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	<title>Centro Studi La Runa &#187; matto</title>
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	<description>Archivio di storia, tradizione, letteratura, filosofia</description>
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		<title>Il maestro della rosa</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Sep 2009 09:11:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Emilio Michele Fairendelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Italiano]]></category>
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		<description><![CDATA[Il racconto di un incontro con un uomo straordinario dopo la lunga notte romena.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/il-maestro-della-rosa.html' addthis:title='Il maestro della rosa '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/letteratura48x48.png" width="48" height="48" alt="" title="Letteratura" /><br/><p style="text-align: justify;">(Bucarest, 2001-)</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Alcuni mi dissero poi di averlo visto allo stesso tavolo anche in anni lontani, nel pieno della notte romena.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma chi può saperlo, è nostra abitudine provare a rendere la realtà meno opaca e pesante, più vicina alla verità che vorremmo colorandola con dosi robuste di invenzione e di leggenda.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella lingua degli ebrei un solo termine designa parola ed azione, per noi romeni parola è <em>cuvintul</em>,  viene pronunciata e si allontana, scompare, leggera e misteriosa, come il vento fisico.</p>
<p style="text-align: justify;">Io comunque,  che avevo sempre frequentato la birreria, iniziai a vedere quell’uomo solo dal 2001,  dalla primavera.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="size-full wp-image-2735 aligncenter" title="Caru cu Bere" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/Caru-cu-Bere.jpg" alt="Caru cu Bere" width="525" height="350" /></p>
<p style="text-align: justify;">La Caru cu Bere è la birreria storica di Bucarest.</p>
<p style="text-align: justify;">L’edificio, in stile neoclassico, fu ultimato nel 1879.</p>
<p style="text-align: justify;">Sino alla fine della seconda guerra mondiale fu il locale della giovane borghesia di Bucarest, degli studenti, delle comunità straniere, italiani e francesi.</p>
<p style="text-align: justify;">Durante il regime, il locale divenne di proprietà dello stato.</p>
<p style="text-align: justify;">La frequentavano perlopiù i dirigenti del partito, per i quali credo funzionasse, nelle stanze dei ballatoi superiori, anche come bordello.</p>
<p style="text-align: justify;">Io, Ion Dinu Gabrieli, nacqui a Bucarest nel 1977, il 29 giugno.</p>
<p style="text-align: justify;">Della notte romena non vidi che la fine, ma la conosco bene.</p>
<p style="text-align: justify;">Ben prima e ben meglio che dagli studi,  dalle vite mancate dei miei genitori, dai grigi crolli che si intuivano nella loro anima, dalla loro infinita stanchezza.</p>
<p style="text-align: justify;">Ricordo come la nostra casa, ogni suo dettaglio, la facciata, i pianerottoli delle scale e poi gli interni, i nostri mobili e gli oggetti dichiarasse la notte con la forza terribile di cui solo sono capaci le cose materiali.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1989 il regime cadde.</p>
<p style="text-align: justify;">Non sapevamo  cosa sarebbe mutato, cosa sarebbe stato possibile recuperare nei nostri cuori ma sapevamo ciò che saremmo diventati, negli anni, nella libertà e sotto altri demoni: l’Europa.</p>
<p style="text-align: justify;">L’anno successivo la mia vita attraversò un passaggio fondamentale.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi fu diagnosticato un tumore maligno, un sarcoma alla radice della coscia sinistra.</p>
<p style="text-align: justify;">Fui operato in Italia, dove avevamo conoscenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Contro ogni previsione la gamba fu salvata svuotando tutto l’interno della coscia e dopo due mesi di radioterapia feci ritorno a Bucarest.</p>
<p style="text-align: justify;">La prognosi  restava infausta, il tumore era stato scoperto troppo tardi.</p>
<p style="text-align: justify;">Ogni sei mesi, mi recavo in Calea Victoriei per l’esame di controllo, per gli esiti della radiografia fatta la settimana precedente.</p>
<p style="text-align: justify;">Quella sera festeggiavo la proroga semestrale della vita, solo, alla birreria, tornando ubriaco.</p>
<p style="text-align: justify;">“El traieste din nou!”</p>
<p style="text-align: justify;">Lui vive ancora!, dicevo,  bambino egoista, perduto e folle, chino su me stesso, alzando uno dei grandi boccali tondi.</p>
<p style="text-align: justify;">A casa, guardavo la lunga ferita dove i raggi del cobalto avevano lasciato segni, lenti di colore scuro.</p>
<p style="text-align: justify;">Poi, non la guardavo mai.</p>
<p style="text-align: justify;">A volte sognavo che la ferita crescesse, coprendo tutto il corpo e che, anche allora, io riuscissi a non morire.</p>
<p style="text-align: justify;">Negli anni a seguire presi la maturità e mi iscrissi alla facoltà di filosofia.</p>
<p style="text-align: justify;">La Caru cu Bere era il nostro ritrovo, vi andavo quasi ogni giorno da solo o in compagnia.</p>
<p style="text-align: justify;">Verso la metà degli anni novanta il locale era stato acquistato da un uomo di affari di Timisoara, padre di un amico studente.</p>
<p style="text-align: justify;">Il locale, pur mantenendo le ampie volte dipinte, le altissime <em>boiserie </em>scure alle pareti, un pavimento  fintoantico a quadri di ceramica, era stato completamente ristrutturato.</p>
