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	<title>Centro Studi La Runa &#187; Gerusalemme</title>
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	<description>Archivio di storia, tradizione, letteratura, filosofia</description>
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		<title>L&#8217;apostolo segreto</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Mar 2010 17:29:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Emilio Michele Fairendelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Uno straordinario incontro con un sopravvissuto al supplizio del Golgota in una Parigi del futuro]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/lapostolo-segreto.html' addthis:title='L&#8217;apostolo segreto '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/letteratura48x48.png" width="48" height="48" alt="" title="Letteratura" /><br/><div id="attachment_4285" class="wp-caption alignright" style="width: 210px"><img class="size-full wp-image-4285" title="apostolo-segreto" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/apostolo-segreto.bmp" alt="" width="200" height="280" /><p class="wp-caption-text">Lo studioso Shalom Ben-Chorin durante l’incontro alla Librairie de l’Est, Parigi 19 settembre 2015 (foto di Pierre Dujol)</p></div>
<p style="text-align: justify;">Frequentavo da anni la Librairie de l’Est.<br />
Nota in città per  la competenza del proprietario, Pierre Dujol, per le iniziative; le letture e i concerti di musica da camera che vi si tenevano.<br />
Quattro vetrine al centro della via lunga e stretta dallo stesso nome, Rue de l’Est, che terminava contro Avenue Barthou e l’enorme quinta verde di alberi secolari del Bois de Boulogne.<br />
Il 19 settembre del 2015 &#8211; conservo ancora, piegato, all’interno del libro, il cartoncino di invito &#8211; il rabbino e studioso Shalom Ben-Chorin vi tenne una conferenza dal titolo “Fratello Gesù: un punto di vista ebraico sul Nazareno”.<br />
La sala era come sempre piena.<br />
Ben Chorin aveva parlato di un Gesù nato probabilmente come figlio illegittimo in Galilea,  ebreo ardente e osservante, mago e taumaturgo di altissimo potere, enigma per se stesso, dapprima convinto di essere il Messia di Israele e del mondo &#8211; convinto che il mondo nuovo sarebbe stato per allora, attraverso di lui &#8211; poi destinato a confrontarsi con il proprio fallimento, con il niente, con l’abbandono del Padre, disperatamente invocato dalla croce.<br />
Un punto di vista totalmente ebraico, certo, ma la novità, la coerenza  delle tesi,  la loro rispondenza con brani &#8211; mai illuminati per me in quel modo prima di allora &#8211; dei vangeli canonici che Ben Chorin leggeva con voce lenta e roca in aramaico e poi in un ottimo francese,  la profondità e il destino d’uomo che erano stati così evocati avevano impressionato.<br />
Le sue considerazioni finali, su un Gesù impossibilitato a salvarsi &#8211; come avrebbe facilmente potuto solo trattando la sua posizione, usando una sola diversa parola o con il proprio infinito potere &#8211;  per l’ebraico “odio verso se stesso” di chi  si vede incapace di compiere, consistere, di essere degno del Padre, mi colpirono come inaudite.<br />
Nonostante l’età,  doveva essere oltre gli ottanta, lo scrittore si trattenne per  più di un’ora a discutere con chi era restato.<br />
Quando se ne andò, con un giovane barbuto con la kippah che era venuto a prenderlo su una vecchissima automobile, rimasi  solo con Pierre Dujol.<br />
Qualche frase, un altro  commento.<br />
La compagna di Dujol  iniziò a chiudere le luci del piano inferiore.<br />
Salutai ed uscii, incamminandomi verso casa.<br />
Al primo incrocio Rue de l’Est rallentava in una piccola, tranquilla rotonda alberata.<br />
Sul marciapiede del  lato di destra stavano tre panchine di ferro.<br />
Seduto sulla prima riconobbi Michel, un francese di origini libanesi che frequentava la Libreria.<br />
Avvertii una densità, una stanchezza infinite, come se quell’uomo, quel grumo d’ombra, non desiderasse  che sciogliersi nella notte, nell’aria del primo autunno.<br />
Doveva avere assistito alla conferenza ed  essere uscito prima di me.<br />
Uomo colto, di una bellezza forte e mediterranea,  dall’età indefinibile, forse mio coetaneo, aveva un negozio di tappeti non lontano da Porte d’Auteil.<br />
Eravamo amici, da più di dieci anni ci ritrovavamo da Dujol ad ogni occasione.<br />
Ero stato molte volte a casa sua a sfogliare libri d’antiquariato, ad ascoltare <a title="musica" href="http://www.libriefilm.com/category/generi/arte/musica">musica</a>.<br />
Credo fosse vedovo, la foto di una donna sottile e di chiara bellezza ci benediceva ogni volta da una immagine sul ripiano centrale della libreria.<br />
Lo salutai e mi sedetti.<br />
Chiesi, non senza enfasi, se fosse rimasto colpito dalla conferenza.<br />
“Illuminante, sì”, mi rispose.<br />
Voleva salire da me, un poco?<br />
Domani sarebbe stata domenica.<br />
Accettò.<br />
Nella sala della mia piccola mansarda gli offrì un calice di Borgogna.<br />
Dalla finestra, oltre il piccolo terrazzino, sotto la luce delle stelle e della città guardavamo il Bois.<br />
Le chiome degli alberi erano come un mare di gonfie nuvole nere.<br />
Stanchi, tacevamo.<br />
D’un tratto lui parlò.<br />
Una frase, come una musica dura e arcaica.<br />
La voce non era quella di Michel, ma di un altro.<br />
Dalle sillabe scabre, collidenti, riconobbi la lingua che avevo sentito evocare poco prima da Ben Chorin: l’aramaico.<br />
Lui disse ancora: “Io vado ma tu resterai, resterai sino a che tutto sarà compiuto, sino al mondo che verrà. <em>Olam ha-ba</em>. Sino al mondo che verrà”.<br />
Credo di avere compreso tutto in quell’istante.<br />
Mi avvicinai, non fu necessario chiedere nulla, lui tacque per qualche minuto e poi parlò.</p>
<p style="text-align: justify;">“Mio padre era un uomo ricco. I suoi campi andavano da Gerusalemme sino a Sichem, dove iniziava la terra dei samaritani. Un giovane, ero un giovane spensierato e feroce. Per quella Pasqua avevo preso una borsa colma di monete d’oro, baciato mia madre ed ero partito per Gerusalemme. Là un amico mi avrebbe raggiunto. Dicevano di una locanda, poco fuori le mura, sul ciglio del Millo. Là avremmo trovato del vino forte e donne di Giudea capaci di rendere felice un uomo. Entrai nella città a metà mattino, dalla Porta dei Leoni. Vi era una grande confusione. Pensai a qualche questione con la legione romana. Chiesi ad un uomo anziano: dei condannati alla croce, verso il Golgota, mi disse. Camminavo per le vie della città, senza una meta, Haim non sarebbe arrivato che alla sera. Ad un tratto lo strepito aumentò, la folla davanti a me  si aprì schiacciandosi contro i muri. Mi apparve. Saliva la stretta strada di pietra. Portava un braccio della croce sulle spalle, un orrendo legno fradicio e tarlato. Il peso pareva infinito. Sembrava che, se lui non lo avesse retto, quel  tronco, largo quasi quanto la via, sarebbe caduto facendo crollare le case e la città, aprendo la terra sino al suo centro. Avanzava lentamente, chino, il viso era rivolto a terra e  i lunghissimi capelli, le cui punte stillavano sudore, cadevano sino a toccarla. Ricordo come fosse oggi nella mia bocca il sapore forte e salato di un’oliva. “Vai! Vai!” gli gridai forte, con ferocia. Lo credevo un ladro, un assassino, un rivoltoso. Prima del tramonto sarebbe morto. Lui alzò lo sguardo e mi vide. Il dolore per il supplizio, il rancore per il mio scherno durarono meno di un istante, mentre nei suoi occhi color di noce chiara stava ogni altra cosa.</p>
<p style="text-align: justify;">Ogni altra cosa, Albert. Così disse: “Io vado ma tu resterai, resterai sino a che tutto sarà compiuto, sino al mondo che verrà”. Una forza mi premette il petto e mi sollevò quasi da terra, per mesi le costole mi avrebbero dato dolore e avrei sentito come la punta di una selce appoggiata alla  carne, poco sotto il cuore. <em> Olam ha-Ba</em>. Il mondo che verrà. Lo seguii, ancora per gioco, senza ragione. Il Golgota non era che un rilievo subito al di fuori della Porta di Damasco. Lo chiamavano così perché due cavità in una piccola parete di roccia rassomigliavano, viste dalle mura, un teschio. Era tutto così piccolo, Albert, così piccolo, le tre croci stavano una vicina all’altra, i corpi degli appesi quasi si toccavano. Ai piedi del masso stavano poche persone, qualche soldato, una decina di persone per lui, nessuno per gli altri due. Solo strepiti e urla di crocifissi. Quando gli appesi scuotevano il viso da una parte e poi dall’altra, ringhiando di dolore, grumi di sangue volavano nell’aria e cadevano al suolo. Due soldati di Roma guardavano annoiati la scena. Mi avvicinai al gruppo che vegliava lui. Alcune donne piangevano, un giovane, Jochanan, Giovanni, non distoglieva lo sguardo dalla croce, così come da una stella. Fui tra di loro. Avevo forse seguito le sue predicazioni in qualcuna delle città di Giuda? Non risposi, ma per loro fu così. Morì all’ora nona. Non si oscurarono i cieli, né si aprì la terra. Solo quel grido: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” Tale era la disperazione,  l’abisso,  che non volle dire lo Shemà.  Poi il costato si mosse,  torcendosi come se un serpente fosse infine riuscito ad entrare in quel corpo e si muovesse verso il cuore per colpirlo. Fu finita”.</p>
<p style="text-align: justify;">Tacque, per molti minuti. Poi riprese:</p>
<p style="text-align: justify;">“Lo portarono via per ultimo, si erano calmati gli strepiti. Ricordo quel telo di tessuto intrecciato e di somma fattura che veniva dal Tempio, offerto da qualcuno. Stavo intorno a loro, ascoltavo, chiedevo. Gente umile, poveri contadini, non sapevano ora che fare, dove andare. Seguimmo. Il sepolcro lo vidi, una povera nicchia in una pietra nel campo di un uomo  influente che seguiva Gesù. Gli ufficiali avevano posto delle scritte, dei cartigli sottili sul telo intorno al suo volto, stavano scritti il suo nome e la sua colpa.  Il suo nome e la sua colpa. Quella sera raggiunsi la locanda dove mi persi con un forte vino di Galilea e con una donna giovanissima la cui fronte e il cui ventre erano ornati da una collana di piccole monete d’oro. Rimasi in città quattro giorni.  Si sparse la leggenda del sepolcro trovato vuoto un mattino e della sua resurrezione. Mi diressi al campo, ma le guardie di Roma e del Sinedrio impedivano di avvicinarsi. Pensai al volto di Giovanni quando la notizia lo aveva raggiunto, al suo correre furioso e felice, al suo vedere quel vuoto in cui la storia comunque cadeva e si apriva. Io credo qualcuno tra di loro, forse nemmeno della cerchia più intima,  abbia trafugato il corpo, per una sepoltura più degna, lontano da quel campo. Cosa poi sia accaduto, non so. Non ha alcuna importanza. La verità è una e verrà. Il corpo di Gloria e il Regno verranno. <em>Olam ha-Ba</em>. Tornai dai miei. Sposai una donna, da cui non ebbi figli. Divenne vecchia  e morì.  Io, che ero diventato un uomo maturo, rimasi. Passarono anni ed anni,  decenni e decenni, Albert, ed io non morivo, restavo come mi vedi ora, il viso che ti guarda è quello di un uomo di un’altra era. Infine capii. Il suo potere mi aveva attraversato quel giorno a Gerusalemme, quasi sollevandomi dal suolo. Lui non poteva dire che la verità: io sarei restato, sarei restato sino alla fine. Duemila anni sono così lunghi, Albert, così lunghi, ed è così difficile nascondersi nella storia degli uomini. Occorre saper sopportare l’insopportabile, saper dimenticare. Io devo solo attendere, questa è stata la sua parola per me. Attendere e ricordare, ancora qui, da questa parte del mondo. Con quale sentimento aveva operato quell’ultimo miracolo, che nessuno avrebbe mai conosciuto? L’orgoglio di inviare, ancora nella carne, verso l’ultimo giorno chi lo aveva guardato negli occhi, da questa parte del mondo? Ora sono molto stanco, Albert e voglio dormire. So che è difficile credere alle mie parole.  Se lo vorrai, dimenticheremo ogni cosa. Vienimi a trovare. Domani. Sì, domani”.</p>
<p style="text-align: justify;">Indossò faticosamente la sua giacca, mi salutò quasi abbracciandomi e uscì.</p>
<p style="text-align: justify;">Io, credo, non avevo detto una parola. Avrei deciso domani cosa fare: dimenticare, immaginarlo folle come mi sembrava facile,  o credergli, chiedere ogni cosa dei suoi giorni nel tempo e ancora, e ancora, di quel giorno.</p>
<p style="text-align: justify;"><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="480" height="385" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/e4YIh7NOsa4&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;rel=0" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="480" height="385" src="http://www.youtube.com/v/e4YIh7NOsa4&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;rel=0" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
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		<title>Le origini usurarie dell&#8217;Europa liberale</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Dec 2009 11:38:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Leonello Rimbotti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Una lettura critica e polemica del saggio di Luciano Pellicani intitolato Le radici pagane dell'Europa]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/le-origini-usurarie-delleuropa-liberale.html' addthis:title='Le origini usurarie dell&#8217;Europa liberale '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/teiwaz.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Teiwaz" /><br/><p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/le-radici-pagane-delleuropa/6315" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-3441" style="margin: 10px;" title="radici-pagane-europa" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/radici-pagane-europa.jpg" alt="radici-pagane-europa" width="200" height="322" /></a>Oggi parliamo dell’ultimo libro di Luciano Pellicani, <a title="Le radici pagane dell'Europa" href="http://www.libriefilm.com/le-radici-pagane-delleuropa/6315"><em>Le radici pagane dell’Europa</em></a> (Rubbettino). Il titolo trae in inganno. In realtà, si tratta di un atto d’accusa contro il Cristianesimo e di un’esaltazione del “libero pensiero” laico e democratico. Il quale, del tutto fuori luogo, viene associato addirittura al paganesimo&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">Leggiamo dunque che l’affermazione della Modernità con tutti i suoi straordinari “progressi” – individualismo, liberazione dall’oppressione teologica cristiana, trionfo della Ragione, libera critica, secolarizzazione, etc. &#8211; sarebbe il frutto di una lotta intrapresa dal mercato, sin dal <a title="medioevo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/medioevo">Medioevo</a>, contro la teocrazia. Il <em>mercator</em>, devoto alla legge laica del profitto, avrebbe smantellato l’edificio religioso e piantato le basi della società moderna. Insomma, dovremmo esser grati al mercante: il suo lavoro, attraverso le tappe del libero Comune medievale, del Rinascimento laico e dell’Illuminismo, ci avrebbe donato tutti i “benefici” della Modernità. Siamo dunque, ancora una volta, all’elogio veteromarxista della borghesia. Un’altra apoteosi dell’ideologia del profitto e dello spirito laico. Ma non è questo il punto.</p>
<p style="text-align: justify;">Il fatto è che adesso l’attuale società individualista e laica, per il solo motivo che si sarebbe emancipata dalla teologia cristiana, viene assurdamente chiamata “neo-pagana”. Una società – quella pagana antica &#8211; che era radicalmente comunitarista e sacrale viene spacciata come la diretta anticipatrice del suo contrario. Le radici pagane dell’Europa vengono fatte coincidere dunque con l’utilitarismo agnostico, con l’egoismo economico e di classe. <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/platone">Platone</a></span> e <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/aristotele">Aristotele</a></span> si rivolteranno nella tomba&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">Questo propagandistico esercizio di manomissione ideologica e di incultura storica va segnalato come reperto che documenta, una volta di più, l’identità genetica tra capitalismo e progressismo democratico. Immancabilmente, infatti, alla fine, venga da destra o da sinistra, il progressista è un sostenitore del liberalismo e dell’economia di mercato.</p>
<p style="text-align: justify;">Pellicani, direttore della sopravvissuta rivista del PSI “Mondoperaio”, studioso delle profezie gnostiche rivoluzionarie (dalle sette puritane al bolscevismo), rappresenta al meglio quell’infaustissimo pensiero <em>lib-lab</em>, in cui si saldano dialettiche libertarie e fissazioni globalizzatrici di marca liberal-laburista. Siamo nel cuore del Pensiero Unico e dell’intolleranza democratica.</p>
