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	<title>Centro Studi La Runa &#187; germania</title>
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	<description>Archivio di storia, tradizione, letteratura, filosofia</description>
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		<title>Quando l&#8217;archeologia si specchia nel tempo</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Nov 2011 17:59:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Leonello Rimbotti</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/quando-larcheologia-si-specchia-nel-tempo.html' addthis:title='Quando l&#8217;archeologia si specchia nel tempo '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storiacontemporanea48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Storia contemporanea" /><br/><div id="attachment_8707" class="wp-caption alignright" style="width: 234px"><img class="size-medium wp-image-8707" title="Manifestazione nazionalsocialista alla Feldherrnhalle, Monaco." src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/feldherrenhalle1-224x300.jpg" alt="Manifestazione nazionalsocialista alla Feldherrnhalle, Monaco." width="224" height="300" /><p class="wp-caption-text">Manifestazione nazionalsocialista alla Feldherrnhalle, Monaco.</p></div>
<p style="text-align: justify;">È un vero e proprio viaggio nell’archeologia del Novecento. Non si parla infatti delle rovine di antiche civiltà, dei resti muti e affascinanti di templi o arene, ma della presenza ancora viva di testimonianze di pietra relativamente recenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Molte città europee nascondono nei loro anfratti memorie antiche e meno antiche, alle volte appariscenti, altre volte nascoste, quasi timidamente appartate. Basta saper guardare, ed ecco che il passato improvvisamente riappare. In Germania, ad esempio. I bombardamenti a tappeto della Seconda Guerra Mondiale, che hanno semidistrutto la quasi totalità delle città tedesche, e poi la rapida ricostruzione del dopoguerra, non sono stati sufficienti per azzerare un tessuto urbano ancora leggibile.</p>
<p style="text-align: justify;">Il <a title="medioevo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/medioevo/">Medioevo</a> gotico, il barocco, lo stile del neoclassicismo ottocentesco sono ancora ben presenti, uno accanto all’altro. E ben visibili sono anche le presenze del Terzo Reich, con un giacimento architettonico di tutto rispetto. Monumenti, edifici amministrativi, impianti sportivi, palazzi di rappresentanza, case d’abitazione, strutture militari: le nuove e modernissime città della Germania sono risorte accanto alle numerose realizzazioni che il “Reich millenario”, nella manciata di anni che ebbe a disposizione, riuscì a compiere. A volte soffocando ed emarginando, altre volte riutilizzando la modernità, ha comunque stabilito un suo <em>modus vivendi</em> con lo scottante passato “imperiale”: e qui noti un bassorilievo, là un fregio, certe volte un colonnato oppure un piccolo particolare, una data, un ornamento non scalpellato.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libreriauniversitaria.it/orme-terzo-reich-monaco-itinerari/libro/9788890278136?a=395521" target="_blank"><img class="alignleft size-medium wp-image-8704" style="margin: 10px;" title="orme-del-terzo-reich-monaco" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/orme-del-terzo-reich-monaco-216x300.jpg" alt="" width="216" height="300" /></a>Molti degli edifici che fecero corona a quella vicenda folgorante che fu l’ascesa del Nazionalsocialismo sono ancora lì. Basta lasciarsi guidare da un’eccezionale iniziativa editoriale, che con una serie di pubblicazioni sta dando vita a vere e proprie guide specialistiche. Esse ci introducono alla presenza leggibile e riconoscibile del Terzo Reich nelle moderne città tedesche. Un modo di fare storia, questo, che è documentazione, testimonianza, valorizzazione della memoria di un’epoca che ha comunque segnato il Novecento, e non solo. L’iniziativa è dell’Editrice Thule Italia, si intitola <em>Orme del Terzo Reich</em>, ed è concepita come una collana, <em>Itinerari fra storia e architettura</em>, di cui sono già uscite le due monografie su Berlino e su Monaco, e di cui è annunciata come prossima una terza, quella su Norimberga.</p>
<p style="text-align: justify;">Non semplici guide, in realtà, ma molto di più. Libri di storia, documenti iconografici, e con una cura per il dettaglio che comprova la scientificità e la qualità di questa originale iniziativa. Si presentano itinerari, si ricostruiscono gli scenari storici indicandocene le attestazioni sopravvissute, aprendoci così al racconto dell’epopea politica e insieme offrendo un ricchissimo repertorio fotografico, che rappresenta decine e decine di edifici come erano all’epoca e come sono oggi, con apparati didascalici preziosi, in grado di fornire una esauriente mappatura circa la consistenza e la dislocazione dei numerosi edifici ancora oggi visibili, di quelli modificati e di quelli andati distrutti. Parliamo dunque di uno strumento utilissimo per il ricercatore, per l’appassionato di storia, per il cultore degli stili architettonici e, soprattutto, per tutti coloro che hanno a cuore l’identità storica delle nostre città europee. Che sono veri scrigni di storia, stratificazioni secolari in cui la volontà, la lotta, il destino dei nostri popoli sono incisi quasi fisicamente sulla pietra.</p>
<p style="text-align: justify;">L’inserimento della struttura urbana qual’era prima del 1945 e qual è oggi nel quadro di una ricostruzione storica e iconografica di prima qualità, permette al lettore di seguire passo passo gli avvenimenti politici e il contesto urbano in cui essi avvennero. A Monaco possiamo così, ad esempio, fermarci davanti al numero 41 di Thierschstrasse, la casa che Hitler abitò al tempo del Putsch del 1923, perfettamente tenuta, oppure davanti al terrazzo del terzo piano della Prinzregentenplatz, dove il Führer portò in seguito la sua residenza monacense, e che oggi è la ben conservata sede della polizia. Al numero 50 della Schellingstrasse, a poca distanza dalla famosa loggia ottocentesca della Feldhernnhalle, dove si celebravano i riti nazionalsocialisti, e che è stata risparmiata dai bombardamenti, si trova ancora l’edificio in cui, dal 1925 al 1931, fu stabilito il quartier generale della NSDAP. L’aquilotto in pietra, sovrastante l’architrave del portone, è ancora al suo posto: gli manca solo la testa. E, accanto, in quello che fu il negozio del fotografo Hoffmannn (le foto degli anni Trenta mostrano le vetrine piene di ritratti del Führer), oggi c’è un rivenditore di biciclette.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libreriauniversitaria.it/orme-terzo-reich-berlino-itinerari/libro/9788890278129?a=395521" target="_blank"><img class="alignright size-medium wp-image-8705" style="margin: 10px;" title="orme-del-terzo-reich-berlino" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/orme-del-terzo-reich-berlino-210x300.jpg" alt="" width="210" height="300" /></a>Nella fitta serie di documenti del libro dell’Editrice Thule Italia dedicato a Monaco spicca la documentazione relativa a due grandi palazzi costruiti nel 1935, su progetto originale di Paul Troost: il Führerbau, al n. 21 della Arcisstrasse, dove vennero firmati gli accordi di Monaco, e il Verwaltungsbau, cioè l’edificio amministrativo del partito, sulla Meiserstrasse: entrambi intatti, oggi sono la sede dell’Accademia musicale (da cui sono state tolte solo le enormi aquile al di sopra dei loggiati esterni) e un Istituto di storia dell’arte. E la celebre Casa dell’Arte Tedesca è rimasta al suo posto, solo un po’ oltraggiata dal <em>guard-rail</em> di un recente sottopasso.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche a Berlino, a parte i più noti edifici come lo stadio olimpico, numerose sono le tracce della nazi-Era armonicamente inserite nel quadro nella nuova megalopoli. Basta pensare al vasto edificio del Ministero dell’Aviazione di Goering, in puro stile neoclassico, oggi adibito a Ministero delle Finanze, sulla famosa Wilhelmstrasse. Oppure, all’ambasciata italiana costruita nel 1940, al palazzone dell’amministrazione comunale berlinese, costruito da Speer nel 1938, fino ai lampioni della Bismarckstrasse, che sono ancora quelli scelti dallo stesso Speer lungo l’Asse Est-Ovest da lui tracciato. Oppure, ancora, i numerosi monoblocchi dei bunker anti-aerei, la Casa dell’Arbeitsfront, l’abitazione di Leni Riefenstahl a Dahlem, il villaggio olimpico&#8230; decine, centinaia di documenti di pietra, grandi e piccoli. Forse è anche per questo che, come lamentano certi storici, in Germania il passato non passa.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>Linea</em> del 24 gennaio 2010.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/quando-larcheologia-si-specchia-nel-tempo.html' addthis:title='Quando l&#8217;archeologia si specchia nel tempo ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Idee per l&#8217;Europa: la Rivoluzione Conservatrice</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Jun 2011 13:27:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Leonello Rimbotti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Da quel laboratorio di idee che fu la Rivoluzione Conservatrice si ricava oggi la lezione, come afferma Nolte, che fenomeni di peso mondiale come il Nazionalsocialismo devono essere osservati con una visione più ampia, così da meglio comprendere gli intrecci di pensiero e la complessità delle sintesi che vennero tentate.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/idee-per-leuropa-la-rivoluzione-conservatrice.html' addthis:title='Idee per l&#8217;Europa: la Rivoluzione Conservatrice '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/rivoluzione-conservatrice.PNG" width="48" height="48" alt="" title="Rivoluzione conservatrice" /><br/><p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/la-rivoluzione-conservatrice-nella-germania-della-repubblica-di-weimar/6584" target="_blank"><img class="alignright size-medium wp-image-7735" style="margin: 10px;" title="rivoluzione-conservatrice-nella-germania" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/rivoluzione-conservatrice-nella-germania-195x300.jpg" alt="" width="195" height="300" /></a>La perlustrazione di quella galassia culturale e ideologica che è stata la <a title="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/rivoluzioneconservatrice/" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/rivoluzioneconservatrice/">Rivoluzione Conservatrice</a> è diventata negli ultimi anni un punto importante della riflessione sull’Europa del XX secolo. Ernst Nolte, in un suo piccolo libro, intitolato <a title="La rivoluzione conservatrice nella Repubblica di Weimar" href="http://www.libriefilm.com/la-rivoluzione-conservatrice-nella-germania-della-repubblica-di-weimar/6584" target="_blank"><em>La rivoluzione conservatrice nella Germania della Repubblica di Weimar</em></a>, pubblicato da Rubbettino e curato da Luigi Iannone, svolge una rapida, ma esauriente indagine su alcuni dei protagonisti di quella stagione di pensiero. Che ebbe come comune fondamento una critica radicale alla società liberaldemocratica egemone in Occidente, esprimendo da una parte la volontà di restaurare la Germania – dopo il crollo del 1918 – nei suoi diritti mondiali e, dall’altra, una visione della storia anti-progressista. In questo senso, si può dire con Nolte che la <a title="Rivoluzione conservatrice" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/rivoluzioneconservatrice/">Rivoluzione Conservatrice</a> sia stata uno dei movimenti più rilevanti contro la modernità, ma che, al tempo stesso, gli sia mancata una vera ispirazione politica. Rimase una spinta intellettuale, certo importante, ma incapace di intercettare le motivazioni politiche che agitavano le masse. E senza masse, si sa, qualunque rivoluzione è difficilmente realizzabile.</p>
<p style="text-align: justify;">Nolte sceglie di presentarci alcuni tra i maggiori rappresentanti di quel colto e innovativo movimento, inquadrandoli in brevi “medaglioni”, sintetici quanto esaustivi. Ma prima, lo storico tedesco fa una panoramica storica, cercando di inquadrare il retroterra da cui scaturirono le varie posizioni. E rileva che l’elemento più importante che accomuna quegli intellettuali, quasi tutti già attivi prima del 1914 e imbevuti di nazionalismo, fu senz’altro il trauma vissuto in occasione della Rivoluzione bolscevica.</p>
<p style="text-align: justify;">Da una parte, essa scatenò il terrore in quanti – come Klages o Spengler – vedevano minacciata da vicino l’identità europea e rimasero fortemente impressionati dalla volontà di annientamento dell’Occidente proclamata da Lenin. Da un’altra parte, questo evento drammatico attirò l’attenzione e una certa simpatia da parte di alcuni, come Niekisch e per un periodo <a title="Juenger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger/" target="_blank">Jünger</a>, che vedevano balenare a Oriente nuove possibilità politiche. Essi avvertirono la Russia sovietica come una macchina distruttiva che, finalmente, avrebbe contribuito a eliminare dalla scena il liberalismo e il mondo borghese, visti quasi sempre come il fulcro della decadenza della civiltà e l’avvento del dominio del mercantilismo economicista. E formulavano scenari in cui una Germania socialista e nazionalista avrebbe potuto affiancare l’URSS in un finale regolamento di conti contro l’Occidente capitalista.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/considerazioni-di-un-impolitico/298" target="_blank"><img class="alignleft size-medium wp-image-7736" style="margin: 10px;" title="considerazioni-di-un-impolitico" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/considerazioni-di-un-impolitico-188x300.jpg" alt="" width="188" height="300" /></a>In uno sguardo più generale, Nolte non manca di fare un cenno al fatto che gli ideali della <a title="rivoluzione conservatrice" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/rivoluzioneconservatrice/">Rivoluzione Conservatrice</a> tedesca erano comuni a larga parte dell’Europa. E cita Enrico Corradini, che già all’inizio del Novecento aveva parlato per suo conto di “socialismo nazionale” ed aveva rovesciato l’idea marxista di lotta di classe, lanciandosi nella teorizzazione di una “lotta di classe” tra nazioni: le povere e proletarie – tra cui <em>in primis </em>l’Italia – contro le ricche che dominavano il mondo. Ma anche in Francia si muoveva qualcosa di singolare. Ad esempio, una certa alleanza tra Sorel, teorico della violenza rivoluzionaria fondata sul mito popolare, ma ostile al socialismo marxista, e Maurras, il leader dell’Action Française, movimento monarchico e reazionario. Intrecci strani, opposti che si toccavano, contaminazioni nuove. Era questo il terreno ideologico trasversale su cui si muovevano i rivoluzionari conservatori. Tra i quali figurava anche il <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/thomas-mann" target="_blank">Thomas Mann</a></span> prima-maniera, che nelle sue <a title="Considerazioni di un impolitico" href="http://www.libriefilm.com/considerazioni-di-un-impolitico/298" target="_blank"><em>Considerazioni di un impolitico</em></a>, scritte durante la guerra, riprese tra l’altro la dicotomia spengleriana fra <em>Kultur </em>germanica, tradizionale e creativa, e <em>Zivilisation </em>occidentale, decadente, priva d’anima, fondata su diritti astratti. Mann del resto, lo sappiamo, già col suo capolavoro sulla saga dei Buddenbrook, aveva manifestato una concezione pessimistica circa le sorti del mondo borghese-capitalista, afflitto da un’interiore malattia di disgregazione. Si trovò pertanto a condividere con naturalezza la prognosi infausta che formulò Spengler, col suo monumentale <a title="Tramonto dell'Occidente" href="http://www.libriefilm.com/il-tramonto-delloccidente-2/3546" target="_blank"><em>Tramonto dell’Occidente</em></a>.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/il-tramonto-delloccidente-2/3546" target="_blank"><img class="alignright size-medium wp-image-6484" style="margin: 10px;" title="il-tramonto-dell-occidente" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/il-tramonto-dell-occidente1-192x300.jpg" alt="" width="192" height="300" /></a>Proprio Spengler radicalizzò l’ostilità a tutte le forme del progressismo. Paragonata alla primavera di energie vitali da cui sbocciarono nella storia le maggiori civiltà, la civilizzazione occidentale, cosmopolita e marcia dentro, non era se non un lungo inverno di idolatria per tutto quanto è corrosivo e superficiale: dal mito del progresso tecnico alla febbre per il profitto, fino all’edonismo senza freni. Nolte scrive che «Spengler giunge a una sorta di condanna a morte per questo tipo di civilizzazione, facendola apparire come l’opposto della vita». Era un mondo fradicio di cui lo storico verificò, specialmente in <em>Prussianesimo e socialismo</em>, l’attuazione delle due più terribili minacce portate alla civiltà europea, entrambe di matrice marxista: la lotta di classe proletaria e la «rivoluzione mondiale di colore», che con rara anteveggenza Spengler pronosticò lucidamente.</p>
<p style="text-align: justify;">Spengler è in generale piuttosto noto anche a livello divulgativo. Non è così per Ludwig Klages – di cui in Italia solo negli ultimi anni si è pubblicata qualche traduzione dei suoi libri – che rappresenta un vero <em>unicum </em>nell’universo rivoluzionario conservatore. Fu una sorta di mistico della natura, che credeva ai magnetismi cosmici, ma con venature razzialiste e sovrumaniste. Per lui l’uomo sarebbe potuto tornare alla purezza originaria soltanto immergendosi nel «grandioso accadere universale», dal quale, come scrive Nolte, «hanno origine quelle opere della <em>Kultur </em>che si fondono, come in sogno, con il “vortice di suoni” del pianeta». Insomma, un metafisico. Ma non troppo. Anche lui, come molti altri, giudicò il giudeo-cristianesimo colpevole di aver provocato la frattura tra uomo e natura, già presente nella <em>Bibbia</em>, che insegnò all’uomo a contrapporsi al creato con intenti di dominio, compiendo così un «sanguinoso sacrilegio alla vita». E il capitalismo, che giudicava un frutto anch’esso del cristianesimo, era da Klages messo al centro di un violento atto d’accusa. Questo inusuale studioso di psicologia, grafologo e filosofo, fu un naturista e un ecologo con molti decenni di anticipo sugli odierni movimenti “verdi”. Scrisse, già dagli anni Venti, parole di soprendente capacità profetica. Denunziò che il capitalismo stava compiendo degli scempi a danno dell’integrità della terra – parlò degli «scarichi velenosi delle fabbriche che avvelenano le acque della terra» &#8211; e vaticinò che, se nulla gli si opponeva, il progressismo avrebbe ridotto il mondo «a un’unica Chicago». Straordinaria visione del “villaggio globale”. E c’è da chiedersi cosa mai avrebbe detto circa il recente procedere dell’urbanizzazione selvaggia e gli attuali massicci dissesti dell’ambiente&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/scritti-politici-e-di-guerra-1919-1933-vol-3-1929-1933/8815" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-7737" style="margin: 10px;" title="scritti-politici-e-di-guerra-3" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/scritti-politici-e-di-guerra-3.jpg" alt="" width="200" height="299" /></a>Dopo Klages, è la volta di <a title="Junger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger/" target="_blank">Jünger</a>. In poche pagine, la collaudata capacità di sintesi di Nolte ne viene confermata. Interessanti sono gli accenni – che dovrebbero far riflettere i molti teorizzatori di un <a title="Juenger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger/" target="_blank">Jünger</a> mite letterato antinazista – alle parole che l’autore dell’<em>Arbeiter </em>scriveva, quando ricopriva il ruolo di aggressivo pubblicista dalle colonne dei giornali nazionalisti. Più volte, in questa sua militanza, si trovò a collaborare strettamente con i nazisti, di cui condivideva larga parte dell’ideologia. Ad esempio, è da Nolte ricordata quella sobria paginetta scritta da <a title="Juenger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger/" target="_blank">Jünger</a> nel 1923 sul “Völkischer Beobachter”, quotidiano hitleriano, in cui il futuro “resistente” diceva alcune cose innocue e dal tipico marchio “democratico”: «L’idea della vera rivoluzione è quella nazionalistica&#8230; il suo vessillo è la croce uncinata, la sua forma d’espressione la concentrazione della volontà in un unico punto, la dittatura». Questa rivoluzione doveva sostituire «l’azione alla parola, il sangue all’inchiostro, il sacrificio alle retorica, la spada alla penna». Nolte rimarca i contatti tra <a title="Juenger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger/" target="_blank">Jünger</a> e gli “eretici” nazionalbolscevici, secondo la sua teoria della “vicinanza al nemico”, e ribadisce che quella di <a title="Juenger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger/" target="_blank">Jünger</a> era un’ideologia della guerra, per altro non mancando di sottolinearne un certo più o meno velato antisemitismo.</p>
