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	<title>Centro Studi La Runa &#187; Groenlandia</title>
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	<description>Archivio di storia, tradizione, letteratura, filosofia</description>
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		<title>Il collasso delle colonie norvegesi in Groenlandia</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Sep 2011 16:12:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Lamendola</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Anche se si tratta di una pagina di storia generalmente poco conosciuta, il collasso della colonizzazione norvegese in Groenlandia offre un esempio, che si potrebbe definire paradigmatico, di come una società umana non possa reggersi indefinitamente in un ambiente in cui essa non è in grado di adattarsi in maniera adeguata.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/il-collasso-delle-colonie-norvegesi-in-groenlandia.html' addthis:title='Il collasso delle colonie norvegesi in Groenlandia '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/carlomagno48x48.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Medioevo" /><br/><p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-full wp-image-8347" style="margin: 10px;" title="drakkar" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/drakkar.jpeg" alt="" width="206" height="244" />Una pagina di storia particolarmente interessante dal punto di vista dell&#8217;equilibrio fra società umane e ambiente naturale è quella relativa alla fallita colonizzazione scandinava della Groenlandia, terminata con l&#8217;abbandono dei due insediamenti, occidentale (Vestribyggd) e orientale (Eystribyggd), posti, in realtà, entramibi sulla costa occidentale della grande isola, l&#8217;uno più a nord, l&#8217;altro più a sud, presso il Capo Farewell. A metà strada fra i due esisteva un terzo insediamento, molto più piccolo, che si può chiamare Insediamento medio.</p>
<p style="text-align: justify;">Le fonti storiche scandinave sono incerte e confuse, per cui la fine di queste tre colonie europee, poste letteralmente all&#8217;estremità del mondo allora conosciuto, rimane a tutt&#8217;oggi avvolta nel mistero. Non sappiamo se vennero distrutte dagli Eschimesi, chiamati Skraeling dai coloni norreni, o se scomparvero per una serie di cause legate ai mutamenti climatici che, fra il 1200 e il 1600, videro in tutto l&#8217;emisfero boreale il ritorno di una &#8216;piccola età dei ghiacci&#8217;, come è stata chiamata da alcuni scienziati. Oltre ad impoverire ulteriormente le già magre risorse ambientali, dalle quali dipendeva la sopravvivenza dei coloni, l&#8217;espansione dei ghiacci rese assai più difficili le rotte marittime nei mari settentrionali e fece sì, che a poco a poco, cessarono di partire dalla Norvegia le navi che avrebbero dovuto assicurare i collegamenti con quell&#8217;estremo avamposto europeo.</p>
<p style="text-align: justify;">Certo è che, abbandonati a se stessi, i coloni norvegesi scomparvero.</p>
<p style="text-align: justify;">Le testimonianze letterarie dicono che gli abitanti dell&#8217;insediamento occidentale finirono per abbandonare la <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione/">religione</a> cristiana, probabilmente per adottare quella degli Eschimesi, con i quali, evidentemente, dovette esservi una fusione, o, quanto meno, un tentativo di convivenza pacifica, dopo una fase certamente cruenta, in cui i due popoli vennero a contatto per la prima volta. Va ricordato, infatti, che il peggioramento delle condizioni climatiche indusse gli Eschimesi a spingersi verso sud, inseguendo la loro preda preferita, la foca, dalla quale dipendevano totalmente (un po&#8217; come gli Indiani del Nord America dipendevano dal bisonte).</p>
<div id="attachment_8346" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-8346" title="Mappa della Groenlandia del XVII secolo" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/Greenland_Map_17th_century-425x197-300x139.jpg" alt="Mappa della Groenlandia del XVII secolo" width="300" height="139" /><p class="wp-caption-text">Mappa della Groenlandia del XVII secolo</p></div>
<p style="text-align: justify;">Quanto all&#8217;insediamento orientale, che sopravvisse più a lungo &#8211; anche perché era assai più consistente -, le testimonianze archeologiche indicano che gli ultimi norvegesi vennero seppelliti secondo il rito cristiano, indossando i loro migliori abiti; per cui si sarebbe portati a credere che, in quel caso, non vi fu alcuna assimilazione da parte dell&#8217;elemento indigeno; della quale, del resto, non v&#8217;è traccia neanche dal punto di vista antropologico fra gli Eschimesi o Inuit attuali. Nulla, infatti, indica che le due stirpi si siano mescolate: nessun carattere fisico degli Scandinavi, per quanto sporadico, è osservabile negli Eschimesi odierni.</p>
<p style="text-align: justify;">Sempre le testimonianze archeologiche attestano che l&#8217;insediamento occidentale fu occupato dagli Eschimesi a partire dal 1341, per cui la fine della colonia norvegese dovette precedere di pochissimo tale data. Nell&#8217;insediamento medio, la presenza eschimese sostituisce quella scandinava dal 1380 circa; e per quello orientale, ciò dovette avvenire nei primissimi anni del 1500. Ma, ripetiamo, non è dato sapere, allo stato attuale delle nostre conoscenze, se gli Eschimesi occuparono i fiordi già abbandonati dai norvegesi, o già spopolati dalla &#8216;morte bianca&#8217;; oppure se li occuparono con la forza, uccidendo gli abitanti fino all&#8217;ultimo uomo e, magari, facendo prigionieri un certo numero di ragazzi e ragazze, come è documentato che accadde in alcuni scontri di minore entità, verificatisi nei decenni che precedettero la fine della colonia occidentale.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/groenlandia-paradiso-a-nord/9842" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-8344" style="margin: 10px;" title="groenlandia" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/groenlandia.jpg" alt="" width="200" height="201" /></a>Sappiamo soltanto che sono stati identificati i resti di numerose fattorie norrene nonché di alcune chiese, a testimonianza del fatto che, ai loro tempi d&#8217;oro (se mai ve ne furono), i colonizzatori avevano spiegato notevoli mezzi per creare condizioni di vita che fossero quanto più simili possibile a quelle che avevano lasciato nella loro lontana madrepatria, in Norvegia &#8211; e, in minor misura, in Islanda.</p>
<p style="text-align: justify;">Scrive il saggista e scrittore gallese Gwyn Jones, nel suo importante studio <em>Antichi viaggi di scoperta in Islanda, Groenlandia e America</em>, ripubblicato alcuni anni fa dalla Casa editrice Newton Compton (titolo originale: <em>The Norse Atlantic saga. Being the Norse Voyages of Discovery and Settlement to Iceland, Greenland, America</em>, 1964, Oxford University Press; traduzione italiana Giorgio Romano, Milano, Bompiani Editore, 1966, pp. 82-110):</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">&#8220;La colonia di Groenlandia, che va tenuta distinta dallo stato o nazione di Groenlandia, sopravvisse fino all&#8217;inizio del secolo XVI, e il modo in cui avvenne la sua fine ha interessato a lungo gli studiosi. La Colonia di Groenlandia era il più remoto avamposto della civiltà europea e la sua fine &#8211; su un lontano lido, in un paese quasi dimenticato, in condizioni climatiche che peggioravano e in circostanze assai tetre &#8211; è stata considerata da molti la più impressionante tragedia vissuta da un popolo nordico. Essa rimane uno dei problemi insoluti della storia.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Vediamo oggi, col senno di poi, come tutto, nella colonizzazione norrena in Groenlandia, fosse giocato al suo limite. I colonizzatori sarebbero potuti sopravvivere soltanto se non fosse intervenuto nessun mutamento in peggio. In Islanda l&#8217;Europeo del <a title="medioevo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/medioevo/">Medioevo</a> aveva rischiato le sue ultime possibilità per vivere al nord, e aveva potuto osar questo senza rinunziare a un sistema di vita scandinavo. L&#8217;Islanda si trova all&#8217;estremo limite del mondo abitabile; la Groenlandia oltre quel limite. Papa Alessandro VI scriveva nel 1492: «La Chiesa di Gardar è situata alla fine del mondo» e la strada per raggiungerla era infaustamente nota: <em>per mare non minus tempestosissimum quam longissimum</em>. Era pertanto un prerequisito per i groenlandesi &#8211; se volevano dominare il destino &#8211; possedere un naviglio loro capace di solcare i mari. Ben presto invece non ebbero non ebbero a disposizione né i capitali né il materiale per costruirlo; dopo essersi sottomessi alla Norvegia fu loro esplicitamente vietato di usare navi proprie: e, da allora in poi, le condizioni per la sopravvivenza non dipesero più dalla loro volontà. I cambiamenti politici ed economici all&#8217;estero, senza loro colpa né offesa, potevano ormai distruggerli, e la loro negligenza doveva mostrarsi altrettanto letale di un attacco. Secondariamente il loro numero era pericolosamente esiguo: probabilmente non raggiunsero mai le tremila anime. La popolazione dell&#8217;Islanda dell&#8217;anno 1100 era pressappoco di 80.000 persone. Il fuoco, i ghiacci, le pestilenze e l&#8217;abbandono da parte dei norvegesi ridussero questo numero a 47.000 nel 1800: uno sciupio omicida per una razza molto prolifica. La Groenlandia non possedeva una siffatta riserva di umani sacrifici. In terzo luogo: di tutte le comunità europee essa era la più vulnerabile ai cambiamenti climatici. Per gli altri uomini dell&#8217;Europa una serie di inverni freddi e di cattive estati è una seccatura e un fastidio; per i groenlandesi rappresentava il suono di una campana a morte. (…)</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Con tutta probabilità il freddo crescente e la maggior aridità dopo il 1200 contribuirono gli eschimesi a recarsi verso sud. Man mano che il ghiaccio andava estendendosi lungo le coste ovest della Groenlandia, anche le foche si diffusero; a loro volta gli Skraeling seguirono le foche, perché ogni aspetto della loro vita dipendeva da questi animali. Trichechi e balene, caribù e orsi, pernici bianche e piccoli pesci erano tutti bene accolti dagli eschimesi, ma alle foche essi erano legati in modo particolare. I norreni si spingevano a nord, alla ricerca di territori di caccia e di legname trasportato dalle correnti; gli eschimesi scendevano a sud inseguendo le foche: il loro incontro era inevitabile. Non sappiamo quanti di questi incontri abbiano lasciato tracce di sangue sulla neve, poiché tanto per i norreni quanto per gli eschimesi la posta era alta, ed essi dovevano ben saperlo. Il futuro sarebbe stato favorevole