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	<title>Centro Studi La Runa &#187; Italia</title>
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	<description>Archivio di storia, tradizione, letteratura, filosofia</description>
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		<title>L&#8217;Italia nel XX secolo</title>
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		<pubDate>Sat, 12 Nov 2011 16:58:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto Lombardo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un libro di Rutilio Sermonti sulla "Storia dell’Italia moderna per gli studenti che vogliono la verità", pubblicato dalle Edizioni all'Insegna del Veltro.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/litalia-nel-xx-secolo.html' addthis:title='L&#8217;Italia nel XX secolo '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storiacontemporanea48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Storia contemporanea" /><br/><p style="text-align: justify;"><a href="http://www.insegnadelveltro.it/libreria/?p=784" target="_blank"><img class="alignright size-medium wp-image-8754" style="margin: 10px;" title="litalia-nel-xx-secolo" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/litalia-nel-xx-secolo-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>È noto quale squallido indottrinamento la scuola italiana imponga agli studenti. Purtroppo, nei decenni passati una destra troppo colpevole ha quasi completamente abbandonato il mondo dell’editoria, dell’università e della scuola nelle mani dei suoi avversari politici e culturali, lasciando così campo aperto alle dottrine più degradanti e mistificatorie. Non soltanto i libri di storia su cui studiano le generazioni da almeno tre decenni, ma anche quelli di filosofia, <a title="letteratura" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/letteratura/">letteratura</a>, educazione civica e via dicendo riflettono univocamente una stessa concezione del mondo e dell’uomo: materialista, economicista, storicista e antitradizionale. Lo si vede in ogni dominio: il marxismo, la psicanalisi e l’evoluzionismo sono i dogmi interpretativi, e ogni modello realmente alternativo a quest’ottica degradante viene severamente bandito con anatemi e <em>crucifige</em>. La scuola italiana è pressoché completamente in mano a un corpo docente di levatura sessantottina, e ciò significa che cambiamenti radicali sono improbabili nel breve e nel medio periodo, dovendosi oggi fare affidamento solo su una graduale opera di esautorazione di questa asfittica cultura dominante, osteggiandola in tutti i campi e soprattutto contrapponendole un’autentica e rigorosa visione del mondo, inconciliabile e alternativa. Si tratta di riuscire ad affermare, con il coraggio che è richiesto dalle idee nobili, principi e valori che precedono il culto del degrado e della sovversione oggi imperanti in ogni dominio, per restituire dignità e valore alla nostra cultura.</p>
<p style="text-align: justify;">È con questo spirito che Rutilio Sermonti, un uomo indubbiamente di destra e ancora più indubbiamente coraggioso e battagliero, si è accinto a scrivere <em>L’Italia nel XX secolo</em>, una “Storia dell’Italia moderna per gli studenti che vogliono la verità”, come recita il sottotitolo di questo interessante libro stampato recentemente dalle Edizioni all’Insegna del Veltro di Parma. Sermonti non ha peli sulla lingua: rivisita con piglio critico cento anni di “storia patria” secondo la sua visione politica – e, diciamolo francamente, questo costituisce già di per sé una notevole novità in campo storiografico. Le poco più di duecento pagine del volume contengono almeno altrettante confutazioni di luoghi comuni, spesso stese con quella vivacità di chi sa di affermare tesi controcorrente ed ha una forte motivazione ideale. Certo, alcune pagine arrivano a vibrare di una tensione “nazionalista” che difficilmente si potrebbe condividere <em>in toto</em>: ma in generale il libro è scritto davvero bene, e ha il pregio fondamentale della rivisitazione in chiave critica.</p>
<p style="text-align: justify;">Già nelle premesse sull’unificazione dell’Italia Sermonti scrive che questa fu attuata in maniera troppo brusca e che apparve «alla maggioranza dei sudditi come un fatto imposto dall’esterno». Non mancano le critiche alla disastrosa epoca del giolittismo e alla conduzione della campagna di aggressione della Libia, sfociata in diversi episodi sanguinosi che si sarebbe ben potuto evitare con una politica estera più assennata.</p>
<p style="text-align: justify;">Circa la Grande Guerra, Sermonti ricostruisce le tendenze e i fervori che portarono a quella autentica carneficina nel cuore di Europa, e scrive – io credo assai giustamente – che «ciò si doveva soprattutto alla mentalità ottocentesca degli alti comandi, tutti provenienti da scuole di guerra fondate sull’esperienza del secolo precedente, in cui le offensive erano affidate a masse di fanterie, che attaccavano a ondate puntando a travolgere il nemico coll’impeto finale dell’arma bianca (baionetta), coadiuvate con manovre e cariche di cavalleria. Già al declino dell’Ottocento, invero, l’introduzione dei fucili a retrocarica, presto con caricatore multiplo, aveva cominciato a consigliare vivamente di cambiare sistema».</p>
<p style="text-align: justify;">Il fatto che Sermonti sia un uomo di destra non deve far pensare che nel libro si trovi un’apologia sciocca e acritica del fascismo. Anzi, l’autore mette ben in luce, nel capitolo dedicato al Ventennio, le tante correnti e anche le peculiarità irriducibili del movimento mussoliniano, le sue pieghe nascoste, i suoi pregi e i suoi difetti in una visione circolare e non semplicistica, come è invece quella demonizzante oggi imperante. Ampio spazio è riservato alla rilettura del conflitto e di quel drammatico sogno di riparazione dell’onore nazionale infranto che si incarnò a Salò.</p>
<p style="text-align: justify;">Le pagine scorrono via, poi, nella parte dedicata alla “Repubblica antifascista”, con l’asservimento definitivo dell’Italia a interessi extranazionali ed anche extraeuropei. Si entra così nell’epoca della svendita e del saccheggio di una nazione, che culminano con le note vicende di “Tangentopoli”.</p>
<p style="text-align: justify;">Il libro si conclude con una visione assai disincantata del presente, tra un <em>excursus</em> sullo strapotere dei media e il lavaggio dei cervelli e un paragrafo davvero significativo sul <em>diktat</em> dell’integrazione razziale che grava, come una gigantesca spada di Damocle, sul destino di tutti noi Europei.</p>
<p style="text-align: justify;">In conclusione, questo libro di Sermonti è un primo, importante e coraggioso contributo alla rivisitazione della <a title="storia contemporanea" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/storia-contemporanea/">storia contemporanea</a> secondo i parametri di un’autentica libertà intellettuale.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">R. Sermonti, <em>L’Italia nel XX Secolo</em>, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma, 2001, euro 15,43.</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>La Padania</em> del 9 marzo 2002.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/litalia-nel-xx-secolo.html' addthis:title='L&#8217;Italia nel XX secolo ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>La rinascita è possibile</title>
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		<pubDate>Fri, 28 Oct 2011 09:06:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabio Calabrese</dc:creator>
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		<description><![CDATA["Noi non siamo gli ultimi di una temperie culturale e politica prossima a esaurirsi, quel che dovremmo incarnare è lo spirito della difesa identitaria dell’Italia e dell’Europa".]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/la-rinascita-e-possibile.html' addthis:title='La rinascita è possibile '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/teiwaz.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Teiwaz" /><br/><p style="text-align: justify;">Tutti quanti noi, almeno fra coloro che hanno un’età non più verdissima, sappiamo che la fine della Guerra Fredda diede il via in Italia a una stagione di camaleontismo politico.</p>
<p style="text-align: justify;">Che il PCI, quello che fin allora era stato il più forte partito comunista dell’Europa occidentale, tentasse di riciclarsi, di darsi un volto o una maschera nuovi dopo l’evidente fallimento dei regimi comunisti dell’Est, caso unico nella storia di regimi crollati sotto il loro stesso peso davanti alla dimostrata incapacità di dare ai loro sudditi altro che oppressione e miseria, era una cosa del tutto ovvia. Il PCI diventò PDS, poi DS, per confluire infine nel PD.</p>
<p style="text-align: justify;">Sempre la fine della Guerra Fredda, il cambiamento della situazione internazionale comportò la necessità di un drastico <em>make-up</em> anche per la Democrazia Cristiana che era stata fin allora l’asse del sistema politico italiano, il più forte partito di governo ininterrottamente dalla fine della seconda guerra mondiale al 1991. Questa longeva presenza al potere aveva permesso alla DC di creare un articolato e capillare sistema di sottogoverno, appropriazione della cosa pubblica, corruzione, di cui tutti sapevano e che tutti, a cominciare dalla magistratura, hanno fatto finta di non vedere.</p>
<p style="text-align: justify;">La ragione per cui gli Italiani si sono adattati per lunghissimo tempo a sopportare questa situazione indegna di una nazione civile, da Paese del Terzo Mondo, da “repubblica delle banane” come allora si diceva, era che essa appariva comunque un meno peggio rispetto all’avvento di un regime comunista, la cui instaurazione una vittoria elettorale del PCI avrebbe potuto provocare (anche se per la verità non si conosce un solo caso in cui i comunisti abbiano preso il potere in seguito a libere elezioni).</p>
<p style="text-align: justify;">Assieme al muro di Berlino e all’Unione Sovietica, è crollata ovviamente anche la paura del comunismo che era il collante di tutto il potere democristiano, e anche per la DC è cominciata la stagione dei balletti e dei trasformismi. L&#8217;ex “balena bianca” si è trasformata prima in Partito Popolare resuscitando il nome dei tempi di don Sturzo, poi è andata incontro a varie scissioni e fusioni prima di coagularsi nuovamente per un certo tempo come “Margherita” e infine confluire nel PD assieme agli ex comunisti.</p>
<p style="text-align: justify;">Cosa si debba pensare di quest&#8217;ultima mossa trasformistica che ha portato gli ex democristiani e gli ex comunisti a confluire nel medesimo partito, è chiaro. Per decenni gli uni e gli altri hanno vissuto di un reciproco antagonismo di facciata e di collaborazione sottobanco. Ora era come se dicessero esplicitamente: “Cari Italiani, vi abbiamo presi in giro per mezzo secolo, e intendiamo continuare a farlo!”</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/una-storia-della-repubblica/2383" target="_blank"><img class="alignleft size-medium wp-image-8674" style="margin: 10px;" title="una-storia-della-repubblica" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/una-storia-della-repubblica1-198x300.jpg" alt="" width="198" height="300" /></a>Ora tutto questo ci interessa nella misura in cui ci fornisce gli elementi per rispondere alla domanda se la ricostruzione in Italia di una forza politica di “destra radicale” al di là dei partitini residuali oggi esistenti sia possibile, perché è chiaro che ciò da cui partiamo nella nostra analisi, è la trasformazione-dissoluzione del MSI almirantiano.</p>
<p style="text-align: justify;">Una precisazione certamente superflua per i più scaltriti fra noi, ma che può essere utile per qualcuno. Su questo stesso sito trovate il mio articolo <a title="Oltre la destra e la sinistra" href="http://www.centrostudilaruna.it/oltre-la-destra-e-la-sinistra-2.html"><em>Oltre la destra e la sinistra</em></a> nel quale ho sintetizzato i motivi per i quali, a mio parere, non possiamo considerarci “di destra” più di quanto possiamo definirci “di sinistra”, e rispetto ad esso non ritengo di dover modificare nulla. “Destra” significa conservazione, e nell&#8217;attuale sistema che gli Italiani subiscono a partire dalla seconda guerra mondiale, non mi pare vi sia proprio nulla che meriti di essere conservato.</p>
<p style="text-align: justify;">E&#8217; chiaro quindi che “destra radicale” è un termine del tutto improprio, è comunque forse l&#8217;unico termine che possiamo usare, poiché definirci in termini più propri e corretti, in questa libera democrazia, comporterebbe conseguenze penali. D&#8217;altra parte è difficile immaginare quale collocazione potrebbe avere in termini di puro e semplice spazio fisico (che significa quel che significa), un eventuale “MSI rinato” se non alla destra dell&#8217;attuale PDL.</p>
<p style="text-align: justify;">Che quelli che fino a vent&#8217;anni fa erano (ma che poi sotto altre denominazioni e oggi addirittura nello stesso partito-museo della Prima Repubblica, in sostanza sono rimasti) comunisti e democristiani, avessero la necessità di prodursi nei balli in maschera che abbiamo visto, è cosa del tutto ovvia: i mucchi di spazzatura che avevano da nascondere sotto il tappeto erano davvero enormi, e coincidevano in sostanza con l&#8217;intera storia di entrambi. Io credo che gran parte dell&#8217;immondizia sia ancora sotto il tappeto, e non si tratta solo di corruzione e di finanziamenti illeciti che comunque, vista l&#8217;estensione che hanno avuto, rappresentano già di per sé un fenomeno gravissimo, ma anche cose ben più tragiche e imbarazzanti. Si pensi all&#8217;infinita serie di scheletri negli armadi del fenomeno resistenziale, che più si scava, più si rivela un fenomeno di pura delinquenza; e si pensi al livore con cui è stato attaccato uno storico come Gianpaolo Pansa quando ha sollevato parzialmente il velo su certe verità. Ma non basta, abbiamo anche il caso di un grande partito di massa che per decenni ha cospirato contro l&#8217;Italia in combutta con una potenza ostile, l&#8217;Unione Sovietica.</p>
<p style="text-align: justify;">Forse ingenuamente, mi sono chiesto quali motivi giustificassero da parte nostra l’abbandono della denominazione Movimento Sociale Italiano per immetterci in un balletto di trasformismi analogo alle piroette di ex (?) comunisti ed ex (?) democristiani. Quali scheletri nell’armadio, quale immondizia sotto il tappeto avevamo? Dovevamo forse vergognarci di aver avuto ragione sul conto del Moloch comunista miserevolmente imploso? Dovevamo vergognarci di aver difeso l’italianità sempre, dovunque e comunque? Oppure di essere l’unica grande forza politica nazionale uscita indenne dalla bufera di Tangentopoli, l’unica rimasta estranea al sistema della corruzione generalizzata?</p>
<p style="text-align: justify;">O era dei nostri caduti che ci dovevamo vergognare, di Sergio Ramelli, di Mikis Mantakas, delle vittime di Primavalle o di Via Acca Larenzia, e di tutti i ragazzi che avevano rischiato la pelle nelle piazze per sbarrare la strada alla sovversione rossa?</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-full wp-image-8675" style="margin: 10px;" title="fini" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/fini.jpeg" alt="" width="183" height="275" />Ora, si comprende bene che con la fine della Guerra Fredda eravamo entrati in un’epoca nuova che comportava nuovi problemi e nuove risposte, ma queste mi pareva che secondo ogni logica andassero nella direzione contraria a quella imboccata da Gianfranco Fini e da A.N. La Guerra Fredda ci aveva costretti a una serie di alleanze innaturali, per non dire umilianti subalternità, dettate dall’esigenza di fare muro contro il comunismo. Con la minaccia sovietica era venuta meno anche la funzione difensiva della NATO, sarebbe stato il momento di reclamare lo scioglimento di questa struttura di cui veniva alla luce lo scopo non recondito di subordinazione degli stati europei alla potenza americana. Analogamente, sul piano interno la lotta al comunismo ci aveva costretti ad alleanze e convivenze sgradevoli, a confonderci con “la destra” liberal–conservatrice e borghese. Sarebbe stato il momento di recuperare l’anima anticapitalista del nostro movimento, ma è chiaro che tutte le novità introdotte da Fini andavano esattamente nella direzione contraria.</p>
<p style="text-align: justify;">Sappiamo quello che è successo dopo: prima la trasformazione del MSI in AN, poi la confluenza nel PDL berlusconiano, quindi l’uscita a sinistra dallo stesso con la creazione di quell’improbabile formazione che è il FLI.</p>
<p style="text-align: justify;">C&#8217;è una favola orientale che racconta di uno sceicco (o di un emiro) che riuscì ad avere ragione di un rivale grazie al tradimento di un servo di quest&#8217;ultimo. Dopodiché lo sceicco fece mettere a morte il servo che lo aveva aiutato. A chi gli chiedeva il perché di ciò, egli rispondeva:</p>
<p style="text-align: justify;">“Era un traditore, prima o poi avrebbe tradito anche me”.</p>
<p style="text-align: justify;">Forse se avesse conosciuto questa novella, Berlusconi non avrebbe mai co-fondato il PDL assieme all&#8217;ineffabile Gianfranco, visto il modo in cui quest&#8217;ultimo aveva già tradito noi.</p>
<p style="text-align: justify;">Se ora però guardiamo il percorso politico compiuto da quest&#8217;uomo, vediamo che è andato a cacciarsi in un vero <em>cul de sac</em>, un suicidio politico. Possiamo davvero pensare che l&#8217;attuale (ancora per poco) presidente della Camera, che è un uomo che certamente non difetta di furbizia, abbia portato avanti per anni un disegno tendente alla morte della formazione politica di cui era <em>leader</em> senza rendersi conto dove stava andando? E&#8217; più verosimile pensare che essa, la liquidazione dell&#8217;eredità almirantiana e la perdita della propria credibilità politica fino a livelli infimi, siano state “concordate” con qualcuno dietro le quinte, qualcuno che deve avergli fatto balenare una ricompensa adeguata, magari sotto forma di una grossa e inamovibile carica istituzionale.</p>
<p style="text-align: justify;">Riflettete attentamente su questo punto: vi sembra credibile che qualcuno si sia dato tanta pena solo per accelerare la scomparsa dal quadro politico italiano di una forza in via di dissoluzione destinata comunque a sparire in tempi più o meno rapidi? Davvero il gioco non sarebbe valso la candela.</p>
<p style="text-align: justify;">Se ci pensiamo bene, tutta la nostra storia postbellica costituisce un enorme paradosso. Vi sono stati dei momenti e dei luoghi in cui il Movimento Sociale era la terza forza politica, subito alle spalle come consistenza elettorale della DC e del PCI. In certi momenti, in particolare nel Meridione e nell’Alto Adige negli anni ’70 abbiamo anche scavalcato i comunisti. Eppure, se ci pensiamo bene, dobbiamo ammettere che non avevamo una vera funzione politica.</p>
<p style="text-align: justify;">La Guerra Fredda e la minaccia comunista (esterna ed interna) ci costringevano ad appiattirci su posizioni atlantiste, filoamericane, filoborghesi, conservatrici che di fatto, a parte un distinguo culturale, erano sempre sul punto di trasformarci in null’altro che un’appendice della “destra” liberal-democratica.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;">Invece, oggi che c&#8217;è un disperato bisogno di noi, noi non ci siamo!</span></p>
