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	<title>Centro Studi La Runa &#187; Cesare</title>
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		<title>La presenza delle profezie nel mondo greco e romano</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Jul 2010 15:57:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Pellegrino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sia nel mondo greco che in quello romano le profezie esercitavano una forte influenza, tanto su coloro che appartenevano alle classi subalterne quanto su coloro che detenevano i vari tipi di potere; a Roma perfino gli imperatori subivano l’influenza degli oracoli e dei sacerdoti addetti alla formulazione delle profezie.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/la-presenza-delle-profezie-nel-mondo-greco-e-romano.html' addthis:title='La presenza delle profezie nel mondo greco e romano '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storia-antica.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Storia antica" /><br/><div class="mceTemp">
<dl id="attachment_5489" class="wp-caption alignright" style="width: 310px;">
<dd class="wp-caption-dd"><img class="size-full wp-image-5489" title="pizia" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/pizia.jpg" alt="Egeo, mitico re di Atene, consulta la Pizia assisa sul bacile del tripode. Un'iscrizione la identifica come Temi. Tondo di una kylix attica a figure rosse del 440-430 a.C.. Opera del ceramografo Kodros (Antikensammlung di Berlino, Berlin Mus. 2538)." width="300" height="299" /></p>
<p>Egeo, mitico re di Atene, consulta la Pizia assisa sul bacile del tripode. Un&#8217;iscrizione la identifica come Temi. Tondo di una kylix attica a figure rosse del 440-430 a.C.. Opera del ceramografo Kodros (Antikensammlung di Berlino, Berlin Mus. 2538).</dd>
</dl>
</div>
<p style="text-align: justify;">Sia nel mondo greco che in quello romano le profezie esercitavano una forte influenza, tanto su coloro che appartenevano alle classi subalterne quanto su coloro che detenevano i vari tipi di potere; a Roma perfino gli imperatori subivano l’influenza degli oracoli e dei sacerdoti addetti alla formulazione delle profezie. Cominceremo col prendere in considerazione l’importanza delle profezie nel mondo greco per poi passare a interessarci del modo in cui esse influenzavano gli antichi romani, sia al tempo della Repubblica che a quello dell’Impero.</p>
<p style="text-align: justify;">Per quanto riguarda l’antica Grecia, tanto le fonti letterarie e poetiche quanto quelle filosofiche e storiche testimoniano che le profezie giocavano un ruolo di primaria importanza. Prima di prendere in considerazione alcune fonti poetiche e letterarie riteniamo però opportuno fare qualche considerazione sulla <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religione</a> greca e sulla concezione che i Greci avevano degli dei, al fine di far comprendere al lettore come tale religione dovette spingere per forza di cose gli individui a dare molta importanza alle profezie.</p>
<p style="text-align: justify;">Una delle principali caratteristiche della <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religione</a> greca era il forte antropomorfismo: gli antichi greci attribuivano agli dei sia le migliori qualità degli uomini, sia i loro peggiori difetti. Di conseguenza per i greci gli dei interferivano molto spesso nelle faccende degli uomini &#8211; anche in quelle più banali &#8211; per cui si può dire che nella <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religione</a> olimpica le barriere che separavano il  mondo degli dei da quello degli uomini erano abbastanza labili (tanto che nei miti capitava spesso che Giove e anche altre divinità si concedessero di avere rapporti sessuali con le donne e di generare figli dalle caratteristiche semidivine). Il fatto che le barriere tra il mondo degli dei e quello degli uomini fossero labili è dimostrato anche dal fatto che tanto sia nella religione greca che in quella romana alcuni uomini dopo la loro morte venivano divinizzati (per fare un esempio Romolo, venne divinizzato dopo la morte col nome di dio Quirino; inoltre alcuni uomini che erano figli di un essere umano e di una divinità, come ad esempio Dioniso, vennero a loro volta adorati in un secondo momento come divinità nella religione greca. Sempre nella religione greca Adone, che era un essere umano bello al punto da fare innamorare la dea Venere, venne divinizzato dopo la morte, causata da un cinghiale lanciatogli contro dal dio Marte. Gli studiosi della religione greca definiscono queste divinità, che prima di diventare tali erano esseri umani, col termine tecnico di “dei in vicenda”). D’altra parte anche le dee non disdegnavano di avere rapporti sessuali con gli uomini, tanto è vero che il famosissimo eroe Achille era figlio di un uomo (Peleo) e di una dea del mare, ovvero Teti.</p>
<p style="text-align: justify;">Altre volte, invece, le divinità assumevano atteggiamenti duri e vendicativi nei confronti degli esseri umani. Tali atteggiamenti erano talvolta giustificati da gravi colpe morali e religiose commesse dagli uomini o dalle donne, oppure dal fatto che gli esseri umani diventavano troppo superbi a causa dei successi che avevano ottenuto dimenticando la propria natura umana. Tale superbia, denominata dagli antichi greci <em>hybris</em>, faceva scatenare la vendetta divina, che nell’antica lingua greca veniva denominata <em>nemesis</em>. Altre volte invece poteva accadere che uomini o donne che non avevano commesso gravi colpe venivano colpiti dalle punizioni divine per motivi che nemmeno loro riuscivano a comprendere.</p>
<p style="text-align: justify;">Di conseguenza nel mondo greco una delle questioni religiose più complesse era proprio quella di capire se un individuo godesse dell’appoggio degli dei o se fosse inviso alle divinità, in quanto i criteri della giustizia divina non erano sempre molto chiari e ben definiti come in altre <a title="religioni" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religioni</a>. Per fare un esempio tratto dalla <a title="letteratura" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/letteratura">letteratura</a> greca, nelle tragedie i personaggi che venivano colpiti dalla vendetta divina non sempre avevano commesso colpe per loro libere scelte, ma anzi a volte erano stati gli stessi dei a creare delle situazioni tali da indurre i protagonisti a compiere azioni moralmente sbagliate al solo scopo poi di poterli colpire. A volte poi capitava che il protagonista di una tragedia compisse un’azione moralmente sbagliata perché ignaro della situazione nella quale si trovava ad agire (ad esempio, Edipo ha rapporti incestuosi con la propria madre perché ignora tale legame di parentela).</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/il-divino-nellellade/706" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-5486" style="margin: 10px;" title="divino-nell-ellade" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/divino-nell-ellade.jpeg" alt="" width="200" height="306" /></a>Se poi al problema che agli individui riusciva difficile comprendere quale atteggiamento gli dei avevano assunto nei loro riguardi aggiungiamo che gli uomini non dovevano solo fare i conti con gli dei ma anche con il Fato, comprendiamo il motivo per cui gli individui appartenenti a tutte le classi sociali ricorrevano agli oracoli e alle profezie per cercare di saper che cosa il futuro riservasse loro.</p>
<p style="text-align: justify;">Non dobbiamo infatti dimenticare che la credenza nell’esistenza del Fato giocava un ruolo di grandissima importanza nella <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religione</a> greca. In sintesi il Fato era una forza cosmica davanti alla quale si dovevano piegare non solo gli uomini ma anche gli dei compreso lo stesso Zeus che era il capo degli dei nella <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religione</a> olimpica. Nell’<em><a title="Iliade" href="http://www.libriefilm.com/iliade-2/7976">Iliade</a></em>, per esempio, lo stesso Achille (che non era un uomo come tutti gli altri essendo figlio di un uomo e di una dea) non può sfuggire al volere del Fato che aveva deciso che l’eroe greco morisse durante la guerra di Troia. Anche la madre di Achille, la dea Teti, non può far niente per salvare il figlio e deve piegarsi al volere del Fato. La <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religione</a> olimpica greca spingeva gli uomini a ricorrere agli oracoli, alle profezie, ai veggenti e agli astrologi. Inoltre nei periodi particolarmente difficili per il singolo individuo o per la collettività (in caso di guerre particolarmente lunghe e violente oppure in caso di epidemie di malattie quali la peste) era inevitabile che gli uomini cercassero qualcuno che dicesse loro cosa riservava il futuro.</p>
<p style="text-align: justify;">Fatte queste premesse non ci deve sorprendere se tra le funzioni che i templi dedicati alle varie divinità svolgevano nell’antica Grecia c’era anche quella di fornire oracoli. A dire il vero, nella <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religione</a> greca i templi svolgevano varie funzioni: assicurare lo svolgimento di determinati riti e sacrifici, detenere beni e denaro in notevole quantità, essere luoghi dove venivano decise alleanze politiche, fornire oracoli e in alcuni casi assicurare agli individui rapporti sessuali mediante la <a title="prostituzione sacra" href="http://www.centrostudilaruna.it/prostituzione-sacra-italia-antica.html">prostituzione sacra</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Per quanto riguarda la prima funzione appare evidente che nei templi di ogni religione vi debbono essere sacerdoti che diano la possibilità di assistere a riti religiosi e di chiedere l&#8217;esecuzione di sacrifici in onore degli dei. Nella religione greca olimpica i templi dedicati a quasi tutte le divinità svolgevano tale funzione ritualistica, e in essi avvenivano spesso sacrifici agli dei per attirarsi la loro protezione.</p>
<p style="text-align: justify;">Oltre  a tale funzione ritualistica i templi nell’antica Grecia svolgevano spesso anche un ruolo importante a livello economico, poiché detenevano notevoli quantità di denaro e possedevano anche beni immobili. Per quanto riguarda la funzione politica che alcuni templi esercitavano faremo un esempio molto significativo: la Lega Delo-Attica che era sottoposta al dominio ateniese aveva come suo punto di riferimento il tempio di Delo, che conteneva anche notevoli quantità di denaro derivante dai tributi che gli ateniesi imponevano alle città che facevano parte di tale lega. Come noto, la Lega Delo-Attica controllata da Atene ebbe una notevole importanza nello scoppio della guerra del Peloponneso. In tale guerra alla Lega Delo-Attica si oppose la lega che si trovava sotto il controllo di Sparta: tale lega era costituita, oltre che da Sparta, dalle principali città del Peloponneso.</p>
<p style="text-align: justify;">Esistevano poi alcuni templi che svolgevano la funzione di fornire oracoli. Soprattutto le sacerdotesse dei templi dedicati ad Apollo avevano questo potere: particolarmente famoso per gli oracoli era il tempio di Delfi. Accadeva spesso anche che le donne in preda alla “mania” dionisiaca ricevessero dal dio Dioniso il potere di effettuare profezie.</p>
<p style="text-align: justify;">Infine in alcuni templi (soprattutto dedicati alla dea Venere) si svolgeva la prostituzione sacra, basata sul fatto che le sacerdotesse accettavano di concedersi sessualmente alle persone che vi si recavano a condizione che costoro facessero offerte di denaro al tempio in onore della divinità alla quale era dedicato.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo tali considerazioni riguardanti alcune delle caratteristiche della religione greca prenderemo in considerazione alcune fonti provenienti dalla letteratura greca che dimostrano quale importanza avessero nel mondo greco le profezie, in tutti i periodi della storia dell’antica Grecia. La prima opera che prenderemo in considerazione è uno dei due poemi omerici che abbiamo già citato di sfuggita: ci riferiamo all’<a title="Iliade" href="http://www.libriefilm.com/iliade-2/7976"><em>Iliade</em></a>, che deve essere considerato il più antico dei due poemi epici attribuiti ad Omero. Vogliamo premettere che il mondo che viene descritto nell’<a title="Iliade" href="http://www.libriefilm.com/iliade-2/7976"><em>Iliade</em></a> è un mondo molto diverso da quello che viene descritto nei poemi di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/esiodo" target="_blank">Esiodo</a></span> ma è anche diverso dal mondo che viene descritto nell’<a title="Odissea" href="http://www.libriefilm.com/odissea-3/7977"><em>Odissea</em></a>, in quanto nell’<a title="Iliade" href="http://www.libriefilm.com/iliade-2/7976"><em>Iliade</em></a> le virtù più importanti sono quelle che tradizionalmente venivano attribuite ai guerrieri. Come tutti sanno i due principali eroi dell’<em>Iliade</em> sono Achille, il più forte e valoroso degli eroi greci, ed Ettore, il più valoroso tra i figli di Priamo re di Troia. Nell’<em>Iliade </em>appare chiaro che esistono delle profezie che riguardano anche Achille ed Ettore, la cui sorella Cassandra era dotata di un notevolissimo potere mantico (la mantica nell’antica Grecia era la capacità di formulare profezie sotto l’influenza di alcune delle divinità olimpiche: soprattutto, Dioniso ed Apollo).</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/iliade-2/7976" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-5487" style="margin: 10px;" title="iliade" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/iliade.jpeg" alt="" width="200" height="319" /></a>Cominceremo a prendere in considerazione la profezia che riguarda Achille, al quale venne predetto che se fosse partito per Troia non sarebbe tornato vivo nella sua città. Achille cercò in vari modi di non partire per la guerra, ma Agamennone lo costrinse ricordandogli che Paride rapendo Elena non ne aveva offeso solo il marito, ma tutti i re greci che dovevano quindi vendicare l&#8217;offesa distruggendo Troia. Una volta giunto a Troia Achille si dimostrò subito il più valoroso tra gli eroi greci, al punto tale che uccise in duello Ettore per vendicare l’amico Patroclo, il quale era stato a sua volta ucciso da Ettore che lo aveva scambiato per Achille poiché ne indossava le armi. Priamo, re di Troia e padre di Ettore, si recò da Achille di nascosto per pregarlo di restituirgli il corpo di suo figlio Ettore e permettergli così di rendergli gli onori funebri. Questo è uno dei passi più significativi dell’<em>Iliade</em> per quanto riguarda il discorso sulla profezia (ben conosciuta da Achille) secondo la quale l’eroe greco non sarebbe più tornato vivo in Grecia. Infatti durante l’incontro notturno con Priamo Achille decise di consegnare al re troiano il corpo di Ettore e disse a Priamo, disperato per la morte del figlio, che egli stesso avrebbe raggiunto Ettore nell’Ade molto presto, ragion per cui i due eroi si sarebbero ben presto incontrati nel mondo dei morti. Come si vede, pronunciando tali parole Achille era consapevole che niente poteva impedire che tale profezia si realizzasse, perché questo era il volere del Fato.</p>
<p style="text-align: justify;">Per quanto riguarda Ettore dobbiamo dire che anche il più valoroso dei guerrieri troiani sapeva che cosa il futuro riservava sia a lui sia alla città di Troia. Per far comprendere al lettore come mai Ettore sapeva che sarebbe stato ucciso da Achille e anche che Troia sarebbe stata distrutta dai Greci dobbiamo parlare di Cassandra, una figlia di Priamo che aveva ricevuto il dono della profezia. Racconteremo ora in breve le tristi vicende che riguardano proprio Cassandra. Ella aveva rifiutato l’amore di Apollo, che si era invaghito di lei. Apollo, per vendicarsi del rifiuto di Cassandra di avere rapporti sessuali con lui, le diede il dono della profezia, accompagnato tuttavia dalla maledizione che nessuno avrebbe creduto alle profezie di Cassandra, sebbene tutte tali profezie si sarebbero inevitabilmente realizzate.</p>
<p style="text-align: justify;">Cassandra è passata alla storia come la più famosa profetessa di sventure del mondo greco, dal momento che tutte le sue profezie riguardavano avvenimenti tragici per i troiani. Ettore aveva quindi saputo dalla sorella che se avesse accettato la sfida di Achille (che voleva vendicare Patroclo) non sarebbe più tornato vivo a Troia, non avrebbe più rivisto il padre, la moglie e il figlio; ed inoltre l’eroe troiano era consapevole che la sua morte avrebbe notevolmente indebolito l’esercito troiano, facilitando la vittoria dei greci. Ma, nonostante tutto, il suo onore di guerriero gli imponeva di accettare l&#8217;impari sfida con Achille, per non passare per vigliacco. Per questo Ettore affrontò in duello Achille e venne ucciso dall’eroe greco. Anche questa volta le profezie di Cassandra si erano avverate. Dopo la caduta di Troia la profetessa troiana divenne schiava di Agamennone che la portò in Grecia, ma l’infelice Cassandra alla fine venne uccisa da Clitennestra.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo aver visto l’importanza delle profezie nell’<em>Iliade </em>prendiamo ora in considerazione i poemi di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/esiodo" target="_blank">Esiodo</a></span> che si differenziano molto dai poemi omerici, poiché non hanno come protagonisti guerrieri ed eroi ma gente comune che svolge lavori umili e faticosi e non desidera la gloria ma solamente vivere una vita normale. Anche nei poemi di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/esiodo" target="_blank">Esiodo</a></span> si intuisce chiaramente che nel mondo greco le profezie avevano una grande importanza.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche nelle tragedie accade spesso che il o i protagonisti di molte di esse ricevano delle profezie chiaramente sfavorevoli e spiacevoli, cosicché alcuni di questi personaggi fanno il possibile per evitare che tali profezie si realizzino. Ma poiché gli uomini nulla possono contro la volontà degli dei, né contro quella del Fato, queste profezie inevitabilmente si realizzano sempre.</p>
<p style="text-align: justify;">Non solo nella <a title="letteratura" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/letteratura">letteratura</a>, ma anche nella filosofia si nota l’importanza delle profezie nel mondo greco; sebbene in maniera meno evidente. Citeremo quali esempi di filosofi che secondo la tradizione hanno formulato profezie Empedocle e Pitagora. Empedocle è una figura molto particolare nella storia della filosofia greca in quanto ebbe la fama di essere un filosofo-mago dotato di grandi poteri. Sempre secondo la tradizione Empedocle formulò varie profezie utilizzando i suoi poteri paranormali. Anche Pitagora deve essere considerato un filosofo molto particolare in quanto sembrava essere dotato di poteri fuori dal normale. Di conseguenza anche a Pitagora vengono attribuite varie profezie ed inoltre egli viene considerato non solo un filosofo ma un iniziato.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/storie-di-alessandro-magno/8385" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-5490" style="margin: 10px;" title="curzio-rufo" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/curzio-rufo.jpeg" alt="" width="200" height="329" /></a>Chiudiamo il discorso sull’importanza delle profezie nel mondo greco mettendo in evidenza che nel periodo ellenistico anche alcuni storici che si interessarono alla vita e alle imprese di Alessandro Magno misero in evidenza che Alessandro aveva dato molto credito agli oracoli e alle profezie. Soprattutto negli ultimi tempi della sua vita, dopo aver conquistato l’impero persiano, Alessandro Magno divenne molto incline a sospetti e diffidenze di ogni tipo, ragione per la quale, secondo alcuni suoi biografi, egli cercava spesso di sapere, consultando gli oracoli o persone che dicevano di essere dotate del dono della profezia, che cosa gli riservava il futuro. Curzio Rufo, uno storico latino, parlando della vita e delle imprese di Alessandro Magno, mette in evidenza che nel grande condottiero macedone erano contemporaneamente presenti alcune delle più nobili virtù umane ed alcuni dei più gravi difetti riscontrabili nella natura umana. Curzio Rufo e altri storici che si interessarono delle vicende di Alessandro Magno ci dicono che ad un certo punto della sua vita il condottiero macedone affermava pubblicamente che il suo vero padre non era Filippo ma addirittura Zeus che a dire di Alessandro avrebbe avuto un rapporto sessuale con Olimpia (sua madre), dal quale sarebbe nato il grande condottiero macedone.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Detto ciò prenderemo in considerazione l’importanza delle profezie nel mondo romano, sia ai tempi della Repubblica sia ai tempi dell’Impero. Dobbiamo premettere che la <a title="religioen" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religione</a> aveva legami molto stretti con lo Stato nel mondo romano. A Roma esistevano sacerdoti che avevano proprio il compito di aiutare il Senato nelle scelte più importanti effettuando profezie. Tali sacerdoti erano gli aruspici, che erano considerati molto esperti nell’utilizzare gli animali uccisi durante i sacrifici e gli eventi naturali anomali per effettuare profezie. Ma nel mondo romano gli aruspici ebbero problemi quando si passò dalla Repubblica all’Impero, in quanto alcuni imperatori tentarono di limitare le attività degli aruspici emanando leggi che permettevano agli aruspici di svolgere il loro compito solo nei templi e non nelle case dei privati cittadini. Infatti alcuni imperatori particolarmente sospettosi (ad esempio Tiberio negli ultimi anni della sua vita) temevano che gli aruspici potessero formulare in casa di privati profezie che li istigassero ad organizzare congiure contro gli imperatori stessi.</p>