<p style="text-align: justify;">Il laico Pellicani, infatti, ha una fede assoluta: l’Illuminismo. Egli narra che è grazie al suo prevalere sul dogma ecclesiastico che la luce del progresso un bel giorno è apparsa, rivelando all’uomo moderno tutte le “grazie” dell’individualismo liberale. Lo studioso si oppone a quella storiografia che – sulla scorta di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/max-weber" target="_blank">Max Weber</a></span> – vide nel settarismo puritano e nella sua religione dell’accumulo l’origine dell’utilitarismo capitalistico. Da avversario ideologico del Cristianesimo, l’autore non tollera che si attribuisca a una scheggia cristiana il “merito” di aver costruito l’etica capitalistica e, con questa, il grande “capolavoro” liberista. E sentenzia: non furono i puritani calvinisti a creare l’individualismo. Fu la borghesia laica. E questo lavoro può ben definirsi “neo-pagano”. <em>Ipse dixit</em>. Sembra un incubo.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-full wp-image-3432" style="margin: 10px;" title="ratti" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/ratti.jpg" alt="ratti" width="313" height="414" /> La grande borghesia globalista che gestisce la finanza mondiale, davvero non ha un <em>background </em>ideologico fortemente religioso, e per la precisione giudaico-cristiano? Allora chiediamoci: e i <em>teo-con</em> al potere a Washington, perfetta incarnazione della “società dei giusti” di matrice settaria? Non sono forse dei fanatici e aperti divulgatori del messaggio biblico di dominazione mondiale? E le appartenenze massonico-anabattiste dei vari Bush? E le logge quacchero-evangeliste che dominano in lungo e in largo l’economia e la politica <em>liberal</em>? E la promessa di un Millennio di liberazione democratica del mondo, circa il quale ci giungono quotidiane assicurazioni da parte dei turbocapitalisti? E il legame occulto tra il potere finanziario mondialista e il templarismo di matrice ebraico-biblista? Ma poi: non era forse l’inventore stesso del liberismo, John Locke, soprattutto un prete riformato? E non dicono da sempre gli Stati Uniti, patria del capitalismo <em>liberal</em>, di essere per l’appunto la “nuova Sion”? Anche i ciechi vedono che il capitalismo cosmopolita attinge i suoi valori da un grumo ideologico universalista per nulla laico. Per dire: che ci sta a fare il triangolo massonico – traslato del dogma trinitario «che illumina il vasto universo» – sulla banconota da un dollaro?</p>
<p style="text-align: justify;">Paganesimo? Che c’entra in tutto questo il paganesimo? Forse si parla di quel mondo fondato sulla Tradizione, sulle gerarchie sacre, sull’anti-egualitarismo, sul politeismo, sul primato della stirpe nei confronti dell’individuo, sul relativismo culturale, sulla concezione eroica e anti-utilitaria della vita, ciò che fece grandi le antiche civiltà, prime tra tutte la Grecia e Roma? Se è così, cosa c’entra il mondo moderno con il paganesimo?</p>
<p style="text-align: justify;">Il mondo moderno, come conferma Pellicani, è individualismo, desacralizzazione, tradimento dell’<em>ethnos</em>, sovvertimento della Tradizione. Il mondo antico, se non andiamo errati, è il suo esatto contrario. Dice Pellicani che l’<a title="antichità" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/storia-antica">Antichità</a> pagana è assimilabile alla Modernità, poiché la filosofia greca era «interamente dominata – quanto meno nelle sue punte più alte – dalla ragione e dal libero esame». E dice anche che grazie all’Illuminismo liberale, finalmente l’Atene del libero pensiero ha oggi trionfato sulla Gerusalemme teocratica&#8230; Castroneria più enorme non era davvero pensabile. Il razionalismo ellenico, lungi dall’avere qualcosa a che spartire con quello moderno, ne rappresenta anzi l’antitesi geometrica. Il razionalismo ionico non è quello illuminista&#8230; A dimostrazione di quanto poco contasse per i Greci l’individuo in confronto alla <em>polis</em>, ricordiamo che persino Socrate il dialettico accettò la propria condanna a morte, riconoscendo lui per primo la prevalenza dell’etica comunitaria tradizionale sulle sue libere opinioni.</p>
<p style="text-align: justify;">La Grecia pagana non conobbe mai un primato della ragione autonoma. In essa, al contrario, fu sempre egemone l’incanto per il mondo, al punto che il mito – ben più del <em>logos </em>– determinava i valori della <em>polis </em>comunitaria. Il razionalismo ellenico era quanto mai religioso e devoto ai sacrali risvolti della vita, quanto mai rispettoso del differenzialismo che è in natura&#8230; al punto da trovare perfettamente naturale l’onnipotenza dello Stato schiavile su ogni condizione individualistica&#8230; Questi sono concetti scontati e a tutti noti. Il differenzialismo razzialista delle costituzioni ateniese o spartana, come pure il generale disdegno per le pratiche speculative del commercio, erano indiscussi tra i Greci. La partecipazione politica del cittadino greco – definita democrazia totalitaria dagli studiosi, a cominciare da Finley &#8211; era talmente poco individualista, talmente incentrata sul primato della stirpe e delle tradizioni, talmente ignara di inauditi “diritti” individuali, che l’individuo sradicato, astratto dal retaggio del clan familiare o dalla <em>synghéneia</em>, cioè la comunità di sangue, e avulso dal contesto di una sacrale autoctonìa sul suolo dei padri, in Grecia rimase sempre inconcepibile. Ciò che unicamente contava era il radicale prevalere della legge comunitaria sul singolo. Figurarsi, poi, se il singolo era un mercante&#8230; figura, questa, senz’altro sottoposta a disprezzo sociale.</p>
<p style="text-align: justify;">A quanto pare, il solo Pellicani non sa che, come ha scritto ad esempio lo storico dell’economia antica Thomas Pekàry, ad Atene «gli affari finanziari erano considerati indegni e poco puliti dai liberi cittadini, così come più tardi dai senatori romani». In Grecia, il mestiere del banchiere privato era riservato ai meteci e ai liberti, cioè agli stranieri e agli schiavi riscattati, esclusi gli uni e gli altri dalla cittadinanza e pesantemente discriminati dalla società&#8230; e le banche esistevano, certo – nel IV secolo ad Atene se ne contavano otto – ma non esisteva il sistema dell’investimento commerciale privato, essendo la banca – specialmente quella “centrale” statale, situata nel santuario sull’isola di Delo – una riserva di ricchezza da utilizzare comunitariamente, e sottoposta alla garanzia divina assicurata dal patrocinio del Dio Apollo&#8230; dica un po’ Pellicani dove rintraccia il laicismo e il “libero pensiero” individualista nella Grecia pagana!</p>
<p style="text-align: justify;">Ma neppure il Comune medievale o il Rinascimento furono mai luoghi grazie ai quali il borghese affermò le sue logiche sovversive. Egli le affermò contro quei sistemi. Nel Comune e nella Signoria – lo si sa almeno dai tempi del Burckhardt – divenne egemone, tutto all’opposto, proprio «la funzione affatto moderna dell’onnipotenza dello Stato». Col protagonismo politico dei Comuni, per un attimo si ruppe il predominio ecclesiastico&#8230; ma in nome di una “modernità” ben diversa da quella che piace a Pellicani. Una “modernità” che ribadiva la Tradizione sull’esempio degli antichi: il primato della politica sull’economia, la comunità giurata (si vedano gli studi di Paolo Prodi sul giuramento politico alla base del sacramento del potere in epoca umanistica), il popolo in armi, la <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religione</a> della Patria&#8230; Basta pensare a Machiavelli – che definì demoniaco il potere finanziario – e all’ideologia comunale repubblicana&#8230; E il Rinascimento? Ma cos’altro fu, se non una riproposta del vero paganesimo antico, garantito non dalla ragione, ma al contrario dalla fede nel magico e nel misterico? Ficino, Poliziano, Pico della Mirandola, la cultura ermetica rinascimentale: tutti elementi estranei al laicismo mercantile&#8230; Piuttosto, dia Pellicani un’occhiata agli studi di Quinzio sulle radici ebraiche del moderno&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">La catastrofe europea cominciò per l’appunto non appena tutti i poteri tradizionali medievali e rinascimentali vennero scalzati dalla borghesia commerciale, in asse col potere ecclesiastico: dal Trecento in poi, sull’<em>élite</em> guerriera si ebbe il crescente prevalere del potere economico-finanziario, non di rado gestito dai vescovi e dagli Ebrei non meno che dai borghesi. Segnaliamo che molti papi rinascimentali provenivano giusto da quelle famiglie laiche di banchieri (ad esempio i Medici) che assicurarono il dominio usurario su quello comunitario. Dalla “donazione di Sutri” nel secolo VIII fino a Marcinkus e alla finanza vaticana, la Chiesa ha sempre conciliato a meraviglia apostolato e capitalismo&#8230; Contrariamente a quanto afferma Pellicani, oggi registriamo proprio la schiacciante vittoria di Gerusalemme su Atene. Quanto sia violento questo dominio del Pensiero Unico a guida usuraria, lo sanno bene quei popoli che sperimentano ogni giorno il vero messaggio “libertario” della democrazia liberale ebraico-cristiana: speculazione finanziaria ed etnocidio.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>* * *</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>Linea </em>del 4 luglio 2008.</p>
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		<title>6 Km. da Gerusalemme</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Sep 2009 08:50:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lawrence Sudbury</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Una panoramica sulla politica estera israeliana, condotta in spregio a ogni norma del diritto internazionale]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/6-km-da-gerusalemme.html' addthis:title='6 Km. da Gerusalemme '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/teiwaz.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Teiwaz" /><br/><p style="text-align: justify;">Qualche anno fa, sugli schermi cinematografici italiani (per la verità su pochi, per la scarsa distribuzione di cui fu vittima), apparve un film dal titolo intrigante: “7 Km. da Gerusalemme” di Claudio Malaponti. La trama era semplice ma, allo stesso tempo, interessante: un pubblicitario in piena crisi esistenziale fa un viaggio nella Città Santa e, appunto a 7 Km. da Gerusalemme, incontra Gesù, che gli cambia l’esistenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche oggi, ad un solo chilometro in meno da Gerusalemme, ma verso est, si fa un incontro che, per certi versi, può cambiare la vita, ma non in forma positiva: quello con il muro che divide Israele dal West Bank.</p>
<p style="text-align: justify;">Soprattutto, è un incontro che cambia la vita a tutti i Palestinesi di Betlemme, Nablus, Gerico, Ramallah, e sicuramente non in meglio.</p>
<p style="text-align: justify;">Facciamo un passo indietro.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/palestina-una-terra-troppo-promessa/3406" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-2692" style="margin: 10px;" title="palestina-ricciardi" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/palestina-ricciardi.jpg" alt="palestina-ricciardi" width="200" height="309" /></a>1967: lo Stato d’Israele è nato da 19 anni, ha già vinto una prima guerra contro una coalizione di Paesi Arabi<a href="#_ftn1">[1]</a> praticamente all’atto della sua fondazione e viene attaccato da una nuova coalizione mussulmana formata da Egitto, Giordania e Siria. Certamente Israele ha un esercito ben organizzato e, altrettanto certamente, gli Arabi sono ben poco preparati dal punto di vista militare all’attacco: fatto sta che la guerra si conclude in “Sei Giorni” con una schiacciante vittoria delle truppe che innalzano a <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbolo</a> la Stella di David e con la presa di Gerusalemme Est e dei territori del cosiddetto West Bank. Insomma, come dire: sei giorni di guerra e quarant’anni di conseguenze. Oppure come dire (dipende dai punti di vista): sei giorni di guerra e quarant’anni di quella che i Palestinesi vedono, forse non completamente a torto, come una occupazione, una ulteriore occupazione di una terra storicamente e culturalmente araba. Una passeggiata anche del più distratto dei turisti in quel tratto di Gerusalemme che va dalla Città Vecchia al Monte degli Ulivi non può che confermare questa idea: non una frase in ebraico, non una insegna che non sia in arabo e tanta ostilità negli occhi dei passanti quando vedono arrivare una camionetta blindata dei soldati con la kippah.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli Israeliani non sono certo un popolo che si spaventi per così poco: dichiarano Gerusalemme “Capitale Indivisibile”<a href="#_ftn2">[2]</a> nonostante una risoluzione ONU che chiede il ritorno ai confini antecedenti alla guerra<a href="#_ftn3">[3]</a>, vincono un’altra guerra nel 1973<a href="#_ftn4">[4]</a> contro gli eserciti di Siria ed Egitto, che, con l&#8217;appoggio di piccole unità saudite, irachene, kuwaitiane, libiche, marocchine, algerine e giordane avevano attaccato i suoi confini e, visto che la “Legge del Ritorno”<a href="#_ftn5">[5]</a>, che permette a tutti gli Ebrei del mondo di far richiesta di Cittadinanza Israeliana, sta creando qualche problema di spazi nella striscia di terra tra Mediterraneo e Giordano che forma la loro Nazione, con afflussi che si vanno facendo sempre più massicci dall’America, dall’Europa e dall’Africa, danno vita ad una politica di insediamento di coloni nelle aree occupate. Strana politica, forse, ma certamente giustificabile dal punto di vista israeliano, non fosse che gli insediamenti vanno a posizionarsi in aree che di ebraico hanno ben poco, anzi, ad essere precisi, non hanno proprio niente: aree che alcuni definirebbero giordane, molti palestinesi, nessuno israeliane.</p>
<p style="text-align: justify;">Cambiano tante cose tra il 1967 e la fine degli anni ‘80: l’OLP, l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina di Yasser Arafat, dopo aver compiuto attacchi terroristici in mezzo mondo, viene riconosciuta dall’ONU legittima rappresentante del Popolo Palestinese<a href="#_ftn6">[6]</a>; l’Egitto firma una pace con Israele a Camp David<a href="#_ftn7">[7]</a>, che frutta a Sadat e Begin, che avevano guidato i rispettivi eserciti fino a qualche mese prima, uno di quegli strani Nobel per la Pace politici che a volte vengono concessi non si capisce bene con che “ratio” e re Husayn di Giordania dichiara di rinunciare alla tutela giordana (per altro solo teorica) sul West Bank<a href="#_ftn8">[8]</a>. Solo una cosa non cambia: l’afflusso continuo di coloni ebrei nei territori occupati.</p>
<p style="text-align: justify;">E, alla fine, nel 1988, la reazione palestinese esplode, guidata da un gruppo fondamentalista (in realtà, se comparato con altri gruppi sorti in seguito, di un fondamentalismo che potremmo definire persino moderato) nato come organizzazione caritativa e chiamato “Hamas” (“Zelo”). Doveva essere una <em>jihad</em>, ma non sono più, fortunatamente, i tempi di Monaco’72 con il suo attacco omicida agli atleti israeliani, non sono più i tempi di un OLP Stato nello Stato in Giordania e delle rappresaglie di “Settembre Nero”, né di un OLP forte e stanziato a Beirut, così forte e così stanziato a Beirut da diventare la scintilla che fa esplodere la Guerra Civile Libanese. Non sono più quei tempi e contro quella che i Palestinesi sentono come una continua umiliazione, concretizzata in una sperequazione di trattamento che fa loro intravedere un neppure tanto strisciante tentativo di “giudaizzazione” dei Territori Occupati, la <em>jihad </em>diventa una rivolta popolare, portata avanti per lo più (sebbene non solo, visto che in questo periodo ricominciano gli attentati degli estremisti islamici sul suolo israeliano) a suon di sassate da ragazzini tra i 10 e i 20 anni e internazionalmente conosciuta come “Prima Intifada”. Sassi contro carri armati: uno scontro che pochi oserebbero definire equo, ma che ha, oltre la responsabilità di riempire le famiglie palestinesi e israeliane di lutti e le carceri israeliane dei suddetti ragazzini, almeno un grande merito: rendere evidente per tutti che la situazione non può continuare in quel modo.</p>
<p style="text-align: justify;">Così, nel settembre del 1993, accade l’impensabile fino a quel momento: Arafat riconosce lo Stato di Israele, rinuncia alla violenza come metodo di lotta e modifica, su queste basi, la “Carta Nazionale Palestinese” dell&#8217;OLP, mentre il premier israeliano Rabin riconosce l&#8217;OLP come interlocutore. Il 13 settembre, Rabin e Arafat firmano alla Casa Bianca, davanti al presidente USA Clinton, una “Dichiarazione di Principi”, risultato del cosiddetto “Accordo di Oslo” del mese precedente<a href="#_ftn9">[9]</a>, tracciando quella che avrebbe dovuto essere la “road map” verso la pace e la creazione di uno Stato indipendente palestinese nel West Bank e nella Striscia di Gaza.</p>
<p style="text-align: justify;">“Oslo” non é tanto il prodotto delle battaglie di sassi, né, tantomeno, degli attacchi terroristici , quanto l’ultimo tentativo di risoluzione di una situazione di insicurezza politica che sta rendendo impossibile la vita sia degli Israeliani che dei Palestinesi e il prodotto della ragionevolezza di due statisti lungimiranti.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/palestina/3935"><img class="alignright size-full wp-image-2693" style="margin: 10px;" title="palestina" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/palestina.jpg" alt="palestina" width="200" height="199" /></a>Purtroppo, però, già subito dopo la firma della “Dichiarazione di Principi”, tutto comincia a precipitare: incredibilmente, Israele, in piena violazione dell’accordo, continua a costruire colonie e strade per collegarle (le famigerate “bypass roads”) nei Territori Occupati, non tiene fede all’impegno di costruire una via di collegamento tra West Bank a Gaza (le due unità che dovrebbero formare la nuova “Palestina”), bloccando, di fatto, l’economia dello Stato nascente e dividendo intere famiglie, e continua a mantenere una politica di “due pesi e due misure”, rilasciando permessi edilizi ai coloni e distruggendo ogni costruzione abusiva palestinese (e l’abusivismo diventa quasi una necessità vista la scarsità di permessi concessi agli Arabi).</p>
<p style="text-align: justify;">Il fatto è che, in realtà, da parte israeliana, l’accordo viene interpretato, in modo a dir poco riduttivo, come una sorta di sistema di sicurezza per lo Stato Ebraico, visto che, praticamente da subito, quest’ultimo imposta una chiusura generale ai Territori Occupati, cosa che non solo porta al collasso economico città come Betlemme e Bet Hanina, in cui gran parte della popolazione lavorava a Gerusalemme Est (per raggiungere la quale, da ora in poi, sarà necessario un permesso di transito speciale, la cui concessione è quasi impossibile da ottenere), ma risulta essere una terrificante violazione dei diritti umani<a href="#_ftn10">[10]</a>, impedendo ai Palestinesi di accedere a ospedali e Luoghi Santi, tutti situati al di qua del confine.</p>
