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	<title>Centro Studi La Runa &#187; film</title>
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	<description>Archivio di storia, tradizione, letteratura, filosofia</description>
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		<title>Il fascismo secondo Indiana Jones</title>
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		<pubDate>Sat, 23 Jul 2011 09:36:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabio Calabrese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L’esorcismo antifascista funziona come la scomunica medievale, e come la scomunica medievale è contagioso. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/il-fascismo-secondo-indiana-jones.html' addthis:title='Il fascismo secondo Indiana Jones '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/centrostudilaruna48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Centro Studi La Runa online" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/teiwaz.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Teiwaz" /><br/><p style="text-align: justify;"><em>Come è facile rilevare fin dal primo acchito, questo articolo è vecchio di qualche anno, e a suo tempo era apparso sulla defunta Ciaoeuropa di Antonino Amato. L&#8217;occasione per la scrittura di questo pezzo fu data da un commento dell&#8217;allora presidente degli Stati Uniti George W. Bush che, parlando dei terroristi mussulmani, li definì “fascisti islamici”. Oggi sono cambiate meno cose di quanto sembri rispetto ad allora; alla Casa Bianca siede Barack Obama, certamente più abbronzato, ma che non sembra avere una personalità più forte né maggiore indipendenza di giudizio rispetto a Bush.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Il motivo, tuttavia, per il quale ritengo utile riproporre adesso questo articolo, è che il tema che esso tratta, ossia il carattere superstizioso, stregonesco, irrazionale dell&#8217;antifascismo, non ha minimamente perso di attualità.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em><a title="Fabio Calabrese" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/fabio-calabrese/">Fabio Calabrese</a></em></p>
<p style="text-align: justify;"> * * *</p>
<p style="text-align: justify;">Il presidente degli Stati Uniti George W. Bush si vocifera in giro che sia un uomo potente, sebbene secondo il parere di &#8220;color che sanno&#8221; non sia altro che un intermediario nella migliore delle ipotesi, od un valletto, un megafono di interessi non confessati che costituiscono il vero potere negli Stati Uniti e su questo pianeta, ed ai quali la presunta sovranità popolare offre una ben misera copertura, un dito dietro il quale cercare di nascondersi in maniera a volte grottesca, ma nessuno, che io sappia, ha mai preteso che sia un uomo particolarmente benedetto dal dono dell&#8217;intelligenza. Nonostante questo, le sue esternazioni vanno comprese e valutate, proprio perché egli recita un copione scritto da altri, è <span style="text-decoration: underline;">il potere mondiale</span> che parla attraverso la sua bocca, a dispetto della mediocrità, dell&#8217;insignificanza dell&#8217;uomo.</p>
<p style="text-align: justify;">Queste esternazioni vanno analizzate soprattutto quando hanno il potere di darci fastidio, quando sono rivolte contro di noi; o se vogliamo, proprio in quel momento ci riconfermano nel ruolo di oppositori di un marcio sistema globalizzato che si appresta a dissolvere popoli e culture in un <em>melting pot</em> mondiale che si ritiene più facilmente manovrabile.</p>
<p style="text-align: justify;">Recentemente, l&#8217;ineffabile George, a proposito dei mancati attentatori sulle linee aeree Gran Bretagna &#8211; Stati Uniti dell&#8217;agosto 2006, li ha definiti &#8220;fascisti islamici&#8221; od &#8220;islamo &#8211; fascisti&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Al di là di qualsiasi analisi sulla presenza o meno di presunte convergenze fra fascismo ed islam, a prescindere dal fatto che i popoli islamici (ma la <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione/">religione</a> di per sé non c&#8217;entra) vittime dell&#8217;aggressione americano &#8211; sionista: Palestinesi, Libanesi, Iracheni, Afgani, o minacciati di essere coinvolti nella stessa aggressione (pensiamo soprattutto all&#8217;Iran) non possono che ricevere tutta la nostra simpatia, una terminologia del genere non può  che infastidirci, poiché è chiaro che il termine &#8220;fascismo&#8221; è qui assunto nel significato della pura ed assoluta negatività, come sinonimo di &#8220;male assoluto&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Se le opinioni correnti fossero basate su di un minimo di conoscenza storica invece che sulla persuasione mediatica in grado di stravolgere qualsiasi verità, ci sarebbe davvero di che meravigliarsi di un simile giudizio. Se il metro fosse quello delle violazioni dei diritti umani delle quali i buoni democratici fingono così tanto d&#8217;indignarsi, ed il confronto fosse condotto in termini obiettivi, allora dei due &#8220;totalitarismi&#8221; del XX secolo (per il momento non sottilizziamo su questa definizione) allora non ci sarebbero dubbi a chi vada assegnata la palma del &#8220;male assoluto&#8221;; i 6 milioni di ebrei che sarebbero stati soppressi dai nazisti (uno solo dei diversi regimi fascisti esistiti in Europa, agli altri, nulla del genere è imputabile), sempre ammesso di prendere per buona questa cifra stabilita al processo di Norimberga con tutta l&#8217;obiettività e l&#8217;imparzialità della vendetta dei vincitori sui vinti, in fondo quasi scompaiono di fronte al carnaio comunista che nel XX secolo è costato la vita a qualcosa come 200 milioni di uomini, e non è neppure vero che tutte le vittime del comunismo siano state vittime di genocidi &#8220;socialmente motivati&#8221;; squisitamente etnica fu la ragione che portò l&#8217;Armata rossa a massacrare 3 milioni di Tedeschi viventi ad est dell&#8217;Oder, come quella che indusse i titini a sopprimere decine di migliaia di Italiani sulla sponda orientale dell&#8217;Adriatico, e non è che &#8220;la democrazia&#8221; stessa sia esente da simili colpe: 4 milioni di persone assassinate in bombardamenti privi di utilità e di scopo dal punto di vista militare, da parte delle aviazioni alleate nella sola Europa, cui vanno quanto meno aggiunti i due bombardamenti nucleari di Hiroshima e Nagasaki, e che dire del fatto che gli Stati Uniti come nazione sono fondati su di un genocidio, 5 milioni di amerindi massacrati nel XIX secolo?</p>
<p style="text-align: justify;">In termini socio &#8211; economici, non si può fare neppure il confronto fra i fascismi stroncati sul campo di battaglia prima che avessero modo di dimostrare fino in fondo tutte le loro potenzialità nel bene e nel male, ed il comunismo sovietico, crollato sotto il suo stesso peso, per la sua incapacità di produrre altro che terrore e miseria. I fascismi hanno a tal punto rovinato i popoli che hanno governato che, nonostante la sconfitta, la Germania ed il Giappone si sono affermate dopo la seconda guerra mondiale come due fra le massime potenze industriali planetarie, ed anche l&#8217;Italia, ha costruito il suo &#8220;miracolo economico&#8221;, il grande balzo in avanti degli anni &#8217;50 sulle basi gettate dal fascismo; è stato il fascismo che ha creato il sistema delle partecipazioni statali, quel sistema di economia mista pubblica/privata che è stato fonte di benessere per il popolo italiano fino agli anni &#8217;80, quando si è cominciato a liquidarlo seguendo la moda <em>liberal</em> &#8220;made in USA&#8221; delle privatizzazioni. Vogliamo confrontare tutto ciò con l&#8217;abisso di miseria che il comunismo si è lasciato dietro in Russia e nell&#8217;Europa dell&#8217;est? Davvero, non ci sarebbe storia.</p>
<p style="text-align: justify;">Se però noi pensiamo che il confronto sia nei termini storici reali, siamo lontani dal comprendere <span style="text-decoration: underline;">la dimensione patologica dell&#8217;ideologia democratica</span> che il Bush &#8211; pensiero sottintende (chiamiamolo così per comodità, anche se di certo non è lui l&#8217;autore dei copioni che recita), un delirio che il potere mediatico consente di sostituire alla percezione della realtà nella testa di centinaia di milioni di persone.</p>
<p style="text-align: justify;">Bisogna riconoscere che il grande strumento propagandistico dell&#8217;ideologia americana è rappresentato dalla cinematografia hollywoodiana che sfrutta l&#8217;impatto visivo (ciò che &#8220;si vede&#8221; viene accolto inconsciamente come &#8220;vero&#8221; per definizione), e ciò che solo formalmente è presentato come <em>fiction</em> si sostituisce agevolmente ad una conoscenza storica che è ben più scomodo trovare sui libri, od alle nozioni di quello che è per i più un mal digerito e presto dimenticato insegnamento scolastico. La falsificazione della realtà storica comincia fin dall&#8217;<a title="antichità" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/storia-antica/">antichità</a> con la vergognosa mistificazione delle pellicole &#8220;peplum&#8221; dove invariabilmente gli antichi Romani sono presentati come dei pazzi sanguinari intenti a null&#8217;altro che ad inventare continuamente nuovi e raffinati metodi per perseguitare e per torturare quei poveri ed innocenti cristiani, oppure vediamo un tipo umano che in ogni epoca è sempre stato subdolo ed affarista presentato con tratti eroici ed olimpici, sintetizzato nella figura di un eroe immaginario, Ben Hur, cui sono stati prestati il volto ed il corpo atletico di Charlton Heston da giovane. E&#8217; ovvio che avvicinandoci all&#8217;età contemporanea la falsificazione non poteva che farsi più pesante ed insidiosa.</p>
<p style="text-align: justify;">Diversi anni fa mi capitò di vedere alla televisione uno spezzone di film facendo <em>zapping </em>fra un canale e l&#8217;altro; tuttora ignoro il titolo della pellicola, ed è un peccato, non me ne resi conto subito, ma lì c&#8217;era in tutta evidenza, una delle chiavi per comprendere l&#8217;atteggiamento patologico dell&#8217;ideologia americana &#8211; per estensione, democratica &#8211; nell&#8217;approccio al fenomeno &#8220;fascismo&#8221;. Si trattava di questo: un ufficiale delle SS che, dopo aver allontanato dalla sala i militi di guardia, si dedicava estatico alla contemplazione di una raccolta d&#8217;opere &#8220;d&#8217;arte&#8221; degenerata (fate caso a dove ho messo le virgolette!). Il messaggio era esplicito, forse troppo: il fascismo come una sorta di perversione dello spirito consistente in questo caso nel privare i cittadini del godimento di opere del cui valore estetico i &#8220;fascisti&#8221; sarebbero stati ben consapevoli. Il messaggio implicito era che esisterebbe, i democratici ritengono esista, un solo tipo di canone estetico così come esisterebbe un solo tipo di codice etico, il loro, ed il fascismo in quest&#8217;ottica sarebbe una deliberata ricerca del male.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Trasgressione&#8221;, &#8220;genio e sregolatezza&#8221; o &#8211; <em>faute de mieux </em>- la sregolatezza come surrogato del genio: questi sono i <em>leitmotiv</em> dell&#8217;arte moderna, e non è chi non veda il parallelismo fra la dissoluzione dei canoni estetici tradizionali e la demolizione della tradizione in campo culturale, etico, politico, sociale che è propria della democrazia; altrimenti non sarebbe possibile immaginare come mai si siano potute elevare alla dignità di capolavori artistici le <span style="text-decoration: underline;">brutture</span> di Picasso, Mirò, Bracque, Kandinskij, Tanguy e chi più ne ha più ne metta, fino ad arrivare all&#8217;immondizia di Warhol e Basquiat, laddove il ristabilimento di una <span style="text-decoration: underline;">salute</span>, di una <span style="text-decoration: underline;">normalità</span> in campo estetico è ovviamente parallela al ristabilimento di valori <span style="text-decoration: underline;">sani</span> in campo etico &#8211; sociale.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/indiana-jones-e-i-predatori-dellarca-perduta/9668" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-7945" style="margin: 10px;" title="i-predatori-dell-arca-perduta" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/i-predatori-dell-arca-perduta.jpg" alt="" width="200" height="281" /></a>Facciamo un passo più in là. Il grande interprete hollywoodiano di cosa mai sia stato o sia ancora al presente il fascismo, è, neanche a farlo apposta, Indiana Jones, e questo non solo perché l&#8217;eroe &#8211; avventuriero &#8211; archeologo con il volto di Harrison Ford affronta i nazisti nelle due pellicole <a title="I predatori dell'Arca perduta" href="http://www.libriefilm.com/indiana-jones-e-i-predatori-dellarca-perduta/9668" target="_blank"><em>I predatori dell&#8217;arca perduta</em></a> ed <a title="Indiana Jones e l'ultima crociata" href="http://www.libriefilm.com/indiana-jones-e-lultima-crociata/9669" target="_blank"><em>Indiana Jones e l&#8217;ultima crociata</em></a>, ma riflettiamo un momento su come vi vengono presentati i nazisti (altri tipi di fascismo, per Hollywood non sembrano mai essere esistiti, ma su questo potremmo quasi sorvolare): avidi d&#8217;impadronirsi dei <a title="simboli" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">simboli</a> (e dei presunti poteri) della tradizione giudaico &#8211; cristiana, quali l&#8217;Arca dell&#8217;Alleanza ed il Santo Graal. Riuscite ad immaginare qualcosa di  più grottesco delle legioni hitleriane che marciano con alla testa l&#8217;arca dell&#8217;Alleanza mosaica? Prima di sganasciarci dalle risate, cerchiamo però di capire il tipo di &#8220;ragionamento&#8221; che sta alla base di una panzana simile, che la rende credibile al pubblico americano, e nonostante tutto in una certa misura anche da noi, dove il martellamento mediatico impone poco per volta cliché di &#8220;pensiero&#8221; americanizzati. Poiché la tradizione biblica &#8211; mosaica è l&#8217;unica vera, anzi l&#8217;unica concepibile, ecco &#8220;i nazisti&#8221; cercare di sfruttare i <a title="simboli" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">simboli</a> &#8220;del bene&#8221; (ed il loro presunto potere magico) nel momento stesso in cui lo negano; esattamente come avviene per &#8220;l&#8217;arte&#8221; degenerata sul piano dell&#8217;estetica.</p>
<p style="text-align: justify;">Il discorso sul Graal però è diverso, nel <a title="simbolismo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">simbolismo</a> della &#8220;sacra coppa&#8221; come è stato elaborato dal Ciclo Bretone s&#8217;incontrano una tradizione pagana ed una cristiana. La tradizione di base è pagana &#8211; celtica; il &#8220;calderone sacro&#8221; degli antichi <a title="Celti" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/celti/">Celti</a> era lo strumento della consacrazione del re sacrale, <em>pontifex</em>, colui che fa da ponte fra la terra ed il cielo. Dopo l&#8217;incesto con Morgana, Artù ha perso il suo potere sacrale e deve essere riconsacrato. Nulla di strano che il mito, raccontato nella Britannia del V secolo, ambiente parzialmente cristianizzato, abbia portato alla confusione fra il Graal celtico e la coppa dell&#8217;Ultima Cena che in origine probabilmente non c&#8217;entrava per nulla.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/il-codice-da-vinci/718" target="_blank"><img class="alignleft size-medium wp-image-7944" style="margin: 10px;" title="codice-da-vinci" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/codice-da-vinci-184x300.jpg" alt="" width="184" height="300" /></a>Va da sé che dell&#8217;originaria matrice pagana del mito del Graal, Indiana Jones non sa nulla, come non ne sanno nulla Dan Brown ed il protagonista del suo <a title="Codice da Vinci" href="http://www.libriefilm.com/il-codice-da-vinci/718" target="_blank"><em>Codice Da Vinci</em></a>, tanto nella versione libraria quanto in quella cinematografica.</p>
