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	<title>Centro Studi La Runa &#187; Céline</title>
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	<description>Archivio di storia, tradizione, letteratura, filosofia</description>
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		<title>Céline e il dramma biologico della storia</title>
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		<pubDate>Mon, 29 Nov 2010 15:06:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Leonello Rimbotti</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/celine-e-il-dramma-biologico-della-storia.html' addthis:title='Céline e il dramma biologico della storia '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/letteratura48x48.png" width="48" height="48" alt="" title="Letteratura" /><br/><p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-full wp-image-6317" style="margin: 10px;" title="Celine" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/Celine.jpg" alt="" width="200" height="358" />Infernale manipolatore della parola oppure sacerdote ideologico della <em>décadence</em>?  Inventore nichilista di quadri solo letterari, oppure geniale interprete politico di una civiltà al tramonto? Insomma: il fin troppo noto <em>anarchisme </em>di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/louis-ferdinand-celine" target="_blank">Céline</a></span> è una posa individualista, oppure un vero e proprio manifesto sociale e antropologico?</p>
<p style="text-align: justify;">Possiamo ancora oggi leggerlo in tanti modi, <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/louis-ferdinand-celine" target="_blank">Céline</a></span>. Ma, se vogliamo andare al fondo della sua anima, tra gli squarci e gli urli, le maledizioni e le ingiurie è possibile trovare netta e precisa un’interpretazione della storia europea. <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/louis-ferdinand-celine" target="_blank">Céline</a></span> è un analista del tracollo dell’Europa, rappresenta un sensore sensibile agli smottamenti e alle derive, denuncia e preavverte, minaccia e sibila oltraggi alla maniera di un apocalittico profeta antico: magari l’“Ezechiele parigino” di cui parlò Pol Vandromme. C’è in <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/louis-ferdinand-celine" target="_blank">Céline</a></span> la <em>sensiblerie </em>di un osservatore straziato, che ha sottomano la disintegrazione della civiltà europea e ne grida i misfatti, attraverso le sue storie disperate, ma anche attraverso pagine e pagine di lamentazioni millenaristiche. <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/louis-ferdinand-celine" target="_blank">Céline</a></span> sa di trovarsi di fronte a uno sbocco, nel centro di uno snodo di epoche, dal cui scioglimento dipenderà l’avvenire del suo mondo. E il suo mondo è l’Europa tradizionale. L’Europa nordica franco-germanica. L’Europa dei popoli sani che fanno la civiltà e la storia. L’Europa delle aristocrazie di stirpe.</p>
<p style="text-align: justify;"><span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/louis-ferdinand-celine" target="_blank">Céline</a></span> – è stato osservato – fu allievo del de Gobineau nel soffrire la decadenza come un’ingiuria ineluttabile, forse anche necessaria. Come una fine obbligata, soltanto dalla quale poi ripartire per un nuovo inizio. Già molti anni fa, nel 1974, lo studioso Paolo Carile rilevò la filiazione di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/louis-ferdinand-celine" target="_blank">Céline</a></span> dalla inquadratura gaubinista e dall’antropologia di Ėlie Faure, e la rilevò dalla sua lettura degli eventi moderni come dramma biologico della storia, al culmine del quale si attua il precipitare dell’ordine antico in una sequela di accelerati sfaldamenti.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/mea-culpa/6250" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-6313" style="margin: 10px;" title="mea-culpa" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/mea-culpa.jpg" alt="" width="200" height="313" /></a>Faure era un critico d’arte socialista che spiegava le aggregazioni estetiche come esito di combinazioni positive di sangue e di influssi ambientali, e in questo modo si confrontò con l’ideologia di Gobineau, di cui però rovesciava gli assunti: gli incroci come esiti positivi, come moltiplicatori delle possibilità creative. Nondimeno, egli attribuiva alla forza dinamica ìnsita nei popoli e negli individui il valore di un condizionamento, attraverso il dispiegarsi di <em>dispositions ethnobiologiques </em>determinanti nel formare l’anima collettiva. <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/louis-ferdinand-celine" target="_blank">Céline</a></span>, che fu in rapporti col Faure, si abbeverò a questa dimensione di un’energia occulta che sanziona le predisposizioni, e Carile appunto ne scorse la manifestazione nel concetto céliniano di <em>âme</em>, l’anima “ancorata ad un’interpretazione strettamente biologica che non accetta gli slanci mistici fauriani”, quale compare, ad esempio, in <em><a title="Mea culpa" href="http://www.libriefilm.com/mea-culpa/6250">Mea culpa</a> </em>del 1936.</p>