<p style="text-align: justify;">Un discorso diverso va fatto per Costantino, che come tutti sanno fu il primo imperatore romano a convertirsi alla <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religione</a> cristiana. Costantino emanò leggi molto severe che proibivano agli aruspici di effettuare profezie nelle case dei privati cittadini. Costantino, pur essendosi convertito alla religione cristiana, era consapevole che la maggioranza dei suoi sudditi erano pagani, cosicché anche se disprezzava gli aruspici ben sapeva di non poter proibire loro di svolgere il loro ruolo nei templi. Infatti, visto il prestigio di cui essi godevano, se Costantino avesse proibito loro di svolgere la loro attività anche nei templi sarebbe quasi certamente scoppiata una rivolta che avrebbe messo in pericolo sia la vita sia il potere imperiale di Costantino. L’imperatore si limitò quindi a punire severamente sia gli aruspici che accettavano di recarsi nelle case private, sia gli individui che li invitavano.</p>
<div id="attachment_5488" class="wp-caption alignright" style="width: 210px"><img class="size-full wp-image-5488" title="sibilla-cumana" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/sibilla-cumana.jpg" alt="Sibilla Cumana (Andrea del Castagno, Ciclo degli uomini e donne illustri)" width="200" height="441" /><p class="wp-caption-text">Sibilla Cumana (Andrea del Castagno, Ciclo degli uomini e donne illustri)</p></div>
<p style="text-align: justify;">Non dobbiamo tuttavia pensare che a Roma nel periodo imperiale gli aruspici fossero i soli a fare previsioni sul futuro, dal momento che essendosi diffusa nell’impero romano la credenza nell’astrologia il potere degli astrologi era andato sempre più aumentando, e i trattati di astrologia incontravano il favore e l’interesse di molti cittadini. Inoltre in alcuni templi romani esistevano sacerdotesse famose per avere ricevuto dagli dei il dono della profezia. La più famosa era la Sibilla Cumana.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche nella <a title="letteratura" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/letteratura">letteratura</a> latina si parla di profezie. Per fare un esempio anche nell&#8217;<em><span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/eneide-2/7195" target="_blank">Eneide</a></span></em>, una delle più famose opere della letteratura latina, si parla di profezie. Infatti ad Enea viene fatto sapere che aveva ricevuto la missione di fondare una nuova città nel Lazio e che sarebbe diventato il progenitore di un popolo che avrebbe dominato il mondo, ovvero il popolo romano. Come tutti sanno Enea si era innamorato di Didone, regina di Cartagine, ed aveva deciso di non continuare il suo viaggio al fine di sposare Didone. Per evitare che Enea restasse a Cartagine Giove ordinò a Mercurio (Mercurio nella mitologia greca e romana era il messaggero degli dei) di recarsi da Enea per fargli sapere che gli dei gli avevano affidato la missione di fondare una nuova città nel Lazio: ragione per cui il principe troiano non poteva restare a Cartagine e non poteva sposare Didone. Come si vede, in questo caso sono gli stessi dei a profetizzare ad Enea che egli sarebbe diventato il capostipite di un popolo destinato a dominare il mondo.</p>
<p style="text-align: justify;">Possiamo anche dire che in tutta la storia romana, sia nel periodo repubblicano sia in quello imperiale, gli oracoli e le profezie condizionavano molto il comportamento degli individui, sia appartenenti alle classi dominanti sia a quelle subalterne. Dobbiamo anche tenere presente che molti romani pensavano che anche attraverso i sogni gli dei potevano dare informazioni agli uomini sugli eventi futuri. Per fare un esempio molto conosciuto e raccontato da diverse fonti citeremo il sogno profetico della moglie di Cesare la notte che precedette la congiura delle idi di marzo che causò la morte di Cesare. In quella notte la moglie del condottiero romano fece un sogno spaventoso che le fece capire che il marito rischiava di essere ucciso. Ella la mattina dopo riferì il sogno a Cesare, invitandolo a non recarsi in Senato o quanto meno a farsi scortare da un numero sufficiente di soldati. Cesare non diede alcun valore alle parole della moglie e considerò il sogno che ella gli aveva raccontato privo di importanza; cosicché decise di andare in Senato privo di scorta. Questa decisione gli costò la vita, come tutti sanno.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella <a title="letteratura" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/letteratura">letteratura</a> latina si trovano autori che affermano che alcune profezie siano state effettuate da fantasmi di persone morte. L’esempio che intendiamo riportare riguarda ancora la morte di Cesare ed è raccontato da varie fonti. Come sappiamo, dopo la morte di Cesare ci fu una parte della popolazione che appoggiò i congiurati ed un’altra parte che invece condannò l’uccisione, cosicché la morte di Cesare diede origine ad una vera e propria guerra civile. Marcantonio ed Ottaviano, pronipote di Cesare, erano a capo dell’esercito che voleva punire i congiurati, mentre Bruto e Cassio comandavano un altro esercito che era deciso a dare battaglia a Marcantonio ed Ottaviano. Lo scontro decisivo tra questi due eserciti si svolse a Filippi. La notte che precedette la battaglia Bruto, che insieme a Cassio comandava l’esercito dei congiurati, non riusciva a dormire e si aggirava nervosamente nella sua tenda camminando continuamente. All’improvviso gli apparve il fantasma di Cesare che (come tutti sanno) aveva adottato Bruto e lo amava come un figlio: ragion per cui, quando si accorse che anche Bruto faceva parte della congiura, smise di difendersi e pronunciò la famosissima frase: <em>Quoque tu Brute fili mi</em>. Il fantasma di Cesare si avvicinò a Bruto e gli rivolse queste parole: “Bruto, sono il tuo cattivo genio. Ci rivedremo a Filippi”. Con questa frase il fantasma di Cesare profetizzò a Bruto il fatto che sarebbe stato sconfitto da Marcantonio ed Ottaviano a Filippi e sarebbe morto nel corso della battaglia. Per questo motivo Bruto il giorno dopo avrebbe incontrato Cesare nell’Ade. E così avvenne, poiché Bruto, vistosi sconfitto, per non cadere nelle mani di Antonio ed Ottaviano si uccise con la propria spada.</p>
<p style="text-align: justify;">Come abbiamo visto, quindi, anche nel mondo romano le profezie provenivano da varie fonti e non solamente dai sacerdoti e dalle sacerdotesse della <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religione</a> tradizionale romana. Possiamo quindi concludere questo articolo mettendo in evidenza che finché Roma e la Grecia restarono pagane le profezie, indipendentemente dalla fonte da cui provenivano, condizionarono molto il comportamento degli antichi romani e degli antichi greci. Quando poi la religione cristiana si affermò nell’impero romano &#8211; e di conseguenza anche nella Grecia, che era diventata molto prima dell’avvento del cristianesimo una provincia dell’impero romano &#8211; le tradizionali profezie pagane continuarono ad esercitare il loro fascino soprattutto nelle campagne, dove la maggior parte degli abitanti restò pagana per molto tempo ancora sebbene la religione cristiana fosse diventata la religione ufficiale dell’impero romano, e nonostante il fatto che nelle città la popolazione urbana si era convertita interamente al cristianesimo ed aveva abbandonato la religione pagana. Nelle campagne esistevano infatti ancora degli individui che affermavano di avere ricevuto dagli dei della tradizionale religione degli antenati il potere di effettuare profezie. Dobbiamo infine mettere in evidenza che accadeva abbastanza spesso, sia nel mondo greco che in quello romano, che alcuni individui che si credeva avessero capacità mantiche finivano per accumulare considerevoli somme di denaro, poiché quanti desideravano ricevere delle profezie erano disposti a pagare somme di denaro anche di non trascurabile entità per convincerli ad accondiscendere alle richieste.</p>
<p style="text-align: justify;">Riteniamo opportuno chiudere questo articolo citando un passo tratto dagli <em>Atti degli Apostoli</em>, uno dei libri più importanti del <em>Nuovo Testamento</em>, che come tutti sanno è una delle due parti che compongono la <em>Bibbia</em>. durante uno dei suoi viaggi finalizzati a diffondere la religione cristiana tra i pagani Pietro venne a sapere che nella città dove egli stava predicando la dottrina cristiana, cercando di convertire quante più persone gli era possibile, vi era una giovane schiava che all’improvviso aveva acquistato capacità divinatorie, che le permettevano di conoscere ciò che sarebbe accaduto in futuro. Tale notizia si era rapidamente diffusa nella città dove Pietro stava predicando, cosicché molte persone si recavano dal padrone della schiava per chiedergli il permesso di chiederle informazioni su cosa il futuro riservava loro. Il padrone  rispose che se volevano incontrare la schiava e ricevere profezie dovevano pagargli una somma di denaro. Adottando questo comportamento il padrone accumulò notevoli somme di denaro sfruttando i poteri mantici della sua schiava. Come si vede, non accade solo oggi che ci sono individui disposti a dare grandi somme a maghi, ad astrologi, a cartomanti e a persone dotate di capacità paranormali, dal momento che anche nel mondo classico (come dimostra il passo degli <em>Atti degli Apostoli</em> che abbiamo ora preso in considerazione) esistevano molte persone disposte a pagare notevoli somme di denaro per conoscere il proprio futuro consultando uomini o donne dotati di capacità mantiche e divinatorie.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/la-presenza-delle-profezie-nel-mondo-greco-e-romano.html' addthis:title='La presenza delle profezie nel mondo greco e romano ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>La legione occulta che toglieva dai guai (soprannaturali) l’imperatore</title>
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		<pubDate>Sun, 20 Jun 2010 07:26:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianfranco de Turris</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La legione occulta dell’impero romano di Roberto Genovesi è un romanzo assai originale e pieno di spunti su cui pensare, ma non perfettamente compiuto]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/la-legione-occulta.html' addthis:title='La legione occulta che toglieva dai guai (soprannaturali) l’imperatore '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/drago48x48.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Fantastico" /><br/><p style="text-align: justify;"><em><a href="http://www.libriefilm.com/la-legione-occulta-dellimpero-romano/7916" target="_blank"><img class="alignright size-medium wp-image-5153" style="margin: 10px;" title="la-legione-occulta" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/la-legione-occulta-197x300.jpg" alt="" width="197" height="300" /></a>Occultus </em>in latino vuol dire «segreto», «nascosto»: non ha quindi in origine nulla a che vedere con il sovrannaturale, con la magia e con l’esoterismo, soprattutto in senso popolare e deteriore, come oggi ha (non lo aveva ancora, ad esempio, negli anni Venti e Trenta del Novecento). È il solito slittamento semantico in senso peggiorativo di molte parole.</p>
<p style="text-align: justify;">Sicché Roberto Genovesi con il suo <a title="La legione occulta dell'impero romano" href="http://www.libriefilm.com/la-legione-occulta-dellimpero-romano/7916"><em>La legione occulta dell’impero romano</em></a> (Newton Compton, pagg. 324, 14,90 euro) &#8211; orribile titolo didascalico, quando sarebbe stato sufficiente un <em>Legio Occulta</em> netto ed evocativo &#8211; si riferisce sì al significato originario, ma non può impedire, perché quel che lui stesso scrive lo smentisce, che si pensi anche al secondo senso. Quindi il suo, più che un romanzo storico nel significato pieno del termine, è in realtà un romanzo fantastico, o meglio mitico-fantastico, il che, mi sia concesso, non è certo un farlo scadere d’importanza e di serietà, caso mai oggi ci fosse ancora qualcuno per cui un’opera «fantastica» vale di per sé meno di un’opera «realistica».</p>
<p style="text-align: justify;">La Legione Occulta è dunque quella voluta da Giulio Cesare, poi alle dirette dipendenze dell’imperatore Ottaviano Augusto, quando si rende conto durante la campagna delle Gallie che un ragazzino possiede dei poteri speciali: riesce a entrare in contatto con le divinità, e, a causa di ciò, diventerà muto. Cesare, dopo che il piccolo Madron prima schiavo viene poi liberato da un tribuno delle sue legioni, lo incarica di trovare altri come lui: nell’arco di almeno un ventennio Madron diviene il prefetto Victor Julius Felix e riesce a radunare tra l’Europa e l’Africa un negromante che è capace di passare (quasi come uno sciamano) sul piano del divino a trattare, lusingare e minacciare gli dèi minori dei barbari e portarli dalla parte di Roma; una veggente che può vedere il futuro anche se a breve scadenza; un ragazzino africano che ha potere su tutti i metalli, e così via.</p>
<p style="text-align: justify;">La «legione senza nome» è quindi una legione sì «segreta», ma anche una legione che ha poteri sovrumani, sul piano della parapsicologia e del sacro. Augusto incarica i suoi membri di affiancarsi alle altre legioni e di aiutarle a risolvere i casi più difficili, quando sono ostacolate da elementi sovrannaturali: i giovani legionari del prefetto Victor Felix quindi combattono in nome di Roma con armi assai poco «reali» e assai poco «ortodosse», anche se, all’occorrenza, fanno irruzione sul campo di battaglia con le loro corazze bianche, le tuniche nere e i mantelli bianchi, il loro labaro con il motto <em>Vigiles in tenebris</em>, e armi più che concrete.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma il loro modo di avvicinarsi alle divinità straniere non piace al collegio sacerdotale romano secondo il quale la Legio occulta «combatte» gli dèi invece di «onorarli» e, anch’esso in nome di Roma e per salvare l’imperatore da un errore considerato fatale, ordisce un complotto che riesce, come il lettore leggerà, solo in parte. È questo uno dei tanti episodi e colpi di scena di un romanzo assai originale, ad ampio respiro, pieno di personaggi, ricco di descrizioni e di invenzioni narrative, pieno di spunti su cui pensare specie sul senso metafisico che ebbero allora la Romanità e l’Impero, ma non perfettamente compiuto, a mio parere, il che gli impedisce di essere una vera pietra miliare nel romanzo italiano fantastico a sfondo storico.</p>
<p style="text-align: justify;">Il fatto è che Genovesi è in alcuni punti caduto nella trappola malefica della «attualità», cioè spesso fa pensare e agire i suoi personaggi non come quelli di duemila anni fa, ma come quelli di oggi; e nell’uso di similitudini e vocaboli fuori contesto storico che, almeno a me, hanno dato un senso di irritante anacronismo. Non gli sono giovate, insomma quelle suggestioni anche «cinematografiche, videoludiche e fumettistiche» di cui egli stesso parla. Gli identici risultati di leggibilità sarebbero stati raggiunti se avesse avuto meno fretta e più attenzione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>* * *</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>Il Giornale </em>del 17 giugno 2010.</p>
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		<title>La popolazione nordica di Roma antica</title>
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		<pubDate>Wed, 12 May 2010 09:29:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Hans Friedrich Karl Günther</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Allora come adesso, gli strati sociali con le peggiori caratteristiche genetiche erano i più prolifici: e in quel modo si arrivò alla degenerazione e alla denordizzazione, entrambi fattori che resero gli ultimi tempi di Roma così orrendi]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/la-popolazione-nordica-di-roma-antica.html' addthis:title='La popolazione nordica di Roma antica '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storia-antica.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Storia antica" /><br/><p style="text-align: justify;">Gli eredi del potere in tutta la zona mediterranea antica furono alla fine i romani, anch&#8217;essi di sangue nordico. Già verso il 2000 a.C. le costruzioni palafitticole dell&#8217;Italia settentrionale mostrano &#8220;caratteristiche che indicano influenze provenienti dal Nord delle Alpi, caratteristiche osservabili anche nel modo di vita generale. Gli immigrati abitavano villaggi protetti da zone lagunari e incineravano i loro morti&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">
<div id="attachment_4822" class="wp-caption alignright" style="width: 234px"><img class="size-full wp-image-4822" title="urna-biconica" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/urna-biconica.jpg" alt="Urna biconica da Vulci, necropoli dell'Osteria, IX sec. a.C. Musei Vaticani." width="224" height="300" /><p class="wp-caption-text">Urna biconica da Vulci, necropoli dell&#39;Osteria, IX sec. a.C. Musei Vaticani.</p></div>
<p style="text-align: justify;">Sia lo stile delle loro terrecotte che la pratica dell&#8217;incinerazione dei cadaveri indicano una provenienza nordica. L&#8217;archeologia degli stanziamenti palafitticoli dell&#8217;alta Italia ha rivelato che la popolazione era sia dolicocefala che brachicefala; e ciò può essere spiegato assumendo che la popolazione proveniente dal Nord &#8211; che paraticava l&#8217;incenerazione dei cadaveri e che perciò non lasciò dietro di sé tracce scheletriche &#8211; si istallò come classe dirigente su degli aborigeni estide-occidentali. Si trattò forse di una qualche stirpe italica che fece da avanguardia alla massiccia penetrazione italica che doveva seguire? Si trattò forse degli oschi (sanniti) e degli umbri? Comunque, i villaggi palafitticoli dell&#8217;alta Italia erano organizzati in modo molto ordinato, come poi lo fu la &#8220;Roma quadrata&#8221;. Ai ponti che portavano sulla terraferma si collegavano figure religiose, che forse diedero luogo alla denominazione di <em>pontifex</em>, poi adottata dalla principale figura religiosa a Roma.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;immigrazione italica massiccia, che poi portò alla fondazione di Roma, venne dopo, &#8220;nell&#8217;età del bronzo&#8221;  La forma delle terrecotte indica una sede primigenia che doveva stare nella Germania centrale; e lo stesso viene indicato da diversi studi linguistici. Secondo Much (2) &#8220;Che gli itali (<em>italici</em>) provenissero da Nord delle Alpi, è una conclusione obbligata quando si considerino le loro relazioni di parentela con i popoli del Nord&#8221;. In ragione della stretta parentela fra l&#8217;italico, il celtico e il germanico, e di quest&#8217;ultimo con il greco, la scienza delle lingue deve obbligatoriamente arrivare alla conclusione che ci fu nella preistoria una zona di contatto fra le popolazioni che parlavano queste lingue (o per lo meno fra i popoli dai quali italici, <a title="Celti" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/celti">celti</a>, ecc. poi derivarono): si pensa che la Boemia o la Moravia possano essere state questa zona di contatto. La migrazione degli italici verso l&#8217;Italia ebbe luogo a partire dal medio Danubio attraverso i passi più bassi delle Alpi orientali.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/la-nascita-di-roma/38" target="_blank"><img class="alignleft size-medium wp-image-4824" style="margin: 10px;" title="la-nascita-di-roma" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/la-nascita-di-roma-194x300.jpg" alt="" width="194" height="300" /></a>Il percorso delle forme culturali italiche è descritto da Schuchhardt: &#8220;Questa cultura si propaga lungo l&#8217;Adriatico, attraversa il medio Appennino e poi segue il Tevere fino a Roma; e a essa corrispondono le sepolture preromulee del Foro. Un altro gruppo si mantenne più a Nord per raggiungere Tarquinia nell&#8217;Etruria meridionale; ma le propaggini culturali italiche si riscontrano anche a Est degli Appennini, fino a Tarante&#8221;. È importante il fatto che questa nuova cultura gira attorno all&#8217;Etruria; ovviamente perché lì c&#8217;erano degli stati consolidati che fecero resistenza. E difatti l&#8217;Etruria era un&#8217;unità culturale antica e consolidata (cfr. cap. 7).</p>
<p style="text-align: justify;">Quando si considera la storia romana nel suo insieme, se ne riceve l&#8217;impressione che le popolazioni nordiche arrivate in Italia &#8211; e che dopo si prepararono a fondare un impero mondiale &#8211; non dovevano essere molto numerose in confronto agli aborigeni non-nordici. Ma le stirpi nordiche (<em>gentes</em>), dotate di una volontà di ferro e di abitudini semplici e guerriere, imposero e mantennero la loro fisionomia romana fino a tempi molto tardi, quando ancora gli uomini appartenenti alla razza creatrice risaltavano come dotati di una durissima capacità di azione. I romani ci appaiono ancora più nordici dei greci, in ragione della loro grande serietà &#8211; le qualità romane della <em>gravitas </em>e <em>virtus </em>- nonché della posizione molto libera della donna. Ancora nei tempi della tarda romanità valeva quanto ha da dire Giuffrida-Ruggieri: &#8220;Nella tranquillità e nella crescita silenziosa del popolo romano, i discendenti delle stirpi nordiche allevarono quegli uomini acuti e capaci di violenza che noi riconosciamo di tempo in tempo nella storia romana&#8221; (1).</p>
<p style="text-align: justify;">Dai tempi semimitici dei re di Roma ci sono tramandati molti degli aspetti caratteristici della lotta dei primi intrusi nordici contro gli etruschi per il dominio dell&#8217;Italia. È lecito supporre che anche gli etruschi, con la scomparsa della loro classe dirigente nordica, avessero perso i loro più validi condottieri. Probabilmente, nel popolo etrusco le componenti estidi e levantine avevano preso sempre più il sopravvento; e gli etruschi degli ultimi tempi rivelavano una sensualità di tipo levantino, venendo altresì descritti dai romani come obesi e pingui. Erano anche additati come esempi di avanzata degenerazione etica.</p>
