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	<title>Centro Studi La Runa &#187; Convegno</title>
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		<title>La lotta al comunismo</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Jan 2000 19:40:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alfonso Piscitelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un saggio sull'opera del prof. Pio Filippani-Ronconi nella teorizzazione della lotta anticomunista e sulla sua relazione al Convegno dell'IStituto Pollio all'Hotel Parco dei Principi]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/piscitellipiofilippanironconi.html' addthis:title='La lotta al comunismo '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storiacontemporanea48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Storia contemporanea" /><br/><p style="text-align: right;"><em>“…una guerra totale contro l’apparato<br />
sovversivo marxista che rappresenta<br />
l’incubo del mondo moderno e ne<br />
impedisce il naturale sviluppo”.<br />
</em></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><img class="alignright" style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/piofilippanironconi.jpeg" border="0" alt="Pio Filippani Ronconi, giovanissimo, nella divisa delle Waffen SS" width="280" height="367" align="right" /> Pio Filippani-Ronconi era reduce da una esperienza di guerra intensa e tuttavia scevra da furore ideologico. Il suo arruolamento nella Legione di Volontari delle SS italiane aveva avuto meno il significato di una dichiarazione di fede nazional-socialista che non di una testimonianza di fedeltà ghibellina agli ideali della alleanza tra i popoli tedesco e italiano, nel momento in cui a guerra in corso tale alleanza risultava sovvertita.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel corso di tutto il dopoguerra, coerentemente con tale premessa, il conte si sarebbe tenuto in disparte da quegli ambienti che lucravano (modeste) fortune elettorali sulla memoria del Duce, o sulla ripetizione degli <em>slogan </em>socialistici del fascismo della fine. Dal punto di vista del ragionamento politico Filippani esprimeva le sue perplessità riguardo al tentativo di perpetuare un partito-ghetto di nostalgici; dal punto di vista spirituale combatteva con vigore i tentativi di “politicizzare” la ricerca esoterica. Nell’ottica di Filippani, non era da un cambiamento di sistema politico che doveva attendersi l’impulso a un rinnovamento esistenziale (individuale, o collettivo), bensì da una autentica Scienza dello Spirito capace di orientare l’individuo verso le esperienze superiori dell’anima. D’altra parte, non essendo un anti-moderno egli non pativa quell’atteggiamento di terrore nei confronti dell’ “età del ferro” (l’età degli uomini abbandonati a se stessi dagli Dei, posti dunque di fronte alla prova dell’indipendenza) che tanti casi di auto-emarginazione aveva suscitato nell’ambiente del tradizionalismo integrale.</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=8884740592" target="_blank"><img class="alignleft" style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/ismaelitieassassini.bmp" border="0" alt="Pio Filippani Ronconi, Ismaeliti ed «Assassini»" width="144" height="200" align="left" /></a> Il ritorno alla vita civile, dopo un breve periodo di prigionia militare, non coincise pertanto con il tempo della nostalgia e del ripiegamento su se stessi. Leggiamo da un sito <em>internet</em>, che in maniera sinistra ne ricostruisce la biografia a partire dal dopoguerra: “Ufficialmente è impiegato, con diversi gradi via via che passano gli anni, all’ufficio radiodiffusione per l’estero della presidenza del consiglio; ma lavora per i servizi segreti: fa il traduttore e, grazie alla sua conoscenza del sanscrito, diventa un grande esperto in decriptazione di messaggi intercettati dai servizi italiani. All’inizio degli anni Cinquanta compie una missione in Persia, con il compito di raccogliere informazioni politiche e militari nell’area. Collabora anche con i servizi di sicurezza dell’America Latina : intorno al 1950 produce ad esempio uno studio sulla situazione politico-militare della Bolivia, “prevedendo una rivoluzione che scoppiò di lì a pochi mesi”. Nel 1959 comincia una carriera accademica di tutto rispetto all’Istituto Orientale di Napoli. Ma continua a lavorare per i servizi segreti almeno fino alla metà degli anni Settanta (così ammette egli stesso nel 1995, in uno degli interrogatori a cui è sottoposto nel corso delle ultime indagini sulla strage di Piazza Fontana). La notizia biografica può essere integrata osservando:</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>a.</strong> che già prima della guerra, giovanissimo studente universitario, per la sua padronanza delle lingue Filippani era stato impiegato alla filodiffusione per l’estero come lettore di radiogiornali in lingua straniera.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>b.</strong> che già durante la guerra una sua certa capacità di intuizione era stata messa a profitto per individuare postazioni nemiche ed eventuali movimenti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>c.</strong> che la ragione dei ripetuti viaggi di Filippani in Persia non è forse del tutto estranea alla circostanza che egli sia stato uno dei più autorevoli studiosi dello zoroastrismo, delle correnti sciite ismailite, della civiltà iranica in generale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>d.</strong> che gli interrogatori sulle stragi hanno escluso qualsiasi forma di coinvolgimento, come peraltro riconosce lo stesso sito <em>internet </em>citato (“Indagato no, non ha mai ricevuto alcun avviso di garanzia”).</p>