<p style="text-align: justify;">Vi circolavano ora camerieri dalle vesti sgargianti, con il nome del locale scritto sulle spalle, che distribuivano piccoli menu di carta lucida e dura dove si leggevano anche improbabili americanerie.</p>
<p style="text-align: justify;">Spesso vi suonava un’orchestrina  che di zigano aveva solo il nome: provavi a dare il tuo cuore a quel che di buono facevano gli archi e la voce della cantante dai capelli neri e tutto veniva distrutto da una tastiera assassina.</p>
<p style="text-align: justify;">Andava meglio con le danze,  balli veri e propri o gruppi di folclore, che spesso si tenevano nei fine settimana o quando la quarta sala era dedicata ai matrimoni:  dolcezza, liberazione, una commozione profonda e inspiegabile vedere quei corpi, quei colori che muovevano.</p>
<p style="text-align: justify;">Il proprietario aveva avuto l’idea di lasciare una delle cinque grandi sale voltate, la più piccola, come era un tempo.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto era come stinto, il legno alle pareti, le mattonelle del pavimento a volte attraversate da crepe scure  o sconnesse, la tinta color sabbia dei muri, le lampade a boccia, la greca floreale e iscritta, in alto, sotto l’inizio delle volte.</p>
<p style="text-align: justify;">Per entrarvi, dovevi scendere due gradini.</p>
<p style="text-align: justify;">Foto di un tempo del locale stavano appese ovunque.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche i  mobili, certamente quelli originali, erano diversi.</p>
<p style="text-align: justify;">Fu lì, in quella sala, a un tavolo davanti alle tre colonne dorate che erano scolpite nel pilastro di ogni arco, che lo vidi per la prima volta.</p>
<p style="text-align: justify;">Anziano, la figura magra e elegante, corti capelli color argento, il vestito e le scarpe impeccabili,</p>
<p style="text-align: justify;">Lo osservavo attraversare calmo i saloni,  per andarsene dopo il tramonto.</p>
<p style="text-align: justify;">Giornali e qualche libro non mancavano mai, sul tavolo.</p>
<p style="text-align: justify;">Non beveva birra, ma vino, piccoli sorsi da un calice di rosso Bolovan che durava l’intera pomeriggio.</p>
<p style="text-align: justify;">A volte conversava con qualcuno che lo aveva raggiunto,  più spesso leggeva o annotava.</p>
<p style="text-align: justify;">Credo riposasse la mente o cercasse un pensiero quando, spostata un poco la sedia,  guardava il locale e gli avventori appoggiando  le due mani e il mento a un lungo bastone che avrei detto di acciaio.</p>
<p style="text-align: justify;">Non lo vidi mai ad un altro tavolo.</p>
<p style="text-align: justify;">Presi a passare alla Caru cu Bere interi pomeriggi, preparando gli esami.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi sedevo non distante.</p>
<p style="text-align: justify;">Un giorno, un ragazzo inglese che beveva con alcuni amici nella sala accanto fu preso da un colpo e cadde a terra.</p>
<p style="text-align: justify;">Si teneva l’addome, urlava, subito gli si fecero tutti intorno, mentre veniva chiamata un’ambulanza.</p>
<p style="text-align: justify;">Una delle cameriere si era avvicinata in fretta al tavolo dell’uomo.</p>
<p style="text-align: justify;">Per un attimo credetti fosse un medico e che lei gli avesse chiesto di intervenire.</p>
<p style="text-align: justify;">Lui  si era alzato, avvicinandosi al gruppo concentrico appena aldifuori del quale stavo anch’io.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel cerchio  di uomini si aprì un varco e l’uomo vide per un attimo, un solo attimo, quel ragazzo dai capelli rossi a terra.</p>
<p style="text-align: justify;">Qualcuno gli sorreggeva la nuca.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora non urlava più, sembrava calmo, ma respirava ansando.</p>
<p style="text-align: justify;">L’uomo si voltò e fece per tornarsene al tavolo, incrociò la cameriera, pallida e agitata, le disse una, forse due parole.</p>
<p style="text-align: justify;">Arrivò l’ambulanza e portò via il ragazzo.</p>
<p style="text-align: justify;">In un’ora tutto era dimenticato.</p>
<p style="text-align: justify;">Intorno alle diciannove, come di consueto, l’uomo se ne andò.</p>
<p style="text-align: justify;">Io volli restare: sapevo che Mariana, la cameriera, avrebbe fatto quel giorno l’ultimo turno.</p>
<p style="text-align: justify;">Ordinai una birra e quando me la portò le chiesi perché avesse chiamato quell’uomo.</p>
<p style="text-align: justify;">“Lui è uno che sa, un uomo che vede”, mi aveva risposto.</p>
<p style="text-align: justify;">In quel momento, nel modo arcaico di porgere e pronunciare la frase, nel suo viso stupito e credente vivevano gli avi, moltitudini asperse da sangue gitano, la magia pagana dei boschi, la fede nei segni della terra e delle stelle.</p>
<p style="text-align: justify;">Non era che una ragazza nata e cresciuta in un paesino vicino a Iasi, ora con in tasca l’iPod e il cellulare di ultima generazione, una piccola sfera d’argento al centro della lingua ma tutto quel tempo, così diverso, regnava ancora in lei.</p>
<p style="text-align: justify;">Cosa le aveva detto dopo che aveva visto quel ragazzo a terra?</p>
<p style="text-align: justify;">“Morirà”, mi aveva risposto lei.</p>
<p style="text-align: justify;">Il giorno successivo Stefan, uno dei camerieri, studente all’università, mi disse che il ragazzo era morto ancor prima di giungere in Ospedale.</p>
<p style="text-align: justify;">Quanto a Mariana, era capitato che avesse parlato con l’uomo mesi addietro, smesso il suo turno, di un problema che riguardava suo fratello, in carcere per un delitto.</p>