<p style="text-align: justify;">“<span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/louis-ferdinand-celine" target="_blank">Céline</a></span> si credeva depositario di una profezia la cui rivelazione era fondamentale per la salvezza dell’umanità”, ha scritto molti anni fa Vandromme. Difatti, sembra sempre di sentire rintoccare la campana apocalittica di un ultimo evento, di una imminente catastrofe che attende l’Europa nel fondo del suo declino. E questo, tanto nelle sue storie di trascinamenti nei degradi scuri della psiche metropolitana, quanto nelle filippiche nevrotiche dei suoi luciferini e brutali <em>pamphlet</em>. Con, al centro, ogni volta, l’allucinazione dello sfacelo fisico e mentale, dell’abbrutimento, la febbricitante sofferenza per l’oscenità della lenta, sicura consunzione che attanaglia l’individuo spoglio e isolato, così come le plebi, i popoli, l’Europa intera.</p>
<p style="text-align: justify;">Si è individuato nell’inizio del 1942 – con la brutta piega presa dalla guerra “tedesca” &#8211; il momento del distacco di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/louis-ferdinand-celine" target="_blank">Céline</a></span> da ogni furore di lotta positiva: ciò che fino a quella data egli ancora riteneva possibile attraverso la violenta liberazione di tutte le energie ancora inespresse dalla Francia e dall’Europa germanizzate, cioè un arresto della nostra civiltà sull’orlo dell’abisso e un raddrizzamento dei fini e dei modi, da allora in poi divenne disperata ricerca di un precipizio in cui gettare l’uomo e la sua incapacità di salvarsi. Il fatalismo céliniano non è tuttavia rassegnato: è esibizione di volontà di rovina. In questo, egli rappresenta al meglio la tragicità di un modo d’essere incapace di interpretare la realtà, altrimenti che nei modi manichei del trionfo o della catastrofe. E allora, se il trionfo non poteva più aversi, si sarebbe dovuto volere la catastrofe. E tanto più grandiosa e definitiva, tanto meglio. “Cronista tragico”, si definì <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/louis-ferdinand-celine" target="_blank">Céline</a></span> in un’intervista del 1960. Cronista in grado di intercettare e di rappresentare il tragico dell’epoca, come a pochi era stato concesso. Poiché, così aggiunse, “la maggior parte degli autori cercano la tragedia senza trovarla”. Lui invece la trovò, si agitò al centro del ciclone e sospinse il dramma fino ai suoi limiti radicali. Lo psicodramma di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/louis-ferdinand-celine" target="_blank">Céline</a></span> – che non fu certo il solo nella sua epoca a vivere questa dimensione dell’assurdo totale – rappresenta il destino europeo sotto la specie di una tragedia personale elevata a <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbolo</a> di un mondo e di una generazione.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/polemiche-1947-1961/7301" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-6315" style="margin: 10px;" title="polemiche" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/polemiche.jpg" alt="" width="200" height="338" /></a>L’ossessione per la degenerazione psico-fisica dell’uomo occidentale diventa in <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/louis-ferdinand-celine" target="_blank">Céline</a></span> una sorta di  manifesto bioetico, depotenziato forse per l’ambiguo estremismo del linguaggio popolaresco, che cerca nell’argot dei bassifondi la parola infame per descrivere le brutture della vita; ma potenziato, d’altra parte, proprio dalla consapevolezza, vissuta forse come bagaglio d’esperienze del “medico dei poveri”, dell’illimitata miseria delle masse umane urbanizzate e rese indegne, ignobili, dalle logiche della società capitalista moderna. La purezza, in questo quadro, è un vero richiamo al mito di un’unità di specie che è andata perduta per la violenza e le ingiustizie del mondo. Una purezza introvabile ormai, il paradiso perduto dell’uomo nel suo eterno inganno moralista. Già nel <a title="Viaggio al termine della notte" href="http://www.libriefilm.com/viaggio-al-termine-della-notte/4589"><em>Viaggio al termine della notte</em></a>, <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/louis-ferdinand-celine" target="_blank">Céline</a></span> tratteggia la sua rabbia per l’impossibilità fisica di igienizzare l’umanità povera, per redimerla, per dunque ripulire dal male la razza e restituirla a una qualunque dignità. Le parole con cui rappresenta la mescolanza oscena dei miserabili della <em>banlieue </em>e dei quartieri poveri – da lui ben conosciuta di persona – sono l’attestato del suo dolore per un disfacimento ormai irrefrenabile: “la razza…è un ammasso di malandati, pidocchiosi, miserabili che sono capitati qui per causa di fame, peste, tumori e freddo…da tutte le parti del mondo…”. Ed ecco qua, pertanto, una prima applicazione di quella consapevolezza per il “dramma biologico della storia” di cui dicevamo, e che <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/louis-ferdinand-celine" target="_blank">Céline</a></span> vedeva chiaramente all’opera nel cuore parigino della <em>France eternelle</em>. Un cuore marcio, scolpito con tutte le putredini della mescolanza.