socialismo. L’ordine nuovo è  basato sul più ampio riconoscimento dei diritti del lavoro e su una  ripartizione dei redditi&#8230;».</p>
<p style="text-align: justify;">Qui si ha il fulcro di quel dibattito ideologico interno alla RSI di cui  dicevamo, e che ne rivela il dinamismo politico e la varietà delle  posizioni. Gli schieramenti sono noti: i “duri” (Pavolini, Farinacci e  Mezzasoma i più in vista), e i “moderati” (le “tre B” di Biggini,  Ballisti e Borsani, più molti giornalisti come Spampanato, Pini,  Pettinato, Manunta). Il “Corriere” si rivela un buon terreno per  aperturismi clamorosi, nel bel mezzo della guerra civile. Questo aspetto  – che stride non poco con l’opinione comune circa un Fascismo  repubblicano brutalmente intollerante – viene ora rimarcato da un  piccolo libro, <a title="La RSI attraverso le pagine del Corriere della Sera" href="http://www.libriefilm.com/la-repubblica-sociale-italiana-attraverso-le-pagine-del-corriere-della-sera/7964"><em>La Repubblica Sociale Italiana attraverso le pagine del  “Corriere della Sera”</em></a>, di Alberto Mazzi (Prospettiva Editrice). La  polemica politica e il confronto dialettico tra posizioni differenziate,  più che la monolitica compattezza totalitaria: questo sembra essere il  Fascismo di Salò, quale traspare non solo dalle testimonianze  documentali o dai fogli della militanza, ma ora anche dalle rivisitate  pagine del sussiegoso e prudente “Corriere”.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/se-ci-sei-batti-un-colpo/4177" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-5190" style="margin: 10px;" title="pettinato" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/pettinato.jpeg" alt="" width="200" height="283" /></a> Ad esempio, è proprio Amicucci, sin dai primi giorni della sua  direzione, ad aprire al dialogo con i lettori, accettando senza  complessi la critica e il dissenso: rispondendo, nel novembre ‘43, a  lettere di lettori che criticavano senza mezzi termini Mussolini per  l’entrata in guerra dell’Italia; facendo uscire, il 7 dicembre, il noto  articolo di Giuseppe Morelli <em>Meno Costituente e più combattenti</em>; o  quello del 17 marzo ‘44 dello stesso giornalista, <em>Dei doveri verso lo  Stato</em>, in cui i metodi del Ventennio venivano sottoposti a impietosa  critica: «Ma è possibile che tutto andasse sempre bene?&#8230; Tutto questo  male è dipeso dalla mancanza di una seria coscienza dei doveri del  cittadino verso lo Stato».</p>
<p style="text-align: justify;">Ma, soprattutto, il “Corriere” divenne il luogo di partenza di un  progetto trasversale di conciliazione tra opposte fazioni di Italiani,  che doveva essere in grado di allacciare fascisti moderati e  antifascisti anticomunisti in un sognante disegno di “resistenza”  comune. Che ebbe, comunque lo si giudichi, una sua rilevanza storica.</p>
<p style="text-align: justify;">Alle origini del progetto ci furono certi articoli di “Giramondo” (in  realtà, il vecchio socialista antifascista Carlo Silvestri, ex-redattore  del “Corriere” sin dal 1910, riavvicinatosi a Mussolini nei mesi di  Salò), apparsi sul giornale milanese dal marzo al maggio ‘44. In essi,  l’anonimo articolista, col tacito avallo del Duce, partendo da un  giudizio sul fallito sciopero del 1° marzo, ventilava la possibilità che  si potesse fare una politica comune tra fascisti e socialisti. Detto  tra le righe, ma neanche troppo. In questo senso, “Giramondo”, ad  esempio in un articolo del 7 aprile, fece l’elogio di alcuni socialisti  di Molinella, graziati dal Duce e considerati membri di un “autentico  socialismo” rivoluzionario, ma alla maniera di quello patriottico del  vecchio Massarenti. Effettivamente, la storia registra numerosi  abboccamenti.</p>
<p style="text-align: justify;">L’obiettivo era garantire l’indipendenza dell’Italia dopo una vittoria  anglo-americana e, contestualmente, preparare lo scheletro di uno Stato  in grado di raccogliere l’eredità sociale della RSI. Evitare, cioè, un  futuro dominio tanto dei liberali quanto dei comunisti. È un fatto che  vi furono riunioni in casa niente meno che di Gastone Gorrieri, capo  ufficio-stampa della “Legione Autonoma Ettore Muti”, presenti  l’ex-sindacalista rivoluzionario Pulvio Zocchi, Ugo Manunta, il questore  di Milano Bettini e noti antifascisti come Germinale Concordia e  Gabriele Vigorelli, collaboratore di Corrado Bonfantini, a sua volta  antico amico di Silvestri dai tempi del confino.</p>
<p style="text-align: justify;">Non solo, il progetto di una costituenda “Lega dei Consigli  Rivoluzionari” venne portato a conoscenza di personaggi di primo piano  come Franco Colombo, comandante della “Muti”, il capitano Riccio della  “X Mas” e il generale Diamanti. Evidentemente, c’era disponibilità a  trattare da una parte e dall’altra, al fine di raggiungere, quanto meno,  un’alleanza militare tra reparti repubblicani e “patrioti” a difesa  soprattutto dei confini orientali. La storica Gloria Gabrielli, anni fa,  nel suo documentatissimo studio su Silvestri, ha riportato l’elenco dei  sicuri informati sul progetto, che non è da poco: Pisenti, Pini,  Tarchi, Biggini, Pellegrini, fino al generale Renzo Montagna, il capo  della Polizia&#8230; tanto che a fine novembre ‘44 «l’obiettivo sembra quasi  raggiunto». È quando l’antifascista Bonfantini si incontra con  Nicchiarelli, capo di S.M. della Guardia Nazionale, e gli propone la  costituzione dei “Battaglioni del Popolo”, da formare con militi della  Guardia ed elementi designati dal CLN&#8230; Tutto questo, a seguito del  “via” dato da Silvestri con i suoi articoli sul “Corriere”. Il fatto che  il progetto sia infine abortito – interferenze tedesche da una parte e  comuniste dall’altra, poi repentina crisi  militare – non pregiudica il  significato storico di queste iniziative. A tali risvolti appartiene  anche l’episodio di Edmondo Cione, il filosofo che si fece interprete di  un inaudito differenzialismo  politico, esposto con varie  collaborazioni al “Corriere” e che vide premiati i suoi sforzi di  superare l’antitesi Fascismo-antifascismo. Ottenne infatti il  riconoscimento legale da parte del Duce di un partito politico autonomo,  il Raggruppamento Nazionale Repubblicano Socialista. Circa i cui  propositi di creare una situazione rivoluzionaria alla resa dei conti,  lo stesso Cione poté scrivere liberamente ancora sul “Corriere” del 16  febbraio 1945.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>* * *</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>Linea </em>del 3 ottobre 2008.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/la-stampa-quotidiana-nella-repubblica-di-salo.html' addthis:title='La stampa quotidiana nella Repubblica di Salò ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.centrostudilaruna.it/la-stampa-quotidiana-nella-repubblica-di-salo.html/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