<p style="text-align: justify;">Cerchiamo di avere un’idea chiara su questo punto, che è essenziale. Durante la Guerra Fredda comunismo sovietico e americanismo si sono, almeno in parte, neutralizzati a vicenda. E’ occorsa la sparizione dell’impero “rosso” perché il predominio americano svelasse le sue estreme conseguenze e il suo vero volto, perché allora non potevano essere attuate molte cose che avrebbero spinto per reazione gli stati europei in braccio all’avversario.</p>
<p style="text-align: justify;">La globalizzazione, la totale interdipendenza economica degli stati e delle diverse aree del mondo in un’economia appunto globale centrata sugli Stati Uniti: questo significa lo svuotamento di significato pressoché totale degli stati nazionali, perché sappiamo che il potere politico dipende dal potere economico. Già adesso si vede bene che gli stati nazionali d’Europa non possono fare altro che eseguire gli ordini del capitalismo transnazionale privato della BCE.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo però è ancora il meno: le politiche economiche condotte in questi decenni a livello planetario sono un’evidente incentivo all’emigrazione da alcune aree del nostro pianeta preventivamente impoverite e devastate, verso le nostre latitudini, perché si vuole arrivare non solo al mercato globale, ma a un mondo ibridato, imbastardito, multietnico cancellando quella secolare diversità di culture e tradizioni che è la ricchezza della nostra specie, per sostituirla con un insieme ibrido e indifferenziato che non sia in sostanza altro che una gigantesca periferia degli Stati Uniti.</p>
<p style="text-align: justify;">In varie parti d’Europa stanno nascendo, si stanno organizzando movimenti identitari di difesa dell’identità storica, culturale ed etnica dei popoli europei. Per la sua storia e per la sua identità culturale, oltre al fatto obiettivo di essere allora il più forte fra i movimenti politici europei “di destra radicale”, una volta liberato da certe scorie “atlantiste” divenute anacronistiche con la fine della Guerra Fredda, il Movimento Sociale sarebbe stato in una posizione ideale per assumere questo ruolo; un’eventualità che avrebbe potuto dare parecchio fastidio non solo ai nostri politici nazionali, ma anche ai nostri padroni planetari. Ce n’è abbastanza da sospettare che nell’operazione “Disfa il MSI” Gianfranco Fini sia stato “teleguidato” e che “il telecomando” si trovi fuori dall’Italia.</p>
<p style="text-align: justify;">A dimostrare che in Italia come in molti stati europei, c’è quanto meno uno spazio che dovremmo essere noi a riempire, uno spazio identitario, di gente sensibile all&#8217;esigenza della difesa a oltranza della nostra identità etnica e storica, c&#8217;è anche il fenomeno leghista.</p>
<p style="text-align: justify;">Anni fa, scrivendo per “Ciaoeuropa” di Antonino Amato, ho affermato che “La Lega è riuscita ad acquisire un notevole consenso fingendo di essere ciò che noi dovremmo essere”.</p>
<p style="text-align: justify;">Vediamo di precisare meglio il senso di questo giudizio che non ritengo di dover modificare in alcun modo.</p>
<p style="text-align: justify;">Il movimento leghista ha una serie di idee: difesa dell&#8217;identità etnica e culturale, opposizione al centralismo, contrasto all&#8217;immigrazione, che sarebbero ottime se &#8230; se il leghisti non le riferissero invece che all&#8217;Italia nel suo insieme, solo alla parte settentrionale della nostra Penisola, a una “piccola patria” che, a prescindere da qualsiasi altra considerazione, non potrebbe che essere rapidamente sommersa dal montare dell&#8217;ondata multietnica.</p>
<p style="text-align: justify;">Vi sarebbe parecchio da dire anche a proposito dell&#8217;islamofobia della Lega che l&#8217;ha spinta su posizioni “occidentali” e filoamericane simili a quella della non rimpianta Oriana Fallaci. Ora bisogna dire con chiarezza che l&#8217;islam è un falso bersaglio. Il problema non è dato dall&#8217;islam in quanto <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione/">religione</a>, ma dall&#8217;immigrazione che rischia di cancellarci per sostituzione e/o imbastardimento. Da questo punto di vista, che gli immigrati siano mussulmani, cristiani, induisti, buddisti o sikh, non cambia assolutamente nulla.</p>
<p style="text-align: justify;">Il leghismo, per così dire, si è centrato sul problema dell&#8217;immigrazione in seconda battuta; all&#8217;origine c&#8217;è invece uno spirito separatista dell&#8217;Italia settentrionale contro Roma e il sud.</p>
<p style="text-align: justify;">E&#8217; vero che il meridione italiano campa sfruttando parassitariamente le risorse del nord? Questo assunto non è mai messo in discussione, e su di esso si basa tutto il fenomeno leghista. Eppure, diversi anni fa “Il Giornale” pubblicò un&#8217;inchiesta giornalistica che cadde letteralmente nel vuoto, ma che se vivessimo in una realtà in cui l&#8217;informazione non è manipolata, dove le informazioni realmente importanti non sono sepolte sotto una montagna di spazzatura mediatica, avrebbe dovuto suscitare uno scalpore enorme.</p>
<p style="text-align: justify;">“Il Giornale” provò semplicemente a fare “i conti della serva” del rapporto stato-regioni, verificando quanto ciascuna regione riceve dallo stato attraverso trasferimenti, stipendi e pensioni, e quanto gli versa in termini di prelievo fiscale. Che i risultati di questo confronto siano stati sorprendenti, è davvero il meno che si possa dire. Le regioni settentrionali versano allo stato significativamente di più di quanto non ricevano, questo è vero, mentre quelle meridionali ricevono un po&#8217; più di quanto versino; il che è abbastanza logico, poiché essendo il reddito più basso, il prelievo fiscale è minore, ma non è la differenza spropositata data per scontata da tutti a cominciare dai leghisti.</p>
<p style="text-align: justify;">E qui arriva la vera sorpresa: le vere miracolate da un diluvio di finanziamenti a pioggia sono, o sono state fino a poco tempo fa, le regioni del centro, le regioni “rosse”, Emilia Romagna, Umbria, Marche, Toscana.</p>
<p style="text-align: justify;">E&#8217; chiaro cosa significa questo? Negli anni della Guerra Fredda la buona qualità dei servizi, il buon tenore di vita delle regioni “rosse” italiane, la cosiddetta “vetrina del comunismo” hanno avuto un enorme valore propagandistico non circoscritto davvero solo all&#8217;Italia. Ora scopriamo che ciò non era dovuto alle qualità degli amministratori “rossi” né tanto meno all&#8217;ideologia marxista in sé, ma era una realtà artefatta, costruita appunto a scopi propagandistici sottraendo, rubando ricchezza costruita dal lavoro di tutti gli Italiani.</p>
<p style="text-align: justify;">In più, è impossibile che questo sia avvenuto senza che coloro che erano al governo, e lo sono stati per decenni, ne fossero al corrente. Non è probabilmente un caso che oggi i sedicenti ex comunisti e i sedicenti ex democristiani, dopo aver ingannato e derubato gli Italiani per decenni, siano oggi confluiti nello stesso partito per rifarsi una verginità.</p>
<p style="text-align: justify;">Il modo più semplice per produrre sofismi, cioè ragionamenti falsi che abbiano l&#8217;apparenza della correttezza, consiste nella duplicazione del termine medio; ad esempio: “La regina è un pezzo degli scacchi, Elisabetta II è una regina, dunque Elisabetta II è un pezzo degli scacchi”. E&#8217; chiaro che il termine “regina” è assunto in due significati differenti.</p>
<p style="text-align: justify;">La Lega con il celebre slogan “Roma ladrona” ha fatto un&#8217;operazione dello stesso genere: “Roma” infatti, da un lato significava “la casta” annidata nei palazzi della politica che si trovano nella capitale ma certamente non solo lì, dall&#8217;altro però, a sostegno delle sue smanie separatiste, la Città Eterna e la sua popolazione più, ovviamente, le decine di milioni di Italiani che vivono al disotto della sua latitudine.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando parliamo di Italia del nord, non scordiamoci che non parliamo solo dell&#8217;ambiente rurale delle valli bergamasche, ma di una realtà che comprende milioni di persone di provenienza o di origine meridionale; immigrati o figli di immigrati certamente di un&#8217;altra epoca, che arrivavano al nord (o in Svizzera, nell&#8217;Europa settentrionale, nelle Americhe, in Australia) non per farsi mantenere, ma per lavorare.</p>
<p style="text-align: justify;">E&#8217; stato il lavoro dei nostri operai, fra cui è innegabile una forte componente meridionale, che ha reso grande l&#8217;industria del nord-Italia, ad esempio quella FIAT che oggi Marchionne vorrebbe delocalizzare nella città africana di Detroit (Non è per errore che ho scritto “africana” invece di “americana”; a Detroit l&#8217;81% della popolazione è di colore. I capitalisti della “città dell&#8217;auto” preferiscono questo tipo di lavoratori nella convinzione di poterli sfruttare meglio; è la stessa ragione per cui anche da noi i capitalisti favoriscono l&#8217;immigrazione).</p>
<p style="text-align: justify;">E&#8217; saggezza non solo politica, la capacità di rinunciare a qualcosa per salvare tutto il resto. Il qualcosa a cui occorre saper rinunciare in questo caso sono le piccole e piccolissime “patrie” generate dalla tendenza alla frammentazione localistica, nemmeno scogli, ma sassi e ghiaia destinati a essere sommersi dalla montante marea globalizzatrice, per salvare l&#8217;identità nazionale ed europea.</p>
<p style="text-align: justify;">La Lega è stata spinta in alto fino a diventare una forza protagonista della nostra vita politica nazionale dalla rabbia e dall&#8217;entusiasmo, dalla rabbia verso la partitocrazia corrotta e dall&#8217;entusiasmo della gente che si vedeva finalmente offerta un&#8217;alternativa. A partire dalle elezioni amministrative del 2011 sembra aver finalmente imboccato la parabola discendente, una parabola che non potrà che accentuarsi nel prossimo futuro, offrendoci degli spazi di manovra se sapremo coglierli.</p>
<p style="text-align: justify;">Al di là degli slogan roboanti e dei gesti plateali, in questi venti anni, infatti, la Lega non ha fatto proprio nulla tranne che trasformarsi in una stampella del berlusconismo, in una ruota di scorta del PDL. Anche la legge Bossi-Fini è stata ben lontana dal rivelarsi uno strumento di contrasto efficace all’immigrazione, e le nostre frontiere rimangono un colabrodo.</p>
<p style="text-align: justify;">Non dobbiamo però dimenticare che i motivi di risentimento nella gente che fecero a suo tempo decollare il fenomeno leghista ci sono ancora tutti, e semmai si sono esasperati.</p>
<p style="text-align: justify;">Neppure il prevedibile declino del fenomeno leghista, che certamente ha assorbito una parte del nostro potenziale elettorato, tuttavia potrà esserci di grande aiuto senza la comprensione dei motivi per i quali finora i tentativi di “agganciare” o di “riagganciare” una base elettorale hanno ottenuto risultati ben scarsi, e senza una precisa volontà di porvi rimedio.</p>
<p style="text-align: justify;">Il MSI di Almirante non era certo privo di limiti, difetti e contraddizioni, anche se rispetto alla miseranda situazione attuale ci appare quasi un eden perduto, eppure dobbiamo ammettere che alcuni dei semi delle difficoltà nelle quali oggi ci troviamo, furono piantati proprio allora, a cominciare da quell’atteggiamento psicologico che ci vedeva irrimediabilmente in declino, ed è diventato una profezia che si auto-adempie.</p>
<p style="text-align: justify;">Quei tempi erano, lo ricordiamo, l’epoca della Guerra Fredda, una situazione che non ci lasciava altra soluzione che quella di accodarci in funzione anticomunista, ad altri nostri nemici: al dominio americano, alla destra liberal – borghese e capitalista. Il principale collante del Movimento era allora la nostalgia, ovviamente legata a chi aveva vissuto l’esperienza prebellica e/o quella della RSI, e il Movimento sembrava destinato a scomparire lentamente con la cessazione naturale di quella generazione. Coloro che hanno cercato – con una serie di tentativi alquanto maldestri – di ricostruire il Movimento, con i fallimenti cui sono andati incontro, hanno rinforzato il senso di sconfitta precostituita e inevitabile.</p>
<p style="text-align: justify;">A parte questo sottofondo psicologico, i motivi più contingenti che hanno portato alla sconfitta dei vari movimentini che hanno tentato di riempire il vuoto, sono facilmente individuabili: il frazionismo prima di tutto, complicato sia dall’egocentrismo di alcuni ducetti, sia dall’attrattiva molto forte per alcuni, di apparentarsi in qualche modo alla coalizione di centrodestra, unico modo in tempi di maggioritario, di assicurarsi una presenza negli organi elettivi.</p>
<p style="text-align: justify;">Occorre prima di tutto togliersi dalla testa la mentalità della sconfitta precostituita; noi non siamo gli ultimi di una temperie culturale e politica prossima a esaurirsi, quel che dovremmo incarnare è lo spirito della difesa identitaria dell’Italia e dell’Europa di cui c’è più che mai bisogno, e sempre più persone ne stanno diventando consapevoli. Dal passato possiamo trarre utili insegnamenti, ma è nel futuro che dovremo vivere d’ora in avanti.</p>
<p style="text-align: justify;">Una volta fatti forti di questa consapevolezza, vediamo l’altro nodo della questione. Di un leader carismatico non si può disporre a comando o aspettarsi che compaia solo perché se ne desidera uno; si tratta di personalità particolari sostanzialmente irripetibili, che le circostanze possono far sì che si presentino oppure no. Dobbiamo quindi ragionare partendo dal presupposto che personaggi di questa statura al momento non ce ne sono, certamente non fra i leader dei micro-partitini residuali che si contendono quel che oggi rimane della nostra Area.</p>
<p style="text-align: justify;">Non credo occorra sforzarsi di dimostrare che il frazionismo è di per sé un male, lo è specie nell’epoca del sistema elettorale maggioritario; non è un rimedio, tuttavia, il modo in cui finora si è cercato di superarlo, attraverso accordi “di potere” di chi in verità potere non ne ha per nulla, comunque “di vertice”, tipo “tot poltrone (potenziali, possibilità di concorrere a poltrone che generalmente si conclude con un buco nell’acqua) a me, tot a te”.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando la gente si ritrova sulla scheda elettorale tre o quattro listarelle “a destra del PDL” dove la differenza fra l’una e l’altra risulta del tutto esoterica e misteriosa a chi non è “addentro alle secrete cose”, la gente si stanca e si scoraggia e non vota o, altrimenti, per non sprecare completamente il suo voto e non favorire un’eventuale vittoria delle sinistre, magari vota per il centrodestra (spesso Lega).</p>
<p style="text-align: justify;">Alle elezioni amministrative del 2011 a Trieste è accaduto una specie di miracolo: “alla destra del PDL” c’era per non so quale fortunata circostanza, una sola formazione politica, che ha ottenuto oltre il 10% dei voti, e questo nonostante la presenza del MSI-FT nella coalizione di centrodestra. Questo risultato che si può definire brillante visto il livello dal quale ordinariamente partiamo, non ha avuto peso a causa del sistema maggioritario, ma ha il pregio di dimostrare che un elettorato potenziale paragonabile a quello del vecchio MSI e forse più esteso, esiste ancora, e il problema è “riagganciarlo”.</p>
<p style="text-align: justify;">In assenza di un leader carismatico che si imponga a tutti con la sua autorevolezza, credo che ci sia un solo rimedio al frazionismo: un programma chiaro, basato su pochi punti, fra i quali non potranno mancare l’opposizione allo strapotere americano in casa nostra, lo stop all’immigrazione e l’espulsione dei clandestini: chi lo condivide è dentro, chi non lo condivide è fuori.</p>
<p style="text-align: justify;">C’è naturalmente il problema che il sistema elettorale maggioritario è fortemente penalizzante per le formazioni minori, ma allora diciamolo con chiarezza: l’obiettivo è quello di costituire un movimento forte e significativo nel Paese, fra la gente; quello della presenza negli organi rappresentativi potrà venire in un secondo momento. Se abbiamo pensato che il nostro problema sia quello di ottenere qualche consigliere comunale qua e là, abbiamo sbagliato tutto, un errore tanto più grave se ci siamo limitati a pensare a coalizioni temporanee per fini elettorali.</p>
<p style="text-align: justify;">Che non ci sia “grasso che cola” è perfino meglio: chi si accosterà a noi non lo farà per fini personali.</p>
<p style="text-align: justify;">L’Italia e l’Europa non hanno mai avuto tanto bisogno di noi come adesso: subordinate al dominio americano e prive di reale indipendenza, minacciate di essere stravolte nelle loro basi etniche dalla valanga umana che si riversa dal sud del mondo, non c’è mai stato tanto bisogno come ora di un forte movimento identitario che conduca la lotta per la sopravvivenza, per dare un futuro ai nostri figli e ai figli dei nostri figli.</p>
<p style="text-align: justify;">Per quanto le nubi all’orizzonte siano fosche, il futuro è sempre – almeno in parte – il frutto delle nostre decisioni.</p>
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		<title>Sobre la determinación ario-romana de la Italia fascista</title>
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		<pubDate>Mon, 17 Oct 2011 14:17:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Julius Evola</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/sobre-la-determinacion-ario-romana-de-la-italia-fascista.html' addthis:title='Sobre la determinación ario-romana de la Italia fascista '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/evola48x48.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Julius Evola" /><br/><p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-medium wp-image-8568" style="margin: 10px;" title="arco_tito_3" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/arco_tito_3-300x239.jpg" alt="" width="300" height="239" />El mes de julio de 1938 constituye para el desarrollo revolucionario del pensamiento fascista, un vuelco de gran importancia. En ese momento la Italia fascista tomó posición oficialmente sobre el problema de la raza y la cuestión judía, posición muy próxima a la de Alemania. Sin embargo, el punto de vista fascista sobre la cuestión racial no debe, de ninguna manera, ser considerado como una imitación pasiva, sino todo lo contrario, como un desarrollo lógico de nuestro movimiento, con el cual se inicia una fase de gran significado revolucionario para múltiples aspectos de la cultura y la mentalidad italiana.</p>
<p style="text-align: justify;">El santo y seña de Mussolini era: “cada uno debe saber que también en la cuestión de la raza seremos consecuentes”. La decisión tomada por la nueva Italia es así inequívoca, como también grave y comprometida. Habíamos afirmado esto que, hasta ayer y desde siglos atrás, nadie se había atrevido a afirmar, y que a muchos ambientes, no sólo de intelectuales, sino también de nacionalistas de probada fe, les parecía sorprendente: el significado fundamental de la raza para la construcción de la cultura italiana, que debe salvaguardar no sólo el carácter ario, sino también el ario-romano y nórdico-ario de la idea, y que debe constituir la base para la formación de nuestro pensamiento, en cuanto a la raza y para la defensa y el reforzamiento de nuestro pensamiento y nuestra tradición. “La concepción de la doctrina de la raza en Italia debe ser definida principalmente en sentido nórdico-ario” &#8211; estas fueron las palabras textuales del manifiesto establecido en acuerdo con las máximas autoridades fascistas y que constituyo la base para la determinación fascista sobre la raza en julio de 1938.</p>
