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	<title>Centro Studi La Runa &#187; Liguri</title>
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	<description>Archivio di storia, tradizione, letteratura, filosofia</description>
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		<title>I problemi della razza e la tradizione di Roma</title>
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		<pubDate>Mon, 11 Jul 2011 09:18:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Massimo Scaligero</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Uno scritto di Massimo Scaligero pubblicato in sei puntate sul "Resto del Carlino" nel 1938.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/i-problemi-della-razza-e-la-tradizione-di-roma.html' addthis:title='I problemi della razza e la tradizione di Roma '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/teiwaz.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Teiwaz" /><br/><p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-medium wp-image-7847" style="margin: 10px;" title="fascio-vetulonia" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/fascio-vetulonia-268x300.jpg" alt="" width="268" height="300" />Una definita sistemazione ideologica hanno avuto in questi giorni i rapporti che uniscono politica e formazione etico-fisica della razza. Significativo peraltro è che nel “Foglio di Disposizioni” n° 1117, il Segretario del Partito abbia richiamato l’attenzione dei Segretari Federali sulle conclusioni alle quali è pervenuto un gruppo di studiosi fascisti docenti nelle Università italiane, circa la posizione del Fascismo nei confronti dei problemi della razza.</p>
<p style="text-align: justify;">Queste lineari conclusioni che la stampa italiana ha pubblicato ed efficacemente commentate, pur rivestendo forma ideologica, non presentano carattere teorico, in quanto sono innanzitutto risultato di constatazioni di uno stato di fatto e si riferiscono con significato univoco e tale da non poter dar luogo a controversie dialettiche, all’indirizzo dominante di una serie di eventi compiutisi lungo la direttrice rivoluzionaria.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo aspetto pragmatico del problema chiarisce come la posizione razzista italiana non presuppone un “mito” inteso quale suggestione collettiva di un’idea d’origine non razionale, ma si ricavi dal contenuto stesso dell’azione politica propria del Regime fascista, ricevendo perciò dal “fatto compiuto” la sua più viva suggestione.</p>
<p style="text-align: justify;">A intendere subito il senso del nostro razzismo, basta considerare che se la forza della realtà rivoluzionaria tende ad un tipo differenziato ed unitario di verità di morale e di spiritualità, essa è tale che ritrova le sue radici profonde nelle forze più segrete e più pure della nostra costituzione psico-fisica. In questo senso, aver posto di contro alle creazioni materialistiche e amorfe delle società democratiche, l’ideale di una virtù e di una interna nobiltà, che non si improvvisano, ma che occorre saper risvegliare, risuscitando innanzi tutto l’essenza stessa di una stirpe destinata a vincere il tempo: ciò in effetto è stato sino ad oggi, nel regime littorio, razzismo in senso reale e superiore.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>La razza “nordica”</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Tuttavia, ai fini di una piena comprensione di questo nostro realistico indirizzo, è bene rilevare che se nell’azione immediata il problema della razza deve essere riguardato sotto l’aspetto puramente etnico ed antropologico, per quel che riguarda la interpretazione e la direzione di tale atteggiamento, occorre tener conto di diversi aspetti spirituali, etici, culturali e tradizionali. Il razzismo in senso generico, infatti, comporta come idea centrale la stretta collaborazione tra sangue e spirito, tra razza e cultura. Per questo sin dall’inizio tale problema ha coinciso con quello della origine, della evoluzione e della decadenza delle civiltà, mentre la tendenza a riferirsi a dati riguardanti una razza “pura”, ha ispirato e conformato nuove ipotesi, nuove indagini e nuove conclusioni attorno ai periodi preistorici.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora, è chiaro che il razzismo non può essere una costruzione ideologica: o esso è realizzazione, o non è: come fatto culturale, può riguardare qualsiasi Nazione e può appartenere a qualsiasi tempo, ma, come attuazione, esso non può essere che il corpo di una grande idea che a sua volta sia espressione di una Tradizione superiore. Ciò posto, ci chiediamo: noi abbiamo o no una Tradizione? Roma, la latinità, la stirpe mediterranea parlano a noi attraverso una Tradizione? Mai, come nell’era mussoliniana, noi abbiamo posseduto una più viva certezza a questo riguardo. Richiamandoci dunque alla funzione costruttiva di questa perenne razza romana, mediterranea, se possiamo affermare che oggi essa riaffiora alla luce degli eventi storici, di qua da una segreta vita che difficilmente può essere identificata da un punto di vista semplicemente “culturale”, possiamo tranquillamente parlare di un’azione della razza e di un razzismo nostro, italiano, mediterraneo. Si è detto dunque che esiste una razza italiana ben definita per caratteri psichici e somatici, pura figlia dell’antica razza romana, latina, dominatrice dell’Occidente. Perché dunque l’orientamento della nostra concezione razzista sarebbe altresì “nordico” e “ariano”?</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/esoterismo-e-fascismo/763" target="_blank"><img class="alignleft size-medium wp-image-7846" style="margin: 10px;" title="esoterismo-e-fascismo" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/esoterismo-e-fascismo1-196x300.jpg" alt="" width="196" height="300" /></a>Qui occorre rifarsi alle conclusioni ultime della paletnografia e della paleogeografia cui sono giunti moderni studiosi che, nel compimento delle loro indagini, hanno tenuto presente il fattore razza in senso storico e biologico. Alla luce di tali studi, ci appaiono alle origini due razze primordiali di tipo diverso, la “negride” e la “finnico-asiatica”, l’una estendentesi dall’America del Sud all’Africa centrale o meridionale sino all’Australia, l’altra dall’Europa all’Asia settentrionale e all’America del Nord: queste, per via di incroci diversi, avrebbero dato luogo tra l’altro a una terza razza di tipo superiore: la razza “nordica” primordiale la cui sede originale sarebbe stata la regione artica.</p>
<p style="text-align: justify;">La geologia interviene a dimostrarci come la Groenlandia a quei tempi si estendesse sino a collegare il continente americano con l’Europa: vasti giacimenti di carbon fossile sono stati infatti ritrovati sotto ai ghiacci dei resti di questa preistorica regione. Tali vestigia fossili sono state identificate come specie di una remota vegetazione tropicale: il gelo in tale continente si sarebbe manifestato a causa dello spostamento dell’asse terrestre che alcuni seri geologi oggi ammettono, dando altresì una giustificazione scientifica ad antichi e diversi miti e tradizioni, rifacentesi tutti ad un unico motivo: immense terre sommerse dai ghiacci e tragici diluvi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>I “nordico-atlantici”</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">I precisi ricordi mitizzati di un tremendo gelo d’inverno che pervase l’antica “meridionale” regione artica, costringendo la razza nordica primordiale ad emigrare, si ritrovano nelle tradizioni degli antichi Irani, dei <a title="Celti" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/celti/">Celti</a> e dei Germani. L’unica via di scampo fu dunque il “nuovo” Mezzodì, ossia l’Antartico. In concordanza con ciò, accettata e scientificamente riprospettata l’ipotesi dell’esistenza dell’Atlantide, si dimostra che verso questo continente si sarebbe spostato il centro della civiltà e della razza nordica per irradiarsi in un secondo tempo ad Oriente, ossia verso le coste europee, e ad Occidente, verso le coste americane.</p>
<p style="text-align: justify;">A questo punto, dove l’etnografia ritrova una interruzione di molti secoli, il linguaggio dei <a title="simboli" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">simboli</a> con le sue corrispondenze e le variazioni secondo il mito, gli alfabeti, la ideografia arcaica e le sopravvivenze di costumi e di riti, aiuta a individuare l’itinerario percorso dalle razze nordica e “nordico-atlantica” attraverso il mondo, in diverse emigrazioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Un motivo generalmente accettato anche da studiosi non mossi nella indagine da un’intenzione razzista, è quello riguardante la superiorità psico-fisica di tale razza che poi, mescolandosi con elementi aborigeni in Europa in Asia dà luogo all’<em>Homo Europaeus</em>, all’Ario, all’<a title="indoeuropeo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/indoeuropei/">Indoeuropeo</a>, ossia alle razze per eccellenza costruttrici di civiltà. Quel che si è potuto ricostruire della loro <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione/">religione</a> riporta principalmente al culto solare: la luce del sole appariva come una manifestazione divina, continuamente portatrice di una nuova vita e l’anno rappresentava il ciclo dello svolgersi di questo ritmico rinascere, attraverso una serie di simboli chiamati dal Wirth “serie sacra”, corrispondenti ai segni dello Zodiaco. Così, a partire dalla loro storia, il carattere solare distinguerà culture e razze ariane, mentre, in senso simbolico, il termine “solare” si applicherà a ciò che anche manifestamente sarà regale, olimpico, costruttivo.</p>
<p style="text-align: justify;">I paletnologi concordano nel riconoscere che a una certa epoca &#8211; tra i diecimila e i seimila anni a.C. &#8211; presso le popolazioni dell’Europa, dell’Asia, dell’Africa e dell’America comparvero conquistatori stranieri, navigatori, superiori come civiltà e come razza, maestri nel bronzo e professanti il culto del sole. Questa <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione/">religione</a> “solare” di cui gli Spagnoli ritrovarono templi e sacerdoti, allorché sbarcarono nel Messico e nel Perù, si riscontra non soltanto nella Caldea e nell’Egitto antichi, ma altresì in Europa, nella medesima età del bronzo. Carri e barche “solari” di oro e di bronzo, sono stati rinvenuti sia nella Scandinavia che nello Jutland, in Inghilterra, in Islanda e nelle isole dell’Egeo: così come nell’Iran e nell’India si sono ritrovati emblemi del sole, dischi e croci uncinate.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma anche l’antichissima razza italica, quella dei Liguri, presenta caratteristiche del genere, oltre a quelle di potenza nelle armi e di dominio marittimo, onde essi furono grandemente temuti dai <a title="Celti" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/celti/">Celti</a> contro cui costituirono nel settentrione d’Italia una barriera insormontabile.</p>
<p style="text-align: justify;">Il più forte argomento che ci sia fornito in favore dell’arianesimo dei Liguri, si ritrae altresì dalla vicenda mitica: essi professarono il culto del sole al quale associarono quello del Cigno. Questo armonioso mito del Cigno Solare è di natura indoeuropea: il Cigno oltre che rappresentare l’emblema del Sole nei <em>Veda</em>, è altresì l’attributo dell’Apollo Iperboreo, di quell’Apollo che, attraverso lo spirito di Orfeo, arrestò poi il passo alla tenebrosa Afrodite asiatica-meridionale, minacciosa per l’unità romana dell’Occidente. Il Cigno Solare dei Liguri simboleggia, con avvincente potenza, la giovinezza e la virilità: è la luce solare che si mescola con la ritualità dello spirito e riaffiora nelle tradizioni mediterranee come una imperitura primavera, preannunciando la nascita della stirpe romana.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Gli Ariani</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">A questo punto, comincia a delinearsi il senso del termine “ario”, o “ariano”. Esso è di origine indo-persiana: in sanscrito designa gli “aristocrati” e fa parte degli attributi che distinguono le diverse caste; il che induce a credere che il sistema indù delle caste non fosse che il risultato di una differenziazione di razze di diverso colore: i bianchi e i divini <em>arya</em>, conquistatori e dominatori, di contro alla casta dei servi, o <em>çudra</em>, gli aborigeni sottomessi; un razzismo, come si vede, in senso assoluto. Lo stesso termine “ario” o “ariano” si ritrova anche nella tradizione iranica: il re Dario si definisce “ario”, di razza aria, e chiama il suo Dio “il Dio degli Ari”: così Erodoto riferisce che i Medi prima si chiamavano Ari, e tante altre testimonianze analoghe convergono sullo stesso significato di nobile, superiore, da attribuire alla parola “ario”.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/gli-indoeuropei-e-le-origini-delleuropa/4173" target="_blank"><img class="alignright size-medium wp-image-7849" style="margin: 10px;" title="gli-indoeuropei" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/gli-indoeuropei1-188x300.jpg" alt="" width="188" height="300" /></a>Il fatto è che tra le diverse migrazioni della razza nordico-atlantica, la più significativa e la più comunemente accettata è quella che si compì verso l’Oriente e precisamente verso l’India. Colà i Nordici trovarono il paese occupato dagli aborigeni, uomini dalla pelle scura e di cultura inferiore, e grazie alla loro superiorità psico-fisica li sopraffecero. Ecco dunque chi sono gli indo-ariani. Per quel che concerne la identità degli Ariani, la cultura tedesca, attraverso formidabili costruzioni eruditiche, trova modo di mostrare come gli eredi europei dei nordici primordiali, ossia gli ariani europei, siano gli antichi germanici, che per ciò vengono anche chiamati indo-germanici. È questo uno dei periodi storicamente più oscuri, riguardo a cui gli stessi elementi culturali e tradizionali possono portare a conclusioni diverse: Onde è più logico rimettersi al linguaggio degli eventi che da quell’epoca si andarono compiendo e che permangono come grandi <a title="simboli" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">simboli</a> eloquenti di una storia decisiva per l’Occidente e per il mondo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>L’arcaico mediterraneo</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Riguardo al misterioso periodo della nascita di Roma, se è chiaro che un ceppo nordico-ario, con la componente etrusca, dà luogo al sorgere di una civiltà nuova, si può parlare, sì, di una razza nordico-ariana, ma più precisamente di una razza che è, allo stato di attualità, romana, latina, mediterranea, ossia tale che renderà poi romano il Nord, tramutando il termine “romano” in sinonimo di nobile, di superiore, di divino.</p>
<p style="text-align: justify;">Qui, un’autorevole personalità della cultura tedesca, J.J. Bachofen, chiarisce efficacemente la situazione, assumendo un atteggiamento di obiettività riguardo alla civiltà, alla razza e alla cultura di Roma, che raramente s’incontrano in altri studiosi &#8211; a parte un certo aspetto di eccessività nei termini della sua visione di cultura.</p>
<p style="text-align: justify;">Come vedremo, la interpretazione di Bachofen mostra i segni di una intuizione che è giunta effettivamente a ricostruire la realtà spirituale e civile di quel periodo arcaico. Troveremo infatti che essa coincide con quanto si è accennato riguardo agli antichi Liguri. È importante a tal proposito riportare una delle fondamentali affermazioni di quello storico Filisteo a cui si attribuisce la paternità della teoria “panligure” onde gli antichi Siculi vengono compresi nella grande famiglia ligure e viene ampliata così la visione di quell’Antioco di Siracusa che, rifacendosi a Tucidide e ad Ellenico, afferma esistere un legame tra i Siculi e i Latini primitivi. Allorché Filisteo afferma che i pretesi Siculi d’Italia non erano in fondo che i Liguri, dà serio motivo per pensare che i popoli primitivi del Lazio, all’epoca neolitica e al principio dell’età del bronzo avessero effettivamente partecipato a quella superiore civilizzazione nordico-atlantica di carattere affermativo ed omogeneo che si sviluppava allora attraverso una gran parte dell’Europa, dall’Atlantico al Mediterraneo. In questo bacino, dunque, si sarebbe realizzata, dopo forti contrasti e rinnovamenti, l’ampia armonia di due mondi, di due civiltà diverse.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>L’avo della stirpe di Romolo</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">A questo punto la interpretazione del Bachofen rischiara di vivida luce, di tra le figurazioni dei miti e le magiche risonanze della poesia epica, la lotta tra due forme di cultura, attraverso cui si prepara a l’avvento della razza di Romolo. Sempre in funzione di una visione non scolastica, ma tendente a restituire alla storia il suo valore supertemporale, per l’identificazione di ciò che, di là dai fatti, è l’anima segreta di essi, egli mostra come il più remoto regime mediterraneo fosse conformato a una visione non virile del mondo, per cui all’origine di ogni creazione veniva concepito un principio femminile, una Dea che esprimesse il più alto valore spirituale, e rispetto al quale il principio maschile si manifestasse come qualcosa di secondario e di contingente, soggetto a nascita e a morte, di fronte all’eternità e alla immutevolezza della immane matrice da cui erompe la vita. Nella <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione/">religione</a> naturalistica di Demetra-Persefone, nelle impersonificazioni delle dominanti dee orientali della natura, Iside, Tanit, Cibale, Astarte, Melitto, e in Core, primo essere femminile che sorge dall’<em>apeiron</em> (infinito, senza forma) e che genera essa stessa il suo sposo, ed in ogni altra remota figurazione mitica in cui l’elemento mutevole della generazione ha predominio su tutti gli aspetti, e il <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">simbolo</a> “notte” su quello del “giorno”, e la luna sul sole, come anche nella precedenza del segno lunare in alcuni <a title="simbolismi" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">simbolismi</a> arcaici, cui talvolta si lega la registrazione lunare anziché solare, del tempo: in tutto ciò sono da riconoscere le espressioni di un tema centrale, che, peraltro, si sarebbe manifestato, nel piano della realtà, in costituzioni politiche di carattere patriarcale.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma questo dominante regime della donna regale e sacerdotale, sul limitare dei tempi storici, dà segni di una profonda crisi che determina la lotta tra due <a title="religioni" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione/">religioni</a>, tra due razze, tra due sistemi di valori, tra due modi di rappresentarsi la vita, tra forze umane e divine ad un tempo. È la essenziale forza dell’essere maschio che reagisce come nel risveglio da un letargo senza tempo; è il futuro uomo mediterraneo, l’antico avo della stirpe romulea che si risveglia a nuova lotta, con vigorosa ripresa dalle profonde radici della vita. Così egli suscita l’ideale della cultura che ispira la Grecia dei tempi storici: l’uomo che emerge come costruttore della sua personalità e del suo mondo, costituisce il valore tipo.</p>