<p style="text-align: justify;">Naturalmente, gli attentati arabi ricominciano, ma, inizialmente, né la posizione israeliana né la risposta palestinese si direbbero intaccare quella che parrebbe essere la via maestra verso la pace e il processo di pace, per tutto il 1994 e il 1995, sembrerebbe in progresso: il 30 settembre la Lega Araba pone fine all&#8217;embargo di quasi mezzo secolo contro Israele, il 26 ottobre viene firmata la pace tra Israele e Giordania e, a metà dell’anno successivo, con la firma della seconda parte degli Accordi di Oslo, nascono l&#8217;Autorità Nazionale Palestinese e la polizia palestinese.</p>
<p style="text-align: justify;">Poi, però tutto comincia ad andar male. Il 4 novembre 1995 Rabin viene assassinato da un estremista conservatore israeliano, membro del suo servizio di sicurezza, e gli succede Benjamin Netanyahu del partito conservatore Likud, per nulla intenzionato a rispettare gli accordi sulla politica di insediamento di coloni israeliani nei Territori Occupati, che, invece che essere spostati, vengono incoraggiati a rimanere, anche con elargizioni di fondi. Come prevedibile, gli attacchi terroristici palestinesi si intensificano.</p>
<p style="text-align: justify;">La situazione arriva ad un punto tale di tensione che il popolo israeliano, dopo 4 anni di governo Likud, chiede una svolta radicale, eleggendo premier, nel 1999, il laburista Ehud Barak, ma la crisi, forse, si è già spinta troppo oltre e, nel luglio 2000, in un incontro a Camp David, Arafat, che si è viste respinte tutte le richieste relative alla condivisione di Gerusalemme come capitale dei due Stati israeliano e palestinese, alla condivisione delle risorse idriche, alla libera circolazione di uomini e merci tra Israele e Palestina e al diritto al ritorno dei profughi palestinesi e si è visto, invece, offrire il 73% del West Bank (mentre, secondo le stime israeliane, un 27% sarebbe dovuto rimanere sotto il controllo ebraico a salvaguardia dei coloni) e, come indennizzo per  le mancate concessioni territoriali, un pezzo del deserto del Negev, rompe le trattative tra Autorità Palestinese e Stato d’Israele.</p>
<p style="text-align: justify;">Il 2000 deve essere un anno funesto per la pace in Medio Oriente, visto che, oltre alla rottura delle trattative, vede l’ascesa politica dell’ex generale, nonché pluricondannato (per crimini di guerra)<a href="#_ftn11">[11]</a>, Ariel Sharon: a settembre, l’allora leader del Likud decide di compiere una “passeggiata”, largamente e pubblicamente preannunciata ed effettuata in compagnia di circa mille militari che gli fanno da “guardie del corpo”, lungo spianata delle moschee di Gerusalemme, al termine dalla quale proclama Gerusalemme Est territorio eternamente parte d&#8217;Israele. La popolazione araba insorge contro questa chiara provocazione ma le proteste vengono represse così duramente che, in una sola settimana, le forze dell’ordine israeliane uccidono 61 Palestinesi e ne feriscono 2.657<a href="#_ftn12">[12]</a> . E’ l’inizio della Seconda Intifada, che porta alle dimissioni di Barak e, purtroppo, alla elezione del “falco” Sharon come premier.</p>
<p style="text-align: justify;">Ed è la fine: nel 2001 il nuovo premier fa chiudere il porto e l’aeroporto di Gaza e si rifiuta di negoziare con Arafat che, dal canto suo, sembra non riuscire più a tenere sotto controllo lo scontento popolare e gli attacchi terroristici;  in quattro anni vengono distrutte oltre 3.000 case palestinesi nei Territori Occupati, che, formalmente, dovrebbero essere area semi-indipendente, provocando un numero di senza tetto senza precedenti<a href="#_ftn13">[13]</a> e, intollerabilmente, si dà inizio, nel 2003, alla costruzione di quello che, ufficialmente viene definita “Struttura Difensiva di Confine”, ma che, per tutti, diventa “il Muro” (da pochi mesi completato nella sua forma definitiva).</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/la-pulizia-etnica-della-palestina/3544" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-2694" style="margin: 10px;" title="pulizia-etnica-palestina" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/pulizia-etnica-palestina.jpg" alt="pulizia-etnica-palestina" width="200" height="300" /></a>E arriviamo all’oggi, a questo oggi in cui Arafat è morto<a href="#_ftn14">[14]</a>, in cui i Palestinesi sono divisi tra un Al Fatah che, a loro detta “non fa altro che parlare” e un Hamas che, dopo aver vinto le elezioni del 2004, è stato scacciato  dal West Bank sotto le pressioni di USA, Unione Europea e, soprattutto Israele (che, da quanto riferiscono molti abitanti dell’Autonomia palestinese, arrivò, come misura di convincimento, addirittura a chiudere le forniture idriche al West bank), in cui Sharon è sparito di scena, sostituito prima da un Olmert del suo stesso partito (quel pseudo-centrista Kadima da lui fondato in aperta polemica con il Likud), poi dal riciclato Netanyahu del Likud, a quest’oggi del “Muro”.</p>
<p style="text-align: justify;">Lasciamo perdere le condanne morali, che pure sono state così veementi (e, verrebbe da dire, giustamente veementi) per altri muri, da Berlino a Nicosia, e concentriamoci solo su due domande: che cosa è il “Muro” oggi? Che cosa significa vivere con questo serpente di cemento armato alto cinque metri che imprigiona il West Bank?</p>
<p style="text-align: justify;">Il “Muro” è, oggi, in primo luogo, una struttura illegale, dichiarata tale dalla Corte Internazionale di Giustizia<a href="#_ftn15">[15]</a> perché in “palese violazione dei diritti umani”, corrispondendo ad una annessione di fatto del Territorio Palestinese (che, per altro, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite<a href="#_ftn16">[16]</a>,  l&#8217;Assemblea Generale delle Nazioni Unite<a href="#_ftn17">[17]</a>, la Corte Internazionale di Giustizia<a href="#_ftn18">[18]</a> e il Comitato Internazionale della Croce Rossa<a href="#_ftn19">[19]</a> considerano a tutt’oggi territorio proditoriamente occupato da Israele) e ad una misura di sicurezza sproporzionata al rischio di attacchi suicidi.</p>
<p style="text-align: justify;">E’, inoltre, una struttura distruttiva dal punto di vista naturalistico, avendo comportato la distruzione più di 100.000 olivi ed alberi da frutta di proprietà di Palestinesi, la confisca di 157 chilometri quadrati di insediamenti abitativi, industriali e di terre agricole che, per il 38%, appartenevano a Palestinesi<a href="#_ftn20">[20]</a> e la chiusura di 50 pozzi e 200 cisterne, sempre palestinesi<a href="#_ftn21">[21]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">E’, naturalmente, una struttura assolutamente devastante dal punto di vista economico per i Palestinesi e qualche dato in risposta della nostra seconda domanda lo può ampiamente provare.</p>
<p style="text-align: justify;">Cosa significa, dunque, vivere con il Muro?</p>
<p style="text-align: justify;">Significa che per raggiungere i tuoi  campi, per visitare i tuoi parenti, per trattare i tuoi affari, se questi sono dall&#8217;altra parte del Muro, devi passare da cancelli controllati dall&#8217;esercito israeliano e aperti giornalmente per periodi limitati, ma chiusi a volte per giorni interi senza ragione apparente.</p>
<p style="text-align: justify;">Significa che se sei un turista, il tuo tempo medio di attesa per il passaggio di un posto di blocco (ce ne sono oltre 500 in tutto il West Bank, tanto a ribadire la “piena autonomia” dell’area) è di cinque minuti senza controllo dei documenti, ma se sei un Palestinese il tempo medio diventa di circa due ore, con perquisizioni approfondite (il che, se, ad esempio, sei di Betlemme ma lavori a Gerusalemme, significa che ti devi alzare alle cinque tutte le mattine per percorrere una distanza di 8 chilometri e arrivare in tempo sul posto di lavoro).</p>
<p style="text-align: justify;">Significa che se stai male, visto che le ambulanze non hanno permessi speciali, puoi anche morire in coda (dalla creazione del muro, circa 60 donne hanno partorito presso il muro, con morte di 36 neonati<a href="#_ftn22">[22]</a>).</p>
<p style="text-align: justify;">Significa che, se sei Palestinese e hai la sfortuna di vivere tra il Muro e la Linea Verde, devi richiedere ad Israele ogni anno un permesso per continuare a vivere a casa tua.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/ancora-una-volta-palestina-ai-palestinesi/3936" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-2695" style="margin: 10px;" title="palestina-ai-palestinesi" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/palestina-ai-palestinesi.jpg" alt="palestina-ai-palestinesi" width="200" height="330" /></a>Significa che se poi sei davvero così sfortunato da essere di Qalqilyia, il villaggio palestinese che, più o meno per sbaglio, è stato quasi interamente circondato dal Muro, hai bisogno di un permesso da parte di Israele non solo per vivere a casa tua ma anche per raggiungere i tuoi campi e i tuoi pozzi, un terzo dei quali sono situati al di là della barriera.</p>
<p style="text-align: justify;">Significa che magari hai un’autostrada di fianco a casa, una di quelle infrastrutture costruite “a beneficio di tutta l&#8217;area dei Territori Occupati”, ma non la puoi usare perché le autostrade, per via del loro percorso, sono in massima parte riservate al traffico israeliano, mentre ai Palestinesi è permesso solo transitare per strade con una carreggiata molto minore e sulla vecchia rete stradale, carente di manutenzione<a href="#_ftn23">[23]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Significa che, probabilmente, hai sete, perché Israele, che controlla le falde idriche nel West Bank (Territorio dell’Autonomia Palestinese?), attribuisce agli Israeliani 350 litri di acqua al giorno, ai coloni 480 litri e ai Palestinesi non più di 80 litri (per la Organizzazione Mondiale della Sanità, sono necessari almeno 100 litri di acqua al giorno pro capite …).</p>
<p style="text-align: justify;">Significa che ti senti quantomeno preso in giro quando senti parlare di “Territorio Palestinese” e ti guardi intorno notando come gli insediamenti di coloni, tutti illegali dal punto di vista del diritto internazionale ma mai abbattuti dallo Stato d’Israele, quegli insediamenti che secondo il Ministero degli Interni Israeliano non vengono più costruiti dal 1992, abbiano un incremento demografico, incentivato economicamente dal governo israeliano, del 6% annuo<a href="#_ftn24">[24]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo significa il Muro, questo significa oggi essere un Arabo nel West Bank.</p>
<p style="text-align: justify;">Una cosa è certa: se in un film italiano a 7 Km. da Gerusalemme è possibile incontrare Gesù, per un Palestinese, nella realtà di ogni giorno, a 6 Km. da Gerusalemme si incontra solo il diavolo.</p>
<p style="text-align: justify;">
<hr style="text-align: justify;" size="1" />
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref1">[1]</a> La cosiddetta “Guerra d’Indipendenza” del 1948.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref2">[2]</a> Dichiarazione della <em>Knesset </em>del 1967.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref3">[3]</a> Risoluzione N.° 242 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, 22 novembre 1967.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref4">[4]</a> La cosiddetta “Guerra dello Yom Kippur”.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref5">[5]</a> La legge che, approvata dalla Knesset il 5 luglio 1950, garantisce il diritto a tutti gli Ebrei di immigrare in Israele.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref6">[6]</a> 14 aprile 1974.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref7">[7]</a> Firmata il 26 marzo 1979 sotto l’egida del presidente americano Carter.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref8">[8]</a> Settembre 1988.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref9">[9]</a> 20 agosto 1993.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref10">[10]</a> Come denunciato anche dall’Agenzia Israeliana per i Diritti Umani “B’Tsalem”.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref11">[11]</a> Dalla risoluzione 101 dell’ONU, il 24 novembre 1953, per il massacro di 64 Palestinesi; dal Tribunale Militare Israeliano, nel 1956, per la morte ingiustificata di 40 suoi soldati durante la Battaglia di Mitla, dalla Commissione d’Inchiesta della Corte Suprema Israeliana come corresponsabile del massacro di Sabra e Chatila durante la Guerra Libanese nel 1982.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref12">[12]</a> Fonte Haaretz, 01-09-2003.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref13">[13]</a> 18.000 solo a Gaza.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref14">[14]</a> Di cancro, nel 2004.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref15">[15]</a> Dichiarazione del 9 luglio 2004.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref16">[16]</a> Risoluzioni 446, 465 e 484.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref17">[17]</a> Mozione approvata il 17 dicembre 2003.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref18">[18]</a> Dichiarazione del 9 luglio 2004.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref19">[19]</a> Dichiarazione del 5 dicembre 2001.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref20">[20]</a> Studio dell’organizzazione umanitaria “Pace Adesso” pubblicato da Haaretz il 21 novmbre 2006 e mai smentito dal governo.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref21">[21]</a> Dato FMEP 2007.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref22">[22]</a> BBC News, 23 settembre 2005, mai smentito.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref23">[23]</a> Settlement Report, Vol. 14 No. 6, Novembre-Dicembre 2004.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref24">[24]</a> Dato del Ministero degli Interni, riportato da <em>Haaretz </em>il 10 gennaio 2007.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/6-km-da-gerusalemme.html' addthis:title='6 Km. da Gerusalemme ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Per Dio e per la Patria: gli Zeloti nel I secolo</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Feb 2009 15:15:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lawrence Sudbury</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cristianesimo e monoteismi]]></category>
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		<description><![CDATA[Breve storia delle insurrezioni ebraiche contro il potere romano nel I secolo]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/per-dio-e-per-la-patria-gli-zeloti-nel-i-secolo.html' addthis:title='Per Dio e per la Patria: gli Zeloti nel I secolo '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/buddha.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Religione" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storia-antica.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Storia antica" /><br/><p style="text-align: justify;">Ancora ai tempi di Gesù, la memoria collettiva della appassionata difesa della libertà e del diritto di servire solo Dio era ancora ben viva nel Popolo d&#8217;Israele: solo 150 anni prima, i sostenitori degli Asmonei (Maccabei) detti &#8220;Hasidim&#8221; (cioè &#8220;i pii&#8221;), mossi da un profondo senso religioso, avevano volontariamente preso le armi per combattere contro l&#8217;oppressione pagana dei Seleucidi<a name="_ftnref1" href="#_ftn1">[1]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Certamente i dominatori romani del periodo di Gesù erano molto meno oppressivi dei loro predecessori, ma la mancanza di libertà e i frequenti conflitti relativi al contrasto tra israelitismo e valori pagani che animavano gli invasori stranieri portavano spesso il popolo a ricordare gli eroi del passato, considerati strumenti della vendetta divina.</p>
<p style="text-align: justify;">Il gruppo politico maggioritario, o almeno con il maggior seguito popolare era, nel I secolo, quello dei Farisei che, nonostante la loro quasi maniacale devozione ai comandi divini, sembrava accontentarsi di condannare l&#8217;idolatria romana e di fare in modo da rimanere separati da qualunque possibile contaminazione religiosa: sebbene in alcune occasioni anch&#8217;essi divenissero oggetto di brutali repressioni per il loro ostinato rifiuto di accettare qualunque pratica pagana legata al culto dell&#8217;imperatore, in nessun caso, nel periodo in esame, avrebbero giustificato l&#8217;uso della violenza per portare avanti le loro istanze<a name="_ftnref2" href="#_ftn2">[2]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">E&#8217; in questo quadro che prende vita il movimento zelota, nato, di fatto, per una questione &#8220;episodica&#8221;, in occasione di un censimento.</p>
<p style="text-align: justify;">I censimenti delle aree soggette erano, infatti, per i Romani, un modo per determinare le risorse tassabili dei popoli conquistati e, per un Ebreo osservante, era l&#8217;idea stessa che uno straniero potesse esigere tributi dal popolo di Dio e sulla terra di Dio ad essere inaccettabile<a name="_ftnref3" href="#_ftn3">[3]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=8837219180" target="_blank"><img class="alignleft" style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="../immagini/oltrelipotesiessenica.bmp" border="0" alt="Gabriele Boccaccini, Oltre l'ipotesi essenica. Lo scisma tra Qumran e il giudaismo enochico" width="80" height="123" /></a>E&#8217; già in quest&#8217;ottica che va inserita la recrudescenza di quella che era iniziata come la ribellione di un patriota di Trachonitis (Galilea orientale), Ezechia, che, nel 45 a.C. aveva riunito una banda di rivoltosi per lottare contro i Romani. In realtà, la sua lotta aveva avuto breve durata, dal momento che era stata quasi immediatamente bloccata dall&#8217;&#8221;agente romano&#8221; per eccellenza in Palestina, quell&#8217;Erode il Grande che non solo aveva catturato e messo a morte Ezechia ma, negli anni successivi, aveva fatto uccidere un numero talmente elevato di patrioti anti-romani da venire addirittura chiamato in giudizio dal Sinedrio, benché esso fosse guidato da Sadducei filo-romani (naturalmente il Sinedrio, su pressione dei dominatori, finì per proscioglierlo da ogni accusa e gli accusatori, al consolidamento del potere erodiano, pagarono con la vita la loro &#8220;insolenza&#8221;<a name="_ftnref4" href="#_ftn4">[4]</a>).</p>
