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	<title>Centro Studi La Runa &#187; Marziano Capella</title>
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	<description>Archivio di storia, tradizione, letteratura, filosofia</description>
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		<title>Il culto di Virgilio nel medioevo</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Apr 2010 17:05:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Lamendola</dc:creator>
				<category><![CDATA[Civiltà medievale]]></category>
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		<description><![CDATA[Storia della ricezione, dell'interpretazione e della fortuna dell'opera vergiliana nell'Europa medievale]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/il-culto-di-virgilio-nel-medioevo.html' addthis:title='Il culto di Virgilio nel medioevo '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/letteratura48x48.png" width="48" height="48" alt="" title="Letteratura" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/carlomagno48x48.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Medioevo" /><br/><p style="text-align: justify;">
<div id="attachment_4397" class="wp-caption alignright" style="width: 250px"><img class="size-medium wp-image-4397 " title="virgilio-con-eneide" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/virgilio-con-eneide-300x291.jpg" alt="" width="240" height="233" /><p class="wp-caption-text">Il poeta latino tra Clio e Melpomene</p></div>
<p style="text-align: justify;">Nel mese di agosto del 19 a. C. un uomo di  cinquantadue anni si aggira tra i monumenti di Megara, una cittadina  della Grecia famosa nell’<a title="antichità" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/storia-antica">antichità</a> e patria di numerosi artisti (1).  Nonostante l’alta statura e il fisico imponente, la sua salute è sempre  stata cagionevole, soggetta a numerosi malanni, tra cui frequenti  sbocchi di sangue: c’è da meravigliarsi che abbia potuto vivere così a  lungo (2). Consapevole delle proprie condizioni precarie, stanco, dopo  aver visitato Atene aveva già deciso di rientrare in Italia,  interrompendo dopo pochi mesi un viaggio – il primo fuori della Penisola  – che avrebbe dovuto durare, in base ai programmi iniziali, tre anni.  Ma non ha saputo resistere al desiderio di vedere Megara prima di  lasciare la Grecia; e adesso, nel calore torrido e nel sole abbagliante  dell’estate, nel mezzo dell’escursione è colto da un malore (3).  Trasportato a bordo della nave dopo i primi soccorsi, durante il viaggio  di ritorno le sue condizioni si aggravano ulteriormente. Quando sbarca a  Brindisi, è ormai in condizioni disperate, e lo sa. Capisce che la fine  è arrivata, troncando i suoi piani: aveva sperato, concluso il viaggio  di studio in Grecia, di poter dedicare il resto della sua vita alla  ricerca del vero sapere, alla filosofia; lui che, poeta epico quasi  controvoglia, si era lasciato convincere a cimentarsi nella stesura di  un grande poema sulle origini di Roma, nel quale aveva profuso tutte le  risorse del suo genio poetico ma che forse, nell’intimo, ripugnava alla  sua natura dolcemente contemplativa, radicalmente aliena dal tumulto e  dalla violenza della lotta (4). Inquieto, perfezionista, scrupoloso e  intransigente con se stesso, chiede agli amici il manoscritto di quel  poema rimasto incompiuto, cui avrebbe voluto lavorare per i successivi  tre anni: vuol  darlo alle fiamme. Non lo ascoltano. Muore pochi giorni  dopo lo sbarco; il suo corpo viene trasportato lungo la via Appia fino a  Napoli, la città in cui s’era stabilito da parecchi anni, e sepolto  sulla via di Pozzuoli, in prossimità dell’antica grotta che collega la  città con i Campi Flegrei (5). Un distico, su un’edicola fatta apporre  moltissimo tempo dopo, nel 1688, da Pedro d’Aragona, ma che si dice sia  stato dettato da lui stesso, morente, suona così:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><em>Mantua me genuit,  Calabri rapuere, tenet nunc</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> Parthenope: cecini pascua rura duces</em> (6).</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">L’uomo Virgilio era morto: nasceva, quasi  immediatamente, la leggenda di Virgilio.</p>
<p style="text-align: justify;">Virgilio diviene una leggenda per almeno due ordini di  motivi: la perfezione della forma, che ne fa da subito un classico,  insegnato nelle scuole con amore e riverenza infiniti, fatto imparare a  memoria, studiato e tornato a studiare da innumerevoli generazioni di  giovani, mostrato quale esempio insuperato e insuperabile di poesia  latina; e l’universalità dei contenuti. Come scrive benissimo un grande  studioso di filologia classica, Italo Lana: “Il suo sguardo si figge  oltre la realtà raffigurata,  la sua parola si carica – senza che egli  lo voglia – di significati pregnanti e  reconditi, il suo poema contiene  un messaggio. Senza che egli se lo proponga: non solo perché l’anima  sua era ricca di una ricchezza ch’egli non poteva tenere per sé; gli era  stata data perché a sua volta la donasse ad altri: ai suoi  contemporanei, ed anche  a noi moderni: ma perché, appunto, egli,  Romano, della romanità ha colto il contenuto universale, che è romano ed  è umano, proprio di un’età storica ma anche di un tipo di civiltà:  valido nella contingenza dei tempi, che con fatica e pena lo avevano  elaborato, valido però anche fuori della contingenza dei tempi, perché  porta alla luce e acquisisce alla realtà della coscienza zone prima di  allora inesplorate dell’animo umano e foggia idealità che hanno un  valore in sé, extratemporale. Finchè l’uomo avrà fede in sé e nelle  possibilità dello spirito, e nella preminenza dei valori morali e  spirituali, la poesia di Virgilio resterà viva e illuminante. Perché  Virgilio è veramente uno dei maestri dell’umanità, ed è, insieme, un  amico caro, a cui si ritorna volentieri anche nell’ora della prova.  Sappiamo che egli è delicato e discreto. Soprattutto sappiamo che egli,  che molto ebbe a soffrire, conosce la natura del cuore umano” (7).</p>
<p style="text-align: justify;">E un altro insigne latinista, Paolo Frassinetti:  “Immenso fu l’influsso di Virgilio sui posteri: la poesia antica ne  imitò subito (fin da Orazio e Ovidio)  spunti  e situazioni, nell’Impero  Calpurnio e Nemesiano riprodussero  le <em><a title="Bucoliche" href="http://www.libriefilm.com/bucoliche/7193">Bucoliche</a>.</em> I poemi  entrarono nelle scuole e una  selva di esegeti (tra cui E. Donato,  Servio e Macrobio) ne diedero chiose e parafrasi. Nel 315 l’imperatore  Costantino, in un discorso ai fedeli, citò e interpretò cristianamente  la <em> IV Bucolica</em>” (8).</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/virgilio-2/5436" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-4396" style="margin: 10px;" title="virgilio" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/virgilio.jpg" alt="" width="200" height="289" /></a>Il  concetto della universalità della poesia virgiliana, come chiave di  lettura per comprenderne l’immediata e definitiva assunzione al rango di  classico, è ribadito con accenti commossi dal Lana e da Armando Fellin  in un’altra pagina che merita di essere citata: “Virgilio interpreta  l’età in cui vive e preannuncia l’età ventura; testimone  e profeta, la  sua poesia  è ricca di un duplice senso: realtà e <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbolo</a> vi si  intrecciano. A lui ci rivolgiamo, se vogliamo capire il suo tempo; ma ci  è altrettanto indispensabile la sua conoscenza per capire le vicende  successive all’età sua. Per noi, egli è anche un amico (9), quasi un  fratello, che ci aiuta a  guardare dentro di noi.</p>
<p style="text-align: justify;">“Nella sua universalità, nella sua validità nel tempo e  fuori del tempo, è la origine prima della impossibilità per l’uomo di  cultura europeo, di eliminare Virgilio dal proprio paesaggio spirituale.  Nella sua poesia, comprensiva e universale, troviamo l’uomo e tutto  l’uomo: ciascuno vi si può specchiare. Vi si specchiò anche Hermann  Broch (10), quando più che cinquantenne si trovò chiuso nel 1938 in un  carcere nazista dal quale era convinto di non uscire vivo” (11).</p>
<p style="text-align: justify;">Si tratta ora di spiegare come l’ammirazione  sconfinata per Virgilio, caratteristica dei primi quattro secoli  dell’èra volgare, si sia gradualmente trasformata, nel corso del <a title="Medioevo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/medioevo"> Medioevo</a>, in un vero e proprio culto. Infatti “nel <a title="Medioevo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/medioevo">Medioevo</a> – scrive  ancora il Frassinetti &#8211; Virgilio ebbe fama di sapiente, mago e  stregone” (12). A nostro modesto avviso, nella formazione del culto  medioevale di Virgilio si possono riconoscere diversi elementi, ora  separati e ora intrecciati l’un altro, che insieme concorrono a quella  sorta di santificazione che culminerà nei versi immortali di Dante  Alighieri:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><em>Or se’ tu quel Virgilio e quella fonte</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> Che spande  di parlar sì largo fiume?</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> (…)</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> O de li altri poeti onore e lume</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> Vagliami ‘l lungo studio e ‘l grande amore</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> Che m’ha  fatto cercar lo tuo volume.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> Tu se’ lo mio maestro e ‘l mio autore;</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> tu se’  solo colui da cu’ io tolsi</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> lo bello stilo che m’ha fatto onore.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> Vedi la  bestia  per cu’ io mi volsi:</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> aiutami da lei, famoso saggio,</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> ch’ella mi fa tremar le vene e i polsi”</em> (13)</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Famoso saggio, dunque,  oltre che sommo poeta. Tale lo vedeva Dante e tale lo vedeva il <a title="Medioevo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/medioevo">Medioevo</a> anche prima di lui; Dante, infatti, raccoglie una interpretazione di  Virgilio ch’era diffusa da gran tempo nella cultura europea,  e la sua  celebrazione del valore sapienziale del poeta latino è l’effetto e non  la causa, come alcuni superficialmente credono, del culto medievale di  Virgilio.</p>
<p style="text-align: justify;">Dicevamo che diversi  sono gli elementi che concorsero alla formazione di questo tipo di  culto, ove Virgilio mano a mano perdeva i suoi connotati storici precisi  e sfumava in una figura mitica, avvolta da un alone di sapere occulto e  di magia. Ne indicheremo alcuni tra quelli, a nostro parere, più  significativi e più facilmente riconoscibili, senza con ciò pretendere  di esaurire la complessa questione.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/appendix-vergiliana/7206" target="_blank"><img class="alignright size-medium wp-image-4398" style="margin: 10px;" title="appendix-vergiliana" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/appendix-vergiliana-192x300.jpg" alt="" width="192" height="300" /></a>Vi  è innanzitutto un elemento <em>intrinseco alla natura della sua poesia</em>,  che, come abbiamo visto, essendo universale nel significato più ampio e  profondo della parola, comporta di per sé il riconoscimento di un  messaggio spirituale che eccede le singole opere e i singoli versi. E  quando diciamo le singole opere non ci riferiamo soltanto all’<em><span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/eneide-2/7195" target="_blank">Eneide</a></span></em>,  anche se è indubbio che la cultura medioevale, Dante compreso, conobbe  quasi esclusivamente quella; ma la cultura tardo-antica, che passò il  testimonio a quella medioevale, conobbe, amò e meditò non solo sull’<em><span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/eneide-2/7195" target="_blank">Eneide</a></span></em>,  ma anche sulle <em><a title="Bucoliche" href="http://www.libriefilm.com/bucoliche/7193">Bucoliche</a> </em>e sulle<em> <a title="Georgiche" href="http://www.libriefilm.com/georgiche/7194">Georgiche</a></em>, per non  parlare delle svariate opere della cosiddetta <a title="Appendix Vergiliana" href="http://www.libriefilm.com/appendix-vergiliana/7206"><em>Appendix vergiliana</em></a>,  che erano ritenute dai più autentiche. (14)  Quegli storici della  <a title="Letteratura" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/letteratura">letteratura</a> che, forse per reazione a una eccessiva  decontestualizzazione dei singoli autori dal proprio tempo, arrivano a  vivisezionare l’opera di Virgilio nelle sue singole componenti, non  giungeranno mai a capire l’importanza di questo elemento né riusciranno a  spiegare la sua funzione all’interno della nascita del mito medievale  di Virgilio (15).<em> </em></p>