<p style="text-align: justify;">Precisazioni a parte, dalla sintesi biografica emerge l’immagine di un uomo d’azione, dalle qualità non comuni, indifferente alle sirene della mobilitazione politica, ma deciso ad offrire il proprio contributo a quel fronte articolato che si opponeva alla marea del comunismo, sia detto per gli immemori: il sistema totalitario più brutale dell’età moderna.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli anni Sessanta si erano aperti con l’edificazione del Muro di Berlino, che poneva il sigillo sull’universo concentrazionario dell’Est. Già qualche anno prima gli Ungheresi, i Polacchi, i Tedeschi dell’Est erano insorti inutilmente contro il regime di Stalin, e Bertold Brecht, cantore della liberazione marxiana del mondo, aveva inneggiato alle mitragliate dei <em>Vopos </em>sulla classe operaia in rivolta. L’impero rosso copriva l’immensa distesa dell’Heartland: la roccaforte del mondo, ovvero la distesa eurasiatica individuata dai maestri della geopolitica come centro strategico del pianeta. Bandiere rosse sulla Romania, che tra le due guerre aveva vissuto una felice stagione culturale; sulla Ungheria dove ancora erano visibili le realizzazioni dell’amministrazione asburgica. Sull’Ucraina che per due volte aveva accolto i Tedeschi più come liberatori che come nemici. E mentre nell’Oriente asiatico il “grande balzo in avanti” di Mao spingeva nella fossa cinquanta milioni di cinesi, nell’Est europeo identità culturali venivano annullate, popoli smembrati, cancellati, stretti in catena. Sotto il tiro dei mitra risorgevano gli Stati fantoccio del 1919: la Cecoslovacchia – convivenza coatta tra Boemi e Slovacchi –, la Jugoslavia, mostruosa concentrazione di genti germanizzate (i Croati), mussulmani di Bosnia e Kosovo, di slavi delle montagne. L’esempio della Jugoslavia, pur riottosa al dominio di Mosca, suscitava una particolare impressione sugli Italiani onesti. Il comunismo slavo passava come un rullo compressore sulle coste e sulle isole che da Ragusa a Capodistria per secoli avevano goduto dell’azione civilizzatrice di Venezia. Nomi di città tutto a un tratto cambiavano, la terra inghiottiva i corpi senza riuscire a nascondere il sangue. E in fondo, le perdite imposte dalla immutata legge di Brenno furono contenute. I comunisti italiani nel 1945 avrebbero voluto che non solo Trieste ma la stessa Venezia fossero offerte all’ingordigia jugoslava-comunista. L’ideologia rendeva indifferenti di fronte alla eventualità che le madri di Venezia subissero il medesimo oltraggio delle donne di Berlino.</p>
<p style="text-align: justify;">Il comunismo che era stato concepito da Marx alla metà dell’Ottocento ed era fallito come idea già alla fine dello stesso secolo, imposto a mezzo mondo da Lenin e da Stalin, radunava una umanità composita: il caudillo di Cuba, dedito alla gestione del turismo sessuale e del traffico di stupefacenti, il medico argentino Guevara de la Serna che proprio nelle carceri di Cuba sperimentava i propri metodi di tortura; la miriade di popoli, etnie, tribù che dalla pianura russa fino al fiume giallo accettavano in fondo il comunismo perché mai avevano sperimentato nella loro storia il clima delle libertà individuali.</p>
<p style="text-align: justify;">Su popoli di consolidata civiltà l’ Uomo Nuovo di Stalin attecchiva come un fenomeno di corruzione antropologica. I Tedeschi dell’Est un tempo erano i Prussiani e sotto il loro tacco tremava la terra. Per qualche decennio la Repubblica Democratica Tedesca fu il più efficiente regime dell’Est: indubbiamente non per gli effetti della ideologia, ma per le doti della sua etnia. Il sangue però non può compensare la corruzione dello spirito. Quelli che un tempo erano i Prussiani in pochi decenni sarebbero divenuti gli “Ossi”, gli indolenti Orientali che oggi se ne stanno seduti sull’uscio di casa a stendere la mano in attesa di una elemosina da parte dello Stato sociale.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft" style="margin: 10px; border: 0pt none;" src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/lottacontinua.jpg" border="0" alt="Un manifesto di 'Lotta Continua'" width="288" height="415" align="left" /> Chi è nato negli anni in cui Mister Gorbaciov era costretto a dichiarare bancarotta e la centrale di Cernobyl vomitava sul mondo gli ultimi veleni del socialismo realizzato stenta a capire il clima che si respirava negli Stati d’Europa del dopoguerra. Certo sul fuoco del pericolo comunista soffiava l’America e lucrava i vantaggi di una divisione del mondo che essa stessa aveva propiziato, ma il pericolo c’era. Una maggioranza di persone tutto sommato avvedute, operose, equilibrate (la cosiddetta “maggioranza silenziosa”) avvertiva in Europa il pericolo; una minoranza chiassosa lo esaltava, muovendosi nelle strade come un immenso serpentone ipnotizzato. Ancora oggi, dalla <em>geenna </em>della storia, la sirena comunista continua ad ammaliare le menti dei più offuscati.</p>
<p style="text-align: justify;">L’ipnosi oscurava anche intelletti non banali: e se nel 1954 Scalfari pronosticava l’imminente sorpasso dell’URSS sugli USA nel campo della produzione industriale e del benessere, per Moravia le file davanti ai negozi alimentari a Mosca erano preziosi momenti di socializzazione e per Ingrao Mao-Tse-Tung non era un <em>serial killer </em>di milioni di compatrioti, ma semplicemente un poeta.</p>
<p style="text-align: justify;">Il fatto che le bombe atomiche di USA, Inghilterra, Francia creassero un deterrente all’armata rossa non impediva all’arma non convenzionale dell’ideologia di infiltrarsi in tutte le vene della società civile. Il PCI affermava con orgoglio di essere la quinta colonna di Mosca. Del resto l’URSS pagava bene i propri dipendenti e concedeva anche qualche soddisfazione: l’onesto Berlinguer quando inventò l’“eurocomunismo” e quando dichiarò di accettare le rassicurazioni offerte dalla NATO chiese ed ottenne preventiva autorizzazione da Mosca. Intanto i sindacati nel 1969 candidamente confessavano che l’obiettivo delle loro lotte era la distruzione del sistema produttivo; i giudici politicizzati teorizzavano la “giustizia di classe”; i professori di storia negavano il più immenso genocidio di tutti i tempi perpetrato dall’Istria fino alla Cambogia di Polpot.</p>
<p style="text-align: justify;">Al di là dei ristretti ambiti militari si poneva pertanto un duplice problema:</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>1.</strong> Combattere all’interno della società civile la penetrazione della ideologia comunista.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>2.</strong> Valutare il caso estremo di una invasione da Est, o di un&#8217;insurrezione su larga scala promossa dall’Est, articolando i termini di una possibile difesa e risposta. <em>Parade </em>e <em>Reponse </em>per dirla alla francese, ma si sarebbe anche potuto dire: resistenza e contrattacco. Edgardo Sogno, capo partigiano antifascista, fu tra i più attivi sostenitori di una nuova resistenza, per questo non mancò di diventare il bersaglio di certi ambienti che ramificavano la loro influenza nei settori della magistratura e del giornalismo.</p>