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo orrifico affastellamento di destini assemblati dal caso è la risultante del tradimento che l’uomo moderno ha compiuto nei confronti della nobiltà dell’appartenenza di stirpe. <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/louis-ferdinand-celine" target="_blank">Céline</a></span> il bretone, orgoglioso della sua nordicità, della limpidezza dei suoi trascorsi ereditari di terra e di sangue, vive la lacerazione dolorosa di una realtà, quella della cosmopoli parigina, borghese e progressista, liberale e capitalista, che affoga ogni nobile istinto nella primitiva lotta per il possesso materiale, per il lusso. Sopra sta la borghesia che si rimpinza le budella e, dice <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/louis-ferdinand-celine" target="_blank">Céline</a></span>, si dimentica sempre di passare alla cassa per pagare. Sotto sta la massa dei disperati disonorati, condannati alla perversione di pagare il benessere altrui con la propria allucinante miseria. Non più un popolo, ma feccia senza nome. Non più nemmeno massa, ma semplice turba depravata, scavata dalla malattia, finita dal degrado. Questo è il “socialismo nazionalista” di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/louis-ferdinand-celine" target="_blank">Céline</a></span>: una rivolta del sentimento estetico, prima ancora che sociale. Una rivolta per la sanità del corpo e della mente liberati, un gridare carico d’odio in nome della vendetta per le masse deturpate dall’alcool, dal lavoro logorante e animalesco, dall’assenza di ogni segno di nobiltà. Poiché – lo scrisse proprio Vandromme – ciò che vuole questo anarchista (più che anarchico), irrazionalmente devoto alle sue radici celtiche di purezza, è per l’appunto la restaurazione di un mito aristocratico di nobiltà.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/trilogia-del-nord/7927" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-6316" style="margin: 10px;" title="trilogia-del-nord" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/trilogia-del-nord.jpg" alt="" width="200" height="320" /></a>“<span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/louis-ferdinand-celine" target="_blank">Céline</a></span> crede nella sola cosa necessaria, nel ritorno a una vita nobile”, ha commentato infatti Vandromme. Una nobiltà che appartiene alla concezione tradizionale e antimodernista della vita, di cui <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/louis-ferdinand-celine" target="_blank">Céline</a></span> fu uno dei massimi rappresentanti novecenteschi. “Vedo l’uomo tanto più inquieto quanto più ha perduto il gusto delle favole, del mito, inquieto fino alla disperazione…” scrisse <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/louis-ferdinand-celine" target="_blank">Céline</a></span> in <em>Les beaux draps</em>. E aggiunse che l’uomo moderno è come preda di una comune pazzia acquisitiva, un tormento superficiale per i beni materiali che gli fa dimenticare ogni dimensione legata all’irrazionale, al bello, al superiore, al gratuito. Ogni dimensione legata insomma alla natura, rappresentando la società progressista essenzialmente l’anti-natura. E questa anti-natura si esprime sinistramente nel dilagare di tutto ciò che è basso e informe, dando vita a una specie di Sodoma universale, in cui l’impuro imbratta ogni retaggio, corrompe ogni antica bellezza.</p>
<p style="text-align: justify;">“Il fatalismo biologico lombrosiano che implica il naufragio di ogni capacità autodecisionale non è lontano da certe pessimistiche considerazioni antropologiche di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/louis-ferdinand-celine" target="_blank">Céline</a></span>”. Questa osservazione di Carile ci mostra quanto centrale fosse nel dottor Destouches l’apprensione per il destino del corpo dell’uomo europeo, aggredito da tutte le degenerazioni della massificazione e dell’edonismo borghese. Davanti allo spettacolo di corruzione dei corpi e delle menti, <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/louis-ferdinand-celine" target="_blank">Céline</a></span> reagisce con l’insulto e con l’odio forsennato, oppure con il gesto picaresco dello sberleffo, l’ironia, la <em>rigolade</em>. Ultimo rifugio – come nel “lazzarone” napoletano – di un’umanità di vinti condannata al disonore e all’anonimato sociale.</p>
<p style="text-align: justify;">Della sua epoca fortemente ideologizzata e rivoluzionaria, densa di contraddizioni sociali e di aperture politiche chiliastiche, <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/louis-ferdinand-celine" target="_blank">Céline</a></span> apprese l’inclinazione radicale verso l’apocalisse. Interpretò il fascismo come un’arma di raddrizzamento del piano inclinato e in favore di un sorgere dell’<em>élite</em> nuova, della giovane aristocrazia che imponesse nuovi codici di etica comunitaria e di onore sociale. Il tutto inquadrando nel contesto di un amore viscerale per la carne, per il corpo fisico dell’uomo, elevato a <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbolo</a> sommo dell’ideale di purezza. Le pagine che, ad esempio, <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/louis-ferdinand-celine" target="_blank">Céline</a></span> dedicò alla bellezza estetica della danza, di cui era ammirata interprete la moglie, gli accenti lirici che spese a proposito del bel gesto armonico, dell’aggraziato flettersi del corpo, della grandezza dell’arte perché <em>in-utile</em>, non monetizzabile, gratuita, sono l’attestato di questo amore celiniano per l’incanto della purezza, priva di prezzo ma grandemente preziosa. Un sovramondo che aveva il suo tenebroso contraltare nel sottomondo dei deformi, degli sfiancati, dei ruderi umani che erano gli avanzi antropologici del capitalismo borghese.</p>
