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	<title>Centro Studi La Runa &#187; Giuseppe Parlato</title>
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		<title>Se ci sei, batti un colpo</title>
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		<pubDate>Wed, 22 Dec 2010 11:20:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Leonello Rimbotti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Direttore de La Stampa di Torino durante la Repubblica Sociale Italiana, Concetto Pettinato invocò un rilancio politico del fascismo attraverso radicali riforme sociali]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/se-ci-sei-batti-un-colpo.html' addthis:title='Se ci sei, batti un colpo '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storiacontemporanea48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Storia contemporanea" /><br/><p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/se-ci-sei-batti-un-colpo/4177" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-6321" style="margin: 10px;" title="se-ci-sei-batti-un-colpo" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/se-ci-sei-batti-un-colpo.jpg" alt="" width="200" height="283" /></a>Durante la Repubblica Sociale c’era un “partito dei direttori”. Pensavano che bisognasse finirla coi metodi rigidi del Ventennio. Che si dovesse democraticizzare il Partito, che bisognasse stimolare la libera dialettica, soprattutto che le riforme sociali annunciate a Verona dovessero senz’altro essere attuate alla svelta. Erano per un Fascismo “di sinistra”, aperto, non oligarchico. I loro antagonisti erano specialmente Pavolini e Farinacci, che invece propugnavano la linea dura, almeno finché fosse durata la guerra. Parliamo di alcuni tra i direttori di giornale più famosi e autorevoli dell’epoca: Mirko Giobbe de “La Nazione” di Firenze, Carlo Borsani della “Repubblica Fascista” di Milano, Ezio Daquanno de “Il Lavoro” di Genova, Ugo Manunta de “Il Secolo-La Sera” di Milano, Giorgio Pini de “Il Resto del Carlino” di Bologna e Concetto Pettinato de “La Stampa” di Torino. Con pochi altri minori, erano un po’ un gruppo di pressione e rappresentavano una delle due linee principali interne alla RSI. Li diremmo le “colombe” rispetto ai “falchi”, filo-tedeschi a tutta prova e fedeli a un’idea di partito più vicina all’Ordine, all’aristocrazia scelta di credenti e di combattenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Avvicinamento al popolo, ammorbidimento dei toni oltranzisti nei confronti dei partigiani per smussare gli odii fratricidi, pieno aperturismo verso gli a-fascisti, promozione delle iniziative sociali, anche quelle spicciole quotidiane, un occhio di favore alla rappresentaza del lavoro e soprattutto alla riforma socializzatrice. Questo grosso modo il quadro. I referenti politici di questo ambiente erano pochi, ad esempio il ministro della Giustizia Pisenti o Barracu, il sottosegretario alla Presidenza: un po’ deboli. Difatti, il “partito dei direttori” non andò mai molto lontano, anche se riscosse ampie simpatie e fu al centro di qualche disegno di potere. Per lo più inteso a sostituire Pavolini – del resto, a Verona proclamato Segretario solo provvisorio del PFR – con qualche elemento meno intransigente. Per dire: quando, nell’aprile ‘44, Giobbe ricordò polemicamente a Pavolini questo dettaglio, il risultato fu la sua pronta estromissione dalla direzione de “La Nazione”. E quando, nel giugno seguente, Pettinato scrisse sulle colonne de “La Stampa” il famoso articolo <em>Se ci sei, batti un colpo</em> – che intendeva dare la sveglia al Partito e allo stesso sonnacchioso Mussolini di fronte allo sgretolamento del Fascismo in quel momento tragico (occupazione di Roma, aumento dell’attività partigiana, sbarco in Normandia, sfondamento sovietico a est&#8230;) &#8211; il risultato fu la sospensione di Pettinato per circa un mese.</p>
<p style="text-align: justify;">Ritroviamo queste vicende ripercorse da Giuseppe Parlato in un’ottima introduzione alla pubblicazione di tutti gli articoli scritti da Concetto Pettinato per “La Stampa” nei mesi di Salò. Più di cento pezzi, tra cui anche alcuni mai apparsi e a suo tempo censurati. Un vero scoop editoriale, dovuto all’Editrice Scarabeo di Bologna, che colma una vecchia lacuna. In effetti, Pettinato fu durante la RSI una figura autorevole, i suoi articoli facevano tendenza, come si dice; erano seguiti anche all’estero – dove il giornalista siciliano era ben conosciuto – e insomma era uno in grado di incidere politicamente. Tanto che, quando uscì il suo articolo più