<p style="text-align: justify;">Alla morte di Erode, alcuni sostenitori galilei di Ezechia tentarono di riprendere le armi, venendo immediatamente schiacciati, ma quando, nel 6 d.C., Quirino, governatore della Siria, ordinò un censimento per determinare una più precisa tassazione nelle aree di sua competenza, per le ragioni di cui si è poc&#8217;anzi scritto, la ribellione popolare prese un impeto senza precedenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Il primo a invocare una resistenza armata fu il figlio di Ezechia, Giuda di Gamala, ma solo quando un maestro fariseo molto rispettato come Zadok, anch&#8217;egli galileo, decise di prendere posizione a favore di Giuda il movimento zelota prese ufficialmente forma<a name="_ftnref5" href="#_ftn5">[5]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Gamaliele, il più grande maestro fariseo del tempo (del quale quasi certamente fu discepolo Saulo/Paolo) ricorda che il gruppo di Giuda ebbe un grande seguito, ma, come menzionato anche dagli <em>Atti</em><a name="_ftnref6" href="#_ftn6">[6]</a>, anche il figlio di Ezechia venne ben presto catturato e quasi certamente ucciso da Erode Antipa<a name="_ftnref7" href="#_ftn7">[7]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Dal momento che, nella Terra Santa del I secolo ogni espressione politico-sociale doveva trovare le sue radici nella lettera torahica, possiamo domandarci su quali fondamenti biblici si basava il movimento creato da Giuda e Zadok. La risposta si trova espressamente nella figura di Pincas, il sacerdote che, in <em>Numeri</em><a name="_ftnref8" href="#_ftn8">[8]</a>, uccide con una lancia gli Israeliti che si sono piegati al culto di Baal e viene lodato per il suo zelo, che imita lo zelo di Dio: questo passaggio portò gli Zeloti a ritenere che qualunque atto violento fosse consentito contro coloro che inneggiavano a dei pagani e anche contro coloro, tra i Giudei, che cooperavano con un impero pagano.</p>
<div id="attachment_1742" class="wp-caption alignright" style="width: 198px"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=9788802073064" target="_blank"><img class="size-medium wp-image-1742" title="antichita-giudaiche" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/antichita-giudaiche-188x300.jpg" alt="Giuseppe Flavio, Antichità giudaiche" width="188" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Giuseppe Flavio, Antichità giudaiche</p></div>
<p style="text-align: justify;">Il fondamento di tutta la filosofia zelota era, in fondo molto semplice: dal momento che non esisteva alcun Dio al di fuori di Yahweh e che Israele era stato chiamato a servire Lui solo, il servizio in qualunque forma all&#8217;imperatore (nel culto, in schiavitù, nel pagare i tributi, etc.) era una forma di apostasia inconcepibile ed una offesa a Dio stesso.</p>
<p style="text-align: justify;">Flavio Giuseppe, che sicuramente aveva conosciuto da vicino il movimento, descrive il loro amore per la libertà nazionale come invincibile proprio per le sue basi religiose: la resistenza era, per uno Zelota, una responsabilità affidata da Dio a Israele, una prova di fede imposta ai &#8220;veri credenti&#8221; e ogni singolo membro del gruppo era assolutamente certo che, un giorno, la vittoria sarebbe stata loro, proprio perché Dio era dalla loro parte (e, da qui, nasceva sicuramente il coraggio e l&#8217;incredibile capacità di sopportazione delle sofferenze per cui divennero famosi)<a name="_ftnref9" href="#_ftn9">[9]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=8838424683" target="_blank"><img class="alignleft" style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="../immagini/manoscrittisegretidiqumran.bmp" border="0" alt="Robert H. Eisenman, Michael Wise, I manoscritti segreti di Qumran" width="95" height="162" /></a>Tutta la vita di uno Zelota si svolgeva in stretta conformità con la <em>Torah </em>e, proprio in relazione al comando torahico dell&#8217;Esodo &#8220;<em>non avrai altri dèi di fronte a me</em>&#8220;<a name="_ftnref10" href="#_ftn10">[10]</a>, nasceva il loro rifiuto non solo di ogni dominazione straniera, ma anche di ogni forma monarchica che non avesse il supporto popolare. Sempre nel quadro torahico va inserita la fortissima attesa messianica che caratterizzava questo movimento, diffusosi soprattutto in Galilea: la necessità dell&#8217;aiuto divino doveva concretizzarsi nell&#8217;invio di un grande capo militare, un nuovo Davide, che avrebbe distrutto le schiere degli oppressori Romani e dei collaborazionisti erodiani e sadducei<a name="_ftnref11" href="#_ftn11">[11]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">E&#8217; solo tenendo presente queste premesse che si può correttamente comprendere il rapporto tra Zeloti e Gesù. Gesù aveva scelto come centro del suo ministero Cafarnao, a poche miglia da Gamala, culla dello Zelotismo: impossibile pensare che il movimento non avesse influenzato le aree contigue con la sua predicazione nazionalista e messianica ed è molto probabile che il suo radicamento in Galilea abbia influenzato sia direttamente che indirettamente il ministero del &#8220;nuovo predicatore&#8221; Gesù. Al di là degli elementi di para-zelotismo sicuramente presenti nel messaggio messianico originale del Cristo, dei quali si è già altrove avuto modo di parlare<a name="_ftnref12" href="#_ftn12">[12]</a>, è interessante notare come più volte Gesù stesso dovesse chiarire come il suo messaggio non fosse unicamente o precipuamente di natura politica. In <em>Giovanni</em>, ad esempio, troviamo: &#8220;<em>Ma Gesù, sapendo che stavano per venire a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sulla montagna, tutto solo</em>&#8220;<a name="_ftnref13" href="#_ftn13">[13]</a> e &#8220;<em>Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù»</em>&#8220;<a name="_ftnref14" href="#_ftn14">[14]</a> ed è probabilmente proprio per evitare fraintendimenti sul suo &#8220;stile messianico&#8221; (che, per altro, non aveva, in linea assoluta obiettivi politici così radicalmente differenti da quelli zeloti ma, lo si ripete, poneva tali obiettivi in secondo piano rispetto a quelli spirituali) che più volte Gesù impose il silenzio sui suoi miracoli<a name="_ftnref15" href="#_ftn15">[15]</a>. Evidentemente, però, il credo messianico di stampo zelota doveva essere talmente radicato che nulla poteva smuoverlo, se, ancora dopo la crocifissione e la resurrezione, gli apostoli domandano: &#8220;<em>«Signore, è questo il tempo in cui ricostituirai il regno di Israele?»</em>&#8220;<a name="_ftnref16" href="#_ftn16">[16]</a>. E&#8217; probabilmente proprio sulla base del &#8220;fraintendimento zelota&#8221; che i Romani condannarono Gesù alla crocifissione, una pena comminata dall&#8217;impero tipicamente ai rivoltosi nazionalisti<a name="_ftnref17" href="#_ftn17">[17]</a>, così come comprovato dal cartello di condanna (il celeberrimo &#8220;I.N.R.I.&#8221;), che certamente non aveva, dal punto di vista giuridico<a name="_ftnref18" href="#_ftn18">[18]</a>, alcun intento denigratorio o sarcastico come a lungo pensato, ma rientrava pienamente nel diritto romano di informazione pubblica sulle ragioni della pena eseguita, e dal fatto che i due &#8220;ladroni&#8221;, che non a caso subirono la stessa pena di Cristo, vengano evangelicamente definiti con lo stesso termine (&#8220;<em>lestes</em>&#8220;) normalmente usato proprio per i condannati zeloti<a name="_ftnref19" href="#_ftn19">[19]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma, nel frattempo, come si stava evolvendo il movimento di cui Gesù avrebbe, secondo molti, dovuto far parte?</p>
<p style="text-align: justify;">Abbiamo visto che Giuda, il fondatore del partito  zelota, venne giustiziato da Antipa. Anche i suoi figli Giacobbe e Simeone, che avevano raccolto l&#8217;eredità paterna, vennero entrambi crocifissi approssimativamente nel 48, ma il movimento, pur decapitato, continuò a vivere, a fare proseliti in un periodo in cui la dominazione romana si stava via via facendo ancora più rigida (in una sorta di classico circolo vizioso in cui si rispondeva alla ribellione con l&#8217;inasprimento della repressione, a cui, a sua volta, corrispondeva una diffusione ancor maggiore del desiderio di libertà) e, scendendo verso la Giudea, ad assumere connotazioni e strutturazione sempre più militari. Con Menahem, forse un terzo figlio di Giuda o, più probabilmente, un suo nipote,  gli Zeloti si organizzarono in un vero e proprio esercito, piccolo ma assolutamente coeso e reso più forte dal collante ideologico-religioso che lo permeava, e riuscirono a compiere la loro prima impresa bellica: all&#8217;inizio della cosiddetta &#8220;Rivolta Giudaica&#8221;, nel 66, conquistarono la fortezza di Masada e dal suo arsenale trassero l&#8217;equipaggiamento e le armi che permisero loro di compiere il salto di qualità da bande contadine con armi di fortuna a leader della grande rivolta nazionale anti-romana. Da alcune fonti<a name="_ftnref20" href="#_ftn20">[20]</a> è possibile ritenere che Menahem, vuoi per convinzione intima, vuoi per sfruttare l&#8217;appeal politico che ne poteva derivare, si atteggiasse a Messia liberatore, ma, a conti fatti, i suoi appelli alla rivoluzione nazionale ebbero, sia prima che dopo la presa della fortezza erodiana, un seguito piuttosto frammentario, in particolare presso gli altri grandi gruppi religiosi del tempo.</p>
<div id="attachment_1743" class="wp-caption alignright" style="width: 188px"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=9788804503149" target="_blank"><img class="size-medium wp-image-1743" title="storia-dei-giudei" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/storia-dei-giudei-178x300.jpg" alt="Giuseppe Flavio, Storia dei Giudei da Alessandro Magno a Nerone" width="178" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Giuseppe Flavio, Storia dei Giudei da Alessandro Magno a Nerone</p></div>
<p style="text-align: justify;">Naturalmente i Sadducei, da sempre strettamente invischiati con il potere politico, si barricarono ancor più dietro alla forza delle legioni e, anzi, il Sommo Sacerdote Anano (succeduto a Gionata, ucciso, a quanto possiamo capire<a name="_ftnref21" href="#_ftn21">[21]</a>, da dei &#8220;sicari&#8221;, cioè da appartenenti ad una specie di gruppo parallelo agli zeloti, sorto in Giudea e specializzato in omicidi politici mirati)  approfittò del caos derivante dalla morte del prefetto Festo (dopo la fine della dinastia erodiana, con la morte di Antipa nel 44, i prefetti, prima Felice e poi, appunto Festo, avevano, in pratica, assunto pieni poteri in gran parte della Palestina, attuando una durissima strategia di intimidazione<a name="_ftnref22" href="#_ftn22">[22]</a>) per regolare alcuni conti con i suoi oppositori politici, facendone uccidere un gran numero (e, fra essi, anche molti cristiani e Giacomo, fratello di Gesù<a name="_ftnref23" href="#_ftn23">[23]</a>). Questa manovra provocò, però, il suo totale discredito, tanto che fu deposto e sostituito, dopo una durissima disputa che vide addirittura scontri di piazza tra sostenitori di diversi candidati, da un nuovo Sommo Sacerdote di nome Gesù, il cui credito popolare non fu mai, comunque, superiore a quello del suo predecessore<a name="_ftnref24" href="#_ftn24">[24]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche questo atteggiamento corrotto e collaborazionista da parte del clero regolare contribuì a ulteriori fratture e a spingere molti verso lo zelotismo.</p>
<p style="text-align: justify;">I Farisei, che, per quanto possa apparire paradossale leggendo le accuse a loro rivolte nei <em>Vangeli</em>, apparivano per molti versi i più vicini al popolo, si ritrovarono divisi di fronte allo scoppio delle violenze e al clima anarchico che si stava prefigurando: la maggior parte si mantenne fedele all&#8217;idea di una resistenza non violenta e di una opposizione solo ideologico-religiosa alla dominazione, ma alcune frange si unirono agli Zeloti nel compiere atti concreti di lotta<a name="_ftnref25" href="#_ftn25">[25]</a>, come possiamo comprendere anche leggendo della sorte di Saulo/Paolo, noto fariseo prima della conversione, che, seppur con ogni probabilità si era mantenuto fedele alla linea &#8220;pacifista&#8221;, venne arrestato<a name="_ftnref26" href="#_ftn26">[26]</a> per il sospetto che fosse un capo-ribelle<a name="_ftnref27" href="#_ftn27">[27]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Secondo recenti studi<a name="_ftnref28" href="#_ftn28">[28]</a>, furono comunque gli Esseni ad essere i più sensibili al richiamo nazionalista degli Zeloti: questi monaci isolati e iper-legalisti accorsero in massa dai loro eremi tra le file dei rivoltosi, mossi, probabilmente, dallo stesso spirito religioso che infiammava i &#8220;resistenti&#8221;. Non è certo un caso che alcuni loro documenti fondamentali, quali parti del &#8220;<em>Rotolo della Guerra</em>&#8220;,  a noi interamente noto grazie ai ritrovamenti di Qumran, siano stati trovati proprio a Masada<a name="_ftnref29" href="#_ftn29">[29]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Così, con l&#8217;apporto, seppur parziale, di componenti inizialmente estranee al movimento e anche grazie al disordine dell&#8217;amministrazione romana conseguente alla menzionata morte prematura di Festo, disordine a cui il successore Floro tentò di porre rimedio unicamente con una campagna piuttosto indiscriminata di crocifissioni<a name="_ftnref30" href="#_ftn30">[30]</a>, gli Zeloti emersero come guida di tutto lo spirito libertario che si stava diffondendo nel popolo ebraico e che si concretizzò nella rivolta generale del 66.</p>
<p style="text-align: justify;">A dare il via alle ostilità, però, non fu una loro azione, ma, come spesso accade, un evento fortuito ed episodico. A Cesarea, durante un &#8220;Sabbath&#8221;, un gentile, per caso, offrì un sacrificio pagano all&#8217;entrata di una sinagoga, provocando una sollevazione degli Ebrei della capitale imperiale, in cui risiedeva il prefetto di Roma. Per impedire altri problemi analoghi, il Sinedrio decise di porre fine ad ogni forma di sacrificio di origine straniera presso tutte le sinagoghe. Tra i sacrifici proibiti, però, vi erano anche quelli in onore dell&#8217;imperatore e Floro, per rappresaglia, giunse a Gerusalemme con le sue truppe, penetrò nel Tempio e ne sottrasse una gran quantità d&#8217;oro dalla camera del tesoro. Quando una folla si radunò per protestare, Floro ordinò ai suoi legionari di attaccarla, provocando un vero massacro in cui persero la vita più di 3.500 persone, tra cui molte donne e molti bambini. La reazione ebraica, a questo punto, fu immediata e massiccia: una enorme folla si riversò per le strade, soverchiando ampiamente il numero dei legionari e forzandoli a lasciare la città, per poi dirigersi verso la fortezza Antonia, che venne facilmente presa e i cui archivi (in cui vi erano i registri fiscali) vennero bruciati. Molto probabilmente, anche grazie alla mobilitazione di truppe verso Gerusalemme dei giorni successivi fu possibile per gli Zeloti occupare Masada, difesa ormai solo da un contingente romano ridottissimo. La presa del forte erodiano, ritenuto fino a quel momento uno dei capisaldi della potenza militare romana, infiammò l&#8217;animo della popolazione che cominciò ad ingrossare sempre più le file degli insorti, la cui <em>leadership </em>passò rapidamente nelle mani degli esponenti più estremisti: in particolare, Menahem venne ucciso da uno dei suoi luogotenenti, Eleazaro, che, subito dopo aver preso il potere, ordinò di giustiziare tutti i Romani rimasti a Gerusalemme e a Masada. Questa decisione segnò il punto di non ritorno di quella che divenne una guerra generalizzata e senza esclusione di colpi.</p>
<p style="text-align: justify;">I gentili di Cesarea, saputo di quanto accaduto ai loro compatrioti romani a Gerusalemme, si sollevarono contro gli Ebrei della loro città, iniziando un massacro così sistematico che in un solo giorno 20.000 abitanti vennero uccisi. Lo stesso accadde in numerose altre città dell&#8217;Impero, dove intere comunità giudaiche vennero sterminate per rappresaglia (nella sola Alessandria si contarono 50.000 morti).</p>
<p style="text-align: justify;">Nel frattempo, Gallo, governatore della Sira, sotto la cui giurisdizione si trovava anche la Palestina, mosse verso Gerusalemme con la XII Legione per ristabilire l&#8217;ordine, ma gli Zeloti organizzarono un&#8217;imboscata presso il passo di  Beth Horon e la legione venne annientata.</p>
<p style="text-align: justify;">A questo punto, il problema, da locale che era, divenne un affare di stato e Nerone, informatone, agì con grande celerità, incaricando il suo miglior generale, Vespasiano, di porre immediatamente e definitivamente fine al &#8220;problema giudaico&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Vespasiano iniziò la sua campagna nel 67, attaccando direttamente il cuore del movimento, quella Galilea da cui tutto aveva avuto origine e che ora era sotto il comando di un giovane prete di nome Giuseppe. Con un&#8217;armata di 50.000 uomini formata da <em>Legio V Macedonica</em>, <em>X Fretensis</em>, e <em>XV Apollinaris</em>, Vespasiano ebbe presto la meglio, occupando Seffori, Iotapata (in cui Giuseppe fu catturato e, giunto a Roma come schiavo, divenne presto lo scriba liberto passato alla storia come Flavio Giuseppe) e radendo al suolo Gamala (in cui 10.000 uomini furono passati a fil di spada). Dopo una serie impressionante di massacri, crocifissioni e deportazioni in schiavitù, due mesi dopo la Galilea era di nuovo romana<a name="_ftnref31" href="#_ftn31">[31]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Da lì, Vespasiano si mosse verso la costa, prendendo Giaffa, Gerico ed Emmaus e riuscendo ad isolare Gerusalemme.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 68 la campagna subì uno stop momentaneo a causa del suicidio di Nerone e dell&#8217;ascesa di Vespasiano al trono imperiale, ma ben presto il nuovo imperatore incaricò il figlio Tito di completare l&#8217;opera da lui iniziata.</p>
