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	<title>Centro Studi La Runa &#187; germani</title>
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		<title>Il castello di Wewelsburg: un po&#8217; di storia</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Jan 2000 21:25:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pierluigi Tombetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La storia e le vicende del castello di Wewelsburg, che fu principale centro della organizzazione SS]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/wewelsburg.html' addthis:title='Il castello di Wewelsburg: un po&#8217; di storia '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storiacontemporanea48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Storia contemporanea" /><br/><p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.amazon.de/exec/obidos/ASIN/B00004S0U3/centrostudi0e-21"><img style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/himmlersburg.bmp" border="0" alt="Himmlers Burg - Die Wewelsburg" width="90" height="140" align="left" /></a> Wewelsburg è essenzialmente una fortezza dalla pianta a forma di freccia, orientata verso nord, un’anomalia architettonica che non ha uguali in Germania. Una forma così curiosa ed insolita merita una spiegazione che tuttavia non ha nulla di misterioso: secondo le testimonianze degli storici locali, la natura stessa delle rocce sulla cima della collina invitava ad una costruzione difensiva: sembra che esistesse una grande pietra circolare che fu scelta come base per una delle torri e che finì per essere inglobata nella struttura; la pianta a freccia era dunque dovuta semplicemente alla natura architettonica della base rocciosa. I documenti cartografici che esaminai al castello mi confermarono questa versione dei fatti.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel IX e X sec. della nostra era, le invasioni degli unni avevano spinto i germani a costruire sulla collina di Wewelsburg un edificio per la protezione dei locali, cosa confermata dal testo di un cronista sassone del XII sec. riportato nella <em>Storia di Wewelsburg </em>di Wilhelm Segin (1).</p>
<p style="text-align: justify;">Lo stesso cronista ci racconta che nel 1124 il conte Friederich von Arnsberg aveva costretto la popolazione a cominciare la costruzione del castello angariandola in ogni modo. Alla morte del conte, l’anno successivo, i poveri abitanti dei villaggi che avevano partecipato alla costruzione si ribellarono e distrussero il castello.</p>
<p style="text-align: justify;">I nobili locali, creati cavalieri ma senza alcun ritegno morale, continuarono ad approfittarsi della popolazione, compiendo veri e propri crimini e provocando forti risentimenti verso la nobiltà e il clero; esistevano infatti i <em>Fuerstbischof</em>, o principi–vescovi, che prendevano piuttosto sottogamba la loro attività pastorale, preferendo le cacce e il lusso alla cura delle anime.</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=8871984951"><img style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/igrandimisteridelnazismo.bmp" border="0" alt="Pierluigi Tombetti, I grandi misteri del nazismo. La lotta con l'ombra" width="95" height="143" align="right" /></a> I principi si guadagnavano la lealtà dei cavalieri affidando loro una parte delle terre da amministrare e concedendo ampia discrezionalità sul modo in cui farlo.</p>
<p style="text-align: justify;">Le angherie e le sofferenze che questi ultimi causavano alle popolazioni contadine alimentarono un crescente odio verso i nobili e il vescovado: addirittura una frase incisa sul muro dell’entrata del castello invitava le popolazioni che durante la guerra dei trent’anni cercavano un riparo alle violente dispute territoriali ad andarsene: <em>Viele mochten gern hinein; aber das schaften sie nicht!</em> (Molti vorrebbero entrare volentieri ma non ce la fanno!).</p>
<p style="text-align: justify;">I secoli XVI e XVII portarono guerre e morte nella zona di Bueren, il distretto geografico di Wewelsburg, causate principalmente dal dissenso <a href="http://www.centrostudilaruna.it/religione.html">religioso</a> e nel corso dei due secoli successivi il castello fu a più riprese attaccato e ricostruito con varie migliorie che riguardavano in special modo l’accrescimento dello spessore delle mura difensive.</p>
<p style="text-align: justify;">Fu solo tra il 1604 e il 1607 che Wewelsburg acquisì la forma attuale voluta dai Fuerstbischof della famiglia Fuestenberg che lo trattennero come patrimonio familiare fino al 1802, anno in cui divenne di proprietà dello Stato prussiano; tuttavia il vescovado aveva già da tempo perso interesse a questa che era considerata una dimora secondaria per il clero e tennero un semplice amministratore fiduciario come custode.</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=888910709X"><img style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/archeologidihimmler.bmp" border="0" alt="Marco Zagni, Archeologi di Himmler. Ricerche, spedizioni e misteri dell'Ahnenerbe" width="175" height="250" align="left" /></a> In effetti il castello era in rovina, poiché un funzionario prussiano che visitò ed esaminò Wewelsburg nel 1802 lo ritenne in pessime condizioni, inadatto nemmeno alla mansione di carcere militare; la natura stava prendendo il sopravvento e il castello non era considerato degno di manutenzione dal vescovado. Nel 1815 un fulmine diede il colpo di grazia distruggendo il soffitto di una delle torri che crollò e il disastroso incendio che seguì intaccò profondamente la struttura al punto che rimasero in piedi solamente i muri esterni; di conseguenza il distretto di Bueren–Brenken decise di adattare il castello ai propri bisogni culturali e ne destinò una parte ad ostello per la gioventù, che esiste ancora oggi. Alla morte dell’ultimo amministratore, avvenuta nel 1821, Wewelsburg subì la stessa sorte del Colosseo: i locali lo depredarono di pietre e suppellettili finché nel 1832 lo Stato prussiano decise di offrire parte del castello come residenza per il sacerdote