<p style="text-align: justify;">Sarà il caso di dire qualcosa di questo mediocre romanzo e dell&#8217;ancor più mediocre pellicola che ha ispirato e che, tramite un&#8217;oculata campagna mediatica, hanno ottenuto un successo mondiale dalle dimensioni inusitate. Si tratta a mio parere di un ben mirato siluro lanciato contro tutto ciò che ancora si oppone all&#8217;americanizzazione della cultura europea, infatti, non soltanto nega le origini precristiane del mito del Graal, uno dei miti fondanti della nostra cultura, assieme all&#8217;idea precristiana, pagana, indoeuropea, della regalità sacrale, ma nello stesso tempo costituisce anche un attacco diretto contro la Chiesa cattolica, ossia un &#8220;modello di cristianesimo&#8221; non interamente riducibile a quello americano, un&#8217;autorità ancora in grado di sostenere la non perfetta coincidenza fra la dottrina di Cristo e la dottrina Bush. Ancora una volta, pur con tutte le innegabili differenze che esistono, tradizionalisti &#8220;pagani&#8221; e &#8220;cattolici&#8221; ci ritroviamo nella stessa trincea.</p>
<p style="text-align: justify;">Per completare il discorso sul &#8220;nazismo magico&#8221;, va detto che fra i leder del Terzo Reich, in particolare Heirich Himmler, <em>Reichsfuhrer </em>delle SS aveva il pallino dell&#8217;esoterismo, condizionato dall&#8217;occultista Otto Rahn, ma si trattava di una mania personale, considerata con ilarità dagli altri gerarchi nazisti, che non può costituire una chiave interpretativa del nazionalsocialismo, né tanto meno essere estesa agli altri movimenti fascisti. Sebbene la tesi del &#8220;nazismo magico&#8221; sia stata già presentata in un testo francese degli anni &#8217;60 che andò incontro ad un discreto successo di pubblico, <em>Il mattino dei maghi</em> di Louis Pauwels e Jacques Bergier, un testo pieno di fantasticherie e farneticazioni, e sebbene rispunti ogni tanto; in anni recenti, ad esempio Giorgio Galli ha pubblicato un testo che è una brutta copia del <em>Mattino dei maghi</em>, essa è sempre stata respinta dagli storici più seri, anche antifascisti.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/hitler-e-il-nazismo-magico/6889" target="_blank"><img class="alignright size-medium wp-image-7946" style="margin: 10px;" title="hitler-e-il-nazismo-magico" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/hitler-e-il-nazismo-magico-190x300.jpg" alt="" width="190" height="300" /></a>Si tratta però di una tesi di cui l&#8217;antifascismo di Indiana Jones ha bisogno, si tratta di un&#8217;interpretazione magico &#8211; stregonesca; come nel caso dell&#8217;immagine caricaturale dell&#8217;ufficiale SS ammiratore &#8220;dell&#8217;arte&#8221; degenerata, il fascismo &#8211; nazismo (altri fascismi Hollywood non ne conosce) conosce/riconosce il bene (e la bellezza) e persegue coscientemente il male (od agli occhi dell&#8217;american &#8211; democrazia il disvalore estetico; pensiamo ad artisti messi al bando per la loro non conformità ai canoni &#8220;democratici&#8221; come Mjolnir); esso sarebbe dunque una sorta di satanismo: il satanismo riconosce l&#8217;esistenza di Dio come principio del bene, ma venera coscientemente il principio del male, Satana.</p>
<p style="text-align: justify;">Di primo acchito, ci può sembrare strano che una visione così delirante, così lontana dalla realtà, possa essere la base di pronunciamenti e di decisioni ai massimi livelli, eppure essa è precisamente la chiave per comprendere parecchie cose, a cominciare dalle dichiarazioni di mr. Bush.</p>
<p style="text-align: justify;">Occorre considerare quella che nel passato era una significativa differenza fra la cultura americana e quella europea (ma ora le differenze si stanno appiattendo), la mancanza nella prima della categoria della storicità, l&#8217;incapacità di collocare gli eventi umani in un contesto storico &#8211; culturale, il che implica comprendere la relatività storica anche dei propri presupposti. Di questa visione del mondo, od incapacità di vedere il mondo, i <em>media</em> sembrerebbero offrirci delle infantili banalizzazioni; ad esempio <em>I Flintstone</em>: persino gli uomini preistorici sono visti come indistinguibili da americani medi di oggi. In realtà, queste apparenti banalizzazioni riflettono (e contribuiscono a formare) né più né meno che la <em>Weltanschauung</em> americana; non si possono spiegare altrimenti tragedie assurde come quelle portate in Afghanistan ed in Irak dal tentativo di esportarvi un modello di &#8220;democrazia occidentale&#8221; del tutto artificioso ed estraneo alla cultura di quei popoli.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;altro punto è che la concezione americana &#8211; democratica <span style="text-decoration: underline;">ha bisogno</span> di concepire il fascismo a misura dei propri valori/disvalori perché non può ammettere che esso sia stato, o sia per chi si ostina ancora adesso con incredibile mancanza di opportunismo, di <em>tempora callidissime serviens</em>, a farsene ancora oggi portatore, di valori positivi che siano altra cosa dalla negazione di un &#8220;sistema di valori&#8221; fortemente giudaizzante, perché non potrebbe che uscire distrutta da un confronto fatto su basi reali.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;">Ciò che noi siamo</span>, ciò che, nonostante tutto e tutti, continuiamo ad essere, ad incarnare, è il principio dell&#8217;identità etnica, della salute etnica, storica e culturale, dei popoli di un&#8217;Europa che affonda le sue radici in una storia più antica del cristianesimo: la filosofia greca, il genio politico &#8211; amministrativo romano, la potente fantasia mitica celtica, le tradizioni germaniche di fedeltà e di onore, di cui la &#8220;cultura&#8221; americana interamente biblico &#8211; giudaica non sospetta nemmeno l&#8217;esistenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Nell’ottica distorta dell’interpretazione del fascismo come “satanismo”, come “male assoluto”, il comunismo, questa mostruosa macchina di morte e di oppressione che ha privato della vita centinaia di milioni di uomini, e miliardi di nostri simili della libertà e di condizioni decenti di vita, diventa un “male relativo”, quasi un “bene”. Non è solo per non dispiacere all’“amica Cina” nelle cui prigioni e nei cui gulag langue tuttora una “popolazione carceraria” pari agli abitanti degli Stati Uniti che l’ineffabile George non si sognerebbe mai di accostare l’estremismo islamico al comunismo, è perché il comunismo in quest’ottica era/è in fondo un errore veniale che ha perseguito con metodi sbagliati quello stesso “bene” che l’american – democrazia persegue coi metodi “giusti” di una falsa libertà e di un falso benessere, ossia la dissoluzione di popoli, culture, etnie, storia e tradizioni per dar luogo ad un mondo ibridato ed imbastardito.</p>
<p style="text-align: justify;">I genocidi commessi dall’Armata Rossa o quelli orchestrati da gentiluomini del calibro di Pol Pot e di Mengistu erano genocidi “buoni”, come “buona” è la tirannide che continua ad opprimere il sesto cinese dell’umanità ed altri Paesi minori come Cuba e la Corea del nord; d’altra parte, neppure dopo il crollo del muro di Berlino e della stessa Unione Sovietica, ai molti che si sono proclamati ed ai molti che continuano a proclamarsi comunisti, è stata gettata in faccia la vergogna di essere o di essere stati (diamogliela per buona) fautori della peggiore tirannide affamatrice e genocida della storia umana.</p>
<p style="text-align: justify;">Altro che di fascismo o di nazismo “magico” si dovrebbe parlare, ma piuttosto di antifascismo superstizioso, esorcistico e stregonesco (forse “talmudico” sarebbe la parola adatta). L’antifascismo funziona come la scomunica medievale, e prescinde dal concetto cardine del diritto moderno di responsabilità personale. Ronald Reagan, nonostante la sua elezione alla carica di presidente degli Stati Uniti, era un uomo di tutt’altra levatura di George W. (forse sarà il caso di ricordare che quest’ultimo è il primo presidente americano per diritto dinastico dopo John Quincy Adams due secoli fa, cosa che lo mette in una posizione incomparabile per recitare il ruolo di primo fantoccio mondiale) e si permetteva qualche gesto d’indipendenza nei confronti del potere che gli stava dietro le spalle. Nel corso di una sua visita in Germania, in un cimitero di guerra dove erano sepolti anche combattenti delle Waffen SS, ebbe l’ardire di dichiarare provocando l’indignazione quasi universale, che questi ultimi erano soldati come tutti gli altri. Lo strepito fu enorme, eppure non aveva detto altro che la verità.</p>
<p style="text-align: justify;">La SS nel regime nazista era molte cose: c’erano i guardiani dei campi di concentramento, e c’erano le Waffen SS, arma combattente che fungeva anche da legione straniera del Terzo Reich, i cui militi nulla avevano a che spartire con i lager, e nulla ne sapevano. Io penso che questo lo sapessero e lo sappiano benissimo anche gli antifascisti, nonostante ciò, negli ultimi tempi la polemica si è rinnovata, ed ha tornato a riversarsi lo stesso fiele stupido e velenoso, quando si è scoperto che Gunther Grass, uno dei più apprezzati scrittori tedeschi contemporanei, ha militato diciassettenne negli ultimi mesi del conflitto, in un battaglione carri delle Waffen SS.</p>
<p style="text-align: justify;">In realtà, la responsabilità personale non c’entra per nulla, si tratta di una sorta di contagio magico – simbolico, cadi sotto l’anatema non per qualcosa che hai fatto, ma solo per aver portato sul bavero le stesse rune dei guardiani dei lager.</p>
<p style="text-align: justify;">Vorrei citare un altro esempio di questo antifascismo simbolico – stregonesco che oltretutto ha il pregio di brillare per la sua stupidità.</p>
<p style="text-align: justify;">Come è abbastanza noto, dopo l’8 settembre 1943, gran parte della nostra aeronautica transitò nelle fila della Repubblica Sociale Italiana, non perché, come talvolta si è detto, l’aviazione fosse “un’arma fascista” ma per il fatto che, fossimo divenuti cobelligeranti o no, i bombardieri angloamericani continuavano a spianare le nostre città sotto tappeti di bombe ed a massacrare i nostri connazionali. Dopo la guerra si decise di punire i reparti da caccia colpevoli di aver salvato decine di migliaia di vite (ogni quadrimotore alleato abbattuto prima di aver sganciato il suo carico di distruzione significava centinaia di vite di nostri connazionali risparmiate), declassandoli a reparti di artiglieria contraerea, ma poiché nessun combattente repubblicano fece poi parte del ricostituito esercito postbellico, la punizione veniva a colpire <span style="text-decoration: underline;">i <a title="simboli" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/" target="_blank">simboli</a></span>, gli emblemi dei reparti interessati: operazione esorcistico – stregonesca e soprattutto eclatante per la sua stupidità.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/leconomia-politica-dei-diritti-umani/2492" target="_blank"><img class="alignleft size-medium wp-image-7947" style="margin: 10px;" title="economia-politica-dei-diritti-umani" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/economia-politica-dei-diritti-umani-186x300.jpg" alt="" width="186" height="300" /></a>L’esorcismo antifascista funziona come la scomunica medievale, e come la scomunica medievale è contagioso. Chi dava ricovero ad uno scomunicato, era automaticamente scomunicato a sua volta, e l’anatema antifascista funziona nello stesso modo. In tempi recenti, uno dei maggiori scienziati viventi, il grande linguista Noam Chomsky ha osato sostenere che anche i revisionisti, ossia i ricercatori e gli storici che vorrebbero poter indagare liberamente e vederci chiaro sulla natura del presunto olocausto, hanno il diritto d’indagare e di esporre liberamente i risultati delle loro ricerche (è noto, ad esempio, che lo storico David Irving sta scontando in Austria una condanna a tre anni di detenzione unicamente per aver fatto ciò); non l’avesse mai fatto! E’ stato subito collocato nell’elenco dei reprobi ed accusato di antisemitismo.</p>
<p style="text-align: justify;">“Non sono d’accordo con le tue idee, ma mi batterò fino alla morte perché tu possa esprimerle liberamente”, diceva il grande Voltaire. Fosse vivo oggi, Voltaire sarebbe certamente considerato un pericoloso “estremista di destra”.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma l’aspetto più interessante dell’ “affare Chomsky” è probabilmente il fatto che Noam Chomsky è ebreo. Dunque, neppure un ebreo è al riparo dall’accusa di antisemitismo, che può essere formulata nei suoi confronti anche da gentili (con grande gentilezza, s’intende), se ha il coraggio di dire cose che non piacciono all’amministrazione Bush.</p>
<p style="text-align: justify;">Il proverbio dice che non c’è nessuno che ha tanta paura di essere derubato quanto i ladri. Ora osservate che la principale accusa che viene rivolta implicitamente al fascismo da questa interpretazione distorta, è di doppiezza, i nazisti che riconoscono il valore estetico “dell’arte” degenerata mentre ne vietano al popolino la contemplazione, o quelli affrontati da Indiana Jones che mentre combattono la tradizione giudaico – biblica ne riconoscono il valore cercando d’impadronirsi dell’arca dell’Alleanza e del calice dell’Ultima Cena. Come nel caso del ladro che teme di essere derubato e proietta su chi gli sta attorno le proprie intenzioni, questa doppiezza è in realtà tipica dei santoni della democrazia e dell’antifascismo, “made in USA” ma non solo.</p>
<p style="text-align: justify;">Possiamo davvero credere che i cervelli fini che stanno dietro l’american – democrazia e la sua estensione planetaria siano davvero essi stessi prigionieri della visione rozza e stregonesca che abbiamo visto e che cercano incessantemente d’inculcare nel popolino bue al di là ma anche al di qua dell’Atlantico? Certamente no.</p>