a quel popolo che sarebbe riuscito ad adattarsi meglio al mutamento del clima. Gli eschimesi, resi autosufficienti dalle foche, ben impellicciati e protetti contro il freddo, con le loro tende per l&#8217;estate, le case per l&#8217;inverno e i velocissimi caicchi, erano invero mirabilmente attrezzati. I norreni, legati alle abitudini europee sino alla fine, della colonizzazione, attaccati ai greggi, alle mandrie e ai pascoli che andavano scomparendo, non potevano sopravvivere al loro <em>fimbulvetr</em>, a quel lungo, spietato, terribile inverno, il cui avvicinarsi annunciava la fine del loro mondo. (…)</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;L&#8217;insediamento occidentale ebbe termine nel 1342. Abbiamo scarse prove di come ciò sia avvenuto, e sono inoltre prove discutibili. Gli <em>Annali</em> del vescovo Gisli Oddsson precisano sotto la data di quell&#8217;anno che: «Gli abitanti della Groenlandia, di loro spontanea volontà, abbandonarono la vera fede e la <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione/">religione</a> cristiana, avendo abbandonato il retto sentiero e le virtù fondamentali, e si unirono coi popoli dell&#8217;America (<em>ad Americae populos se converterunt</em>). Alcuni considerano anche che la Groenlandia si trova molto vicina alle regioni occidentali del mondo. E da questo derivò che i cristiani rinunciassero ai loro viaggi in Groenlandia». Per il vescovo i &#8216;popoli dell&#8217;America&#8217; erano quasi certamente gli eschimesi, cioè quegli stessi Skraeling che i groenlandesi avevano incontrato molto tempo prima in Marclandia e in Vinlandia; e la sua asserzione dev&#8217;essere interpretata come un&#8217;indicazione che già nel 1342 si riteneva che i groenlandesi fossero divenuti indigeni per costume e <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione/">religione</a>. Fu probabilmente per esaminare il carattere e l&#8217;estensione di quest&#8217;apostasia che un anno prima, nel 1341, il vescovo Hakon di Bergen aveva inviato il prete Ivar Bardarson in una spedizione divenuta poi famosa. (…)</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Si sparse la voce che i norreni stavano &#8216;convertendosi&#8217; alla fede egli eschimesi e abbandonavano la <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione/">religione</a> cristiana; si disse che bisognava fare qualcosa a questo proposito. Ma allorché Ivar Bardarson arrivò in Groenlandia, una di queste due cose doveva essere accaduta: o gli ultimi sopravvissuti dell&#8217;insediamento occidentale si erano ritirati verso il sud per cercare scampo, o erano stati vinti e sterminati dagli Skraeling. Comunque, la spedizione di Ivar non servì che a confermare questo fatto: «attualmente gli Skraeling occupano tutta la Colonia occidentale». La cultura tipicamente scandinava scomparve ovunque al di là della latitudine 62° nord. Dopo il 1350 circa l&#8217;esistenza di colonie norrene in Groenlandia era limitata a Eystridyggd.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;I documenti storici e archeologici dimostrano che l&#8217;insediamento orientale combatté tenacemente per la propria esistenza. Lì viveva gran parte della popolazione norrena, e lì si trovavano anche le terre migliori. Ciononostante la perdita dell&#8217;Insediamento occidentale rappresentò per quello orientale un&#8217;irreparabile calamità. Da un lato portò alla perdita del Nordseta, il miglior terreno di caccia della Groenlandia, che si trovava più a nord dell&#8217;insediamento perduto e, sebbene la richiesta di prodotti del Norseta fosse in declino, ciò costituì una drastica riduzione delle risorse dei coloni. Ma ancora più grave fu la sensazione che un destino analogo minacciasse anche l&#8217;insediamento rimasto. Certamente gli eschimesi stavano reagendo duramente alla presenza dei bianchi nel sud; e noi apprendiamo dagli Annali islandesi (<em>Gottskalksannal</em>) che intorno al 1379 «gli Skaraeling attaccarono i groenlandesi, ne uccisero diciotto e rapirono due ragazzi che fecero schiavi». (…)</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Le testimonianze relative alle comunicazioni tra la Groenlandia e il mondo esterno, dopo la metà del secolo XIV, si possono così sintetizzare: nei primi decenni una nave, protetta dal monopolio regale, compì, a intervalli frequenti se non proprio ogni anno, il tragitto Norvegia Groenlandia. Era questo il <em>Groenlands knörr</em>, il Corriere della Groenlandia; ma non sembra che sia stato sostituito dopo che andò perduto nel 1367 o &#8217;69. In seguito le comunicazioni furono scarse. Tutte le prove che possediamo di viaggi in Groenlandia riguardano una strana serie di uomini: Bjorn Einarsson Jorsalafari, detto il Pellegrino di Gerusalemme, fece naufragio in Groenlandia e vi rimase per due anni; un gruppo d&#8217;islandesi, smarrita la rotta, vi arrivò nel 1406 e vi rimase quattro anni; una coppia alquanto misteriosa, Pining e Pothorst, fece un viaggio piuttosto chimerico in Groenlandia, e pare anche oltre, nell&#8217;oceano occidentale, forse anche fino al Labrador, poco dopo il 1470, aggiungendo così nuove sfumature fantastiche alla cartografia del Rinascimento e qualche luce, ma anche molte ombre, alle vaghe conoscenze che il XVI secolo ebbe del più remoto settentrione. (…)</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Quando e come si sia estinto l&#8217;Insediamento orientale non sapremo mai. Con ogni probabilità il fenomeno si verificò subito dopo la fine del 1500. Deve esserci stato un progressivo indebolimento della Colonia. A Herjolfsnes, e ancor più probabilmente a Unartoq, ci sono prove di sepolture collettive che possono far pensare a una morte per epidemia, forse per peste, sebbene non se ne trovi conferma nelle fonti storiche. Come per Vestribyggd, dobbiamo immaginare che la Colonia si sia andata ritirando sotto la pressione eschimese, mentre le famiglie che vivevano ai confini indietreggiavano verso le zone centrali, e alcuni (non necessariamente gli spiriti più deboli) coglievano l&#8217;occasione per far ritorno in Islanda o in Norvegia. Altri furono rapiti da violenti predoni europei, tra i quali par che predominassero gli inglesi; ed è logico ritenere che l&#8217;isolamento, profondamente sentito, unito alle altre sciagure, abbia alimentato una debolezza fisica e morale che ridusse la volontà di sopravvivenza. Nel complesso la vecchia teoria che la Colonia groenlandese sia andata morendo tra l&#8217;indifferenza del resto del mondo rimane sostanzialmente valida. (…)</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Quando nel 1586 l&#8217;inglese John Davis riuscì a sfuggire all&#8217;atroce desolazione delle coste sud-orientali della Groenlandia e contemplò con sollievo «semplice paesaggio campestre con terra ed erba», all&#8217;interno dei fiordi occidentali, non trovò nessuna traccia di bianchi, «né vide alcuna cosa a eccezione di avvoltoi, corvi e piccoli uccelli, come allodole e fanelli». Questi erano i fiordi dell&#8217;antico Insediamento occidentale, ma la stessa cosa era di quello orientale. La terra, l&#8217;acqua e tutto ciò che esse potevano offrire appartenevano ormai agli esuberanti e tenaci eschimesi. La vicenda norrena in Groenlandia era giunta alla fine&#8221;.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">La Groenlandia era stata visitata da arditi navigatori vichinghi già al principio del X secolo e colonizzata a partire dal 982 per opera di Erik il Rosso, che la chiamò &#8220;Terra Verde&#8221; perché tale, in estate, è l&#8217;aspetto di alcuni fiordi riparati, ove fioriscono alcuni verdi prati e si concentra buona parte della fauna dell&#8217;isola.</p>
<p style="text-align: justify;">Grazie alla presenza di correnti marine calde, era la costa più lontana dall&#8217;Europa, ossia quella occidentale, a presentare le condizioni più favorevoli per un insediamento; e fu lì che si concentrarono gli sforzi di quei primi coloni, provenienti tutti dall&#8217;Islanda. Il loro numero si stabilizzò intorno alle tremila unità; la loro economia, oltre che su di una limitata attività silvo-pastorale, era basata essenzialmente sul commercio delle pelli di foca e sulle ossa di balena (cfr. Enzo Collotti, <em>La storia della Groenlandia</em>, in <em>Enciclopedia Geografica Il Milione</em>, Novara, De Agostini, 1970, vol. X, p. 135).</p>
<p style="text-align: justify;">Anche il cristianesimo si organizzò presso quelle comunità scandinave, tanto che nel 1126 fu insediato in Groenlandia, per la prima volta, un vescovo norvegese.</p>
<p style="text-align: justify;">Scrive il Collotti (loc. cit.):</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Seppure per breve tempo, i legami con la Norvegia erano destinati a divenire ancora più stretti ed istituzionali, allorché nel 1261 fu riconosciuta sull&#8217;isola la sovranità del re di Norvegia. Successivamente, il progressivo allentamento dei rapporti con la penisola scandinava fu conseguenza della creazione di un nuovo equilibrio di forze politiche e di nuove correnti di traffico, che dirottarono il commercio norvegese verso gli interessi dei mercanti tedeschi, che avevano finito con l&#8217;assumere di fatto il controllo dei traffici della Norvegia&#8221;.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Anche se si tratta di una pagina di storia generalmente poco conosciuta, il collasso della colonizzazione norvegese in Groenlandia offre un esempio, che si potrebbe definire paradigmatico, di come una società umana non possa reggersi indefinitamente in un ambiente in cui essa non è in grado di adattarsi in maniera adeguata.</p>
<p style="text-align: justify;">Non vi sono prove del fatto che i Norvegesi abusarono delle risorse locali offerte dalla magra vegetazione e dalla fauna artica; è certo, invece, che non furono in grado di fronteggiare il peggioramento climatico con gli scarsi mezzi di cui disponevano. Il colpo di grazia venne poi da una serie di circostanze concomitanti: il disinteresse del re di Norvegia, che di fatto li abbandonò al loro destino, dopo averli obbligati a rinunciare, per legge, all&#8217;esercizio di una propria marineria; le migrazioni verso sud di gruppi, relativamente numerosi, di Eschimesi, assai meglio adattati alla sopravvivenza in quell&#8217;ambiente ostile; alcune probabili pestilenze, testimoniate da un certo numero di sepolture comuni; e, infine, le incursioni di alcuni pirati europei, specialmente inglesi, che rapirono gli abitanti e devastarono le loro fattorie.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/la-vita-di-bordo-nel-medioevo/9843" target="_blank"><img class="alignright size-medium wp-image-8345" style="margin: 10px;" title="vita-di-bordo-nel-medioevo" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/vita-di-bordo-nel-medioevo-198x300.jpg" alt="" width="198" height="300" /></a>Ad ogni modo, la lezione che possiamo trarre da quella lontana vicenda è chiara: un gruppo umano non può mantenersi su un determinato territorio, a meno che sappia integrarsi con l&#8217;ambiente, usufruire adeguatamente delle sue risorse, adattarsi ai cambiamenti climatici ed ecologici e introdurre quelle innovazioni, nei suoi metodi di lavoro e nella sua psicologia, che gli consentano di attenuare l&#8217;impatto dovuto ai mutamenti stessi.</p>