locale e si iniziarono i lavori di ristrutturazione nell’ala sud. Nel 1925 le autorità locali decisero di trasformare la parte rimanente del castello in un museo etnologico, il quale pure esiste al giorno d’oggi e occupa gran parte del volume abitativo totale; si possono ammirare oggetti, manufatti e anche reperti archeologici che testimoniano usi e costumi locali nel corso dei secoli, oltre a diorami e ambientazioni che illustrano flora e fauna dei dintorni. Furono inseriti nel progetto anche un ristorante, una sala per banchetti e varie stanze da utilizzare per occasioni speciali e festeggiamenti, tutti ricavati nelle sale del castello. Si decise in seguito di intervenire con lavori di ristrutturazione, poiché la Torre Nord era pericolante. Il sacerdote successivo completò i lavori e arriviamo così alla sua morte, avvenuta nel 1934, anno in cui Himmler acquistò il castello e Wewelsburg divenne il centro del culto segreto dell’Ordine Nero.</p>
<p style="text-align: justify;">La forma a freccia aveva colpito profondamente l’immaginazione del <em>Reichsfuehrer </em>che ne vide la rappresentazione reale di un <a href="http://www.centrostudilaruna.it/simboli.html">simbolo</a>: il castello era orientato a nord, a differenza di tutte le costruzioni dell’<a href="http://www.centrostudilaruna.it/storiaantica.html">antichità</a> e moderne che seguono l’orientamento est–ovest. Il vettore nord richiamò immediatamente alla mente di Himmler la terra di Thule, l’Iperborea ariana, il Polo Nord, l’antica patria in cui la maggioranza delle tradizioni germaniche posizionano l’Eden ariano, e cioè il luogo in cui, nella notte dei tempi, una stirpe di uomini–dèi ariani vivevano in perfetta armonia con le forze della natura, essendone essi stessi una manifestazione, dotati di poteri divini.</p>
<p style="text-align: justify;">Himmler decise che quando il III Reich avrebbe definitivamente governato sulla terra, quello sarebbe diventato il centro del mondo; il museo, il ristorante e l’ostello lasciarono così il posto all’accademia della Sezione <em>Ahnenerbe</em> (2), che da allora in poi ebbe una sede permanente a Wewelsburg.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli scavi archeologici compiuti dagli scienziati della <em>Ahnenerbe </em>nei dintorni del maniero rivelarono una certa quantità di scheletri, che vennero conservati nella <em>Kammergrab</em>, per essere studiati dagli archeologi (3).</p>
<p style="text-align: justify;">Per assicurarsi la manodopera necessaria, Himmler decise di far costruire nelle vicinanze un piccolo campo di lavoro, che dal 1941 si chiamò Campo di Concentramento di Niederhagen (<em>Konzentrationslager Niederhagen </em>o <em>KZ Niederhagen</em>); in questo campo di lavoro forzato si applicò il concetto <em>Vernichtung durch Arbeit</em>, cioè sterminio attraverso il lavoro. La storica del castello ci ha informato che questo era uno dei campi in cui le condizioni di vita erano più dure in assoluto, dove torture e atrocità segnarono la fine di 1285 persone nel tempo in cui si portavano avanti i lavori di ristrutturazione e di ricostruzione; poche forse rispetto ad altri campi di sterminio ben più famosi, ma ci è stato ribadito più volte che si trattava di vero e proprio calvario, un inferno in cui migliaia di persone venivano continuamente picchiate e torturate con una crudeltà senza limiti.</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.amazon.de/exec/obidos/ASIN/3831147140/centrostudi0e-21"><img style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/wiligutsgeheimlehre.bmp" border="0" alt="Rudolf J. Mund - Karl Maria Wiligut, Wiliguts Geheimlehre. Weisthor - Fragmente einer verschollenen Religion. Die geplante Geheimlehre fuer die neue Ordnung in Europa" width="98" height="140" align="right" /></a> Per quanto concerneva il progetto, Himmler si serviva del suo architetto personale Bartels (che soprintendeva ogni attività costruttiva in qualità di capo-architetto) e di Karl Maria Wiligut: in base ai loro consigli, ma soprattutto seguendo la via spirituale consigliatagli dal prete–mago Wiligut, Himmler stravolse la struttura interna del castello, mantenendone però la pianta a punta di lancia: tra il 1939 e il 1944 venne abbassata la Torre nord di 4,8 m e se ne ricavò all’interno quella che oggi conosciamo come &#8220;La Cripta&#8221;, il <em>Sancta Sanctorum </em>delle SS, battezzato da Himmler il <em>Walhalla</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Bartels presentò i piani costruttivi nel 1939 e senza attendere le concessioni edilizie del caso, cominciò i lavori di scavo per la cripta; inizialmente invece dei dodici piedistalli erano presenti dodici nicchie che furono murate e sostituite con le colonnine–sedile che si vedono oggi. Si provvide inoltre a creare un soffitto a cupola con stuccature a forma di swastika al centro e si realizzarono i fori da cui si origina ancora oggi la misteriosa forza eco che fa rabbrividire chi prova a parlare al centro della sala; si chiusero le precedenti finestre in stile gotico sostituendole con quelle attuali, studiate appositamente per convogliare la luce al centro della sala.</p>
<p style="text-align: justify;">I lavori proseguirono con la creazione della <em>Gruppenfuehrersaal</em>, (sala dei capi supremi SS) al piano terra che si apre sul cortile interno; furono erette le 12 colonne sia in questa sala che nella cripta e si progettò un’altra sala al di sopra della <em>Gruppenfuehrersaal</em>, con un grandioso soffitto a cupola, progetti che non vennero mai realizzati.</p>
<p style="text-align: justify;">Dal 1941 al 1945 si cominciò a pensare ad un progetto più grande con lo scopo di estendere l’area del castello fino ad inglobare il villaggio vicino; le case dei contadini sarebbero state spostate per far posto ad un enorme complesso di edifici di forma circolare che avrebbe circondato la struttura centrale.</p>