<p style="text-align: justify;">Nell’urto della lotta si rischiarano figure di individui eroici che assurgono al piano semidivino, permanendo di là dal circoscritto mondo temporale, come entità simboliche, tipici rappresentanti di una nuova razza superiore, maestose pietre di paragone per una novella vita classicamente compiuta in ogni espressione di nobiltà, di disinteresse, di fermezza e di volontà di potenza. La concezione di una vita di là dal mondo finito crea un sistema di possente organizzazione di uomini, che si compirà poi nell’imperio mediterraneo di Roma. Così, mentre nell’Ellade e più tardi nell’Urbe, il principio eroico combattivo, mistico ed atletico si congiunge con la stessa sostanza delle scienze sacerdotali e con la rappresentazione trascendente dell’aspirazione all’immortalità, attraverso l’affermazione di questo modo di vita maschio e costruttivo, la fiamma della tradizione mediterranea suscitata in Grecia viene portata a Roma, dove attinge il suo più chiaro splendore.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>I nuovi dominatori: i Romani</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Estendendo l’indagine attraverso la interpretazione del mito e del <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">simbolo</a>, risulta evidente un intimo collegamento fra le antiche culture che precedono Roma e il tipo matriarcale della cultura pelagico-asiatica. Infatti mentre i culti prenestini mostrano una evidente analogia con quelli egizi della Madre, nel mito di origine etrusca riguardante Tanaquil, si ritrova l’aspetto asiatico e meridionale della donna “afroditica” regale.</p>
<p style="text-align: justify;">Peraltro è da notare che nella prima <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione/">religione</a> di Roma ricorrono figure femminili: Mater Matuta, Diana, Luna, la Ninfa Egeria o Fortuna, il cui culto sarebbe stato introdotto da Servio Tullio che se ne diceva figlio &#8211; leggenda, questa il cui significato la ricongiunge con quella che faceva di quel re, propugnatore della libertà popolare, uno “spurio” concepito in una delle feste afroditiche che si celebravano in onore della Gran Madre. Inoltre sono di origine sabina le tradizioni riguardanti Tarpa, i rapporti di Ercole con Larentia, di Flora con Marte-Ercole, e i vari tipi di feste orgiastiche che ne derivano: esse ci riconducono allo spirito della civiltà patriarcale che eserciterà un suo finale influsso sulla nascente civiltà.</p>
<p style="text-align: justify;">Nelle varie tradizioni romane si scopre così la lenta e inarrestabile insorgenza di una razza nuova, si ritrovano uno strato antico e uno nuovo che cerca di soverchiare il primo o di trasformarvi concezioni, costumi, rapporti ideali che, in tempi posteriori, dovranno risultare come antitesi con ciò che la romanità poteva riconoscere o assumere. Quel che, per esempio, in Roma si conservò come dignità e autorità matronale allato al diritto del <em>pater familias</em>, più che essere puramente romano, non fu che una trasformazione in senso etico e antiafroditico di antichi elementi matriarcali preromani.</p>
<p style="text-align: justify;">Da questo contrasto di ideali e costumi e dalle sue stesse forme originarie legate allo spirito delle precedenti culture, Roma si spicca manifestando l’affermazione di una razza e la formazione di una influenza nuova, che, assunta da questa stirpe di dominatori, reagisce anzi contro di esse sino a soggiogarle o ad abbatterle. Tale è la conclusione di un’acuta indagine compiuta attorno alla saga di Tanaquil, della quale numerosi elementi acquistano oggi, per virtù di comunione spirituale dell’idea fascista con quella romana, significati di una vivente attualità. In ordine a tale riconoscimento, la nascita di Roma segna il prodigioso esprimersi di un elemento etnico superiore, ossia il manifestarsi di una spiritualità eroica e sacra che dà senso ad una razza e al destino di essa; le caratteristiche di tale razza rispondono eticamente e somaticamente a quelle dovute ad un mescolarsi del ceppo nordico-atlantico con quello europeo-meridionale. Ma, così come le due primordiali razze generatrici, per incroci, della razza “nordica”, da questa furono superate, così la nuova razza romana, ariano-etrusca, supera le componenti, divenendo una razza a sé, inconfondibile.</p>
<p style="text-align: justify;">Chi, infatti, in quel Mediterraneo che non ha assunto ancora fisionomia civile, armonicamente definitiva, può riassumere gli ideali più perfetti di culture e razze ancora in lotta, di retaggi spirituali iperborei, orientali e meridionali? Sulle rive del Tevere, nel centro dell’arioso Mediterraneo, sorge Roma fondata da una stirpe di guerrieri: essa compirà il prodigio, avendo iniziato nella penisola la lotta contro i residui delle vecchie mentalità democratiche matriarcali e dei vacillanti regimi ugualitari. L’anima guerriera unificatrice della nuova razza inizia così il suo ciclo epico.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Razza e spiritualità in Roma</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">In ogni avvenimento della storia politica di Roma si ritrova qualcosa che ha simultaneamente una parte spirituale e un significato simbolico. Nella lotta che le legioni romane impegnano si cela in pari tempo una lotta di carattere superiore, ovvero l’affermazione di una razza dello spirito che vuole dare impronte di sé alle cose e agli eventi, in superamento assoluto di ogni precedente forma di cultura, e di civiltà.</p>
<p style="text-align: justify;">È questa la ragione fondamentale per cui la progressiva conquista del mondo antico si accompagna all’interno con la rigida costituzione del potere nella forma di un tipo virile di Stato, in netta opposizione con quello proprio alle arcaiche comunità italiche e mediterranee. Tale forma si completa in una etica severa e in una espressione giuridica rigorosa che si esercita su tutti i campi e si porta su tutte le terre, fortificando l’intimo animo, costituendo l’intera vita sociale in una ferma supremazia dell’elemento maschile “solare” su quello femminile “lunare”, dello spirito “olimpico” e “classico” su quello “dionisiaco” e “naturalistico”.</p>
<p style="text-align: justify;">I riti romani alla vigilia delle guerre e a consacrazione delle vittorie presentano così un significato di trionfo sulla necessità materiale, travolgendo lo spirito del fanatismo delle vecchie razze e di ogni culto di tipo “comunistico”. Tengano presente tale verità quei corifei della filosofia della storia, che continuano a considerare Roma come una mera associazione di condottieri e di strateghi, rimpicciolendo così l’ampia visione della civiltà mediterranea.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/storie-vol-3-libri-v-vi/9601" target="_blank"><img class="alignleft size-medium wp-image-7804" style="margin: 10px;" title="storie-polibio" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/storie-polibio-184x300.jpg" alt="" width="184" height="300" /></a>Ravvivata e ridestata a significati superiori la Tradizione, ossia costituita la virtù fondamentale della nuova stirpe, dal Mediterraneo romano nasce infine la luce dell’Occidente. Roma inizia la sua grande opera di civilizzazione Occidentale. Vinto Pirro e scardinato prima con la battaglia navale di Ecnomo e poi con la battaglia di Milazzo il predominio mediterraneo di quella Cartagine che rappresenta l’ultimo tipo di costituzione patriarcale, la rapidità con cui Roma estende il suo imperio su tutto l’<em>internum mare</em>, stupisce i contemporanei. Polibio stesso, nel sesto libro della sua <a title="Storie di Polibio" href="http://www.libriefilm.com/storie-vol-3-libri-v-vi/9601"><em>Storia</em></a>, ponendosi il compito di trovare i motivi di tale ascesa, rasenta il vero allorché pone in rilievo la natura complessa della costituzione romana, nella quale il potere quasi assoluto del magistrato supremo, investito di autorità sacra, s’integra con la potenza aristocratica del Senato e con il riconoscimento dei diritti del popolo: è un’armonia di forze al centro delle quali è una legge di spiritualità maschia, eroica, mediata dagli elementi costitutivi della razza.</p>
<p style="text-align: justify;">Nelle guerre puniche, mondo occidentale e mondo orientale si urtano per un definitivo predominio con la distruzione di Cartagine &#8211; città sacra alla dea, ad Astarte-Tanit &#8211; con questo grande punto di “svolta per i destini dell’umanità”, Roma riconduce il mistero della Tradizione e della potenza dal Sud al Nord, dal mondo delle madri e delle forze oscure della natura a quello degli eroi e delle forze celesti. “Ciò che Alessandro aveva conquistato in Oriente e Cartagine in Occidente si avviano a divenire possesso duraturo dei discendenti occidentali di Enea. L’idea superiore dell’Occidente si impone in virtù della sua intima potenza”.</p>
<p style="text-align: justify;">Così, di ascesa in ascesa, in Cesare si incarna il “tipo del puro eroe occidentale”. Con la realizzazione dell’Impero si compie definitivamente il tipo di Stato eroico e anti-matriarcale, quello che dà corpo al puro spirito “solare”: questo, come aureola del dominatore, si concentra nella individualità dell’imperatore e da essa si irradia per dare senso e determinazione alla gerarchia, al diritto, alla civiltà e ad ogni atto della vita. Il principio “solare” di sacerdozio olimpico proprio all’Apollo di Delfo e la supermateriale virilità della Luce, attraverso l’<em>Imperium </em>di Roma, conseguono un loro corpo universale. L’<em>aeternitas </em>dell’imperatore e la pace “augusta” o “profonda”, dominanti sino ai limiti del mondo conosciuto, presentano così quasi il senso di un riflesso del piano celeste e semidivino sul piano inferiore delle cose e delle vicende soggette al divenire: è il completo, luminoso trionfo dell’idea occidentale romana.</p>
<p style="text-align: justify;">Allorché, infine, Ottaviano cinge la corona imperiale, dopo avere schiacciato Antonio e Cleopatra &#8211; <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">simbolo</a>, costei, di un’ultima insorgenza matriarcale, meridionale, anti-romana &#8211; nella battaglia d’Anzio (30 a.C.), e dopo aver sgominato i figli di Pompeo nelle guerre piratiche, ossia dopo una piena vittoria mediterranea nell’avvento dell’impero augusteo si definiscono, in manifestazione assoluta, i caratteri peculiari ed essenziali della spiritualità e della razza di Roma.</p>
<p style="text-align: justify;">Esiste dunque una razza che può definirsi “romana”, sia per caratteristiche somatiche, sia per un modo interiore di concepire la vita che si riflette in uno stile inconfondibile dell’“essere” e dell’“agire”. Quale il destino di tale razza al decadere dell’Impero di Roma?</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/reincarnazione-e-karma/9635" target="_blank"><img class="alignright size-medium wp-image-7841" style="margin: 10px;" title="reincarnazione-e-karma" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/reincarnazione-e-karma1-181x300.jpg" alt="" width="181" height="300" /></a>Il quinto punto fissato dagli studiosi del nostro razzismo suona così: “È una leggenda l’apporto di masse ingenti di uomini in tempi storici”. E non è una gratuita affermazione che “dopo l’invasione dei Longobardi non ci sono stati in Italia altri movimenti di popoli, capaci di influenzare la fisionomia razziale della Nazione”. Tale non-capacità in effetto si è dovuta all’intima resistenza di un elemento etico superiore che si mantiene desto e tale da poter affiorare nella realtà e nel piano della manifestazione, attraverso il senso di molteplici eventi. Questo suo resistere alle mescolanze, questo consistere e permanere di contro al prepotere di influssi diversi di altri destini e di altre genti, ha avuto come causa segreta e profonda la forza della Tradizione: retaggio trascendente di cultura e di civiltà, connesso alla vita inestinguibile della razza. Giustamente si afferma che per l’Italia, nelle grandi linee, la composizione razziale di oggi è la stessa di quella che era mille anni fa: e che i quarantaquattro milioni d’Italiani di oggi rimontano quindi nella assoluta maggioranza a famiglie che abitano l’Italia da almeno un millennio.</p>
<p style="text-align: justify;">Una ragione profonda e attiva, di là dalla stessa consapevolezza degli uomini, è da ritrovare al centro di questa storia della nostra razza che, per forza di una spiritualità segretamente vigile (tradizione) e per virtù di un elemento etnico inconfondibile (sangue) permane identico attraverso ogni vicenda, trascendendo la misura del tempo, per ricongiungersi nuovamente in una unità organica che renderà manifesto ciò che prima era invisibile e segreto, ossia per tradurre in atto le forze profonde che hanno radice nella stessa compagine psico-fisica, nella sostanziale composizione organica dell’individuo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>La secolare unità italico-romana</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Perché dunque nessun influsso barbarico giunse a modificare la costituzione razziale italico-romana? Essa resiste e trasforma: eventuali mescolanze per essa non hanno significato, in quanto il principio radicale della razza ha la virtù di trasformare ed investire della sua stessa virtù altri elementi etnici e così di conquistare i conquistatori. Ciò può spiegare perché lungo le più alterne vicende di popoli e di civiltà, attraverso ricostruzioni di immani disgregazioni, in un indefinito ciclo di divenire, Roma è stata sempre un punto fermo nel tempo, in senso simultaneamente reale e simbolico. Per uomini, per condottieri, per mistici, essa è stata sempre una rocca di paragoni sicuri, un punto di partenza e un punto di arrivo, dopo cui valeva la pena vivere la vita oltre la vita stessa, per tendere ad un piano di serena immortalità.</p>
<p style="text-align: justify;">Un’antica e perennemente giovane razza di Romani è legata alla storia di Roma. Misteriosa, di origine eroica, di continuo suscitante la fiamma della Tradizione, in segreta solitudine o in azioni “solari”, secondo che gli eventi lo richiedessero, tacita in alcune epoche contemplative ed esplodente in combattimenti, in conquiste e in superbe costruzioni, in epoche di virile affermazione, essa difficilmente si può identificare nello spazio, né si può individuare attraverso una visione semplicemente “razionalistica” della storia.</p>
<p style="text-align: justify;">Tuttavia fatti fondamentali della nostra tradizione mediterranea, quali la potenza conquistatrice e colonizzatrice delle nostre Repubbliche Marinare che lanciarono per il mondo grandi navigatori, esploratori e dominatori di mare, l’apporto eroico ghibellino alla costruzione del Sacro Romano Impero, l’azione dei condottieri e dei capitani di ventura, la forza della Rinascenza e le basilari scoperte ed invenzioni ad opera di Italiani: tali fatti sino al Risorgimento, alla Indipendenza, alla Guerra del 1915 e alla Rivoluzione Fascista si presentano come manifestazioni realistiche e storiche, al cui centro si può ritrovare quello slancio metafisico verso l’infinito e l’immortale, che caratterizza l’anima stessa della razza di Roma.</p>
<p style="text-align: justify;">La controparte ideale, speculativa di tale azione della razza “italico-romana” è con analoga facilità identificabile, in quanto costituisce una “Tradizione” costante anche in senso di manifestazione o di attualità: anzi si può dire che uno stile romano del pensiero riassume, in sede dottrinaria e speculativa, i caratteri dell’antico principio sacro ed eroico che fu alla base dell’Impero.</p>
<p style="text-align: justify;">Da quell’epoca in poi, uno stile latino del pensare nella sua virile configurazione morfologica, mantiene il retaggio avuto da Roma, sia nello spirito migliore della scolastica, allorché la filosofia conforta con argomenti intellettivi il senso del divino, sia nelle visioni metafisiche di Dante, e nella ideologia ghibellina dei “Fedeli d’amore”, nell’intimo senso dell’arte di Raffaello, di Michelangelo, di Leonardo, di Correggio e di Tiziano, nel neoplatonismo ridestato a Firenze da Lorenzo il Magnifico, nei neoaristotelici Pomponazzi, Zambarella, Cremonini, Piccolomini, Cisalpini, Vanini, in quegli originalissimi che risuscitano taluni aspetti della Tradizione d’Occidente attraversi la speculazione: Tomaso Campanella, Pico della Mirandola, Girolamo Cardano, Patrizi, Casa, <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/giordano-bruno" target="_blank">Giordano Bruno</a></span>, Della Porta; nella <em><a title="Scienza nuova" href="http://www.libriefilm.com/idea-della-scienza-nuova/7624" target="_blank">Scienza Nuova</a> </em>di Vico, nella spiritualità classica di Giacomo Leopardi, nell’impulso nuovo dato alla filosofia italica da Gioberti, Rosmini e Galluppi.</p>