<p style="text-align: justify;">Credeva che lui leggesse il destino perché le era capitato, servendolo, di vedere mazzi di carte e un libro con strani segni sul tavolo.</p>
<p style="text-align: justify;">Di più Stefan non sapeva.</p>
<p style="text-align: justify;">Quel pomeriggio stesso decisi che lo avrei conosciuto.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando arrivò, lasciai che portassero il calice di rosso.</p>
<p style="text-align: justify;">Prima che iniziasse a leggere o scrivere fui davanti a lui, con il viso dei miei vent’anni.</p>
<p style="text-align: justify;">Sul tavolo vidi un comune quotidiano e un piccolo taccuino nero.</p>
<p style="text-align: justify;">“Mi perdoni, posso farle una domanda?”</p>
<p style="text-align: justify;">“Prego, si sieda se vuole. Il mio nome è  Marius Devaratu” rispose.</p>
<p style="text-align: justify;">“Ion. Ion Gabrieli. &#8211; dissi sedendomi &#8211; Il ragazzo, il ragazzo di ieri, quello che è stato male. Come sapeva che sarebbe morto?”</p>
<p style="text-align: justify;">“Per la stessa ragione per cui so ora che le posso rispondere. Ho visto la sua aura. La sua aura diceva che sarebbe morto in poche ore.”.</p>
<p style="text-align: justify;">“Sì” dissi.</p>
<p style="text-align: justify;">“Era diventata di un azzurro tenue, il bordo superiore vibrava, già si era aperto in alcuni punti. Così, la sua Anima era pronta a lasciarlo. Non c’era alcun modo di cambiare le cose”.</p>
<p style="text-align: justify;">Ordinò anche per me un bicchiere di Bolovan.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando arrivò, alzammo insieme il calice e lui disse forte: “Pentru lume!” , per il mondo! come usa tra romeni.</p>
<p style="text-align: justify;">Bevvi un primo sorso pensando che in questa nostra povera lingua di chiaroveggenti mendicanti dello spirito lume significa tanto mondo quanto umanità quanto  luce.</p>
<p style="text-align: justify;">Mondo materiale, luce fisica, uomini e Luce prima, la Luce di Genesi 1.</p>
<p style="text-align: justify;">Una sola parola: lume.</p>
<p style="text-align: justify;">Parlai di me e dei miei studi.</p>
<p style="text-align: justify;">Lui mi disse di avere sempre vissuto a Bucarest ed essere stato un professore di storia all’università.</p>
<p style="text-align: justify;">Si era ritirato, viveva ora della sua pensione e di alcune proprietà che il governo aveva restituito a lui e al fratello come unici eredi della famiglia.</p>
<p style="text-align: justify;">“Hai desiderio di guardare un poco dentro le cose?” mi chiese passando al tu.</p>
<p style="text-align: justify;">La domanda non mi sorprese, come la attendessi e risposi che sì, lo volevo.</p>
<p style="text-align: justify;">Estrasse un sottile blocchetto di carte dalla tasca interna della giacca e lo mise sul tavolo.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi invitò a tagliare il mazzo e a rovesciare la carta.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo feci.</p>
<p style="text-align: justify;">“Cosa vedi?”</p>
<p style="text-align: justify;">“Il Matto dei Tarocchi.”</p>
<p style="text-align: justify;">“Lo conosci?”</p>
<p style="text-align: justify;">“Un poco.”</p>
<p style="text-align: justify;">“Descrivilo.”</p>
<p style="text-align: justify;">“Cammina su un sentiero, ha una giacca multicolore, e così il turbante. Porta una cinta dorata fatta di grossi medaglioni, un piccolo fardello appeso ad un bastone, il bastone non appoggia sulla spalla ma anche, perché è tenuto dal braccio opposto, sulla gola”.</p>
<p style="text-align: justify;">“Poi?”</p>
<p style="text-align: justify;">“Un cane, un cane lo azzanna. Alla coscia sinistra. I pantaloni sono lacerati, cade del sangue a terra. Il sangue imbeve il suolo, dove c’è un fiore, forse un giglio.”</p>
<p style="text-align: justify;">“Ancora.”</p>
<p style="text-align: justify;">“Il suo sguardo azzurro. E’ perduto e verso l’alto, non guarda in avanti. C’è il dolore  per il morso dell’animale”</p>
<p style="text-align: justify;">“Hai visto tutto e bene. Hai visto te stesso”.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli occhi mi si riempirono di lacrime.</p>
<p style="text-align: justify;">Lui ritirò le carte.</p>
<p style="text-align: justify;">Tacemmo qualche attimo.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli dissi del mio male, di non avere mai considerato quella incredibile identità di immagine.</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure conoscevo la tomba di Phersu, la nascita di Dioniso.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora la carta del Matto mi parlava, come una rivelazione.</p>
<p style="text-align: justify;">“Perchè Gilgamesh – disse &#8211; batte la mano sulla coscia sinistra sino a ferirsi quando nel dolore piange l’amico Enkidu? Perché l’esagramma 36 del Libro dei Mutamenti, La lesione della luce, recita “il male lo ferisce alla coscia sinistra”?</p>
<p style="text-align: justify;">Lì il morso deve avvenire, il Matto deve essere colpito alla coscia, vicino al centro sessuale, al luogo che la Sephirah Yesod, fondamento e verità, occupa nel corpo umano, nel vortice del <em>chakra </em>Muladhara,  il <em>chakra </em>che  governa il rapporto tra Anima e mondo fisico.</p>
<p style="text-align: justify;">La lesione entra nel corpo umano dal lato sinistro, il meno protetto.</p>
<p style="text-align: justify;">Non uccide, ma tocca il rapporto con la realtà.</p>
<p style="text-align: justify;">E con se stessi, poiché Muladhara, lacerato,  non può trattenere la sua energia, non può sublimarla nelle sue spirali, spingerla verso l’alto nel corpo sottile dell’uomo ma la disperde nella terra, come nella figura dei Tarocchi.</p>