<p style="text-align: justify;">La cripta sarebbe divenuto il centro geografico del sistema, una evidente <a href="http://www.centrostudilaruna.it/simboli.html">simbologia</a> che ci riporta al significato di <em>omphalos</em>, l’ombelico del mondo. Questo sarebbe stato l’ombelico che avrebbe legato il mondo cultuale delle SS con il suo <em>Volk</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">A seguito dell’avanzata degli alleati, il 31 marzo 1945 Himmler diede ordine di far saltare il castello ma nella fretta si riuscì solamente a danneggiare le strutture esterne con un incendio che causò pochi danni, a parte il soffitto di travi in legno che bruciò completamente.</p>
<p style="text-align: justify;">Il signor B., un simpatico personaggio di Bueren (4), proprietario della locanda in cui alloggiavo, mi fece da guida nei dintorni del castello e mi raccontò che quando era piccolo assistette alla deflagrazione del 1945; egli ricordava che tutti gli abitanti corsero al castello per prendere la cassaforte che però fu requisita dagli alleati. Tutto ciò che trovarono fu un lago di vino rosso in cui galleggiavano oggetti di ogni tipo e pezzi di legno. La Cantina era stata distrutta.</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://tracker.tradedoubler.com/click?p=10388&amp;a=915108&amp;g=0&amp;url=http://www.bol.it/inglesi/scheda/ea978055381445"><img style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/himmlerscrusade.bmp" border="0" alt="Christopher Hale, Himmler's Crusade" width="130" height="199" align="left" /></a> Lo stesso personaggio mi confidò inoltre che molti degli abitanti di Bueren non avevano idea di chi fossero i loro genitori, in quanto in zona esisteva un <em>Lebensborn</em>, una delle famigerate cliniche specializzate in cui le giovani ariane venivano convinte ad accoppiarsi con SS di purissimo sangue germanico, generando perfetti esemplari ariani. Ma i locali non desiderano parlare di queste cose, si sentono imbarazzati e feriti; il sig. B. me lo disse chiaramente. Era uno degli aspetti tragici che circondavano il castello e contribuivano alla sua sinistra fama.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando si parla del lato oscuro del nazismo e in particolare del castello di Wewelsburg, è necessario riconoscere che molti autori, di solito narratori o ricercatori un poco avventati, si sono sbizzarriti nel tentativo di dimostrare sbrigativamente un legame del Nazismo con l’occulto, legame che certamente esiste, e molti di questi hanno citato fonti non confermate, hanno fatto affermazioni non corrette di cui solo loro possono portare il peso ed infine si sono appropriati di informazioni adattandole o esagerandole a seconda del testo che stavano scrivendo; il risultato è stato che il lato spirituale del Nazismo è stato sempre catalogato come una bufala o quantomeno una storiella utile per vendere qualche copia in più; in questo caso, vale l’assioma che solo un esame diretto, una ricerca sul campo può tagliare la testa al toro e fornire le informazioni più corrette e veritiere.</p>
<p style="text-align: justify;">Un esempio per tutti tra i più famosi: si favoleggia in una corrente di letteratura post &#8211; bellica che spesso sconfina nella fantascienza, che i dodici <em>Gruppenfuehrer </em>e Himmler stesso prendessero le loro decisioni strategiche in relazione agli eventi bellici nella <em>Gruppenfuehrersaal</em>, mentre il fumo di un vaticinio occulto, saliva come un olocausto attraverso i fori del pavimento (5).</p>
<p style="text-align: justify;">Ora, è necessario considerare che ogni decisione bellica non veniva presa da Himmler, tantomeno dai suoi dodici cavalieri, ma era una prerogativa speciale del <em>Fuehrer</em>, Hitler stesso, che si lasciava andare a indecenti scoppi di ira incontrollata quando il suo parere si scontrava con quello ben più esperto dei suoi generali. Himmler non avrebbe mai potuto gestire personalmente le sorti di una guerra che era rigorosamente controllata da Hitler. In secondo luogo il pavimento della <em>Gruppenfuehrersaal </em>non presenta alcun foro, non è oggi e non era allora in comunicazione con la cripta sottostante (6).</p>
<p style="text-align: justify;">Questo significa che nessun fumo di sacrificio poteva elevarsi alla sala superiore. Si potrebbe forse interpretare come un fumo simbolico, ma sono pure congetture.</p>
<p style="text-align: justify;">La dr.ssa John-Stucke mi confermò, piante costruttive alla mano (7), che non esisteva alcuna possibilità di un passaggio di aria tra la cupola della cripta, di cemento e il pavimento della sala superiore. I quattro fori della swastika sul soffitto della cripta si estendevano per soli 40 centimetri nel calcestruzzo e servivano al solo scopo di generare l’effetto eco al centro della sala. Non comunicavano con nessun altra stanza. C’erano, è vero, dei fori sopra le finestre, ma essi portavano esclusivamente a un piccolo piano tra le due sale e sembra che servissero per l’impianto elettrico; comunque non collegavano le due sale.</p>
<p style="text-align: justify;">Si tratta di un semplice esempio, è vero, ma basta per far capire come sia spesso necessaria una ricerca diretta presso archivi e siti storici per evidenziare clamorosi errori o veri e propri falsi in cui sono incorsi molti autori.</p>
<p style="text-align: justify;">Proprio per questo, nel maggio del 2002 venni contattato da Patrizia Bertolotti, direttore responsabile di <em>Hera</em>, una interessante rivista italiana che si occupa di civiltà scomparse, storia e archeologia: incontrai lo staff di <em>Hera </em>in maggio e prendemmo accordi per uno speciale monografico sui misteri del nazismo che fu l’anticamera di questa ricerca.</p>
