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	<title>Centro Studi La Runa &#187; Inghilterra</title>
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	<description>Archivio di storia, tradizione, letteratura, filosofia</description>
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		<title>Rudolf Hess o della fedeltà</title>
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		<pubDate>Tue, 01 Mar 2011 10:11:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Leonello Rimbotti</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/rudolf-hess-o-della-fedelta.html' addthis:title='Rudolf Hess o della fedeltà '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storiacontemporanea48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Storia contemporanea" /><br/><p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-medium wp-image-6860" style="margin: 10px;" title="ho-osato" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/ho-osato-209x300.jpg" alt="" width="209" height="300" />È stato indubbiamente uno dei personaggi più enigmatici del XX secolo. Ben più vittima che carnefice. Attorno alla sua figura, poi, si sono intrecciate storie, più spesso fiabe, narrazioni inventate di sana pianta, che hanno contribuito a portare confusione anziché chiarezza. Rudolf Hess, il “delfino” di Hitler nella gerarchia del Partito nazionalsocialista, era il numero tre del regime: nel settembre 1939 Hitler lo mise dopo Goering nella scala di successione. Era dunque uno degli uomini di maggior spicco dell’Europa dell’epoca. Negli anni, la figura di Hess ha interessato poco o nulla dal punto di vista politico, ma molto per il suo celebre viaggio solitario in Gran Bretagna nel maggio 1941 quando, compiendo una delle azioni più spettacolari ma anche più misteriose della Seconda guerra mondiale, volò fino in Scozia per vedere di trovare con gli inglesi – presso i quali aveva molti amici, a cominciare dal duca di Hamilton, conosciuto al tempo delle Olimpiadi di Berlino – quella pace che con Churchill al potere non sarebbe mai arrivata. Hess, inoltre, è stato malauguratamente trascinato al centro del pedestre filone “nazi-esoterico”, che è oggi tra i più redditizi dal punto di vista editoriale. Il solo fatto che da giovane – come Rosenberg, Frank ed altri futuri capi hitleriani – fosse stato affiliato all’associazione pangermanica Thule, da cui poi nacque di lì a poco il Partito nazionalsocialista, ha costituito per un’intera falange di ricercatori del brivido l’eccitante premessa per edificare una storiografia popolare da ciarlatani dell’occulto: e dispiace che nella rete di questa rivendita di aria fritta sia caduto anche un politologo di buon nome come Giorgio Galli, che da una ventincinquina d’anni ci propina la stessa storia del volo di Hess come l’esito delle sue trame esoteriche con le cerchie inglesi della Golden Dawn.</p>
<div class="mceTemp" style="text-align: justify;">
<dl id="attachment_6870" class="wp-caption alignleft" style="width: 237px;">
<dt class="wp-caption-dt"><img class="size-medium wp-image-6870" title="Adolf Hitler e Rudolf Hess" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/Adolf-Hitler-Rudolf-Hess-227x300.jpg" alt="Adolf Hitler e Rudolf Hess" width="227" height="300" /></dt>
<dd class="wp-caption-dd">Adolf Hitler e Rudolf Hess</dd>
</dl>
</div>
<p style="text-align: justify;">Adesso, a trarre Hess fuori dal circo esoterico, e a ricollocarlo nella sua posizione più seria e autentica di protagonista del Novecento, provvede una pubblicazione di qualità, <em>“Ho osato”. Rudolf Hess: il vice di Hitler e araldo di pace</em>, di Ernesto Zucconi, pubblicato dalla Novantico Editrice. Si tratta di una bella edizione, ben curata, di grande formato, con un ricco apparato iconografico e, ciò che non guasta, con un testo sobrio ed essenziale, che nulla concede ai sensazionalismi. È la storia di Hess, cioè di un uomo che anche i suoi nemici hanno riconosciuto essere stato coerente ed onesto: un idealista, un puro, figura strana ed eccentrica, bisogna ammetterlo, soprattutto in relazione a quel mondo di spie, ricattatori e manipolatori in mezzo ai quali letteralmente cadde dal cielo in quel 10 maggio 1941. E che per i quarantasei anni seguenti lo utilizzarono ai loro fini, inquinando la vicenda con depistaggi e falsificazioni di ogni genere.</p>
<p style="text-align: justify;">Quella di Rudolf Hess è una figura tragica. Uomo dimesso e umile, quando era al potere – e che potere! &#8211; mantenne sempre un’attitudine composta e defilata, di fedelissimo seguace del suo Führer, quasi sacerdotale nei suoi modi semplici e spartani. Uomo tragicamente vittima, una volta che venne incarcerato e tenuto a Spandau per oltre quarant’anni, al centro delle mene anglo-americane e russe, scalpo dei vincitori e oggetto di ricatti reciproci. La sua dirittura e linearità di onesto credente fu ciò che lo portò a intraprendere l’iniziativa del volo. Ancora oggi non sappiamo se quel gesto fu concordato con Hitler o se invece fu una sua iniziativa, per pervenire attraverso un’azione clamorosa alla pace fra Germania e Gran Bretagna. Non appena ebbe la certezza che si stava preparando la guerra preventiva contro l’Unione Sovietica, Hess, in ogni caso, presentò la sua offerta di pace come un atto di nobile raziocinio: davvero non esistevano motivi di continuare una guerra senza senso fra due nazioni che non avevano motivo di distruggersi a vicenda. Hitler aveva offerto parecchie volte la pace agli inglesi nel 1940: ma le offerte fatte nei suoi discorsi, la cui diffusione venne proibita in Inghilterra, per evitare che sorgessero movimenti d’opinione sfavorevoli alla guerra, caddero nel nulla. Churchill volle in tutti i modi la guerra e continuò la sua guerra, anche a costo di allearsi con i comunisti e di causare – come causò – la fine politica dell’Europa. Ai suoi amici americani aveva già promesso di farli intervenire, permettendo così a Roosevelt di salvarsi dal tracollo economico attraverso una comoda, lunga e lucrosa guerra in Europa e nel Pacifico.</p>
<div class="mceTemp" style="text-align: justify;">
<dl id="attachment_6867" class="wp-caption alignright" style="width: 310px;">
<dt class="wp-caption-dt"><img class="size-medium wp-image-6867 " title="Rudolf Hess al processo di Norimberga (al centro). Sulla sinistra Hermann Goering, sulla destra Joachim von Ribbentrop." src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/hess-norimberga-300x235.jpg" alt="Rudolf Hess al processo di Norimberga (al centro). Sulla sinistra Hermann Goering, sulla destra Joachim von Ribbentrop." width="300" height="235" /></dt>
<dd class="wp-caption-dd">Rudolf Hess al processo di Norimberga (al centro). Sulla sinistra Hermann Goering, sulla destra Joachim von Ribbentrop.</dd>
</dl>
</div>
<p style="text-align: justify;">Tutte queste mire di potere mondiale corsero molto al di sopra della testa di Hess, la cui ingenuità nel fare appello alla lealtà inglese faceva a cazzotti con il freddo disegno anglo-americano di andare fino in fondo con la guerra e di sbarazzarsi una volta per tutte sia della Germania sia del Giappone, preferendo spartirsi il mondo con la Russia, ritenuta – giustamente, come la storia ha poi dimostrato – un avversario assai più morbido e conciliante.</p>
<p style="text-align: justify;">Zucconi fa alcune importanti precisazioni. Innanzi tutto, tende a credere che il volo non fu il disegno di un allucinato fuori dal mondo. Quell’iniziativa avrebbe anche potuto aver successo. E, qualora le cose fossero andate nel verso giusto, l’intera storia del secolo sarebbe stata diversa: «Certo i margini di successo non erano ampi – e qui sta il suo coraggio – ma neppure così esigui da liquidare come temeraria l’impresa che si accingeva a compiere», scrive Zucconi. E precisa: «E se Hess fosse riuscito a ribaltare la situazione spingendo i fautori della pace ad ottenere le dimissioni di Churchill, quasi certamente l’operazione “Barbarossa” sarebbe rientrata». È un fatto che, a quel punto, le pretese della Russia sull’Europa orientale si sarebbero smorzate, gli Stati Uniti sarebbero stati indotti a rinfoderare i loro propositi bellicisti e un’alleanza fra Germania e Gran Bretagna avrebbe ridisegnato altrimenti il destino dell’Europa. Ma Churchill ebbe la meglio e sappiamo com’è andata.</p>
<div class="mceTemp" style="text-align: justify;">
<dl id="attachment_6866" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px;">
<dt class="wp-caption-dt"><img class="size-medium wp-image-6866 " title="Rudolf Hess nel cortile della prigione di Spandau" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/rudolf-hess-spandau-300x240.jpg" alt="Rudolf Hess nel cortile della prigione di Spandau" width="300" height="240" /></dt>
<dd class="wp-caption-dd">Rudolf Hess nel cortile della prigione di Spandau</dd>
</dl>
</div>
<p style="text-align: justify;">A dispetto del fatto di essere stato l’unico uomo al mondo a insorgere contro la guerra e ad aver rischiato la vita di persona per fermare le armi, come è noto a Norimberga Hess è stato condannato all’ergastolo per aver commesso “crimini contro la pace”. Un simile, grottesco controsenso è tipico di quel nonsenso storico e giuridico che fu il processo “alleato” alla Germania, in base a capi d’imputazione che &#8211; come riconobbero anche molti tra i vincitori e, in Italia, Benedetto Croce – non stavano in piedi nel merito e nei modi: i vincitori che giudicano i vinti in base ad articoli di un codice che all’epoca non esisteva e secondo imputazioni retroattive, è un <em>monstrum</em> giuridico che ancora oggi pesa come un macigno sulla credibilità di quei giudici: tra i quali sedevano, non da ultimo, anche i rappresentanti del più formidabile potere criminale del secolo XX, quello sovietico. Inoltre, Zucconi mostra di non credere alla estenuante affabulazione secondo cui Hess sarebbe stato eliminato sin da subito dagli inglesi e sostituito da un sosia: aspetto, anche questo, che ha contribuito non poco a far discendere la vicenda al livello di una rozza <a title="letteratura" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/letteratura">letteratura</a> “gialla”, in nessun contatto con la documentazione storica. Infine, tra le molte altre cose, resta da dire che l’ormai vegliardo Hess venne, con tutta probabilità, eliminato dai servizi segreti inglesi in quel 17 agosto 1987, sotto la pressione internazionale che ne chiedeva il rilascio per motivi di salute: il timore che l’uomo, imprevedibile e lucido fino alla fine, ad onta della tante distorsioni propagate in materia, una volta libero sbottasse in qualche sensazionale rivelazione, dovette consigliare agli inglesi l’eliminazione dello scomodo personaggio con metodi sbrigativi. Come ricorda Zucconi, Hess fu trovato morto con un fil di ferro attorcigliato attorno al collo: in base alla ricostruzione dello storico Robert Brydon, la morte sopraggiunse per strangolamento e non per sospensione: evento quanto mai improbabile in un vecchio di 93 anni, fortemente debilitato da ben 46 anni di duro isolamento carcerario. «Ho osato», sta scritto sulla lapide della tomba in cui Hess è sepolto, nella località bavarese di Wunsiedel. Difatti, osò interferire nei piani di Churchill, di ordire, insieme a Roosevelt e a Stalin, una mortale congiura contro l’Europa. E, anziché dargli il premio Nobel per la pace, è stato rinchiuso a Spandau per tutta la vita e, alla fine, liquidato alla maniera mafiosa.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>Linea </em>del 19 febbraio 2011.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/rudolf-hess-o-della-fedelta.html' addthis:title='Rudolf Hess o della fedeltà ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Gli ultimi dei bianchi</title>