<p style="text-align: justify;">Nolte completa il suo quadro con altri stimolanti ritratti di protagonisti della <a title="rivoluzione conservatrice" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/rivoluzioneconservatrice/">Rivoluzione Conservatrice</a>, tra cui anche Schmitt o i meno noti Moeller van den Bruck, August Winnig, Ernst Niekisch e i fratelli Strasser, e vi comprende anche tre intellettuali che furono, per così dire, tra i “padri spirituali” di quel movimento, come Ludwig Woltmann, Max Scheler e Eduard Stadtler. Figure che attraversarono i primi decenni del Novecento provenendo dalle più svariate culture – cattolicesimo, socialdemocrazia, radicalismo nazionalista – e dalle più svariate classi sociali, dal benestante al semplice artigiano. Tutti si misurarono con le prorompenti energie ideologiche dell’epoca, e in qualche modo operarono delle coniugazioni. Alcuni misero l’accento più sul nazionalismo, altri sul socialismo, ma non ve n’è uno che non fosse concorde che il “nemico principale” &#8211; per dirla con <a title="Alain de Benoist" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/alain-de-benoist/" target="_blank">de Benoist</a> – fosse l’Occidente con la sua devastante applicazione del capitalismo di rapina e con il suo degradante cosmopolitismo. E nessuno di essi trascurò il valore innovatore e socialmente decisivo del nazionalismo. Persino Winnig, socialdemocratico, e persino Niekisch, filo-bolscevico, che nel 1919 fece parte dei consigli operai, misero l’accento sull’importanza di tutelare gli aspetti identitari della nazione.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/la-realta-delle-immagini-simboli-elementari-nelle-civilta-pre-elleniche/441" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-7738" style="margin: 10px;" title="la-realta-delle-immagini" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/la-realta-delle-immagin.jpg" alt="" width="200" height="295" /></a>Alcuni di essi, a un certo punto della lotta, assunsero atteggiamenti di un tale radicalismo che lo stesso Hitler venne considerato l’elemento moderato e bilanciatore all’interno del complesso movimento nazionalista. Con ciò, la <a title="rivoluzione conservatrice" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/rivoluzioneconservatrice/">Rivoluzione Conservatrice</a> portò alla maturazione delle idee e all’evoluzione politica un contributo non marginale. Che fu sempre antiliberale e insieme anticomunista. Lo stesso Niekisch, che dopo il 1945 sarà chiamato a far parte della <em>Volkskammer </em>della DDR, prima di patire la prigione sotto il Terzo Reich fino al 1936 aveva potuto liberamente pubblicare la sua rivista filobolscevica “Wiederstand”. C’entrava il fatto che egli, se vide con simpatia certi lati del bolscevismo, non fu mai comunista, e della Russia sovietica dava un’interpretazione tutta sua. Secondo Niekisch, infatti, come scrive Nolte, «l’ideale comunista sarebbe stato il mantello di cui si sarebbe ricoperto l’impulso vitale nazionale russo nel suo estremo bisogno di affermarsi».</p>
<p style="text-align: justify;">Molti rivoluzionari conservatori confluirono nel partito nazionalsocialista, ma molti altri no. Ci furono fenomeni di fiancheggiamento, ma anche, come nei casi di Winnig o di Niekisch, di finale ostilità. Da tutto questo ribollire di posizioni, da quel laboratorio di idee che fu la <a title="Rivoluzione conservatrice" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/rivoluzioneconservatrice/">Rivoluzione Conservatrice</a> si ricava oggi la lezione, come afferma Nolte, che fenomeni di peso mondiale come il Nazionalsocialismo, ed ivi compresi i movimenti che rimasero a lungo nella sua orbita ideologica, devono essere osservati con «una visione più ampia», così da meglio comprendere gli intrecci di pensiero e la complessità delle sintesi che vennero tentate.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>Linea </em>del 13 dicembre 2009.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/idee-per-leuropa-la-rivoluzione-conservatrice.html' addthis:title='Idee per l&#8217;Europa: la Rivoluzione Conservatrice ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Gottfried Feder e il programma della Nsdap</title>
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		<pubDate>Fri, 22 Apr 2011 09:42:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Leonello Rimbotti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Leggendo oggi Il Programma del NSDAP e le sue fondamenta ideologiche di Gottfried Feder verifichiamo lo sforzo attuato in Germania per abbinare il sentimento nazionale e la giustizia sociale, nella direzione della concezione organica della comunità popolare.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/gottfried-feder-e-il-programma-della-nsdap.html' addthis:title='Gottfried Feder e il programma della Nsdap '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storiacontemporanea48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Storia contemporanea" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/teiwaz.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Teiwaz" /><br/><p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-full wp-image-7322" style="margin: 10px;" title="gottfried-feder" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/gottfried-feder.jpg" alt="" width="286" height="428" />In occasione del congresso del Partito Nazionalsocialista dei Lavoratori Tedeschi del 1926, Gottfried Feder – ingegnere e studioso di economia finanziaria, tra i primi compagni di lotta di Hitler – ricevette l’incarico di dare l’avvìo ad una serie di pubblicazioni a larga diffusione, in grado di coprire tutti gli aspetti ideologici e di portarli alla conoscenza del grande pubblico. Questa operazione iniziò l’anno seguente con l’uscita del primo dei numerosi quaderni divulgativi previsti, che riguardava l’illustrazione dei 25 punti con cui la NSDAP aveva steso il proprio programma politico sin dal febbraio 1920. Si contava, così, di affrontare nel modo migliore e più chiaro la questione della sostanza ideologica nazionalsocialista, specialmente in riferimento a quella che veniva considerata una specie di “rivoluzione copernicana”, cioè l’accento posto sulla funzione distruttiva che l’interesse sui prestiti di capitale aveva presso vaste fasce popolari, a cominciare da quelle del ceto contadino. Il problema del progressivo indebitamento dei rurali tedeschi era di antica data. Esso costituì un vero caso sociale di grandi proporzioni, e non fu secondario in quel fenomeno di inurbanesimo e abbandono delle campagne in cui uomini come Spengler avevano visto una delle cause dello sbriciolamento sociale della Germania e del suo sradicamento dalla cultura locale tradizionale. In effetti, il meccanismo in base al quale molti piccoli e medi proprietari fondiari, una volta chiesto il necessario credito per reinvestire nella produzione e vistoselo gravare dal tasso esorbitante di interesse, applicato in forme a crescita esponenziale, non riuscivano a sottrarsi altrimenti a questo cappio se non vendendo la terra e declassandosi a proletariato urbano, fu alla base di mutamenti sociali di vasta portata. Essi ingeneravano disperazione sociale e destabilizzazione economica, sottraevano famiglie e poderi all’agricoltura già in crisi dall’epoca guglielmina e mettevano in moto il fenomeno della speculazione fondiaria, un settore in cui le banche e le imprese finanziarie – spesso a guida ebraica – agirono da elemento di scompaginamento socio-economico.</p>
<p style="text-align: justify;">Ciò che, negli anni Venti del Novecento, fu ad es. alla base del costituirsi di organismi come la <em>Landvolksbewegung</em>, intesi a proteggere la categoria dei contadini proprietari dal crescente esautoramento cui era sottoposta. In determinate zone della Germania, quella organizzazione, sostenuta dal nazionalismo rivoluzionario, espresse fenomeni di combattivo antagonismo (fino a cruenti episodi di terrorismo) nei confronti dei vari governi di Weimar, incapaci di porre un freno alla disintegrazione del ceto contadino.</p>
<p style="text-align: justify;">Non desta meraviglia, pertanto, che il fulcro del programma della NSDAP, incentrato sull’opposizione all’usura secondo la celebre formula, stesa dallo stesso Feder, della “liberazione dalla schiavitù dell’interesse”, torni nella pubblicazione del 1927 – poi parecchie volte riedita negli anni seguenti – come centrale rivendicazione di carattere sociale. Adesso, la dinamica Editrice Thule Italia pubblica il libro di Gottfried Feder per la prima volta in traduzione italiana nella sua edizione del 1933, <em>Il Programma del NSDAP e le sue fondamenta ideologiche</em>. I testi comprendono, oltre all’originario programma, anche agili ed esaustivi commenti, stesi da Feder in epoche diverse, intorno alle singole questioni, in una maniera che doveva servire da chiara illustrazione per la massa dei membri del Partito e per quanti erano interessati a conoscere la posizione della NSDAP in materia politico-sociale.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://wordpress.thule-italia.org/" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-7323" style="margin: 10px;" title="programma-nsdap" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/programma-nsdap.jpg" alt="" width="300" height="422" /></a>Feder dovette insistere in modo particolare sul fatto che la NSDAP non pensava a sopprimere la proprietà privata e che il punto in cui il programma prevedeva l’esproprio riguardava unicamente i casi di cattiva gestione, di proprietà ebraica o di acquisto illegale. Dal punto di vista storico, è interessante questa puntualizzazione, poiché da svariate fonti all’epoca si attribuiva al Nazionalsocialismo una volontà espropriatrice di tipo quasi “bolscevico”. Al contrario, scriveva Feder, «la proprietà dei terreni acquisita legittimamente dai cittadini tedeschi sarà riconosciuta come bene ereditario. Questo diritto di proprietà sarà però subordinato all’obbligo di utilizzare il suolo a beneficio di tutto il popolo. Il controllo del rispetto di tale obbligo sarà competenza dei tribunali corporativi». Questi punti, a Terzo Reich insediato, divennero legge dello Stato e furono alla base di quel fenomeno di protezione della fattoria contadina – conosciuta come <em>Erbhof</em>, il podere ereditario – che voleva evitare la frammentazione fondiaria e incrementare la consistenza sociale del ceto rurale, nel quale il regime vedrà il bastione della società sotto tutti profili: nazionale, familiare, razziale, produttivo.</p>
<p style="text-align: justify;">In ogni caso, queste misure andavano nel senso di favorire un uso non privatistico del bene personale, ma di incentivarne la produttività come elemento di diffusione del benessere generale, secondo il principio fondamentale in base al quale “il bene comune viene prima i quello individuale”. Spiegando i 25 punti programmatici nel dettaglio, Feder affrontava il suo fiore all’occhiello, la lotta all’interesse usurario, spiegandolo come la «liberazione dello Stato e così del popolo dal suo indebitamento tributario di fronte ai grandi capitali usurai». Ciò avrebbe comportato alcune misure senz’altro rivoluzionarie e del tutto sovversive dello Stato liberale: «Nazionalizzazione della Reichsbank e delle banche di emissione; finanziamento di tutte le opere pubbliche, evitando il ricorso al prestito pubblico mediante l’emissione di certificati fruttiferi del Tesoro senza interessi; introduzione di una valuta fissata su base coperta; creazione di una Banca per l’edilizia e l’industria (riforma monetaria) per concedere prestiti a tasso zero; modificazione radicale del sistema fiscale secondo il principio dell’economia comunitaria». Attorno a queste misure, si sarebbe dovuta quindi cementare quella comunità nazionale e sociale svincolata dai poteri forti della finanza internazionale, che costituì uno dei punti di maggiore originalità ideologica del Nazionalsocialismo, ciò che ha spinto gli storici ha considerare la politica sociale hitleriana un rivoluzionamento degli assetti capitalistici, anche per il fatto che agli imprenditori, pur lasciando loro la proprietà nominale, come ha scritto Zitelmann, veniva tolto di fatto «il potere di disposizione sui mezzi di produzione», secondo una linea manifestata da Hitler che era intesa a «perseguire i suoi obiettivi anche contro la resistenza di settori dell’industria pesante».</p>
<p style="text-align: justify;">Leggendo questo importante testo di Feder noi quindi, oggi che il mondo va a passo di carica nella direzione opposta, quella dell’abbattimento di ogni contrasto sulla via del potere assoluto della finanza cosmopolita, verifichiamo lo sforzo attuato in Germania per abbinare il sentimento nazionale e la giustizia sociale, nella direzione della concezione organica della comunità popolare, sia nella sfera del mondo della produzione agricola sia in quello della produzione industriale e del commercio. In questo modo, infatti, come sottolinea Maurizio Rossi nella sua introduzione ai testi di Feder, «l’individuo diventava membro a tutti gli effetti di un corpo organico e integro, ma differenziato, a seconda delle proprie capacità e funzioni, partecipando così allo sviluppo di una esistenza qualitativamente superiore fondata su una realtà di popolo finalmente concepita come una comunità socialista organica».</p>
<p style="text-align: justify;">E di organicismo per l’appunto si parlava, e al senso di ordine platonico si riferisce Feder, come di un insieme di parti armonicamente funzionanti, essendo ognuna al proprio posto e tutte partecipanti al fine del benessere comune. Sembra incredibile, ma l’ideale dello Stato ben ordinato vagheggiato da <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/platone">Platone</a></span>, se mai fu vicino ad essere eretto da qualche parte e in qualche epoca, lo fu nella Germania nazionalsocialista del Novecento.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>Linea</em> del 5 marzo 2011.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/gottfried-feder-e-il-programma-della-nsdap.html' addthis:title='Gottfried Feder e il programma della Nsdap ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Quella rivoluzione fatta dai soldati</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Mar 2011 09:59:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Boco</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nati nel caos delle trincee della Grande Guerra, temprati nelle confuse battaglie del dopoguerra, i volontari dei Freikorps prepararono il terreno per una rivoluzione che potesse riscattare l’onore e la dignità della Germania. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/quella-rivoluzione-fatta-dai-soldati.html' addthis:title='Quella rivoluzione fatta dai soldati '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/letteratura48x48.png" width="48" height="48" alt="" title="Letteratura" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storiacontemporanea48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Storia contemporanea" /><br/><div class="mceTemp" style="text-align: justify;">
<dl id="attachment_7112" class="wp-caption alignright" style="width: 203px;">
<dt class="wp-caption-dt"><a><img class="size-full wp-image-7112" title="Ernst von Salomon (Kiel, 25 settembre 1902 – Stoeckte, 9 agosto 1972)" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/ernst-von-salomon.jpeg" alt="Ernst von Salomon (Kiel, 25 settembre 1902 – Stoeckte, 9 agosto 1972)" width="193" height="261" /></a></dt>
<dd class="wp-caption-dd">Ernst von Salomon (Kiel, 25 settembre 1902 – Stoeckte, 9 agosto 1972)</dd>
</dl>
</div>
<p style="text-align: justify;"><a title="Adriano Romualdi" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/adriano-romualdi/">Adriano Romualdi</a> nel suo testo sulla <a title="Rivoluzione conservatrice" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/rivoluzioneconservatrice/">Rivoluzione Conservatrice</a> tedesca  aveva identificato nel multiforme mondo ideologico e culturale  sviluppatosi tra il 1918 e il 1932 i prodromi di quanto di lì a poco  sarebbe accaduto sul piano politico in Germania. La sconfitta bellica e  il trattato di Versailles avevano privato il Reich di alcuni territori  orientali e avevano imposto l’umiliante occupazione di alcune regioni  occidentali. Ciò a cui puntavano Francia e Inghilterra con la pace  firmata nel 1918 era la creazione di un centro Europa molle, sfaldato e  incapace di contrastare le politica estera e gli interessi delle nazioni  vincitrici. Dopotutto l’Italia non era in una situazione troppo  diversa.</p>
<p style="text-align: justify;">L’importanza culturale e politica delle tendenze operanti in quegli anni  vivaci è stata per altro sottolineata anche dal filosofo <a title="Giorgio Locchi" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/giorgio-locchi/">Giorgio Locchi</a> (<em>Definizioni</em>, SEB, anche <em>on line</em>), il quale ha voluto evidenziare come  fu proprio da una situazione caotica e multiforme che alla fine si creò  una sorta di sintesi politica in grado di governare il paese.</p>
<p style="text-align: justify;">Uno dei grandi protagonisti del dopo guerra tedesco e autore  fondamentale per chi si interessi di cultura non conformista è Ernst von  Salomon, conosciuto in Italia per il suo bellissimo libro <a title="I proscritti" href="http://www.centrostudilaruna.it/proscritti.html"><em>I Proscritti</em></a>.  A fornire un ulteriore strumento di approfondimento ci pensano oggi le  Ritter Edizioni con la pubblicazione del saggio <a title="Freikorps. Lo spirito dei Corpi Franchi" href="http://www.libriefilm.com/freikorps-lo-spirito-dei-corpi-franchi/9220"><em>Freikorps, Lo spirito  dei Corpi Franchi</em></a> (16 euro, 120pp.) agile libretto che ripercorre le  vicende che videro impegnati numerosissimi soldati nazionalisti tedeschi  ai confini della patria e all’interno, col solo scopo di salvare  l’unità del Reich e difenderne l’integrità politica e territoriale.  L’autore mette in luce la visione politica composita e spesso imprecisa  dei Corpi Franchi, formati da uomini pronti al combattimento e mossi da  un forte istinto di rivalsa, ma poco interessati alla costruzione di un  progetto politico di largo respiro. «L’immagine di questi corpi è un  caleidoscopio; erano disseminati su tutto il territorio del Reich e  compivano le missioni più disparate». Fu così che la debole e decadente  Repubblica di Weimar impiegò in modo non sempre ufficiale e limpido  questi manipoli di combattenti ovunque ve ne fosse la necessità.  Involontariamente e senza darsene troppo pensiero, furono proprio i  soldati nazionalisti a tutelare il governo affarista del dopoguerra,  pure avversandolo apertamente. Ciò che li spinse al sacrificio,  nonostante tutto, era l’amore per la nazione ferita e minacciata.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/freikorps-lo-spirito-dei-corpi-franchi/9220" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-7025" style="margin: 10px;" title="freikorps-lo-spirito-dei-corpi-franchi" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/freikorps-lo-spirito-dei-corpi-franchi.jpg" alt="" width="200" height="272" /></a>Von Salomon narra le lotte che infiammarono i confini orientali del  Reich dalla Prussia, alla Curlandia fino alla Lettonia, dove furono i  volontari nazionalisti a proteggere le comunità di tedeschi ancora  presenti e a contrastare l’avanzata dei bolscevichi. «Quelle compagnie  tenevano testa, dando fastidio ovunque con battaglie continue e senza  nome, dal mar Baltico all’Alta Slesia, sulle vaste pianure e nelle fitte  foreste, combattendo per ogni casa, per ogni sinuosità del terreno, e  l’uomo, che era ancora più grande del suo destino, ricostruiva  sistematicamente la linea di difesa: l’avanzata più ardita e disperata  del dopoguerra tedesco aveva inizio». Ai confini orientali, a causa  dell’intervento inglese e per il lassismo di Weimar, si posero i semi  delle rivalità future tra Polonia e Germania.</p>
<p style="text-align: justify;">Rimpatriati, i Freikorps vennero reinseriti nelle forze di ordine  pubblico col compito di bloccare le ribellioni che qua è là divampavanoin tutto il Paese. Ma molti accorsero anche ad Occidente, nelle zone di  occupazione francese, dove contrastarono con una vera e propria  guerriglia l’avvilente presenza straniera. Quando nel 1924 i  combattimenti cessarono e i soldati erano stati già da tempo abbandonati  dal potere centrale, la lotta cambiò forma, ma proseguì. Si precisarono  i contorni di una battaglia che ben presto divenne anche politica e che  si compose di molteplici “Leghe nazionali”, associazioni, movimenti e  partiti in cui confluirono molti appartenenti ai Freikorps.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>«Nulla doveva essere più temibile del fatto che non rientrassero più in  scena come intermediari di un potere, bensì come potere stesso, un  potere tra molti altri, ma dotato di un’audacia guerriera».</em></p>