<p style="text-align: justify;">Tale  elemento intrinseco alla poesia virgiliana si può sintetizzare in una  parola che può suonare strana solo agli orecchi di coloro che quella  poesia non riescono a leggere se non attraverso le categorie  razionalistiche di uno scientismo neopositivista: la parola <em>santità</em>,  coniata, peraltro, da un latinista laicissimo, data la sua piena e  combattiva adesione al marxismo: Concetto Marchesi. A conclusione delle  pagine da lui dedicate al poeta mantovano, infatti, egli scrive  testualmente: “In Virgilio sono elementi di santità, che è quello  spirito tra visionario e patetico che rinnova la vita, quella vastità  spirituale che comprende tutte le cose, dal filo d’erba alla stella,  quel senso di amore per tutto ciò che non è malefico, quell’aspirazione a  una bontà unificata del mondo. Il sogno dell’anima sua è una società di  uomini che lavorano in pace e in pietà sulla terra feconda e benedetta  dal cielo” (16).</p>
<p style="text-align: justify;">Il secondo elemento che  concorre  alla formazione del mito di Virgilio è  la grande  passione  per l’erudizione grammaticale nonché per l’interpretazione sottilmente  allegorica dei testi classici, passione che la tarda <a title="antichità" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/storia-antica">antichità</a> trasmette  alla cultura cristiana medioevale e che tende a sconfinare nella vera e  propria manìa. Per quel che riguarda specificamente la figura e l’opera  di Virgilio, le basi per questa tendenza furono gettate dal grammatico  Elio Donato, maestro di san Girolamo e uno degli esponenti maggiori  della rinascita culturale del IV secolo<em>, </em>autore di un celebrato <em>Commento  a Virgilio</em>, di cui ci restano alcune parti introduttive e una sorta  di studio sulle <em><span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/bucoliche/7193" target="_blank">Bucoliche</a></span></em>; e dal filologo Servio Onorato, il cui  commento a tutto Virgilio (<em><span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/bucoliche/7193" target="_blank">Bucoliche</a></span>, <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/georgiche/7194" target="_blank">Georgiche</a></span>, <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/eneide-2/7195" target="_blank">Eneide</a></span></em>) è  giudicato non solo un monumento di dottrina, ma anche un capolavoro di  finezza interpretativa. Esso è conosciuto, per via della edizione  critica pubblicata nel 1600 dal francese P. Daniel, come <em>Servius  Auctus </em>o<em>Danielinus. </em>(17)</p>
<p style="text-align: justify;">A  cavallo tra IV e V secolo altri due autori contribuirono in modo  decisivo al culto di Virgilio: Ambrosio Teodosio Macrobio e Marziano  Felice Capella. Il primo, forse di origini africane, fu alto funzionario  dello Stato sotto l’imperatore Onorio: prefetto della Spagna nel 399 e  proconsole dell’Africa nel 410 (l’anno del sacco di Roma da parte di  Alarico, re dei Visigoti). Delle sue  tre importanti opere rimasteci, <em>De  differentiis et societatibus graeci latinique verbi; <a title="Commento al sogno di Scipione" href="http://www.libriefilm.com/commento-al-sogno-di-scipione/6175">Commentarii in  Somnium Scipionis</a>; Saturnalia</em>, è quest’ultima (tre dialoghi  suddivisi in sette libri) che comincia a presentare Virgilio come la  massima espressione del sapere classico,  poiché riconduce tutte le più  svariate discussioni di filosofia, diritto, oratoria, retorica, ecc. ad  altrettanti passi delle opere di Virgilio, visto come autore di valore  normativo in ogni campo dello scibile. Il secondo, lui pure africano,  avvocato, è autore di un’opera tanto stravagante quanto destinata ad  un’accoglienza sproporzionatamente calorosa, <em>De nuptiis Mercurii et  Philologiae</em>, mista di prosa e versi e ripartita in nove libri  scritti in una forma complicata, artificiosa, ricca di arcaismi,  neologismi e volgarismi sul modello di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/apuleio" target="_blank">Apuleio</a></span>.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/virgilio/3397" target="_blank"><img class="alignleft size-medium wp-image-4399" style="margin: 10px;" title="virgilio-holzberg" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/virgilio-holzberg-192x300.jpg" alt="" width="192" height="300" /></a>Scrive Natalino Palermo: “Protagonista dell’opera è  Mercurio: l’autore, infatti, immagina che, col consenso di Giove e di  tutto il concilio dei celesti, si celebrino le nozze tra Mercurio e la  Filologia, <em>doctissima virgo</em>; tra gli altri doni di nozze, la  coppia riceve da Apollo sette ancelle, ossia le sette arti liberali,  Grammatica, Dialettica, Retorica, Geometria, Aritmetica, Astronomia,  Musica, ciascuna delle quali porta un suo vestito appropriato ed espone  la propria dottrina. L’opera ebbe nel <a title="Medioevo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/medioevo">Medioevo</a> singolare fortuna, sia  perché contiene tutto il sapere riguardante le <em>arti liberali</em> (trivio e quadrivio), considerate fondamento propedeutico ad ogni  superiore forma di cultura, sia per le molte allegorie in essa  contenute. Con l’opera di Macrobio già si sente che un nuovo gusto batte  alle porte, il gusto del sapere arcano esposto in un linguaggio quasi  misterioso; con Capella possiamo dire che questo gusto è già dominante:  segno che la vecchia epoca finiva ed un’altra era pronta ad aprirsi”  (18).</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo Macrobio e Capella,  il terzo anello di questa linea filologica ultra-allegorizzante si  manifesta con Fabio Fulgenzio Planciade (sino a qualche anno fa confuso  con un omonimo scrittore ecclesiastico di Telepte, nell’Africa romana),  ormai in pieno VI secolo. Con lui vediamo giungere a piena maturazione  quella tendenza a vedere in Virgilio il misterioso portatore di una  dottrina segreta, capace di schiudere nuovi e inaspettati livelli di  realtà ben al di fuori del campo letterario, in quello filosofico e  spirituale. E’ possibile, anzi secondo noi probabile, che a tali esiti  abbia contribuito la diffusione, nella tarda <a title="antichità" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/storia-antica">antichità</a> occidentale oltre  che in quella romana orientale (di lingua greca) della rinascita  neoplatonica che prosegue appunto fino al pieno VI secolo, ossia fino  alla chiusura della scuola di Atene, ordinata da Giustiniano nel 529, in  seguito alla quale gli ultimi filosofi greci neoplatonici scomparvero o  emigrarono nell’Impero Persiano sassanide (19). I filosofi neoplatonici  avevano diffuso, infatti, il gusto per le interpretazioni allegoriche,  per i significati reconditi, per la ricerca di un verità ideale ed  eterna nascosta e quasi dissimulata dalla molteplicità degli enti e  degli accidenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma, restringendoci in  questa sede al campo degli studi filologici della più tarda <a title="Antichità" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/storia-antica">antichità</a>,  restituiamo la parola a Natalino Palermo: “Di Fulgenzio abbiamo numerosi  scritti dommatico-polemici, quali: <em>Contra arianos, De Spiritu  Sancto, De Trinitate, De remissione peccatorum, Ad Trasamundum regem  barbarorum</em>; ma non sono queste le opere che c’interessano in questa   sede, bensì quelle in cui, trattando di argomenti del mondo classico,  l’autore si mette su una via nuova, quella cioè di svuotare la  classicità del suo contenuto per tentare di vedere in essa il germe  della rivelazione cristiana: è la stessa via di Agostino, il quale  nell’impero di Roma vedeva un grandioso piano predisposto da Dio per il  trionfo del Cristianesimo; di Agostino, del resto, Fulgenzio fu  studiosissimo.</p>
<p style="text-align: justify;">“Le opere che più  c’interessano sotto questo nuovo punto di vista e  che aprono, assieme a  quelle già studiate di Macrobio Teodosio e di Marziano Capella, la via  all’allegorismo medievale sono <em>Mythologiarum libri III</em> ed  <em>Expositioi  vergilianae continentiae secundum philosophos morales. </em>Nella prima,  lo scrittore accumula  una grande massa d’ingegnose riflessioni per  spiegare allegoricamente i miti antichi; l’opera è piena di idee  cristiane ed è presentata nella forma della satira menippea, ossia mista  di prosa e di versi. Nella seconda, anch’essa in forma di satira  menippea, vi sono mille strane fantasie e mirabolanti vaneggiamenti per  spiegare il <em>significato segreto</em> dell’<em><span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/eneide-2/7195" target="_blank">Eneide</a></span></em>; Fulgenzio,  infatti, immagina che il grande Virgilio appaia a lui, misero  omiciattolo, per dirgli che il suo capolavoro epico altro non è che  un’immagine della vita umana: Virgilio qui è privato di tutta la sua  grandezza classica ed appare nelle vesti, poi care a tutto il <a title="medioevo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/medioevo">Medioevo</a>,  di mago e di negromante” (20).</p>
<p style="text-align: justify;">A  parte l’errata attribuzione delle opere teologiche e di polemica  religiosa al nostro Autore (infatti la critica recente distingue un  monaco Fulgenzio di Telepte dall’erudito latino Fabio Fulgenzio  Planciade) (21), il quadro storico-culturale risulta molto chiaro. A  questo proposito suonano ulteriormente illuminanti le considerazioni di  Riccardo Marchese  e Andrea Grillini: “I testi antichi (…) venivano  letti come modelli di stile, tesori di sapienza retorica e anche,  secondo un procedimento simbolico tipico dei tempi, come incompiute e  larvate prefigurazioni delle verità di fede. La poesia classica, senza  dubbio falsa e pagana, nel significato letterale, poteva nascondere,  sotto il velo della finzione, una qualche parvenza di verità, un qualche  recondito messaggio di salvezza.</p>
<p style="text-align: justify;">“Emblematico  il caso di Virgilio: nella complessa vicenda di Enea venne letta ora la  storia dell’anima che cerca Dio, ora quella del piano divino per la  salvezza del mondo, in cui la fondazione dell’Impero ha un ruolo  provvidenziale” (22).</p>