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		<pubDate>Wed, 22 Sep 2010 08:53:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Adriano Romualdi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Una breve storia del fiero popolo boero e della sua secolare lotta per la libertà, l'identità e il diritto a non snaturarsi]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/gli-ultimi-dei-bianchi.html' addthis:title='Gli ultimi dei bianchi '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/romualdi48x48.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Adriano Romualdi" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storiacontemporanea48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Storia contemporanea" /><br/><p style="text-align: justify;">
<div id="attachment_5784" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a href="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/793px-Charles_Bell_-_Jan_van_Riebeeck_se_aankoms_aan_die_Kaap.jpg"><img class="size-medium wp-image-5784" title="793px-Charles_Bell_-_Jan_van_Riebeeck_se_aankoms_aan_die_Kaap" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/793px-Charles_Bell_-_Jan_van_Riebeeck_se_aankoms_aan_die_Kaap-300x226.jpg" alt="Charles Davidson Bell (1813–1882), Jan van Riebeeck arrives in Table Bay in April 1652." width="300" height="226" /></a><p class="wp-caption-text">Charles Davidson Bell (1813–1882), Jan van Riebeeck arrives in Table Bay in April 1652.</p></div>
<p style="text-align: justify;">Quando gli Olandesi si impadronirono del Capo di Buona Speranza compresero presto che i territori dell&#8217;Africa meridionale, riproducendo nell&#8217;altro emisfero le felici condizioni climatiche dell&#8217;Europa, si prestavano ad essere popolati da bianchi. Nel 1652 sbarcavano al Capo i primi 18 coloni, con l&#8217;incarico di costituire una stazione di rifornimento sulla via dell&#8217;india. Col passare degli anni il loro numero crebbe rapidamente. Alla maggioranza olandese si aggiunsero molti tedeschi e protestanti francesi esuli dopo la revoca dell&#8217;Editto di Nantes.</p>
<p style="text-align: justify;">La cosa prosperava. Alcuni abitavano la città costruita presso il Capo, Kaapstad, altri si sparsero nell&#8217;interno fondando fattorie. La terra, nel mite clima temperato, dava grano, vino, frutta e i coloni, per parte loro, erano gente dura, solida, fattiva, risoluta a conquistarsi una patria e a difenderla contro le scorrerie degli indigeni. Essi presero il nome di &#8220;boeren&#8221; che in olandese significa appunto &#8220;contadini&#8221;. Ma i Boeri avevano fatto i conti senza l&#8217;Inghilterra, che andava estendendo i suoi domini in ogni parte del globo. Nel 1806, approfittando del fatto che l&#8217;Olanda era legata a Napoleone, gli Inglesi occuparono Kaapstad, nonostante l&#8217;eroica e disperata resistenza del governatore olandese Jansen.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/boeri-allattacco/7777" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-5786" style="margin: 10px;" title="boeri-all-attacco" src="../wp-content/uploads/boeri-all-attacco.jpg" alt="" width="200" height="285" /></a>La colonia del Capo, compresa tra l&#8217;oceano e il fiume Orange, contava allora 90.000 abitanti, di cui 10.000 bianchi e il rimanente negri. Questi ultimi erano o indigeni liberi nelle loro tribù, o schiavi di cui i Boeri si servivano nella loro opera di estensione delle culture. L&#8217;Inghilterra, per controbilanciare l&#8217;elemento olandese ostile, mandò suoi coloni nell&#8217;Africa australe. Essa cercò di reggere la situazione. Ma vari motivi di discordia contribuirono a farla precipitare. Primo tra tutti l&#8217;abolizione della schiavitù, imposta dall&#8217;Inghilterra ai coloni recalcitranti che si vedevano privati di un&#8217;indispensabile mano d&#8217;opera. Questa risoluzione prescindeva dalla sociale della colonia. Essa sconvolgeva le strutture e l&#8217;organizzazione dell&#8217;economia boera, che abbisognava della schiavitù per dissodare ampie estensioni di nuove terre, e aprirle alla civiltà. E i Boeri, che avevano conquistato la loro patria pezzo per pezzo, lottando contro i selvaggi, non potevano certo tollerare i missionari anglicani, sostenuti dal governo, che parteggiavano per i negri contro di loro nella speranza di cattivarseli. Per porre fine a questo assurdo stato di cose e sfuggire all&#8217;invisa oppressione britannica essi si risolsero ad un atto di grande coraggio. Nel 1836 i Boeri, con le mogli, i figli, gli schiavi e le bestie varcarono in massa i fiume Orange, abbandonando le loro fattorie per stabilirsi negli altopiani stepposi dell&#8217;interno. Essi si spostavano sui <em>cape carts</em>, grandi carri tirati da otto coppie di buoi, vivendo una leggendaria vicenda che sta tra la conquista del West e la migrazione germanica. Guidati da capi esperti e risoluti come Moritz, Uys, Retief, Pretorius, Potgieter, si aprirono il passo a fucilate tra le bellicose tribù negre.</p>
<p style="text-align: justify;">
<div id="attachment_5779" class="wp-caption alignright" style="width: 210px"><img class="size-full wp-image-5779" title="pretorius" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/pretorius.jpg" alt="Andries Pretorius (27 novembre 1798 – 23 luglio 1853)" width="200" height="274" /><p class="wp-caption-text">Andries Pretorius (27 novembre 1798 – 23 luglio 1853)</p></div>
<p><strong><em>Le Repubbliche Boere</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Questa prima emigrazione prende il nome di Grande Trek. Parte dei Boeri si stanziò nel territorio chiuso dai fiumi Orange e Vaal, parte discese nel Natal. Nacquero così le repubbliche dell&#8217;Orange e del Natal. Ma nel 1842 il Natal veniva proclamato dominio inglese, mentre i più tenaci Boeri. Si rimettevano in marcia sotto la guida di Andrea Pretorius per raggiungere l&#8217;Orange. L&#8217;Inghilterra, timorosa di questo popolo, piccolo ma fiero, nel 1848 proclamava l&#8217;annessione dell&#8217;Orange. Pure moltissimi dei Boeri trovarono ancora l&#8217;energia e il coraggio di andare oltre verso nuove lotte. Andrea Pretorius li guidò di la dal fiume Vaal, dove fondarono la repubblica del Transvaal. Intanto gli Inglesi nel 1854 avevano dovuto abbandonare l&#8217;Orange data l&#8217;impossibilità di controllare la popolazione ostile.</p>
<p style="text-align: justify;">
<div id="attachment_5782" class="wp-caption alignleft" style="width: 337px"><img class="size-full wp-image-5782" title="trekboeren" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/trekboeren.jpg" alt="Boeri durante il Grande Trek" width="327" height="388" /><p class="wp-caption-text">Boeri durante il Grande Trek</p></div>
<p style="text-align: justify;">Le due repubbliche ebbero allora più di vent&#8217;anni di tranquillità sviluppando il loro ordine caratteristico, agrario e pastorale. Ma la scoperta dei ricchissimi giacimenti d&#8217;oro e di diamanti attirò nuovamente la cupidigia dell&#8217;Inghilterra, che nel 1876 costrinse l&#8217;Orange a cedere il dipartimento occidentale del Griqualand. Essa compensò ipocritamente la repubblica con una somma che, trent&#8217;anni dopo, rappresentava la millesima parte della sola produzione diamantifera del territorio. Un anno più tardi gli Inglesi, bramosi d&#8217;oro e di diamanti, invadevano il Transvaal. Ma i Boeri non erano piegati. Il 13 dicembre 1880 si riuniva a Parde Kraal l&#8217;assemblea popolare, il Volksrad, che deliberava la lotta a oltranza allo straniero sotto la dittatura triumvirale di Kruger, Joubert e Pretorius il giovane. I Boeri prendevano le armi giurando di non deporle prima di aver cacciato gli Inglesi. Questi, sconfitti sanguinosamente a Majuba Hill, dovettero riconoscere l&#8217;indipendenza del Transvaal. Ancora una volta un pugno di uomini ostinati aveva avuto ragione del più potente impero del mondo. Ma nuovi problemi si venivano delineando. La febbre dell&#8217;oro avev fatto affluire nel territorio delle repubbliche boere turbe disordinate di cercatori, per lo più inglesi. Questa gente, immigrata provvisoriamente e senza tradizioni che la legassero a quelle terre, non poteva subito essere ammessa sul piede di paità con i Boeri, radicati a quel suolo che avevano conquistato a prezzo del sangue e conservato tra ogni disagio. Questo ben comprendeva Kruger, presidente del Transvaal, uomo duro e tenace, venuto da bambino in quelle regioni sul <em>Cape cart </em>della sua famiglia. Egli si rifiutava di concedere agli &#8220;uitlanders&#8221;, gli &#8220;stranieri&#8221;, i diritti politici dei Boeri, difendendo la natura aristocratica di quelle democrazie di piccoli proprietari.</p>
<div id="attachment_5780" class="wp-caption alignright" style="width: 230px"><img class="size-full wp-image-5780 " title="kruger" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/kruger.jpg" alt="Stephanus Johannes Paul Kruger (10 ottobre 1825 – 14 luglio 1904)" width="220" height="286" /><p class="wp-caption-text">Stephanus Johannes Paul Kruger (10 ottobre 1825 – 14 luglio 1904)</p></div>
<p><strong><em>Rhodes contro Kruger</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Contro Kruger e la sua &#8220;politica reazionaria&#8221; si scagliava Cecil Rhodes, governatore del Capo e uomo di punta dell&#8217;imperialismo britannico. Rhodes sognava una ferrovia che unisse l&#8217;Egitto al Sud-Africa attraversando una fascia initerrotta di territori inglesi. Ma i Boeri non erano disposti a cedere. Non erano più soli di fronte agli Inglesi. Da quando i Tedeschi, nel 1884, avevano fondato la loro colonia dell&#8217;Africa del Sud-Ovest, molto sangue germanico scorreva nelle vene dei Boeri e, in fondo, l&#8217;afrikaans, il dialetto olandese da loro parlato, altro non era che una varietà del basso tedesco. Di fronte al pericolo di un collegamento tedesco-boero Rhodes si adoperava per isolare le repubbliche annettendo alla provincia del Capo la Beciuania e il territorio delle due Rhodesie. Nel 1895 egli tentava un colpo di mano. Una banda inglese capeggiata dal suo luogotenente Jameson penetrava nel Transvaal tentando di fare insorgere gli uitlanders. Bastavano poche precise carabine boere e l&#8217;ennesima manovra britannica naufragava nell&#8217;insuccesso. Jameson e compagni, generosamente risparmiati dai Boeri, venivano rispediti ai loro connazionali, mentre il Kaiser mandava a Kruger un celebre telegramma di congratulazioni. Ma l&#8217;Inghilterra, umiliata, non pensava che a vendicarsi di questo piccolo popolo di uomini eroici e ostinati che tante volte le avevano dato scacco matto. Nell&#8217;ottobre del 1899 si giungeva alla guerra tra l&#8217;Impero Britannico e le repubbliche del Transvaal e dell&#8217;Orange.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-full wp-image-5783" style="margin: 10px;" title="laager" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/laager.jpg" alt="" width="220" height="165" />Gli Inglesi erano sicuri che tutto si sarebbe risolto in una passeggiata armata contro poche bande disperse. Ma per spezzare la resistenza dei Boeri furono necessari tre anni di guerra, spese colossali, trecentomila uomini contro soli trentamila, rovesci sanguinosi ed umilianti. Intanto l&#8217;opinione pubblica europea si accendeva di entusiasmo per la causa boera. Nella prima fase della guerra i Boeri presero persino l&#8217;offensiva invadendo il territorio inglese e sconfiggendo le truppe britanniche su tutti i fronti. Solo quando gli Inglesi poterono concentrare le truppe armate da tutto l&#8217;impero le repubbliche furono occupate. Ma qui incominciò la seconda fase della lotta. I Boeri, esperti cavalieri, tiratori infallibili, conoscitori del terreno, impegnarono l&#8217;esercito inglese in una snervante guerriglia protrattasi per ben due anni. Ogni fattoria era un fortilizio, ogni donna, ogni bambino, un nemico. Per piegare i Boeri gli Inglesi dovettero ricorrere a sistemi mai veduti di guerra totale. Le fattorie furono incendiate, la popolazione civile ammassata in grandi campi di concentramento dove i disagi e le malattie fecero strage. Solo con questa devastazione sistematica del popolo e del territorio se ne potè ottenere la resa. Il 14 giugno 1902 il generale Smuts annunciava la resa con queste tragiche parole: «Figli miei, le due repubbliche che si chiamavano Transvaal e Orange non esistono più&#8230; Sappiate che sui loro campi è scorso il sangue delle nostre donne e dei nostri ragazzi. Ventunmila donne e bambini sono giá morti. Se la guerra dovesse continuare morirebbero tutti e la nostra razza scomparirebbe». A questo prezzo si comperò la pace.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>L&#8217;Unione Sudafricana</em></strong></p>
