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	<title>Centro Studi La Runa &#187; Lingue</title>
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	<description>Archivio di storia, tradizione, letteratura, filosofia</description>
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		<title>Sfaldamento delle parole</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Jun 2010 14:23:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Julius Evola</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli di Julius Evola]]></category>
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		<description><![CDATA[Una rassegna sulla involuzione semantica di diverse parole passate dal latino all'italiano, che rispecchia il mutamento di visione tra il mondo antico e quello moderno]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/sfaldamento-delle-parole.html' addthis:title='Sfaldamento delle parole '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/evola48x48.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Julius Evola" /><br/><p style="text-align: justify;">
<div class="mceTemp" style="text-align: justify;">
<dl id="attachment_5181" class="wp-caption alignright" style="width: 310px;">
<dt class="wp-caption-dt"><img class="size-medium wp-image-5181" title="Arco_di_Tito" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/Arco_di_Tito-300x293.jpg" alt="Arco di Tito. Foro romano, Roma." width="300" height="293" /></dt>
<dd class="wp-caption-dd">Arco di Tito. Foro romano, Roma.</dd>
</dl>
</div>
<p style="text-align: justify;">Uno dei segni del fatto, che il corso della storia ha rappresentato, fuor dal piano puramente materiale, tutt&#8217;altro che un progresso, è dato dalla povertà delle lingue moderne rispetto a molte lingue antiche. Non vi è una delle cosidette &#8220;lingue vive&#8221; occidentali che, per organicità, articolazione e plasticità regga il confronto, ad esempio, col latino antico o col sanscrito. Fra le lingue di ceppo europeo, forse il solo tedesco ha conservato qualcosa della struttura arcaica (ed è per questo che la lingua europea ha fama di essere &#8220;così difficile&#8221;), mentre la lingua inglese e quella dei popoli scandinavi hanno parimenti subito un processo di erosione e di appiattimento. In genere, si può dire che le lingue antiche cui accenniamo erano tridimensionali mentre quelle moderne sono bidimensionali. Il tempo ha agito anche qui in senso corrosivo; ha reso &#8220;pratiche&#8221; e &#8220;fluide&#8221; le parlantine a scapito, appunto, dell&#8217;organicità. È, questo, un riflesso di quanto si è verificato in molti altri domini della cultura e dell&#8217;esistenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche le parole hanno una loro storia e spesso il mutamento subito dai loro contenuti è un interessante indice barometrico di corrispondenti mutamenti della sensibilità generale e della visione del mondo. In particolare, sarebbe interessante fare un confronto fra il significato che alcune parole ebbero nell&#8217;antica lingua latina e quello che è proprio a termini corrispondenti, rimasti quasi uguali, della lingua italiana e anche spesso di altre lingue romanze. In genere, si può osservare una caduta di livello. Il senso più antico o è andato perduto, o sopravvive in forma residuale in qualche particolare eccezione o locuzione, senza più corrispondere a quello ormai generale e prevalente, o, ancora, appare del tutto distorto e di frequente banalizzato. Indicheremo qualche esempio.</p>
<p style="text-align: justify;">Il caso più tipico e noto è forse costituito dalla parola <em><strong>virtus</strong></em>. La &#8220;virtù&#8221; in senso moderno non ha quasi nulla a che fare con la antica <em>virtus</em>. <em>Virtus </em>significava forza d&#8217;animo, coraggio, prodezza, saldezza virile. Si legava a <em>vir</em>, termine designante l&#8217;uomo come veramente tale, non come uomo in senso generico e naturalistico. La stessa parola nella lingua moderna ha assunto, invece, un senso essenzialmente moralistico, spessissimo associato a pregiudizi sessuali, tanto che riferendosi ad esso Vilfredo Pareto ha coniato il termine &#8220;virtuismo&#8221; per designare la morale puritana e sessuofoba borghese. In genere dicendo &#8220;persona virtuosa&#8221; oggi si pensa a cosa ben diversa da quel che, con una reiterazione assai efficace, potevano significare, ad esempio, espressioni come questa: <em>vir virtute praeditus</em>. E la differenza non di rado può trasformarsi quasi in una antitesi. Infatti un animo saldo, fiero, intrepido, eroico è il contrario di ciò che significa una persona virtuosa nel senso moralistico e conformistico moderno.</p>
<p style="text-align: justify;">Il senso di <em>virtus</em> come forza efficiente si è mantenuto soltanto in certe locuzioni particolari moderne: la &#8220;virtù&#8221; di una pianta o di medicamento, in &#8220;virtù&#8221; di questa o quella cosa.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em><a href="http://www.libriefilm.com/imperialismo-pagano/41" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-5113" style="margin: 10px;" title="imperialismo-pagano" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/imperialismo-pagano.jpeg" alt="" width="200" height="284" /></a>Honestus</em>.</strong> Connesso con l&#8217;idea di <em>honos</em>, questo termine anticamente ebbe il significato prevalente di onorevole, nobile, di nobile rango. Che cosa, di ciò, si conserva nel termine moderno corrispondente? &#8220;Onesta&#8221; è la persona dabbene della società borghese, quella che non compie proprio cattive azioni. L&#8217;espressione &#8220;nato da onesti genitori&#8221; oggi ha perfino una sfumatura quasi ironica, mentre nella Roma antica era la designazione precisa di una nobiltà di nascita, cui spesso corrispondeva anche una nobiltà biologica. <em>Vir honestia facie </em>significava, infatti, uomo di prestante aspetto, allo stesso modo che nell&#8217;antica lingua sanscrita il termine <em>arya </em>comprendeva sia il senso di una persona degna di onore, sia quello di una nobiltà tanto interiore quanto del tipo somatico.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Gentilis, gentilitas</em>.</strong> Oggi ognuno pensa alla persona cortese, affabile, di buone maniere. Il termine antico rimandava invece al concetto di <em>gens</em>, di stirpe, di razza, casta o lignaggio. Era &#8220;gentile&#8221;, romanamente, chi aveva le qualità che derivano da un lignaggio e da un sangue differenziato, le quali solo per riflesso possono determinare eventualmente un contegno di distaccata cortesia, cosa diversa dalle &#8220;maniere&#8221; che anche il parvenu può far proprie studiandosi il galateo &#8211; e diversa, anche, dalla vaga nozione moderna della gentilezza. E&#8217; così che oggi pochi possono capire il senso pieno e più profondo di espressioni come &#8220;spirito gentile&#8221; e simili, rimaste come isolati prolungamenti in scrittori di altri tempi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Genialitas</em>.</strong> Chi è &#8220;geniale&#8221;, oggi? Un tipo prevalentemente individualistico, ricco di trovate originali, estroso. Come limite, si ha il genio nel campo artistico, il culto feticistico tributato al quale nella civiltà umanistica e borghese è noto, tanto che il genio, più che non l&#8217;eroe, l&#8217;asceta o l&#8217;aristocrate, è stato spesso considerato, in tale civiltà, come il più alto tipo umano. Il termine latino <em>genialis </em>allude invece a qualcosa di ben poco individualistico e &#8220;umanistico&#8221;. Esso deriva dalla parola <em>genius</em>, la quale originariamente designò la forza formatrice e generatrice interna, spirituale e mistica, di una data gente o di un dato sangue. Non è dunque azzardato affermare che le qualità geniali nel senso antico ebbero una certa relazione con quelle che, nell&#8217;accezione più alta, si possono dire appunto di &#8220;razza&#8221;. In opposto alla significazione moderna, l&#8217;elemento geniale si distingue da quello individualistico e arbitrario; si lega ad una radice profonda, obbedisce ad una necessità interiore per una aderenza più superpersonali di un sangue e di una gente, a quelle forze a cui, in ogni senso gentilizio, si connetteva, come è noto, anche una tradizione sacrale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Pietas</em>.