<div id="attachment_1744" class="wp-caption alignleft" style="width: 210px"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=9788842087489" target="_blank"><img class="size-medium wp-image-1744" title="nerone" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/nerone.jpg" alt="Edward Champlin, Nerone" width="200" height="297" /></a><p class="wp-caption-text">Edward Champlin, Nerone</p></div>
<p style="text-align: justify;">Intanto, a Gerusalemme la situazione si era fatta insostenibile: diverse fazioni zelote, che avevano dovuto convergere dalle varie aree già &#8220;normalizzate&#8221; da Roma, si incolpavano della sconfitta e si ebbe addirittura il caso di un gruppo che controllava la &#8220;spianata del Tempio&#8221; e che si mise a nominare i propri alti sacerdoti, mentre i Sadducei che avevano tentato di opporre resistenza vennero macellati insieme a 8.500 loro sostenitori. Non mancava neppure la dissidenza anti-zelota: Simon Ben Giora, un altro dei numerosissimi Messia autoproclamati del tempo, penetrò in città ed attaccò con i suoi seguaci le roccaforti zelote. Naturalmente venne facilmente sconfitto, ma tutto ciò contribuì a peggiorare il clima di instabilità ed anarchia che portò, nell&#8217;estate del 69, alla situazione paradossale di una Gerusalemme circondata e divisa al suo interno in tre aree, corrispondenti a fazioni che si combattevano apertamente. La giovane comunità cristiana si tenne prudentemente lontana dalla contesa, riparando sui monti e disinteressandosi di quanto stava accadendo, cosa questa che, probabilmente, portò alla frattura irreversibile dei rapporti ebraico-cristiani nei secoli a seguire<a name="_ftnref32" href="#_ftn32">[32]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella primavera del 70, Tito arrivò alle porte di Gerusalemme con un contingente di 80.000 uomini e quasi subito, a maggio, riuscì a far breccia nella terza cerchia di mura, penetrando in città. Cinque giorni dopo fu la volta della seconda cerchia: metà di Gerusalemme era in mano romana e  l&#8217;altra metà venne stretta d&#8217;assedio per spingere gli asserragliati a cedere per fame. Incredibilmente, le uccisioni tra le diverse fazioni ebraiche continuarono anche in questa situazione estrema: la gente si uccideva per un pezzo di pane e gli zeloti più intransigenti tagliavano la gola a chiunque sospettassero stesse meditando di arrendersi. Per altro, nessuno si curava di seppellire i morti, cosicché l&#8217;intera città era divenuta una sorta di grande cimitero a cielo aperto. Flavio Giuseppe riporta che, dal momento che alcuni ebrei avevano ingoiato delle monete d&#8217;oro prima consegnarsi ai Romani, alcuni squartavano immediatamente coloro che tentavano di fuggire per cercare denaro nelle loro viscere (in una notte ne furono squartati più di 2000)<a name="_ftnref33" href="#_ftn33">[33]</a>. Chi riusciva ad arrendersi, comunque, non aveva un trattamento migliore: sempre Flavio Giuseppe ricorda come i Romani li crocifiggessero davanti alle mura nelle posizioni più incredibili per incutere terrore negli assediati e come il numero degli agonizzanti ad un certo punto fu tanto elevato che i legionari dovettero sospendere questa pratica perché non si trovavano più pali per le croci<a name="_ftnref34" href="#_ftn34">[34]</a>. Anche la fame portò via un numero impressionante di vittime: sebbene il computo di Flavio Giuseppe di 600.000 cadaveri gettati fuori dalle mura sembri francamente esagerato, esso dà bene il senso del massacro che si compì all&#8217;interno della prima cerchia muraria.</p>
<p style="text-align: justify;">La fortezza Antonia cadde a metà luglio e il 6 agosto cessarono i sacrifici al Tempio, che fu preso il 9 di Ab (circa verso la fine di agosto) e venne distrutto dalle fondamenta, esattamente 600 anni dopo la distruzione del primo Tempio da parte dei Babilonesi. Nessun Tempio doveva mai più essere ricostruito.</p>
<p style="text-align: justify;">Il 30 agosto cadde la città bassa, seguita in settembre dall&#8217;acropoli. Tito ordinò di radere al suolo tutti gli edifici, ad eccezione di tre torri del palazzo di Erode, che dovevano rimanere a perenne ricordo della passata grandezza cancellata dalla punizione di Roma. Tutti i cittadini vennero giustiziati, venduti in schiavitù o inviati come carne da macello ai giochi circensi: la carneficina superò ogni possibile immaginazione, con 11.000 prigionieri che morirono di fame solo aspettando il turno per la propria esecuzione, circa un milione di morti complessivi e 100.000 maschi adulti ridotti in schiavitù<a name="_ftnref35" href="#_ftn35">[35]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Alcuni Zeloti trovarono rifugio a Masada, dove speravano di resistere ai Romani. Tito lasciò la loro sorte nelle mani del nuovo governatore della Siria, Silva, che li strinse d&#8217;assedio con la X Legione nel 72. Masada sorgeva su un altopiano a 400 metri sul livello del mare ed era pressoché inespugnabile, con le sue mura alte 5 metri, le sue venti torri e un unico punto d&#8217;accesso dato dal famoso &#8220;sentiero del serpente&#8221;, una mulattiera talmente ripida e piena di tornanti da risultare difficilmente percorribile persino dalle truppe di fanteria. Anche la possibilità di catturare la fortezza per fame era remota, dal momento che gli enormi magazzini fatti costruire da Erode erano stracolmi di cibo ed armi e le cisterne erano piene d&#8217;acqua. Insomma, Masada sembrava l&#8217;ultimo bastione capace di resistere all&#8217;impeto dei soldati dell&#8217;aquila<a name="_ftnref36" href="#_ftn36">[36]</a>. Durante i sette mesi successivi, i Romani riuscirono, però, con l&#8217;impiego estensivo di schiavi catturati durante la fase precedente della campagna, a costruire una lunga rampa d&#8217;assedio lungo il lato occidentale della montagna e, tramite un grande ariete, ad aprire una breccia lungo le mura: gli Zeloti tentarono di rifortificare le difese con pali di legno, ma questi vennero incendiati dagli assedianti. Nella notte successiva al rogo dell&#8217;ultimo baluardo, vi fu una riunione dei capi zeloti e i loro leader, Eleazaro di Gamala, lanciò l&#8217;idea che l&#8217;unica soluzione onorevole fosse il suicidio collettivo: tutti sapevano ciò che i Romani avrebbero fatto a loro e alle loro famiglie e, soprattutto, dopo aver dedicato le loro vite a servire Dio, questi &#8220;combattenti della fede&#8221; non si sarebbero mai abbassati a servire i pagani.</p>
<p style="text-align: justify;">La decisione fu accettata all&#8217;unanimità. Ogni uomo uccise i membri della sua famiglia e dieci combattenti furono scelti per abbattere tutti gli altri soldati. Poi, uno di essi uccise gli altri nove e commise suicidio e solo due vecchie e cinque bambini furono risparmiati per raccontare al mondo ciò che era avvenuto: così facendo, gli Zeloti tolsero ai Romani la soddisfazione del trionfo finale, ma, con le loro vite, anche la resistenza giudaica ebbe fine.</p>
<p style="text-align: justify;">In seguito, i Romani costruirono un edificio sacro in onore di Giove sulla spianata del Tempio di Erode e, circa cinquant&#8217;anni dopo, l&#8217;imperatore Adriano fece ricostruire Gerusalemme, a cui venne dato il nuovo nome di Aelia Capitolina, ma diede ordine che nessun ebreo potesse risiedervi. Se qualcosa poteva offendere ancor di più i pochi ebrei che ancora rimanevano in Palestina, questo era proprio l&#8217;impossibilità di poter vivere nella Città Santa. Così, quando nel 131 un carismatico discendente di Davide, Simon Bar Kochba, ricominciò a predicare la necessità di sollevarsi contro il giogo imperiale, le autorità religiose lo proclamarono Messia e una nuova ribellione (la &#8220;Seconda Guerra Giudaica&#8221;) prese vita sotto il suo comando.</p>
<p style="text-align: justify;">I Romani furono inizialmente presi alla sprovvista e sconfitti, ma la loro risposta non tardò a farsi pesantemente sentire: sotto il comando del generale Giulio Severo e persino di Adriano stesso, più di mille villaggi vennero distrutti e Bar Kochba fu catturato e ucciso. Nel 135 anche gli ultimi fuochi di ribellione vennero sedati: tutti gli Ebrei che non erano riusciti a fuggire furono ridotti in schiavitù o uccisi, l&#8217;israelitismo venne proibito e la Palestina venne completamente romanizzata<a name="_ftnref37" href="#_ftn37">[37]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Due nuovi movimenti religiosi presero grande impulso da questa immane tragedia: il Cristianesimo e il Giudaismo rabbinico: la &#8220;diaspora&#8221; ebraica portò il Cristianesimo in ogni regione dell&#8217;Impero, mentre il Giudaismo rabbinico, che derivava dal fariseismo, divenne l&#8217;unica fede ebraica ortodossa: gli Zeloti, così come i Sadducei e gli Esseni, erano spariti per sempre<a name="_ftnref38" href="#_ftn38">[38]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">
<hr style="text-align: justify;" size="1" />
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn1" href="#_ftnref1">[1]</a> I e II <em>Maccabei</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn2" href="#_ftnref2">[2]</a> J.Neusner, B.D. Chilton, <em>In Quest of the Historical Pharisees</em>, Kindle 2007, pp.121ss.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn3" href="#_ftnref3">[3]</a> M.Hengel, <em>The Zealots: Investigations into the Jewish Freedom Movement in the Period from Herod I Until 70 A.D</em>, T. &amp; T. Clark Publishers 2007, pp.28-34.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn4" href="#_ftnref4">[4]</a> <em>Ivi</em>, pp.47-48.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn5" href="#_ftnref5">[5]</a> K.C. Hanson, D.E. Oakman, <em>Palestine in the Time of Jesus: Social Structures and Social Conflicts</em>, Fortress Press 2008, pp.134-149.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn6" href="#_ftnref6">[6]</a> <em>Atti </em>5:37.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn7" href="#_ftnref7">[7]</a> M.Hengel, <em>citato</em>, p.59.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn8" href="#_ftnref8">[8]</a> Num. 25:7-13.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn9" href="#_ftnref9">[9]</a> Flavio Giuseppe, <em>Antichità Giudaiche</em>, XVII.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn10" href="#_ftnref10">[10]</a> Esodo 20:3.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn11" href="#_ftnref11">[11]</a> K.C. Hanson, D.E. Oakman, <em>Citato</em>, pp.63-67.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn12" href="#_ftnref12">[12]</a> L.Sudbury, <a title="Gesù: uomo di pace o patriota nazionalista?" href="http://www.centrostudilaruna.it/gesu-patriota-nazionalista.html"><em>Gesù:uomo di pace o patriota nazionalista?</em></a>, Centro Studi La Runa.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn13" href="#_ftnref13">[13]</a> Gv. 6:15.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn14" href="#_ftnref14">[14]</a> Gv. 18:36.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn15" href="#_ftnref15">[15]</a> Ad esempio in Mt. 12:16 e in Mc. 1:44.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn16" href="#_ftnref16">[16]</a> Atti 1:6.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn17" href="#_ftnref17">[17]</a> W.Carter, <em>The Roman Empire And the New Testament: An Essential Guide</em>, Abingdon Press 2006, pp.107-108.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn18" href="#_ftnref18">[18]</a> <em>Ivi.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn19" href="#_ftnref19">[19]</a> Mc. 15:27.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn20" href="#_ftnref20">[20]</a> Come riportato in K.C. Hanson, D.E. Oakman, <em>Citato</em>, pp.91-92.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn21" href="#_ftnref21">[21]</a> Flavio Giuseppe, <em>Antichità Giudaiche</em>, XX.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn22" href="#_ftnref22">[22]</a> Atti 12:19-23.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn23" href="#_ftnref23">[23]</a> Flavio Giuseppe, <em>Antichità Giudaiche</em>, XVII.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn24" href="#_ftnref24">[24]</a> <em>Ivi.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn25" href="#_ftnref25">[25]</a>.C. Hanson, D.E. Oakman, <em>Citato</em>, pp.88-90.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn26" href="#_ftnref26">[26]</a> Atti 21:27-37.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn27" href="#_ftnref27">[27]</a> Atti 21:38.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn28" href="#_ftnref28">[28]</a> N.Ben-Yehuda, <em>Sacrificing Truth: Archaeology and the Myth of Masada</em>, Humanity Books 2002.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn29" href="#_ftnref29">[29]</a> <em>Ivi</em>, , pp.78-82.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn30" href="#_ftnref30">[30]</a> Qui e in seguito cfr. Flavio Giuseppe, <em>Bellum Iudaicum</em>, passim.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn31" href="#_ftnref31">[31]</a> Particolarmente interessante è che i ritrovamenti archeologici hanno confermato punto per punto la cronologia di Flavio Giuseppe. Vd. R.A. Horsley,  <em>Archaeology, History &amp; Society in Galilee</em>, Trinity Press 1996, passim.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn32" href="#_ftnref32">[32]</a> K.C. Hanson, D.E. Oakman, <em>Citato</em>, pp.146-151.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn33" href="#_ftnref33">[33]</a> N.Ben-Yehuda, <em>Masada Myth: Collective Memory and Mythmaking In Israel</em>, University of Wisconsin Press 1995, pp.207-208.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn34" href="#_ftnref34">[34]</a> <em>Ivi</em>, p.149.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn35" href="#_ftnref35">[35]</a> <em>Ivi</em>, pp.164-267.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn36" href="#_ftnref36">[36]</a> S.Rocco, A.Hook, <em>The Forts of Judaea 168 BC-AD 73: From the Maccabees to the Fall of Masada</em>, Fortress 2008, pp.56-59.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn37" href="#_ftnref37">[37]</a> K.C. Hanson, D.E. Oakman, <em>Citato</em>, pp.248-249.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn38" href="#_ftnref38">[38]</a> H.Shanks, <em>Christianity and Rabbinic Judaism: A Parallel History of Their Origins and Early Development</em>, Biblical Archaeology Society 1993, pp.28-29.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/per-dio-e-per-la-patria-gli-zeloti-nel-i-secolo.html' addthis:title='Per Dio e per la Patria: gli Zeloti nel I secolo ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>La Porta (Santa) del Perdono a Santiago de Compostela, il mistero di un percorso iniziatico</title>
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		<pubDate>Fri, 28 Nov 2008 21:47:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Valentini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La cattedrale di Santiago di Compostela, i suoi simbolismi e la tradizione del pellegrinaggio]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/la-porta-santa-del-perdono-a-santiago-de-compostela-il-mistero-di-un-percorso-iniziatico.html' addthis:title='La Porta (Santa) del Perdono a Santiago de Compostela, il mistero di un percorso iniziatico '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/carlomagno48x48.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Medioevo" /><br/><p style="text-align: justify;">Durante uno dei nostri viaggi che, per lavoro o per diletto, ci ha condotto in giro per l’Europa, vi è una località che ci ha colpito particolarmente, Santiago de Compostela, e non solo per essere, insieme a Roma e Gerusalemme, una delle città pellegrine più importanti della Cristianità o per il suo <em>animus </em>tradizionalmente <a title="celtico" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/celti">celtico</a>, essendo la capitale della Comunità Autonoma di Galizia, regione, appunto, di forti e viventi, nella musica e nella <a title="simbologia" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbologia</a>,  radici celtiche, ma per ciò che il nostro cuore, come spesso accade nei nostri approfondimenti, ha scorto di più profondo, di nascosto, alla continua ricerca di quell’intima essenza che ogni manifestazione del divino ha nell’esistenza umana. Facciamo esplicito riferimento alla nota Cattedrale, al significato esoterico del pellegrinaggio che conduce ad essa e, in particolare, ad una parte della suddetta Cattedrale che ci ha folgorati, ci ha illuminati a prima vista, rivelandoci subito la sua immensa valenza <a title="simboli" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbolico</a>-tradizionale, la Porta Santa o del Perdono, tappa fondamentale di un percorso iniziatico, la cui trattazione costituisce il significato primo del presente scritto.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-1292" style="margin: 10px;" title="santiago-compostela" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/santiago-compostela-225x300.jpg" alt="" width="225" height="300" />E’ importante rammentare come, seconda la tradizione, nel 813 d.C. l’eremita Paio intravide delle strane luci a forma di stella sul monte di Libredòn (<em>Campus Stellae</em>, da cui proviene il nome di Compostela), un’altura con vestigia di antiche fortificazioni celtiche, ove fu scoperto un monumento funerario, in cui vi era un corpo con la testa mozzata ed una scritta che recitava:”Qui giace Iacobus, figlio di Zebedeo e Salomè”; vi erano altri due corpi che appartenevano ai suoi discepoli Teodoro e Attanasio. L’Apostolo, dopo aver predicato in Spagna, ritornò in Palestina, dove venne torturato e decapitato dagli ebrei nell’anno 44. In seguito, i suoi discepoli trasportarono il corpo in Galizia, con un carro trainato da tori, fino al luogo dove oggi sorge la città; a tal punto, crediamo sia d’obbligo segnalare l’evidente corrispondenza simbolica che intercorre tra il corpo del santo trasportato dai tori e il significato esoterico che è riferito sia alla nota iconografia mithraica, che vede la divinità dominare ed uccidere un animale taurino, sia all’immagine che rappresenta il Cristo sopra un asino nella sua entrata a Gerusalemme. Se la prima analogia, quella riguardante il culto di Mithra, fa chiaramente riferimento all’uccisione, alla sconfitta delle passioni e delle debolezze dell’interiorità, rappresentando il toro, ma anche l’asino,  gli elementi <em>tamas </em>e <em>rajas </em>del microcosmo, la seconda, quella cristica, è ancor più relazionata alle vicende di Santiago, rappresentando intimamente la vittoria sulla morte del corpo e dell’anima, con l’apertura di quella “porta” che conduce alla <em>Civitas Dei</em>, di agostiniana memoria, ritrovandola, quindi, sia in cielo che in terra, sia come riferimento archetipo, sia come vero e proprio <em>omphalos</em>, cioè centro di influssi spirituali, ove agisce ciò che il Taoismo chiama l’Attività del Cielo.</p>