<p style="text-align: justify;">Da una rapidissima veduta d’insieme vien fatto di pensare che l’ideale di una permanente intellettualità di tipo “romano” si possa concepire come retaggio di quella superiore armonia dello spirito che fu al centro della potenza di Roma: nel “solare” equilibrio insito nell’anima di una razza per virtù della quale la cultura si tradusse in civiltà e la civiltà in cultura, è possibile ritrovare infine la risoluzione dell’antico dissidio tra platonici e aristotelici, Roma in questo senso permane la grande equilibratrice.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Un appello del Duce alla razza bianca</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il carattere peculiare dei nostri uomini migliori (non tenendo conto di coloro che della cultura e della filosofia in genere si fanno una sorta di abito esteriore da mostrare e da portare quale modello esibizionistico) è una genialità classica, solare, ossia una virtù di potenza nella sintesi dei valori pertinenti all’umano, al superuomo e al divino; esso sta perciò a rappresentare, in opposizione all’opaca sornioneria del materialismo moderno, alcune forme reali, viventi, storiche, del nostro ideale di vita e di spiritualità, che sono quelle stesse che preannunciano, nella nuova organicità della razza, un riaffiorare dell’antica, immutevole Tradizione, quale anima di nuove lotte e di nuove conquiste.</p>
<p style="text-align: justify;">Sotto questo riguardo, è proprio l’armonia dello spirito romano che parla attraverso le maestose figure che l’Occidente ha generate: tutto ciò che, come azione e contemplazione, si mantiene fermo attorno a un asse di irremovibile dignità ideale, è essenzialmente romano, creazione di una razza inequivocabilmente romana.</p>
<p style="text-align: justify;">Una trattazione storico-etnografica condotta con acume sottile che penetri di là dalle quinte della storia, potrebbe individuare anche da un punto di vista razionalistico, la vicenda senza soluzione di ritmo, della razza italico-romana lungo il corso del tempo. Data la limitatezza dello spazio, a noi basti per ora riferirci ad alcuni significati della nostra assunzione razzista in rapporto a ciò che effettivamente si è realizzato dalla Marcia su Roma in poi, non dietro presupposti ideologici ma in virtù di una rispondenza degli elementi alla risurrezione di latenti qualità della razza.</p>
<p style="text-align: justify;">Or sono sei anni, il Duce con un suo articolo dal titolo “La razza bianca muore?” pubblicato nei giornali dell’Universal Service e nel <em>Popolo d’Italia</em>, richiamava l’attenzione di quasi tutta l’umanità sul problema che più vitalmente la riguarda e prospettava in efficace sintesi i rimedi che urgevano a scongiurare la decadenza e la fine della razza bianca. Il problema della razza costituiva già dunque per Mussolini un motivo fondamentale di vita sotto l’aspetto sia sociale che politico: in nome di una razza superiore Egli richiamava l’attenzione su tutta la razza bianca, ossia su quella che meglio può rivendicare a sé il retaggio “ariano”.</p>
<p style="text-align: justify;">Il Duce ha dunque previsto il problema delle razze e non semplicemente in senso nazionale, ma in senso ancora più vasto, nell’interesse delle diverse Nazioni depositarie di tradizioni di civiltà, in un senso perciò autenticamente universale. Il suo sguardo ha sempre veduto lontano, avendo il potere di non essere distratto o affascinato da vicende passeggere, fenomeniche, esso si stacca da ciò che è apparente e fittizio, per scrutare ciò che è reale e lontano nel tempo: per esso si diradano nebbie di errori e di artifizi e i drammi dell’umanità appaiono chiari nella loro fatale essenzialità. Ecco dunque che, sempre secondo quella Sua spiritualità che sorpassa l’empirico e il contingente, e abbraccia perciò problemi di carattere universale, inerenti a motivi vitali di tutta una catena di popoli, Egli già da tempo ha lanciato un appello al mondo civile perché esso si risvegli, si riscuota, si salvi dal dissolvimento e si ponga su una via di ricostruzione. Egli ha parlato in nome di un complesso di civiltà che furono luminosissime ed ebbero come centro irradiante la civiltà romana: ha parlato soprattutto in nome di una tradizione che, per quanto varia in riti diversi nel luogo e nel tempo, è una e, sotto il riguardo spirituale, identica. La razza bianca, di cui quella romana e ariana costituisce il nucleo centrale, aveva bisogno di un nuovo impulso superiore che in essa risvegliasse le forze più segrete e più attive. Occorrevano provvedimenti, norme nuove, risvegli di coscienza, incitamenti, educazione di masse, impulsi nuovi, per affrontare una lotta al cui esito sono legati i problemi maggiori dell’umanità: crisi, economia, pace dei popoli, ricostruzione di civiltà. L’interrogazione che ha fatta Mussolini è stata qualche cosa che si è incisa con tagliente lucidità nell’anima di tutti coloro che sono consapevoli di appartenere alla razza bianca. È stato un tremendo, chiarissimo interrogativo che ha riassunto tutti i drammi, tutte le speranze e le condizioni di ascesa o di disgregazione delle nazioni civili. In un momento in cui i popoli bianchi indugiavano &#8211; come oggi &#8211; in litigiose diplomazie e in astiose dialettiche, il contrassegno evidente di un inguaribile disagio, un Uomo, romano in senso compiuto, si è levato al di sopra di tutti e ha parlato in nome di quella razza di cui Egli è tipico e perfetto rampollo.</p>
<p style="text-align: justify;">Tale precedente, per chi sa intendere, è significativo, nei riferimenti degli attuali problemi, ma soprattutto in quanto una presa di posizione non settaria, ma universalistica, in tal senso, rivela effettivamente l’assunzione di principi supertemporali e supermaterialistici che, effettuata dal Fondatore di un ordine nuovo di vita, di stile e di politica, costituisce meglio che una speranza, la certezza di una tensione positiva verso il risveglio totale di ciò che in noi è forza nuova ed antica della razza di Roma.</p>
<p style="text-align: justify;">I progressivi momenti dell’epica fascista ci mostrano chiaramente come l’avvento di un uomo che rappresenta il “tipo” della razza, ossia l’ideale vivente di una generazione nuovamente “romana”, e l’azione concomitante di esseri che incarnano analogicamente le virtù della stirpe, costituiscano in sostanza il motivo essenziale di un magico risveglio delle forze segrete nei singoli individui, in corrispondenza a queste ideali forme di vita, e di un orientamento unitario nella direzione di tali forze. Una perfetta garanzia di un’azione in questo senso abbiamo avuta di recente nelle parole rivolte dal Duce ai Federali, in occasione della visita al campo dei graduati avanguardisti: “&#8230; anche nella questione della razza noi tireremo diritto”.</p>
<p style="text-align: justify;">È un fatto incontestabile dunque che non può esistere razzismo senza riferimento a un fattore che, pur fondandosi sul sangue, lo trascenda e lo renda sostanza di sé: un costume superiore di vita. Quando le forze della razza non si risvegliano in funzione di una organicità gerarchica di esseri superiori e in riferimento ad attive forze ideali, meta-biologiche, ma soltanto in vista di obiettivi contingenti, utilitari, materialistici, esse non sono se stesse, ma si presentano, se così si può dire, in una forma deteriore di se stesse. Occorre dunque alla razza quel senso trascendente in virtù del quale già un tempo &#8211; ora è un millennio e ora son millenni &#8211; essa fu grande e costruttrice di civiltà.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Il sangue e lo spirito</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sotto questo aspetto sono comprensibili e più precisamente applicabili concetti come “nordico” e “ariano”, che possono perciò anche considerarsi convenzionali, in quanto, meglio che un significato storico, rivestono un valore “tipologico”, ossia vogliono riferirsi alla fisionomia superstorica di un tipo di umanità che esiste ogniqualvolta le sue latenti possibilità giungono a manifestarsi nel piano reale.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/la-luce-introduzione-allimmaginazione-creatrice/764" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-7848" style="margin: 10px;" title="la-luce" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/la-luce.jpg" alt="" width="200" height="279" /></a>È questo un motivo fondamentale della questione razzista, riferentesi soprattutto alla reale possibilità di modificazione della struttura psico-fisiologica, in corrispondenza ad una “ispirazione” dominante della vita che divenga abitudine continua del pensiero, del sentimento e della volontà. Ora, è, accertato anche ad opera di razionalisti e di positivisti della bio-psicologia che se tale “ispirazione” contiene quello slancio che tenda a superare il dato della natura e della materia, per renderlo veicolo della sua vitalità che trasfigura ed esalta, essa risveglia nel sangue quella sostanza etnica più rispondente e più pura che effettivamente costituisce appoggio, strumento, fluido positivo, per la sua traduzione in vita e in azione costruttiva.</p>
<p style="text-align: justify;">A questo proposito la Tradizione di Roma può insegnarci, a prescindere dagli aspetti simbolici e mitologici, che soltanto un tale elemento trascendente può dare forma e significato alla razza, sia che si alluda alla origine “eroica” e “divina” della stirpe, sia che si affermi la dignità sacra e guerriera di patrizi, di magistrati e di consoli, non tanto grazie all’appartenenza a una determinata <em>gens </em>o per avere un capostipite a cui riconnettersi &#8211; giacché in tal caso anche classi e caste inferiori possono vantare purità di razza e appartenenza ad antica famiglia &#8211; quanto per l’esistenza di un retaggio interiore che si appoggi sul sangue e lo renda diverso da altri sangui, ossia più ricco di spirito e più puro, recante in sé virtù superiori, giacché all’origine un “duce”, o un “eroe”, o un “semidio”, superò con un’azione trasumanante o con la potenza rituale, le forze della natura e della terra, per porsi rispetto ad esse in posizione di dominio, rendendo così la sua vita, nella totalità psico-fisica, tipo di vita superiore.</p>
<p style="text-align: justify;">Che tale eredità esista effettivamente è un fatto comunemente ammesso dagli studiosi di etnografia, onde è anche noto che talune stirpi di padre in figlio rechino con sé caratteristiche superiori, come naturale virtù guaritiva, qualità altamente intellettuali, profondità in determinate discipline, nessun timore della morte e soprattutto, per quel che riguarda l’aristocrazia, il senso dell’onore e della lealtà &#8211; aspetti razziali, questi, che chi desidera veder trattati da un punto di vista politico ed attuale, può ritrovare nella rivista <em>La Nobiltà della stirpe </em>che da diversi anni in Italia combatte una battaglia in questo senso.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Inconfondibilità del nostro razzismo</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Partendo dunque dalla premessa di un fattore metafisico che sia condizione assoluta dell’affermazione di una razza la quale giunga perciò a rendersi razza-tipo, razza privilegiata per civiltà e per cultura, il termine “ariano” può essere adottato, a patto d’assumerlo come nome corrispondente a un modello di umanità ricca anzitutto di qualità interiori, etiche e sovrammateriali, a prescindere perciò anche da collaterali concetti biologici, etnici e storico-geografici. La stessa osservazione è valida per i termini “nordico” e “nordico-ariano”, che possono così designare il valore di un indirizzo razziale, con corrispondenza a un tipo superstorico e non legato perciò al destino di un popolo in particolare, o ad una razza storicamente definita, o ad una casta determinata.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto questo significa, per chi voglia intendere i caratteri che diversificano e rendono inconfondibile la nostra assunzione razzista, che anche l’appartenere da un punto di vista fisiologico alla tipica razza bianca superiore, non risolve nulla e non porta nulla di nuovo, se a tale conformazione esteriore non corrisponda una configurazione interiore che conservi soprattutto il retaggio esoterico, trasfigurante, “iperumano”, proprio a quella razza. In tali termini se una Nazione che intendesse assumere posizione intransigentemente razzista si limitasse a far riaffiorare e a tipizzare le caratteristiche semplicemente somatiche della razza considerata superiore, non creerebbe in sostanza che un serraglio di magnifici animali: ciò in quanto è un luogo comune, speriamo, superato, il ritenere che il fisico possa essere analogico al metafisico senza l’intervento di una forza che renda attuale simile analogia, o ritenere che un corpo perfetto possa creare uno spirito corrispondente. Né è sufficiente appoggiarsi sulla formula “lo spirito crea il corpo” in quanto si tratta di uno spirito che, allo stato normale ed elementare, si trova condizionato in ogni punto dal corpo.</p>
<p style="text-align: justify;">Occorre piuttosto l’empito di una forza nuova che trasformi lo spirito, acciocché questo sia rapace di conferire una nuova “sostanzialità” al sangue e animare di vita ricreatrice la compagine fisica. Si tratta ancora di quello “slancio metafisico” cui sopra abbiamo accennato, e che non si impara né si improvvisa, ma che solo può venire dal contatto non-razionalistico, ma altamente spirituale, con le forze inerenti alla Tradizione. Non è un compito semplice, in quanto finché l’individuo dalle immediate energie dell’eredità, del sangue e dell’istinto ritragga tutto ciò che può dare determinazione e senso al suo esistere, egli fa sempre parte della razza “non-sveglia” (cui fa opposto riscontro l’antica razza degli <em>egrègoroi</em>, i perfetti “svegliati”, i vigili sull’anima e sul corpo) vissuta dalla vita, più che vivente in superiore consapevolezza la vita. Ed anche se egli giunge a costruirsi facoltà intellettuali partendo da tali possibilità d’ordine semplicemente biologico, tali facoltà recheranno sempre l’originaria impronta della natura, saranno una sorta di costruzione inconsapevole con illusorio dominio dell’io, non saranno mai il risultato di un impegno supercosciente e altamente “personale”.</p>
<p style="text-align: justify;">Si tratta dunque evidentemente di creare una nuova forza o meglio di ridestarla in correlazione al possesso di un elemento etnico superiore. Infatti, dato che la razza è il risultato della educazione, della modificazione e della sublimazione effettuate nel piano fisico da una più dominante energia e trasmesse come virtù potenziali attraverso l’eredità biofisica, ne consegue che, mentre un compito fondamentale è di mantenere e vigilare il dono di questa eredità, in senso psico-fisiologico, d’altro canto si impone l’assoluta esigenza che venga alimentata o risvegliata quella ispirazione verso l’alto, slancio trascendente o interiore virtù modellatrice, che in origine impresse a quella vita fisica la determinata e tipica forma, onde il sangue divenne veicolo dello spirito, così da attuare una norma fondamentale della Tradizione, corporificare lo spirito e spiritualizzare il corpo, in una sorta di superamento eroico di ambedue.</p>
<p style="text-align: justify;">Chiarire anche in sede semplicemente giornalistica un tale motivo significa rendere evidente il tipo di razzismo che corrisponde in ampie linee costruttive ideali e reali, a quello sinora realizzato in Italia dal regime fascista, di là da ogni meccanica ideologia e dialettica e riguardo al quale perciò giustamente il Duce ha affermato con significativa precisione: “Dire che il Fascismo ha imitato qualcuno e qualche cosa è semplicemente assurdo”.</p>
<p style="text-align: justify;">Il nostro razzismo ritrova dunque nella sua attualità etico-politica la sostanza di una saggezza che non è condizionata da un “mito”, ma si identifica con una forza che si appoggia a diversi miti e però anche a <a title="simboli" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/" target="_blank">simboli</a>, come lo spirito al corpo, e tuttavia li trascende in ogni punto, per farsi realtà assoluta. È la Tradizione interiore, che crea e raggiunge quelle forme che saranno poi oggetto di studio della bio-tipologia e della para-psicologia e la cui determinazione puramente fisica porterà sempre al caos delle avverse teorie razziali e delle ipotesi antropologiche, tutte le volte che non si risalga all’origine extra-biologica, la quale sola può dare indirizzo univoco a un’indagine d’indole scientifico-razionalistica in tale senso.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli è che ogni qualvolta i destini delle razze mutano ed esse stesse danno luogo a tipi diversi e ad eventi nuovi, il ritenere che ciò avvenga per la mescolanza del sangue, significa scambiare l’effetto per la causa. È questo l’errore di quasi tutti gli ideologi del razzismo, allorché seguono l’avvicendarsi storico di stirpi, di caste, di popoli, anche tenendo conto di fattori mistici ed esoterici, e allorché spiegano talune decadenze con l’avvento di razze pre-ariane e con il trasporsi dell’elemento etnico originario in un ambiente non più adeguato, dove lo spiritus loci può vincere lo spirito della razza.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Razza e Impero</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Tutto questo ci conferma nella certezza che, se è vero che lo spirito è legato al sangue, tale rapporto può rivestire valore negativo o affermativo, a seconda del principio che lo domina: per cui se una civiltà materialistica giunge ad imporsi ad una civiltà dello spirito, ciò significa che le forze della natura che nella prima dominano lo spirito, non incontrano resistenze nella spiritualità che per la seconda dominava la razza in senso fisico: viene a ristabilirsi dunque il rapporto tra sangue e spirito, ma in senso negativo, appunto perché la civiltà dello spirito già si assopiva, in essa cessava la tensione verso l’alto simboleggiata dal “fuoco”, si spegneva la luce simboleggiata dal Sole o dall’Apollo iperboreo, essa era abbandonata dal principio puramente metafisico, onde le forze della “natura” e della “materia” sino ad allora ordinate e dominate, si trovavano pronte ad insorgere e ad acquistare il sopravvento. Ed è un simile momento che ha sempre reso naturali e logiche la mescolanza, l’assimilazione, la misto-variazione, la decadenza: il sangue si è mescolato e la mescolanza si è tradotta in decadenza, soltanto perché lo “spirito” è stato sconfitto.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora, per quel che ci riguarda, a noi si è reso evidente che il su accennato rapporto che connette spirito e sangue, è analogico al rapporto gerarchico fra imperatore e popolo, tra il principio metafisico che incarna nell’<em>imperator </em>e la massa da esso governata: il che, per converso, significa che la sovversione di tipo comunistico accusa il capovolgimento di un tale rapporto, ossia l’assenza di spiritualità ordinatrice, per cui la “natura” crea, assoggetta lo spirito ed ogni sua espressione, sia pure la più rigorosamente intellettuale, dando la evidenza della massa acefala, della grande bestia senza volto (tipica decadenza della razza da un piano umano a un piano sub-umano, dal normale al sub-normale).</p>