<p style="text-align: justify;">Podemos, por lo tanto, hablar de una determinación nórdico-aria de la Italia fascista, que constituyó a dar una nueva orientación a las fuerzas que están activas en nuestra cultura y carácter nacional. Que los efectos de un nuevo influjo no son todavía particularmente visibles no puede extrañar, dado que son todavía muchos los obstáculos existentes y las barreras a superar. Pero las haremos frente. Y la circunstancia de que hoy tenemos a nuestro lado al pueblo alemán, el cual ha tomado la misma decisión, será para nosotros una gran ventaja, si el intercambio cultural italo-germano no se reduce a oficios y convencionales convenios, como sucede a menudo. Sino al contrario, estimule realmente fuerzas vivas y creativas. Queremos solamente dar una idea de lo que significa para nosotros el pensamiento nórdico-ario y de las principales consecuencias en el campo popular, étnico e histórico.</p>
<p style="text-align: justify;">Hasta ayer, el mito latino y mediterráneo ha tenido entre nosotros una gran importancia. Se afirmaba que éramos latinos y mediterráneos y que nuestra cultura era latina y mediterránea. Existe una sangre y una comunidad cultural latina. Y este mito de la hermandad entre los pueblos latinos ha sido un arma útil en manos de aquellos que ayer, a cualquier precio, querían crear un contraste entre Italia y Alemania, o de aquellos que querían convencernos de que entre las dos naciones no se puede entender más que la relación puramente política.</p>
<p style="text-align: justify;">Ahora hemos aclarado el equívoco existente en este campo. ¿Qué se entiende por el término “latino”? y ¿a qué se quiere referir tal expresión?</p>
<p style="text-align: justify;">Los círculos y los ambientes a los cuales el mito de la latinidad está particularmente ligado los constituyen a manera sintomática la mayor parte de los intelectuales. Y en efecto, las expresiones “latino” y “cultura latina” tienen un significado si se colocan sobre el plano estético, humanístico y literario. Aquí la latinidad tiene un mayor o menor equivalencia con el elemento romano; se trata de efectos de la actividad cultural de la antigua Roma sobre algunos pueblos que, insertados en aquel tiempo en el espacio del Imperio Romano, hicieron suya la lengua de Roma, o sea, la lengua latina. Pero esta latinidad es algo exterior. Es en cierto modo como un barniz que intenta tapar en vano las profundas diferencias de sangre y espíritu, diferencias que pueden llevar –como la Historia hasta nuestros días muestra de manera clara- a las más duras e irreconciliables divisiones. La unidad está presente solamente en el mundo del arte y de la <a title="literatura" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/letteratura/">literatura</a> y en su acentuada interpretación humanística; así pues, frente a ese mundo la antigua Roma heroica de Catón no puede disimular su desprecio. La unidad está presente también en el terreno filológico, pero también prescindiendo del hecho que de la unidad de la lengua no se puede hacer la raza, es desacreditada por la constatación de que la lengua latina pertenece al tronco general de los arios y de los <a title="indogermanos" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/indoeuropei/">indogermanos</a>. Así la latinidad no mantiene en común ninguna de las originales y fértiles con estos pueblos. ¿Este gran cambio en la Historia es explicable bajo la base de la unidad latina? Y no solamente esto; se debe examinar también el significado del mundo clásico, greco-romano, del cual ha derivado la latinidad como cultura y del cual los humanistas practicaron un culto al límite de la superstición.</p>
<p style="text-align: justify;">Este mito “clásico” traiciona un punto de vista estético y racionalista. Por lo que concierne a Roma, como a Grecia, brilla como “clásica” una cultura que por muchos aspectos –a pesar de su esplendor exterior- para nosotros es decadente. Esta civilización tuvo origen cuando el ciclo de la primera, heroica, sagrada y viril cultura aria de los orígenes helénicos, y romanos, estaba en fase de extinción.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.amazon.es/gp/product/8476516223/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=cestlaru01-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3626&amp;creative=24822&amp;creativeASIN=8476516223" rel="nofollow" target="_blank"><img class="size-full wp-image-8556 alignleft" style="margin: 10px;" title="el-misterio-del-grial" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/el-misterio-del-grial.jpg" alt="" width="240" height="240" /></a>Es sin embargo importante hacer notar que la expresión “latina” tiene otro significado totalmente diferente si volvemos a este mundo de los orígenes: un significado que trae a la mente el ya mencionado mito latino. “Lateinisch” deriva de “Latinisch”, para los que la lengua italiana conoce una sola expresión: “Latino”. La expresión “Latino” señalaba las originarias estirpes itálicas, cuyo parentesco racial y espiritual con los pueblos nórdico-arios es incontestable. Los latinos eran una oleada avanzada hacia Italia Central de la considerada raza “incineradora”, raza que quemaba a sus muertos, que más tarde se debía enfrentar a la cultura de los oscos-sabélicos, pueblos enterradores, y que debía ocupar y habitar muchas zonas de nuestra tierra antes de la aparición de los etruscos y de los <a title="celtas" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/celti/">celtas</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">De entre los restos más remotos de esta raza, de la cual descendieron los predecesores de los romanos, los latinos, enumeraremos los recientemente descubiertos en la Val Camónica. Estos restos están en estrecha relación con los de las razas arias, ya de las nórdico-atlánticas, ya de las franco-cantábricas, ya de las nórdico-escandinavas. Descubrimos los mismos símbolos de una espiritualidad solar, el mismo estilo de diseño, la misma ausencia de la <a title="religiosidad" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione/">religiosidad</a> demétrico-telúrica que siempre aparecen en las culturas no arias o arias degeneradas del Mediterráneo (pelasgos, cretenses, etruscos&#8230;). Runas, naves solares, renos, abundan en estos restos prehistóricos. Estos, testimonian razas de guerreros y de cazadores que ya entonces usaban el caballo, mientras en otras partes, hasta tiempos relativamente cercanos, se conocía sólo el carro. Representaciones en las cuales el espíritu militar y la sacralidad se unen en unos <a title="simbolos" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">símbolos</a> indicativos de esta cultura de Val Camónica.</p>
<p style="text-align: justify;">Una ulterior afinidad se constata entre los restos de Val Camónica y la cultura de los Dorios, de las estirpes que más tarde se expandirían desde el Norte hacia Grecia, fundarían Esparta, y a las cuales se debía el culto solar al Apolo hiperbóreo. En efecto, según F. Altheim y Trautmann, la migración de los pueblos de los cuales descendieron los latinos y sus congéneres y cuya aparición tiene como consecuencia en Italia el surgimiento de Roma, puede se vista como el equivalente de la migración dórica cuya aparición tiene como consecuencia el surgimiento en Grecia de Esparta: “Roma y Esparta, dos creaciones que se corresponden, de razas afines en la sangre y en el espíritu, que están relacionadas con las nórdico-arias”.</p>
<p style="text-align: justify;">La antigua romanidad y Esparta rememoran la imagen de pura fuerza, de un “ethos” severo, de un adiestramiento viril y disciplinado, de un mundo que no tiene continuación en la cultura sucesiva, llamada “clásica”, de la cual se querría hacer derivar la “latinidad” y la “unidad de los pueblos latinos”. Volvemos con el uso de la palabra “latino” a los orígenes italianos, para darnos cuenta de una transformación total de la tesis latina. La originaria latinidad corresponde a todo lo que la Gran Roma podía tener de aria, nos lleva a formas de vida y de cultura que no contrastan con aquellas razas nórdico-germánicas (más bien son afines) que debían mostrarse frente a un mundo decadente, ya más romano y bizantino que latino.</p>
<p style="text-align: justify;">Más allá del barniz exterior unitario, la presunta latinidad se encerraba en fuerzas litigantes que convergían sólo cuando no se encontraban frente a algo serio como por ejemplo el mundo del arte y de la <a title="literatura" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/letteratura/">literatura</a>. Y así, en el momento en que surgió una Italia “romana” en el sentido más estrecho y viril del término, de un lado aparece claramente el engaño del mito latino, y del otro emergen las premisas para la comprensión y un acuerdo de nuestro pueblo y del pueblo alemán, no sólo en el terreno político, sino también en el plano de las más profundas inclinaciones y de la común <em>Weltanschauung</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Mussolini ya dijo en 1923: “A través de los siglos pasados, como en el futuro, Roma es siempre el potente corazón de nuestra raza, ella es el <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">símbolo</a> imperecedero de nuestra vida más profunda”. La nueva conciencia racial profundiza en el significado de este <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">símbolo</a> romano que constituye el momento central de nuestro movimiento y nuestras aspiraciones. Estamos autorizados a poner sobre el mismo plano la italianidad fascista y la romanidad, así podrá de nuevo tener valor para nosotros el elemento nórdico-ario como estrella polar. De hecho, una selección debe ser efectuada no sólo en el ámbito de las tradiciones italianas, sino también en las romanas. Es una romanidad aria, que a través de los <a title="simbolos" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">símbolos</a> del hacha, del águila, del lobo y de otras señales, resulta una contraseña de un patrimonio hereditario hiperbóreo y existe una romanidad mixta en la que han tenido un particular papel los influjos de las estirpes itálicas pre-arias y de las culturas arias degeneradas; es, por último, una romanidad universal en el peor sentido, que no tiene de ningún modo raíces en la raza y en la sangre, y proviene de visiones religiosas que no podemos considerar siempre como peculiares. Frente a todo esto deseamos que nuestra posición quede más clara.</p>
<p style="text-align: justify;">Esta determinación ario-romana no afecta solamente a nuestras tradiciones, sino también a la raza italiana. Aunque se usen expresiones como “raza italiana” o “raza alemana”, “raza anglosajona” y, ¿por qué no? “raza hebrea”, no son científicas ni apropiadas. Todos los pueblos que hoy existen como naciones son mezclas de razas y como fundamento para su unidad son válidos generalmente otros elementos antes que los raciales. El punto de vista del primer nacionalismo eran “historicistas”, aceptaba pueblo y nación como realidades del sí. Los elementos raciales que componían una nación y los influjos que determinaban su nacimiento y desarrollo, quedaban privados de consideración. Correspondiente a este nacionalismo vale como principio político un sistema de equilibrio. Se intentó equiparar aproximadamente las distintas fuerzas y los diferentes elementos presentes en la nación, y continuar manteniéndolos unidos, mientras la huida hacia el sistema democrático-parlamentario era la solución más cómoda. Además, la nación equivalía a un mito, como una frase bonita para las discusiones retóricas.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-full wp-image-8569" style="margin: 10px;" title="eur-statua" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/eur-statua.jpeg" alt="" width="196" height="258" />Con el fascismo se llegó a una concepción totalmente diferente: como fundamento político no es válido el sistema del compromiso democrático, sino la dirección del Estado y de la Nación por parte de una elite que encarna, frente a otros, el elemento mas apreciable y meritorio y que por esto tiene el derecho de dar a la totalidad del pueblo su propio carácter. Le sigue otra posición no tanto “historicista” como peculiar, respecto al problema de la nación. Y en este contexto, el pensamiento racial integra y refuerza al fascista, bajo el aspecto popular y el histórico.</p>
<p style="text-align: justify;">Desde el punto de vista del pueblo, en la base de la determinación nórdico-aria y ario-romana, existe la convicción de que originariamente en nuestro pueblo había una raza superior –precisamente ario-romana- y que gracias a las leyes de la inextingibilidad de los factores hereditarios, elementos apreciados y puros de esta raza pueden ser encontrados en la variopinta composición que conforma nuestra nación.</p>
<p style="text-align: justify;">La idea nórdico-aria es, por lo tanto, un hilo conductor para la definición del ideal de hombre superior para Italia y para el conocimiento de lo que en nuestro carácter popular es de subrayar, purificar y conquistar par el predominio.</p>
<p style="text-align: justify;">A tal caso queremos hablar de otro mito mencionado al principio, el mito mediterráneo. También es tiempo e acabar con él. La tesis de la antropología italiana, hebraizada y positivista del siglo pasado, según la cual seríamos una raza mediterránea autónoma procedente del Norte de África, a la cual perteneceríamos la mayoría de los itálicos, como también los fenicios y otros pueblos cripto-semíticos, que no tenían nada que ver con los arios, procedentes de Asia, a la cual se puede asociar el nombre de Sergi, hoy superada científicamente, no es necesario subrayarla. No se trata solamente de interpretaciones antropológicas. Es un hecho, que también en el extranjero se ha difundido demasiado la imagen distorsionada de lo que sería específicamente italiano: por italiano se ha tenido a un elemento que a veces se encuentra en nuestro pueblo, pero que en realidad no represento lo más positivo de él. Esto es por la acotación del tipo mediterráneo descrito por Clauss como hombre de espectáculo, se trata de un tipo, por lo general, entre el preasiático y el orientaloide, con un individualismo caótico, una disposición a la exterioridad y la gesticulación, una vitalidad desordenada. Este tipo humano “mediterráneo” es otras veces exuberante y ruidoso, de carácter débil, de limitado equilibrio interior, condicionado por los sentimientos y el instinto. Entre ellos se encuentran los individuos gesticulantes, los grandes tenores, y los marineros que cantan “o sole mio”, el tipo clásico del amante meridional con una labia digna de compasión y una galantería teatral, así como también un tipo de mujer que artísticamente resalta su feminidad con complicaciones artificiales y privadas de cordura.</p>
<p style="text-align: justify;">Si bien es cierto que tipos parecidos no aparecen sólo en Italia, muchos deberán admitir que en nuestro país abundan tipos como los descritos. Se es propenso a identificar con ellos algunos aspectos pintorescos de nuestro ambiente rural y no se presta atención a otros factores, presentes igualmente en nuestro pueblo, los cuales presuponen sin más ni más otra raza y otro estilo: quizá porque ellos son parecidos a los pueblos centroeuropeos y se prefiere lo exótico. La Italia del futuro dará siempre grandes decepciones a quienes busquen entre nosotros esta caricatura de los italianos. Con este tipo mediterráneo queremos tener que ver lo menos posible y adoptaremos todos los medios para que esta parte del pueblo se transforme gradualmente mediante la fuerza del ideal de un hombre superior. “La Italia fascista exige también un hombre fascista, romano y ario-romano, un hombre nuevo y antiguo al mismo tiempo”. Este arquetipo, de una raza superior, estaba y está todavía presente en nuestro pueblo y está destinado a emerger en breve.</p>
<p style="text-align: justify;">No debe necesariamente ser rubio y con los ojos azules; en lugar de ser longíneo podrá ser mesocéfalo, y en ciertos casos de baja estatura; tendrá sin embargo, las mismas armónicas proporciones del hombre nórdico, y entre sus rasgos, la frente alta, la nariz más o menos curvada, mandíbula acentuada, dará la impresión de ser un hombre activo, despierto, preparado para el ataque. Mientras en el tipo mediterráneo, poco noble, que a primera vista parece agitado, astuto, sensual, el tipo ario-romano se manifiesta erecto, firme y enérgico. La gesticulación le es extraña, sus gestos están llenos de expresión, pero no exuberante e incontrolada: movimientos que denotan un pensamiento consciente. Respecto al tipo nórdico, el hombre ario-romano tiene una capacidad de reacción más veloz, y particularmente es capaz de tomar posición inmediata frente a un acontecimiento imprevisto; es, interiormente, versátil y dinámico, de un dinamismo consciente y controlado, muy diferente de una vivacidad desordenada. Se nos debe habituar a reconocer en este tipo al verdadero italiano. La mejor y esencial parte de nuestro pueblo. Es la parte originaria que sale a la luz gracias a la fuerza evocadora y transformadora de la idea fascista.</p>
<p style="text-align: justify;">Si se quiere definir exactamente la ética que conviene a nuestra nueva conciencia racial y espiritual, es suficiente recordar las principales virtudes atribuidas por diferentes estudios de la raza, al tipo ario de conformación romana antigua: prudente audacia, actitud controlada, habla concisa y meditada, sentido aristocrático de la segregación.</p>
<p style="text-align: justify;">Son: <em>virtus</em>, o sea virtud, no en el sentido moral y convencional, sino como virilidad y coraje; <em>fortitudo</em> y <em>constantia</em>, o sea fuerza de ánimo; <em>sapientia</em>, o sabia reflexión; <em>humanitas</em> y <em>disciplina</em>, este es un ideal de una severa autodisciplina que permite una riqueza interior; <em>gravitas</em> o <em>dignitas</em>, actitud digna de calma interior que refuerza la nobleza, es decir, una solemnidad mesurada, libre de toda vanidad. Como <em>virtus</em> aria y romana fue considerada la <em>fides</em>, la fidelidad, en ella se reconocía la diferencia entre los romanos y los bárbaros. Romano y ario era un comportamiento seguro de sí mismo, privado de grandes gestos, una realidad que no significaba materialismo en absoluto; el ideal de la limpieza que sólo con la decadencia de los pueblos latinos degeneró en racionalismo. <em>Pietas</em> y <em>religio</em> poco tuvieron que ver con la posterior idea de la devoción: aquellos representaban un sentimiento de veneración y de unión frente a las fuerzas trascendentes que estaban presentes y participaban en su vida individual y colectiva. El tipo ario-romano siempre ha tenido desconfianza ante las devociones del alma y ante el misticismo confuso: el servilismo semítico frente a la divinidad le era desconocido. El pensaba que un hombre débil y humillado por el sentimiento del pecado y de la carne pecadora, no podía ofrecer a la divinidad un culto digno, sino al contrario, podía hacerlo como un hombre libre, con ánimo tranquilo y orgulloso, firme para armonizar su comportamiento consciente y decidido con la voluntad divina.</p>