<div id="attachment_5776" class="wp-caption alignright" style="width: 210px"><img class="size-full wp-image-5776" title="verwoerd" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/verwoerd.jpg" alt="Hendrik Frensch Verwoerd (8 settembre 1901 – 6 settembre 1966)" width="200" height="265" /><p class="wp-caption-text">Hendrik Frensch Verwoerd (8 settembre 1901 – 6 settembre 1966)</p></div>
<p style="text-align: justify;">Nel 1910 i territori delle due repubbliche, insieme con la Colonia del Capo e il Natal, venivano a far parte di un&#8217;Unione Sudafricana nell&#8217;ambito della quale godevano di molte garanzie, tra cui l&#8217;uso dell&#8217;afrikaans accanto all&#8217;inglese come lingua ufficiale. Questo tuttavia non impedì che una parte dei Boeri, allo scoppio della guerra mondiale, sperasse nella vittoria della Germania. Interpreti di questo diffuso stato d&#8217;animo si fecero due generali, Beyers e De Wet, che si ribellarono cercando di collegarsi con i Tedeschi che difendevano la vicina Africa del Sud-Ovest. Ma, scomparsa anche quest&#8217;ultima speranza di libertà, i Boeri si adattarono a vivere nell&#8217;ambito dell&#8217;Impero Inglese che, dopo averli sconfitti aveva adottato nei loro confronti una politica intelligente e generosa. La lotta tra Sudafricani di origine inglese e Sudafricani di origine boera si trasferì sul terreno politico. E i Boeri riuscirono a vincerla nelle file del partito nazionalista creatore della politica di apartheid. Oggi vivono nell&#8217;Unione Sudafricana quasi 15 milioni di uomini di cui 3 milioni bianchi e 12 milioni di colore. L&#8217;elemento boero, che rappresenta il 60% della popolazione bianca, controlla la situazione. Il leader boero Verwoerd è venuto alla ribalta in questi ultimi tempi per l&#8217;ostinazione con cui difende contro tutto il mondo dei piagnoni e dei calabrache la sua politica di separazione delle razze. Verwoerd non è uomo che si lasci impressionare. Nato ad Amsterdam da genitori presto emigrati nel Sud Africa ha rivissuto le origini della nazione boera. Durante la prima guerra mondiale, appena ragazzo, si fece cacciare da scuola per aver sostenuto il diritto del suo popolo di insorgere contro l&#8217;Inghilterra. Studente, rifiutò una borsa di studio inglese e andò a studiare in Germania. Nel corso dell&#8217;ultimo conflitto fu incriminato perché sospettato di nazismo. Verwoerd è un difensore a oltranza della tradizione boera e, insieme, un uomo duro e ostinato della razza tenace dei Kruger e dei Pretorius. Il sistema dell&#8217;apartheid non vuole sancire l&#8217;oppressione dei negri ma soltanto il loro sviluppo in aree separate. Il governo sudafricano spende cifre altissime per l&#8217;educazione e l&#8217;assistenza della popolazione negra che ha forse il più alto tenore di vita tra tutti i negri africani. Ma, d&#8217;altra parte, poiché le repubbliche sudafricane sono state create dai bianchi è giusto che lo Stato, che si identifica con la minoranza dirigente creatrice di storia, rimanga nelle mani di chi lo ha edificato a prezzo di gravi sacrifici. Il Sud-Africa non esisterebbe senza i bianchi e a loro spetta dirigerli. D&#8217;altra parte esso è grande abbastanza perché i negri possano organizzarsi liberamente nei loro territori in seno alla confederazione sudafricana. Naturalmente l&#8217;esercito, la direzione politica rimarranno cosa della razza-guida.</p>
<p style="text-align: justify;">È un&#8217;organizzazione complessa che richiede anni di lavoro per la creazione delle aree negre indipendenti, i &#8220;bantustans&#8221;, ma è anche l&#8217;unica che renda possibile all&#8217;Unione di rimanere uno stato bianco pur avendo una maggioranza di negri.</p>
<p style="text-align: justify;">
<div id="attachment_5785" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-5785" title="voortrekker" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/voortrekker-300x163.jpg" alt="Monumento ai Voortrekkers, Pretoria" width="300" height="163" /><p class="wp-caption-text">Monumento ai Voortrekkers, Pretoria</p></div>
<p style="text-align: justify;">Verwoerd è odiato dagli Inglesi ma i Boeri sono decisi a seguirlo fino all&#8217;ultimo. Lo dimostrò il plebiscito dell&#8217;anno scorso in cui la maggioranza dei sudafricani si dichiarò favorevole alla forma repubblicana troncando così l&#8217;ultimo legame nominale con la corona d&#8217;Inghilterra. E la rivincita boera sugli Inglesi è stata totale quando Verwoerd, pochi giorni fa, ha annunciato che il Sud Africa, non accettando intromissioni nella sua politica razziale, uscirà dal Commonwealth il 30 maggio prossimo, giorno della proclamazione della repubblica. Ancora una volta i Boeri, idealmente, hanno passato il fiume. Le decisioni estreme sono caratteristiche di questo popolo che tanto si è battuto per la sua libertà e che oggi si batte per una libertà non meno fondamentale: quella di rimanere se stesso. Perché un popolo ha, innanzitutto, il diritto di non snaturarsi, la facoltà di conservare la sua fisionomia etnica, genio creatore della sua storia e della sua cultura.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Luogo e data di pubblicazione incerti (ma probabilmente pubblicato nella prima metà del 1960 sul mensile <em>L&#8217;Italiano</em>).</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/gli-ultimi-dei-bianchi.html' addthis:title='Gli ultimi dei bianchi ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>L&#8217;Iberoamerica</title>
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		<pubDate>Tue, 25 May 2010 16:52:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Silvio Waldner</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Una breve panoramica sulle vicende dell'America meridionale e del rapido fenomeno di meticciato in grande scala che ne ha caratterizzato la storia]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/liberoamerica.html' addthis:title='L&#8217;Iberoamerica '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/teiwaz.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Teiwaz" /><br/><div id="attachment_4953" class="wp-caption alignright" style="width: 331px"><img class="size-full wp-image-4953" title="Suedamerika2" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/Suedamerika2.jpg" alt="" width="321" height="400" /><p class="wp-caption-text">Mappa dell&#39;Iberoamerica del XIX secolo</p></div>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;Iberoamerica è quella parte dei due continenti americani che fu colonizzata dalla Spagna e dal Portogallo. All&#8217;Iberoamerica ci si riferisce spesso con il termine di &#8216;America Latina&#8217;, in ragione del fatto che là si parlano lingue neolatine: è però una designazione inesatta, in quanto anche il Canadà francese dovrebbe allora esservi incluso, il che non è normalmente il caso (1).</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;Iberoamerica possiede forse la caratteristica fondamentale di essere quella parte del mondo dove il meticciato in grande scala ha acquistato in rapidisso tempo una dimensione continentale. Altre terre hanno conosciuto un intenso meticciato, ma non su una scala geografica così vasta: Giava, l&#8217;Indostan, il Capo di Buona Speranza, la Groenlandia (2). A voler credere all&#8217;antropologo ed etnologo Paul Rivet, autore del classico <em>Les origines de l&#8217;homme américain</em> (3), il meticciato fu destino delle Americhe già dai tempi preistorici: ma lo sviluppo di questo argomento porterebbe troppo lontano. Il meticciato americano quale esso si riscontra al giorno d&#8217;oggi ha la sua origine nel XVI secolo con la conquista europea. All&#8217;elemento indio aborigeno si sovrappose presto una forte componente di razza bianca. Poco dopo arrivarono gli schiavi bantù, portati di massima dall&#8217;Africa occidentale. Fino a tempi abbastanza recenti (anche meno di un secolo, a seconda dei paesi) i Negri ebbero la tendenza a rimanere relativamente localizzati, nei luoghi ove erano stati immessi; anche se qui essi soppiantarono rapidamente e quasi totalmente la popolazione aborigena: nelle Antille, nella costa del Pacifico della Colombia e dell&#8217;Ecuador, in determinate <em>enclâves</em> del Brasile e del Venezuela. Il meticciato in grande scala con l&#8217;elemento africano non avvenne se non relativamente tardi, salvo forse nelle Antille e nel Nordeste brasiliano.</p>
<p style="text-align: justify;">Un capitolo poco conosciuto della storia della colonizzazione spagnola è che in Spagna, nel XVI secolo, ci fu una corrente di pensiero che seppe intuire precocemente quali potessero essere i pericoli del meticciato generalizzato e che giustificava l&#8217;annessione coloniale delle Americhe solo in base alla superiorità naturale dello Spagnolo sull&#8217;aborigeno. Un notevole e generalmente sconociuto rappresentante di questa corrente fu l&#8217;ecclesiastico castigliano Ginés de Sepúlveda; il suo punto di vista però dovette soccombere di fronte alla tesi di altri ecclesiastici secondo i quali con l&#8217;evangelizzazione delle Americhe la chiesa avrebbe ricuperato le anime perdute in Europa con la riforma protestante (<em>sic</em>). Sta di fatto però che i missionari che lavoravano fra gli indigeni avevano spesso istruzioni di cercare di ridurre al minimo il meticciato degli Indios con &#8220;<em>negros u otras razas inferiores</em> [con Negri o con altre razze inferiori]&#8221; (4): a lunga scadenza, la raccomandazione ebbe tuttavia scarso successo. È certo però che nell&#8217;Indio si vide sermpre qualcosa di &#8216;meglio&#8217; del Negro &#8211; anche se ciò obbediva più a istinto e a considerazioni estetiche che ad altro. Questa &#8216;svalutazione&#8217; del Negro, comunque, non mancò di avere un certo effetto su tutta la storiografia iberoamericana posteriore.</p>
<p style="text-align: justify;">Nell&#8217;ultimo secolo e mezzo circa c&#8217;è stata in Iberoamerica la tendenza generalizzata di tentare di glorificare il meticciato &#8211; di cercare di dimostrare che dall&#8217;incrocio è risultata una nuova, per quanto problematica, &#8216;identità americana&#8217; che non è né india né europea ma che ne costituisce una &#8216;sintesi&#8217;. Questa tendenza è del tutto palese, fra l&#8217;altro, nella pleiade di scritti che, qualche volta a proposito e il più delle volte a sproposito, hanno visto la luce con l&#8217;occasione dei cinquecento anni dal 12 ottobre 1492. A chi abbia una pur superficiale conoscenza di questa tematica non sarà sfuggito che in quasi tutta questa <a title="letteratura" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/letteratura">letteratura</a> la presenza del Negro è sistematicamente ignorata, taciuta: il Negro è qualcosa di scomodo, quasi di vergognoso: c&#8217;è ma si preferirebbe che non ci fosse. Meticciato, sì: ma con gli Indios, non con <em>&#8220;negros u otras razas inferiores&#8221;</em>. E un romanziere venezuelano, peraltro di ottima qualità, Rómulo Gallegos (5), si riferisce (sia pure senza entrare in dettagli) agli Asiatici come a &#8220;razas inferiores [razze inferiori]&#8220;. È abbastanza ovvia, in tutta questa tematica, una psicologia da &#8216;complessati&#8217;.</p>