<p style="text-align: justify;">Il risultato della incapacità dei coloni norvegesi in Groenlandia di adattarsi a condizioni di vita sensibilmente diverse da quelle esistenti in Scandinavia fu la decadenza della loro società, il suo progressivo restringimento, che dovette essere anche morale e spirituale oltre che materiale, e infine la loro scomparsa totale e irreversibile.</p>
<p style="text-align: justify;">Il loro principale errore, se così possiamo chiamarlo, fu, in altre parole, quello di aver cercato di colonizzare la Groenlandia come se fosse stata la Norvegia o magari l&#8217;Islanda: non si resero conto che le condizioni del clima e del suolo erano sostanzialmente diverse e che solo sforzandosi di elaborare nuove forme di caccia, di pesca, di architettura e di riscaldamento, avrebbero potuto sopravvivere e, forse, prosperare. Il loro fu un vero e proprio collasso tecnico e morale: ed è impressionante pensare che dei coraggiosi e valentissimi marinai, quali essi erano stati, alla fine, quando ciò sarebbe stato questione di vita o di morte, non seppero mettere in mare neppure una nave per ristabilire il collegamento con l&#8217;Europa o, almeno, per evacuare ordinatamente i loro sfortunati insediamenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Per trovare un esempio altrettanto drammatico di come la decadenza dell&#8217;arte della navigazione possa segnare il destino di una importante società umana, bisogna spostarsi di molte decine di migliaia di chilometri, fino nel cuore dell&#8217;Oceano Pacifico meridionale, sull&#8217;isola di Pasqua (Rapa-Nui in polinesiano). Gli studi più recenti hanno ormai ampiamente dimostrato che la civiltà che aveva saputo costruire gli sbalorditivi monumenti di pietra, i Moai, che tanto colpirono i primi coloni europei, dopo la scoperta dell&#8217;isola da parte di Roggeveen nel 1722, subì un collasso irreversibile a causa del dissennato disboscamento praticato dagli indigeni. L&#8217;isola di Pasqua, allorché vi giunsero i colonizzatori polinesiani provenienti da occidente &#8211; probabilmente da Tahiti &#8211; era ammantata da una straordinaria, lussureggiante foresta primigenia. Ma, nel corso di alcuni secoli, essa venne ridotta a una landa sassosa battuta dai venti, a causa della deforestazione incontrollata, il cui scopo era mettere a coltura nuovi terreni fertili, procurare legname per le imbarcazioni da pesca, per le abitazioni, e per il riscaldamento, nonché la stessa tecnica di trasporto delle statue colossali, dalle pendici del vulcano centrale fino alle coste dell&#8217;isola, che richiedeva l&#8217;uso dei tronchi degli alberi in funzione di rulli.</p>
<p style="text-align: justify;">Allorché l&#8217;ultimo albero venne abbattuto, la pratica della navigazione d&#8217;alto mare andò irrimediabilmente perduta e quei fieri navigatori, regrediti a coltivatori sedentari del tutto isolati dal resto del mondo, precipitarono in una serie di guerre intestine che cancellarono perfino il ricordo della passata grandezza.</p>
<p style="text-align: justify;">Al giorno d&#8217;oggi, gli uomini fanno totalmente affidamento sui continui progressi della tecnica per imporre un controllo sempre più forte sull&#8217;ambiente in cui vivono; sono convinti, infatti, di poter padroneggiare qualsiasi ambiente naturale, tanto è vero che sono allo studio persino dei progetti di colonizzazione spaziale.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma, in questo modo, ci sembra che la lezione della fallita colonizzazione norvegese in Groenlandia (e del collasso della civiltà dell&#8217;isola di Pasqua, di cui ci occuperemo in un prossimo lavoro), sia andata interamente perduta. Non bisognerebbe puntare, infatti, su una radicale trasformazione dell&#8217;ambiente ai fini delle esigenze umane, bensì puntare al raggiungimento dell&#8217;equilibrio fra le esigenze della società umana &#8211; economiche, culturali e spirituali &#8211; e l&#8217;ambiente medesimo. In altre parole, l&#8217;uomo dovrebbe cercare di vivere in armonia con la natura, e non di imporre ad essa, in tutto e per tutto, le sue necessità, cercando di creare quasi una seconda natura &#8220;artificiale&#8221;. Procedendo in quest&#8217;ultima direzione, infatti, egli crea con le sue stesse mani le premesse per una degenerazione degli equilibri ambientali, che prima o poi gli si ritorcerà contro; senza contare che la tecnologia, quanto più è sofisticata, tanto più è settoriale e non adeguata a fronteggiare situazioni impreviste, quali un rapido cambiamento climatico.</p>
<p style="text-align: justify;">I piccoli Eschimesi, ben coperti nelle loro calde pellicce e ben attrezzati per la caccia alla foca, sia per mare che a terra, sopravvissero all&#8217;avvento della &#8216;piccola età glaciale&#8217;, che si abbatté sulla Groenlandia a partire dal XIII secolo; mentre gli alti e forti Norvegesi si estinsero miseramente, senza lasciar di sé alcuna traccia, tranne alcune fattorie in rovina e poche chiese abbandonate, con i loro malinconici cimiteri.</p>
<p style="text-align: justify;">La lezione, ripetiamo, è piuttosto chiara.</p>
<p style="text-align: justify;">Qualora le circostanze climatiche e ambientali dovessero mutare, anche a livello globale, non sarebbe una tecnologia sempre più invasiva a salvarci, ma, al contrario, la capacità di elaborare una tecnologia a misura di ambiente, ossia la capacità di creare condizioni di adattamento eco-compatibili che, rispettando le altre specie viventi animali e vegetali, offrirebbero anche a noi maggiori possibilità di sopravvivenza.</p>
<p style="text-align: justify;">È evidente che, in una simile prospettiva, dovremmo rinunciare alla funesta ideologia dello sviluppo illimitato e al delirio di onnipotenza che le filosofie scientiste hanno veicolato, dal 1600 ad oggi; per ritrovare, invece, le ragioni di una presenza umana sul pianeta Terra che non sia più vista in termini di &#8216;crescita&#8217; e di sfruttamento indiscriminato delle risorse, ma di armonioso inserimento nell&#8217;ambiente naturale.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto, col gentile consenso dell&#8217;Autore, dal sito <a href="http://www.ariannaeditrice.it">Arianna Editrice</a>.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/il-collasso-delle-colonie-norvegesi-in-groenlandia.html' addthis:title='Il collasso delle colonie norvegesi in Groenlandia ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Fra ghiacci e tenebre di Fridtjof Nansen</title>
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		<pubDate>Fri, 22 May 2009 15:48:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Lamendola</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La vita leggendaria di Fridtjof Nansen, pioniere dell'esplorazione artica]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/fra-ghiacci-e-tenebre-di-fridtjof-nansen.html' addthis:title='Fra ghiacci e tenebre di Fridtjof Nansen '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/letteratura48x48.png" width="48" height="48" alt="" title="Letteratura" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storiacontemporanea48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Storia contemporanea" /><br/><div id="attachment_2280" class="wp-caption alignleft" style="width: 235px"><img class="size-medium wp-image-2280" title="fridtjof_nansen" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/fridtjof_nansen.jpg" alt="Fridtjof Nansen (Store Frøen, presso Christiania, 10 ottobre 1861 – Lysaker, comune di Bærum, 13 maggio 1930)" width="225" height="326" /><p class="wp-caption-text">Fridtjof Nansen (Store Frøen, presso Christiania, 10 ottobre 1861 – Lysaker, comune di Bærum, 13 maggio 1930)</p></div>
<p style="text-align: justify;">Fridtjof Nansen, uno dei più grandi esploratori norvegesi (degno di stare accanto al grandissimo Roald Amundsen, il conquistatore del Polo Sud), nasce il 18 ottobre 1861 a Store Froen presso Cristiania &#8211; oggi Oslo -, la capitale della Norvegia e muore a Lysaker il 13 maggio 1930, all&#8217;età di sessantotto anni. Scienziato di formazione, nel 1882 si reca sulle coste della Groenlandia con una baleniera per studiare da vicino la vita delle foche; e, cinque anni dopo, nel 1887, realizza un&#8217;impresa notevolissima: l&#8217;attraversamento dell&#8217;interno della grande isola artica, eseguendo fondamentali studi scientifici sulla sua calotta glaciale. Ma un grande sogno lo accompagna da anni, quello di penetrare lungo la costa settentrionale dell&#8217;Asia e di lasciarsi catturare volontariamente, con una nave attrezzata allo scopo, nella morsa dei ghiacci, per sfruttare una corrente marina che, a quanto sembra, si dirige a settentrione; indi, con le slitte, tentar di raggiungere il Polo Nord. In un certo senso si tratta di mettersi nella scia di quanti erano andati alla ricerca del favoloso passaggio di Nord-est, croce e miraggio di generazioni e generazioni di navigatori ed esploratori; poiché nessuno aveva osato costeggiare l&#8217;estremità settentrionale della Siberia in tutta la sua lunghezza, fino al 1878  (il viaggio verrà effettuato invece a ritroso, ossia partendo dallo Stretto di Behring, dalla Maud di Amundsen fra il luglio del 1922 e l&#8217;agosto del 1925). Nel 1878 la nave Vega, al comando dell&#8217;esploratore svedese Otto Nordenskjöld, riesce a condurre a termine, finalmente, la prima navigazione dall&#8217;Atlantico al Pacifico, costeggiando a nord la Siberia, sia pure al prezzo di uno sverno nella morsa dei ghiacci. E nel 1879 una nave americana, la Jeannette, partita da San Francisco, tenta a sua volta di penetrare nel Mar Glaciale Artico dallo Stretto di Behring, facendo al contrario il viaggio della Vega, ma fa miseramente  naufragio e l&#8217;equipaggio perisce di stenti e di freddo nel tentativo di raggiungere a piedi dei luoghi abitati.