<p style="text-align: justify;">I medesimi ambienti avrebbero utilizzato strumentalmente per anni gli atti del convegno tenuto all’Hotel Parco dei Principi nel 1965 dal centro studi strategici intitolato ad Alberto Pollio. Convegno che vide nella relazione di Pio Filippani-Ronconi uno dei momenti più significativi.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-medium wp-image-4777" title="boccasile-ss-italiana" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/boccasile-ss-italiana-218x300.jpg" alt="" width="218" height="300" />Indubbiamente in un paese in cui la connivenza col nemico, spesso pagata,a volte addirittura gratuita e l’alto tradimento nei confronti del proprio Stato vengono scusate, mentre al contrario i membri di uno struttura regolare della NATO dalle ovvie finalità vengono inquisiti è più facile capovolgere l’interpretazione storica. Ma se è vero che mandanti ed esecutori delle stragi dal 1969 al 1984 rimangono avvolti in una nube oscura, se è anche vero che è lecito ipotizzare responsabilità diverse – anche, forse soprattutto, internazionali – se è anche possibile pensare che alcuni fanatici neofascisti strumentalizzabili abbiano fatto in qualche caso da manovalanza è cento volte più vero che dopo ogni strage a partire dagli anni Settanta scattava un copione fisso come il rituale di una <a href="http://www.centrostudilaruna.it/religione.html">religione</a> di stato: sciopero generale, mobilitazione antifascista, deputati democristiani e comunisti insieme sul palco. Si creava nel paese un&#8217;immensa “tensione”, una tensione elettrica che riduceva in cenere le aspirazioni politiche di ogni gruppo marcatamente o vagamente “nazionale”, mentre affermava l’imperativo categorico – come un “Vincere!” d’altri tempi – del compromesso storico, ovvero dell’assimilazione dei comunisti al governo. Con questo non si vuole affermare una pista dell’Est per le stragi: non ci sono le prove, mentre vi sono le prove di una regia dall’Est per le imprese delle Brigate Rosse fino all’assassinio di Moro e per l’attentato a Wojtila. Si vuole semplicemente fare una constatazione: in un paese in cui l’opinione pubblica era fortemente sollecitata dai mezzi di comunicazione (che erano strumenti nelle mani dei partiti e dei potentati economici), tale opinione – come in un rituale – veniva orientata dopo ogni strage in direzione della assimilazione al potere del partito eterodiretto da Mosca. Detto ciò si possono immaginare mandanti di ogni colore e nazionalità, ma al di là della immaginazione ipotetica rimane la percezione dei fatti storici. Dopo ogni strage si scatenava una tensione che salvava i democristiani al governo associandoli ai comunisti, con i risultati che ne venivano: il piccolo imprenditore, spina dorsale del sistema produttivo, inciampava in mille tagliole; il militare veniva umiliato e l’esercito privato di ogni reale efficienza; le stesse forze dell’ordine venivano ridicolizzate (si pensi a tutte commedie di serie B sui carabinieri) con effetti non trascurabili; il teorico della politica critico nei confronti della Costituzione del 1948 veniva denunciato come fascista; e i politici fascisti <em>latu senso</em> rinchiusi in un ghetto che si sarebbe riaperto solo nel 1993 con l’avvento di Silvio Berlusconi.</p>
<p style="text-align: justify;">Chi oggi dicesse che tutti i mali della società italiana sono causati dagli immigrati, che tutti i mali dell’economia sono causati dagli ebrei, che tutti i problemi della cultura sono dovuti all’egemonia dei comunisti verrebbe facilmente accusato di essere un mistificatore che cerca un capro espiatorio. Il “blocco” fascista-militare è stato accusato di essere il mandante delle stragi e di ogni complotto da un ampio sistema di potere politico-giudiziario-giornalistico: quel blocco ha fatto da capro espiatorio mentre il fronte politico dell’arco antifascista prendeva ogni potere. È qui il caso di dire: chi agita la teoria del complotto, è proprio lui il cospiratore! Una piccola minoranza di anticomunisti-duri è stata accusata di ogni nefandezza per imporre a una maggioranza di italiani anticomunisti-moderati l’intesa di governo catto-comunista. In questo contesto l’Istituto Pollio e il suo convegno sulla lotta al comunismo è divenuto il fulcro della demonizzazione. È passata l’idea che combattere il comunismo e volere le strage fossero i due termini di una equazione. Come se non fosse stato il comunismo essenzialmente una strage di dimensioni planetarie. L’anarchico Valpreda teorizzava apertamente la guerriglia stragista a base di bombe (“bombe, sangue e anarchia!”), ma viene oggi considerato un innocuo ballerino; invece, attraverso interpretazioni “metaforiche” dell’intervento di Pio Filippani-Ronconi si è voluto leggere in esso il manifesto della strategia della tensione.</p>
<p style="text-align: justify;">Filippani intervenne l’ultimo giorno dei lavori all’Hotel Parco dei Principi e solo in seguito scrisse il testo del suo intervento, poi raccolto negli atti del convegno.</p>
<p style="text-align: justify;">Sosteneva Filippani che “l’errore fondamentale delle cosiddette controrivoluzioni” è quello di aver schierato le forze “su una sola linea ideale e pratica – quindi individuale”, una linea destinata in caso di sconfitta alla distruzione totale. Bisognava pertanto operare per “preparare sin da ora uno schieramento differenziato, su scala nazionale ed europea delle forze disponibili per la difesa e l’offesa”.</p>