<p style="text-align: justify;">Le testimonianze storiche più antiche che si abbiano sui romani si riferiscono alle lotte contro le altre stirpi nordiche (umbri, oschi, sanniti, sabelli, sabini) e la loro annessione. Gli umbri, nei quali si ha forse da vedere l&#8217;avanguardia della penetrazione nordica in Italia, avevano già fondato uno stato nella zona dello sbocco del Po.</p>
<p style="text-align: justify;">La prima costituzione romana, come già quella spartana, ci da un&#8217;immagine esatta della stratificazione razziale: i 300 patrizi, che da soli costituivano lo stato romano, corrispondevano alle 300 stirpi latine, che erano quelle dei conquistatori nordici: i plebei, mancanti di ogni diritto politico, erano le popolazioni autoctone, di razza prevalentemente occidentale anche se già misti di estide, dinarico e levantino. Patrizi e plebei, inizialmente, non costituivano una contrapposizione di classi sociali, ma una separazione razziale: i plebei erano i discendenti di genti liguri e iberiche, prevalentemente di razza occidentale. Rimangono delle indicazioni secondo le quali i plebei erano retti da istituzioni matriarcali; mentre i patrizi di razza nordica avevano usi patriarcali, sui quali si insiste in modo particolare nelle loro leggi (<em>patria potestas</em>).</p>
<p style="text-align: justify;">
<div id="attachment_4823" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-4823" title="urna-a-capanna" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/urna-a-capanna.jpg" alt="Urna a capanna da Castel Gandolfo - Montecucco, tomba A. Prima metà del IX sec. a.C. Musei Vaticani" width="300" height="288" /><p class="wp-caption-text">Urna a capanna da Castel Gandolfo - Montecucco, tomba A. Prima metà del IX sec. a.C. Musei Vaticani</p></div>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;educazione alle virtù civiche e le abitudini semplici e guerriere che erano proprie degli antichi romani ricordano sotto molti aspetti le costumanze nordiche pure documentate per l&#8217;Islanda nei secoli X e XI; e perfino nelle espressioni verbali della lingua latina si è trovato molto in comune con quelle usate nelle saghe islandesi. C&#8217;è poca informazione sulla storia delle popolazioni locali preromane; comunque sembra che esse mancassero completamente della dura volontà e del senso di decisione dei romani. I romani biondi non si fidavano delle genti scure: il detto &#8220;Romano, non ti fidare di chi è &#8216;nero&#8217;&#8221; (<em>hic niger est; hunc tu, Romane, caveto!</em>), del quale da notizia Grazio (<em>Saturnali</em>, I, 4, 85) risale probabilmente ai primi tempi della romanità, con le sue contrapposizioni nordico-occidentali. Naturalmente, Grazio non poteva ormai sapere quale fosse l&#8217;origine di questo adagio.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli scopi eugenetici erano raggiunti con l&#8217;uccisione dei nati deformi, comandata dalle legge delle dodici tavole.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma questo sembra che avesse condotto ad abusi; e difatti le leggi romane posteriori tesero a favorire la prolificità, pur senza dimenticare le misure eugenetiche. Ancora Seneca (2) scriveva: &#8220;Noi affoghiamo i deboli e i deformi. Non è la passione, ma la ragione, che ci indica che chi è valido deve essere distinto da chi non lo è&#8221;; ma ai tempi di <a title="Seneca" href="http://www.libriefilm.com/category/autori/lucio-anneo-seneca">Seneca</a> (circa 41 d.C.) sembra che questo fosse più un consiglio che la descrizione di una pratica fattuale. A idee eugenetiche consapevoli arrivarono alcuni romani soltanto quando la denordizzazione e la degenerazione avevano ormai acquisito proporzioni incurabili.</p>
<p style="text-align: justify;">La legge delle dodici tavole, che costituisce il documento primordiale del diritto romano, è il risultato di una regolamentazione giuridica delle relazioni fra patrizi e plebei. Sotto la repubblica ci furono i primi cambiamenti importanti nella stratificazione sociale. Il console P. Valerius Poplicola fece passare leggi mirate ad assicurargli la simpatia della plebe; con la conseguenza che nel senato penetrarono molti arricchiti che non erano di sangue patrizio (510 a.C.). Ci furono lotte fra la due stratificazioni sociali, ci furono dei giovani patrizi che proposero di ristabilire la monarchia, i plebei si ritirarono sul Monte Sacro per costringere lo stato ad accettare le loro pretese, le stirpi patrizie finirono anch&#8217;esse per essere divise da litigi; e finalmente fra patrizi e plebei si arrivò ad accordi di compromesso che però significarono l&#8217;inizio della mescolanza razziale. Nel 445 a.C. la <em>lex Canuleia de connubio </em>rese legali i matrimoni fra patrizi e plebei. Prima, i figli di matrimoni misti appartenevano alla <em>pars deterior</em> o, per usare un&#8217;espressione legale tedesca antica, alla &#8221;<em>argeren Hand</em>&#8221; ['colui che è sottomesso']; e così il sangue della classe superiore era mantenuto puro. In seguito, i figli vennero ad appartenere alla classe del padre; e così il limite fra le razze venne cancellato. E questo, alla lunga, portò anche nella plebe un quantitativo tale di sangue nordico che proprio fra i plebei poterono insorgere famiglie di eccellente mentalità nordica, che ebbero una notevole influenza nella nobiltà burocratica (<em>nobilitas</em>) fino ai tempi delle guerre puniche.</p>
<p style="text-align: justify;">
<div id="attachment_4825" class="wp-caption alignleft" style="width: 275px"><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/marco-porcio-catone"><img class="size-medium wp-image-4825" title="catone" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/catone-265x300.jpg" alt="Marco Porcio Catone (234 a.C. – 149 a.C.) " width="265" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Marco Porcio Catone (234 a.C. – 149 a.C.) </p></div>
<p style="text-align: justify;">Il progressivo cambiamento della costituzione romana può essere riportato ai cambiamenti che seguirono nella stratificazione razziale. Il sangue nordico si inaridiva lentamente; nordici erano soprattutto i guerrieri che combattevano e morivano per la grandezza di Roma; e i funzionari che amministravano le terre conquistate. Il confronto con i <a title="Celti" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/celti">celti</a>, genti nordiche che irrompevano dal Nord, portò a lunghissime guerre nelle quali si scontrarono le rispettive classi dirigenti, nordiche da una parte e dall&#8217;altra. Il sangue nordico si disperse al servizio della patria. Catone fu un genuino romano (morto nel 149 a.C., appartenente all&#8217;alta nobiltà, egli fu maestoso, un grande patriota e un genuino uomo di stato e combattente nordico). Secondo Plutarco (e anche secondo una certa poesia canzonatoria) egli era biondo e aveva gli occhi azzurri; ma è possibile che già ai suoi tempi il tipo nordico non fosse più tanto abbondante, nomi paleoromani, che venivano scelti per indicare i tratti nordici delle persone (come <em>Fulvius</em>, <em>Flavus</em>, <em>Rufus</em>, ecc.) continuarono a essere usati anche dopo, per inerzia, oppure proprio perché nei tempi di decadenza i capelli biondi erano divenuti così rari. È probabile che le guerre civili abbiano contribuito parecchio alla distruzione dello strato nordico, perché in ambedue i campi a cadere erano ogni volta i dirigenti nordici, oppure rimanevano vittime della vendetta dei vincitori. E&#8217; ben noto come Mario, dirigente dello strato plebeo, dopo aver vinto Siila (il duce della nobiltà, che Plutarco ci descrive come biondo dagli occhi azzurri), avesse fatto strangolare moltissimi uomini eminenti della nobiltà; come Silla, più tardi, si fosse vendicato nella stessa sanguinaria maniera contro i dirigenti a lui ostili. I casati nobiliari della Roma antica si estinsero anche perché, sotto la pressione di una alta tassazione, riducevano sempre più la loro discendenza attraverso una limitazione consapevole delle figliolanza. I Fabi si erano dovuti dare una legge privata secondo la quale bisognava obbligatoriamente allevare ogni bambino nato nel loro casato. Ma la malaria, le guerre, le guerre civili, la dissoluzione etica e l&#8217;estensione del potere su tutto il bacino del Mediterraneo e oltre, non potevano se non diluire sempre di più lo strato nordico, soprattutto quando si consideri che non c&#8217;era più alcuna immigrazione nordica. La diminuzione della classe contadina, come conseguenza delle importazioni di grano provenienti dalle colonie, ebbe conseguenze fatali per il nerbo razziale di Roma (come fu molto più tardi il caso dell&#8217;Inghilterra). Sembra che nei paesi di campagna un salutare tipo nordico si sia mantenuto più a lungo che altrove; e perciò la diminuzione della classe contadina comportò una rapida denordizzazione e degenerazione. Eppure, ancora sotto l&#8217;impero, a Roma rimaneva una classe dirigente abbastanza nordica.</p>
<p style="text-align: justify;">La caduta della repubblica coincise con la scomparsa degli ultimi uomini che incarnavano la Roma nordica. La sconfitta di Bruto, di Cassio e dei loro alleati significò il collasso dell&#8217;ideale repubblicano e di quel che rimaneva della nobiltà romana. Avevano assassinato Cesare, capo del &#8220;popolo&#8221;, il che, a quei tempi, significava ormai le classi inferiori urbane. Ma i progetti monarchici di Cesare sopravvissero alla sua morte e trionfarono sugli ideali repubblicani, che non avevano trovato per rappresentarli alcun dirigente valido. Cesare è l&#8217;esempio principe di un uomo dalle immense capacità al servizio della &#8220;vita calante&#8221; di un tempo di decadenza. Egli fu il fondatore dell&#8217;impero romano che, un poco alla volta, come conseguenza della deriva razziale, acquistò i tratti di una monarchia medio-orientale e finì per divenire l&#8217;involucro di lusso di un mondo putrefatto.</p>
<p style="text-align: justify;">Un poco alla volta la nobiltà scomparve dalla vita romana. L&#8217;ultimo a estinguersi fu il casato dei Calpurni, che fino all&#8217;ultimo produsse delle nobili figure (ancora fino alla fine del I secolo d.C.). Gli imperatori non di rado si  vedevano costretti ad accattivarsi il favore del &#8220;popolo&#8221; per mezzo di azioni di violenza contro le persone più nobili che ancora rimanevano. Al posto della contrapposizione razziale arcaica fra patrizi e plebei, ai tempi dell&#8217;impero era intervenuta la contrapposizione fra ricchi e poveri. I vecchi casati rimanevano impoveriti se rifiutavano di entrare nei giri di affari delle grandi città, i quali in tempi imperiali diventarono sempre più scellerati. A partire dal 122 a.C., a fianco della vecchia nobiltà venne accettata anche una &#8216;nobiltà&#8217; del censo, gli <em>equites</em>, maggioritariamente elementi arricchiti provenienti dalle classi inferiori, che già negli ultimi tempi della repubblica eseguivano speculazioni finanziarie e la cui vita privata era particolarmente sensuale. Il loro pessimo esempio fu una delle cause principali della decadenza dei costumi; e le loro manipolazioni finanziarie portarono al logoramento della classe dei liberi &#8211; la classe media romana &#8211; e allo snaturamento etico della classe dei funzionari; al punto che anche Cesare (nella sua <a title="De Bello Gallico" href="http://www.libriefilm.com/la-guerra-gallica/596"><em>De bello gallico</em></a>, I, 39,40) faceva dei commenti sulla loro nefasta influenza. Questi grossi capitalisti comperavano le proprietà terriere e così l&#8217;Italia da terra di contadini passò a essere una di latifondi, mentre grandi estensioni vennero abbandonate (<em>latifundia perdiderunt Italiani</em>).</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/opere-politiche-vol-1/6265" target="_blank"><img class="alignright size-medium wp-image-4819" style="margin: 10px;" title="opere-politiche" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/opere-politiche-187x300.jpg" alt="" width="187" height="300" /></a>La decadenza dell&#8217;Impero Romano, della quale tanto si è parlato, incominciò in Italia. La <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religione</a> romana antica, che imponeva la discendenza, era da tampo dimenticata. L&#8217;importazione di schiavi  portò non poco sangue levantino in una terra già impoverita del suo proprio sangue. Le leggi che tentavano di mettere rimedio alla denatalità non attaccavano il male &#8211; la degenerazione dei costumi &#8211; alla sua radice. Allora come adesso, gli strati sociali con le peggiori caratteristiche genetiche erano i più prolifici: e in quel modo si arrivò alla degenerazione e alla denordizzazione, entrambi fattori che resero gli ultimi tempi di Roma così orrendi. Plinio se ne rese conto, ed elogiava i primi tempi di Roma, quando non c&#8217;era ancora bisogno di medici; ma ormai era troppo tardi per una ripresa. Era il <em>proletarius </em>(da <em>proles </em>= figliolanza) a determinare, con la sua vittoria numerica, le circostanze dell&#8217;impero in rovina. Il sangue delle centinaia di migliaia di schiavi e di liberti procedenti da tutti gli angoli del mondo allora conosciuto aveva fatto dell&#8217;impero romano nient&#8217;altro che una discarica razziale. E l&#8217;eliminazione di tutte le barriere razziali fu sancita giuridicamente dalla concessione della cittadinanza a tutti i cittadini liberi dell&#8217;impero (<em>lex Antoniniana</em>). Questa legge fu promulgata nel 212 d.C. sotto Caracalla, figlio di un africano e di una siriaca (Fig. 238), egli stesso una spaventosa figura di degenerato criminale. Questa estensione del diritto alla cittadinanza &#8220;fu salutata con comprensibile giubilo da tutti i proletari dell&#8217;impero, perché adesso il socialismo accattone del governo romano, la distribuzione di granagle, ecc. arrivavano anche alle plebi di quelle città che, attraverso qualche speciale decreto, non avevano ancora ottenuto la cittadinanza&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">I pochi ancora nobili e consapevoli non potevano se non cercare quella dignità e tranquillità che ancora si potevano conservare in mezzo alla decadenza e al disfacimento generalizzati. Ormai non si poteva intraprendere più niente. Ai migliori fra i romani non rimase se non rivolgersi allo stoicismo, una filosofia diretta al singolo e mirata ad aiutarlo a sopportare un destino opprimente. Lo stoicismo (dovuto a Zenone e a Posidonio), una filosofia della probità, che rifiutava ogni ozioso gioco di parole e insisteva su di una condotta onesta, ma che nel contempo esortava alla tranquillità e alla estraneità dal mondo, probabilmente attrasse quelle genti che ancora in quei tempi di disfacimento avevano una natura nordica e che in mezzo alla dissoluzione dell&#8217;Impero Romano tenevano alla propria dignità. Anche lo scritto di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/marco-tullio-cicerone" target="_blank">Cicerone</a></span> <em>Dei doveri</em> (<em>De officiis</em>), di ispirazione stoica, rivela una natura virile e nordica in quei tempi crepuscolari.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Brani tratti da <a href="../waldnernotaintroduttiva.html"><em>Tipologia  razziale dell’Europa</em></a>, Ghénos, Ferrara 2003.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/la-popolazione-nordica-di-roma-antica.html' addthis:title='La popolazione nordica di Roma antica ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Sul «regnum» e sulla spiritualità di Cesare</title>
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		<pubDate>Thu, 25 Mar 2010 09:52:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Julius Evola</dc:creator>
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		<description><![CDATA[I tratti essenziali della figura, dell'azione e della funzione di Giulio Cesare in un riferimento storico e in pari tempo superstorico]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/sul-%c2%abregnum%c2%bb-e-sulla-spiritualita-di-cesare.html' addthis:title='Sul «regnum» e sulla spiritualità di Cesare '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/evola48x48.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Julius Evola" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storia-antica.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Storia antica" /><br/><p style="text-align: justify;">Appunto perché l&#8217;argomento oggi in Italia è, come si suol dire, in voga, fra i numerosi nuovi lavori dedicati a Giulio Cesare son pochi quelli che presentano un valore effettivo. In tale condizione, i più, infatti, son portati a trattar questo o analoghi soggetti più per ragioni di convenienza e quasi di opportunismo che non per un interesse spontaneo, sentito e confortato da seria preparazione e comprensione. Un altro dei difetti del più dei lavori moderni su Cesare procede poi dall&#8217;applicazione di un punto di vista esclusivamente «umanista». Il cosiddetto «culto della personalità», il concentramento di ogni interesse sulla parte semplicemente «umana» delle grandi figure del <a title="mondo antico" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/storia-antica">mondo antico</a> quasi prendendo a principio per la comprensione loro il tipo del «condottiere» della Rinascenza — tutto ciò costituisce un pregiudizio invero limitatore, se non pure contaminante. Del che, Cesare è fra coloro che più hanno a soffrire, appunto per il fatto che alcuni suoi tratti si prestano particolarmente a<br />
colpire in tal senso l&#8217;immaginazione di coloro che già vi sono inclinati: mentre altri caratteri, superpersonali e vorremmo dire «fatidici», vengono a cadere nell&#8217;ombra. La formula «Le personalità fanno la storia» è tanto vera se ricondotta al suo giusto ambito e contrapposta ad un determinismo di carattere inferiore, materialistico o sociologico, quanto è pericolosa se portata più oltre, tanto da precludere la penetrazione di quell&#8217;aspetto delle grandi figure storiche, secondo il quale esse ci appaiono, se non come strumenti, almeno come elementi in un piano d&#8217;ordine superiore, in uno sviluppo che — come quello di ogni grandezza — non si lascia spiegare con fattori semplicemente umani. Una considerazione della figura di Giulio Cesare che prendesse le mosse da questo punto di vista, distaccandosi dalla abituale valutazione «umanistica», politico-militare e letteraria sarebbe invero assai desiderabile nel nuovo clima culturale italiano.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/giulio-cesare/7102" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-4291" style="margin: 10px;" title="giulio-cesare" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/giulio-cesare.jpg" alt="" width="200" height="296" /></a>Queste riflessioni ci son tornate in mente in occasione della lettura di un&#8217;opera nuova su Cesare, dovuta a Giovanni Costa (1). Qui non possiamo fare una «recensione» del libro, cosa che ci riuscirebbe piuttosto banale. Come diretto riferimento ad esso ci limiteremo dunque a dire che si tratta di una esposizione chiara, equilibrata, compendiosa e rivolta al gran pubblico, della vita e dell&#8217;opera di Cesare, esposizione che però risulta alquanto sincopata da una certa tal quale <em>forma mentis </em>razionalista dell&#8217;Autore, che ad ogni istante ha scrupolo di andar di là da quanto i cosiddetti dati «positivi» possono fondare e di utilizzare adeguatamente tutto quel che se, come tradizione e mito, può esser destituito di verità storica nel senso volgare, appunto per questo assurge al valore di testimonianza certa per significati di un ordine superiore, essi soli atti a introdurci nel lato interno, e quindi più essenziale, di una data realtà. Per tal via, questa stessa nuova opera, se è aliena da fronzoli retorici, da «letterarizzazioni» e da ostentate apologie, se essa ci appare dignitosa e testimoniante la ponderatezza d&#8217;uno «studioso», pure non sfugge essa stessa, nei riguardi di Cesare, all&#8217;anzidetto «umanismo», che talvolta si intreccia perfino con qualche vena di scetticismo, a diminuirne alquanto la statura.</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure il libro si apre con una impostazione, la quale fa pensare che l&#8217;Autore abbia imbroccata subito la via giusta, che al Costa sia riuscito cogliere quel punto centrale, che permetterebbe di ordinare i tratti essenziali della figura, dell&#8217;azione e della funzione di Cesare appunto in un riferimento non semplicemente storico, ma storico e in pari tempo superstorico. Il Costa infatti prende le mosse dal discorso che Cesare adolescente tenne in occasione delle esequie della moglie di Caio Mario quale discendente dell&#8217;antichissima, gloriosa e quasi leggendaria gens Julia. Cesare pronunciò in tale occasione queste parole fatidiche: «Nella mia stirpe vi è la maestà dei re, che eccellono per potenza fra gli uomini, e la sacrità degli dèi, che hanno la potenza dei re nelle loro mani». Il Costa qui vede l&#8217;affiorare di un principio — nuovo e antico ad un tempo — che risuona già come un&#8217;allarmante squillo nell&#8217;ambiente agitato, infido, disgregato e liberaleggiante della romanità dell&#8217;ultimo secolo avanti Cristo, quasi preludio all&#8217;opera del futuro dominatore. Ma già nel riferimento a quella formula— l&#8217;aspetto del semplice <em>imperator</em> — che nella lingua del tempo designava il mero duce militare — è superato e si stabilisce un nesso evidente e pieno di significato con una idea tradizionale e primordiale, già incarnatasi in alcuni aspetti della Roma prisca dei Re, ma, oltre ciò, universale, perché ritrovabile, in una forma o nell&#8217;altra, in un ciclo tipico che riprende in sé le più grandi civiltà gerarchico-spirituali del mondo preantico.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/giulio-cesare-luomo-le-imprese-il-mito/7101" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-4292" style="margin: 10px;" title="giulio-cesare-uomo-imprese-mito" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/giulio-cesare-uomo-imprese-mito.jpg" alt="" width="200" height="266" /></a>Tale idea è già quella del <em>sacrum imperium</em>, del <em>regnum </em>che si giustifica come una istituzione non soltanto temporale, ma temporale e in pari tempo sostenuta e resa trascendente da una forza o influenza dall&#8217;alto. Ma il Costa si direbbe che abbia avuto paura di toccare questo punto giusto per una interpretazione di tipo superiore, onde subito noi lo vediamo intento a sminuirne la portata anzitutto non sapendo connettere ad altro quella idea di Cesare, se non a presunte «reminiscenze ellenicoasiatiche» e poi bruciando abbondanti grani d&#8217;incenso ai pregiudizi positivisti circa le «favole», le «storielle» e le «divertenti avventure» che sarebbero le simboliche tradizioni antiche circa le origini superstoriche di Roma. Per tal via, il Costa si è dato a fare il contrario di quel che, dal nostro punto di vista, sarebbe stato da farsi: considerar, cioè, Cesare in funzione di un fatale, superpersonale compiersi dell&#8217;idea del <em>Regnum</em>, in un primo tempo rivelatasi istintivamente e quasi diremmo incoscientemente in un tratto d&#8217;eloquenza del giovane patrizio, in un secondo tempo agente come potenza oggettiva di destino attraverso l&#8217;«umanità» e l&#8217;azione militare di Cesare, infine facentesi coscienza a se stessa e coscienza dello stesso «dittatore perpetuo» nella nuova costituzione romana.</p>