noto, le cronache riportano le furiose polemiche tra fascisti, ma anche l’apprezzamento che raccolse negli ambienti moderati, che aspettavano da qualche parte che qualcuno facesse un gesto distensivo, per placare la catena d’odio che si era già messa in moto avviando la guerra civile. Ma evidentemente non era quello, nel giugno ‘44, il momento per fare gesti distensivi. Mentre ogni giorno cadevano i fascisti colpiti a freddo alle spalle, come nel caso di Ather Capelli, direttore della “Gazzetta del Popolo” di Torino, aveva davvero poco senso, probabilmente, offrire la mano al carnefice. Che sentiva vicina la vittoria con l’avanzare degli Alleati e non aveva nessuna voglia di rinunciare alla caccia grossa finale.</p>
<p style="text-align: justify;">Parlato riporta, tuttavia, che l’articolo di Pettinato ebbe il potere di galvanizzare anche il Fascismo radicale e rivoluzionario: «in particolare quello torinese: una nota di polizia metteva l’articolo in diretto rapporto con le riunioni che gruppi dissidenti del fascismo subalpino, guidati da Toniolo e da Bodo, avevano tenuto per realizzare un più diretto rapporto dei fascisti con la città e per realizzare un programma effettivamente sociale e rivoluzionario». Infatti, a dire il vero, Pettinato fu una “colomba” per modo di dire. Aveva idee precise circa un Fascismo “di sinistra” di tipo giacobino, seguendo la sua antica ideologia mazziniana, risorgimentalista e nazionalista. Recisamente anti-americano già dall’anteguerra e con un occhio indulgente verso lo stalinismo, giudicato – come da più parti si era fatto durante il Ventennio – più un socialismo nazionale in fondo affine al Fascismo, che non un comunismo barbarico, Pettinato, nel suo ultimo articolo, dedicato al destino dell’Europa – gennaio 1945 – scrisse che «i due pretesi poli opposti del totalitarismo, il rosso e il nero, sono stretti parenti&#8230; fascismo e sovietismo sono due facce della stessa medaglia&#8230; il loro nemico, in ogni caso, è il medesimo&#8230;».</p>
<p style="text-align: justify;">Non era un’idea disperata dell’ultim’ora. Già prima della guerra, Pettinato – che giunse tardi al Fascismo, e da un liberalismo “giolittiano” che non lasciava presagire i futuri oltranzismi antiborghesi – aveva colto in pieno i motivi geopolitici della prova che si stava avvicinando. Una guerra rivoluzionaria delle nazioni “proletarie” avrebbe regolato i conti con la potenza imperialistica inglese, permettendo all’Italia, al tempo stesso, di contenere il dilagante dinamismo tedesco. Nel 1939, quando fu espulso da Parigi dove si trovava come corrispondente estero da circa vent’anni, si convinse dell’esistenza di una congiura mondiale capitalistico-massonica, che si preparava a far pagare all’Italia il suo tentativo di entrare nel club della grande politica. La guerra avrebbe dovuto essenzialmente presentarsi – alla maniera di un Corradini – come una insurrezione sociale contro i dominatori del mondo, i borghesi e i capitalisti anglosassoni. Questi temi vennero potenziati e rilanciati durante la RSI. Libero dai cascami conservatori, il Fascismo avrebbe potuto finalmente scatenare una guerra di popolo di sapore neo-risorgimentale, anzi, giacobino, passando all’eliminazione di quei poteri, come la monarchia e il capitalismo, che per vent’anni avevano impedito al Fascismo di essere davvero se stesso.</p>
<p style="text-align: justify;">Parlato scrive che Pettinato, nell’assumere la direzione de “La Stampa” nel novembre del 1943, precisò direttamente ad Agnelli i suoi punti fermi: processo alla borghesia, lotta al capitale, da sempre filo-inglese, favoreggiamento della creazione di un blocco antiplutocratico italo-tedesco da estendere alla Russia, lancio di un programma circa la nuova Europa anti-americana, infine indulgenza verso i fascisti del Ventennio, senza regolamenti di conti. Come sottolinea Parlato, nelle linee essenziali, non era nulla di diverso dal programma, presentato da Ugo Spirito a Mussolini sin dal 1941, circa la “guerra rivoluzionaria” per il nuovo ordine. In un articolo del gennaio ‘44, Pettinato scrisse che «il vero nemico è, per noi come per la Russia, il capitalismo liberale, il regime dello sfruttamento illimitato del lavoro e dell’illimitato profitto del capitale».</p>