<p style="text-align: justify;">Leggiamo un attimo quanto sempre Carile scrisse circa l’antropologia etica di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/louis-ferdinand-celine" target="_blank">Céline</a></span>: “<span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/louis-ferdinand-celine" target="_blank">Céline</a></span> riprende le tesi tipiche della sua generazione al fine di giustificare il proprio elitismo, frutto di un movimento psicologico di difesa dalla pessimistica sensazione della decadenza della civiltà europea. In tal modo lo scrittore, ergendosi contro il mondo moderno, crede di far barriera contro la tecnologia e il consumismo dilaganti che caratterizzano la nostra epoca ‘decadente’. L’elitismo razzista – continuava Carile – lo preserverebbe da quanto ai suoi occhi è simboleggiato negativamente dalla <em>routine </em>democratico-borghese. La sua ribellione lo porta ad esaltare l’irrazionalismo, la gratuità della danza e nel contempo a sublimare il proprio orgoglio aristocratico di ‘autentico <em>celte</em>’; dato che si considerava uno degli ultimi esempi di una razza etnicamente intatta, al di qua della torre di Babele dei popoli e delle culture imbastardite del suo tempo”. In questa analisi c’è tutto quanto il significato epocale della figura e della scrittura di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/louis-ferdinand-celine" target="_blank">Céline</a></span>, questo Spengler narratore dei bassifondi del tardo impero europeo, che invoca con fanatismo disperato un’ultima resurrezione del popolo.</p>
<p style="text-align: justify;"><span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/louis-ferdinand-celine" target="_blank">Céline</a></span> sapeva di essere uno dei pochi capaci di andare davvero fino in fondo. Le sue scelte oltranziste – dall’antisemitismo al filogermanesimo, da Sigmaringen alla cocciuta ostinazione postbellica di non rinnegare nulla – gli attirarono un carico d’odio che soltanto oggi viene meno, per via di certi biografi che però fanno anche di peggio, dato che vogliono fare di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/louis-ferdinand-celine" target="_blank">Céline</a></span> non il felino ungulato che era, ma un cappone da cortile, solo un po’ bizzarro. Lo sapeva che imboccando la strada di una difesa antropologica ed etnica dell’uomo europeo si sarebbe guadagnato una fama luciferina. Lo sapeva almeno dai tempi di <em>Bagatelles </em>quando, rivolgendosi a se stesso, scrisse: “<em>Ferdinand,…t’auras le monde entier contre toi</em>”. Avere tutto il mondo contro di sé…È il destino dei veri profeti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>* * *</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>Italicum </em>dell&#8217;ottobre 2010.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/celine-e-il-dramma-biologico-della-storia.html' addthis:title='Céline e il dramma biologico della storia ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Quelle mille foto per scandagliare l&#8217;oggetto Céline</title>
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		<pubDate>Tue, 12 Jan 2010 17:46:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Adriano Scianca</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Pubblicato Louis-Ferdinand Céline in foto, una raccolta per immagini, sia fotografiche che letterarie dell’autore di Morte a credito, curata da Andrea Lombardi]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/foto-celine.html' addthis:title='Quelle mille foto per scandagliare l&#8217;oggetto Céline '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/letteratura48x48.png" width="48" height="48" alt="" title="Letteratura" /><br/><div style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-full wp-image-3719" style="margin: 10px;" title="celine-in-foto" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/celine-in-foto.jpg" alt="" width="196" height="300" />«Scusi, avete qualcosa di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/louis-ferdinand-celine" target="_blank">Céline</a></span>?». «Certo, in fondo a destra, reparto musica». Ovvero, quando più che la scomunica ideologica può una melensa cantante canadese cui la madre, ascoltando una canzone di Hugues Aufray, ha messo quel nome così musicale: <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/louis-ferdinand-celine" target="_blank">Céline</a></span> (cognome: Dion). Ed ecco che alla fine del buon Louis-Ferdinand Destouches non si ricorda più nessuno. «In realtà – spiega <a title="Andrea Lombardi" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/andrea-lombardi/">Andrea Lombardi</a> – è solo negli ultimi tempi che in Italia <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/louis-ferdinand-celine" target="_blank">Céline</a></span> è un po’ “dimenticato”. Da Arbasino a Carile, da Raboni a Rago, dagli anni &#8217;60 ai &#8217;90 molte voci della critica italiana “non del ghetto” si sono occupate di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/louis-ferdinand-celine" target="_blank">Céline</a></span>, spesso con interventi di altissimo livello. E&#8217; negli ultimi tempi che la critica secondo me si appiattisce quasi esclusivamente, parlando di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/louis-ferdinand-celine" target="_blank">Céline</a></span>, su antisemitismo e simili e credo più per l&#8217;involgarimento degli umani intelletti in questi tempi tormentati che per precise scelte».</p>