<p style="text-align: justify;">Nati nel caos delle trincee della Grande Guerra, temprati nelle confuse  battaglie del dopoguerra, i volontari prepararono il terreno per una  rivoluzione che potesse riscattare l’onore e la dignità della Germania.  Rivendicarono la volontà imperialista di riconquista e la necessità di  fare piazza pulita di affaristi e traditori di ogni risma. Questa è la  storia di Ernst von Salomon e di chi, come lui, scelse di lottare per le  proprie idee.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>Linea </em>del 23 febbraio 2011.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/quella-rivoluzione-fatta-dai-soldati.html' addthis:title='Quella rivoluzione fatta dai soldati ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Fürs Vaterland. L&#8217;epopea dei Corpi Franchi</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Mar 2011 11:27:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Leonello Rimbotti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Le Edizioni Ritter propongono un eccezionale documento: la prima traduzione italiana di Freikorps. Lo spirito dei Corpi Franchi, di Ernst von Salomon, uscito in Germania nel 1936 col titolo Storia recente.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/furs-vaterland-lepopea-dei-corpi-franchi.html' addthis:title='Fürs Vaterland. L&#8217;epopea dei Corpi Franchi '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storiacontemporanea48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Storia contemporanea" /><br/><p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<div id="attachment_7021" class="wp-caption aligncenter" style="width: 570px"><img class="size-full wp-image-7021 " title="Il Freikorps Roßbach. Uno dei Freikorps più celebri, fu impegnato nella Prussia occidentale e sul Baltico." src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/freikorps.jpg" alt="Il Freikorps Roßbach. Uno dei Freikorps più celebri, fu impegnato nella Prussia occidentale e sul Baltico." width="560" height="424" /><p class="wp-caption-text">Il Freikorps Roßbach. Uno dei Corpi Franchi più celebri, fu impegnato nella Prussia occidentale e sul Baltico.</p></div>
<p style="text-align: justify;">Nella Germania devastata del primo dopoguerra, travolta dalla crisi economica, dalla guerra civile, dallo sfascio dello Stato, ci fu un nucleo di uomini che non rimasero a guardare: la Repubblica di Weimar, nata dal crollo del 1918 e scossa da una serie di insurrezioni comuniste, che dettero vita alle effimere “repubbliche dei consigli”, era anche attraversata da tentativi di contro-rivoluzione: un <em>putsch </em>dietro l’altro, ma nessuno di essi riuscì a rovesciare il pur fragile governo socialdemocratico. Questo, infatti, si resse praticamente soltanto grazie al paradossale aiuto che gli fornirono i Corpi Franchi, cioè quei gruppi nati spontaneamente fra giovani e soldati appena smobilitati, che si raccoglievano attorno a capi militari carismatici ed efficienti: una specie di compagnie di ventura, che sorsero qua e là in tutta la Germania.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/i-proscritti-2/2860" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-7024" style="margin: 10px;" title="i-proscritti" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/i-proscritti2.jpg" alt="" width="200" height="310" /></a>Non difendevano la Repubblica, che anzi disprezzavano. Difendevano la Germania. Contro le sollevazioni dei “rossi” e contro le infiltrazioni che, a Est come a Ovest, minacciavano i labili confini, non ancora stabiliti dalla pace di Versailles e completamente aperti. A Occidente, la Francia sobillava il separatismo renano; a Oriente la Polonia appena risorta voleva accaparrarsi più terra tedesca che poteva; e intanto l’Armata Rossa di Trotzkij spingeva verso la Germania. Lenin lo aveva detto: per fare la rivoluzione mondiale bisogna prendere in tutti i modi la Germania. Contro questa folla di nemici sorse un pugno di combattenti: bande irregolari, civili armati alla meglio, oltre a veterani delle trincee della Grande Guerra.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella zona baltica, in Curlandia, nella Pomerania e nell’Alta Slesia contese alla Polonia, nella Ruhr occupata dai Francesi, nella Renania, a Berlino: ovunque ci fosse da contrastare la sovversione si trovavano uomini disposti a morire. Questi “lanzichenecchi”, come li chiamò <a title="Juenger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger/">Jünger</a>, erano nazionalisti radicali, alcuni rimpiangevano la Germania imperiale del Kaiser, ma molti altri vedevano invece in quella lotta l’occasione per fare una rivoluzione nazionale. Ma, ben più che ideologi, erano uomini d’azione. Con una sola idea in testa: difendere il Reich in ogni modo e in ogni luogo. Questo mondo di ribelli, di straordinari guerrieri moderni, trovò il suo realistico epos nel famoso romanzo <a title="I proscritti" href="http://www.centrostudilaruna.it/proscritti.html"><em>I proscritti</em></a> di Ernst von Salomon, pubblicato nel 1929 e presto divenuto il testo di riferimento per comprendere un’epoca e una serie di intricate vicende, che altrimenti &#8211; specialmente fuori dalla Germania &#8211; sarebbero state del tutto ignorate.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/freikorps-lo-spirito-dei-corpi-franchi/9220" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-7025" style="margin: 10px;" title="freikorps-lo-spirito-dei-corpi-franchi" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/freikorps-lo-spirito-dei-corpi-franchi.jpg" alt="" width="200" height="272" /></a>Oggi le Edizioni Ritter ci propongono un eccezionale documento in materia: la prima traduzione italiana di un altro testo di von Salomon, <a title="Freikorps. Lo spirito dei Corpi Franchi" href="http://www.libriefilm.com/freikorps-lo-spirito-dei-corpi-franchi/9220"><em>Freikorps. Lo spirito dei Corpi Franchi</em></a>, uscito in Germania nel 1936 col titolo <em>Storia recente</em>, un documento che si raccomanda sia per la scarsità della bibliografia sull’argomento, sia per la statura dell’autore. Von Salomon, coinvolto nell’omicidio politico del ministro degli Esteri Walther Rathenau, per il quale venne condannato nel 1922 a cinque anni, in precedenza, negli anni caldi dell’immediato primo dopoguerra, fu presente in molti teatri guerreschi, dalla repressione dei moti comunisti a Berlino alla lotta antibolscevica nelle regioni baltiche, a quella anti-polacca nella Slesia settentrionale.</p>
<p style="text-align: justify;">Il libro, breve ma denso e trascinante, è un formidabile ritratto dell’epoca e degli uomini che si mossero in quegli scenari mutevoli e irti di incognite. Idealismo combattentistico, fedeltà al capo del proprio corpo e alla terra tedesca, coscienza di essere circondati dall’odio dei nemici e dall’incomprensione del governo centrale; il quale molto spesso, sotto le minacce dell’Intesa (Francia e Inghilterra), si piegava a intimare sgomberi di zone già riconquistate dai <em>Freikorps </em>dopo sanguinosi combattimenti. Ma la frustrante situazione non era tale da ingenerare scoramento in quegli uomini dall’eccezionale temperamento. Scrive von Salomon che «il “lanzichenecco” del dopoguerra tedesco non si vendeva. Si donava». I giovani che accorrevano in quelle file fondevano i loro ideali in un’unica forma: «i vari aspetti ideologici di ogni orientamento, in voga a quell’epoca, agirono insieme e non è un caso che molti concetti sorti dai movimenti giovanili si siano precipitati a trovare nei Corpi Franchi una nuova patria spirituale». Aggregazioni rapide sul campo, mobilità, capacità di impegnare anche battaglie con armi pesanti fornite di straforo dall’esercito, slancio e senso del sacrificio. Queste doti permisero a formazioni, come ad es. quella del Reggimento Reinhard, il primo a costituirsi a Berlino, o il Corpo Franco Rossbach, o la Brigata Ehrhardt, di fronteggiare situazioni catastrofiche, come quella orientale, dove si profilava «lo spaventoso pericolo dell’insurrezione dell’Asia alle porte dell’Europa», come scrive von Salomon.</p>
<div id="attachment_7026" class="wp-caption alignleft" style="width: 269px"><img class="size-full wp-image-7026" title="Un reparto della Brigata Ehrhardt" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/ehrhardt.jpeg" alt="Un reparto della Brigata Ehrhardt" width="259" height="194" /><p class="wp-caption-text">Un reparto della Brigata Ehrhardt</p></div>
<p style="text-align: justify;">Un’etica rigida, ma guidata da un «forte valore affettivo» per quelle terre tedesche da riconquistare al germanesimo e sulle quali non pochi combattenti speravano un giorno di radicarsi: l’ideale di acquisire una tenuta agricola nella Pomerania o nella Prussia Orientale redente, come asserisce von Salomon, era diffuso, al fine di «rafforzare l’elemento tedesco e conquistare così per il Reich un nuovo baluardo, se non una nuova provincia». L’universo dei <em>Freikorps</em>, destinato a scomparire all’improvviso così come era sorto, al momento della stabilizzazione dei confini e della situazione politica interna, rappresentò in ogni caso un momento alto della tenuta nazionale, in un momento tragico della storia tedesca. Qualcosa che, in Italia, può essere paragonato al legionarismo fiumano, ugualmente mobilitatosi per proteggere un fronte compromesso dai trattati di pace, e non a caso ricordato di passata da von Salomon come «prima espressione dello spirito fascista». Ed anche nella memoria storica tedesca la vicenda rimase esemplare del volontarismo spontaneo, tanto che &#8211; come ricorda nell’introduzione Maurizio Rossi, che svolge un’esauriente ricostruzione del quadro storico entro cui operarono i <em>Freikorps </em>- il Nazionalsocialismo si disse erede di quelle vicende e di quegli uomini, ben rappresentati dalla figura di Schlageter, l’ex-combattente dei Corpi Franchi e poi iscritto alla NSDAP: finendo fucilato dai Francesi nel 1923 per terrorismo nella zona della Ruhr, divenne una delle icone più celebrate dell’eroismo post-bellico.</p>
<p style="text-align: justify;"><a style="http://www.amazon.de/gp/product/392890616X/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=centrostudi0e-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=1638&amp;creative=19454&amp;creativeASIN=392890616X" href="http://www.amazon.de/gp/product/392890616X/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=centrostudi0e-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=1638&amp;creative=19454&amp;creativeASIN=392890616X"><img class="alignright size-full wp-image-7038" style="margin: 10px;" title="ernst-von-salomon" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/ernst-von-salomon.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>Difatti: «Il Nazionalsocialismo &#8211; sottolinea Rossi &#8211; aveva comprensibilmente tutto l’interesse di esaltare la logica continuità ideale tra lo spirito dei volontari dei <em>Freikorps</em>, rimarcandone l’immagine di comunità combattente rivoluzionaria e interclassista mobilitata contro i nemici esterni e interni del Reich, e il combattentismo delle SA, ponendo così in evidenza il ruolo svolto dal movimento nazionalsocialista come risolutore della questione nazionale e sociale ed unico artefice della rinascita spirituale della Germania».</p>
<p style="text-align: justify;">Estranei agli intrighi e ai compromessi con i quali il governo di Weimar si screditava davanti all’opinione pubblica, i membri dei reparti volontari accorrevano là, dove c’era un pericolo immediato: badando alla concretezza, e non alle convenienze politiche del momento, essi contribuirono spesso a creare dei fatti compiuti, per cui molte zone poterono rimanere al Reich (ad es. Memel) solo perché c’erano stati uomini disposti a morire per mantenerle tedesche: «Il soldato di quell’epoca &#8211; commentava von Salomon &#8211; non capiva più le tortuosità misteriose della strategia governativa, agiva secondo un impulso guerriero». Poi venne la smobilitazione: «I Corpi Franchi si difendevano isolatamente con battaglie sempre nuove contro l’avversario, che li inseguiva senza tregua. Fortemente decimati, laceri, mezzi morti di fame, vacillanti per la stanchezza, ma con una disciplina incrollabile, giunsero infine […] alla frontiera tedesca, dove le truppe del Reichswehr dovevano accoglierli e smistarli rapidamente in quartieri di riposo qua e là nel Reich, fino al loro completo smembramento».</p>
<p style="text-align: justify;">Diversi di loro finiranno oppositori del Terzo Reich (come Edgar Jung), alcuni si defilarono ma vi convissero (come von Salomon). Molti altri confluirono nel Nazionalsocialismo, come ad es. Erich Koch, che divenne Gauleiter della Prussia Orientale.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>Linea </em>del 5 febbraio 2011.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/furs-vaterland-lepopea-dei-corpi-franchi.html' addthis:title='Fürs Vaterland. L&#8217;epopea dei Corpi Franchi ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Rudolf Hess o della fedeltà</title>
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		<pubDate>Tue, 01 Mar 2011 10:11:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Leonello Rimbotti</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/rudolf-hess-o-della-fedelta.html' addthis:title='Rudolf Hess o della fedeltà '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storiacontemporanea48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Storia contemporanea" /><br/><p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-medium wp-image-6860" style="margin: 10px;" title="ho-osato" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/ho-osato-209x300.jpg" alt="" width="209" height="300" />È stato indubbiamente uno dei personaggi più enigmatici del XX secolo. Ben più vittima che carnefice. Attorno alla sua figura, poi, si sono intrecciate storie, più spesso fiabe, narrazioni inventate di sana pianta, che hanno contribuito a portare confusione anziché chiarezza. Rudolf Hess, il “delfino” di Hitler nella gerarchia del Partito nazionalsocialista, era il numero tre del regime: nel settembre 1939 Hitler lo mise dopo Goering nella scala di successione. Era dunque uno degli uomini di maggior spicco dell’Europa dell’epoca. Negli anni, la figura di Hess ha interessato poco o nulla dal punto di vista politico, ma molto per il suo celebre viaggio solitario in Gran Bretagna nel maggio 1941 quando, compiendo una delle azioni più spettacolari ma anche più misteriose della Seconda guerra mondiale, volò fino in Scozia per vedere di trovare con gli inglesi – presso i quali aveva molti amici, a cominciare dal duca di Hamilton, conosciuto al tempo delle Olimpiadi di Berlino – quella pace che con Churchill al potere non sarebbe mai arrivata. Hess, inoltre, è stato malauguratamente trascinato al centro del pedestre filone “nazi-esoterico”, che è oggi tra i più redditizi dal punto di vista editoriale. Il solo fatto che da giovane – come Rosenberg, Frank ed altri futuri capi hitleriani – fosse stato affiliato all’associazione pangermanica Thule, da cui poi nacque di lì a poco il Partito nazionalsocialista, ha costituito per un’intera falange di ricercatori del brivido l’eccitante premessa per edificare una storiografia popolare da ciarlatani dell’occulto: e dispiace che nella rete di questa rivendita di aria fritta sia caduto anche un politologo di buon nome come Giorgio Galli, che da una ventincinquina d’anni ci propina la stessa storia del volo di Hess come l’esito delle sue trame esoteriche con le cerchie inglesi della Golden Dawn.</p>
<div class="mceTemp" style="text-align: justify;">
<dl id="attachment_6870" class="wp-caption alignleft" style="width: 237px;">
<dt class="wp-caption-dt"><img class="size-medium wp-image-6870" title="Adolf Hitler e Rudolf Hess" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/Adolf-Hitler-Rudolf-Hess-227x300.jpg" alt="Adolf Hitler e Rudolf Hess" width="227" height="300" /></dt>
<dd class="wp-caption-dd">Adolf Hitler e Rudolf Hess</dd>
</dl>
</div>
<p style="text-align: justify;">Adesso, a trarre Hess fuori dal circo esoterico, e a ricollocarlo nella sua posizione più seria e autentica di protagonista del Novecento, provvede una pubblicazione di qualità, <em>“Ho osato”. Rudolf Hess: il vice di Hitler e araldo di pace</em>, di Ernesto Zucconi, pubblicato dalla Novantico Editrice. Si tratta di una bella edizione, ben curata, di grande formato, con un ricco apparato iconografico e, ciò che non guasta, con un testo sobrio ed essenziale, che nulla concede ai sensazionalismi. È la storia di Hess, cioè di un uomo che anche i suoi nemici hanno riconosciuto essere stato coerente ed onesto: un idealista, un puro, figura strana ed eccentrica, bisogna ammetterlo, soprattutto in relazione a quel mondo di spie, ricattatori e manipolatori in mezzo ai quali letteralmente cadde dal cielo in quel 10 maggio 1941. E che per i quarantasei anni seguenti lo utilizzarono ai loro fini, inquinando la vicenda con depistaggi e falsificazioni di ogni genere.</p>
<p style="text-align: justify;">Quella di Rudolf Hess è una figura tragica. Uomo dimesso e umile, quando era al potere – e che potere! &#8211; mantenne sempre un’attitudine composta e defilata, di fedelissimo seguace del suo Führer, quasi sacerdotale nei suoi modi semplici e spartani. Uomo tragicamente vittima, una volta che venne incarcerato e tenuto a Spandau per oltre quarant’anni, al centro delle mene anglo-americane e russe, scalpo dei vincitori e oggetto di ricatti reciproci. La sua dirittura e linearità di onesto credente fu ciò che lo portò a intraprendere l’iniziativa del volo. Ancora oggi non sappiamo se quel gesto fu concordato con Hitler o se invece fu una sua iniziativa, per pervenire attraverso un’azione clamorosa alla pace fra Germania e Gran Bretagna. Non appena ebbe la certezza che si stava preparando la guerra preventiva contro l’Unione Sovietica, Hess, in ogni caso, presentò la sua offerta di pace come un atto di nobile raziocinio: davvero non esistevano motivi di continuare una guerra senza senso fra due nazioni che non avevano motivo di distruggersi a vicenda. Hitler aveva offerto parecchie volte la pace agli inglesi nel 1940: ma le offerte fatte nei suoi discorsi, la cui diffusione venne proibita in Inghilterra, per evitare che sorgessero movimenti d’opinione sfavorevoli alla guerra, caddero nel nulla. Churchill volle in tutti i modi la guerra e continuò la sua guerra, anche a costo di allearsi con i comunisti e di causare – come causò – la fine politica dell’Europa. Ai suoi amici americani aveva già promesso di farli intervenire, permettendo così a Roosevelt di salvarsi dal tracollo economico attraverso una comoda, lunga e lucrosa guerra in Europa e nel Pacifico.</p>
<div class="mceTemp" style="text-align: justify;">
<dl id="attachment_6867" class="wp-caption alignright" style="width: 310px;">
<dt class="wp-caption-dt"><img class="size-medium wp-image-6867 " title="Rudolf Hess al processo di Norimberga (al centro). Sulla sinistra Hermann Goering, sulla destra Joachim von Ribbentrop." src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/hess-norimberga-300x235.jpg" alt="Rudolf Hess al processo di Norimberga (al centro). Sulla sinistra Hermann Goering, sulla destra Joachim von Ribbentrop." width="300" height="235" /></dt>
<dd class="wp-caption-dd">Rudolf Hess al processo di Norimberga (al centro). Sulla sinistra Hermann Goering, sulla destra Joachim von Ribbentrop.</dd>
</dl>
</div>
<p style="text-align: justify;">Tutte queste mire di potere mondiale corsero molto al di sopra della testa di Hess, la cui ingenuità nel fare appello alla lealtà inglese faceva a cazzotti con il freddo disegno anglo-americano di andare fino in fondo con la guerra e di sbarazzarsi una volta per tutte sia della Germania sia del Giappone, preferendo spartirsi il mondo con la Russia, ritenuta – giustamente, come la storia ha poi dimostrato – un avversario assai più morbido e conciliante.</p>
<p style="text-align: justify;">Zucconi fa alcune importanti precisazioni. Innanzi tutto, tende a credere che il volo non fu il disegno di un allucinato fuori dal mondo. Quell’iniziativa avrebbe anche potuto aver successo. E, qualora le cose fossero andate nel verso giusto, l’intera storia del secolo sarebbe stata diversa: «Certo i margini di successo non erano ampi – e qui sta il suo coraggio – ma neppure così esigui da liquidare come temeraria l’impresa che si accingeva a compiere», scrive Zucconi. E precisa: «E se Hess fosse riuscito a ribaltare la situazione spingendo i fautori della pace ad ottenere le dimissioni di Churchill, quasi certamente l’operazione “Barbarossa” sarebbe rientrata». È un fatto che, a quel punto, le pretese della Russia sull’Europa orientale si sarebbero smorzate, gli Stati Uniti sarebbero stati indotti a rinfoderare i loro propositi bellicisti e un’alleanza fra Germania e Gran Bretagna avrebbe ridisegnato altrimenti il destino dell’Europa. Ma Churchill ebbe la meglio e sappiamo com’è andata.</p>
<div class="mceTemp" style="text-align: justify;">
<dl id="attachment_6866" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px;">