			<coop:keyword><![CDATA[1939-1945]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Italiano]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Storia contemporanea]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[corriere]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Corriere della Sera]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[giornali]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[giornalismo]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Giovanni Comisso]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Luigi Romersa]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Mussolini]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[repubblica sociale]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[repubblica sociale italiana]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[RSI]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Soffici]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[stampa]]></coop:keyword>
	</item>
		<item>
		<title>Gli Alleati nel 1943 ingannarono gli Italiani sfruttando la loro mancanza di amor di patria</title>
		<link>http://www.centrostudilaruna.it/gli-alleati-nel-1943-ingannarono-gli-italiani-sfruttando-la-loro-mancanza-di-amor-di-patria.html</link>
		<comments>http://www.centrostudilaruna.it/gli-alleati-nel-1943-ingannarono-gli-italiani-sfruttando-la-loro-mancanza-di-amor-di-patria.html#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 08 Jun 2010 08:41:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Lamendola</dc:creator>
				<category><![CDATA[1939-1945]]></category>
		<category><![CDATA[Italiano]]></category>
		<category><![CDATA[Storia contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[1943]]></category>
		<category><![CDATA[alleati]]></category>
		<category><![CDATA[antifascismo]]></category>
		<category><![CDATA[Carlo Silvestri]]></category>
		<category><![CDATA[Churchill]]></category>
		<category><![CDATA[fascismo]]></category>
		<category><![CDATA[germania]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni Gentile]]></category>
		<category><![CDATA[Govoni]]></category>
		<category><![CDATA[guerra civile]]></category>
		<category><![CDATA[Hitler]]></category>
		<category><![CDATA[Mussolini]]></category>
		<category><![CDATA[resistenza]]></category>
		<category><![CDATA[Roosevelt]]></category>
		<category><![CDATA[Sicilia]]></category>
		<category><![CDATA[Stalin]]></category>
		<category><![CDATA[vulgata]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.centrostudilaruna.it/?p=5049</guid>
		<description><![CDATA[Qualcuno riesce a immaginarsi il popolo inglese o il popolo americano che si rallegrano all’idea di una resa incondizionata che spianerà la strada alla doppia invasione del proprio territorio nazionale, da parte degli ex nemici diventati “liberatori” e degli ex amici diventati nemici?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/gli-alleati-nel-1943-ingannarono-gli-italiani-sfruttando-la-loro-mancanza-di-amor-di-patria.html' addthis:title='Gli Alleati nel 1943 ingannarono gli Italiani sfruttando la loro mancanza di amor di patria '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storiacontemporanea48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Storia contemporanea" /><br/><p style="text-align: justify;">Lettera indirizzata il 2 settembre 1943 ad un alpino, Posta Militare 118:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">«La situazione è sempre quella di cui vi parlavo nella precedente lettera. <em>Gli alleati non vogliono accettare le condizioni di un armistizio il quale neutralizzi completamente il territorio italiano sì da renderlo inutilizzabile tanto agli uni che agli altri, condizioni che sarebbero accettate dalla Germania</em>.  Il programma degli alleati è di servirsi del nostro paese per continuare la guerra contro la Germania. Questa essendo la situazione, voi vedete che nessun armistizio, nessuna pace di capitolazione ci darebbe la vera pace, perché la guerra continuerebbe ugualmente e il nostro territorio diventerebbe il campo di battaglia fra tedeschi e anglo-americani. Bisogna adeguare gli animi, i propositi, le previsioni a questa drammatica realtà che può mutare soltanto per una resipiscenza, cioè per un diverso atteggiamento degli alleati».</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Lettera indirizzata il 7 settembre 1943 a un caporal maggiore del 35° Raggruppamento artiglieria da posizione, 341.a Batteria, P. C. Posta Militare 150:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">«Renditi interprete verso i tuoi compagni ed esortali, a mio nome, a continuare ad aver pazienza, costanza, coraggio e sangue freddo. Il miglior modo di sopportare questo tremendo perido è quello di armarci di tutto il coraggio di cui siamo capaci. La morte preferisce i deboli ai forti: è una massima che mi continua a ripetere un alpino della “Tridentina”, battaglione Morbegno, uno dei pochi che, nella ritirata dal Don, ha portato in salvo il “telaio”. La situazione è immutata. Gi alleati credono di avere il coltello per il manico e non si lasceranno certo commuovere dalle magnifiche espressioni e invocazioni del Sommo Pontefice il quale, questa volta, li ha duramente bollati e ha minacciato “l’ira di Dio” sulle teste di coloro che si rendono colpevoli di così atroci barbarie <em>[ossia i bombardamenti terroristici su Milano dell’agosto 1943]</em>.  Il programma dei nostri nemici è sempre quello di “far fuori” l’Italia. Qualunque pace di capitolazione non sarebbe mai la <em>vera pace </em>fino a che i tedeschi non fossero completamente e definitivamente sconfitti. Per intanto la pace significherebbe trasformare il nostro territorio in campo di battaglia».</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Lettera indirizzata l’8 settembre 1943 ad un sergente del 4° Gruppo cannoni da 149/35, X Batteria, Posta Militare 121:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">«Mentre detto la presente, ho sotto gli occhi la tua del 16 agosto. Rilevo, tra le affermazioni che fai a nome degli amici  tutti della batteria, che “non v’è da temere per il vostro morale”. Voi tutti “farete sempre fino all’ultimo il vostro dovere”. La mia famosa lettera del 27 luglio non ha fatto che rispecchiare la situazione quale si presentava all’esame di un osservatore obiettivo quale io sono sempre. Dopo di allora non vi sono stati sostanziali mutamenti. Il proposito degli alleati è tuttora quello di fare la guerra sul nostro territorio per cercare di colpire al cuore la Germania. Allorché gli alleati ci offrono la pace di capitolazione e ci fanno tante lusinghiere promesse per il poi, essi sanno benissimo che vogliono turpemente ingannarci. Quale vera pace potremmo avere quando alcune delle  nostre più opime province fossero trasformate in un campo di battaglia? Una insistente azione di propaganda affidata agli agenti inglesi, che circolano a migliaia per le strade d’Italia, vuol convincere il popolo che comunque la Germania non può più rappresentare un pericolo perché essa è allo stremo delle sue forze e che, quindi, non ci sarebbe da temere una reazione anche qualora noi mettessimo tutte le nostre residue forze  a disposizione degli alleati. Io sono di diverso parere. L’esercito tedesco è tuttora formidabile, e sono convinto che voi, da dove siete, me ne potreste dar nuova conferma mediante la testimonianza di ciò che vedete con i vostri occhi. L’armistizio e la pace non sarebbero che la continuazione della guerra: di una guerra in cui giustamente i tedeschi non avrebbero più alcun motivo di riguardo per noi».</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Queste lettere straordinarie, che testimoniano una eccezionale capacità di giudizio nel momento in cui l’intera classe dirigente italiana, politica e militare, sembrava colta da una sorta di offuscamento collettivo, sono state scritte da Carlo Silvestri: un uomo tanto lucido nelle sue analisi quanto coraggioso nella sua volontà di testimonianza civile.</p>