<p style="text-align: justify;">L’analogia del rapporto fra sangue e spirito, tra razza e cultura, mentre chiarisce, dunque, il concetto stesso di gerarchia politica e di imperialità &#8211; in quanto in sostanza si tratta di un rapporto di indole gerarchica &#8211; conferisce un senso inequivocabile alla nostra presente storia, dalla costituzione dei Fasci di Combattimento ad oggi: in riferimento a quanto si è detto sulla indispensabilità di un fattore extra-biologico e spiritualmente dominante la “natura” e la “razza” è proprio questo il caso in cui si riscontra l’orientamento nuovo e costruttivo di un popolo in base a un principio d’ordine sovrammateriale in virtù del quale, nella massa quantitativa, si delineano caratteristiche qualitative e, come dal blocco di marmo grezzo la statua, si scolpisce la forma autentica della razza.</p>
<p style="text-align: justify;">In realtà noi non partimmo da presupposti di ordine razzista, per giungere alle forme viventi di un nuovo costume di politica e di vita, ma soprattutto dovemmo ridestare le energie più profonde della razza per tradurre in atto un’idea: alla virtù di una forza del piano psichico superiore &#8211; quello da cui scaturiscono le grandi creazioni che trasformano l’umanità e dominano la natura &#8211; noi abbiamo chiesto l’energia necessaria per combattere e per compiere la Rivoluzione, di là dalla stessa iniziale e consapevole intenzione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>I principi mussoliniani</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">In questo caso ha veramente agito una norma interiore, o costume spirituale, che, se pure ha adottato la natura come appoggio e come strumento di manifestazione, non si è lasciata ridurre ad essa, testimoniando così la presenza e l’azione trasfiguratrice di un elemento che ha il potere di condizionare qualsiasi fenomeno d’indole biologica. È stato un simile costume che ha costituito l’essenza super-normale di ciò che, con riferimento all’uomo nel senso nobile del termine e non in senso puramente fisico sia pure superiore, ha diritto al nome di “razza”.</p>
<p style="text-align: justify;">Allorché il Duce nel riferirsi alla stirpe la definì “una molteplicità unificata da un’idea” la quale sostanzialmente “nel popolo si attua come coscienza e nella volontà di tutti”, pose e chiarì, dunque, un principio basilare del nostro razzismo, che perciò sin dalle prime attuazioni rivoluzionarie agì nel popolo per educarlo, formando, ridestando in esso una coscienza eroica e gerarchica.</p>
<p style="text-align: justify;">L’autentica saggezza della razza si ritrova nella dottrina politica del Duce, soprattutto allorché Egli afferma che “la Nazione è creata dallo Stato” e che lo Stato è “autorità che governa e dà forma di legge e valore di vita spirituale alle volontà individuali”, è “forma più alta e potente della personalità: è forza, ma spirituale”.</p>
<p style="text-align: justify;">Chi ci ha seguiti in queste brevi note sul problema della razza non può non riscontrare una identità dei principi mussoliniani con quanto è risultato come condizione meta-biologica, essenziale, per il risveglio di una razza di forti, di dominatori e di eroi, per i quali la “romanità” della Tradizione si mutui con la nuova qualità della razza. In questo senso il principio immateriale della razza dello spirito deve risvegliarsi, deve agire quella stirpe che non è mera astrazione mentale né cadaverico schema della scienza, ma razza vivente, razza la cui virtù veramente si reca nel sangue e assai più in profondità che non nel sangue, nel radicale mistero dell’essere psico-fisico.</p>
<p style="text-align: justify;">I soliti pontefici della dialettica non mancheranno a dar mano ai loro bagagli di inanimata erudizione. A noi basti concludere che il problema razzista non si può liquidare con teorie semplicemente scientifiche o esclusivamente erudite e psicologiche, ma ha fondamento sulla stessa realtà costruttiva e qualitativa di un popolo. Occorre poco a comprendere, sotto questo riguardo, come la politica demografica del Regime rappresenti uno dei capisaldi del nostro razzismo, in quanto dalla quantità consegna la possibilità della qualità, ovvero quella selezione dei migliori che è effettuabile attraverso il vaglio etico, politico e gerarchico.</p>
<p style="text-align: justify;">D’altro canto, applicazioni pratiche come il razzismo coloniale, la formazione morale e atletica della gioventù, l’azione demografica, ma soprattutto un elemento trascendente di nobiltà e di eroismo, che costantemente “incide sul costume” della Nazione, c’insegnano soprattutto come il razzismo non possa venire assunto in un senso animalesco e nemmeno semplicemente antropologico &#8211; ché in tal senso gli americani, ad esempio, sarebbero all’avanguardia del razzismo mondiale &#8211; ma solo in riferimento all’uomo quale essere spirituale, quale dominatore e costruttore di civiltà.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p>Tratto da “Il Resto del Carlino” del 28, 29, 30 e 31 luglio, 02 e 03 agosto 1938, A. XVI E.F.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/i-problemi-della-razza-e-la-tradizione-di-roma.html' addthis:title='I problemi della razza e la tradizione di Roma ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Gli antichi Liguri: una mostra internazionale</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Feb 2010 10:01:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto Lombardo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un dettagliato resoconto sulla mostra internazionale sugli antichi Liguri che si tenne a Genova a cavallo tra gli anni 2004 e 2005]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/gli-antichi-liguri.html' addthis:title='Gli antichi Liguri: una mostra internazionale '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storia-antica.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Storia antica" /><br/><p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/i-liguri-un-antico-popolo-europeo-tra-alpi-e-mediterraneo/3401" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-3927" style="margin: 10px;" title="i-liguri" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/i-liguri.jpg" alt="" width="200" height="232" /></a>Lo scorso 23 ottobre 2004 è stata inaugurata a Genova, nella stupenda cornice medievale della Commenda di San Giovanni in Pré, la mostra internazionale “I Liguri. Un antico popolo europeo tra Alpi e Mediterraneo”. Il progetto, sorto nell’ambito delle numerose manifestazioni organizzate in occasione di Genova 2004 (il capoluogo ligure è stato, con Lille, “Capitale europea della cultura” per l’anno che volge ora al termine) è nato «dall’esigenza di fare conoscere al grande pubblico, non solo locale, le testimonianze storiche e archeologiche di una popolazione che abitò un’ampia zona dell’Europa durante la protostoria». Gli organizzatori hanno affidato il progetto dell’allestimento nell’antico Ospedale della Commenda all’architetto Franco Ceschi e la cura dell’esposizione a Giuseppina Spadea. Ha inoltre collaborato un vasto Comitato Scientifico, nel quale figurano i nomi di numerosi membri della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Liguria, ente che si è distinto nell’organizzazione di numerose attività in seno al complesso progetto di Genova 2004.</p>
<p style="text-align: justify;">La mostra raccoglie numerose testimonianze archeologiche di quel popolo che abitò nel vasto territorio ligure (ben più esteso degli attuali confini della regione) prima dell’arrivo e della conquista a opera dei Romani, e che anche sotto la dominazione di Roma mantenne un certo grado di autonomia e di identità, conservando nel linguaggio, nei costumi, nella <a title="religiosità" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religiosità</a> e nella tecnica alcune peculiarità caratteristiche.</p>
<p style="text-align: justify;">Attraverso oltre 900 oggetti esposti per la prima volta insieme (e alcuni dei quali mai presentati al pubblico), è possibile ripercorrere la storia degli antichi Liguri, conoscerne gli aspetti della vita quotidiana, gli usi e i costumi, il mondo spirituale, l’economia, la produzione artigianale e quella artistica.</p>
<p style="text-align: justify;">Si tratta della prima occasione in senso assoluto in cui vede la luce una mostra di simili proporzioni sugli antichi Liguri. Vi si possono ammirare le testimonianze archeologiche sparse in numerosi Musei e Istituzioni italiane e straniere, radunate eccezionalmente insieme secondo un filo conduttore che racconta chi essi erano, dove abitavano, quali attività svolgevano, come si sono venuti a caratterizzare nell’immaginario delle popolazioni con cui interagivano (Etruschi, <a title="Celti" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/celti">Celti</a>, Greci, Romani), quali erano i loro costumi e i loro rituali di vita e di morte.</p>
<p style="text-align: justify;">La mostra è stata espressamente concepita per attirare flussi di turismo culturale internazionale, dando la possibilità di ammirare oggetti di particolare pregio artistico e storico insieme a curiosità di interesse archeologico, allestiti secondo un valido progetto di moderna museografia. Le nove sezioni in cui si articola la mostra, infatti, sono state accuratamente organizzate e disposte con una serie di sapienti ausili visivi e sonori che interrompono continuamente il ritmo degli oggetti esposti (che nel lungo termine, altrimenti, rischierebbe di rivelarsi noioso e stancante per la maggior parte dei visitatori). Chi attraversa le sale dell’esposizione si imbatte così in rappresentazioni grafiche (ben riuscite e coinvolgenti), grafici indicanti stratigrafie e variazioni storiche, diorami, proiezioni (una delle quali curata dalla redazione del Telegiornale regionale RAI della Liguria), modelli di vario formato, ampie ricostruzioni tridimensionali e anche in curiosi spazi circolari sovrastati da una piccola cupola, sostando entro i quali si può udire un nastro preregistrato con la lettura di brani di autori classici riferiti al tema cui è dedicata la specifica sezione della mostra.</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=8875458324" target="_blank"><img class="alignright" style="margin: 10px;  border: 0pt none;" src="../immagini/iliguri.bmp" border="0" alt="Renato   del Ponte, I Liguri. Etnogenesi di un popolo. Dalle origini alla   conquista romana" width="94" height="142" /></a>Vi è un preciso disegno anche nella successione delle sezioni. Si inizia con una di particolare fascino, dedicata alla mitologia che avvolge le origini dei Liguri e coordinata dal prof. Giovanni Colonna, ordinario di Etruscologia e <a title="antichità" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/storia-antica">Antichità</a> Italiche presso l’Università “La Sapienza” di Roma. Essa presenta le raffigurazioni più antiche di Cicno, il mitico re dei Liguri, attraverso alcune eccezionali opere artistiche provenienti da diversi musei europei. La figura del leggendario re dei Liguri, che nel mito piange la morte di Fetonte, si confonde con quella dell’omonimo animale dal bianco collo, rappresentato sin dall’XI secolo a.C. e almeno fino al III a.C. in fibule, ornamenti, lucerne, statuette votive.</p>
<p style="text-align: justify;">La seconda sezione, curata da Roberto Maggi, direttore archeologo della Direzione regionale per i beni culturali e il paesaggio della Liguria, è a carattere più strettamente archeologico e documenta le testimonianze della preistoria e la trasformazione del paesaggio naturale ad opera dei primi pastori e agricoltori che abitarono la terra dei Liguri.</p>
<p style="text-align: justify;">Il percorso espositivo prosegue poi con una sezione intitolata “Alle radici degli antichi Liguri”, ove sono posti in mostra oggetti di uso più o meno comune come ceramiche e prodotti metallurgici. Gli archeologi interpretano i tratti e gli elementi comuni di questo materiale come indice di un’omogeneità culturale, o meglio come «nascita di un ethnos comune».</p>
<p style="text-align: justify;">La sezione seguente è una delle più ampie ed è dedicata a “I Liguri fra Greci, Etruschi e <a title="Celti" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/celti">Celti</a>”. Coordinata dal prof. Raffaele de Marinis, ordinario di Preistoria e Protostoria all’Università degli Studi di Milano, si apre con una ricostruzione a grandezza naturale, notevole per dimensioni e accuratezza nei dettagli, di parte della necropoli a incinerazione di Chiavari, sito archeologico scoperto nel 1959. Essa documenta non solo «il forte influsso del coevo mondo etrusco orientalizzante sulla popolazione ligure» ma anche i contatti con la cultura celtica di Golasecca. I responsabili della mostra osservano correttamente come «la presenza di materiali importati dall’Etruria e la molteplicità delle componenti culturali riconoscibili sia in forma diretta che mediata in alcuni siti, Chiavari in particolare (hallstattiana, golasecchiana, villanoviana, orientalizzante, greca e forse anche fenicia nel caso degli orecchini d’oro), ci parlano di un centro di traffici che doveva essere frequentato dagli Etruschi, ma anche da genti provenienti da più lontano e da diverse direzioni».</p>
<p style="text-align: justify;">Un’intera sezione (la quinta) è consacrata alla città di Genova, o meglio al suo “emporio”. Sin da epoca remota il capoluogo ligure si presentava come un importante crocevia marittimo e luogo di convivenza di popoli di etnie diverse (etruschi, umbri, greci, golasecchiani).</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/i-liguri-e-la-liguria/1837" target="_blank"><img class="alignleft size-medium wp-image-3928" style="margin: 10px;" title="i-liguri-e-la-liguria" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/i-liguri-e-la-liguria-193x300.jpg" alt="" width="193" height="300" /></a> Si viene poi, con la sesta sezione, agli scontri tra i Liguri e altri popoli, in particolare i <a title="Celti" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/celti">Celti</a> e i Romani. Questi ultimi avviarono le loro campagne militari contro i Liguri Apuani a seguito della Prima Guerra Punica, ossia intorno al finire del III secolo a.C. Sta a testimonianza della deportazione degli Apuani nel 180-179 a.C., riferita anche da Livio, la <em>Tabula alimentaria</em> dei Ligures Baebiani, concessa in prestito dal Museo Nazionale Romano. Un altro oggetto di grande interesse in mostra in questa sezione è l’elmo con corna in lamina di bronzo e decorazioni a sbalzo, forse appartenente a un mercenario, proveniente da Pulica, in Lunigiana.</p>
<p style="text-align: justify;">Non è semplice determinare l’epoca della definitiva pacificazione della zona a opera dei Romani, considerando il lungo protrarsi di una sorta di guerriglia che impose numerose operazioni militari. La settima e l’ottava sezione della mostra vertono proprio sui Liguri nell’epoca della dominazione romana. Delle due sezioni, una ha per principale oggetto la città di Luni, fondata per l’appunto dai Romani e della quale si può ammirare la tabella frontonale e le statue in terracotta del grande tempio, concesse alla mostra dal Museo Archeologico Nazionale di Firenze. L’altra (denominata “Liguria e Liguri nel riordinamento imperiale”) ospita la famosa Tavola di Polcevera, nota anche come <em>sententia Minuciorum</em>, il più antico documento epigrafico di contenuto giuridico finora restituito nell’Italia nord-occidentale.</p>
<p style="text-align: justify;">L’ultima sezione, infine, coordinata dal prof. Massimo Quaini, ordinario di Geografia all’Università di Genova, è dedicata al “Ligurismo tra storia e mito”, ossia al risalente movimento di ricerca delle origini dei Liguri dai suoi pionieristici esordi ai giorni nostri.</p>
<p style="text-align: justify;">La mostra resterà aperta sino a tutto il 23 gennaio 2005. Data l’eccezionalità dell’evento, vale davvero la pena di organizzare un viaggio nella Superba per visitarla.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Bibliografia sui Liguri</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">AA.VV., <em>Fontes Ligurum et Liguriae antiquae</em>, «Atti della Società Ligure di Storia Patria», n.s., vol. XVI (XC), Genova 1976.<br />
A.C. Ambrosi, <em>“Corpus” delle statue-stele lunigianesi</em>, Bordighera 1972.<br />
E. Bernardini, <em>La preistoria in Liguria</em>, Genova 1977.<br />
E. Bernardini, <em>Liguria</em>, Roma 1981.<br />
D.D. Bertilorenzi, <em>Le sacre lame della montagna. Riflessioni su alcune incisioni rupestri delle Alpi Apuane</em>, in «Arthos» I n.s. (1997), n. 2, pp. 49-53.<br />
E. Celesia, <em>Le teogonie dell’antica Liguria</em>, Genova 1868.<br />
R. Del Ponte, <em>I Liguri. Etnogenesi di un popolo</em>, Genova 1999.<br />
R. Del Ponte, <em>Caratteristiche fisiche e psichiche dell’«uomo dei Balzi Rossi»</em>, in «Vie della Tradizione» XXVII (1997), n. 106, pp. 90-100.<br />
R. Del Ponte, <em>L’istituto regio nell’area ligure-alpina alla vigilia della conquista romana</em>, in «Rivista di Studi Liguri» XLI-XLII (1975-1976), pp. 11-19.<br />
N. Lamboglia, <em>La Liguria antica</em>, in <em>Storia di Genova</em>, vol. I, Milano 1941.<br />