<p style="text-align: justify;">Uno strano e ingegnoso tentativo di circuire il problema fu fatto negli anni Trenta dal medico venezuelano Rafael Requena (6). Egli fece appello a quella teoria secondo la quale la leggendaria Atlantide sarebbe stata una specie di ponte intercontinentale più o meno continuo fra l&#8217;Europa e l&#8217;Africa nordoccidentale da una parte e l&#8217;America dall&#8217;altra &#8211; ponte che, secondo lui, avrebbe raggiunto l&#8217;America su quelle che adesso sono le coste del Venezuela. Quindi, sempre secondo il Requena, tanto gli Spagnoli come gli aborigeni americani delle coste dei Caraibi sarebbero discendenti dei leggendari Atlantidi &#8211; fratelli quindi, di sangue e di razza, che dopo millenni di separazione si sarebbero ritrovati, sia pure senza riconoscersi; e la conquista spagnola sarebbe stata una guerra fratricida conclusasi però alla lunga per il meglio con la provvidenziale riunificazione e fusione di ciò che delle malaugurate catastrofi naturali avevano separato ancora nella protostoria. (Anche nel Requena, non una parola a proposito dei Negri [7]).</p>
<div id="attachment_4954" class="wp-caption alignleft" style="width: 410px"><img class="size-full wp-image-4954" title="jacques-de-mahieu" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/jacques-de-mahieu.jpg" alt="" width="400" height="300" /><p class="wp-caption-text">Jacques de Mahieu (Parigi, 1915 - Buenos Aires, 1990)</p></div>
<p style="text-align: justify;">Sia menzionata qui di sfuggita la teoria dell&#8217;archeologo franco-argentino Jacques de Mahieu, secondo il quale tutte le civiltà indigene americane avrebbero avuto la loro origine con l&#8217;arrivo di conquistatori vichinghi parecchi secoli prima del 1492 (8). Le argomentazioni del de Mahieu sono senz&#8217;altro notevoli e si ricollegano con lo strano fatto che gli Inca non erano un popolo ma un&#8217;aristocrazia che forse quattro secoli prima della conquista spagnola, provenendo non è chiaro da dove, si era imposta sul Tihuantisuyu fondandovi un genuino Impero teocratico-socialista non carente di tratti assai suggestivi (9). La conquista spagnola portò ben presto alla formazione di una società stratificata dominata da un&#8217;aristocrazia di origine europea (i Criollos o Mantuanos) che, praticando l&#8217;endogamia o procurandosi i consorti in Europa, si mantenne bianca. Al di sotto stava una popolazione meticcia sempre più numerosa costituita di massima dalla prole illegittima dei Mantuanos e da incroci indio-negri (&#8220;zambos&#8221;) là dove quelle razze erano venute in contatto. I Negri, come s&#8217;è già detto, tendevano a essere circoscritti; mentre gli Indios costituivano (ancora fino al XIX secolo) la maggioranza della popolazione e godevano di ampie misure di protezione sia legali (&#8220;leyes de Indias&#8221; [leggi delle Indie]), poco efficienti ma non del tutto lettera morta, che ecclesiastiche, più concrete e fattuali in quanto amministrate dalla chiesa. Fu una società relativamente tranquilla, economicamente molto prospera, a sfondo agrario e signorile e dotata (almeno fra la popolazione di origine europea) di un alto livello culturale, che nel Nordamerica anglosassone e calvinista non ci si sognava neppure. Elemento negativo di quel periodo fu la formazione in America di abbondanti colonie di marranos (10) &#8211; concentrati soprattutto in Messico e in Cile, ma presenti un po&#8217; dappertutto &#8211; che in America, dove l&#8217;operato dell&#8217;Inquisizione era molto inefficiente, ebbero buon gioco. In contatto con i loro correligionari esiliati in Inghilterra, in Olanda, in Portogallo, alla lunga avrebbero ben fatto sentire la loro influenza anche nell&#8217;America spagnola (11).</p>
<p style="text-align: justify;">Già alla fine del XVIII secolo in Spagna si stavano facendo preparativi per ammettere la rappresentanza dei Criollos al 50% nelle <em>cortes</em> (camere) di Madrid, con l&#8217;idea di creare una specie di Grande Spagna che in America si sarebbe estesa dall&#8217;Oregon all&#8217;<span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/generi/viaggi/antartide" target="_blank">Antartide</a></span>; pacificando al contempo quei Criollos che non volevano più essere trattati da &#8216;coloniali&#8217;. Ma sempre nel XVIII secolo la massoneria ebbe modo di prendere piede anche in Iberoamerica: a ciò non fu estranea la presenza inglese nelle Antille. Fu l&#8217;Inghilterra e i massoni da essa appoggiati (o pagati) a scatenare, a partire dal 1810, la disintegrazione dell&#8217;Impero coloniale spagnolo (12). È definitivamente assodato che tutti i &#8216;liberatori&#8217; &#8211; Morelos e Iturbide in Messico, Bolívar e San Martín nel Nord e nel Sud del continente sudamericano rispettivamente &#8211; furono massoni e che vennero costantemente finanziati e riforniti dall&#8217;Inghilterra. Il caso di Francisco de Miranda, poi, è particolarmente squallido: mentre la Spagna era sotto occupazione francese durante le guerre napoleoniche, l&#8221;alleata&#8217; Inghilterra pagava uno stipendio a quel figuro (adesso glorificato dalla storia ufficiale come &#8220;precursore dell&#8217;indipendenza&#8221;) per fomentare sollevazioni in Sud America (questo è ammesso addirittura da un autore venezuelano, il Cabrera Sifontes, generalmente bene documentato e non certo sospetto di irriverenza verso i &#8220;próceres&#8221; [13]). A Miranda andò male: catturato, finì i suoi giorni nelle carceri di Cadice. Ma al resto della malefica schiera non andò molto meglio: Morelos e Iturbide, fucilati; Bolívar e San Martín costretti a ignominioso esilio a funzione espletata. &#8216;Liberatori&#8217; meno conosciuti sono quegli undici masnadieri che nel settembre 1810 dichiararono l&#8217;indipendenza della Florida e poi ne domandarono l&#8217;annessione agli Stati Uniti; annessione che fu subito accettata. La Spagna, che non era in grado di intervenire, dopo inutili rimostranze si accontentò di un pagamento simbolico di 50 milioni di dollari (14).</p>
<p style="text-align: justify;">In America, la Spagna non fu in condizioni di opporsi agli insorti se non in modo saltuario: il peso della guerra fu portato di massima dalle guarnigioni spagnole già presenti in America, perché truppe e approvvigionamenti dall&#8217;Europa ne arrivavano solo a singhiozzo. Alla Spagna &#8211; appena uscita dalle guerre napoleoniche &#8211; furono negati sistematicamente (dai banchieri internazionali) quei crediti di cui essa avrebbe abbisognato per condurre la guerra in America. E quando, nonostante tutto, un esercito venne ammassato a Cadice per imbarcarsi per le colonie, la guerra civile fu scatenata dai massoni generali Quiroga e Riego; guerra civile che le logge massoniche &#8211; appoggiate e finanziate dai consolati inglesi &#8211; si incaricarono di prolungare artificialmente. Quando un po&#8217; d&#8217;ordine fu rimesso nel 1823 dall&#8217;intervento francese sotto il duca d&#8217;Angoulême, promosso per conto della Santa Alleanza, era ormai troppo tardi. Qualche guarnigione spagnola resistette ancora ferocemente qua e là; ma già verso il 1830 la &#8220;nuova Spagna&#8221; d&#8217;oltremare era una cosa del passato (15).</p>
<p style="text-align: justify;">Viste retrospettivamente, le insurrezioni iberoamericane non mancarono di certe caratteristiche significative. Una è che per la prima volta furono impiegate in grande scala in guerre fra Europei masse di colore &#8211; masse che poi ritornarono a sonnecchiare con atavica apatia, senza mai ricevere (né domandare) dei cosiddetti &#8216;diritti politici&#8217; una volta conclusasi la guerra. Questo è un fenomeno che poi si ripeterà nella traiettoria caudillesca dell&#8217;Iberoamerica, ogni qual volta il caudillo (&#8216;duce, dirigente&#8217;) &#8211; o aspirante tale &#8211; di turno metteva insieme un esercito di meticci, Negri, Indios &#8211; soldataglia che poi tornava a scomparire nella sonnolenza e nell&#8217;anonimato, senza domandare altro che una paga (sotto forma, magari, di saccheggi) &#8211; per combattere l&#8217;autorità costituita. Una situazione che perdurò fino al 1930 circa.</p>
<div id="attachment_4955" class="wp-caption alignright" style="width: 176px"><img class="size-full wp-image-4955" title="José_Tomás_Boves" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/José_Tomás_Boves.jpg" alt="" width="166" height="239" /><p class="wp-caption-text">José Tomás Boves y de la Iglesia (Oviedo, 18 settembre 1782 — Urica, 5 dicembre 1814)</p></div>
<p style="text-align: justify;">Un caso poco conosciuto e che vale la pena di menzionare è quello del caudillo anti-indipendentista José Tomás Boves (sul quale un autore meticcio, psichiatra di professione, ha scritto un&#8217;opinabile ma documentato saggio [16]). Il Boves, asturiano per nascita e che al tempo della colonia spagnola aveva fatto il commerciante, riuscì (praticamente da solo) prima a resistere, poi a contrattaccare i ribelli al punto di metterli con le spalle al muro nel Nord dell&#8217;America meridionale; la sua morte nel 1814 segnò il declino delle sorti spagnole in quella zona. L&#8217;espediente del Boves (individuo spietatissimo e che doveva essere un sottile psicologo) fu di raccogliere attorno alla bandiera spagnola le turbe di colore che altrimenti avrebbero parteggiato per l&#8221;indipendenza&#8217;; prima accendendo la loro cupidigia di saccheggio e poi promettendo loro i beni dei Criollos (&#8220;los blancos&#8221; [i bianchi]) &#8211; fra i quali si trovavano la stragrande maggioranza dei massoni, degli anglicanti, dei traditori della corona cattolica di Spagna. (È probabile che il Boves aspirasse, in un imprecisato futuro, al potere assoluto nell&#8217;area dei Caraibi, con o contro la Spagna). La strana e sinistra epopea di José Tomás Boves costituisce forse una vicenda dal significato paradossale, che scombina completamente, sotto il profilo della dinamica storica, le relazioni e i nessi (tipici della modernità) tra attori ed eventi: abilmente circuite, le masse di colore si mossero a difendere trono e altare, il re e la chiesa, contro le forze della sovversione internazionale; proprio il contrario di quanto successe costantemente in seguito.</p>
<p style="text-align: justify;">Si noti che fu in Iberoamerica, ancor prima che in Europa, che con la <em>epopeya emancipadora</em> [epopea emancipatrice] si incominciarono a creare &#8216;patrie&#8217; a iosa e per tutti i gusti &#8211; nonché per accomodare interessi di ogni tipo. &#8211; Per le nuove fiammanti &#8216;patrie&#8217;, fu conseguenza immediata dell&#8221;indipendenza&#8217; un vassallaggio economico assoluto nei riguardi dell&#8217;Inghilterra, che durò per oltre mezzo secolo prima che l&#8217;egemonia venisse assunta dagli Stati Uniti (17).</p>