</strong> Non occorre dire che cosa significhi oggi una &#8220;persona pietosa&#8221;. Si pensa ad un atteggiamento sentimentale più o meno umanitario, sensitivo &#8211; e &#8220;pietoso&#8221; è quasi sinonimo di compassionevole. Nell&#8217;antica lingua latina la <em>pietas</em> apparteneva invece al dominio del sacro, designava lo speciale rapporto in cui l&#8217;uomo romano stava con le divinità in primo luogo, poi con altre realtà legate al modo della Tradizione, compreso lo stesso Stato. Di fronte agli dèi, si trattava di un atteggiamento di calma, dignitosa venerazione: sentimento di appartenenza e, nel contempo, di rispetto, di memore riferimento, anche di dovere e di adesione, come potenziamento dello stesso sentimento suscitato dalla figura severa del <em>pater familias </em>(donde la <em>pietas filialis</em>). Come si è accennato, la <em>pietas </em>poteva manifestarsi anche nel campo politico: <em>pietas in patriam </em>significava fedeltà e dovere rispetto allo Stato e alla patria. In alcuni casi, la parola in quistione ammette anche il significato di <em>iustitia</em>. Colui che non conosce la <em>pietas </em>è anche l&#8217;ingiusto, quasi l&#8217;empio, è colui che disconosce il luogo che gli è proprio e che deve mantenere in un ordine superiore, divino e umano ad un tempo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Innocentia</em>.</strong> Anche questa parola evocava idee di chiarezza e diforza, nell&#8217;uso prevalente nell&#8217;<a title="antichità" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/storia-antica">antichità</a> essa esprimeva la purezza d&#8217;animo, l&#8217;integrità, il disinteresse, la rettitudine. Non si esauriva nel significato negativo di non essere colpevole. Da essa esulava la sfumatura di banalità che oggi presenta l&#8217;espressione &#8220;spirito innocente&#8221;, sinonimo, quasi, di sempliciotto. In altre lingue romaniche, come nel francese, lo stesso termine, <em>innocent</em>, finisce con l&#8217;essere anche la designazione degli idioti (!!!), degli spiriti sfasati per nascita, deboli di mente e come stupefatti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Patientia</em>.</strong> Il significato moderno, rispetto a quello antico, accusa di nuovo uno smussamento e un depotenziamento. Oggi viene detto paziente chi non si arrabbia, chi non si irrita, chi tollera. Nella lingua latina la <em>patientia </em>designava una delle &#8220;virtù&#8221; primarie dell&#8217;uomo romano: comprendeva l&#8217;idea di una forza interna, di una incrollabilità, alludeva alla capacità di tener fermo, di aver l&#8217;animo non turbato di fronte a qualsiasi rovescio e a qualsiasi avversità. Per questo fu detto esser prorio, alla razza di Roma, il potere sia di compiere grandi cose, sia di &#8220;patire&#8221; vicende avverse di non minore entità (cfr. il noto detto di Livio: <em>et facere et pati fortia romanum est</em>). Il significato moderno risulta invece, rispetto all&#8217;altro, completamente innacquato. Come esempio di una natura tipicamente paziente viene indicato l&#8217;asino.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Humilitas</em>.</strong> Con la <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religione</a> venuta a predominare in Occidente l&#8217;umiltà è divenuta una &#8216;virtù&#8217; in un senso poco romano, glorificata in opposto a quella tenuta di forza, di dignità, di calma consapevolezza, di cui si è detto più sopra. In Roma antica essa significò proprio il contrario di ogni <em>virtus</em>. Volle dire bassezza, spregevolezza, bassa condizione, abiezione, viltà, disonore &#8211; per cui, ad esempio potè dirsi che all&#8217;«umiltà» è da preferire la morte o l&#8217;esilio: <em>humilitati vel exilium vel mortem anteponenda esse</em>. Frequenti sono associazioni di idee, come <em>mens humilis et prava</em>, cioè mente bassa e malvagia. L&#8217;espressione <em>humilitas causam dicentium </em>si riferisce alla condizione di inferiorità e di colpa di coloro che sono portati dinanzi ad un tribunale. Anche qui s&#8217;incontra una interferenza con l&#8217;idea di razza o casta: <em>humilis parentis natus </em>significava essere nato dal popolo in senso dispregiativo, plebeo, in opposto alla nascita gentilizia, dunque con una sensibile divergenza rispetto al senso moderno di «umile condizione», specie considerando che oggi il criterio quasi esclusivo delle posizioni sociali è quello economico. In ogni caso, ad un Romano del buon tempo antico non sarebbe mai venuto in mente di concepire l&#8217;<em>humilitas</em> come una virtù, fino a trar vanto da essa e a predicarla. Quanto a certa «morale dell&#8217;umiltà», si potrebbe ricordare il rilievo di un imperatore romano, ossia che nulla vi è di più deprecabile dell&#8217;orgoglio di coloro che si dicono umili &#8211; senza che con questo si voglia dar valore, però, alla presunzione e all&#8217;arroganza.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Ingenium</em>.</strong> Solo in parte il significato antico si è conservato nella parola moderna, ed è, di nuovo, il suo aspetto meno interessante. <em>Ingenium </em>nell&#8217;antica lingua latina indicava anche la perspicacia, l&#8217;acutezza di mente, la sagacia, l&#8217;avvedutezza &#8211; ma, in pari tempo, la parola rimandava al carattere, a ciò che in ognuno è organico, innato, veramente proprio. <em>Vana ingenia </em>poté, dunque, significare persone senza carattere; <em>redire ad ingenium </em>poté dire tornare alla propria natura, ad un modo di vita conforme a quel che veramente si è. Questo più importante significato è andato perduto nella parola moderna, a tal segno da dar luogo quasi ad una antitesi. Infatti se l&#8217;ingegno lo si intende in senso intellettualistico e dialettico, si ha qualcosa di evidentemente opposto al secondo significato incluso nel termine antico, che rimanda al carattere, ad uno stile conforme alla propria natura; è superficialità di contro a organicità, è moto irrequieto, brillante e inventivo della mente contro ad un rigoroso stile di pensiero aderente al proprio carattere.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Servitium</em>.</strong> Il verbo <em>servio</em>, servire in latino ha anche il significato positivo di essere fedeli. Prevale però il significato negativo di essere servi; è quest&#8217;ultimo, in ogni caso, che sta alla base dell&#8217;altra parola, <em>servitium</em>, la quale indicava appunto la schiavitù, il servaggio, perché derivata da <em>servus </em>= schiavo. Nei tempi moderni la parola &#8220;servire&#8221; si è sempre più diffusa perdendo questa sfumatura negativa e avvilente, al punto che nei popoli soprattutto anglosassoni del &#8220;servizio sociale&#8221; si è potuto fare quasi l&#8217;oggetto di un&#8217;etica, dell&#8217;unica etica veramente moderna. E come non si è sentito l&#8217;assurdo di parlare di &#8220;lavoratori intellettuali&#8221;, del pari nel sovrano si poté vedere &#8220;il primo servitore della nazione&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche a tale riguardo, è opportuno rilevare che, come i Romani non ci si presentano per nulla come una razza di &#8220;oziosi&#8221;, del pari essi ci offrono i più alti esempi di lealismo politico, di fedeltà allo Stato e ai capi. Ma il tono è assai diverso. La trasformazione dell&#8217;anima delle parole non è casuale. Che parole, come <em>labor</em>, <em>servitium</em>, <em>otium</em>, si siano imposte nell&#8217;uso corrente secondo il loro significato moderno, ciò è un indice sottile, ma eloquente, di uno spostamento di prospettive avvenuto non di certo nella direzione di vocazioni virili, aristocratiche, qualitative.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em><a href="http://www.libriefilm.com/miti-e-misteri/6844" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-5179" style="margin: 10px;" title="miti-e-misteri" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/miti-e-misteri.jpeg" alt="" width="200" height="296" /></a>Stipendium</em>.</strong> Occorre appena dire che cosa oggi significhi &#8220;stipendio&#8221;. Si pensa subito ad un impiegato, alla burocrazia, al famoso 27 del mese degli statali. Nella Roma antica il termine si riferiva invece quasi esclusivamente all&#8217;esercito. <em>Stipendium merere </em>significava militare, stare agli ordini dell&#8217;uno o dell&#8217;altro capo o condottiero. <em>Emeritis stipendis </em>significava: dopo aver compiuto il servizio militare. <em>Homo nullius stipendii </em>era colui che non aveva conosciuto la disciplina delle armi. <em>Stipendis multa habere </em>voleva dire poter vantare molte campagne, molte imprese di guerra. Anche qui, la differenza è di non poco momento.</p>