<p style="text-align: justify;">Tuttavia è estremamente significativo che, malgrado le sue intenzioni, il Costa sia venuto più o meno allo stesso punto. Egli ci descrive Cesare come una specie di anticlericale positivista <em>avant la lettre</em>, che tuttavia attraverso l&#8217;affermazione della sua potente personalità finisce col credere a qualcosa di più che non a questa semplice umana personalità: certo, non a divinità esterne o a «redentori» alla sirio-semitica, bensì ad una mistica, misteriosa forza di fortuna e di vittoria — <em>felicitas Caesaris, fortuna Caesaris</em> — che gli si rendeva via via evidente come anima occulta o setterranea scaturigine di tutto ciò che attraverso di lui andava creandosi nel mondo visibile. Una tale forza, nella sua personificazione di <em>Venus Victrix </em>e Venus Genitrix, da Cesare fu posta poi nella più stretta connessione con la forza primordiale generatrice della sua stessa stirpe: il che significa che essa gli apparve in connessione con lo stesso principio, riferendosi al quale il giovane Cesare aveva proclamata la anzidetta dottrina del <em>Regnum</em>, e quasi come concreta efficacia di tale principio nella romanità e nel mondo.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/la-guerra-gallica-3/1684" target="_blank"><img class="alignleft size-medium wp-image-4293" style="margin: 10px;" title="guerra-gallica" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/guerra-gallica-188x300.jpg" alt="" width="188" height="300" /></a>In più, se il Costa scopre una unità d&#8217;intento e di volere dietro alla varietà — spesso contraddittoria, se non perfino machiavellica e opportunistica, malgrado tutto subordinata costantemente ad una formula: la dignità propria e la dignità del popolo romano — dei mezzi o dei fini immediati eletti da Cesare nelle varie fasi della sua ascesa — anche da qui si lascia presentire lo stesso motivo, cioè: il parallelismo di due serie, dominio, l&#8217;una, della «persona», e l&#8217;altra di un principio superiore, dal quale l&#8217;elemento «persona» in una fase preliminare è, per dir così, agito, ma nel quale alla fine esso si trasfigura e si incentra. Dire che Cesare, il quale «non è un credente non solo nel senso della prassi formalistica dei Romani, ma neppure nel largo senso religioso che potrebbero riconoscergli i moderni» e fa anche a meno delle ipotesi devote o speculative circa l&#8217;immortalità dell&#8217;anima, quasi attraverso una sensazione dette nuova vita all&#8217;idea «antica primitiva della Fortuna romana» elemento cosmico e impersonale, «unica attrice soprattutto nelle cose di guerra», e che questa fu «l&#8217;unica concezione che, una volta formatasi in lui, lo ebbe tenace sostenitore, tanto che nell&#8217;ultimo periodo della sua vita può venire il dubbio che l&#8217;abbia talmente trasfusa in sé e talmente confusa con le sue sorti tanto da ritenersi anche lui, come molti lo ritenevano, «divino»; ripetere che «in Cesare però ciò si unisce all&#8217;elemento personale che abitualmente riscontriamo in tutti gli uomini di genio, i quali sentono il <em>daemonium </em>fervere a tal punto in sé, da obbiettarlo e farlo motivo di una specie di esaltazione da cui traggono di necessità energia e fede per lo svolgimento dell&#8217;opera propria. Perciò si potrebbe seguire, con il progredire della sua fortuna in guerra, il maturarsi e il compiersi di questa sua concezione (della <em>fortuna Caesaris</em>)&#8230; come una fede e una spiegazione che a poco a poco pare astragga dalla persona e dagli eventi cesariani», sì che «tanto egli che i suoi contemporanei vedevan qualcosa<br />
di inesplicabile in cui credevano passar l&#8217;aura del numinoso» — dire tutto ciò significa constatare, sia pure attraverso reticenze e titubanze, e con le solite limitazioni e pseudo-spiegazioni psicologistiche e empiristiche di rigore presso agli storici e ai «ricercatori» moderni, appunto l&#8217;elemento di «fatidicità» sopraindicato e da noi non inteso come una sensazione generica, ma compreso in connessione col principio stesso del <em>Regnum</em>, in atto di dar forma ad una nuova civiltà universale attraverso la potenza romana.</p>
<p style="text-align: justify;">Cesare è colui che, nello stesso riferimento ad una figura non certo di primo piano, quale <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/marco-tullio-cicerone" target="_blank">Cicerone</a></span>, poteva dire esser cosa superiore in gloria allargare i confini dell&#8217;impero spirituale che non quella di un qualunque trionfatore, ampliatore dell&#8217;impero materiale — e Cesare è in pari tempo colui che nel suo stile non ha nulla di mistico e di vago, la cui essenzialità e lucidità, più che dello «spiritualista» o del letterato, è dello scienziato o dell&#8217;uomo d&#8217;azione.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/la-guerra-civile-2/1670" target="_blank"><img class="alignright size-medium wp-image-4294" style="margin: 10px;" title="guerra-civile" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/guerra-civile-181x300.jpg" alt="" width="181" height="300" /></a>Cesare è colui che nutre una rivoluzionaria indifferenza per gli auguri e i sacrifici — ed è colui che in pari tempo dall&#8217;affermazione della sua personalità direttamente tradotta in termini d&#8217;azione oggettiva e vittoriosa coglie, come si è detto, di contro ad un fatalismo di carattere esteriore e sacerdotale, la sensazione di un fatalismo di carattere superiore e immanente, adombrato dalla forza delle origini. Chi comprende in una sintesi questi elementi, si avvicina al segreto della figura di Cesare, epperò, attraverso di lui, anche a quello dell&#8217;«eroe occidentale» per eccellenza. In un tale «eroe» vi è del «dorico» come personalità, chiarezza, essenzialità, azione — ma tutto ciò non si esaurisce nell&#8217; «umanistico», nel puramente profano. Già la civiltà greca né nel tiranno traente la sua potenza dall&#8217;oscura sostanza del <em>demos </em>o da un effimero prestigio personale né nel tipo «titanico» e «prometeico», bensì nel tipo del vincitore simbolicamente alleato agli «Olimpici» — in Eracle — riconobbe il suo ideale eroico. Un tale ideale può porsi di là sia dal «mistico» che dal sacerdotale in senso ristretto, e raggiungere secondo un suo modo specifico un superiore piano, una certa tal quale trascendenza e fatidicità, attraverso il punto in cui, secondo la formula già usata, l&#8217;estremo limite dell&#8217;esser «personalità» fa tutt&#8217;uno con l&#8217;esser più che personalità.</p>
<p style="text-align: justify;">Il principio del <em>regnum</em> che attraverso Cesare si creò, per così dire, le elementari condizioni corporeo-politiche e psicologico-sociali per la sua incarnazione e affermazione universale, sincopato dalla tragica fine del grande Imperatore, doveva riaffermarsi e svolgersi anche in sede direttamente spirituale attraverso una vera e propria riforma del culto romano con Cesare Augusto. Qui non possiamo sviluppare delle considerazioni volte a stabilire la segreta continuità ideale che corre fra queste due figure della romanità: continuità di solito non compresa appunto perché in Cesare di solito viene accentuato deformativamente il solo aspetto del dittatore e del duce militare, o <em>imperator</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo sarebbe dunque un soggetto fra i più suggestivi per chi avesse una adeguata mentalità e preparazione dottrinale per trattarlo: appunto in funzione del principio del <em>regnum</em> verrebbe allora in luce l&#8217;«eternità» dell&#8217;impero romano, non nei termini di un modo di dire glorificativo, ma per il riferimento ad un&#8217;idea che, più che storica — cioè sorta dal contingente e dal perituro — è da dirsi «metafisica» e, come tale, dotata di perenne vita e della dignità del «sempre ed ovunque» di fronte ad un significato fondamentale della civiltà quale virile spiritualità.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Note</strong></p>
<p style="text-align: justify;">1 G. Costa, <em>Caio Giulio Cesare. La vita e le opere</em>, Ed. Morpurgo, Roma 1934, pp. IX-183 (N.d.A.)</p>
<p>Tratto da «La Vita Italiana», XLIV, 10 &#8211; Ottobre 1934.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/sul-%c2%abregnum%c2%bb-e-sulla-spiritualita-di-cesare.html' addthis:title='Sul «regnum» e sulla spiritualità di Cesare ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Misteriosi Celti</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Dec 2009 09:59:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Manlio Triggiani</dc:creator>
				<category><![CDATA[Archeologia e storia antica]]></category>
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		<description><![CDATA[Breve resoconto di due libri sui Celti di Venceslas Kruta (La grande storia dei Celti) ed Elena Percivaldi (I Celti. Un popolo e una civiltà europea)]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/misteriosi-celti.html' addthis:title='Misteriosi Celti '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/croce-celtica_thumbnail.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Celti" /><br/><p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/la-grande-storia-dei-celti/4882" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-3397" style="margin: 10px;" title="la-grande-storia-dei-celti" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/la-grande-storia-dei-celti.jpg" alt="la-grande-storia-dei-celti" width="200" height="299" /></a>I <a title="Celti" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/celti">Celti</a>, misterioso e antico popolo europeo, prima della romanizzazione del continente, rivestirono una grande importanza. Caio Giulio Cesare nel <em><a title="De bello gallico" href="http://www.libriefilm.com/la-guerra-gallica/596">De bello gallico</a> </em>ha fornito anche notizie interessanti su questa civiltà. E due libri ora fanno il punto sulla ricerca più aggiornata. Sono <a title="La grande storia dei Celti" href="http://www.libriefilm.com/la-grande-storia-dei-celti/4882"><em>La grande storia dei Celti</em></a> di Venceslas Kruta (Newton Compton editori, Roma) e <a title="I Celti. Un popolo e una civiltà europea" href="http://www.libriefilm.com/i-celti-un-popolo-e-una-civilta-deuropa/6277"><em>I Celti. Una civiltà europea</em></a>, di <a title="Elena Percivaldi" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/elena-percivaldi">Elena Percivaldi</a> (Giunti, Firenze, con numerose fotografie e schede).</p>
<p style="text-align: justify;">Kruta, direttore degli studi di Protostoria d&#8217;Europa all&#8217;Ecole des hautes études di Parigi, direttore di varii scavi archeologici e autore di molte opere e saggi pubblicati su riviste specialistiche, ha scritto un testo quasi esaustivo, con un’imponente bibliografia che ha le caratteristiche di un saggio a sé, oltre che un&#8217;utile fonte per ulteriori approfondimenti. Nel libro di Kruta emerge con rigore storico e filologico la dinamica sociale di questo popolo attraverso la nascita, lo sviluppo, e la decadenza a seguito della sottomissione a Roma fino al lento sbiadirsi della visione classica (e pagana) della <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religione</a> e perciò, del mondo.</p>
<p style="text-align: justify;">In questo libro emerge la storia dei <a title="Celti" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/celti">Celti</a>, con riferimenti e rimandi alle istituzioni, alle leggende, agli aspetti religiosi e alla cultura materiale, per usare un&#8217;espressione della scuola delle <em>Annales</em>. Emerge, da questo affresco, un panorama completo ed esaustivo.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma questi <a title="Celti" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/celti">Celti</a> chi erano e che rapporto avevano con l&#8217;Europa? Cosa resta della loro cultura, della loro lingua, delle loro tradizioni?</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/i-celti-un-popolo-e-una-civilta-deuropa/6277" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-3398" style="margin: 10px;" title="I-celti" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/I-celti.jpg" alt="I-celti" width="200" height="199" /></a>Traccia un&#8217;analisi divulgativa, ma precisa nei riferimenti culturali, <a title="Elena Percivaldi" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/elena-percivaldi/">Elena Percivaldi</a>, giornalista professionista, una laurea in <a title="storia medievale" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/medioevo">Storia medievale</a> e studi sull&#8217;<a title="antichità" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/storia-antica">antichità</a> che l&#8217;hanno spinta ad approfondire la cultura e la civiltà dei <a title="Celti" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/celti">Celti</a>. Un libro divulgativo che affronta e risponde in maniera pratica all&#8217;interrogativo su chi erano i <a title="Celti" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/celti">Celti</a>, come era strutturata la loro società, gli usi e i costumi.</p>
<p style="text-align: justify;">Un popolo che anche al proprio interno aveva realtà differenziate: era un insieme di popoli con una comune origine, presenti dalla Scozia alla Spagna, dal Nord Italia all&#8217;Asia minore, dall&#8217;Est Europa alla Turchia. Una cultura che la conquista romana cancellò, ma della quale sopravvivono alcune tracce nell&#8217;arte, nella toponomastica e nella linguistica. Dopo la conquista da parte di Roma, le tradizioni e la cultura celtiche scomparvero e ciò che rimase vivo continuò a esistere fino all&#8217;affermarsi del cristianesimo, specialmente in Irlanda.</p>
<p style="text-align: justify;">Così <a title="Elena Percivaldi" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/elena-percivaldi/">Elena Percivaldi</a> rintraccia le lingue parlate oggi in Europa e le rapporta a espressioni e realtà linguistiche tipiche della cultura celtica, ricostruendo una sorta di mappa della presenza dei <a title="Celti" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/celti">Celti</a> in Italia e in Europa, un&#8217;analisi che concretamente offre spunti per attualizzare anche la <a title="storia antica" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/storia-antica">storia antica</a>. I <a title="Celti" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/celti">Celti</a>, del resto, utilizzavano un vero e proprio alfabeto, anche se quasi sicuramente preso dagli etruschi, mentre le tribù celtiche in Irlanda avevano, addirittura, inventato un alfabeto misterioso e, secondo gli studiosi, con componenti esoteriche.</p>
<p style="text-align: justify;">Ancora: nelle campagne di varie città del Nord, esistono ancora feste e riti agresti (per esempio, la festa della Gibiana che si tiene in Brianza) che derivano dalle tradizioni celtiche. Il capitolo sulla <a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religione</a>, nel volume di <a title="Percivaldi" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/elena-percivaldi/">Percivaldi</a>, ad esempio, è di particolare interesse proprio perché spiega la visione del sacro, al centro della comunità celtica, come di tutte le società tradizionali, connessa alla natura attraverso la mediazione dei druidi, sacerdoti che esercitavano l&#8217;autorità spirituale.</p>
<p style="text-align: justify;"><a title="Percivaldi" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/elena-percivaldi/">Percivaldi</a> affronta anche un tema di attualità: il <em>revival </em>di interesse per il mondo celtico e non solo, per il moltiplicarsi di associazioni culturali e di musicisti che oggi si ispirano alla musica celtica. Rintraccia e descrive i filoni culturali che dal Seicento in poi, ma più compiutamente nell&#8217;Ottocento, hanno avuto influssi nella cultura europea, nella musica classica, nei fumetti (<em>Asterix</em>), nell&#8217;arte, nel cinema, nella <a title="letteratura fantasy" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/fantastico">letteratura <em>fantasy</em></a>, fra cui <a title="Tolkien" href="http://www.libriefilm.com/category/autori/john-ronald-reuel-tolkien">John Ronald R. Tolkien</a>. Una cultura, insomma, che ha esercitato non poche suggestioni e che tuttora esercita un forte richiamo se si pensa alla annuale massiccia partecipazione al festival di Lorient.</p>
<p style="text-align: justify;">Insomma, due libri interessanti e suggestivi, dalle caratteristiche differenti: uno è un saggio di uno dei maggiori esperti della civiltà celta, di taglio scientifico, con un&#8217;imponente bibliografia per rimandi e approfondimenti e l&#8217;altro, nel quale però manca la bibliografia, è un volume di divulgazione, di qualità, e con il pregio di essere di agevole lettura e preciso nei riferimenti culturali. Insomma, un’interessante introduzione a quel popolo importante della civiltà europea.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>* * *</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Venceslas Kruta, <a title="La grande storia dei Celti" href="http://www.libriefilm.com/la-grande-storia-dei-celti/4882"><em>La grande storia dei Celti</em></a>, Newton Compton.</p>
<p style="text-align: justify;">Elena Percivaldi, <em><a title="I Celti. Un popolo e una civiltà d'Europa" href="http://www.libriefilm.com/i-celti-un-popolo-e-una-civilta-deuropa/6277">I Celti. Un popolo e una civiltà europea</a></em>, Giunti.</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>La Gazzetta del Mezzogiorno</em> del 5 gennaio 2005.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/misteriosi-celti.html' addthis:title='Misteriosi Celti ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Marco Tullio Cicerone. Divinazione, presagi, auspici e aruspici</title>
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		<pubDate>Fri, 24 Jul 2009 10:46:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mario Enzo Migliori</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Le posizioni di Cicerone sulla divinazione e l'importanza dei suoi scritti come fonte per lo studio della religione romana]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/cicerone-divazione-presagi-auspici-aruspici.html' addthis:title='Marco Tullio Cicerone. Divinazione, presagi, auspici e aruspici '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/letteratura48x48.png" width="48" height="48" alt="" title="Letteratura" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/buddha.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Religione" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storia-antica.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Storia antica" /><br/><p><em> Quorum alia sunt posita</em></p>
<p><em>in monumentis et disciplina,</em></p>
<p><em>quod Etruscorum declarant</em></p>
<p><em>et haruspicini et fulgurales et rituales libri,</em></p>
<p><em>vestri etiam augurales.</em></p>
<p>Cic., <em>De div.</em> 1, 72.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/opere-morali/5435" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-2523" style="margin: 10px;" title="opere-morali" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/opere-morali.jpg" alt="opere-morali" width="200" height="289" /></a>“<span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/marco-tullio-cicerone" target="_blank">Cicerone</a></span> è uno dei pilastri della nostra conoscenza del <a title="mondo antico" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/storia-antica">mondo antico</a>. Se non avessimo la sua imponente opera, le nostre conoscenze sarebbero assai più povere. <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/marco-tullio-cicerone" target="_blank">Cicerone</a></span> è anche l&#8217;uomo antico che conosciamo meglio, poiché è l&#8217;unico personaggio di tutta l&#8217;<a title="antichità" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/storia-antica">antichità</a> sia greca che romana di cui ci siano giunte &#8211; in quantità imponente &#8211; le lettere, moltissime delle quali private; non certo destinate ai posteri”. Queste parole, con le quali lo storico Luciano Canfora inizia un suo recente articolo<a href="#_ftn1">[1]</a>, ribadiscono l’importanza del rinomato oratore e dei sui scritti per la comprensione del <a title="mondo classico" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/storia-antica">mondo classico</a> e della nostra tradizione.</p>