<p style="text-align: justify;">Sul piano geografico, si incomincia a vedere quasi subito una contrazione dell&#8217;America spagnola a favore di anglofoni e di brasiliani. Già nel 1840, a vent&#8217;anni dalla sua fiammante indipendenza, il Messico perdeva la metà del suo territorio dopo una rovinosa guerra contro gli Stati Uniti &#8211; guerra che ebbe come ulteriore conseguenza la secessione definitiva (con l&#8217;appoggio americano) di quel rosario di repubbliche bananiere che va dallo Yucatán al Panamá nonché l&#8217;occupazione inglese di Belice. Il Messico non si risollevò più: dopo oltre mezzo secolo di torbidi, di occupazione francese (18) e di interventi americani esso piombò in una spaventosa guerra civile dalla quale la residua aristocrazia di origine spagnola rimase decapitata e il potere fu posto dagli Americani saldamente in mano ai marranos (19). La Colombia subì la secessione del Panamá, decretata dagli Americani nel 1908 quando si decise la costruzione del Canale. Il Venezuela ci rimise la sua provincia più orientale (la Guayana a Ovest del fiume Esequibo), soffiatale dall&#8217;Inghilterra con tutta tranquillità quando si sospettò che là ci fosse una notevole ricchezza aurifera (sospetto che poi risultò infondato) (20). La presenza inglese nei Caraibi divenne sempre più sfacciata: i nuovi Stati &#8216;indipendenti&#8217; d&#8217;America dovevano subire continue minacce e angherie se non si piegavano ai voleri dei banchieri e commercianti di Londra. Incidentalmente, nelle isole e nella Guayana inglese, una crescente popolazione di origine africana adottò l&#8217;inglese come lingua propria &#8211; molto più consona alla loro primitiva forma psichica che il &#8216;difficilissimo&#8217; spagnolo &#8211; per cui adesso in certe zone rivierasche dei Caraibi si denomina &#8220;inglese&#8221; il Negro bantù nerissimo, con poca o nessuna traccia di meticciato.</p>
<p style="text-align: justify;">Più a Sud, il Cile, legatissimo da sempre all&#8217;Inghilterra probabilmente in ragione della sua alta concentrazione di marranos, per conto dei commercianti minerari di Londra arraffò (negli anni Ottanta del XIX secolo) al Perù e alla Bolivia l&#8217;Atacama, aridissimo deserto ma territorio ricchissimo di giacimenti di rame. L&#8217;Argentina ci rimise le isole Malvine, occupate in modo insultante dagli Inglesi quando la gesta emancipadora era appena conclusa, approfittando del fatto che la guarnigione spagnola, contro la quale gli Inglesi avevano prima avuto occasione di rompersi i denti, era stata ritirata per combattere gli insorti sulla terraferma (21).</p>
<p style="text-align: justify;">
<div id="attachment_4956" class="wp-caption aligncenter" style="width: 460px"><a href="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/bandeirantes.jpg"><img class="size-full wp-image-4956" title="bandeirantes" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/bandeirantes.jpg" alt="" width="450" height="263" /></a><p class="wp-caption-text">Ivan Wasth, Bandeirantes</p></div>
<p style="text-align: justify;">Al contempo, fino agli anni Trenta del XX secolo, si assiste a una ipertrofica crescita del Brasile. Il Brasile si dichiarò indipendente dal Portogallo nel 1822, e l&#8217;indipendenza si consumò senza violenze o fatti di sangue. E mentre l&#8217;America spagnola, finalmente &#8216;indipendente&#8217;, sprofondava in interminabili risse fra caudillos, il Brasile si mise in marcia per raggiungere le Ande &#8211; cosa che quasi gli riuscì &#8211; avvalendosi della sua privilegiata situazione geografica a valle dell&#8217;immenso bacino del Rio delle Amazzoni. La tattica usata dal Brasile era quella della &#8216;conquista pacifica&#8217;, della guerra senza colpo ferire: una tattica che ancora recentemente era materia di insegnamento nelle accademie militari brasiliane. Sfruttando il fatto che da parte avversa non esisteva alcun controllo di frontiere, e che le frontiere medesime erano mal definite, gruppi di <em>bandeirantes </em>(&#8216;pionieri&#8217; &#8211; al bandeirante è stato innalzato addirittura un monumento a Brasilia) venivano istallati sempre più addentro nel territorio amazzonico, senza che nessuno dei confinanti se ne accorgesse. Quando poi intervenivano delle rimostranze (il che succedeva invariabilmente molto tardi) si diceva che là la popolazione era stata brasiliana da sempre e che quindi quelle terre erano di diritto brasiliane. In questo modo il Brasile sottrasse alla Bolivia, al Perù, alla Colombia, al Venezuela, milioni di chilometri quadrati. Quanto ai <em>bandeirantes </em>(22), erano di massima degli avanzi di galera, spesso <em>garimpeiros</em> (cercatori nomadi di oro e diamanti alluvionali), se non veri e propri <em>cangaceiros </em>(criminali incalliti) a cui veniva condonata la pena a condizione di andare a &#8216;servire la patria&#8217; in quel modo. E la presenza dei <em>bandeirantes</em> in una nuova zona significava automaticamente la scomparsa della popolazione indigena, con massacro indiscriminato degli uomini e stupro in massa delle donne, poi &#8216;incamerate&#8217; con la loro prole nella massa senza volto dei meticci.</p>
<p style="text-align: justify;">Fu questo un destino generalizzato degli indigeni, la cui sorte peggiorò drasticamente dopo l&#8221;indipendenza&#8217;. Se prima, sotto la Spagna e il Portogallo, essi avevano goduto di un minimo di protezione da parte della chiesa e delle autorità, dopo, la loro liquidazione (o etnocidio che dir si voglia) divenne addirittura la politica ufficiale di certi governi. Né la cosa deve sorprendere quando si pensi che la matrice ideologica dell&#8217;indipendenza americana fu un massonico illuminismo: l&#8217;Indio, elemento &#8216;arretrato&#8217;, doveva scomparire come tale per far posto al progresso &#8211; e ciò, naturalmente, per il suo stesso bene: perchè potesse anch&#8217;egli usufruire dei vantaggi della &#8216;civiltà&#8217;. Questo etnocidio &#8216;umanitario&#8217; prese spesso la forma di un genocidio vero e proprio, soprattutto in Brasile e in Argentina.</p>
<p style="text-align: justify;">In Argentina si arrivò ad applicare una specie di guerra batteriologica (diffusione <em>ad hoc </em>dell&#8217;influenza, malattia alla quale gli indigeni erano molto sensibili), per eliminare i residui Tehuelche del Sud (23). In Brasile, a mano a mano che la tecnica dell&#8217;armamento progrediva, i <em>fazendeiros </em>[grandi proprietari terrieri] e l&#8217;esercito impiegarono gli elicotteri da guerra e il napalm per sterminare gli Indios o allontanarli da vaste zone che poi venivano popolate con Negri e meticci e destinata all&#8217;allevamento del bestiame &#8211; Negri e meticci che erano invariabilmente la manodopera spicciola del massacro. Questa raccapricciante sorte dell&#8217;Indio amazzonico fu descritta in modo magistrale e quasi allucinante dal romanziere colombiano José Eustasio Rivera, nel suo migliore scritto, <em>La vorágine</em>, ambientato ai tempi dello sfruttamento del caucciù in Amazzonia, a cavallo fra i secoli XIX e XX. Anche se i principali beneficiari di quello sfruttamento furono gli Arana, peruviani di Ucayali, l&#8217;orrida &#8216;epopea&#8217; si svolse di massima in territorio brasiliano.</p>
<p style="text-align: justify;">Un altro fatto che attende l&#8217;attenzione di qualche storico serio è la strana carriera dell&#8217;ex-colonnello venezuelano Tomás Funes, che nei primi anni del <a title="Novecento" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/storia-contemporanea">Novecento</a> si costruì un vasto impero personale dalle parti dell&#8217;alto Río Negro. Funes fu probabilmente l&#8217;ultimo caudillo che arrivasse a fasti imperiali in Iberoamerica: si era all&#8217;alba di tempi nuovi (24). Era stato, quello dell&#8217;Iberoamerica, un mondo strano, di norma grottesco e spesso sinistro, ma sempre variopinto e affascinante, che il già citato romanziere Rómulo Gallegos aveva descritto, con estro poetico e con frase divenuta ormai celebre: &#8220;<em>tierra ancha y tendida, buena para el esfuerzo y para la azaña, toda horizontes como la esperanza, toda caminos como la voluntad </em>[terra larga e estesa, buona per l'impresa e per l'avventura, tutta orizzonti come la speranza, tutta strade come la volontà]&#8220;. Terra dove i caudillos si lanciavano l&#8217;uno contro l&#8217;altro all&#8217;arrembaggio dei governi o a fondare imperi personali in un retroscena di foreste impenetrabili e sterminate, di altissime montagne dai picchi nevosi, di fiumi immani; dove, avvolto dall&#8217;arco dell&#8217;Orinoco, stava ancora l&#8217;ultimo arcano del pianeta, il &#8216;mondo perduto&#8217; delle montagne piatte, dove allignavano la scolopendra acquatica, la salamandra arboricola e altri piccoli ma stranissimi esseri. Questo mondo visse le sue ultime ore negli anni Cinquanta. È negli anni Cinquanta che si incomincia a sentire massicciamente l&#8217;intrusione americana in Sud America: in Messico e nell&#8217;America centrale il fenomeno era già di vecchia data. Si trattava di fabbricare una nuova classe politica, che fosse totalmente al servizio dell&#8217;America quale strumento del grande capitale internazionale: al caudillo bisognava sostituire il suffragiocratico sensale di voti. Gli Stati Uniti ci riuscirono, impiegandovi vari decenni e facendo largo uso di una loro vecchia conoscenza: lo sciacallo marxista. Le turbe di colore cessarono di essere una specie di torpido <em>Hintergrund</em> &#8211; utilizzabile secondo le necessità come carne da cannone salvo poi essere rispedite al loro posto -, per diventare serbatoio permanente di voti: serbatoio con il quale, di necessità, ogni aspirante politico doveva fare i conti. Il mutato ambiente favorì la crescita ipertrofica di una classe criminale alla quale ogni forma partitocratica poté permanentemente attingere per ogni sorta di attività. Al contempo, con l&#8217;apertura delle comunicazioni, con l&#8217;inurbamento, con la trasformazione di un&#8217;economia fondamentalmente agraria in una parassitaria (solo superficialmente industriale), l&#8217;elemento africano, prima fortemente localizzato, si infiltrava un po&#8217; dappertutto nella popolazione di colore. In questo modo, la qualità razziale del popolo minuto del Sud America, per quanto non fosse mai stata elevata, passò a essere scadentissima. Quanto all&#8217;aristocrazia di origine spagnola, se in Messico fu in buona parte liquidata fisicamente, nel resto dell&#8217;Iberoamerica essa fu sottilmente intossicata nell&#8217;anima dal potere del denaro: non produsse più caudillos, ma politicanti. Non si vuole dire, con questo, che il caudillo rimanesse immune dalla venalità e dalla corruzione; egli però rivelava una scomoda tendenza ai colpi di testa e manteneva saltuariamente un residuo di dignità. Ciò manca del tutto alla nuova classe dirigente, nella quale sono sempre più frequenti, fra l&#8217;altro, elementi di colore e marranos. La vecchia classe criolla in Iberoamerica, nonostante tutto, assumeva ancora come riferimento l&#8217;Europa; quella nuova guarda solo a Nuova York e a Miami, con la loro paccottiglia e le loro lucine colorate. Con l&#8217;economicismo (la filosofia del far soldi come senso della vita) sono arrivati e hanno messo radici anche coloro che &#8220;<em>have technology</em> [hanno tecnologia]&#8221; (25) con la conseguenza che tutto il continente sudamericano sta precipitando nell&#8217;irreversibile vortice del disastro ecologico, rinforzato da una cancerosa crescita demografica. E il Fondo Monetario Internazionale ha buon gioco su quei paesi che ormai hanno imboccato irreversibilmente la via della terzomondializzazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Guardando retrospettivamente la storia dell&#8217;Iberoamerica dal 1950 al 1990 circa, è quasi sorprendente che il caudillismo abbia potuto tenere fermo, qua e là, per tanto tempo. Ma è chiaro che alla lunga la sua fine era segnata. Da una parte, crisi di legittimità di tutti i governi iberoamericani che onoravano &#8211; e che adesso onorano ancora di più &#8211; come &#8216;padri della patria&#8217; dei torbidi ribelli pagati dagli anglosassoni. Dall&#8217;altra, la totale dipendenza dagli Stati Uniti per le forniture belliche; dipendenza della quale gli Americani approfittavano per obbligare i governi iberoamericani a loro invisi a cedere alle pressioni marxiste, anche anche quando le condizioni militari erano favorevoli e le guerre militarmente vinte (caso di Anastasio Somoza in Nicaragua, per esempio). In ultima, molti tra gli ultimi caudillos furono dei &#8216;semplici&#8217; che caddero nella trappola di credere che l&#8217;America si opponesse veramente al marxismo, invece di servirsene come strumento.</p>