<p style="text-align: justify;">Durante il primo sopralluogo che feci per conto della rivista, nel giugno del 2002, mi capitò di considerare un aspetto del design di Wewelsburg che mi aveva disturbato più volte, dapprima come una semplice sensazione indefinita che non riuscivo a focalizzare e solo in seguito come un pensiero preciso, quando la dr.ssa Kirsten John-Stucke, la storica responsabile degli archivi, mi fece notare la somiglianza del progetto finale di Wewelsburg con la cosiddetta Lancia di Longino: l’intero castello era orientato come un vettore, e cioè una freccia, simboleggiata dalla Lancia di Longino, in maniera ambivalente non solo verso nord, e quindi verso un punto esterno, ma anche verso il centro di sé stesso, cioè il punto esatto geografico al centro della grandiosa costruzione che avrebbe dovuto circondare il castello, corrispondente alla torre nord e alla cripta sotterranea.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo punto era l’estremità della Lancia o, se vogliamo, del vettore orientato come una bussola magnetica verso nord. In pratica, un anello di edifici aveva come suo punto focale equidistante dalla circonferenza esterna, il Walhalla, la cripta della torre nord, e non si trattava certamente di un caso ma di una scelta simbolica precisa: questo doveva diventare l’<em>omphalos</em>, il centro spirituale del mondo nazionalsocialista.</p>
<p style="text-align: justify;">L’aspetto esterno–interno rivelava quindi una doppia valenza simbolica: la tensione verso una patria lontana nel tempo e nello spazio (l’antica Thule, situata nelle leggende nordiche nella zona polare) e la necessità di ripiegarsi nel proprio sé alla ricerca di una comunicazione diretta con il proprio universo, che scaturisce dalla <em>weltanschauung </em>nazionalsocialista, ovvero la necessità spirituale di un qualche tipo di meditazione o di culto mistico.</p>
<p style="text-align: justify;">Himmler decise che dal 1939 in avanti i <em>Gruppenfuehrer SS </em>dovessero riunirsi una volta l’anno (forse anche più volte) a Wewelsburg per un adunanza speciale chiamata conferenza di primavera; l’unica cosa certa di questi incontri erano le diete speciali indette per i suoi dodici cavalieri e vertevano su argomenti relativi all’ariosofia e sui primordi della civiltà germanica, con collegamenti alla nuova realtà nazionalsocialista che stava rigenerando il passato delle tribù teutoniche su un tessuto moderno, mantenendone gli aspetti spirituali.</p>
<p style="text-align: justify;">Abbiamo notizie certe solo sulla conferenza di primavera del 1941, ma il fatto che rimangano solo pochi documenti non implica che non ne fossero tenute altre, anzi, l’accademia <em>Ahnenerbe </em>era un centro di studi in costante, febbrile attività qui sostavano docenti e studiosi di varie discipline per accertare le possibilità spirituali e genetiche della razza aria purificata, ed è logico supporre che vi fosse un’attività di ricerca estremamente avanzata, con aggiornamenti, seminari e conferenze a cadenza regolare.</p>
<p style="text-align: justify;">Tuttavia dobbiamo tenere presente che il castello era stato ideato principalmente come centro cultuale e quindi vi si svolgevano anche funzioni che rientravano certamente in una sfera più spirituale, o per meglio dire, pseudo–<a href="http://www.centrostudilaruna.it/religione.html">religiosa</a>. Non dimentichiamo che a Wewelsburg, durante i matrimoni delle SS più elevate in grado, non vi era un prete che officiava ma, come abbiamo già visto, il consigliere spirituale di Himmler, Karl Maria Wiligut, che si presentava sulla scena con un pastorale adorno di un fiocco azzurro su cui erano incise le rune beneauguranti: una evidente forma di sostituzione della <a href="http://www.centrostudilaruna.it/religione.html">religione</a> tradizionale con il neopaganesimo wotanico che permeava profondamente il Nazismo. Questa e altre cerimonie erano celebrate da Weisthor e regolavano l’attività degli scienziati e dei militari che sostavano a Wewelsburg: chi lavorava a Wewelsburg faceva parte di un <em>Ordo</em>, un ordine <a href="http://www.centrostudilaruna.it/religione.html">religioso</a> di monaci combattenti, la cui <em>élite </em>riteneva l’aspetto spirituale segreto del nazionalsocialismo il vero fulcro intorno a cui si muoveva ogni altra attività.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella progettazione del castello, Himmler operò anche una precisa scelta stilistica; infatti in un’architettura romanica e classica troviamo inserti peculiari dell’architettura sacra: dodici colonne, dodici segni runici <em>Sieg </em>sulla ruota solare disegnata in marmo ad intarsio sul pavimento della <em>Gruppenfuehrersaal</em>, dodici sedili a colonnina nella cripta.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong> Pierluigi Tombetti </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Brano tratto dal capitolo 11 del libro <em>I grandi misteri del nazismo</em>, Ed. Sugarco, Milano 2005.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>NOTE</strong></p>
<p style="text-align: justify;">1. Segin, Wilhelm, <em>Geschichte der Wewelsburg</em>, Bueren, 1925. Il testo latino cita: &#8220;[...] <em>castrum guoddam Wifilisburch, tempore Hunnorum constructum, sed vetustate temporis postea neglectum</em>&#8220;.<br />
2. Nel 1950 fu riaperto il museo e riaprì i battenti anche l’ostello.<br />
3. Russell Stuart, <em>Heinrich Himmlers Burg; das weltanschauliche zentrum der SS</em>, RVG Verlags- und Vertriebs GmbH, Landshut, 1989, p. 43.<br />
4. Bueren-Brenken è il paese a poca distanza da Wewelsburg in cui chi si reca a visitare il castello può trovare alloggio.<br />
5. Lo stesso rituale magico è descritto anche in Pauwels, Louis e Bergier, Jacques, <em>Le matin des magiciens</em>, Librairie Gallimard, 1960; tr. it. di Pietro Lazzaro <em>Il mattino dei maghi</em>, Mondadori, Milano 1963, pp. 369, 370. Il rituale è descritto anche da Stuart Russell, in un intervista a Marco Dolcetta, <em>Il Nazismo Esoterico</em>, Hobby &amp; Work, Milano, 1994, N° 2, p. 6; può darsi che Russell abbia tratto questa informazione da Pauwels e Bergier. Trattandosi però di un testo piuttosto particolare, che identifica l’origine della corrente contemporanea nazi/occultistica/fantascientifica, che spesso non dice dove ha tratto certe affermazioni e che a volte dà per vere cose che non sono probabilmente mai accadute, non mi sono sentito di avallare una tale idea. La riporto comunque per completezza.<br />