<p style="text-align: justify;">El mundo, como el Estado – <em>res publica</em> –, fueron concebidos por el hombre ario-romano como un cosmos, una totalidad de esencias diversas que se unían no en una mezcla, sino en una ley orgánica armónica. Como también el ideal de la jerarquía en la cual los valores de la personalidad y la libertad se unían en una más alta unidad. Ni liberalismo ni colectivismo: a cada uno su <em>suum cuique</em>. La mujer, ni colocaba demasiado bajo, como en algunas culturas asiáticas, ni demasiado alto, como en las llamadas culturas matriarcales o afrodíticas o, en nuestro tiempo, como en la civilización anglosajona, que podemos considerar por este aspecto, degenerada.</p>
<p style="text-align: justify;">Estos son trazos fundamentales del estilo de vida romano y ario-romano. Vemos aquí la comparación espiritual de la forma física con la superior humanidad ario-romana de la cual ya habíamos hablado. Estos son para nosotros los elementos esenciales para el ideal de nuestra “raza superior”.</p>
<p style="text-align: justify;">Pasamos por fin a considerar los efectos de la determinación nórdico-aria y ario-romana concernientes a nuestra Historia. Esta Historia presenta también zonas oscuras, que para investigarlas debemos examinar muchos aspectos de hasta ayer, eran dominantes, a causa de la notable influencia otorgada por el modo de pensar democrático, masónico o historicista. Como ya he dicho, se debe saber distinguir también en lo tocante a la romanidad. Recordemos la lucha gracias a la cual el antiguo elemento ario-romano el dominio por un largo periodo, se liberó de las influencias extranjeras incluido lo exótico, con el sello de su cultura superior y de su civilización. Comenzamos a distinguir en el campo del derecho romano, en que separamos las posteriores formas positivistas, formalísticas y universalistas de las originarias, en las cuales la sangre, la estirpe y la familia, cubrían un papel particular, y premisas como las cualidades sacrales, heroicas y espirituales. También examinamos el significado de algunas grandes figuras romanas: por ejemplo, en lugar de los césares de gestos casi napoleónicos que todos conocemos, nos es cercano el César que dijo una vez: “en mi se funden la majestad del rey con la santidad de los dioses, bajo cuya potestad están también los que son señores de los hombres”. Entendemos como simple retórica el hecho de que Augusto uniese simbólicamente su sexo con Apolo, el hiperbóreo dios solar; y también la circunstancia de que el Imperio de Augusto se presintiera el renacimiento de la Edad de Oro, es decir, de la edad primera en la que el rey fue pensando como escondido y dormitando en la región ártica, la patria original de la raza aria. También esta circunstancia hace pensar en un profundo misterio del destino de Roma.</p>
<p style="text-align: justify;">También el ocaso del Imperio mundial de los césares es para nosotros rico en enseñanzas. Hubiera sido lógico que a medida que el Imperio se extendía, se hubiesen adoptado medidas de defensa y reforzamiento del patrimonio originario ario-romano que había constituido su grandeza. Sin embargo sucedió lo contrario: cuanto más se extendía el Imperio mundial, más iba decayendo la “raza de Roma”; se abrió de manera irresponsable a cada influjo de las minorías de las razas extranjeras; elevó a la dignidad de romano a elementos mixtos y aceptó cultos y costumbres que en muchos casos entraban en claro contraste –como Livio había observado- con los orígenes romanos-. Después, a menudo los césares, se empeñaron en crear un vacío a sí. En lugar de apoyarse en los fieles representantes de la antigua romanidad, quienes todavía eran capaces de mantener en pie su raza y su ética, hicieron propios los <a title="simbolos" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">símbolos</a> absolutísticos y creyeron en el poder taumatúrgico de su oficio divino y abstracto, aislado, privado de raíces. Es impensable que el Imperio, degenerado a estos niveles, pudiese dominar aún por mucho tiempo a los diferentes pueblos comprendidos en su territorio. Los primeros ataques serios del exterior deberían haber tenido como consecuencia la caída del inmenso pero desarticulado organismo.</p>
<p style="text-align: justify;">En la <a title="Edad Media" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/medioevo/">Edad Media</a> la Iglesia intentó volver a dar vida al <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">símbolo</a> romano supranacional en el cual se unieron las ideas de una nueva fe y de un nuevo orden imperial, el <em>sacrum imperium</em>. El “pueblo italiano” apenas participó en la formación de este <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">símbolo</a>; no se apercibió de la tarea de constituir, con la mejor sustancia, un núcleo que lo pusiese racial y espiritualmente por encima de este <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">símbolo</a>, y lo purificase de ciertos aspectos ambiguos. Sin embargo fueron preponderantes los componentes “mediterráneos”, es decir anárquicos, particularistas, individualistas, que creaban litigios y discordias, y que ya habían conducido a la ruina a las ciudades griegas. Aparte de esto descendió notablemente el nivel ético general. De aquí, las duras palabras con las cuales Barbarroja reprochó de manera legítima a los que se vanagloriaban gracias al nombre, de ser romanos. Como consecuencia la Corona imperial, se continuaba definiendo romana, incluso en manos de otros pueblos; principalmente en las de los pueblos germánicos en los que se preservaba en alta medida ciertas características raciales. Fue así como Italia tuvo un papel marginal en la edificación de la civilización imperial romano-germánica del <a title="Medioevo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/medioevo/">Medioevo</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Por consiguiente vemos hoy dos ejemplos elocuentes relativos a los peligros a los cuales se expone cada Imperio; si no tiene como soporte un firme fundamento racial. En cuanto a los que concierne a la elección de las tradiciones que la conciencia racial aria, considerando la ulterior Historia italiana exige, debemos modificar muchas opiniones corrientes. Como ejemplo no podemos admitir la Italia comunal que se levantó contra la autoridad imperial. En este caso no se trató – como muchos han sostenido – de una “sublevación nacional”, de una lucha de nuestro pueblo contra el extranjero, sino de una lucha entre representantes de dos culturas contrapuestas. Por parte del Emperador (para él y contra los comunales se batieron los príncipes italianos como los Saboya y los Monferrato) estaba la cultura aristocrática, que conservaba aun mucho de ario y de nórdico-ario. En cuanto a los comunales representaban principalmente la oposición a la doctrina del Estado; estaban llenos de intolerancia contra cualquier forma de autoridad superior, su alianza era únicamente táctica, por eso poco después se enfrascaron en una serie de disputas y discordias sin fin. Prescindiendo del carácter mercantil y “democrático” de la “nueva” cultura, muy lejana del estilo romano, que las ciudades comunales desarrollaron. Por estas razones no queremos considerar nuestra Italia como güelfa y comunal, sino más bien gibelina y próxima a Dante. Cabe recordar aquí que Dante no representó solamente el pensamiento racial, sino también, en unión con Roma, la idea del derecho imperial de un pueblo superior: <em>nobilissimo populo convenit omnibus aliis praeferri</em>. Pero no fue comprendido. La Italia contemporánea tenía poco en común con la tradición romana.</p>
<p style="text-align: justify;">Del mismo modo no podemos considerar sólo positivamente la contribución de Italia a la cultura humanística y al llamado renacimiento. A pesar del esplendor exterior, esta cultura humanística, desde un punto de vista superior, significó un descenso del nivel, el desgarro de una profunda tradición. Constituyó el enfrentamiento del desordenado individualismo que se expresa en el estilo de las señorías y en los interminables conflictos de las ciudades italianas y de sus “condottieri”; encerraba los gérmenes que habrían manifestado su verdadera naturaleza en el Iluminismo, en el racionalismo, en el naturalismo y en otras modernas formas de decadencia. Por otro lado, en la base del presunto reflorecimiento de la antigüedad, a través del humanismo, fue una gran equivocación: fueron adoptados sólo los aspectos “clásicos” que hemos visto como negativos, es decir, los exteriores y no raciales de la antigua cultura, y no los originarios, heroicos, sagrados, ligados a la tradición. Debemos a la “tradición” del renacimiento la circunstancia por la cual Italia fue considerada hasta ayer como una tierra maravillosa, de museos y monumentos, poblada sin embargo por un pueblo que en el campo de lo político y ético no gozaba de una fama parecida.</p>
<p style="text-align: justify;">De este modo también se debe hacer una revisión de los valores italianos del “risorgimento” y de la guerra mundial. Esta claro el indiscutible papel que en el “risorgimento”- es decir, en el movimiento para la unidad nacional de Italia -, excluyendo la pureza de intenciones de muchos patriotas, tuvo la influencia de la masonería y del jacobinismo francés, y en general de una ideología que por su carácter liberal y democrático, es fundamentalmente hostil a la raza y extraña a los valores arios. En efecto, fueron los llamados movimientos nacionales, que también en Italia comenzaron en 1848, eslabones de una cadena, y episodios de un mismo y sistemático hecho, con la ayuda del mito de la libertad popular y de la nación democrática, quienes contribuyeron a destruir cuanto en Europa quedaba de los regímenes dinásticos y tradicionales.</p>
<p style="text-align: justify;">Acerca de nuestra entrada en la guerra de 1915 se pueden repetir las mismas cosas. Italia fue al campo de batalla por intereses nacionales, pero principalmente bajo la bandera de la ideología hipócrita democrático-masónica de los aliados y de las fuerzas oscuras de la subversión mundial que, en nombre de esta guerra “humanitaria”, trataban de destruir los estados que todavía conservaban una estructura jerárquica y un sentimiento de la raza y de la tradición. Los masones de todo el mundo, que en 1917 se dieron cita en París y que proyectaban las directrices generales de los futuros “diktat” de paz, lo dijeron claramente: se trataba con la guerra de dar un gran paso adelante en el movimiento iniciado con la revolución francesa.</p>
<p style="text-align: justify;">La guerra tuvo sin embargo para Italia el significado de una prueba heroica: despertó las profundas energías del pueblo que, después, gracias a una efectiva transformación, debían llevar a la Italia fascista, romana y racialmente concienciada a nuestra alianza con Alemania. Así se realiza hoy un mito que 11 años antes yo ya había defendido en un libro provocador, “El mito de la doble águila, la romano y la germánica”, la unidad de las fuerzas romanas y germánicas para la configuración de un nuevo occidente.</p>
<p style="text-align: justify;">Con esto esperamos haber dado una idea de la esencia y de las nuevas posiciones de la Italia fascista en los diversos campos de nuestra vida popular y cultural; se trata de un cambio radical que tiene el significado de un nuevo impulso revolucionario y del inicio de una nueva fase de nuestro desarrollo. Hemos mostrado ya, y del resto no tenemos ningún motivo para esconderlo, que en Italia aun hay muchas fuerzas que contrastan con este desarrollo, sobre todo por medio de una resistencia pasiva y de una repugnancia silenciosa que a veces distingue a una cierta burocracia. Pero como estamos seguros de que vamos a ganar la guerra junto al pueblo alemán, como también estamos seguros de vencer en esta lucha cultural interna cuyas consecuencias no serán menos importantes que las otras. Somos conscientes que cuanto más decididos estemos en esta lucha, en esta edificación de una Italia auténticamente ario-romana, más posible será tratar en profundidad y alcanzar los objetivos prefijados.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">(<em>Il Regime Fascista</em>, 16.11.1941).</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/sobre-la-determinacion-ario-romana-de-la-italia-fascista.html' addthis:title='Sobre la determinación ario-romana de la Italia fascista ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>La riscoperta degli Etruschi e il Risorgimento dell&#8217;Italia</title>
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		<pubDate>Mon, 11 Apr 2011 13:38:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mario Enzo Migliori</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dal 3 al 5 dicembre 2010 si è svolto il diciottesimo Convegno organizzato dalla Fondazione per il Museo “Claudio Faina” di Orvieto, dedicato a “La Fortuna degli Etruschi nella Costruzione dell’Italia Unita”.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/la-riscoperta-degli-etruschi-e-il-risorgimento-dellitalia.html' addthis:title='La riscoperta degli Etruschi e il Risorgimento dell&#8217;Italia '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storia-antica.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Storia antica" /><br/><p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-full wp-image-7243" style="margin: 10px;" title="annaliXVIsitocop_1361" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/annaliXVIsitocop_1361.jpg" alt="" width="170" height="236" />La  Fondazione per il Museo “Claudio Faina” di Orvieto è nota, oltre che per le preziose raccolte del proprio museo – sito di fronte a quel gioiello dell’arte italiana, capolavoro dell’architettura gotica, che è il Duomo di questa vetusta città etrusca –, per il prestigio dei suoi convegni reso possibile dal livello del dibattito che li ha sempre caratterizzati. Incominciati nel 1980, essi sono divenuti un appuntamento di rilievo per l’archeologia italiana, animati da studiosi di grande prestigio e seguiti da un pubblico qualificato composto di archeologi affermati, da giovani promettenti studiosi e da studenti universitari alle loro prime esperienze di ricerca. Anche per me divenuti un irrinunciabile appuntamento annuale, voglio ricordare i due precedenti convegni dedicati rispettivamente a “<em>Gli Etruschi e Roma. Fasi monarchica e alto-repubblicana</em>” e a “<em>La grande Roma dei Tarquini</em>”, sui quali conto di ritornare prossimamente per recensirne gli Atti.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-full wp-image-7244" style="margin: 10px;" title="annaliXVII_1844" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/annaliXVII_1844.jpg" alt="" width="170" height="240" />Quanto mai azzeccata la scelta del tema di quest’anno, anticipando, di fatto, le celebrazioni collegate al 150° anniversario della costituzione dello Stato unitario. Difficilmente sembrerebbe concepibile l’esistenza di un legame che colleghi gli Etruschi all’Unità d’Italia, mentre nota è la relazione fra gli studi e le ricerche archeologiche dedicate a questo popolo e la dinastia medicea i cui esponenti divennero <em>Duces Etruriae</em>. Dal 3 al 5 dicembre 2010 si è svolto il diciottesimo Convegno dedicato a “<em>La  Fortuna</em><em> degli Etruschi nella Costruzione dell’Italia Unita</em>”. Esisteva un legame a volte sottile altre anche ‘fisico’: archeologi e studiosi che contemporaneamente erano patrioti attivi (ricordiamo Francesco Orioli, Ariodante Fabretti e Achille Gennarelli, partecipi della gloriosa esperienza della Repubblica Romana) ovvero patrioti divenuti archeologi come Isidoro Falchi, al quale si deve la scoperta di Vetulonia; circoli letterari che si occupavano sia dell’attività politica patriottica sia della ricerca archeologica, come quello che si riuniva intorno ai coniugi Gozzadini (Giovanni e Maria Teresa Serego Alighieri, legati alle scoperte di Marzabotto e agli scavi di Villanova di Castenaso, con i quali iniziarono la conoscenza della civiltà Villanoviana, risalente all’età del ferro), il cui salotto culturale era arricchito dalla presenza di personaggi come Marco Minghetti, Aleardo Aleardi, <a title="Giosue Carducci" href="http://www.libriefilm.com/category/autori/giosue-carducci">Giosue Carducci</a>, Francesco Paolo Perez, Almerico da Schio e molti altri.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="size-medium wp-image-7245 alignright" style="margin: 10px;" title="lacittadella41_42" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/lacittadella41_42-223x300.png" alt="" width="223" height="300" />Gli Etruschi erano visti come i primi unificatori dei popoli italici avanti la conquista romana e grande successo avevano le opere di Giuseppe Micali dedicate agli antichi popoli della nostra penisola. I popoli di Ausonia, dall’antico nome poetico dell&#8217;Italia; e “Ausonia” fu anche il nome dato a una nuova loggia massonica nel 1859. Il Fascio etrusco fu adottato come <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">simbolo</a> della libertà italica. Va peraltro ricordata anche l’istituzione in Vaticano del museo Etrusco prima e di quello Egizio poi (1837-39), che oltre a collocare Gregorio XVI nella tradizione dei papi mecenati e antiquari, dimostra l’attenzione e l’ascolto all’evolversi della cultura e dell’antiquaria laica, con conseguente, consapevole e mirata, risposta culturale e politica insieme.</p>
<p style="text-align: justify;">Non prive d’interesse le vicissitudini della Collezione Campana, legata a doppio filo a quelle di Giovanni Pietro Campana, Direttore del Monte di Pietà di Roma dal 1833 al 1857. Nel 1854,  a causa di gravi problemi finanziari, fu costretto a impegnare la sua collezione di gioielli e, con la garanzia delle altre collezioni, contrattò successivamente numerosi prestiti. Purtroppo la situazione gli sfuggì presto di mano e Campana iniziò a ricorrere a pratiche illegali che lo portarono all’arresto e successiva condanna, così che per pagare i debiti, l’intera collezione, circa 15.000 pezzi, sarà venduta all’asta e dispersa fra Russia (i pezzi migliori sono all’<em>Ermitage</em> di San Pietroburgo), Francia, Inghilterra, Svizzera e Italia. Fortunatamente tutt’altro fu il corso degli eventi per la Collezione Casuccini di Chiusi, che grazie al neonato Regno d’Italia, dopo il mancato acquisto da parte del Museo Archeologico fiorentino, per mancanza di fondi sufficienti, fu acquistata per il Museo Archeologico di Palermo proprio per il peculiare legame che univa la civiltà etrusca con l’Italia, l’antica <em>Terra Italiae</em>, che era particolarmente vivo e sentito nell’Ottocento.</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.amazon.it/gp/product/1440060401/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=cestlaru-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=1440060401" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-7247" style="margin: 10px;" title="cities-and-cemeteries-of-etruria" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/cities-and-cemeteries-of-etruria.jpg" alt="" width="240" height="240" /></a>Nella temperie risorgimentale dettero il loro contributo diretto o indiretto personaggi stranieri amanti dell’Italia e delle sue <a title="antichità" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/storia-antica/">antichità</a> (leggi bellezze). Il più noto dei quali è senz’altro Georges Dennis, il “Pausania dell’Etruria”, che nel suo <a href="http://www.amazon.it/gp/product/1440060401/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=cestlaru-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=1440060401"><em><em>The cities and cemeteries of Etruria</em></em></a>, denso di notizie sui luoghi abitati dagli Etruschi (ancora oggi quadro insuperato di un paesaggio che in molti casi non esiste più, un classico dell’etruscologia e della <a title="letteratura" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/letteratura/">letteratura</a> inglese), consiglia a chi vuole visitare l’Etruria di leggere intensamente le storie di Livio e di altri autori latini.</p>