<div id="attachment_4957" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-4957" title="fidel-castro" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/fidel-castro-300x253.jpg" alt="Fidel Castro" width="300" height="253" /><p class="wp-caption-text">Fidel Castro</p></div>
<p style="text-align: justify;">Per concludere, una breve analisi del fenomeno del guerriglierismo, che fu e continua a essere una delle chiavi di volta della politica iberoamericana di questo secolo. Come già detto, gli Stati Uniti si valsero dello sciacallo marxista per i loro fini di sovversione; e non sorprende che i guerriglieri siano stati istallati al potere dall&#8217;America soltanto in quei paesi nei quali il governo era ancora in mano a un &#8216;dittatore militare&#8217; &#8211; un caudillo &#8211; (Cuba, Nicaragua), mai invece là dove alla presidenza c&#8217;erano dei &#8216;bravi borghesi&#8217; (il resto dell&#8217;America centrale, Santo Domingo, Venezuela, Colombia, Perù). Questo fatto, al quale i mass media non hanno mai dato alcun risalto, appare invece molto significativo. Il partigianismo era già stato sperimentato in Europa fra il 1942 e il 1945; non si fece che trapiantarlo in Iberoamerica. Come in Europa, esso si nutrì della classe criminale, che in Iberoamerica era ipertrofica o potenzialmente tale. Il primo esperimento fu Cuba, dove nel 1959 il marrano Fidel Castro (26) fu istallato al potere dagli americani di contro a un caudillo particolarmente inetto, Fulgencio Batista &#8211; il quale tuttavia si era mostrato sufficientemente abile per tenere militarmente in scacco Castro per anni, pure contro un&#8217;incredibile barriera di propaganda contraria e di aiuti finanziari e militari dati a piene mani ai partigiani. Da allora Cuba divenne la centrale del guerriglierismo per l&#8217;America centrale e meridionale e tale rimase fino a tempi recentissimi, quando, parallelamente alla liquidazione dei &#8220;socialismi reali&#8221;, anche l&#8217;uso della guerriglia per fini politici divenne fuori moda. Adesso Fidel Castro va predicando che i tempi sono cambiati, che la &#8216;via verso la democrazia&#8217; non è più quella delle armi ma quella delle urne (sua dichiarazione a Rio de Janeiro nell&#8217;agosto 1993); egli apre il paese al turismo di lusso e fa la corte al Fondo Monetario Internazionale. Insomma, il marrano Fidel Castro ha fatto fino in fondo il suo servizio al grande capitale internazionale.</p>
<p style="text-align: justify;">In Iberoamerica il fenomeno del banditismo c&#8217;era sempre stato, ma abbastanza limitato e privo di sfondo &#8216;ideologico&#8217;. Il partigianismo gli prestò una imbiancatura ideologica, mentre i guerriglieri, non più criminali comuni, godettero (e godono ancora) di un trattamento da &#8216;combattenti&#8217; da parte dei governi dei paesi coinvolti &#8211; ciò sotto pressione degli Stati Uniti. Se fino a qualche anno fa i dirigenti guerriglieri potevano ancora sperare di essere istallati al governo dagli Americani (l&#8217;ultimo fu Daniel Ortega in Nicaragua), adesso quella possibilità è scomparsa; e da soli essi mai &#8216;vinceranno&#8217; la guerra. Si dedicano perciò al banditismo puro e semplice, grazie ai cui proventi i dirigenti partigiani fanno una vita da gran signori (27). È improbabile che si arrivi a sradicarli in un futuro prevedibile: delle oligarchie militari totalmente prive del senso dell&#8217;onore o del dovere hanno tutto l&#8217;interesse di mantenere lo &#8216;stato di guerra&#8217; perchè così vengono pagate di più, ottengono pensionamenti anticipati e godono di maggior prestigio &#8211; e se &#8216;stato di guerra&#8217; ci deve essere, anche il nemico ha il diritto di essere trattato da &#8216;combattente&#8217;. Non a caso le uniche zone ripulite dalla guerriglia sono quelle dove funzionano milizie private organizzate da proprietari terrieri o semplicemente da comunità contadine che ne hanno avuto abbastanza (semileggendario è diventato negli ultimi venti anni il paramilitar Fidel Castaño, nella Colombia settentrionale): mai l&#8217;esercito o la polizia fanno un lavoro &#8216;completo&#8217;. Nelle zone dove esercitano il controllo totale (&#8216;zone liberate&#8217;) i guerriglieri taglieggiano tutti: i maestri di scuola, i contadini più miserabili, i giudici, se ci tengono alla pelle, devono pagare una percentuale del loro povero stipendio o dei loro magri guadagni alla rispettiva Central guerrillera. Un altro lucrativo affare per i guerriglieri è la protezione del narcotraffico: e come in tutte le società di delinquenti (per esempio, la mafia) si verificano frequenti attriti, spesso con morti e feriti, fra i diversi gruppi guerriglieri per assicurarsi i migliori affari (28). Trattandosi poi in gran parte di psicopatici &#8211; il fondo criminale più profondo e abbietto di società già ipertroficamente criminalizzate -, i partigiani hanno per <em>hobby </em>anche quello di compiere carneficine e di infliggere svariate torture a quei pochi indigeni che ancora rimangono nonchè ad animali selvatici e domestici. Quanto alla forza numerica del partigianismo in Sud America, al momento di stendere queste righe essa può essere stimata a 12 &#8211; 15.000 unità in Perù, a forse 20.000 in Colombia, a probabilmente meno di 2.000 in Venezuela.</p>
<p style="text-align: justify;">Legatasi mani e piedi al carro statunitense e colpita in pieno da una galoppante catastrofe ecologica (29), l&#8217;Iberoamerica &#8211; con la possibile eccezione del suo estremo meridionale &#8211; si avvia, a breve scadenza, verso un tenebroso destino.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Note</strong></p>
<p style="text-align: justify;">(1) Una buona visione d&#8217;insieme della storia iberoamericana è data nell&#8217;agile libretto di Pierre Chaunu: <em>Storia dell&#8217;America Latina</em>, Garzanti, 1955.<br />
(2) Questa grande isola, originariamente abitata da Esquimesi, è stata punto di appoggio di operazioni baleniere che vi hanno gettato ciurme di ogni origine, per cui oggidì vi si possono ammirare abitanti dai capelli lanosi, la pelle grigiastra e gli occhi a mandorla che abitano dentro a iglù.<br />
(3) Gallimard, Paris, 1957.<br />
(4) Cfr. Alfredo Jahn, <em>Los aborígenes del occidente de Venezuela</em>, Monte Ávila, Caracas (Venezuela), 1973 (originale: 1927).<br />
(5) Nel più conosciuto dei suoi romanzi, <em>Doña Bárbara</em>.<br />
(6) Rafael Requena: <em>Vestigios de la Atlántida</em>, Tipografía Americana, Caracas (Venezuela), 1932.<br />
(7) A Rafael Requena attinse (senza citarlo) Charles Berlitz quando affermò che davanti allo sbocco dell&#8217;Orinoco ci sono i relitti sottomarini di antichissime muraglie megalitiche (&#8220;vestigia dell&#8217;Atlantide&#8221;): relitti che, a quanto sembra, non esistono proprio. Berlitz fece quest&#8217;affermazione nel suo &#8211; peraltro interessante &#8211; libro divulgativo <em>The mystery of Atlantis</em> (Grosset &amp; Dunlap, Stati Uniti, 1974).<br />
(8) Il libro più rappresentativo di Jacques de Mahieu è, probabilmente, <em>L&#8217;agonie du dieu soleil</em>, Laffont, Paris, 1974. Ma un&#8217;ottimo riassunto di tutta la sua opera è stato dato su &#8220;Diorama letterario&#8221; (Firenze) di dicembre 1992 (sotto la firma di un certo &#8220;Arconte&#8221;).<br />
(9) In ciò gli Inca si distinguevano nettamente dagli Aztechi che invece erano un popolo &#8211; e non soltanto una casta aristocratica -appartenente al ceppo linguistico náhuatl e strettamente imparentati con i Toltechi, che li avevano preceduti nel dominio dell&#8217;altopiano dell&#8217;Anáhuac.<br />
(10) Letteralmente: &#8216;maiali&#8217;. Falsi conversi dall&#8217;ebraismo al cattolicesimo, i quali così scamparono all&#8217;espulsione degli Ebrei dalla Spagna, decretata da Isabella la Cattolica nel 1492.<br />
(11) Su questo argomento si consulti il documentatissimo libro dell&#8217;autore messicano Salvador Borrego, <em>América peligra</em>, edizione dell&#8217;autore, Città del Messico, 1976.<br />
(12) Cfr. Jean Lombard, <em>La montée parallèle du capitalisme et du collectivisme, la face cachée de l&#8217;histoire moderne</em>, edizione dell&#8217;autore, Madrid, 1984.<br />
(13) Horacio Cabrera Sifontes, <em>La verdad sobre nuestra Guayana esequiba</em>, Monte Avila, Caracas (Venezuela), 1988.<br />
(14) Cfr. Salvador Borrego, <em>op. cit</em>.<br />
(15) Su quanto sopra cfr. Jean Lombard, <em>op. cit</em>. &#8211; Un capitolo della storia ispanoamericana al quale non è stato dedicata praticamente alcuna ricerca è quello del rifluire verso la Spagna, dopo la cosiddetta &#8216;indipendenza&#8217;, di certune fra le migliori famiglie dell&#8217;aristocrazia criolla, fatto che si verificò e che, almeno in qualche caso, può essere documentato. C&#8217;è da credere che attraverso questo processo l&#8217;Iberoamerica di lingua spagnola abbia perso una parte importante di quella che, dal punto di vista genetico, era stata la sua migliore popolazione.<br />
(16) Francisco Herrera Luque, <em>Boves el urogallo</em>, Editorial Fuentes, Caracas (Venezuela), 1975.<br />
(17) Cfr. Jean Lombard, <em>op. cit.</em>; Pierre Chaunu, <em>op. cit</em>.<br />
(18) L&#8217;intenzione di Napoleone III quando, negli anni Sessanta del XIX secolo, tentò di fare Massimiliano d&#8217;Asburgo imperatore del Messico, era stata quella di creare una monarchia messicana legata alla Francia che potesse fare da ostacolo all&#8217;egemonia anglosassone nei due continenti americani. Il progetto fu sventato da Benito Juárez, adesso osannato come un secondo &#8216;padre della patria&#8217;, che fu in realtà un volgare agente degli Stati Uniti (cfr. Pierre Chaunu, <em>op. cit.</em>).<br />
(19) Cfr. Salvador Borrego, <em>op. cit</em>.<br />
(20) Cfr. Horacio Cabrera Sifontes, <em>op. cit</em>.<br />
(21) Cfr., per esempio: E. M. S. Danero, <em>Toda la historia de las Malvinas</em>, Editorial Tor, Buenos Aires, 1964; Paul Groussac, <em>Las islas Malvinas</em>, Comisión protectora de bibliotecas populares, Buenos Aires, 1936.<br />
(22) Al tempo della colonia portoghese, i cosiddetti <em>bandeirantes </em>erano stati delle bande di meticci della zona di Sao Paulo che si dedicavano alla caccia agli schiavi e a commettere ogni sorta di soprusi ai danni degli Indios dell&#8217;interno. A essi si opposero con successo gli aborigeni Guaraní del Paraguay, armati e organizzati dai Gesuiti spagnoli.<br />
(23) Gli inglesi avevano usato delle tecniche analoghe, nel Settecento, contro i Pellirosse in America del Nord. Cfr., per esempio, Philippe Jacquin, <em>Storia degli Indiani d&#8217;America</em>, Mondadori, Milano, 1977.<br />