<p style="text-align: justify;">Ci piace, arrivati a  questo punto, esemplificare il “metodo” filologico seguito da Fulgenzio,  riportando alcuni passi della sua  <em>Expositio virgilianae  continentiae secundum philosophos morales,</em> relativi al libro VI  dell’<em><span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/eneide-2/7195" target="_blank">Eneide</a></span>, </em>ove la discesa di Enea nell’Averno è interpretata  allegoricamente come una vera  e propria <em>navigatio</em> dell’anima  umana nei mari procellosi delle passioni, secondo un modello  mistico-retorico reso comune da un’opera fortunata di sant’Agostino, un  secolo prima (23).</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/eneide-2/7195" target="_blank"><img class="alignright size-medium wp-image-4401" style="margin: 10px;" title="eneide" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/eneide-189x300.jpg" alt="" width="189" height="300" /></a>“Dunque [Enea] discende  agli inferi e ivi, meditando sulle pene dei peccatori e sul premio dei  giusti e sui tristi vaneggiamenti degli amanti, ne scorge gli occhiuti  testimoni. Indi, trasportato dal nocchiero Caronte, passa l’Acheronte. E  questo fiume rappresenta come i ribollenti gorghi delle azioni  giovanili; insieme anche torbidi, poiché i giovani non posseggono una  volontà placata  e limpida. Infatti Acheronte in greco significa “senza  tempo”, Caronte invece quasi “<em>keron</em>”, ossia “tempo”; e perciò lo dicono  figlio di Polidegmone: tale nome vale appunto per i greci “di grande  scienza”. Pertanto l’uomo, prima di giungere al tempo della vera  sapienza, deve passare nelle onde fangose della vita terrena e  attraverso le impurità di costumi. Appresso, con focacce di miele  addormenta il trifauce Cerbero; ma di questo abbiamo già esposto prima  il significato, come rappresentazione delle liti e delle questioni  giuridiche (e perciò Petronio disse di Euscio: “Cerbero era un avvocato  linguacciuto”). S’imparano allora le calunnie per le procedure legali e  si esercita la lingua prezzolata curando gli affari della gente, invece  di mettere  a profitto la dottrina acquisita con lo studio, come si nota  ancor oggi con gli avvocati. Ma quel furore di scandalo viene addolcito  dal miele della sapienza. Quindi, ammesso a più segrete investigazioni,  Enea contempla le immagini di uomini grandi, cioè medita sugli alti  segni e moniti della virtù. Ivi mira anche la pena di Deifobo; Deifobo  infatti in greco è come dire “<em>dimofobus</em>” o “<em>demofobus</em>”, cioè o “timore  della paura” o “timore della gente”. Di qualunque timore si tratti, non  senza motivo egli è rappresentato mutilo delle mani, degli occhi e delle  orecchie; appunto per questa ragione, che ogni paura non capisce cosa  vede né cosa sente, né sa che fare senza mani. Inoltre viene ucciso da  Menelao proprio mentre dorme; in greco infatti Menelao sta per  “<em>menelau</em>”, ossia “virtù del popolo”; e questa virtù in verità sconfigge  qualsiasi timore nato nel sonno. Ivi gli appare anche Didone, quasi come  l’ombra già esangue dell’antica passione amorosa. Certo, giunti  finalmente alla sapienza, la passione sensuale ormai morta e disprezzata  la richiamiamo alla memoria con lacrime di pentimento” (24).</p>
<p style="text-align: justify;">Qui vengono accentuati ed esasperati alcuni tratti  tipici del procedimento di interpretazione di un testo letterario nella  cultura filologica tardo antica: la passione per le etimologie ricercate  e difficili di un Macrobio, la tendenza mitologico-allegorizzante di un  Marziano Capella, l’ingegnosità barocca <em>ante litteram</em> di uno  sfoggio di erudizione che sconfina continuamente in una sorta di<em> poetica della meraviglia</em>, il tutto condito in salsa cristiana e  confezionato secondo le buone vecchie regole grammaticali di un Servio o  di un Donato. Un minestrone, per la nostra sensibilità moderna,  praticamente indigeribile, tuttavia non poi così strano se è vero che  nelle epoche “autunnali” di una data civiltà letteraria, come la  tardo-latina, buona parte di quella bizantina e, poi, quella italiana  del XVII secolo, il gusto della ricerca erudita si spinge all’estremo e  l’arditezza stilistica e formale cerca istintivamente di coprire la  carenza di freschezza inventiva e vigore di pensiero.</p>
<p style="text-align: justify;">Il terzo elemento che ha contribuito al sorgere del  culto medievale di Virgilio è quello specificamente cristiano, che  spesso s&#8217;intreccia col secondo, ossia quello filologico-allegorizzante.  L’elemento cristiano ha agito su due diversi piani, uno generale ed uno  particolare: nel primo, attraverso una reinterpretazione in chiave  cristiana di tutti o quasi tutti gli autori classici, latini (unica  eccezione notevole, l’epicureo Lucrezio) e greci, per quel che si  conosceva, di questi ultimi, nell’Occidente tardo-antico e soprattutto  altomedievale; nel secondo, attraverso una reinterpretazione cristiana  di Virgilio non in base alle singole opere, ma in base a quella specie  di affinità che esiste fra lo spirito virgiliano e l’etica cristiana.</p>
<p style="text-align: justify;">Per quel che riguarda il primo aspetto, l’esempio più  noto è offerto dalla “cristianizzazione” della IV ecloga delle <em><span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/bucoliche/7193" target="_blank">Bucoliche</a></span></em>,  sulla quale fiumi d’inchiostro, letteralmente, sono stai versati. E non  è qui il caso di riprendere in mano l’intera questione per tornare a  congetturare se il <em>puer</em>, la cui nascita è preconizzata da  Virgilio, sia il figlio di Asinio Pollione o di Claudio Marcello o dello  stesso Augusto (in questo caso si tratterebbe di Giulia); sarebbe  necessario uno spazio a parte, e non piccolo, per trattarne un po’ più  dettagliatamente (25). A noi, ora, basta rilevare il ruolo formidabile  che la profezia del “grande anno” ebbe nel processo di cristianizzazione  della figura di Virgilio, tanto più rapido e agevole quanto più si  prestava, apparentemente, a una tale operazione, che pure venne fatta  con disinvoltura anche nei confronti di autori molto più “imbarazzanti”  (da un punto di vista cristiano) come  Orazio e perfino come il  “gaudente” Ovidio. Scrive in proposito P. V. Cova. “I medioevali vollero  vedervi una profezia del Cristo redentore, cantata da un pagano che  sentiva la pienezza dei tempi; l’accenno a una Vergine, al Bimbo  nascente  e al serpente che muore erano elementi letterali più che  sufficienti a giustificare questa interpretazione” (26).</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><em> Sicelides Musae, paulo  maiora canamus:</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> non omnes arbusta iuvant humilesque myricae;</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> si canimus silvas,  silvae sint consule dignae.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> Ultima Cumaei venit iam carminis aetas;</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> magnus ab integro  saeclorum nascitur ordo;</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> iam redit et Virgo, redeunt Saturnia regna;</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> iam nova progenies  caelo demittitur alto.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> Tu modo nascenti puero, quo ferrea primum</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> desinet ac  toto surget gens aurea mundo,</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> casta, fave, Lucina; tuus iam regnat Apollo.</em></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Certo, la <em>Virgo</em> del verso 6 è chiaramente Astraea, la dea della Giustizia, che per  ultima aveva lasciato la terra e per prima vi avrebbe fatto ritorno  (27); il <em>nascenti puero</em> del verso 8, come si è detto, il figlio  di Pollione (e infatti Asinio Pollione, da vecchio, si vantava di essere  lui il bimbo cantato da Virgilio), o il nipote o anche il figlio di  Ottaviano Augusto; e quanto al <em>serpens</em> del verso 24, Virgilio, lo  aveva già adoperato nella III ecloga, e lo adoprerà ancora nelle <em><span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/georgiche/7194" target="_blank">Georgiche</a></span></em>,  come simbolo generico del male (28), cosa di cui si ricorderà  puntualmente il suo grande allievo, Dante, in un celebre episodio della <a title="Divina Commedia" href="http://www.libriefilm.com/la-divina-commedia-4/2288"><em>Divina  Commedia</em></a> (29).</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure, non si può  nemmeno dire che l’interpretazione cristiana della IV ecloga sia stata  una pura e semplice invenzione. Sentiamo in proposito la efficace  ricostruzione di Antonio La Penna: “L’ecloga 4 nacque  nel clima di  serenità e di speranze prodotto dalla pace di Brindisi nell’autunno del  40. Non c’è dubbio, però, che il suo significato va molto al di là della  circostanza contingente (e ciò spiega la grande fortuna che ebbe nel  cristianesimo): essa dà espressione (che però quasi solo nell’esordio e  nella chiusa è vigorosamente poetica) a speranze di palingenesi molto  diffuse nell’impero, specialmente fra i popoli orientali, che da tempo  subivano il dominio rapace di Roma; nelle sofferenze delle guerre civili  le attese e le speranze della nuova èra miracolosa di pace si erano  fatte più vive. La connessione dell’ecloga 4, attraverso un oracolo  sibillino, con profezie messianiche orientali (anche se è difficile  precisare quali) si può ritenere sicura: in questo senso anche  l’interpretazione cristiana contiene qualche cosa di vero” (30).</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/georgiche/7194" target="_blank"><img class="alignleft size-medium wp-image-4402" style="margin: 10px;" title="georgiche" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/georgiche-183x300.jpg" alt="" width="183" height="300" /></a>Abbiamo già accennato che lo stesso imperatore  Costantino si fece sostenitore di tale interpretazione, mutuata,  probabilmente, dall’ambiente giudaico che a Roma, quando Virgilio  scriveva le <em><span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/bucoliche/7193" target="_blank">Bucoliche</a></span></em>, era influente anche presso le classi più  alte e che lo sarebbe diventato ancor più un secolo dopo, quando la  regina ebrea Berenice, sorella di Agrippa, giungerà per un momento a  gettare la sua ombra sul trono imperiale, quasi una novella Cleopatra  (31). Resta da dire qualche parola su come l’imperatore che promulgherà  l’editto di Milano a favore dei cristiani, giunse a compiere una tale  operazione nei confronti del maggiore poeta latino. Scrive a tal  proposito Mario Geymonat: “La voluta oscurità del carme virgiliano e  l’impressione che esso dovette suscitare su un’epoca piena di  nostalgiche speranze hanno fatto pensare anche ad una predizione della  venuta di Cristo: tale interpretazione, nota anche agli <em>Scoli Bernesi</em>,  fu sostenuta, oltre che da Lattanzio, anche dallo storico cristiano  Eusebio di Cesarea, che preparando per l’imperatore Costantino un  discorso da pronunciarsi in una  assemblea ecclesiastica, tradusse  l’egloga interamente in greco”. Ma subito dopo aggiunge: “Alcuni critici  hanno di recente pensato alla trasposizione nel concreto di contenuti  ideali, alla costruzione di un <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbolo</a>, per cui il <em>puer</em> sarebbe  la stessa età dell’oro” (32).</p>
<p style="text-align: justify;">Circa  la dottrina del “grande anno”, poi, bisogna dire che essa era presente  in quelle concezioni orfico-pitagoriche  che  Virgilio esprimerà, per  bocca della Sibilla Cumana, nell’<em><span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/eneide-2/7195" target="_blank">Eneide</a></span></em>; senza dimenticare un  probabile riferimento a <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/esiodo" target="_blank">Esiodo</a></span>, detto Cimeo dalla sua prima patria, Cuma  in Eolide (e i <em>carminis Cymaei</em> del verso 4 potrebbero alludere a  lui, ma anche a Cuma in Campania, e quindi, ancora, alla Sibilla  Cumana: tipico esempio di quel polisensismo dei versi virgiliani che  tanto piaceva, e piace ancor oggi, ai suoi ingegnosi commentatori). Sia  Filargirio che lo Pseudo-Probo inclinavano per l’interpretazione  esiodea. Ma ecco ancora il Geymonat: “Certo la credenza nel Grande Anno,  sostenuta già da astrologi etruschi e da filosofi accademici  e stoici,  era stata diffusa a Roma in quegli anni da culti misterici di sette  pitagoriche. Secondo tale dottrina la vita umana sarebbe scandita in  grandi cicli (<em>magni menses</em>) che prenderebbero il nome dai metalli  (l’oro, l’argento, il ferro, ecc.): al ciclo finale, retto dal Sole  (Apollo), tornerebbe a succedere, con l’identica disposizione degli  astri e delle cose umane, il ciclo iniziale, l’età dell’oro retta da  Saturno. La durata del Grande Anno era variamente calcolata dagli  antichi, in diverse migliaia o anche in alcuni milioni di anni” (33).  Non potrà sfuggire che tale credenza ha ispirato, più o meno  esplicitamente, sia il Leopardi delle <a title="Operette morali" href="http://www.libriefilm.com/operette-morali/7207"><em>Operette morali</em></a> (34), sia  il Nietzsche dello <a title="Così parlò Zarathustra" href="http://www.libriefilm.com/cosi-parlo-zarathustra-2/6526"><em>Zarathustra</em></a>, che ne farà il punto di partenza  per sviluppare la sua dottrina dell’Eterno ritorno dell’uguale (35) e  quindi non è affatto una semplice curiosità “archeologica” ma qualcosa  di vitale ancora nella filosofia  del XIX secolo, se non oltre.</p>