<p style="text-align: justify;">Giornalista prestigioso, animatore della stampa di opposizione nel momento più aspro degli anni Venti, quello dell’Aventino, e implacabile accusatore di Mussolini per il delitto Matteotti; incarcerato e mandato al confino per lunghi anni, legato mani e piedi come il peggiore dei malfattori; socialista senza retorica e senza minimamente subire la sinistra influenza del marxismo e dello stalinismo; cristiano pronto al perdono, così come intransigente nel denunciare soprusi ed ingiustizie: Silvestri aveva tutte le carte in regola per diventare uno dei grossi nomi della Resistenza e, soprattutto, dell’Italia repubblicana e democratica dopo il 1945.</p>
<p style="text-align: justify;">Così non è stato, perché egli ha preferito seguire sempre la propria coscienza; e, in un’Italia di gattopardi, non solo non si è unito al coro di quanti volevano scaricare ogni colpa su Mussolini e sullo sconfitto regime, ma si è addirittura avvicinato al Duce nel periodo della Repubblica Sociale, lo ha frequentato a lungo, ha modificato le sue idee su di lui: fino a convincersi che egli non sia stato affatto il mandante del delitto Matteotti, ma, al contrario, il destinatario di una sporca manovra ideata da quanti volevano impedirgli di gettare un ponte verso i socialisti, in vista di un programma di riconciliazione nazionale, cosa ancora possibilissima nel 1924.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/un-progetto-di-conciliazione-nella-repubblica-sociale-scritti-di-%c2%abgiramondo%c2%bb-carlo-silvestri-raccolti-da-renzo-de-felice/7722" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-5092" style="margin: 10px;" title="silvestri-conciliazione" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/silvestri-conciliazione.jpeg" alt="" width="200" height="300" /></a> Non già che Silvestri si sia convertito al fascismo; semplicemente, si è prodigato per una pacificazione degli animi; e molti partigiani ha sottratti alle grinfie delle SS nel 1944, come poi ha confermato in sede giudiziaria il capo della resistenza socialista, Bonfantini. Poi, a guerra, finita, ha tentato di fare quello che Giuseppe Prezzolini ha chiamato “un necrologio onesto” del fascismo: astenendosi dal rovesciare ogni colpa su di esso e riconoscendo che non si è trattato, come Croce imperterrito sosteneva, di una “invasione degli Hyksos”, ma dell’emergere di tendenze e aspirazioni insite nella storia italiana dei decenni precedenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Tanto è bastato perché un alone di sospetto, di disapprovazione e di malcelato disprezzo scendesse sulla sua persona e sui suoi scritti, in un’Italia che aveva fretta di dimenticare e di ricominciare i vecchi intrallazzi, le vecchie cattive abitudini, il vecchio conformismo borghese (anche se sotto le bandiere di una nuova ideologia). Si è voluto vedere in lui un personaggio ambiguo, senza principî, senza credibilità; lo si è insultato, calunniato, diffamato; il suo richiamo al perdono e alla pacificazione degli animi è stato accolto con risa di scherno o con un sordo digrignare di denti dai predicatori dell’odio di classe e dell’odio ideologico.</p>
<p style="text-align: justify;">Quegli stessi sinistri figuri che non hanno battuto ciglio mentre migliaia di Italiani venivano infoibati nella Venezia Giulia; che avrebbero voluto cedere a Tito sia Gorizia, sia Trieste e forse anche Udine; che, davanti al colpo di stato comunista in Cecoslovacchia, non coglievano alcuna analogia con le vicende del 1938-39, ma anzi applaudivano il sorgere di una nuova “Repubblica popolare”, amica fraterna di tutti i lavoratori e nemica implacabile degli sfruttatori del popolo: quegli stessi sinistri figuri, dicevamo, non si sono vergognati di vomitare tutto il loro astio e tutta la loro insofferenza verso un antifascista che, dopo aver pagato con anni di carcere e di confino la propria fedeltà al testamento ideale di Matteotti, aveva poi pronunciato parole di riconciliazione nazionale, mentre ovunque risuonavano le scariche di mitra dei partigiani comunisti i quali, a guerra già finita, trucidavano sommariamente un numero imprecisato di fascisti o supposti tali, ivi compresi i sette disgraziati fratelli Govoni, che tutti sembrano aver dimenticato (mentre non c’è Italiano che non sappia il nome dei sette fratelli Cervi).</p>
<p style="text-align: justify;">Ma di Carlo Silvestri e della sua coraggiosa battaglia per la verità, ci ripromettiamo di parlare un’altra volta.</p>
<p style="text-align: justify;">Qui ci limiteremo a mettere a fuoco una questione ben precisa, così come essa appare dalle tre lettere che abbiamo riportato all’inizio (tratte dal libro di Silvestri <em>Contro la vendetta</em>, Milano, Longanesi &amp; C., 1948, pp. 57-59): se, cioè, le promesse di pace all’Italia, fatte dalla propaganda alleata nel 1943, dopo la conclusione della campagna d’Africa, fossero in buona fede; e se fu saggio, da parte italiana, prestarvi fede, come di fatto accadde.</p>
<p style="text-align: justify;">La Vulgata storiografica politicamente corretta,ossia quella democratico-resistenziale, ha sempre presentato l’occupazione tedesca di tre quarti del territorio italiano, nel settembre del 1943, come una sorta di fulmine a ciel sereno, o meglio, come il colpo di coda del nazismo agonizzante, ormai consapevole di non poter più vincere la guerra, ma ben deciso a far perire Sansone con tutti i Filistei, vale a dire a trascinare nella sua rovina quanti più popoli possibile.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/le-uova-del-drago/380" target="_blank"><img class="alignleft size-medium wp-image-5093" style="margin: 10px;" title="le-uova-del-drago" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/le-uova-del-drago-184x300.jpg" alt="" width="184" height="300" /></a> Si dimentica che i Tedeschi erano nostri alleati fin al principio della guerra: anzi, in seguito alla firma del Patto d’Acciaio, fin dal 22 maggio 1939; che ci avevano aiutato e “salvato” in numerose occasioni, dalla Grecia alla Cirenaica; che ci avevano portato a un soffio dal successo strategico in Nordafrica, con l’avanzata fino ad El Alamein; che ci avevano consentito di compensare i penosi rovesci della marina nel Mediterraneo, riportando i successi aereonavali delle battaglie di Mezzo Giugno e Mezzo Agosto 1942; che ci avevano sostenuto fino all’ultimo nella strenua difesa della Tunisia e, infine, che si erano assunti il peso principale della lotta nella battaglia di Sicilia, ovvero nella difesa del nostro suolo nazionale invaso dal nemico.</p>