G.A. Mansuelli, <em>Le fonti storiche sui Liguri. Le tradizioni fino alla “Naturalis Historia” di Plinio</em>, in «Rivista di Studi Liguri» XLIX (1983), pp. 7-17.<br />
A. Mastrocinque, <em>L’ambra e l’Eridano</em>, Este 1991.<br />
G. Petracco Sicardi – R. Caprini, <em>Toponomastica storica della Liguria</em>, Genova 1981.<br />
U. Postiglioni, <em>L’indoeuropeizzazione dei Liguri</em>, in «Arthos» XVIII-XIX (1989-1990), pp. 170-173.<br />
C. Solano, <em>Brevi considerazioni sul cigno iperboreo in Italia</em>, in «Arthos» XII-XIII, 27-28 (1983-1984), pp. 106-112.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>* * *</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>La Padania </em>del 9 gennaio 2005.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/gli-antichi-liguri.html' addthis:title='Gli antichi Liguri: una mostra internazionale ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Culti e religiosità degli antichi Liguri</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Feb 2009 15:51:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto Lombardo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Gli studi ottocenteschi di Emanuele Celesia sugli antichi Liguri]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/culti-e-religiosita-degli-antichi-liguri.html' addthis:title='Culti e religiosità degli antichi Liguri '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storia-antica.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Storia antica" /><br/><div id="attachment_1716" class="wp-caption alignleft" style="width: 190px"><img class="size-medium wp-image-1716" title="180px-vallee_des_merveilles_103" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/180px-vallee_des_merveilles_103.jpg" alt="Il &quot;mago&quot;. Incisione rupestre, Monte Bego, Valle delle Meraviglie." width="180" height="141" /><p class="wp-caption-text">Il &quot;mago&quot;. Incisione rupestre. Monte Bego, Valle delle Meraviglie.</p></div>
<p style="text-align: justify;">Nel lontano anno 1868 venne pubblicato a Genova un libro sulla <a title="religiosità" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religiosità</a> degli antichi Liguri, che è rimasto quasi unico nel suo genere. Si tratta de <em>Le teogonie dell’antica Liguria</em> dell’avvocato Emanuele Celesia. Nel volgere di quasi un secolo e mezzo lo stile espressivo della nostra lingua è talmente mutato che la lettura di quel libro ci risulta un po’ difficoltosa; eppure esso è ancor oggi un passaggio obbligato per studiare la religiosità dei Liguri.</p>
<p style="text-align: justify;">Celesia aveva una vasta cultura e si era studiato con accuratezza le fonti storiche latine e greche; inoltre utilizzava un metodo intelligente, quello cioè di intersecare i documenti letterari con i dati relativi al folklore, alle tradizioni popolari, alle credenze locali e agli usi delle campagne ancora esistenti ai suoi tempi. A ciò univa buon senso e intuizione: riuscì così a delineare un quadro della <a title="Religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religione</a> dei Liguri abbastanza accurato e non troppo fantasioso.</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=8875458324" target="_blank"><img class="alignright" style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="../immagini/iliguri.bmp" border="0" alt="Renato del Ponte, I Liguri. Etnogenesi di un popolo. Dalle origini alla conquista romana" width="94" height="142" /></a>Nel suo libro Celesia si occupava in primo luogo del culto della natura presso i popoli italici, individuando la figura suprema nel dio-luce (lo Jupiter dei Latini, che deve il suo nome all’<a title="indoeuropeo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/indoeuropei">indoeuropeo</a> “dio-padre”). Grande importanza rivestiva presso i Liguri uno speciale culto delle vette, attestato in particolar modo nella zona del Monte Bego, come del resto quello di boschi e alberi, “fenomeni aerei e plutonici”, divinità dei flutti e dei mari. Inoltre vi erano particolari animali “sacri” o emblematici (cosa che avveniva presso molti popoli antichi, per esempio tra i <a title="Celti" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/celti">Celti</a>). Infine un ruolo religioso assai importante ebbero le “primavere sacre”, migrazioni di giovani che andavano a fondare nuove colonie in terre remote.</p>
<p style="text-align: justify;">Per quanto riguarda le divinità dell’antica Liguria, Celesia riconosceva la difficoltà di trattare l’argomento, per via della scarsità di notizie nelle fonti storiche; per lo più vi erano dunque divinità di cui si perse il nome, ma almeno su alcune era possibile congetturare. Certamente su Penn, il dio che i Romani avrebbero tramutato in Giove Pennino e che era probabilmente legato al culto delle vette; il dio Belen, Belino o Abeglio, che ebbe certo un corrispondente celtico, e che è sopravvissuto nell&#8217;intercalare dialettale genovese; e poi vari dei con caratteristiche del tutto affini a quelle di loro corrispondenti venerati da altri popoli.</p>
<p style="text-align: justify;">«Presso un popolo agricola come quello della valle padana ogni atto della vita rurale dovea rivestire un carattere di festività in onoranza di quella arcana virtù che fecondava le mandrie ed i campi; quindi la vendemmia, la seminagione, la mietitura suonavano d’inni d’esultanza e di azioni di grazie a quelle deità che le prosperava». Cerimonie e riti, secondo il Celesia, avevano uno stretto legame col ciclo dell’anno, occupando in modo caratteristico altri momenti importanti come il matrimonio (presso i Liguri la donna godeva di importanza e autonomia), gli usi funerari, i sacrifici rituali e via dicendo.</p>
<p style="text-align: justify;">Quello di Celesia sarebbe un buon libro da riscoprire oggi da parte di qualche saggio editore, ovviamente con tutti gli opportuni aggiornamenti.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>La Padania </em>del 18 dicembre 2003.</p>
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		<title>L&#8217;Uomo del Pliocene di Savona</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Jan 2000 21:19:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mario Quagliati</dc:creator>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Italiano]]></category>
		<category><![CDATA[Storia antica]]></category>
		<category><![CDATA[antichi liguri]]></category>
		<category><![CDATA[antropoide di Savona]]></category>
		<category><![CDATA[Arturo Issel]]></category>
		<category><![CDATA[Genova]]></category>
		<category><![CDATA[John Lubbock]]></category>
		<category><![CDATA[Liguri]]></category>
		<category><![CDATA[liguria preistoria]]></category>
		<category><![CDATA[Michael Cremo]]></category>
		<category><![CDATA[paleontologia]]></category>
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		<category><![CDATA[Savona]]></category>
		<category><![CDATA[uomo pliocenico]]></category>

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		<description><![CDATA[Alcune riflessioni di ordine paleontologico sull'antropoide di Savona appartenente all'epoca pliocenica]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/uomopliocenico.html' addthis:title='L&#8217;Uomo del Pliocene di Savona '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storia-antica.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Storia antica" /><br/><p align="justify">
<p><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=8843030981" target="_blank"><img style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/vidaleetnoarcheologia.bmp" border="0" alt="Massimo Vidale, Che cos'è l'etnoarcheologia" width="95" height="147" align="right" /></a></p>
<p align="justify">
<p align="justify">Scoprire di abitare a pochi chilometri dal luogo della scoperta di uno dei più importanti esemplari dell&#8217;<em>Archeologia Proibita</em> italiana è stata una sorpresa inaspettata per il sottoscritto, appassionato sostenitore del lavoro di Michael Cremo.</p>
<p align="justify">Si tratta del cosiddetto <em>Antropoide</em> di Savona (cap.7, par. &#8220;Lo scheletro di Savona&#8221;), o almeno questo è il nome con cui lo aveva battezzato il geologo Arturo Issel (1842-1922), professore dell&#8217;Università di Genova, autore di numerose ricerche sulla geomorfologia e paleontologia dell&#8217;area mediterranea. Diverse fonti conservate nella Biblioteca Comunale e alla Società Savonese di Storia Patria hanno consentito di ricostruire in maniera più completa una storia interessante, che rappresenta il prototipo delle scoperte anomale del secolo scorso. Ma procediamo con ordine.</p>
<p align="justify">Nel 1852, nel centro di Savona, in Vico del Vento, si procedette ad un ampio sbancamento per la costruzione delle fondamenta della Chiesa delle Suore della Misericordia. Alla profondità di circa 3 metri, dove lo scavo aveva raggiunto il livello della marna pliocenica, gli operai incontrarono un teschio umano. La marna è una roccia sedimentaria di natura mista calcarea e argillosa, di media consistenza, a seconda del contenuto d&#8217;acqua. Su tutta la riviera ligure i sedimenti pliocenici costituiscono la testimonianza dell&#8217;antico livello del mare che, nel periodo compreso tra 2 e 5 milioni di anni fa, si spingeva oltre 100 metri sopra a quello attuale (il luogo del ritrovamento si trova a 15 s.l.m.).</p>
<p align="justify">Procedendo nello scavo affiorò uno scheletro completo impigliato nella marna, quasi a ridosso della roccia denominata &#8220;lo Sperone&#8221;, in posizione supina, con le braccia protese in avanti e la testa inclinata più in basso delle spalle. Intorno ad esso si trovarono pezzetti di carbone e molte ostriche e conchiglie fossili. Dato il contesto del ritrovamento, durante l&#8217;estrazione molte parti dello scheletro si frantumarono mentre, grazie all&#8217;interessamento di uno scultore presente sul cantiere, venne salvato il tronco e diverse piccole ossa della testa e degli arti. Purtroppo la cassa toracica completa di tutte le costole (una rarità per i ritrovamenti paleontologici) e la maggior parte del corpo principale andò perduta negli anni successivi, ma i frammenti rimanenti furono conservati da don Perrando, un parroco locale appassionato di storia naturale (cui è intitolato un Museo nell&#8217;entroterra savonese). Questi chiamò quindi in causa il prof. Issel perché esaminasse i reperti che consistevano in alcuni pezzetti di ossa parietali, mandibolari (Fig.1), mascellari, del bacino, diverse parti di due femori (Fig.2), di un omero, di un perone (Fig.3) e di una clavicola (Fig.4). Questo materiale si trova oggi conservato al Museo Civico di Archeologia Ligure di Villa Pallavicini a Genova Pegli.</p>
<p align="justify">Nel 1867, al Congresso internazionale d&#8217;antropologia e archeologia preistorica di Parigi, Issel (appena 25enne) presenta una relazione sui caratteri osteologici dei frammenti e sulla natura del terreno di provenienza, affermando che i fossili sono umani e della stessa età degli strati pliocenici: &#8220;queste ossa presentano tutti i caratteri propri ai fossili del medesimo giacimento, sono, cioè, di color bruno chiaro traente al cinereo, lucenti, leggere, fragili, allappanti alla lingua ed inquinate di marna fine ed omogenea la quale penetra nelle cavità midollari dell&#8217;omero e del perone e riempie ogni interstizio&#8221;. Infatti i campioni fossili della fauna e della flora pliocenica trovati nella zona di Savona sono numerosi e non solo forniscono un campione di paragone per l&#8217;aspetto delle ossa umane, ma permettono di collocare il deposito nel pliocene inferiore (arcaico).</p>
<p align="justify">Le reazioni dei colleghi furono di forte scetticismo, date le circostanze del ritrovamento (e data la giovane età del relatore), e si formò presto l&#8217;opinione che dovesse trattarsi di una sepoltura recente. Gli scettici sostenevano che se un uomo fosse annegato nel mare del pliocene le onde avrebbero sballottato il suo corpo e non si sarebbe dovuto trovare uno scheletro intatto, ma più probabilmente ossa sparse (Gabriel De Mortillet). Inoltre l&#8217;esame di un&#8217;anomalia riscontrata nella mascella fece dividere gli antropologi: alcuni (tra cui il celebre Paul Broca) ravvisavano in essa un segno di remota antichità, altri (tra cui Armand De Quatrefages) la consideravano analoga a quelle già osservate in uomini moderni molto anziani (un esame odontoiatrico successivo stabilì invece che l&#8217;uomo sembrava avere circa 30-40 anni al momento della morte).</p>
<p align="justify">L&#8217;ostilità della maggioranza degli studiosi verso l&#8217;idea di un uomo antico va inquadrata nell&#8217;ottica delle conoscenze dell&#8217;epoca. A pochi anni dalla pubblicazione de &#8220;L&#8217;Origine delle specie&#8221; (1859), le argomentazioni degli scienziati sull&#8217;antichità dell&#8217;uomo si basano esclusivamente su convinzioni personali e non su deduzioni dai riscontri fossili. Pur non essendo ancora in grado di attribuire al termine di &#8220;razza umana&#8221; del passato un significato tassonomico preciso, si è già radicata l&#8217;idea evoluzionista che gli antenati dell&#8217;uomo debbano presentare dei caratteri morfologici regrediti, scimmieschi.</p>
<p align="justify">Infatti già l&#8217;anno dopo, nel 1868, in una comunicazione fatta alla Società Italiana di Scienze Naturali, Issel sottolinea l&#8217;osservazione di Broca per dare maggior credito all&#8217;antichità del suo fossile.</p>
<p align="justify">Al successivo Congresso archeologico di Bologna del 1872, Don Perrando interviene a sostegno del professore genovese, sperando di rassicurare i presenti sulle effettive modalità del ritrovamento. Le sue osservazioni, più altre ripetute da Issel in diverse occasioni, sono valide ancora oggi per valutare l&#8217;antichità dello scheletro.</p>
<p><a rel="nofollow" href="http://tracker.tradedoubler.com/click?p=10388&amp;a=915108&amp;g=0&amp;url=http://www.bol.it/libri/scheda/ea978887305612" target="_blank"><img style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/linguaggiodelladea.bmp" border="0" alt="Marija Gimbutas, Il linguaggio della dea" width="95" height="119" align="right" /></a></p>
<li>L&#8217;eccessiva profondità a cui giaceva lo scheletro (3 m) e la sua posizione inclinata e distesa sono illogiche per una sepoltura recente (si intende di epoca romana o addirittura medievale). Il fatto di averlo trovato intatto è perfettamente compatibile con l&#8217;ipotesi che il corpo di un uomo annegato sia stato depositato e seppellito in un estuario dalle acque tranquille e poco profonde, come doveva essere il mare del pliocene in quella zona (in base all&#8217;obiezione di De Mortillet allora nessun fossile di animale marino dovrebbe conservarsi fino ai giorni nostri).</li>
<li>Nella zona della scoperta non vi erano fratture che permettessero ad oggetti superficiali di infiltrarsi in profondità, né segni di frane o di rimaneggiamenti artificiali. Se ci fossero stati, persino gli operai digiuni di geologia avrebbero potuto accorgersene, dato che in quel sito la marna grigia è coperta da uno strato di terreno ghiaioso giallastro che, mischiandosi con il sottostante, avrebbe lasciato una traccia di colore più chiaro. In caso di frane o movimenti di strati che avessero trasportato in profondità un corpo sepolto in superficie, sarebbe stato molto più probabile trovare ossa sparse.</li>
<li>Il grado di compattezza e la stratificazione della marna tutt&#8217;intorno e all&#8217;interno dello scheletro non sembrano compatibili con una sepoltura recente. Sull&#8217;assenza di vuoti nel terreno i testimoni oculari della scoperta sono concordi. In caso contrario bisognerebbe ammettere che il terreno con cui si è scavata e ricoperta la fossa si sia riconsolidato nel giro di pochi secoli in un modo tale da penetrare nelle cavità midollari. Quel tipo di riempimento può essersi verificato solo quando il sedimento fine era ancora sciolto e dopo che tutte le parti molli del corpo erano state completamente degradate. <a rel="nofollow" href="http://tracker.tradedoubler.com/click?p=10388&amp;a=915108&amp;g=0&amp;url=http://www.bol.it/libri/scheda/ea978888732864" target="_blank"><img style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/scritturaeuropa.bmp" border="0" alt="Marco Merlini, La scrittura è nata in Europa? Prehistoric Knowledge Project" width="95" height="133" align="left" /></a>
<p align="justify">Le osservazioni del 1° punto si basano inevitabilmente sui testimoni dell&#8217;epoca e, dato che al momento della scoperta non vi era alcun naturalista, costituiscono un punto debole nei confronti della critica. L&#8217;indagine geologica del sito (2) è invece documentata da Issel in persona, il quale nel 1874 procedette ad uno scavo esplorativo a fianco della chiesa suddetta, trovando, già ad 1 metro di profondità, la marna grigio-verdastra non rimaneggiata, ricca dei soliti gusci di ostriche. Naturalmente si potrebbe insinuare che Issel, nonostante fosse un&#8217;autorità proprio nel campo dei sedimenti marini, avesse commesso degli errori sull&#8217;onda dell&#8217;entusiasmo. A questo proposito vale la pena ricordare che nel 1885, in occasione della scoperta di ossa di un altro &#8220;antropoide&#8221;, in una cava d&#8217;argilla (pliocenica) presso Borgio-Verezzi (SV), Issel non esitò a constatare che il giacimento era rimaneggiato. Per cui non si può immaginare che l&#8217;obiettività del geologo si fosse offuscata di fronte ad una scoperta che gli aveva procurato forti confutazioni: egli non aveva alcuna teoria paleoantropologica preferita da difendere ed era solo interessato ai fatti stratigrafici.</p>
<p align="justify">Oggi purtroppo non si possono verificare questi dati, essendo la collinetta di Vico del Vento completamente urbanizzata, da non poter consentire l&#8217;esame di alcun orizzonte stratigrafico. Il punto (3) è invece quello su cui si possono ancora oggi fare delle valutazioni, analizzando i reperti conservati, le loro caratteristiche fisiche, i sedimenti racchiusi nelle ossa.</p>