<p style="text-align: justify;">Il significato completo di altre parole latine, come <strong><em>studium </em></strong>e <strong><em>studiosus</em></strong>, oggi non si mantiene più che in certe locuzioni speciali, come ad esempio &#8220;fare con studio&#8221;, intendendosi a bella posta o con una certa applicazione. Nel termine latino era presente l&#8217;idea di una intensività, di un calore, di un interesse vissuto, che nella parola moderna si è offuscato, perché da questa si è portati a pensare soprattutto a discipline intellettuali o scolastiche più o meno aride. <em>Studium </em>latinamente poteva dire perfino amore, desiderio, inclinazione viva. <em>In re studium ponere</em> significava prendere a cuore una cosa, interessarsene vivamente e attivamente. <em>Studium bellandi </em>voleva dire il piacere, l&#8217;amore del combattere. <em>Homo agendi studiosus </em>era colui che ama l&#8217;azione &#8211; riprendendo quel che si è detto circa <em>labor</em>, era l&#8217;antitesi di colui pel quale l&#8217;azione può significare soltanto &#8220;lavoro&#8221;. Che si può pensare, poi, oggi, di una espressione come <em>studiosi Caesaris</em>? Essa non voleva dire coloro che studiano Cesare, bensì coloro che lo seguono, che lo ammirano, che ne prendono le parti, che gli sono affezionati e fedeli.</p>
<p style="text-align: justify;">Altre parole l&#8217;antico senso delle quali è andato perduto sono, ad esempio, <strong><em>docilitas</em></strong>, che non voleva dire docilità ma soprattutto buona disposizione o capacità di apprendere, di far proprio un insegnamento o principio; poi <strong><em>ingenuus</em></strong>, che non significava affatto &#8220;ingenuo&#8221; bensì uomo nato libeo, di condizione non servile. Che, latinamente, <strong><em>humanitas </em></strong>non significasse &#8220;umanità&#8221; nel senso democratico e sfaldato di oggi bensì cultura di sé, pienezza di vita e di esperienza &#8211; e ciò, originariamente, nemmeno in un senso &#8220;umanistico&#8221; all&#8217;Humboldt &#8211; è cosa più o meno risaputa. Un altro esempio non privo d&#8217;importanza: <strong><em>certus</em></strong>. Nell&#8217;antica lingua latina la nozione di certezza, di cosa certa, stava frequentemente in relazione con quella di una determinazione consapevole. <em>Certum est mihi </em>vuol dire: è mia ferma volontà. <em>Certus gladio</em> è colui che può affidarsi alla propria spada, che è sicuro di sapersene servire. Nota è la formula <em>diebus certis</em>, che non vuol dire &#8220;nei giorni certi&#8221; ma nei giorni fissati, stabiliti. Ciò potrebbe dare uno spunto per considerazioni circa una speciale concezione della certezza: concezione attiva, che la fa dipendere da ciò che rientr nel nostro potere determinante. In una certa misura, <a title="Giambattista Vico" href="http://www.libriefilm.com/category/autori/giambattista-vico">Gian Battista Vico</a> nello stesso spirito enunciò la formula <em>verum et factum converturtur</em> &#8211; ma su tale via si doveva finire nelle divagazioni proprie al cosidetto &#8220;idealismo assoluto&#8221; neo-hegeliano. Porremo fine a queste osservazioni considerando il contenuto originario di tre antiche nozioni romane, quelle di <em>fatum</em>, <em>felicitas </em>e <em>fortuna</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Fatum</em>.</strong> Secondo l&#8217;accezione moderna più corrente il &#8220;fato&#8221; è una potenza cieca che incombe sugli uomini, che ad essi s&#8217;impone facendo si che si realizzi quel che essi meno vogliono, spingendoli eventualmente verso la tragedia e la sventura. Da qui il termine &#8220;fatalismo&#8221;, antitesi di ogni atteggiamento di libera, efficace iniziativa. Secondo la visione fatalistica del mondo il singolo non è nulla, la sua azione, malgrado ogni parvenza di libero arbitrio, o è predestinata, o è vana, e gli avvenimenti si svolgono obbedendo ad una obbedienza o ad una legge che lo trascende e che non lo tiene in alcun conto. &#8220;Fatale&#8221; è un aggettivo che, prevalentemente, ha un significato negativo: esito &#8220;fatale&#8221;, un incidente &#8220;fatale&#8221;, &#8220;l&#8217;ora fatale della morte&#8221;, e via dicendo.</p>
<p style="text-align: justify;">Secondo la concezione antica, il <em>fatum </em>corrispondeva invece essenzialmente alla legge dello sviluppo del mondo, legge che, a sua volta, non veniva pensata cieca, irrazionale e automatica &#8211; &#8220;fatale&#8221; nel senso moderno &#8211; bensì come piena di senso e come procedente da una volontà intelligente, soprattutto da quella delle potenze olimpiche. Il <em>fatum</em> romano rimandava, come il <em>*rta</em> <a title="indoeuropeo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/indoeuropei">indoeuropeo</a>, alla nozione del mondo come cosmos e ordine, in particolare a quella della storia come uno sviluppo di cause e di eventi riflettente significati superiori. Le stesse Moirai della Tradizione ellenica, benché presentassero alcuni aspetti malefici e &#8220;inferi&#8221; (che risentivano di culti pre-ellenici e pre-indoeuropei), appaiono spesso come personificazioni della legge intelligente e giusta che presiede al governo dell&#8217;Universo, in certe sue estrinsecazioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Però è soprattutto a Roma che la nozione di <em>fatum</em> acquista un particolare risalto. Ciò pel fatto che la civiltà romana, fra tutte quelle a carattere tradizionale e sacrale, si concentrò particolarmente sul piano dell&#8217;azione e della realtà storica. Perciò ad essa importò meno il conoscere l&#8217;ordine cosmico come una legge supertemporale e metafisica, che il conoscerlo come forza in atto nella realtà, come volere divino ordinatore di avvenimenti. Al che, romanamente, si collegava appunto il <em>fatum</em>. L&#8217;espressione viene dal verbo <em>fari</em>, dal quale deriva anche la parola <em>fas</em>, il diritto come legge divina. Così <em>fatum </em>allude alla &#8220;parola&#8221; &#8211; s&#8217;intende: alla parola rivelata, soprattutto a quella delle divinità olimpiche che dà a conoscere la norma giusta (<em>fas</em>) così come annuncia ciò che sta per avvenire. In relazione a questo secondo aspetto gli oracoli, nei quali un&#8217;arte speciale tradizionale cercava di cogliere in germe quel che corrispondeva a situazioni in via di realizzarsi, si chiamavano anche <em>fata</em>; erano, quasi, la parola rivelata della divinità.