<p style="text-align: justify;">Si rammenti, inoltre, come, in uno splendido approfondimento di A. K. Coomaraswamy – <em>Sir Gawain e il Cavaliere Verde: Indra e Namuci</em> – venga spiegato con chiarezza e semplicità il significato iniziatico della decapitazione, intesa come cambiamento ontologico, di <em>status </em>spirituale, con l’acquisizione di un corpo nuovo, abbandonando, come ci ricorda San Paolo, il “corpo di morte”:”…la decapitazione è un disincanto della vittima, una liberazione del Sole dalle tenebre che lo oscuravano e ne provocavano l’eclissi. Ma la morte sacrificale è anche un fare molti dall’Uno, e in questo senso lo smembramento è un fine desiderato dalla vittima stessa; esso è la liberazione di tutti i principi imprigionati, di Tutto Questo (universo) contenuto in Quell’Uno”; tale liberazione è il dispiegarsi di influenze celesti, che similmente alle gocce di sangue del Redentore crocifisso che si trasformano in rose, si ritroveranno a Compostela, nella sua Cattedrale, nella ricostruzione del Tempio di Dio.</p>
<p style="text-align: justify;">La città, infatti, è sorta intorno alla tomba dell’Apostolo e per onorare il suo sepolcro sono stati costruiti ben tre santuari: il primo venne costruito nel IX dal vescovo Sisnando, su richiesta del re Alfonso II; il secondo, nel X secolo, ebbe un aspetto più maestoso, anche grazie ai materiali di prima qualità utilizzati. Maestri come Bernardo el Viejo, Roberto, Esteban, Bernardo il Giovane, Matteo, parteciparono alla costruzione del terzo santuario, la Cattedrale, considerata come il monumento più bello eretto in Spagna nel corso del <a title="Medioevo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/medioevo">Medioevo</a>: la sua costruzione barocca seguì il modello classico delle basiliche oggetto di pellegrinaggi, cioè con pianta a croce latina con tre navate prolungate nell’incrociato e navata dell’abside con cappelle absidali e triforio. Il santuario di Santiago de Compostela è meta di pellegrinaggi da oltre mille anni e, dal 25 luglio del 1122, ogni volta che la festa dell’Apostolo Giacomo cade di domenica, si celebra un Anno Santo e Giubilare, l’Anno Giacobeo.</p>
<p style="text-align: justify;">A tal punto, riteniamo sia necessario esplicitare il perché del recarsi alla “finis terrae” e, soprattutto, il significato esoterico del pellegrinaggio. Differenti sono state le motivazioni che hanno messo in marcia sui vari sentieri d’Europa milioni di persone, con l’obiettivo di percorrere il “camino” a piedi, alcuni percorrendo gli 800 chilometri di strada fra Jaca o Roncisvalle e la Cattedrale. Non si può non ricordare che Dante indica il titolo di “pellegrino” come specifico ed esclusivo di coloro che andavano a Compostela:”…la sepoltura di San Giacomo era la più lontana dalla sua patria di qualsiasi altro apostolo”. I molteplici motivi del pellegrinaggio erano la riconoscenza per la grazia ottenuta, l’espiazione delle proprie colpe, il desiderio di acquisire indulgenze, insieme alla concezione religiosa che la divinità possa risiedere in alcuni luoghi privilegiati e che in queste località vi sia la possibilità di assistere alla manifestazione di fenomeni sovrannaturali, dai quali l’uomo può trarre beneficio; in altre <a title="religioni" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religioni</a> la sacralità del luogo è sancita dal fatto che in esso si sia svolta la vita terrena del Dio incarnato o di profeti. Tale è, però, solo il significato exoterico del pellegrinare, essendocene sempre, coma la dottrina tradizionale ci insegna, uno più intimo, non opposto, ma più profondo, iniziatico ed esoterico. Henry Corbin ci mostra come nella struttura dottrinale e tradizionale dell’Islam vi siano due modalità differenti di concepire il pellegrinaggio: la prima, riferita ai comuni credenti (<em>‘awamm</em>), consiste nel recarsi in visita ai Luoghi Santi; la seconda modalità è la Via dell’iniziato (<em>xawass</em>), è il desiderio del Volto dell’Amico Divino. Exotericamente vi è un Tempio materiale, ove si conducono i fedeli in preghiera, ed esotericamente vi un Tempio spirituale, in cui l’oggetto della contemplazione dello sguardo divino è il cuore dell’uomo. Ecco l’aspetto essenziale del viaggio, la trasmutazione del <em>Deus absconditus </em>in <em>Deus revelatus</em>, cioè il concepire la visita dei Luoghi Santi come un pellegrinaggio interiore, del cuore, durante il quale si riedifica il Tempio spirituale nel proprio microcosmo.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-medium wp-image-1293" style="margin: 10px;" title="1223_santiago-de-compostela" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/1223_santiago-de-compostela-300x198.jpg" alt="" width="300" height="198" />Bisogna intendere la Cattedrale come un centro, che racchiude, avvolge e contiene ogni cosa, similmente al nostro cuore, che è il centro ove convergono tutte le facoltà animiche e spirituali dell’uomo: così ogni Tempio è un’immagine del Tempio esistente a livello più profondo o superiore; più volte nei nostri scritti abbiamo richiamato la corrispondenza, espressa in tutte le forme della Tradizione, tra macrocosmo e microcosmo o tra piano exoterico e piano esoterico! E’ d’obbligo, a tal punto, assimilare le varie tappe del pellegrinaggio ai vari sviluppi del “corpo sottile”, ai vari gradi del percorso iniziatico presenti nei misteri antichi, nello gnosticismo, nell’esicasmo: in alcune pratiche sufiche l’iniziato, impersonificando Adamo, compie sette giri intorno al Tempio, come sette erano i gradi d’iniziazione nel mitraismo, similmente sette sono i centri sottili che la <em>Kundalini </em>deve risalire lungo la <em>sushumna</em>, intendendo l’uomo interiore come “Tempio maggiore di Dio”, in cui ci si riveste, in seguito, dei sette Attributi Divini. In quanto scritto speriamo di aver spiegato al meglio il vero significato del pellegrinaggio, la valenza reale che deve assumere per l’uomo della Tradizione, di un incontro tra <em>Alter Ego </em>Divino ed <em>ego </em>umano, tra polo celeste e polo terrestre: “colui che si manifesta, colui al quale si manifesta e la Forma nella quale si manifesta sono una stessa realtà”(<em>Qazì Sa’id</em>).</p>
<p style="text-align: justify;">Compresi l’importanza della Cattedrale di Santiago e l’intima essenza del pellegrinare, è nostro intento disquisire sul tema fondamentale del presente scritto e che, in fondo, rappresenta la sintesi ultima di tutto ciò di cui abbiamo fin qui esplicitato. Nel nostro soggiorno a Compostela, durante l’attenta ed appassionata visita alla Cattedrale abbiamo notato la parte interna della Porta Santa o del Perdono, che esternamente affaccia nella piazza della Quintana, e la sua valenza <a title="simbologia" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbolica</a> ci ha immediatamente colpiti. Sulla Porta spicca una croce a quattro braccia inscritta in un cerchio e, inoltre, nelle quattro suddivisioni del cerchio, campeggiano un sole a nord-ovest, un’alpha a sud-ovest, una luna a nord-est, un’omega a sud-est. Al di sopra della Porta e del <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbolo</a> descritto, vi è una vetrata in cui è raffigurato l’Apostolo su di un trono e nella parte superiore della stessa vetrata è raffigurata una città. Ai lati, poi, della porta vi sono due piccole statue che rappresentano i discepoli di San Giacomo, Teodoro e Attanasio, ciascuno dei quali con un libro tra le mani. I pellegrini entrano dalla Porta Santa ed escono dal famoso Portico della Gloria, magistralmente scolpito dal maestro Matteo, dopo aver adorato l’Eucaristia ed ammirato il famoso Botafumeiro, gigantesco turibolo che si eleva fino alle volte della Cattedrale, con uno spettacolare movimento di pendolo. Con l’ausilio di tale breve descrizione è nostra intenzione dimostrare come, nel lato interno della Porta Santa o del Perdono della Cattedrale di Santiago de Compostela, vi sia una meravigliosa rappresentazione della “Porta stretta”, che il <a title="simbolismo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbolismo</a> evangelico pone all’entrata del Regno di Dio. Si fa riferimento essenzialmente ad un ambito extra-cosmico, al passaggio dell’anima nel <em>Brahma-loka</em>, nel Paradiso, è il ritorno dell’uomo allo stato edenico, il passaggio all’immortalità, durante il quale i vincoli con le componenti corporee e psichiche si sono spezzati. Dal punto di vista interiore, tale apertura corrisponde alla corona della testa, all’arteria coronale, l’orifizio denominato <em>bramha-randhra</em>, dal quale entra il raggio solare che percorre, illuminandola, la <em>sushumna</em> o dal quale esce lo spirito dell’essere in via di liberazione. La croce inscritta nel cerchio è il <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbolo</a> della Via da percorrere per l’iniziato, la strada che conduce a Giano, a Shiva, al Signore del triplice tempo, al Signore dell’Eternità, al Cristo, del quale l’Apostolo Giacomo ha l’aspetto nella vetrata superiore:”Io sono l’alpha e l’omega, il principio e la fine”.</p>
<p style="text-align: justify;">L’importanza, quindi, di comprendere il significato iniziatico del pellegrinaggio a Santiago de Compostela emerge con la massima solarità: il mistico-pellegrino dopo aver affrontato il viaggio nelle contrade spagnole della fede e, soprattutto, nella propria interiorità approda innanzi alla Porta del Perdono (ora si capisce meglio tale denominazione!), che, però, come si riesce a leggere a stento dalle poche incisioni in latino che l’usura del tempo ha risparmiato sui libri in pietra mantenuti dalle due statue laterali dei discepoli del Santo, è riservata a pochi, perché stretto ed arduo è il passaggio: si rammenti, infatti, come in un passo evangelico si avverte come tanti saranno i chiamati da Dio, ma pochi i prescelti. Riemerge con forza la necessità di un’adeguata dignificazione, di un reale mutamento ontologico che deve avvenire nell’iniziato durante il pellegrinaggio, affinché possa risorgere il Sole spirituale ed il Tempio interiore possa essere nuovamente edificato, acquisendo quella <em>potestas clavium</em>, che sola ha la capacità di aprire la Porta che conduce alla <em>Civitas Dei</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Un’analisi puntuale del termine “tempio” ci permetterà, poi, di aggiungere alcune considerazioni che possa sgombrare il campo da alcuni possibili fraintendimenti e far comprendere al meglio quale sia il senso della nostra ricerca. Nelle tradizioni ebraica ed araba il termine in questione ha da sempre designato una dimora della divinità, condizionando anche il nostro normale modo di esprimerci e di parlare. L’etimologia del latino <em>templum</em>, però, denota, più che un luogo di presenza, un luogo di visione, cioè un mezzo per la contemplazione del Divino:si ricordi, infatti, l’origine del termine sanscrito <em>Veda</em>, che proviene da <em>vid</em>, cioè vedere, mirare il Tempio Cosmico, che è l’insieme degli esseri della manifestazione. Il vedere, quindi, come segno di sacralità, come status ontologico primordiale: gli eroi omerici vedevano e parlavano con i propri dèi! Abbiamo precisato ciò, affinché nessuno mal comprendesse la nostra disamina iniziatica, che, partendo da un piano religioso, è, poi, proseguita nell’ambito dell’invisibile e della <a title="simbologia" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbologia</a> tradizionale: non vogliamo, infatti, offrire a nessuno l’opportunità di cadere, causa nostra, nell’errore massonico di confondere, consapevolmente o meno, l’edificio terrestre del tempio con la sua trasposizione celeste, cioè la contemplazione attiva del Tempio interiore. Tale precisazione ci riconduce alla rappresentazione presente nella vetrata descritta, ove campeggiano uno scettro e una chiave tra le mani dell’Apostolo (Cristo) raffigurato e, come già scritto e a conferma di quanto approfondito, una città divina, che simboleggia la residenza del <em>Logos</em>, di <em>Purusha</em>, del Principio ordinatore divino. E’ il “luogo” del centro, che simbolicamente corrisponde allo stato primordiale, al Polo celeste: nella tradizione estremo-orientale si parla della “Città dei Salici”, del “Soggiorno degli Immortali”, come erano i Campi Elisi nella Romanità o il Walhalla nella tradizione nordica.  A fronte di tali considerazioni, è necessario evidenziare quanto valore assuma Compostela, anche per la sua assimilazione, a questo punto non più solo religiosa, alle città di Roma e Gerusalemme, ponendosi, secondo noi, in una posizione intermedia o mediatrice. “Io regnavo nel tempo in cui la terra accoglieva gli dèi e gli dèi si aggiravano per i luoghi degli uomini”: queste sono le parole che Ovidio attribuisce a Giano, il dio degli inizi, il <em>numen </em>che nel Lazio fa rinascere la Tradizione Primordiale sotto le insegne di Roma, quale affermazione nella storia e nell’eternità – ecco perché si parla di un&#8217;<em>Aeternitas Romae</em> – del volere e della presenza degli Dei, quale ritorno all’Età dell’Oro: si esplicita, infatti, la denominazione data all’Urbe di Saturnia Tellus, essendo Saturno, appunto, il <em>numen </em>del primo e luminoso <em>yuga</em>. Gerusalemme, quella celeste, invece, nel <a title="simbolismo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbolismo</a> apocalittico della tradizione cristiana è la dimora di Dio alla fine del presente ciclo, quando l’attuale <em>Manvantara</em> avrà sviluppato tutte le sue possibilità, anche le più negative; rappresenterà la quadratura del cerchio, il ritorno allo stato primordiale, all’Età dell’Oro: non casuale, inoltre, è il collegamento operato dal grande alchimistica Nicholas Flamel, nelle sue Figure Geroglifiche, tra San Giacomo, Compostela e l’<em>Ars Regia</em>!</p>
<p style="text-align: justify;">Quindi, una realtà metafisica che rimane immutata al di là dei condizionamenti spaziali e temporali della manifestazione, un <em>Regnum Dei</em> o uno <em>status </em>dell’essere che muta il proprio nome o la propria forma, a seconda delle leggi cicliche, ma che non vede mai intaccata la propria ed intima essenza. Compostela, pertanto, è per noi, con la sua storia, con la sua Cattedrale, con il suo percorso iniziatico, un’altra determinazione terrestre e fisica della <em>Civitas Dei</em>, con la sua tradizione religiosa e devozionale, ma anche templare e guerriera, come l’abbiamo “sentita” durante la nostra visita, un grande <em>omphalos</em>, come lo è per noi Roma, ove sentire sulla pelle, nell’aria, sulla terra, nel cuore la grandezza eterna della Tradizione, “un luogo in cui nessuna muraglia divide inesorabilmente la nostra vita in due metà avverse, in cui, superando lotte e conflitti, l’armonia fa fiorire nei cuori una gioia pura, in cui, infine, trionfando sulle più spesse nubi, misericordioso per i giusti e gli ingiusti, brilla un Sole immutabile”.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto dallo speciale della rivista <em>Graal </em>dedicato alle Cattedrali d’Europa – Settembre/Ottobre 2005.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/la-porta-santa-del-perdono-a-santiago-de-compostela-il-mistero-di-un-percorso-iniziatico.html' addthis:title='La Porta (Santa) del Perdono a Santiago de Compostela, il mistero di un percorso iniziatico ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Mussolini e la spada dell&#8217;Islam</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Jan 2000 19:10:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudio Mutti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[I rapporti tra il fascismo e il mondo musulmano]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/mussolinielaspadadellislam.html' addthis:title='Mussolini e la spada dell&#8217;Islam '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/buddha.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Religione" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storiacontemporanea48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Storia contemporanea" /><br/><div id="attachment_2118" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-2118" title="mussolini-spada-islam" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/mussolini-spada-islam-300x212.jpg" alt="Mussolini brandisce la Spada dell'Islam" width="300" height="212" /><p class="wp-caption-text">Mussolini brandisce la Spada dell&#39;Islam</p></div>