<p style="text-align: justify;">La IV ecloga, comunque, costituisce il  maggiore  punto di forza attorno a cui si sviluppa il rapido processo di  “cristianizzazione” di Virgilio, ma non l’unico. Si può dire che tutta  l’opera virgiliana riflette una particolare sensibilità che i teologi  medievali non esitarono a definire <em>naturaliter christiana</em>. La sua  delicatezza di sentimenti, la sua simpatia per le vittime della  violenza, il suo odio per la guerra, la sua benevolenza affettuosa verso  tutti i viventi, la sua partecipazione al dolore degli animali  (particolarmente evidente nelle <em><span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/georgiche/7194" target="_blank">Georgiche</a></span></em>): sono tutti aspetti di  una disposizione d’animo, di un’etica più vicina all’”uomo nuovo” che,  secondo san Paolo, deve sostituire l’“uomo vecchio” (36).</p>
<p style="text-align: justify;">“Ma chi è l’uomo vecchio? – si chiede Leopoldo  Montanari – Chi è l’uomo nuovo? L’uomo vecchio è l’uomo-istinto,  l’uomo-animale da preda, che considera l’esistenza una lotta continua di  tutti contro tutti, e che vede nella guerra l’attività più nobile  e  più alta. Questo tipo di uomo si formò nelle età più antiche quando, non  essendo stato ancora scoperto il modo di controllare  la natura, i cibi  erano scarsi e spesso il combattimento appariva come l’unico mezzo per  sopravvivere. Fu in quel tempo che il guerriero diventò l’uomo-modello,  il tipo di uomo più perfetto da imitare, e il coraggio, la forza fisica,  l’astuzia, la durezza spietata, la crudeltà si affermarono come le doti  più importanti e più pregevoli. Questi ideali furono ereditati e  conservati anche dalle grandi civiltà antiche. Roma e la Grecia si  educarono leggendo l’<em>Iliade</em> di Omero, il poema della guerra,  degli odi, delle vendette feroci, delle ire implacabili.</p>
<p style="text-align: justify;">“Il Cristianesimo si oppose radicalmente  a tali idee e  creò un nuovo ideale di uomo. L’uomo cristiano è l’uomo-spirito, cioè  un essere che non è soltanto istinto ma anche e soprattutto anima. (…)  Le virtù da ammirare e seguire non sono la forza, il coraggio e  l’eroismo guerrieri, ma la pazienza, la laboriosità, il cuore puro,  l’umiltà, il senso della giustizia All’ira vendicativa, tanto celebrata  dai poeti classici, si contrappone l’amore  e il perdono. Gli uomini più  perfetti e invidiati non sono più i condottieri e i conquistatori, ma i  santi” (37).</p>
<p style="text-align: justify;">Se tutto questo è vero,  appare evidente che il <em>pius Aeneas</em>, la cui complessa psicologia  è  più vicina a quella del sacerdote che a quella del guerriero omerico,  è apparsa negli ambienti culturali cristiani dell’alto <a title="Medioevo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/medioevo">Medioevo</a>, a  cominciare dagli <em>scriptoria</em> dove i monaci ricopiavano  pazientemente l’inestimabile patrimonio delle opere classiche, come il  ponte ideale fra mondo antico e <em>civitas christiana</em>, fra “uomo  vecchio” e “uomo nuovo”.</p>
<p style="text-align: justify;">Così  Publio Papinio Stazio, secondo Dante, fu portato dai versi di Virgilio a  convertirsi gradualmente, lui ancora pagano, alla nuova concezione del  mondo e della vita:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><em>Al  mio ardor fuor seme le faville,</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> che mi scaldar, de la divina fiamma</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> onde sono  allumati più di mille;</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> de l’Eneida dico, la qual mamma</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> fummi e fummi nutrice poetando:</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> sanz’essa non  fermai peso di dramma.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> E per esser  vivuto di là quando</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> Visse Virgilio assentirei un sole</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> Più che non deggio al mio uscir di bando</em> (38).</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">E si noti quell’<em>enjambement</em> con la parola  “mamma” in fine di verso, che ben sottolinea il concetto in questione:  che l’<em><span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/eneide-2/7195" target="_blank">Eneide</a></span></em> è stata la forza ideale <em>materna</em> che ha  predisposto l’”uomo vecchio” a convertirsi irresistibilmente nell’“uomo  nuovo”. Concetto del resto ribadito in modo esplicito nei versi del  canto successivo, dove Stazio dice a Virgilio:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><em>(…) Tu prima m’inviasti</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> verso Parnaso a  ber ne le sue grotte,</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> e prima appresso  Dio m’alluminasti.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> Facesti come  quei che va di notte,</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> che porta il  lume dietro e sé non giova,</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> ma dopo sé fa le  persone dotte,</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> quando dicesti: “Secol si  rinova;</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> torna giustizia e primo  tempo umano,</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> e progenie scende da ciel  nova.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> Per te poeta fui, per te cristiano:</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> ma perché veggi mei  ciò ch’io disegno,</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> a colorare stenderò la mano.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Già era ‘l  mondo tutto quanto pregno</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> De la vera  credenza, seminata</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> Per li messaggi  dell’etterno regno;</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> e la parola tua  sopra toccata</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> si consonava a’ nuovi  predicanti;</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> ond’io a  visitarli presi  usata </em>(39).</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Dove l’accento sul “cristianesimo” di Virgilio torna a  battere sulla profezia contenuta nella IV ecloga; si noti però  che  Dante, giustamente, scrive<em>: “torna </em>giustizia e primo tempo  umano”; <em>torna</em> e non <em>viene</em> perché, d’accordo col sapere  della Tradizione (e diversamente da quanto scrive il Montanari)  il  Grande Anno corrisponde alla <em>restaurazione</em> di una condizione  felice antichissima. Nella mitologia cristiana, tale condizione  corrisponde a quella di Adamo ed Eva nel Paradiso terrestre prima della  Caduta, una “età dell’oro” che corrisponde perfettamente a quella di  <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/esiodo" target="_blank">Esiodo</a></span>, di Virgilio e di tutto il mondo classico. Certo, vi sono anche  delle profonde differenze: sia perché tale Caduta è stata l’effetto del  Peccato originale nel Cristianesimo, mentre nella civiltà greco-romana  più che di una Caduta individuale e di un peccato, bisogna piuttosto  parlare di un processo graduale e in certo qual modo naturale e  inevitabile di corruzione; sia perché nel Cristianesimo sia la Caduta,  sia la Redenzione sono eventi unici che segnano uno sviluppo storico  lineare, mentre nel mondo classico (ma anche in quello indiano) il tempo  della storia ha un andamento ciclico e ruota, proprio come la  precessione degli Equinozi, intorno a un <em>punto gamma</em> ideale,  ritornando poi sempre ed eternamente su sé stesso. Tuttavia la mentalità  medievale, tipicamente sincretistica (ché questa fu la sua vera  essenza, di là dal dogmatismo esteriore) era in grado di assimilare e  metabolizzare perfettamente anche tali differenze, cogliendo piuttosto i  fattori di consonanza che quelli di diversità rispetto al mondo antico.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/opere-9/7196" target="_blank"><img class="alignright size-medium wp-image-4403" style="margin: 10px;" title="opere-virgilio" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/opere-virgilio-188x300.jpg" alt="" width="188" height="300" /></a>Un tipico esempio di questa tendenza è rappresentato,  a nostro avviso, dall’atteggiamento della cultura cristiana nei  confronti di un particolare aspetto della civiltà classica, ad essa  peculiare e presente inequivocabilmente anche in Virgilio: la pratica  dell’omosessualità. La sua condanna, da parte del Cristianesimo, è stata  durissima e senza appello, sin dall’inizio. Fa testo, da allora e per  sempre, la inflessibile requisitoria di san Paolo nell’<em>Epistola ai  Romani</em>, uno dei documenti teologici più importanti, se non il più  importante, del <em>Nuovo Testamento</em>: “[I pagani] sono dunque inescusabili,  perché, pur conoscendo Dio, non gli hanno dato gloria né gli hanno reso  grazie come a Dio, ma hanno vaneggiato nei loro ragionamenti e si è  ottenebrata la loro mente ottusa. Mentre si dichiaravano sapienti, sono  diventati stolti e hanno cambiato la gloria dell’incorruttibile Dio con  l’immagine e la figura dell’uomo corruttibile, di uccelli, di quadrupedi  e di rettili.</p>
<p style="text-align: justify;">“Perciò Dio li ha  abbandonati all’impurità secondo i desideri del loro cuore, sì da  disonorare fra di loro i propri corpi, poiché essi hanno cambiato la  verità di Dio con la menzogna. E hanno venerato e adorato la creatura al  posto del creatore, che è benedetto nei secoli. Amen.</p>
<p style="text-align: justify;">“Per questo Dio li ha abbandonati a passioni infami;  le loro donne hanno cambiato i rapporti naturali in rapporti contro  natura. Egualmente anche gli uomini, lasciando il rapporto naturale con  la donna, si sono accesi di passione gli uni per gli altri, commettendo  atti ignominiosi uomini con uomini, ricevendo così in se stessi la  punizione che s’addiceva al loro traviamento. E poiché hanno disprezzato  la conoscenza di Dio, Dio li ha abbandonati in balìa d’una intelligenza  depravata, sicché commettono ciò che è indegno, colmi come sono di ogni  sorta di ingiustizia, di malvagità, di cupidigia, di malizia; pieni  d’invidia, di omicidio, di rivalità, di frodi, di malignità,;  diffamatori, maldicenti, nemici di Dio, oltraggiosi, superbi, fanfaroni,  ingegnosi nel male, ribelli ai genitori, insensati, sleali, senza  cuore, senza misericordia. E pur conoscendo il giudizio di Dio, che cioè  gli autori di tali cose meritano la morte, non solo continuano a farle,  ma anche approvano chi le fa” (40).</p>