<p style="text-align: justify;">Sì, perché gli Alleati erano i nostri nemici: ed erano nemici spietati, che usavano sistemi di guerra “nazisti”, anzi ancor più feroci di quelli nazisti, allorché bombardavano Amburgo e le altre città tedesche con le bombe al fosforo liquido, per bruciare viva la popolazione inerme; e lo mostravano bombardando Napoli, Roma, Milano e le altre città italiane non solo prima del 25 luglio 1943 (caduta di Mussolini e del fascismo), ma anche &#8211; e con particolare efferatezza &#8211; fra il 25 luglio e l’8 settembre (governo Badoglio), accanendosi non già sulle installazioni militari o sui nodi strategici delle comunicazioni, ma sui quartieri popolari, allo scopo terroristico deliberato di fare migliaia e migliaia di vittime.</p>
<p style="text-align: justify;">Valga per tutte, in particolare, il tremendo monito di Zara: Zara, letteralmente distrutta dalle bombe dei “liberatori” angloamericani in quel famigerato 1943: e non nell’estate, prima della seduta del Gran Consiglio, né durante i quarantacinque giorni di Badoglio; ma nel novembre, quando l’Italia era un Paese alleato e aveva già da un pezzo dichiarato guerra alla Germania. Perché gli Alleati vollero distruggere Zara? Forse per rendere un favore a Tito, e indirettamente a Stalin, creando le premesse per facilitare l’annessione della città dalmata alla Jugoslavia a guerra finita, mediante l’eliminazione fisica della presenza italiana sull’altra sponda dell’Adriatico?</p>
<p style="text-align: justify;">Gli Alleati, dunque, non combattevano soltanto per distruggere il fascismo, ma per distruggere l’Italia come compagine statale, come potenziale industriale e militare, come potenza coloniale e navale: insomma al preciso scopo di “punirla” per aver perseguito una politica autonoma da grande potenza, specialmente a partire dalla guerra di Etiopia; mentre prima gli elogi al Duce e alla sua politica si erano sprecati, sia da parte di Churchill che di Roosevelt. Bisognava “far fuori” l’Italia per ridurla non solo allo Stato di potenza minore, ma per disonorarla e poterla poi tenere, a tempo indefinito, in uno stato di ricatto psicologico, in modo che il suo popolo non osasse mai più guardare da pari a pari le nazioni vincitrici.</p>
<p style="text-align: justify;">C’è modo e modo, infatti, di perdere una guerra: la si può perdere con dignità, accettando il destino degli sconfitti; o la si può perdere con viltà, saltando all’ultimo istante sul carro dei vincitori. E questo non solo sul piano internazionale, ma anche su quello interno; come quando avviene che tutto un popolo, dopo aver seguito e osannato un determinato uomo politico, un determinato partito, da un giorno all’altro si scopre vergine e anzi “da sempre” segretamente ostile ad essi, e quindi pienamente legittimato a voltar pagina e far sparire ogni traccia del suo precedente consenso, magari affogandolo in un bagno di sangue fraterno.</p>
<p style="text-align: justify;">Così l’Italia è uscita dalla guerra e così si sono create le premesse per la sua “rinascita” a guerra finita: con un popolo che ha creduto di purificarsi mediante il sacrificio cruento del “tiranno”, nonché martoriandone e insultandone il cadavere; e con una classe dirigente che ha dimenticato in fretta le sue corresponsabilità nella ventennale dittatura e nella guerra medesima, ritornando al potere con una gigantesca operazione di camaleontismo politico: con speciale beneficio di quelle <em>lobbies </em>e di quei gruppi di potere occulto, dalla Massoneria ai circoli filoinglesi dell’industria, della finanza e dell’esercito, che sono tuttora saldamente insediati al vertice.</p>
<p style="text-align: justify;">È una operazione eccessivamente dietrologica quella di far notare come la classe dirigente italiana, ancor prima della nascita del proprio Stato nazionale, ossia durante il Risorgimento, sia stata largamente finanziata e sostenuta dalla Gran Bretagna, ad esempio tramite la centrale operativa della “Giovine Italia” di Mazzini a Londra, oppure mediante il sostegno indiretto della Royal Navy quando Garibaldi sbarcava in Sicilia e, poi, in Calabria? Finanziamenti e sostegni che i servizi segreti inglesi e la Massoneria inglese &#8211; così ci vorrebbero far credere i nostri paludati storici di professione &#8211; sarebbero stati offerti al “popolo italiano” così’, per pura simpatia e solidarietà umana, senza nulla aspettarsi in cambio e senza nulla pretendere, né allora, né per gli anni a venire, da parte del neonato Stato italiano.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma torniamo al settembre del 1943, il momento storico più tragica e vergognoso della nostra vicenda nazionale.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/il-sangue-dei-vinti/4644" target="_blank"><img class="alignright size-medium wp-image-5095" style="margin: 10px;" title="il-sangue-dei-vinti" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/il-sangue-dei-vinti-189x300.jpg" alt="" width="189" height="300" /></a> Come è noto, con la Conferenza di Casablanca del gennaio 1943, Roosevelt, Churchill e Stalin avevano proclamato che la guerra contro il Tripartito (Germania, Italia e Giappone) sarebbe continuata fino ala “resa incondizionata”, <em>unconditional surrender</em>) e che, pertanto, nessuna resa parziale sarebbe stata presa in considerazione, nessuna resa a specifiche condizioni: se essi avevano voluto rendere impossibile ogni ipotesi di ottenere che i membri minori della coalizione nemica (Finlandia, Slovacchia, Ungheria, Romania, Bulgaria) si “sganciassero”, con quell’annuncio vi erano perfettamente riusciti.</p>
<p style="text-align: justify;">“Resa incondizionata” significava, per l’Italia, non soltanto subire l’occupazione completa del proprio territorio, ma anche divenire campo di battaglia per le ulteriori operazioni alleate &#8211; aeree, terrestri e navali &#8211; contro la Germania. A quel punto, la Germania avrebbe avuto altra via da percorrere, che non fosse quella di occupare l’Italia per prima e di tenere il più possibile lontani dal proprio territorio gli eserciti e le flotte aeree e navali nemici? Oppure avrebbe dovuto stare tranquillamente a guardare, mentre essi compivano un balzo in avanti di oltre 1.000 chilometri, dalla Sicilia alle Alpi, per poi, da queste ultime, lanciare l’offensiva finale contro il cuore del proprio territorio?</p>
<p style="text-align: justify;">In quel momento, la situazione politico-strategica dell’Italia assomigliava in modo impressionante a quella dell’Impero austro-ungarico nell’ultima fase della prima guerra mondiale, particolarmente dopo la morte di Francesco Giuseppe e l’ascesa al trono di Carlo I d’Asburgo. Come è noto, questi si era reso conto della impossibilità di vincere la guerra e aveva anche tentato di avviare delle trattative segrete di pace con l’Intesa, tramite il principe Sisto di Borbone; trattative che erano state bruscamente interrotte allorché l’alleato germanico ne aveva avuto sentore e il governo francese, poco saggiamente oltre che poco cavallerescamente, ne aveva rigettato tutta la responsabilità sul giovane imperatore austriaco.</p>