<p style="text-align: justify;">Nato nel 106 a.C. ad Arpino, patria di Caio Mario, la sua vita e le sue opere hanno fornito costantemente argomento e materia di discussione nel campo dell’<a title="antichità" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/storia-antica">antichità</a> classica. “<span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/marco-tullio-cicerone" target="_blank">Cicerone</a></span> non è soltanto un notevole personaggio politico, che resiste a Silla dittatore, che riesce a rovesciare i progetti di Cesare e si illude di poter mantenere quello stato di cose che, opportuno al tempo degli Scipioni, non conveniva ormai allo Stato trasformato per estensione di governo, per accresciute popolazioni vinte, per sentimenti e costumi cambiati. <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/marco-tullio-cicerone" target="_blank">Cicerone</a></span>, oltre ad essere personalità politica, fu soprattutto un grande avvocato ed un valente uomo di lettere”<a href="#_ftn2">[2]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Per la ricostruzione storica sono importanti pressoché tutte le sue orazioni: la <em>Verrine</em>, la <em>pro</em> <em>lege Manilia</em>, e le famose <em>Catilinarie</em> pronunciate durante il suo consolato (63) per denunciare la congiura di Catilina. “Tra il 54 e il 51, nel momento di grave crisi istituzionale, egli scrisse la <em>Repubblica</em> […], in cui egli identifica i due fondamenti della repubblica nel Senato, che si esprime attraverso l’<em>auctoritas</em>, e negli auspici dei magistrati: dunque un fondamento civile e uno religioso. Egli inoltre ritiene necessaria una figura di <em>rector civitatis</em>, che salvasse la costituzione repubblicana dalla crisi. Nelle <em>Leggi</em>, composte nel 51, lo spazio politico romano viene concepito in modo tripartito: <em>potestas</em> dei magistrati, <em>auctoritas</em> del Senato e <em>libertas</em> del popolo. Di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/marco-tullio-cicerone" target="_blank">Cicerone</a></span> sono importanti le orazioni <em>de domo sua</em>, circa il suo esilio, e la <em>pro Milone</em>, sulla violenza politica all’epoca del primo Triumvirato, la <em>pro Balbo</em>, sul diritto di cittadinanza, la <em>pro Marcello</em>, del 46, con cui l’oratore cercava di ottenere la benevolenza di Cesare per sé e per il console pompeiano Marcello, le quattordici <em>Filippiche</em>, pronunciate nel 44-43 contro Marco Antonio. Sono importanti anche le sue <em>Lettere</em>, e le sue opere di argomento religioso, come il <em>de natura deorum</em> e il <a title="de divinatione" href="http://www.libriefilm.com/della-divinazione/5427"><em>de divinazione</em></a>, nelle quali si percepisce come la <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religione</a> tradizionale fosse stata scossa alla base dalle guerre, dalla speculazione filosofica di origine greca e da nuove forme di teologia che stavano diffondendosi a Roma, come il Pitagorismo o le dottrine egiziane o caldee”<a href="#_ftn3">[3]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;"><span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/marco-tullio-cicerone" target="_blank">Cicerone</a></span> come uomo politico ha suscitato giudizi contrastanti: dai severi giudizi veicolati dal Mommsen agli esaltatori senza ragione di ogni atto politico del grande oratore e, per mancanza di criterio, tutto quello che fu compiuto dall’Arpinate. Fondatamente equilibrato fu il giudizio del Pais. “Le epistole ci rivelano le sue esitazioni, i dubbi, gli interni dissidi e le preoccupazioni: ci permettono di ricostruire la figura dell’oratore, dell’uomo politico e del privato cittadino. Chi legga senza prevenzioni di precedenti giudizi o partiti, non è condotto a figurarsi sempre un <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/marco-tullio-cicerone" target="_blank">Cicerone</a></span> tentennante ed incerto in ogni affare, ma nemmeno a tessere l’elogio illimitato del personaggio publico e dell’individuo privato che, per interesse dello Stato, sacrificò i suoi sentimenti particolari. Vi sono fatti numerosi i quali dimostrano che, invece che innanzi ad un uomo di Stato di ferreo carattere, noi ci troviamo di fronte a un avvocato esperto, a un oratore colto, eloquente, d’ingegno versatile, ma che non si rese mai conto chiaro del nuovo orientamento dell’età sua. Nella vita di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/marco-tullio-cicerone" target="_blank">Cicerone</a></span> vi furono momenti nei quali egli manifestò fermo desiderio di giovare allo Stato; ve ne furono altri nei quali mostrò la necessità che incombe spesso a uomini politici di adattarsi alle circostanze, e di scivolare tra varie tendenze e difficoltà […]. <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/marco-tullio-cicerone" target="_blank">Cicerone</a></span> ammirò Pompeio, sul quale però motteggia perché da lui si vide o non curato o anche abbandonato”.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/lettere-ai-familiari/2142" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-2524" style="margin: 10px;" title="cicerone-lettere-ai-familiari" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/cicerone-lettere-ai-familiari.jpg" alt="cicerone-lettere-ai-familiari" width="200" height="323" /></a>“Il contegno che l’Arpinate tenne verso Cesare non è degno di plauso. Si comprende che egli – nel fondo conservatore – non ne apprezzasse le idee, e che anzi lo combattesse durante il suo consolato. Ma ne accettò i benefici, la mediazione sia in affari di finanza, sia rispetto al fratello Quinto, che da Cesare fu nominato luogotenente delle guerre galliche. Più tardi, dopo Farsalo, con lui si pacificò e ne ottenne favori; lo accolse anche in casa sua, ma per deriderlo. Per giunta fu tra quelli che si mostrarono pronti a rendere omaggio a Cleopatra, ospitata da Cesare nei suoi giardini, e diede occasione di esser preso in giro dai cortigiani di quella regina”.</p>
<p style="text-align: justify;">“La poca fermezza dei convincimenti politici di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/marco-tullio-cicerone" target="_blank">Cicerone</a></span> è pure attestata dal contegno che verso lui tennero gli uccisori di Cesare. Costoro, dubitando del suo carattere, non gli confidarono il loro disegno; egli invece li lodò, allorché il Dittatore fu ucciso. Di questa variabilità di sentimenti e di giudizi abbiamo molte altre prove che sarebbe lungo enumerare”<a href="#_ftn4">[4]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Qualunque siano le nostre valutazioni sull’uomo politico <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/marco-tullio-cicerone" target="_blank">Cicerone</a></span>, queste non possono precludere l’utilizzo delle sue opere quali fonti primarie per la conoscenza della <em>religio</em> romana. Afferma giustamente <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/karoly-kerenyi" target="_blank">Kerényi</a></span> che “se vogliamo apprendere qualcosa dell’essenza della <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religione</a> romana, dobbiamo prestare ascolto anche a <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/marco-tullio-cicerone" target="_blank">Cicerone</a></span>”<a href="#_ftn5">[5]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/della-divinazione/5427" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-2522" style="margin: 10px;" title="della-divinazione" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/della-divinazione.jpg" alt="della-divinazione" width="200" height="328" /></a>Nonostante l’apparente sinteticità, più dettagliato è il giudizio di Sini. “Non mi pare affatto necessario dilungarsi qui in considerazioni di carattere generale circa l’attendibilità ed il valore della testimonianza ciceroniana; è certo infatti che egli, consolare, augure dal 53 a.C., possedeva tutti quei requisiti che lo ponevano in grado di avere, oltre che una profonda cultura giuridica, una indiscutibile competenza su ciò che riguarda i documenti sacerdotali; in quanto augure anche a voler accettare la tesi dell’inaccessibilità degli archivi, era in grado di accedere di persona almeno ai documenti conservati nell’archivio del suo collegio. Senza contare che nelle sue opere vi sono numerosi altri luoghi, in cui l’oratore fa intendere chiaramente di utilizzare materiali provenienti dagli archivi sacerdotali, pur senza specificare in concreto da quali documenti siano tratti. Possiamo quindi concludere che la sua testimonianza sull’attività e sulla documentazione dei principali collegi sacerdotali si presenta come assolutamente fededegna”<a href="#_ftn6">[6]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Di particolare interesse sono le pagine che proponiamo, tratte dal primo libro (90-104) del <a title="Della divinazione" href="http://www.libriefilm.com/della-divinazione/5427"><em>De divinazione</em></a> (sostanzialmente seguiamo la traduzione di Sebastiano Timpanaro, II ed., Garzanti, Milano 1991, alla quale rimandiamo per l’apparato critico) sia come testimonianza storica di avvenimenti legati alla divinazione antica che quale fonte (una delle fonti) di quelle “realtà rituali etrusche” con le quali “il <em>populus Romanus Quirites</em>, i suoi <em>magistratus</em>, i suoi <em>sacerdotes</em> e il suo <em>senatus</em> avranno costanti relazioni, caratterizzate sia dall’originaria derivazione sia dalla permanente diversità”<a href="#_ftn7">[7]</a>. Una di quelle numerose fonti che confermano che l’aruspicina fosse una scienza divinatoria che costituiva parte integrante della tradizione giuridico-sacrale romana<a href="#_ftn8">[8]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Mario Enzo Migliori</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>* * *</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/prolegomeni-allo-studio-scientifico-della-mitologia/1782" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-2525" style="margin: 10px;" title="prolegomeni" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/prolegomeni.jpg" alt="prolegomeni" width="200" height="293" /></a>XLI  <strong>90</strong> Questi procedimenti divinatorii non sono trascurati nemmeno dai barbari. In Gallia vi sono i Druidi: ne ho conosciuto uno anch&#8217;io l&#8217;èduo Divizíaco tuo ospite e ammiratore il quale dichiarava che gli era nota la scienza della natura chiamata dai greci <em>physiología</em> e in parte con gli augurii in parte con l&#8217;interpretazione dei sogni diceva il futuro. Tra i Persiani interpretano gli augurii e profetano i maghi i quali si riuniscono in un luogo sacro per meditare sulla loro arte e per scambiarsi idee il che anche voi eravate soliti fare nel giorno delle None;  <strong>91</strong> né alcuno può essere re dei Persiani se non ha prima appreso la pratica e la scienza dei maghi. È facile d&#8217;altronde vedere famiglie e genti dedite alla divinazione. In Caria c&#8217;è la città di Telmesso nella quale l&#8217;arte degli arùspici si distingue particolarmente; così pure Èlide nel Peloponneso ha due determinate famiglie quella degli Iàmidi e quella dei Clìtidi famose più di tutte per l&#8217;aruspicìna. In Siria i Caldei eccellono per conoscenza degli astri e per acutezza d&#8217;interpretazione.  <strong>92</strong> L&#8217;Etruria conosce profondamente i presagi tratti dai luoghi colpiti dal fulmine e sa interpretare il significato di ciascun prodigio e di ciascuna manifestazione portentosa. Giustamente, perciò, al tempo dei nostri antenati, quando il nostro Stato era in pieno fiore, il senato decretò che dieci figli di famiglie eminenti, scelti ciascuno da una delle genti etrusche, fossero fatti istruire nell&#8217;aruspicìna, per evitare che un&#8217;arte di tale importanza, a causa della povertà di quelli che la praticavano, scadesse da autorevole disciplina religiosa a oggetto di traffico e di guadagno. Quanto, poi, ai Frigi, ai Pisidii, ai Cilici, al popolo arabo, essi obbediscono scrupolosamente ai segni profetici dati dagli uccelli; e sappiamo che lo stesso è avvenuto per lungo tempo in Umbria.</p>
<p style="text-align: justify;">XLII  <strong>93</strong> E a me sembra che l&#8217;opportunità di praticare i diversi generi di divinazione sia derivata anche dai luoghi che erano abitati dai vari popoli. Gli Egiziani e i Babilonesi, che abitavano in distese di campi pianeggianti, poiché nessuna altura poteva ostacolare la contemplazione del cielo, posero tutto il loro studio nella conoscenza degli astri. Gli Etruschi, poiché, sommamente religiosi, immolavano vittime con zelo e frequenza particolare, si dedicarono soprattutto all&#8217;indagine delle viscere; e siccome, per l&#8217;aria pregna di vapori erano frequenti nella loro patria i fulmini, e per lo stesso motivo si verificavano molti fatti straordinari provenienti in parte dal cielo, altri dalla terra, alcuni anche in seguito al concepimento e alla generazione degli esseri umani e delle bestie, acquistarono una grandissima perizia nell&#8217;interpretare i prodigi. Il cui significato, come tu sei solito dire, è dimostrato dalle parole stesse foggiate sapientemente dai nostri antenati: poiché fanno vedere (<em>ostendunt</em>), prognosticano (<em>portendunt</em>), mostrano (<em>monstrant</em>), predicono (<em>praedicunt</em>), vengono chiamati apparizioni miracolose (<em>ostenta</em>), portenti (<em>portenta</em>), mostri (<em>monstra</em>), prodìgi (<em>prodigia</em>). <strong>94</strong> Gli Arabi, i Frigi e i Cilici, poiché sono soprattutto dediti alla pastorizia percorrendo le pianure d&#8217;inverno e le montagne d&#8217;estate, hanno perciò notato più agevolmente i diversi canti e voli degli uccelli; e per lo stesso motivo hanno fatto ciò gli abitanti della Pisidia e quelli di questa nostra Umbria. E ancora, tutti i Carii e in particolare gli abitanti di Telmesso, di cui ho detto sopra, siccome vivono in plaghe ricchissime ed estremamente fertili, nelle quali per la fecondità del terreno molte piante e animali possono formarsi e generarsi, osservarono con accuratezza gli esseri abnormi.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/marco-tullio-cicerone" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-2526" style="margin: 10px;" title="cicerone" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/cicerone.jpg" alt="cicerone" width="250" height="336" /></a>XLIII  <strong>95</strong> Chi, del resto, non vede che in ogni Stato bene ordinato gli auspicii e gli altri tipi di divinazione hanno sempre goduto altissimo credito? Quale re c&#8217;è mai stato, quale popolo che non ricorresse alle predizioni divine? E questo non solo in tempo di pace, ma anche, molto di più, in guerra, perché tanto maggiore era la posta in giuoco e in più grave rischio la salvezza. Lascio da parte i nostri, i quali non intraprendono nulla in guerra senza aver esaminato le viscere, nulla fanno in pace senza aver preso gli auspicii; vediamo gli stranieri. Gli Ateniesi in tutte le pubbliche deliberazioni ricorsero sempre a certi sacerdoti divinatori che essi chiamano <em>mánteis</em>, e gli Spartani posero a fianco dei loro re un àugure come consigliere e vollero parimenti che un àugure partecipasse alle riunioni degli anziani (così chiamano il consiglio statale); e così pure, in tutte le questioni importanti, chiedevano sempre responsi a Delfi o ad Ammone o a Dodona. <strong>96</strong> Licurgo, che dette la costituzione allo Stato spartano, volle confermare le proprie leggi con l&#8217;approvazione di Apollo delfico; e quando Lisandro le volle riformare, ne fu impedito dal divieto del medesimo oracolo. Non basta: i governanti degli spartani, non ritenendo sufficienti le cure che davano al governo durante il giorno, andavano a giacere, per procurarsi dei sogni, nel tempio di Pasifae, situato nella campagna vicina a Sparta, perché consideravano veritiere le profezie avute in sogno.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong> 97</strong> Ecco, ritorno alle cose nostre. Quante volte il senato ordinò ai decemviri di consultare i libri sibillini! In quanto importanti e numerose occasioni obbedì ai responsi degli arùspici! Ogni volta che si videro due soli, e tre lune, e fiamme nell&#8217;aria; ogni volta che il sole apparve di notte, e giù dal cielo si sentirono dei rumori sordi e sembrò che la volta celeste si fendesse, e in essa apparvero dei globi. Fu anche annunziato al senato una grossa frana nel territorio di Priverno, quando la terra s&#8217;abbassò fino ad una profondità immensa e la Puglia fu squassata da violentissimi terremoti. E da questi portenti erano preannunciate al popolo romano grandi guerre e rovinose sedizioni, e in tutti questi casi i responsi degli arùspici concordavano coi versi della Sibilla.  <strong>98</strong> E ancora, quando a Cuma sudò la statua di Apollo a Capua quella della Vittoria? E la nascita di un andrògino non fu un prodigio funesto? E quando le acque del fiume Atrato si tinsero di sangue? E che dire del fatto che più volte cadde giù una pioggia di pietre, spesso di sangue, talvolta di terra, una volta anche di latte? E quando sul Campidoglio fu colpita dal fulmine la statua di un Centauro, sull&#8217;Aventino porte delle mura e uomini, a Tùsculo il tempio di Càstore e Pollùce, a Roma il tempio della Pietà? In tutte queste circostanze gli arùspici non dettero responsi conformi a ciò che poi accadde, e nei libri sibillini non furono trovate le stesse profezie?</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/prosopographie-des-haruspices-romains/9415" target="_blank"><img class="alignright size-medium wp-image-7531" style="margin: 10px;" title="haruspices" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/haruspices-188x300.jpg" alt="" width="188" height="300" /></a>XLIV  <strong>99</strong> Non molto tempo fa, durante la guerra màrsica, in seguito a un sogno di Cecilia, figlia di Quinto, il tempio dedicato a Giunone Sospita fu fatto ricostruire dal senato. Sisenna aveva dimostrato che quel sogno corrispondeva mirabilmente, puntualmente, coi fatti; poi, inaspettatamente, credo per influsso di qualche epicureo, si mette a sostenere che non bisogna credere ai sogni. Eppure contro i prodìgi non obietta nulla, e narra che all&#8217;inizio della guerra màrsica le statue degli dèi sudarono, e scorsero fiumi rossi di sangue, e che il cielo si spaccò, e si udirono voci misteriose che annunziavano pericoli di guerra, e a Lanuvio alcuni scudi furono rosicchiati dai topi: agli arùspici questo parve un presagio funestissimo.  <strong>100</strong> E che dire di ciò che leggiamo negli annali? Durante la guerra contro Veio, essendo cresciute oltre misura le acque del lago Albano, un nobile di Veio passò dalla nostra parte e disse che, secondo i libri profetici che i Veienti conservavano, Veio non poteva esser presa finché il lago non fosse giunto a traboccare; ma se le acque, fuoriuscendo, si fossero scaricate in mare secondo il loro deflusso spontaneo, sarebbe stata una rovina per il popolo romano; se invece fossero state incanalate in modo da non poter raggiungere il mare, sarebbe stata la vittoria per i nostri. In seguito a ciò i nostri antenati scavarono quel mirabile canale di scarico dell&#8217;acqua del lago Albano. Ma quando i Veienti, spossati dalla guerra, mandarono ambasciatori al senato per trattare la resa, allora uno di essi &#8211; si narra &#8211; disse che quel disertore non aveva avuto il coraggio di dire tutto al senato: ché in quegli stessi libri profetici posseduti dai Veienti si diceva che tra breve Roma sarebbe stata conquistata dai Galli: e in effetti come sappiamo ciò avvenne sei anni dopo la presa di Veio.</p>
<p style="text-align: justify;">XLV  <strong>101</strong> Spesso anche si narra che nelle battaglie si udirono le voci dei Fauni, e, nel corso di tumulti, parole che predicevano il vero, provenienti chissà da dove. Tra i molti esempi di questo genere, bastino due soli, ma di gran rilievo. Non molto prima che la città fosse presa dai Galli, si udì una voce proveniente dal bosco sacro a Vesta, che dai piedi del Palatino scende verso la Via Nuova: la voce ammoniva che si ricostruissero le mura e le porte; se non si provvedeva, Roma sarebbe stata presa dai nemici. Di questo ammonimento, che fu trascurato allora, quando si era in tempo a evitare il danno, fu fatta espiazione dopo quella terribile disfatta: dirimpetto a quel luogo, fu consacrato ad Aio Loquente un altare ,che tuttora vediamo protetto da un recinto. L&#8217;altro esempio: molti hanno scritto che, dopo un terremoto, una voce proveniente dal tempio di Giunone sul Campidoglio ammonì che si sacrificasse in segno di espiazione una scrofa gravida: perciò la Giunone a cui era dedicato quel tempio fu chiamata Moneta. Questi fatti, dunque, annunciati dagli dèi e sanzionati dai nostri antenati, li disprezziamo?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>102</strong> Ma i pitagorici consideravano assiduamente non solo le voci degli dèi, ma anche quelle degli uomini, chiamate <em>òmina</em>. E siccome i nostri antenati ritenevano che esse avessero valore profetico, ogni volta che dovevano compiere un atto importante incominciavano col dire: &#8220;Sia questa cosa buona fausta felice e fortunata&#8221; (<em>&#8220;quod bonum, faustum, felix fortunatumque esset&#8221;</em>); e nelle pubbliche cerimonie religiose si ordinava che i presenti &#8220;facessero silenzio&#8221;, e, nel proclamare le ferie, che &#8220;si astenessero da liti e risse&#8221;. Così pure, nel fondare con un rito di purificazione una colonia, colui che la fondava sceglieva, perché conducessero le vittime al sacrificio, persone dai nomi di buon augurio; e così faceva il comandante quando purificava l&#8217;esercito, il censore quando purificava il popolo. Alla stessa norma si attengono i consoli nella leva: che il primo soldato arruolato abbia un nome di buon augurio.  <strong>103</strong> Tu sai bene che, quando sei stato console e comandante militare, hai osservato queste norme con grande scrupolo. Anche riguardo alla centuria che votava per prima nei comizi, i nostri antenati ritennero che per il suo nome essa costituisse un buon auspicio di elezioni conformi alla legge.</p>