<p style="text-align: justify;">Dove  si vede che la prima e, si direbbe, più infamante manifestazione  dell’ira divina nei confronti di coloro che non vogliono render gloria  al <em>vero</em> Dio, cioè il Dio dei Cristiani, è appunto l’inversione  sessuale,  sia femminile che maschile; e che  essa, accompagnandosi  inevitabilmente a ogni sorta di sregolatezza morale, è meritevole di  morte: richiamo esplicito alla legge mosaica formulata nell’<em>Antico  Testamento</em>: “Se uno ha rapporti con un uomo come con una donna, tutti e  due hanno commesso un abominio; dovranno essere messi a morte; il loro  sangue ricadrà su di loro” (41). Non si parla qui, a dire il vero,  dell’omosessualità femminile, forse perché inconcepibile in una società  patriarcale e maschilista come quella giudaica (o forse, al contrario,  perché tacitamente tollerata purchè non dia esplicitamente scandalo,  come avviene ancor oggi nelle culture semite); mentre san Paolo, che  opera  nell’ambiente ellenizzato e cosmopolita del Mediterraneo  orientale nel I sec. d. C., dove la donna è infinitamente più libera,  stigmatizza  addirittura <em>prima </em> l’omosessualità femminile, e  <em>poi </em> quella maschile (può darsi che al suo maschilismo quella desse più  fastidio di questa).</p>
<p style="text-align: justify;">Ora, la civiltà  classica è stata intimamente caratterizzata dalla pratica omosessuale,  la quale era universalmente diffusa per una serie di ragioni che sarebbe  qui troppo lungo, ed inutile, cercar di approfondire (42). Sta di fatto  che questo fattore imbarazzante, scandaloso della cultura classica è  chiaramente presente anche nell’opera del maggiore poeta latino; ed è  perciò di qualche interesse vedere come la cultura medioevale (che era,  in primo luogo, monastica, almeno fino al sorgere delle prime Università  nel XII secolo) sia riuscita a neutralizzarlo.</p>
<p style="text-align: justify;">Primo elemento d’imbarazzo, la biografia personale di  Virgilio. Elio Donato, nella sua <em>Vita di Virgilio</em>, riferisce con  la massima naturalezza: “Fu nel mangiare e nel bere assai parco; incline  all’amor dei fanciulli, dei quali dilesse in modo singolare Cebete e  Alessandro, che egli, nella seconda ecloga delle <em><span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/bucoliche/7193" target="_blank">Bucoliche</a></span></em>,  appella Alessi, donato a lui da Asinio Pollione: entrambi non rozzi, e  Cebete perfino poeta.  Corse voce che egli avesse anche usato con Plozia  Hieria:::”(43)  Davanti a una testimonianza così esplicita e, per ogni  altro verso, ritenuta affidabile, l’unica strategia possibile era la  censura: pratica che è continuata, nelle edizioni virgiliane di impronta  cattolica, fino al Novecento avanzato. (44) Secondo elemento  d’imbarazzo: singoli versi di contenuto, più o meno esplicitamente,  omosessuale. Prendiamo il caso di <em><span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/eneide-2/7195" target="_blank">Eneide</a></span></em>, X, 324 sgg.:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><em>Tu quoque, flaventem  prima lanugine malas</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> dum sequeris Clytium infelix, nova gaudia, Cydon,</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> Dardania  stratus dextra, securus amorum,</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> qui iuvenum  tibi semper  erant, miserande, iaceres…</em></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Anche qui, ci aiuta il confronto con le traduzioni  moderne. “Mentre guardi, Cidone, le guance di Clizio bionde di prima  lanugine”, su questi versi c’è poco da fare, ma insomma si può sempre  pensare a un’amicizia fraterna, sul tipo di quella di Eurialo e Niso (o  magari di Achille e Patroclo). Ben più spinosi sono i versi: “<em>securus  amorum, qui iuvenum tibi semper erant”</em>, cioè, come traduce  giustamente Cesare Vivaldi: “libero finalmente dalla tua eterna passione  per i ragazzi” (45).  Qui non si tratta di un’allusione, ma di una  descrizione esplicita. Soccorre il polisensismo del verso virgiliano,  che consente in qualche modo di tradurre: “oblioso d’ogni tuo caro  giovanil diletto” (46) oppure: “or nell’oblio dei tuoi verd’anni spento  giaceresti” (47). Si tratta di operazioni filologiche al limite del  virtuosismo, dove una minima sfumatura può fare la differenza tra  scandalo e innocenza: come quando Adriano Bacchielli usa il verbo <em>seguire</em> per rendere l’atteggiamento di Cidone verso l’adolescente Clizio,  mentre Guido Vitali preferisce adoprare l’assai più esplicito <em>inseguire</em>,  che mal si addice a un semplice rapporto di amicizia e suggerisce  qualche cosa inerente la sfera sessuale.</p>
<p style="text-align: justify;">Le maggiori difficoltà, comunque, vengono non da  singoli versi, che si possono sopprimere o tradurre in maniera  edulcorata, ma da passi più lunghi, come in <em><span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/bucoliche/7193" target="_blank">Bucoliche</a></span></em>, III, 7  sgg., dove si allude non troppo velatamente a un atto di sodomia (48);  o  ad opere intere, come la seconda ecloga, che è tutta un canto (anzi, un  lamento) all’amore pederastico (49). In questi casi c’è poco da fare,  salvo parlare di imitazione dei poeti greci, come ad esempio Teocrito  (cosa peraltro plausibilissima), di <em>topoi</em> letterari, o magari di  passioni puramente platoniche.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/bucoliche/7193" target="_blank"><img class="alignleft size-medium wp-image-4404" style="margin: 10px;" title="bucoliche" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/bucoliche-179x300.jpg" alt="" width="179" height="300" /></a>Ma,  in linea di massima, se la cultura cristiana medievale è riuscita a  ignorare questo aspetto in <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/platone">Platone</a></span>, dove è evidentissimo (si pensi solo  al <a title="simposio" href="http://www.libriefilm.com/simposio/5315"><em>Simposio</em></a>, che è tutto un inno all’<em>eros</em> omosessuale),  vuol dire che essa era disposta, in cambio di altri valori presenti in  questi autori, a tirare una riga sulle  loro discutibili propensioni in  tale ambito. E ciò vale anche per Dante, che non ha esitato a mettere  nell’Inferno il suo caro maestro Brunetto Latini, colpevole di sodomia,  laddove noi avremmo ignorato del tutto questo suo fallo se non fosse  stato il poeta fiorentino a rivelarcelo; ma che, conoscendo Virgilio  praticamente a memoria ( “<em>ben lo sai tu che la sai tutta quanta</em>”,  dice di sé riferendosi all’<em><span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/eneide-2/7195" target="_blank">Eneide</a></span></em>) (50), avrebbe pur dovuto  conoscere <em>anche </em>questo aspetto un po’ meno, diciamo così,  edificante. Se anche l’incorruttibile Dante, che suggeriva come il suo  migliore amico, Guido Cavalcanti, fosse destinato all’Inferno per il suo  dichiarato ateismo, nel caso dell’<em>eros</em> omofilo presente in  Virgilio era ben deciso a girare la testa dall’altra parte per non  vedere, significa che  l’autore della IV ecloga non poteva che andare  “assolto” da un’accusa altrimenti infamante e tale, se avvalorata, da  screditare anche la sua funzione di profeta della nascita di Cristo.  Intendiamoci, non pensiamo si sia trattato di un atto studiato e  deliberato di <em>Realpolitik</em> culturale, come se i membri di una  cospirazione avessero deciso a tavolino di lavare ogni macchia dalla  figura di Virgilio per poterlo poi, cinicamente, adoperare in funzione  di un suo preteso ruolo di preannunciatore del Cristianesimo; bensì di  un processo storico che è stato anche un processo psicologico alquanto  naturale.</p>
<p style="text-align: justify;">Non è un istinto  spontaneo, infatti,  quello di non <em>voler </em>vedere le mancanze di  coloro che amiamo, o, se proprio non possiamo fare a meno di vederle, <em>assolverle</em> di buon grado in virtù di tanti altri fattori positivi, a nostro  giudizio più importanti? Dante Alighieri, per esempio, si è trovato  implicato, e sia pure in posizione defilata, in un gravissimo processo  per magia nera, quando Matteo e Galeazzo Visconti furono accusati di  aver praticato un sortilegio per causare la morte di papa Giovanni XXII:  e questo è un fatto (51). Ma non è forse vero che quasi tutti gli  studiosi di Dante hanno preferito ignorare la cosa, passandola del tutto  sotto silenzio, mentre i suoi biografi, se proprio non hanno potuto  fare la stessa cosa, si sono sforzati di ridurla a proporzioni  insignificanti, mentre è certo che insignificante non fu? Ci pare  abbastanza palese, ad esempio, l’imbarazzo che traspare dalle righe  dedicate da Cesare Marchi, nella sua biografia del grande fiorentino, a  questo episodio: “Ed ora, la domanda  che interessa più di tutte: è  verosimile, è probabile che Dante Alighieri sia stato chiamato da  Galeazzo Visconti per compiere il sortilegio? E ammesso che sia stato  interpellato, gli avrà risposto di sì? Ripugna ad ogni elementare senso  logico, prima ancora che al nostro affetto per Dante, pensare solo per  un attimo che il cristianissimo poeta, il fustigatore dei costumi,  l’invocatore della giustizia sulla terra, si sarebbe dichiarato pronto a  commettere un assassinio, e quale assassinio”. Per poi cavarsela con  queste opinabili e un po’ moralistiche riflessioni: “Tutta l’opera e la  vita di Dante testimoniano contro la mostruosità di questa ipotesi.  Ammesso e non concesso che credesse ai sortilegi, egli possedeva ben più  efficaci e orgogliosi strumenti per colpire gli avversari. Una sua  affilata terzina uccideva più che non cento incantesimi viscontei”  (52). Che è, come si vede, un modo come un altro per non rispondere alla  domanda posta all’inizio.</p>
<p style="text-align: justify;">Tornando  alla formazione del culto medievale per Virgilio, siamo giunti al  quarto e ultimo elemento fra quelli di maggiore importanza: la nascita  della leggenda di Virgilio mago e negromante. Questa leggenda è  specificamente legata alla città di Napoli, ch’egli aveva eletta a sua  residenza negli ultimi anni, anche se si è a lungo discusso, e si  discute tuttora, se sia di origine popolare o di origine colta. Domenico  Comparetti, autore di un testo ormai classico  su <em>Virgilio nel  Medioevo</em>, era convinto della prima alternativa; Giorgio Pasquali, in  anni a noi più vicini, pur ammirando la dottrina e l’entusiasmo del  maestro, propendeva decisamente per la seconda (53).</p>
<p style="text-align: justify;">Prima di entrare nel merito della questione, dobbiamo  notare, ma solo di sfuggita, che magia  e necromanzia erano severamente  condannate dalla chiesa, così come lo erano state, prima di essa, dalla <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione"> religione</a> mosaica. Nel libro del <em>Levitico</em> si legge: “Non vi  rivolgete ai negromanti né agli indovini; non li consultate per non  contaminarvi per mezzo loro”. E ancora: “Se un uomo si rivolge ai  negromanti e agli indovini per darsi alle superstizioni dietro a loro,  io volgerò la faccia contro quella persona e la eliminerò dal suo  popolo” (54).</p>