<p style="text-align: justify;">Dietro la maschera di Indiana Jones c’è il cervello di Steven Spielberg, un cervello di prim’ordine, un cervello ebraico.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/il-fascismo-secondo-indiana-jones.html' addthis:title='Il fascismo secondo Indiana Jones ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Il cinema è morto?</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Apr 2011 16:08:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alain De Benoist</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il mondo della cinematografia è andato alla deriva. Al moralismo ha fatto seguito un cinismo compiacente, che adula ciò che vi è di più basso in uno spettatore trasformato in voyeur narcisista sempre più facile da adulare ma sempre più difficile da soddisfare.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/il-cinema-e-morto.html' addthis:title='Il cinema è morto? '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/centrostudilaruna48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Centro Studi La Runa online" /><br/><p style="text-align: justify;">Un richiamo che è solo apparentemente banale: il cinema è fatto di immagini che si muovono. <em>Movie</em>, dicono gli inglesi per designare un film, e per una volta è proprio la parola adatta: realizzare un film vuol dire proporre una narrazione per il tramite di immagini che si muovono. Il che significa che il cinema si rivolge all’occhio e non all’orecchio. Che è un’ostensione e non solo uno spettacolo. E che la parola o la musica non ne modificano minimamente la natura. Il film parlato, in altri termini, ha certamente rappresentato un progresso tecnico rispetto al film muto, ma non ha aggiunto niente all’essenza del cinematografo. Anzi, al contrario: è nel film muto che il cinema si fa cogliere meglio in ciò che gli è più caratteristico: sottoporre all’occhio immagini che si muovono, organizzarle in maniera tale da conferire loro un senso, ordinarle per farne un’opera. Ogni film che vale solo per i suoi dialoghi vira verso il teatro filmato e non ha più a che vedere con il cinema in senso proprio.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/che-cosa-e-il-cinema/9361" target="_blank"><img class="alignright size-medium wp-image-7381" style="margin: 10px;" title="che-cosa-e-il-cinema" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/che-cosa-e-il-cinema-190x300.jpg" alt="" width="190" height="300" /></a>Ma le immagini che si muovono non sono pure immagini e non sono puro movimento. Il cinema non dà a vedere il reale tale quale è, lo dà a vedere per il tramite di una scrittura e di uno stile. Il cinema-verità è un altro modo di negare il cinema (coloro che credono che si possa “filmare la realtà” sono gli stessi che immaginano che la pittura sia stata resa inutile dall’invenzione della fotografia), per la semplice ragione che il cinema non è un modo di conoscenza, la cui ragion d’essere sarebbe la verità, ma un modo di mettere le cose in discussione. L’immagine nel cinema non è mai il reale, ma una rappresentazione del reale; una messa in immagini, per essere precisi. E la scrittura cinematografica implica sempre una scelta: far vedere un’immagine significa immancabilmente mascherarne altre. André Bazin, definendo il cinema “uno specchio dal riflesso differito”, diceva che esso doveva “rendere e non significare”. In questo modo i grandi films, come tutte le grandi opere, hanno potuto svolgere quel ruolo formativo che è una loro caratteristica.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci sono sempre, beninteso, dei buoni films al giorno d’oggi – e a volte anche dei capolavori –, ma è chiaro che il tempo del cinema è passato. In primo luogo, perché esso può ormai essere consumato a casa, il che fa sì che non sia più né un luogo d’incontro né un vettore sociale. L’irruzione dell’immagine che si muove nello spazio sociale aveva fatto del cinema la grande arte popolare, democratica e conviviale della prima parte del XX secolo. Arte collettiva, il suo valore d’uso era allora indissociabile da un valore di scambio. Ma il cinema cambia natura quando non viene più visto in comune da spettatori che sono dovuti uscire di casa per vederlo. Un film che si può caricare sul proprio telefono portatile, semplicemente, non è più un film. Essendo destinato all’occhio, il cinema esige inoltre un modo di vedere, cioè un modo di comprendere come deve essere guardato, di familiarizzarsi con le tecniche della messinscena, della direzione di attori, del taglio e del montaggio. Un tempo i critici si sforzavano di trasmettere allo spettatore strumenti di analisi o griglie di comprensione suscettibili di educare in lui quella facoltà. Gran parte di loro vi ha rinunciato da tempo, per mettersi a rimorchio di coloro che guardano un film nello stesso modo in cui guardano un telefilm, un documentario, un’opera teatrale o una trasmissione di varietà. Come dice Jean-Luc Godard, ormai “la critica cinematografica parla di sé fingendo di parlare dei films”, rintanandosi nell’apprezzamento soggettivo (mi è piaciuto, non mi è piaciuto) o ideologico, che non vale di più. Contemporaneamente, ci sono sempre meno cinefili (un cinefilo è qualcuno che, al cinema, non lascia il posto prima di aver visto scorrere fino in fondo i titoli di coda), mentre i cosiddetti cinema “d’arte e d’essai” si sono discretamente riconvertiti in sale commerciali. Dato che quel che costituisce la specificità della sua scrittura semplicemente non viene più percepito, il cinema non è più altro che immagini perdute nel flusso delle immagini veicolate dai media.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/storia-del-cinema-unintroduzione/9360" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-7382" style="margin: 10px;" title="storia-del-cinema" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/storia-del-cinema.jpg" alt="" width="200" height="269" /></a> Il cinema, diceva François Malraux, è stato in ogni epoca un’arte e un’industria. Fra questi due poli, rappresentati dal regista e dal produttore, si è instaurata ben presto una tensione, che oggi si è risolta a favore quasi esclusivamente del secondo. Il film, più che essere visto come quell’opera d’arte che dovrebbe essere, è ormai percepito prima di tutto come quella merce che è diventato. “La proiezione nelle sale è ormai solo un evento minore della vita di un film”, ha constatato recentemente <a title="Martin Scorsese" href="http://www.libriefilm.com/category/registi/martin-scorsese">Martin Scorsese</a>. Mentre i costi dei films non smettono di aumentare, il numero degli spettatori nelle sale diminuisce regolarmente e l’essenziale degli incassi proviene dai diritti derivati, dalla diffusione in televisione, dall’edizione in DVD. Ai nostri giorni, a decidere dei contenuti di un film sono sempre più coloro che ne pagano la pubblicità.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo la Nouvelle Vague degli anni Sessanta, le cui innovazioni stilistiche non possono far dimenticare il modo con cui essa tentava di ridurre la cinematografia a una morale dello sguardo (il “rispetto dei personaggi” come negazione di quel che vi è di più tragico nella condizione umana, cioè il riconoscimento del fatto che, nel bene come nel male, “tutti hanno le loro ragioni”, come dice Ottavio ne <em>La règle du jeu</em> di Renoir), il mondo della cinematografia è andato alla deriva. Al moralismo ha fatto seguito un cinismo compiacente, che adula ciò che vi è di più basso in uno spettatore trasformato in un <em>voyeur </em>narcisista sempre più facile da adulare ma sempre più difficile da soddisfare. Sotto la triplice deleteria influenza della tecnica (gli effetti speciali), del clip pubblicitario e degli stereotipi del fumetto, la maggior parte dei films si rivolgono a spettatori, in maggior parte giovani, che strutturano la propria esistenza con gli stessi criteri con cui fanno zapping con il telecomando. Personaggi senza spessore, situazioni convenute, discorsi senza asprezze, scempiaggini di moda, sceneggiature prive di sostanza. Un tempo il cinema produceva immagini o scene così forti che segnavano per la vita, strutturando l’immaginario in una maniera indelebile. Oggi si succedono a grossi sbuffi dei films che ci si dimentica non appena li si è visti.</p>
<p style="text-align: justify;">Si è detto troppo frettolosamente che il film ormai non ha altro scopo che divertire, dato che non ha mai smesso di essere anche un divertimento. Si dovrebbe dire piuttosto che esso mira innanzitutto a soddisfare il desiderio immediato. Ma il cinema può procurare felicità allo spettatore solo tramite la completezza dell’intera opera. Per questo motivo esso si impegnava, come in Rohmer, Bergman o Lubitsch, a ritardare costantemente la realizzazione del desiderio, mentre invece il <em>kitsch </em>hollywoodiano va incontro a tale desiderio per soddisfarlo in eccesso e istantaneamente, con il duplice mezzo della corsa al rialzo e della dismisura. La didattica della cinematografia era iniziatica (nell’ordine della catarsi), ma diventa regressiva dal momento in cui si rivolge a uno spettatore che, volendo tutto e subito, semplicemente non è più in grado di pensare. Triste congiunzione della stupidità e del consumo.</p>
<p style="text-align: justify;">Infine, il cinema – che sia volgare o intellettuale, grassamente “popolare” o pretenziosamente “elitario” – svolge oggi essenzialmente una funzione di legittimazione, compiacente e oscena, dell’ideologia dominante. Benché accumuli a piacimento le provocazioni, non disturba più, non pone più interrogativi perché è in consonanza con i valori del tempo e la sua unica preoccupazione è perpetuarli. Certo, ci si può chiedere se il cinema sia mai stato in grado di sovvertire il disordine costituito (la risposta non è scontata). Fatto sta che oggi esso è fondamentalmente perbene e benpensante.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>Éléments</em> n. 120, primavera 2006. Ripreso dal sito dell&#8217;Associazione <a title="Les amis de Alain de Benoist" href="http://www.alaindebenoist.com/">Les amis de Alain de Benoist</a>.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/il-cinema-e-morto.html' addthis:title='Il cinema è morto? ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Il simbolismo apocalittico del film 300</title>
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		<pubDate>Tue, 05 Oct 2010 09:34:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Vito Foschi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Una lettura simbolica del film 300 di Zack Snyder e dell'omonimo fumetto di Frank Miller da cui il primo è ispirato]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/il-simbolismo-apocalittico-del-film-300.html' addthis:title='Il simbolismo apocalittico del film 300 '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/centrostudilaruna48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Centro Studi La Runa online" /><br/><p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/300/786" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-5847" style="margin: 10px;" title="300" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/300.jpg" alt="" width="200" height="289" /></a>Il film <em><a title="Trecento" href="http://www.libriefilm.com/300/786">300</a> </em>è stato tacciato di essere un film violento e “testosteronico”, qualunque cosa voglia dire questo termine; una subitanea interpretazione politica-sociologica l’ha trasformato nel conflitto fra oriente ed occidente, ma al di là degli aspetti più spettacolari, <em><a title="Trecento" href="http://www.libriefilm.com/300/786">300</a></em> nasconde un <a title="simbolismo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbolismo</a> molto chiaro e se vogliamo anche semplice. Diciamolo subito il film è stato caricato di una <a title="simbologia" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbologia</a> apocalittica piuttosto evidente e sia la battaglia delle Termopili che il fumetto di Miller sono solo un pretesto per parlare dell’eterna lotta del bene e del male, sempre presente. Chi ha visto il film e letto il fumetto si sarà reso conto che esistono solo piccole differenze fra i due tipi di narrazione, ma queste differenze non sembrano casuali. Il disegnatore Miller si è ispirato alla battaglia per farne un’opera di profondo impatto visivo, ma chi ha messo mano al film ci ha aggiunto alcuni particolari per trasformarlo in un’opera simbolica.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella scena iniziale lo spartano Delios narra di come il giovane Leonida ammazza un feroce lupo nero dalle dimensioni mostruose e subito dopo paragona il re Serse ad una belva feroce. Il lupo ha significati positivi, come nel caso della Lupa di Roma, ma anche negativi simboleggiando la ferocia e la violenza. Il lupo nero, in particolare, è <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbolo</a> del demonio e l’accostamento e il conseguente significato sono chiari.<br />
Lo spartano definisce l’esercito di Serse un esercito di schiavi e ciò a grandi linee è storico, perché l’impero persiano era multinazionale e le varie nazioni gli tributavano truppe che chiaramente non avevano molto interesse ad immolarsi per un re straniero che aveva conquistato i loro territori.</p>
<p style="text-align: justify;">Al di là della storicità della battuta è lapalissiana l’idea dello scontro fra l’esercito dei greci formato da uomini liberi e l’esercito di schiavi di Serse.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/trecento-guerrieri-la-battaglia-delle-termopili/752" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-5848" style="margin: 10px;" title="trecento-guerrieri" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/trecento-guerrieri.jpg" alt="" width="200" height="300" /></a>La figura di Serse non ha nulla di storico, la sua figura da transessuale con <em>piercing </em>è totalmente inventata, ma è proprio l’ambiguità a risultare interessante. Nel film e nel fumetto Serse si proclama Dio Re e anche questo è totalmente inventato. L’ambiguità è caratteristica dell’anticristo, ed uno dei titoli con cui si presenta è quello di re di questo mondo. Beninteso, re di questo mondo e non Re del Mondo. Essere il re di questo mondo significa essere signore del mondo materiale, mentre Re del Mondo ha il preciso significato di signore della creazione in tutti i suoi aspetti anche non materiali. Gesù è Re del Mondo, perché ne comprende tutti i suoi aspetti, mentre Satana può essere signore solo della materia ed infatti tenta Cristo con regni e ricchezze, non con doni che vanno oltre il dominio della materia. Serse tenta Leonida con l’offerta del governo dell’intera Grecia. Un altro particolare interessante del film è il carro d’oro su cui viaggia Serse decorato con arieti, chiaro <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbolo</a> di Satana.</p>
<p style="text-align: justify;">Punto centrale del film è il discorso incentrato sulla ragione: “La sola speranza che ha il mondo di giustizia e ragione” grida lo spartano Delios ai suoi compagni.</p>
<p style="text-align: justify;">La scena in cui Efialte, lo spartano deforme, va da Serse a tradire costituisce la summa di tutto il film. Serse dice di sé che lui è buono che può dare tutto, donne e potere, è sufficiente piegarsi al contrario di Leonida che aveva chiesto allo storpio di alzare lo scudo, ovvero aveva chiesto di essere uomo. E&#8217; la proposta tipica dell&#8217;Anticristo che si presenta come buono e accondiscendente e in cambio vuole solo&#8230;l&#8217;anima.</p>