<p style="text-align: justify;">È noto che, in quella occasione, lo Stato Maggiore germanico aveva preso seriamente in considerazione la possibilità di occupare, con mossa fulminea, il territorio dell’Austria-Ungheria, ben sapendo che, se l’alleato si fosse arreso all’Intesa, questa ne avrebbe fatto un trampolino per minacciare da sud la stessa Germania. Ed è esattamente quanto stava per avvenire ai primi di novembre del 1918, quando le armate italiane, ottenuta la resa dell’Austria a Villa Giusti, si preparavano a sferrare un’offensiva contro il territorio germanico, secondo i piani del generale Diaz, per affrettare il crollo definitivo del Reich tedesco.</p>
<p style="text-align: justify;">Dunque, solo una persona sommamente ingenua e sprovveduta, oltre che sommamente ignorante, nell’Italia del 1943, poteva sperare, specialmente dopo l’annuncio di Casablanca, che la resa agli Alleati avrebbe significato la fine della guerra, la fine dei bombardamenti, la fine delle sofferenze; ma non certo chi avesse un minimo di senso della realtà.</p>
<p style="text-align: justify;">Che l’opinione pubblica italiana si sia abbandonata, nei quarantacinque giorni del governo Badoglio (il quale, giova ribadirlo, non fece assolutamente niente per prevenire la catastrofe: non richiamò un fante dai Balcani o dalla Francia, non organizzò neppure la difesa di Roma, pur disponendo di forze assai maggiori di quelle germaniche), a una siffatta illusione, a un tale sogno voluttuoso, il sogno del “tutti a casa”: ebbene, questo lo si può anche comprendere, e non solo per la stanchezza dovuta all’impari e ormai troppo lungo conflitto, ma anche per l’opera subdola di migliaia di spie alleate e per l’opera irresponsabile e antinazionale dei dirigenti dei partiti antifascisti, comunisti e socialisti in testa.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma che a un tale sogno, a una tale illusione, a una tale ebbrezza si siano abbandonate, tutte intere, le classi dirigenti; che nessuno, nell’apparato militare, in quello politico e nel campo della stampa e della radio, si sia reso conto di quel che avrebbe significato la resa senza condizioni e che cosa avrebbe comportato per il futuro dell’Italia: questo è il delitto imperdonabile, del quale stiamo ancora pagando le conseguenze, sia a livello internazionale che a livello interno.</p>
<p style="text-align: justify;">La guerra non sarebbe finita con la resa agli Alleati; sarebbe entrata in una fase nuova, ancora più crudele, ancora più inumana; e, con ogni evidenza, sarebbe diventata una guerra civile, somma sciagura che ogni popolo degno di questo nome ha sempre paventato come il peggiore dei mali e  rispetto al quale ogni altro sacrificio, ogni altra sofferenza, ogni altro compromesso è sempre e comunque apparso preferibile.</p>
<p style="text-align: justify;">Qualcuno riesce a immaginarsi il popolo inglese o il popolo americano che si rallegrano all’idea di una resa incondizionata che spianerà la strada alla doppia invasione del proprio territorio nazionale, da parte degli ex nemici diventati “liberatori” e degli ex amici diventati nemici, e che aprirà le vie della guerra civile, fomentata e alimentata, con armi e con denaro, dalle due opposte parti in lotta, solidali nel disegno di annichilire ogni sentimento di dignità nazionale? Non è forse vero che, davanti alla tremenda serietà di una guerra (e di quella guerra, poi!), l’unica filosofia possibile, per un popolo cosciente di sé e dei propri doveri verso se stesso e verso le generazioni future, è quella sintetizzata nella frase: <em>«Right or wrong, it’s my country»</em>?</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/io-fascista-1945-1946-la-testimonianza-di-un-superstite/7307" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-5094" style="margin: 10px;" title="io-fascista" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/io-fascista.jpeg" alt="" width="200" height="280" /></a> Eppure fu quello che accadde da noi; con i dirigenti socialisti e comunisti, Longo e Togliatti in testa, entusiasti all’idea di aprire una tale svolta della guerra, trasformandola in guerra civile, senza alcun riguardo per qualsiasi ipotesi di riconciliazione nazionale, anzi, ben decisi a trattare da traditore chiunque osasse anche solo nominare una tale espressione. Per questo venne messa a tacere la voce del filosofo Giovanni Gentile, eliminandolo fisicamente; per questo venne compiuta la strage di Porzùs, ai danni di quei partigiani “bianchi” che non gradivano l’idea &#8211; cara, invece, ai partigiani comunisti del P. C. I. di Udine &#8211; di cedere a Tito tutta la Venezia Giulia e, magari, anche un bel pezzo del Friuli, Gorizia e Trieste comprese.</p>
<p style="text-align: justify;">Una quantità di film vergognosi e denigratori, sia italiani che stranieri, hanno poi suggellato le piccole e grandi viltà, le incoscienti furberie e l’assoluta mancanza di dignità nazionale e di senso dello Stato, mostrate dagli Italiani nel terribile frangente dell’estate 1943. Valga per tutti l’esecrabile <em>Il colonnello von Ryan</em>, di Mark Robson (1965), interpretato dal noto mafioso italo-americano Frank Sinatra, quasi a suggello della perversa alleanza realizzatasi tra la mafia italo-americana e lo Stato Maggiore statunitense alla vigilia dell’invasione della Sicilia; mentre ufficiali italiani codardi e senza onore (come il capitano interpretato da Sergio Fantoni) non aspettano altro che di calare le braghe e di consegnarsi, armi e bagagli, al vincitore di turno.</p>
<p style="text-align: justify;">Questa è l’immagine alla quale il popolo italiano è stato inchiodato dagli eventi dell’armistizio dell’8 settembre: armistizio voluto dalla Massoneria, dalla grande industria, dalla mafia, dagli alti comandi dell’esercito e della marina e anche da settori della Chiesa cattolica: tutti allo scopo ben preciso di riconquistare le posizioni di preminenza e di privilegio che avevano raggiunto sotto l’Italia liberale; che avevano conservato, a prezzo di qualche compromesso, durante il ventennio; e che avevano seriamente rischiato di perdere con la nascita della Repubblica Sociale.</p>
<p style="text-align: justify;">Fino a quando dovremo portarci addosso questa gogna mediatica, questa infamia culturale, che ci tiene perennemente legati ad un passato che non passa, il quale non fu voluto dal popolo italiano, ma dalle solite <em>élite </em>privilegiate ed egoiste?</p>
<p style="text-align: justify;">Certo non se la meritano i figli e i nipoti di quei soldati semplici, di quei graduati, di quei sottufficiali i quali, nell’estate del 1943 (e ben lo attestano le lettere riportate da Silvestri) avevano ben chiara quale fosse la posta in gioco e perché, in simili condizioni, non vi fosse nemmeno da pensare a un armistizio separato. Non se la meritano i morti di Bir el Gobi, di Cheren, di Culqualber, di El Alamein; né quelli di Capo Matapan o le migliaia di marinai periti nella traversata del Mediterraneo, per portare i necessari rifornimenti all’esercito di Libia.</p>
<p style="text-align: justify;">Parlare di queste cose, oggi, è divenuto tabù: sarebbe considerato come una deprecabile forma di nazionalismo, di esaltazione della guerra e, magari, del fascismo.</p>