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Nel 1893 &#8211; scrive Silvio Zavatti &#8211; [Nansen] mise in atto l&#8217;ardito progetto di farsi imprigionare dai ghiacci con una nave e di raggiungere il Polo Nord lasciandosi trasportare da una corrente che egli riteneva esistesse a nord delle regioni siberiane. La nave, armata a spese dello stato e del re, era la Fram, comandata dal capitano Otto Sverdrup. La nave venne fermata dai ghiacci a 70°45&#8242; di latitudine Nord e 133° di longitudine Est e lentamente portata fino a 84° di latitudine nord. Allora Nansen, accompagnato dal luogotenente J. H. Johansen, abbandonò la nave e con slitte trainate da cani si diresse verso il Polo, raggiungendo 86°13&#8242; di latitudine Nord, punto fino allora mai toccato. Le avversità lo consigliarono al ritorno e nell&#8217;estate del 1896 raggiunse Capo Flora incontrandosi con una spedizione inglese. Il 13 agosto ritornò in Norvegia e pochi giorni dopo anche la Fram. I risultati scientifici furono importantissimi, primo fra tutti la sicurezza che la Terra di Francesco Giuseppe era formata da innumerevoli isole e non da una terra unica come allora si credeva. Dopo questa spedizione si dedicò a vita politica e solo nel 1913 fece un importante viaggio nel Mare di Kara&#8221; (1).</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-medium wp-image-2224" style="margin: 10px;" title="nansen" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/nansen-300x261.jpg" alt="" width="300" height="261" />Aggiungiamo solo che, dal 1897, Nansen è nominato professore di zoologia nell&#8217;Università di Oslo e, dal 1901, di oceanografia; che, nel 1900, naviga dalla Norvegia alle isole Svalbard (Spitzbergen); e che nel 1913 compie la traversata, parte per via fluviale e parte per ferrovia, dal Mar di Kara all&#8217;Estremo Oriente, pubblicando su questi viaggi una serie di volumi di notevole valore scientifico.  Come uomo politico, favorisce lo scioglimento dell&#8217;effimera unione fra Svezia e Norvegia e dapprima svolge funzioni di ambasciatore a Londra, dal 1906 al 1908, indi negli Stati Uniti, durante la prima guerra mondiale; e svolge poi un ruolo non secondario nella fondazione della Società delle Nazioni. In tale organismo si segnala per l&#8217;attività dispiegata a favore dei profughi, specialmente gli Armeni reduci dal genocidio turco e i Russi reduci dalla guerra civile nel loro paese, nonché a favore del ritorno a casa dei prigionieri di guerra. Tutte queste attività gli valgono il conferimento, nel 1922, del premio Nobel per la pace; mentre, dopo la sua morte, viene costituito l&#8217;Ufficio internazionale Nansen per i rifugiati, un organismo autonomo delle Nazioni Unite per proseguire l&#8217;opera da lui iniziata a favore dei profughi di tutte le guerre. (2)</p>
<p style="text-align: justify;">Ma torniamo al viaggio della Fram degli anni 1893-96. Il piano ideato da Nansen tiene conto delle recenti esperienze sia della Vega che della Jeannette ed è al tempo stesso semplice e geniale, oltre che notevolmente coraggioso.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Qualche tempo dopo il naufragio della Jeannette &#8211; scrivono Guido Petter e Beatrice Garau &#8211; i resti della nave stritolata dai ghiacci vennero ritrovati dal grande esploratore norvegese Nansen in un luogo molto lontano dal punto del naufragio, e cioè sulle coste della Groenlandia, vale a dire proprio nella parte opposta del Mar Glaciale Artico.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Abbiamo già veduto che il banco di ghiaccio in cui la Jeannette era rimasta intrappolata era in movimento; e il fatto che i resti della nave venissero ritrovati così lontano dal punto in cui la nave si era sfasciata stava a significare che il ghiaccio aveva compiuto, sotto la spinta dei venti o delle correnti, tutta la traversata del Mar Glaciale Artico.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Questa constatazione suggerì a Nansen un&#8217;idea geniale. Egli pensò che sarebbe stato possibile recarsi con un&#8217;altra nave nella zona in cui la Jeannette era stata bloccata dai ghiacci, e lasciare che la nave venisse imprigionata aspettando poi che venisse trascinata anch&#8217;essa, come la Jeannette, lungo una rotta polare, nella direzione della Groenlandia. Così facendo, essa sarebbe probabilmente passata nelle vicinanze del Polo.</p>
<div id="attachment_2276" class="wp-caption alignleft" style="width: 206px"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=9788879726061" target="_blank"><img class="size-medium wp-image-2276" title="vero-nord" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/vero-nord-196x300.jpg" alt="Bruce Henderson, Vero Nord. Frederick Cook, Robert Peary e la corsa al Polo" width="196" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Bruce Henderson, Vero Nord. Frederick Cook, Robert Peary e la corsa al Polo</p></div>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Per affrontare una simile impresa erano tuttavia necessarie alcune cose. Nessuno poteva sapere se il campo di ghiaccio avrebbe seguito proprio un itinerario abbastanza simile a quello percorso dai resti della Jeannette, senza finire invece in altre zone dalle quali fosse poi impossibile ritornare: occorreva dunque una certa fiducia nella regolarità con la quale certi grandi fenomeni si ripetono (in questo caso, una certa fiducia nella regolarità dei venti e delle correnti del Mare Artico), che nessuno conosceva ancora. E Nansen aveva questa fiducia, perché aveva una mentalità da scienziato. Era inoltre indispensabile progettare e costruire una nave che fosse in grado di resistere alla pressione dei ghiacci, e dotarla di attrezzature e viveri sufficienti per trascorrere fra i ghiacci un periodo che poteva anche essere lunghissimo e per compiere osservazioni sistematiche nelle varie regioni che la nave avrebbe attraversato.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Nansen riuscì a realizzare il suo progetto. Costruì una nave, la Fram (che in norvegese vuol dire &#8216;Avanti&#8217;), che aveva la chiglia tutta arrotondata, quasi come una saponetta. Se i ghiacci intorno a essa avessero cominciato a premere, la nave sarebbe sgusciata fuori, verso l&#8217;alto, sfuggendo così alla loro pressione.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Durante questo lungo viaggio, che Nansen ha descritto nel suo libro <em>Fra ghiacci e tenebre</em>, furono compiute numerose ed importanti osservazioni scientifiche, in un ambiente nel quale nessuno prima di quel tempo aveva soggiornato a lungo. Nansen, inoltre, ad un certo momento decise di abbandonare la nave, che seguiva una rotta obbligata, per raggiungere a piedi il Polo, da cui non era più molto distante. Egli infatti si era ormai reso conto che la nave non sarebbe passata dal Polo. Con un solo compagno, utilizzando delle slitte e delle leggere imbarcazioni, necessarie per attraversare i canali che durante la buona stagione si aprono di tanto in tanto nella banchisa, nell&#8217;estate del 1895 si diresse verso il Polo Nord giungendo sino a 86° e 13&#8242; di latitudine, e cioè a poco più, di 400 chilometri dal Polo […] Ad una così breve distanza dal Polo nessuno, prima di Nansen, era mai riuscito ad arrivare.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Respinti dalle bufere e dal freddo, che l&#8217;inizio della cattiva stagione rendeva sempre più difficile sopportare, i due esploratori, non potendo più, evidentemente, ritornare alla nave che avevano lasciato da varie settimane e che aveva continuato a spostarsi insieme ai ghiacci,  decisero di passare l&#8217;inverno nell&#8217;Artico. Nella primavera seguente, parecchi mesi dopo avere abbandonato la Fram, e dopo avere corso molti pericoli, fra i quali quello di perdere le loro due imbarcazioni con tutte le provviste, si imbatterono  per caso in un&#8217;altra nave, che li raccolse e li riportò in patria&#8221; (3).</p>
<p style="text-align: justify;">La formazione e la mentalità da scienziato di Nansen traspaiono nello stile e nell&#8217;impostazione generale del volume <em>Tra vento e ghiacci</em>, senza però che la precisione e l&#8217;oggettività della narrazione diventino aride o noiose; anzi, un soffio di poesia percorre le pagine, abbellite d&#8217;altronde da una serie di illustrazioni dell&#8217;autore: acquarelli che rivelano in lui un inaspettato temperamento d&#8217;artista. È, il suo, uno degli ultimi libri dedicati alle esplorazioni polari in cui l&#8217;incisione e il dipinto facciano le veci della fotografia, ricollegandosi idealmente alle relazioni dei grandi navigatori-scienziati del 1700, come Cook, La Pérouse e Bougainville, ed immergendo il lettore in un&#8217;atmosfera fascinosa e suggestiva. Nel complesso si può dire che Nansen, come scrittore, è sempre piacevole e non di rado affascinante; ha il gusto per la parola precisa ma al tempo stesso semplice, e sa dosare la cronaca di quel mitico triennio con una vena di senso dell&#8217;ironia che non dispiace e, anzi, dona brio e leggerezza a una lettura che altrimenti potrebbe risultare, talvolta, monotona.</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=9788895842165" target="_blank"><img class="alignright size-medium wp-image-2277" style="margin: 10px;" title="circumpolaris" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/circumpolaris.jpg" alt="" width="200" height="271" /></a>&#8220;Il Fram &#8211; scrive Anton Mayer &#8211; lasciò il porto di Cristiania il 25 giugno 1893 con dodici uomini di equipaggio, fra cui Sverdrup e il luogotenente Johansen, e si portò senza incidenti fino alle acque a Nord del delta della Lena; presso le isole della Nuova Siberia fu seguita la direzione Nord e il 25 settembre il Fram era chiuso dai ghiacci. Fino allora tutto era andato bene, ma purtroppo la corrente non si comportò come Nansen aveva sperato; al contrario, con grande disappunto di tutti i partecipanti alla spedizione, trascinò la nave a Sud-Est.  Dopo alcune settimane si constatò che il Fram si trovava suppergiù dove era cominciato il viaggio. Poi, tra la soddisfazione generale, il battello si diresse verso il Nord. Quindi il perfido giuoco della corrente ricominciò e portò il Fram in strane giravolte; naturalmente era impossibile di portare un ordine qualsiasi nello strano intrico di questi continui zig-zag. Trascorso un anno, il Fram era lontano appena 150 chilometri dal punto di partenza. Questo giuoco poteva rendere nervoso anche l&#8217;uomo più calmo, ma invece non dispiacque per nulla all&#8217;equipaggio; Nansen ci ha descritto la vita dei prigionieri dei ghiacci in un modo molto vivo e divertente. Dopo che le prime pressioni dei ghiacci furono sopportate bene e si fu certi che il Fram meritava piena fiducia, solo qualche avventura inevitabile nel mondo polare interruppe la monotonia del viaggio. Per il nutrimento si era provvisto nel modo migliore; Nansen fece addirittura servire nei giorni di festa qualche pranzo succulento, e nella nave si stava comodi e al caldo: dev&#8217;essere stato un viaggio polare piacevolissimo&#8221; (4).</p>