<p style="text-align: justify;">Attenzione: nell’<em>Antico  Testamento </em>non si dice che magia e necromanzia (cioè l’evocazione dello  spirito dei morti) sono arti illusorie, bensì che sono  nefande e  abominevoli al cospetto del Signore, meritevoli della pena capitale. Il  famoso episodio della maga di Endor, che compie per Saul un rito di  necromanzia evocando lo spirito di Samuele, testimonia comunque che  maghi e negromanti esistevano ancora in Giudea, nonostante la  proibizione assoluta  e la condanna a morte comminata da Saul stesso  contro tutti i maghi; ma anche il fatto che tali riti erano ritenuti  efficaci  tra le persone di condizione più elevata, oltre che nelle  classi popolari (55). La Chiesa cattolica aveva ereditato l’avversione  giudaica per maghi e negromanti; anzi nel tardo Impero, a un certo  momento, i maghi vennero perseguitati senza quartiere mentre ancora i  pagani, almeno formalmente, erano lasciati liberi di seguire le antiche <a title="religioni" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione"> religioni</a>. Ciò accadde durante il regno di Valentiniano I (364-375), un  sovrano equilibrato, che aveva ribadito in termini espliciti la libertà  religiosa per tutti i sudditi: “In uno dei suoi editti egli proclama di  non avere niente contro gli aruspici (…), né contro ogni altro tipo di  religione autorizzata dai suoi antenati (“<em>aliquam concessam a maioribus  religionem</em>”). “<em>Nec haruspicinam reprehendimus, sed nocenter exerceri  vetamus</em>” [Non abbiamo niente da rimproverare all’arte degli aruspici, ma  vietiamo che sia esercitata a cattivi fini”]. Tuttavia, stabilisce la  pena capitale per coloro che si danno “durante la notte a malefiche  imprecazioni, riti magici o sacrifici da negromanti”. Nessuna  concessione viene fatta adesso alla magia “bianca”. Consultare i <em>mathematici, </em>gli astrologi, viene proibito, di notte e di giorno, in pubblico e  in privato. Sia chi consulta che chi viene consultato è condannato a  morte, perché – aggiunge l’imperatore – “imparare queste cose proibite  non è meno dannoso dell’insegnarle”. I libri di Ammiano rimastici (anche  tenendo conto del suo sensazionalismo e della sua antipatia verso  Valentiniano I) sono pieni di storie che mostrano l’applicazione  spaventosa di queste leggi” (56). E ciò,  nonostante che i filosofi  neoplatonici, nel III e IV secolo, avessero presentato la “magia bianca”  o <em>teurgia</em> come una forma assolutamente accettabile, anzi,  ammirevole, di elevazione spirituale e di perfezionamento agli occhi  della divinità (a dispetto del fatto che <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/platone">Platone</a></span>, nelle <em>Leggi</em>,  avesse sottolineato il carattere a suo parere criminoso delle arti  magiche) (57). Poco dopo verrà la condanna definitiva di sant’Agostino, e  la magia sarà ricacciata per 1.500 anni nel segreto delle cerimonie  clandestine, pena la morte (58).</p>
<p style="text-align: justify;">Non  cercheremo, dunque, di spiegare come questa posizione intransigente  della cultura cristiana si possa conciliare con la leggenda di Virgilio  mago e negromante. Possiamo solo suggerire che tale leggenda dovette  muovere i primi passi indipendentemente da quella di Virgilio  “cristiano” e annunciatore del cristianesimo, per poi fondersi e  intrecciarsi con essa; e che se era stato possibile “perdonare” a  Virgilio, come ad altri autori greci e latini, aspetti non integrabili  in alcun modo nell’etica cristiana  (come poc’anzi abbiamo visto), anche  in questo caso potè avvenire un processo analogo, tanto più che gli  vennero attribuite solo ed esclusivamente opere di “magia bianca”, anzi,  solo opere di magia rivolte al bene non suo personale, ma della città  che lo ospitava e che aveva scelto definitivamente quale sua residenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Nonostante la convinzione del Comparetti circa  l’origine popolare della leggenda napoletana di Virgilio mago, essa non è  testimoniata dalla tradizione anteriore all’XI secolo e, quel che più  conta, non è attestata da autori locali e nemmeno di altre regioni  d’Italia (59). Tutto nasce, invece, quando nel 1160  un erudito  ecclesiastico inglese, Giovanni di Salisbury, dopo aver visitato   Napoli,  scrive nel suo <em>Policraticus </em>di avervi raccolto la  tradizione che Virgilio, anticamente, aveva liberato la città dal  flagello delle mosche, costruendo una mosca magica di bronzo, sotto  l’influsso astrologico di una certa costellazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Trentasei  anni dopo, nel 1196,  il vescovo tedesco  Corrado di Querfurt, cancelliere di Arrigo VI, in una lettera scritta  dalla Sicilia ad Arnoldo di Lubecca sostiene di aver potuto conquistare   Napoli, d’ordine del suo signore, grazie al fatto che il Palladio per  essa costruito da Virgilio – un modellino della città costruito entro  una bottiglia di cristallo –  si era leggermente incrinato. E quindi  aveva perduto la propria efficacia. (60)</p>
<p style="text-align: justify;">Passano altri quindici anni e nel 1211 un altro  scrittore inglese, Gervasio di Tilbury, professore a Bologna e  maresciallo del Regno di Arles, nonché frequentatore della corte   dell’imperatore Ottone IV, pubblica i suoi <em>Otia imperialia. </em>In  questo libro egli parla del Palladio così come di altri oggetti mirabili  esistenti a Napoli, alcuni dei quali da lui visti personalmente; e  inoltre riporta l’avventura capitata ad un suo non meglio identificato  compatriota, uomo dottissimo. Questi avrebbe chiesto e  ottenuto dal re  Ruggero (verosimilmente Ruggero II d’Altavilla) di poter cercare e  riesumare i resti mortali di Virgilio; trovatolo, e in perfetto stato di  conservazione, entro una montagna, aveva scorto sotto il suo capo un  libro di magia. Le guardie del re, che fino allora avevano assecondato  il suo lavoro, rifiutarono però di lasciargli portar via il corpo del  poeta; in compenso l’Inglese ebbe il permesso di portar via con sé  il  volume. Gervasio si spinge anche più in là nel suo mirabolante racconto,  e sostiene di aver potuto vedere alcuni estratti del libro (ma non era  stato trafugato?) grazie al cardinale Giovanni di Napoli e di <em>averne  fatto personalmente esperienza</em>, cioè, sembra di capire, di aver  praticato alcune magie in esso illustrate.</p>
<p style="text-align: justify;">Verso la fine del secolo XII un altro inglese,  Alessandro Neckham, fratello di latte di Riccardo Cuor di Leone,  professore all’Università di Parigi e discreto verseggiatore, in una sua  opera di storia naturale elenca tutta una serie di talismani fabbricati  da Virgilio per le città di Roma e Napoli, compresa una sanguisuga  d’oro fatta fondere per disinfettare i pozzi napoletani da quei molesti  animali. Di lui, però, non si sa con certezza nemmeno se sia mai stato  di persona in Italia: si limita a riportare delle voci che aveva  raccolto, non si sa bene dove né da chi. E sempre negli stessi anni  abbiamo un’altra testimonianza, la prima da parte di un autore italiano:  Cino da Pistoia, che fa un semplice accenno alle gesta compiute da  Virgilio in favore della sua città adottiva.</p>
<p style="text-align: justify;">Arriviamo così ai primi del 1300, quando, presso la  corte di re Roberto d’Angiò, detto il Saggio, vede la luce il primo  organico compendio della leggenda napoletana di Virgilio: la cosiddetta <em>Cronaca  di Partenope</em>, o meglio <em>Croniche de la inclita Cità de Napole</em> – di autore ignoto (61).</p>
<p style="text-align: justify;">Prima  di elencare i prodigi attribuiti alle arti magiche di Virgilio dalla  suddetta <em>Cronaca</em>, dobbiamo riportare una interessante ipotesi  avanzata da un eminente studioso italiano, Maurilio Adriani, in anni a  noi vicini (62). Egli, per la verità, riprende un testo pubblicato nel  1848, a Lipsia, da Heinrich  Heine, col titolo <em>Virgilii Cordubensis  philosophia</em>,  ma passato quasi inosservato, forse anche per i ben  noti rivolgimenti politici di quel periodo (63). Si tratta di un’ipotesi  ardita: Virgilio non sarebbe altri che un mago-filosofo arabo,  divulgato in Occidente a partire da Toledo, nel 1290, per mezzo di  traduzioni latine dei suoi scritti. Sia Toledo che Napoli, in effetti,  godettero nel <a title="Medioevo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/medioevo">Medioevo</a> la fama di importanti centri della “scienza  segreta”, ossia la magia; ma questa sembra esser quasi l’unica  circostanza capace di offrire una sia pur minima base d’appoggio  all’ipotesi di un Virgilio filosofo arabo che si sarebbe sovrapposto,  confondendovisi, al Virgilio poeta latino. Il Comparetti, ancora nel  1872 (e quindi sprovvisto di tutta una serie di strumenti critici di cui  oggi dispone la filologia) e poi, ancora, nell’edizione del 1895,  osservava con evidente scetticismo: “Di certo l’autore [del <em>Virgilio  Cordubensis philosophia </em>] non era arabo, e neppure sapeva gran fatto  di cose arabiche, poiché  non avrebbe mai potuto pensare che un  filosofo arabo si potesse chiamare Virgilio, e molto meno a dare  per  suoi contemporanei a Cordova  Seneca, Avicenna, Averroè e Algazel. E’ un  cerretano qualunque il quale ha voluto darsi autorità, assumendo il  nome di Virgilio e la qualità speciosa di sapiente arabo. Con una  sfacciataggine mirabile ei racconta, in principio del suo scritto, che  tutti i grandi dotti e studiosi che accorrevano da varie parti a Toledo,  nei gravi problemi che discutevano sentirono il bisogno di rivolgersi a  lui, poiché sapevano quanto grande fosse la conoscenza di ogni segreta  ed astrusa cosa da lui acquistata mediante quella scienza &lt;che,  dic’egli, altri chiama negromanzia, noi chiamiamo <em>Refulgentia&gt;</em>”  (64).</p>
<p style="text-align: justify;">Ed ecco gli interventi  che Virgilio avrebbe operato a beneficio esclusivo della sua città e dei  suoi concittadini, così come vengono riportati nella suddetta <em>Cronaca  di Partenope</em>. Sono diciassette e li riportiamo integralmente,  per  scrupolo filologico, facendo notare che sono tutti, dal più drammatico  al più “futile”, ispirati ai principii della “magia bianca” e che in  nessuno di essi si può ravvisare la benchè minima intenzione malvagia  nei confronti di chicchessia: requisito evidentemente indispensabile  all’immagine di un Virgilio pio e <em>naturaliter Christianus</em>, se non  proprio, addirittura, annunziatore profetico della nascita di Cristo.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">1.     costruzione  delle fognature;</p>
<p style="text-align: justify;">2.     convogliamento di tutte le acque  sull’altura di san Pietro a Cancellaria, allo scopo di alimentare le  fontane cittadine;</p>
<p style="text-align: justify;">3.     costruzione della cinta muraria;</p>
<p style="text-align: justify;">4.     costruzione  della mosca d’oro, o di bronzo, per lo scopo ricordato più sopra;</p>
<p style="text-align: justify;">5.     costruzione  della sanguisuga d’oro, come sopra;</p>
<p style="text-align: justify;">6.     fusione di un  cavallo bronzeo, alla cui vista i cavalli “veri” sarebbero guariti da  qualsiasi malattia;</p>
<p style="text-align: justify;">7.     costruzione di una cicala di rame per  preservare la quiete cittadina dal frinire insistente delle cicale in  estate;</p>
<p style="text-align: justify;">8.     operazioni negromantiche volte allo scopo di  conservare la carne ad uso alimentare;</p>
<p style="text-align: justify;">9.     costruzione  di una statua umana in bronzo che, soffiando in una tromba contro il  vento di Favonio, preservava  la salubrità del clima e le colture  agrarie;</p>
<p style="text-align: justify;">10. impianto di un orto di erbe magiche  e medicamentose sul  Monte Vergine (anticamente “Monte di Virgilio”) per preservare la  salute dei concittadini;</p>
<p style="text-align: justify;">11. costruzione di un  pesce di pietra che, gettato in mare, rese pescosissimo quel luogo, a  vantaggio dei poveri pescatori napoletani;</p>
<p style="text-align: justify;">12. collocazione di  due teste di marmo sui due lati della Porta Nolana, dalle quali chi  entrava o usciva di città poteva trarre gli auspici per i propri affari;</p>
<p style="text-align: justify;">13. introduzione  dell’uso di elmi e corazze nei ludi guerrieri che si tenevano presso la  “Carbonara” e che spesso terminavano con lo spargimento del sangue,  mitigandone gli effetti (questo, si noti, è l’unico intervento che non  ha carattere magico);</p>
<p style="text-align: justify;">14. costruzione di  una strada lastricata di pietre, nella quale Virgilio fece inserire uno  speciale sigillo, allontanando vermi e serpenti dal territorio  cittadino;</p>
<p style="text-align: justify;">15. costruzione di terme a Baia e Pozzuoli, con  l’indicazione su ciascuna vasca dei malanni che essa curava (vedi quanto  osservato al numero 11); ma i medici di Napoli, danneggiati  economicamente, si vendicarono cancellando tutte le iscrizioni – e  furono puniti dalla divinità perendo in un naufragio;</p>