<dt class="wp-caption-dt"><img class="size-medium wp-image-6866 " title="Rudolf Hess nel cortile della prigione di Spandau" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/rudolf-hess-spandau-300x240.jpg" alt="Rudolf Hess nel cortile della prigione di Spandau" width="300" height="240" /></dt>
<dd class="wp-caption-dd">Rudolf Hess nel cortile della prigione di Spandau</dd>
</dl>
</div>
<p style="text-align: justify;">A dispetto del fatto di essere stato l’unico uomo al mondo a insorgere contro la guerra e ad aver rischiato la vita di persona per fermare le armi, come è noto a Norimberga Hess è stato condannato all’ergastolo per aver commesso “crimini contro la pace”. Un simile, grottesco controsenso è tipico di quel nonsenso storico e giuridico che fu il processo “alleato” alla Germania, in base a capi d’imputazione che &#8211; come riconobbero anche molti tra i vincitori e, in Italia, Benedetto Croce – non stavano in piedi nel merito e nei modi: i vincitori che giudicano i vinti in base ad articoli di un codice che all’epoca non esisteva e secondo imputazioni retroattive, è un <em>monstrum</em> giuridico che ancora oggi pesa come un macigno sulla credibilità di quei giudici: tra i quali sedevano, non da ultimo, anche i rappresentanti del più formidabile potere criminale del secolo XX, quello sovietico. Inoltre, Zucconi mostra di non credere alla estenuante affabulazione secondo cui Hess sarebbe stato eliminato sin da subito dagli inglesi e sostituito da un sosia: aspetto, anche questo, che ha contribuito non poco a far discendere la vicenda al livello di una rozza <a title="letteratura" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/letteratura">letteratura</a> “gialla”, in nessun contatto con la documentazione storica. Infine, tra le molte altre cose, resta da dire che l’ormai vegliardo Hess venne, con tutta probabilità, eliminato dai servizi segreti inglesi in quel 17 agosto 1987, sotto la pressione internazionale che ne chiedeva il rilascio per motivi di salute: il timore che l’uomo, imprevedibile e lucido fino alla fine, ad onta della tante distorsioni propagate in materia, una volta libero sbottasse in qualche sensazionale rivelazione, dovette consigliare agli inglesi l’eliminazione dello scomodo personaggio con metodi sbrigativi. Come ricorda Zucconi, Hess fu trovato morto con un fil di ferro attorcigliato attorno al collo: in base alla ricostruzione dello storico Robert Brydon, la morte sopraggiunse per strangolamento e non per sospensione: evento quanto mai improbabile in un vecchio di 93 anni, fortemente debilitato da ben 46 anni di duro isolamento carcerario. «Ho osato», sta scritto sulla lapide della tomba in cui Hess è sepolto, nella località bavarese di Wunsiedel. Difatti, osò interferire nei piani di Churchill, di ordire, insieme a Roosevelt e a Stalin, una mortale congiura contro l’Europa. E, anziché dargli il premio Nobel per la pace, è stato rinchiuso a Spandau per tutta la vita e, alla fine, liquidato alla maniera mafiosa.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>Linea </em>del 19 febbraio 2011.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/rudolf-hess-o-della-fedelta.html' addthis:title='Rudolf Hess o della fedeltà ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>La tutela del popolo lavoratore negli ordinamenti della Germania in guerra</title>
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		<pubDate>Wed, 12 Jan 2011 11:43:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Felice Bellotti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un reportage di guerra dalla Germania nazionalsocialista pubblicato in Italia nel giorno della caduta del Fascismo, il 25 luglio 1943]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/la-tutela-del-popolo-lavoratore-negli-ordinamenti-della-germania-in-guerra.html' addthis:title='La tutela del popolo lavoratore negli ordinamenti della Germania in guerra '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storiacontemporanea48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Storia contemporanea" /><br/><p style="text-align: justify;">Berlino, 24 luglio 1943.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando tutto un popolo combatte e lavora con ogni  energia possibile, quando ogni individuo compie il massimo sforzo per  conseguire un vittorioso risultato finale, bisogna concludere che il suo  morale è altissimo. I dubbi occasionali non possono significare la  realtà dei fatti. Le parole pronunciate per amore di originalità o per  dimostrare uno «spirito indipendente» non scalfiscono — alla resa dei  conti — neppure una pallottola di fucile.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Un popolo in linea </em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Un  popolo è in linea quando i suoi cittadini compiono con esattezza e con  energia il proprio dovere. Orbene, il popolo germanico compie questo  dovere al cento per cento. Una prima constatazione è questa: l’elemento  più sano della Germania nazionalsocialista è il suo popolo — diremo più  chiaramente la «classe proletaria che forma il nerbo delle forze armate  e dell&#8217;esercito dei lavoratori». Le rare debolezze, le altrettanto  rare riserve si incontrano in un certo strato sociale che non è  borghesia attiva e che potrebbe essere definita «borghesia parassitaria».</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-full wp-image-6545" title="m34ù" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/m34ù.jpg" alt="" width="700" height="342" /></p>
<p style="text-align: justify;">Sono coloro che più di tutti hanno subito la dannosa influenza della  «cultura americana», sono coloro che in una vita comoda trascorsa fra  denaro di più o meno legittima provenienza (ad ogni modo non sudato) e  niente lavoro, hanno assorbito attraverso il cinematografo, la <a title="letteratura" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/letteratura"> letteratura</a>, la propaganda e il moderno edonismo statunitense in base al  quale nessun concetto morale deve impedire di godersi la vita il meglio  possibile, non importa a spese di chi. Orbene, se il popolo  germanico è oggi compatto nella lotta, ciò non è dovuto al caso. Le  realizzazioni sociali compiute dal Nazionalsocialismo sono più vive che  mai in tempo di guerra, e da questa loro vitalità il proletariato  germanico trae la convinzione che questa volta si batte non già per una  classe predominante, ma unicamente per se stesso.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-full wp-image-6546" style="margin: 10px;" title="gustloff" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/gustloff.jpg" alt="" width="201" height="320" />La prova più evidente  del concetto di giustizia sociale che persegue il Governo germanico è  data dal razionamento. Chi più di altri soffre per la guerra? Il popolo.  Da dove escono le centinaia di migliaia di eroi che in lontani campi di  battaglia combattono e muoiono ? Dal popolo. Da dove le centinaia di  migliaia di operai e di contadini che col loro quotidiano lavoro danno  alle Forze Armate le armi per combattere e alla comunità germanica i  mezzi di sussistenza? Dal popolo.</p>
<p style="text-align: justify;">E&#8217; quindi il popolo, cioè la massa  dei soldati e dei lavoratori che deve essere più di ogni altra favorita.  E le leggi lo favoriscono.</p>
<p style="text-align: justify;">E&#8217; ora inutile fare l&#8217;elenco in grammi di  quanto più siano favoriti i lavoratori manuali o intellettuali in paragone alla categoria sociale che sopporta minori sacrifici. Basti dire che  le razioni del lavoratori raggiungono fino il triplo di quelle dei  normali cittadini. Anche nelle recenti disposizioni che hanno ridotto le  razioni settimanali di carne da 350 grammi a 250, il concetto di  preferire la massa lavoratrice risulta evidente quando si consideri che  chi usufruiva di assegnazioni extra non vede diminuito questo extra.</p>
<p style="text-align: justify;">In  altre parole, l&#8217;operaio che aveva diritto a due razioni settimanali di  carne (cioè 700 grammi in totale) vede oggi questa doppia razione  diminuita solamente di 100 grammi anziché di 200. Inoltre — e questo è  un fattore essenziale per il benessere del popolo — il potere  d&#8217;acquisto della moneta nazionale è identico al periodo prebellico per quanto riguarda i generi  di prima necessità. Il pane, i grassi e la carne hanno i medesimi prezzi dell&#8217;anteguerra.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Tutto per chi lavora </em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">E l&#8217;estrema rigidità delle leggi, la spietata  caccia alla «borsa nera», e la dura severità dei Tribunali che  contempla la pena di morte anche per reati annonari che possono sembrare  minimi, queste realtà economiche e giuridiche hanno come effetto che  veramente in Germania il popolo vive molto meglio della borghesia:  mangia di più, ottiene più facilmente indumenti ed aiuti, gode di una  assistenza medica gratuita e adeguata alle necessità; trova nelle  amministrazioni nazionali, provinciali e cittadine un appoggio ed una  comprensione totalitarie. In queste condizioni è naturale che la massa  del popolo sia fermamente decisa a non mollare.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-full wp-image-6548" style="margin: 10px;" title="wir-arbeiter-sind-erwacht" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/wir-arbeiter-sind-erwacht.jpg" alt="" width="272" height="406" />Se l&#8217;uso di questa  espressione è consentito in tempo di guerra quando il vero privilegio è  solamente quello di vestire l&#8217;uniforme, diremo che è logico che la  classe privilegiata — quella lavoratrice — non abbia nessuna voglia di  cessare una lotta che oltre a garantirgli i privilegi odierni gliene  assicura di maggiori e di più fecondi in un domani vittorioso. In questo  favorire le classi lavoratrici è visibile il calcolo politico di una  mente rivoluzionaria.</p>
<p style="text-align: justify;">I capi del Nazionalsocialismo sanno benissimo come  e perchè la loro Rivoluzione sia riuscita. Sanno che la loro bandiera è  uscita vittoriosa da un&#8217;asperrima lotta politica perchè il popolo  lavoratore era scontento, disoccupato, vittima delle fiuttuazioni dei  prezzi e dei salari. Sanno anche che il nerbo delle forze rivoluzionarie  è sempre costituito — nella società moderna — dagli operai. Per questo,  a parte il fatto che il Nazionalsocialismo salito al potere aveva il  dovere di mettere in pratica il programma di giustizia sociale sui quale  aveva imperniato la propria vittoria, sono consci — per personale  esperienza — che per impedire nuovi disordini è necessario prevenire i  bisogni materiali e morali di quella massa operaia che costituisce la  vera forza della Nazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Non a caso, oltre alla borghesia che spende  poche energie nel quotidiano lavoro, anche la classe impiegatizia è  sottoposta a sacrifici più duri di quella operaia. Oltre alle  considerazioni di carattere politico e sociale vi sono quelle mediche.  Complicate tabelle stabiliscono le calorie che forniscono i vari cibi e  le calorie necessarie per compiere un determinato lavoro. Ora è evidente  che un Tizio che rimane seduto nel suo ufficio otto o dieci ore al  giorno, consuma meno calorie di un minatore. Rigide sono le tabelle e  altrettanto rigida l&#8217;applicazione pratica.</p>
<p style="text-align: justify;">Quanto alle eccezioni che in  pratica si verificano, vi sono dei medici che, stabilita l&#8217;anomalia,  stabiliscono i supplementi di carne, di grassi e di uova. Questo per gli  ammalati, per i convalescenti, per gli affetti da disfunzioni croniche.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="size-full wp-image-6547 alignleft" style="margin: 10px;" title="arbeit-freiheit-brot" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/arbeit-freiheit-brot.jpg" alt="" width="282" height="400" /><em><strong>Nessuno si  lamenta </strong></em></p>
<p style="text-align: justify;">Diremo subito che prima che un medico firmi un documento del  genere il soggetto è ben studiato. Il risultato di questi studi  amministrativo politico e sociali è nell&#8217;odierna Germania veramente  eccellente. Il governo di Hitler ha solide e profonde radici non solo  nell&#8217;enorme maggioranza dei tedeschi ma anche e principalmente in quegli  strati sociali che, più fra tutti, fanno la guerra e che della guerra   maggiormente soffrono i pericoli e le dure prove.</p>
<p style="text-align: justify;">Certamente nelle città della Germania occidentale, provate quanto  quelle dell&#8217;Italia fascista, di tanto in tanto si levano voci accorate.  Non sarebbe umano rimanere impassibili di fronte a tanta barbarie e a  tanta delinquenza. Ma appunto dalle atrocità del nemico risalta agli  occhi di tutti l’impellente necessità di vincere, bisogna liberare  l’Occidente europeo da un nemico che domani possa ricominciare questa  orribile storia di uccidere le donne e i bambini che formano i più  preziosi tesori della razza germanica.</p>
<p style="text-align: justify;">Già da tempo in Germania sono  cessati i lamenti; l’orrore della realtà ha vinto anche la paura di  morire. Si tace e si lavora. E se si parla, si parla lavorando. Oppure  combattendo. È un identico modo di servire la Patria. Chi s’illude di  vedere il fronte interno crollare in Germania commette gravissimo  errore; un errore del quale prima o poi dovrà pagare le conseguenze.</p>
<p style="text-align: justify;">Più  solida e più umana che mai, moralmente rafforzata dall&#8217;eroico contegno  dell&#8217;Italia alleata che soffre degli stessi dolori, la Germania di  Hitler — l&#8217;intero popolo dei lavoratori attende con calma e fiducia  quello che porterà il domani.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>La Stampa</em> del 25 luglio 1943.</p>
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		<title>Germania e Italia, storia di un amore impossibile</title>
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		<pubDate>Fri, 07 Jan 2011 16:27:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Lamendola</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La storia europea dell’ultimo secolo come luogo dello scontro fra la visione del mondo materialista e razionalista dell’Inghilterra e della Francia e quella spiritualista e idealista della Germania e dell’Italia ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/germania-e-italia-storia-di-un-amore-impossibile.html' addthis:title='Germania e Italia, storia di un amore impossibile '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/centrostudilaruna48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Centro Studi La Runa online" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storiacontemporanea48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Storia contemporanea" /><br/><div id="attachment_6141" class="wp-caption alignright" style="width: 430px"><img class="size-full wp-image-6141 " title="Johann Friedrich Overbeck, Italia und Germania. 1828. München, Neue Pinakothek." src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/Italia-und-Germania.jpg" alt="Johann Friedrich Overbeck, Italia und Germania. 1828. München, Neue Pinakothek." width="420" height="375" /><p class="wp-caption-text">Johann Friedrich Overbeck, Italia und Germania. 1828. München, Neue Pinakothek.</p></div>
<p style="text-align: justify;">Come osservava il grande storico Ferdinand Gregorovius, autore di una monumentale &#8211; e anche letterariamente pregevolissima &#8211; <em>Storia della città di Roma nel Medioevo</em> &#8211; il popolo tedesco e quello italiano, che insieme sono giunti all’unità e all’indipendenza nazionale, hanno condiviso, nel bene come nel male, gran parte della loro storia, tenuti uniti da un legame ideale tenace, che travalica le contingenze e sembra racchiudere qualcosa di perenne.</p>
<p style="text-align: justify;">L’idea dell’Impero, in particolare, passata da Roma alla Germania, ha rappresentato un legame ideale così forte e durevole, che ha praticamente costretto le due nazioni a rimanere strette l’una al destino dell’altra: con gli imperatori tedeschi, da Ottone il Grande ad Arrigo VII di Lussemburgo, che trascurano gli affari di casa loro per inseguire il miraggio italiano e con i Comuni italiani che lottano per l’autonomia contro l’imperatore, ma senza mai rinnegarne la suprema autorità e senza mai aspirare alla completa indipendenza; come se, appunto, una forza misteriosa e fatale avesse così deciso, a dispetto di tutto e anche della formidabile barriera alpina.</p>
<p style="text-align: justify;">Pertanto, mentre nel resto d’Europa sorgevano le monarchie nazionali, la Germania e l’Italia, tenute strette dal comune ricordo del sogno universalistico dell’Impero, sono giunte in ritardo nel perseguire le rispettive unità nazionali e sono state a lungo campo di battaglia delle altre potenze, toccando il punto più basso l’una &#8211; l’Italia &#8211; con le guerre tra Francesi e Spagnoli del XVI secolo, l’altra &#8211; la Germania &#8211; con la rovinosa Guerra dei Trent’Anni, un secolo dopo, quando essa fu corsa in ogni senso da eserciti spagnoli, svedesi, francesi e di altre nazioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Dicevamo del notevole ritardo con cui la Germania e l’Italia hanno conosciuto la creazione dello Stato moderno, su base nazionale, nel corso dell’Ottocento; ritardo che si è ripercosso nella loro collocazione sulla scena internazionale, ivi compreso il fenomeno del colonialismo (quando, cioè, gran parte della spartizione coloniale era già stata fatta e la parte del leone era toccata alla Gran Bretagna e alla Francia), cosa che può aver svolto il suo ruolo nella nascita della Triplice Alleanza e, quindi, nello scoppio delle due guerre mondiali.</p>
<p style="text-align: justify;">Uno storico di formazione marxista, abituato a far dipendere gli orientamenti spirituali di una data società dal suo modo di produzione, sarebbe portato ad attribuire il “ritardo” italiano e tedesco al più lento sviluppo di un ceto borghese “moderno”, ossia spiccatamente imprenditoriale; e, di conseguenza, a un ritardo nello sviluppo del capitalismo. Ma una tale conclusione urta con la semplice constatazione che già nel 1914 la borghesia tedesca aveva surclassato non solo quella francese, ma anche la britannica, e che l’espansione dell’economia capitalista in Germania era in grado di porre la candidatura di quest’ultima al dominio mondiale.</p>
<p style="text-align: justify;">Conviene perciò ammettere che vi era qualcosa, nello spirito nazionale tedesco &#8211; e, per altri versi, in quello italiano &#8211; che configgeva con la cultura della modernità, così come essa si era venuta formando ed elaborando in Europa, soprattutto a partire dall’Empirismo inglese e dall’Illuminismo francese.</p>
<p style="text-align: justify;">Tanto per fare un esempio, sia nella <a title="Letteratura" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/letteratura">letteratura</a> tedesca che in quella italiana si trova un consistente filone della narrativa e della poesia che guarda con malinconia, disorientamento e pessimismo all’avanzata del “progresso”, mito fondante dell’ideologia della modernità: basterebbe fare i nomi, pur tra loro diversissimi, di Nietzsche, di Kafka, di Musil, di Roth, di Wiechert; ma anche degli Scapigliati, di Verga, dello stesso Carducci maturo (quello de <em>Il comune rustico</em>, per intenderci, e non già quello dell’<em>Inno a Satana</em>), di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/luigi-pirandello" target="_blank">Pirandello</a></span>, di Svevo, di Tozzi, e poi avanti, fino a quello di Cassola e oltre. Niente di simile si trova, in eguali proporzioni e con pari intensità, nella <a title="letteratura" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/letteratura">letteratura</a> inglese o in quella francese.</p>
<p style="text-align: justify;">Se tale fu l’incrociarsi dei destini italiani e tedeschi sul piano politico, dagli ultimi anni di vita dell’Impero Romano d’Occidente e dai regni barbarici degli Ostrogoti e dei Longobardi, su su fino al compimento delle rispettive unità nazionali, nella seconda metà del XIX secolo, e poi alla terrificante e disastrosa avventura dell’Asse per l’egemonia planetaria, nella seconda guerra mondiale, non meno intenso e sofferto è stato il legame culturale e spirituale fra i due popoli, particolarmente sentito all’epoca del Romanticismo.</p>
<p style="text-align: justify;">Da <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/johann-wolfgang-goethe" target="_blank">Goethe</a></span> e da Winckelmann in poi, l’Italia era la Terra Promessa degli intellettuali tedeschi, dei poeti, degli artisti, degli scrittori, il cui numero è legione: da von Platen al già citato Gregorovius, passando per quel Roeseler Franz che ci ha dato, attraverso i suoi acquarelli, l’ultimo ritratto della vecchia Roma, prima che la ristrutturazione urbanistica portata dalla modernità la facesse scomparire per sempre.</p>