<p>È allora proprio per riscoprire questo straordinario autore così inquietantemente e splendidamente novecentesco che lo stesso <a title="Andrea Lombardi" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/andrea-lombardi/">Lombardi</a> ha deciso di pubblicare <em><span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/louis-ferdinand-celine" target="_blank">Louis-Ferdinand Céline</a></span> in foto, immagini, ricordi, interviste e saggi</em> (Effepi Edizioni, Genova 2009, 218 pag., 85 foto in b/n, Euro 24, effepiedizioni@hotmail.com). Si tratta, come è chiaro già dal titolo, di una raccolta per immagini, sia fotografiche che letterarie, che abbiano per oggetto l’autore di <a title="morte a credito" href="http://www.libriefilm.com/morte-a-credito/1547"><em>Morte a credito</em></a>. Quindi interviste, ricordi e saggi, per la maggior parte inediti in Italia, di Lucette Almansor, Arletty, Michel Aymé, Abel Bonnard, Arno Breker, Lucien Rebatet, Gen Paul, <a title="Ernst Junger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Ernst Jünger</a>, ma anche interviste dello stesso <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/louis-ferdinand-celine" target="_blank">Céline</a></span> alla televisione e alla radio francese, e infine gli alti e bassi della critica italiana, con interventi di Marina Alberghini Pacini, Paolo Badellino, Alberto Arbasino, Gabriele Armandi, Giovanni Raboni, Carlo Bo, Alberto Rosselli, Antonio Moresco, Alessandro Piperno.</p>
<p>Ma se le testimonianze e gli articoli raccolti costituiscono un apparato filologico di sicuro interesse, sono in verità le interviste a risultare veramente sorprendenti. Interviste di cui si può trovare peraltro il corrispettivo filmato spulciando su YouTube, godendosi quindi lo spettacolo di questa vecchia canaglia che incalza l’intervistatore, lo spiazza, lo prende in giro con i suoi balbettamenti, le sue iperboli, la sua inimitabile presenza scenica. Gli si chiede di autodefinirsi e lui prende il largo con una digressione dal sapore fenomenologico: «Io lavoro – dice <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/louis-ferdinand-celine" target="_blank">Céline</a></span> – e non me ne frega nulla. Ecco esattamente quello che penso. La questione è che noi siamo i colpevoli della pubblicità. Perché è l’orrore del mondo moderno che produce la pubblicità. Dunque, io sto dalla parte della modestia. Quello che conta è l’oggetto». Sull’ostracismo abbattutosi su di lui nel dopoguerra, lo scrittore dice: «Sono riuscito a passare attraverso la più grande battuta di caccia mai organizzata nella storia, è già mica male». E ancora: «”Il nemico del genere umano”. È il mio nuovo appellativo. Sono il nemico del genere umano. Sono un genocidio platonico, verbale. Ma non importa. Sono le miserie umane che un po’ di sabbia cancella. Cito la sorella di Marat. La cosa davvero importante è pagare il droghiere».</p>
<p><a href="http://www.libriefilm.com/da-un-castello-allaltro/6251" target="_blank"><img class="alignright size-medium wp-image-3720" style="margin: 10px;" title="da-un-castello-allaltro" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/da-un-castello-allaltro-185x300.jpg" alt="" width="185" height="300" /></a>E nella massa di aneddoti, critiche, racconti, analisi, recensioni, <a title="Andrea Lombardi" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/andrea-lombardi/">Lombardi</a> non manca di dar battaglia contro critici avventati, malevoli, disinformati. E’ il caso degli accenti lombrosiani di un Antonio Moresco, che può chiedersi basito come mai «uno dei più grandi scrittori del <a title="Novecento" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/storia-contemporanea">Novecento</a> ha questa faccia da uomo losco, corrotto, cattivo, da brutta persona, da malavitoso che è meglio tenere alla larga». C’è poi la squisita sensibilità sociale di un Alessandro Piperno, che rispetto all’ultimo <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/louis-ferdinand-celine" target="_blank">Céline</a></span> ridotto in miseria si mette a criticare «i leziosi foulard con cui i barboni si danno un tono». Complimenti. Rispetto a queste e altre accuse, <a title="Andrea Lombardi" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/andrea-lombardi/">Lombardi</a> fa giustizia in modo puntuale e documentato, non mancando di affrontare anche i punti più controversi e sulfurei della produzione céliniana con doverosi chiarimenti e messe a punto. Insomma: scrittore visionario, eccessivo, maledetto, provocatore sì. Penna di partito o di regime no, mai. E oltre alla leggende nere sullo scrittore e sul “collaborazionista”, pian piano vanno dissolvendosi sotto il peso dei fatti anche le maldicenze sull’uomo, che quando non recitava il ruolo nichilista e un po’ scontroso che si era ritagliato per sé appariva come una persona nobile e lontana dallo stereotipo facile del belzebù misantropo.</p>