<p style="text-align: justify;">Il fanatismo degli spartani che si immolano è paragonabile a quello dei cristiani che si facevano sbranare dai leoni. Anche la morte di Leonida ha qualcosa di cristiano. La scena finale vede il re spartano trafitto da frecce come S. Sebastiano e a braccia aperte come se fosse in croce. Probabilmente l&#8217;autore del film si è ispirato a qualche rappresentazione classica e potrebbe darsi trattarsi di un caso, ma una semplice coincidenza? Alla fine sembra che l&#8217;autore abbia considerato gli spartani alla stregua dei martiri cristiani. Ed in un certo qual modo la fede c&#8217;entra. I cristiani si immolavano per la fede in Cristo, gli spartani per la loro fede nella libertà e nella ragione. Sono interessanti i continui rimandi alla ragione, che poi è il lascito culturale dei greci a noi occidentali che i cristiani hanno pensato bene di includere nel loro sistema di pensiero.</p>
<p style="text-align: justify;">Efialte, il traditore invita Leonida ad essere ragionevole e a sottomettersi a Serse, cosa ovviamente ragionevole visto la sproporzione di forze. Ma è alla stessa ragione che si appella Leonida, ma ad una ragione sorretta dalla fede, una fede che porta a sperare che infine la ragione trionfi nella libertà e nella giustizia.</p>
<p style="text-align: justify;">La fede nella libertà porta gli spartani a morire da uomini liberi che vivere da schiavi. Speranza e fede non ricordano qualcosa?</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">“.. hanno dato la vita, non solo per Sparta, ma per tutta la Grecia e per la speranza difesa da questa nazione [...]. Quest&#8217;oggi noi riscattiamo il mondo dal misticismo e dalla tirannia e lo accompagniamo in un futuro più radioso di quanto si possa immaginare”.</p>
</blockquote>
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		<title>Hitchcock, il cinema senza tempo</title>
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		<pubDate>Fri, 25 Jun 2010 16:01:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Iacona</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Alfred Hitchcock ha consegnato alla memoria del grande schermo emozioni, paure e fobie, mature e infantili, che erano in primo luogo le sue.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/hitchcock-il-cinema-senza-tempo.html' addthis:title='Hitchcock, il cinema senza tempo '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/centrostudilaruna48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Centro Studi La Runa online" /><br/><p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/category/registi/alfred-hitchcock" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-5229" style="margin: 10px;" title="hitchcock" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/hitchcock.jpg" alt="" width="200" height="258" /></a>I registi cinematografici, così come gli scrittori, si dividono in due categorie: quelli che raccontano le storie e quelli che si raccontano attraverso le loro storie. Il nostro <a title="Federico Fellini" href="http://www.libriefilm.com/category/registi/federico-fellini">Federico Fellini</a> sapeva portare in scena nevrosi, ricordi, desideri, sentimenti che nella maggior parte dei casi erano parte del proprio sé, erano il suo vissuto o i suoi sogni ad occhi aperti.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche <a title="Alfred Hitchcok" href="http://www.libriefilm.com/category/registi/alfred-hitchcock">Alfred Hitchcock</a> ha consegnato alla memoria del grande schermo emozioni, paure e fobie, mature e infantili, che erano in primo luogo le sue. Memorabile rimane, ad esempio, per ritmo del narrato, angoscia e senso del mistero il suo <a title="Gli Uccelli" href="http://www.libriefilm.com/gli-uccelli/2084"><em>Gli Uccelli</em></a> (1963), e altrettanto indimenticabile un altro film che quest’anno compie mezzo secolo di vita e che viene ragionevolmente ricordato come uno dei lavori più belli dell’intera storia del cinema. <a title="La donna che visse due volte" href="http://www.libriefilm.com/la-donna-che-visse-due-volte/8040"><em>La Donna che visse due volte</em></a> (1958 &#8211; nell’originale, ufficialmente, <em>Vertigo</em>). Uno degli ultimi film del grande regista inglese di Leytonstone educato cattolicamente, che in vita, come si sa, non riuscì ad ottenere molti riconoscimenti, sufficienti se non altro ad eguagliare il suo notevolissimo talento.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/la-donna-che-visse-due-volte/8040" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-5228" style="margin: 10px;" title="la-donna-che-visse-due-volte" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/la-donna-che-visse-due-volte.jpeg" alt="" width="200" height="280" /></a> Hitchcock viene spesso ricordato come il maestro assoluto del brivido e della <em>suspense </em>(soprattutto per i suoi ultimi film), ed allo stesso tempo come un vero e proprio segugio della realtà. Il suo è uno stile personalissimo che peraltro, negli anni, difficilmente verrà ripreso con gli stessi strumenti di indagine psicologica.</p>
<p style="text-align: justify;">D’altro canto il regista inglese abbinava alla forza della ispirazione anche quella delle immagini, coi suoi “trucchi” oggi in grandissima parte superati ma <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbolo</a> di splendida freschezza artigianale da età dell’oro. Hitchcock era dunque oltre che un artista ispirato un uomo che conosceva bene il mestiere. Gli artisti, i grandi artisti (musicisti, registi, creatori d’immagine), possiedono in primo luogo la dote del metodo, ed è sempre il pregio del grande professionismo a fare di un buon tecnico un vero maestro.</p>
<p style="text-align: justify;"><a title="La donna che visse due volte" href="http://www.libriefilm.com/la-donna-che-visse-due-volte/8040"><em><em><a href="http://www.libriefilm.com/alfred-hitchcock-la-donna-che-visse-due-volte/8041" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-5230" style="margin: 10px;" title="del-ministro-hitchcock" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/del-ministro-hitchcock.jpeg" alt="" width="200" height="284" /></a></em>La Donna che visse due volte</em></a> è la storia di un grande imbroglio, ma è anche un percorso di due ore verso una guarigione, quella del protagonista (James Stewart) con delitto e castigo conclusivo (che nulla ha però di <em>summa</em> moralistica). Un film a nostro modo di vedere messo su come la più classica delle opere liriche: trama intricata con un finale in cui l’ennesimo dramma, quello decisivo, si compie in pochissimi secondi. Un film d’emozione più che di ragione, insomma. Ma anche un film diviso in due veri parti, contrassegnate dalla presenza e dall’assenza di un motore seminascosto: un signore buono all’apparenza che intende sbarazzarsi della moglie ricca (tanto per dire: la più diffusa delle trame).</p>
<p style="text-align: justify;">Così, protagonista in chiaro del film è un ex agente di polizia malato di acrofobia che s’innamora della falsa moglie, in realtà amante, di un vecchio collega d’università, la bellissima, glaciale e aristocratica Kim Novak e che sarà solo un burattino nelle mani della finta coppia marito-moglie; protagonista occulta del film è invece l’emozione fortissima della morte che può avere, incredibile a dirsi, effetti benefici cancellando in quattro e quattr’otto uno <em>shock </em>precedente (causato da un’altra morte). Ha ragione allora chi scrive che per Hitchcock la normalità è una qualità che sembra proprio non esistere (G. P. Brunetta).</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/gli-uccelli/2084" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-5231" style="margin: 10px;" title="gli-uccelli" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/gli-uccelli.jpg" alt="" width="200" height="284" /></a> Ma la grandezza di “Hitch” sta anche nel manovrare la macchina da presa con un’eleganza che ha pochi esempi nella storia del cinema. Eleganza e completezza sono infatti le due caratteristiche prime dell’arte di questo regista morto a Los Angeles nel 1980. I film di Hitchcock sono “completi”, perché costruiti su una serie numerosissima di componenti: bellezza, erotismo, mistero, incubo, psicologia (tutt’altro che ingenua), leggerezza, classe ma anche modernità. Sono eleganti perché vi si alternano con grazia e naturalezza, senza sbavature o forzature, scene classiche, di vita “borghese” di facile realizzazione e “lettura” (la bella donna in abito da sera, la passeggiata in macchina), e scene “futuriste” costruite ora con tecniche da cartone animato ora con passaggi monocromatici al limite della psichedelia ora con magistrali zoomate ora con primi piani su oggetti o dettagli (con sfumature perfino surreali), ora infine con “effetti speciali” che sembrano direttamente partoriti da un modernissimo computer.</p>
<p style="text-align: justify;">In mezzo a tanta arte, le esegesi si sprecano. Una lettura (e non sappiamo in realtà quanto sia una facile lettura), del cinema di Alfred Hitchcock è quella dell’angoscia, del pensiero e dell’ansia ricorrente. Abbastanza facile per un film come <a title="Gli Uccelli" href="http://www.libriefilm.com/gli-uccelli/2084"><em>Gli Uccelli</em></a>, più fra le righe per <a title="La donna che visse due volte" href="http://www.libriefilm.com/la-donna-che-visse-due-volte/8040"><em>La Donna che visse due volte</em></a> dal quale si potrebbe cominciare ad esempio dalla scena iniziale. Due poliziotti che inseguono un ladro. Il tutto fra le ombre della sera e fra i tetti di una inconfondibile San Francisco. Il panico, la fuga e poi la paura di precipitare nel vuoto e la malattia del protagonista. Uno dei due poliziotti muore. Tutte sensazioni che Hitchcock butta in campo con raffinata “naturalezza” e qui si sprecherebbero anche le interpretazioni freudiane (eros, nevrosi, “colpe”, peso del passato…).</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/luniverso-di-hitchcock/8043" target="_blank"><img class="alignright size-medium wp-image-5232" style="margin: 10px;" title="zizek-hitchcock" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/zizek-hitchcock-198x300.jpg" alt="" width="198" height="300" /></a> Ecco potremmo dire che quello di “Hitch” è un cinema che non vuol sputare sentenze (e noi in Italia, al contrario ne sappiamo qualcosa, di film per così dire “denuncia” o peggio “politici”), un cinema dalle mille domande e dalle risposte aperte, quasi un cinema filosofico nel significato corrente del termine: un cinema in ultima analisi conoscitivo. Indagatore dell’animo umano (e dei “meccanismi” della società), dei tranelli e dei labirinti nei quali l’individuo è costretto a perdersi da qualcosa che lo trascende e che non viene mai riprodotto, a maggior ragione se con inutile se non retorica pomposità. Ma Alfred è anche, si diceva, uno straordinario esteta del grande schermo. Vedere recitare Kim Novak (per tacere di Grace Kelly, protagonista de <a title="La finestra sul cortile" href="http://www.libriefilm.com/la-finestra-sul-cortile/512"><em>La finestra sul cortile</em></a> e <a title="Caccia al ladro" href="http://www.libriefilm.com/caccia-al-ladro-2/8042"><em>Caccia al ladro</em></a>) riporta ai tempi in cui sul grande schermo le emozioni erano altra cosa dalle parole. Un viso nella sua bellezza ed espressività riusciva a raccontare da solo le scelte dei protagonisti colmando il “buco” di licenze poetiche e liberalità nello svolgimento dell’azione. La coppia Stewart-Novak offre ad esempio un’interpretazione pienamente hitchcockiana ovverosia plurivalente: eleganza e mistero, passione e sofferenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma altre due considerazioni possono interessare il giovane spettatore che vorrebbe avvicinare a distanza di anni questo genere di cinema.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/tutti-i-film-di-alfred-hitchcock/8044" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-5234" style="margin: 10px;" title="tutti-i-film-di-hitchcock" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/tutti-i-film-di-hitchcock.jpeg" alt="" width="200" height="281" /></a> Una certa cultura “nostra” si è spesso tenuta lontana dalle analisi e dagli psicologismi (non di rado s’intende a ragione), cadendo però nell’errore opposto di infilarsi nel vicolo spesso cieco della “ragione” metafisica, dove ogni cosa ha un posto, un significato, un prologo ed un epilogo per certi versi scontato, dove latitano le sfumature ed un veloce schematismo &#8211; irrazionale &#8211; classifica gli uomini in buoni e cattivi e le motivazioni dell’agire in giuste ed ingiuste. Dove gli eroi sono appunto gli eroi del bene, un po’ 007 un po’ Conan il barbaro, che lottano contro corruzione morale e materiale del mondo. E può bastare così.</p>
<p style="text-align: justify;">Forse l’uscire da uno schema di questo tipo, magari con l’“aiuto” di chi riesce a disegnare il mondo (Alfred iniziò proprio come disegnatore) con mille <em>nuances</em>, con tutti i colori dell’iride non sarebbe poi grave errore; calarsi dai grandi, grandissimi temi (quelli per così dire d’ispirazione classica e romantica), alle comuni “miserie” del quotidiano, “indagare” l’animo umano per trovarvi spesso il nulla o un pluriverso di motivazioni o banali pretesti o perfino il desiderio di una qualche “semplice” banconota, sarebbe un atto di giustificato omaggio alla realtà del comportamento sociale (e non sempre una caduta di livello). Ciò per non fare l’errore di quel tale che a furia di guardare il cielo inciampò in una comunissima pietra. L’uomo chiunque esso sia, ladro o poliziotto, è fallibile, di più: è vizioso, sembra dirci il regista de <a title="La finestra sul cortile" href="http://www.libriefilm.com/la-finestra-sul-cortile/512"><em>La finestra sul cortile</em></a>. Non dimentichiamolo.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/la-finestra-sul-cortile/512" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-5233" style="margin: 10px;" title="la-finestra-sul-cortile" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/la-finestra-sul-cortile.jpg" alt="" width="200" height="283" /></a> “Hitch” ad esempio (e siamo alla seconda considerazione), con la sua pellicola del 1958 ha voluto mettere sullo schermo una novella che si sviluppa come una “comune” storia di reincarnazione (o peggio di fantasmi): la bella protagonista vive la vita di una antenata spagnola morta a 26 anni che appare in un ritratto di una galleria di San Francisco (e dunque sarà costretta a fare la stessa tragica fine); in realtà, però, dietro ad una storia che potrebbe contenere molti elementi occulti e <em>bla bla bla </em>si nasconde un temibile imbroglio, messo su da un tizio (il falso marito), che vuol sfruttare la debolezza di un ex poliziotto miracolosamente scampato alla morte qualche tempo prima.</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco, diremmo che l’autore di <a title="Psycho" href="http://www.libriefilm.com/psycho/4402"><em>Psycho</em></a> sa riportarci con i piedi per terra mercè le sue interpretazioni “profane”. Nessun grande disegno dunque ma microstrategie (spesso peraltro vincenti, come a dire che è il “male” spesso a “trionfare” o quanto meno a non soccombere), poste al servizio di progetti umani-troppo-umani. Paura anzi paure e fragilità sono questi gli ingredienti del brivido hitchcockiano all’interno di una natura che non è il migliore dei mondi immaginati, ma neppure il peggiore dei mondi possibili (spesso non lontani dalle carezze dell’ironia).</p>