<p style="text-align: justify;">Per dire la verità, bisogna constatare che questo amore è stato per lo più, se non proprio a senso unico, prevalentemente degli uomini di cultura tedeschi verso l’Italia, che non di quelli italiani verso la Germania. Il grande Teodorico lo avrebbe trovato perfettamente naturale, dato che nelle sue leggi egli disse di considerare normale che un Goto volesse assomigliare a un Latino, ma riprovevole che un Latino volesse assomigliare ad un Goto; riconoscendo, così, l’indiscutibilità della supremazia culturale di Roma ed il suo eterno fascino verso il mondo germanico.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche il caso di Dante è stato sovente strumentalizzato o mal compreso: perché non di amore verso la Germania si trattava per il grande fiorentino, ma di fede nella necessità storica dell’Impero. Il fatto che gli imperatori del XIV secolo fossero tedeschi era, per Dante, del tutto irrilevante, tanto universalistica e sovra-nazionale era la sua concezione politica; ben diversa, in questo senso, da quella esplicitamente nazionale e anti-tedesca di Petrarca.</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure, fino alla metà del XIX secolo e forse ancora oltre, anche da parte italiana esisteva una sia pure più contenuta simpatia nei confronti della Germania (non dell’Austria, per le note ragioni politiche): non aveva forse il Manzoni dedicato proprio la più patriottica delle sue liriche, «Marzo 1821», alla memoria del poeta-soldato tedesco Theodor Körner, caduto combattendo contro le armate napoleoniche per la libertà della sua patria?</p>
<p style="text-align: justify;">Ma, nel complesso, nulla di paragonabile, da parte italiana, al trasporto entusiastico che manifestavano verso l’Italia gli intellettuali tedeschi.</p>
<p style="text-align: justify;">C’è un quadro di Friedrich Overbeck, «Germania e Italia», che bene raffigura questo amore bruciante dell’anima tedesca verso l’anima italiana: amore incompreso e spesso indesiderato, talvolta frainteso, mai pienamente ricambiato; amore impossibile, insomma.</p>
<p style="text-align: justify;">Il quadro è del 1828 e raffigura due fanciulle, allegorie dei due popoli, che siedono l’una accanto all’altra, tenendosi per mano, sullo sfondo dei due rispettivi paesaggi “tipici”, il nordico e il mediterraneo. Ebbene, osservandole anche solo di sfuggita, non si può non notare al volo quale delle due sia l’amante e quale l’amata: ardente e volitivo lo sguardo della bionda fanciulla tedesca, languido e abbandonato quello della bruna ragazza italiana coronata di alloro, che sembra quasi in cerca di protezione e di conforto alle sue pene segrete.</p>
<p style="text-align: justify;">Un amore precario, quindi: cementato, a ben guardare, più dalla comune reazione all’Illuminismo di matrice francese, ma di diversissima origine nei due casi &#8211; romantica la tedesca, classicista l’italiana &#8211; che ha fatto della cultura di queste due nazioni, a ben guardare, una sorta di prolungamento dei valori premoderni fin nel cuore della modernità; se è vero &#8211; come è vero &#8211; che la modernità è figlia di Cartesio prima, di Voltaire e di Rousseau poi. Ed è così che si spiega anche la convergenza tra l’idealismo filosofico tedesco e quello italiano; tra <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/johann-gottlieb-fichte" target="_blank">Fichte</a></span>, Schelling ed Hegel da una parte, e Gioberti, Rosmini e, poi, Croce, dall’altra.</p>
<p style="text-align: justify;">Ancora.</p>
<p style="text-align: justify;">Se la modernità è rappresentata, economicamente e politicamente, dalla Rivoluzione industriale e dalla Rivoluzione francese, è altrettanto vero che sia il fascismo, sia il nazismo (così diversi per tanti altri aspetti, giova ricordarlo sempre) si possono entrambi considerare come aspetti di una comune reazione, o come parti di una comune reazione, all’urbanesimo, al materialismo, all’utilitarismo, insomma alle due grandi manifestazioni politico-economiche della tarda modernità: il capitalismo speculativo e il bolscevismo; in nome di un mito ruralista che voleva riproporre, quasi in chiave virgiliana, la sanità morale della vita dei campi e del ritorno ai valori patrii, alla corruzione e alla decadenza tipiche della borghesia urbana cosmopolita, affarista, cinica e infettata dalla “malattia” del giudaismo.</p>
<p style="text-align: justify;">In questo senso, non si può considerare casuale il fatto che la Germania e l’Italia abbiano finito per stringersi l’una all’altra in una alleanza politica e militare &#8211; quella dell’Asse prima, del Patto d’Acciaio poi &#8211; in vista di una resa dei conti con il mondo del denaro e della macchina, rappresentato dalle potenze plutocratiche occidentali nonché dalla sua versione in chiave rivoluzionaria, ossia lo stalinismo in Unione Sovietica (cfr. il nostro precedente articolo <a title="Gli ultimi trionfi del denaro e della macchina nella filosofia della storia di Oswald Spengler" href="http://www.centrostudilaruna.it/gli-ultimi-trionfi-del-denaro-e-della-macchina-nella-filosofia-della-storia-di-oswald-spengler.html"><em>Gli ultimi trionfi del denaro e della macchina nella filosofia della storia di Oswald Spengler</em></a>).</p>
<p style="text-align: justify;">Schematizzando alquanto, ma forse non travisando una sostanziale verità di fondo, potremmo quindi considerare la storia europea dell’ultimo secolo come il luogo dello scontro, ideale e materiale, fra due opposte e inconciliabili visioni del mondo: quella materialista e razionalista dell’Inghilterra e della Francia (le cui radici sono, oltre che in Cartesio e Spinoza, in Francis Bacon, Hobbes, Newton, Locke e Hume) e quella spiritualista e idealista della Germania e dell’Italia (che parte da Paracelso, Bruno, Campanella e arriva fino a <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Heidegger</a></span> e Gentile, passando per Vico).</p>
<p style="text-align: justify;">Se nel quadro che stiamo delineando vi è una plausibilità di fondo, allora bisogna riconoscere che il “Nuovo ordine europeo” propagandato dai pubblicisti dell’Asse negli anni della seconda guerra mondiale non nasceva dal fortuito incrociarsi delle mire di potenza della Germania nazista con quelle dell’Italia fascista, ma nasceva da una intima logica che aveva condotto le due nazioni all’appuntamento con la storia nell’ora della contesa per il potere mondiale.</p>
<p style="text-align: justify;">Del resto, il fatto che scrittori e poeti come il norvegese <a title="Knut Hamsun" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Knut Hamsun</a>, come i francesi <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/louis-ferdinand-celine" target="_blank">Céline</a></span> e Drieu La Rochelle, come l’americano Ezra Pound o come il romeno <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/mircea-eliade/">Mircea Eliade</a></span>, per non parlare di uomini politici come Quisling, Pétain, Léon Degrelle, Mosley, abbiano, sia pure in tempi e modi diversi, aderito a quel progetto o si siano riconosciuti in quei valori (“il sangue contro l’oro”), dimostra che si è trattato di fenomeni e tendenze culturali e spirituali che, pur facendo perno su due realtà nazionali ben delimitate, possedevano nondimeno una certa carica espansionista e perfino potenzialmente universalistica (basterebbe pensare alla diffusione delle ideologie naziste e fasciste in Sud America, nel Medio Oriente arabo e in altre aree del mondo).</p>
<p style="text-align: justify;">Anche nella reazione così rabbiosa di Hitler al tradimento del re e di Badoglio dell’8 settembre 1943, non è difficile scorgere i tratti dell’amore deluso; perché di vera fascinazione si era trattata, da parte del dittatore tedesco, nei confronti di Mussolini: su questo punto, tutti gli storici sono ormai d’accordo. Così come sono d’accordo sul fatto che la liberazione del Duce dal Gran Sasso non fu soltanto dettata da ragioni di <em>Realpolitik</em>, ma anche da un autentico sentimento di amicizia e devozione del Führer per il suo antico “maestro” italiano: sissignori, proprio lui, Hitler, l’uomo dal tenebroso cuore di ghiaccio. Amicizia e devozione, peraltro, che non furono mai ricambiate: sempre Mussolini ebbe nei suoi confronti sentimenti di diffidenza e scarsa simpatia.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo il 1945 le strade dei due popoli, per la prima volta dai tempi di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/publio-cornelio-tacito" target="_blank">Tacito</a></span> e di Odoacre, si sono parzialmente separate: in un’Europa costretta a ripartire da zero, con la Gran Bretagna sempre più arroccata nel ruolo di sentinella avanzata degli Stati Uniti e con la Francia costretta a cercare ovunque, perfino verso l’Unione Sovietica («L’Europa va dall’Atlantico agli Urali», diceva De Gaulle), una “sponda” per recuperare margini di autonomia nei confronti della strapotenza dell’alleato d’Oltreoceano, i secolari legami italo-tedeschi si sono allentati e, in parte, addirittura sciolti, forse per sempre.</p>
<p style="text-align: justify;">Pesa, nella memoria collettiva degli Italiani, il terribile periodo del 1943-45, con le sue stragi e le sue barbariche violenze; e pesa del pari, nel ricordo dei Tedeschi, il “tradimento” di Badoglio, nel bel mezzo di una lotta durissima per la vita e per la morte contro la più ampia coalizione di popoli che si fosse mai vista.</p>
<p style="text-align: justify;">Rimangono la sincera ammirazione dei Tedeschi per l’arte italiana, nonché la loro predilezione per le belle (un tempo) e relativamente economiche spiagge italiane; e rimane, permeata di invidia, l’ammirazione degli Italiani per l’efficienza tedesca, per la buona amministrazione tedesca, per i risultati dell’industria e dell’economia d’Oltralpe, con un operaio della Volkswagen che guadagna almeno una volta e mezzo lo stipendio di un operaio della FIAT, a fronte di un costo della vita che non è poi tanto più alto rispetto al nostro.</p>
<p style="text-align: justify;">Si ritroveranno, un giorno, queste due amanti ritrose e conflittuali?</p>
<p style="text-align: justify;">Per ora, quello che si può vedere è che la Germania ha subito, più dell’Italia (e questa è stata per molti una sorpresa), il rullo compressore dell’americanizzazione, entrando a vele spiegate in quella tarda modernità post-industriale cui l’Italia, invece, offre ancora qualche sia pur debole resistenza. Il fatto stesso che, in Italia, siano ancora molte le persone che non conoscono l’inglese, o che lo parlano poco e male, dimostra che l’Italia è stata, finora, meno pesantemente americanizzata della Germania; ma che, per la stessa ragione, non è entrata a pieno regime, anche a livello psicologico, nei processi della modernità avanzata: ciò che, da un punto di vista materiale, appare certamente come un ritardo.</p>
<p style="text-align: justify;">Una cosa possiamo immaginare, comunque, con relativa sicurezza.</p>
<p style="text-align: justify;">Se mai verrà il tempo in cui l’Europa deciderà di ritrovare se stessa; se tornerà a porsi con fierezza verso la propria cultura e la propria civiltà, e si libererà dai suoi assurdi complessi di inferiorità verso l’America: allora sia la Germania che l’Italia torneranno a svolgere un ruolo centrale nella rinascita spirituale di questo continente.</p>
<p style="text-align: justify;">E si ritroveranno: come due vecchi innamorati che, pur dopo mille litigi e incomprensioni, non hanno mai smesso, nel loro intimo, di volersi bene.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/germania-e-italia-storia-di-un-amore-impossibile.html' addthis:title='Germania e Italia, storia di un amore impossibile ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Gli intellettuali tedeschi e la crisi di Weimar</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Sep 2010 16:11:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Lamendola</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Gli Alleati, nel 1945 come nel 1918, non amavano i toni rozzi e aggressivi alla Spengler, ma agivano esattamente in base a quei criteri, brutali e machiavellici, che tanto li disgustavano quando a teorizzarli erano i Tedeschi.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/gli-intellettuali-tedeschi-e-la-crisi-di-weimar.html' addthis:title='Gli intellettuali tedeschi e la crisi di Weimar '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/rivoluzione-conservatrice.PNG" width="48" height="48" alt="" title="Rivoluzione conservatrice" /><br/><p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/la-repubblica-di-weimar/591" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-5744" style="margin: 10px;" title="la-repubblica-di-weimar" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/la-repubblica-di-weimar.jpg" alt="" width="200" height="290" /></a>In tempo di crisi &#8211; economica, politica, sociale e culturale -, gli intellettuali possono costituire un faro nella nebbia per i cittadini &#8220;comuni&#8221;? E, se lo possono, lo devono anche?</p>
<p style="text-align: justify;">Qual è il loro ruolo, esattamente, nel contesto della società? È giusto aspettarsi da loro che siano la nostra coscienza critica? O forse non commettiamo l&#8217;errore, quando essi &#8211; specialmente in tempi di crisi &#8211; ci additano la Luna, di guardare il dito anziché la Luna, ossia di prendere troppo alla lettere ciò che essi dicono, invece di cogliere lo spirito che li muove e l&#8217;orizzonte cui aspirano e che cercano di dischiudere, per sé e per noi?</p>
<p style="text-align: justify;">È facile fraintenderli, quando li si prende alla lettera: come nel caso dei surrealisti. Tutto essi volevano, tranne che fondare una scuola; il loro credo fondamentale era la rivolta contro ogni sistema, quindi anche contro il surrealismo. E invece che cosa fa il pubblico, davanti agli intellettuali che contestano un sistema ormai agonizzante? Li innalza sugli altari di un nuovo sistema; li promuove a profeti di una nuova <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religione</a> &#8211; che essi lo vogliano o no. E, anche se lo vorrebbero &#8211; come nel caso di Spengler, di cui tra poco parleremo &#8211; non è detto che noi rendiamo loro un buon servizio, accontentandoli; certamente non lo rendiamo a noi stessi.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/leta-del-moderno-la-letteratura-tedesca-del-primo-novecento-1900-1933/5997" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-5742" style="margin: 10px;" title="eta-del-moderno" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/eta-del-moderno.jpg" alt="" width="200" height="297" /></a>Tutte queste domande e queste considerazioni ci sono venute alla mente rileggendo un famoso brano del libro di H. Kohn (<em>I Tedeschi</em>, traduzione italiana Edizioni di Comunità, Milano, 1963), dedicato agli intellettuali tedeschi di fronte al nazismo.</p>
<p style="text-align: justify;">Non è un brano molto breve, tuttavia ci sembra indispensabile riportarlo integralmente, per non correre il rischio di falsare, semplificandolo, il pensiero dell&#8217;Autore; dopo di che svilupperemo le nostre riflessioni, portandole dal piano storico contingente (la crisi della Repubblica di Weimar e l&#8217;avvicinarsi del nazismo al potere) a quello della riflessione storico-filosofica generale, per cercar di trarne qualche utile insegnamento per il presente.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">«In poco più di un decennio gli intellettuali furono in grado di condurre il popolo tedesco nell&#8217;abisso. Non ci sarebbero riusciti se non fossero stati preceduti da generazioni di preparazione, in cui germanofilismo e antioccidentalismo erano divenuti sempre più caratteristici del pensiero nazionale. Nell&#8217;ultimo stadio il nazionalismo tedesco respinse non solo la civiltà occidentale, ma anche la validità della vita civile. «Il nuovo nazionalismo &#8211; ammonì Ernest Robert Curtius nel 1931 &#8211; vuole buttar via non solo il diciannovesimo secolo, attualmente tanto calunniato, bensì addirittura tutte le tradizioni storiche». I pensatori nazionalisti francesi &#8211; Charles Maurras,o Maurice Barrès &#8211; non si spinsero mai fino al punto di rivoltarsi contro la civiltà. In Germania gli antintellettuali non erano plebaglia, ma intellettuali di primo piano, uomini spesso di gusti raffinati e di grande erudizione.</p>
<p style="text-align: justify;">Mettendosi a considerare ogni cosa dall&#8217;angolo visuale tedesco, essi si convinsero che la civiltà occidentale fosse dappertutto profondamente minata come in Germania. Partendo da osservazioni parziali arrivarono alle conclusioni più estreme. Identificarono la situazione tedesca, com&#8217;era peraltro da essi interpretata, con quella dell&#8217;umanità, addirittura con quella dell&#8217;universo. Gottfried Benn non dubitava che il periodo quaternario dell&#8217;evoluzione geologica stessa approssimandosi alla fine, che l&#8217;<em>homo sapiens</em> stesse diventando sorpassato. Nessuna espressione era tanto forte da riuscire a manifestare tutto l&#8217;odio nutrito per la civiltà occidentale, il liberalismo, l&#8217;umanitarismo. La filosofia di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Martin Heidegger</a></span>, la dottrina politica di Carl Schmitt, la teologia di Karl Barth contribuirono per parte loro a convincere gli intellettuali che l&#8217;umanità aveva raggiunto una svolta decisiva, una crisi senza precedenti causata dal liberalismo. Questi intellettuali guardavano dall&#8217;alto in basso l&#8217;Occidente con lo stesso disprezzo più tardi manifestato dai capi nazisti. Allo stesso tempo si mostravano arrogantemente sicuri che il pensiero tedesco, proprio per la sua consapevolezza della crisi, fosse l&#8217;unico degno della nuova epoca storica. […]</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;La comprensione classica della tradizione, così viva in <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/johann-wolfgang-goethe" target="_blank">Goethe</a></span>, fu perduta negli anni trenta in Germania come in Russia. L&#8217;arte divenne &#8216;popolare&#8217;, &#8216;nuova&#8217; e &#8216;utilitaria&#8217;; la forma non contò più. Nadler si sentì autorizzato a criticare <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/johann-wolfgang-goethe" target="_blank">Goethe</a></span> perché «un uomo come lui non poteva trasformare un popolo». Ora il popolo si stava «trasformando»; perlomeno i suoi portavoce se ne vantavano. Un periodico molto stimato, <em>Hochschule und Ausland</em>, dedicato al mantenimento dei contatti fra le università tedesche e quelle straniere, nell&#8217;aprile del 1937 cambiò testata assumendo il nuovo nome di <em>Geist der Zeit</em> (Spirito dei tempi). Il suo editoriale dichiarò con appropriata modestia: «Non c&#8217;è alcuna nazione in Europa, e non ce n&#8217;è mai stata alcuna al di fuori della Grecia, in cui lo spirito è così vivo come nell&#8217;odierna Germania». Ma gli intellettuali tedeschi sbagliavano scambiando il loro spirito dei tempi con l&#8217;effettivo spirito del tempo. Nella loro cieca antipatia per l&#8217;Occidente essi interpretavano erroneamente la storia. […]</p>