<p style="text-align: justify;">Ricordiamo le relazioni del Convegno, comprese quelle dei relatori assenti per impedimenti involontari perché speriamo e presumiamo che i loro contributi non mancheranno nella pubblicazione degli Atti: Carmine Ampolo, <em>Le nazioni italiane e gli Etruschi nell’opera di Carlo Denina</em>; Paolo Desideri, <em>Gli Etruschi di Giuseppe Micali fra antiquaria e ideologia politica</em>; Giovanni Colonna, <em>Lo studio degli Etruschi e il Risorgimento italiano</em>; Armando Cherici, <em>“Mirari vos”: la politica museale di Gregorio XVI tra storia e</em> <em>antistoria</em>; Roberto Macellari, <em>Gaetano Chierici e la questione nazionale</em>; Alessandro Mandolesi, <em>Etruschi e Piemonte sabaudo: dalla diffusione del gusto “all’etrusca” al collezionismo archeologico</em>; Giovannangelo Camporeale, <em>Isidoro Falchi e le questioni di Vetulonia e Populonia</em>; Mario Torelli, <em>Il mito degli Italici nell’Italia risorgimentale</em>; Stefano Bruni<em>, Capponi, Viesseux, Capei e gli Etruschi. Gli scavi della Società Colombaria e il Museo Etrusco di Firenze</em>; Adriano Maggiani, <em>1859-1861: le ricerche della Società Colombaria a Sovana e a Chiusi</em>; Giulio Paolucci, <em>“Scopritore di tali magnificenze sepolcrali che renderanno immortale il di lui nome”. Nuovi dati sulla collezione Casuccini di Chiusi</em>; Françoise Gaultier, <em>La dispersione della Collezione Campana negli anni dell’unificazione politica dell’Italia</em>; Giuseppe M. Della Fina, <em>La nuova Italia e i beni archeologici: il caso della scoperta delle tombe Golini I e II</em>; Stephan Steingräber, <em>George Dennis e la sua opera nell’ambito dello sviluppo dell’Etruscologia nell’Ottocento</em>; Filippo Delpino &#8211; Rachele Dubbini, <em>Pietro Rosa e la tutela delle antichità a Roma tra il 1870 e il 1875</em>; Maria Bonghi Jovino, <em>La scuola archeologica di Pompei e le due anime dell’archeologia risorgimentale</em>; Maurizio Harari, <em>Giosue Carducci e i selvaggi di Villanova</em>; Giuseppe Sassatelli, <em>Bologna: il carnevale degli Etruschi e l’identità cittadina</em>. Atti che puntuali troveremo ad attenderci in occasione del prossimo Convegno.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Last but not least</em>, è da ricordare la presentazione in anteprima ai partecipanti al Convegno, presso il Museo Archeologico Statale di Orvieto, dell’allestimento della sezione dedicata agli scavi di Campo di Fiera: il presumibile sito del Fanum Voltumnae.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">[Originariamente pubblicato in <em>La Cittadella</em>, 41-42 n.s. [<em>Il nostro 150°, Risorgimento e Romanità</em>], genn.-mar./apr.-giu. 2011, 126-130].</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/la-riscoperta-degli-etruschi-e-il-risorgimento-dellitalia.html' addthis:title='La riscoperta degli Etruschi e il Risorgimento dell&#8217;Italia ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Germania e Italia, storia di un amore impossibile</title>
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		<pubDate>Fri, 07 Jan 2011 16:27:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Lamendola</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La storia europea dell’ultimo secolo come luogo dello scontro fra la visione del mondo materialista e razionalista dell’Inghilterra e della Francia e quella spiritualista e idealista della Germania e dell’Italia ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/germania-e-italia-storia-di-un-amore-impossibile.html' addthis:title='Germania e Italia, storia di un amore impossibile '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/centrostudilaruna48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Centro Studi La Runa online" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storiacontemporanea48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Storia contemporanea" /><br/><div id="attachment_6141" class="wp-caption alignright" style="width: 430px"><img class="size-full wp-image-6141 " title="Johann Friedrich Overbeck, Italia und Germania. 1828. München, Neue Pinakothek." src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/Italia-und-Germania.jpg" alt="Johann Friedrich Overbeck, Italia und Germania. 1828. München, Neue Pinakothek." width="420" height="375" /><p class="wp-caption-text">Johann Friedrich Overbeck, Italia und Germania. 1828. München, Neue Pinakothek.</p></div>
<p style="text-align: justify;">Come osservava il grande storico Ferdinand Gregorovius, autore di una monumentale &#8211; e anche letterariamente pregevolissima &#8211; <em>Storia della città di Roma nel Medioevo</em> &#8211; il popolo tedesco e quello italiano, che insieme sono giunti all’unità e all’indipendenza nazionale, hanno condiviso, nel bene come nel male, gran parte della loro storia, tenuti uniti da un legame ideale tenace, che travalica le contingenze e sembra racchiudere qualcosa di perenne.</p>
<p style="text-align: justify;">L’idea dell’Impero, in particolare, passata da Roma alla Germania, ha rappresentato un legame ideale così forte e durevole, che ha praticamente costretto le due nazioni a rimanere strette l’una al destino dell’altra: con gli imperatori tedeschi, da Ottone il Grande ad Arrigo VII di Lussemburgo, che trascurano gli affari di casa loro per inseguire il miraggio italiano e con i Comuni italiani che lottano per l’autonomia contro l’imperatore, ma senza mai rinnegarne la suprema autorità e senza mai aspirare alla completa indipendenza; come se, appunto, una forza misteriosa e fatale avesse così deciso, a dispetto di tutto e anche della formidabile barriera alpina.</p>
<p style="text-align: justify;">Pertanto, mentre nel resto d’Europa sorgevano le monarchie nazionali, la Germania e l’Italia, tenute strette dal comune ricordo del sogno universalistico dell’Impero, sono giunte in ritardo nel perseguire le rispettive unità nazionali e sono state a lungo campo di battaglia delle altre potenze, toccando il punto più basso l’una &#8211; l’Italia &#8211; con le guerre tra Francesi e Spagnoli del XVI secolo, l’altra &#8211; la Germania &#8211; con la rovinosa Guerra dei Trent’Anni, un secolo dopo, quando essa fu corsa in ogni senso da eserciti spagnoli, svedesi, francesi e di altre nazioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Dicevamo del notevole ritardo con cui la Germania e l’Italia hanno conosciuto la creazione dello Stato moderno, su base nazionale, nel corso dell’Ottocento; ritardo che si è ripercosso nella loro collocazione sulla scena internazionale, ivi compreso il fenomeno del colonialismo (quando, cioè, gran parte della spartizione coloniale era già stata fatta e la parte del leone era toccata alla Gran Bretagna e alla Francia), cosa che può aver svolto il suo ruolo nella nascita della Triplice Alleanza e, quindi, nello scoppio delle due guerre mondiali.</p>
<p style="text-align: justify;">Uno storico di formazione marxista, abituato a far dipendere gli orientamenti spirituali di una data società dal suo modo di produzione, sarebbe portato ad attribuire il “ritardo” italiano e tedesco al più lento sviluppo di un ceto borghese “moderno”, ossia spiccatamente imprenditoriale; e, di conseguenza, a un ritardo nello sviluppo del capitalismo. Ma una tale conclusione urta con la semplice constatazione che già nel 1914 la borghesia tedesca aveva surclassato non solo quella francese, ma anche la britannica, e che l’espansione dell’economia capitalista in Germania era in grado di porre la candidatura di quest’ultima al dominio mondiale.</p>
<p style="text-align: justify;">Conviene perciò ammettere che vi era qualcosa, nello spirito nazionale tedesco &#8211; e, per altri versi, in quello italiano &#8211; che configgeva con la cultura della modernità, così come essa si era venuta formando ed elaborando in Europa, soprattutto a partire dall’Empirismo inglese e dall’Illuminismo francese.</p>
<p style="text-align: justify;">Tanto per fare un esempio, sia nella <a title="Letteratura" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/letteratura">letteratura</a> tedesca che in quella italiana si trova un consistente filone della narrativa e della poesia che guarda con malinconia, disorientamento e pessimismo all’avanzata del “progresso”, mito fondante dell’ideologia della modernità: basterebbe fare i nomi, pur tra loro diversissimi, di Nietzsche, di Kafka, di Musil, di Roth, di Wiechert; ma anche degli Scapigliati, di Verga, dello stesso Carducci maturo (quello de <em>Il comune rustico</em>, per intenderci, e non già quello dell’<em>Inno a Satana</em>), di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/luigi-pirandello" target="_blank">Pirandello</a></span>, di Svevo, di Tozzi, e poi avanti, fino a quello di Cassola e oltre. Niente di simile si trova, in eguali proporzioni e con pari intensità, nella <a title="letteratura" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/letteratura">letteratura</a> inglese o in quella francese.</p>
<p style="text-align: justify;">Se tale fu l’incrociarsi dei destini italiani e tedeschi sul piano politico, dagli ultimi anni di vita dell’Impero Romano d’Occidente e dai regni barbarici degli Ostrogoti e dei Longobardi, su su fino al compimento delle rispettive unità nazionali, nella seconda metà del XIX secolo, e poi alla terrificante e disastrosa avventura dell’Asse per l’egemonia planetaria, nella seconda guerra mondiale, non meno intenso e sofferto è stato il legame culturale e spirituale fra i due popoli, particolarmente sentito all’epoca del Romanticismo.</p>
<p style="text-align: justify;">Da <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/johann-wolfgang-goethe" target="_blank">Goethe</a></span> e da Winckelmann in poi, l’Italia era la Terra Promessa degli intellettuali tedeschi, dei poeti, degli artisti, degli scrittori, il cui numero è legione: da von Platen al già citato Gregorovius, passando per quel Roeseler Franz che ci ha dato, attraverso i suoi acquarelli, l’ultimo ritratto della vecchia Roma, prima che la ristrutturazione urbanistica portata dalla modernità la facesse scomparire per sempre.</p>
<p style="text-align: justify;">Per dire la verità, bisogna constatare che questo amore è stato per lo più, se non proprio a senso unico, prevalentemente degli uomini di cultura tedeschi verso l’Italia, che non di quelli italiani verso la Germania. Il grande Teodorico lo avrebbe trovato perfettamente naturale, dato che nelle sue leggi egli disse di considerare normale che un Goto volesse assomigliare a un Latino, ma riprovevole che un Latino volesse assomigliare ad un Goto; riconoscendo, così, l’indiscutibilità della supremazia culturale di Roma ed il suo eterno fascino verso il mondo germanico.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche il caso di Dante è stato sovente strumentalizzato o mal compreso: perché non di amore verso la Germania si trattava per il grande fiorentino, ma di fede nella necessità storica dell’Impero. Il fatto che gli imperatori del XIV secolo fossero tedeschi era, per Dante, del tutto irrilevante, tanto universalistica e sovra-nazionale era la sua concezione politica; ben diversa, in questo senso, da quella esplicitamente nazionale e anti-tedesca di Petrarca.</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure, fino alla metà del XIX secolo e forse ancora oltre, anche da parte italiana esisteva una sia pure più contenuta simpatia nei confronti della Germania (non dell’Austria, per le note ragioni politiche): non aveva forse il Manzoni dedicato proprio la più patriottica delle sue liriche, «Marzo 1821», alla memoria del poeta-soldato tedesco Theodor Körner, caduto combattendo contro le armate napoleoniche per la libertà della sua patria?</p>
<p style="text-align: justify;">Ma, nel complesso, nulla di paragonabile, da parte italiana, al trasporto entusiastico che manifestavano verso l’Italia gli intellettuali tedeschi.</p>
<p style="text-align: justify;">C’è un quadro di Friedrich Overbeck, «Germania e Italia», che bene raffigura questo amore bruciante dell’anima tedesca verso l’anima italiana: amore incompreso e spesso indesiderato, talvolta frainteso, mai pienamente ricambiato; amore impossibile, insomma.</p>
<p style="text-align: justify;">Il quadro è del 1828 e raffigura due fanciulle, allegorie dei due popoli, che siedono l’una accanto all’altra, tenendosi per mano, sullo sfondo dei due rispettivi paesaggi “tipici”, il nordico e il mediterraneo. Ebbene, osservandole anche solo di sfuggita, non si può non notare al volo quale delle due sia l’amante e quale l’amata: ardente e volitivo lo sguardo della bionda fanciulla tedesca, languido e abbandonato quello della bruna ragazza italiana coronata di alloro, che sembra quasi in cerca di protezione e di conforto alle sue pene segrete.</p>
<p style="text-align: justify;">Un amore precario, quindi: cementato, a ben guardare, più dalla comune reazione all’Illuminismo di matrice francese, ma di diversissima origine nei due casi &#8211; romantica la tedesca, classicista l’italiana &#8211; che ha fatto della cultura di queste due nazioni, a ben guardare, una sorta di prolungamento dei valori premoderni fin nel cuore della modernità; se è vero &#8211; come è vero &#8211; che la modernità è figlia di Cartesio prima, di Voltaire e di Rousseau poi. Ed è così che si spiega anche la convergenza tra l’idealismo filosofico tedesco e quello italiano; tra <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/johann-gottlieb-fichte" target="_blank">Fichte</a></span>, Schelling ed Hegel da una parte, e Gioberti, Rosmini e, poi, Croce, dall’altra.</p>
<p style="text-align: justify;">Ancora.</p>
<p style="text-align: justify;">Se la modernità è rappresentata, economicamente e politicamente, dalla Rivoluzione industriale e dalla Rivoluzione francese, è altrettanto vero che sia il fascismo, sia il nazismo (così diversi per tanti altri aspetti, giova ricordarlo sempre) si possono entrambi considerare come aspetti di una comune reazione, o come parti di una comune reazione, all’urbanesimo, al materialismo, all’utilitarismo, insomma alle due grandi manifestazioni politico-economiche della tarda modernità: il capitalismo speculativo e il bolscevismo; in nome di un mito ruralista che voleva riproporre, quasi in chiave virgiliana, la sanità morale della vita dei campi e del ritorno ai valori patrii, alla corruzione e alla decadenza tipiche della borghesia urbana cosmopolita, affarista, cinica e infettata dalla “malattia” del giudaismo.</p>
<p style="text-align: justify;">In questo senso, non si può considerare casuale il fatto che la Germania e l’Italia abbiano finito per stringersi l’una all’altra in una alleanza politica e militare &#8211; quella dell’Asse prima, del Patto d’Acciaio poi &#8211; in vista di una resa dei conti con il mondo del denaro e della macchina, rappresentato dalle potenze plutocratiche occidentali nonché dalla sua versione in chiave rivoluzionaria, ossia lo stalinismo in Unione Sovietica (cfr. il nostro precedente articolo <a title="Gli ultimi trionfi del denaro e della macchina nella filosofia della storia di Oswald Spengler" href="http://www.centrostudilaruna.it/gli-ultimi-trionfi-del-denaro-e-della-macchina-nella-filosofia-della-storia-di-oswald-spengler.html"><em>Gli ultimi trionfi del denaro e della macchina nella filosofia della storia di Oswald Spengler</em></a>).</p>
<p style="text-align: justify;">Schematizzando alquanto, ma forse non travisando una sostanziale verità di fondo, potremmo quindi considerare la storia europea dell’ultimo secolo come il luogo dello scontro, ideale e materiale, fra due opposte e inconciliabili visioni del mondo: quella materialista e razionalista dell’Inghilterra e della Francia (le cui radici sono, oltre che in Cartesio e Spinoza, in Francis Bacon, Hobbes, Newton, Locke e Hume) e quella spiritualista e idealista della Germania e dell’Italia (che parte da Paracelso, Bruno, Campanella e arriva fino a <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Heidegger</a></span> e Gentile, passando per Vico).</p>
<p style="text-align: justify;">Se nel quadro che stiamo delineando vi è una plausibilità di fondo, allora bisogna riconoscere che il “Nuovo ordine europeo” propagandato dai pubblicisti dell’Asse negli anni della seconda guerra mondiale non nasceva dal fortuito incrociarsi delle mire di potenza della Germania nazista con quelle dell’Italia fascista, ma nasceva da una intima logica che aveva condotto le due nazioni all’appuntamento con la storia nell’ora della contesa per il potere mondiale.</p>
<p style="text-align: justify;">Del resto, il fatto che scrittori e poeti come il norvegese <a title="Knut Hamsun" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Knut Hamsun</a>, come i francesi <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/louis-ferdinand-celine" target="_blank">Céline</a></span> e Drieu La Rochelle, come l’americano Ezra Pound o come il romeno <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/mircea-eliade/">Mircea Eliade</a></span>, per non parlare di uomini politici come Quisling, Pétain, Léon Degrelle, Mosley, abbiano, sia pure in tempi e modi diversi, aderito a quel progetto o si siano riconosciuti in quei valori (“il sangue contro l’oro”), dimostra che si è trattato di fenomeni e tendenze culturali e spirituali che, pur facendo perno su due realtà nazionali ben delimitate, possedevano nondimeno una certa carica espansionista e perfino potenzialmente universalistica (basterebbe pensare alla diffusione delle ideologie naziste e fasciste in Sud America, nel Medio Oriente arabo e in altre aree del mondo).</p>
<p style="text-align: justify;">Anche nella reazione così rabbiosa di Hitler al tradimento del re e di Badoglio dell’8 settembre 1943, non è difficile scorgere i tratti dell’amore deluso; perché di vera fascinazione si era trattata, da parte del dittatore tedesco, nei confronti di Mussolini: su questo punto, tutti gli storici sono ormai d’accordo. Così come sono d’accordo sul fatto che la liberazione del Duce dal Gran Sasso non fu soltanto dettata da ragioni di <em>Realpolitik</em>, ma anche da un autentico sentimento di amicizia e devozione del Führer per il suo antico “maestro” italiano: sissignori, proprio lui, Hitler, l’uomo dal tenebroso cuore di ghiaccio. Amicizia e devozione, peraltro, che non furono mai ricambiate: sempre Mussolini ebbe nei suoi confronti sentimenti di diffidenza e scarsa simpatia.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo il 1945 le strade dei due popoli, per la prima volta dai tempi di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/publio-cornelio-tacito" target="_blank">Tacito</a></span> e di Odoacre, si sono parzialmente separate: in un’Europa costretta a ripartire da zero, con la Gran Bretagna sempre più arroccata nel ruolo di sentinella avanzata degli Stati Uniti e con la Francia costretta a cercare ovunque, perfino verso l’Unione Sovietica («L’Europa va dall’Atlantico agli Urali», diceva De Gaulle), una “sponda” per recuperare margini di autonomia nei confronti della strapotenza dell’alleato d’Oltreoceano, i secolari legami italo-tedeschi si sono allentati e, in parte, addirittura sciolti, forse per sempre.</p>