<p>Lo spiega bene Marcel Aymé, che scrive: «<span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/louis-ferdinand-celine" target="_blank">Céline</a></span> non era un uomo dal cuore duro, al contrario. La grande e spontanea tenerezza che aveva per i bambini e per gli animali basta a testimoniarlo. Si è detto molto, anche da vivo e perfino tra i suoi ammiratori, che era avaro. Questo è un errore che egli denunciò giustamente per tutta la vita. Alla fine dei suoi studi medici, sposò la figlia unica di un medico facoltoso. Normalmente, un tale matrimonio avrebbe dovuto rappresentare l’inizio di una carriera facile e di un’attività redditizia, ma il denaro lo annoiava; il denaro gli sembrava una tara. Divorzierà, per condurre a modo suo un’esistenza bisognosa. Procacciarsi una clientela non gli interessava, poiché quest’uomo, che doveva dimostrarsi tirannico con i suoi editori, era incapace di incassare i soldi dei consulti medici, soprattutto se si trattava di quelli della povera gente». Un demone dal volto umano? Forse. O forse no, ma che importa? Quello che conta non è l’uomo, è l’oggetto. Ancora una volta, aveva ragione <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/louis-ferdinand-celine" target="_blank">Céline</a></span>.</p>
</div>
<div style="text-align: justify;">Potete richiedere <em><span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/louis-ferdinand-celine" target="_blank">Louis-Ferdinand Céline</a></span></em> in foto a:</div>
<div style="text-align: justify;">Effepi Edizioni &#8211; Telefono (0039) 010 6423334 &#8211; 338 9195220 &#8211; Indirizzo postale Via B. Piovera 7 &#8211; 16149 Genova- Posta elettronica <a href="mailto:effepiedizioni@hotmail.com">effepiedizioni@hotmail.com</a></div>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>Il Secolo d&#8217;Italia</em> del 7 maggio 2009.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/foto-celine.html' addthis:title='Quelle mille foto per scandagliare l&#8217;oggetto Céline ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Da Zola a Céline: la modernità che si rovescia</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Dec 2009 15:54:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Iacona</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Mezzo secolo è passato dalle teorizzazioni zolaiane a quegli anni Trenta in cui, scrive Céline, tutto è diventato più potente e pericoloso, perfino le divinità]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/da-zola-a-celine-la-modernita-che-si-rovescia.html' addthis:title='Da Zola a Céline: la modernità che si rovescia '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/letteratura48x48.png" width="48" height="48" alt="" title="Letteratura" /><br/><p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/emile-zola-scrittore-sperimentale/6498" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-3567" style="margin: 10px;" title="zola-scrittore-sperimentale" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/zola-scrittore-sperimentale.jpg" alt="zola-scrittore-sperimentale" width="200" height="275" /></a>Che cosa si inventa il romanziere? Nulla perché il suo è (anzi dev’essere) un percorso di conoscenza compiuto all’interno dei luoghi, delle esperienze e soprattutto del volere concreto, materiale degli uomini. Attraverso questa materialità (questa competenza materiale), egli poi risalirà agli effetti per così dire morali, psicologici delle azioni, e ciò soprattutto attraverso l’analisi della componente ereditaria, «scientifica» del comportamento umano. A pensarla così, com’è noto, era il grande scrittore francese Émile Zola (Parigi, 1840-1902), padre del naturalismo e del cosiddetto romanzo sperimentale, al quale Giuseppe Panella ha appena dedicato un saggio edito da Solfanelli dal titolo <a title="Emile Zola scrittore sperimentale" href="http://www.libriefilm.com/emile-zola-scrittore-sperimentale/6498"><em>Émile Zola. Scrittore sperimentale</em></a> (pp. 120, euro 9.00).In cosa consiste questo romanzo o metodo sperimentale? Semplice: «Il vero scienziato», scrive il medico Claude Bernard al quale Zola, ex fattorino della Hachette, aveva accostato la propria “teoria” «è colui che dubita di se stesso e delle proprie interpretazioni ma crede nella scienza e ammette che anche nelle scienze sperimentali esistono un criterio o un principio scientifico assoluti. Questo principio è il determinismo dei fenomeni: esso … ha valore assoluto sia nelle manifestazioni degli organismi viventi che in quelle dei corpi bruti».</p>
<p style="text-align: justify;">Da un lato, dunque, lo scrittore si trova vincolato a leggi necessarie ma dall’altro si muove all’interno di una infinita varietà di casi e situazioni naturali che costituiscono la base per la sua attività di indagatore. Lo scienziato è un uomo perennemente libero, libero nell’osservare e libero (anche) nel giudicare se stesso ed i propri risultati. «È partito dal dubbio per arrivare alla conoscenza assoluta e non cessa di dubitare se non quando il meccanismo della passione, da lui smontato e rimontato, funziona secondo le leggi stabilite dalla natura». Siamo in presenza di una scrittura come riproduzione e non come immaginazione o al più come intuizione regolata da leggi necessarie, come studio di legami reali, naturali, necessitanti; stabiliti da una natura chiusa alla fantasia ma ricchissima di quotidiane curiosità, da osservare e descrivere con esuberanza di particolari. Scrittura antifilosofica, antimetafisica e ovviamente affatto razionale.</p>