<p style="text-align: justify;">Moeller, Spengler e <a title="Juenger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a> ritenevano che la guerra perduta si sarebbe trasformata in vittoria, se i tedeschi si fossero resi conto di rappresentare lo spirito dei tempi &#8211; Moeller aveva iniziato la sua attività come critico letterario e principale traduttore tedesco di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/fedor-dostoevskij" target="_blank">Dostoevskij</a></span>. La guerra comunque lo trasformò da uomo di cultura in pensatore politico. Nel <em>Diritto dei popoli giovani</em>, apparso all&#8217;inizio del 1919, egli chiedeva che fosse riconosciuto il diritto all&#8217;espansione delle giovani nazioni, che avevano idee nuove, mentre il decrepito Occidente non era altro che una continuazione del sorpassato diciottesimo secolo. Fra i popoli giovani era la Prussia che avrebbe assunto la funzione di guida. «Verrà il momento in cui tutti i popoli giovani, in cui tutti coloro che si sentono giovani, riconosceranno nella storia prussiana la più bella, la più nobile, la più virile storia politica dei popoli europei». […]</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Nel 1923, due anni prima di suicidarsi, Moeller pubblicò il suo libro più autorevole, <em>Das Dritte Reich</em>. Il titolo non può essere tradotto con &#8216;Terzo Impero&#8217;. Il Reich è nella sua essenza molto più di un impero. Ci sono più imperi, c&#8217;è un unico Reich. «Il nazionalismo tedesco &#8211; scriveva Moeller &#8211; è un campione del Reich finale: sempre ricco di promesse, mai concluso… C&#8217;è un unico Reich, come c&#8217;è un&#8217;unica Chiesa. Gli altri pretendenti al titolo non possono essere altro che uno stato, una comunità o una setta. Esiste solo <em>Il Reich</em>». Creando il Reich, i tedeschi non agivano per se stessi, ma per l&#8217;Europa. Il loro Reich era urgentemente necessario perché la civiltà occidentale aveva non elevato, bensì degradato l&#8217;umanità. «Circondato dal mondo in sfacelo che è il mondo vittorioso di oggi, il tedesco cerca la sua salvezza. Cerca di preservare quei valori imperituri, che sono tali per propria natura. Cerca di assicurare la loro permanenza nel mondo riconquistando il rango a cui hanno diritto i loro difensori. Allo stesso tempo combatte per la causa dell&#8217;Europa, per ogni influenza europea che si irradia dalla Germania in quanto centro dell&#8217;Europa… L&#8217;ombra dell&#8217;Africa si proietta sull&#8217;Europa. È nostro compito fare da sentinella sulla soglia dei valori».</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/il-tramonto-delloccidente-2/3546" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-5748" style="margin: 10px;" title="tramonto-dell-occidente" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/tramonto-dell-occidente.jpg" alt="" width="200" height="312" /></a>Moeller definiva il Reich «una vecchia bella idea tedesca che risale al <a title="Medioevo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/medioevo">Medioevo</a>, ed è associata all&#8217;attesa di un regno millenario». Esso sarebbe stato genuinamente socialista e antiliberale. Il terzo capitolo del libro portava come motto le significative parole «Col liberalismo il popolo perisce».Il socialismo tedesco non aveva nulla in comune col materialismo storico marxista e con la lotta di classe internazionale. Era la solidarietà nazionale di un popolo sfruttato dalla plutocrazia straniera; era l&#8217;idea dell&#8217;altruismo al servizio del bene comune anziché del perseguimento del profitto personale. «Dove finisce il marxismo &#8211; scriveva Moeller &#8211; lì comincia il socialismo: un socialismo tedesco, la cui missione è quella di soppiantare nella storia intellettuale dell&#8217;umanità ogni specie di liberalismo. Il socialismo tedesco non è compito di un Terzo Reich. È piuttosto la sua base». Moeller accettava la rivoluzione antiliberale e antiplutocratica di Lenin come un tipo di socialismo nazionale peculiarmente adatto alla Russia e si dichiarava propenso a collaborare con essa purché dirigesse la sua espansione verso l&#8217;Asia e ammettesse la legittimità della missione della Germania nelle terre di confine russo-tedesche.[…]</p>
<p style="text-align: justify;">Oswald Spengler in <em>Preussentum und Sozialismus </em>[Prussianesimo e Socialismo] (1919) fece un altro passo avanti: «Solo quello tedesco è vero socialismo! Il vecchio spirito prussiano e il socialismo, benché oggi sembrino contrari l&#8217;uno all&#8217;altro, sono in realtà tutt&#8217;uno». Questo libro relativamente beve di Spengler rimase sconosciuto al pubblico inglese, ma attrasse molti più lettori tedeschi dei due grossi volumi della sua opera principale. Le idee esposte in <em>Preussentum und Sozialismus </em>furono, come egli stesso confessò, il nucleo (<em>Kern</em>) da cui si sviluppò tutta la sua filosofia. Il libro è basilare non solo per la conoscenza dell&#8217;autore, ma anche per la conoscenza del periodo weimariano. Naturalmente Spengler contrapponeva i suoi prussiani socialisti agli individualisti inglesi attaccati al denaro, che facevano ognuno per conto proprio, mentre i primi erano legati l&#8217;uno all&#8217;altro. Quando gli inglesi lavoravano, lo facevano per smania di successo; i prussiani lavoravano invece per amore del dovere da compiere. In Inghilterra era la ricchezza che contava, in Prussia l&#8217;azione. Il socialismo marxista era profondamente influenzato dalle idee inglesi. Marx infatti, al pari degli inglesi, non ragionava dal punto di vista dello stato, bensì da quello della società. Per lui, come per gli inglesi, il lavoro era qualcosa da comprare e vendere, una merce dell&#8217;economia di mercato, mentre per i prussiani ogni lavoro, da quello del più alto funzionario a quello del più umile manovale, era un dovere, compiuto come un servizio reso alla comunità. A detta di Spengler, Federico Guglielmo I, il re-soldato prussiano del diciottesimo secolo, e non Marx, era stato «il primo socialista cosciente». Soltanto la Prussia era uno stato reale, e quindi uno stato socialista. «Qui, nel senso stretto del termine, non esistevano individui isolati. Chiunque viveva nell&#8217;ambito del sistema, che funzionava con la precisione di una buona macchina, faceva parte della macchina».</p>
<p style="text-align: justify;">Spengler andava a ritroso nella storia per spiegare la differenza fra inglesi e prussiani; il carattere inglese derivava dai saccheggiatori vichinghi, quello prussiano dai devoti Cavalieri Teutonici. Malgrado lo storicismo, ora brillante, ora falso, gli scritti di Spengler intendevano essere non distaccate opere di studio, bensì <em>littérature engagée</em> [letteratura impegnata]. Il suo <em>Preussentum und Sozialismus</em> era infatti un fervido appello alla gioventù tedesca, lanciato nell&#8217;ora della disfatta e dello sconforto. «Nella nostra lotta &#8211; egli scriveva nell&#8217;introduzione &#8211; conto su quella parte della nostra gioventù che sente profondamente, al di là di tutti gli oziosi discorsi quotidiani, […] l&#8217;invincibile forza che continua a marciare in avanti malgrado tutto, una gioventù […] romana nell&#8217;orgoglio di servire, nella umiltà di comandare, preoccupata di chiedere non diritti dagli altri, bensì doveri da se stessa, senza eccezione, senza distinzione, per realizzare il destino che sente nel suo intimo. In questa gioventù vive una tacita coscienza che integra l&#8217;individuo nel tutto, nella nostra cosa più sacra e profonda, un patrimonio di duri secoli, che distingue noi fra tutti i popoli, noi, i più giovani, gli ultimi della nostra civiltà. A questa gioventù io mi rivolgo. Possa essa comprendere quello che ora diventa il suo compito futuro. Possa essere fiera di aver l&#8217;onore di affrontarlo.»</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;appello di Spengler alla gioventù si faceva ancora più fervido alla fine del libro: «Chiamo a raccolta coloro che hanno midollo nelle ossa e sangue nelle vene… Diventate uomini! Non vogliamo più discorsi sulla cultura, sulla cittadinanza mondiale, sulla missione spirituale della Germania. Abbiamo bisogno di durezza, di ardito scetticismo, di una classe di dominatori socialisti. Ancora una volta: socialismo significa potenza, potenza, ancora e sempre potenza. La via verso la potenza è chiaramente segnata: i più valenti lavoratori tedeschi devono unirsi ai migliori rappresentanti del vecchio spirito politico prussiano, gli uni e gli altri decisi a creare uno stato rigidamente socialista, una democrazia nel senso prussiano, gli uni e gli altri legati da un comune senso del dovere, dalla coscienza di un grande compito, dalla volontà di obbedire per dominare, di morire per vincere, dalla forza di compiere tremendi sacrifici per realizzare il nostro destino, per essere quel che siamo e quel che senza di noi non esisterebbe. Noi siamo socialisti. Noi non intendiamo esser stati socialisti invano».</p>
<p style="text-align: justify;">La filosofia spengleriana della storia era concisamente esposta in un brano di <em>Preussentum und Sozialismus</em>: «La guerra è eternamente la più alta forma di esistenza umana, e gli stati esistono per la guerra; essi manifestano per la guerra essi manifestano la loro preparazione alla guerra. Anche se un&#8217;umanità stanca e smorta desiderasse rinunciare alla guerra, essa diventerebbe, anziché il soggetto, l&#8217;oggetto della guerra per cui e con cui gli altri guerreggerebbero».</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/anni-della-decisione/8517" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-5747" style="margin: 10px;" title="anni-della-decisione" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/anni-della-decisione.jpg" alt="" width="200" height="332" /></a>Lo stesso tema viene ripetuto nel secondo volume del <a title="Il tramonto dell'Occidente" href="http://www.libriefilm.com/il-tramonto-delloccidente-2/3546"><em>Tramonto dell&#8217;Occidente</em></a>, apparso nel 1922: «La vita è dura. Essa lascia un&#8217;unica scelta, quella tra vittoria e sconfitta, non quella fra guerra e pace.» E nell&#8217;ultimo libro pubblicato, undici anni dopo, <a title="Anni della decisione" href="http://www.libriefilm.com/anni-della-decisione/8517"><em>Anni della decisione</em></a>, egli affermava con ripetitività quasi hitleriana: «La lotta è il fatto fondamentale della vita, è la vita stessa. La noiosa processione di riformatori, capaci di lasciare come loro unico monumento montagne di carta stampata, è ora finita… La storia umana in un periodo di civiltà altamente evoluta è storia di potenze politiche. La forma di questa storia è la guerra. La pace è soltanto […] una continuazione della guerra con altri mezzi […] Lo stato è l&#8217;essere in forma di un popolo, che è da esso costituito e rappresentato, per guerre attuali e possibili». Questa filosofia della storia ultrasemplificata portava la priorità della politica estera su quella interna, tipica di Ranke, a un estremo palesemente assurdo. Civiltà e <a title="religioni" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religioni</a>, istituzioni e costituzioni, economia e benessere nazionale non contavano più nella storia; non rimaneva che la politica estera, ridotta essa stessa alla guerra e alla preparazione della guerra. Le guerre non erano più eccezioni o incidenti, erano il fatto centrale della vita e della storia, il loro significato e coronamento. La prima nazione moderna che l&#8217;aveva compreso era, secondo Spengler, la Prussia, che su questa consapevolezza basava la sua pretesa di supremazia nella nuova era. «La Prussia &#8211; egli scriveva &#8211; è soprattutto priorità incondizionata della politica estera su quella interna, la cui sola funzione è quella di mantenere la nazione in forma per quel compito.»[…]</p>
<p style="text-align: justify;">Le teorie politiche proclamate da Spengler col tono di un veggente furono esposte, in veste più erudita, da Carl Schmitt, professore di diritto internazionale e costituzionale all&#8217;università di Bonn, per due decenni il più autorevole maestro di diritto pubblico in Germania. I suoi scritti, legati a quelli di Spengler, introdussero una nuova concezione della politica, che riceveva il suo significato non più da quella che era considerata la vita normale della società, bensì da situazioni estreme. Il normale non tendeva più a controllare l&#8217;anormale. […]</p>
<p style="text-align: justify;">La guerra era un momento importante della vita politica e della vita in genere; l&#8217;inevitabile relazione amico-nemico dominava ogni settore. «I punti culminanti della grande politica &#8211; sosteneva Schmitt &#8211; sono quelli in cui si discerne il nemico con estrema concreta chiarezza come nemico». Questa teoria politica corrispondeva al presunto primordiale istinto combattivo dell&#8217;uomo che tendeva a considerare chiunque si frapponesse all&#8217;appagamento dei suoi desideri come un avversario da toglier di mezzo. La tradizionale arte di governo dell&#8217;Occidente, invece, consisteva nel trovare e vie e i mezzi per superare l&#8217;istinto primitivo col negoziato paziente, col compromesso, con uno sforzo di reciprocità, soprattutto con l&#8217;osservanza di leggi universalmente vincolanti.</p>
<p style="text-align: justify;">La totalitaria filosofia di guerra fu così riassunta da Schmitt: «La guerra è l&#8217;essenza di ogni cosa. La natura della guerra totale determina la forma naturale dello stato totale». Comprensibilmente, egli nutriva un profondo disprezzo per il diciannovesimo secolo, «un secolo pieno d&#8217;illusione e frode.» Nel suo stato ideale di quest&#8217;epoca, ovviamente immune da illusioni e frode, la vita nella sua interezza era subordinata al conflitto armato. in tale ordine d&#8217;idee Karl Alexander von Müller, direttore della <em>Historische Zeitschrift </em>[Rivista storica], l&#8217;organo ufficiale degli storici tedeschi, concluse, nel numero di settembre del 1939, un editoriale sulla guerra con le parole: «In questa battaglia d&#8217;animi troviamo il settore delle trincee che è affidato alla scienza storica della Germania. Essa monterà la guardia. La parola d&#8217;ordine è stata data da Hegel: lo spirito dell&#8217;universo ha dato l&#8217;ordine di avanzare; tale ordine sarà ciecamente obbedito».</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">In questo brano di riflessione storica emergono, a nostro avviso, alcuni tipici difetti della storiografia d&#8217;impostazione liberal-democratica, primo fra tutti quello di presentarsi (e percepirsi essa stessa) come la storiografia, immune da passioni e pregiudizi, e perciò titolata a giudicare, davanti al tribunale della storia, tutte le altre ideologie. Intendiamoci: molti giudizi sono pertinenti e perfettamente condivisibili. Giusto porre l&#8217;accento sulle responsabilità politiche ed etiche degli intellettuali tedeschi dell&#8217;epoca di Weimar nell&#8217;aver spianato la strada al nazismo; giusto evidenziare la rozzezza e le eccessive semplificazioni della filosofia della storia di Moeller, Spengler, Schmitt; e giusto anche aver richiamato il fatto che il successo di quella impostazione dei problemi politici, nella cultura e nella società, non sarebbe stato possibile se non vi fosse stata una lunga preparazione, da parte di generazioni e generazioni di intellettuali che li avevano preceduti.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/la-rivoluzione-conservatrice-nella-germania-della-repubblica-di-weimar/6584" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-5741" style="margin: 10px;" title="rivoluzione-conservatrice" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/rivoluzione-conservatrice.jpg" alt="" width="200" height="307" /></a>In che cosa verte, dunque, la nostra perplessità, davanti all&#8217;approccio storiografico di Kohn? Essenzialmente nel fatto che egli, tutto preso dal suo <em>pathos </em>moralistico, sembra essersi scordato che il compito primo e fondamentale del mestiere di storico (e anche dello storico del pensiero) non è quello di giudicare, ma di sforzarsi di capire. Il che, naturalmente &#8211; giova ripeterlo, onde evitare il solito malinteso tanto caro ai moralisti in male fede &#8211; non significa giustificare alcunché. Nel caso specifico, a Kohn è sfuggita la comprensione di quanto di originale poteva esservi nella &#8220;<a title="rivoluzione conservatrice" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/rivoluzioneconservatrice">rivoluzione conservatrice</a>&#8221; che ha coinvolto, oltre a Moeller, Spengler e Schmitt, anche personalità della statura di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Heidegger</a></span>, <a title="Ernst Junger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a>, Frobenius, Gogarten e, per certi versi, anche Jung; per non parlare, fuori della Germania, di <a title="Hamsun" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a>, Pound, <a title="Evola" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/julius-evola">Evola</a>, Gentile, Ungaretti, <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/luigi-pirandello" target="_blank">Pirandello</a></span>, Unamuno, Barrés, <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/mircea-eliade/">Eliade</a></span>, … dobbiamo continuare? E occorre ricordare che alcuni di questi intellettuali, anche fra quelli particolarmente presi di mira da Kohn, ebbero il coraggio di opporsi al nazismo, o ad aspetti significativi della sua politica, esponendosi in prima persona? Il tanto vituperato Spengler rifiutò di aderire al fanatico antisemitismo nazista e avrebbe subito gravi rappresaglie, se la morte non fosse giunta in buon punto, nel 1936, per metterlo al riparo da esse. <a title="Jünger " href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a>, col romanzo <a title="Sulle scogliere di marmo" href="http://www.libriefilm.com/sulle-scogliere-di-marmo/271"><em>Sulle scogliere di marmo</em></a>, presentò apertamente Hitler come un malvagio e dissennato timoniere che porta la nave della Germania verso la catastrofe; e suo figlio venne ucciso dai nazisti. <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Heidegger</a></span>, come è noto, si dissociò al regime e si chiuse in un cupo silenzio, pur non schierandosi esplicitamente contro di esso.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma, si dirà, Kohn non accusa costoro di essere stati dei cripto-nazisti, bensì di avere oggettivamente spianato il terreno della cultura tedesca all&#8217;influsso nefasto del nazismo. Senonché, è proprio quell&#8217;avverbio, oggettivamente (che ricorda, guarda caso, altri climi politici e altre condanne spicciole), che ci sembra ingeneroso e poco corretto dal punto di vista del metodo. In un&#8217;epoca di crisi, morale non meno che materiale, gli intellettuali vanno anch&#8217;essi a tentoni e non li si può accusare con troppa disinvoltura di aver preparato le catastrofi a venire, istituendo per loro una sorta di retroattività morale. Lungi da noi voler minimizzare le responsabilità degli intellettuali; senz&#8217;altro alcuni di essi sono stati dei cattivi maestri, e ne portano tutta intera la responsabilità. Occorre, però, distinguere bene i due piani della riflessione: quello storico e quello etico. Se il libro di Kohn, <em>I Tedeschi</em>, vuol essere un libro di storia, è necessario che del metodo storico accetti le premesse e l&#8217;impostazione generale: la priorità rivolta allo sforzo di comprendere, innanzitutto. E non ci pare che egli abbia fatto molto in tal senso. Non ha tenuto conto del punto di vista interno della società tedesca nel periodo della Repubblica di Weimar; e non ha tenuto conto della frustrazione e del risentimento, in parte comprensibili, con i quali il popolo tedesco visse quel periodo, dopo che a Versailles Clemenceau era riuscito a far prevalere la logica della pace &#8220;punitiva&#8221; e dopo che l&#8217;inflazione aveva polverizzato non solo i risparmi e i frutti del lavoro di una intera generazione, ma anche &#8211; apparentemente &#8211; le speranze di rinascita del popolo tedesco.</p>
<p style="text-align: justify;">Se la famosa pugnalata alla schiena è, infatti, un mito bello e buono, inventato dalla cricca militare prussiana per scaricare sulla società civile, e specialmente sulla socialdemocrazia, la responsabilità della sconfitta in quella guerra che essa aveva fortemente voluto, considerandola &#8211; a torto o a ragione &#8211; necessaria e inevitabile per la sopravvivenza della Germania come grande potenza, vi sono pochi dubbi &#8211; a nostro parere &#8211; che il popolo tedesco, al termine della prima guerra mondiale (e, di nuovo, con la crisi della Ruhr del 1923), fu vittima di una grossa ingiustizia storica. Se si fa astrazione da ciò, si rischia di non capire come le parole e gli slogan degli intellettuali conservatori tedeschi ebbero tanta risonanza e tanto successo, specialmente fra la gioventù, negli anni Venti e all&#8217;inizio degli anni Trenta. Lo storico, invece &#8211; anche e, per certi aspetti, soprattutto lo storico del pensiero &#8211; deve sempre e rigorosamente contestualizzare. Non si può comprendere Lutero fuori del proprio tempo e della propria situazione storica; non si può comprendere Kant; non si può comprendere Hegel o Nietzsche o <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Heidegger</a></span>. In verità, non si può comprendere niente; a meno che si immagini che il pensiero non vada in nulla debitore della società che lo esprime.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/scritti-politici-e-di-guerra-1919-1933-vol-1-1919-1925/2856" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-5743" style="margin: 10px;" title="scritti-politici-e-di-guerra-1" src="../wp-content/uploads/scritti-politici-e-di-guerra-1.jpg" alt="" width="200" height="300" /></a>Un’altra riflessine di carattere generale che ci sembra opportuno fare è che la sconfitta, così nella vita del singolo individuo come in quella dei popoli, è portatrice di una crisi che può anche essere salutare, perché costringe, letteralmente, a prendere atto di una inadeguatezza e a elaborare delle strategie per superare le presenti difficoltà. La società tedesca non era stata certo l’unica responsabile della tragedia del 1914-1918; ma, alla fine della guerra, si trovò dalla parte del perdente e quindi, automaticamente, dalla parte del torto (cosa che si sarebbe ripetuta di lì a ventisette anni). Una clausola del trattato di pace imponeva ai rappresentanti della Germania di firmare una dichiarazione in cui la loro patria si assumeva, tutta intera, la responsabilità di quanto era accaduto: e questo sotto la minaccia di una ripresa immediata della guerra. Mai si era vista una simile prepotenza giuridica, per giunta sotto l’ipocrita bandiera del democraticismo wilsoniano; ma Erzberger dovette trangugiare, a nome del suo popolo, l’amaro boccone (cosa che ne provocò la condanna a morte da parte dell’estremismo nazionalista: condanna che fu eseguita, pochi anni dopo, da un giovane assassino).</p>