<p style="text-align: justify;">L’uomo, così indebolito, ha orrore del mondo materiale e crede di potergli sfuggire guardando verso l’alto.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma questo non è possibile.</p>
<p style="text-align: justify;">L’uomo rimane chino, come chi abbia ricevuto un colpo al ventre, verso la stessa terra che rifiuta.</p>
<p style="text-align: justify;">Se il suo sguardo rifiuta l’orizzonte e, perduto, si alza verso il cielo è per l’intensità del morso.</p>
<p style="text-align: justify;">Egli teme la morte: senza patria, né terra né spirito, questa gli appare definitiva, intollerabile.</p>
<p style="text-align: justify;">Paura, disperazione, rabbia, la perdita, per debolezza e per smarrimento, di ogni dimensione etica, di ogni fede, l’inizio di ogni male.</p>
<p style="text-align: justify;">Sei tu, Ion.”</p>
<p style="text-align: justify;">Pensai ai miei anni trascorsi, a quel camminare di ore per la città o nei cortili dell’università immaginando la mia morte e l’incendio del mondo, odiando tutto e tutti.</p>
<p style="text-align: justify;">Alla mia incapacità di abitare il tempo, di amare.</p>
<p style="text-align: justify;">Pensai a mio padre, che avevo deriso, a una donna che avevo illuso e tradito e che mi amava conoscendo, non come quell’uomo nel suo calmo sapere ma in un modo più intimo e segreto, amandomi, tutto di me.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli chiesi cosa dovevo fare.</p>
<p style="text-align: justify;">“Solo illuminare le cose, nominarle, le rende diverse, trasformabili.</p>
<p style="text-align: justify;">Si tratta di una prima giustizia.</p>
<p style="text-align: justify;">Se un velo opaco è sulla superficie di uno specchio d’acqua l’apparire mattutino del sole, della pura luce fisica, lo scioglie facendo tornare l’acqua limpida.</p>
<p style="text-align: justify;">Una legge fisica, ma queste non sono che riflessi di leggi spirituali.</p>
<p style="text-align: justify;">Io non sono stato per te che il momento in cui guardare la carta, tutto è nelle tue mani.</p>
<p style="text-align: justify;">La più grande delle ferite, il più grande dei limiti è la più grande delle occasioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Si può arrivare dove altrimenti non saremmo mai giunti.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ per questo che il Male abita il mondo.</p>
<p style="text-align: justify;">Vedi, io credo che la cinta d’oro del Matto non sia, come dicono, un cordone di <a title="simboli" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simboli</a> zodiacali che dichiara la follia della figura nell’influsso delle stelle.</p>
<p style="text-align: justify;">Le stelle agiscono su di noi da lontano, nella distanza e, per questo, non possono mai toccare il nostro corpo.</p>
<p style="text-align: justify;">Io credo che il cordone sia quello che resta di una immagine perduta, troppo estrema per poter sopravvivere sino a noi in forma compiuta: il pettorale magico del Sommo Sacerdote di Gerusalemme, dove scintillavano le sacre pietre del Nome e indossando il quale egli vedeva e poteva chiamare lo Spirito.</p>
<p style="text-align: justify;">L’oro del cordone è il bene più prezioso che il Matto possiede.</p>
<p style="text-align: justify;">Confrontalo con il piccolo fardello di stracci alle spalle, certamente questo contiene beni spirituali, ma in povera quantità e faticosamente portati dal bastone incrociato.</p>
<p style="text-align: justify;">Tuttavia il cordone d’oro è solo in potenza, il compito del Matto è attivarlo, solo lui che lo indossa può farlo.</p>
<p style="text-align: justify;">Ricorda che il basso, il male relazionale e psicologico, ogni disordine degli affetti, ogni crudeltà, ogni impossibilità d’amare possono essere mutati solo sanando il nostro rapporto con l’alto, perché di questi sono creature, figli bastardi e servi.</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco il lavoro che ti aspetta.</p>
<p style="text-align: justify;">Che tu lo voglia o no, che tu ne sia consapevole o no, muterà solo la velocità del processo e il numero di vite in cui si compirà.”</p>
<p style="text-align: justify;">Avevo compreso tutto, non avevo nulla da aggiungere.</p>
<p style="text-align: justify;">Parlammo di molte altre cose.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli chiesi del poter vedere l’aura e del resto, di quel suo sapere.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi rispose che in fondo erano cose da nulla.</p>
<p style="text-align: justify;">Ben altro avrebbe voluto per sé.</p>
<p style="text-align: justify;">Non era mai uscito dalla Romania, il suo conoscere veniva dai libri, ogni suo viaggio era avvenuto “intorno alla sua stanza”.</p>
<p style="text-align: justify;">Aveva anche il potere del prana, negli anni aveva curato e guarito  molte persone.</p>
<p style="text-align: justify;">“Prodigi, per quanto piccoli &#8211;  mi disse sorridendo &#8211; non se ne dovrebbero mai fare.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ come tirare un elastico, poi tutto ritorna come prima.</p>
<p style="text-align: justify;">Ed è energia sottratta al vero lavoro di trasformazione della realtà, quello che resta, che avanza ad ogni istante, lo yoga del mondo, quello che trasformerà di nuovo la cinta d’oro del Matto nel pettorale magico.</p>
<p style="text-align: justify;">Non ne compii che uno, senza volerlo, nascosto a tutti, più di trent’anni fa.</p>
<p style="text-align: justify;">Eravamo nel pieno del regime, il nostro mondo era pronto a crollare sotto la sua indegnità, il suo niente.</p>
<p style="text-align: justify;">La settimana prima mia moglie era morta nel grigio Ospedale del Popolo, per una banale infezione.</p>