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/deus-invictus/946" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-5178" style="margin: 10px;" title="deus-invictus" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/deus-invictus.jpeg" alt="" width="200" height="280" /></a> Ciò premesso, per l&#8217;insieme che ora stiamo considerando devesi tener presente un rapporto dell&#8217;uomo con l&#8217;ordine generale del mondo che in Roma antica e nelle civiltà tradizionali in genere era assai diverso da quello che doveva successivamente predominare. Se l&#8217;idea di una legge universale e di un volere divino non annullavano la nozione della libertà umana, pure fu costante preoccupazione dell&#8217;uomo antico formare la sua azione e la sua vita in modo che esse continuassero l&#8217;ordine generale, rappresentassero, per così dire, un prolungamento o un ulteriore sviluppo di esso. Partendo dalla <em>pietas</em>, ossia, romanamente, dal riconoscimento e dalla venerazione delle forze divine, ci si pone come compito il presentire la direzione di queste forze divine nella storia in modo da potervi accordare opportunamente l&#8217;azione, tanto da renderla massimamente efficace e piena di significato. Da qui la parte importantissima che nel mondo romano, fin nel dominio della cosa pubblica e dell&#8217;arte militare, ebbero l&#8217;oracolo e l&#8217;auspicio. Fu ferma persuasione del Romano che le peggiori sciagure, comprese le disfatte militari, non fossero tanto dipese da errori, debolezze o deviazioni umane quanto dall&#8217;aver trascurato gli auspici, cioè riportando la cosa alla sua essenza, dell&#8217;aver agito disordinatamente e arbitrariamente, seguendo meri criteri umani, rompendo i contatti col mondo superiore (romanamente, ciò voleva dire aver agito senza <em>religio</em>, cioè senza collegamento), senza tener conto delle &#8220;direzioni di efficacia&#8221; e del &#8220;momento giusto&#8221; condizionanti un&#8217;azione &#8220;felice&#8221;. Si noti che la <em>fortuna </em>e la <em>felicitas </em>in Roma antica spesso appaiono soltanto come l&#8217;altra faccia di fatum, come la sua faccia propriamente positiva.. L&#8217;uomo, il capo o il popolo che usano la loro libertà per agire in aderenza con le forze divine delle cose, hanno successo, riescono, trionfano &#8211; e questo voleva dire, anticamente, essere &#8220;fortunato&#8221; ed essere &#8220;felice&#8221; (tale senso si è conservato in locuzioni, come &#8220;un&#8217;iniziativa felice&#8221;, una &#8220;mossa felice&#8221;, ecc.). Uno storico moderno, Franz Altheim, ha creduto di poter riconoscere in questo atteggiamento la causa effettiva della grandezza romana.</p>
<p style="text-align: justify;">Per chiarire ulteriormente i rapporti fra &#8220;fato&#8221; e azione umana ci si può riferire alla tecnica moderna. Esistono certe leggi delle cose e dei fenomeni, che possono essere conosciute o ignorate, di cui si può tenere o non tenere conto. Di fronte ad esse l&#8217;uomo, in fondo, resta libero. Egli può anche agire in modo contrario a quel che tali leggi consiglierebbero, tanto da vedere la sua azione fallire ovvero tanto da raggiungere lo scopo solo con un grande sperpero di energie e superando ogni specie di difficoltà. La tecnica moderna corrisponde all&#8217;opposta possibilità; si cerca di conoscere il meglio possibile le leggi delle cose per poterle sfruttare e far sì che esse indichino la linea della minore resistenza e della maggiore efficacia per la realizzazione di un dato fine.</p>
<p style="text-align: justify;">Non altrimenti stanno le cose su un piano in cui non si tratta più di leggi della materia ma di forze spirituali e &#8220;divine&#8221;. L&#8217;uomo antico riteneva cosa essenziale conoscere o, almeno, presentire tali forze, tanto da potersi formare un concetto delle condizioni propizie per una data azione e eventualmente di ciò che doveva fare o non doveva fare. Sfidare il fato, ad ergersi contro il fato, per lui non era cosa &#8220;prometeica&#8221; nel senso romantico esaltato dai moderni, ma semplicemente sciocca. Empietà (che vuol dire il contrario della <em>pietas</em>, ossia l&#8217;esser privo di <em>religio</em>, di &#8220;collegamento&#8221; e della comprensione rispettosa dell&#8217;ordine cosmico) per l&#8217;uomo antico era più o meno stupidità, infantilità, fatuità. Il paragone con la tecnica moderna è difettoso in un sol punto: pel fatto che le leggi della realtà storica non si presentavano come disanimatamente &#8220;oggettive&#8221;, affatto staccate dall&#8217;uomo e dalle sue finalità. Si potrebbe dire così: l&#8217;ordinamento oggettivo divino connesso al fato giunge fino ad un certo limite, oltre il quale esso cessa di essere determinante e diviene tendenziale (donde il noto detto dell&#8217;astrologia: <em>astra inclinant non determinant</em>). Qui prende inizio il mondo umano e storico in senso proprio. In via normale questo mondo dovrebbe continuare il precedente, la volontà umana dovrebbe, cioè, riprendere e portar oltre la volontà &#8220;divina&#8221;. Che ciò avvenga o no dipende essenzialmente dalla libertà: occorre che lo si voglia. Nel caso positivo quel che era tendenza si fa, attraverso l&#8217;azione umana, realtà. Il mondo umano si presenterà allora come una continuazione dell&#8217;ordine divino e la stessa storia andrà ad assumenre i tratti di una rivelazione e di una &#8220;storia sacra&#8221;; l&#8217;uomo non vale e non agisce più per se stesso bensì in una dignità divina e il tutto acquista, in un qualche modo, una dimensione superiore.</p>
<p style="text-align: justify;">Si vede, così, che si tratta di cosa ben diversa dal &#8220;fatalismo&#8221;. Come un&#8217;azione contro il &#8220;fato&#8221; è sciocca e irrazionale, così un&#8217;azione armonizzata col fato è non solo efficace ma anche trasfigurante. Chi non tiene conto del <em>fatum </em>è quasi sempre destinato ad essere passivamente trasportato dagli eventi; chi lo conosce lo assume e vi si innesta viene invece guidato verso un superiore compimento, ricco di un significato non soltanto individuale. Tale è il senso del detto antico secondo il quale i <em>fata</em> &#8220;<em>nolentem trahunt, volentem ducunt</em>&#8220;.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/gli-uomini-e-le-rovine/698" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-5180" style="margin: 10px;" title="gli-uomini-e-le-rovine" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/gli-uomini-e-le-rovine.jpeg" alt="" width="200" height="280" /></a> Nel mondo romano antico e nell&#8217;antica storia romana sono numerosi gli episodi, le situazioni e le istituzioni dove viene in luce, appunto, il sentimento di incontri &#8220;fatidici&#8221; fra mondo umano e mondo divino, di forze dall&#8217;alto che scorrono nella storia e si manifestano attraverso quelle umane. Per limitarci ad un solo esempio, si può ricordare che &#8220;il culmine del culto romano di Giove era sostituito da un atto in cui il dio si fa presente nella sua qualità di vincitore in un uomo, nel trionfatore. Non è che Giove sia solo causa della vittoria, ma egli stesso è il vincitore; il trionfo non si celebra in suo onore ma egli stesso è il trionfatore. Per questa ragione l&#8217;<em>imperator</em> riveste le insegne del dio&#8221; (KK. <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/karoly-kerenyi" target="_blank">Kerényi</a></span>, F. Altheim).</p>
<p style="text-align: justify;">Attuare &#8211; talvolta prudentemente, talaltra audacemente &#8211; nell&#8217;azione e nell&#8217;esistenza il divino, questo fu un principio direttivo che l&#8217;antica romanità applico allo stesso ordine politico. Così è stata giustamente messa in rilievo la misura nella quale Roma ignorò il mito nel senso astratto e soltanto superstorico prevalente in alcune altre civiltà; in Roma il mito si fa storia, così come, a sua volta, la storia assume un aspetto &#8220;fatale&#8221;, si fa mito.</p>