<p align="justify">Proseguendo nella lettura di libri della seconda metà dell&#8217;800, si apprende che, proprio in quegli anni, gli antropologi e i geologi discutevano apertamente sull&#8217;ipotesi che gli antenati dell&#8217;uomo fossero vissuti nell&#8217;era Quaternaria o in quella Terziaria, senza conoscere l&#8217;età assoluta di questi periodi. La distinzione stratigrafica fondamentale tra le Ere geologiche risale a Charles Lyell (1835), il padre della geologia moderna, ed è in larga parte valida ancora oggi; l&#8217;attribuzione dell&#8217;età in milioni di anni sarà possibile nel secolo successivo grazie alle datazioni radiometriche. Quindi, in una certa misura, in quell&#8217;epoca, è ancora tutto possibile: si sa che l&#8217;ominazione deve aver seguito una scala progressiva, ma non si sa ancora in quale epoca geologica inizia e in quale finisce.</p>
<p><a rel="nofollow" href="http://tracker.tradedoubler.com/click?p=10388&amp;a=915108&amp;g=0&amp;url=http://www.bol.it/libri/scheda/ea978883595537" target="_blank"><img style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/uominiincenere.bmp" border="0" alt="Cesare Capone, Uomini in cenere. La cremazione dalla preistoria ad oggi" width="95" height="150" align="right" /></a></p>
<p align="justify">John Lubbock (1834-1913), naturalista e antropologo, convintissimo fautore del darwinismo, nella sua enciclopedica opera del 1875 <em>&#8220;Prehistoric Times&#8221;</em>, dedica un capitolo all&#8217;antichità dell&#8217;uomo. L&#8217;autore parla di alcune scoperte francesi e italiane che ritroveremo poi in Archeologia proibita: segni di lavorazione umana su ossa di animali pliocenici a Saint-Prest (Desnoyers-1864) e in Val d&#8217;Arno (Ramorino-1866), selci affilate da sedimenti miocenici a Thenay (Bourgeois-1867) e ad Aurillac (Tardy-1870). Argomenta che, nonostante le diverse opinioni di molti archeologi, le prove della presenza umana nel Terziario sono &#8220;assai concludenti&#8221;. Ci fa sapere inoltre che Sir Charles Lyell riteneva di tracciare una netta linea di demarcazione tra l&#8217;epoca miocenica (in cui non si erano trovati segni &#8220;frequenti&#8221; della presenza umana) e quella pliocenica (nella quale invece era &#8220;logico&#8221; aspettarsi di trovarli). Lubbock ribatte addirittura all&#8217;opinione dell&#8217;esimio maestro con le stesse argomentazioni usate da Charles <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/charles-darwin" target="_blank">Darwin</a></span>, &#8220;l&#8217;imperfezione degli archivi geologici&#8221;, facendo cioè capire che i pochi reperti del Terziario sono appena la punta dell&#8217;iceberg di quello che si riuscirà a trovare in futuro. Fa poi un&#8217;affermazione sorprendente: &#8220;se l&#8217;uomo costituisce una famiglia separata di mammiferi, allora, secondo tutte le analogie paleontologiche, egli deve essere rappresentato nell&#8217;età miocenica&#8221;. Auspica infine che le future ricerche sull&#8217;uomo antico siano condotte nelle regioni tropicali, dove vivono le scimmie antropomorfe.</p>
<p align="justify">In un breve paragrafo Lubbock espone il nucleo di discussioni teoriche capitali che hanno coinvolto la generazione di studiosi della seconda metà dell&#8217;800. I darwinisti dell&#8217;epoca non si aspettano di trovare gli antenati dell&#8217;uomo in Europa, ma piuttosto in Asia e in Africa, i luoghi delle controverse scoperte di Eugéne Dubois (Homo Erectus) e Robert Broom (Australopithecus), che all&#8217;inizio del &#8217;900 avranno cancellato la memoria di tutti gli altri reperti. Eppure, proprio uno dei campioni del Darwinismo ottocentesco era già giunto alle logiche conclusioni. Gli antropologi moderni giudicano queste asserzioni del passato degli errori dovuti alla carenza di dati, ormai superate dal livello di conoscenza oggi raggiunto sui fossili di ominidi e primati. Al contrario, come i lettori di <em>Nexus </em>sanno, la &#8220;chiarezza&#8221; nell&#8217;albero genealogico dell&#8217;uomo, è stata raggiunta al prezzo di scartare centinaia di reperti innominabili, la cui autenticità non è mai stata confutata dai contemporanei e della cui esistenza i posteri nemmeno sono a conoscenza.</p>
<p align="justify">In <em>&#8220;L&#8217;Uomo preistorico in Italia&#8221;</em>, appendice del suddetto <em>&#8220;Tempi preistorici&#8221;</em>, Issel denuncia l&#8217;intolleranza e la scorrettezza delle critiche che gli venivano rivolte: in un libro di geologia si affermava che i resti umani di Savona furono dati per terziari per il solo gusto di contraddire le credenze <a href="http://www.centrostudilaruna.it/religione.html">religiose</a> (la bassezza di certe accuse assomiglia molto allo stile forsennato con cui certi personaggi e comitati odierni si scagliano contro i ricercatori non ortodossi). Questo è ancor più paradossale se si pensa che l&#8217;incontrastato successo che la teoria dell&#8217;evoluzione ebbe, dopo un primo momento di incredulità, è in larga parte dovuto all&#8217;interpretazione completamente materialista della natura, che faceva piazza pulita del concetto di finalismo nell&#8217;adattamento delle specie e dell&#8217;ingerenza della <a href="http://www.centrostudilaruna.it/religione.html">religione</a> nel campo della scienza. Ripensando all&#8217;uso di termini come &#8220;antidiluviano&#8221;, usato ad esempio nell&#8217;anzidetta relazione di don Perrando, ci si accorge che nella mente di molti uomini di scienza di allora la consuetudine a pensare nei termini espressi dalla Bibbia era ancora forte. E&#8217; naturale che scienziati credenti non vedessero di buon occhio le prove di un&#8217;umanità troppo antica (Dio ha creato l&#8217;uomo per ultimo nella scala progressiva degli esseri viventi). Al contrario, studiosi materialisti non avevano nessun preconcetto nell&#8217;accogliere i reperti del Terziario; ed è sorprendente constatare come, in quel lasso di tempo in cui ancora non si era consolidata la teoria tutt&#8217;oggi in voga, l&#8217;Uomo del Pliocene poteva essere difeso proprio dai primi discepoli di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/charles-darwin" target="_blank">Darwin</a></span>. Oggi la posizione è diametralmente ribaltata: darwinismo è sinonimo di evoluzione progressiva che è culminata nell&#8217;Homo Sapiens recente, mentre chi non si conforma al dettame è generalmente accusato di essere un creazionista oscurantista.</p>
<p align="justify">Quindici anni dopo Issel entra da protagonista nelle vicende di Castenedolo (BS), il luogo del ritrovamento del più importante scheletro anomalo italiano. Nel 1860 e nel 1880 il geologo Giuseppe Ragazzoni aveva dissotterrato diversi scheletri umani moderni (uno intero e molti frammenti) nelle argille plioceniche. Nonostante l&#8217;incontestabile posizione stratigrafica e il fatto che le ossa fossero ricoperte di conchiglie e coralli, l&#8217;autore della scoperta, che pure era un esperto, aveva incontrato le stesse difficoltà di Issel. Così, quando nel 1889 affiorarono ancora resti umani da scavi in zona, Ragazzoni convocò una squadra di colleghi per ricostruire dettagliatamente la geologia dell&#8217;area e documentare la scoperta senza possibilità di equivoci. Purtroppo il terzo scheletro era veramente una sepoltura recente e, ironia della sorte, toccò proprio a Issel metterlo per iscritto nella sua relazione geologica. Questo bastò a far dimenticare l&#8217;importanza delle altre due scoperte e da quel momento la recensione di Issel servì a screditare Ragazzoni, ben oltre le intenzioni del genovese (di nuovo, questo ci ricorda il gioco scorretto delle citazioni usato per screditare promettenti scoperte, esempio recente: il geologo Robert Schoch sulle strutture subacquee del Giappone).</p>
<p align="justify">E&#8217; curioso notare che l&#8217;antropologo Armand De Quatrefages si pronunciò nettamente a favore dell&#8217;antichità dello scheletro di Castenedolo, affermando che le obiezioni ai ritrovamenti umani pliocenici erano basate esclusivamente sul pregiudizio. Costui è la stessa persona che, tra i primi, aveva messo in dubbio l&#8217;autenticità dell&#8217;uomo di Savona nel 1867. Ancora più strana è la posizione dello studioso di preistoria Gabriel De Mortillet, il quale si convinse, con i paleoliti di Thenay, che l&#8217;uomo fosse vissuto nel miocene; eppure negli stessi anni affermò che i segni sulle ossa spezzate degli animali pliocenici di Saint-Prest erano prodotti da forze naturali ed espresse sempre opinioni negative su entrambi gli scheletri italiani. Sarebbe necessaria un ricerca bibliografica molto più ampia di quella qui esposta per chiarire l&#8217;evoluzione del pensiero di questi professori: è evidente però che inimicizie e gelosie personali (le stesse a cui si assiste anche oggi) non hanno consentito agli studiosi tra gli anni &#8217;60 e &#8217;80 del XIX secolo di fare chiarezza su queste fondamentali scoperte.</p>
<p><a rel="nofollow" href="http://tracker.tradedoubler.com/click?p=10388&amp;a=915108&amp;g=0&amp;url=http://www.bol.it/libri/scheda/ea978881640660" target="_blank"><img style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/storiadelmediterraneo.bmp" border="0" alt="AA. VV., Storia del Mediterraneo nell'antichità. IX-I secolo a.C." width="95" height="133" align="left" /></a></p>
<p align="justify">Probabilmente anche Issel in quel periodo si convinse che non era &#8220;logico&#8221; aspettarsi uomini anatomicamente moderni in un passato così remoto, e il risultato lo leggiamo con la pubblicazione di <em>&#8220;Liguria preistorica&#8221;</em> nel 1908. Qui, forse anche influenzato dal clamore provocato dal presunto uomo scimmia di Giava (1894), ritrattò l&#8217;esame osteologico dei frammenti di Savona. Sottolineando il prognatismo delle ossa facciali e le piccole dimensioni delle ossa lunghe, se confrontate con quelle omologhe di un individuo ligure moderno maschio (comparazione statisticamente povera, falsata dalla variabilità anatomica della specie), decise di non annoverare più il fossile nella specie umana, ma di designarlo provvisoriamente con il termine di <em>&#8220;antropoide&#8221;</em>. Con questo Issel intendeva suggerire un termine della serie biologica non ben definito, dando prova perlomeno di un certo equilibrio professionale, in un frangente in cui altri suoi contemporanei e successori (anche dilettanti) battezzavano generosamente nuovi generi di ominidi in continuazione, basandosi su frammenti di calotta cranica (basti pensare a Davidson Black, che nel 1927 introdusse una nuova specie, il <em>Sinanthropus pekinensis</em> dopo aver trovato qualche dente sparso in una caverna vicino a Pechino).</p>
<p align="justify">Pur con questa nuova collocazione l&#8217;Antropoide passò inosservato per tutto il XX secolo e non suscitò più l&#8217;interesse dei ricercatori. Sembrava quasi che se ne fossero perse le tracce, almeno fino ad oggi. Infatti proprio in questi mesi è stato ultimato, ed è in procinto di pubblicazione, uno studio morfologico sulle controverse ossa. L&#8217;antropologo dell&#8217;Università di Pisa prof. Francesco Mallegni ed Emiliano Carnieri hanno esaminato i resti e hanno concluso che si tratta senza ombra di dubbio di ossa di un uomo anatomicamente moderno. Questo dimostra il clamoroso errore di Issel e scredita l&#8217;intera vicenda agli occhi di ogni archeologo moderno che non conosca i retroscena dei fatti e che, formato nell&#8217;inossidabile ottica evoluzionista, concluderà inevitabilmente che quello era una uomo sepolto in epoca storica.</p>
<p align="justify">Attualmente non ho potuto ancora prendere visione dei reperti conservati, come si diceva, al Museo Archeologico di Pegli, ma si può constatare una certa difficoltà nell&#8217;affrontare datazioni alternative. Ho recentemente interpellato sulla questione, un professore di geoarcheologia dell&#8217;Università di Genova, il quale sostiene che sia molto difficile giudicare l&#8217;antichità dei reperti solamente dalla compattezza della marna cementata nelle cavità ossee, e che di solito per reperti umani ci si affida alla morfologia. Anzi, oggi la morfologia anatomica basta a togliere ogni dubbio circa l&#8217;età del reperto. Nonostante ciò sono convinto che, facendo convergere sufficienti competenze, sarebbe possibile raccogliere dati geotecnici sul comportamento della marna pliocenica caratteristica del savonese, e stimare se il rammollimento e la successiva ricompattazione in un periodo di 2000 anni al massimo è compatibile con quello che si riscontra sui reperti in esame.</p>
<p align="justify">Non potendo giudicare dai sedimenti eventualmente contenuti nelle cavità ossee, non rimane che tentare con un metodo ai radioisotopi. Ma innanzitutto bisogna giustificare lo scopo di un&#8217;indagine di questo tipo presso l&#8217;autorità competente; e la richiesta di una conferma all&#8217;età presunta di 3-5 milioni di anni per un uomo moderno non è esattamente quello che vorrebbero sentire gli archeologi. Poi il radiocarbonio C<sup>14</sup>, generalmente usato per il materiale umano, risulterebbe inadeguato in questo caso, sia perché può arrivare correttamente fino a stime di circa 70000 anni al massimo, sia perché un campione organico dopo 150 anni di esposizione all&#8217;atmosfera può fornire datazioni molto più recenti. Più utile sarebbe il metodo della serie di Uranio o del Potassio-Argo, ma per procedere è necessario distruggere alcune parti del già frammentario scheletro (peraltro sacrificabili se l&#8217;uomo fosse effettivamente recente). In ultimo nessun istituto di ricerca sarebbe interessato a pagare per far effettuare un esame del genere ad un laboratorio.</p>
<p align="justify">Spero di riuscire, in tempi ragionevoli, a coinvolgere positivamente qualche esperto e fornirvi nuovi aggiornamenti sul controverso Uomo di Savona.</p>
<p><strong> * * *<br />
</strong></p>
<p>Pubblicato su <em>Nexus</em> (2001).</p>
<p>Fonti</p>
<p>Cremo M., Thompson R., <em>Archeologia proibita: la storia segreta della razza umana</em>, 1997 (orig. 1996).<br />
Issel Arthur, <em>Di alcune ossa provenienti dal terreno pliocenico di Savona</em>, Atti della Società italiana di Scienze Naturali, vol. XI, 1868.<br />
Perrando D.G., <em>Sur l&#8217;homme tertiaire de Savone</em>, Congresso internazionale di Antropologia e Archeologia preistorica, 5° sessione, Bologna 1872-1873<br />
Lubbock John, <em>Tempi Preistorici</em>, 1875.<br />
Issel A., <em>L&#8217;Uomo preistorico in Italia</em>, 1875.<br />
Issel A., <em>Cenni sulla giacitura dello scheletro umano recentemente scoperto nel pliocene di Castenedolo</em>, Bollettino di paletnologia italiana, 1889.<br />
Issel A., <em>Liguria preistorica</em>, Atti della Società ligure di Storia Patria, vol. XL, 1908.<br />
Walker A., Shipman P., <em>Il ragazzo del fiume</em>, 1999 (orig. 1996).</p>
<p>Si ringrazia il signor Francesco Loni, bibliotecario della Società Savonese di Storia Patria, per le preziose indicazioni bibliografiche.</p>
<p style="text-align: center;" align="center"><img class="aligncenter" src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/uomopliocenico1.gif" alt="" width="406" height="196" /></p>
<p align="center"><strong><span style="font-size: x-small;">Figura 1. Osso mandibolare.</span></strong></p>
<p><span style="font-size: x-small;"> </span></p>
<p><span style="font-size: x-small;"> </span></p>
<p style="text-align: center;" align="justify"><img class="aligncenter" src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/uomopliocenico2.gif" alt="" width="496" height="127" /></p>
<p align="center"><strong><span style="font-size: x-small;">Figura 2. Tibia.</span></strong></p>
<p><span style="font-size: x-small;"> </span></p>
<p style="text-align: center;" align="justify"><img class="aligncenter" src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/uomopliocenico3.gif" alt="" width="652" height="139" /></p>
<p align="center"><strong><span style="font-size: x-small;">Figura 3.  Perone.</span></strong></p>
<p style="text-align: center;" align="center"><img class="aligncenter" src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/uomopliocenico4.gif" alt="" width="631" height="329" /></p>
<p align="center"><strong><span style="font-size: x-small;">Figura 4. Clavicola.</span></strong></p>
</li>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/uomopliocenico.html' addthis:title='L&#8217;Uomo del Pliocene di Savona ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Saltus Marcius</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Jan 2000 20:20:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mario Enzo Migliori</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Recensione di Lorenzo Marcuccetti, Saltus Marcius. La sconfitta di Roma contro la Nazione Ligure-Apuana.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/saltusmarcius.html' addthis:title='Saltus Marcius '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storia-antica.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Storia antica" /><br/><p style="text-align: justify;"><a href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=8875458057" rel="nofollow" target="_blank"><img style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/deiemitiitalici.bmp" alt="Renato del Ponte, Dei e miti italici" width="94" height="141" align="left" border="0" /></a> Un buon lavoro nato dall’amore per la storia della propria “piccola patria” (quella che in tedesco è definita <em>Heimat</em>) del suo autore. Frutto d’anni di ricerche documentarie e sul campo alla scoperta del vero luogo dove si svolse l’imboscata all’esercito del console Quinto Marcio Filippo nel 568 dalla fondazione dell’Urbe (186 a.C.), ché varie località si contendono l’attribuzione dell’evento.</p>