<p style="text-align: justify;">In qualunque città d’Occidente sarebbe guarita, credo,  in pochi giorni.</p>
<p style="text-align: justify;">Le mie lezioni all’Università erano in quel periodo seguite da un uomo della Securitate.</p>
<p style="text-align: justify;">Si era sparsa voce che io portassi messaggi reazionari.</p>
<p style="text-align: justify;">Passavo le giornate ad occultare quanto volevo dire nel testo delle lezioni, in modo che queste potessero parlare agli studenti ma risultare incomprensibili, innocue per quell’uomo in grigio.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma tutto restava lettera morta, tra gli studenti, nessun viso, nessuno sguardo, Ion, che ricordasse il tuo.</p>
<p style="text-align: justify;">Il loro sentire era incatenato, la loro Anima piegata.</p>
<p style="text-align: justify;">Non parlavo, così, a nessuno.</p>
<p style="text-align: justify;">Era un giorno di novembre e attesi che diventasse buio nella stanza.</p>
<p style="text-align: justify;">Udivo, fuori, i rumori della città, i tram, le macchine.</p>
<p style="text-align: justify;">Pensai di uccidermi.</p>
<p style="text-align: justify;">Poi immaginai il mattino successivo, il sole che sarebbe comunque sorto e il mio camminare in quella luce e in quel tepore verso l’università, verso il mio lavoro.</p>
<p style="text-align: justify;">Avrei potuto, comunque e in qualche modo, nominare Alessandro e Napoleone, dire le date e i fatti della storia umana, ricordarmi di lei.</p>
<p style="text-align: justify;">Qualcosa simile ad un’onda cambiò allora il mio sentire in una gioia impersonale e vasta.</p>
<p style="text-align: justify;">Guardai il tavolo di legno che puntava verso l’alta finestra dalla quale filtrava ancora della luce, densa e come di piombo.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi venne in mente un quadro di Vermeer.</p>
<p style="text-align: justify;">Alzai la mano, verso il vetro, in un gesto che era un sospiro.</p>
<p style="text-align: justify;">Qualcosa si era formato sul piano del tavolo, lungo il lato corto lontano da me.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella poca luce che restava riconobbi una rosa.</p>
<p style="text-align: justify;">Accesi una lampada e la esaminai: il lungo gambo pieno di spine, i petali di un rosso intenso, freschi e perfetti, umidi di rugiada, il profumo pieno.</p>
<p style="text-align: justify;">L’avevo materializzata, carezza per l’oggi, pegno per il domani.</p>
<p style="text-align: justify;">Chi aveva datto il suo assenso, chi mi aveva aiutato?</p>
<p style="text-align: justify;">Da quale potere, da quale giardino segreto proveniva?</p>
<p style="text-align: justify;">La misi in un vaso, durò come qualsiasi altro fiore, conservo i petali ancora oggi, a casa, in una piccola busta di plastica.”</p>
<p style="text-align: justify;">Quella sera l’uomo lasciò la Caru cu Bere alla solita ora.</p>
<p style="text-align: justify;">Separandoci, lo ringraziai abbracciandolo.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel periodo che seguì conversammo tante altre volte a quel tavolo.</p>
<p style="text-align: justify;">L’essenziale, ciò che davvero importava era già stato detto ed era irripetibile, non ne parlammo mai più.</p>
<p style="text-align: justify;">Ogni tanto, quando giungevamo a una conclusione condivisa, quando apprezzava una mia analisi diceva: “Il tuo lavoro, Ion, il tuo lavoro.”</p>
<p style="text-align: justify;">Pensavo a lui come un Maestro, un Maestro incompiuto, che non avesse dispiegato completamente le sue ali, eppure giusto, comunque il solo per questi nostri anni e per me.</p>
<p style="text-align: justify;">Il Maestro della rosa.</p>
<p style="text-align: justify;">Il dicembre di quell’anno ebbi l’opportunità di partecipare, ancor prima di essermi laureato, a una selezione per un posto di ricercatore in una università americana.</p>
<p style="text-align: justify;">Fui prescelto, con altri.</p>
<p style="text-align: justify;">L’incarico era triennale, il non ritorno una possibilità concreta: incontrare una donna, una proposta di studio e di lavoro.</p>
<p style="text-align: justify;">Da allora sono trascorsi quasi due anni e ancora non ho fatto ritorno a Bucarest.</p>
<p style="text-align: justify;">Scrivo ai miei genitori, agli amici.</p>
<p style="text-align: justify;">Stefan mi dice  che l’uomo viene ancora, ogni pomeriggio o quasi, alla Caru cu Bere.</p>
<p style="text-align: justify;">Nulla è cambiato.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo mi conforta, come se aspettasse che io lo raggiunga a quel tavolo per brindare a Ion, al vero Ion, come se questo momento fosse ancora possibile, vicino.</p>
<p style="text-align: justify;">Non so quanto tempo resta a lui, al Maestro della rosa, su questa terra né quanto ne resta  a me per avanzare nel cammino.</p>
<p style="text-align: justify;">So che prima o poi, tra un anno, cent’anni o mille vite, dovrò tornare.</p>
<p style="text-align: justify;">E rendere conto.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/il-maestro-della-rosa.html' addthis:title='Il maestro della rosa ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Il Matto dei Tarocchi</title>
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		<pubDate>Fri, 08 May 2009 16:29:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Emilio Michele Fairendelli</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Simboli e simbologia]]></category>
		<category><![CDATA[Simbolismo ermetico]]></category>