<p style="text-align: justify;">Un esempio della capacità di sorridere anche nelle situazioni che, di per sé, non sarebbero prive di risvolti drammatici, lo abbiamo nella descrizione di come un orso bianco riesce a penetrare a bordo della nave, uccidendo alcuni cani da slitta e aggredendo, per fortuna senza conseguenze, alcuni degli uomini della spedizione; descrizione che, nel sottile velo di umorismo, può ricordare lo stile di un romanzo d&#8217;avventure a lieto fine, piuttosto che quello di una seriosa spedizione scientifica. E tutta la scena della lotta con l&#8217;orso è arricchita, nel testo, da alcuni simpatici schizzi dello stesso autore, altrettanto briosi della pagina scritta.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Che peccato che un animale così bello e robusto avesse dovuto fare una fine simile! &#8211; scrive Nansen, alludendo a uno dei cani chiamato &#8216;Negro&#8217;. &#8211; Non aveva che un difetto: era selvatico, e sentiva una speciale antipatia per Johansen, e ringhiava e mostrava i denti ogniqualvolta questi montava in coperta o solo s&#8217;affacciava alla porta. Quando Johansen stava zufolando a riva, sul barile, nelle oscure notti d&#8217;inverno il &#8216;Negro&#8217; gli rispondeva da lontano, sul ghiaccio, con urli di rabbia. Johansen si chinò  col fanale sui miseri resti. &#8211; Johansen, è contento lei, ora che il suo nemico non è più al mondo? -. &#8211; No, me ne rincresce -. &#8211; E perché? -. &#8211; Perché non abbiamo fatta la pace prima che morisse- Non trovando altre orme d&#8217;orso, caricammo quei carcami sulle spalle e ci avviammo a bordo. Strada facendo, domandai a Hendriksen i particolari del suo incontro con l&#8217;orso. &#8211; Dunque, vedi, quando io e Mogstad salimmo colla lanterna, vidi due macchie di sangue vicino al barcarizzo, e dapprima pensai che potesse essere un cane che si fosse ferito. Ma sul ghiaccio, sotto il barcarizzo, trovammo le orme di un orso, e allora andammo verso ponente con tutti i cani avanti, capisci? A qualche distanza da bordo, sentii a un tratto un baccano d&#8217;inferno e, ecco venirci incontro una bestiaccia grossa grossa inseguita dai cani, capimmo subito cos&#8217;era, e ci mettemmo a correre verso il bastimento con tutta la forza delle nostre gambe. Mogstad che aveva i <em>komager </em>(scarpe lapponi) e conosceva meglio la strada arrivò a bordo prima di me, capisci. Io invece sai, non potevo correr tanto coi miei scarponi di legno, e nella confusione mi trovai a metà del gran cumulo a levante della prua. Mi voltai e feci chiaro indietro, per vedere se l&#8217;orso mi seguiva. Ma non vedendo nessun orso, tirai innanzi come potevo, e per causa di queste scarpacce andai a cadere lungo disteso in mezzo ai blocchi. Mi alzai, più che di fretta, e via, ma quando arrivai al ghiaccio liscio vicino al bordo, vidi a mano dritta qualcosa che mi veniva incontro, e che io dapprima credetti che fosse un cane, perché, sai, non è facile vederci all&#8217;oscuro. Ma non ebbi tempo di pensarci su, che l&#8217;orso mi fu sopra e mi morse qui nell&#8217;anca. E intanto grugniva -. &#8211; E tu cosa pensasti allora, Peder? -. &#8211; Cosa pensai? Pensai: qui è bell&#8217;e finita, pensai. Armi non ne avevo, cosa dovevo fare? Alzai il fanale, e con tutta la mia forza diedi un colpo tale sulla testa dell&#8217;orso che il fanale andò in tanti pezzi. Appena ricevuto il colpo, si accosciò, e si mise a guardarmi. Io stavo per darla a gambe, quando l&#8217;orso si rizzò non so se per saltarmi addosso o se per altro. In quel momento ecco venire un cane: l&#8217;orso gli si volta contro, ed io me ne monto a bordo -. &#8211; E dimmi, Peder, gridavi? -. &#8211; Se gridavo? Gridavo con quanto fiato avevo in corpo -. E doveva esser vero perché aveva ancora la voce rauca. &#8211; E frattanto, Mogstad dov&#8217;era? -. &#8211; Ma, sai, lui era venuto a bordo molto prima di me: ma che avesse mai pensato di scendere a dar l&#8217;allarme? Che! Prende il suo fucile nella cassetta, convinto e persuaso che lui solo bastava a sbrigarci dell&#8217;orso. Non gli riuscì però di far fuoco, sicché l&#8217;orso avrebbe potuto sbranarci sotto il suo naso, chissà quante volte -. Così chiacchierando eravamo giunti vicini al bordo, e Mogstad che dalla coperta aveva sentito l&#8217;ultima parte del dialogo, volle scagionarsi, e disse che egli era appena arrivato sotto il barcarizzo, quando Peder cominciò ad urlare. Aveva cercato tre volte di saltar su, e tre volte era caduto indietro prima di poter salire in coperta, dimodoché  non aveva avuto tempo che di afferrare il fucile e di correre in aiuto del compagno.</p>
<div id="attachment_2278" class="wp-caption alignleft" style="width: 204px"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=9788850203932" target="_blank"><img class="size-medium wp-image-2278" title="endurance" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/endurance-194x300.jpg" alt="Alfred Lansing, Endurance" width="194" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Alfred Lansing, Endurance</p></div>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Quando l&#8217;orso s&#8217;allontanò da Peder, per scagliarsi sul cane, tutto il branco gli fu intorno. Ne azzannò uno e se lo mise sotto; ma, attaccato dagli altri che lo addentavano di dietro, dovette lasciar la preda e porsi sulla difensiva. Piombò addosso a un altro, e di nuovo l&#8217;intero branco fu sopra a lui. E così, scorrazzando avanti e indietro sul ghiaccio, si avvicinarono di nuovo al fianco della nave. Lì, al barcarizzo, c&#8217;era un cane che tentava di arrampicarsi a bordo. L&#8217;orso d&#8217;un balzo gli si avventò contro, e fu lì appunto che il mostro trovò un degno castigo. Dall&#8217;esame fatto a bordo, risultò che l&#8217;uncino a molla del collare del &#8216;Negro&#8217; era stato drizzato; il guinzaglio del &#8216;Vecchio&#8217; spezzato; mentre l&#8217;uncino del terzo cane era stato soltanto un po&#8217; torto, così non era certo che ciò fosse opera dell&#8217;orso, e mi restava una debole speranza che il cane fosse ancora vivo. Ma per quanto cercassimo non fu possibile rintracciarlo. Una brutta storia, in complesso. Lasciar montare un orso a bordo, e perdere così tre cani in una volta. Andava assai male coi nostri cani: ormai erano ridotti a ventisei. Che orso terribile, pur essendo così piccolo! Era salito a bordo per il barcarizzo, spingendo a lato una cassa che vi stava davanti; aveva afferrato il cane più vicino, e via. Dopo aver placato la prima fame, era ritornato di bel nuovo a prendersene un secondo, ed avrebbe continuato, se glielo avessero permesso, fino a sbarazzare tutta la coperta&#8221; (5).</p>
<p style="text-align: justify;">Un&#8217;altra situazione drammatica in cui Nansen si è trova coinvolto &#8211; questa volta in prima persona &#8211; è quella in cui, per un attimo di distrazione, le due scialuppe stanno per andare alla deriva, il che lascerebbe lui e il suo compagno, col quale sta tentando di avvicinarsi al Polo Nord a piedi, in una situazione assolutamente disperata. Questa volta, nel raccontare l&#8217;episodio, Nansen non sa trovare risvolti umoristici, tuttavia questa pagina ha il dono di una meravigliosa semplicità e  naturalezza; e vi traspare la modestia dell&#8217;esploratore che neanche per un attimo è sfiorato dalla tentazione di inorgoglirsi per un&#8217;impresa &#8211; il recupero delle imbarcazioni a nuoto nel mare gelato &#8211; su cui altri, più vanitosi, avrebbero tessuto un piccolo monumento autocelebrativo.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Sbarcammo e ci mettemmo a camminare in su e in giù, vicino ai caiachi. Il vento s&#8217;era calmato molto, girando più a ponente, sicché era da dubitare se avremmo potuto utilizzarlo più a lungo. Salimmo sopra un&#8217;eminenza per assicurarcene. A un tratto Johansen esclamò: &#8211; Oh, i caiachi, i caiachi che se ne vanno! &#8211; Scendemmo a precipizio: la barbetta s&#8217;era strappata, e i caiachi s&#8217;erano già scostati un buon tratto, e s&#8217;allontanavano rapidamente.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;- Qua, il cronometro! -, dissi a Johansen, porgendoglielo. E in tutta fretta mi levai una parte degli abiti, per poter nuotare più facilmente: spogliarmi del tutto non osavo, temendo di gelare. E mi gettai a nuoto.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Il vento, che soffiava verso il largo, spingeva velocemente le leggere imbarcazioni che, quasi vacanti e coll&#8217;alberatura alta, gli offrivano buona presa. In quell&#8217;acqua diaccia e cogli abiti indosso che mi toglievano la libertà dei movimenti, facevo ben poco cammino. I caiachi s&#8217;allontanavano sempre più da me, e mi pareva quasi impossibile poterli raggiungere. E con essi s&#8217;allontanava ogni speranza di salvezza: tutto ciò che possedevamo era lì a bordo; non ci restava neanche un coltello! Tanto valeva affogare, quanto tornare senza di loro. Epperò facevo sforzi supremi.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Quando mi sentii stanco, mi voltai per nuotare sul dorso, e in quella posizione vidi Johansen  che correva di qua e di là, in preda alla maggiore inquietudine.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Povero giovine! Non poteva star fermo: gli pareva orribile la sua inazione e nutriva ben poca speranza che riuscissi a recuperare i caiachi. Ma a nulla sarebbe giovato ch&#8217;egli pure si fosse gettato a nuoto. Mi disse dopo che quelli furono i più brutti momenti della sua vita.</p>