<p style="text-align: justify;">Considerava fondamentale che la socializzazione diventasse un fatto compiuto. Solo così il popolo si sarebbe reso conto da che parte stava il Fascismo, e sarebbe accorso nelle sue file. Un po’ ingenuamente – lo diciamo col senno di poi – Pettinato pensava a una specie di repubblica giacobina che, pur avendo tutti contro, avrebbe finito col fare breccia nel popolo e con questo, in maniera travolgente, afferrare la vittoria: solo così, «avremo con noi tutto il popolo». Il sogno non si avverò, non ci fu una seconda Valmy. Dall’altra parte non c’erano svogliati e invecchiati eserciti dinastici, ma un’alleanza di ferro tra le maggiori potenze industriali del pianeta. Al punto in cui stavano le cose, non sarebbe stata una “leva in massa” alla giacobina a ribaltare la situazione militare. Ne è riprova la mobilitazione tedesca attuata sul fronte orientale negli ultimi mesi di guerra: la creazione del <em>Volksturm </em>non ottenne apprezzabili risultati sul piano strategico.</p>
<p style="text-align: justify;">Battere pesante sul tasto sociale avrebbe potuto, però, cambiare la situazione politica. Ma il “popolo lavoratore” alla fine resterà ottuso di fronte agli stimoli socializzatori, già gli ronzava nelle orecchie una sirena più grande, il comunismo che arrivava da lontano sui carri armati dell’Armata Rossa. Il “popolo lavoratore” rimarrà inerte persino quando, nel 1945, i suoi capi comunisti gli toglieranno quel poco o tanto che il Fascismo aveva realizzato. E dalla partecipazione agli utili, dal lavoratore-azionista, dal consiglio di fabbrica, il proletariato passò in un lampo e senza battere ciglio alla repressione reazionaria del capitalismo anni Cinquanta.</p>
<p style="text-align: justify;">Queste cose Pettinato, allora, non poteva saperle. Fino all’ultimo ebbe fiducia, come scrive Parlato, nel «mito della socializzazione&#8230; come un fatto rivoluzionario, in grado di modificare radicalmente i rapporti sociali e di trasformare definitivamente il proletariato nell’anima della nazione». Quando la tremenda estate del ’44 finì, l’autunno portò un po’ di tregua. Fu in questi mesi che si poterono registrare le ultime fiammate di Salò. L’arresto dell’avanzata alleata, il calo del movimento partigiano, qualche successo della socializzazione tra gli operai, la nascita del Fascismo clandestino nell’Italia occupata, la situazione disastrosa in cui versavano le zone sotto amministrazione militare angloamericana: aspetti positivi per il morale. La RSI rimaneva in piedi, la burocrazia funzionava, il Partito teneva, la vita civile continuava, non ci furono disordini.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma anzi, nelle giornate milanesi di Mussolini, un ultimo clamoroso sussulto di ottimismo e di entusiasmo. Alla fine, Pettinato trovò il modo di farsi esautorare definitivamente. Un altro articolo contestato, un’intervista con Cione, l’eretico crociano che voleva fondare un partito di opposizione, l’inimicizia di Farinacci, costarono a Pettinato l’allontanamento, nonostante che il nuovo Ministro del Lavoro Spinelli e le commissioni dei lavoratori de “La Stampa” avessero manifestato in suo favore. Il tempo stringeva. Siamo nel marzo 1945. Poi più nulla. Visto a distanza, Pettinato è un bel rebus. Come dice Parlato, si presta ad essere frainteso. Anti-massone, ma in gioventù liberalconservatore; di sinistra, ma anti-sindacalista; radicale, ma aperturista; anticlericale, ma a suo modo religioso; giacobino ma, prima dell’8 settembre, anche monarchico. Sempre antiamericano e sempre nazionalista. Insomma, un fascista.</p>
<p>* * *</p>
<p>Tratto da <em>Linea </em>del 8 agosto 2008.</p>
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		<pubDate>Fri, 13 Nov 2009 11:08:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Iacona</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Una biografia del principe Lodovico Spada Potenziani di Andrea De Nicola mette in luce le opere e la personalità di uno degli uomini più intraprendenti del periodo fascista]]></description>
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<div id="attachment_3207" class="wp-caption alignright" style="width: 282px"><img class="size-full wp-image-3207 " title="Potenziani" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/Potenziani.jpg" alt="Lodovico Spada Potenziani" width="272" height="374" /><p class="wp-caption-text">Lodovico Spada Potenziani</p></div>