<p style="text-align: justify;">Mettiamola così allora: stavolta a trionfare non saranno i buoni ma per fortuna neanche i cattivi. Sarà un bel pareggio dài, secondo l’antica legge della casualità. E un “Hitch” così ci fa pensare ad un grande di un lontano passato: Epicuro.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto dal <em>Secolo d&#8217;Italia</em> di venerdì 1 agosto 2008.</p>
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		<title>Petite guerre dans les Bayous</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Jun 2010 17:05:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Jean Mabire</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un des films de guerre les plus vrais qui se puisse voir se déroule en Louisiane: Sans retour de Walter Hill (1981)]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/petite-guerre-dans-les-bayous.html' addthis:title='Petite guerre dans les Bayous '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/centrostudilaruna48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Centro Studi La Runa online" /><br/><p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-medium wp-image-5077" style="margin: 10px;" title="bayous" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/bayous-300x165.jpg" alt="" width="300" height="165" />Un des films de guerre les plus  vrais qui se puisse voir se déroule en Louisiane. Il n’y a pas eu de  guerre depuis bien longtemps en Louisiane; pourtant cette aventure  parait mille fois plus plausible que les <em>Full Metal Jacket</em> et autres <em> Platoon</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Nous sommes en 1973. En pleine paix. Dans un État des USA. Pas  la moindre menace d’émeute raciale. On ne signale même pas un fou isolé  qui joue les <em>Rambo</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Quelques réservistes de la Garde nationale sont  convoqués pour un exercice de routine, une de ces marches d’orientation  pas trop pénibles, où il ne se passe rien, si ce n’est l’espoir, à la  fin du crapahut, d’aller voir les filles.</p>
<p style="text-align: justify;">Seulement, des pluies ont grossi les bayous et il faudrait faire un long  détour pour rejoindre le point de rendez-vous.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.amazon.fr/gp/product/B001B84SO4?ie=UTF8&amp;tag=centrostudila-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=1642&amp;creative=6746&amp;creativeASIN=B001B84SO4"><img class="alignleft size-full wp-image-5155" title="sans-retour" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/sans-retour.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>Alors nos GI amateurs voient un canot et, pour rire, l’un d’eux tire une  rafale de fusil-mitrailleur sur les péquenots qui les insultent depuis  la rive d’en face. L’arme est charges de balles d’exercice.</p>
<p style="text-align: justify;">Les paysans n’aiment pas qu’on vole leurs affaires ni qu’on leur tire  dessus. Même avec des munitions à blanc. Alors ils ripostent. La  patrouille compte son premier tué, d’une balle qui lui explose le crâne.</p>
<p style="text-align: justify;">La douzaine de guerriers amateurs de ce groupe de combat rigolard va  devenir gibier pourchassé. Les naturels du coin abattent les uns après  les autres les intrus. Sans pitié.</p>
<p style="text-align: justify;">Il faut dire que ces indigènes sont des Cajuns, de lointaine origine  française (ce qui exige quelques sous-titres particuliers dans la  savoureuse version originale). Trappeurs, chasseurs, pêcheurs,  bûcherons, lis sont chez eux dans les marais et les forêts inondées.</p>
<p style="text-align: justify;">Il ne reste finalement que deux survivants qui arrivent dans un village.  On y tue justement le cochon. Et pourquoi pas aussi le soldat de  passage qui débarque en plein folklore?</p>
<p style="text-align: justify;">Ce film reprend la bonne recette américaine de <em>La Patrouille perdue</em> (1934) ou  soviétique des <em>Treize</em> (1936).</p>
<p style="text-align: justify;">Cette fois, ce qui compte encore plus qu’une haletante chasse à l’homme,  c’est le décor de la Louisiane et surtout la présence de la population.  Cela fait quand même plaisir d’avoir des cousins aussi sauvages.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Southern Comfort</em>. Un film de Walter Hill, 1981. Titre de la version française: <em><a title="Sans Retour" href="http://www.amazon.fr/gp/product/B001B84SO4?ie=UTF8&amp;tag=centrostudila-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=1642&amp;creative=6746&amp;creativeASIN=B001B84SO4">Sans retour</a>.</em></p>
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		<title>Ipazia: il martirio del paganesimo</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Apr 2010 10:04:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele Fabbri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Recensione del film Agorà diretto da Alejandro Amenàbar, dedicato a Ipazia di Alessandria]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/ipazia-il-martirio-del-paganesimo.html' addthis:title='Ipazia: il martirio del paganesimo '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/centrostudilaruna48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Centro Studi La Runa online" /><br/><p style="text-align: justify;">
<div id="attachment_4666" class="wp-caption alignright" style="width: 235px"><img class="size-medium wp-image-4666" title="agora" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/agora-225x300.jpg" alt="" width="225" height="300" /><p class="wp-caption-text">La locandina del film</p></div>
<p>Il massacro della filosofa Ipazia ad opera di fanatici cristiani nel 415 è uno degli episodi più orrendi della storia del pensiero.</p>
<p style="text-align: justify;">Il film <em>Agorà</em> del regista spagnolo Alejandro Amenàbar narra la vicenda rendendola nota al pubblico di massa. Il film naturalmente risponde a esigenze spettacolari, per cui la ricostruzione delle vicende è assolutamente fantasiosa e arbitraria, ma certamente si deve riconoscere a questa pellicola una <em>vis </em>polemica che se non altro muove le acque di uno scenario culturale intorpidito oltremisura.</p>
<p style="text-align: justify;">La prima parte del film è decisamente ispirata a Nietzsche e richiama le grandiose pagine de <em>L’Anticristo</em> che descrivono la psicologia dell’egualitarismo monoteista: una folla di fuori-casta, un gregge di mediocri gonfio di odio e di risentimento assalta l’aristocrazia pagana arroccata nella biblioteca di Alessandria. Quando i cristiani fanno irruzione nella sala centrale della biblioteca, la telecamera offre una suggestiva inquadratura ribaltata, quasi a significare l’inizio di un mondo alla rovescio. E la scena in cui lo schiavo di Ipazia tenta di violentare la sua padrona è una esemplare immagine del nauseante livore che anima le ideologie progressiste!</p>
<p style="text-align: justify;">La seconda parte del film, invece, mette in scena uno scontato <em>cliché </em>della cultura dominante: i cristiani, dopo aver messo fuori gioco i pagani, se la prendono con gli ebrei. Ovviamente il regista vuole accreditare l’idea dell’ebreo come eterna vittima innocente: forse sarebbe meglio far riflettere il pubblico sul fatto che il monoteismo biblico è un’invenzione ebraica…</p>
<p style="text-align: justify;">La terza parte del film è sicuramente la meglio riuscita perché mette in scena il dramma umano di Ipazia, ormai ultima pagana isolata e abbandonata da tutti coloro che un tempo le erano amici, e tuttavia decisa a non rinunciare alla sua libertà di coscienza. La scienziata, com’è noto, sarà vittima sacrificale di un gioco di potere fra il vescovo Cirillo e il prefetto Oreste.</p>
<p style="text-align: justify;">Il film è un <em>kolossal </em>di grande impatto, e si avvale anche di un originale utilizzo della macchina da presa che spesso parte dall’inquadratura dell’intero pianeta per poi stringersi al delta del Nilo e al leggendario Faro di Alessandria. Sebbene, come si è detto, la vicenda sia trattata in maniera molto superficiale, questa pellicola è comunque una buona occasione per riflettere sulle radici pagane dell’Europa.</p>
<p style="text-align: justify;">Il passaggio dal paganesimo al monoteismo è stato un fenomeno estremamente complesso e non riducibile a facili generalizzazioni, tuttavia ha rappresentato indubbiamente un trauma psicologico che ha messo in atto la più grande rivoluzione di tutti i tempi nella storia della coscienza. Proprio per questo la vicenda di Ipazia ci deve ricordare con quanta facilità i monoteismi possano scivolare nell’intolleranza, tanto più in un’epoca in cui nel cuore della stessa Europa ci sono intellettuali colpiti dalla <em>fatwa </em>islamica e storici revisionisti perseguitati dagli ebrei!</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>* * *</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Agorà</em>, regia di Alejandro Amenàbar, 2009.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/ipazia-il-martirio-del-paganesimo.html' addthis:title='Ipazia: il martirio del paganesimo ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Soldato blu: dalla parte degli indiani</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Mar 2010 17:26:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Iacona</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il film Soldato blu di Ralph Nelson, uscito quarant'anni fa segnava una sensibile svolta nella cinematografia americana: l'anti-imperialismo trionfava nell'immaginario]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/soldato-blu.html' addthis:title='Soldato blu: dalla parte degli indiani '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/centrostudilaruna48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Centro Studi La Runa online" /><br/><p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/soldato-blu/6821"><img class="alignright size-full wp-image-4167" style="margin: 10px;" title="soldato-blu" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/soldato-blu.jpg" alt="" width="216" height="288" /></a>L&#8217;atmosfera è forse da vicenda <em>hippy </em>con qualche chiazza un po&#8217; osé, ma siamo fra la fine degli anni Sessanta e l&#8217;inizio dei Settanta, quando il Vietnam è già diventato la cattiva coscienza degli americani che sognano la libertà, la pace e con esse due grandi &#8220;ritorni&#8221;: quello alla natura e quello dello spirito. E null&#8217;altro meglio della cultura indiana &#8211; lo sappiamo bene &#8211; è in grado di rappresentare quelle comunità dello spirito che si contrappongono agli stili di vita (e di morte) dei cittadini occidentali.</p>
<p style="text-align: justify;">Parliamo di un film mai passato di moda sugli indiani d&#8217;America &#8211; <a title="Soldato blu" href="http://www.libriefilm.com/soldato-blu/6821"><em>Soldato blu</em></a> (<em>Soldier Blue</em>) &#8211; che quest&#8217;anno compie quarant&#8217;anni e che nei Settanta si poteva considerare il <em>non plus ultra </em>dell&#8217;alternativo. Il film che ha inaugurato un modo di fare <a title="letteratura" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/letteratura">letteratura</a> cinematografica diverso dal consueto perché sensibile alle vicende degli sconfitti (in questo caso degli indiani), che non hanno mai potuto raccontare una storia veramente degna di questo nome. <em><a title="Soldato blu" href="http://www.libriefilm.com/soldato-blu/6821">Soldato blu</a> </em>tratta infatti la questione del rapporto fra colonizzatori stelle-e-strisce e colonizzati amerindi schierandosi dalla parte di questi ultimi (o meglio: non presentandoli com&#8217;era quasi sempre stato fino a quel momento come dei barbari guerrafondai) e con esso ovviamente il terna della prepotenza e degli abusi fisici e morali, delle ragioni dei deboli spesso oscurare, equivocate o distorte, e addirittura del fascino delle cultura cosiddette &#8220;primitive&#8221; ma in realtà orgogliosamente libere e pacifiche.</p>
<p style="text-align: justify;">Un tema eterno e universale, dopotutto, ripreso in una sostanza non troppo diversa (cambiano luoghi e personaggi ovviamente, ma il significato rimane quello), sia dal film del 1988 di <a title="John Milius" href="http://www.libriefilm.com/category/registi/john-milius">John Milius</a> <a title="Addio al re" href="http://www.libriefilm.com/addio-al-re/802"><em>Addio al re</em></a>, fra i più significativi e ricordati del regista di St. Louis, ma anche dall&#8217;ultramoderno <em>Avatar</em>, in questi giorni nella sale cinematografiche italiane. Come a dire che ieri, oggi e poi nel 2154 dopo Cristo (periodo nel quale è ambientato il film di James Cameron) è ancora possibile stare dalla parte delle culture libere che si oppongono alla violenza e allo sfruttamento qualunque essi siano. Ci sarà sempre qualcuno insomma a raccontarci che il diritto di vivere in armonia e di opporsi alle brutalità dei conquistatori è fra i più nobili che ci siano&#8230; Possiamo allora dire senza tema di smentita che <a title="Soldato blu" href="http://www.libriefilm.com/soldato-blu/6821"><em>Soldato blu</em></a> e con esso libri come <a title="Seppellite il mio cuore a Wounded Knee" href="http://www.libriefilm.com/seppellite-il-mio-cuore-a-wounded-knee/7042"><em>Seppellite il mio cuore a Wounded Knee</em></a> dello storico Dee Brown (il titolo è ispirato al luogo di un massacro indiano nel dicembre del 1890), e pellicole western che di solito vengono affiancate a <a title="Soldato blu" href="http://www.libriefilm.com/soldato-blu/6821"><em>Soldato blu</em></a>, come <a title="Un uomo chiamato Cavallo" href="http://www.libriefilm.com/un-uomo-chiamato-cavallo/7041"><em>Un uomo chiamato cavallo</em></a> con Richard Harris e <a title="Il piccolo grande uomo" href="http://www.libriefilm.com/il-piccolo-grande-uomo/1078"><em>Il piccolo grande uomo</em></a> con Dustin Hoffman (anche questo uscito proprio in quel 1970), non hanno seminato nel vuoto anche perché, fin dagli anni Sessanta, è parsa in netta ascesa la sensibilità verso i racconti biografici e i destini spesso orribili dei nativi d&#8217;America.</p>