<p style="text-align: justify;">Da ciò procede una conseguenza importante. In questi casi, è una identità che, propriamente, si realizza. Non si tratta di una parola divina che può essere ascoltata o non ascoltata. Si tratta invece di un dispiegamento nel quale la volontà umana appare quella stessa delle forze superiori. Con il che si viene ad un concetto particolare, oggettivo, quasi diremmo trascendentale della libertà. Contrapponendomi al <em>fatum </em>posso bensì rivendicare per me un arbitrio, ma esso è sterile, è un puro &#8220;gesto&#8221; perché esso ben poco saprebbe incidere sulla trama della realtà. Quando, invece, ho fatto si che la mia volontà continui un ordinamento superiore, sia, cioè, l&#8217;organo per mezzo del quale questo ordinamento si realizza nella storia, ciò che io voglio in un simile stato di coincidenza o di sintonia è tale da tradursi eventualmente in un comando per forze oggettive che altrimenti non si sarebbero facilmente piegate o non avrebbero avuto riguardo per quel che gli uomini vogliono o sperano.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora, ci si può chiedere: come è che si è giunti alla nozione moderna del fato come una potenza oscura e cieca? Come tanti altri, un tale mutamento di significato è lungi dall&#8217;essere casuale, esso riflette un mutamento di livello interiore e si spiega, essenzialmente, con l&#8217;avvento dell&#8217;individualismo e dell&#8217;umanismo inteso in un senso generale, cioè con riferimento ad una civiltà e ad una visione del mondo basate unicamente su ciò che è umano e terrestre. È evidente che, una volta prodottasi questa scissione, al luogo di un ordinamento intelligibile del mondo doveva essere sentito il potere di qualcosa di oscuro e di estraneo. Il &#8220;fato&#8221; divenne allora il <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbolo</a> generale di tutte quelle forze più profonde in atto, sulle quali l&#8217;uomo, malgrado il suo dominio sul mondo fisico, può ben poco, perché non le comprende più e si è tagliato fuori di esse, ed anche di forze che, col suo stesso atteggiamento, ha liberato e ha rese sovrane in dati dominî dell&#8217;esistenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Questa è solo un&#8217;idea dell&#8217;importanza e dell&#8217;interesse che avrebbe una illuminata filologia perché, come si disse, le parole hanno una loro anima e una loro vita, tanto che anche a tale riguardo il rifarsi alle origini può spesso dischiudere prospettive insospettate. Il lavoro, poi, sarebbe ancor più fecondo ove non ci si limitasse a retrocedere dalle lingue &#8220;romaniche&#8221; all&#8217;antica lingua latina, ma la stessa lingua latina venisse riportata al più vasto, comune ceppo delle <a title="lingue indoeuropee" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/indoeuropei">lingue indoeuropee</a>, del quale essa, nei suoi elementi fondamentali, è stata una differenziazione.</p>
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		<title>I Veneti preromani nel contesto europeo</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Jan 2000 21:20:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Silvano Lorenzoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un'analisi archeologica e storica della popolazione dei Veneti]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/venetipreromani.html' addthis:title='I Veneti preromani nel contesto europeo '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/labrys.png" width="48" height="48" alt="" title="Indoeuropei" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storia-antica.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Storia antica" /><br/><p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=8886413610" target="_blank"><img style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/antichitestiveneti.bmp" border="0" alt="Manlio Cortelazzo, Vittorio Formentin, Carla Marcato, Antichi testi veneti" width="95" height="133" align="right" /></a> &#8216;Veneti&#8217; ce ne furono non solo nell&#8217;Adriatico settentrionale ma anche in Armorica (Bretagna), sulle Alpi (Lago di Costanza), alla foce della Vistola (Prussia occidentale), nel Lazio e anche in Asia Minore, ma gli unici sul conto dei quali si sappia qualcosa &#8211; per quanto poco &#8211; di storicamente fondato sono i veneti del Veneto. &#8211; Quanto alla presunta origine microasiatica dei veneti &#8211; essi sarebbero venuti dalla Paflagonia guidati da certo Antenore, troiano, dopo la caduta di Troia proprio come i romani sarebbero arrivati nel Lazio da Troia guidati da Enea, secondo l&#8217;<span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/eneide-2/7195" target="_blank">Eneide</a></span> di Virgilio &#8211; si tratta di un&#8217;invenzione lanciata inizialmente da Plinio, che a sua volta faceva riferimento a Catone, poi continuata da Livio in un clima di esaltazione politica della grandezza di Roma.</p>
<p style="text-align: justify;">Come dappertutto in Europa, e non solo, la genesi delle diverse nazioni e culture, quali grosso modo sono riconoscibili ancora adesso, risale alla dominazione del continente da parte di signori <a href="http://www.centrostudilaruna.it/indoeuropei.html">indoeuropei</a> che si imposero su popolazioni paleoeuropee non certo tutte uguali. Dal punto di vista culturale ed etnico il Veneto arcaico &#8211; fino, grosso modo, al secolo XI &#8211; apparteneva all&#8217;ecumene centroeuropeo, del quale la Padania viene a essere il meridione. Il tipo umano predominante era ed è quello alpino (cioé: il tipo alpino della razza bianca o europide), che non è quello mediterraneo e neppur quello nordico o quello balcanico. Esso assomiglia piuttosto a quello prevalente nel Baltico e, in generale, nell&#8217;Europa Nord-orientale, e anche le lingue pre-venete/pre-<a href="http://www.centrostudilaruna.it/indoeuropei.html">indoeuropee</a> parlate nel II millennio dovevano essere di tipo finnico-uralico. Incomincio perciò con dare un&#8217;idea di quali potessero essere le caratteristiche del Veneto pre-veneto. &#8211; Sia fatto l&#8217;appunto che fin dai tempi preistorici le genti alpine ebbero come caratteristica la laboriosità, la serietà nell&#8217;impegno preso e l&#8217;ingegno tecnico; e questo si riflette nei tempi moderni quando le zone trainanti dal punto di vista economico (economia reale, non virtuale all&#8217;americana) sono quelle dove c&#8217;è un forte elemento alpino: quindi la Padania, l&#8217;Austria, la Germania meridionale, la Francia centrale. Anche in Spagna, le zone più forti in questo senso, tipo la Catalogna, rivelano un&#8217;importante presenza genetica alpina. Viceversa, gli alpini, di massima, furono genti chiuse, poco aggressive e anche poco portate alla cultura astratta e alla creazione artistica brillante. Non a caso i razziologi dell&#8217;anteguerra tendevano a dimostrare una scarsa stima per le genti alpine &#8211; salvo vedersi costretti a contraddirsi spesso, obbligati dall&#8217;evidenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli abitanti pre-veneti della pianura veneta furono i cosiddetti euganei, sul conto dei quali non si sa praticamente niente, mentre le zone montagnose erano abitate dai reti, che si estendevano in tutto il Tirolo fino alla Baviera meridionale. Queste due popolazioni dovevano essere virtualmente identiche e si dice che con il sopraggiungere dgli <a href="http://www.centrostudilaruna.it/indoeuropei.html">indoeuropei</a> gli euganei siano fuggiti e si siano attestati sulle montagne assieme ai reti. È invece molto più probabile che la stragrande maggioranza degli euganei siano rimasti dov&#8217;erano e abbiano continuato la loro vita come vassalli dei veneti <a href="http://www.centrostudilaruna.it/indoeuropei.html">indoeuropei</a> dei quali, un poco alla volta, essi adottarono la lingua. I reti continuarono ad avere un&#8217;esistenza politicamente indipendente per molto tempo &#8211; fino al I secolo, e dal punto di vista culturale anche dopo. In riguardo, su di loro ci sono delle informazioni, che ci lasciano intravvedere come dovettero essere anche gli euganei.</p>