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		<description><![CDATA[Una lettura ermetico-simbolica del Grande Arcano dei Tarocchi legata ad episodi reali]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/il-matto-dei-tarocchi.html' addthis:title='Il Matto dei Tarocchi '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/yggdrasil.thumbnail.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Simboli e simbologia" /><br/><p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-2184" style="margin: 10px;" title="matto" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/matto-146x300.jpg" alt="" width="146" height="300" /><strong>I Premessa</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Nel <a title="I King: libro e verità" href="http://www.centrostudilaruna.it/i-king-libro-e-verita.html">mio ultimo articolo</a> riportavo un responso oracolare dell’<em>I King</em> da me ottenuto tempo addietro e riguardante un altro uomo, P., una persona che mi è molto cara e con la quale ho condiviso parte della mia infanzia.<br />
Scrivevo:<br />
&#8220;Un uomo viene colpito da un tumore maligno, un sarcoma, alla radice della coscia sinistra, all’età di quattordici anni.<br />
La coscia viene svuotata dai linfonodi e dalle fibre muscolari, la cobaltoterapia segna per sempre la pelle.<br />
L’uomo sopravvive, contro ogni probabilità.<br />
Per tutta la vita, l’uomo ha difficoltà ad accettare la lesione fisica e il suo linguaggio, di sfregio e minaccia incombente. Egli  prova vergogna per il proprio corpo, per l’egoismo e la povertà del suo sentire rivolto solo a se stesso, teme la recidiva e  la morte.<br />
La sua luce interiore diminuisce, così come l’ampiezza del suo cuore e la sua libertà, egli non sa dare  nulla nemmeno a chi lo ama, ogni speranza pare perduta.<br />
Si interroga l’Oracolo: 36, <em>Ming I</em>, l’Ottenebramento della luce (la lesione).<br />
Si ottiene 6 al secondo posto:</p>
<p style="text-align: justify;"><em>L’ottenebramento  della luce (la lesione) lo ferisce alla coscia sinistra.<br />
Egli offre aiuto con la potenza di un cavallo.<br />
Salute.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-medium wp-image-2191" style="margin: 10px;" title="matto-tarocchi" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/matto-tarocchi.jpg" alt="" width="150" height="300" />Si osserva qui, incidentalmente,  una corrispondenza assoluta tra situazione reale e sentenza: la lesione alla coscia sinistra.<br />
La coscia sinistra è spesso individuata come una delle porte del corpo verso lo sconosciuto, il profondo, quella parte dello spirituale che ha a che fare con la materia e la sua gravità, le sue colpe in conoscibili, verso la forza distruttiva &#8211; in quel luogo dove la via sinistra, la via antidivina,  è così vicina &#8211; dell’inconscio:  Dioniso nasce una seconda volta dalla coscia lacerata di Zeus, il cane di Phersu, il Genio del Destino nella Tomba degli Auguri azzanna l’uomo  alla coscia sinistra, così, sul lato interno della  coscia sinistra, è ferito il Matto dei Tarocchi.<br />
La ferita non costituisce che un impedimento, sebbene sia richiesto l’aiuto offerto dalla “potenza di un cavallo”. La salvezza è possibile,  il luminoso solo velato, la reintegrazione della persona non preclusa.<br />
La riga saliente determina l’esagramma 11, <em>Tai</em>, la Pace.<br />
La situazione viene compresa, è indicato un possibile approdo del sentire&#8221;.<br />
Il Destino e le circostanze del tempo lavorano quanto e più di noi per trasformare le cose, per distillarne la Verità: qualche settimana fa, poco dopo la pubblicazione <em>online</em> dell’articolo, ricevo da P. una lettera.<br />
Vive ora in un altro paese.<br />
Mi scrive di noi e di un tempo trascorso, del responso ottenuto quel giorno narrandomi un episodio singolare che vi rimanda.<br />
Sono stato tentato di  riportare integralmente la lettera, ma mi limiterò a riassumerla.<br />
In un caffè di una città europea, durante un viaggio P. incontra, in circostanze del tutto casuali, un uomo.<br />
E’ un professore di storia presso l’università locale, un uomo alto e elegante, all’apparenza assai benestante.<br />
Trascorre le giornate al caffè, leggendo, scrivendo,  facendo le carte a cameriere curiose, intimorite e adoranti.<br />
Tra lui e P., seduto a un tavolo non distante, inizia quel gioco degli occhi che, sempre, indica la consonanza di due Anime.<br />
Presto conversano.<br />
L’uomo chiede a P. se intende “guardare un poco dentro le cose”.<br />
P. acconsente.<br />
L’uomo mostra un mazzo di carte, che paiono più grandi del normale, dal dorso miniato di un colore come vibrante.<br />
Estrae una carta, lo zero, il Matto.<br />
P. la osserva: un giullare dal turbante e  dalla giubba multicolori, una cintura d’oro divisa in placche alla vita, un fagotto appeso a un bastone sulla spalla,  avanza su un sentiero.</p>
<div id="attachment_2185" class="wp-caption alignright" style="width: 210px"><a href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=9788804565963"><img class="size-medium wp-image-2185" title="storia-dei-tarocchi" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/storia-dei-tarocchi.jpg" alt="Giordano Berti, Storia dei Tarocchi" width="200" height="295" /></a><p class="wp-caption-text">Giordano Berti, Storia dei Tarocchi</p></div>
<p style="text-align: justify;">Il suo sguardo azzurro è perso verso l’alto, come in una <em>trance</em>.<br />
Un cane, nero e saettante, lo azzanna da dietro, alla radice della coscia sinistra: del sangue sgorga abbondante, la terra, che è fiorita da qualcosa di simile ad un giglio, se ne imbeve.<br />
L’uomo chiede a P. se comprende che si tratta di lui e se davvero vuole entrare nel senso ultimo di quello che vede: ordina da bere, brindano alla Verità, conduce P. a casa sua dove lo ammaestra su molte cose.<br />