<p style="text-align: justify;">A tal scopo si proponeva un sistema basato su tre livelli di organizzazione: il primo formato da individui disposti a “un’azione passiva, che non si impegni in situazioni rischiose” in grado di fungere da “schermo di sicurezza per i livelli successivi”; un secondo livello che – parole testuali dell’autore – “potrà essere costituito da quelle persone naturalmente inclini o adatte a compiti che impegnino azioni di pressione, come manifestazioni sul piano ufficiale, nell’ambito della legalità, anzi in difesa dello Stato e della Legge conculcati dagli avversari. Queste persone che suppongo , potrebbero provenire da associazioni di Arma, nazionalistiche, irredentistiche, ginnastiche, di militari in congedo ecc&#8230; dovrebbero essere pronte ad affiancare, come difesa civile, le Forze dell’Ordine (Esercito, Carabinieri, Pubblica Sicurezza ecc.) nel caso che fossero costrette ad intervenire per stroncare una rivolta di piazza”.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft" style="margin: 10px; border: 0pt none;" src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/bundeswehr.jpg" border="0" alt="" width="360" height="480" align="right" />“A un terzo livello – aggiungeva Filippani-Ronconi – molto più qualificato e professionalmente specializzato, dovrebbero costituirsi – in pieno anonimato sin da adesso – nuclei scelti di pochissime unità addestrati a compiti di controterrore e di “rotture” eventuali dei punti di precario equilibrio, in modo da determinare una diversa costellazione di forze al potere. Questi nuclei, possibilmente l’un l’altro ignoti, ma ben coordinati da un comitato direttivo potrebbero essere composti in parte da quei giovani che attualmente esauriscono sterilmente le loro energie in nobili imprese dimostrative&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">Di là da questi livelli dovrebbe costituirsi, con funzioni “verticali”, un Consiglio che coordini le attività in funzione di una guerra totale contro l’apparato sovversivo comunista e dei suoi alleati, che rappresenta l’incubo che sovrasta il mondo moderno e ne impedisce il naturale sviluppo.”</p>
<p style="text-align: justify;">Il giudice istruttore di Milano Guido Salvini scrive nella sua sentenza-ordinanza su Piazza Fontana che nelle parole di Filippani-Ronconi si trova “una vera e propria sintesi teorico-operativa della strategia della tensione”.</p>
<p style="text-align: justify;">Chiunque abbia frequentato un modesto corso allievi ufficiali può accorgersi invece che il discorso di Filippani-Ronconi è squisitamente militare e si riferisce a tipiche operazioni che avvengono in presenza di una insurrezione su larga scala spalleggiata da potenza nemica (e all’epoca ne avveniva una ogni anno&#8230;). Le riflessioni si inserivano in un contesto che è difficile dimenticare: la presenza dei paesi comunisti sovietici ai confini di Trieste, alle porte di Bayreuth. L’azione di un partito di massa assolutamente subordinato a Mosca. L’eventualità che per effetto di una crisi sociale, se non di una guerra guerreggiata, si potesse rompere il fragile equilibrio della coesistenza pacifica. In tale eventualità l’URSS avrebbe avuto i suoi volenterosi ascari in Italia e l’Italia un suo governo collaborazionista, di tipo bulgaro o cecoslovacco.</p>
<p style="text-align: justify;">In questo scenario che non si è verificato (perché il sistema comunista – ben fronteggiato – è imploso all’interno prima di poter provocare una ulteriore esplosione esterna) ma che indubbiamente era ipotizzabile, si inserisce la strategia della guerra controrivoluzionaria. Qui l’ex ufficiale delle SS delinea paradossalmente un sistema di “resistenza” per una guerra di liberazione: il primo livello che deve portare soccorso e rifugio ai combattenti d’<em>élite </em>si concepisce in un territorio sottoposto a violazioni della propria sovranità. I nuclei scelti di controterrore si inseriscono nello scenario di una insurrezione interna (appoggiata dall’estero o addirittura concomitante ad una invasione) che paralizzi il tessuto delle forze armate regolari. Il fatto che le unità combattenti d’<em>élite </em>agiscano separatamente senza sapere l’una delle altre è un classico accorgimento per evitare che una rete che agisce in territorio insidiato venga smantellata come una maglia che si sfila tutta tirando un solo filo. Infine che le unità debbano essere coordinate da una centrale è cosa troppo stravagante o la magistratura democratica ritiene che il coordinamento sia il principio della dittatura? Si potrebbe continuare a disquisire di tattica e di logistica, ma il livello della esegesi che ha voluto collegare il Parco dei Principi a Piazza Fontana è più prosaico ed è anche più ridicolo. È possibile che fascisti e militari rivelino in un convegno la preparazione di un orrendo crimine? Ed è concepibile che un ex ufficiale decorato dichiari che c’è bisogno di una armata divisa in quattro livelli per mettere una bomba da attribuire all’avversario? I servizi segreti talvolta compiono operazioni che in gergo si definiscono “<em>dirty flag</em>”, con bandiera sporca, attribuendo una azione al nemico per provocare una reazione. Ma cose del genere somigliano al sesso: chi le fa non ne parla.</p>
<p style="text-align: justify;">Checchè se ne dica, il pericolo russo per tutti gli anni del lungo dopoguerra era reale. Reale anche il pericolo di un&#8217;infiltrazione a tutti i livelli di emissari comunisti. A ben vedere il primo pericolo – più evidente – è stato sventato, grazie all’energia produttiva dell’Occidente, alla efficienza militare dei paesi NATO, grazie anche a quella coscienza della libertà che nonostante tutto caratterizza le nazioni di origine latino-germanica. Il secondo pericolo, più sottile, è stato avvertito da pochi, combattuto per quanto era possibile, non del tutto sventato. Lo scenario apocalittico che aleggiava sulle considerazioni dei relatori del Convegno del C.S. Pollio non si è verificato, ma indubbiamente quel deterioramento della situazione nazionale che Filippani notava in gran parte è avvenuto.</p>