<p style="text-align: justify;">XLVI  Ed io ti rammenterò ben noti esempi di <em>òmina</em>. Lucio Paolo, console per la seconda volta, essendogli toccato l&#8217;incarico di condurre la guerra contro il re Perse, quando in quello stesso giorno, sull&#8217;imbrunire, ritornò a casa, nel dare un bacio alla sua bambina Terzia, ancora molto piccola a quel tempo, si accorse che era un po&#8217; triste. &#8220;Che è successo Terzia?&#8221; le chiese; &#8220;perché sei triste?.&#8221; E lei: &#8220;Babbo,&#8221; disse, &#8220;è morto Persa&#8221;. Egli allora, abbracciandola forte, disse: &#8220;Accetto il presagio, figlia mia&#8221;. Era morto un cagnolino che si chiamava così.  <strong>104</strong> Ho udito raccontare io stesso da Lucio Flacco, flàmine marziale, che Cecilia, moglie di Metello, volendo far sposare la figlia di sua sorella, si recò in un tempietto per ricevere un presagio, secondo l&#8217;uso degli antichi. La nipote stava in piedi, Cecilia era seduta; per molto tempo non si sentì nessuna voce; allora la ragazza, stanca, chiese alla zia che le permettesse di riposarsi un poco sulla sua sedia. E Cecilia: &#8220;Certo, bambina mia, ti lascio il mio posto.&#8221; E il detto si avverò: Cecilia morì poco dopo, e la ragazza sposò colui che era stato il marito di Cecilia. Lo capisco fin troppo bene: queste cose si possono disprezzare o si può anche riderne; ma disprezzare i segni inviati dagli dèi e negare la loro esistenza, è tutt&#8217;uno.</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<hr style="text-align: justify;" size="1" />
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref1">[1]</a> L. Canfora, <em>L’illusione della politica: la solitudine di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/marco-tullio-cicerone" target="_blank">Cicerone</a></span></em>, in “Corriere della Sera”, 11.02.2009, p. 40.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref2">[2]</a> E. Pais, <em><span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/marco-tullio-cicerone" target="_blank">Cicerone</a></span></em>, in <em>Roma, dall’antico al nuovo impero</em>, Hoepli, Milano 1938 – XVI, [pp. 301 – 311] p. 301.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref3">[3]</a> A. Mastrocinque, <em>Storia romana</em>, Pàtron, Bologna 2006, p. 56.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref4">[4]</a> E. Pais, <em>Op. cit.</em>, pp. 308 – 309.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref5">[5]</a> K. <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/karoly-kerenyi" target="_blank">Kerényi</a></span>, <em>Religione antica</em>, tr. It., Adelphi, Milano 2001, p. 115.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref6">[6]</a> F. Sini, <em>Documenti sacerdotali di Roma antica</em>, Dessì, Sassari 1983, pp. 93–94.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref7">[7]</a> P. Catalano, <em>Aspetti spaziali del sistema giuridico-religioso romano. </em><em>Mundus, templum, urbs, ager, Latium, Italia</em>, “Aufstieg und Niedergang der Römischen Welt“, Band II.16.1, W. De Gruyter, Berlin – New York 1978,[pp. 440-553] p. 454; cfr. pp. 452–466.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref8">[8]</a> Vedi M. E. Migliori, <a title="Haruspices e Mos Maiorum" href="http://www.centrostudilaruna.it/haruspices-e-mos-maiorum.html"><em>Haruspices e Mos Maiorum</em></a>, in “Vie della Tradizione”, n. 145, genn.-apr. 2007, pp. 22–29.</p>
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		<pubDate>Sat, 01 Jan 2000 20:45:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Robert Steuckers</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il principio politico-spirituale di impero e le sue origini nella storia romana]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/steuckersreich.html' addthis:title='Geopolitica e spiritualità del principio &#8220;Reich&#8221; '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/rivoluzione-conservatrice.PNG" width="48" height="48" alt="" title="Rivoluzione conservatrice" /><br/><p style="text-align: justify;">La prima idea fondamentale che oggi vorrei mettere in evidenza nell’evocare il principio &#8220;Reich&#8221;, è che esso ha certo una dimensione spirituale (sulla quale mi esprimerò), <a href="http://www.centrostudilaruna.it/simboli.html">simbolica</a>, culturale, ma bisogna anche sapere che ogni Reich è uno spazio territoriale di grandi dimensioni. I <a href="http://www.centrostudilaruna.it/simboli.html">simboli</a> e la spiritualità del Reich hanno bisogno di uno spazio per incarnarsi, per acquisire concretezza. È la ragione per cui una buona conoscenza della dinamica geografica del territorio, dove questo &#8220;Reich&#8221; deve stabilirsi, è un imperativo al quale non ci si può sottrarre. Ecco perché mi sembrava importante riflettere bene sullo spazio-ricettacolo dell’idea di Reich (Regnum). Innanzi tutto, ogni Reich è uno spazio politico le cui dimensioni corrispondono al “Großraum” teorizzato da Carl Schmitt, le cui dimensioni sono continentali. Inoltre, questo spazio è organizzato tramite dei mezzi di comunicazione e di trasporto. Ogni Reich mira ad accelerare le relazioni tra gli uomini che vivono sul suo territorio. Questo territorio è vasto ma nondimeno circoscritto entro dei &#8220;limes&#8221; chiaramente definiti, anche se essi sono in costante espansione. Alcuni esempi: l&#8217;Impero romano, modello insuperabile nella storia europea, è un grande costruttore di strade; il suo esercito (le legioni) che lo incarna, che ne è lo strumento principale, è composto da combattenti, soldati esperti e ben addestrati, ma anche da pionieri, da truppe del genio che costruiscono strade, ponti e acquedotti. L&#8217;Impero britannico, impero marittimo, più dominatore e sfruttatore sul piano economico rispetto all’Impero romano, al punto che si può contestargli la natura di “Reich”, ha egualmente posseduto il suo strumento di mobilità, di accelerazione: la sua flotta. Priva di una spiritualità costitutiva, questa talassocrazia mercantile ha nondimeno organizzato le rotte marittime, specialmente quelle che portano alle Indie passando per Gibilterra, Malta, Cipro, Suez e Aden. La Cina, impero incrollabile per millenni, è emersa anche grazie alla costruzione di strade e di canali e all’organizzazione di una flotta costiera.</p>
<p style="text-align: justify;"><em> Contro i «grandi spazi» la strategia talassocratica di sabotare i lavori di organizzazione territoriale</em></p>
<p style="text-align: justify;">Questi esempii contradditorii ci permettono di constatare, sulla base della distinzione ormai classica tra Terra e Mare, (Mackinder, Haushofer, Schmitt), che la Gran Bretagna e, a loro volta, gli Stati Uniti, si opporranno sistematicamente ai grandi lavori di organizzazione delle vie di comunicazione sui grandi spazi continentali. Questa opposizione sistematica ha per scopo quello di conservare il monopolio della mobilità più veloce nel campo del trasporto di uomini e cose, in questo caso il monopolio di una mobilità esclusivamente marittima. Gli esempi che provano questa ostilità fondamentale sono abbondanti:</p>
<p style="text-align: justify;">- Nel 1904, Halford John Mackinder elabora la sua teoria del contenimento delle potenze continentali, in particolare della Russia, perché l’Impero degli Zar ha appena realizzato, sotto la spinta dinamica del ministro Witte, il collegamento ferroviario transiberiano, procurando a questo immenso impero continentale una mobilità che consente il rapido dispiegamento delle truppe dal Baltico al Pacifico. Dalla realizzazione di questa via ferroviaria transcontinentale, lo Zar viene demonizzato dai media: gli viene messo contro il Giappone, viene finanziata la nuova marina da guerra nipponica al fine di distruggere la flotta russa al largo della Corea (Tsushima, 1905); una propaganda servile lo descrive come un autocrate sanguinario, le grandi città dell’impero vengono sconvolte da rivolte orchestrate da oscuri agitatori di cui non si comprendono le motivazioni, tanto sono vaghe e scomposte, etc.</p>
<p style="text-align: justify;"><em> Bloccare l’arteria danubiana</em></p>
<p style="text-align: justify;">- Dal 1914 al 1918, la politica tedesca ed austro-ungarica mirano ad organizzare i Balcani a partire dall’arteria danubiana; questo progetto è tacitamente combattuto dalla Gran Bretagna che manipola, come al solito, i truffatori politici francesi agitati da filosoferie sub-volterriane e da una patologica germanofobia, al fine che i popoli di Francia vengano dissanguati, sacrificati, in teoria per chimere ideologiche veicolate da canaglie di sinistra e di destra e, in pratica, per bloccare il Danubio nell’interesse delle potenze talassocratiche. Nella letteratura geopolitica, è proprio il francese André Chéradame che esprime più chiaramente gli scopi della guerra inglese e getta le basi del trattato di Versailles, che reclameranno a gran voce i politici francesi infeudati alle follie ideologiche del 1789 e che avalleranno con ipocrita discrezione le strategie politiche britanniche e americane, rigettando sulla Francia la responsabilità del caos in Europa centrale (cosa evidentemente confermata dalle apparenze). Chéradame reclama così il frazionamento dello spazio danubiano in quante più nazioni artificiali possibile. La sua dimostrazione storica e geopolitica implica la riduzione del “Grand Haza” ungherese a un piccolo stato interno senza sbocco marittimo, l&#8217;espulsione della Bulgaria dal delta del Danubio, l&#8217;ingrandimento smisurato della Serbia, in direzione della Dalmazia e della Slovenia, al fine di rinchiudere l&#8217;Adriatico; l&#8217;ingrandimento della Romania per farne un alleato della Francia (traviata dalla subdola propaganda dei Britannici) che controlli il delta del grande fiume europeo. L&#8217;idea di frazionare e di bloccare il corso del Danubio é ritornata di gran carriera dopo gli avvenimenti in Yugoslavia nel corso degli anni 90, raggiungendo il punto culminante con la distruzione dei ponti di Novi Sad e di Belgrado, seguito da un tentativo di demonizzare l’Austria, in seguito all’arrivo al governo dei liberal-populisti di Jörg Haider.</p>
<p style="text-align: justify;">- Dal 1904 al 1915, la questione d&#8217;Oriente nasce in seguito ai trattati di alleanza tra il Reich degli Hohenzollern (che non è il Reich tradizionale nato dopo la vittoria di Ottone I sugli Ungheresi nel 955) e l&#8217;impero ottomano. L&#8217;Inghilterra vede con ostilità la costruzione di una ferrovia Berlino-Bagdad e l’inaugurazione di vie aeree sullo stesso percorso. Il Medio Oriente non può in alcun caso divenire il retroterra di un continente europeo raggruppato attorno alla Germania e all’Austria-Ungheria, ancor di più se questo modo di cooperazione sfocia sull’Oceano indiano, oceano del mezzo considerato come un mare interno britannico.</p>
<p style="text-align: justify;">- Anche la Francia, riserva di carne da cannone per la City londinese ogni volta che la dirigono dei politici illuministi, subisce pressioni indirette quando realizza il canale di grande dimensione tra l’Atlantico (Bordeaux sulla Gironde) e il Mediterraneo, opera di ingegneria civile che relativizza ipso facto la posizione di Gibilterra.</p>
<p style="text-align: justify;">- Per quanto riguarda il III Reich nazional-socialista (che non è un Reich nel senso tradizionale del termine), bisogna constatare che la politica di costruire autostrade, di voler realizzare il collegamento Meno-Danubio (considerata come motivo di guerra dalla stampa londinese nel 1942, che pubblica una carta suggestiva e rivelatrice a questo proposito), di realizzare un primo volo transatlantico su Focke-Wulf Condor nel 1938 dopo il drammatico incidente dello Zeppelin &#8220;Hindenburg&#8221; nel 1937, di concepire dei progetti di treni ad alta velocità sulle linee Parigi-Berlino-Mosca e Monaco-Vienna-Istanbul (Breitspureisenbahn) e di concretizzare i progetti di Federico II di Prussia e dell’economista List finalizzando il sistema di canali tra l’Elba e il Reno (esso stesso collegato alla Mosa e alla Scheda da lavori simili eseguiti nei Paesi Bassi e in Belgio), sono delle provocazioni belle e buone nei confronti delle talassocrazie, ostili ad ogni organizzazione delle comunicazioni sugli spazi continentali. Tali sono i criteri oggettivi e verificabili che hanno giustificato l’ostilità di Roosevelt e di Churchill nei confronti del III Reich: gli altri motivi sono meno chiari e danno luogo a speculazioni infinite che non apportano alcuna chiarezza al dibattito tra gli storici.</p>
<p style="text-align: justify;">Questi lavori o questi progetti hanno permesso ieri e ancora di più permettono oggi, specialmente sulla base del Piano Delors che converrebbe concretizzare realmente, di estendere una tale nozione di Reich, come principio e motore di “comunicazione”, all’Europa intera ed a creare le condizioni di un alleanza durevole con la Russia e l’Ukraina, padrone dello spazio pontico (Mar Nero). L&#8217;organizzazione ottimale delle vie fluviali e marittime interne (Mar Nero e Mar Baltico) è ormai possibile in Europa dopo lo scavo definitivo del canale Reno-Meno-Danubio sotto il Cancelliere Helmut Kohl. Al di là delle potenzialità di questi collegamenti in Europa occidentale, centrale e orientale, il controllo completo del Danubio, collegato definitivamente al Reno e dunque all’Atlantico, permette logicamente di estendere la dinamica così generata allo spazio pontico ed ai fiumi russi e ukraini, al Don e, tramite il canale Lenin, al Volga ed al Mar Caspio, e di rilanciare la logica geopolitica e idropolitica che l’Impero romano aveva avviato e che la sua caduta di fronte agli Unni e la sua cristianizzazione anarchica avevano interrotto.</p>
<p style="text-align: justify;"><em> Dai  Proto-Iraniani ai Goti</em></p>
<p style="text-align: justify;">Roma e i Germani si erano affrontati (o alleati) per tenere la linea Reno-Danubio dal Mar del Nord al Mar Nero. Gli uni organizzando tutti i territori situati a sud di questa linea; gli altri ammassandosi a nord. I Visigoti, discesi dall’attuale Svezia, come faranno più tardi i Variaghi, occupano l’Ukraina e la Crimea. Attorno al Mar Nero si raggruppano all’epoca tre poli imperiali <a href="http://www.centrostudilaruna.it/indoeuropei.html">indoeuropei</a>: quello romano, effettivo, quello slavo-germanico, in gestazione, e quello persiano, il più antico. I Visigoti, che acquisiranno in Ukraina le tecniche della cavalleria, legate agli Sciti e, prima di loro, ai Proto-Iraniani, sono ben presto pressati dagli Unni che rovinano la fusione potenziale di questi tre poli imperiali attorno al Mar Nero. In questo senso la Russia, se pervenisse a liberarsi totalmente della sua parentesi bolscevica, sarebbe contemporaneamente l’erede degli Sciti (e dei Proto-Iraniani), dei Goti, dei Variaghi, e dei Persiani (che islamizzati poi schiacciati dai Mongoli non si sono più riallacciati alle loro radici profonde, essendo stata troppo breve la parentesi tentata dall’ultimo Shah, prima di essere ridotta a nulla da una nuova islamizzazione), ferma restando, naturalmente, l’eredita di Bisanzio dopo il 1453.</p>
<p style="text-align: justify;">Parentesi sul Rodano: il Rodano si getta nel bacino occidentale del Mediterraneo e unisce quest’ultimo al centro nevralgico dell’Europa centrale, via Ginevra, il corso della Saône e del Doubs, che lo conduce alle « Porte di Borgogna » (Burgundische Pforte), cioè al varco di Bâle o di Belfort, in prossimità del Reno e non lontano dalle sorgenti del Danubio. A questo titolo, esso è fin dall’<a href="http://www.centrostudilaruna.it/storiaantica.html">antichità</a> un nodo geostrategico primordiale. Stato di cose che non sfuggì alla perspicacia di Halford John Mackinder, fondatore della geopolitica militare britannica. Nella sua opera Ideali democratici e realtà, (ultima edizione 1947), egli ricorda il fiasco dell’impero marittimo di Geiserich (Genserico), re dei Vandali, che non seppe legare le sue conquiste all’arteria del Rodano; ripercorre l’avventura dei saraceni che risalirono il Rodano, la Saône e il Doubs fino alle porte di Borgogna; e mostra infine l’importanza dell’alleanza tra la Savoia, potenza del Rodano, l’Austria e l’Inghilterra nella guerra di Successione spagnola.</p>
<p style="text-align: justify;"><em> Ariovisto, Cesare, il Rodano e il Reno</em></p>
<p style="text-align: justify;">Il suo omologo tedesco, lo storico Hermann Stegemann, autore di una storia militare del Reno (<em>Der Kampf um den Rhein</em>, 1924) mostra che, strategicamente, il sistema del Rodano è legato al sistema del Reno e che il controllo del Rodano è stato l’obiettivo primario della grande strategia romana da Mario a Cesare. Padrona del Mediterraneo occidentale dopo le sue vittorie su Cartagine, Roma deve assicurarsi un retroterra in Europa: essa sceglierà di risalire il Rodano e i suoi affluenti, dove, via Doubs, piomberà sul corso dell’Alto Reno a est di Thann e di Cernay/Sennheim. È il territorio di Ariovisto che controlla un regno svevo a cavallo tra il Reno, il Doubs e le sorgenti del Danubio. La sconfitta di questo capo germanico mostra che la linea Reno-Rodano (via Doubs e Saône) è la linea di penetrazione ideale verso il nord per ogni potenza dominatrice del bacino occidentale del Mediterraneo. Con la sua vittoria su Ariovisto, Cesare si impadronisce dei bacini della Senna e della Loira ma lascia a dei capi futuri il compito di passare sulla riva destra del Reno. I suoi successori tenteranno di unire il corso del Danubio, dalle sue sorgenti fino alla foce sul Mar Nero: questa sarà la grande strategia continentale dell’Impero romano, tanto importante quanto il dominio del Mare Nostrum.</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=9788842076339" target="_blank"><img class="alignright" style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/fraschettigiuliocesare.bmp" border="0" alt="Augusto Fraschetti, Giulio Cesare" width="95" height="161" align="right" /></a>La grande lezione dell’Impero romano, organizzatore di comunicazioni in Europa, è sempre di attualità: l&#8217;Europa, per avere una struttura imperiale nel vero senso del termine, cioè una struttura di organizzazione interna e non una struttura che permetta delle conquiste imperialistiche, deve avere, come ebbe Roma, dei grandi progetti di pianificazione territoriale che, nella logica più economica che regna oggi, mobilitino la manodopera e rilancino il consumo interno accelerando le comunicazioni. Friedrich List, economista liberale a cui si rifanno numerosi statisti non liberali, raccomandò questo tipo di politica dalla metà del XIX secolo. Nei giorni nostri, il Piano Delors non ha ricevuto, a livello europeo, l’attenzione che meritava, mentre suggeriva lo sviluppo di linee ferroviarie ad alta velocità e il lancio di un programma di satelliti per telecomunicazioni. Ugualmente, l’Europa attuale non ha le dimensioni imperiali richieste oggi, nella misura in cui la sua marina è troppo debole, tanto sul piano militare, come deplora l’ammiraglio francese Allain Coataena, che sul piano dello sfruttamento civile e oceanografico. L&#8217;Europa non sviluppa abbastanza grandi progetti per lo sfruttamento dei fondi marini e oceanici. Escludendo i collegamenti tra la Gran Bretagna e il continente, le flotte costiere di aliscafi o di catamarani non sono sufficientemente sviluppate sui mari interni, compreso il Mediterraneo.</p>
<p style="text-align: justify;"><em> Le dimensioni storiche della nozione di Impero</em></p>
<p style="text-align: justify;">A Verdun nell’843, i nipoti di Carlo Magno si divisero in pratica dei bacini fluviali, in quanto i fiumi erano all’epoca i soli mezzi di comunicazione sicuri e relativamente rapidi. Carlo il Calvo ricevette il bacino della Somme, della Senna, della Loira e della Garonna, con un vantaggio considerevole, proprio del bacino parigino. A partire da Parigi, effettivamente, si può unire il territorio grazie agli affluenti come la Marna e l&#8217;Oise (che servì come asse di penetrazione alla colonizzazione franca) ed alla prossimità della Loira, collegata alla Senna da una via di terra relativamente breve, che va da Parigi a Orléans. Questa posizione ideale permise una rapida centralizzazione della Francia. Lotario ricevette i bacini del Reno e della Mosa, del Rodano e del Po, con il titolo di &#8220;Cesare&#8221;, in ricordo di Giulio Cesare che, lungo questi assi, era riuscito a controllare l’Occidente e a gettare le basi della futura colonizzazione dello spazio danubiano (almeno del suo fianco sud). Lodovico il Germanico ricevette il Nord, vale a dire la piana dai fiumi paralleli, non collegati tra di loro, dalla Schelda alla Vistola. Ma anche la missione di conquistare il Danubio per ristabilirvi un ordine romano, affidato dalla translatio imperii ai Germani, che, ipso facto, lo ristabilirono a Nord e a Sud. Questa missione danubiana implica anche, a partire dal X secolo, l’alleanza con l’Ungheria (l&#8217;antica Pannonia romana). Il tandem germano-ungherese, l&#8217;alleanza della corona imperiale romano-germanica e della corona magiara di S. Stefano, farà fronte agli Ottomani, che avrebbero voluto conquistare il Danubio partendo dai Balcani e dalla sua foce, per ristabilire l’unità geografica danubiana non sotto un segno imperiale romano, ma sotto un segno islamico. L&#8217;impero ottomano volle proseguire la politica danubiana di Bisanzio, ma senza avere la legittimità geografica europea, essendo la legittimità geografica turca, centro-asiatica, e la legittimità geografica islamica, arabica.</p>
<p style="text-align: justify;"><em> La proposta di Pio II</em></p>
<p style="text-align: justify;">Questa ambiguità ottomana, per cui il Sultano è simultaneamente il Califfo musulmano e l’erede, volens nolens, del Basileus bizantino, non era sfuggita a Papa Pio II, cioè l’umanista Æ-neas Silvius Piccolomini, già Cancelliere dell’Imperatore germanico Federico III. Pio II propose la conversione al cristianesimo del Sultano, come era stata accettata dagli Ungheresi dopo la disfatta del 955, di fronte all’esercito germanico di Ottone I. Il Sultano sarebbe allora divenuto contemporaneamente erede di Roma e di Bisanzio, restaurando l’antica unità desiderata da tutti gli umanisti, proiettando la ristabilita potenza europea verso lo spazio iraniano, attraverso il Mar Nero; condizione sine qua non: l&#8217;élite ottomana avrebbe dovuto dimenticare ipso facto, sull’esempio degli Ungheresi del X secolo, la propria determinazione geografica pre-europea e centro-asiatica (etnica turca), come la sua determinazione nomade-arabica, trasmessa attraverso l&#8217;Islam. Questa &#8220;steppitudine&#8221; turco-mongola o questa &#8220;desertitudine&#8221; uscita dalla penisola arabica erano due matrici totalmente estranee all’Europa: la conversione al cristianesimo non è tanto l’adozione della fede evangelica, nel contesto che ci riguarda, quanto l’abbandono volontario di dinamiche geopolitiche diverse da quelle dell’antico impero romano. Il Sultano non accettò la proposta di Pio II, volle stupidamente perseverare nella sua logica turco-arabica che alla fine non approdò a nulla dopo 500 anni di sforzi. Da questo fatto, questa logica turco-arabica, zoppicante e inefficace, con irruzioni di intemperanza e inutile violenza, non può essere considerata « sacra » allo stesso titolo dell’imperialità romano-germanica (&#8220;Sacrum Imperium&#8221;) perché sfocia nell&#8217;impasse o nella guerra permanente (o, per riprendere un modello concettuale iraniano e zoroastriano, la sacralità imperiale romano-germanica o l&#8217;imperialità persiana, appartengono ad Ahura Mazda, principio della luce, mentre l&#8217;ottomanità appartiene ad Ahriman, principio di distruzione e di oscurità, ancora di più se è alleato al mammonismo della Banca d’Inghilterra o dell’economicismo americano).</p>