<p style="text-align: justify;">Parlare con orgoglio dei propri morti in guerra è un diritto che spetta solo ai vincitori: loro sì, che possano inondare le nostre librerie e le nostre sale cinematografiche con libri e con pellicole che esaltano i loro sacrifici, il loro valore e che denigrano sistematicamente la memoria dei nostri caduti.</p>
<p style="text-align: justify;">Perfino nel mondo dei giocattoli, i nostri bambini sono costretti a giocare con i soldatini che indossano le uniformi inglesi e americane: ossia di quegli eserciti i quali, nel 1943, con il pretesto di venirci a “liberare” (e da chi, poi? da noi stessi?), riuscirono a toglierci non solo il frutto di tanti sacrifici stoicamente sopportati, ma anche l’onore ed il rispetto dovuti a noi stessi.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/gli-alleati-nel-1943-ingannarono-gli-italiani-sfruttando-la-loro-mancanza-di-amor-di-patria.html' addthis:title='Gli Alleati nel 1943 ingannarono gli Italiani sfruttando la loro mancanza di amor di patria ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.centrostudilaruna.it/gli-alleati-nel-1943-ingannarono-gli-italiani-sfruttando-la-loro-mancanza-di-amor-di-patria.html/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
			<coop:keyword><![CDATA[1939-1945]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Italiano]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Storia contemporanea]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[1943]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[alleati]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[antifascismo]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Carlo Silvestri]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Churchill]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[fascismo]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[germania]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Giovanni Gentile]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Govoni]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[guerra civile]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Hitler]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Mussolini]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[resistenza]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Roosevelt]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Sicilia]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Stalin]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[vulgata]]></coop:keyword>
	</item>
		<item>
		<title>Nausea dell’esistenza e bassezza morale nell’opera di un falso “grande” della letteratura: Carlo Emilio Gadda</title>
		<link>http://www.centrostudilaruna.it/carlo-emilio-gadda.html</link>
		<comments>http://www.centrostudilaruna.it/carlo-emilio-gadda.html#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 18 May 2010 16:13:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Lamendola</dc:creator>
				<category><![CDATA[Italiano]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Carlo Emilio Gadda]]></category>
		<category><![CDATA[dolore]]></category>
		<category><![CDATA[fascismo]]></category>
		<category><![CDATA[Gadda]]></category>
		<category><![CDATA[Henry de Montherlant]]></category>
		<category><![CDATA[Lucrezio]]></category>
		<category><![CDATA[Mussolini]]></category>
		<category><![CDATA[noia]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.centrostudilaruna.it/?p=4869</guid>
		<description><![CDATA[Nel caso di Gadda, è difficile sottrarsi alla netta impressione che ci siano molto odio e molto disprezzo verso se stesso, ma senza l’onestà intellettuale di riconoscerlo e cercando, invece, un bersaglio esterno sul quale rovesciare tutta la propria frustrazione di ricco borghese socialmente declassato, di scrittore presuntuoso e misantropo]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/carlo-emilio-gadda.html' addthis:title='Nausea dell’esistenza e bassezza morale nell’opera di un falso “grande” della letteratura: Carlo Emilio Gadda '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/letteratura48x48.png" width="48" height="48" alt="" title="Letteratura" /><br/><p style="text-align: justify;">
<div id="attachment_4894" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/carlo-emilio-gadda"><img class="size-full wp-image-4894" title="gadda" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/gadda.jpg" alt="" width="300" height="230" /></a><p class="wp-caption-text">Carlo Emilio Gadda (Milano, 14 novembre 1893 – Roma, 21 maggio 1973)</p></div>
<p>Tra i palloni gonfiati del Parnaso nazionale &#8211; peraltro in buona compagnia di scrittori già troppo celebrati, come Alberto Moravia &#8211; ce n’è uno, la cui bassezza morale nello sputare veleno contro chi non può più difendersi e il cui morboso compiacimento nel presentare la realtà come sozza, oscena, ripugnante, gli assicurano un posto di prim’ordine: <a title="Carlo Emilio Gadda" href="http://www.libriefilm.com/category/autori/carlo-emilio-gadda">Carlo Emilio Gadda</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">E benché quella nausea verso tutto ciò che esiste sia il filo conduttore dell’intera sua opera, a cominciare dai pretesi “capolavori” come <a title="La cognizione del dolore" href="http://www.libriefilm.com/la-cognizione-del-dolore/7506"><em>La cognizione del dolore</em></a> e <a title="Quer pasticciaccio brutto de via Merulana" href="http://www.libriefilm.com/quer-pasticciaccio-brutto-de-via-merulana/3361"><em>Quer pasticciaccio brutto de via Merulana</em></a>, tuttavia vogliamo qui soffermare la nostra attenzione su un libello vergognosamente vile, come <a title="Eros e Priapo" href="http://www.libriefilm.com/eros-e-priapo/3497"><em>Eros e Priapo</em></a>, in cui, a tale nota di fondo, si aggiunge la bassezza morale di fare gli sberleffi più atroci alla memoria di un morto &#8211; Mussolini &#8211; il quale, se pure ebbe delle colpe, le aveva già pagate abbondantemente con la morte e con l’oltraggio indecente delle proprie spoglie mortali.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/la-cognizione-del-dolore/7506" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-4892" style="margin: 10px;" title="la-cognizione-del-dolore" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/la-cognizione-del-dolore.jpg" alt="" width="200" height="309" /></a>Il tutto in una sarabanda di invenzioni linguistiche che mandano in visibilio i critici letterari di bocca buona, quelli sempre pronti a battere le mani e gridare al genio ogni qual volta si trovano davanti a qualcosa di cervellotico e incomprensibile, evidentemente ignari della morale sottesa alla novella di Andersen <em>Il vestito nuovo dell’imperatore</em>, in cui solo un bambino (beata innocenza!) osa gridare ad alta voce quello che tutti vedono, ma nessuno ha il coraggio di dire: che il bellissimo vestito nuovo dell’imperatore, cioè, esiste solo nella servile adulazione dei suoi sarti e che l’augusto personaggio, pertanto, si pavoneggia tra la folla dei sudditi… in mutande.</p>