<p style="text-align: justify;">D’altra parte è noto come certo “realismo” letterario e come certa critica anti-borghese, abbiano partorito numerosissimi filoni “maledetti” fondamentali nella poetica di primo Novecento e oltre. All’interno delle descrizioni zolaiane e di quelle – puntuali – di un Panella che predilige il Zola romanziere a quello più propriamente politico o sociologico (e certo, forse stranamente, più conosciuto), la questione si tinge così d’un interesse per così dire parallelo. Le ultime pagine del libro ospitano un intervento di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/louis-ferdinand-celine" target="_blank">Louis-Ferdinand Céline</a></span> datato 1 ottobre 1933 (non inedito ma ugualmente poco conosciuto), scritto in onore dell’autore parigino. Il padre del <a title="Viaggio al termine della notte" href="http://www.libriefilm.com/viaggio-al-termine-della-notte/4589"><em>Viaggio al termine della notte</em></a>, in quel periodo uscito da poco più di un anno, non ha voglia di celebrare il proprio connazionale, a spingerlo pare ci sia un interesse (un’opportunità…) quasi esclusivamente di tipo professionale. Tuttavia gli accenti del dottor Auguste Destouches (questo il vero nome di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/louis-ferdinand-celine" target="_blank">Céline</a></span>), sono doppiamente interessanti. Valgono per se stessi (dunque come documento) e come materia per un approfondimento storico in parte ancora di là da venire. È inutile dire che il 1933 è un anno fondamentale per l’Europa intera…</p>
<p style="text-align: justify;">Peraltro Panella è bravo nel cogliere nella frasi céliniane il filo rosso di una tormentata poetica capace di lambire estremità piuttosto lontane del mondo moderno: «… il testo cèliniano dedicato alla poetica naturalistica di Zola è pieno di straordinarie intuizioni ermeneutiche che illuminano sulle differenze tra i due scrittori ma anche sulla loro fede comune in un linguaggio letterario capace di rendere conto di quell’Orrore che costituisce ormai la sostanza del mondo moderno e al quale la scrittura che vuole darne relazione in maniera adeguata non è più in grado di sfuggire se non attraversandolo fino in fondo».</p>
<p style="text-align: justify;">Mezzo secolo è passato dalle teorizzazioni zolaiane a quegli anni Trenta dove «il dubbio sta scomparendo da questo mondo», nei quali la modernità dell’acciaio ha celebrato se stessa e si appresta a raccogliere altre sfide rovinose. Non c’è più spazio per ottimismi da <em>belle époque</em>, tutto è diventato più potente e pericoloso, perfino le divinità scrive <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/louis-ferdinand-celine" target="_blank">Céline</a></span>; e non c’è modo per pensare in positivo perché si maledice con la parola quel che invece si accoglie nei fatti. Il nulla imperversa e con esso uno strano istinto di morte, conclude l’autore di <a title="Morte a credito" href="http://www.libriefilm.com/morte-a-credito/1547"><em>Morte a credito</em></a>. Saranno profezie su profezie: meno di dieci anni dopo sarà ancora quest’ultima (la morte) ad avere la meglio sulla grande parentesi storica europea che aveva posto sugli altari i presupposti materiali del mondo moderno. Come nella, e più della, seconda metà degli anni Dieci, all’inizio degli anni Quaranta la realtà della vita sarà annientata dalla più atroce realtà della morte.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>* * *</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Tratto dal <em>Secolo d&#8217;Italia</em> del 24 aprile 2009.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/da-zola-a-celine-la-modernita-che-si-rovescia.html' addthis:title='Da Zola a Céline: la modernità che si rovescia ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Céline contro Sartre</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Nov 2009 11:44:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Lombardi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Breve storia della nota querelle Sartre-Céline, l'opposizione tra il censore moralista e lo scrittore maledetto]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/celine-contro-sartre.html' addthis:title='Céline contro Sartre '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/letteratura48x48.png" width="48" height="48" alt="" title="Letteratura" /><br/><p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-full wp-image-3382" style="margin: 10px;" title="contro-sartre" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/contro-sartre.jpg" alt="contro-sartre" width="281" height="385" />Nel 1947 Louis Ferdinand <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/louis-ferdinand-celine" target="_blank">Céline</a></span>, dopo aver appreso dallo scrittore Albert Paraz che Jean-Paul Sartre, nel suo <em>Portrait d’un antisémite</em> (apparso su <em>Les Temps Modernes </em>nel dicembre 1945, e nell’ottobre 1947 ripreso da Gallimard nel volume <em>Rèflexions sur la Question juive</em>), aveva scritto: “Se <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/louis-ferdinand-celine" target="_blank">Céline</a></span> ha potuto sostenere le tesi socialiste dei nazisti, è perché era pagato”, scriverà in risposta <em>À l’agité du bocal</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Il pamphlet sarà prima inviato a Jean Paulhan, che non lo pubblicherà, e quindi a Paraz, che lo riprodurrà in appendice al suo libro <em>Le Gala des Vaches</em> (L’Elan, 1948).</p>