<p style="text-align: justify;">La lotta tra l&#8217;Occidente e l&#8217;Oriente del nostro continente costituisce effettivamente la dinamica principale della nostra storia. Questa lotta si svolge sul Danubio. I Romani distinguevano due &#8220;Danubi&#8221;: uno, a partire dalle sorgenti nella Foresta Nera fino alle sue « cateratte » nei Balcani, con il suo nome <a href="http://www.centrostudilaruna.it/celti.html">celtico</a> &#8220;Danuvius&#8221;, l&#8217;altro a partire da queste cateratte, fino alla foce che portava il nome greco di &#8220;Ister&#8221;. Questo limite sarà anche quello dei due imperi romani di Oriente e di Occidente. La cesura si base su un fatto idrografico: il taglio della navigazione sul Danubio all’altezza delle « Porte di Ferro », chiamate nell’<a href="http://www.centrostudilaruna.it/storiaantica.html">antichità</a> “cateratte”. I conflitti ulteriori tra i due imperi avranno per oggetto sia il Mediterraneo che il Danubio.</p>
<p style="text-align: justify;"><em> Missioni di Bregenz e di Passau</em></p>
<p style="text-align: justify;">Al momento della cristianizzazione dell’Europa centrale, le missioni <a href="http://www.centrostudilaruna.it/celti.html">celtiche</a> (irlando-scozzesi) partite da Bregenz, e sostenitrici di una riconciliazione con i modelli del monachesimo bizantino, entrarono in concorrenza e persero la lotta, davanti alle missioni egualmente danubiane di Passau; queste ultime erano sostenitrici della supremazia papale romana, ostile dunque a Bisanzio e, in fin dei conti, ostile al principio imperiale dell’antica Roma, a cui si richiamava talvolta il Papato, cosa che costituiva una pericolosa impostura. Le missioni di Passau prevalsero in Ungheria, nonostante l’esistenza e la persistenza di una zona mista, di riti ispirati alla liturgia bizantina ma di obbedienza papista-romana (Moravia, Croazia). Esse estesero la loro influenza fino alle Porte di Ferro. A Est, continuò la dominazione bizantina. Ad Ovest si stabilì solidamente la dominazione franca e romana. Bisanzio ebbe la peggio perché non si poteva vincere in questa competizione senza dominare la Pannonia dalla frontiera morava all’Adriatico. Questa zona-cerniera restò “romana”, dunque “Roma” restò padrona del gioco. Gli Ottomani saranno in seguito coscienti di questa posta in gioco: anche per loro la dominazione dell’Europa passava per il controllo della Pannonia e della Croazia, ma la determinazione germanica dell’imperialità europea spostò leggermente verso occidente il punto nevralgico che garantiva questa dominazione. Era ormai Vienna che costituiva la chiave del Danubio, città che gli Ottomani chiamavano la “Mela d’Oro”. I due assalti ottomani contro la capitale imperiale dell’Europa si risolsero in due cocenti scacchi. Ecco la ragione per cui oggi l’Europa non è turco-mussulmana, nonostante il tradimento francese. Il secondo scacco davanti a Vienna, malgrado il ruolo immondo svolto dal &#8220;Räuberkönig&#8221; Luigi XIV (il &#8220;Re dei Banditi&#8221;) nell’attaccare alle spalle le truppe imperiali europee per dare respiro ai Turchi, sancì il declino definitivo della potenza ottomana, la quale cessò di nuocere all’insieme europeo.</p>
<p style="text-align: justify;"><em> Rodano, Reno e Danubio</em></p>
<p style="text-align: justify;">La dinamica della storia romana, per riprendere le tesi di Stegemann, o la logica dell’espansione territoriale romana, si basò in conclusione sul controllo di questi tre bacini fluviali d’Europa. L&#8217;oggetto delle guerre puniche fu il controllo del bacino occidentale del Mediterraneo, controllo solidamente garantito dalla conquista della Sicilia. Questa occupa una posizione di cerniera tra i bacini orientale ed occidentale del Mediterraneo. Potenzialmente, la potenza che se ne impadroniva aveva la possibilità, con poca fatica, di controllare i due bacini del Mediterraneo. Le forze puniche, cartaginesi, disponevano di importanti vantaggi territoriali, con le Baleari, la Spagna, i tributari galli nel bacino del Rodano (che fornivano eccellenti mercenari) e il controllo dei passi alpini che permettevano di accedere in Italia. Annibale utilizzò questi vantaggi, ma fallì in Italia. Dopo le tre guerre puniche, i Romani presero coscienza che l’Italia si difendeva sul Rodano, prima dei colli alpini. Roma dunque mise in atto quattro progetti strategici per evitare il ritorno di qualsiasi Annibale:</p>
<p style="text-align: justify;">- la colonizzazione della Spagna, che fu un processo di lunga durata e che iniziò con il controllo delle coste mediterranee, non essendo a quell’epoca di alcuna utilità il versante atlantico.</p>
<p style="text-align: justify;">- la colonizzazione della Provenza, tendente soprattutto ad occupare la foce del Rodano e, progressivamente, a risalire il più possibile la sua valle.</p>
<p style="text-align: justify;">- evitare un nuovo pericolo, per cui la Provenza restasse aperta a popoli del Nord non controllati, Galli o Germani (con l’arrivo dapprima dei Cimbri e dei Teutoni, poi degli Svevi di Ariovisto).</p>
<p style="text-align: justify;">- quel pericolo, rappresentato dalla mancanza di chiusura della frontiera settentrionale della Provenza, ai confini del paese degli Edui, cioè dell’attuale Alvernia, obbligò Roma a rendere satelliti le tribù galliche della valle del Rodano che divennero degli alleati.</p>
<p style="text-align: justify;">- intervenire per proteggere questi alleati, specialmente nel momento in cui Ariovisto pressò gli Elvezi che si rifugiarono presso i Sequani della Franca Contea, alleati di Roma.</p>
<p style="text-align: justify;"><em> Il &#8220;Varco di Bâle&#8221; o le &#8220;Porte di Borgogna&#8221;</em></p>
<p style="text-align: justify;">Cesare fu dunque obbligato a chiudere la breccia attraverso la quale i Germani, sulla scia degli Svevi di Ariovisto, potevano infiltrarsi nel territorio male organizzato dei Galli e dunque minacciare più seriamente la Provenza di quanto avessero fatto prima, al tempo di Mario, i Cimbri e i Teutoni. In questa campagna contro Ariovisto (egli stesso ben cosciente della posta idrografica e geografica della regione gallica che egli occupa tra i Vosgi e il corso del Doubs, più o meno fino a Besançon) Cesare prese coscienza di tutta la dinamica geopolitica e idrografica dell’hinterland europeo del bacino occidentale del Mediterraneo. In modo logico, la presenza delle truppe di Ariovisto nella valle del Doubs dimostrò a Cesare che non si poteva tenere la Provenza se l’intera valle del Rodano non veniva resa sicura a beneficio dell’impero romano del mediterraneo occidentale; ma questa stessa valle del Rodano non era sicura se il varco di Bâle e di Belfort (la Porta di Borgogna) non era ben serrato contro Germani. Ma per richiudere bene questa Porta di Borgogna, bisognava controllare il Reno a valle, fino al Mare del Nord. Di conseguenza, Cesare constatò ben presto che il Reno ed il Rodano sono legati tra loro, strategicamente parlando. Ugualmente, il bacino del Rodano dà accesso, attraverso il suo principale affluente, la Saône, al Plateau di Langres sul quale passa la linea di spartiacque e dove di trovano le sorgenti della Senna atlantica, come quelle della Mosa. Il controllo del Rodano implica quello della Saône che, a sua volta, implica quello della Senna e dei suoi affluenti. In più, la Senna dà accesso alla Manica, dalla quale arrivava lo stagno della Cornovaglia; il controllo della Senna implica anche il controllo del sud della Gran Bretagna. Cosa che tenterà di fare Cesare e che concluderanno i suoi successori. Dopo Cesare, la prossimità delle sorgenti del Danubio e della Porta di Borgogna mostrò che il controllo del Rodano a partire dalla Provenza conduceva alla necessità di dominare il Reno e all’opportunità di controllare il Danubio. Questo processo fu iniziato da Augusto, poi realizzato da Traiano che conquistò la Dacia (l&#8217;attuale Romania).</p>
<p style="text-align: justify;"><em> La strategia di Cesare è sempre di attualità</em></p>
<p style="text-align: justify;">Tutto ciò non è solo <a href="http://www.centrostudilaruna.it/storiaantica.html">storia antica</a>. La strategia di Cesare viene ripresa durante la seconda guerra mondiale, se si pensa che gli strateghi inglesi e americani abbiano non solo seguito i consigli del loro miglior geopolitologo, Mackinder, ma anche ben assimilato lo studio magistrale di Stegemann. Lo sbarco in Provenza, il 15 agosto 1944, permette alle truppe alleate di impadronirsi rapidamente della valle del Rodano per scontrarsi contro un’accanita resistenza tedesca all’altezza delle Porte di Borgogna, esattamente negli stessi luoghi dove Ariovisto aveva dato battaglia a Cesare. La vittoria delle truppe franco-marocchine e americane sui Vosgi alsaziani porta gli alleati ad impadronirsi delle Porte di Borgogna e dell’Alto Reno, poi di oltrepassarlo in direzione delle sorgenti del Danubio nella Foresta Nera, in piena Svevia («Svevia» che deriva dal nome della tribù di Ariovisto). La campagna cominciata con lo sbarco in Provenza fino alla presa di Belfort alla fine dell’anno 1944, è una moderna riedizione della campagna di Cesare contro Ariovisto.</p>
<p style="text-align: justify;"><em> Unificare i bacini del Rodano, del Reno e del Danubio</em></p>
<p style="text-align: justify;">Questo doppio riferimento storico, prima al conflitto che oppose Cesare ad Ariovisto, poi alla campagna che seguì lo sbarco in Provenza nell’agosto del 1944, ci fa prendere coscienza della necessità geopolitica di unificare quanto più possibile i tre bacini del Rodano, del Reno e del Danubio, e sia il Mare del Nord (ed il Baltico attraverso i nuovi canali del Nord dell’Europa), il Mediterraneo occidentale e il Mar Nero, al fine che la futura Unione Europea possa avere il controllo delle grandi vie di comunicazione all’interno delle sue stesse terre, senza che sia possibile l’intervento di una potenza marittima esterna al nostro sub-continente. Questa necessità deve condurci a condannare senza appello l’ostruzionismo effettuato dai Verdi francesi, tra cui Madame Voynet, allo scavo di un canale di grande portata tra il Reno e il Rodano. Una tale manovra politica, criminale e abietta, non può che essere a vantaggio dei peggiori nemici dell’Europa. E, in ultima istanza, è stata sicuramente da essi « ispirata ». In questa stessa prospettiva romana e imperiale, la lunga guerra tra l’Austria-Ungheria e gli Ottomani fu una lotta per il Danubio, dunque, proseguendo il nostro ragionamento, per ricomprendere il Mar Nero nell’ecumene europeo, farne un mare interno senza infiltrazioni straniere, cioè senza l’intrusione di una dinamica geografica il cui punto di partenza non fosse europeo, non fosse situato sulla linea che parte dalla Danimarca ( l&#8217;Insula Scandza, matrice delle nazioni per i Romani) per terminare in Sicilia includendo lo spazio tra Vienna e Budapest. L&#8217;Europa doveva annullare gli effetti di ogni dinamica geografica esterna, prendendo per punto di partenza uno spazio mal definito situato al di là del Mare di Aral o del Lago Balkash (prospettiva turca o pan-turanica) o al centro della penisola arabica (prospettiva arabo-musulmana), nel Mar Nero e nel Mediterraneo orientale. Nessuna di queste dinamiche può sconfinare in prossimità del sub-continente europeo, non può avere Wachstumspitze (&#8220;punta di crescita&#8221; per riprendere il vocabolario di Karl Haushofer) nell’orbita dell’ecumene europeo, cioè in tutti i territori che un tempo hanno fatto parte dell’impero romano.</p>
<p style="text-align: justify;"><em> Permanenza dei fatti tellurici e « lunga storia »</em></p>
<p style="text-align: justify;">La Hansa medievale si era estesa sul territorio della grande piana nord-europea, dove scorrono dei fiumi paralleli, all’epoca non collegati tra di loro. Per gestire utilmente il suo spazio, la Hansa ebbe l’idea di organizzare i mari interni del nord (Mare del Nord, Mar Baltico) acquisendo le merci dall’interno dei continenti sui porti situati alle foci dei fiumi, per suddividerle sui perimetri. Questa ottica resta di attualità. Conclusione: questo panorama di fatti storico-geografici ci deve condurre a cogliere la permanenza dei fatti tellurici, fondamenti della « lunga storia » (Braudel). Ogni impero fattibile deve essere portato da uomini in grado di guardare sempre agli elementi permanenti di questa « lunga storia », perché nessun impero può sopravvivere senza una tale « memoria dello spazio ». Oggi, noi avremmo di nuovo un « impero » in Europa, un sistema imperiale (reichisch), se noi ottimizzassimo i nostri sistemi di comunicazioni (soprattutto i satelliti di telecomunicazioni), se noi giungessimo direttamente a percepire le manovre di ostruzione condotte da politici corrotti al fine di combatterli immediatamente e senza pietà. Se noi avessimo avuto un tale atteggiamento, se avessimo avuto la « memoria dello spazio », non avremmo mai avallato la guerra americana contro la Serbia e, ipso facto, l&#8217;euro non avrebbe perso valore nella follia di questa guerra che è stata una catastrofe per l’Europa senza che le false élites che oggi la governano se ne siano accorte..</p>
<p style="text-align: justify;"><em> Principi politici di ogni &#8220;Reich&#8221;</em></p>
<p style="text-align: justify;">Dapprima, bisogna precisare che il &#8220;Reich&#8221; non è una nazione, anche se, in teoria, esso è portato da un &#8220;populus&#8221; (il &#8220;populus romanus&#8221;) o da una &#8220;nazione&#8221; (la &#8220;Deutsche Nation&#8221;). Erich von Kuehnelt-Leddhin ci ha mostrato molto bene la differenza tra il &#8220;Reich&#8221; e la &#8220;nazione&#8221;; se la sua posizione non è nazionalista e nemmeno anti-nazionalista, egli non ha nulla contro i sentimenti di appartenenza nazionale, contro la fierezza di appartenere ad una nazione. Tali sentimenti sono positivi, scrive, ma devono essere trascesi da un’idea. Questa trascendenza conduce ad una verticalità, che si oppone a tutte le forme moderne di orizzontalità, cosa che è, d’altronde, l’idea principale, il nucleo ideale, di tutte le tradizioni, come sottolinea anche Julius Evola. Ma questa nozione tradizionale e verticale dimentica a volte la profondità dell’humus: tenendo conto di questo humus, noi diciamo che non vi è verticalità uranica senza profondità ctonia. Per riassumere brevemente la posizione tradizionale di Erich von Kuehnelt-Leddhin, diciamo che le orizzontalità moderne non permettono il rispetto dell’Altro, dell’essere-altro. Se l’Altro è giudicato squilibrante, inopportuno nella sua alterità, può essere puramente e semplicemente eliminato o ridotto a niente, senza il minimo rispetto della sua alterità, perché l’orizzontalità fa di tutti, dei “nulla ontologici”, privi di valore intrinseco. Tale è la conclusione della logica egualitaria, propria delle ideologie e dei sistemi che hanno voluto usurpare e sradicare la tradizione del « reich »: se tutto vale tutto nell’interiorità dell’uomo, o anche nella sua costituzione fisica, questo alla fine significa che niente ha più valore specifico e se un valore specifico cerca di spuntare verso e contro tutto, esso sarà presto considerato come un’anomalia che richiede lo sterminio, l’intervento fanatico e sanguinario di “colonne infernali”. La verticalità, in compenso, implica il dovere di protezione e di rispetto, un dovere di servire i superiori e un dovere dei superiori di proteggere gli inferiori, in un rapporto paragonabile a quello che esiste, nelle società e nelle famiglie tradizionali, tra genitori e figli. La verticalità rispetta le differenze ontologiche e culturali; essa non le considera come dei « nulla » che non meritano né considerazione né rispetto.</p>
<p style="text-align: justify;"><em> Sui servitori dell’Impero prodotti da tutte le nazioni</em></p>
<p style="text-align: justify;">In un impero coabitano diverse comunità e pertanto, vista l’importante estensione territoriale di ogni impero, diversi popoli, che non ci si sogna di fondere in un magma insipido e indifferenziato. Gli imperi sono generalmente plurietnici. Era il caso della monarchia austro-ungarica, ultima detentrice dell’imperialità romano-germanica, in cui hanno servito uomini di ogni origine etnica, non solo Austriaci e Ungheresi, ma anche Slavi del sud come il generale serbo Bosoïev, poi, durante la seconda guerra mondiale, il generale di origine croata Rendulic, che fu l’ultimo a cedere le armi; durante la guerra dei Trent’anni, il brabançon Tilly de &#8216;t Serclaes comanda l’esercito bavarese, poi tutto l’esercito imperiale; la sua statua si erge ancora e sempre nella Feldherrenhalle di Monaco; il lombardo Montecuccoli serve egualmente l’Austria imperiale, senza dimenticare il più illustre dei Savoia, il Principe Eugenio. In Russia, i generali sono spesso tedeschi o tedeschi dei Paesi baltici, compreso Rennenkampf che invade la Prussia orientale nel 1914. Il ministro Witte è di origine fiamminga o olandese. Xavier de Maistre, fratello di Joseph, ha anch’egli esercitato un comando nell’esercito dello Zar, per lottare contro le follie rivoluzionarie e bonapartiste. Da uomini di Liegi vengono più tardi fondate le fabbriche d’armi russe, di cui sono un ricordo le pistole Nagant. In Belgio, in cui si è mantenuta la logica imperiale fino al 1918, in cui la seconda offensiva giacobina ha avuto ragione di tradizioni secolari, l’esercito del 1914 è comandato in Africa da un Danese, il Colonnello Olsen, e in patria da Jungbluth, renano e da Bernheim, viennese di origine israelita.</p>
<p style="text-align: justify;"><em> Autentica multiculturalità e multiculturalità sterminatrice</em></p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;impero è dunque fatto di molteplicità, di differenze, che non hanno niente in comune con la falsa multiculturalità vantata dai media di oggi. Questa multiculturalità, truffa ideologica, deriva proprio da quella orizzontalità che mira a svuotare tutti gli uomini, autoctoni e alloctoni, della loro sostanza ontologica. Questa multiculturalità uccide l’essenziale che vive nell’uomo. Ogni politica che cerca di promuoverla è una politica criminale, sterminatrice, nel senso in cui intende il filosofo americano Thompson. A questa multiculturalità, maschera pubblicitaria per far accettare lo « sterminismo » moderno, bisogna opporre la verticalità imperiale o l’idea sublime di Herder, che vedeva l’Europa una « comunità di personalità etniche intrecciate nella storia ». Di seguito a queste riflessioni di Herder sulla diversità europea, la centralità geografica della Germania, ancora spezzettata, fa di essa, per i romantici che sono passati dall’ideale rivoluzionario e illuminista all’ideale di una restaurazione della carne al di là dei geometrismi astratti e disincarnati del giacobinismo, il perfetto &#8220;Sacrum Imperium&#8221;, allacciato territorialmente sui popoli romani, slavi e scandinavi, e per questo il solo adeguato a far dischiudere vivere una sintesi e vivere una sintesi europea. Alla luce di queste due serie di argomentazioni, le une di ordine organizzativo e territoriale, le altre di ordine filosofico ed etico, mi sembra opportuno, prima di concludere, porre due questioni importanti: &#8211; Quali categorie di uomini possono incarnare il &#8220;Reich&#8221;? &#8211; Come è emersa in seno all’umanità europea una tale categoria di uomini? La categoria di uomini capaci di incarnare un &#8220;Reich&#8221; è nata dalla tradizione persiana, la quale è stata a lungo un « oriente » (un modello su cui orientarsi), ma questo fatto di storia e di tradizione non viene più considerato nel suo giusto valore. Nella tradizione persiana, si parla di un « inverno eterno », più che probabile allusione all’inizio di un’era glaciale particolarmente rigida che sorprende i primi popoli europei nel loro habitat primordiale. Nel momento in cui sopraggiunge questo “inverno eterno”, un re-eroe, Rama, raduna le tribù e i clan e si dirige, alla loro testa, verso sud, verso il Caucaso, la Battriana e la Persia (gli altopiani iraniani). Questo re-eroe fonda le caste o, più esattamente, le funzioni che Georges Dumézil studierà in seguito. Dopo aver condotto il suo popolo verso una felice destinazione per sfuggire ai rigori di questo “eterno inverno”, Rama si ritira sulle montagne. Questa figura eroica e regale si ritrova nella tradizione avestica e vedica dove si chiama Yama o Yima. Per condurre questa spedizione e questa spedizione, Rama-Yama-Yima si servì di cavalli e di carri e pose così i primi principi di organizzazione di una cavalleria, principi che resteranno l’appannaggio primario di questi clan e tribù che si mescoleranno per formare il popolo iraniano (persiano o parto) dell’alta <a href="http://www.centrostudilaruna.it/storiaantica.html">antichità</a>. Più tardi, Zarathustra (Zoroastro) codifica le regole che ogni cavaliere deve seguire. La codificazione propriamente detta è opera del suo discepolo Gathas. La truppa di Zarathustra, che deve far rispettare il suo insegnamento pratico, è armata di mazze (la “Clava” nell’opera di <a title="Julius Evola" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/julius-evola">Julius Evola</a>). A partire dalla compagnia degli adepti di Zarathustra si forma la casta dei guerrieri, gli Kshatriya della tradizione indiana, una casta operativa agganciata al reale politico e geografico, che domina la casta dei sacerdoti, contemplativa e meno incline a esercitare su se stessa una disciplina rigorosa.</p>