<p style="text-align: justify;">In uno scritto sull&#8217;”espansionismo islamico” pubblicato su un periodico del cattolicesimo integralista abbiamo letto quanto segue: &#8220;Una menzione a parte merita la moschea di Roma, la cui prima richiesta di edificazione pervenne a Mussolini dallo Scià di Persia di allora. Si ama ripetere la risposta di Mussolini per cui sarebbe bastata l&#8217;autorizzazione a costruire una chiesa alla Mecca e il permesso sarebbe stato tosto accordato, ma una celebre foto di Mussolini che lo ritrae mentre brandisce la spada dell&#8217;Islam getta molta acqua su questa leggenda. Sembra invece che il personaggio non si fosse punto opposto all&#8217;edificazione di una moschea a Roma e che solo il deciso intervento di Pio XII, rimasto &#8216;costernato&#8217; alla notizia, avesse fatto naufragare simili velleità&#8221;. L&#8217;informazione, desunta da un articolo del <em>Turkish Daily News</em> del 25 ottobre 2000 (che viene citato in nota), concorda in sostanza con quanto ci ebbe a dire nel 1978 un funzionario del Centro Islamico Culturale d&#8217;Italia, il principe afghano Hassan Amanullahi: il Duce gli avrebbe dichiarato che l&#8217;idea di erigere una moschea a Roma lo trovava entusiasta, ma la presenza del potere clericale rappresentava un ostacolo insormontabile. (Il principe Amanullahi contrapponeva la posizione filoislamica di Mussolini a quella di Almirante, che a quell&#8217;epoca si era dichiarato contrario all&#8217;edificazione della Moschea di Monte Antenne, perché riteneva che sarebbe diventata un covo di “estremisti palestinesi”).</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=884253059X" target="_blank"><img class="alignleft" style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/ilfasciolasvasticalamezzaluna.bmp" border="0" alt="Stefano Fabei, Il fascio la svastica la mezza luna" width="95" height="141" align="left" /></a> Secondo Franco Cardini, prefatore di uno studio di Enrico Galoppini sui rapporti del Fascismo con l’Islam, l&#8217;interesse di Mussolini per l&#8217;Islam potrebbe avere &#8220;le sue più lontane ed autentiche radici nelle celebri pagine di elogio dell&#8217;Islam vergate da Nietzsche&#8221; (1). L&#8217;ipotesi di Cardini ci richiama alla memoria una lettera dello stesso Mussolini in cui è attestato il simultaneo interesse dello scrivente per Nietzsche e per l&#8217;Islam. Nell&#8217;aprile del 1913 infatti il direttore dell&#8217;<em>Avanti!</em> rispondeva a un invito della scrittrice anarchica Leda Rafanelli dicendole che tra breve le avrebbe fatto visita e che insieme avrebbero letto &#8220;Nietzsche e il Corano&#8221; (2). Leda Rafanelli (Pistoia 1880 – Genova 1971), come ricorda anche <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/renzo-de-felice" target="_blank">Renzo De Felice</a></span>, era &#8220;una scrittrice libertaria seguace della <a href="http://www.centrostudilaruna.it/religione.html">religione</a> musulmana&#8221; (3), la quale si era convertita all&#8217;Islam durante una permanenza in Egitto, più o meno nello stesso periodo in cui operava al Cairo un altro ex anarchico entrato a sua volta in Islam: quell&#8217;Enrico Insabato che diventerà consulente del governo fascista per le questioni islamiche. Fu dunque la Rafanelli, a quanto risulta dalle lettere di Mussolini pubblicate da quest&#8217;ultima dopo la guerra, la prima fonte informata e attendibile da cui Mussolini attinse le sue conoscenze in fatto di Islam. Un&#8217;altra donna, ben più autorevole della Rafanelli, vent&#8217;anni più tardi parlerà anch&#8217;essa dell&#8217;Islam con Mussolini. Sarà la &#8220;Sceriffa di Massaua&#8221;, Haleuia el-Morgani, discendente dell&#8217;Imam Alì e maestra (<em>shaykha</em>) di una confraternita iniziatica dell&#8217;Islam, la <em>Tarîqa katmiyya</em>. Dopo essere stata ricevuta dal Duce assieme ad altri dignitari musulmani, la &#8220;Sceriffa di Massaua&#8221;, autorità islamica di primo piano dell&#8217;Africa Orientale, dichiarerà pubblicamente: &#8220;Da quando Allah ha voluto che il Duce assumesse la protezione e la difesa dell&#8217;Islam, anche la Tarîqa ha assunto importanza maggiore nel quadro della vita <a href="http://www.centrostudilaruna.it/religione.html">religiosa</a> dell&#8217;Impero. Nessuno è stato con la mia <a href="http://www.centrostudilaruna.it/religione.html">religione</a> e con me così nobilmente largo di ogni aiuto quanto il Duce. Egli si è detto lieto e fortunato di conoscere in me la Sharîfa discendente del Profeta Muhammad, che Allah lo benedica e lo conservi. Il Duce è nel cuore dei Musulmani di tutto il mondo perché è giusto, coraggioso, deciso e perché difende la loro fede&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Fin dagli esordi della sua politica estera, il governo fascista aveva manifestato l&#8217;intento di stabilire o di sviluppare le relazioni dell&#8217;Italia coi paesi musulmani, e non solo con quelli dell&#8217;area mediterranea e dell&#8217;Africa orientale. Già nell&#8217;ottobre del 1923 il Duce volle inviare in Afghanistan una missione politico-scientifica guidata da Gastone Tanzi e Luigi Piperno (4), la quale avrebbe dovuto studiare un piano di assistenza e, al contempo, cercare di attrarre nell&#8217;orbita fascista l&#8217;emiro riformatore Amânullâh, restio a rivolgersi agli ingombranti vicini britannici e sovietici.</p>
<p style="text-align: justify;">Tuttavia, fino al 1930 il governo fascista non fu in grado di svolgere una &#8220;politica islamica&#8221; pienamente autonoma, per la semplice ragione che la politica estera di Roma nei confronti dei paesi musulmani dipendeva dall&#8217;andamento dei rapporti dell&#8217;Italia con la Gran Bretagna. Inoltre la &#8220;riconquista&#8221; della Libia, in corso in quegli anni, rendeva difficile un approccio politico dell&#8217;Italia nei confronti del mondo musulmano. Infine, l&#8217;influenza degli ambienti conservatori soffocava quelle tendenze ad una politica estera rivoluzionaria che erano vive presso gli elementi fascisti più dinamici.</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=8842531987" target="_blank"><img class="alignright" style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/unavitaperlapalestina.bmp" border="0" alt="Stefano Fabei, Una vita per la Palestina" width="95" height="150" align="right" /></a> Fu tra il 1930 e il 1936 che la politica islamica dell&#8217;Italia assunse un profilo più autonomo e un carattere più attivo. Nel 1930 fu inaugurata a Bari la Fiera del Levante. Nel 1933 e nel 1934 furono organizzati a Roma, sotto il patrocinio dei GUF, due convegni degli studenti asiatici. Nel maggio del 1934 Radio Bari cominciò a trasmettere in lingua araba. Il 18 marzo del 1934 Mussolini aveva detto: &#8220;Gli obiettivi storici dell&#8217;Italia hanno due nomi: Asia ed Africa. Sud ed Oriente sono i punti cardine che devono suscitare la volontà e l&#8217;interesse degli Italiani (&#8230;) Questi nostri obiettivi hanno la loro giustificazione nella geografia e nella storia. Di tutte le grandi potenze occidentali d&#8217;Europa, la più vicina all&#8217;Africa e all&#8217;Asia è l&#8217;Italia. Nessuno fraintenda la portata di questo compito secolare che io assegno a questa e alle generazioni italiane di domani. Non si tratta di conquiste territoriali, e questo sia inteso da tutti, vicini e lontani, ma di un&#8217;espansione naturale, che deve condurre alla collaborazione fra l&#8217;Italia e le nazioni dell&#8217;Oriente mediato e immediato (&#8230;) L&#8217;Italia può far questo. Il suo posto nel Mediterraneo, mare che sta riprendendo la sua funzione storica di collegamento fra l&#8217;Oriente e l&#8217;Occidente, le dà questo diritto e le impone questo dovere. Non intendiamo rivendicare monopoli o privilegi, ma chiediamo e vogliamo ottenere che gli arrivati, i soddisfatti, i conservatori, non si industrino a bloccare da ogni parte l&#8217;espansione spirituale, politica, economica dell&#8217;Italia fascista&#8221;. Nel contesto di questa nuova politica estera si inserisce la creazione, nel giugno 1935 al Cairo, dell&#8217;Agenzia d&#8217;Egitto e d&#8217;Oriente, la quale, oltre ad avere le ordinarie funzioni di un&#8217;agenzia di stampa, svolgeva attività di penetrazione nel mondo dell&#8217;informazione araba, sovvenzionando giornali e giornalisti. Anche la nascita dell&#8217;Istituto per l&#8217;Oriente &#8220;si inserisce nel dibattito che attraversò quei settori dell&#8217;intellettualità nazionale interessata alle questioni orientali o più precisamente coloniali&#8221; (5).</p>
<p style="text-align: justify;">La fase successiva della politica islamica del Fascismo si apre nel 1937, l&#8217;anno in cui Mussolini in Libia entra nelle moschee, rende omaggio alla tomba del <em>mugiàhid </em>Sidi Rafa, impugna la Spada dell&#8217;Islam (6), riceve gli elogi delle autorità islamiche (7) e nel discorso di Piazza del Castello proclama da parte sua: &#8220;L&#8217;Italia fascista intende assicurare alle popolazioni musulmane della Libia e dell&#8217;Etiopia la pace, la giustizia, il benessere, il rispetto alle leggi del Profeta e vuole inoltre dimostrare la sua simpatia all&#8217;Islam ed ai Musulmani del mondo intero&#8221;. Tuttavia ancora in questa fase, stando a De Felice, &#8220;negli intenti di Mussolini e di Ciano la carta araba&#8221; continuava ad essere considerata &#8220;moneta di scambio nel caso che si fosse aperto un varco per un&#8217;effettiva trattativa per un accordo generale mediterraneo tra Roma e Londra; tanto è vero che, sull&#8217;onda delle speranze suscitate dalla conclusione degli &#8216;accordi di Pasqua&#8217;, Roma bloccò immediatamente gli aiuti ai movimenti antibritannici mediorientali e moderò il tono delle trasmissioni di radio Bari&#8221; (8).</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=8827218319" target="_blank"><img class="alignleft" style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/esoterismoefascismo.bmp" border="0" alt="Gianfranco de Turris (cur.), Esoterismo e fascismo. Storia, interpretazioni, documenti" width="95" height="145" align="left" /></a> Dopo l&#8217;entrata in guerra, la politica islamica dell&#8217;Italia assumerà nella strategia mussoliniana &#8220;un valore permanente e non meramente strumentale&#8221; (9), caratterizzandosi e localizzandosi essenzialmente in relazione al Medio Oriente, poiché nel Nordafrica la condotta italiana sarà sempre, nonostante le migliori intenzioni del Fascismo, quella che Hitler ha deprecato nel suo testamento politico nei termini seguenti: &#8220;L&#8217;alleato italiano (&#8230;) ci ha impedito di condurre una politica rivoluzionaria nell&#8217;Africa del Nord (&#8230;) perché i nostri amici islamici d&#8217;un tratto hanno visto in noi i complici, volontari o involontari, dei loro oppressori&#8221; (10).</p>
<p style="text-align: justify;">E&#8217; dunque nel corso degli anni trenta che il rapporto tra il Fascismo e l&#8217;Islam si consolida notevolmente. La pubblicistica fascista di quegli anni ci mostra infatti tutta una serie di prese di posizione che vanno dal filoislamismo pragmatico e determinato da ragioni geopolitiche fino all&#8217;affermazione di una affinità dottrinale tra Fascismo e Islam. A tale proposito, accanto ad alcuni fatti isolati ma significativi, quali la comparsa di un libro in cui Gustavo Pesenti (ex comandante del contingente italiano in Palestina) assegna all&#8217;Italia una funzione mediterranea di &#8220;potenza islamica&#8221;(11), vanno segnalati soprattutto i numerosi e continui interventi della <em>Vita Italiana </em>(diretta da Giovanni Preziosi) a favore di una stretta solidarietà tra Fascismo e Islam. Sulla rivista di Preziosi, Giovanni Tucci rilancia la formula di Essad Bey, secondo cui &#8220;il Fascismo può, in un certo senso, essere chiamato l&#8217;Islam del secolo ventesimo&#8221; (12), e aggiunge: &#8220;l&#8217;offerta della Spada dell&#8217;Islam al Duce è il documento più probatorio che l&#8217;Islam vede nel Fascismo un qualcosa d&#8217;assomigliante, un certo punto conclusivo con le proprie vedute. (&#8230;) Il Fascismo ha orientato la propria politica verso un indirizzo di sana e vigile consapevolezza, rispettando e tutelando credenze, tradizioni, usi, costumi. (&#8230;) Saggia politica che a poco a poco ha conquistato la simpatia e l&#8217;attenzione di tutto il mondo islamico (&#8230;) L&#8217;Islam s&#8217;indirizza verso la luce di Roma convinto come è della potenza e della saggezza della nuova Italia fascista per un desiderio dell&#8217;anima, riconoscente della grande comprensione che è il rispetto delle leggi del Profeta, della tradizione degli avi&#8221; (13). Con Fascismo e Islamismo, pubblicato a Tripoli di Libia nel 1938, Gino Cerbella ripropone la stessa tesi. E nel settembre del 1938, nel messaggio da lui rivolto all&#8217; &#8220;Internazionale fascista&#8221; di Erfurt, il presidente dei CAUR Eugenio Coselschi si richiamava tra l&#8217;altro alla &#8220;saggezza del Corano&#8221; in opposizione alle &#8220;nefaste dottrine che propongono l&#8217;assoggettamento di tutte le nazioni e di tutte le razze alla tirannia di un&#8217;unica razza sottomessa alle prescrizioni del Talmud&#8221;(14). Si fanno insomma sempre più frequenti, nel corso degli anni trenta, i richiami ad una &#8220;costruttiva collaborazione fra due inestimabili forze spirituali quali il Fascismo e l&#8217;Islamismo&#8221; (15).</p>
<p style="text-align: justify;">Tra quanti, sul versante italiano, operarono concretamente ai fini di tale collaborazione, ricordiamo qui soprattutto due personaggi: Enrico Insabato e Carlo Arturo Enderle. Il primo era stato direttore della rivista italo-araba <em>Il Convito &#8211; An-Nâdî</em>, uscita al Cairo dal 1904 al 1907, sulla quale erano apparsi scritti ispirati dallo shaykh Abd er-Rahmân Illaysh al-Kabîr (16), l&#8217;iniziatore di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/rene-guenon/">René Guénon</a></span> al Sufismo. Fedele alla sua vocazione di mediatore tra l&#8217;Italia e il mondo musulmano, il dr. Enrico Insabato proseguirà anche negli anni della guerra mondiale il tentativo di allacciare il Fascismo all&#8217;Islam. Nell&#8217;aprile del 1940, un suo articolo sul n. 1 della rivista <em>Albania </em>si conclude con queste parole: &#8220;L&#8217;Islam albanese (&#8230;) va pertanto considerato nel suo giusto valore, oggi che l&#8217;Italia (&#8230;) ha saputo, col fascino della titanica figura di Benito Mussolini, inspirare in tutti i seguaci del Profeta Illetterato fiducia, speranza ed aspettazione&#8221;. Una sua opera, pubblicata a Roma l&#8217;anno seguente, reca questo titolo significativo: <em>L&#8217;Islam vivente nel nuovo ordine mondiale</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=880617374X" target="_blank"><img class="alignright" style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/mussoliniilrivoluzionario.bmp" border="0" alt="Renzo De Felice, Mussolini il rivoluzionario" width="89" height="140" align="right" /></a> Il prof. Carlo Arturo Enderle (Alì Ibn Giafar) era nato a Roma nel 1892 da genitori romeni e musulmani. Libero docente in psichiatria alla Regia Università di Roma, consulente neurologo dell&#8217;ONB, ex ufficiale medico, &#8220;fu uno dei più efficienti contatti segreti italiani che operarono con gli esponenti del nazionalismo arabo e del mondo islamico&#8221; (17). I rapporti del governo fascista con i nazionalisti siro-palestinesi Shekib Arslan e Ihsân al-Giabri, col segretario generale del Congresso panislamico Sayyid Ziyâ ed-Dîn Tabatabai e col Mufti di Gerusalemme Hâj Amîn al-Hussaynî erano stati curati inizialmente dal prof. Enderle e da un suo stretto collaboratore, il musulmano indiano Iqbal Shedai.</p>
<p style="text-align: justify;">Le prese di posizioni filoislamiche degli intellettuali fascisti furono ampiamente ricambiate da parte musulmana. Il maggior poeta dell&#8217;India musulmana e padre spirituale del Pakistan, Muhammad Iqbal (1877-1938), che nel 1932, prima di presiedere il Congresso Musulmano di Gerusalemme, era stato ricevuto dal Duce e aveva tenuto un discorso all&#8217;Accademia d&#8217;Italia, vede nel Fascismo una forza in lotta contro gli stessi nemici dell&#8217;Islam e dedica una poesia a Benito Mussolini, che &#8220;ha messo a nudo senza pietà i segreti della politica europea&#8221;. Parlando della rigenerazione dell&#8217;Italia all&#8217;insegna del Fascio littorio, nel 1935 Iqbal dice: &#8220;La nazione erede di Roma, vecchia di antiche forme, si è rinnovata ed è rinata, giovane. Nello spirito dell&#8217;Islam vibra oggi la medesima ansia&#8221;. Nel 1938 canta la definitiva sconfitta del materialismo classista &#8220;entro le mura antiche della grande Roma&#8221; e celebra la ricomparsa dell&#8217;Impero: &#8220;Alla stirpe di Cesare è riapparso il sogno imperiale di Cesare&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma la più autorevole presa di posizione a favore di un&#8217;azione solidale dell&#8217;Islam e del Fascismo fu quella costantemente espressa dal Gran Muftì di Gerusalemme, Hâj Amîn al-Hussaynî. La celebre fotografia che lo ritrae in visita al &#8220;Covo&#8221; di Via Paolo da Cannobio, il 17 aprile 1942, è emblematica di un&#8217;attività culminata con la proclamazione del <em>gihàd </em>e con la costituzione di divisioni militari musulmane che combatterono a fianco dell&#8217;Italia e della Germania (18).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Note</strong></p>
<p style="text-align: justify;">1. F. Cardini, <em>Introduzione</em> a: E. Galoppini, <em>Il Fascismo e l’Islam</em>, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 2001, p. 5. Sulla presenza dell’Islam nell’opera di Nietzsche, cfr. C. Mutti, <em>Avium voces</em>, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 1998, pp. 43-66.<br />
2. L. Ravanelli, <em>Una donna e Mussolini</em>, Rizzoli, Milano 1946, p. 24.<br />
3. R. De Felice, <a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=880617374X"><em>Mussolini il rivoluzionario. 1883-1920</em></a>, Einaudi, Torino 1965, p. 136 nota.<br />
4. La missione fallì a causa di uno scandalo suscitato dall&#8217;ing. Piperno, il quale cercò di sedurre una donna afghana. Piperno fu ucciso da un paio di fucilate mentre si trovava sul terrazzo della legazione italiana di Kabul, mentre sul gruppo degli italiani si riversò l&#8217;indignazione popolare.<br />