<p style="text-align: justify;">Non vi è stato fortunatamente bisogno di corpi d’<em>élite </em>per organizzare la <em>Parade</em> e la <em>Reponse</em> al comunismo, ma è pur vero che la volontà reattiva dell’Occidente secondo una strategia che si snoda dal Piano Marshall fino agli Euromissili ha contribuito ad annientare un regime che destinava alle spese militari una percentuale massiccia del proprio prodotto interno. D’altra parte il dilettantismo dei movimenti di destra, il loro muoversi in attività di mera dissipazione di energia, il deprecabile teppismo di talune frange (fino a giungere all’aberrante terrorismo di altre) hanno prodotto per la destra politica un esito autolesionistico che Filippani aveva previsto quando esortava a dedicarsi ad attività più pratiche o più spirituali. Il comunismo è crollato – perché questo era per dirla con gli Indiani il suo inevitabile <em>karma </em>– ma la destra che il comunismo “nobilmente” fronteggiava spesso è caduta trappola delle criminalizzazioni o delle strumentalizzazioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Va detto, per onestà, che Almirate propose la pena capitale per i terroristi di destra; la sinistra propone ancora oggi per i suoi terroristi una “comprensione intellettuale” che in taluni casi sfiora la giustificazione.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/piscitellipiofilippanironconi.html' addthis:title='La lotta al comunismo ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>La simbologia dell&#8217;opera tolkieniana</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Jan 2000 10:35:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto Lombardo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un'analisi interpretativa dei simboli presenti nei romanzi di J.R.R. Tolkien]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/simbologiatolkien.html' addthis:title='La simbologia dell&#8217;opera tolkieniana '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/drago48x48.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Fantastico" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/letteratura48x48.png" width="48" height="48" alt="" title="Letteratura" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/yggdrasil.thumbnail.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Simboli e simbologia" /><br/><p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://tracker.tradedoubler.com/click?p=10388&amp;a=915108&amp;g=0&amp;url=http://www.bol.it/libri/scheda/ea978884529266" target="_blank"><img class="alignright" style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/dizionariotolkien.bmp" border="0" alt="Dizionario dell'Universo di J.R.R. Tolkien" width="95" height="151" align="right" /></a> Oggetto del mio intervento è un breve esame dell&#8217;uso del simbolismo da parte di Tolkien. Data, però, la vastità del tema, l&#8217;amplissimo uso di <a title="Simboli" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simboli</a> da parte del filologo di Oxford e la ampiezza di rimandi, riscontri e ulteriori riflessioni che ogni <a href="http://www.centrostudilaruna.it/simboli.html">simbolo</a> suscita, questa analisi non potrà, per forza di cose, che limitarsi ad alcuni brevi cenni. Inoltre, la stessa rassegna che intendo qui proporre ha una pretesa meramente &#8220;evocativa&#8221;, di fornire, cioè, un insieme limitato di immagini, approssimazioni e &#8220;visioni&#8221; simboliche, al fine di rispondere a questi interrogativi: quale la misura dell&#8217;uso dei simboli da parte di Tolkien? Quali le implicazioni di questo uso? E quale la consapevolezza, da parte dell&#8217;autore, nel ricorrere a questi simboli &#8211; cioè: quale &#8220;rigore tradizionale&#8221;, rispondenza al significato arcaico?</p>
<p style="text-align: justify;">Si può premettere sin d&#8217;ora, a parziale risposta a tali quesiti, che Tolkien non ignorava certo una delle caratteristiche principali dei simboli, quella della loro dualità (non dualismo): due significati diversi, spesso opposti, si racchiudono in un unico <a href="http://www.centrostudilaruna.it/simboli.html">simbolo</a>, spesso corroborandosi vicendevolmente, senza negarsi l&#8217;un l&#8217;altro. Talvolta, peraltro, tale dualità è dovuta a ragioni di tipo storico, accadendo che un senso nuovo andasse a sostituire il precedente, per opposizione, per &#8220;cambio di civiltà&#8221; o per il sovrapporsi di una nuova sensibilità. Conscio di questa fondamentale caratteristica, Tolkien è però appieno uomo del ventesimo secolo. In lui <em>epos </em>e <em>mythos </em>sentono i tratti di quest&#8217;epoca, manifestandosi, a livello letterario, in una malinconia, o meglio in una nostalgia (dolore della lontananza). Tale carattere, latente e diffuso dell&#8217;opera tolkieniana, e che cercherò di mettere in luce nel proseguio, è la ragione del tanto fascino odierno, inattenuato (e anzi direi accresciuto) a quasi trent&#8217;anni dalla scomparsa dell&#8217;autore del <em>Signore degli Anelli</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">I simboli che tratterò per primi sono legati agli elementi naturali. La loro semplicità non deve fare pensare a banalità: viceversa, essa è sinonimo di universalità. Facendo riferimento a immagini quali quelle della montagna (e del vulcano), della caverna (e del labirinto), dell&#8217;albero, del bosco, del giardino o dell&#8217;isola, infatti, si allude a elementi presenti agli uomini di pressoché ogni epoca e luogo. Non solo questo, ma anche questo è un importante motivo della loro universalità, che non casualmente si esprime in termini affini, attribuendosi cioè allo stesso <a href="http://www.centrostudilaruna.it/simboli.html">simbolo</a> analoghi significati in tradizioni diverse. I riferimenti che farò, peraltro, saranno limitati per lo più all&#8217;area indoeuropea, perché sebbene alcuni ravvisino, e fors&#8217;anche non a torto, influenze diverse in Tolkien (specialmente veterotestamentarie), a me pare che in gran misura all&#8217;area spirituale e mitologica indoeuropea si debba far riferimento, tanto nel cercare riferimenti specifici di modelli di ispirazione di Tolkien, quanto, e a maggior ragione, nell&#8217;investigare la stessa &#8220;visione del mondo&#8221; tolkieniana.