6. Le fotografie d’epoca del castello visionabili all’archivio centrale, sede del museo e dell’esposizione permanente sul campo di concentramento di Wewelsburg, ci mostrano la <em>Gruppenfuehrersaal </em>esattamente com’è oggi: non vi erano fori che collegassero il soffitto della cripta con il pavimento della sala superiore. Il tentativo di far saltare il castello nel 1945 non provocò danni alle sale storiche e non vi furono lavori di ricostruzione sul pavimento della <em>Gruppenfuehrersaal</em>.<br />
7. Note e progetti furono esaminati grazie al materiale presente nell’archivio: mi fu mostrato anche qualche progetto contenuto nell’ormai introvabile Hueser, Karl, <em>Wewelsburg 1933-1945: Kult und Terrorstaette der SS</em>, St Bonifatius, Paderborn, 1982, il libro ufficiale sulla storia del castello.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=8871984951">Pierluigi Tombetti, <em>I grandi misteri del nazismo. La lotta con l&#8217;ombra</em> (IBS)</a> <a rel="nofollow" href="http://tracker.tradedoubler.com/click?p=10388&amp;a=915108&amp;g=0&amp;url=http://www.bol.it/libri/scheda/ea978887198495">(BOL)</a></strong></p>
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		<title>Il fiume rosso</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Jan 2000 17:05:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Hermann Löns</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La tragedia dei Sassoni massacrati da Carlo Magno nello struggente racconto di Hermann Löns]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/fiumerosso.html' addthis:title='Il fiume rosso '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/drago48x48.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Fantastico" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/letteratura48x48.png" width="48" height="48" alt="" title="Letteratura" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/rivoluzione-conservatrice.PNG" width="48" height="48" alt="" title="Rivoluzione conservatrice" /><br/><p align="justify"><em> &#8220;Dem deutschen Mannen gereicht’s zum Ruhm, Dass sie gehasst das Christentum,</em><br />
<em> Bis Herrn Carolus’ leidigem Degen Die elden Sachsen unterlegen.”</em><br />
<em> (E’ gloria degli uomini della Germania aver odiato il Cristianesimo</em><br />
<em> fino al giorno in cui i nobili Sassoni dovettero soccombere sotto la spada di Carlo).</em><br />
<span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/johann-wolfgang-goethe" target="_blank">Goethe</a></span> <em>“Goethes Sprueche”</em> Werke Band 1, Wegner Verlag, Hamburg 1969 .</p>
<p align="justify">
<p align="justify">Nella novella <em>Die Rote Beeke</em> (“Il fiume rosso”), l&#8217;autore descrive l’uccisione di 4.500 guerrieri sassoni che nel 782 furono giustiziati su ordine di Carlo Magno per non aver abiurato la loro <a href="http://www.centrostudilaruna.it/religione.html">religione pagana</a>. Il racconto fu pubblicato in Germania nel 1912 dalla Sponholtz Verlag, illustrato da incisioni dell’artista Erich Feyerabend.</p>
<p align="justify">
<p align="justify">Il sole del mattino brilla come oro sulla brughiera, avvolge con il suo splendore ramato i tronchi maestosi, i germogli, i cespugli. Dal villaggio sul fiume, un giovane avanza, lentamente sale sul monte Heid; la sua bruna mano destra impugna una lunga ascia. Sulla cima del monte si ferma e guarda intorno appoggiandosi al ferro. Sopra di lui, sopra i prati, danzano e s’inseguono le nuvole, egli deve attendere. Segue con lo sguardo il sole e i corvi che gli volano attorno. Oggi volano molti corvi e tutti seguono la stessa via, e sopra di loro volano le aquile.</p>
<p align="justify">
<p align="justify">Il giovane piega leggermente la testa di lato e ascolta il rumore proveniente dalla brughiera. Si volta e vede avvicinarsi qualcuno. E’ alto e magro, i suoi capelli rossi brillano al sole; sulla schiena ha un sacchetto di pelo e sulla spalla destra un mantello di pelle.</p>
<p align="justify">
<p align="justify">Sa gracchiare come il corvo, verseggia come il gufo, stride come il falco, gorgheggia come la ghiandaia, trilla come l’astore e fischia come il fringuello. Il giovane contadino sorride; conosce il viandante, è Renke, il giocoliere, il cantastorie, il buffone senza casa amico di tutti. “Buon giorno figlio di Beekmann &#8211; grida lo straniero forte &#8211; Resta lassù, Lür caro, e risparmia le tue gambe; ho già controllato le tue trappole per i lupi: tre sono già catturati e ho provveduto io ad ammazzarli. Ma dimmi come va? Come stanno tuo padre, tua madre e Hille del Brinkhof?”</p>
<p align="justify">
<p align="justify">Sorridendo Lür stringe la mano affusolata e abbronzata del viandante. “Ti ringrazio Renke, va tutto bene a casa mia e dai Brink, ma s’è fatto tardi: senti, abbiamo ancora del grummet a casa, lo andiamo a prendere, ci canti qualcosa e poi rimani da noi!”.</p>
<p align="justify">
<p align="justify"><img class="alignleft" style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/graulwernertaufe.jpg" border="0" alt="Graul Werner, Taufe" width="311" height="500" align="left" /> Il malizioso viso di Renke diviene ad un tratto serio. “Non è tempo di giochi, Lür, ma tempo di battaglia. Non è tempo di canzoni figliolo, bensì tempo di morte. Non posso cantare davvero. Pensate a cacciare i cavalli selvaggi dalla brughiera, accompagnate il bestiame alla palude e nascondetevi, nascondetevi tutti, ché i Franchi non vi trovino!”.</p>
<p align="justify">
<p align="justify">“Sì, ormai è tempo! Sì, i corvi volano, le aquile migrano verso Occidente. Devo fare in fretta. Devo suonare… devo suonare il violino ad una danza, laggiù vicino al grande Traghetto (1), una danza per quelle teste che voleranno nella sabbia.”</p>
<p align="justify">
<p align="justify">“E’ il sole quella sfera vermiglia, oppure è una testa mozzata? E’ la brughiera quell’insieme di macchie rosse laggiù oppure è sangue?”</p>
<p align="justify">
<p align="justify">“Ragazzo, ti dico, corri via al più presto: il Re Carlo è su quel Traghetto e sta giudicando migliaia e migliaia di uomini. Figliolo, ti dico che il fiume diventerà per tre giorni rosso e tutti i pesci che ci vivono si allontaneranno, nessun animale berrà più la sua acqua e le rane verranno tutte sulla terra ferma.”</p>