<p style="text-align: justify;">Già nei secoli XVIII &#8211; XI nel Veneto c&#8217;era un&#8217;importante industria del bronzo, che veniva importato grezzo dal Trentino e lavorato localmente in diversi luoghi. A quei tempi venivano già fatti i bronzetti votivi tipicamente veneti che si continuarono a fare anche dopo l&#8217;avvento degli <a href="http://www.centrostudilaruna.it/indoeuropei.html">indoeuropei</a> &#8211; non a caso, nel Veneto, gli <em>ex-voto </em>furono sempre di bronzo e non di ceramica come nel resto dello spazio geografico italico. L&#8217;industria del bronzo continuò a essere, anche in tempi romani, particolarmente importante nel Veneto: le cosiddette situle, vasi di bronzo ornati di scene quotidiane, di contro agli stili geometrici in vigore in quasi tutto il resto dell&#8217;Europa, incominciano a essere prodotte nel VI secolo e rappresentano una continuazione ed evoluzione di un artigianato del bronzo già in pieno rigoglio agli inizi del II millennio. Già in tempi preindoeuropei, è chiaro, c&#8217;era una florida attività artigianale e commerciale.</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=8830411329" target="_blank"><img style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/capuisiveneti.bmp" border="0" alt="Loredana Capuis, I veneti. Società e cultura di un popolo dell'Italia preromana" width="95" height="144" align="left" /></a> I reti, lo si è già detto, ci danno un&#8217;idea di come potesse essere il Veneto pre-indoeuropeo nel suo insieme. Dopo l&#8217;arrivo dei veneti, fra reti e veneti ci fu un nteressante intercambio culturale. I reti (e quindi probabilmente gli euganei) utilizzavano la tecnica architettonica di fabbricare case semiinterrate usando blocchi di pietra (se ne trovano resti in tutta l&#8217;Europa alpina), adottate anche dai veneti. In margine alle zone indoeuropeizzate, i reti &#8211; che erano veneti pre-veneti &#8211; continuarono ad avere una fiorente società ancora in tempi romani. Valpolicella, nel I secolo, era ancora un centro retico e centro retico era stata Verona prima della sua celtizzazione, come lo fu Trento. I reti, oltre a ottimi contadini e artigiani, costituivano società fortemente organizzate dove vivo era il senso della proprietà, della casa e della famiglia: qui si intravvedono molte delle qualità che distinguevano i veneti fino a tempi molto recenti. Già molto presto i reti avevano adottato l&#8217;alfabeto etrusco e rimangono alcune iscrizioni, di epoca romana. Si tratta di una lingua non <a href="http://www.centrostudilaruna.it/indoeuropei.html">indoeuropea</a>, non ancora decifrata (lo si è già detto, probabilmente di tipo uralico). È stato detto che essa presenta affinità con il ligure; ma l&#8217;unica affinità di cui si possa essere sicuri è che ambedue erano lingue non-indoeuropee (il ligure era una lingua mediterranea, di tipo, se vogliamo &#8216;etruscoide&#8217;). &#8211; Dal lato <a href="http://www.centrostudilaruna.it/religione.html">religioso</a>, i reti avevano l&#8217;abitudine di accendere grandi fuochi cultuali e i veneti <a href="http://www.centrostudilaruna.it/indoeuropei.html">indoeuropei</a> sembra abbiano mutuato queste abitudini. In Lessinia, zona di forte presenza retica, ancora circa un secolo fa si accendevano verso il Solstizio d&#8217;inverno dei grandi falò sulle cime dei monti, e i carboni che ne risultavano servivano a proteggere contro il fulmine. A questi fuochi erano anche legate pratiche divinatorie. Fra dicembre e gennaio si bruciavano sterpi per &#8216;aiutare&#8217; il Sole nel processo stagionale dell&#8217;allungamento delle ore di luce.</p>
<p style="text-align: justify;">Altra fenomenologia arcaica pre-indoeuropea è quella architetturale dei castellieri, grandi costruzioni di pietra a secco e di terra battuta in cima a certe colline, difese da fossati. Fino a tempi romani, in Istria e in Dalmazia, furono luoghi fortificati e di abitazione, ma ne esistevano anche in Tirolo, orientati secondo criteri astrologici, e nella pianura, fino al Garda e oltre (quindi identità, in tempi pre-indoeuropei, fra le genti della montagna e della pianura veneta). C&#8217;è chi ha voluto vedere nei castellieri un&#8217;influenza mediterranea &#8211; né la cosa è impossibile, visto che le genti mediterranee erano dei grandi costruttori in pietra, ma questo è ancora da dimostrarsi.</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=9788815127068" target="_blank"><img style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/Villar.jpg" border="0" alt="Francisco Villar, Gli Indoeuropei e le origini dell'Europa" width="140" height="201" align="left" /></a> Il Veneto <a href="http://www.centrostudilaruna.it/indoeuropei.html">indoeuropeo</a> esordisce con l&#8217;insediamento dei veneti nei secoli XI &#8211; X. Si trattava di <a href="http://www.centrostudilaruna.it/indoeuropei.html">indoeuropei</a> di ceppo italico, come testimonia la loro lingua, molto simile al latino e della quale incominciano a trovarsi documenti a partire dal secolo VI, scritti in alfabeto veneto, derivato dall&#8217;etrusco chiusino (di massima, come sempre e dappertutto, si tratta di iscrizioni funerarie). Dei veneti si è anche detto che fossero <a href="http://www.centrostudilaruna.it/celti.html">celti</a> o protocelti, ma si tratta di un fatto ambiguo, in quanto ancora alla fine del II millennio la distinzione fra <a href="http://www.centrostudilaruna.it/celti.html">celti</a> e italici non era del tutto chiara. Tratto <a href="http://www.centrostudilaruna.it/celti.html">celtico</a>, ma anche italico (si ricordi il particolare rapporto fra Numa Pompilio e la ninfa Egeria) è l&#8217;importanza <a href="http://www.centrostudilaruna.it/religione.html">religiosa</a> data alle fonti e agli spiriti acquatici, su di cui si riverrà anche più avanti, e che fu caratteristica anche dei veneti (il ricordo delle anguane, spiriti acquatici, era vivo nelle popolazione veneta ancora meno di un secolo fa). I templi veneti erano quasi sempre vicini a fonti o a corsi d&#8217;acqua; e libagioni d&#8217;acqua erano offerte ai loro dei.</p>
<p style="text-align: justify;">Come tutti gli <a href="http://www.centrostudilaruna.it/indoeuropei.html">indoeuropei</a>, anche i veneti costruivano in legno. Le genti mediterranee erano state grandi costruttori in pietra, quelle centroeuropee usavano, a quanto sembra, tecniche miste. Non a caso tutte le città venete &#8211; principalissime Padova ed Este, ma anche Vicenza, Montebelluna, Oderzo, Treviso, ecc. &#8211; furono città di legno delle quali sono rintracciabili soltanto le fondamenta.</p>
<p style="text-align: justify;">La vitalità e l&#8217;intraprendenza <a href="http://www.centrostudilaruna.it/indoeuropei.html">indoeuropea</a> portò a un fiorire culturale e commerciale che nel veneto antico era stato meno dinamico. L&#8217;alto Adriatico, crocevia fra l&#8217;Europa settentrionale e orientale e il mondo etrusco e greco e poi romano, divenne un centro artigianale e un crocevia commerciale di tutto rispetto. Attraverso il Veneto passava la via dell&#8217;ambra, proveniente dal Baltico, ma si commerciava anche in sale, vino, metalli grezzi e lavorati, ceramica (il Veneto, fin da llora, fu terra di grandi ceramisti) e in cavalli, i cavalli veneti essendo fra i migliori d&#8217;Europa &#8211; i veneti furono grandi allevatori di cavalli (tratto, questo, fortemente <a href="http://www.centrostudilaruna.it/indoeuropei.html">indoeuropeo</a>). Già nel secolo VII c&#8217;era una moneta veneta, l&#8217;<em>aes rude</em>, sostituita nel secolo III dalla dracma venetica di tipo massaliota e poi, nel I secolo, dalla monetazione romana.</p>