<p style="text-align: justify;">La scrittura di Gadda è tutta pervasa, dal principio alla fine, da un acre sentimento di disgusto nei confronti dell’esistente, di schifo nei confronti della vita; da una aggressiva, delirante volontà di parodia, di mostruosa deformazione, di stravolgimento patologico degli altri («l’inferno sono gli altri», insegnava il cattivo maestro Sartre): in breve, da una indignazione moralistica e paranoica nei confronti del fenomeno “vita” in quanto tale, senza nulla risparmiare, neppure l’esibizione del proprio desiderio di uccidere la madre, come ne <a title="La cognizione del dolore" href="http://www.libriefilm.com/la-cognizione-del-dolore/7506"><em>La cognizione del dolore</em></a>, estremo, farneticante omaggio alla psicanalisi freudiana.</p>
<p style="text-align: justify;">Per questo suo atteggiamento censorio e violentemente denigratorio nei confronti di tutto e di tutti, si sarebbe quasi, per un momento, tentati di accostarlo a Lucrezio, che, nel <a title="De Rerum Natura" href="http://www.libriefilm.com/la-natura/7508"><em>De Rerum Natura</em></a>, si abbandona ad acri invettive nei confronti di quanti, pur ridotti a condurre un’esistenza miserabile, non hanno il coraggio di uccidersi, e tuttavia continuano a lamentarsi in maniera disgustosa, incapaci sia di vivere, sia di morire con dignità. Ma si tratta di una tentazione brevissima; perché basta leggere pochi versi di Lucrezio e confrontarli con qualche pagina di Gadda, per misurare tutta la distanza abissale che separa i due scrittori.</p>
<p style="text-align: justify;">Lucrezio è un gigante: la potenza drammatica delle immagini che sa evocare non teme confronti con alcuno e può essere paragonata soltanto alle terzine più intense e drammatiche della <a title="Divina Commedia" href="http://www.libriefilm.com/divina-commedia/7257"><em>Divina Commedia</em></a> di Dante. Gadda, al contrario, è un botolo ringhioso, che si scaglia con feroce ma istrionica e repulsiva violenza contro l’umanità intera, solo perché non ha il coraggio di guardarsi dentro e riconoscere che tutta quella bruttura, di cui quasi &#8211; orribilmente &#8211; si compiace, non è all’esterno, ma dentro di lui.</p>
<p style="text-align: justify;">Un altro accostamento che sorge spontaneo è quello fra Gadda ed Henry de Montherlant, specialmente il Montherlant di opere ferocemente nichiliste (e, direbbe Eco, fiammeggianti), come <em>Il caos e la notte</em>. Ma anche in questo caso, il paragone è tutto a sfavore del Nostro: perché il lettore percepisce chiaramente che la scrittura di Montherlant &#8211; così come, del resto, quella di Lucrezio &#8211; cela un segreto: ossia che dietro il conclamato disprezzo per gli uomini arde un amore nascosto e disperato; che l’odio per gli uomini non è altro che il rovescio di una passione delusa, di un amore impossibile.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/eros-e-priapo/3497" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-4891" style="margin: 10px;" title="eros-e-priapo" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/eros-e-priapo.jpg" alt="" width="200" height="315" /></a>Niente del genere nella scrittura di Gadda, che, al di là del continuo, fastidioso, narcisistico autocompiacimento per il proprio lussureggiante, incontenibile plurilinguismo, non ha nulla da nascondere se non l’odio e il disprezzo di sé, che tuttavia l’autore non osa riconoscere, preferendo la via più facile di rovesciare sugli altri, sul mondo intero, animali e oggetti compresi (il famoso “barocco” gaddiano) ogni sorta di bruttura e di immondizia, ogni possibile e immaginabile forma di denigrazione e di stravolgimento.</p>
<p style="text-align: justify;">Solo così si può spiegare la folle, vilissima foga demolitrice con la quale si scaglia, in <a title="Eros e Priapo" href="http://www.libriefilm.com/eros-e-priapo/3497"><em>Eros e Priapo</em></a>, contro la memoria di un morto: uno in cui milioni di Italiani avevano creduto, compreso lo stesso Gadda, che aveva aderito al fascismo fin dal 1922, salvo poi pentirsene ma tenere celato per tutto il Ventennio, con il cuore colmo di rabbia, il proprio odio nei confronti di Mussolini e del regime, per lasciarlo poi esplodere solo molto dopo la fine della seconda guerra mondiale (il libello sarà pubblicato, infatti, nel 1967).</p>
<p style="text-align: justify;">Evidentemente, Gadda non aveva saputo ben meditare quei versi de <em>Il cinque maggio</em> di Manzoni (13-20), in cui si ricorda come tanto l’adulare i potenti, quanto l’inveire contro di essi, allorché sono caduti nella polvere, non sono cose che si addicano ad una Musa cosciente di sé e del rispetto dovuto a se stessa:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">«Lui folgorante in solio<br />
Vide il mio genio e tacque;<br />
quando, con vece assidua,<br />
cadde, risorse e giacque,<br />
di mille voci al sònito<br />
mista la sua non ha:<br />
vergin di servo encomio<br />
e di codardo oltraggio…»</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Appunto: di codardo oltraggio.</p>
<p style="text-align: justify;">Per dare al lettore un’idea di quali bassezze raggiunga questo libello, il quale vorrebbe abbagliare con la pirotecnica messinscena linguistica, che sfiora il funambolismo più istrionico ma che è solo il roboante contenitore di una acredine e di un astio velenosamente trattenuti per vent’anni e poi, malignamente, spruzzati sulla memoria di un estinto, ne riportiamo alcune righe sufficientemente rappresentative (da: <a title="Eros e Priapo" href="http://www.libriefilm.com/eros-e-priapo/3497"><em>Eros e Priapo</em></a>, Milano, Garzanti, 1967):</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">«Questo qui, Madonna bona!, non aveva neanche finito di imparucchiare quattro sue scolaresche certezze che son qua mè, son qua mè, a fò tutt mè, a fò tutt mè. Venuto dalla più sciapita semplicità, parolaio da raduno communitosi del più misero bagaglio di frasi fatte, tolse ecco a discendere secondo fiume dietro al numero: a sbraitare, a minacciare i fochi  ne’ pagliai, a concitare ed esagitare le genti, e pervenne infine, dopo le sovvenzioni del capitale, e dopo una carriera da spergiuro,  a depositare in càtedra il suo deretano da Pirgopolinice smargiasso, addoppiato di pallore giacomo-giacomo, cioè sulla cadrèga, di Presidente del Conziglio in bombetta e guanti giallo canarino.<br />
Pervenne, pervenne.<br />
Pervenne a far correre trafelati bidelli a un suo premere di bottone su tastiera, sogno massimo dell’ex agitatore massimalista. Pervenne alle ghette color tortora, che portava con la disinvoltura d’un orango, ai pantaloni a righe, al tight, al tubino già detto, ai guanti bianchi de commendatore e del’agente di cambio uricemico: dell’odiato ma vividamente invidiato borghese. On que’ du’ trappoloni di banane delle du’ mani, che gli dependevano a’ fianchi, rattenute da du’ braccini corti corti: le quali non ebbono mai conosciuto lavoro e gli stavano attaccate a’ bracci come le fussono morte e di pezza, e senza aver che fare davanti ‘l fotografo: i ditoni dieci d’un sudanese inguantato. Pervenne. Alla feluca, pervenne. Di tamburo maggiore della banda. Pervenne agli stivali del cavallerizzo, agli speroni del galoppatore. Pervenne, pervenne! Pervenne al pennacchio dell’emiro, del condottiero di quadrate legioni in precipitosa ritirata…»</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Potremmo continuare a lungo, ma crediamo che basti: proviamo vergogna a proseguire, quella vergogna che non ha provato Gadda a scrivere.</p>