<p style="text-align: justify;">Marcuccetti riesce a descriverci, con linguaggio scorrevole ma ricco di notizie, il mondo degli <a href="http://www.centrostudilaruna.it/delponteoriginideiliguri.html">antichi Liguri</a> in generale e degli Apuani in particolare: le loro strutture sociali, l’organizzazione politica e <a href="http://www.centrostudilaruna.it/religione.html">religiosa</a>. Non disdegnando di affrontare tematiche quali la linguistica e la toponomastica (1) nonché la genetica, stimolato dalla lettura de <a href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=8875458324" rel="nofollow"><em>I Liguri, etnogenesi di un popolo</em></a> di Renato del Ponte.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=8875458324" rel="nofollow" target="_blank"><img style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/iliguri.bmp" alt="Renato del Ponte, I Liguri. Etnogenesi di un popolo. Dalle origini alla conquista romana" width="94" height="142" align="right" border="0" /></a> Vengono ricostruiti i rapporti fra le popolazioni liguri e la potenza romana, che si trova ad affrontare l’invasione annibalica, con le popolazioni apuane (e le altre tribù liguri insediate al nord dell’Arno), per otto lustri, rispettose della pace sottoscritta nel 233 a.C., dopo le sconfitte subite negli anni precedenti. Tra queste una la subirono i Mugelli nel 236 per merito del console Publio Cornelio Lentulo ovvero, secondo altre fonti, ricordate dall’Autore, nell’anno precedente dal fratello Lucio Cornelio Lentulo (console nel 237, censore nel 236, ascese al pontificato massimo nell’anno 221) (2). Forse è da questa battaglia che si tramanda l’origine del toponimo Lentula (antica dogana Granducale) e Valle Lentula (odierno Limentra orientale) tra le province di Pistoia e Prato (3).</p>
<p style="text-align: justify;">Ma torniamo al Saltus Marcius che, dopo aver visitato e verificato di persona le varie località pretendenti e confrontate le fonti, Marcuccetti identifica con il “Colle Marcio” a poche centinaia di metri da Pontestazzemese in Versilia. La ricostruzione ci sembra obiettiva come sostanzialmente gran parte del volume. Forse nel descrivere la battaglia e le conseguenze della stessa l’autore si è fatto prendere un po’ la mano dall’enfasi (4). Purtroppo a volte si guarda alla Roma imperiale avendo davanti agli occhi gli imperialismi moderni.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>* * *</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>Arthos</em>, 11 n.s., 2003, 188-189.</p>
<p style="text-align: justify;">Lorenzo Marcuccetti, <em>Saltus Marcius. La sconfitta di Roma contro la Nazione Ligure-Apuana</em>, Petrartedizioni, Lucca 2002, pp. 216. Euro 18.00.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Note</strong></p>
<p style="text-align: justify;">1 In <em>La lingua dimenticata</em>, un’opera ancora inedita, che speriamo di poter presto leggere, Marcuccetti ha, per il momento, raccolto oltre ottomila relitti toponomastici attribuibili agli antichi linguaggi delle popolazioni liguri dell’Appennino Ligure-Tosco-Emiliano.</p>
<p style="text-align: justify;">2 L. Cornelio Lentulo fu “un personaggio politico di primo piano negli anni cruciali della seconda guerra punica”. In occasione del solenne <em>ver sacrum </em>votato agli Dèi nel 217 a.C., dopo la rovinosa battaglia del Trasimeno, “si mostrò severo custode delle prerogative del popolo nella tradizione giuridico-<a href="http://www.centrostudilaruna.it/religione.html">religiosa</a>” (Francesco Sini, <em>A quibus iura civibus praescribebantur, Ricerche sui giuristi del III secolo a.C.</em>, Torino 1992, pp. 101-103, cfr. pp. 101-112).</p>
<p style="text-align: justify;">3 Laura Battistini, <em>Lentula</em>, Pistoia 1999, pp. 144, afferma che “La tradizione storica della zona ha fatto in modo che si tramandasse fino ad oggi l’origine del toponimo Lentula. Gli anziani di ogni epoca hanno raccontato ai propri figli e nipoti che un console romano chiamato Lentulo si era accampato e aveva combattuto in questa valle” (p. 33). Ma la Battistini sembra ignorare la battaglia fra le truppe di P. Cornelio Lentulo (o del fratello L. Cornelio Lentulo) ed i Mugelli (o comunque di tribù liguri dell’Appennino Tosco-Emiliano) e quindi lo attribuisce alla più famosa, per letteratura sia antica sia recente, battaglia fra le truppe del console Gneo Cornelio Lentulo Clodiano e l’esercito di schiavi fuggiaschi guidato da Spartaco.</p>
<p style="text-align: justify;">4 Ci pare, perlomeno, infelice un’affermazione come la seguente: “La cultura delle pietre, delle sorgenti e degli alberi stava per sparire, sepolta da quella del materialismo importato da Roma” (p. 155).</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/saltusmarcius.html' addthis:title='Saltus Marcius ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Le origini etniche dei Liguri</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Jan 2000 15:00:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Renato Del Ponte</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Studio storico-archeologico sulle componenti etniche dell'antico popolo dei Liguri]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/delponteoriginideiliguri.html' addthis:title='Le origini etniche dei Liguri '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storia-antica.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Storia antica" /><br/><p align="justify"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=8875458324"><img style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/iliguri.bmp" border="0" alt="Renato del Ponte, I Liguri. Etnogenesi di un popolo. Dalle origini alla conquista romana" width="94" height="142" align="right" /></a> È uno scherzoso paradosso affermare che, allorché si costituiva il primo germe delle futura etnia dei Liguri, essi naturalmente non sapevano di chiamarsi cosi. Ma, del resto, neanche dopo lo avrebbero saputo, perché questo nome venne loro attribuito dai Greci prima (<em>*Liguses</em>) e poi dai Romani (<em>Ligures</em>), formandolo probabilmente da una base linguistica pre<a href="http://www.centrostudilaruna.it/indoeuropei.html">indoeuropea</a> <em>*&#8221;liga&#8221;</em>, &#8220;luogo paludoso&#8221;, &#8220;acquitrino&#8221;, ancora viva nel francese &#8220;<em>lie</em>&#8221; e nel provenzale &#8220;<em>lia</em>&#8220;: e questo perché il primo incontro fra i mercanti greci e gli indigeni sarebbe avvenuto proprio sulle coste paludose delle foci del Rodano.</p>
<p align="justify">
<p align="justify">La storia dei Liguri parte da molto lontano. E&#8217; singolare, infatti, la constatazione che i Liguri, una popolazione fino ad oggi assai poco studiata e quindi conosciuta a livello generale, in realtà sono, tra i popoli d&#8217;Italia, quelli che siamo in grado di seguire dai tempi più remoti. Abbiamo questa possibilità soltanto per loro, se consideriamo la situazione dell&#8217;Italia Settentrionale al tempo dell&#8217;ultima grande glaciazione, quella di Wurm, allorché dovunque dominavano ghiacci o inospitali distese gelate. Dappertutto, tranne che lungo l&#8217;arco dell&#8217;attuale costa ligure, quasi un istmo fra penisola italica ed area franco-cantabrica, in cui il clima era quasi primaverile: in ogni caso sopportabile per flora, fauna ed esseri umani. E la nostra storia comincia proprio circa 25.000 anni fa, sul finire del Paleolitico Superiore, con quegli esseri umani che presero a frequentare le caverne dei Balzi Rossi, oggi a pochi metri dal confine francese, sulla costa, proprio sotto il villaggio di Grimaldi, che si trova a monte. In realtà queste grotte erano state frequentate già da migliaia di anni. Prima dell&#8217;epoca di cui parliamo le abitò l&#8217;uomo di Neanderthal, il quale scomparve o (più probabilmente) fu eliminato dall&#8217;uomo di Cro-Magnon (così detto da una località della Francia atlantica), a cui si deve la mirabile fioritura artistica delle grotte della civiltà franco-cantabrica. Nel momento di cui parliamo, esisteva un contatto diretto fra le coste atlantiche e la Liguria attuale.</p>
<p align="justify">
<p align="justify"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=8875459592"><img style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/lacittadeglidei.bmp" border="0" alt="Renato del Ponte, La città degli dei. La tradizione di Roma e la sua continuità" width="95" height="141" align="left" /></a> In effetti, l&#8217;uomo dei Balzi Rossi costituiva la propaggine più orientale dell&#8217;uomo di Cro-Magnon. Se, come si è detto, prima che la fine dell&#8217;ultima epoca glaciale interrompesse i contatti, i ghiacci arrivavano a lambire la Liguria sin sul crinale a poca distanza dalla costa, lì invece era quasi primavera. Per effetto della glaciazione il mare si era ritirato e le grotte non si trovavano, come oggi, a 20 metri dal mare, ma a 10 chilometri, era dunque permesso l&#8217;insediamento umano ed animale. O, per meglio dire, l&#8217;insediamento umano esisteva proprio a causa del continuo passaggio di selvaggina di grossa taglia: bisonte, bue muschiato, stambecco, cavallo selvaggio. L&#8217;uomo viveva di caccia e, in minima parte, di raccolta. Non conosceva neppure la pesca, se non quella di fiume e torrente, al massimo raccoglieva qualche mollusco lungo gli scogli della costa. La prima cosa notevole da segnalare è la particolare struttura scheletrica e la notevole massa muscolare dei frequentatori dei Balzi Rossi: l&#8217;esemplare maschio adulto poteva raggiungere e superare l&#8217;altezza dei due metri e non essere mai inferiore ai 180 cm. E soprattutto tombe maschili sono venute alla luce nelle sepolture scavate a partire dagli anni &#8217;70 del secolo scorso sino ai primi del &#8217;900: ne emerge una civiltà prettamente patriarcale con la donna in posizione subordinata (proprio come avviene in tutte le comunità di cacciatori). Sembra poi di capire che quegli uomini di cui è stata trovata la tomba avessero una posizione privilegiata all&#8217;interno della comunità: lo si deduce dal colore rosso dell&#8217;ocra che ricopriva sia i corpi che le tombe, da ricondursi al concetto del rosso come celebrazione della sovranità, presente tra l&#8217;altro anche in diverse manifestazioni di <a href="http://www.centrostudilaruna.it/storiaantica.html">Roma antica</a>. Si trattava evidentemente di capi. Vennero anche rinvenuti oggetti che in apparenza potrebbero suggerire una civiltà matriarcale: statuette di donne con caratteristiche sessuali esagerate, le cosiddette Veneri paleolitiche ritrovate anche in molte altre parti d&#8217;Europa, sempre associate ai resti del Cro-Magnon. Ma esse non devono far pensare ad una civiltà matriarcale, sono solo un tributo che questa umanità offriva al <em>sacrum</em>, al mistero della sessualità e della fecondità. Siamo di fronte, in ogni caso, ad una società spiritualmente molto sviluppata: sia nelle grotte atlantiche che ai Balzi Rossi sono stati trovati elementi (ad esempio, tacche incise su strumenti, ossa o pareti) che fanno pensare addirittura ad un sistema di calcolo del tempo, delle stagioni e delle costellazioni.</p>
<p align="justify">
<p align="justify">Il dominio dei cacciatori durò per migliaia di anni e l&#8217;ultima sua fase, che contrassegna le estreme manifestazioni della civiltà franco-cantabrica collegata all&#8217;uomo di Cro-Magnon, viene definita &#8220;Epigravettiano&#8221; (dalla località di La Gravette, in Dordogna): una fase culturale che in Liguria durò più a lungo, pervenendo, con diversi aspetti regionali, sino alle soglie del Neolitico. Circa 18.000 anni fa il distacco dell&#8217;area ligure dalla vicina area francese viene ad approfondirsi. Finiti i rigori e la presenza del ghiaccio, la valle del Rodano viene allargata e quindi resa impraticabile. Dove erano i ghiacci si distende una serie interminabile di paludi e questo provoca una rottura irrimediabile fra la zona atlantica e quella italica. Nell&#8217;area atlantica i residui dei Cro &#8211; Magnon daranno origine alla civiltà maddaleniana e saranno alla base (secondo l&#8217;opinione di molti) del grandioso fenomeno del megalitismo. Alcuni andranno a nord e (si pensa) contribuiranno alla formazione della razza falica o dalica. Molti si sposteranno a sud e attraverso la Spagna raggiungeranno l&#8217;Africa del Nord. Daranno vita alle etnie dei Guanci nelle Canarie, dei Cabili dell&#8217;Algeria e dei Berberi dell&#8217;Atlante e, più in generale, alla sottorazza detta degli Atlanto-mediterranei. Le popolazioni che rimarranno sul posto daranno origine all&#8217;attuale popolo dei Baschi. Esistono recenti ricerche (ad es., di L. e F. Cavalli Sforza) che, utilizzando le più aggiornate conoscenze della genetica, provano questa continuità.</p>
<p align="justify">
<p align="justify"><a href="http://www.libriefilm.com/guerrieri-delleta-del-ferro-in-lunigiana/6335" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-3469" style="margin: 10px;" title="guerrieri-eta-ferro" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/guerrieri-eta-ferro.jpg" alt="guerrieri-eta-ferro" width="200" height="281" /></a>Anche se non circola più da quelle parti l&#8217;uomo alto due metri e la cacciagione di grossa taglia, si può dire che i Baschi siano i moderni discendenti dell&#8217;Uomo di Cro-Magnon: lo prova, tra l&#8217;altro, l&#8217;alta frequenza del gruppo sanguigno 0 negativo e la spiccata dolicocefalia. Coloro che poi erano rimasti nell&#8217;area ligure lasciarono le loro tracce un po&#8217; dappertutto, fino alla Toscana settentrionale.</p>
<p align="justify">
<p align="justify">L&#8217;apporto etnico successivo sarà quello dei popoli mediterranei ovvero dei portatori della civiltà neolitica e quindi dell&#8217;agricoltura e della ceramica. Se pur non ne esistono le testimonianze archeologiche (come ricordava anche il grande storico delle <a href="http://www.centrostudilaruna.it/religione.html">religioni</a> <a href="http://www.centrostudilaruna.it/sh.eliade.htm">Mircea Eliade</a>), vi è oggi tra gli studiosi la tendenza diffusa ad affermare che la civiltà neolitica si sia propagata lentamente dal Medio Oriente verso la Grecia e il corso del Danubio, quindi lungo le coste del Mediterraneo per mezzo di un piccolo cabotaggio. Per quanto riguarda la Liguria, l&#8217;unica area in cui ci sono prove archeologiche del manifestarsi della nuova cultura neolitica è quella di Finale Ligure, un&#8217;area abbastanza ampia nell&#8217;attuale provincia di Savona. Nelle grotte di Finale (in particolare nelle grotte della Pollera e delle Arene Candide) la civiltà agricola lascia le prime tracce del lavoro dei campi e della ceramica. Ma gli scheletri ritrovati hanno caratteristiche che ricordano le precedenti popolazioni dei cacciatori, il che significa che avvenne un matrimonio, un incontro tutto sommato pacifico fra la civiltà dei cacciatori e quella degli agricoltori (un fenomeno antropologico che si è riscontrato &#8211; e tuttora marginalmente si verifica in certe zone remote dell&#8217;Africa centrale &#8211; in epoche ed aree diverse del nostro pianeta ).</p>
<p align="justify">
<p align="justify">Nello studio della conformazione dei crani si avverte una rottura, ma anche una continuità. La caratteristica dominante dei crani Liguri &#8211; dall&#8217;uomo dei Balzi Rossi (Cro-Magnon) &#8211; alla conquista romana &#8211; è una dolicocefalia nettamente sviluppata. Il Neolitico non incide profondamente in quell&#8217;antica società, almeno fino a che non si sottentra nella successiva età dei metalli. Un&#8217;epoca che un tempo non lontano sembrava remotissima ed oggi invece ci appare più vicina. Più vicina, s&#8217;intende, se consideriamo le cose in una prospettiva più ampia, metastorica: ma in realtà, più lontana in termini di cronologia assoluta. Pensiamo un po&#8217; al cosiddetto &#8220;uomo (o mummia) del Similaun&#8221;, ritrovato pochi anni fa in Alto Adige: un cacciatore, forse uno sciamano, riemerso fortunatamente dai ghiacciai al confine con l&#8217;Austria. Fra le altre cose, ha con sé un&#8217;ascia dalla lama metallica, di rame (un rame che egli stesso fuse per sé). Le analisi al carbonio 14 fanno risalire la mummia al 3500 a.C., cioè a 5500 anni fa. In precedenza si pensava che il rame in Italia fosse sconosciuto in quell&#8217;epoca, ma adesso bisogna retrodatare il suo uso di circa un migliaio di anni. Ed è singolare come quell&#8217;ascia rassomigli molto alle asce raffigurate in Liguria sulle statue-stele della Lunigiana o nelle prime incisioni rupestri di Monte Bego.</p>
<p align="justify">
<p align="justify"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=8875458057"><img style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/deiemitiitalici.bmp" border="0" alt="Renato del Ponte, Dei e miti italici" width="94" height="141" align="right" /></a> Si pensava in un primo tempo che la Liguria fosse una regione povera di minerali, poi si è scoperto che nell&#8217;entroterra fra Chiavari e Sestri Levante esisteva una miniera di rame, a Libiola, sfruttata sin da epoca remotissima: analisi al carbonio 14 hanno dimostrato che vi si estraeva il metallo già 4500 anni fa. E la futura città di Chiavari (ma come si sarà chiamata allora?) nascerà come primo centro abitato sulle coste della Liguria proprio grazie alla presenza di questa miniera, dal momento che il rame vi veniva esportato tramite un approdo marittimo. Il professor Nino Lamboglia è stato l&#8217;autore di cinque campagne di scavo nella necropoli di Chiavari, che però risale all&#8217;età del Ferro, al VIII secolo a.C. Fra il 2500 e l&#8217; VIII secolo a.C. esiste naturalmente un lungo iato di tempo: come può essere colmato? Il prof. Lamboglia, durante gli scavi, studiandone la stratigrafia, aveva notato che la necropoli sorgeva su un luogo reso asciutto (così, almeno, egli pensava) mediante un&#8217;impermeabilizzazione artificiale ottenuta tramite uno strato di minuti cocci, che l&#8217;antica popolazione avrebbe appositamente steso a quello scopo. Tuttavia, Lamboglia non analizzò o, meglio, non ebbe il tempo per analizzare adeguatamente proprio questo strato, l&#8217;ultimo della serie, cosa che fu compiuta solo negli anni &#8217;80 di questo secolo. Ebbene, questo strato di cocci è composto da anfore di ceramica risalente al XIV-XIII secolo a.C. e si trattava, dunque, non di un fondo artificiale, ma di una base naturale di spiaggia, di riporto, lavorata dal mare, che attestava un traffico ed uno scambio di merci sulla costa già in quell&#8217;epoca lontana. Siamo agli albori dell&#8217;età del Bronzo e tale attività può essere agevolmente connessa con l&#8217;esportazione del minerale di rame e la miniera di Libiola. Poi, in seguito, nascerà il vero e proprio centro abitato e la necropoli ad incinerazione di Chiavari.</p>