<div id="attachment_2279" class="wp-caption alignright" style="width: 209px"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=9788854006126" target="_blank"><img class="size-medium wp-image-2279" title="conquista-del-polo-sud" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/conquista-del-polo-sud-199x300.jpg" alt="Roald Amundsen, La conquista del Polo Sud" width="199" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Roald Amundsen, La conquista del Polo Sud</p></div>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Quando mi voltai di nuovo a nuotar dritto e vidi che mi ero avvicinato, mi sentii crescere il coraggio e raddoppiai gli sforzi. Sentivo però che i muscoli mi s&#8217;irrigidivano e andavano perdendo ogni sensibilità, e capii che ben presto non sarei più stato in grado di muovermi. Ma la distanza era poca: se potevo resistere ancora qualche momento eravamo salvi. E continuai a nuotare. I movimenti si facevano sempre più deboli, ma la distanza diminuiva: ormai ero sicuro di arrivare. Finalmente stendo la mano e afferro un pattino che spunta a poppa, mi accosto al fianco, e cerco di montar su; ma, irrigidito dal freddo, non posso. Per un momento credetti che fosse troppo tardi. Ma poco dopo riesco finalmente ad alzare una gamba sopra la slitta, ch&#8217;era attraverso la coperta, e a tirarmi su. Eccomi lì seduto, ma così intorpidito, da poter appena muovere la pagaia. Non era facile far avanzare i due caiachi legati insieme e non potevo pensare a slegarli perché, prima che l&#8217;avessi fatto, sarei gelato del tutto: non mi restava che vogare a tutta forza per riscaldarmi. E così andai avanti adagio adagio, controvento, verso l&#8217;orlo del ghiaccio. Il freddo mi aveva tolto ogni sensibilità; ma quando venivano le folate di vento mi penetravano nell&#8217;ossa attraverso alla camicia di lana sottile e tutta bagnata. Tremavo e battevo i denti, ma pure potevo maneggiare la pagaia: mi sarei riscaldato quando fossi arrivato al banco.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Di prua c&#8217;erano due alche e, corti com&#8217;eravamo a provviste, l&#8217;idea di averle per cena era troppo seducente. Afferrai il fucile e le ammazzai d&#8217;un colpo. Johansen mi raccontò dipoi che, a quello sparo, s&#8217;era riscosso; non capiva che diavolo facessi là fuori, e credeva che fosse accaduta una disgrazia.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Quando mi vide vogare e raccogliere i due uccelli, temette che il cervello m&#8217;avesse dato volta. Finalmente riguadagnai l&#8217;orlo del ghiaccio; ma la corrente m&#8217;aveva trasportato a un buon tratto dal punto in cui m&#8217;ero buttato in mare. Johansen che m&#8217;era venuto incontro, saltò sui caiachi e presto vi fummo di ritorno. Durai fatica a sbarcare; ero spossato e tremavo a verga a verga. Johansen mi tolse gli abiti  bagnati e mi mise indosso quei pochi cenci asciutti che ancora possedevamo, distese il sacco sul ghiaccio e, insaccato che fui, mi buttò addosso le vele e ogni cosa che potesse ripararmi dall&#8217;aria fredda. Per qualche tempo fui agitato da un gran tremito, ma poco a poco andai riacquistando il calore; e mentre Johansen preparava la tenda e faceva cuocere le alche, mi addormentai placidamente. Mi lasciò dormire in pace, e quando mi svegliai la cena era pronta da un pezzo e gorgogliava sul fornello. Il brodo caldo e le alche presto cancellarono le ultime tracce di quella brutta nuotata&#8221; (6).</p>
<p style="text-align: justify;">Notiamo, di sfuggita, che dall&#8217;impresa di Nansen e specialmente dal nome della sua nave, ha tratto ispirazione un importante scrittore romeno del Novecento, Cézar Petrescu, per scrivere il suo romanzo <em>Fram, ursul polar</em> (<em>Fram, l&#8217;orso polare</em>), tradotto anche in Italia e rivolto prevalentemente &#8211; ma non solo &#8211; a un pubblico di bambini.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>* * *</strong></p>
<p style="text-align: justify;">1)               ZAVATTI, Silvio, <em>Dizionario degli esploratori e delle scoperte geografiche</em>, Milano, Feltrinelli, 1967, pp.203-204.</p>
<p style="text-align: justify;">2)               Cfr. voce <em>Nansen </em>dell&#8217;Enciclopedia Biografica Universale, Biblioteca Treccani, 2007, vol. 14, p. 65.</p>
<p style="text-align: justify;">3)               PETTER, Guido- GARAU, Beatrice, <em>La conquista del Polo Nord</em>, Firenze, Giunti- Marzocco, 1976, pp. 27-32.</p>
<p style="text-align: justify;">4)               MAYER, Anton,<em> Seimila anni di esplorazioni e scoperte</em>, Milano, Bompiani, 1936, p. 336.</p>
<p style="text-align: justify;">5)               NANSEN, Fridtjof, <em>Fra ghiacci e tenebre</em>, Roma, Voghera ed., 1967 (2 voll.), trad. di Cesare Norsa, vol. I, pp. 239-242.</p>
<p style="text-align: justify;">6) <em> Ibidem</em>, vol. II, pp. 317-320.</p>
<p style="text-align: justify;">7)               PETRESCU, Cézar, <em>Fram, l&#8217;orso polare</em>, Milano, Edizioni Paoline, 1966; ved. anche LAMENDOLA, Francesco, <em>L&#8217;opera narrativa di Cézar Petrescu</em>, in <em>Atti della Società Dante Alighieri a Treviso</em>, vol. 4 (2003-2006), Treviso, 2006, pp. 348-378. Vedi anche LAMENDOLA, Francesco, <em>«Fram, orso polare» di Cezar Petrescu, malinconica riflessione su  natura e cultura</em>, nel sito di Arianna Editrice.</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto, con il gentile consenso dell&#8217;autore, dal sito <a href="http://www.ariannaeditrice.it">ariannaeditrice.it</a>.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/fra-ghiacci-e-tenebre-di-fridtjof-nansen.html' addthis:title='Fra ghiacci e tenebre di Fridtjof Nansen ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>I Vichinghi in Groenlandia e in Nordamerica</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Dec 2008 16:23:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Zagni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Breve storia delle esplorazioni geografiche della Groenlandia e del continente americano condotte dagli islandesi intorno all'anno 1000]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/i-vichinghi-in-groenlandia-e-in-nordamerica.html' addthis:title='I Vichinghi in Groenlandia e in Nordamerica '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/carlomagno48x48.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Medioevo" /><br/><p style="text-align: justify;">La storia che stiamo per raccontare, come si sa, non ha mai avuto vita facile nel nostro Paese dato che, campanilisti come siamo e come è naturale, dalle nostre parti si è fatto sempre e letteralmente di tutto per farci dimenticare che invece sono circa quarant’anni che la faccenda in questione è stata dimostrata nel modo più completo. Chi scrive ha già da tempo compiuto due lunghi  viaggi in Canada e può confermare senza ombra di dubbio  che tali avvenimenti sono da decenni materia di insegnamento nelle  scuole elementari di quell’immensa nazione. In effetti è proprio così: è dai primi anni sessanta che l’archeologo norvegese Helge Ingstad (con 5 spedizioni archeologiche, fino al 1965) riuscì efficacemente a dimostrare che resti di insediamenti vichinghi datati intorno all’anno mille esistevano realmente lungo la costa nordamericana e  in Canada. E pertanto quasi 500 anni prima di Cristoforo Colombo, degli Europei avevano raggiunto l’America. Di fatto però risultò anche che  gli  esploratori nordici, da un certo punto di vista, non si erano nemmeno accorti della  grande scoperta che avevano fatto. Come in tante altre occasioni nella storia avventurosa dell’esplorazione , tutto era avvenuto praticamente per caso.</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=887818862X" target="_blank"><img class="alignleft" style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="../immagini/eddasnorristurluson.bmp" border="0" alt="Snorri Sturluson, Edda" width="95" height="148" /></a>I Vichinghi (<em>Jomsvikings</em> – pirati vichinghi) erano un fiero popolo medievale di predoni  del Nord Europa, capaci di costruire battelli straordinari con i quali compivano le loro scorrerie per mare e fiumi. Erano anche dotati di armi eccellenti per l’epoca e partendo dalla loro mitica capitale, Jomsborg, ricolma di ori e preziosi depredati, e il cui porto era capace di contenere fino a 300 navi per la guerra di corsa, sciamavano per ogni dove: a Occidente verso l’Inghilterra e l’Islanda, a Sud fino al Mediterraneo ed in Sicilia , a Ovest risalendo addirittura il corso del fiume Volga. Man mano che si susseguivano queste incursioni, le loro imprese, comunque sanguinarie e portatrici di lutti in ogni dove, diventavano sempre più leggendarie, tant’è vero che furono trascritte in runico  come Saghe e le più  importanti sono la <em>Saga di Erik il Rosso</em> (<em>Eiriks Saga</em>) e la <em>Saga della Groenlandia</em> (<em>Groenlendinga Saga</em>). Esse in sostanza descrivono la scoperta dell’America, il primo contatto con i nativi americani originari, abitanti di quella che fu poi chiamata dai Vichinghi “Vinland“ (la “Terra del Vino di bacca“, o meglio, la “Terra Fertile“, che forse è la traduzione più esatta) e in definitiva la dimostrazione che, a differenza di Colombo, tale “scoperta” era avvenuta per metodici  “salti” geografici e nell’arco di un centinaio  di anni.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto avvenne per balzi successivi: il punto di partenza per raggiungere l’America fu ovviamente la Norvegia ed in seguito attraverso le Isole Farøer, l’Islanda già colonizzata  e la Groenlandia. Quello che generalmente spingeva i Norvegesi verso la navigazione in Occidente, a colonizzare le isole atlantiche minori e poi l’Islanda e la Groenlandia fino ad arrivare al tentativo di insediarsi in America del Nord, era stato  il costante bisogno di terra, pascoli e nuovi spazi di pesca. Il primo vichingo a scorgere la Groenlandia, per esempio, fu probabilmente un uomo di nome Gunnbjörn  , la cui nave il maltempo aveva trascinato fuori rotta dall’Islanda, verso Occidente, intorno al 960 d.C. Ma senz’altro il primo ad insediarsi in Groenlandia fu il capo vichingo e predone Erik il Rosso.</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=880613261X" target="_blank"><img class="alignright" style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="../immagini/saxogestadanorum.bmp" border="0" alt="Sassone Grammatico, Gesta dei re e degli eroi danesi" width="93" height="149" /></a> Erik (o meglio <em>Eirik</em>) era nativo dello Jaeder, che si trova nella Norvegia Sud-Occidentale. Il nostro uomo non era certo un santo anzi, semmai l’esatto opposto. Nel 982 d.C., dopo che questo predone con i suoi degni compari si era lasciato andare ad un’ennesima serie di saccheggi ed omicidi, i suoi stessi concittadini lo misero al bando per tre anni, col divieto di rimanere in Norvegia ed in Islanda. Il Rosso aveva dimostrato di essere un sanguinario, ma non era affatto uno stupido ed in più era un  marinaio navigatore di razza come ce ne sono pochi, e con un manipolo  di fedeli al seguito, conoscendo quello che era successo precedentemente  al suo conterraneo Gunnbjörn  almeno vent’anni prima, riuscì a raggiungere per primo la Groenlandia (la Terra Verde) , un posto glaciale e non molto ospitale e che quindi non era verde per niente, se non per il fatto che, avvistata durante il periodo estivo, lasciava intravvedere erbe, muschi e licheni, sotto la neve.</p>