<p style="text-align: justify;"><em> Un ideale semplice e rigoroso</em></p>
<p style="text-align: justify;">Dai ranghi degli <em>Kshatriya </em>sono usciti i re, cosa che implica, a partire dalla tradizione <a href="http://www.centrostudilaruna.it/indoeuropei.html">indoeuropea</a> dell’Iran, il dominio dell’uomo attivo sull’uomo contemplativo (preconizzato da <a href="http://www.centrostudilaruna.it/evola.html">Evola</a>). La figura iraniana di Sraosha, che darà il San Michele della tradizione medievale, evoluto tra il cielo e la terra, cioè tra l’ideale della tradizione e la realtà, postula una formazione rigorosa, sull’esempio dei discepoli di Zarathustra. Questi, man mano che si consolida la tradizione iraniana, sono formati a rendere chiaro il loro pensiero, a purificare i loro sentimenti, a prendere coscienza del loro dovere. Armati di questi tre principi cardinali di orientamento, i discepoli di Zarathustra lottano contro Ahriman, incarnazione del Male, vale a dire della decadenza dei sentimenti, che rende inadatti a operare costruttivamente e in modo durevole nel reale. Solo i cavalieri capaci di incarnare questo ideale semplice ma rigoroso, daranno a se stessi un carisma, un risplendere, una luce, la kwarnah. Essi sono legati tra loro da un giuramento. Nel 53 a. C., quando le truppe dei Parti di Surena affrontano le legioni del triumviro Crasso, figura spregevole per la sua cupidigia e avaro del suo oro, i Romani sono orripilati da questo rigore, anche se decadenti come Crasso, sono affascinati, se hanno ancora il sentimento dello Stato. Durante la lunga lotta tra Romani e Parti, elementi di questa spiritualità militare iraniana vanno poco a poco a distillarsi nel mondo occidentale, specialmente quando dei cavalieri indo-iraniani, come i catafrattari sarmati o i cavalieri alani, si vanno a mettere al servizio di Roma. I Goti, venuti dalla Scandinavia, scoprono a loro volta questa spiritualità di <em>Kshatriya </em>quando piombano in Crimea, nello spazio scita. Essi riprendono tradizioni e tecniche dei popoli cavalieri della zona pontica e le introducono nel mondo germanico. Il dio Odino, con il suo corsiero, veicola alcuni elementi iraniani e Loki, dio briccone, eredita dei tratti prestati all’Ahriman persiano.</p>
<p style="text-align: justify;"><em> La tradizione iraniana arriva in Europa attraverso le Crociate</em></p>
<p style="text-align: justify;">Presso i Franchi, l’ascia da combattimento, la framea, tra Clodoveo (Chlodweg) e le Crociate, implica un’arte militare trasmessa, ma l’Occidente non conosce ancora la cavalleria sul modello iraniano. I Franchi dispongono di una militia ma non ancora di una cavalleria, secondo i criteri dei periodi successivi. Nel corso delle crociate, quando le truppe Franche e Germaniche entrano in contatto con le cavallerie persiane (islamiche) e armene (cristiane), eredi delle tradizioni dell’antico Iran, esse riallacciano progressivamente con il lascito perduto dell’Oriente <a href="http://www.centrostudilaruna.it/indoeuropei.html">indoeuropeo</a> che rappresenta la tradizione avestica, ancora sussistente malgrado la « pseudomorfosi » islamica. La fotowwat (&#8220;servizio&#8221;, &#8220;cavalleria&#8221;, &#8220;gioventù&#8221;) dell&#8217;Iran è una trasposizione dell’antica eredità in un quadro islamico. Jean Tourniac, discepolo di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/rene-guenon/">Guénon</a></span>, nella sua opera Lumière d&#8217;Orient, esplicita il cammino che va da questa cavalleria dell’Iran, le cui origini sono zoroastriane e partecipano di un culto della Luce, alle cavallerie occidentali e templari, che si sono costituite sull’onda delle crociate. La cavalleria medievale è nello stesso tempo militare, ospitaliera e gestisce un sistema bancario, in modo che l’attività economica sia egualmente compenetrata da un’etica luminosa derivante, in ultima istanza, a risalire dalla concatenazione degli avatara della stessa matrice iraniana e zoroastriana uscita dai primi <a href="http://www.centrostudilaruna.it/indoeuropei.html">popoli indoeuropei</a> approdati nell’attuale Persia. L&#8217;Iran tradizionale, nonostante la sua islamizzazione di superficie, fu distrutto più tardi dai Mongoli. Non si è più risollevato e non ha più potuto ridiventare un “oriente”. Nell’opera di Henry Corbin, il più grande iranologo e islamologo francese del XX secolo, noi troviamo più di un riconoscimento al filosofo persiano islamico Sohrawardi che, depositario dell’originaria saggezza iraniana, insorge, prima della distruzione del suo paese da parte dei Mongoli, contro il bigottismo, il razionalismo meschino che è il suo corollario, e reclama il ritorno ad una disposizione nobile, luminosa, arcangelica e micheliana, la quale altro non è se non la tradizione persiano/avestica delle origini più lontane. Sohrawardi reclama una rivolta contro la casta dei preti meschini e, pertanto, contro tutti i pensieri e le pratiche che implichino delle limitazioni sterilizzanti. Questa disposizione è sempre apparsa sospetta alle caste dei preti o degli intellettuali, preoccupati di imporre dei corpus irrigiditi alle popolazioni loro sottoposte, in Occidente come in Oriente. Arthur de Gobineau, al quale si rimprovera un nordismo che si decreta caricaturale e diretto precursore del nazismo, è stato il primo, in Europa, ad attirare l’attenzione degli Europei del suo tempo, sul passato luminoso dell’antica Persia, modello più fecondo, ai suoi occhi, della Grecia, troppo intellettuale e troppo speculativa. Il modello cavalleresco, le cui prime tracce risalgono a Rama e a Zarathustra, induce una pratica del dominio di sè, superiore, per Gobineau, alla speculazione intellettuale degli Ateniesi. E, difatti, quando la Persia fu annientata da Mongoli, l&#8217;intero Islam cominciò ad affondare nel declino. Il fondamentalismo wahhabita è l’espressione di questa decadenza, nella misura in cui è una reazione eccessiva, caricaturale, al declino dell&#8217;Islam, ormai privo della grande Luce della Persia. Le povere smorfie wahhabite non possono mai, naturalmente servire da « oriente ».</p>
<p style="text-align: justify;"><em> La &#8220;nouva cancelleria imperiale&#8221; secondo Carl Schmitt</em></p>
<p style="text-align: justify;">Se il modello della cavalleria persiana ed armena ha potuto costituire un modello per l’Europa, un modo operativo tradizionale senza pari, di tipo &#8220;kshatriya&#8221;, o a dominanza &#8220;kshatriya&#8221;, non può essere pensato al di fuori del progetto di &#8220;nuova cancelleria imperiale europea&#8221;, enunciato da Carl Schmitt. Questi evocò la necessità di formare un’istituzione di questo tipo, dopo le catastrofi che avevano colpito l’Europa nella prima metà del XX secolo e per preparare la rinascita che avrebbe seguito l’assoggettamento del nostro sub-continente. Questa cancelleria deve basarsi su tre gruppi di idee:</p>
<p style="text-align: justify;">1) il diritto secondo la scuola storica fondata da Savigny, in cui il diritto è incluso in una continuità storica ben controllata, che permetta la durata degli ordini concreti della società;</p>
<p style="text-align: justify;">2) sull’economia, che esce dalla scuola storica di Rodbertus, e più particolarmente sul corpus che ci ha lasciato in eredità Schmoller;</p>
<p style="text-align: justify;">3) Sulla riscoperta della tradizione fondatrice, a partire dalle ricerche di Bachofen, che hanno avuto ripercussioni in Julius Evola, difensore dei principi &#8220;kshatriya&#8221;, e in Georges Dumézil, che ha ben messo in evidenza le funzioni delle società tradizionali <a href="http://www.centrostudilaruna.it/indoeuropei.html">indoeuropee</a>, tra cui beninteso la funzione &#8220;kshatriya&#8221;. Nell’opera di Kantorowicz, che ha riabilitato in maniera particolarmente luminosa la figura dell’Imperatore Federico II di Hohenstaufen, noi troviamo pure un filone che ci condurrà all’autentico « Oriente » persiano/avestico, che non ha nulla a che vedere con gli « orienti », grandi o piccoli, delle parodie criminali e meschine che hanno condotto l’Europa a perdersi. Lo studio dell’itinerario di Federico II ci conduce forzatamente alla spiritualità attiva dei cavalieri germanici, guerrieri e ospitalieri, e dei modelli armeni e iraniani incontrati durante le crociate, specialmente attraverso la luminosa personalità di Saladino, principe kurdo.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo studio di questo vasto dominio di tradizioni è un lavoro colossale, soprattutto se accoppiato al preciso studio del nostro proprio quadro geografico (necessario se si vuole conoscere la terra che il nostro &#8220;Reich&#8221; deve fecondare). Un lavoro colossale che noi dovremmo condurre senza mai cedere, fino all’ultimo respiro, come ci ha mostrato Marc Eemans, esploratore degli orienti persiani, delle tradizioni germaniche e della mistica di Fiandra e di Renania. Ma il richiamo della Luce, arcangelica e micheliana, è un imperativo al quale non possiamo sottrarci, a meno di commettere un imperdonabile tradimento, soprattutto nei confronti di noi stessi.</p>
<p style="text-align: justify;">Conferenza al seminario di &#8220;Synergon-Deutschland&#8221; (aprile 2000)</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto dal sito Eurocombate<br />
Traduzione dal francese a cura di Belgicus</p>
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		<title>Giulio Cesare</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Jan 2000 17:10:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mario Enzo Migliori</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Recensione del saggio del prof. Augusto Fraschetti su Giulio Cesare (ed. Laterza).]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/fraschetti-giulio-cesare.html' addthis:title='Giulio Cesare '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storia-antica.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Storia antica" /><br/><p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/giulio-cesare-3/9208" target="_blank"><img class="alignright size-medium wp-image-6971" style="margin: 10px;" title="giulio-cesare-fraschetti" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/giulio-cesare-fraschetti-177x300.jpg" alt="" width="177" height="300" /></a> Augusto Fraschetti, in questo <a href="http://www.libriefilm.com/giulio-cesare-3/9208">volume</a> della collana “Biblioteca Essenziale”, delinea un agile ma puntuale profilo di una delle figure chiave della storia di Roma e, come per altri suoi libri (1), bisogna riconoscere all’Autore di riuscire ad abbinare una facilità di lettura al rigore delle fonti (per venire incontro al lettore non specialista le note sono raccolte dopo il testo (2)).</p>
<p style="text-align: justify;">Dalla nascita, durante il consolato di Gaio Mario, suo zio, ai suoi tumultuosi funerali “gestiti” da Antonio scorre la movimentata vita del più famoso Pontefice Massimo della Repubblica Romana. Come ricordò in occasione degli elogi funebri della zia Giulia, discendendo da parte di madre (nonna paterna di Cesare), da Anco Marcio e discendendo gli Iulii da Enea e quindi da Venere, si trovavano nella loro stirpe “sia la santità dei re, che hanno potere supremo sugli uomini, sia il culto degli dèi, sotto il cui potere sono anche i re”.</p>
<p style="text-align: justify;">Giovanissimo, ma già al secondo matrimonio, venne “designato <em>flamen Dialis</em>: sacerdote di Giove e pertanto ‘statua vivente’ di quel dio, ma appunto come tale anche preda di arcaicissimi tabù (ad esempio, la necessità di appartenenza del <em>flamen Dialis</em> e di sua moglie a famiglie del patriziato romano, la sua impossibilità ad allontanarsi da Roma e a vedere eserciti in armi)”. Se non fosse stato per la nuova guerra civile forse non l’avremmo mai potuto ricordare come gran condottiero. Sulla, dittatore “per scrivere le leggi e ripristinare la repubblica”, privò Cesare, nipote di Gaio Mario e cugino di Mario il giovane, della sua carica sacerdotale ed avrebbe preteso che ripudiasse la moglie Cornelia. Su questo punto Cesare fu irremovibile e si salvò dalle proscrizioni e dall’ira di Sulla per l’intervento dei parenti materni, i sullani Aurelii Cottae, e delle vergini Vestali.</p>
<p style="text-align: justify;">Dovette allontanarsi da Roma trasferendosi in Asia, dove prestò servizio militare sotto la sorveglianza del governatore sullano. Non è nostro compito ripercorre la sua vita e carriera ma approfitteremo del <a rel="nofollow" href="http://www.libriefilm.com/giulio-cesare-3/9208">libro</a> del Fraschetti per alcune evidenziazioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Ormai Pontefice Massimo (dal 63, anno del consolato di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/marco-tullio-cicerone" target="_blank">Cicerone</a></span>), dopo il suo primo consolato (59) lo troviamo Proconsole nelle Gallie. Giustamente il Fraschetti rileva la grandezza dell’autore dei <em>Commentarii</em> ricordando quanto evidenziato dallo stesso <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/marco-tullio-cicerone" target="_blank">Cicerone</a></span>, che certo politicamente non era molto vicino a Cesare: “Sono tanto universalmente lodati che sembra vogliano non offrire ad altri l’occasione di scrivere sullo stesso argomento. Per quanto mi riguarda, la mia ammirazione è ancora maggiore; tutti infatti ne conoscono l’eleganza e la purezza di stile, ma io so con quanta facilità e rapidità siano stati scritti”. Addirittura Concetto Marchesi, nel secolo scorso, ha potuto sostenere: “La prosa di Cesare ha l’eleganza perfetta e trasparente di una vera e propria opera d’arte e nello stesso tempo ha la solenne semplicità del linguaggio imperatorio e ufficiale. I commentari sono veramente gli atti ufficiali della grandezza di Cesare”.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/augusto/9209" target="_blank"><img class="alignleft size-medium wp-image-6972" style="margin: 10px;" title="augusto-fraschetti" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/augusto-fraschetti-183x300.jpg" alt="" width="183" height="300" /></a> Il <em>de bello Gallico</em> non è una mera descrizione di battaglie ma anche una fonte etnologica. “L’interesse di Cesare per le popolazioni con cui viene in contatto non è […] in funzione solo del buon esito di una determinata campagna, ma rivela anche una vera e propria curiosità che lo induce talvolta a digressioni assai ampie, quasi da etnologo estremamente attento che operi sul campo, tanto da poter essere facilmente paragonato a un antropologo moderno”. Tra l’altro, “da buon etnologo che opera sul campo, lo stesso Cesare – non solo proconsole, ma anche pontefice massimo – differenzia <a href="http://www.centrostudilaruna.it/celti.html">Galli</a> e Germani in base soprattutto alle credenze e agli usi religiosi”.</p>
<p style="text-align: justify;">Tornando all’attività politica militare lo troviamo costretto alla guerra civile per la difesa delle prerogative dei tribuni della plebe (nel caso specifico Marco Antonio e Cassio Longino) calpestate dal senato. A proposito della resistenza pompeiana in questo libro si ricorda che “i senatori romani, che avevano trovato rifugio in Africa, si sostenevano però solo grazie all’aiuto di Giuba, che a Utica aveva ordinato nuovi massacri, evidentemente e ancora una volta di cittadini romani”; di Catone suicidatosi, dopo la conquista da parte di Cesare, diventando l’Uticense: “Un cognome forse troppo enfatizzato tanto dagli antichi quanto dai moderni come <a href="http://www.centrostudilaruna.it/simboli.html">simbolo</a> di libertà, appena si pensi che la “libertà”, cui aspirava Catone, era pur sempre quella dell’antica repubblica ottimate”.</p>
<p style="text-align: justify;">Come giustamente ricorda nell’epilogo il Fraschetti “la classe politica tardorepubblicana, soprattutto quella che in senato faceva parte del gruppo ottimate, era una classe politica corrotta e faziosa, tutta tesa alla lotta per il mantenimento dei suo potere e del suo rango, che nascondeva comunque scopi diversi e abbastanza inconfessabili”. Questa era la classe politica che Cesare dovette fronteggiare, quindi “si spiegano bene a questo punto […] i suoi pretesi atteggiamenti di arroganza nei confronti di quella stessa classe politica”.</p>
<p style="text-align: justify;">Sulla <em>vexata quaestio</em> se Cesare aspirasse alla monarchia il Fraschetti è chiaro: è solo assurdo pensarlo. “Nelle aspirazioni del dittatore c’era piuttosto la creazione di un regime che potrebbe essere definito ‘paternalistico’ e allo stesso tempo autoritario, nel cui contesto tutto fosse sotto il suo controllo: dalla nomina dei magistrati all’assegnazione delle province”. Del resto come notava il Pais : “Valeva la pena di sfidare l’opinione publica, assumendo il titolo di re, mentre in via di diritto e di fatto, egli già possedeva tutto l’imperio militare e la suprema potestà tribunizia?” Ormai dittatore perpetuo, Cesare aveva un grande e indiscutibile progetto la campagna contro i Parti. Per i “sospetti di aspirazione al regno e alla tirannide, fu resa impossibile dai congiurati alle idi di marzo del 44. Secondo Suetonio, ci sarebbe stato a proposito della campagna partica un responso dei libri Sibillini, introdotti a Roma da Cuma ai tempi del regno di Tarquinio il Superbo, quei libri antichi e misteriosi che predicevano il futuro del popolo romano: ‘E si diceva inoltre che nella prossima seduta del senato il quindecemviro Lucio Cotta avrebbe proposto che Cesare fosse chiamato re, poiché i Parti non potevano essere vinti se non da un re’. Lucio Cotta avrebbe fatto quella proposta appunto in qualità di quindecemviro (3), in altri termini come uno dei membri del collegio sacerdotale incaricato della consultazione di quei libri”.</p>
<p style="text-align: justify;">Numerosi prodigi annunciarono la morte di Cesare e Fraschetti riporta i resoconti di Suetonio, Plutarco e Cassio Dione. Il vile assassinio fu compiuto nella curia di Pompeo. Il console Antonio, che non era potuto intervenire in difesa di Cesare, convocò il senato nel tempio di Tellus. Il 17 marzo Antonio riuscì a mettere in rapporto tra loro il tipo di onori funebri, compreso l’eventuale drastica privazione anche di semplici funerali, con il riconoscimento della validità degli atti di Cesare e del suo testamento. “Erano problemi da discutere contestualmente per un motivo molto semplice dal momento che la loro soluzione sarebbe dipesa da un’unica circostanza: il giudizio che il senato avrebbe voluto esprimere, dopo la morte, sulla validità dello statuto di Cesare, decidendo senza ambiguità alcuna se lo stesso Cesare avesse detenuto un potere legittimo o se, al contrario, almeno a partire da un certo momento, avesse esercitato un potere tirannico. Da un simile giudizio non solo sarebbero dipesi la validità dei suoi atti, del suo testamento e il destino da riservare al suo cadavere, ma anche lo stesso giudizio da esprimere sui cesaricidi: in connessione solidale con lo statuto di Cesare, assassini del più alto magistrato cittadino o al contrario liberatori della patria”.</p>
<p style="text-align: justify;">La proposta fu avanzata nella certezza che la maggior parte dei senatori, compresi gli anticesariani, erano interessati alla rettifica di quegli atti. In previsione della campagna contro i Parti, Cesare aveva distribuito per il quinquennio successivo tutte le cariche pubbliche (le magistrature cittadine, i sacerdozi, i governatorati provinciali, i comandi degli eserciti). Antonio mise così in salvo il cadavere di Cesare ed il suo testamento. Per salvare i congiurati, su proposta di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/marco-tullio-cicerone" target="_blank">Cicerone</a></span>, si ricorse all’espediente dell’amnistia (istituto inusuale o “addirittura sconosciuto ai Romani”). Si svolsero i grandiosi funerali e al termine dell’elogio funebre, come dimentico dell’amnistia Antonio aveva mostrato – o comunque avrebbe permesso che fossero mostrate – le ferite “che i congiurati avevano inferto al corpo di cesare: nel linguaggio gestuale e ritualizzato dei Romani chiamando così il popolo e i veterani esplicitamente alla vendetta”.</p>
<p style="text-align: justify;">“Dopo aver avuto notizia del testamento di cui era stato beneficato, dopo aver ascoltato l’elogio funebre di Antonio, dopo aver avuto modo anche di contemplare le ferite sul cadavere di Cesare, il popolo e i veterani dettero inizio al tumulto”. Il popolo, ormai padrone del feretro cremò il cadavere su una pira improvvisata dove poi sarebbe sorto il tempio del Divo Giulio, “lasciando spento e inutilizzato il rogo rituale già approntato al campo di Marte. Quel giorno dunque fu infranto a Roma un interdetto rigidissimo e secolare, già contemplato nelle dodici tavole: la proibizione di cremare e quindi di seppellire i morti all’interno della città […]. Se il corpo di Cesare veniva ormai considerato dal popolo e dai suoi veterani come il corpo di un dio, esso evidentemente non poteva costituire per la città fonte di contaminazione; da questo punto di vista il corpo del dittatore veniva assimilato di fatto a quello delle vergini Vestali defunte, che godevano anch’esse il privilegio di essere sepolte all’interno del pomerio”.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>NOTE</strong></p>
<p style="text-align: justify;">1) Nella stessa collana è stato pubblicato: Augusto Fraschetti, <a href="http://www.libriefilm.com/augusto/9209"><em>Augusto</em></a>, Roma-Bari 2004, II ed.; sul quale vedi la nostra <em>Rassegna bibliografica</em> in “Arthos”, n. s. VIII, 12, (pp. 247 – 253) p. 249.<br />
2) Mi piace ricordare e consigliare un libro i cui saggi d’autori vari abbiamo visto citati: <em>L’ultimo Cesare</em>, Roma 2000.<br />
3) Ettore Pais, <em>Cesare aspirò a diventare re?</em> in <em>Roma, dall’antico al nuovo impero</em>, Milano 1938 – XVI, (pp. 293 – 300) p. 296.<br />
Tratto da “La Cittadella”, 19 n. s., luglio-settembre 2005, pp. 65-69.</p>
<p style="text-align: justify;">Augusto Fraschetti, <a href="http://www.libriefilm.com/giulio-cesare-3/9208"><em>Giulio Cesare</em></a>, Editori Laterza, Roma-Bari 2005, pp. 164, € 10,00.</p>
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