<p style="text-align: justify;">È da poco uscita la seconda edizione – arricchita di nuove pagine e testimonianze – di un libro del giornalista e scrittore Andrea Di Nicola; un saggio notevole per quantità e qualità delle informazioni contenute, che subito dopo la prima edizione (2002) venne rapidamente esaurito. Si tratta della biografia di uno degli uomini più intraprendenti del periodo fascista, che per quelle strane “ragioni” della storia venne completamente dimenticato nel dopoguerra, cadendo in un ingeneroso oblio che l’avrebbe accompagnato fino alla riscoperta operata fra gli altri proprio dall’autore. Lodovico Spada Potenziani questo il suo nome, che dà anche il titolo alla seconda edizione del libro di Di Nicola, con sottotitolo: “biografia di un realizzatore” ed edito nel 2009 dalla fondazione “Marchese Rodolfo Cappelletti di Santa Maria del Ponte” (pp. 390, euro 12.00), fu un principe reatino, classe 1880, e grande protagonista nelle terre d’oltreoceano al tempo in cui Italia e America coltivarono un’amicizia sincera, nel nome dei principi di una modernizzazione variamente realizzata nella prima parte del <a title="Novecento" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/storia-contemporanea">Novecento</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Il libro di Di Nicola oltre a immagini e fotografie inedite provenienti da archivi italiani e americani, presenta una serie rilevante di documenti derivati da archivi, privati e pubblici, di svariate città della Penisola. Un lavoro che non si è svolto in un giorno solo come a testimoniare del peso reale del personaggio cui è dedicata la biografia. Potenziani infatti, fu quel che si suole dire un uomo capace e concreto le cui realizzazioni – ecco il significato del sottotitolo del libro, peraltro azzeccatissimo – vengono sintetizzate come meglio non si potrebbe, dallo storico Giuseppe Parlato che ha curato la prefazione ad entrambe le edizioni del volume: «pioniere dei voli aerei, amministratore locale, nazionalista e, successivamente, fascista, Potenziani fu uno dei tecnici che maggiormente diede lustro alla modernizzazione in agricoltura, tanto da diventare, negli anni Trenta, il Presidente dell’Istituto Internazionale di Agricoltura, quell’organismo che, dopo la seconda guerra mondiale, si sarebbe chiamato Fao. Alla fine degli anni Venti era stato Governatore di Roma, realizzando, nella veste di primo cittadino dell’Urbe, diversi interventi di carattere urbanistico, primo fra tutti la Roma-Ostia. “Ambasciatore” di Mussolini presso gli Stati Uniti, tanto da organizzare per l’Italia l’Expo internazionale di Chicago e da presiedere il Comitato nazionale per il bicentenario della nascita di Giorgio Washington, Potenziani cadde in disgrazia quando l’Italia decise di modificare radicalmente la sua politica estera avvicinandosi sempre più alla Germania hitleriana: per l’ex nazionalista filoamericano la scelta non poteva essere più errata e la seconda guerra mondiale – con le sue terribili conseguenze – avrebbe dato ragione al principe».</p>
<p style="text-align: justify;">Il nostro fu insomma un personaggio positivo e propositivo – anche mecenate e uomo-immagine per la sua città si direbbe oggi – del quale certi teorici dell’ideologia “spinta” tratterebbero con difficoltà. Monarchico e fascista dal 1921, orgoglioso del proprio <em>status</em> nobiliare non coltivò mai velleità rivoluzionarie o populiste e riuscì a stare al proprio posto (prassi non facile ora come un secolo fa), godendo della fiducia di Mussolini in più occasioni. Di Nicola scrive in proposito che la sua adesione al fascismo fu indiscussa anche se il principe non fu mai «in perfetta armonia con esso» e che venne meno quando il fascismo entrò in urto con quel mondo anglosassone del quale Potenziani – senatore del regno, esponente di una destra modernizzatrice ed anche coraggioso sperimentatore – era profondo estimatore. Conclusa l’avventura fascista, nel dopoguerra si sentirà parlare assai poco del principe della Sabina: Potenziani tenterà l’avventura politica del 1953 col partito nazionale monarchico, ma senza alcun successo; di lui rimarranno oltre alle realizzazioni (fu protagonista nel rilancio del Terminillo), una dignitosissima e generosa vecchiaia (conclusasi con la morte nell’autunno del 1971) e l’ombra di un dubbio che Di Nicola riesce a sollevare con la discrezione dello storico (Parlato gliela riconosce), che è ben altra cosa rispetto all’ineleganza del pettegolo. Più o meno negli anni Dieci il principe avrebbe frequentato signore di teatro, nobildonne e borghesi che avrebbero potuto dargli anche un “erede”. Un figlio che, anche per la straordinaria somiglianza (vedere per credere), potrebbe essere stato il grande Indro Montanelli. Del caso, scrive lo stesso Di Nicola, si parlò all’epoca della prima edizione del libro. Ma la questione resta sospesa nonostante l’autore offra l’impressione di conoscere particolari ancora del tutto inediti.</p>
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