(24) Quel mondo crepuscolare che fu quello di contatto fra gli ultimissimi Indios ancora riconoscibili come tali e il &#8216;progresso&#8217; è descritto bene in un libriccino in lingua italiana: Giorgio Costanzo, <em>Gli Indiani dell&#8217;Orinoco</em>, Universale Cappelli, Rocca San Casciano, senza data di pubblicazione (anni Cinquanta). Cfr. anche Volkmar Vareschi, <em>Geschichtslose Ufer. Auf den Spuren Humboldts am Orinoko</em>, Bruckmann, München, 1959.<br />
(25) Qualcuno lo ricorderà certamente: negli anni Settanta sulle linee aeree dei continenti americani c&#8217;erano spesso dei <em>dépliants </em>con la fotografia di una splendida foresta tropicale e la &#8216;didascalia&#8217;: <em>you have jungles, we have technology </em>[voi avete giungle, noi abbiamo tecnologia]. Il <em>dépliant </em>procedeva poi a spiegare che per mezzo di quella tecnologia si potevano trasformare quelle giungle in centri turistici, in cartiere, ecc.: tutte cose che <em>give you money</em> [cose che vi rendono denaro].<br />
(26) Sulla &#8216;marranità&#8217; di Fidel Castro (cosa in ogni caso vastamente risaputa in Iberoamerica) cfr., per esempio, Jean Boyer, <em>Los peores enemigos de nuestros pueblos</em>, Ediciones Libertad, Bogotá, 1979. Di utile riferimento sulla presenza di marranos nella politica iberoamericana è la rivista &#8220;Temple&#8221;, di Lima, diretta dall&#8217;avv. Gastón Ortiz Acha.<br />
(27) Una parola va detta a proposito di quell&#8217;Abimael Guzmán, peruviano, fondatore del gruppo partigiano Sendero Luminoso e suo dirigente principale fino al 1992 allorché egli e il suo stato maggiore furono catturati a Lima sotto circostanze poco chiare. Il Guzmán, di origine spagnola e di famiglia facoltosa di proprietari terrieri, si trovò a essere impoverito dalle riforme sociali portate a termine dalla dittatura militare. Fu proprio allora che decise di mettere in piedi il suo movimento, a scopo di vendetta e di volgare guadagno personale. (Non gli si può tuttavia negare la qualità di sottile psicologo, avendo egli capito fino in fondo l&#8217;anima dell&#8217;Indio, che ha saputo brillantemente raggirare per i suoi scopi personali).<br />
(28) Tanto la guerriglia come i narcotrafficanti ricevono le armi in gran parte da Israele. Illuminante in proposito è il libro di Claire Hoy e Victor Ostrovsky (<em>By way of deception</em>, Arrow Books, London, 1990); ma la cosa è da lungo tempo un banale fatto di cronaca. Massiccia è la presenza di &#8216;istruttori&#8217; israeliani al servizio della malavita colombiana; qualche dato interessante in riguardo è riportato da Luis Cañón: <em>El Patrón: vida y muerte de Pablo Escobar</em>, Planeta, Bogotá (Colombia), 1994.<br />
(29) Riguardo alla situazione ecologicamente disastrata dell&#8217;Iberoamerica, si consulti: Silvio Waldner, <a title="La deformazione della natura" href="http://www.centrostudilaruna.it/la-deformazione-della-natura.html"><em>La deformazione della natura</em></a>, Ar, Padova, 1997.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>* * *</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Questo brano costituisce un estratto del libro <em>Stati Uniti, Iberoamerica, Sudafrica. Tre messe a punto</em>.</p>
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		<title>Il conflitto anglo-irlandese</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Sep 2009 09:41:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele Fabbri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un libro di Riccardo Michelucci ripercorre la storia di otto secoli di colonialismo inglese in Irlanda]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/il-conflitto-anglo-irlandese.html' addthis:title='Il conflitto anglo-irlandese '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/croce-celtica_thumbnail.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Celti" /><br/><p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/storia-del-conflitto-anglo-irlandese/5732" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-2699" style="margin: 10px;" title="conflitto-anglo-irlandese" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/conflitto-anglo-irlandese.jpg" alt="conflitto-anglo-irlandese" width="200" height="268" /></a>Le anime belle che predicano la correttezza politica e che ostentano una sollecita premura verso le popolazioni del terzo mondo dimenticano che anche nel cuore della vecchia Europa ci sono state storie di razzismo, di discriminazione, di violenza e di prevaricazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Il più clamoroso di questi casi è quello dell’Irlanda, che ha subito secoli di invasione inglese, con qualche strascico che è arrivato ai giorni nostri.</p>
<p style="text-align: justify;">Il giornalista Riccardo Michelucci ha scritto il libro <a href="http://www.libriefilm.com/storia-del-conflitto-anglo-irlandese/5732" target="_blank"><em>Storia del conflitto anglo-irlandese</em></a>, che è l’opera più completa e aggiornata sul tema in lingua italiana.</p>
<p style="text-align: justify;">Il saggio ripercorre la storia irlandese a partire dall’Alto <a title="medioevo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/medioevo">Medioevo</a>: fino al XII secolo l’Irlanda era divisa in piccoli regni tribali tenuti assieme da una forma primordiale di federalismo, poi nel 1155 un esercito anglo-normanno invade l’isola col beneplacito del papa Adriano IV (l’unico papa inglese della storia).</p>
<p style="text-align: justify;">L’ecclesiastico gallese Giraldo Cambrense nel 1188 scrive due opere: <em>Topographia Hibernica</em> e <em>Expugnatio Hibernica</em>, che devono fornire un supporto ideologico all’invasione inglese. In questi testi gli Irlandesi venivano descritti come una popolazione rozza e primitiva che doveva essere civilizzata. In realtà le antiche leggi irlandesi mostrano una civiltà decisamente avanzata, che promuoveva gli studi intellettuali e che metteva al bando le pene corporali per sostituirle con ammende pecuniarie, ma la forza stava dalla parte degli Inglesi e nel corso del <a title="medioevo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/medioevo">Medioevo</a> la presenza inglese si consolida progressivamente. Nel 1366 vengono emanati gli Statuti di Kilkenny che abbozzano le prime forme di <em>apartheid</em> ai danni degli Irlandesi. Alcune infrazioni a questi Statuti erano punite con l’esproprio delle terre, una pratica che gli Inglesi utilizzeranno per secoli per annientare la classe dirigente irlandese.</p>
<p style="text-align: justify;">Con la Riforma Protestante si introduce un ulteriore fattore di differenziazione fra Inglesi e Irlandesi. Per gli Irlandesi la fede cattolica diviene un elemento di aggregazione identitaria e l’invasione dei protestanti inglesi assume i tratti di una guerra di <a title="religioen" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religione</a>. Edmund Spenser, uno dei più grandi poeti del ‘500 inglese, auspicava l’uso di misure sempre più violente contro l’Irlanda arrivando a prospettare ipotesi di genocidio della popolazione locale. Le riflessioni di Spenser sono indicative delle idee sulla questione irlandese che circolavano nella classe dirigente inglese.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/irlanda-del-nord-una-colonia-in-europa/2500" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-2700" style="margin: 10px;" title="irlanda-del-nord" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/irlanda-del-nord.jpg" alt="irlanda-del-nord" width="200" height="279" /></a>Nel clima delle guerre di <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religione</a>, l’Inghilterra temeva che le potenze cattoliche, Francia e Spagna, potessero istigare gli Irlandesi contro gli Inglesi, perciò nel 1649 il conflitto sale d’intensità: Cromwell sbarca in Irlanda col suo esercito di puritani e mette l’isola a ferro e fuoco. Il condottiero della “Divina Provvidenza” mise in atto una vera e propria pulizia etnica che falcidiò un terzo della popolazione. Si avviò anche un traffico di schiavi irlandesi che venivano deportati nelle piantagioni coloniali dove venivano venduti assieme agli schiavi africani. Commentando questi episodi perfino lo storico inglese Toynbee ha notato come emerga nei coloni anglosassoni protestanti una propensione allo sterminio che si è manifestata per la prima volta in Irlanda, e che poi sarà applicata su più vasta scala nelle colonie d’oltreoceano con i Pellerossa.</p>
<p style="text-align: justify;">Per la Chiesa Anglicana la discriminazione dei cattolici era un motivo propagandistico di grande presa sull’opinione pubblica e in Irlanda serviva anche a fomentare la divisione della popolazione locale. Solo alla fine del ‘700 gli Irlandesi abbozzano un tentativo di rivolta che per la prima volta unisce cattolici e protestanti. Il movimento indipendentista irlandese era guidato dal protestante Theobald Wolfe Tone, che nel 1796 riuscì a ottenere l’aiuto di una flotta francese e tentò di cacciare gli Inglesi. La reazione inglese però fu prontissima e particolarmente feroce: nel 1798 la rivolta era stata completamente debellata. Risale a quest’epoca la fondazione del cosiddetto “Ordine d’Orange”, la loggia massonica che ha come obiettivo la persecuzione dei cattolici e che ha organizzato secoli di violenze sistematiche contro i cattolici e gli indipendentisti irlandesi. Ancora oggi questa istituzione proclama apertamente i suoi fini discriminatori che sono chiaramente in contrasto con le legislazioni “antirazziste” dei paesi europei, ma si può scommettere che le coperture massoniche dell’Ordine d’Orange terranno lontani eventuali sguardi indiscreti della magistratura…</p>
<p style="text-align: justify;">Per l’Inghilterra l’Irlanda era una riserva di bestiame e di prodotti agricoli a basso prezzo. Nel 1847 l’isola fu colpita dalla tristemente famosa carestia che spinse all’emigrazione buona parte degli abitanti. Molti andavano negli Stati Uniti, ma molti anche in Inghilterra, dove venivano accolti con disprezzo. Il premier inglese Disraeli affermava: «gli Irlandesi odiano il nostro ordine, la nostra civiltà, la nostra industria intraprendente, la nostra <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religione</a> pura» (chissà poi che cosa intendeva per “religione pura” l’ebreo Disraeli…).</p>
<p style="text-align: justify;">La pubblicistica inglese attribuiva agli Irlandesi i più ripugnanti stereotipi razzisti: nelle vignette satiriche gli Irlandesi erano sempre raffigurati con fattezze scimmiesche. Sui giornali inglesi si sosteneva l’inferiorità…della razza celtica! E questa tesi è stata accolta anche nel mondo accademico inglese fino alla metà del XX secolo.</p>
<p style="text-align: justify;">Soltanto all’inizio del ‘900 in Irlanda si riorganizza una coscienza identitaria che prende corpo attorno alla rinascita della lingua gaelica. Grandi intellettuali irlandesi come Joyce e Yeats guardavano con interesse alla causa indipendentista. Quando scoppia la prima guerra mondiale l’Inghilterra ha bisogno di carne da cannone e il razzismo anti-irlandese viene messo da parte. In Irlanda i manifesti di arruolamento invitano i giovani a combattere per difendere il cattolico Belgio. Ma nelle zone protestanti dell’isola la propaganda spinge gli abitanti a combattere la cattolica Austria!</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo la Grande Guerra il partito repubblicano indipendentista <em>Sinn Féin</em> ottenne il 70% dei consensi: ne derivò lo scontro armato durante il quale si mise in luce il patriota irlandese Michael Collins. Alla fine di una fase di sanguinosi scontri, l’Irlanda ottenne finalmente l’indipendenza, pur con qualche compromesso, fra cui il controllo inglese sull’Ulster.</p>