<p style="text-align: justify;">16. apertura, in una  sola notte, di una grotta collegante il centro cittadino col versante di  Pozzuoli;</p>
<p style="text-align: justify;">17. consacrazione magica di un uovo di gallina e sua  collocazione in un recipiente dall’apertura strettissima, posto poi  nelle fondamenta del Castel dell’Ovo (che da ciò prese il nome) le cui  sorti, da allora, furono legate a quelle dell’uovo magico (questo, poi, è  un chiarissimo <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbolo</a> della tradizione alchemica) (65).</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Di tutte queste  mirabolanti operazioni, ci limiteremo ad osservare che il cavallo di  bronzo sembra richiamare esplicitamente il serpente magico di bronzo  fatto innalzare da Mosè, nel deserto, contro il morso dei serpenti  velenosi (66); che l’orto medicinale, secondo un testo duecentesco  conservato presso la biblioteca del Santuario di Monte Vergine, è  attestato come realmente esistente, ma creato per mezzo di arti  “diaboliche”; e che anche la galleria tra Napoli e Pozzuoli sarebbe  stata costruita con l’ausilio di ben duemila diavoli. Inoltre per la  costruzione dei vari talismani (mosca, sanguisuga, ecc.) Virgilio  avrebbe operato in corrispondenza di particolari congiunzioni astrali: e  questo è un tratto tipico dell’astrologia del Duecento, attestato da  autori di fama internazionale, quali Pietro d’Abano e Guido Bonatti.</p>
<p style="text-align: justify;">Insomma è evidente che la leggenda del Virgilio mago  e quella del Virgilio cristiano si muovo reciprocamente su un terreno  delicatissimo, potremmo dire su un crinale a fil di rasoio: la distanza  che separa la santità del poeta dalla sua dannazione è minima e la  Chiesa sembra messa, non di rado, in imbarazzo: si tratta di vedere se  Virgilio, quasi un secondo san Gennaro, può assurgere al ruolo (sia pure  non canonico) di santo protettore di Napoli; o se invece, in quanto  pagano e per giunta operatore di magia e negromanzia, debba essere  rigettato nella turba delle presenze poco raccomandabili se non  apertamente dannate. Pare che abbia avuto la meglio una specie di  compromesso: mago sì, ma a fin di bene; e pagano tutt’altro che  protervo, anzi mite e dolcissimo precursore della verità cristiana.</p>
<p style="text-align: justify;">Un esempio della tenace persistenza del culto  “magico” di Virgilio nonostante 2.000 anni di Cristianesimo nella città  partenopea. Sappiamo che i libri del poeta venivano conservati presso  ogni tempio dell’Impero  Romano,  come dei veri e propri Libri  Sibillini: nei momenti di particolare difficoltà venivano consultati,  aprendone le pagine a caso e traendone auspici per il futuro: le  cosiddette  <em>sortes virgilianae.</em> Ebbene, tali consultazioni sono  proseguite, un po’ in tutta Europa (pare che anche  Carlo I  d’Inghilterra vi facesse ricorso),  sino a tempi relativamente recenti:  sembra si praticassero fino alle soglie del XVIII secolo, cioè fino  quasi all’epoca dell’Illuminismo (67).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="text-decoration: underline;">Note</span></strong></p>
<p style="text-align: justify;">1)   P. GRIMAL, <em>Virgilio</em>,  tr. it. Rusconi, 1986, p. 266.</p>
<p style="text-align: justify;">2)     “Corpore et  statura fuit grandi, aquilo colore, facie rusticana, valetudine varia;  nam plerumque a stomacho et a faucibus ac dolore capitis laborabat,  sanguinem etiam saepe reiecit.” Così la <em>Vergilii  vita ex Donato.</em></p>
<p style="text-align: justify;">3)     J. BAYET, <em>Letteratura  latina</em>, tr. it. La Nuova Italia ed., 1978, p. 159.</p>
<p style="text-align: justify;">4)     J. PERRET, <em>Virgile.  L’homme et l’oeuvre, </em>Paris, Boivin &amp; Cie., 1952, spec. pp.  155-161.</p>
<p style="text-align: justify;">5)     Per le vicende relative alla tomba di V., cfr. V.  GLEIJESES, <em>La storia di Napoli</em>, Ed. del Giglio, 1987, pp.  169-171.</p>
<p style="text-align: justify;">6)     “Ossa eius Neapolim translata sunt tumuloque  condita, qui est via Puteolana intra lapidem secundum, in quo distichon  fecit tale: Mantua etc. ( <em>Vergilii vita ex Donato</em>).<em> </em></p>
<p style="text-align: justify;">7)     I. LANA, <em>Letteratura  latina</em>, Ed. G. D’Anna, 1970, p. 233.<em> </em></p>
<p style="text-align: justify;">8)     P.  FRASSINETTI, <em>Storia della letteratura latina</em>, Minerva Italica,  1959, p. 256.</p>
<p style="text-align: justify;">9)     “Virgilio è il maestro e insieme l’amico”:  C. A. DE SAINTE BEUVE, <em>Étude sur Virgile</em>, Paris, 1857, p. 2 ;  espressione divenuta leggendaria.</p>
<p style="text-align: justify;">10)  H. BROCH, <em>Der  Tod des Vergil</em>, 1945.</p>
<p style="text-align: justify;">11)  I. LANA – A. FELLIN, <em>Civiltà  letteraria di Roma antica</em>, Ed. G. D’Anna, 1974, vol. 2, p.365.</p>
<p style="text-align: justify;">12)  P. FRASSINETTI, <em>op. </em>e  <em>loc.</em> cit.</p>
<p style="text-align: justify;">13) <em> </em>DANTE,<em>Inf.</em>,  79-90. Qui e in seguito seguiamo la lezione di N. SAPEGNO <em>La Divina  Commedia, </em>La Nuova Italia ed.<em>., </em>3 voll., 1991.</p>
<p style="text-align: justify;">14) Troppo lungo  sarebbe discutere  sull’autenticità delle singole opere che la  compongono; la critica ondeggia tra un rifiuto totale dell’attribuzione  virgiliana e una accettazione più o meno selettiva. Sulla questione cfr.  I. LANA, <em>Letteratura latina</em>, cit., pp. 215-217; B. RIPOSATI, <em>Storia  della letteratura latina</em>, Soc. ed. Dante Alighieri, 1968, pp.  352-354; A. BARBIERI (antologia presentata da), <a title="Appendix Vergiliana" href="http://www.libriefilm.com/appendix-vergiliana/7206"><em>Appendix virgiliana</em></a>,  Celuc, 1972; e spec. l’introduz. di M. G. IODICE (a cura di), <a title="Appendix Vergiliana" href="http://www.libriefilm.com/appendix-vergiliana/7206"><em>Appendix  vergiliana</em></a>, A. Mondadori, 2002.</p>
<p style="text-align: justify;">15) Cfr., ad es., il  pur valido testo di B. GENTILI- E. PASOLI – M. SIMONETTI, <em>Storia  della letteratura latina</em>, , Laterza, 1981.</p>
<p style="text-align: justify;">16) C. MARCHESI, <em>Disegno  storico della letteratura latina</em>, Principato ed., 1966, p.179.</p>
<p style="text-align: justify;">17) Cfr. A. RONCONI –  M. R. POSANI – V. TANDOI, <em>Storia e antologia della letteratura  latina, </em>Le Monnier, vol. 3, 1970, pp. 236-237.</p>
<p style="text-align: justify;">18) N. PALERMO, <em>Disegno  storico della letteratura latina, </em>Ed. Cremonese, 1968, p. 570.</p>
<p style="text-align: justify;">19) Sulla diaspora  degli ultimi filosofi neoplatonici in Persia dopo il 529, cfr. E.  BALDUCCI, <em>Storia del pensiero umano </em>(3 voll.), Ed. Cremonese,  1986, vol. 1, p. 207.</p>
<p style="text-align: justify;">20) N. PALERMO, <em>Op.  cit.</em>, pp. 643-644.</p>
<p style="text-align: justify;">21) <em>Enciclopedia Garzanti di  Letteratura</em>, Garzanti  (2 voll.), 2003, vol. 1, p.382.</p>
<p style="text-align: justify;">22) R. MARCHESE – A.  GRILLINI, <em>Scrittori e opere</em>, La Nuova Italia ed. (5 voll.), 1990,  vol. 1, <em>Dalle origini al Quattrocento</em>, p. 59.</p>
<p style="text-align: justify;">23) Cfr. AGOSTINO, <em>Amore  assoluto e “terza navigazione” </em>(a cura di G. REALE), Rusconi,1994.</p>
<p style="text-align: justify;">24) Tr. in R  ANTONELLI, <em>Le origini</em>, La Nuova Italia ed., 1973, pp. 68-69.</p>
<p style="text-align: justify;">25) Si veda, per  cominciare, VIRGILIO, <em>Le <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/bucoliche/7193" target="_blank">Bucoliche</a></span></em>, a cura di P. GIUFFRIDA,  Sansoni, 1986, pp. 48-51; e  VIRGILIO, <em>Le opere. Antologia</em> (a  cura di A. LA PENNA – C. GRASSI), La Nuova Italia ed., 1980, pp. 26-34;  ma soprattutto J. CARCOPINO, <em> Virgile et le mystère  de la Ivème  Éclogue</em>,  Paris, L’Artisan du Livre, 1930.</p>
<p style="text-align: justify;">26) P. V. COVA, <em>Arbusta  iuvant. Le <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/bucoliche/7193" target="_blank">Bucoliche</a></span> e scelta delle <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/georgiche/7194" target="_blank">Georgiche</a></span> di Virgilio</em>, G. B.  Petrini ed., 1961, p. 66.</p>
<p style="text-align: justify;">27) Cfr. OVIDIO, <em>Metamorfosi</em>,  I, 149; e VIRGILIO, <em><span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/georgiche/7194" target="_blank">Georgiche</a></span></em>, II, 474.</p>
<p style="text-align: justify;">28) Cfr. <em>frigidus  anguis</em> di VIRGILIO, <em> <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/bucoliche/7193" target="_blank">Bucoliche</a></span>, </em>III, 93; e i due versi di <em> <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/georgiche/7194" target="_blank">Georgiche</a></span></em>,  II, 153-154: <em>nec rapit immensos orbes per humum neque tanto /  squameus in spiram tractu se colligit anguis</em> Vedi anche la  descrizione dei serpenti di Laocoonte in <em><span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/eneide-2/7195" target="_blank">Eneide</a></span></em>, II, 203-232; il  presagio dei giochi in Sicilia, in <em><span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/eneide-2/7195" target="_blank">Eneide</a></span>, </em>V, 84-93; e ancora,  sulle serpi in genere, <em><span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/georgiche/7194" target="_blank">Georgiche</a></span></em>, III, 414-439.</p>
<p style="text-align: justify;">29)  DANTE, <em>Purgatorio</em>,  97-102.</p>
<p style="text-align: justify;">30) VIRGILIO, <em><span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/bucoliche/7193" target="_blank">Bucoliche</a></span></em>, Rizzoli, 1983, introd. di A.  LA PENNA, pag. L.</p>
<p style="text-align: justify;">31) <a title="Francesco Lamendola" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/francesco-lamendola/">F. LAMENDOLA</a>, <em>Berenice. Realtà storica di  un personaggio letterario</em>, in <em>Alla bottega, Rivista bimestrale di  cultura ed arte</em>, Milano, n. 3, 1989, pp. 33-38</p>
<p style="text-align: justify;">32) VIRGILIO, <em><span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/bucoliche/7193" target="_blank">Bucoliche</a></span></em>,  a cura di M. GEYMONAT, Garzanti, 1981, p.47.</p>
<p style="text-align: justify;">33) <em>Ibidem.</em></p>
<p style="text-align: justify;">34) G. LEOPARDI, <a title="Operette morali" href="http://www.libriefilm.com/operette-morali/7207"><em>Operette  morali</em></a>, <em>Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie.</em></p>
<p style="text-align: justify;">35) F. NIETZSCHE, <em><a title="Così parlò Zarathustra" href="http://www.libriefilm.com/cosi-parlo-zarathustra-2/6526">Così  parlò Zarathustra</a>, </em>a cura di L. SCALERO, Longanesi, 1972,  vol. 2,  p. 91 (parte III, <em>Il convalescente</em>, 2). “Perché i tuoi animali, o  Zarathustra, sanno molto bene chi tu sei e cosa devi diventare: tu sei  il maestro dell’Eterno Ritorno, questo è ormai il tuo destino! (…) Vedi,  noi sappiamo ciò che tu insegni: insegni che tutte le cose ritornano  eternamente, e noi con esse, e che noi siamo già stati qui diverse  volte, e tutte le cose con noi”.</p>
<p style="text-align: justify;">36) Cfr. EFESINI, 2,  15; COLOSSESI, 3, 10.</p>
<p style="text-align: justify;">37) L. MONTANARI, <em>Storia  e civiltà dell’uomo</em>, Ed. Calderini (3 voll), 1968, vol. 1, p.286.</p>
<p style="text-align: justify;">38) DANTE, <em>Purgatorio</em>,  XXI, 94-102.</p>
<p style="text-align: justify;">39) <em>Id.</em>, XXII, 64-81. Su questo canto e sul precedente, vedi  rispett. le letture di M. Bontempelli e di A. Galletti in G. GETTO, <em>Letture  dantesche. Purgatorio</em>, Sansoni, 1964, pp. 1.093-1.129.</p>