<p style="text-align: justify;">L’esploratore non perse tempo e con i suoi uomini, trovato un fiordo favorevole per installare una prima base e alcune piccole fattorie (zona di Tunugdliarfik), cominciò a rifornirsi di legname e alimentari  con la caccia, la pesca ed il commercio con gli Eschimesi, i veri nativi del luogo da tempo immemorabile. In questo vero  e proprio luogo di frontiera, ai confini del mondo, la vita dei primi colonizzatori era durissima, molto più vicina alle prime gesta norvegesi dei Vichinghi e Normanni di due secoli prima, con i Drakkar sempre in mare a pescare, ed in terra gli uomini intenti a costruire abitazioni di legno. Queste abitazioni, che spesso si trovavano ai bordi dei corsi d&acute;acqua, ricordavano molto le palafitte costruite in oriente che erano molto simili se viste dall&acute; alto a grandi distese di case tra <a href="http://www.guidapiscine.it">piscine interrate</a> e risaie. In confronto , la vita bucolica e agricola dei Vichinghi islandesi sembrava un paradiso. Ma Erik il Rosso ce la fece e, scaduto il periodo dell’esilio forzato triennale, tornò in Islanda a raccontare quello che aveva fatto.</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/0195104668/centrostudilarun" target="_blank"><img class="alignleft" style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="../immagini/germanization.bmp" border="0" alt="" width="86" height="140" /></a>Proprio in quegli anni l’Islanda aveva subito una grave carestia agricola ed Erik non fece pertanto molti sforzi per convincere molte persone, ricchi e poveri, agricoltori e pescatori, cacciatori e sfaccendati a veleggiare con lui per colonizzare definitivamente la Groenlandia, convivendo con gli Eschimesi. Si armò una flotta di trentacinque navi, con 2000 persone e centinaia di capi di bestiame, e si salpò dall’Islanda. In mare ci fu purtroppo una tempesta e solo una quindicina di Drakkar riuscirono a raggiungere la Groenlandia. Ma avventure e disgrazie del genere allora erano praticamente nella norma ed Erik  con la sua gente riuscì a costituire in Groenlandia, nel giro di poco tempo, il primo efficace luogo di insediamento stabile, ricordato ancora oggi dagli esperti  con il nome di Insediamento Orientale (l’attuale Julianehab) a Eiriksfjord.</p>
<p style="text-align: justify;">Qui Erik crebbe i suoi tre figli, il maggiore Leif Eriksson e gli altri due figli Thornvald e Thornstein. Ma è Leif il personaggio che ci interessa di più perché, secondo le saghe, fu proprio lui il primo a scoprire l’America. Non appena Leif aveva dimostrato di cavarsela da solo (e cioè guidare un’imbarcazione in mare aperto, secondo la buona tradizione Vichinga) i suoi genitori lo mandarono in Norvegia per studiare ed apprendere l’arte del commercio marittimo. Leif era in gamba, aveva voglia di affermarsi ed inoltre, dato che non era così rigido e duro come suo padre, voleva anche studiare. Immancabile ci fu allora l’incontro con la Chiesa di Roma, e Leif si fece battezzare, diventando cristiano. Eriksson tornò così in Groenlandia con un prete, che aveva lo scopo di cristianizzare gli insediamenti Vichinghi in quel luogo sperduto. Nonostante la freddezza dimostrata da suo padre, che non ne voleva sapere del cristianesimo, con i suoi preti “buoni a nulla“ (si espresse proprio in questi termini) e perditempo, Leif riuscì, con i favori di sua madre, a far erigere delle chiese sia nell’Insediamento Orientale che in quello “Occidentale“, che nel frattempo era stato creato.</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=8811676592" target="_blank"><img class="alignright" style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="../immagini/portnerepopeavichinghi.bmp" border="0" alt="Rudolf Pörtner, L'epopea dei Vichinghi" width="95" height="147" /></a>In questo periodo siamo ormai intorno all’anno 1000, proprio il periodo in cui Leif decise di intraprendere alcuni viaggi di esplorazione a Ovest. Da tempo si vociferava negli insediamenti che più in là della Groenlandia doveva esserci “qualche cosa“ . Un tale, di nome Bjarne Herjolfsson, sviato dalla solita improvvisa tempesta e spinto sempre più a Ovest, aveva avvistato tempo prima  una terra, ma non vi era approdato veramente. Era riuscito comunque a ritornare e a raccontare la sua avventura. Questo era tutto quello che Leif sapeva, ma per il momento gli bastava. Con una ciurma di 35 uomini, tra i quali alcuni di coloro che erano stati  sull’imbarcazione di Bjarne testimoni dell’avvistamento della terra sconosciuta, partì (la data esatta non si conosce) e veleggiò verso Occidente in esplorazione. Con loro vi era anche uno “del Sud“ (secondo i Vichinghi) , un tedesco di nome Tyrkir e amico di Eriksson. Dopo quattro giorni di navigazione durissima, pericolosa e contrastata aspramente dai marosi, Leif si imbattè dapprima in un ampio costone pietroso, una zona assolutamente inospitale che venne chiamata “Helluland“ (la Terra delle Pietre) . Sarebbe l’odierna Terra di Baffin. Continuando a veleggiare in direzione Sud questa volta, scoprì una ampia costa lussureggiante e ricca di boschi. Questa zona certamente più invitante venne poi chiamata “Markland“ (la Terra dei Boschi): corrisponde all’attuale Labrador.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma Leif voleva andare ancora più a Sud, e aveva ragione. Proseguendo nella navigazione costiera  Leif Eriksson raggiunse una terza terra che gli sembro così ricca e promettente che decise di sbarcare e tutti insieme vi si stabilirono, costruendo dapprima dei ripari di fortuna e poi delle capanne  vere e proprie in un accampamento che venne chiamato  Leifsbudir (Le Capanne di Leif). Nel frattempo si decise insieme di esplorare l’interno e altre parti della costa. Da queste prime ricerche all’interno scaturì l’episodio che pare abbia avuto a che fare con il nome che fu scelto in seguito per battezzare questo terzo  territorio, Vinland, appunto  (con la massima probabilità la parte settentrionale di Terranova, chiamata così da Giovanni Caboto nel 1497). Ma potrebbe essere solo una leggenda.</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=8806144650" target="_blank"><img class="alignleft" style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="../immagini/brondstedvichinghi.bmp" border="0" alt="I Vichinghi" width="95" height="161" /></a>Il tedesco Tyrkir, uno  strampalato mattacchione, si era perso nei boschi e non lo si trovava più. Ma Leif voleva trovarlo: non voleva assolutamente perdere i suoi uomini in un modo così stupido, e poi aveva bisogno sempre di  braccia da impiegare nel lavoro, perchè erano in pochi. Dopo un po’ Tyrkir fu ritrovato, ma si comportava stranamente, diceva cose senza senso e non si reggeva in piedi. Sembrava ubriaco. Quando si riprese sostenne di avere trovato  nel bosco delle viti e delle bacche con le quali aveva tratto un succo che, una volta bevuto, lo aveva inebriato. Ecco che da questo aneddoto la leggenda vuole che sia nato il nome di Vinland, la Terra del Vino. In realtà in quelle zone di Terranova la vite non avrebbe mai potuto attecchire e pertanto gli esperti si sono limitati ad osservare che, per i primi esploratori Vichinghi , quella terra sembrava così fertile che addirittura, a loro parere, si sarebbero potute coltivare delle viti e quindi il termine Vinland dovrebbe essere meglio tradotto con il significato di “Terra molto fertile“ o “Terra  fertile da vino“.</p>
<p style="text-align: justify;">In ogni caso Leif e la sua piccola spedizione svernarono nel Vinland in un clima tutto sommato accettabile e l’estate successiva ritornarono  in Groenlandia a raccontare la loro impresa, tutti pieni di apprezzamento per quelle terre, per l’assenza di gelo, per l’erba, i boschi e i frutti, per il legname ed i salmoni. Leif Eriksson avrebbe voluto ritornare al più presto nel Vinland ma, purtroppo, nel frattempo suo padre il Rosso era morto e, come figlio maggiore, doveva subentrare necessariamente nella direzione del clan famigliare, come da buona tradizione nordica. Fu deciso che si sarebbe sobbarcato l’onere dell’impresa suo fratello Thornvald, che comunque era un uomo di valore.</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=8804340533" target="_blank"><img class="alignright" style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="../immagini/mitisaghevichinghi.bmp" border="0" alt="Miti e saghe vichinghi" width="95" height="145" /></a>Seguendo le indicazione di suo fratello, Thornvald riuscì a raggiungere l’accampamento nel Vinland che Leif aveva costruito nella prima spedizione e, senza indugio, condusse una spedizione esplorativa lungo la costa occidentale di Terranova. Raggiunse l’imbocco di un grande estuario e vi si diresse all’interno, in direzione Ovest. Poco dopo avvenne il primo incontro con i fieri indigeni nordamericani. Purtroppo le cose non andarono molto bene, dopo i primi tentativi di approccio. Gli indiani d’America non erano docili come gli Eschimesi e, in breve tempo, visto che i Vichinghi non erano certo tipi che ci pensavano due volte a tirar fuori asce e spadoni,  il tutto finì in una violenta zuffa.<br />
L’unico caduto da parte vichinga fu proprio Thornvald, colpito da una freccia indiana. Senza altre perdite l’equipaggio tornò alle capanne di Leif dove vi trascorse l’inverno senza altri incidenti e la primavera successiva rifece vela per Eiriksfjord in Groenlandia , dove raccontarono a Leif tutto quanto era loro accaduto.</p>
<p style="text-align: justify;">La brutta avventura con gli indigeni americani  (soprannominati Skraelingar dai vichinghi, termine dispregiativo che significa “bruttoni urlanti“) aveva lasciato il segno, e Leif, con suo fratello morto, non se la sentì di dare il via ad un vero e proprio tentativo di colonizzazione  del Vinland in prima persona. Chi allora tentò veramente di colonizzare quella parte dell’attuale Nordamerica fu un Normanno islandese di nome Thorfinn Karlsefni, un commerciante vichingo che aveva sposato tale Gudrid, una figliastra di Erik il Rosso. Circa 160 uomini e donne tentarono l’avventura portandosi dietro nella traversata anche parecchi animali  e riuscirono tutti a raggiungere il Vinland. Ma la vita per loro non fu per niente facile. Da un’analisi comparata che i vari esperti e studiosi hanno tratto dalle descrizioni delle due Saghe nordiche, possiamo dire con certezza che il tentativo di colonizzazione del Vinland durò tre anni, tre anni molto difficili. Non si riuscì a stabilire una vera pace tra i nativi americani ed i vichinghi anzi, nell’ultimo periodo di permanenza scoppiò una vera e propria guerra tra gli “Skraelingar“ e i Nordici. Le linee di collegamento con la Groenlandia erano poi molto esili e molto lunghe, vi erano molti malumori e liti tra le stesse famiglie dell’insediamento ed infine il potenziale umano era veramente insufficiente per resistere sia alle pressioni degli indiani ostili che per rendere vivibile quel territorio.</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/0520069544/centrostudilarun" target="_blank"><img class="alignleft" style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="../immagini/0520069544.bmp" border="0" alt="Jesse L. Byock, Medieval Iceland: Society, Sagas, and Power" hspace="3" vspace="3" width="93" height="140" /></a>Karlsefni, sia pure a malincuore decise alla fine di andarsene. Essendo un uomo di buon senso l’islandese  si era veramente reso conto che non poteva continuare a far vivere il suo gruppo nella paura di essere totalmente annientato dagli indigeni in combattimento. Questo tentativo di colonizzazione del Nord America si risolse pertanto in un sanguinoso e drammatico esperimento che in sostanza non ebbe seguito. Diversi ricercatori sono concordi nel sostenere che tutti questi viaggi cessarono completamente al più tardi nel 1020 d. C.  Altri archeologi sostengono che sporadici ulteriori approdi per meri motivi di caccia e pesca continuarono fino al XIII secolo ma possiamo sostenere che, in realtà, veri e propri tentativi di colonizzazione non si verificarono più e anzi, in seguito, nel corso del <a title="Medioevo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/medioevo">medioevo</a> in Europa si perse completamente il ricordo di questi approdi avventurosi e delle  tracce dei Vichinghi in Nordamerica.</p>