</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://tracker.tradedoubler.com/click?p=10388&amp;a=915108&amp;g=0&amp;url=http://www.bol.it/libri/scheda/ea978885140079" target="_blank"><img class="alignleft" style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/eroisignoreanelli.bmp" border="0" alt="Paolo Gulisano, Gli eori del Signore degli Anelli" width="95" height="133" align="left" /></a> Il primo <a href="http://www.centrostudilaruna.it/simboli.html">simbolo</a> cui farò dunque riferimento è quello della montagna. Univocamente le tradizioni mondiali le attribuiscono il significato di sede della divinità: ciò avviene tanto nei casi più noti del greco Olimpo, dell&#8217;indiano Sumeru (noto anche come Meru), dei varî Sinai, Sion e Golgota biblici, etc. Ma in realtà di monti sacri sono costellate le credenze dei popoli; per esempio, in un recente saggio (R. Del Ponte, <em>I Liguri. Etnogenesi di un popolo</em>, Ecig, Genova 1999) è stato ben messo in luce come tra gli antichi Liguri, una delle principali popolazioni italiche antiche, nella <a href="http://www.centrostudilaruna.it/religione.html">religiosità</a> trovasse una posizione del tutto preminente un &#8220;culto delle vette&#8221; con relativi santuari e divinità collegate. Non è un caso del resto, come hanno rilevato alcuni pensatori tradizionalisti, che il termine &#8220;paradiso&#8221; derivi alla nostra lingua, per il tramite dell&#8217;ebraico, dal sanscrito <em>paradesha</em>, indicante un luogo elevato. Nel simbolismo, nell&#8217;iconologia antica come nelle più remote incisioni rupestri, la montagna viene rappresentata come un triangolo, più o meno equilatero, con un vertice rivolto verso l&#8217;alto. Questo simbolismo dell&#8217;alto, dell&#8217;elevato, della direzione verticale e ascendente, non è senza relazioni con una visione del divino in cui a essere invocate sono le potenze luminose, solari, &#8220;maschili&#8221;. Chiariremo meglio questo concetto in seguito, trattando della montagna e della caverna.</p>
<p style="text-align: justify;">In molti miti europei, specialmente <a href="http://www.centrostudilaruna.it/medioevo.html">medievali</a>, la montagna viene collegata alla figura di sovrani, mitici o reali, che, si dice, in essa riposano, per tornare un giorno, destati dal loro lungo sonno, a restaurare l&#8217;aureo periodo della loro regalità. Tutto ciò conforta l&#8217;immagine della montagna quale luogo sacro. Inoltre sulle affinità di &#8220;ascesi&#8221; e &#8220;ascesa&#8221; molto è stato scritto: basti rammentare, qui, come la stessa odierna esperienza alpinistica abbia in numerose occasioni fornito lo spunto, a scalatori più o meno &#8220;professionisti&#8221;, di parlare di &#8220;esperienze di confine&#8221;, quando non di veri e proprî &#8220;stati trascendenti della coscienza&#8221;. In tutto ciò, nel contatto e nel confronto diretto dell&#8217;uomo con la montagna, va dunque ravvisata una di quelle &#8220;porte&#8221; al sovrasensibile già chiaramente percepite dagli antichi. I riti dionisiaci si svolgevano sulle alture, e i maestri spirituali cinesi, ricorda René Daumal nel suo libro <em>Il monte analogo</em>, che costituisce un po&#8217; una <em>summa </em>di questi orientamenti, impartivano agli allievi le loro lezioni sull&#8217;orlo dei precipizî delle montagne.</p>
<p style="text-align: justify;">A questa visione tradizionale della montagna si affiancava una ben precisa struttura cosmica. Essa ha una sua compiuta teorizzazione in India, dove al Sumeru fa da contraltare cosmico un omologo monte &#8220;perno dell&#8217;universo&#8221; dall&#8217;altra parte del mondo: l&#8217;immagine della montagna come Asse del Mondo, sia detto per inciso, doveva avere un&#8217;<a href="http://www.centrostudilaruna.it/storiaantica.html">antichità</a> forse addirittura maggiore di quella dell&#8217;albero. Questa stessa struttura cosmica è presente anche nella Divina Commedia, dove il monte del purgatorio si erige precisamente sulla verticale della &#8220;natural burella&#8221; del cono dell&#8217;inferno.</p>
<p style="text-align: justify;">Come si presenta in Tolkien questo simbolismo? Prendiamo a esempio, per rispondere, uno dei passi principali in cui i personaggî si trovano di fronte a una montagna: il Caradhras. Qui il monte è ostile: le espressioni dei personaggî in merito sono inequivoche. Essa si oppone al passaggio della Compagnia dell&#8217;Anello, poiché il braccio del Nemico è divenuto assai lungo, e ha ormai raggiunto anche queste terre a lui assai remote. Il monte è cioè pervaso ancora da un senso del sacro, ma terribile e incontrollabile: la potenza che lo domina si rivela ostile: sarà questo il motivo che costringerà la Compagnia a trovare una diversa via.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Un significato affine alla montagna, ma non uguale, ha nel simbolismo il vulcano. La mancanza della vetta, che lo caratterizza e differenzia, non equivale a mancanza di carattere sacro. Viceversa, il contatto della fiamma incandescente che vi riposa con l&#8217;ambiente esterno è segno di una sacralità a diretto contatto con il mondo &#8211; peraltro dall&#8217;aspetto spesso terribile. Senza andare troppo lontano, si pensi al mito circa l&#8217;Etna, concepito quale fucina nella quale Vulcano forgiava le saette di Zeus; una tradizione medievale inoltre, riportata dal Graf, rimanda a quell&#8217;&#8221;Artù nell&#8217;Etna&#8221; (forse una figurazione simbolica di Federico II) cui si è accennato parlando della montagna. Ed è un vulcano, nel <em>Signore degli Anelli</em>, a costituire, nella terra nemica, l&#8217;obbiettivo della cerca <em>sui generis </em>che il protagonista deve compiere. Anche qui, il vulcano è la sede di una manifestazione del divino terribile, che distrugge.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Direttamente connesso, anzi dipendente dal simbolismo della montagna è quello della caverna. Per riprendere il tema iconografico suaccennato, se la montagna veniva usualmente raffigurata con un triangolo dal vertice rivolto verso l&#8217;alto, è un opposto triangolo con il vertice rivolto verso il basso a indicare la caverna. Il sovrapporsi dei due simboli, poi, poteva dar luogo al cosiddetto &#8220;Sigillo di Salomone&#8221;, che, di là dall&#8217;essere odierno emblema di una recente entità statuale mediorientale, è <a href="http://www.centrostudilaruna.it/simboli.html">simbolo</a> universale, non certo prerogativa del solo ebraismo (lo si ritrova anche nella più antica India, per esempio). Esso rimanda a una conciliazione degli opposti.</p>
<p style="text-align: justify;">Secondo <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/rene-guenon/">René Guénon</a></span>, è a una diversa epoca, più recente, che va connesso il simbolismo sacrale della caverna: come in epoche remote il divino era naturalmente accessibile a tutti, e in quanto tale da tutti visibile (tale è il caso della montagna), con una nuova età (e precisamente con la seconda fase del ciclo cosmico) le conoscenze che alla sede del divino si ricollegavano devono &#8220;ritirarsi&#8221; in un luogo più remoto, non accessibile a tutti, così dando forma all&#8217;esoterismo. I popoli, va peraltro aggiunto, non sempre si avvicinarono alle caverne con il medesimo &#8220;sentire&#8221;. Popoli che abitarono nelle caverne manifestavano spesso un&#8217;attitudine &#8220;lunare&#8221; e &#8220;matriarcale&#8221; nei confronti della spiritualità, viceversa un diverso sentire doveva generalmente animare quanti verso le caverne andavano con precisi intenti rituali. È nel mitraismo, <a href="http://www.centrostudilaruna.it/religione.html">religione</a> spiccatamente (seppur non del tutto univocamente) solare, che i riti di iniziazione si compivano negli antri più bui.</p>