<p style="text-align: justify;">C&#8217;è da ricordare per esempio l&#8217;episodio della consegna del premio Oscar del 1973 al miglior attore, alla quale assistettero milioni di spettatori. E il vincitore (vincitore per la seconda volta dopo <a title="Fronte del porto" href="http://www.libriefilm.com/fronte-del-porto/7043"><em>Fronte del porto</em></a>), era Marlon Brando per <a title="Il Padrino" href="http://www.libriefilm.com/il-padrino/550"><em>Il padrino</em></a> di Francis Ford Coppola. Il noto attore decise però di rinunciare al suo premio per protesta e per solidarietà a favore dei nativi d&#8217;America, avendo il coraggio di denunciare per bocca di una giovane attrice apache certo razzismo hollywoodiano. In quei giorni era anche in corso una rivolta indiana contro il governo americano proprio a Wounded Knee… Tutto ciò accadeva all&#8217;interno della nobile cultura anticonformista che in alcune sue pagine svalutava certo indiscriminato e luccicante progressismo a vantaggio delle minoranze indiane, umiliate e private dei loro diritti fondamentali.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche lo spunto per il nostro <a title="Soldato blu" href="http://www.libriefilm.com/soldato-blu/6821"><em>Soldato blu</em></a> viene da un massacro indiano, datato questo novembre 1864, quando settecento cavalleggeri americani attaccarono un pacifico villaggio di Cheyenne a Sand Creek uccidendo cinquecento indiani, molti dei quali donne e bambini (è la strage cantata da De André in <em>Fiume Sand Creek</em>). La trama del film è però semplice semplice, incorniciata fra violenze, massacri e immagini &#8220;forti&#8221;, che non lasceranno indifferenti neanche gli spettatori scafati del terzo millennio. A volte sembra perfino la sceneggiatura di uno dei libri più famosi di <a title="Ernst Juenger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Ernst Jünger</a>: <a title="Nelle tempeste d'acciaio" href="http://www.libriefilm.com/nelle-tempeste-dacciaio/2857"><em>Nelle tempeste d&#8217;acciaio</em></a>, con sangue, crudeltà, paure, scene surreali e tutto quel che ne segue. Protagonista di <em><a title="Soldato blu" href="http://www.libriefilm.com/soldato-blu/6821">Soldato blu</a></em> è però una donna libera e coraggiosa (i tempi stanno cambiando rapidamente e gli anni Sessanta e Settanta sono anche quelli dove, soprattutto all&#8217;estero, si tenta di celebrare la libertà femminile) Kathy Lee &#8211; in realtà la modella, fotografa e attrice Candice Bergen &#8211; che è una bionda newyorkese tanto bella quanto sicura di sé, ex moglie di &#8220;lupo pezzato&#8221; capo indiano Cheyenne, che deciderà di difendere una cultura non sua, quella degli indiani d&#8217;America appunto, fino alle conseguenze più impensabili. Cercherà di proteggere i campi indiani devastati dai soldati conquistatori che bramano terre che non gli appartengono. Soldati assetati di sangue, spietati e imbarazzanti a un tempo, a volte colti da veri e propri deliri a sfondo razziale. Toccherà al debole ed emotivo &#8220;soldato blu&#8221; Honus Gant (cioè l&#8217;attore Peter Strauss), scampato a un precedente massacro, il compito &#8211; vieppiù impossibile &#8211; di contenere i &#8220;furori&#8221; della donna nel corso di un viaggio verso un accampamento militare, abbracciandone in un certo senso anche la causa. Con parole nude è questa la trama &#8211; lo scheletro potremmo dire &#8211; di un film che dà l&#8217;idea della leggenda (peraltro indiscutibile) nata per caso. In sé e per sé <a title="Soldato blu" href="http://www.libriefilm.com/soldato-blu/6821"><em>Soldato blu</em></a> diretto da Ralph Nelson, regista di origini norvegesi morto da più di vent&#8217;anni e ispirato a una novella dal titolo <em>Arrow in the Sun</em> (a tutt&#8217;oggi non conosciutissima) del 1969 di Theodore V. Olsen, un romanziere anch&#8217;esso poco noto morto nel 1993, andrebbe infatti giudicato come un prodotto &#8220;medio&#8221; senza grandi velleità di partenza, tutto sommato non particolarmente piacevole, costruito &#8211; quello sì &#8211; con stimolanti influenze di grado per cosi dire alternativo. Il fatto che quella indiana fosse di per sé una comune &#8220;civiltà&#8221; (il western classico non l&#8217;aveva quasi mai disegnata così) e in più anche da difendere (impensabile fino ad almeno un decennio prima), unito alla valorizzazione del coraggio e dell&#8217;intelligenza pratica della protagonista femminile, serve a denunciare, esasperandole in un confronto impari, le debolezze e il fallimento del maschio bianco e occidentale (la cui &#8220;bandiera&#8221; nel film viene sventolata oltre che da soldati senza onore anche da un mercante privo di scrupoli), e con esso in un certo senso dell&#8217;antico eroe come lo avevamo conosciuto fino a quel momento.</p>
<p style="text-align: justify;">Si tratta di una novità &#8211; e lo resta senz&#8217;altro &#8211; di grande impatto emotivo, profondamente legata alle vicende politiche del Nuovo Mondo (e alla contemporanea guerra americana in Vietnam, ovviamente), ai suoi mutamenti sociali e alla capacità di produttori e registi di tradurli per il grande schermo, e di scrivere così un ulteriore paragrafo di una secolare vicenda di tipo realistico… Insomma: l&#8217;indiano nemico-brutale da sconfiggere senza chiedersi troppi perché sembra oramai essersi estinto. Selvaggi quanto vogliamo i nativi americani possiedono adesso un loro codice, sono uomini che si offrono per la pace, hanno donne e bambini che nella loro debolezza somigliano a quelli occidentali. Ed è una donna &#8211; Kathy &#8211; nel suo viaggio attraverso il film &#8211; in un film nel film potremmo dire &#8211; a portare la fiaccola di un nuovo &#8220;corso&#8221;; una donna che è stata a contatto con entrambe le &#8220;civiltà&#8221; ma che sceglie di stare dalla parte degli indiani, dei più deboli. È una rivoluzione che apre le porte al futuro. Una donna peraltro libera da qualsiasi vincolo di dipendenza e del tutto autonoma, promessa sposa a un soldato statunitense &#8211; ma per interesse, come lei stessa ha dichiarato &#8211; già maritata a un indiano e adesso innamorata del suo compagno di viaggio il &#8220;soldato blu&#8221; Honus, la cui libertà di tipo sessuale (altro tema fondamentale negli anni Settanta) è guida verso una libertà fatta di scelte consapevoli e di azioni indipendenti. Argomento di grandissima importanza non lo dimentichiamo. Tutti ricorderanno per esempio la trama del grande film del &#8217;56 di John Ford, con John Wayne come protagonista: <a title="sentieri selvaggi" href="http://www.libriefilm.com/sentieri-selvaggi/1530"><em>Sentieri selvaggi</em></a>, lì una ragazza &#8211; la piccola Debbie &#8211; cadeva prigioniera dei Comanche e veniva salvata dai bianchi che finivano per liberarla dallo <em>status </em>di bianca indianizzata. In <a title="Soldato blu" href="http://www.libriefilm.com/soldato-blu/6821"><em>Soldato blu</em></a> gli avvenimenti conducono invece a un esito del tutto diverso: una donna non dimentica di essere stata un&#8217;indiana sceglie adesso di difendere la &#8220;civiltà&#8221; alla quale è appartenuta. Finalmente la ragazzina è diventata &#8220;adulta&#8221; e si è resa conto delle ragioni dei propri compagni di viaggio. Ha cercato così di tramandare, dal presente al futuro, l&#8217;attaccamento verso un popolo fiero della propria esistenza e del proprio nobile rifiuto. Un punto di non ritorno davvero. Per tutti. È proprio in quegli anni che dalle nostre parti si ripeteva il detto evoliano «la nostra patria è dove si combatte per le nostre idee». Da cui l&#8217;identificazione con le ragioni dei nativi americani, delle popolazioni arabe, poi degli afghani, ora dei tibetani. L&#8217;anti-imperialismo trionfava nell&#8217;immaginario.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>* * *</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Tratto dal <em>Secolo d&#8217;Italia</em> del 13 marzo 2010.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/soldato-blu.html' addthis:title='Soldato blu: dalla parte degli indiani ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Avatar, un&#8217;epopea postmoderna</title>
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		<pubDate>Tue, 26 Jan 2010 14:58:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Adriano Scianca</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Riflessioni sul kolossal di James Cameron Avatar e sulle ragioni profonde del suo successo]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/avatar.html' addthis:title='Avatar, un&#8217;epopea postmoderna '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/centrostudilaruna48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Centro Studi La Runa online" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/drago48x48.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Fantastico" /><br/><p style="text-align: justify;">«Tutte le leggende,, tutte le mitologie e tutti i miti, tutti i fondatori di <a title="religioni" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religioni</a>, anzi tutte le <a title="religioni" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religioni</a> […] aspettano la loro risurrezione nel film, e gli eroi si accalcano alle porte». Era il 1927 quando Abel Gance folgorava in quest&#8217;immagine titanica i destini della settima arte. Una dimensione, quella del cinema come epica moderma, che ritorna in questi giorni prepotentemente alla ribalta dopo l&#8217;uscita di <em>Avatar</em>, il <em>kolossal </em>di James Cameron. Un film lungamente annunciato come il <em><a title="Matrix" href="http://www.libriefilm.com/matrix/6076">Matrix</a> </em>della nuova generazione, una pellicola destinata a fare scuola e imporre un nuovo canone estetico. E pazienza se, a detta di tutti i commentatori, in <em>Avatar </em>il significante ha la meglio sul significato, la grandezza della narrazione vale più della morale della favola. Nelle evoluzioni dei Na&#8217;vi per le foreste lussureggianti del pianeta Pandora non è certo la fascinazione bucolico-marziana, il luddismo di ritorno, l&#8217;apologo pacifista a sedurre il pubblico. È, piuttosto, questa smisurata voglia di grandezza, questa fame di epica, questa volontà, da parte del regista, di creare un mondo, di farsi demiurgo dell&#8217;immaginario postmoderno.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/luniverso-di-avatar/6826" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-3801" style="margin: 10px;" title="universo-di-avatar" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/universo-di-avatar.jpg" alt="" width="200" height="233" /></a>E comunque, spiegava Michele Serra su <em>Repubblica</em>, in <em>Avatar </em>«la trama, per quanto tirata in lungo, alla fine ti conquista, la meraviglia di molte in quadrature lascia incantati e conferma che il cinema è ancora e sempre un&#8217;imbattibile scatola dei sogni, le creature della <em>computer graphic </em>sono sode e credibili quanto i giocattoli per un bimbo che li ami, li maneggi, li renda parlanti. Per giunta, senza bisogno di essere accaniti cinefili, in <em>Avatar </em>ci si può divertire (gioco nel gioco) a trovare rimandi e citazioni di tutte o quasi le più insigni americanate di celluloide, da <a title="Balla coi lupi" href="http://www.libriefilm.com/balla-coi-lupi/933"><em>Balla coi lupi</em></a> a <a title="Mission" href="http://www.libriefilm.com/mission/935"><em>Mission</em></a> a <a title="Apocalypse Now" href="http://www.libriefilm.com/apocalypse-now/4595"><em>Apocalypse Now</em></a> a <em>Guerre stellari</em> a <a title="Soldato blu" href="http://www.libriefilm.com/soldato-blu/6821"><em>Soldato blu</em></a> e gli appassionati di fantascienza riconosceranno negli enormi volatili cavalcanti dagli alieni il segno ispiratore del grande Moebius».</p>
<p style="text-align: justify;">Azione, scene mozzafiato, avanguardia tecnologica, omaggio ai miti del passato: gli ingredienti per il grande capolavoro ci sono tutti. Il tam tam che ha costellato la fase del lancio della pellicola, del resto, faceva già intravedere i contorni dell&#8217;evento storico. In un&#8217;intervista a <em>Xl</em>, ad esempio, il produttore Jon Landau non ha fatto nulla per diradare l&#8217;aura di leggenda che si è diffusa attorno a questo film: «<em>Avatar </em>- ha detto &#8211; non è un film di cui si deve parlare: il pubblico deve vederlo e farsi la propria <em>opinion</em>. Per noi la questione non è mai stata trovare il progetto che offuscasse <em>Titanic</em>, ma piuttosto trovare qualcosa che facesse scattare tutte le nostre molle creative. Alla fine il duello era tra <em>Avatar </em>e <em>Battle Angel</em>, il film basato su <em>Alita</em>, il manga di Yukito Kishiro. Se qualcuno mi avesse detto: &#8220;nella tua vita potrai fare solo un altro film&#8221; avrei risposto senza esitare: <em>Avatar</em>!». Un entusiasmo che potrebbe sembrare eccessivo ma che invece appare legittimato da notizie abbastanza curiose e inquietanti, come quella del proliferare sul web di discussioni di spettatori del film caduti in depressione una volta accortisi che il pianeta Pandora non esiste e non esisterà mai, essendo noi condannati a una dimensione esistenziale ben più squallida. Un&#8217;ulteriore conferma che <em>Avatar </em>non è un film come tutti gli altri.</p>
<p style="text-align: justify;">E pazienza se si tratta di un bell&#8217;involucro per una storia mediocre. Anche <a title="Matrix" href="http://www.libriefilm.com/matrix/6076"><em>Matrix</em></a>, a dispetto delle pretese filosofiche, non mostrava che un platonismo banalotto già irriso da Jean Baudrillard (pure omaggiato esplicitamente in una delle prime sequenze). Eppure Neo, Morpheus e Trinity hanno segnato il modo in cui noi facciamo esperienza del cinema. Non è cosa da poco. La funzione dell&#8217;arte, del resto, è proprio questa: non descrivere un mondo, ma fondarlo. Non replicare l&#8217;esperienza usuale ma modificarla. È come per le scarpe da contadino ritratte da Van Gogh su cui si è soffermato <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Martin Heidegger</a></span>: esse non portano sulla tela la vita delle campagne. Piuttosto, è a partire da quel quadro che noi comprendiamo l&#8217;essenza profonda di un certo contadinato radicato nella terra. Essenza che prima del dipinto non c&#8217;era, non era venuta alla luce, non era vera nel senso greco del non-velamento (<em>a-letheia</em>).</p>
<p style="text-align: justify;">Per il cinema il discorso vale mille volte di più. In effetti abbiamo smesso da tempo di meravigliarci davanti al grande schermo esclamando: «È proprio come nella realtà!». In compenso ci capita sempre più spesso, e nei momenti più autentici della nostra esistenza, di accorgerci che ciò che viviamo &#8220;è proprio come al cinema&#8221;. L&#8217;arte, quindi, ha una grossa responsabilità, poiché ci fornisce il fondamentale vocabolario esperienziale. Che essa sia votata alla grandezza o alla banalità, quindi, non è cosa da poco. Perché un conto è accorgersi una mattina di essere finiti in <a title="Fight club" href="http://www.libriefilm.com/fight-club-2/1421"><em>Fight Club</em></a>. Un conto è rendersi conto giorno dopo giorno di vivere ne <em>L&#8217;ultimo bacio</em>. Non è esattamente la stessa cosa. Il cinema deve esprimere grandezza perché di grandezza questo mondo ha bisogno. E se non si pensa in grande non sui agisce in grande. Al diavolo la navigazione a vista, i timori e tremori dell&#8217;ultimo uomo. Abbiamo pur sempre una crisi in corso da superare, no? Ebbene, ne saremo completamente fuori solo quando avremo imparato a guardare al mondo con occhi nuovi, più coraggiosi e creativi di quelli di chi ci ha preceduto. In tutto ciò il cinema, inteso come mitologia contemporanea, come epica tecnologica, può avere un grande ruolo e film come <em>Avatar </em>costituiscono tutto sommato un buon segno.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto ciò ha del resto un ovvio rovescio della medaglia. Si tratta dell&#8217;esistenzialismo sciatto e ansiogeno che troppo spesso alligna nelle pellicole di casa nostra. Quelle dei drammi generazionali realizzati &#8220;con i soldi nostri&#8221;, per dirla con una brutale ma franca frase fatta. Quando, in effetti, il ministro Brunetta critica gli artisti sovvenzionati, che campano di aiuti statali senza mai confrontarsi con il mercato, dice una cosa in parte discutibile ma comunque con un grosso fondo di verità. Perché è vero che non si può consegnare l&#8217;arte al solo giudizio ondivago delle masse che pagano il biglietto senza preoccuparsi della profondità e dell&#8217;importanza oggettiva delle opere (e in questo il mercato non può certo bastare); ma è d&#8217;altra parte innegabile che un&#8217;arte che non abbia più alcun rapporto con il senso comune, che non sia capace di interloquire con il grande pubblico, che si faccia balocco autoreferenziale ed elitario di caste culturali estenuate non è arte. L&#8217;arte è avanguardia e l&#8217;avanguardia, negli eserciti, sta sempre avanti di un metro rispetto alla truppa. Non si confonde con essa, ovviamente. Ma neanche vi si allontana troppo, rischiando di ritrovarsi isolata e senza esercito al seguito. Ecco, il cinema italiano è troppo spesso costruito attorno a solitari colonnelli autoproclamatisi che tracciano mappe che nessuno utilizzerà mai e aprono percorsi scivolosi in cui finiscono per impantanarsi da soli. Una concezione ombelicale, narcisistica dell&#8217;arte non di rado nutrita di razzismo etico verso il pubblico stesso, verso tutto ciò che è &#8220;popolare&#8221; e verso il popolo stesso.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli stessi addetti ai lavori se ne sono accorti. Qualche anno fa fu Carlo Verdone a lanciare l&#8217;allarme contro titoli «banali, ripetitivi, incomprensibili, inadatti a fissarsi nella memoria dello spettatore, compreso quello più attento. <em>Nel mio amore</em>, <em>Le conseguenze dell&#8217;amore</em>, <em>L&#8217;amore ritrovato</em>: è possibile far uscire contemporaneamente tre film con titoli tanto simili? <em>Una talpa al bioparco</em>: ma qualcuno si è posto il problema che il 70 per cento degli spettatori neppure sa cosa significhi bioparco?».</p>