<p align="justify">
<p align="justify">Analizzando il territorio ligure si capisce anche il carattere della popolazione. La gente ligure è stata sempre ritenuta chiusa, inospitale, difficile. I Romani la ritenevano &#8220;dura e agreste&#8221;. Tuttavia questa regione ha subito anche infiltrazioni lente e pacifiche di altre genti. All&#8217;inizio dell&#8217;età del Bronzo, dalle Alpi settentrionali si riversarono popolazioni che possiamo riconnettere con il mondo dei &#8220;campi d&#8217;urne&#8221;, vale a dire col crogiolo delle <a href="http://www.centrostudilaruna.it/indoeuropei.html">popolazioni indoeuropee</a> che in parte popoleranno l&#8217;Italia. I Latini traggono origini da lì e così i Veneti e tante altre popolazioni italiche. In quest&#8217;epoca è ancora difficile distinguere i popoli italiani da quelli <a href="http://www.centrostudilaruna.it/celti.html">celtici</a>. Oggi esiste una &#8220;moda <a href="http://www.centrostudilaruna.it/celti.html">celtica</a>&#8221; o <a href="http://www.centrostudilaruna.it/celti.html">panceltica</a> che, intendiamoci, ha più di una giustificazione rispetto alla misconoscenza del passato, ma, appunto, non bisogna esagerare. Popolazioni che possiamo definire &#8220;pre<a href="http://www.centrostudilaruna.it/celti.html">celtiche</a>&#8221; si infiltrano comunque già in età antichissima nel Piemonte e nella Liguria centro-orientale, mentre la Liguria occidentale manterrà caratteristiche più arcaiche, così come certe aree più vicine alla Toscana (Garfagnana, Lunigiana). Nelle zone interessate dall&#8217;ondata migratoria inizierà un processo di parziale <a href="http://www.centrostudilaruna.it/indoeuropei.html">indoeuropeizzazione</a> in parte collegato a popolazioni che ho definito &#8220;pre<a href="http://www.centrostudilaruna.it/celti.html">celtiche</a>&#8220;. Lo si può affermare anche sulla base di alcune iscrizioni ritrovate. La prima statua &#8211; stele rinvenuta in epoca moderna, nel 1837 a Zignago (SP), reca un&#8217;iscrizione in alfabeto etrusco, ma in lingua di dubbia attribuzione e tuttavia sicuramente <a href="http://www.centrostudilaruna.it/indoeuropei.html">indoeuropea</a>: &#8220;<em>Mezunemunis</em>&#8220;, ovvero &#8220;io (cioè la divinità raffigurata) che mi trovo in mezzo al bosco&#8221; (da notare l&#8217;affinità col latino). A Genova l&#8217;iscrizione (VI sec. a.C.?) &#8220;<em>Mi Nemeties</em>&#8221; (&#8220;di me, Nemetie&#8221;) di nuovo collega sistema alfabetico e grammaticale etrusco con un personaggio dal nome certamente <a href="http://www.centrostudilaruna.it/celti.html">celtico</a>. Eccoci dunque di fronte alla terza componente etnica della Liguria preromana .</p>
<p align="justify">
<p align="justify">* * *</p>
<p align="justify">
<p align="justify">Conferenza tenuta ad Aosta nel corso del terzo Festival Celtique.<br />
Tratto da http://www.celti.it/revue/revue12.htm#I%20LIGURI.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/delponteoriginideiliguri.html' addthis:title='Le origini etniche dei Liguri ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>La civiltà celtica</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Jan 2000 13:50:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele Fabbri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Recensione del saggio di Françoise Le Roux e Christian J. Guyonvarc’h, sulla civiltà celtica]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/civilta-celtica.html' addthis:title='La civiltà celtica '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/croce-celtica_thumbnail.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Celti" /><br/><p align="justify"><a href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=8809044355" target="_blank"><img class="alignright" style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/iceltiunpopolo.bmp" border="0" alt="Elena Percivaldi, I celti. Un popolo e una civiltà d'Europa" width="95" height="95" align="right" /></a> La storia dei <a href="http://www.centrostudilaruna.it/celti.html">Celti</a> è un argomento affascinante che riesce ad appassionare anche il grande pubblico e su questo tema si è aperta la strada a filoni culturali che vanno dalla fantarcheologia a ricostruzioni arbitrarie ad uso commerciale. Ma non manca, naturalmente, una letteratura storica di grande rigore scientifico: uno degli studi più seri e qualificati sulla materia è <em>La civiltà celtica</em> di F. Le Roux e C.J. Guyonvarc’h.</p>
<p align="justify">Com’è noto i <a href="http://www.centrostudilaruna.it/celti.html">Celti</a>, pur occupando vastissime aree dell’Europa centrale e occidentale, non furono in grado di creare una grande entità statuale e gli antichi greci e latini li confondevano coi Germani. Sulle origini dei <a href="http://www.centrostudilaruna.it/celti.html">Celti</a> si può affermare con certezza soltanto che appartengono al mondo <a href="http://www.centrostudilaruna.it/indoeuropei.html">indoeuropeo</a> e che le prime testimonianze greche risalgono al VI° secolo a.C., quando i <a href="http://www.centrostudilaruna.it/celti.html">Celti</a> risultano già stabilmente insediati. I progressi delle scienze archeologiche hanno gettato luce sulle fasi più antiche (Halstatt, La Tène), ma il moltiplicarsi di studi, recentemente intrapresi anche in molti paesi dell’Est, rende sempre più arduo un lavoro di sintesi. Altrettanto complesso è lo stato degli studi linguistici a causa della frammentazione dialettale delle lingue celtiche moderne e dello scarso numero di studiosi di celtismo. È certo però che alcune delle più grandi città europee portano nomi celtici: Parigi, Londra, Ginevra, Milano, Nimega, Bonn, Vienna, Cracovia, Bologna…</p>
<p align="justify"><a href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=8827217851" target="_blank"><img class="alignleft" style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/celtiegreci.bmp" border="0" alt="Bernard Sergent, Celti e greci. Il libro degli eroi" width="95" height="134" align="left" /></a> Le fonti classiche riportano racconti di viaggio dei navigatori greci e narrano della continuata situazione di conflittualità fra i Romani e i <a href="http://www.centrostudilaruna.it/celti.html">Celti</a> nella pianura padana, ma l’unico autore che ha lasciato un’ampia descrizione dei <a href="http://www.centrostudilaruna.it/celti.html">Celti</a> è Cesare nel <em>De bello gallico</em>. La testimonianza di Cesare, seppur significativa, osserva la <a href="http://www.centrostudilaruna.it/celti.html">civiltà celtica</a> solo nella sua fase finale e comunque Cesare scrive una relazione militare in cui le notizie etnografiche hanno un ruolo secondario. Le iscrizioni celtiche sono numerose, ma hanno un carattere frammentario e quasi mai formano frasi complete e le iscrizioni ogamiche risalgono solo al VI° secolo della nostra epoca. Altri elementi si possono desumere dalla letteratura medievale che ha in qualche misura trasmesso elementi della mitologia celtica, anche se talvolta in forma cristianizzata. La <a title="letteratura" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/letteratura">letteratura</a> medievale irlandese ha lasciato cicli mitologici, eroici, storici dai quali si è poi sviluppata la letteratura “ossianica” del periodo romantico. Quest’insieme di fonti pone notevoli problemi metodologici nello studio della civiltà celtica, infatti lo studio delle testimonianze continentali appartiene alle scienze dell’antichistica, prevalentemente archeologiche ed epigrafiche, mentre lo studio delle fonti insulari, soprattutto irlandesi, presuppone conoscenze medievistiche di paleografia, linguistica, filologia e agiografia. Occorre dunque incrociare questi campi di ricerca e trarne una sintesi per tracciare un quadro dell’<a href="http://www.centrostudilaruna.it/storiaantica.html">antichità</a> celtica.</p>
<p align="justify">L’archeologia ha fissato l’apogeo della civiltà celtica nel periodo di La Tène: dal 500 a.C. fino all’arrivo di Cesare in Gallia. In questo periodo si nota anche l’insorgere di un’arte caratteristica, lineare e decorativa che, pur ispirandosi a modelli greci, si rivela vivace ed originale. Fra il 200 e il 50 a.C. i Romani conquistano quasi tutti i territori occupati dai <a href="http://www.centrostudilaruna.it/celti.html">Celti</a>: la fine dell’indipendenza celtica assume un carattere precipitoso. Eppure la presenza dei toponimi celtici è frequente in tutta Europa e in Francia non c’è una frontiera provinciale o dipartimentale o vescovile, che non abbia un’antica giustificazione risalente, attraverso il <a href="http://www.centrostudilaruna.it/medioevo.html">Medioevo</a>, fino al periodo gallico. Come si è detto, gli antichi a volte confondevano <a href="http://www.centrostudilaruna.it/celti.html">Celti</a> e Germani e in effetti ci sono parole di origine celtica entrate nella lingua tedesca: ad esempio la parola <em>Reich</em> (impero). Quando era possibile gli intellettuali Greci e Romani usavano definizioni miste per identificare in modo più completo la popolazione di cui parlavano: Celto-Traci, Celto-Sciti, Celto-Liguri. Cesare, infine, riesce a operare una chiara distinzione fra <a href="http://www.centrostudilaruna.it/celti.html">Celti</a> e Germani.</p>
<p align="justify"><a rel="nofollow" href="http://tracker.tradedoubler.com/click?p=10388&amp;a=915108&amp;g=0&amp;url=http://www.bol.it/libri/scheda/ea978883847810" target="_blank"><img class="alignright" style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/imperodeicelti.bmp" border="0" alt="Peter Berresford Ellis, L'impero dei Celti" width="95" height="158" align="right" /></a> A causa della difficoltà di dare una definizione antropologica univoca del tipo celtico, bisogna concludere che i <a href="http://www.centrostudilaruna.it/celti.html">Celti</a> hanno rappresentato una minoranza aristocratica e guerriera: questa è, ad esempio, l’impressione suscitata dall’epopea irlandese. Cesare ha lasciato una descrizione della civiltà celtica che ricalca il tradizionale schema tripartito degli <a href="http://www.centrostudilaruna.it/indoeuropei.html">indoeuropei</a>: sacerdoti, guerrieri, artigiani. La classe sacerdotale dei druidi è al vertice della scala sociale. I re erano generalmente eletti ed erano considerati più degli equilibratori della ricchezza che i detentori di poteri civili e militari, e comunque la loro autorità era soggetta al controllo dei druidi e anche per questo il re dispone di uno scarso numero di funzionari. L’archetipo del sovrano celtico è colui che, grazie a una buona amministrazione, può permettersi di donare senza rifiuto alcuno, mentre cattivo re è chi grava i suoi sudditi con imposte e tasse senza alcuna contropartita. L’organizzazione statuale dei <a href="http://www.centrostudilaruna.it/celti.html">Celti</a> è sempre rimasta allo stato tribale: il patriottismo celtico non ha mai superato i confini del territorio locale, infatti le tribù celtiche non disdegnavano alleanze coi Romani o coi Germani per attaccare tribù confinanti: questo è il limite più grande della civiltà celtica e ne determinerà la scomparsa. La frantumazione territoriale celtica deriva dal fatto che i <a href="http://www.centrostudilaruna.it/celti.html">Celti</a> consideravano come cellula sociale fondamentale il clan che poteva contare al massimo qualche migliaio di persone; al di là del clan potevano essere riconosciuti solo vincoli di alleanza a carattere personale che ricordano quelli del mondo feudale. L’insediamento celtico era generalmente costituito da un villaggio protetto da una palizzata in legno e raramente i villaggi hanno assunto la dimensione di vere e proprie città. I <a href="http://www.centrostudilaruna.it/celti.html">Celti</a>, inoltre, non avevano elaborato un diritto scritto e si affidavano alle norme del diritto consuetudinario; tuttavia la letteratura irlandese ha lasciato testimonianza di discussioni serrate e di arguzie sottili in materia giuridica. L’organizzazione finanziaria era piuttosto arcaica e per lo più si utilizzavano come moneta i lingotti d’oro o di rame.</p>
<p align="justify">L’invasione romana della Gallia segna di fatto la fine dell’autonomia celtica: le tribù celtiche, frammentate e incapaci di organizzazione unitaria, erano inadeguate ad affrontare una situazione di guerra totale come quella che conducevano i Romani. I <a href="http://www.centrostudilaruna.it/celti.html">Celti</a> sono scomparsi perché la struttura religiosa e politica della loro società non era adattabile alla nozione romana, poi moderna, dello stato e la cultura celtica, non avendo elaborato una scrittura, dovette soccombere di fronte al greco e al latino. Le isole britanniche hanno lasciato esempi di letteratura celtica, sebbene di epoca tarda rispetto al momento di formazione della lingua. Da queste testimonianze si può desumere che le lingue celtiche fossero piuttosto semplici, inoltre l’assenza dei relativi e la collocazione del verbo all’inizio della proposizione subordinata impedivano periodi oratori di una qualche ampiezza: la letteratura celtica era destinata alla recitazione, non alla lettura. I racconti orali dovevano avere grande diffusione e ne rimane traccia nella “materia di Bretagna” che ispira i racconti arturiani del <a href="http://www.centrostudilaruna.it/medioevo.html">Medioevo</a>: in particolare il <a href="http://www.centrostudilaruna.it/simboli.html">simbolismo</a> del Graal sarà assorbito dall’esoterismo cristiano.</p>
<p align="justify"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=8882898512" target="_blank"><img class="alignleft" style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/grandestoriacelti.bmp" border="0" alt="Venceslas Kruta, La grande storia dei celti. La nascita, l'affermazione e la decadenza" width="95" height="143" align="left" /></a> La società celtica assumeva un carattere teocratico, essendo il riflesso delle concezioni metafisiche dei druidi, i quali plasmavano la società umana sul modello della società divina di cui erano i rappresentanti in terra. Gli studi che hanno gettato luce sulla <a href="http://www.centrostudilaruna.it/religione.html">religione</a> celtica delineano una filosofia non aristotelica, una forma di speculazione indipendente dalla logica dei ragionamenti greci e che si avvaleva essenzialmente dei <a href="http://www.centrostudilaruna.it/simboli.html">simboli</a>. Un’operazione di questo tipo non è facile per la mentalità moderna, impoverita dalla cultura materialista, e la ricerca deve avvalersi di dati essenzialmente comparativi: il parallelo con la cultura induista e orientale trova riscontri interessanti nei miti celtici, in particolare risalta una certa tendenza a ricondurre le varie divinità a una dimensione unica del sacro. Cesare quando descrive la <a href="http://www.centrostudilaruna.it/religione.html">religione</a> dei Galli cerca di paragonare le divinità celtiche a quelle romane, ma un’operazione di questo tipo rischia di essere approssimativa e arbitraria: lo stesso Cesare, infatti, non ha la pretesa di essere esaustivo sull’argomento. Lug, dio della luce, sembra avere attribuzioni che lo avvicinano a Mercurio, Brigit, dea della sapienza, è assimilata a Minerva. Con procedimento simile, gli dèi <a href="http://www.centrostudilaruna.it/celti.html">celti</a> hanno trasmesso alcune delle loro caratteristiche ai santi cristiani: caso emblematico è quello di santa Brigit.</p>
<p align="justify">La potente casta dei druidi aveva al suo interno delle ulteriori gerarchie: chi si occupava dei sacrifici, chi della poesia e della letteratura (i bardi), chi della profezia. Anche le donne erano ammesse al sacerdozio con la qualifica di profetesse. I druidi insegnavano la dottrina dell’immortalità dell’anima: alla morte del corpo le anime passano all’Altro Mondo, ovvero alla dimora degli dèi, denominata <em>sid</em> (parola che contiene l’etimologia della pace). L’Altro Mondo è un luogo di pace e di delizie simile al <em>Walhalla</em> germanico: i suoi abitanti gustano cibi prelibati, sono amati da donne bellissime e hanno tutti un rango sociale elevato. Questo paradiso è riservato a chi in vita si è comportato in modo virtuoso ed eroico. L’Altro Mondo è descritto nei celebri testi definiti “navigazioni” (<em>immrama</em>) che troveranno la loro prosecuzione nelle “navigazioni” dei monaci medievali, la più celebre delle quali, quella di San Brandano, farà da modello a tutti i racconti medievali di viaggi nell’Aldilà. I <a href="http://www.centrostudilaruna.it/celti.html">Celti</a> non costruivano templi nel senso classico del termine e celebravano i loro riti per lo più nei boschi sacri. Il druidismo si è estinto anche perché, come si è visto, la cultura celtica nel suo insieme era incompatibile con la cultura scritta dei Romani. Con la diffusione del cristianesimo ci fu il colpo di grazia a eventuali sopravvivenze del paganesimo celtico, la cui influenza, tuttavia, è presente soprattutto nella Chiesa irlandese, al punto che si parla di un “cristianesimo celtico” che ha dato tratti peculiari alla letteratura religiosa d’Irlanda.</p>
<p align="justify">In conclusione il lavoro dei due storici francesi rende giustizia alla civiltà celtica, senza indulgere alle mode degeneri dei celtomani moderni, ma descrivendo la ricchezza e la profondità della cultura celtica, tutt’altro che “barbara” come potrebbe sembrare dalle testimonianze frammentarie di certi autori classici. Gli autori hanno anche il merito di aver preso in considerazione suggestioni provenienti dalla cultura tradizionalista, in particolare da <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/rene-guenon/">René Guénon</a></span>, il quale riteneva che la <a href="http://www.centrostudilaruna.it/religione.html">religione</a> celtica fosse particolarmente vicina alla Tradizione primordiale. La tradizione celtica appartiene al passato, ma il mito, a condizione che venga trasmesso e ripetuto fedelmente, rimane sempre vivo e in perpetuo efficace.</p>
<p align="justify">* * *</p>
<p align="justify">Françoise Le Roux, Christian J. Guyonvarc’h, <em>La civiltà celtica</em>, Edizioni di Ar, Padova, 1987, pp.148, € 10,35.</p>
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