Il vero centro di tutto questo ha natura troppo intima, possiede una voce e una forza misteriose destinate solo a P.<br />
Non può essere riferito.<br />
L’intera storia permette tuttavia una riflessione sulla figura del Matto nei Tarocchi, figura incidentalmente già apparsa nel precedente articolo.<br />
Per il lettore curioso, per chi crede che le storie e le parole siano sempre in cerca di noi per poterci salvare e condurre altrove e che l’incontro con loro sia una grazia possibile, il locale dove P. incontra l’uomo è la birreria storica <em>Caru cu Bere</em> di Bucarest.<br />
Cerco di immaginare, di vedere attraverso quanto P. mi scrive: la birreria è uno dei locali più antichi della città ma gli interni sono stati rinnovati di recente, circolano atroci menu lucidi con americanerie miste a piatti locali, i camerieri hanno divise da <em>fast food</em>.<br />
Un angolo del locale, tra due pareti, è stato lasciato per i turisti come era prima del restauro:un pavimento a quadri di marmo verde, consumati dalla vita di moltitudini che ora non sono più, una esausta <em>boiserie </em>di legno scuro di certo più vecchia di un secolo, una pittura stinta coronata,  poco al di sotto dell’inizio del soffitto a volte, da una greca con motivi floreali, volute intrecciate, spirali…<br />
Lì, ad un tavolo, un uomo attende…</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>II Il Matto</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Nulla sappiamo dei Tarocchi originali. Eliphas Lévi li immagina come carte di origine ebraica riproducenti i <em>Theraphim</em>, cioè i <a title="simboli" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simboli</a> ideografici e geroglifici attraverso i quali i sacerdoti di Gerusalemme interrogavano gli oracoli;  a favore di questa tesi giocano diversi elementi, numerici (la corrispondenza dei 22 Arcani Maggiori con le lettere dell’alfabeto ebraico) e formali.<br />
Un’origine dei Tarocchi originali nell’antico Egitto non è precisamente documentata, ma Israele è uscita, un tempo,  da Mizraim e vi è chi ha scritto come una sapienza antica avesse individuato nel popolo di Mosè il veicolo ideale per preservare, alzare sull’umanità quanto era già contenuto nel monoteismo solare egizio e non poteva in quel luogo e in quella forma resistere a nuovi tempi: il culto dell’una  e suprema Luce, il Divino.<br />
Nelle carte rinascimentali giunte sino a noi contempliamo un adattamento di <a title="simboli" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simboli</a> ideografici di un linguaggio non più comunicabile, il loro piegarsi  verso la figurazione e le infinite contaminazioni che ne conseguono quale unico modo per poter sopravvivere, pagando il prezzo di una incalcolabile perdita di potere.<br />
Uno dei testi più completi in argomento è <em>I Tarocchi</em> di Oswald Wirth.<br />
Ho sempre ritenuto Wirth, anche nei suoi contributi di divulgazione massonica, poco più che un ottimo compilatore.<br />
Il testo fornisce tutto quanto occorre sapere sui Tarocchi, ma nella parte libera, l’interpretazione degli Arcani Maggiori, Wirth sbaglia a mio parere in molti punti e particolarmente trattando il Matto.<br />
Le corrispondenze individuate nel suo lavoro (alfabetiche, sefirotiche, astrologiche, alchemiche, solo alcune un poco forzate) sono analizzate con verità e precisione ma non aiutano in modo completo a rispondere alla domanda centrale, relativa al Matto e alla sua Verità.<br />
Torniamo ora per un attimo in quel locale di Bucarest.<br />
Passiamo la soglia che è tracciata a terra, tra due pavimenti, quello nuovo e l’antico fatto di riquadri di marmo dalle giunture sconnesse,  forse tra due tempi, avviciniamoci a quel tavolo.<br />
Accettiamo come P. l’invito a  “guardare un poco dentro le cose”, riceviamo Il Matto, guardiamo la carta smaltata:</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Il numero</em></p>
<p style="text-align: justify;">Il numero del Matto è lo zero, ma è indicato come il ventiduesimo ed ultimo Arcano Maggiore.<br />
Egli sta ad un tempo dopo Il Mondo, al ventunesimo posto, e prima del Bagatto, il grande illusionista, l’organizzatore di Maya. Lo zero, cerchio vuoto senza punto centrale, è il <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbolo</a> dell’allume, il sale alchemico dei filosofi, ciò che è prima della formazione e dopo la dissoluzione di ogni realtà materiale, il Nulla che è Tutto.<br />
Il Matto è dunque e dichiaratamente la figura centrale del sistema e non è possibile, come fa Wirth &#8211; che ha probabilmente  in mente  Massoni di buoni costumi e moralmente perfettibili &#8211; ridurlo ad una realtà psicologica con cui nulla ha a che fare.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Il sentiero</em></p>
<div id="attachment_2186" class="wp-caption alignright" style="width: 210px"><a href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=9788879447010"><img class="size-medium wp-image-2186" title="i-tarocchi" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/i-tarocchi.jpg" alt="Fernanda Nosenzo Spagnolo, I tarocchi" width="200" height="281" /></a><p class="wp-caption-text">Fernanda Nosenzo Spagnolo, I tarocchi</p></div>
<p style="text-align: justify;">La caduta figurativa dei Theraphim genera una contaminazione infinita, l’immagine del Matto circola in un serie numerosa di varianti storiche: noi dobbiamo comprenderle, scommettere sulla loro verità, accettarne alcune e rifiutarne altre.<br />
Il Matto percorre un sentiero, di cui nulla sappiamo se non che esiste, ed è una  Via.<br />
L’immagine di confusi cespugli fioriti,  o di un fiore a campana (un tulipano?) esausto e tuttavia ancora vivo e colorato in corrispondenza del Matto, là dove il suo sangue imbeve il suolo è ricorrente e fondamentale: nel luogo dove lui ora è, dove è ferito, dove presto non sarà più perché il suo cammino continua, avviene comunque qualcosa.<br />