<p align="justify">
<p align="justify">“Corri ragazzo e scompari per tre giorni. Io devo proseguire; Renke deve andare al Traghetto; Renke il giocoliere, Renke il cantastorie deve andare così che il sole mostri ancora il suo sorriso”. Egli guarda verso il sole e sputa poi nella sua direzione, mentre Lür scende di corsa il sentiero.</p>
<p align="justify">
<p align="justify">Il cantastorie si addentra con passi veloci nella brughiera, i suoi capelli rossi brillano al sole, ma il suo viso è pallido e teso. Lui, lui che conosce per nome ogni uccello, che riconosce ogni voce e richiamo, che è solito conversare con aquile e gufi, corvi e aironi&#8230; proprio lui oggi non sente il grido del tordo. Col mento chino sul petto, attraversa la campagna, la brughiera, il bosco. Sempre, tutte le volte che giunge in un villaggio, il viso di Renke s’illumina e ride, gli occhi si riempiono d’allegria, i suoi passi sono leggeri e quando intravede un uomo, allora racconta le sue storielle. Oggi però ammonisce e se vede che nel villaggio non c’è nessun commerciante straniero, nessuno spione servo dei Franchi, mette in guardia gli uomini dicendo: “I tempi sono duri, i giorni cupi. Il lupo della brughiera vive meglio del contadino, il legno per la forca è a buon mercato così come la fedeltà è a basso prezzo. Il tradimento invece è ben pagato”.</p>
<p align="justify">
<p align="justify">Un’ora prima di raggiungere il Traghetto, si ferma presso un piccolo ruscello; deve mangiare nonostante il suo cuore sia di ghiaccio e il suo cervello di fuoco. Lentamente si adagia, taglia il pane, lentamente mastica, lentamente beve dalla sua coppa. I suoi occhi, i suoi grandi occhi azzurri sembrano distanti. Pulisce il coltello nel muschio e chiude con uno spago il suo sacco di pelle. Sente qualcosa, tende l’orecchio. E’ un cavallo che nitrisce oppure un uomo che chiama? Come una lince Renke salta in piedi, raccoglie tre pietre dalla sabbia, sotterra mantello, sacco, scarpe e berretto sotto il muschio, controlla con le dita inumidite la direzione del vento, si guarda intorno, guarda il ruscello, scivola dietro un cespuglio e dopo essersi sdraiato preme il petto contro la terra. Ecco che arrivano: alla testa cavalcano tre uomini, segue un cavaliere franco; venti contadini camminano dietro a fatica, legati con una corda. Le loro schiene sono coperte dai segni della frusta, i capelli biondi sono madidi di sudore, le loro labbra sono esangui. Dietro cavalcano altri tre uomini, al loro fianco latrano sei cani da caccia.</p>
<p align="justify">
<p align="justify">Dietro cavalcano altri tre uomini; i cavalieri scendono dai loro destrieri, li abbeverano, si rinfrescano le fronti e si dissetano. I venti pallidi contadini fissano l’acqua, sono assetati e terrorizzati. Il cavaliere ride: “Acqua per voi? Per oggi avete avuto da bere a sufficienza pezzenti! Vero!?”, e salta di nuovo a cavallo tenendo l’elmo in mano.</p>
<p align="justify">
<p align="justify">Renke si morde le labbra dietro il cespuglio e i suoi denti stridono. Lascia ripartire tutti, poi mette una pietra nel laccio di cuoio e lo gira attorno, fissa di nuovo con gli occhi sbarrati e la bocca spalancata, la fronte candida del cavaliere e ride piano. Guarda ancora una volta il ruscello, si arrampica su una quercia e lì ride, ride dentro di sé. Sulla strada i soldati si agitano come formiche che stanno per essere calpestate: “Che cos’è, cos’è stato? Hai visto? Avete osservato? Il signore è stato colpito? C’è sangue sulla sua fronte! Il cranio spaccato! Il sangue!”. Qualcuno ha lanciato una pietra. La pietra è a terra, è rossa.</p>
<p align="justify">
<p align="justify">Assicurano il cavaliere colpito al suo destriero e proseguono. “Non è il grido di un gufo questo? Un gufo di giorno? Porta male, porta male”. I Franchi sussultano, i contadini legati continuano a camminare urtandosi continuamente. Un gufo urla, un gufo dalle piume rosse, che può cantare, suonare il violino, raccontare storie allegre e fare scherzi buoni o cattivi, talvolta sanguinosi. E se pure noi dovessimo perire oggi, anche nella morte, dovremmo ridere dello scherzo di Renke! Egli è seduto sulla cima della quercia ma non ride più.</p>
<p align="justify">
<p align="justify">Trema dalla rabbia e mormora tra i denti: “Uno, uno soltanto, uno contro venti che conoscevo bene, venti al cui tavolo mi sedetti, nelle cui case dormii, il cui pane mangiai, venti a cui strinsi la mano. Fratelli, miei fratelli, non vi rivedrò mai più!”. Sulla corteccia della quercia scivolavano le sue lacrime.</p>
<p align="justify">
<p align="justify">Renke dove hai lasciato le tue lacrime, perché ridi così allegramente? Il tuo cuore è forse come il vento prima della pioggia che cambia veloce la direzione? La rabbia ti ha corrotto l’anima? Siedi là, tra i servi dei Franchi e le prostitute renane, bevi il loro vino, mangi il loro pane e canti le loro canzoni. Canti dove l’aria è aria di morte, ridi nel posto in cui su tutti gli alberi stanno i corvi, scherzi e le aquile volteggiano sul Traghetto. Ma in fondo perché non dovresti ridere, anche il sole ride e la brughiera è fiorita e l’acqua è splendente. E’ così bello qui vicino al Traghetto, così colorato. Il trono per il Re è coperto di porpora, rivestito di scarlatto d’oro; il vento agita migliaia di bandiere colorate, su mille scudi brillano bagliori argentati, l’aria è piena di nitriti e la chiara estate si attarda allegra.</p>
<p align="justify">
<p align="justify">Fai largo Renke, arriva il Re! Trenta mori suonano i corni d’oro, altri trenta battono i tamburi.</p>
<p align="justify">
<p align="justify">Vedi i cammelli con le portantine da cui provengono le risate delle concubine del Re? I fanciulli con il viso truccato, nani, i giganti, i buffoni, i sapienti, i preti, i cavalieri? I mercanti italiani, i giocolieri di Roma, le prostitute galliche? I carnefici, i ladri, gli assassini, gli schiavi in vendita? Vedi il Re? E’ quell’uomo obeso sulla portantina purpurea con il viso grasso e pallido, senza barba, sostenuto da sei mori, quello a cui due mori fanno aria con le piume, quello davanti a cui tutti i capi si chinano, colui che ogni bocca acclama.</p>