<p style="text-align: justify;">40) ROMANI, 1, 20-32.  Su questo passo si cfr. K. KERTELGE, <em>Lettera ai Romani</em>, Città  Nuova ed., 1973, spec. p. 32-40. Dal punto di vista letterario e non  teologico, peraltro, alcuni studiosi (anche cattolici) hanno trovato un  po’ eccessiva la <em>vis polemica</em> di San Paolo contro l’omosessualità  e quasi fin troppo ispirata la descrizione della genesi della passione,  come se nascondesse, tra le pieghe, qualche cosa d’altro.</p>
<p style="text-align: justify;">41) LEVITICO, XX, 13.</p>
<p style="text-align: justify;">42) Fondamentale, per  imparzialità e rigore scientifico, K. J. DOVER, <em>L’omosessualità  nella grecia antica</em>. Tr. it. Einaudi, 1985.</p>
<p style="text-align: justify;">43) <em>Vergilii vita secundum  Donatum, </em>tr. di E. CETRANGOLO in <em>Virgilio. Tutte le opere</em>,  Sansoni, 1993,  p. 839.</p>
<p style="text-align: justify;">44) Ad es. <em>P.  Vergilii Maronis opera</em> (Recognovit Sixtus Colombo), S. E. I.,  1943,  p. 8.</p>
<p style="text-align: justify;">45) Tr. di C. VIVALDI, <em><span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/eneide-2/7195" target="_blank">Eneide</a></span>, </em>Edisco, 1981, p. 379.</p>
<p style="text-align: justify;">46) Tr. di G. VITALI,  <em><span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/eneide-2/7195" target="_blank">Eneide</a></span></em>, Ist. Ed. Cisalpino, 1956, p. 370.</p>
<p style="text-align: justify;">47) Tr. di A.  BACCHIELLI, <em><span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/eneide-2/7195" target="_blank">Eneide</a></span></em>, G. B. Paravia &amp; C., 1963, p. 470.</p>
<p style="text-align: justify;">48) “L’accusa [a  Menalca ] di essere invertito – è da sottintendere un verbo come  “violato”, “corrotto”, “sodomizzato” – è messa in rilievo anche dalla  opposizione a <em>viris</em>, uomini in senso pieno, come Dameta, e dal  riso delle Ninfe <em>faciles.</em> Gli <em>hirqui</em> sono da alcuni  spiegati come i caproni famosi per la loro lascivia; <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/gaio-svetonio-tranquillo" target="_blank">Svetonio</a></span> citato da  Servio li intende invece come gli angoli degli occhi lascivi dei  corruttori di Menalca (tale interpretazione dà un senso migliore anche  a  <em>videre</em> del v. 10). Secondo Servio <em>qui</em> è da intendere come  plurale  (<em>“subaudis ‘corruperint’”).</em> Così L. GEYMONAT,<em><span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/bucoliche/7193" target="_blank">Bucoliche</a></span></em>,  cit., p. 26.</p>
<p style="text-align: justify;">49) P. GIUFFRIDA, <em>Le <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/bucoliche/7193" target="_blank">Bucoliche</a></span></em>, cit.,  pp15-16, sostiene che tutta la II ecloga è solo uno scherzo condotto in  maniera volutamente caricaturale e non un vero e proprio canto amoroso:  una specie di <em>Nencia da Barberino</em> ante litteram, insomma; ma  benchè citi  <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/apuleio" target="_blank">Apuleio</a></span> e Properzio a sostegno della propria tesi, non  riesce del tutto convincente.</p>
<p style="text-align: justify;">50) DANTE, <em>Inf.,</em> XX, 114. Alcuni intendono <em>tu [Dante ] che la sai interamente a  memoria. </em></p>
<p style="text-align: justify;">51) F. LAMENDOLA, <a title="L'esoterismo di Dante" href="http://www.centrostudilaruna.it/lesoterismo-di-dante.html"><em>L’esoterismo di Dante</em></a>,  Quaderno n. 4 dell’Associazione Filosofica Trevigiana, 2004, pp. 3-10.  Sulla magia in Italia nella prima metà del 1300, vedi anche F.  LAMENDOLA, <em>Il giardino d’inverno</em>, su  <em>Graal</em>,  Roma, 2004,  n. 9,  pp.36-41.</p>
<p style="text-align: justify;">52) C. MARCHI, <em>Dante in esilio</em>, Longanesi  &amp; C., 1976, p. 146.</p>
<p style="text-align: justify;">53) D. COMPARETTI, <em>Virgilio  nel Medio Evo</em>, Ed. F. Vigo, Livorno, 1872; e id:, La Nuova Italia  (2 voll.), 1981, con pref. di G. Pasquali.</p>
<p style="text-align: justify;">54) LEVITICO, XX, 6.</p>
<p style="text-align: justify;">55) 1° SAMUELE, 28,  3. Altri due celebri riti di necromanzia nel mondo classico si trovano  in PLATONE, <em>Repubblica</em>, X, 13 (col famoso mito di Er ), e LUCANO,  <em>Farsaglia</em>, VI, 750 sgg.</p>
<p style="text-align: justify;">56) A. A. BARB, <em>la  sopravvivenza delle arti magiche</em>, in <em>Il conflitto tra paganesimo  e cristianesimo nel secolo IV</em> (a cura di A. Momigliano), Einaudi,  1975, p. 123.</p>
<p style="text-align: justify;">57) PLATONE, <em>Leggi</em>, X, 908-910; XI, 933.</p>
<p style="text-align: justify;">58) AGOSTINO, <em>De  civitate Dei</em>, X, 8: “nefariae curiositatis  quam vel magiam vel  detestabiliore nomine goetian vel honorabiliore theurgian vocant”: da  cui risulta che, per lui, non esiste alcuna differenza tra “magia nera”  (la goetia) e “magia bianca” (la teurgia).</p>
<p style="text-align: justify;">59) “Della leggenda  napoletana di Virgilio manca sino al secolo XIV ogni testimonianza,  nonché napoletana, italiana. Essa leggenda è, sembrerebbe, un’invenzione  di chierici inglesi e tedeschi del secolo XII che hanno trasportato a  Virgilio e a Napoli (non soltanto a Napoli, del resto, ma anche a  Roma)  motivi novellistici diffusi.” Così G. PASQUALI, cit., p. XXIII.</p>
<p style="text-align: justify;">60) Cfr. R. DE  SIMONE, <em>Il segno di Virgilio</em>, Az. Aut. Cura, Sogg. e Turismo di  Pozzuoli, 1982.</p>
<p style="text-align: justify;">61) A. ALTAMURA, <em>Cronica di Partenope</em>, S.  E. N., Napoli, 1974.</p>
<p style="text-align: justify;">62) M. ADRIANI, <em>Italia  Magica. La magia nella tradizione italica</em>, Biblioteca di Storia  patria, Roma, 1970.</p>
<p style="text-align: justify;">63) Pubblicato da HEINE nella sua <em>Bibliotheca  anecdotorum, seu veterum monumentorum ecclesiasticorum collectio  novissima</em>, Pars I, Lipsiae 1848, p. 211 sgg.</p>
<p style="text-align: justify;">64) D. COMPARETTI, <em>Op.  cit.</em>, p. 99.</p>
<p style="text-align: justify;">65)  Per quest’ultima magia, cfr.  V. GLEIJESES, <em>Castelli  in Campania</em>, S. E. N., Napoli, 1973.</p>
<p style="text-align: justify;">66) NUMERI, 21, 4  sgg.</p>
<p style="text-align: justify;">67) Cfr. R. DE SIMONE, <em>Op. cit.</em></p>
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		<title>Il sole come simbolo</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Jan 2000 20:35:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto Lombardo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Saggio sul significato simbolico del sole e sulle origini del nome]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/solecomesimbolo.html' addthis:title='Il sole come simbolo '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/yggdrasil.thumbnail.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Simboli e simbologia" /><br/><p style="text-align: justify;"><a href="http://www.centrostudilaruna.it/tradizionesolare.html"><img class="alignright" style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/180x250tradizionesolare.jpg" border="0" alt="Tradizione solare" width="180" height="250" align="right" /></a> Giacomo Devoto definisce il latino <em>sol</em> come «parola antichissima, di ricca ancorché disturbata tradizione». Il termine originario <a href="http://www.centrostudilaruna.it/indoeuropei.html">indoeuropeo</a>, ricostruito dai linguisti e dai glottologi (in questo caso il Pokorny) è <em>*SÄWEL</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo tema si manifesta in modo più o meno incorrotto, oltre che nel latino <em>sol</em>, nelle aree <a href="http://www.centrostudilaruna.it/celti.html">celtica</a> e germanica: dall’irlandese <em>süil</em> (in questa lingua è stato anche ricostruito un <em>suli</em>, con valore di “occhio”, secondo la visione del sole quale “occhio del cielo”) al gallese <em>haul</em>, dal norreno, anglosassone e svedese <em>sol</em> al gotico <em>sauil</em> (e presupposto <em>*SÖWILA</em>).</p>
<p style="text-align: justify;">In lituano è <em>sáulé</em>, in antico slavo <em>slûnice</em>. Nelle aree aria e greca si assiste a un ampliamento in <em>–yo</em>: greco <em>hélios</em> (probabile parente ne è l’albanese <em>yll</em>), avestico <em>hvare</em>, sanscrito <em>suvar</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=8815107630" target="_blank"><img class="alignleft" style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/introduzioneallalinguaeallaculturadegliindoeuropei.bmp" border="0" alt="Enrico Campanile, Bernard Comrie, Calvert Watkins, Introduzione alla lingua e alla cultura degli Indoeuropei" width="95" height="142" align="left" /></a> Nelle lingue moderne, la comunanza di origine si avverte ancora: dal provenzale, catalano, spagnolo e portoghese <em>sol </em>al francese <em>soleil </em>e dal tedesco <em>Sonne </em>all’inglese <em>sun</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Il <a href="http://www.centrostudilaruna.it/simboli.html">simbolo</a> del sole occupa una parte centrale in ogni tradizione. L’astro luminoso dà vita, luce e calore: è l’epifania suprema del divino. Rappresenta la gloria, lo splendore e il trionfo; le insegne delle legioni recarono la dicitura <em>soli invicto</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=8874350503" target="_blank"><img class="alignright" style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/vallilinguaggiosegreto.bmp" border="0" alt="Luigi Valli, Il linguaggio segreto di Dante e dei Fedeli d'Amore" width="95" height="145" align="right" /></a> Dante afferma che «non esiste cosa visibile, in tutto il mondo, più degna del sole di fungere da <a href="http://www.centrostudilaruna.it/simboli.html">simbolo</a> di Dio, poiché esso illumina con vita visibile prima se stesso, poi tutti i corpi celesti e terreni».</p>
<p style="text-align: justify;">Nel suo <em>Inno a Helios re</em> aveva scritto Giuliano Flavio Imperatore: «L’universo che vediamo dall’eternità sussiste intorno ad Helios, ed ha come sua dimora la luce che avvolge il mondo dall’eternità, e non ora sì e talvolta no, e nemmeno in modo diverso secondo i tempi, ma sempre nello stesso modo». Il suo sogno di restaurazione della spiritualità arcaica nel rinnovato culto del sole avrebbe dovuto presto naufragare, in realtà, nella marea della sempre più dilagante professione di fede nel Nazareno.</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=882721724X" target="_blank"><img class="alignleft" style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/uominiedei.bmp" border="0" alt="Giuliano Imperatore, Uomini e dei. A cura di Claudio Mutti" width="95" height="132" align="left" /></a> A Giuliano fece comunque eco, tra gli altri, Marziano Capella, che scrisse del sole: «Forza eccelsa del Padre ignoto, sua prima emanazione, scaturigine dei sensi, fonte dell’intelligenza, origine della luce, sede regale della natura, splendore e garanzia dell’esistenza degli dèi e occhio dell’Universo, fulgore dell’Olimpo splendente» (<em>Inno al sole</em>, da <em>Le nozze di Filologia e Mercurio</em>).</p>
<p style="text-align: justify;">Sul culto solare <a href="http://www.centrostudilaruna.it/sh.eliade.htm">Mircea Eliade</a> affermò che «molte ierofanie arcaiche del sole si sono conservate nelle tradizioni popolari, più o meno integrate in altri sistemi <a href="http://www.centrostudilaruna.it/religione.html">religiosi</a>»; e soprattutto che «sarebbe bene insistere sull’affinità della teologia solare con le <em>élites</em>, siano sovrani, eroi, iniziati o filosofi».</p>
<p style="text-align: justify;">Il potere dei <a href="http://www.centrostudilaruna.it/simboli.html">simboli</a>, in fondo, è così forte da poter ancora oggi parlare direttamente al cuore di chi li sappia ricevere: e il Sole ci comunica chiaramente ancor oggi, nella sua maestosa grandezza, l’impressione netta del divino che tutto avvolge.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>* * *</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>La Padania</em> del 2 luglio 2000.</p>
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