L’”inesistenza intellettuale e morale”  del Matto, la sua “incoscienza ed irresponsabilità” , il suo non sapere chi essere e dove andare postulati da Wirth sono solo psicologismi, non contano, non esistono, non colgono il centro: egli produce frutti, qualunque essi siano proprio dove il suo essere viandante ferito incontra il tempo, la terra.<br />
P. ricorda nella carta che gli viene mostrata il fiore al suolo come un giglio  od un loto: fosse questa l’immagine che precede ogni altra nel gioco delle contaminazioni?</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Il cane</em></p>
<p style="text-align: justify;">Il Matto è azzannato alla radice della coscia sinistra, come l’uomo incappucciato che viene attaccato dal cane nero di Phersu nella Tomba degli Auguri.<br />
La coscia sinistra è spesso individuata come una delle porte del corpo verso lo sconosciuto, il profondo, quella parte dello spirituale che ha a che fare con la materia e la sua gravità, le sue colpe profonde e ben aldilà di qualsiasi psicologismo e la sua possibilità di Redenzione, verso la forza distruttiva, in quel luogo dove la via sinistra, la via antidivina, è così vicina, dei piani inconsci e mentali.<br />
La coscia di Zues genera Dioniso lacerandosi.<br />
In alcune figure derivate Il Matto è azzannato al polpaccio, mentre egli  deve essere colpito alla coscia, vicino al centro sessuale, al luogo che la Sephirah <em>Yesod </em>(Fondamento e Verità) occupa nel corpo umano, nel vortice del <em>chakra </em>Muladhara,  il chakra che  governa il rapporto tra Anima e mondo materiale.<br />
L’animale che lo attacca non può che essere un cane, animale demoniaco e insieme psichicamente  schiavo dell’uomo e per lui pronto, senza requie,  ad ogni cosa.<br />
La trasformazione del cane in lince o felino (la cui rapidità parla di una punizione immediata, la cui vista acuta contrasta con la presunta cecità, il viso alle nuvole, del Matto,  e sa vedere le colpe da lui incarnate e  il  nulla del destino  che lo attende) non è che un impoverimento, un  adattamento ad una lettura di tipo psicologico dell’Arcano.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>La figura</em></p>
<p style="text-align: justify;">Il Matto indossa una giubba ed un turbante multicolori, iridescenti.<br />
Tutto lo vive e lo attraversa,  niente lo ferma e lo definisce, portare tutto questo è un destino.<br />
La cintura dorata a placche è normalmente intesa come la collana dell’insieme dei <a title="simboli" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simboli</a> zodiacali che cinge la vita del Matto determinandone l’apertura ad ogni influsso, lo smarrimento, la follia.<br />
In alcune figure più recenti e spurie la collana zodiacale è tra le mani del Matto e viene srotolata e ostesa senza contatto con il suo corpo  come a dire: ecco la mia follia, essa sta nell’influsso di tutte le stelle.<br />
Io credo sia possibile un’altra lettura della cinta d’oro, credo che essa debba intendersi come il residuo simbolico e figurativo, fissatosi poi nel tempo  in semplice collana zodiacale &#8211; per la facilità di corrispondenza con una lettura psicologica dell’Arcano, per l’impossibilità di mantenere compiutamente una immagine così estrema e così perduta &#8211; di uno scudo magico, simile a quello degli Urim e Thummim del pettorale del Sommo Sacerdote di Gerusalemme.<br />
Pietre di luce cangiante stavano  incastonate sulle dodici placche del pettorale del Sommo Sacerdote;  poi, forse dalla  prima distruzione del Tempio, vi furono incisi i Theraphim.<br />
Come il fiore ancora vivo al suolo testimonia che il Matto è dispensatore di Spirito, la cinta profetica, il suo pettorale, ci dice che egli può vedere ciò che gli altri non vedono, intuire ciò che va compiuto.<br />
Una cintura puramente zodiacale  non potrebbe avere questa collocazione; le stelle ed i loro <a title="simboli" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simboli</a> non possono toccare il corpo umano, parlano ed influenzano dal cielo, il loro ingresso nell’umano avviene dall’alto e nella distanza con un effetto quasi proporzionale a questa; quando l’iconografia del Matto è centrata su questo tema, come già detto, la cintura è infatti allontanata dal corpo, tenuta con entrambe le mani e ostesa verso l’alto.<br />
E’ cosa d’oro, la cosa più preziosa che il Matto, vestito di stracci e semiscalzo, possieda.<br />
E’ lo Spirito.<br />
L’altro bene posseduto è contenuto nel sacco appeso al bastone.<br />
Perché è così piccolo e cosa vi si trova? Vi si trovano i beni spirituali: il bastone che lo porta è infatti simbolicamente di colore azzurro. E’ così piccolo perché ogni grammo di tali beni non può che essere raccolto a prezzi enormi.<br />
Il bastone che porta il sacco, nella quasi totalità delle rappresentazioni, è appoggiato sulla spalla opposta al braccio e alla mano che lo tengono, innaturalmente.<br />
Il camminare è così più difficile, impedito, sbilenco, la postura da folli.<br />
Il senso è chiaro: non solo trovare e conservare questi beni, che sono l’unica cosa che il Matto ritiene di dover portare con sé oltre al potere della cinta profetica,  è fatica lunga e dolorosa:  anche riuscire a portarli con sé nel cammino è impresa  gravosissima.<br />
Il Matto, lontano da ogni semplificazione, da ogni normalizzazione, splende così nella sua Verità e continua il suo cammino.<br />
Questo non terminerà che alla fine del tempo, nell’istante in cui la Manifestazione trasmuterà.</p>
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