<p style="text-align: justify;">Per quel che riguarda il lato <a href="http://www.centrostudilaruna.it/religione.html">religioso</a>, le informazioni che abbiamo sono scarse. Come dappertutto in Europa &#8211; e anche in Asia &#8211; lo stabilirsi delle aristocrazie dominanti <a href="http://www.centrostudilaruna.it/indoeuropei.html">indoeuropee</a> portò a sincretismi <a href="http://www.centrostudilaruna.it/religione.html">religiosi</a> per cui la <a href="http://www.centrostudilaruna.it/religione.html">religione</a> uranica dei dominatori convisse e acquistò caratteristiche delle <a href="http://www.centrostudilaruna.it/religione.html">religioni</a> dei paleoeuropei sottomessi. Se per il mondo greco molti studi sono stati fatti e, entro ragionevoli limiti, si è riusciti a districare fra ciò che c&#8217;era di ellenico e di pre-ellenico nella <a href="http://www.centrostudilaruna.it/religione.html">religione greca</a>, nel resto dell&#8217;Europa le cose si presentano molto meno chiare; e quale fosse la <a href="http://www.centrostudilaruna.it/religione.html">religiosità</a> delle popolazioni pre-<a href="http://www.centrostudilaruna.it/indoeuropei.html">indoeuropee</a> non-mediterranee è quasi sconosciuto. Aggiungiamo che, specificamente nel Veneto, i luoghi di culto dovevano essere solo eccezionalmente dei templi veri e propri, e generalmente recinti sacri posti nella prossimità delle fonti &#8211; comunque, si trattava sempre di strutture in legno delle quali adesso sono riconoscibili soltanto i tracciati. La prossimità delle fonti, se ne è già parlato, potrebbe essere un carattere <a href="http://www.centrostudilaruna.it/indoeuropei.html">indoeuropeo</a>, di tipo italo-<a href="http://www.centrostudilaruna.it/celti.html">celtico</a>.</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/1884964982/centrostudilarun" target="_blank"><img style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/1884964982.bmp" border="0" alt="Encyclopedia of Indo-European Culture" hspace="3" vspace="3" width="109" height="140" align="right" /></a> Non c&#8217;è dubbio che i veneti dovevano avere una struttura <a href="http://www.centrostudilaruna.it/religione.html">religiosa</a> non dissimile da quella paleoromana, improntata dalla <a href="http://www.centrostudilaruna.it/indoeuropei.html">tripartizione indoeuropea</a> (Juppiter, Mars, Quirinus). Ma notizie in riguardo non ne rimangono. I lasciti archeologici puntano invece, con ogni probabilità, essenzialmente alla <a href="http://www.centrostudilaruna.it/religione.html">religione</a> popolare del substrato pre-<a href="http://www.centrostudilaruna.it/indoeuropei.html">indoeuropeo</a> della popolazione (come, del resto, è il caso anche in tutta l&#8217;area italica, dove però la fabbricazione di templi e di aree cultuali in pietra, per non parlare di una abbondante documentazione scritta, permise agli studiosi contemporanei di farsi un&#8217;idea migliore di quali relazioni intercorressero fra fra le diverse stratificazioni <a href="http://www.centrostudilaruna.it/religione.html">religiose</a>).</p>
<p style="text-align: justify;">Prettamente <a href="http://www.centrostudilaruna.it/indoeuropei.html">indoeuropeo</a> &#8211; anzi, identico a certe pratiche comuni in Lituania fino alla fine del <a href="http://www.centrostudilaruna.it/medioevo.html">Medioevo</a> &#8211; è il sacrificio del cavallo, che poi veniva sepolto sotto tumuli artificiali di terra &#8211; diversi scheletri di cavalli sono stati trovati sotto tumuli del genere in terra veneta. Tendenzialmente <a href="http://www.centrostudilaruna.it/indoeuropei.html">indoeuropeo</a> potrebbe essere il fatto che le tombe trovate sono prevalentemente a cremazione e poche quelle a inumazione, probabilmente di servi. Anche se sia <a href="http://www.centrostudilaruna.it/indoeuropei.html">indoeuropei</a> che paleoeuropei usavano l&#8217;una e l&#8217;altra pratica funeraria, la prevalenza della cremazione potrebbe indicare una predominanza <a href="http://www.centrostudilaruna.it/indoeuropei.html">indoeuropea</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Per il resto, quanto ci è dato di sapere sulle pratiche cultuali nel Veneto pre-romano suggerisce che si tratti in massima parte, come già detto, di sopravvivenze pre-indoeuropee &#8211; &#8216;euganee&#8217; &#8211; e magari anche di influenze mediterranee o di sincretismi a esse legati. La dea più conosciuta del culto veneto preromano era Reitia (radice veneta <em>rekt </em>= tedesco <em>richten </em>= raddrizzare), anticamente Pora, dea del guado o del passaggio, verosimilmente verso le regioni dell&#8217;Oltretomba (tratto essenzialmente pre-indoeuropeo). I suoi principali santuari furono a Este e a Vicenza, dove essa aveva l&#8217;attributo di sanante e facilitava le guarigioni e i parti. Nei siti dei suoi luoghi di culto sono stati trovati un numero grandissimo di <em>ex-voto</em>, dalle cui iscrizioni si può dedurre che devote a Reitia erano soprattutto le donne. L&#8217;aspetto <a href="http://www.centrostudilaruna.it/religione.html">religioso</a> di Reitia sembra coincidere, sia per quel che riguarda la sua attività che per il tipo di culto che le si rendeva, con quello di Esculapio, anch&#8217;esso un dio vicino agli umani e verosimilmente di origine pre-indoeuropea. Ad Abano si venerava un non meglio identificato Apono e a Lagole (in Cadore), la tricefala Trumusiate (o Icate), forse affine all&#8217;infernale Ecate pre-ellenica: qui, forse, ha da vedersi un influsso mediterraneo. Stranamente, in tempi romani, Trumusiate divenne Apollo.</p>
<p style="text-align: justify;">Storicamente, i veneti gravitarono sempre nell&#8217;orbita di Roma, che era un alleato naturale per affrontare gli attacchi dei galli della Padania occidentale e meridionale e contro i quali sia i veneti che i romani si dovettero difendere per secoli. Né si escludono affinità naturali di tipo culturale e linguistico, per cui i veneti, anch&#8217;essi italici, si sentivano più vicini ai romani che ai <a href="http://www.centrostudilaruna.it/celti.html">celti</a>. Nel I secolo il Veneto passò, in modo più o meno indolore, a formare parte dell&#8217;Impero Romano. Buona parte dei caduti nella battaglia della foresta di Teutoburgo furono veneti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>* * *</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Bibliografia essenziale: Giulia Fogolari, <em>I veneti</em>, in AA.VV., <em>Antiche genti d&#8217;Italia</em>, De Luca, Roma, 1994; Giorgio Chelidonio, <em>Le feste e le tradizioni del fuoco in Lessinia</em>, edizione della Comunità montana della Lessinia, Verona, 1999; Giulio Romano, <em>Archeoastronomia italiana</em>, CLEUP, Padova, 1992; Raffaele Mambella e Lucia Sanesi Mastrocinque, <em>Le Venezie, itinerari archeologici</em>, Newton Compton, Roma, 1988; Roberto Guerra, <em>Antiche popolazioni dell&#8217;Italia preromana</em>, Aries, Padova, 1999; Jean Haudry, <em>Gli indoeuropei</em>, Ar, Padova, 2001; Hans F. K. Günther, <em>Tipologia razziale dell&#8217;Europa</em>, Ghenos, Ferrara, 2003; Marija Gimbutas, <em>Die Balten</em>, Herbig, München, 1982.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/venetipreromani.html' addthis:title='I Veneti preromani nel contesto europeo ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Tipologia razziale dell&#8217;Europa</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Jan 2000 11:20:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Silvio Waldner</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il presente scritto costituisce la Nota introduttiva a Tipologia razziale dell’Europa di Hans Friedrich Karl Günther, pubblicato dalle Edizioni Ghénos di Ferrara]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/waldnernotaintroduttiva.html' addthis:title='Tipologia razziale dell&#8217;Europa '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storiacontemporanea48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Storia contemporanea" /><br/><p style="text-align: justify;">Nota: il presente scritto costituisce la Nota introduttiva a <em>Tipologia razziale dell’Europa</em> di <a href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/hans-f.-k.-guenther/">Hans Friedrich Karl Günther</a>, pubblicato dalle Edizioni Ghénos di Ferrara (2003, 224 pagine, 320 illustrazioni, 20 cartine. Costo 20 Euro). Prima edizione a cura del gruppo di studi Ghénos.Traduzione della seconda edizione tedesca (<em>Rassenkunde Europas</em>, von Dr. <a href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/hans-f.-k.-guenther/">Hans F. K. Günther</a>,J. F. Lehemanns Verlag, München, 1926) ad opera di <a href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/silvio-waldner/">Silvio Waldner</a>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>* * *</strong></p>