<p style="text-align: justify;">I suoi giochi di parole, come quel “pervenne” che vuol fare confusione fonetica con il vocabolo francese “parvenu”, mostra solo la puzza sotto il naso che Gadda, figlio di ricchi borghesi bruscamente impoveritisi (e quindi divenuto piccolo borghese frustrato, come era toccato a <a title="Pirandello" href="http://www.libriefilm.com/category/autori/luigi-pirandello">Pirandello</a> e tanti altri, specie nel primo dopoguerra) nutre nei confronti del popolano Mussolini; e non è un sentimento che gli faccia onore.</p>
<p style="text-align: justify;">La stessa cosa vale per la parodia della parlata romagnola del Duce, che rivela solo la schifiltosità di un intellettuale che, evidentemente, si ritiene in diritto di prendere in giro i “provinciali” di modesta estrazione sociale, un po’ nella tradizione di Lorenzo de’ Medici che, nella <em>Nencia da Barberino</em>, fa una spietata parodia del contadino Vallera: pessimo esempio di quella eterna arroganza del cittadino colto nei confronti del “villano” privo d’istruzione (ma non di cultura, e sia pure da autodidatta, nel caso di Mussolini).</p>
<p style="text-align: justify;">Quando, poi, si entra nel merito del giudizio storico, la faziosità di Gadda assume proporzioni addirittura grottesche, come quando definisce Mussolini un parolaio da raduno che sa esprimersi solo per frasi fatte, traendole da un bagaglio culturale misero e scipito.</p>
<p style="text-align: justify;">Al contrario, non vi è studioso serio, di qualsiasi tendenza e convinzione, che non abbia riconosciuto la grandezza di Mussolini come giornalista e come oratore; il che, naturalmente, non significa in alcun modo &#8211; ci mancherebbe altro! &#8211; che si debbano condividere i concetti da lui espressi nei suoi articoli e nei suoi discorsi.</p>
<p style="text-align: justify;">Per quanto, poi, attiene al giudizio politico, l’accusa di spergiuro è veramente la più squallida e insulsa che si possa rivolgere a Mussolini, se si possiede un minimo di onestà intellettuale: perché, senza voler negare che il fascismo abbia finito per caratterizzarsi come un movimento di estrema destra (al cui interno, peraltro, sopravvissero anche elementi tipicamente di sinistra e, comunque, rivoluzionari e antiborghesi), non si può negare che il distacco di Mussolini dal Partito Socialista sia avvenuto in modo coerente e lineare, in quel periodo di tempo &#8211; il 1914 e lo scoppio della prima guerra mondiale &#8211; che vide perfino anarchici come Piotr Kropotkin e non pochi socialisti, come Leandro Arpinati, per non parlare di sindacalisti rivoluzionari come Filippo Corridoni e Alceste De Ambris, divenire accesi interventisti.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/quer-pasticciaccio-brutto-de-via-merulana/3361" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-4893" style="margin: 10px;" title="quer-pasticciaccio-brutto" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/quer-pasticciaccio-brutto.jpg" alt="" width="200" height="298" /></a>Ma tant’è: la moda di buttare fango sulla memoria di Mussolini, presentandolo come un voltagabbana e un traditore dei compagni socialisti, è ampiamente radicata nella cultura politica italiana della Vulgata democratica; dimenticando, oltretutto, che fu il Partito Socialista ad espellere il brillante direttore de <em>L’Avanti!</em> (che, sia detto per inciso,  aveva fatto quadruplicare le vendite del giornale in pochi anni) e non quest’ultimo a volersene andare…</p>
<p style="text-align: justify;">Forse la sinistra “ortodossa” italiana, socialista e comunista, aveva la coda di paglia troppo lunga per riuscire ad ammettere che Mussolini era sempre stato un uomo di sinistra che, a un certo punto, entrò in conflitto con il proprio partito non già per meschino calcolo personale o per farsi strumento repressivo degli agrari e dei conservatori, ma perché aveva misurato tutta l’abissale inconcludenza e tutto il pietoso velleitarismo dei suoi compagni, che nulla avevano imparato né dall’esperienza della guerra 1915-18, né dal “biennio rosso” e dal clamoroso fallimento dell’occupazione delle fabbriche…</p>
<p style="text-align: justify;">Infine, insinuare che le braccia di Mussolini non abbiano mai conosciuto la fatica del lavoro è un falso storico. Mussolini, figlio di un fabbro e di una maestra elementare, non solo conobbe l’umile fatica del lavoro manuale, ma anche la povertà e le mortificazioni della vita da emigrante. E, come è noto, fece il servizio militare in fanteria e si guadagnò sul campo i gradi di caporale dei bersaglieri; mentre Gadda, il ricco borghese, aveva fatto l’ufficiale in un esercito &#8211; quello italiano &#8211; che era uno dei più classisti al mondo: dove tutto, dalla mensa alle comodità personali, sottolineava il divario immenso esistente tra gli ufficiali di estrazione borghese e i soldati semplici, figli di contadini  e di operai.</p>
<p style="text-align: justify;">Che cosa ci sarà, dunque, dietro tanta acredine, dietro tanto odio, dietro una così irrefrenabile fiumana di veleno?</p>
<p style="text-align: justify;">Difficile sottrarsi alla netta impressione che ci siano molto odio e molto disprezzo verso se stesso, ma senza l’onestà intellettuale di riconoscerlo e cercando, invece, un bersaglio esterno &#8211; un uomo amato in gioventù, e ormai morto e sepolto da oltre vent’anni &#8211; sul quale rovesciare tutta la propria frustrazione e tutta la propria rabbia di ricco borghese socialmente declassato, di scrittore presuntuoso e misantropo; tutta la deformità della propria anima brutta, come ben sapevano i suoi ammiratori i quali, ingenuamente, lo avvicinavano, per venire subito raggelati dalla inverosimile maleducazione di quel borioso e falso “grande” della <a title="letteratura" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/letteratura">letteratura</a> italiana.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/carlo-emilio-gadda.html' addthis:title='Nausea dell’esistenza e bassezza morale nell’opera di un falso “grande” della letteratura: Carlo Emilio Gadda ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.centrostudilaruna.it/carlo-emilio-gadda.html/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>3</slash:comments>
			<coop:keyword><![CDATA[Italiano]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Letteratura]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Letteratura italiana]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Carlo Emilio Gadda]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[dolore]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[fascismo]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Gadda]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Henry de Montherlant]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Lucrezio]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Mussolini]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[noia]]></coop:keyword>
	</item>
	</channel>
</rss>