<p style="text-align: justify;">In Tolkien, e in particolare nel <em>Signore degli Anelli</em>, sono due le caverne, o i tipi di caverne, che hanno rilevanza. Le prime sono le antiche case degli hobbit: la loro caratteristica è il senso di accoglienza domestica. Il popolo hobbit, d&#8217;altronde, è di indole prevalentemente pantofoliera, borghese e, appunto, &#8220;matriarcale&#8221;. Le caverne abitate anticamente da loro, comunque, hanno poco della &#8220;caverna&#8221; in senso classico: dai dolci e verdi colli della Contea non sorgono vette altissime, e le caverne sono proporzionalmente dimensionate, anche e soprattutto nell&#8217;&#8221;indole&#8221; espressa dai loro abitanti.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;altro tipo di caverna, anzi la caverna per eccellenza del <em>Signore degli Anelli</em>, è Moria. Nel viaggio della Compagnia a Moria, vera e propria &#8220;discesa agli inferi&#8221; in piena regola, si ripetono modelli universali di simbolismo. Lo stesso ingresso nell&#8217;antro della caverna è anticipato da un viaggio periglioso; il luogo in cui si trova il &#8220;passaggio&#8221; al mondo infero è oscuro e tetro. Queste caratteristiche trovano delle precise corrispondenze, per esempio, nel VI libro dell&#8217;<em><span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/eneide-2/7195" target="_blank">Eneide</a></span> </em>e nel primo canto dell&#8217;Inferno dantesco; ma di &#8220;discese agli inferi&#8221; sono ricche un po&#8217; tutte le tradizioni: si tratta del modello classico del viaggio iniziatico. Entrata la Compagnia dell&#8217;Anello nella caverna, il simbolismo di questa cede il passo, secondo un modello assai consueto, al simbolismo del labirinto; infatti Moria si snoda in una miriade di stanze, costruite in epoche remote dai nani. Qui la Compagnia può procedere solo grazie alla guida sicura di Gandalf, elemento della luce spirituale, vero e proprio &#8220;filo di Arianna&#8221;. La caverna è nel simbolismo inoltre strettamente associata al cuore, come ha rilevato con particolare efficacia <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/rene-guenon/">René Guénon</a></span>. Non è d&#8217;altronde casuale, a mio avviso, che l&#8217;assedio di cui è vittima la Compagnia sia scandito da un battito (&#8220;<em>tum, tum</em>&#8220;) di tamburi, a ritmo sempre crescente. Nel viaggio raccontato nel romanzo, seguono con preciso significato al nero della caverna il combattimento di Gandalf, custode del &#8220;Fuoco Segreto&#8221; nelle e contro le fiamme del Balrog (fase &#8220;rossa&#8221;) e, alla conclusione di un lungo percorso iniziatico, la rinascita del protagonista quale &#8220;Gandalf il Bianco ritornato dalla morte&#8221;. In questa prospettiva, il &#8220;ritorno alla luce&#8221; della Compagnia rappresenta il compimento della &#8220;rinascita&#8221; iniziatica.</p>
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<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/0345324366/centrostudilarun" target="_blank"><img class="alignright" style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/0345324366.bmp" border="0" alt="J.R.R. Tolkien - R. Foster, The Complete Guide to Middle-Earth: From the Hobbit to the Silmarillion" hspace="3" vspace="3" width="82" height="140" align="right" /></a>A questo punto del romanzo la Compagnia torna a viaggiare alla luce del sole, e giunge a Lorien: il giardino per eccellenza del libro. È un &#8220;giardino di delizia&#8221;: il popolo fatato che lo abita vive sugli alberi che ama, immagini fatate e meravigliose vi si susseguono; il tempo stesso ivi scorre in modo inusuale. Questo tema del giardino meraviglioso e delizioso è presente in diverse testimonianze tradizionali (si pensi a quello delle Esperidi, alla saga di Gilgamesh, al Paradiso terrestre biblico). L&#8217;albero in sé, che del giardino costituisce elemento essenziale, ha in Tolkien prevalenti caratteristiche &#8220;positive&#8221; (luminose nel Silmarillion, di <a href="http://www.centrostudilaruna.it/simboli.html">simbolo</a> regale &#8211; a Minas Tirith &#8211; e di arcaicità &#8211; nel caso di Fangorn &#8211; nel Signore degli Anelli), ma il Bosco, altra forma di manifestazione del simbolismo dell&#8217;albero, è caricato di un significato nettamente duale. Esistono cioè caratteristiche assai diverse tra i personaggî incarnanti primordiali &#8220;signori dei boschi&#8221;, come Tom Bombadil &#8211; che paiono così vicini all&#8217;immagine dello jüngeriano <em>Waldgänger</em>) e i personaggi che viceversa vedono i boschi come luoghi oscuri e tenebrosi (o meglio, sono diverse le tipologie di boschi). La foresta per eccellenza della Terra di Mezzo, e cioè Bosco Atro, rientra nettamente in questa seconda tipologia.</p>
<p style="text-align: justify;">Scrisse nel suo <em>Origini indoeuropee </em>Giacomo Devoto, forse il principale linguista italiano del secolo: &#8220;Il tratto fondamentale del paesaggio indoeuropeo originario è dato dalla foresta&#8221;. Allo stesso modo, termini importantissimi del vocabolario indoeuropeo più arcaico traggono proprio dal paesaggio boschivo la loro fonte etimologica: la stessa fondamentale parola &#8220;luce&#8221; deriva da quella sua particolare manifestazione che è data dal suo filtrare tra i rami degli alberi, e in specie nelle radure. Così &#8220;luce&#8221; è strettamente parente di <em>lucus</em>, il bosco sacro nell&#8217;antico latino. Inoltre nell&#8217;immaginario medievale europeo al bosco si collegavano le più svariate credenze: esso era visto infatti come luogo di arcani incontri, di pericolose presenze, di fatate entità. Queste sono le stesse caratteristiche di Bosco Atro.