<p align="justify">
<p align="justify">Inneggia insieme agli altri Renke! Più forte che puoi! La puttana alla tua sinistra e lo schiavo di destra ti stanno spiando. Se non esulti con gli altri tra poco la tua testa varrà quanto il mangime per il pollame. E Renke acclama, grida più forte di quanti gli stanno intorno. “Evviva! Evviva!”, urla, sventola il berretto e fissa il Re; la sua bocca ride, lui ride come sa fare. Come quando era nei villaggi della brughiera e i giovani, alla luce delle fiaccole, ballavano al ritmo del suo violino.</p>
<p align="justify">
<p align="justify">Di fronte al trono purpureo ricoperto d’oro e scarlatto, sei mori si inginocchiano e dalla lussuosa portantina scende faticosamente, sorretto da forti signori, il Re gemente e ansimante. Vino e concubine del Sud hanno indebolito le sue membra. I suoi occhi guardano fisso, le sue labbra sono sottili, durante la notte ha sognato qualcosa di orribile, è pallido e sotto i suoi occhi ci sono profondi segni blu. Attorno a lui tutte le labbra sorridono e tutti i cuori tremano. Il Re non è di buon umore; là siedono le teste predestinate, le 4.500 teste bionde dei contadini, cacciatori, pescatori, pastori, carbonai e zatterieri che a gruppi di cento, incatenati e imbavagliati, attendono la morte dietro un recinto.</p>
<p align="justify">
<p align="justify">Il Re si alza dal suo trono purpureo, ricoperto d’oro e scarlatto. Il suo abito candido, orlato di rosso e giallo, scintilla al sole. Alla sua destra e alla sua sinistra si rannicchiano su cuscini colorati le sue concubine: la bionda lombarda e la scura provenzale. Attorno al trono stanno i potenti: i duchi, i segretari, i marescialli, i preti. In un angolo sta, vestito di una lunga veste verde, il medico moresco che guarda sempre il Re. Un giovane negro accanto a lui tiene nelle mani uno scrigno con i più diversi medicinali. Due tamburi risuonano, due corni squillano; un silenzio mortale scende sulle migliaia di uomini che stanno tutto intorno. Un uomo con una lunga veste nera rifinita d’oro, si avvicina al Re, s’inchina profondamente e con le mani pallide riceve la grande pergamena da cui pende il rosso sigillo regale. Due tamburi risuonano, due corni squillano tre volte. Tre volte e tre volte ancora. L’uomo con la veste nera rifinita d’oro si sposta ossequiosamente a lato del trono e legge ad alta voce lo scritto. Dalla folla in ascolto non giunge nemmeno un respiro. L’aspetto dell’uomo vestito di nero è imponente, pronuncia attentamente ogni parola, ma ciò di cui parla è sangue e morte; il sangue di 4.500 uomini fedeli a se stessi, la morte di 4.500 giusti che abbasserebbero il capo di fronte alla scure piuttosto che di fronte al potere franco e alla <a href="http://www.centrostudilaruna.it/religione.html">religione</a> straniera. Essi batterono l’esercito franco sul Süntel, impiccarono al salice l’amministratore di Carlo, offrirono in sacrificio il prete vicino alle grandi pietre (2), misero il Gallo Rosso (3) sulle case degli esattori, rasero al suolo i presidi e gettarono Rolande nello stagno del villaggio. Essi sono uomini liberi che vogliono vivere come tali su terra libera. Diventeranno uomini liberi su terra libera, nella terra in cui non c’è più né signore né schiavo, né diritto né legge, né fedeltà né tradimento.</p>
<p align="justify">
<p align="justify">Le loro teste rotoleranno nella sabbia, il loro sangue scorrerà nelle fosse e attraverso le gialle dune dell’arenile fluirà al fiume. 4.500 spose e vedove oggi piangono; oggi aquile e corvi, lupi e volpi si rallegreranno per il lauto pasto. Renke, se sciogliessi il laccio che hai sul petto e prendessi la pietra che hai nella borsa e con gli occhi sbarrati e la bocca spalancata, fissando quella fronte pallida sotto la corona, con un lancio colpissi la testa del Re dei Franchi macchiando di sangue il volto degli uomini importanti che lo circondano e la sua veste purpurea, Renke, se tu facessi questo, non saresti vissuto invano. Dall’Ams all’Elba, in tutti i boschi, su tutte le montagne, in ogni palude e brughiera, in ogni rovo e cespuglio risuonerebbe un grido, sotto ogni tetto si affilerebbero le lunghe scuri, ad ogni salice sarebbero fissate le forche, i carri verrebbero ripuliti dalla resina e rimessi a nuovo, di ogni fuscello si farebbe una fiaccola e da ogni ramo di nocciolo nascerebbe una freccia. I tamburi suonerebbero tutto il giorno e da mattina a sera si udirebbero i corni. Dal verso della civetta al canto del gallo risplenderebbero su ogni montagna e collina i rossi fuochi. Ogni valico sarebbe bloccato dalle pietre, dai tronchi e dai rami. Su tutti i sentieri si troverebbero le trappole per i lupi con gli affilatissimi picchetti sul fondo. Ogni diga sarebbe demolita, così che l’acqua divorerebbe ogni villaggio, ogni ponte, ogni foresta e ogni uomo. E Weking, il condottiero scomparso, sarebbe là, le schiere dei guerrieri si riunirebbero venendo dall’Ems e dal Lippe, dall’Aller e dal Weser; non un Franco rimarrebbe vivo: tutti devono finire sottoterra. Dai rami più alti delle querce cadranno pietre che fracasseranno le teste dei dominatori, l’aquila e il corvo dovrebbero ridere così come il lupo e la volpe.</p>
<p align="justify">
<p align="justify">Sciogli il laccio Renke, prendi la pietra e fatti largo tra la folla. E’ tempo ormai. L’uomo vestito di nero ha or ora finito di parlare, il Re ha spezzato il ramo bianco che teneva tra le mani. 4.500 teste sono in pericolo.</p>
<p align="justify">