<p style="text-align: justify;">L’Irlanda era comunque una nazione ancora molto debole e poco sviluppata, i suoi abitanti erano spesso costretti a emigrare in Inghilterra per cercare lavoro, e a Londra molto spesso si trovavano sulle case i cartelli con la scritta “non si affitta agli Irlandesi”.</p>
<p style="text-align: justify;">Inoltre nell’Ulster si trascinava una conflittualità strisciante, con continue vessazioni contro i cattolici. Il diritto di voto era concesso sulla base del censo e poiché i cattolici facevano i lavori più umili le elezioni le vincevano sempre i protestanti. Nel 1969 Londra inviò l’esercito per tenere sotto controllo la situazione, ma quest’iniziativa non fece altro che innescare una spirale di violenza il cui episodio più tristemente celebre è la <em>Bloody Sunday</em> del 30 gennaio 1972. In quell’occasione i paracadutisti inglesi aprirono il fuoco sui manifestanti uccidendo tredici persone; a tutt’oggi non si sono ancora definitivamente accertate le responsabilità dei fatti.</p>
<p style="text-align: justify;">Sempre a quegli anni risale l’eroico sacrificio di Bobby Sands e dei suoi compagni che morirono in carcere per sciopero della fame.</p>
<p style="text-align: justify;">Oggi la fase più acuta del conflitto sembra superata, ma permane un sentimento di ostilità fra Inghilterra e Irlanda che lascia traccia in modi di dire volutamente provocatori che sono molto in voga nel linguaggio quotidiano di entrambe le parti.</p>
<p style="text-align: justify;">Inoltre in Inghilterra esiste ancora un filone storiografico ispirato a un malsano revisionismo che pretende di minimizzare la spaventosa portata dei crimini inglesi in Irlanda. E la questione non è affatto trascurabile poiché dopo otto secoli di persecuzioni, l’Irlanda avrebbe tutto il diritto di ottenere dall’Inghilterra un risarcimento di proporzioni esorbitanti!</p>
<p style="text-align: justify;"><strong> * * *</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Riccardo Michelucci, <a href="http://www.libriefilm.com/storia-del-conflitto-anglo-irlandese/5732" target="_blank"><em>Storia del conflitto anglo-irlandese</em></a>, Odoya, Bologna 2009, pp.288, € 18,00.</p>
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		<title>Antichi poemi runici</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Jan 2000 09:00:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bruce Dickins</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Le rune e l'alfabeto runico: una breve storia del loro impiego nel mondo germanico-scandinavo]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/antichipoemirunici.html' addthis:title='Antichi poemi runici '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/letteratura48x48.png" width="48" height="48" alt="" title="Letteratura" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storia-antica.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Storia antica" /><br/><div id="attachment_5714" class="wp-caption alignright" style="width: 186px"><img class="size-medium wp-image-5714" title="rune-stone" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/rune-stone-176x300.jpg" alt="Pietra runica da Baldringe, Malmöhus län, Skåne" width="176" height="300" /><p class="wp-caption-text">Pietra runica da Baldringe, Malmöhus län, Skåne</p></div>
<p style="text-align: justify;">INTRODUZIONE</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’Alfabeto Runico</strong></p>
<p style="text-align: justify;">L’origine dell’alfabeto runico, la primitiva scrittura dei popoli teutonici, è ancora materia di disputa. Isaac Taylor lo fa derivare da un alfabeto greco della Tracia; Wimmer di Copenhagen dall’alfabeto latino. Entrambe le teorie però sono ancora da esaminare bene e, forse ha ragione Von Friesen di Uppsala che è una derivazione di entrambi gli alfabeti. E’ sufficiente comunque dire che deve essere stato noto a tutti i popoli teutonici e che se ne ha notizia fin dal 4° secolo.</p>
<p style="text-align: justify;">Certamente i Goti lo conoscevano prima della loro conversione al Cristianesimo, poiché Wulfila utilizzò molti di questi caratteri per il suo alfabeto gotico; due iscrizioni (Pietroassa in Valacchia e Kovel in Volmynia) sono state trovate in terre occupate dai Goti in questo periodo.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella sua forma originale l’alfabeto runico consisteva di 24 lettere che, per la loro assenza di curve e linee orizzontali, erano particolarmente adatte per essere incise su legno. Di seguito una testimonianza di Venanzio Fortunato: “I barbari dipingono le rune su legno di frassino, come fosse papiro, senza virgole”. Ed è questo il più antico riferimento letterario ai caratteri runici. Altri riferimenti vengono dalle saghe irlandesi, da poemi anglosassoni chiamati “messaggi del marito”.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/runemal/4947" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-5715" style="margin: 10px;" title="runemal" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/runemal.jpg" alt="" width="200" height="293" /></a>Un altro ritrovamento, unico nel suo genere, di queste antiche iscrizioni, si trova inciso sulla punta di una lancia ritrovata a Kragehul (Finlandia).</p>
<p style="text-align: justify;">In Islanda l’alfabeto fu più tardi diviso in tre gruppi così nominati: <em>Freys Aett</em>, <em>Hagals Aett</em>, <em>Tys Aett</em>, dalle loro lettere iniziali F, H, T.</p>
<p style="text-align: justify;">Si pensa che questi nomi si riferissero alla famiglia di Frey (<em>Frey’s family</em>), ecc. Il termine <em>Aett </em>può derivare da <em>atta</em>, &#8220;otto&#8221;, ossia ottavo.</p>
<p style="text-align: justify;">Inoltre ogni lettera occupava una posizione definita. Nel <em>Codex Sangallensis 270</em> si fa menzione di svariate cifre in lettere runiche come: <em>Isruna</em>, <em>Lagoruna</em>, <em>Hahalruna</em>, <em>Stofruna</em>. Sarebbe necessario conoscere l’esatta posizione di ogni lettera nell’alfabeto.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel latino <em>corvi</em> ad esempio, si posiziona la “c” come sesta lettera della prima serie, la <em>o</em> come ottava della terza serie, la <em>r</em> come quinta della prima serie, la <em>v</em> come seconda della terza serie, la <em>i</em> come terza della seconda serie.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>NOTE</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Lo studio di questi crittogrammi si stima fosse attribuito all’Abate del monastero di Fulda, certo Hrabanus Maurus (822-856). La parola latina <em>Corpus </em>è l’equivalente di <em>Hraban</em>. Gli studenti medievali amavano molto latinizzare i loro nomi teutonici. Es: Hrotsvith = “<em>Clamor validus</em>”; Aldhelm = “<em>Vetus galea</em>”.</p>
<p style="text-align: justify;">Le più antiche iscrizioni ritrovate in Nord Europa nei depositi di torba di Nydam e Torsbjaerg nello Slesvig e Kragehul in Finlandia, sono databili dal terzo o quarto fino al sesto secolo. Queste iscrizioni sono, si presume, in una lingua che è l’antenata comune dell’inglese e dello scandinavo, ne mantiene la cadenza per cui è più primitiva del gotico di “Wulfila”. Altre iscrizioni dello stesso periodo furono ritrovate, incise su una spilla, a Charnay nel Burgundy, e sulla punta di una lancia a Muncheberg (Brandeburgo).</p>
<p style="text-align: justify;">Altre ancora, risalenti all’ottavo secolo, su piccoli oggetti ritrovati in Germania dove, peraltro, molte incisioni sono rare e quasi illeggibili.</p>
<p style="text-align: justify;">Senza dubbio furono gli invasori sassoni ad introdurre l’alfabeto in Inghilterra, anche se le iscrizioni databili ai primi due secoli dopo l’invasione sono assai rare e frammentarie. Una però è particolarmente interessante, incisa su una moneta d’oro, di provenienza sconosciuta, a imitazione di un <em>solidus</em> di Onorio.</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://tracker.tradedoubler.com/click?p=10388&amp;a=915108&amp;g=0&amp;url=http://www.bol.it/libri/scheda/ea978880613974" target="_blank"><img class="alignright" style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/mitileggendenord.bmp" border="0" alt="Vilhelm Gronbech, Miti e leggende del Nord" width="95" height="148" align="left" /></a> Altro ritrovamento è sulla montatura di un fodero nella località Chessell Down nel Wight. La forma di queste ultime incisioni è simile a quella trovata su oggetti provenienti da Kragehul e Lindholm (Scania), databili ai primi anni del sesto secolo, per quanto gli oggetti dei ritrovamenti inglesi siano posteriori.</p>
<p style="text-align: justify;">Furono ritrovate inoltre molte monete d’argento con incisi in runico riferimenti a leggende relative a re inglesi come “<em>Aepil(i)raed</em>” (senza dubbio re Aethelred 675-704) o “<em>Pada</em>” (Peada suo fratello). Molte altre scritte in runico si trovarono su piccoli oggetti di metallo o di osso. L’alfabeto runico andò in graduale disuso, come si nota dalle monete ritrovate, durante l’ottavo e nono secolo.</p>
<p style="text-align: justify;">L’ultimo nome che si legge in runico su una moneta è quello del re Beonna dell’”<em>East Anglia</em>” (750) ma anche lì si nota una “<em>o</em>” latina. Qualche lettera rimane pur tuttavia incisa, solitamente la “<em>L</em>”.</p>
<p style="text-align: justify;">Altre lettere runiche che continuarono ad essere usate erano quelle con cui si firmavano i coniatori di monete in Inghilterra.</p>
<p style="text-align: justify;">Di iscrizioni in runico su tombe se ne trovarono parecchie (soprattutto nel nord dell’Inghilterra), alcune sia in caratteri latini che runici. Risalgono quasi tutte al periodo compreso tra settimo e nono secolo.</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://tracker.tradedoubler.com/click?p=10388&amp;a=915108&amp;g=0&amp;url=http://www.bol.it/libri/scheda/ea978884525529" target="_blank"><img class="alignleft" style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/raccontipopolariislandesi.bmp" border="0" alt="Racconti popolari e fiabe islandesi" width="95" height="149" align="right" /></a> Si presume che rimanesse l’uso di incidere in lettere runiche solamente sulle monete. Dopo l’invasione danese (866) non v’è più traccia dell’alfabeto runico. A partire dal sesto secolo, tuttavia, l’alfabeto inglese si differenziò da quello scandinavo. Alle originali 24 lettere se ne aggiunsero altre 6: <em>Aesc</em>, <em>Ac</em>, <em>Yr</em>, <em>Ear</em>, <em>Calc</em>, <em>Gar </em>e forse la settima <em>Ior</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Si ha notizia dell’ultimo alfabeto runico conosciuto in Danimarca, Svezia, Norvegia, Islanda, Groenlandia, Isole Faroer, Isole Orcadi, Isola di Man e in Inghilterra. In generale possiamo affermare che l’alfabeto runico, più o meno collegato a pratiche di magia, cadesse sotto il sospetto di stregoneria e fosse quindi bandito nei paesi scandinavi durante il periodo delle terribili superstizioni medievali e delle riforme <a href="http://www.centrostudilaruna.it/religione.html">religiose</a>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>* * *</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il presente brano costituisce l&#8217;Introduzione al libro di Bruce Dickins <em>Runic and Heroic Poems of the Old Teutonic Peoples</em> (Cambridge, 1915). La traduzione in italiano è opera di Fernanda Reborati. Il brano è stato tratto, col gentile consenso, dal sito www.reiki.it.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/antichipoemirunici.html' addthis:title='Antichi poemi runici ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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