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Anche l&#8217;isola, come noto, ha una parte di rilievo nell&#8217;epopea tolkieniana. Il richiamo, nettissimo, al mito platonico circa l&#8217;affondamento di Atlantide è sin troppo noto nella vicenda di Numenor perché valga soffermarvisi. Ciò che va aggiunto è che la sede degli &#8220;immortali&#8221; o &#8220;immortalati&#8221;, delle presenze luminose elfiche incorrotte, resta l&#8217;isola a Occidente. Mito diffusissimo, addirittura al di fuori dei confini d&#8217;Europa, quello dell&#8217;isola quale sede mitica è testimoniato dalla ricchezza delle tradizioni sulle varie Thule, Avallon, Tir na mBeo etc. Si tratta di raffigurazioni varie (e riferite, specie la prima in confronto alle altre, forse anche a memorie diverse) di una terra originaria e fatata, sede variamente di &#8220;eroi&#8221;, morti e presenze immortali. Su questo tema torneremo tra breve, facendo riferimento all&#8217;ultimo dei simboli qui trattati.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Il convegno odierno essendo dedicato al &#8220;Viaggio della Compagnia verso il terzo Millennio&#8221;, sarà forse il caso di aggiungere qualcosa su queste parole, iniziando dalla Compagnia. Nelle saghe e nelle leggende, va premesso, è più frequente l&#8217;eroe solitario rispetto alla compagnia (ma ci sono numerose eccezioni). In estrema sintesi a me pare che la Compagnia tolkieniana non sia un&#8217;unione comunistica, nella quale le singole personalità si fondono; vi permangono tratti gerarchici, e oltretutto una speciale &#8220;interrazzialità&#8221;. Si tratta dell&#8217;<em>élite </em>delle razze solari a riunirsi nella Compagnia dell&#8217;Anello: mai, per intenderci, un Orco o un Sudrone ne avrebbe potuto far parte. In essa nessuno perde la sua precisa identità e il suo preciso ruolo, anche letterario, ma viceversa è per il tramite della Compagnia stessa che matura e vive la sua avventura vera e propria, che combatte cioè la sua Grande Guerra Santa. Lo spirito è quello di una compagnia di ventura, o ancor più quello dei <em>sodales </em>medievali.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;impresa iniziatica della Compagnia è il viaggio, e non potrebbe praticamente essere altrimenti. Viaggiatori mitici sono Dante, Ulisse, Enea, Ercole, Gilgamesh, Sigfrido e tantissimi altri: è nel viaggiare che l&#8217;eroe si confronta con i pericoli, cresce e migliora. E al viaggio non può fare da naturale conclusione che il ritorno: non a caso con le parole &#8220;Sono tornato&#8221; si chiude il Signore degli Anelli: davvero simile, d&#8217;altronde, è il finale dell&#8217;avventura di Sam a quello di Ulisse che giunge nella sua Itaca e giustizia i proci che vi imperversano.</p>
<p style="text-align: justify;">La realizzazione del compito della Compagnia dell&#8217;Anello conclude un vero e proprio ciclo cosmico: la Terza Era si chiude, e inizia l&#8217;Età degli Uomini. Anche la concezione ciclica tradizionale è ben presente a Tolkien &#8211; e la sua attitudine di fronte al destino di decadenza del mondo moderno fa di lui un guerriero nel senso tradizionale. Con l&#8217;instaurarsi di un nuovo ciclo, anche nuove forme simboliche vengono a predominare.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Per concludere questa disamina, vorrei ricordare un ultimo <a href="http://www.centrostudilaruna.it/simboli.html">simbolo</a> che appare in Tolkien in un modo molto significativo. La Compagnia dell&#8217;Anello sta per lasciare Lorien, per riprendere il suo viaggio. Lungo il Grande Fiume, prima dell&#8217;addio, una imbarcazione dalle sembianze di un grande <a href="http://www.centrostudilaruna.it/simbolismodelcigno.html">cigno</a> dorato si avvicina. Un canto dolce e tristissimo è quello di addio della bianca e bellissima dama Galadriel, velato di tristezza, ma in esso già si cela, in pura potenza, il richiamo della redenzione. Il popolo chiaro, puro e luminoso dà così il suo addio. Analogamente, dalla &#8220;triste storia dei figli di Lir&#8221; irlandese sappiamo di come i figli di questo sfortunato sovrano furono per un sortilegio mutati in <a href="http://www.centrostudilaruna.it/simbolismodelcigno.html">cigno</a>: il loro canto dolcissimo e tristissimo incanta chi li oda. Esso appartiene o rimanda così all&#8217;Altro mondo. Nel mito greco e romano il <a href="http://www.centrostudilaruna.it/simbolismodelcigno.html">cigno</a> è animale iperboreo, sacro al dorico e nordico Apollo; non a caso dalla Svezia alla Valcamonica si rinvengono incisioni raffiguranti il suo caratteristico collo. In un mito estremamente diffuso Fetonte, avendo improvvidamente guidato il carro del padre, dio solare, viene precipitato nelle acque dell&#8217;Eridano, ove muore. Viene pianto dalle Eliadi ma anche da Cicnus, il vecchio figlio del re dei Liguri, che ne era parente. Il canto di dolore muta il vecchio dai bianchi capelli nell&#8217;animale che oggi porta il suo nome, e che assurge in cielo (il fenomeno è definito sin dagli antichi come catasterismo). Socrate, nel <em>Fedone </em>platonico, sostiene di assomigliare al <a href="http://www.centrostudilaruna.it/simbolismodelcigno.html">cigno</a>, che non piange la propria morte, in realtà, dolorosamente, ma con la gioia di chi sa di ricongiungersi all&#8217;elemento divino donde proviene.</p>
<p style="text-align: justify;">Questa bianchezza dell&#8217;animale, come dei capelli dei vecchi, non è solo il segno della purezza originaria, ma rimanda anche alla sua remota <a href="http://www.centrostudilaruna.it/storiaantica.html">antichità</a> iperborea. E il rivolgere a tale remota origine lo sguardo è il grande messaggio dell&#8217;opera <a href="http://www.centrostudilaruna.it/simboli.html">simbolica</a> tolkieniana.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>* * *</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Relazione tratta da AA.VV., <em>J.R.R. Tolkien. Il viaggio della Compagnia verso il Terzo Millennio</em>, Atti del Convegno svoltosi all&#8217;Università degli Studi di Roma &#8220;La Sapienza&#8221; il 5 maggio 2000, Roma 2001, pp. 45-53.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/simbologiatolkien.html' addthis:title='La simbologia dell&#8217;opera tolkieniana ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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