<p style="text-align: justify;">Pesa, nella memoria collettiva degli Italiani, il terribile periodo del 1943-45, con le sue stragi e le sue barbariche violenze; e pesa del pari, nel ricordo dei Tedeschi, il “tradimento” di Badoglio, nel bel mezzo di una lotta durissima per la vita e per la morte contro la più ampia coalizione di popoli che si fosse mai vista.</p>
<p style="text-align: justify;">Rimangono la sincera ammirazione dei Tedeschi per l’arte italiana, nonché la loro predilezione per le belle (un tempo) e relativamente economiche spiagge italiane; e rimane, permeata di invidia, l’ammirazione degli Italiani per l’efficienza tedesca, per la buona amministrazione tedesca, per i risultati dell’industria e dell’economia d’Oltralpe, con un operaio della Volkswagen che guadagna almeno una volta e mezzo lo stipendio di un operaio della FIAT, a fronte di un costo della vita che non è poi tanto più alto rispetto al nostro.</p>
<p style="text-align: justify;">Si ritroveranno, un giorno, queste due amanti ritrose e conflittuali?</p>
<p style="text-align: justify;">Per ora, quello che si può vedere è che la Germania ha subito, più dell’Italia (e questa è stata per molti una sorpresa), il rullo compressore dell’americanizzazione, entrando a vele spiegate in quella tarda modernità post-industriale cui l’Italia, invece, offre ancora qualche sia pur debole resistenza. Il fatto stesso che, in Italia, siano ancora molte le persone che non conoscono l’inglese, o che lo parlano poco e male, dimostra che l’Italia è stata, finora, meno pesantemente americanizzata della Germania; ma che, per la stessa ragione, non è entrata a pieno regime, anche a livello psicologico, nei processi della modernità avanzata: ciò che, da un punto di vista materiale, appare certamente come un ritardo.</p>
<p style="text-align: justify;">Una cosa possiamo immaginare, comunque, con relativa sicurezza.</p>
<p style="text-align: justify;">Se mai verrà il tempo in cui l’Europa deciderà di ritrovare se stessa; se tornerà a porsi con fierezza verso la propria cultura e la propria civiltà, e si libererà dai suoi assurdi complessi di inferiorità verso l’America: allora sia la Germania che l’Italia torneranno a svolgere un ruolo centrale nella rinascita spirituale di questo continente.</p>
<p style="text-align: justify;">E si ritroveranno: come due vecchi innamorati che, pur dopo mille litigi e incomprensioni, non hanno mai smesso, nel loro intimo, di volersi bene.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/germania-e-italia-storia-di-un-amore-impossibile.html' addthis:title='Germania e Italia, storia di un amore impossibile ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Sobre la contribucion de la Romanidad a la nueva Alemania</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Jul 2010 10:00:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Julius Evola</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Mientras las nostalgias por el Sur han tenido prevalentemente un carácter físico y sentimental, las del Norte han tenido un carácter metafísico y espiritual]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/sobre-la-contribucion-de-la-romanidad-a-la-nueva-alemania.html' addthis:title='Sobre la contribucion de la Romanidad a la nueva Alemania '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/evola48x48.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Julius Evola" /><br/><div id="attachment_4600" class="wp-caption alignright" style="width: 291px"><img class="size-full wp-image-4600 " title="Bereitschaft" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/Bereitschaft.jpg" alt="Arno Breker, Bereitschaft" width="281" height="292" /><p class="wp-caption-text">Arno Breker, Bereitschaft</p></div>
<p style="text-align: justify;">Para las tareas a las cuales son llamados el pueblo italiano y el  alemán, es bastante importante precisar los elementos por medio de los  cuales la civilización de uno puede integrar el otro sin que con eso  ninguna de las dos naciones deba renunciar a nada del propio orgullo  nacional y gran pasado. Por lo tanto, la mirada debe dirigirse  esencialmente hacia los orígenes comunes. Considerar las influencias,  por así decirlo, de un pueblo sobre otro, puede ser peligroso, y en cada  caso, quedará por encima de un plano superficial.</p>
<p style="text-align: justify;">Hemos tenido a menudo la ocasión de hablar de los elementos con los cuales Alemania puede contribuir al desarrollo de nuestra nación. Este problema lo habíamos enfocado aproximadamente del siguiente modo: entre sus tradiciones la Italia fascista hoy ario-romana. Ahora, en muchos valores y elementos del estilo característico del mejor elemento alemán se precisan y se intensifican los mismos, en base a los cuales se formó, en sentido ario-romano, un nuevo tipo italiano, y se tiende a la superación de algunos componentes presumiblemente “mediterráneos”, los cuales están presentes también en el carácter de una parte de nuestra gente.</p>
<p style="text-align: justify;">Pero en el presente escrito queremos mostrar el problema a la inversa, es decir, los elementos con los cuales nuestras tradiciones podrían contribuir a su vez a un ulterior desarrollo de la nueva Alemania. Para nosotros el punto fundamental de referencia debe ser también el elemento ario-romano y “clásico”, para considerarlos no sobre el plano ético y de la formación viril del carácter, como era el caso del primer problema, sino más bien sobre el superior de la visión general del mundo. Lo que es ario en sentido general, común a las principales civilizaciones <a href="indoeuropeos">indoeuropeas</a>, en la romanidad de los orígenes, y en general en los aspectos superiores de nuestro mundo clásico tuvo una formación particular, por la cual la Alemania de hoy puede tener un valor especial. Puede, de hecho, ayudarla en una tarea fundamental como es la de descubrir y de elegir los nuevos valores “olímpicos” presentes en la misma tradición nórdica. Esta tarea es de especial importancia, porque al realizarla se prevendrían no pocas confusiones y no pocas desviaciones espirituales que se pueden ahora constatar en algunos ambientes de la nación amiga y que son los mismos que obstaculizan todo entendimiento profundo entre las dos civilizaciones.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em></p>
<div id="attachment_5342" class="wp-caption alignleft" style="width: 260px"><strong><em><img class="size-full wp-image-5342" title="thor" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/thor.jpg" alt="" width="250" height="370" /></em></strong><p class="wp-caption-text">&quot;Thor en la batalla contra los gigantes&quot;, según Mårten Eskil Winge, 1872.</p></div>
<p>La luz del Norte.</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Existe en realidad en Alemania una concepción de lo que sería verdaderamente nórdico, la cual se apoya, si no en propias falsificaciones, sí, al menos en interpretaciones unilaterales y arbitrarias. Tiene asumido como primordiales en las tradiciones nórdico-germánicas, motivos, que el contexto general de las concepciones arias son secundarias, contingentes y accesorias, que han llevado a considerar como nórdico y germánico a un misticismo naturalístico enemigo de cualquier trascendencia, un dudoso y “nibelúngico” romanticismo, una visión oscuramente trágica de la vida, un heroísmo y un activismo sin fondo, por no decir desesperado, el eterno dar, la <a title="religion" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religión</a> del devenir, un amor para el “infinito” en el sentido malo y anticlásico etc.</p>
<p style="text-align: justify;">La culpa de todo esto la tienen esencialmente los literatos y pensadores confusos, y a menudo diletantes, los cuales, sin tener ningún sólido punto de referencia, han metido mano a cuanto hasta ellos han llegado de las antiguas tradiciones nórdicas. En primer lugar consideremos el influjo deletéreo de Ricardo Wagner, en quien debe verse no a un revelador, sino a un falsificador y deformador de la antigua mitología y del antiguo poema épico germánico. Por desviaciones similares ha sido un doble incentivo, esto es, ante todo el estado fragmentario y a menudo degenerado en el cual antiguas tradiciones nórdico-germánicas; en segundo lugar las repercusiones que, en tradiciones similares, tuvieron las vicisitudes dramáticas de un cierto grupo de razas de tronco común.</p>
<p style="text-align: justify;">Así, lo que Wagner ha traducido como “Crepúsculo de los dioses” y en el que muchos quisieron ver un motivo característico de la visión nórdico-germánica de la vida, en realidad se extiende en relación a los acontecimientos que, en las razas aludidas, han determinado el fin de un ciclo. El término nórdico “<em>ragna-rökkr</em>” lleva añadido el sentido de “oscurecimiento del divino” en relación al fin de un ciclo y, en realidad, aquí no se trata de algo que pueda valer como una especial visión del mundo, sino de un episodio o “momento” comprendido en una visión cósmica bastante más vasta, para estudiar sobre la base de las antiguas enseñanzas arias relativas a las llamadas “leyes cíclicas”.</p>
<p style="text-align: justify;">Ahora, más allá de este episodio y de sus tintas trágicas y “elementales”, también la antigua alma nórdica conoció una esperanza mejor y presintió una más alta verdad. Quien tiene una preparación adecuada, en la mitología de los <em>Edas</em>, reconoce fácilmente que le elemento esencial no corresponde con las visiones de las luchas contra fuerzas desencadenadas, o a particulares resentimientos, o hasta supersticiones populares e influencias extrañas; lo esencial en la tradición se liga a la misma “olímpica” visión. Tal es el concepto de Mitgard que da un centro y un orden fundamental del universo. Tal es la concepción del Walhalla como un monte, en cuya cima helada reluce la eterna claridad más allá de cada nube. Así son las numerosas variantes de la llamada “Luz del Norte”, es el <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">símbolo</a> del Gladsheim “más claro que el Sol”; del castillo real de Oegier, que acoge a los “héroes divinos”, donde el oro – <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">símbolo</a> tradicional de lo indestructible, real y solar – se le atribuye la naturaleza de una luz ardiente; es la silla celeste de Gimle, “más bella que cualquier otra y más resplandeciente que el Sol” y que subsistirá aún cuando “cielo” y “tierra” perezcan.</p>
<p style="text-align: justify;">Como el hombre clásico, también el hombre nórdico ha conocido un orden superior inmutable, que trasciende al mundo del devenir y de las “fuerzas elementales”. Después del <em>ragna-rökkr</em>, es decir, después del “crepúsculo de los dioses”, o Ases, vuelven a Idafels y encuentran el oro simbólico que simboliza la tradición y la espiritualidad primordial de fe del antiguo hombre nórdico: cualquier cosa que tenga aires olímpicos y clásicos.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>El afecto antirromano.</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Mucha basura se ha acumulado en el contenido de la tradición oral, en parte a través del paso de los siglos, en parte – más tarde – por las interpretaciones de los poetas románticos y de intelectuales misticoides. A esto se ha añadido recientemente efectos de algunas reacciones político-culturales quizá legítimas en sí, pero desviadas en cuanto a los puntos positivos de referencia. Aludimos a un cierto neopaganismo germánico artificial, que parece haber conducido inconscientemente a mentes poco equilibradas a una trampa preparada cuidadosamente por los comunes adversarios. Sería fácil demostrar (y lo hemos demostrado en nuestro libro <em>Síntesis de doctrina de la raza</em>) que muchas ideas de este paganismo, lejos de haber verificado el contenido superior de las principales tradiciones arias precristianas, corresponden a las de un paganismo que nunca existió, inventado por la primera apología cristiana para desacreditar todo lo que era distinto a la nueva fe.</p>
<p style="text-align: justify;">Ahora, nuestra tesis es que un contacto con el contenido romano de nuestra tradición podría servir a Alemania para dar una orientación recta y meditada a su misma “lucha por la visión del mundo”, para ayudarla a descubrir de nuevo su tradición “olímpica” y para hacer sentir que en estos superiores significados de la común espiritualidad aria debe verse el más alto punto de referencia para cada lucha y cada reconstrucción.</p>
<p style="text-align: justify;">Si se ha podido hablar de una “<em>aeternitas romana</em>”, es porque es más que una simple frase retórica. El <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">símbolo</a> romano es efectivamente el de un Imperio, o <em>Reich</em>, el cual tiene su suprema legitimización añadiéndole los significados “olímpicos”, que participan de la “luz” ario-olímpica y algo de supratemporal y sobrehumano, representando simultáneamente un cúlmen de la potencia humana y la encarnación de un ideal superior de justicia terrena y de un tipo de organización sólida, viril y jerárquica.</p>
<p style="text-align: justify;">Sabemos que en Alemania existe un sentimiento antirromano, que se ha visto particularmente en momentos poco felices y que afortunadamente han sido superados por las relaciones entre los dos pueblos y aún hoy se conservan huellas en ciertos ambientes extremistas, con el resultado de dar incentivos a los que, entre nosotros, querrían ver a cualquier precio una incompatibilidad entre romanismo y germanismo, casi siempre con fines inconfesables. Con tal motivo, conviene eliminar los malentendidos referentes a la nación amiga. No se debe confundir por ejemplo en el plano jurídico, el ideal de la verdadera romanidad con lo referente a la degeneración y a la descomposición senil de sus encarnaciones históricas.</p>
<p style="text-align: justify;">En vista de la <a title="religion" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religión</a> predominante en el pueblo italiano, el fascismo halaga al catolicismo, no debe conducir a indiscriminadas y unilaterales identificaciones entre romanidad e iglesia. Con intención, usamos el termino ario-romano. Tenemos a la vista la originaria tradición de nuestra gente y que da una especial expresión al ideal clásico de la claridad, de la forma, de la soberanidad olímpica más fuerte que todo esto que es la lucha, el devenir y la pasión.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em></p>
<div id="attachment_5343" class="wp-caption alignright" style="width: 260px"><strong><em><img class="size-full wp-image-5343" title="apollo-de-veyes" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/apollo-de-veyes.jpg" alt="Apolo de Veyes. Estatua etrusca en terracota (550 - 520 a. C.)  Museo Etrusco Nacional de Villa Giulia en Roma." width="250" height="327" /></em></strong><p class="wp-caption-text">Apolo de Veyes. Estatua etrusca en terracota (550 - 520 a. C.)  Museo Etrusco Nacional de Villa Giulia en Roma.</p></div>
<p>Dos nostalgias.</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">En algún tiempo la nostalgia ha seguido bien el camino del Norte, bien el del Sur, pero sin encontrar un punto de equilibrio. Mientras las nostalgias por el Sur han tenido prevalentemente un carácter físico y sentimental, las del Norte han tenido un carácter metafísico y espiritual. Aún hoy los nórdicos y los alemanes ven a los de Sur como “humanistas” o como gente que busca el sol y el descanso físico en el país de las artes y de los naranjos. Bien diferente fue la nostalgia del antiguo ario mediterráneo hacia el Norte. Fue esencialmente una nostalgia por la tierra de Apolo, del Dios hiperbóreo de la luz. Se creía que todavía vivía en el Norte, dormido, Kronos, el Dios simbólico de la Edad de Oro (la misma de los orígenes arios), que por ello, antiguamente el mar Ártico se llamaba mar crónico. En el Norte el “sol de medianoche” ofrecía el <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">símbolo</a> físico más próximo al más alto misterio de la <a title="antiguedad" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/storia-antica">antigüedad</a> mediterránea, el de la luz interior que nacía allá, donde se extingue la luz sensible. El Norte, por el fenómeno de un día casi sin noche, pareció la tierra más próxima a la luz olímpica privada de ocaso – y se cuenta que fue por esto que un emperador romano llevó sus legiones hasta el extremo de Britania: no por obtener nuevos laureles militares, sino por anticipar su apoteosis y contemplar de cerca al rey de los dioses, que, según otra tradición, estaría escondido en el Lacio, en la tierra de Roma.</p>
<p style="text-align: justify;">Parece, por consiguiente, que el recuerdo del Norte olímpico, oscurecido en varios aspectos de las sucesivas tradiciones germánicas, se mantendría más vivo en las mediterráneas de razas dominadoras nacidas del mismo tronco común. En esta herencia primordial están las raíces del elemento verdaderamente eterno de Roma. A través de esta Roma el hombre germánico ayudo a reconstruir un visión antiromántica, clara, dura, viril y al mismo tiempo transfigurada y dominadora de la vida, allá él no estará desnaturalizado sino reconducido al elemento más esencial y originario de su misma tradición. Y al mismo tiempo antítesis unilaterales y diletantes serán superadas y los presupuestos para un entendimiento real de las fuerzas directrices espirituales de los dos pueblos amigos estarán confirmadas.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/sobre-la-contribucion-de-la-romanidad-a-la-nueva-alemania.html' addthis:title='Sobre la contribucion de la Romanidad a la nueva Alemania ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>La popolazione nordica di Roma antica</title>
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		<pubDate>Wed, 12 May 2010 09:29:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Hans Friedrich Karl Günther</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Allora come adesso, gli strati sociali con le peggiori caratteristiche genetiche erano i più prolifici: e in quel modo si arrivò alla degenerazione e alla denordizzazione, entrambi fattori che resero gli ultimi tempi di Roma così orrendi]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/la-popolazione-nordica-di-roma-antica.html' addthis:title='La popolazione nordica di Roma antica '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storia-antica.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Storia antica" /><br/><p style="text-align: justify;">Gli eredi del potere in tutta la zona mediterranea antica furono alla fine i romani, anch&#8217;essi di sangue nordico. Già verso il 2000 a.C. le costruzioni palafitticole dell&#8217;Italia settentrionale mostrano &#8220;caratteristiche che indicano influenze provenienti dal Nord delle Alpi, caratteristiche osservabili anche nel modo di vita generale. Gli immigrati abitavano villaggi protetti da zone lagunari e incineravano i loro morti&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">
<div id="attachment_4822" class="wp-caption alignright" style="width: 234px"><img class="size-full wp-image-4822" title="urna-biconica" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/urna-biconica.jpg" alt="Urna biconica da Vulci, necropoli dell'Osteria, IX sec. a.C. Musei Vaticani." width="224" height="300" /><p class="wp-caption-text">Urna biconica da Vulci, necropoli dell&#39;Osteria, IX sec. a.C. Musei Vaticani.</p></div>