<div class="wp-caption alignleft" style="width: 216px"><img class=" " style="border: 0pt none; " title="Hans Friedrich Karl Günther, Tipologia razziale dell’Europa" src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/Tipologia.bmp" alt="Hans Friedrich Karl Günther, Tipologia razziale dell’Europa" width="206" height="301" align="left" /><p class="wp-caption-text">Hans Friedrich Karl Günther, Tipologia razziale dell’Europa</p></div>
<p style="text-align: justify;">Sull’utilità della prima parte del presente libro (capp. 1-6), quella più sistematica, data la totale esclusione delle nozioni razziali dall’ambito divulgativo (relegate in un iperspecialismo che quasi si vergogna di trovarsi di fronte al dato razziale, e che per ‘rimediare’ aggioga la ricerca al ‘dogma’ egualitarista), è già stato fatto cenno da parte dell’editore, Invece, vale la pena qui di soffermarsi un po’ di più sulla seconda parte del testo di Günther (capp. 7-12). Essa tratta piuttosto argomenti storici e temi di attualità (quali essi potevano essere negli anni Venti). In particolare, al Cap. 8, l’autore fa una sintesi di quegli sviluppi storico-razziologici che portarono alla decadenza dell’Ellade e di Roma, argomenti che poi egli avrebbe sviluppato in grande dettaglio in due sue opere specifiche mai tradotte in alcuna lingua diversa dal tedesco (eccettuati alcuni stralci in inglese) (1). Indipendentemente dalla fissazione del Günther sull’idea nordica (che aveva certamente i suoi pregi ma che fu portata all’estremo), la lettura di questa seconda parte ha una sua notevole utilità, in quanto vengono prospettate tematiche sociali che, incipienti all’inizio del secolo XX, sono adesso di tragica attualità.</p>
<p style="text-align: justify;">Quanto alla fissazione sull’idea che l’unica ‘razza portante’ della civiltà europea fosse stata e sia ancora quella nordica, è basata soprattutto su constatazioni storiche; e ‘l’idea nordica’, probabilmente valida ancora diversi secoli addietro, non è detto che continui ad esserlo adesso. Ogni cosa sembra indicare che la ‘razza’ nordica (in termini razziologici più esatti, la sottorazza nordica della razza europide) abbia subito un collasso interno dal punto di vista dell’evoliana ‘razza dello spirito’, con conseguente affievolimento della capacità di retto giudizio. Ne resterebbe, al massimo, una maggiore intraprendenza e, forse, serietà di propositi (ma probabilmente non una maggior intelligenza, laboriosità o inventiva) rispetto alle altre sottorazze europidi – qualità messe a profitto spesso e volentieri da elementi di torbida origine per scopi che con ‘l’idea nordica’ poco avevano a che vedere. Già <a href="http://www.centrostudilaruna.it/evola.html">Julius Evola</a> aveva osservato che la facilità con cui le popolazioni a prevalenza nordica accettarono, quasi tutte, il Cristianesimo prima e il protestantesimo dopo (e l’americanizzazione in tempi recenti), non deponeva in loro favore: contro il veleno psichico biblista, la ‘razza nordica’ dimostrò di avere ben pochi anticorpi.</p>
<p style="text-align: justify;">Il Günther, poi, dimostra anche lui un&#8217;ottusa anglofilia, che si estende anche all’America del Nord – cosa non del tutto atipica della Germania della svolta dei secolo XIX e XX e anche dopo &#8211; la quale, per i Tedeschi, fu ancora più esiziale della loro slavofobia, anch’essa spesso ottusa ma che, se non altro, aveva dei precisi radicamenti storici. I ‘fratelli di razza’ anglofobi sono stati la rovina della Germania (e della razza europoide). In riguardo, valgono, fra l’altro, due osservazioni: (a) la ‘nordicità’ inglese (quale che possa essere l’importanza di questo fatto) fu sempre sopravvalutata: la popolazione dell’isola inglese è ed è sempre stata fondamentalmente di ceppo occidentale/mediterraneo; con buona pace del Günther, che va incontro agli anglofobi che hanno orrore di essere confusi con i centro o sud – europei, classificare l’inglese come lingua germanica è, scientificamente, un grossolano errore. L’inglese non è una lingua germanica – e tanto meno una lingua neolatina, nonostante il suo lessico neolatino al 70% &#8211; ma un liquame fonetico, grafologico, lessicale, grammaticale e sintattico che ha molto del ‘papiamento’ (3) e che, quale idioma profondamente degenerato, è stato classificato come strutturalmente affine alle lingue bantù (4).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>* * *</strong></p>
<p style="text-align: justify;">(1)   <em>Lebensgeschichte des hellenischen Volkes </em>(Storia biologica del popolo ellenico) e <em>Lebensgeschichte des römischen Volkes </em>(Storia biologica del popolo romano) pubblicati ambedue da Franz Freiherrn Karg von Bebenburg, Verlag Hohe Warte, Pähl, 1965 e 1966 rispettivamente. (<a rel="nofollow" href="http://www.hohewarte.de/">Verlag Hohe Warte</a>, Tutzinger Str. 46 D-82396 Pähl. Tel: +498808267. Fax: +498808921994)</p>
<p style="text-align: justify;">(2)   Julius Evola, <em>Rivolta contro il mondo moderno, </em>Mediterranee, Roma, 1969(3).</p>
<p style="text-align: justify;">(3) Il papiamento è quell’intruglio di spagnolo, olandese, portoghese e inglese che è adesso lingua ufficiale nelle ex-Antille Olandesi (Curacao, Aruba, Bonarie).</p>
<p style="text-align: justify;">(4)   Dal linguista francese Claude Hagège, <em>Storia e destini delle lingue d’Europa</em>, La nuova Italia, Scandicci, 1995. Da notarsi (!) che l’Hagège è tutt’altro che un anglofobo o un americanofobo.</p>
<div class="wp-caption alignright" style="width: 210px"><img style="margin: 10px;" title="Hans Friedrich Karl Günther" src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/Guenther.bmp" alt="" width="200" height="273" align="right" /><p class="wp-caption-text">Hans Friedrich Karl Günther</p></div>
<p style="text-align: justify;"><em><strong> Nel dopoguerra, nella più grande operazione di censura e distruzione culturale della storia, anche tutte le opere di <a href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/hans-f.-k.-guenther/">Hans Friedrich Karl Günther</a> furono messe all’indice. Il 13 maggio 1946 la Commissione Interalleata di Controllo emanò una legge “sull’estirpazione della letteratura a carattere nazionalsocialista o militarista”. Contemporaneamente si creò nella zona di occupazione sovietica un organismo specializzato (</strong></em><strong>“Schriften-Prüfstelle bei der Deutschen Bücherei”<em>) che intraprese subito la redazione di una nuova lista di libri proibiti (</em>Liste der auszusondernden Literatur<em>). La lista iniziale di 526 pagine comprende 13.223 libri e 1502 giornali proibiti dal 1 aprile 1946. A completamento di questa prima escono altri tre volumi rispettivamente il 1 gennaio 1947 (179 pagine, 4.739 libri e 98 giornali), il 1 settembre 1948 (366 pagine, 9.906 libri e giornali) e il 1 aprile 1952 (circa 700 libri e giornali). In totale furono proibiti poco più di 36.000 libri e periodici editi prima del 1945. Queste liste di proscrizione sono consultabili in quanto ristampate nel 1983 dall’editore antiquario Uwe Berg (<a rel="nofollow" href="http://vho.org/censor/tA.html">Uwe Berg Verlag und Antiquariat</a>, Tangendorferstr. 6, D – 21442 Toppenstedt, Tel. 04173 6625, Fax 04173 6225).<br />
Un’interessante selezione delle opere di <a href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/hans-f.-k.-guenther/">Hans Friedrich Karl Günther</a> è stata messa in rete ed è consultabile al sito http://www.white-history.com/earlson/gunther.htm </em></strong></p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/waldnernotaintroduttiva.html' addthis:title='Tipologia razziale dell&#8217;Europa ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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