<p align="justify"><img class="alignright" style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/graulwernersassoni.jpg" border="0" alt="Graul Werner, Schaendung" width="341" height="500" align="right" /> 4.500 uomini attendono in silenzio. 9.000 occhi blu fissano disperati. Ma sei bloccato tra la folla Renke. Migliaia di soldati in armi stanno di fronte a te, migliaia di cavalieri si stanno disponendo a destra e a sinistra, ovunque ci sono spie e traditori. 450 cavalieri vestiti di rosso aspettano immobili davanti a 450 bianchi ceppi appena al di sotto del trono. Gli occhi di Renke si allargano e le sue guance divengono pallide, le labbra sono livide e le dita bianche e fredde. Tra un muro di soldati splendenti nelle loro corazze e di cavalieri scintillanti, procedono lentamente una fila scura ed una chiara. La scura è quella dei soldati, la chiara è fatta dalle schiene nude dei condannati. Gli occhi di Renke si allargano ancora di più e il suo cuore è impietrito. Il respiro nella sua gola si è fatto sottile e tagliente. I 450 ceppi bianchi sono lì davanti a lui e sopra ognuno di loro spicca un bagliore argentato. Due tamburi rullano, due corni squillano, un potente richiamo echeggia. 450 lampi d’argento scintillano sui ceppi.</p>
<p align="justify">
<p align="justify">Ora cento tamburi rullano e cento corni squillano e migliaia di respiri si alzano dalla folla dei pagani in attesa. Nove volte ancora risuonano i tamburi e i corni insieme, avanti e avanti, camminano due lunghe file di uomini tra la muraglia di soldati e cavalieri; nove volte ancora si sente il respiro affannoso dei condannati, nove volte sbattono le scuri sui ceppi ma questa volta non sono più pulite e lucenti bensì rosse e sudice.</p>
<p align="justify">
<p align="justify">Da dietro una collina arriva una grande nuvola nera che eclissa il sole. Il vento diventa freddo. Tutto intorno nella brughiera ululano i lupi. Il trono purpureo è vuoto, soldati e cavalieri scintillanti sono scomparsi. La sera cala scura e tetra sulla terra; davanti alle tende brillano i fuochi. Uccelli migratori e chiurli fischiettano e cantano tristemente. Sulla sponda del fiume siede il giocoliere; guarda l’acqua che scorre. E’ rossa, spessa e appesta l’aria in modo spaventoso. I pesci vagano tra le teste cercando acqua pulita. Muto e immobile se ne sta accovacciato nello stesso posto per tutta la notte, i suoi occhi non possono chiudersi. Sente il verso del gufo e il latrato della volpe. I lupi ululano e le martore guaiscono ed egli siede là, pensa al futuro e alla vendetta. L’allodola canta, i tordi svolazzano, Renke si alza, si scuote la polvere di dosso e risale con le ginocchia piegate il fiume rosso: oltre la brughiera, oltre il bosco e la palude. Col grido della civetta spaventa il gregge al pascolo; le pecore guardano paurose lo straniero. E’ Renke quello? Renke dalla testa color del rame? Ma i suoi capelli sono bianco argento. E’ Renke quello, il burlone? Ma la sua risata è scomparsa. E’ quello Renke, il cantastorie? Ma la sua voce è spezzata.</p>
<p align="justify">
<p align="justify">E’ Renke il vendicatore. Respirando profondamente vaga di fattoria in fattoria, di villaggio in villaggio, di contrada in contrada portando la notizia dell’orribile massacro commesso vicino al grande traghetto. Mangia veloce un boccone, beve un soma, si riposa per un’ora su un materasso di paglia e riprende il cammino, avanti con le ginocchia piegate dal Weser fino all’Ems, dalla brughiera fino alla montagna, dalla montagna fino alla palude, dalla palude alla costa del mare del Nord.</p>
<p align="justify">
<p align="justify">Renke è ovunque e da nessuna parte, ciò che lo distingue è l’ardente appello alla vendetta e il grido pieno d’odio. Là dove si scorge il suo capo bianco, gli occhi si sbarrano, le labbra scoloriscono, i pugni si serrano e le dita diventano artigli. Là dove la sua grave voce mormora si affilano le scuri, si appuntiscono le frecce, i lunghi coltelli luccicano.</p>
<p align="justify">
<p align="justify">Adesso corrono insieme a Renke migliaia di uomini da fattoria a fattoria, da villaggio a villaggio, da contrada a contrada, giocolieri, buffoni, cantastorie, musici, prestigiatori, pastori, cacciatori di lupi, pescatori di salmone, contadini e naviganti. Tutti gli uomini della contrada attaccata, quelli che erano là vicino al grande Traghetto quando, per ordine del Re Carlo, l’acqua del fiume divenne rossa.</p>
<p align="justify">
<p align="justify">Chi crede che ora la terra sia tranquilla, dimentica Weking e il canto che veniva intonato sotto ogni tetto di paglia, il canto dei crudeli carnefici e del fiume rosso.</p>
<p align="justify">
<p align="justify"><strong> * * *<br />
</strong></p>
<p align="justify">
<p align="justify">Tratto da <em>Orion </em>n°4 – aprile 1995.</p>
<p align="justify">
<p align="justify">NOTE</p>
<p align="justify">
<p align="justify">1)  Nel dialetto dei contadini della LüneburgerHeide, il “grande Traghetto” (<em>Die große Fähre</em>) è la città di Verden sul fiume Aller, dove avvenne il massacro (Cfr. Hermann Lons, <a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=888776106X"><em>Der Wehrwolf</em></a>, p.250, Diederich Verlag, Jena 123) (NdT).</p>
<p align="justify">
<p align="justify">2) Presumibilmente ciò significa che i Sassoni pagani immolarono in onore dei loro dei i missionari cristiani alle Extersteine, le “grandi pietre” presso Horn, luogo di culto dell’Irminsul (cfr. “Origini” nr. 4) (NdT).</p>
<p align="justify">
<p align="justify">3)  Si dichiararono cioè esenti da ogni tributo in quanto tributari del solo Wodan (Odino) (NdT).</p>
<p align="justify">
<p align="justify">L’artista tedesco Werner Graul (http://www.geocities.com/graulwerner) ha dedicato al martirio delle popolazioni germaniche da parte della chiesa diversi lavori:<br />
* W. Graul, <em>“Golgatha des Nordens. Bilder und Gedanken zur Geschichte des politischen Christentums”</em>, Völund Verlag, Erfurt 1937.<br />
* W. Graul, <em>“Hexen Ketzer Heilige”</em>, Verlag Sigrune, Erfurt 1937.<br />
* W. Graul, <em>“Zwerg Hüting zeigt Heiner den Weg”</em>, Verlag Sigrune, Erfurt 1939.<br />
* Illustrazioni nei libri<br />
K.J.A. Balikg, <em>“Wer laester Gott? Ein befreindes Buch”</em>, Verlag Sigrune, Erfurt 1938.<br />
K. Aller, <em>“Moses entlarvt. Die Wunder Mosis als luftelektrische Vorgaenge”</em>, Verlag Sigrune, Erfurt 1938.<br />
J. Stein (Hrsg.), <em>Graul, Autographia</em>, Berlin 1931.</p>
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