<p style="text-align: justify;">Sia lo stile delle loro terrecotte che la pratica dell&#8217;incinerazione dei cadaveri indicano una provenienza nordica. L&#8217;archeologia degli stanziamenti palafitticoli dell&#8217;alta Italia ha rivelato che la popolazione era sia dolicocefala che brachicefala; e ciò può essere spiegato assumendo che la popolazione proveniente dal Nord &#8211; che paraticava l&#8217;incenerazione dei cadaveri e che perciò non lasciò dietro di sé tracce scheletriche &#8211; si istallò come classe dirigente su degli aborigeni estide-occidentali. Si trattò forse di una qualche stirpe italica che fece da avanguardia alla massiccia penetrazione italica che doveva seguire? Si trattò forse degli oschi (sanniti) e degli umbri? Comunque, i villaggi palafitticoli dell&#8217;alta Italia erano organizzati in modo molto ordinato, come poi lo fu la &#8220;Roma quadrata&#8221;. Ai ponti che portavano sulla terraferma si collegavano figure religiose, che forse diedero luogo alla denominazione di <em>pontifex</em>, poi adottata dalla principale figura religiosa a Roma.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;immigrazione italica massiccia, che poi portò alla fondazione di Roma, venne dopo, &#8220;nell&#8217;età del bronzo&#8221;  La forma delle terrecotte indica una sede primigenia che doveva stare nella Germania centrale; e lo stesso viene indicato da diversi studi linguistici. Secondo Much (2) &#8220;Che gli itali (<em>italici</em>) provenissero da Nord delle Alpi, è una conclusione obbligata quando si considerino le loro relazioni di parentela con i popoli del Nord&#8221;. In ragione della stretta parentela fra l&#8217;italico, il celtico e il germanico, e di quest&#8217;ultimo con il greco, la scienza delle lingue deve obbligatoriamente arrivare alla conclusione che ci fu nella preistoria una zona di contatto fra le popolazioni che parlavano queste lingue (o per lo meno fra i popoli dai quali italici, <a title="Celti" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/celti">celti</a>, ecc. poi derivarono): si pensa che la Boemia o la Moravia possano essere state questa zona di contatto. La migrazione degli italici verso l&#8217;Italia ebbe luogo a partire dal medio Danubio attraverso i passi più bassi delle Alpi orientali.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/la-nascita-di-roma/38" target="_blank"><img class="alignleft size-medium wp-image-4824" style="margin: 10px;" title="la-nascita-di-roma" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/la-nascita-di-roma-194x300.jpg" alt="" width="194" height="300" /></a>Il percorso delle forme culturali italiche è descritto da Schuchhardt: &#8220;Questa cultura si propaga lungo l&#8217;Adriatico, attraversa il medio Appennino e poi segue il Tevere fino a Roma; e a essa corrispondono le sepolture preromulee del Foro. Un altro gruppo si mantenne più a Nord per raggiungere Tarquinia nell&#8217;Etruria meridionale; ma le propaggini culturali italiche si riscontrano anche a Est degli Appennini, fino a Tarante&#8221;. È importante il fatto che questa nuova cultura gira attorno all&#8217;Etruria; ovviamente perché lì c&#8217;erano degli stati consolidati che fecero resistenza. E difatti l&#8217;Etruria era un&#8217;unità culturale antica e consolidata (cfr. cap. 7).</p>
<p style="text-align: justify;">Quando si considera la storia romana nel suo insieme, se ne riceve l&#8217;impressione che le popolazioni nordiche arrivate in Italia &#8211; e che dopo si prepararono a fondare un impero mondiale &#8211; non dovevano essere molto numerose in confronto agli aborigeni non-nordici. Ma le stirpi nordiche (<em>gentes</em>), dotate di una volontà di ferro e di abitudini semplici e guerriere, imposero e mantennero la loro fisionomia romana fino a tempi molto tardi, quando ancora gli uomini appartenenti alla razza creatrice risaltavano come dotati di una durissima capacità di azione. I romani ci appaiono ancora più nordici dei greci, in ragione della loro grande serietà &#8211; le qualità romane della <em>gravitas </em>e <em>virtus </em>- nonché della posizione molto libera della donna. Ancora nei tempi della tarda romanità valeva quanto ha da dire Giuffrida-Ruggieri: &#8220;Nella tranquillità e nella crescita silenziosa del popolo romano, i discendenti delle stirpi nordiche allevarono quegli uomini acuti e capaci di violenza che noi riconosciamo di tempo in tempo nella storia romana&#8221; (1).</p>
<p style="text-align: justify;">Dai tempi semimitici dei re di Roma ci sono tramandati molti degli aspetti caratteristici della lotta dei primi intrusi nordici contro gli etruschi per il dominio dell&#8217;Italia. È lecito supporre che anche gli etruschi, con la scomparsa della loro classe dirigente nordica, avessero perso i loro più validi condottieri. Probabilmente, nel popolo etrusco le componenti estidi e levantine avevano preso sempre più il sopravvento; e gli etruschi degli ultimi tempi rivelavano una sensualità di tipo levantino, venendo altresì descritti dai romani come obesi e pingui. Erano anche additati come esempi di avanzata degenerazione etica.</p>
<p style="text-align: justify;">Le testimonianze storiche più antiche che si abbiano sui romani si riferiscono alle lotte contro le altre stirpi nordiche (umbri, oschi, sanniti, sabelli, sabini) e la loro annessione. Gli umbri, nei quali si ha forse da vedere l&#8217;avanguardia della penetrazione nordica in Italia, avevano già fondato uno stato nella zona dello sbocco del Po.</p>
<p style="text-align: justify;">La prima costituzione romana, come già quella spartana, ci da un&#8217;immagine esatta della stratificazione razziale: i 300 patrizi, che da soli costituivano lo stato romano, corrispondevano alle 300 stirpi latine, che erano quelle dei conquistatori nordici: i plebei, mancanti di ogni diritto politico, erano le popolazioni autoctone, di razza prevalentemente occidentale anche se già misti di estide, dinarico e levantino. Patrizi e plebei, inizialmente, non costituivano una contrapposizione di classi sociali, ma una separazione razziale: i plebei erano i discendenti di genti liguri e iberiche, prevalentemente di razza occidentale. Rimangono delle indicazioni secondo le quali i plebei erano retti da istituzioni matriarcali; mentre i patrizi di razza nordica avevano usi patriarcali, sui quali si insiste in modo particolare nelle loro leggi (<em>patria potestas</em>).</p>
<p style="text-align: justify;">
<div id="attachment_4823" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-4823" title="urna-a-capanna" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/urna-a-capanna.jpg" alt="Urna a capanna da Castel Gandolfo - Montecucco, tomba A. Prima metà del IX sec. a.C. Musei Vaticani" width="300" height="288" /><p class="wp-caption-text">Urna a capanna da Castel Gandolfo - Montecucco, tomba A. Prima metà del IX sec. a.C. Musei Vaticani</p></div>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;educazione alle virtù civiche e le abitudini semplici e guerriere che erano proprie degli antichi romani ricordano sotto molti aspetti le costumanze nordiche pure documentate per l&#8217;Islanda nei secoli X e XI; e perfino nelle espressioni verbali della lingua latina si è trovato molto in comune con quelle usate nelle saghe islandesi. C&#8217;è poca informazione sulla storia delle popolazioni locali preromane; comunque sembra che esse mancassero completamente della dura volontà e del senso di decisione dei romani. I romani biondi non si fidavano delle genti scure: il detto &#8220;Romano, non ti fidare di chi è &#8216;nero&#8217;&#8221; (<em>hic niger est; hunc tu, Romane, caveto!</em>), del quale da notizia Grazio (<em>Saturnali</em>, I, 4, 85) risale probabilmente ai primi tempi della romanità, con le sue contrapposizioni nordico-occidentali. Naturalmente, Grazio non poteva ormai sapere quale fosse l&#8217;origine di questo adagio.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli scopi eugenetici erano raggiunti con l&#8217;uccisione dei nati deformi, comandata dalle legge delle dodici tavole.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma questo sembra che avesse condotto ad abusi; e difatti le leggi romane posteriori tesero a favorire la prolificità, pur senza dimenticare le misure eugenetiche. Ancora Seneca (2) scriveva: &#8220;Noi affoghiamo i deboli e i deformi. Non è la passione, ma la ragione, che ci indica che chi è valido deve essere distinto da chi non lo è&#8221;; ma ai tempi di <a title="Seneca" href="http://www.libriefilm.com/category/autori/lucio-anneo-seneca">Seneca</a> (circa 41 d.C.) sembra che questo fosse più un consiglio che la descrizione di una pratica fattuale. A idee eugenetiche consapevoli arrivarono alcuni romani soltanto quando la denordizzazione e la degenerazione avevano ormai acquisito proporzioni incurabili.</p>
<p style="text-align: justify;">La legge delle dodici tavole, che costituisce il documento primordiale del diritto romano, è il risultato di una regolamentazione giuridica delle relazioni fra patrizi e plebei. Sotto la repubblica ci furono i primi cambiamenti importanti nella stratificazione sociale. Il console P. Valerius Poplicola fece passare leggi mirate ad assicurargli la simpatia della plebe; con la conseguenza che nel senato penetrarono molti arricchiti che non erano di sangue patrizio (510 a.C.). Ci furono lotte fra la due stratificazioni sociali, ci furono dei giovani patrizi che proposero di ristabilire la monarchia, i plebei si ritirarono sul Monte Sacro per costringere lo stato ad accettare le loro pretese, le stirpi patrizie finirono anch&#8217;esse per essere divise da litigi; e finalmente fra patrizi e plebei si arrivò ad accordi di compromesso che però significarono l&#8217;inizio della mescolanza razziale. Nel 445 a.C. la <em>lex Canuleia de connubio </em>rese legali i matrimoni fra patrizi e plebei. Prima, i figli di matrimoni misti appartenevano alla <em>pars deterior</em> o, per usare un&#8217;espressione legale tedesca antica, alla &#8221;<em>argeren Hand</em>&#8221; ['colui che è sottomesso']; e così il sangue della classe superiore era mantenuto puro. In seguito, i figli vennero ad appartenere alla classe del padre; e così il limite fra le razze venne cancellato. E questo, alla lunga, portò anche nella plebe un quantitativo tale di sangue nordico che proprio fra i plebei poterono insorgere famiglie di eccellente mentalità nordica, che ebbero una notevole influenza nella nobiltà burocratica (<em>nobilitas</em>) fino ai tempi delle guerre puniche.</p>
<p style="text-align: justify;">
<div id="attachment_4825" class="wp-caption alignleft" style="width: 275px"><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/marco-porcio-catone"><img class="size-medium wp-image-4825" title="catone" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/catone-265x300.jpg" alt="Marco Porcio Catone (234 a.C. – 149 a.C.) " width="265" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Marco Porcio Catone (234 a.C. – 149 a.C.) </p></div>
<p style="text-align: justify;">Il progressivo cambiamento della costituzione romana può essere riportato ai cambiamenti che seguirono nella stratificazione razziale. Il sangue nordico si inaridiva lentamente; nordici erano soprattutto i guerrieri che combattevano e morivano per la grandezza di Roma; e i funzionari che amministravano le terre conquistate. Il confronto con i <a title="Celti" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/celti">celti</a>, genti nordiche che irrompevano dal Nord, portò a lunghissime guerre nelle quali si scontrarono le rispettive classi dirigenti, nordiche da una parte e dall&#8217;altra. Il sangue nordico si disperse al servizio della patria. Catone fu un genuino romano (morto nel 149 a.C., appartenente all&#8217;alta nobiltà, egli fu maestoso, un grande patriota e un genuino uomo di stato e combattente nordico). Secondo Plutarco (e anche secondo una certa poesia canzonatoria) egli era biondo e aveva gli occhi azzurri; ma è possibile che già ai suoi tempi il tipo nordico non fosse più tanto abbondante, nomi paleoromani, che venivano scelti per indicare i tratti nordici delle persone (come <em>Fulvius</em>, <em>Flavus</em>, <em>Rufus</em>, ecc.) continuarono a essere usati anche dopo, per inerzia, oppure proprio perché nei tempi di decadenza i capelli biondi erano divenuti così rari. È probabile che le guerre civili abbiano contribuito parecchio alla distruzione dello strato nordico, perché in ambedue i campi a cadere erano ogni volta i dirigenti nordici, oppure rimanevano vittime della vendetta dei vincitori. E&#8217; ben noto come Mario, dirigente dello strato plebeo, dopo aver vinto Siila (il duce della nobiltà, che Plutarco ci descrive come biondo dagli occhi azzurri), avesse fatto strangolare moltissimi uomini eminenti della nobiltà; come Silla, più tardi, si fosse vendicato nella stessa sanguinaria maniera contro i dirigenti a lui ostili. I casati nobiliari della Roma antica si estinsero anche perché, sotto la pressione di una alta tassazione, riducevano sempre più la loro discendenza attraverso una limitazione consapevole delle figliolanza. I Fabi si erano dovuti dare una legge privata secondo la quale bisognava obbligatoriamente allevare ogni bambino nato nel loro casato. Ma la malaria, le guerre, le guerre civili, la dissoluzione etica e l&#8217;estensione del potere su tutto il bacino del Mediterraneo e oltre, non potevano se non diluire sempre di più lo strato nordico, soprattutto quando si consideri che non c&#8217;era più alcuna immigrazione nordica. La diminuzione della classe contadina, come conseguenza delle importazioni di grano provenienti dalle colonie, ebbe conseguenze fatali per il nerbo razziale di Roma (come fu molto più tardi il caso dell&#8217;Inghilterra). Sembra che nei paesi di campagna un salutare tipo nordico si sia mantenuto più a lungo che altrove; e perciò la diminuzione della classe contadina comportò una rapida denordizzazione e degenerazione. Eppure, ancora sotto l&#8217;impero, a Roma rimaneva una classe dirigente abbastanza nordica.</p>
<p style="text-align: justify;">La caduta della repubblica coincise con la scomparsa degli ultimi uomini che incarnavano la Roma nordica. La sconfitta di Bruto, di Cassio e dei loro alleati significò il collasso dell&#8217;ideale repubblicano e di quel che rimaneva della nobiltà romana. Avevano assassinato Cesare, capo del &#8220;popolo&#8221;, il che, a quei tempi, significava ormai le classi inferiori urbane. Ma i progetti monarchici di Cesare sopravvissero alla sua morte e trionfarono sugli ideali repubblicani, che non avevano trovato per rappresentarli alcun dirigente valido. Cesare è l&#8217;esempio principe di un uomo dalle immense capacità al servizio della &#8220;vita calante&#8221; di un tempo di decadenza. Egli fu il fondatore dell&#8217;impero romano che, un poco alla volta, come conseguenza della deriva razziale, acquistò i tratti di una monarchia medio-orientale e finì per divenire l&#8217;involucro di lusso di un mondo putrefatto.</p>
<p style="text-align: justify;">Un poco alla volta la nobiltà scomparve dalla vita romana. L&#8217;ultimo a estinguersi fu il casato dei Calpurni, che fino all&#8217;ultimo produsse delle nobili figure (ancora fino alla fine del I secolo d.C.). Gli imperatori non di rado si  vedevano costretti ad accattivarsi il favore del &#8220;popolo&#8221; per mezzo di azioni di violenza contro le persone più nobili che ancora rimanevano. Al posto della contrapposizione razziale arcaica fra patrizi e plebei, ai tempi dell&#8217;impero era intervenuta la contrapposizione fra ricchi e poveri. I vecchi casati rimanevano impoveriti se rifiutavano di entrare nei giri di affari delle grandi città, i quali in tempi imperiali diventarono sempre più scellerati. A partire dal 122 a.C., a fianco della vecchia nobiltà venne accettata anche una &#8216;nobiltà&#8217; del censo, gli <em>equites</em>, maggioritariamente elementi arricchiti provenienti dalle classi inferiori, che già negli ultimi tempi della repubblica eseguivano speculazioni finanziarie e la cui vita privata era particolarmente sensuale. Il loro pessimo esempio fu una delle cause principali della decadenza dei costumi; e le loro manipolazioni finanziarie portarono al logoramento della classe dei liberi &#8211; la classe media romana &#8211; e allo snaturamento etico della classe dei funzionari; al punto che anche Cesare (nella sua <a title="De Bello Gallico" href="http://www.libriefilm.com/la-guerra-gallica/596"><em>De bello gallico</em></a>, I, 39,40) faceva dei commenti sulla loro nefasta influenza. Questi grossi capitalisti comperavano le proprietà terriere e così l&#8217;Italia da terra di contadini passò a essere una di latifondi, mentre grandi estensioni vennero abbandonate (<em>latifundia perdiderunt Italiani</em>).</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/opere-politiche-vol-1/6265" target="_blank"><img class="alignright size-medium wp-image-4819" style="margin: 10px;" title="opere-politiche" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/opere-politiche-187x300.jpg" alt="" width="187" height="300" /></a>La decadenza dell&#8217;Impero Romano, della quale tanto si è parlato, incominciò in Italia. La <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religione</a> romana antica, che imponeva la discendenza, era da tampo dimenticata. L&#8217;importazione di schiavi  portò non poco sangue levantino in una terra già impoverita del suo proprio sangue. Le leggi che tentavano di mettere rimedio alla denatalità non attaccavano il male &#8211; la degenerazione dei costumi &#8211; alla sua radice. Allora come adesso, gli strati sociali con le peggiori caratteristiche genetiche erano i più prolifici: e in quel modo si arrivò alla degenerazione e alla denordizzazione, entrambi fattori che resero gli ultimi tempi di Roma così orrendi. Plinio se ne rese conto, ed elogiava i primi tempi di Roma, quando non c&#8217;era ancora bisogno di medici; ma ormai era troppo tardi per una ripresa. Era il <em>proletarius </em>(da <em>proles </em>= figliolanza) a determinare, con la sua vittoria numerica, le circostanze dell&#8217;impero in rovina. Il sangue delle centinaia di migliaia di schiavi e di liberti procedenti da tutti gli angoli del mondo allora conosciuto aveva fatto dell&#8217;impero romano nient&#8217;altro che una discarica razziale. E l&#8217;eliminazione di tutte le barriere razziali fu sancita giuridicamente dalla concessione della cittadinanza a tutti i cittadini liberi dell&#8217;impero (<em>lex Antoniniana</em>). Questa legge fu promulgata nel 212 d.C. sotto Caracalla, figlio di un africano e di una siriaca (Fig. 238), egli stesso una spaventosa figura di degenerato criminale. Questa estensione del diritto alla cittadinanza &#8220;fu salutata con comprensibile giubilo da tutti i proletari dell&#8217;impero, perché adesso il socialismo accattone del governo romano, la distribuzione di granagle, ecc. arrivavano anche alle plebi di quelle città che, attraverso qualche speciale decreto, non avevano ancora ottenuto la cittadinanza&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">I pochi ancora nobili e consapevoli non potevano se non cercare quella dignità e tranquillità che ancora si potevano conservare in mezzo alla decadenza e al disfacimento generalizzati. Ormai non si poteva intraprendere più niente. Ai migliori fra i romani non rimase se non rivolgersi allo stoicismo, una filosofia diretta al singolo e mirata ad aiutarlo a sopportare un destino opprimente. Lo stoicismo (dovuto a Zenone e a Posidonio), una filosofia della probità, che rifiutava ogni ozioso gioco di parole e insisteva su di una condotta onesta, ma che nel contempo esortava alla tranquillità e alla estraneità dal mondo, probabilmente attrasse quelle genti che ancora in quei tempi di disfacimento avevano una natura nordica e che in mezzo alla dissoluzione dell&#8217;Impero Romano tenevano alla propria dignità. Anche lo scritto di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/marco-tullio-cicerone" target="_blank">Cicerone</a></span> <em>Dei doveri</em> (<em>De officiis</em>), di ispirazione stoica, rivela una natura virile e nordica in quei tempi crepuscolari.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Brani tratti da <a href="../waldnernotaintroduttiva.html"><em>Tipologia  razziale dell’Europa</em></a>, Ghénos, Ferrara 2003.</p>