<p style="text-align: justify;">Questi coraggiosi navigatori nordici potrebbero essere stati veramente i primi nell’era cristiana a raggiungere il Nuovo Mondo anche se, a dire la verità, negli ultimi tempi si sostiene da più parti, e con insistenza, che in quello stesso periodo, o poco dopo, dall’altra parte del continente Nordamericano, sulle coste del Pacifico, potrebbero essere approdati degli esploratori cinesi del Celeste Impero. Ma ovviamente tutto questo, come si è soliti dire, è un’altra storia.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>* * *</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Bibliografia Essenziale</strong></p>
<p style="text-align: justify;">C.W. Ceram, <em>Il Primo Americano</em>, Einaudi , Torino, 1972.<br />
Roberto Bosi, <em>I Miti dei Vichinghi</em>, Convivio / Nardini , Firenze , 1993.<br />
Gwin Jones,<em> I Vichinghi</em>, Newton Compton, Roma, 1995.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/i-vichinghi-in-groenlandia-e-in-nordamerica.html' addthis:title='I Vichinghi in Groenlandia e in Nordamerica ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Antichi poemi runici</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Jan 2000 09:00:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bruce Dickins</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Le rune e l'alfabeto runico: una breve storia del loro impiego nel mondo germanico-scandinavo]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/antichipoemirunici.html' addthis:title='Antichi poemi runici '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/letteratura48x48.png" width="48" height="48" alt="" title="Letteratura" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storia-antica.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Storia antica" /><br/><div id="attachment_5714" class="wp-caption alignright" style="width: 186px"><img class="size-medium wp-image-5714" title="rune-stone" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/rune-stone-176x300.jpg" alt="Pietra runica da Baldringe, Malmöhus län, Skåne" width="176" height="300" /><p class="wp-caption-text">Pietra runica da Baldringe, Malmöhus län, Skåne</p></div>
<p style="text-align: justify;">INTRODUZIONE</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’Alfabeto Runico</strong></p>
<p style="text-align: justify;">L’origine dell’alfabeto runico, la primitiva scrittura dei popoli teutonici, è ancora materia di disputa. Isaac Taylor lo fa derivare da un alfabeto greco della Tracia; Wimmer di Copenhagen dall’alfabeto latino. Entrambe le teorie però sono ancora da esaminare bene e, forse ha ragione Von Friesen di Uppsala che è una derivazione di entrambi gli alfabeti. E’ sufficiente comunque dire che deve essere stato noto a tutti i popoli teutonici e che se ne ha notizia fin dal 4° secolo.</p>
<p style="text-align: justify;">Certamente i Goti lo conoscevano prima della loro conversione al Cristianesimo, poiché Wulfila utilizzò molti di questi caratteri per il suo alfabeto gotico; due iscrizioni (Pietroassa in Valacchia e Kovel in Volmynia) sono state trovate in terre occupate dai Goti in questo periodo.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella sua forma originale l’alfabeto runico consisteva di 24 lettere che, per la loro assenza di curve e linee orizzontali, erano particolarmente adatte per essere incise su legno. Di seguito una testimonianza di Venanzio Fortunato: “I barbari dipingono le rune su legno di frassino, come fosse papiro, senza virgole”. Ed è questo il più antico riferimento letterario ai caratteri runici. Altri riferimenti vengono dalle saghe irlandesi, da poemi anglosassoni chiamati “messaggi del marito”.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/runemal/4947" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-5715" style="margin: 10px;" title="runemal" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/runemal.jpg" alt="" width="200" height="293" /></a>Un altro ritrovamento, unico nel suo genere, di queste antiche iscrizioni, si trova inciso sulla punta di una lancia ritrovata a Kragehul (Finlandia).</p>
<p style="text-align: justify;">In Islanda l’alfabeto fu più tardi diviso in tre gruppi così nominati: <em>Freys Aett</em>, <em>Hagals Aett</em>, <em>Tys Aett</em>, dalle loro lettere iniziali F, H, T.</p>
<p style="text-align: justify;">Si pensa che questi nomi si riferissero alla famiglia di Frey (<em>Frey’s family</em>), ecc. Il termine <em>Aett </em>può derivare da <em>atta</em>, &#8220;otto&#8221;, ossia ottavo.</p>
<p style="text-align: justify;">Inoltre ogni lettera occupava una posizione definita. Nel <em>Codex Sangallensis 270</em> si fa menzione di svariate cifre in lettere runiche come: <em>Isruna</em>, <em>Lagoruna</em>, <em>Hahalruna</em>, <em>Stofruna</em>. Sarebbe necessario conoscere l’esatta posizione di ogni lettera nell’alfabeto.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel latino <em>corvi</em> ad esempio, si posiziona la “c” come sesta lettera della prima serie, la <em>o</em> come ottava della terza serie, la <em>r</em> come quinta della prima serie, la <em>v</em> come seconda della terza serie, la <em>i</em> come terza della seconda serie.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>NOTE</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Lo studio di questi crittogrammi si stima fosse attribuito all’Abate del monastero di Fulda, certo Hrabanus Maurus (822-856). La parola latina <em>Corpus </em>è l’equivalente di <em>Hraban</em>. Gli studenti medievali amavano molto latinizzare i loro nomi teutonici. Es: Hrotsvith = “<em>Clamor validus</em>”; Aldhelm = “<em>Vetus galea</em>”.</p>
<p style="text-align: justify;">Le più antiche iscrizioni ritrovate in Nord Europa nei depositi di torba di Nydam e Torsbjaerg nello Slesvig e Kragehul in Finlandia, sono databili dal terzo o quarto fino al sesto secolo. Queste iscrizioni sono, si presume, in una lingua che è l’antenata comune dell’inglese e dello scandinavo, ne mantiene la cadenza per cui è più primitiva del gotico di “Wulfila”. Altre iscrizioni dello stesso periodo furono ritrovate, incise su una spilla, a Charnay nel Burgundy, e sulla punta di una lancia a Muncheberg (Brandeburgo).</p>
<p style="text-align: justify;">Altre ancora, risalenti all’ottavo secolo, su piccoli oggetti ritrovati in Germania dove, peraltro, molte incisioni sono rare e quasi illeggibili.</p>
<p style="text-align: justify;">Senza dubbio furono gli invasori sassoni ad introdurre l’alfabeto in Inghilterra, anche se le iscrizioni databili ai primi due secoli dopo l’invasione sono assai rare e frammentarie. Una però è particolarmente interessante, incisa su una moneta d’oro, di provenienza sconosciuta, a imitazione di un <em>solidus</em> di Onorio.</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://tracker.tradedoubler.com/click?p=10388&amp;a=915108&amp;g=0&amp;url=http://www.bol.it/libri/scheda/ea978880613974" target="_blank"><img class="alignright" style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/mitileggendenord.bmp" border="0" alt="Vilhelm Gronbech, Miti e leggende del Nord" width="95" height="148" align="left" /></a> Altro ritrovamento è sulla montatura di un fodero nella località Chessell Down nel Wight. La forma di queste ultime incisioni è simile a quella trovata su oggetti provenienti da Kragehul e Lindholm (Scania), databili ai primi anni del sesto secolo, per quanto gli oggetti dei ritrovamenti inglesi siano posteriori.</p>
<p style="text-align: justify;">Furono ritrovate inoltre molte monete d’argento con incisi in runico riferimenti a leggende relative a re inglesi come “<em>Aepil(i)raed</em>” (senza dubbio re Aethelred 675-704) o “<em>Pada</em>” (Peada suo fratello). Molte altre scritte in runico si trovarono su piccoli oggetti di metallo o di osso. L’alfabeto runico andò in graduale disuso, come si nota dalle monete ritrovate, durante l’ottavo e nono secolo.</p>
<p style="text-align: justify;">L’ultimo nome che si legge in runico su una moneta è quello del re Beonna dell’”<em>East Anglia</em>” (750) ma anche lì si nota una “<em>o</em>” latina. Qualche lettera rimane pur tuttavia incisa, solitamente la “<em>L</em>”.</p>
<p style="text-align: justify;">Altre lettere runiche che continuarono ad essere usate erano quelle con cui si firmavano i coniatori di monete in Inghilterra.</p>
<p style="text-align: justify;">Di iscrizioni in runico su tombe se ne trovarono parecchie (soprattutto nel nord dell’Inghilterra), alcune sia in caratteri latini che runici. Risalgono quasi tutte al periodo compreso tra settimo e nono secolo.</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://tracker.tradedoubler.com/click?p=10388&amp;a=915108&amp;g=0&amp;url=http://www.bol.it/libri/scheda/ea978884525529" target="_blank"><img class="alignleft" style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/raccontipopolariislandesi.bmp" border="0" alt="Racconti popolari e fiabe islandesi" width="95" height="149" align="right" /></a> Si presume che rimanesse l’uso di incidere in lettere runiche solamente sulle monete. Dopo l’invasione danese (866) non v’è più traccia dell’alfabeto runico. A partire dal sesto secolo, tuttavia, l’alfabeto inglese si differenziò da quello scandinavo. Alle originali 24 lettere se ne aggiunsero altre 6: <em>Aesc</em>, <em>Ac</em>, <em>Yr</em>, <em>Ear</em>, <em>Calc</em>, <em>Gar </em>e forse la settima <em>Ior</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Si ha notizia dell’ultimo alfabeto runico conosciuto in Danimarca, Svezia, Norvegia, Islanda, Groenlandia, Isole Faroer, Isole Orcadi, Isola di Man e in Inghilterra. In generale possiamo affermare che l’alfabeto runico, più o meno collegato a pratiche di magia, cadesse sotto il sospetto di stregoneria e fosse quindi bandito nei paesi scandinavi durante il periodo delle terribili superstizioni medievali e delle riforme <a href="http://www.centrostudilaruna.it/religione.html">religiose</a>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>* * *</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il presente brano costituisce l&#8217;Introduzione al libro di Bruce Dickins <em>Runic and Heroic Poems of the Old Teutonic Peoples</em> (Cambridge, 1915). La traduzione in italiano è opera di Fernanda Reborati. Il brano è stato tratto, col gentile consenso, dal sito www.reiki.it.</p>
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