<p style="text-align: justify;">Né basta. Per tre volte – nel 1919, nel 1923 e nel 1929 – l’economia tedesca fu travolta dalla terribile bufera della crisi economica, che spazzò il risparmio e creò milioni e milioni di disoccupati. Ogni volta la società tedesca riusciva a rimettersi in piedi, compiendo degli sforzi veramente titanici, un intervento esterno la rigettava a terra. Nel 1919 la pace punitiva – con le mutilazioni territoriali, la perdita delle colonie e della marina, l’enorme indennità di guerra da pagare agli Alleati; nel 1923 l’occupazione francese e belga del bacino minerario della Ruhr, che rendeva ancor più impossibile soddisfare quei pagamenti; nel 1929 il crollo della borsa di Wall Street, cui gli speculatori della finanza ebraica newyorkese non furono certo estranei: e la terza volta spianò la strada a Hitler. C’è da chiedersi, semmai, come poté resistere tanto a lungo la società tedesca alle sirene del nazismo, con la comunità internazionale ben decisa a distruggerne la volontà di ripresa e la Lega delle Nazioni, comodo paravento giuridico-morale delle plutocrazie britannica e francese, a fare da cane da guardia alle assurde decisioni politiche e territoriali della Conferenza di Versailles.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/il-crepuscolo-della-repubblica-di-weimar/8518" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-5745" style="margin: 10px;" title="il-crepuscolo-della-repubblica-di-weimar" src="../wp-content/uploads/il-crepuscolo-della-repubblica-di-weimar.jpg" alt="" width="200" height="299" /></a>Tale il contesto del decennio preso in esame da Kohn (1923-33), e che egli chiama “la marcia verso l’abisso”, attribuendone tutta la responsabilità morale agli intellettuali tedeschi, che avrebbero dissennatamente predicato la violenza e l’esasperazione del darwinismo sociale e del machiavellismo politico. Egli conclude affermando che, per opera di Schmitt e di Spengler, penetrò nella cultura tedesca “una nuova concezione della politica, che riceveva il suo significato non più da quella che era considerata la vita normale della società, bensì da situazioni estreme. Il normale non tendeva più a controllare l&#8217;anormale”. Omette però di precisare che la Germania, a causa della miopia e dell’egoismo delle classi dirigenti britanniche, francesi e americane, da oltre un decennio non viveva affatto in una situazione “normale”; che potenti forze economico-finanziarie internazionali facevano di tutto per tenerla in una condizione di cronica e disperata anormalità.</p>
<p style="text-align: justify;">Così pure, quando Spengler afferma che «La vita è dura. Essa lascia un&#8217;unica scelta, quella tra vittoria e sconfitta, non quella fra guerra e pace», Kohn omette di precisare che questa visione cinica e brutale della vita umana era stata ampiamente diffusa (anche se non “inventata”) dall’egoismo e dalla cecità dei vincitori di Versailles. Era stata la loro politica ad insegnare agli sconfitti la dura legge del <em>vae victis</em>, la legge inumana secondo la quale la pace è un lusso degli oziosi e degli imbelli o un’utopia dei sognatori, e che la sola cosa che conta è la forza. Per giunta, i brutali vincitori avevano ammantato tale machiavellismo con le vesti rispettabili dell’umanitarismo wilsoniano e della democrazia liberale, sanzionando <em>a posteriori</em>, con una capillare opera di propaganda e di diplomazia internazionale, il puro e semplice trionfo della forza. Come avrebbero fatto col processo di Norimberga (e con quello di Tokyo) alla fine della seconda guerra mondiale. Un processo ove i crimini tedeschi (e giapponesi) vennero giudicati dagli stessi vincitori, ragion per cui nessun fiatò sui crimini anglo-americani e sovietici.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma veniamo allo specifico, e cioè alle caratteristiche fondamentali della cultura tedesca nel decennio 1923-33, in cui Kohn vede solo e unicamente una marcia verso l’abisso, una preparazione del diluvio nazista, mentre gli sfuggono completamente le esigenze autentiche e legittime di rinnovamento che si esprimevano in quel contesto e con quella tradizione storica: elementi dai quali non è lecito prescindere, a meno di fare un’operazione culturale altamente anti-storica. Non entriamo ora nel merito della filosofia di Mueller, Spengler, Schmitt, e neanche di <a title="Jünger " href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a>, Wittgenstein o Gogarten, perché ciò esulerebbe, e di molto, dai limiti che ci siamo prefissi. Desideriamo piuttosto far notare che questi autori (che, fra l’altro, non vanno arbitrariamente omologati, pena il perdere di vista la specificità intellettuale di ciascuno d’essi) testimoniano uno sforzo del pensiero per trovare nuove certezze dopo le tremende delusioni e i traumi del periodo precedente e, al tempo stesso, un tentativo di ridefinire lo spazio culturale della Mitteleuropa, e anche dell’Europa in generale, nei confronti di un “Occidente” sentito ormai come una realtà socio-culturale al tempo stesso obsoleta e artificiale. In questo senso, furono i promotori di un’autocritica del pensiero europeo: autocritica, ripetiamo, nata dalla sconfitta e dall’umiliazione nazionale; mentre nulla di simile fu neanche immaginato dalla cultura delle nazioni vincitrici, tutte intente a godersi il bottino di Versailles e, semmai, a giocare cinicamente sulle rivalità dei nuovi, piccoli Stati dell’Europa centrale (Cecoslovacchia, Jugoslavia, ecc.) sorti dallo sfacelo del vecchio ordine europeo.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/la-lotta-contro-il-formalismo-giuridico-nella-dottrina-dello-stato-di-weimar/8519" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-5746" style="margin: 10px;" title="lotta-contro-il-formalismo-giuridico" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/lotta-contro-il-formalismo-giuridico.jpg" alt="" width="158" height="240" /></a>È vero, gli intellettuali inglesi e francesi degli anni Venti non hanno seminato idee ultranazionaliste e guerrafondaie. Non ve n&#8217;era bisogno: la cultura di quei Paesi si godeva la meravigliosa sensazione di aver affrontato e superato una dura prova e, alla fine, di aver contribuito al trionfo della giustizia, della libertà, della democrazia. Gli intellettuali tedeschi &#8211; e, a maggior ragione, quelli austriaci o dell&#8217;area ex asburgica: Musil, Roth, Kafka, von Rezzori, <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/emil-cioran">Cioran</a></span> &#8211; erano costretti a interrogarsi non solo sulla sconfitta e sulla disintegrazione della vecchia Mitteleuropa, ma anche sull&#8217;incipiente disintegrazione dello spirito europeo, sulla stessa disintegrazione dell&#8217;Io come soggetto unitario della coscienza. Avevano a che fare con una situazione estrema, e fecero del loro meglio per trovare un raggio di luce, una indicazione che li guidasse fuori dalla crisi, verso il futuro. Possiamo discutere la saggezza della via da essi battuta e dissentire da alcuni aspetti della loro polemica; tuttavia, se vogliamo essere onesti, dobbiamo riconoscere che non tutte le ragioni della loro polemica erano infondate.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando Spengler, ad esempio, affermava che &#8220;per Marx, come per gli inglesi, il lavoro era qualcosa da comprare e vendere, una merce dell&#8217;economia di mercato, mentre per i prussiani ogni lavoro, da quello del più alto funzionario a quello del più umile manovale, era un dovere, compiuto come un servizio reso alla comunità&#8221;, non ci sembra che dicesse cosa molto lontana dal vero. Anche l&#8217;osservazione che nel vecchio sistema prussiano erano impliciti elementi di socialismo e che, ad ogni modo, in Germania il senso dei valori collettivi prevaleva sull&#8217;individualismo, non era peregrina; come non era infondata la convinzione di Moeller che il regime bolscevico, per le sue istanze profonde antiplutocratiche, fosse &#8211; nonostante le apparenze &#8211; ideologicamente più vicino agli interessi e al sentire del popolo tedesco di quanto non lo fossero i sistemi liberal-democratici dell&#8217;Europa occidentale e degli Stati Uniti. La polemica degli intellettuali tedeschi contro l&#8217;umanitarismo era sicuramente riprovevole, così come pericoloso il loro continuo soffiare sul fuoco del nazionalismo esasperato. Però bisogna rendersi conto di una cosa: essi sentivano il dovere di ricorrere a ogni mezzo per rimettere in piedi un popolo che era stato ridotto in ginocchio e che era tuttora vittima di una ingiustizia storica. La spettacolare crescita economica, culturale e sociale tedesca del Secondo Reich, fra il 1871 e il 1918 (sì, anche sociale: con una delle legislazioni del lavoro fra le più avanzate al mondo) era stata letteralmente strangolata da una coalizione mondiale che adesso era ben decisa a impedire che la Germania si rialzasse e tornasse a mettere in pericolo i privilegi acquisiti dalle potenze mondiali più vecchie.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/la-profezia-del-terzo-regno-dalla-rivoluzione-conservatrice-al-nazionalsocialismo/9960" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-8633" style="margin: 10px;" title="la-profezia-del-terzo-regno" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/la-profezia-del-terzo-regno.jpg" alt="" width="200" height="281" /></a>Gli storici come H. Kohn, implicitamente o esplicitamente, rimproverano agli intellettuali tedeschi di quel periodo di non aver fatto nulla per convogliare le simpatie dei loro compatrioti verso gli istituti della democrazia. Così facendo, sembrano dimenticare un elemento fondamentale, che oggi si ripete in Iraq e in varie altre parti del mondo: la democrazia era stata, per la Germania, non il punto d&#8217;arrivo di un processo interno e naturale, ma la conseguenza della sconfitta e, in un certo senso, una imposizione dei vincitori. Quantomeno, gli Alleati si erano serviti della Repubblica democratica di Weimar per presentare al popolo tedesco il conto salatissimo della Conferenza di Versailles e della pace-capestro. Portata al potere dal doppio trauma della disfatta militare e del diktat dei vincitori, la Repubblica non era amata e, soprattutto, non era sentita come parte della tradizione storica nazionale.</p>
<p style="text-align: justify;">Si può, naturalmente, chiamare in causa la scarsa maturità politica della classe dirigente tedesca e, più in generale, la tradizione filistea del ceto medio, sempre pronto &#8211; in particolare dal 1870 &#8211; ad applaudire il vincitore di turno, ossia qualunque governo capace di portare al successo l&#8217;affermazione dello Stato con la forza materiale. Questo, certamente, era il <em>peccatum originalis </em>del Secondo Reich: il &#8220;patto col diavolo&#8221; della borghesia tedesca che, nel 1866 e nel 1870, si era inchinata davanti alla politica di Bismarck solo perché, sul piano della pura forza, si era dimostrata vincente. Ma sarebbe antistorico e ingeneroso addossare tutte le colpe agli intellettuali che, negli anni Venti, dovettero procedere alla liquidazione del vecchio mondo e delle vecchie certezze a prezzi fallimentari; e che, contemporaneamente, dovettero cercare in tutta fretta di fornire nuovi orientamenti al loro popolo traumatizzato e demoralizzato.</p>
<p style="text-align: justify;">Più in generale, ci sembra che la vicenda della cosiddetta &#8220;<a title="Rivoluzione conservatrice" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/rivoluzioneconservatrice">rivoluzione conservatrice</a>&#8221; segni l&#8217;ultimo sprazzo di vitalità della cultura europea, l&#8217;ultima sua reazione davanti alle forze inumane e omologanti che oggi chiamiamo della globalizzazione, ma che già allora venivano percepite come una americanizzazione del vecchio continente, capace di fare piazza pulita, in nome della borsa, del profitto e dei metodi tayloristici di organizzazione scientifica del lavoro, dell&#8217;anima stessa del vecchio continente. Si può interpretare l&#8217;opera filosofica di Mueller, Spengler, Schmitt e <a title="Jünger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a> come una reazione, aristocratica e popolare al tempo stesso, contro gli aspetti più minaccioso della modernità, primo fra tutti il prevalere delle logiche del mercato su quelle della società civile, della quantità sulla qualità, dell&#8217;egoismo privato sull&#8217;interesse collettivo. In breve, si può interpretare il pensiero di quegli autori come un tentativo disperato, nostalgico e anti-moderno, di ripristinare i valori tramontati dell&#8217;aristocrazia davanti al trionfo degli aspetti più massificanti ed egoistici dello spirito borghese.</p>
<p style="text-align: justify;">Certo, vi furono molte, troppe scorie all&#8217;interno di un tale tentativo; vi fu un uso irresponsabile di slogan aggressivi e razzisti; vi fu un disprezzo esagerato e irragionevole per tutto quanto, a torto o a ragione, era considerato parte di quello spirito borghese e, pertanto, parte di quel quadro internazionale che aveva penalizzato così duramente la patria tedesca. Vi furono molte semplificazioni assurde, molti facili luoghi comuni e un uso troppo disinvolto di formule dall&#8217;intrinseco potere distruttivo, che avrebbero sospinto alla catastrofe la società tedesca per la seconda volta nel volgere di una sola generazione. Però, lo ripetiamo, occorre tener conto della particolare situazione tedesca, anche sul piano internazionale. Da una parte la Russia staliniana, dall&#8217;altra i vincitori di Versailles, chiusi e sordi a ogni senso di equità e di saggezza, protesi unicamente a sfruttare al massimo i loro immensi imperi coloniali e i profitti giganteschi che la guerra stessa, come nel caso degli Stati Uniti, aveva portato loro.</p>
<p style="text-align: justify;">La Germania, pertanto, si sentiva come una cittadella assediata e abbandonata alle sue risorse; o trovava in se stessa la forza di reagire, o sarebbe perita, forse per sempre. Questo videro i Mueller, gli Spengler e gli Schmitt. Bisognerebbe tener conto del dramma che stava vivendo il loro popolo, prima di giudicarli con una severità dettata dal senno di poi e da una serie di pregiudizi ideologici che derivano proprio dal fatto che la storia, una volta di più, l&#8217;hanno fatta e continuano a farla i vincitori. Basti pensare al destino riservato, circa vent&#8217;anni dopo, al cuore della Germania, la vecchia Prussia: smembrata, svuotata dei suoi abitanti con una spietata pulizia etnica, cancellata totalmente dalla carta geografica. <em>Vae victis</em>, appunto: gli Alleati, nel 1945 come nel 1918, non amavano i toni rozzi e aggressivi alla Spengler, ma agivano esattamente in base a quei criteri, brutali e machiavellici, che tanto li disgustavano quando a teorizzarli erano i Tedeschi.</p>
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		<title>Gli Alleati nel 1943 ingannarono gli Italiani sfruttando la loro mancanza di amor di patria</title>
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		<pubDate>Tue, 08 Jun 2010 08:41:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Lamendola</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Qualcuno riesce a immaginarsi il popolo inglese o il popolo americano che si rallegrano all’idea di una resa incondizionata che spianerà la strada alla doppia invasione del proprio territorio nazionale, da parte degli ex nemici diventati “liberatori” e degli ex amici diventati nemici?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/gli-alleati-nel-1943-ingannarono-gli-italiani-sfruttando-la-loro-mancanza-di-amor-di-patria.html' addthis:title='Gli Alleati nel 1943 ingannarono gli Italiani sfruttando la loro mancanza di amor di patria '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storiacontemporanea48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Storia contemporanea" /><br/><p style="text-align: justify;">Lettera indirizzata il 2 settembre 1943 ad un alpino, Posta Militare 118:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">«La situazione è sempre quella di cui vi parlavo nella precedente lettera. <em>Gli alleati non vogliono accettare le condizioni di un armistizio il quale neutralizzi completamente il territorio italiano sì da renderlo inutilizzabile tanto agli uni che agli altri, condizioni che sarebbero accettate dalla Germania</em>.  Il programma degli alleati è di servirsi del nostro paese per continuare la guerra contro la Germania. Questa essendo la situazione, voi vedete che nessun armistizio, nessuna pace di capitolazione ci darebbe la vera pace, perché la guerra continuerebbe ugualmente e il nostro territorio diventerebbe il campo di battaglia fra tedeschi e anglo-americani. Bisogna adeguare gli animi, i propositi, le previsioni a questa drammatica realtà che può mutare soltanto per una resipiscenza, cioè per un diverso atteggiamento degli alleati».</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Lettera indirizzata il 7 settembre 1943 a un caporal maggiore del 35° Raggruppamento artiglieria da posizione, 341.a Batteria, P. C. Posta Militare 150:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">«Renditi interprete verso i tuoi compagni ed esortali, a mio nome, a continuare ad aver pazienza, costanza, coraggio e sangue freddo. Il miglior modo di sopportare questo tremendo perido è quello di armarci di tutto il coraggio di cui siamo capaci. La morte preferisce i deboli ai forti: è una massima che mi continua a ripetere un alpino della “Tridentina”, battaglione Morbegno, uno dei pochi che, nella ritirata dal Don, ha portato in salvo il “telaio”. La situazione è immutata. Gi alleati credono di avere il coltello per il manico e non si lasceranno certo commuovere dalle magnifiche espressioni e invocazioni del Sommo Pontefice il quale, questa volta, li ha duramente bollati e ha minacciato “l’ira di Dio” sulle teste di coloro che si rendono colpevoli di così atroci barbarie <em>[ossia i bombardamenti terroristici su Milano dell’agosto 1943]</em>.  Il programma dei nostri nemici è sempre quello di “far fuori” l’Italia. Qualunque pace di capitolazione non sarebbe mai la <em>vera pace </em>fino a che i tedeschi non fossero completamente e definitivamente sconfitti. Per intanto la pace significherebbe trasformare il nostro territorio in campo di battaglia».</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Lettera indirizzata l’8 settembre 1943 ad un sergente del 4° Gruppo cannoni da 149/35, X Batteria, Posta Militare 121:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">«Mentre detto la presente, ho sotto gli occhi la tua del 16 agosto. Rilevo, tra le affermazioni che fai a nome degli amici  tutti della batteria, che “non v’è da temere per il vostro morale”. Voi tutti “farete sempre fino all’ultimo il vostro dovere”. La mia famosa lettera del 27 luglio non ha fatto che rispecchiare la situazione quale si presentava all’esame di un osservatore obiettivo quale io sono sempre. Dopo di allora non vi sono stati sostanziali mutamenti. Il proposito degli alleati è tuttora quello di fare la guerra sul nostro territorio per cercare di colpire al cuore la Germania. Allorché gli alleati ci offrono la pace di capitolazione e ci fanno tante lusinghiere promesse per il poi, essi sanno benissimo che vogliono turpemente ingannarci. Quale vera pace potremmo avere quando alcune delle  nostre più opime province fossero trasformate in un campo di battaglia? Una insistente azione di propaganda affidata agli agenti inglesi, che circolano a migliaia per le strade d’Italia, vuol convincere il popolo che comunque la Germania non può più rappresentare un pericolo perché essa è allo stremo delle sue forze e che, quindi, non ci sarebbe da temere una reazione anche qualora noi mettessimo tutte le nostre residue forze  a disposizione degli alleati. Io sono di diverso parere. L’esercito tedesco è tuttora formidabile, e sono convinto che voi, da dove siete, me ne potreste dar nuova conferma mediante la testimonianza di ciò che vedete con i vostri occhi. L’armistizio e la pace non sarebbero che la continuazione della guerra: di una guerra in cui giustamente i tedeschi non avrebbero più alcun motivo di riguardo per noi».</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Queste lettere straordinarie, che testimoniano una eccezionale capacità di giudizio nel momento in cui l’intera classe dirigente italiana, politica e militare, sembrava colta da una sorta di offuscamento collettivo, sono state scritte da Carlo Silvestri: un uomo tanto lucido nelle sue analisi quanto coraggioso nella sua volontà di testimonianza civile.</p>
<p style="text-align: justify;">Giornalista prestigioso, animatore della stampa di opposizione nel momento più aspro degli anni Venti, quello dell’Aventino, e implacabile accusatore di Mussolini per il delitto Matteotti; incarcerato e mandato al confino per lunghi anni, legato mani e piedi come il peggiore dei malfattori; socialista senza retorica e senza minimamente subire la sinistra influenza del marxismo e dello stalinismo; cristiano pronto al perdono, così come intransigente nel denunciare soprusi ed ingiustizie: Silvestri aveva tutte le carte in regola per diventare uno dei grossi nomi della Resistenza e, soprattutto, dell’Italia repubblicana e democratica dopo il 1945.</p>