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		<title>L&#8217;Italia non esiste</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Apr 2010 07:17:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele Fabbri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un libro di Sergio Salvi, pubblicato nel 2003, contesta il mito risorgimentale della unitarietà della nazione italiana]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/litalia-non-esiste.html' addthis:title='L&#8217;Italia non esiste '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/teiwaz.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Teiwaz" /><br/><p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-medium wp-image-4432" style="margin: 10px;" title="litalia-non-esiste" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/litalia-non-esiste-218x300.jpg" alt="" width="218" height="300" />“L’Italia è un’illusione, anzi un miraggio”.</p>
<p style="text-align: justify;">A pronunciare queste parole non è stato qualche pericoloso secessionista, ma nientemeno che il poeta Mario Luzi che, soprattutto nei suoi ultimi anni di vita, è stato un intellettuale di riferimento dell’<em>establishment </em>patriottardo.</p>
<p style="text-align: justify;">Che l’Italia come concetto politico sia un’idea del tutto inconsistente non è certo una novità. Pochi, però, hanno il coraggio di gridare al mondo che “il re è nudo”. Uno di questi è il Prof. Sergio Salvi, studioso di consolidata fama accademica specializzato nello studio di movimenti autonomisti e di “nazioni senza stato”.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel saggio <em>L’Italia non esiste</em>, Salvi analizza l’artificiosa concezione di stato che si è concretizzata nella penisola e che oggi compatta la classe dirigente in un feticistico culto della patria che unisce destra e sinistra, liberali e comunisti, preti e massoni&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">Nessuno ha mai pensato seriamente all’esistenza di uno stato italiano fino al XIX secolo e tutta la storia della penisola si svolge dalla più remota <a title="antichità" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/storia-antica">antichità</a> fino alla fine dell’<em>Ancien Régime</em> sul <em>Leitmotiv</em> del particolarismo. Con la Rivoluzione francese si diffonde il mito della patria “una e indivisibile” attorno al quale si costruisce una nuova entità territoriale.</p>
<p style="text-align: justify;">La nascita dell’Italia come stato unitario avviene quasi per caso, senza nemmeno una strategia organica: i monarchici di Cavour e i repubblicani di Mazzini arrivano al traguardo seguendo strade diverse e la classe dirigente risorgimentale si trova a dover gestire situazioni del tutto impreviste. Il nuovo stato nasce quindi come un mostro di Frankenstein, composto dai cadaveri degli stati preunitari cuciti fra di loro.</p>
<p style="text-align: justify;">L’Italia unita è la tipica espressione dell’internazionalismo massonico; quanto di più lontano si possa immaginare dalle teorie tedesche del “sangue e suolo” che in quegli stessi anni si sviluppavano in Germania. All’epoca dell’unificazione gli Italiani non avevano nemmeno una lingua comune, poiché il volgare fiorentino era solo lingua letteraria. Del resto ancora oggi nel Sud della penisola la lingua italiana è poco praticata e la popolazione si esprime abitualmente in dialetto.</p>
<p style="text-align: justify;">Inoltre la divisione regionale del nuovo stato viene effettuata sulla base di considerazioni erudite ispirate alle antiche regioni romane, che spesso non riflettono più la realtà.</p>
<p style="text-align: justify;">I regimi politici che si sono succeduti in Italia hanno cercato, ognuno a modo suo, di dar vita a un culto della patria, ma sembra che non siano stati molto convincenti: Salvi analizza vari movimenti autonomisti che hanno operato nella seconda metà del XX secolo: Sicilia, Sardegna, Sud Tirolo, Val d’Aosta, fino ad arrivare alle teorizzazioni macroregionali di Gianfranco Miglio.</p>
<p style="text-align: justify;">L’ultima parte del libro è dedicata al movimento indipendentista della Lega Nord, che ha rappresentato il più importante tentativo di contestazione dell’assetto statuale italiano e che, pur in un contesto culturale ostile a ogni idea identitaria, ha avuto il merito di far entrare nel dibattito politico parole come “federalismo”, “autonomia”, “indipendenza”…</p>
<p style="text-align: justify;">Il risveglio civile della Padania rappresenta la reazione della società sana del Nord che non vuole farsi risucchiare da un sistema di potere mafioso che è espressione delle connotazioni psicorazziali della popolazione meridionale, nonché del carattere criminogeno della democrazia di mercato.</p>
<p style="text-align: justify;">Il volume, infine, è corredato da un’interessante cartografia che espone le varie ipotesi di suddivisione territoriale della penisola.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Sergio Salvi,<em> L’Italia non esiste</em>, Leonardo Facco Editore, Treviglio (BG) 2003, pp.244.</p>
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		<title>Fascismo, nazismo e cultura di destra</title>
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		<pubDate>Sat, 27 Mar 2010 10:14:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Adriano Romualdi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[I limiti della politica culturale rivoluzionaria del Fascismo e del Nazismo in un celebre scritto di Adriano Romualdi tratto da 'Idee per una cultura di Destra']]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/fascismo-nazismo-e-cultura-di-destra.html' addthis:title='Fascismo, nazismo e cultura di destra '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/romualdi48x48.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Adriano Romualdi" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storiacontemporanea48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Storia contemporanea" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/teiwaz.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Teiwaz" /><br/><p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-medium wp-image-4318" style="margin: 10px;" title="Eur" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/Eur-300x292.jpg" alt="" width="210" height="204" />Essenzialmente si è detto. Infatti, il mito imprecisato del «popolo» serve ancora a contrabbandare una quantità di idee che di destra non sono. Di qui la scarsa capacità di presa dei regimi fascisti d’Italia e Germania nel campo della cultura. Fascismo e Nazismo, se ebbero chiara la loro contrapposizione ai movimenti scaturiti dalla rivoluzione francese, se osarono far fronte contro il mito borghese e quello proletario, contro capitalismo anglosassone e bolscevismo russo, non riuscirono a creare all’interno dello Stato una cittadella ideologica che potesse sopravvivere alla catastrofe politica.</p>
<p style="text-align: justify;">Basti pensare che in Italia la leadership culturale fu affidata a Gentile, un uomo che seppe pagare di persona, ma — ideologicamente — solo un patriota di spiriti risorgimentale, legato a filo doppio col mondo della cultura liberale. Non a caso, tutti i discepoli di Gentile (quelli intelligenti, che contano qualcosa nella cultura), militano oggi in campo antifascista e persino comunista. Chi legga <em>Genesi e struttura della società </em>non può non rimanere perplesso di fronte allo spirito democratico-sociale di quest’opera che, degnamente, culmina nell’ideale bolscevico dell’«umanesimo del lavoro». Così, non può meravigliare che un gentiliano come Ugo Spirito si atteggi, di volta in volta, ora a «corporativista», ora a «comunista», senza bisogno di cambiare un rigo di ciò che ha scritto.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/i-proscritti-2/2860" target="_blank"><img class="size-medium wp-image-4314 alignleft" style="margin: 10px;" title="i-proscritti" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/i-proscritti-193x300.jpg" alt="" width="193" height="300" /></a>In Italia durante il ventennio si parlò molto di patria, di nazione, ma non ci si preoccupò mai di far circolare le idee della più moderna cultura di destra. <a title="Il tramonto dell'Occidente" href="http://www.libriefilm.com/il-tramonto-delloccidente-2/3546"><em>Il tramonto dell’Occidente</em></a> di Spengler (che pure Mussolini conosceva nell’originale), <a title="Der Arbeiter" href="http://www.libriefilm.com/loperaio/301"><em>Der Arbeiter</em></a> di <a title="Ernst Juenger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a>, <em>Der wahre Staat</em> di Spann non furono mai tradotti; romanzi come <em>Gilles </em>di Drieu La Rochelle o <em><a title="I proscritti" href="http://www.libriefilm.com/i-proscritti-2/2860">I proscritti</a> </em>di von Salomon furono completamente ignorati dalla cultura fascista ufficiale.</p>
<p style="text-align: justify;">In queste condizioni, era naturale che l’opera d’un <a title="Julius Evola" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/julius-evola">Julius Evola</a> venisse ignorata. Un libro come <em>Rivolta contro il mondo moderno</em> che, tradotto in Germania, destò grande interesse (Gottfried Benn scrisse di esso: «Un’opera la cui importanza eccezionale apparirà chiara negli anni che vengono. Chi la legge si sentirà trasformato e guarderà l’Europa con sguardo diverso») in Italia valse come non scritto.</p>
<p style="text-align: justify;">All’ombra del Littorio, dietro la facciata delle aquile e delle divise, continuò a prosperare una cultura neutra, insipida, talvolta fedele al regime per un intimo patriottismo piccolo-borghese, più spesso in celato atteggiamento polemico e sobillatorio.</p>
<p style="text-align: justify;">Oggi sono di moda i memoriali alla Zangrandi in cui alcuni mediocri personaggi della politica e del giornalismo si vantano di aver fatto carriera come fascisti senza esserlo in realtà. È evidente la malafede di questi squallidi figuri ma, tra tante menzogne, una verità rimane: la «cultura fascista», quella ufficiale dei Littoriali della gioventù, dietro a una facciata di omaggi adulatori al Duce, al Regime, all’Impero, restava un miscuglio di socialismo «patriottico», di liberalismo «nazionale» e di cattolicesimo «italiano».</p>
<p style="text-align: justify;">Caduta l’identità Italia-Fascismo, crollato nel 1943 il concetto tradizionale di patria, i socialisti «patriottici» sono diventati socialcomunisti, i liberali «nazionali» soltanto nazionali e i cattolici «italiani» democratici cristiani. È indubbio che l’opportunismo ha contribuito a questa fuga generale, ma è certo che se il Fascismo avesse fatto qualcosa per creare una cultura di Destra, un’imprendibile cittadella ideologica, qualcosa ne sarebbe rimasto in piedi.</p>
<p style="text-align: justify;">Il Nazismo si trovò a lavorare su di una base migliore. La cultura di Destra tedesca aveva dietro di sé una prestigiosa serie di nomi, a cominciare dai primi romantici fino a un Nietzsche. Lo stesso <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/johann-wolfgang-goethe" target="_blank">Goethe</a></span> ha lasciato non equivoche parole di sfiducia per l’infatuazione liberale dei suoi tempi. Inoltre, tra il ‘18 e il ‘33, in Germania era fiorita la cosiddetta «<a title="Rivoluzione conservatrice" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/rivoluzioneconservatrice">rivoluzione conservatrice</a>» con autori di fama europea: Oswald Spengler ed Ernst Jünger, Othmar Spann e Moeller van den Bruck, Ernst von Salomon ed Hans Grimm sono nomi noti anche fuori dai confini tedeschi. Lo stesso <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/thomas-mann" target="_blank">Thomas Mann</a></span> aveva dato con le <em><a title="Considerazioni di un impolitico" href="http://www.libriefilm.com/considerazioni-di-un-impolitico/298">Considerazioni di un impolitico</a> </em>un contributo fondamentale alla causa della destra tedesca.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche qui però il mito del «popolo» prese la mano ai governanti e la <em>Gleichschaltung</em> fece ammutolire ogni critica, anche quella costruttiva.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-full wp-image-4315" style="margin: 10px;" title="hj-trommel" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/hj-trommel.jpg" alt="" width="183" height="213" />Ma, nei confronti del Fascismo, il Nazismo ebbe il merito di costringere la cultura neutra a una resa dei conti. Esso, molto più del regime italiano, ebbe la coscienza di rappresentare un’autentica visione del mondo, violentemente ostile a tutte le putrefazioni e le storture dell’Europa contemporanea. La mostra dell’arte degenerata, il rogo dei libri ebbero, se non altro, un significato ideale rivoluzionario, un carattere di aperta rivolta contro i feticci di un mondo in decomposizione.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma anche qui si esagerò; ci si accanì contro personaggi che potevano anche esser lasciati in pace come un Benn, e un Wiechert, mentre a loro volta gli epuratori mostravano tare populiste e giacobine. C’è un libretto intitolato <em>An die Dunkelmänner unserer Zeit</em> («Agli oscurantisti del nostro tempo») in cui Rosenberg risponde ai critici cattolici del suo <em>Mythus</em> con una volgarità che non ha nulla da invidiare a Voltaire o ad Anatole France.</p>
<p style="text-align: justify;">Comunque, fu in ambiente nazista che si concepì l’ambizioso progetto di creare un <em>weltanschaulicher Stosstrupp</em>, una «truppa di rottura nel campo della visione del mondo» per aprire un varco nel grigio orizzonte della cultura neutra e borghese.</p>
<p style="text-align: justify;">E la stessa concezione delle SS, il loro superamento del semplice patriottismo tedesco nel mito della razza ariana, la concezione dello Stato come Ordine virile (<em>Ordenstaatsgedanke</em>), l’idea d’un impero europeo di nazione germanica, pongono il Nazismo all’avanguardia nella formulazione dei contenuti ideologici d’una pura Destra.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Brani tratti da <em>Idee per una cultura di Destra</em>.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/fascismo-nazismo-e-cultura-di-destra.html' addthis:title='Fascismo, nazismo e cultura di destra ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>In Africa prima e dopo Mussolini</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Jan 2010 17:39:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna Lotti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un libro di Marco Iacona sulla politica coloniale africana del Regno d'Italia sino alla presa di potere del fascismo]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/in-africa-prima-e-dopo-mussolini.html' addthis:title='In Africa prima e dopo Mussolini '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storiacontemporanea48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Storia contemporanea" /><br/><p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/la-politica-coloniale-del-regno-ditalia/5946" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-3813" style="margin: 10px;" title="politica-coloniale" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/politica-coloniale.jpg" alt="" width="200" height="274" /></a>Perché l’Italia per circa 80 anni è stata ossessionata dalla conquista  dell’Africa? E il colonizzatore Mussolini fu davvero più crudele dei  liberaldemocratici che lo avevano preceduto al governo del Regno? A  rispondere a queste domande <a title="Marco Iacona" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/marco-iacona/">Marco Iacona</a>, in un breve saggio dal titolo: <a title="La politica coloniale del regno d'Italia" href="http://www.libriefilm.com/la-politica-coloniale-del-regno-ditalia/5946"><em> La politica coloniale del Regno d’Italia dal 1882 al 1922</em></a>, edito da  Solfanelli, collana Saperi, costo 8 euro, che fa luce sulla storia del  colonialismo italiano nel Continente Nero.</p>
<p style="text-align: justify;">No, Mussolini non fu più crudele dei liberaldemocratici, anzi non fece  che ereditate metodi di “conquista” già largamente perpetuati dai  colleghi. Anzi, quando Mussolini arrivò sul territorio africano l’Italia  aveva si e no “due brandelli di terra” in cui vigeva lo stato di guerra  perpetuo, il Duce ne fece delle colonie a tutti gli effetti. Ma perché  gli italiani o meglio il Regno d’Italia decise di colonizzare l’Africa?</p>
<p style="text-align: justify;">Semplice, i principi colonizzatori del periodo 1880-1900 facevano  seguito a un bagaglio culturale di antica data: missione civilizzatrice  di stampo mazziniano, guerra come catarsi dei popoli, eredità romana. A  questi principi vanno poi aggiunte le mire commerciali e i fenomeni  migratori. Il Sud è quello più coinvolto, in quel periodo, ogni anno,  lasciavano l’Abruzzo, la Basilicata, la Calabria e la Sicilia 150.000  persone. Per loro si voleva trovare delle terre, un’estensione del  teritorio italiano in Africa. Infine, non vanno trascurati i rapporti  politici internazionali. Durante il Congresso di Berlino del 1878  l’Italia si accorge di essere fuori dallo scacchiere internazionale,  perde la possibilità di conquistare la Tunisia, Paese che il Regno  considerava già sua derivazione per motivi commerciali e che finirà in  mani francesi. L’Italia dunque vorrebbe cimentarsi nella conquista del  nord Africa ma per motivi politici è costretta a virare sull’Africa  orientale: Eritrea, Etiopia, Somalia.</p>
<p style="text-align: justify;">Dal 5 luglio 1882, data di inaugurazione della prima colonia ad Assab,  sul Mar Rosso, fino alla clamorosa sconfitta di Adua del 1896 Crispi  sogna di attuare il suo progetto politico di espansione in Africa.  Fallito questo tentativo il desidero colonizzare ritorna agli inizi del  Novecento con i nazionalisti, tra questi alcuni protagonisti della  futura impresa libica: Carducci, D’Annunzio, Oriani e Corradini. Nel  frattempo l’antico nemico francese diventa alleato. Nel 1906 l’Italia  stipula con Francia e Inghilterra un accordo di influenza economica in  Africa orientale. La Penisola mantiene il controllo sulla Somalia e  l’Eritrea. Il sogno di un paradiso africano per i senza lavoro italiani  viene nuovamente alimentato dai nazionalisti e dall’impresa di Libia.  Protagonista questa volta è Giovanni Giolitti. Mentre in Patria si  afferma di aver assoggettato la Libia, nel Paese nord africano si  assiste a una carneficina che per l’Italia si trasformerà il 15 aprile  1915 a Gasar Bu Hadi in una seconda Adua. All’insorgere della marcia su  Roma gli italiani in Africa avevano mostrato tutto di sé, la loro  bellezza e la loro bruttezza.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>* * *</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>Linea </em>del 26 gennaio 2010.</p>
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