<p style="text-align: justify;">Ma, senza nulla togliere al grande attore e regista romano, fu forse Quentin Tarantino a redigere il certificato di morte del nostro cinema. «I nuovi film italiani &#8211; spiegò &#8211; sono deprimenti. Le pellicole che ho visto negli ultimi tre anni sembrano tutte uguali, non fanno che parlare di: ragazzo che cresce, ragazza che cresce, coppia in crisi, genitori, vacanze per minorati mentali. Che cosa è successo? Ho amato così tanto il cinema italiano degli Anni 60 e 70 e alcuni film degli Anni 80, e ora sento che è tutto finito. Una vera tragedia». Scoppiarono polemiche, all&#8217;epoca di queste parole, ma il visionario cineasta non si tirò indietro: «Un&#8217;industria per crescere, con i film d&#8217;arte dei maestri, ha bisogno del cinema popolare e dall&#8217;Italia non arrivano nomi giovani con film d&#8217;azione. Dalla Corea o dalla Russia arrivano film rivoluzionari come <em>Old boy</em> o <em>Nightwatch</em>: perché non fate niente di così forte in Italia? E non c&#8217;è bisogno della sala, il successo di tanti autori asiatici viene solo dal mercato dei <a title="dvd" href="http://www.dvd-novita.it/">dvd</a>, in cui i titoli italiani nuovi sono scarsissimi». Colpiti e affondati.</p>
<p style="text-align: justify;">Il riferimento ai film asiatici fatto dal cineasta americano mette del resto in luce un altro aspetto: l&#8217;emergere, nel cinema contemporaneo, di scuole nuove, giovani, con uno stile proprio e con tante cose da raccontare. La vecchia contrapposizione un po&#8217; snob tra Hollywood e i film d&#8217;autore europei è già abbondantemente superata. Il che è del resto un segno dei tempi: a Copenaghen l&#8217;Europa ha fatto da cerimoniere imbolsito mentre Obama e la Cina decidevano le sorti del pianeta. Ecco, nelle sale non succede nulla di diverso. Chi sa immaginare il futuro sa anche progettarlo. La diffidenza un po&#8217; provincialotta verso le &#8220;americanate&#8221;, quindi, è doppiamente fuori tempo massimo: in primo luogo perché di artisti pronti a sfidare l&#8217;impero ce ne sono già abbastanza, solo che non abitano da noi; e, secondariamente, perché a forza di condannare l&#8217;indubbia superficialità bambinesca di molte pellicole statunitensi si finisce per eliminare dai film ogni forma di meraviglioso, ogni fonte di stupore.</p>
<p style="text-align: justify;">Ha quindi ragione Guillaume Faye quando dice che «il successo delle superproduzioni hollywoodiane è dovuto al loro carattere immaginativo ed epico, al rigore drammaturgico, all&#8217;ultraprofessionalità della produzione e della distribuzione, una capacità tecnica perfetta… Ciò compensa largamente la frequente povertà della sceneggiatura o il pullulare di cliché infantili e mielati. […]. I francesi e gli europei hanno perso il senso dell&#8217;epopea e dell&#8217;immaginazione (a parte Luc Besson). Che cosa ci impedisce di ritrovarle? Chi ce lo vieta? Perché nessun europeo ha avuto l&#8217;idea di trattare (alla nostra maniera, senz&#8217;altro più intelligente e altrettanto drammaturgica) i temi di <em>Et</em>, <em>Jurassic Park</em>, <em>Armageddon </em>o <em>Deep Impact</em>, di <em><a title="Twister" href="http://www.libriefilm.com/twister/6825">Twister</a> </em>o di <em>Titanic</em>?».</p>
<p style="text-align: justify;">Abbiamo dovuto entusiasmarci per un Leonida bushano nel controverso e affascinante <a title="300" href="http://www.libriefilm.com/300/786"><em>300</em></a>, mentre per godere dei fasti di Roma antica abbiamo dovuto attendere un <a title="Il Gladiatore" href="http://www.centrostudilaruna.it/gladiatore.html"><em>Gladiatore</em></a> di origine australiana. E in tutto questo, indubbiamente, c&#8217;è qualcosa che non va.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto dal <em>Secolo d&#8217;Italia</em> del 17 gennaio 2010.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/avatar.html' addthis:title='Avatar, un&#8217;epopea postmoderna ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Lezioni di stile (e di politica) secondo Clint Eastwood</title>
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		<pubDate>Sat, 23 Jan 2010 16:38:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Iacona</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Una panoramica sulla vita e la produzione cinematografica di Clint Eastwood, in particolare sui film diretti nell'ultimo decennio]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/lezioni-di-stile-e-di-politica-secondo-clint-eastwood.html' addthis:title='Lezioni di stile (e di politica) secondo Clint Eastwood '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/centrostudilaruna48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Centro Studi La Runa online" /><br/><p style="text-align: justify;">Sembrava che la sua carriera da attore spilungone e un po&#8217; dinoccolato dovesse concludersi molto presto con le apparizioni in film americani non di prima scelta o come <em>cowboy </em>della serie televisiva <em>Rawhide</em>, con i ruoli da protagonista nei western di <a title="Sergio Leone" href="http://www.libriefilm.com/category/registi/sergio-leone">Sergio Leone</a> (nella bellissima &#8220;trilogia del dollaro&#8221;) e dopo la saga iniziata da Don Siegel dell&#8217;ispettore Callaghan, quello con la 44 Magnum. Ma per fortuna non è andata così. A ogni nuovo film <a title="Clint Eastwood" href="http://www.libriefilm.com/category/attori/clint-eastwood">Clint Eastwood</a>, che possiede un veo carisma di granito, una splendida sensibilità registica ed è infine un grande architetto di storie che hanno fatto conoscere l&#8217;universo americano in ogni sua piega e tempo, mostra di possedere un talento che in pochi erano disposti a riconoscergli soltanto fino a qualche anno fa. Un decennio per l&#8217;esattezza, già perché lettori e giornalisti del <em>Corriere della Sera </em>grazie a una interessante classifica (resa nota nei giorni scorsi), hanno stabilito che Clint è il miglior regista straniero del primo decennio del terzo millennio. Alla faccia di chi, fino agli anni &#8217;80, non avrebbe giocato un cent sull&#8217;ex giovinotto californiano di bella presenza con cappello da <em>cowboy </em>e criniera da stella nazionalpopolare dei fotoromanzi.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/clint-eastwood/6816" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-3782" style="margin: 10px;" title="eastwood" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/eastwood.jpg" alt="" width="200" height="276" /></a>Era ovvio tuttavia che noi ci scommettevamo da tempo sui musi lunghi di questo eroe solitario, attore, regista dal 1971, già produttore e anche musicista jazz, in cerca di avventura, amante nei suoi film della &#8220;bella morte&#8221; come conclusione di una vita al servizio degli ideali &#8211; pochi ma buoni &#8211; sensibile agli affetti in positivo e alle fraterne pacche sulle spalle più che ai soggetti in stile <em>melò</em>; perché in fondo scommettevamo su un burbero dal costante bisogno del volto di Dio come per ogni eroe tormentato che si rispetti. Un tipo affatto enigmatico insomma, universalmente conosciuto come un libertario con simpatie politiche a destra (ché <a title="Clint Eastwood" href="http://www.libriefilm.com/category/attori/clint-eastwood">Clint Eastwood</a>, era stato anche sindaco indipendente di una cittadina californiana di nome Carmel, oggi non si riconosce però in alcun partito politico). Un «ossimoro vivente» lo definisce Giulia Carluccio che ha curato una raccolta di saggi sui suoi ultimi cinque film da regista (<a title="Clint Eastwood" href="http://www.libriefilm.com/clint-eastwood/6816"><em>Clint Eastwood</em></a>, Marsilio, pp. 172, € 12,00).</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/lettere-da-iwo-jima/707" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-3784" style="margin: 10px;" title="lettere-da-iwo-jima" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/lettere-da-iwo-jima.jpg" alt="" width="200" height="291" /></a>Interessante comunque la didascalia firmata da Paolo Mereghetti sul <em>Corriere </em>riguardante dettagli e motivazioni circa la scelta di Eastwood come miglior regista del decennio 2000-2009. Il titolo per esempio è già molto chiaro: «Il trionfo di Clint». Leggiamo: «Forse non poteva essere diversamente. Solo la regola che imponeva di scegliere un solo titolo per regista ha impedito che a contendere il primato ci fossero altri film suoi, da <a title="Million Dollar Baby" href="http://www.libriefilm.com/million-dollar-baby/6800"><em>Million Dollar Baby</em></a> a <em><a title="Lettere da Iwo Jima" href="http://www.libriefilm.com/lettere-da-iwo-jima/707">Lettere da Iwo Jima</a></em> fino a <a title="Gran Torino" href="http://www.dvd-novita.it/549/gran-torino/"><em>Gran Torino</em></a>. Clint Eastwood è decisamente il regista del decennio e <a title="Mystic River" href="http://www.libriefilm.com/mystic-river/6817"><em>Mystic River</em></a> ha vinto a mani basse. Solo Spike Lee, con un film altrettanto magistrale, <em>La 25a ora</em>, ha cercato di insidiarlo…». Una vittoria con nessun se e nessun ma quella di Clint, il giusto premio per un decennio d&#8217;oro, e per il rilancio del regista già iniziato negli anni &#8217;90 con il grande <em>western <a title="Gli spietati" href="http://www.libriefilm.com/gli-spietati/584">Gli spietati</a></em> che ottenne ben nove nomination all&#8217;Oscar, e che adesso sta per concludersi con l&#8217;uscita del nuovo film sulla vittoria del Sudafrica nella coppa del mondo di Rugby (<em>Invictus</em>), un film dedicato a Nelson Mandela con Morgan Freeman e Matt Damon. Attesissimo come ormai d&#8217;abitudine in Italia, sarà nelle nostre sale martedì 26 gennaio.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/mystic-river/6817" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-3785" style="margin: 10px;" title="mystic-river" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/mystic-river.jpg" alt="" width="200" height="281" /></a>Negli ultimi tempi Eastwood ha lavorato su generi e argomenti molto seri e impegnati, l&#8217;amicizia, il razzismo, la società multietnica, il diritto alla vita, gli affetti, la voglia di riscatto e la vecchiaia. E perfino su argomenti forti come gli abusi sessuali (<a title="Mystic River" href="http://www.libriefilm.com/mystic-river/6817"><em>Mystic River</em></a> del 2003, tratto dal romanzo <a title="La morte non dimentica" href="http://www.libriefilm.com/la-morte-non-dimentica/6818"><em>La morte non dimentica</em></a> di Dennis Lehane, considerato dalla giuria del <em>Corsera </em>il miglior film di Eastwood) e l&#8217;eutanasia (<a title="Million Dollar Baby" href="http://www.libriefilm.com/million-dollar-baby/6800"><em>Million Dollar Baby</em></a> del 2004), con una leggerezza da far invidia a qualsiasi uomo di cinema di nostra conoscenza (mettiamola così: la levità di un Chaplin e l&#8217;impegno di uno <a title="Martin Scorsese" href="http://www.libriefilm.com/category/registi/martin-scorsese">Scorsese</a>). Perché uno dei pregi maggiori di questo quasi ottantenne &#8211; è nato nel maggio del 1930 &#8211; figlio di un operaio è la capacità di raccontare qualsiasi storia, di proiettare sullo schermo immagini di ogni &#8220;tipo&#8221; &#8211; dalla guerra alla xenofobia &#8211; senza calcare la mano, senza lasciarsi andare a eccessi, senza andare fuori dalle righe. Le pellicole di Clint rispettano quella sottile misura del silenzio come regola di un cinema di assoluta qualità e di considerazione per la neutralità dello spettatore. Il cinema di Eastwood entra dentro non con la forza dell&#8217;esasperazione &#8211; con la sparata grossa &#8211; ma con quella della realtà da narrare periodo dopo periodo, e dell&#8217;intreccio tragico e poetico insieme, complicato ma non labirintico e per nulla ideologico. Probabilmente è stato questo intreccio di classe, talento e mestiere a far schizzare Eastwood al primo posto nelle classifiche dei più grandi registi dei nostri tempi, ben al di là di Mike Nichols e Brian De Palma per intenderci.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/gran-torino/6804" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-3786" style="margin: 10px;" title="GRAN-TORINO" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/GRAN-TORINO.jpg" alt="" width="200" height="280" /></a>Valga per tutti il capolavoro eastwoodiano del 2006 <a title="Flags of our fathers" href="http://www.libriefilm.com/flags-of-our-fathers/6807"><em>Flags of our Fathers</em></a>, un film che è la prima parte ideale di un progetto comprendente il successivo e &#8220;reciproco&#8221; <a title="Lettere da Iwo Jima" href="http://www.libriefilm.com/lettere-da-iwo-jima/707"><em>Lettere da Iwo Jima</em></a> (del 2007) e legato a un celebre episodio di guerra come lo sbarco dei marines americani appunto a Iwo Jima (l&#8217;isola solforosa del Pacifico) durante la seconda guerra mondiale. La complessità del film è dovuta alla varietà dei temi trattati all&#8217;interno di un clima di generale e autentico cameratismo sporcato da alcune &#8220;contaminazioni&#8221; fra le quali quella dell&#8217;importanza delle immagini fotografiche come strumento di propaganda. La stra-famosa foto con i quattro marines che issano la bandiera americana su una collina dell&#8217;isola solforosa è in realtà un sorta di <em>bluff </em>occasionale sfruttato dal governo stelle-e-strisce per ottenere crediti sufficienti per poter continuare la guerra. L&#8217;obiettivo di Clint modesto e autentico riprende il destino di tre sodati americani cui capita la fortuna &#8211; ma non solo di questa si tratterà &#8211; di passare per degli eroi nazionali. Ma <a title="Flags of our fathers" href="http://www.libriefilm.com/flags-of-our-fathers/6807"><em>Flags of our Fathers </em></a>è soprattutto un film di inquietante realismo e di elegante e antiretorico antimilitarismo colmo di immagini crude. È la storia di un falso storico che coinvolge dei falsi eroi in sostituzione dei veri protagonisti di una tragica scena di guerra.