<p style="text-align: justify;">Così non è stato, perché egli ha preferito seguire sempre la propria coscienza; e, in un’Italia di gattopardi, non solo non si è unito al coro di quanti volevano scaricare ogni colpa su Mussolini e sullo sconfitto regime, ma si è addirittura avvicinato al Duce nel periodo della Repubblica Sociale, lo ha frequentato a lungo, ha modificato le sue idee su di lui: fino a convincersi che egli non sia stato affatto il mandante del delitto Matteotti, ma, al contrario, il destinatario di una sporca manovra ideata da quanti volevano impedirgli di gettare un ponte verso i socialisti, in vista di un programma di riconciliazione nazionale, cosa ancora possibilissima nel 1924.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/un-progetto-di-conciliazione-nella-repubblica-sociale-scritti-di-%c2%abgiramondo%c2%bb-carlo-silvestri-raccolti-da-renzo-de-felice/7722" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-5092" style="margin: 10px;" title="silvestri-conciliazione" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/silvestri-conciliazione.jpeg" alt="" width="200" height="300" /></a> Non già che Silvestri si sia convertito al fascismo; semplicemente, si è prodigato per una pacificazione degli animi; e molti partigiani ha sottratti alle grinfie delle SS nel 1944, come poi ha confermato in sede giudiziaria il capo della resistenza socialista, Bonfantini. Poi, a guerra, finita, ha tentato di fare quello che Giuseppe Prezzolini ha chiamato “un necrologio onesto” del fascismo: astenendosi dal rovesciare ogni colpa su di esso e riconoscendo che non si è trattato, come Croce imperterrito sosteneva, di una “invasione degli Hyksos”, ma dell’emergere di tendenze e aspirazioni insite nella storia italiana dei decenni precedenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Tanto è bastato perché un alone di sospetto, di disapprovazione e di malcelato disprezzo scendesse sulla sua persona e sui suoi scritti, in un’Italia che aveva fretta di dimenticare e di ricominciare i vecchi intrallazzi, le vecchie cattive abitudini, il vecchio conformismo borghese (anche se sotto le bandiere di una nuova ideologia). Si è voluto vedere in lui un personaggio ambiguo, senza principî, senza credibilità; lo si è insultato, calunniato, diffamato; il suo richiamo al perdono e alla pacificazione degli animi è stato accolto con risa di scherno o con un sordo digrignare di denti dai predicatori dell’odio di classe e dell’odio ideologico.</p>
<p style="text-align: justify;">Quegli stessi sinistri figuri che non hanno battuto ciglio mentre migliaia di Italiani venivano infoibati nella Venezia Giulia; che avrebbero voluto cedere a Tito sia Gorizia, sia Trieste e forse anche Udine; che, davanti al colpo di stato comunista in Cecoslovacchia, non coglievano alcuna analogia con le vicende del 1938-39, ma anzi applaudivano il sorgere di una nuova “Repubblica popolare”, amica fraterna di tutti i lavoratori e nemica implacabile degli sfruttatori del popolo: quegli stessi sinistri figuri, dicevamo, non si sono vergognati di vomitare tutto il loro astio e tutta la loro insofferenza verso un antifascista che, dopo aver pagato con anni di carcere e di confino la propria fedeltà al testamento ideale di Matteotti, aveva poi pronunciato parole di riconciliazione nazionale, mentre ovunque risuonavano le scariche di mitra dei partigiani comunisti i quali, a guerra già finita, trucidavano sommariamente un numero imprecisato di fascisti o supposti tali, ivi compresi i sette disgraziati fratelli Govoni, che tutti sembrano aver dimenticato (mentre non c’è Italiano che non sappia il nome dei sette fratelli Cervi).</p>
<p style="text-align: justify;">Ma di Carlo Silvestri e della sua coraggiosa battaglia per la verità, ci ripromettiamo di parlare un’altra volta.</p>
<p style="text-align: justify;">Qui ci limiteremo a mettere a fuoco una questione ben precisa, così come essa appare dalle tre lettere che abbiamo riportato all’inizio (tratte dal libro di Silvestri <em>Contro la vendetta</em>, Milano, Longanesi &amp; C., 1948, pp. 57-59): se, cioè, le promesse di pace all’Italia, fatte dalla propaganda alleata nel 1943, dopo la conclusione della campagna d’Africa, fossero in buona fede; e se fu saggio, da parte italiana, prestarvi fede, come di fatto accadde.</p>
<p style="text-align: justify;">La Vulgata storiografica politicamente corretta,ossia quella democratico-resistenziale, ha sempre presentato l’occupazione tedesca di tre quarti del territorio italiano, nel settembre del 1943, come una sorta di fulmine a ciel sereno, o meglio, come il colpo di coda del nazismo agonizzante, ormai consapevole di non poter più vincere la guerra, ma ben deciso a far perire Sansone con tutti i Filistei, vale a dire a trascinare nella sua rovina quanti più popoli possibile.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/le-uova-del-drago/380" target="_blank"><img class="alignleft size-medium wp-image-5093" style="margin: 10px;" title="le-uova-del-drago" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/le-uova-del-drago-184x300.jpg" alt="" width="184" height="300" /></a> Si dimentica che i Tedeschi erano nostri alleati fin al principio della guerra: anzi, in seguito alla firma del Patto d’Acciaio, fin dal 22 maggio 1939; che ci avevano aiutato e “salvato” in numerose occasioni, dalla Grecia alla Cirenaica; che ci avevano portato a un soffio dal successo strategico in Nordafrica, con l’avanzata fino ad El Alamein; che ci avevano consentito di compensare i penosi rovesci della marina nel Mediterraneo, riportando i successi aereonavali delle battaglie di Mezzo Giugno e Mezzo Agosto 1942; che ci avevano sostenuto fino all’ultimo nella strenua difesa della Tunisia e, infine, che si erano assunti il peso principale della lotta nella battaglia di Sicilia, ovvero nella difesa del nostro suolo nazionale invaso dal nemico.</p>
<p style="text-align: justify;">Sì, perché gli Alleati erano i nostri nemici: ed erano nemici spietati, che usavano sistemi di guerra “nazisti”, anzi ancor più feroci di quelli nazisti, allorché bombardavano Amburgo e le altre città tedesche con le bombe al fosforo liquido, per bruciare viva la popolazione inerme; e lo mostravano bombardando Napoli, Roma, Milano e le altre città italiane non solo prima del 25 luglio 1943 (caduta di Mussolini e del fascismo), ma anche &#8211; e con particolare efferatezza &#8211; fra il 25 luglio e l’8 settembre (governo Badoglio), accanendosi non già sulle installazioni militari o sui nodi strategici delle comunicazioni, ma sui quartieri popolari, allo scopo terroristico deliberato di fare migliaia e migliaia di vittime.</p>
<p style="text-align: justify;">Valga per tutte, in particolare, il tremendo monito di Zara: Zara, letteralmente distrutta dalle bombe dei “liberatori” angloamericani in quel famigerato 1943: e non nell’estate, prima della seduta del Gran Consiglio, né durante i quarantacinque giorni di Badoglio; ma nel novembre, quando l’Italia era un Paese alleato e aveva già da un pezzo dichiarato guerra alla Germania. Perché gli Alleati vollero distruggere Zara? Forse per rendere un favore a Tito, e indirettamente a Stalin, creando le premesse per facilitare l’annessione della città dalmata alla Jugoslavia a guerra finita, mediante l’eliminazione fisica della presenza italiana sull’altra sponda dell’Adriatico?</p>
<p style="text-align: justify;">Gli Alleati, dunque, non combattevano soltanto per distruggere il fascismo, ma per distruggere l’Italia come compagine statale, come potenziale industriale e militare, come potenza coloniale e navale: insomma al preciso scopo di “punirla” per aver perseguito una politica autonoma da grande potenza, specialmente a partire dalla guerra di Etiopia; mentre prima gli elogi al Duce e alla sua politica si erano sprecati, sia da parte di Churchill che di Roosevelt. Bisognava “far fuori” l’Italia per ridurla non solo allo Stato di potenza minore, ma per disonorarla e poterla poi tenere, a tempo indefinito, in uno stato di ricatto psicologico, in modo che il suo popolo non osasse mai più guardare da pari a pari le nazioni vincitrici.</p>
<p style="text-align: justify;">C’è modo e modo, infatti, di perdere una guerra: la si può perdere con dignità, accettando il destino degli sconfitti; o la si può perdere con viltà, saltando all’ultimo istante sul carro dei vincitori. E questo non solo sul piano internazionale, ma anche su quello interno; come quando avviene che tutto un popolo, dopo aver seguito e osannato un determinato uomo politico, un determinato partito, da un giorno all’altro si scopre vergine e anzi “da sempre” segretamente ostile ad essi, e quindi pienamente legittimato a voltar pagina e far sparire ogni traccia del suo precedente consenso, magari affogandolo in un bagno di sangue fraterno.</p>
<p style="text-align: justify;">Così l’Italia è uscita dalla guerra e così si sono create le premesse per la sua “rinascita” a guerra finita: con un popolo che ha creduto di purificarsi mediante il sacrificio cruento del “tiranno”, nonché martoriandone e insultandone il cadavere; e con una classe dirigente che ha dimenticato in fretta le sue corresponsabilità nella ventennale dittatura e nella guerra medesima, ritornando al potere con una gigantesca operazione di camaleontismo politico: con speciale beneficio di quelle <em>lobbies </em>e di quei gruppi di potere occulto, dalla Massoneria ai circoli filoinglesi dell’industria, della finanza e dell’esercito, che sono tuttora saldamente insediati al vertice.</p>
<p style="text-align: justify;">È una operazione eccessivamente dietrologica quella di far notare come la classe dirigente italiana, ancor prima della nascita del proprio Stato nazionale, ossia durante il Risorgimento, sia stata largamente finanziata e sostenuta dalla Gran Bretagna, ad esempio tramite la centrale operativa della “Giovine Italia” di Mazzini a Londra, oppure mediante il sostegno indiretto della Royal Navy quando Garibaldi sbarcava in Sicilia e, poi, in Calabria? Finanziamenti e sostegni che i servizi segreti inglesi e la Massoneria inglese &#8211; così ci vorrebbero far credere i nostri paludati storici di professione &#8211; sarebbero stati offerti al “popolo italiano” così’, per pura simpatia e solidarietà umana, senza nulla aspettarsi in cambio e senza nulla pretendere, né allora, né per gli anni a venire, da parte del neonato Stato italiano.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma torniamo al settembre del 1943, il momento storico più tragica e vergognoso della nostra vicenda nazionale.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/il-sangue-dei-vinti/4644" target="_blank"><img class="alignright size-medium wp-image-5095" style="margin: 10px;" title="il-sangue-dei-vinti" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/il-sangue-dei-vinti-189x300.jpg" alt="" width="189" height="300" /></a> Come è noto, con la Conferenza di Casablanca del gennaio 1943, Roosevelt, Churchill e Stalin avevano proclamato che la guerra contro il Tripartito (Germania, Italia e Giappone) sarebbe continuata fino ala “resa incondizionata”, <em>unconditional surrender</em>) e che, pertanto, nessuna resa parziale sarebbe stata presa in considerazione, nessuna resa a specifiche condizioni: se essi avevano voluto rendere impossibile ogni ipotesi di ottenere che i membri minori della coalizione nemica (Finlandia, Slovacchia, Ungheria, Romania, Bulgaria) si “sganciassero”, con quell’annuncio vi erano perfettamente riusciti.</p>
<p style="text-align: justify;">“Resa incondizionata” significava, per l’Italia, non soltanto subire l’occupazione completa del proprio territorio, ma anche divenire campo di battaglia per le ulteriori operazioni alleate &#8211; aeree, terrestri e navali &#8211; contro la Germania. A quel punto, la Germania avrebbe avuto altra via da percorrere, che non fosse quella di occupare l’Italia per prima e di tenere il più possibile lontani dal proprio territorio gli eserciti e le flotte aeree e navali nemici? Oppure avrebbe dovuto stare tranquillamente a guardare, mentre essi compivano un balzo in avanti di oltre 1.000 chilometri, dalla Sicilia alle Alpi, per poi, da queste ultime, lanciare l’offensiva finale contro il cuore del proprio territorio?</p>
<p style="text-align: justify;">In quel momento, la situazione politico-strategica dell’Italia assomigliava in modo impressionante a quella dell’Impero austro-ungarico nell’ultima fase della prima guerra mondiale, particolarmente dopo la morte di Francesco Giuseppe e l’ascesa al trono di Carlo I d’Asburgo. Come è noto, questi si era reso conto della impossibilità di vincere la guerra e aveva anche tentato di avviare delle trattative segrete di pace con l’Intesa, tramite il principe Sisto di Borbone; trattative che erano state bruscamente interrotte allorché l’alleato germanico ne aveva avuto sentore e il governo francese, poco saggiamente oltre che poco cavallerescamente, ne aveva rigettato tutta la responsabilità sul giovane imperatore austriaco.</p>
<p style="text-align: justify;">È noto che, in quella occasione, lo Stato Maggiore germanico aveva preso seriamente in considerazione la possibilità di occupare, con mossa fulminea, il territorio dell’Austria-Ungheria, ben sapendo che, se l’alleato si fosse arreso all’Intesa, questa ne avrebbe fatto un trampolino per minacciare da sud la stessa Germania. Ed è esattamente quanto stava per avvenire ai primi di novembre del 1918, quando le armate italiane, ottenuta la resa dell’Austria a Villa Giusti, si preparavano a sferrare un’offensiva contro il territorio germanico, secondo i piani del generale Diaz, per affrettare il crollo definitivo del Reich tedesco.</p>
<p style="text-align: justify;">Dunque, solo una persona sommamente ingenua e sprovveduta, oltre che sommamente ignorante, nell’Italia del 1943, poteva sperare, specialmente dopo l’annuncio di Casablanca, che la resa agli Alleati avrebbe significato la fine della guerra, la fine dei bombardamenti, la fine delle sofferenze; ma non certo chi avesse un minimo di senso della realtà.</p>
<p style="text-align: justify;">Che l’opinione pubblica italiana si sia abbandonata, nei quarantacinque giorni del governo Badoglio (il quale, giova ribadirlo, non fece assolutamente niente per prevenire la catastrofe: non richiamò un fante dai Balcani o dalla Francia, non organizzò neppure la difesa di Roma, pur disponendo di forze assai maggiori di quelle germaniche), a una siffatta illusione, a un tale sogno voluttuoso, il sogno del “tutti a casa”: ebbene, questo lo si può anche comprendere, e non solo per la stanchezza dovuta all’impari e ormai troppo lungo conflitto, ma anche per l’opera subdola di migliaia di spie alleate e per l’opera irresponsabile e antinazionale dei dirigenti dei partiti antifascisti, comunisti e socialisti in testa.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma che a un tale sogno, a una tale illusione, a una tale ebbrezza si siano abbandonate, tutte intere, le classi dirigenti; che nessuno, nell’apparato militare, in quello politico e nel campo della stampa e della radio, si sia reso conto di quel che avrebbe significato la resa senza condizioni e che cosa avrebbe comportato per il futuro dell’Italia: questo è il delitto imperdonabile, del quale stiamo ancora pagando le conseguenze, sia a livello internazionale che a livello interno.</p>
<p style="text-align: justify;">La guerra non sarebbe finita con la resa agli Alleati; sarebbe entrata in una fase nuova, ancora più crudele, ancora più inumana; e, con ogni evidenza, sarebbe diventata una guerra civile, somma sciagura che ogni popolo degno di questo nome ha sempre paventato come il peggiore dei mali e  rispetto al quale ogni altro sacrificio, ogni altra sofferenza, ogni altro compromesso è sempre e comunque apparso preferibile.</p>
<p style="text-align: justify;">Qualcuno riesce a immaginarsi il popolo inglese o il popolo americano che si rallegrano all’idea di una resa incondizionata che spianerà la strada alla doppia invasione del proprio territorio nazionale, da parte degli ex nemici diventati “liberatori” e degli ex amici diventati nemici, e che aprirà le vie della guerra civile, fomentata e alimentata, con armi e con denaro, dalle due opposte parti in lotta, solidali nel disegno di annichilire ogni sentimento di dignità nazionale? Non è forse vero che, davanti alla tremenda serietà di una guerra (e di quella guerra, poi!), l’unica filosofia possibile, per un popolo cosciente di sé e dei propri doveri verso se stesso e verso le generazioni future, è quella sintetizzata nella frase: <em>«Right or wrong, it’s my country»</em>?</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/io-fascista-1945-1946-la-testimonianza-di-un-superstite/7307" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-5094" style="margin: 10px;" title="io-fascista" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/io-fascista.jpeg" alt="" width="200" height="280" /></a> Eppure fu quello che accadde da noi; con i dirigenti socialisti e comunisti, Longo e Togliatti in testa, entusiasti all’idea di aprire una tale svolta della guerra, trasformandola in guerra civile, senza alcun riguardo per qualsiasi ipotesi di riconciliazione nazionale, anzi, ben decisi a trattare da traditore chiunque osasse anche solo nominare una tale espressione. Per questo venne messa a tacere la voce del filosofo Giovanni Gentile, eliminandolo fisicamente; per questo venne compiuta la strage di Porzùs, ai danni di quei partigiani “bianchi” che non gradivano l’idea &#8211; cara, invece, ai partigiani comunisti del P. C. I. di Udine &#8211; di cedere a Tito tutta la Venezia Giulia e, magari, anche un bel pezzo del Friuli, Gorizia e Trieste comprese.</p>
<p style="text-align: justify;">Una quantità di film vergognosi e denigratori, sia italiani che stranieri, hanno poi suggellato le piccole e grandi viltà, le incoscienti furberie e l’assoluta mancanza di dignità nazionale e di senso dello Stato, mostrate dagli Italiani nel terribile frangente dell’estate 1943. Valga per tutti l’esecrabile <em>Il colonnello von Ryan</em>, di Mark Robson (1965), interpretato dal noto mafioso italo-americano Frank Sinatra, quasi a suggello della perversa alleanza realizzatasi tra la mafia italo-americana e lo Stato Maggiore statunitense alla vigilia dell’invasione della Sicilia; mentre ufficiali italiani codardi e senza onore (come il capitano interpretato da Sergio Fantoni) non aspettano altro che di calare le braghe e di consegnarsi, armi e bagagli, al vincitore di turno.</p>
<p style="text-align: justify;">Questa è l’immagine alla quale il popolo italiano è stato inchiodato dagli eventi dell’armistizio dell’8 settembre: armistizio voluto dalla Massoneria, dalla grande industria, dalla mafia, dagli alti comandi dell’esercito e della marina e anche da settori della Chiesa cattolica: tutti allo scopo ben preciso di riconquistare le posizioni di preminenza e di privilegio che avevano raggiunto sotto l’Italia liberale; che avevano conservato, a prezzo di qualche compromesso, durante il ventennio; e che avevano seriamente rischiato di perdere con la nascita della Repubblica Sociale.</p>
<p style="text-align: justify;">Fino a quando dovremo portarci addosso questa gogna mediatica, questa infamia culturale, che ci tiene perennemente legati ad un passato che non passa, il quale non fu voluto dal popolo italiano, ma dalle solite <em>élite </em>privilegiate ed egoiste?</p>
<p style="text-align: justify;">Certo non se la meritano i figli e i nipoti di quei soldati semplici, di quei graduati, di quei sottufficiali i quali, nell’estate del 1943 (e ben lo attestano le lettere riportate da Silvestri) avevano ben chiara quale fosse la posta in gioco e perché, in simili condizioni, non vi fosse nemmeno da pensare a un armistizio separato. Non se la meritano i morti di Bir el Gobi, di Cheren, di Culqualber, di El Alamein; né quelli di Capo Matapan o le migliaia di marinai periti nella traversata del Mediterraneo, per portare i necessari rifornimenti all’esercito di Libia.</p>
<p style="text-align: justify;">Parlare di queste cose, oggi, è divenuto tabù: sarebbe considerato come una deprecabile forma di nazionalismo, di esaltazione della guerra e, magari, del fascismo.</p>
<p style="text-align: justify;">Parlare con orgoglio dei propri morti in guerra è un diritto che spetta solo ai vincitori: loro sì, che possano inondare le nostre librerie e le nostre sale cinematografiche con libri e con pellicole che esaltano i loro sacrifici, il loro valore e che denigrano sistematicamente la memoria dei nostri caduti.</p>
<p style="text-align: justify;">Perfino nel mondo dei giocattoli, i nostri bambini sono costretti a giocare con i soldatini che indossano le uniformi inglesi e americane: ossia di quegli eserciti i quali, nel 1943, con il pretesto di venirci a “liberare” (e da chi, poi? da noi stessi?), riuscirono a toglierci non solo il frutto di tanti sacrifici stoicamente sopportati, ma anche l’onore ed il rispetto dovuti a noi stessi.</p>
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