5. M. Giro, <em>L&#8217;Istituto per l&#8217;Oriente dalla fondazione alla seconda guerra mondiale</em>, in “Storia contemporanea”, a. XVII, n. 6, dicembre 1986, p. 1139.<br />
6. Alle domande che alcuni si sono poste circa la sorte della Spada dell&#8217;Islam donata a Mussolini, la risposta è stata data da Donna Rachele in un&#8217;intervista pubblicata postuma tre anni fa: la Spada dell&#8217;Islam, che il Duce conservava in una teca di vetro alla Rocca delle Caminate, fu democraticamente rubata durante l&#8217;assenza dei Mussolini, quando la Rocca venne devastata dagli antifascisti. &#8220;Hanno portato via tutto (&#8230;) perfino la culla di Romano&#8221; (L. Romersa, <em>Benito e Rachele Mussolini nella tragedia</em>, in “Storia Verità”, a. III, n. 17, sett.-ott. 1994, pp. 2-8).<br />
7. Il Cadi di Apollonia tenne questo discorso: &#8220;Sia lodato Iddio, Che ha infuso il segreto del genio negli uomini di Sua elezione, affinché in loro si manifesti la Sua grandezza, superiore ad ogni concezione umana, e affinché attraverso questa manifestazione si possa arrivare a glorificare la Divinità. O Duce, la tua fama ha raggiunto tutto e tutti e le tue virtù vengono cantate dai vicini e dai lontani. La tua visita al sepolcro di questo Compagno del Profeta, su di lui benedizione e pace, verso cui sono protesi in atto di venerazione i cuori di tutti i Musulmani, raddoppia la nostra gratitudine per te e ci rivela un altro lato della tua grandezza, quella cioè che ti congiunge con gli spiriti dei grandi di tutte le epoche. Al Grande Creatore che ti ha rivelato il segreto di guidare l&#8217;Italia sul cammino della potenza e della gloria e che ti ha ispirato i sentimenti di affetto e di bene verso i Musulmani, nonché il rispetto delle loro tradizioni <a href="http://www.centrostudilaruna.it/religione.html">religiose</a>, rivolgiamo le nostre preghiere nell&#8217;umile raccoglimento di chi sente tutta la Sua potenza e fervidamente crede nella Sua infinita misericordia, perché ti protegga, ti conservi e ti conceda di spiegare sul mondo intero lo stendardo della pace e dell&#8217;amicizia&#8221;. E il Cadi di Bengasi: &#8220;Benvenuto, o Duce, in questa città fedele e in questo antico tempio. I Musulmani di questo paese, che hanno seguito con profonda ammirazione le tappe del cammino trionfale percorso dall&#8217;Italia fascista sotto la tua guida e che hanno servito ai tuoi ordini con lealtà e con devozione, ti sono sinceramente grati per questa fausta visita che conferma la tua simpatia verso i Libici e il rispetto per la loro <a href="http://www.centrostudilaruna.it/religione.html">religione</a>. Mi sento veramente fiero di rinnovarti a nome di tutti, sulla soglia di questo sacro luogo, la promessa assoluta di fedeltà, invocando il Signore Onnipotente e Generoso perché ti assista nel guidare l&#8217;Italia sulla via di una sempre maggiore grandezza. Egli ti conceda di vedere realizzata la tua volontà di portare il paese ad un livello superiore in tutti i campi, sì da offrire al mondo l&#8217;esempio di quanto l&#8217;Italia può fare per il bene dei popoli che essa accoglie nel suo grembo sotto il segno del Littorio, <a href="http://www.centrostudilaruna.it/simboli.html">simbolo</a> di giustizia e di umanità&#8221;.<br />
8. R. De Felice, <em>Il Fascismo e l&#8217;Oriente. Arabi, ebrei e indiani nella politica di Mussolini</em>, Il Mulino, Bologna 1988, p. 21.<br />
9. R. De Felice, <em>Op. cit.</em>, <em>ibidem</em>.<br />
10. <em>Le testament politique de Hitler</em>, a cura di H.R. Trevor-Roper, Paris 1959, p. 61. Cfr. C. Mutti, <em>Il nazismo e l&#8217;Islam</em>, Barbarossa, Saluzzo 1986 e S. Fabei, <em>La politica maghrebina del Terzo Reich</em>, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 1988.<br />
11. G. Pesenti, <em>In Palestina e in Siria durante e dopo la Grande Guerra</em>, Milano 1932, p. 12.<br />
12. Essad Bey, <em>Maometto</em>, Firenze 1935, p. V.<br />
13. G. Tucci, <em>Il Fascismo e l&#8217;Islam</em>, in “La Vita Italiana”, maggio 1937, pp. 597-601.<br />
14. R. De Felice, <em>Op. cit.</em>, p. 20, nota 12. Sui CAUR e i congressi di Erfurt cfr. M. Ledeen, <em>L&#8217;internazionale fascista</em>, Laterza, Bari 1973 e I. Motza, <em>Corrispondenza col Welt-Dienst</em>, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 1996.<br />
15. P. Balbis, rec. di G. Caniglia, <em>La Tarica Katmia</em>, in “Bibliografia fascista”, 1939, p. 194.<br />
16. Biografia in: Michel Vâlsan, <em>L&#8217;Islam e la funzione di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/rene-guenon/">René Guénon</a></span></em>, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 1985, pp. 87-93.<br />
17. L. Goglia, <em>Il Mufti e Mussolini: alcuni documenti italiani sui rapporti tra nazionalismo palestinese e fascismo negli anni trenta</em>, in “Storia contemporanea”, a. XVII, n. 6, dicembre 1986., p. 1237, nota 39.<br />
18. Sull&#8217;impegno militante del Muftì, si vedano i nostri articoli: <em>Una vita per la Terrasanta</em>, in “Storia del XX secolo”, 7, nov. 1995 e <em>Il sangue contro l&#8217;oro</em>, <em>ibidem</em>, 10, febbraio 1996.</p>
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		<title>Crollano le torri</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Jan 2000 14:10:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudio Mutti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Al dogma occidentalista noi opponiamo una verità rivoluzionaria: NON POSSIAMO NON DIRCI EURASIATICI]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/crollanoletorri.html' addthis:title='Crollano le torri '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/teiwaz.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Teiwaz" /><br/><p style="text-align: justify;"><em> Il Vecchio della Montagna si destò: </em><br />
<em> mirò il piano e la febbre del piano, </em><br />
<em> percorse cogli occhi torri e pinnacoli, </em><br />
<em> tracciò sulla terra secca uno strano segno, </em><br />
<em> e così parlò nella notte: </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> Come in una falsa notte una falsa tregua, </em><br />
<em> così in questa lunga agonia secolare </em><br />
<em> i costruttori di torri fanno nidi al vento della loro stoltezza: </em><br />
<em> ma a ogni fiato di nuova tormenta precipitano le torri. </em><br />
<em> O costruttori di torri, precipitano le torri. </em></p>
<p style="text-align: justify;">Zero (pseud. di Guido De Giorgio), <em>Crollano le torri</em>, &#8220;La Torre&#8221;, n. 1, 1 febbraio 1930.</p>
<p style="text-align: justify;"><img style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/taroccotorre.jpg" border="0" alt="Crollano le torri" width="120" height="213" align="right" /> In una lettera del 19 maggio 1936 a Vasile Lovinescu (<em>alias </em>Geticus) <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/rene-guenon/">René Guénon</a></span> affrontava il tema delle &#8220;sette <a title="torri del diavolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/le-torri-del-diavolo.html">torri del diavolo</a>&#8220;, una delle quali (quella degli Yazidi, in Mesopotamia) era stata descritta da W. B. Seabrook in un libro di viaggi uscito alcuni anni prima e già recensito dallo stesso <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/rene-guenon/">Guénon</a></span>. Le &#8220;torri del diavolo&#8221;, aveva spiegato quest&#8217;ultimo, sono &#8220;centri di proiezione delle influenze sataniche nel mondo&#8221; e costituiscono una parodia dei sette &#8220;poli&#8221;, ossia dei vertici della gerarchia spirituale subordinati al Polo Supremo; in altre parole, le &#8220;torri del diavolo&#8221; sono i centri controiniziatici dei &#8220;santi di Satana&#8221;, che pretendono di contrapporsi ai centri iniziatici dei &#8220;santi di Dio&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Ebbene, scrivendo a Vasile Lovinescu, <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/rene-guenon/">René Guénon</a></span> indicava, oltre al territorio mesopotamico abitato dagli Yazidi, diverse zone in cui potrebbero essere localizzate altre torri del medesimo genere: &#8220;Per le altre, si parla di certe regioni situate verso i confini della Siberia e del Turkestan; c&#8217;è anche la Siria, con gl&#8217;Ismaeliti dell&#8217;Agha Khan e qualche altra setta alquanto sospetta; poi il Sudan, dove esiste, in una regione montagnosa, una popolazione &#8216;licantropa&#8217; di circa ventimila individui (l&#8217;ho saputo da testimoni oculari); più al centro dell&#8217;Africa, nei pressi del Niger, si trova la regione da cui venivano già tutti gli stregoni o maghi dell&#8217;antico Egitto (compresi quelli che lottarono contro Mosè); sembra che in tal modo si potrebbe tracciare una sorta di linea continua, procedente prima da nord a sud, poi da est ad ovest, la cui parte concava rinserra il mondo occidentale&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo avere indicata la probabile ubicazione di cinque delle sette &#8220;<a title="torri del diavolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/le-torri-del-diavolo.html">torri del diavolo</a>&#8220;, <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/rene-guenon/">René Guénon</a></span> proseguiva accennando ai centri controiniziatici presenti in Europa: &#8220;Naturalmente, ciò non vuol dire che non vi siano altri centri più o meno importanti al di fuori di questa linea; Lei parla di Lione, e di sicuro c&#8217;è qualcosa in Belgio&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Veniva poi a parlare degli Stati Uniti: &#8220;Quanto all&#8217;America, il punto più sospetto sembra essere la California, dove si trovano riunite tante cose eteroclite; è vero che si tratta soprattutto di organizzazioni pseudoiniziatiche, ma vi è certamente qualcos&#8217;altro che le guida, anche a loro insaputa; l&#8217;uso della pseudoiniziazione da parte di agenti della controiniziazione, in parecchi casi, appare sempre meno dubbio, e io mi propongo di parlarne prossimamente in un articolo, a proposito di una storia di organizzazioni sedicenti rosicruciane..&#8221;</p>
<p style="text-align: justify;">Non è facile dire (anche se è legittimo sospettarlo) se le defunte Twin Towers si inquadrassero nella geografia della controiniziazione statunitense, dove le &#8220;torri del diavolo&#8221; non mancano: si pensi, ad esempio, alla celebre pellicola americana <em>Incontri ravvicinati del terzo tipo</em>, che ha reso nota l&#8217;esistenza di un altopiano, nello Wyoming, chiamato Devil&#8217;s Tower.</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.ilgiardinodeilibri.it/libro.php?lid=6687&amp;pn=76" target="_blank"><img style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/latorredibabele.bmp" border="0" alt="Jacques Vicari, La torre di Babele" width="95" height="138" align="right" /></a> In ogni caso, in un&#8217;ottica metastorica sarebbe fin troppo facile stabilire un rapporto tra la distruzione delle due torri della Babele americana e gli eventi vaticinati da Geremia, L, 7 (&#8220;Ecco, Babele è caduta ed è andata in polvere&#8221;) e soprattutto da San Giovanni in <em>Apocalisse</em>, XVIII, 9-20 (&#8220;I re della terra, che con lei fornicarono e presero parte al suo lusso insolente, quando vedranno il fumo del suo incendio, piangeranno e faran cordoglio su di lei, stando a distanza, per paura dei suoi tormenti, e diranno: &#8216;Sventura, sventura! O grande città, Babilonia, la potente città; in un attimo è venuto il tuo giudizio &#8216; (&#8230;) E i mercanti della terra piangono e portano il lutto per Babilonia (&#8230;) O cielo, esulta sopra di lei! E voi pure, o santi, o apostoli, o profeti! perché Dio, giudicandola, vi ha reso giustizia contro di lei!&#8221;).</p>
<p style="text-align: justify;">Si potrà obiettare che George Washington non vedeva negli Stati Uniti la Nuova Babilonia, bensì la Nuova Gerusalemme, &#8220;stabilita dalla Provvidenza in un territorio dove l&#8217;uomo deve raggiungere il suo pieno sviluppo e dove la scienza, la libertà, la felicità e la gloria devono diffondersi in pace&#8221;. Analogamente, per John Adams, gli Stati Uniti erano &#8220;una pura e benefica repubblica, il cui compito consiste nel governo del mondo e nel perfezionamento degli uomini&#8221;. Bush junior è addirittura arrivato a rivendicare agli Stati Uniti, protagonisti della &#8220;lotta del Bene contro il Male&#8221;, il ruolo di guida in una missione di &#8220;giustizia infinita&#8221;. Con questa mitologia hanno una stretta relazione il simbolismo massonico del dollaro, i progetti sionisti di fondare lo Stato ebraico in America, le ricerche di Simon Wiesenthal circa la preistoria ebraica dell&#8217;America, le tesi esposte nel libro di Edmund Weizmann intitolato <em>L&#8217;America. Nuova Gerusalemme</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo <em>pathos </em>escatologico, che a suo tempo ha ispirato l&#8217;idea del Nuovo Ordine Mondiale e della &#8220;fine della storia&#8221;, presenta i caratteri fin troppo evidenti di una vera e propria parodia del sacro, caratteri che <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/rene-guenon/">René Guénon</a></span> riscontrava, ad esempio, nella figura di un padre della patria statunitense da lui espressamente indicato come agente della controiniziazione: Benjamin Franklin. Caratteri di parodia controiniziatica sono emersi d&#8217;altronde in vari episodi della storia americana (si pensi, per esempio, alla &#8220;crociata per il Graal&#8221; proclamata da Mac Arthur nella seconda guerra mondiale). Tutto ciò ci rimanda ad una celebre formula della teologia cristiana, <em>Satana simia Dei</em>, e ci induce a pensare che, come Satana è la scimmia di Dio, così la Nuova Babilonia rappresenta la contraffazione parodistica della Nuova Gerusalemme.</p>
<p style="text-align: justify;">Per <a title="Aleksandr Dugin" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/alexandr-dugin/">Aleksandr Dughin</a>, che in <em>Continente Russia </em>(Edizioni all&#8217;insegna del Veltro, Parma 1991) ha scritto pagine illuminanti sull&#8217;escatologismo americano, &#8220;questo <em>pathos </em>messianico risulta incomprensibile e la dimensione colossale del falso spirituale che sta dietro di esso non può essere compresa e valutata&#8221;, qualora non si prenda in considerazione il ruolo dell&#8217;Oltreatlantide nel suo insieme sovratemporale e metastorico. Infatti, se si legge attentamente il brano di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/platone">Platone</a></span> concernente l&#8217;Atlantide, si vedrà che l&#8217;America è situata oltre l&#8217;Atlantide, a occidente del continente scomparso sul quale si manifestò originariamente, secondo <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/rene-guenon/">Guénon</a></span>, la controiniziazione. Secondo quella stessa geografia sacra che colloca nei pressi di Kabul l&#8217;ingresso nel regno di Agarttha, l&#8217;America è dunque la terra dei morti, il regno delle tenebre, una sorta di mondo psichico che ricorda l&#8217;Ade o lo Sheol, sicché la stessa aggressione statunitense contro l&#8217;Afghanistan potrebbe essere guardata da una prospettiva metastorica.</p>
<p style="text-align: justify;">La scoperta dell&#8217;America ad opera di Cristoforo Colombo (che Simon Wiesenthal sostiene fosse ebreo, <em>ad majorem Judaeorum gloriam</em>) &#8220;ha in sé un significato alquanto funesto, poiché indica la comparsa, all&#8217;orizzonte della storia, dell&#8217;Atlantide sommersa, e neppure della stessa Atlantide, ma della sua &#8216;ombra&#8217;, della sua prosecuzione negativa nell&#8217;Occidente simbolico, nel &#8216;mondo dei morti&#8217;&#8221;. Così scrive Dughin, il quale trae la conclusione seguente: &#8220;Ed in questo senso è abbastanza significativa la coincidenza cronologica di questa &#8216;nuova scoperta&#8217; con l&#8217;inizio del brusco declino della civiltà europea (ed in generale euroasiatica), che da allora cominciò a perdere i suoi princìpi spirituali, <a href="http://www.centrostudilaruna.it/religione.html">religiosi</a>, qualitativi e sacrali&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Chi scrive ha già avuto modo di sostenere che basta osservare un qualunque atlante geografico per rendersi conto del fatto che l&#8217;Occidente del planisfero terreste coincide con il continente americano e con le acque che lo circondano, sicché risulta erroneo collocare l&#8217;Europa in Occidente o fare dell&#8217;Europa una parte dell&#8217;Occidente. <strong>L&#8217;Europa non è Occidente, perché si trova nell&#8217;emisfero orientale ed è parte integrante di quel blocco continentale che si chiama Eurasia</strong>, sicché, se l&#8217;Europa ha un rapporto di continuità e di contatto naturale con altre parti del mondo, queste non sono le Americhe, ma l&#8217;Asia e l&#8217;Africa.</p>
<p style="text-align: justify;">Franco Cardini, il quale ci avverte che &#8220;il concetto di Occidente è relativamente nuovo e sembra di per sé inscindibile da quello della modernità&#8221;, pone un interrogativo di questo genere: &#8220;Ma l&#8217;equatore è davvero una linea divisoria anche in termini di cultura e di economia &#8211; e di potere &#8211; più netta del meridiano atlantico che separa il continente europeo da quello americano?&#8221; (F. Cardini, <em>Noi e l&#8217;Islam. Un rapporto possibile?</em>).</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;Atlantico però, nella geografia menzognera e parodistica che ci è stata imposta da oltre mezzo secolo, è diventato il <em>Mare Nostrum </em>dell&#8217;Occidente. Nel 1945 mezza Europa è diventata Occidente. Nel 1989 lo è diventata anche l&#8217;altra metà. E adesso, nell’ideologia dell’Occidente, il crociano &#8220;non possiamo non dirci cristiani&#8221; è diventato &#8220;non possiamo non dirci americani&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Al dogma occidentalista noi opponiamo una verità rivoluzionaria: NON POSSIAMO NON DIRCI EURASIATICI.</p>
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