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/million-dollar-baby/6800" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-3787" style="margin: 10px;" title="million-dollar-baby" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/million-dollar-baby.jpg" alt="" width="200" height="268" /></a>Da qui l&#8217;idea che sottende allo svolgimento della pellicola: gli eroi non sono sempre quelli che vengono spacciati per tali (e viceversa). Che è poi la continuazione con altri mezzi del tema sviluppato da Eastwood nel film premiato con due Oscar e un Golden Globe, vale a dire forse il lavoro più bello e &#8220;maledetto&#8221; del regista di San Francisco che precedette i suoi film &#8220;giapponesi&#8221;: <a title="Million Dollar Baby" href="http://www.libriefilm.com/million-dollar-baby/6800"><em>Million Dollar Baby</em></a>, che tanto piacque a critica e pubblico (straordinaria peraltro l&#8217;interpretazione della star femminile Hillary Swank). Qui la capacità dei protagonisti, una donna boxeur e il suo anziano allenatore cioè lo stesso Clint, di rendere umane le loro azioni passa quasi del tutto inosservata &#8211; ma non allo spettatore! &#8211; perché mescolata alla crudeltà di un mondo che non può non sconfiggere chi veste i panni del &#8220;buono&#8221;. Una crudeltà messa in scena da un destino che conduce fino al penultimo dei traguardi e fino all&#8217;ultimo impossibile ostacolo affrontato con la decisione di andare incontro a una morte dignitosa. Si tratta di due lavori certamente pessimisti &#8211; altra cifra stilistica di Clint &#8211; come peraltro l&#8217;ultimo dei film eastwoodiani <a title="Gran Torino" href="http://www.libriefilm.com/gran-torino/6804"><em>Gran Torino</em></a>, proiettato nelle sale nel trascorso 2009, nel quale sembra che l&#8217;estremo atto di eroismo di un vecchio reduce malato, uomo di destra doc, sia la logica conclusione di una trama ove solidarietà e calore umano appaiono i valori possibili nell&#8217;epoca della società multietnica e multireligiosa. Non a caso, il critico Gianni Canova ha tratteggiato Walt Kowalski, il personaggio interpretato dallo stesso Clint, come il «<em>revenant </em>di Callaghan nell&#8217;era del disincanto e della globalizzazione». Un film di spietato realismo perché nessuno come Clint il libertario è riuscito a scorgere fra i generosi e i miseri le pieghe dolorose della nostra contemporaneità. E per aver mostrato ciò, l&#8217;ormai vecchio &#8220;pistolero senza nome&#8221; è diventato il più bravo fra i narratori in celluloide.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>* * *</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Tratto dal <em>Secolo d&#8217;Italia</em> del 13 gennaio 2010.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/lezioni-di-stile-e-di-politica-secondo-clint-eastwood.html' addthis:title='Lezioni di stile (e di politica) secondo Clint Eastwood ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Tarzan, l&#8217;eroe che affascinò Dino Buzzati</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Dec 2009 22:24:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Iacona</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Una panoramica sul personaggio creato da Edgar Rice Burroughs e sulla storia del suo successo nella narrativa, nel cinema e nei fumetti nel Novecento]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/tarzan-leroe-che-affascino-dino-buzzati.html' addthis:title='Tarzan, l&#8217;eroe che affascinò Dino Buzzati '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/drago48x48.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Fantastico" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/letteratura48x48.png" width="48" height="48" alt="" title="Letteratura" /><br/><div id="attachment_3430" class="wp-caption alignright" style="width: 210px"><img class="size-full wp-image-3430" title="burroughs" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/burroughs.jpg" alt="burroughs" width="200" height="253" /><p class="wp-caption-text">Edgar Rice Burroughs</p></div>
<p style="text-align: justify;">Qual è la ragione del successo di Tarzan, il notissimo personaggio nato dalla fantasia dello scrittore americano Edgar Rice Burroughs, nel lontano 1912? Sicuramente si deve parlare di ragioni al plurale, attinenti e al messaggio custodito nei modi e nel tipo alla Tarzan e al mezzo utilizzato per la sua diffusione. Detto con parole semplici, “dentro” Tarzan stanno alcuni modelli mentali molto in voga soprattutto dalla fine dell’Ottocento. Quello individuale relativo all’uomo occidentale, re e dominatore, sempre e ovunque, e quello sociale riguardante una alternativa selvaggia, con regole e modelli propri, alla società cosiddetta civile. Ma stanno anche, senz’altro, un’immagine genuina an orché misteriosa e per certi versi vincente della natura, un richiamo decisamente libertario e l’archetipo del supereroe. Dell’eroe per caso (non per sua volontà), che lotta anche per rimarginare ferite risalenti alla propria infanzia. Un passato senza luce, o un’esperienza terribile, è quasi sempre caratteristica essenziale del supereroe, come ha scritto bene Giancarlo De Cataldo.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando nel 1971 l’editore Giunti pubblicò in una serie i romanzi di Tarzan in italiano, a introdurli fu <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/dino-buzzati" target="_blank">Dino Buzzati</a></span>. «Ora – scriveva lo scrittore – nella pagina scritta Tarzan mi sembra un personaggio più interessante e persuasivo che sullo schermo». E <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/dino-buzzati" target="_blank">Buzzati</a></span> confrontava l’eroe della giungla con altri modelli, come Achille, Sigfrido e Superman. «Esiste infatti – spiegava – una categoria di eroi meno protetti dagli dèi, ma molto più umani e simpatici, come appunto il nostro. Va da sé che in un modo e nell’altro avrà sempre partita vinta, che finirà sempre per trionfare, ma ogni volta rischia la pelle e in certi casi l’avversario, prima di crollare stecchito, lo concia malamente». Il ragazzo bianco allevato da una scimmiona è, come sottolineava infine <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/dino-buzzati" target="_blank">Buzzati</a></span>, l’eroe che si fa da sé, impara da solo a leggere e scrivere in inglese per mezzo di un abededario trovato nella capanna di suo padre, riuscirà a farsi la barba con un coltello da caccia dopo aver visto come si trattavano gli europei nell’immagine di un libro: «Diventa il <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbolo</a> stesso della natura nelle sue manifestazioni migliori, l’eroe di una favola nutrita di ottimismo».</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/tarzan-e-i-gioielli-di-opar/4247" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-3429" style="margin: 10px;" title="tarzan-opar" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/tarzan-opar.jpg" alt="tarzan-opar" width="200" height="299" /></a>Per Tar-zan (che significherebbe “pelle bianca”), piccolo-Lord e naufrago inglese, si è trattato di sopravvivere tirato su dalla scimmia Kala, fino a diventare l’amato e temuto re della giungla. Ma in Tarzan c’è anche un po’ di Romolo e Remo e della loro lupa, nonché di Mowgli il cucciolo d’uomo allevato dai lupi, protagonista dei racconti di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/rudyard-kipling" target="_blank">Rudyard Kipling</a></span>. Umberto Eco lo ha perfino paragonato a Ercole. Quello di Burroughs è, appunto, il regno dell’assoluta e della straordinaria fantasia (l’autore aveva, peraltro, debuttato con un romanzo dal titolo assai significativo: <em>Sotto le lune di Marte</em>). Anche per questo, dunque, Tarzan ha avuto accesso alle stanze, un po’ labirintiche, dei giovani sognatori.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma qui veniamo ai mezzi utilizzati per la sua diffusione, grazie ai quali l’eroe si trasforma in uno delle icone dell’immaginario novecentesco. Tarzan nasce come romanzo (<em>Tarzan delle scimmie</em>), pubblicato sul mensile <em>All Story</em>, precisamente nel numero speciale di ottobre del 1912. Due anni dopo il re della giungla diventa un fortunatissimo romanzo (ne seguiranno altri 27, tutti dello stesso Burroughs), nel ’18 il regista Scott Sidney lo trasforma in un film (ed è l’inizio di una lunghissima serie, più di quaranta pellicole) e nel ’29, infine, nasce il primo fumetto – come <em>daily strip</em> – che arriva in Italia nel ’34, grazie alla Mondadori, in un clima da mal d’Africa di moda in quegli anni&#8230; Nel dopoguerra, Tarzan diviene via via serie tv, cartone animato e, come sappiamo, gadget. Non possiamo, inoltre, obliare le interminabili variazioni sul tema (almeno quelle più riuscite come Jim della giungla), gli innumerevoli personaggi dei fumetti che seppero vivere di vita propria come il nostro Zagor… Insomma, ci sarebbe anche qui da farne una storia, lunga e dettagliata, che avrebbe molto a che vedere con usi, costumi e strategie commerciali dell’Occidente.</p>
<p style="text-align: justify;">Adesso, però, proprio per il bisogno di raccontarle quasi tutte, queste storie, a Parigi è stata organizzata una mostra dal titolo semplicissimo ma che, di per sé, vale un saggio per intero: “Tarzan!”. Una mostra curata dall’antropologo Roger Boulay per il museo della arti “primitive” del quai Branly (un museo voluto a suo tempo da Chirac), che da martedì 16 giugno sino al 27 settembre esporrà parecchio di quel po’ po’ di roba – oggetti, libri, fumetti, tavole… – che ha molto a che fare con l’universo tarzaniano, dagli inizi del ’900 fino a oggi. Diverse le sezioni dell’esposizione, 650 metri quadrati disponibili che, tuttavia, non basteranno, ha dichiarato Boulay, perché sarebbero davvero tanti gli arnesi, vecchi e nuovi, che andrebbero apparentati al signore della giungla. Per non tacere, ancora, dei cosiddetti tarzanidi cioè degli imitatori più o meno fedeli all’originale (maschi ma anche femmine). Fra questi, anche se può fare genere a sé, c’è da ricordare un Totò in grande forma nella pellicola parodistica di Mario Mattoli, <em>Tototarzan</em> (1951), con Tino Buazzelli nel ruolo del “cattivo”. La recitazione di Totò è da cineteca, bicipiti e torace, diciamolo pure, un po’ meno… Del resto, negli anni precedenti, a interpretare il Tarzan hollywoodiano era stato nientemeno che un ex campione olimpico, (e mica uno qualsiasi ma) uno dei più grandi nuotatori di tutti i tempi: Johnny Weissmuller. Letture comiche a parte, volto e fisico di Tarzan, nel grande schermo appartengono a lui: al più grande di tutti, giustamente protagonista della mostra di Parigi.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/greystoke-la-leggenda-di-tarzan-il-signore-delle-scimmie/6314" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-3427" style="margin: 10px;" title="greystoke" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/greystoke.jpg" alt="greystoke" width="200" height="284" /></a>Di Weissmuller, sesto Tarzan della storia (a cominciare da quello – muto – di Elmo Lincoln, cui, peraltro, vorrà somigliare uno degli ultimi Tarzan, Christopher Lambert nell’84), si conosce parecchio, ma forse non una circostanza, che rende, certo, ancor più vasta la eco delle gesta del selvaggio (eroe africano, ma partorito dalla penna di un cittadino di Chicago, peraltro, molto inquieto): il cinque volte medaglia d’oro alle olimpiadi di Parigi (1924) e Amsterdam (1928), era nato cittadino europeo, per la precisione dell’Impero austroungarico (si chiamava: Janos Weissmüller). Nel 1905 la sua famiglia era emigrata in America quando Janos aveva solo un anno di vita. Ritiratosi presto dall’attività agonistica – imbattuto come il pugile Rocky Marciano – Big John avrebbe preso a recitare dal ’29 al ’55; e per ben 12 volte (per la precisione: dal ’32 fino al ’48), avrebbe indossato il costume di Tarzan, l’uomo scimmia.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/lorigine-delluomo-scimmia-tarzan/6309" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-3428" style="margin: 10px;" title="tarzan-kubert" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/tarzan-kubert.jpg" alt="tarzan-kubert" width="200" height="266" /></a>Se Weissmuller è il Tarzan cinematografico per eccellenza, Burne Hogarth (altro protagonista al museo delle arti “primitive”), è la firma più nota del Tarzan su carta, quello cioè dei fumetti, che ha visto, tuttavia, alternarsi nomi prestigiosi, da Harold Foster a Russ Manning l’autore degli anni ’60-70, fino a John Buscema che ha anche lavorato per Conan il barbaro, il guerriero nato negli anni Trenta dalla penna del grande Robert E. Howard. Hal Foster fu il primo autore del fumetto di Tarzan – un Lord Greystoke ancora senza le familiari nuvolette ma con affascinanti didascalie – e fu il primo a realizzare una pagina domenicale dedicata al re delle scimmie (sul <em>Sunday pages</em>). A Foster, considerato un vero e proprio maestro, si deve anche la realizzazione del personaggio del Principe Valiant, noto per essere una sorta di alter ego di re Artù. Ancora un mito dietro un altro mito, dunque. Spetta a Burne Hogarth raccogliere il testimone di Foster. Sarà lui il vero e proprio successore, malgrado il non perfetto ordine di tempo.</p>
<p style="text-align: justify;">Di Chicago come lo stesso Burroughs, Hogarth non fu solo un creatore di fumetti ma anche un gran personaggio e un teorico dell’arte di fama internazionale (i suoi lavori saranno esposti perfino al museo del Louvre). Grazie ad un tratto che ama riprendere il meglio delle tavole di Foster, le tre caratteristiche ideali di Tarzan: possanza fisica, eleganza ed agilità ai limiti del “vero”, sembrano fondersi in un’unica figura gigante (quella di Tarzan, appunto), cesellata – domenica dopo domenica e attraverso la seconda guerra mondiale – fino al 1945 a poi ancora dal ’47 al 1950. Bello, fiero e indomito, quello di Hogarh è il vero Tarzan, moderno, il supereroe che tutti avremmo sognato, almeno in gioventù. Hogarth morì 85enne ad Angouleme, quel comune francese che ospiterà la mostra sul re della giungla dopo la prima tappa parigina. In fondo, è giusto così: che l’universo immaginario di Tarzan, cioè, non abbia mai una vera fine…</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>* * *</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Tratto dal <em>Secolo d&#8217;Italia</em> di giovedì 11 giugno 2009.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/tarzan-leroe-che-affascino-dino-buzzati.html' addthis:title='Tarzan, l&#8217;eroe che affascinò Dino Buzzati ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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