<p style="text-align: justify;">Inoltre nel 1948 ne fu tirata, a cura di alcuni amici di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/louis-ferdinand-celine" target="_blank">Céline</a></span>, una edizione di duecento esemplari (<em>À l’agité du bocal</em>, Lanauve de Tartas, Parigi, s.d.).</p>
<p style="text-align: justify;">Riportiamo le considerazioni di Pierre Monnier riguardo a <em>Le Gala de Vaches </em>e su <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/louis-ferdinand-celine" target="_blank">Céline</a></span>, pubblicate sul n°217 di <em>Europe-Amérique</em> dell’11 agosto 1949:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">“Alla fine del ’48 uscì un libro straordinario, <em>Le Gala des Vaches </em>di Albert Paraz, che prendeva le difese di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/louis-ferdinand-celine" target="_blank">Céline</a></span> con un coraggio senza precedenti. Per misurare il terreno percorso, occorre che la storia quotidiana dia conto di questo: otto grandi settimanali francesi rifiutarono la pubblicità (a pagamento) per <em>Gala</em>. Alcuni critici letterari osarono parlare di provocazione.<br />
Un’amica d’infanzia di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/louis-ferdinand-celine" target="_blank">Céline</a></span>, la grande Arletty, fu né più né meno minacciata di morte perché aveva accettato di vendere <em>Le Gala des Vaches</em>, che raccoglieva quaranta lettere di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/louis-ferdinand-celine" target="_blank">Céline</a></span>, una delle quali contro l’aborto Sartre, “<em>L’agité du bocal</em>”!<br />
Le librerie che avevano messo in vetrina quel libro vennero devastate. E da chi? Ecco il punto. Dagli ebrei? No! Molti ebrei sono fervidi ammiratori di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/louis-ferdinand-celine" target="_blank">Céline</a></span>: Milton Hindus in America, Paul Lévy, direttore di <em>Aux écoutes </em>a Parigi.<br />
Coloro che si oppongono a <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/louis-ferdinand-celine" target="_blank">Céline</a></span> sono semplicemente degli scalmanati comunisti o altri che rappresentano solo se stessi, che non hanno mai letto una sola riga dei suoi libri, che non sanno niente del suo caso. Sbraitano a più non posso perché <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/louis-ferdinand-celine" target="_blank">Céline</a></span> ha fatto le prime rivelazioni su ciò che accade in Russia con <em>Mea Culpa </em>e <em>Bagattelle</em>. Molto prima di Koestler, Gide e Kravčenko. Costoro, però, non vengono bistrattati come <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/louis-ferdinand-celine" target="_blank">Céline</a></span>. Perché? Perché lui ha genio!”</p></blockquote>
<p style="text-align: justify;">La pirotecnica reazione di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/louis-ferdinand-celine" target="_blank">Céline</a></span> alla infamante &#8211; e falsa &#8211; accusa rivoltagli da Sartre, va collocata, per essere compresa a fondo, nel contesto storico delle epurazioni dei “Collaborazionisti” in Francia nel 1944-1949. Circa 40.000 francesi, che a vario titolo avevano avuto rapporti o con lo Stato di Vichy o con l’Amministrazione tedesca, svolgendo funzioni burocratiche, amministrative e intellettuali, oppure avevano militato in raggruppamenti politici o in unità militari, paramilitari o di Polizia furono condannati a pene detentive e privati dei diritti civili. Furono inoltre eseguite ben 7.037 condanne a morte, che colpirono anche gli intellettuali ritenuti rei di “collaborazione con il nemico”, come Robert Brasillach, Jean Luchaire e molti altri, mentre 10.000 francesi caddero vittima di esecuzioni sommarie. Ancora nel 1952, 2.400 francesi si trovavano in prigione con l’accusa di collaborazionismo.</p>
<p style="text-align: justify;">L’epurazione degli scrittori “Collaborazionisti” sarà compito del <em>Conseil national des écrivains </em>(CNE), che stenderà, democraticamente, degli elenchi di libri e di autori “impubblicabili”. Anche uno scrittore pacifista come <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/jean-giono" target="_blank">Jean Giono</a></span>, che durante l’Occupazione scelse l’”emigrazione interiore”, fu messo all’indice e incarcerato.</p>
<p style="text-align: justify;">Si capisce facilmente quindi che l’accusa di Sartre, uno dei più irremovibili persecutori degli intellettuali <em>Collabos</em>, poteva risultare molto pericolosa per <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/louis-ferdinand-celine" target="_blank">Céline</a></span>, vista la fine fatta dal ricordato <a title="Robert Brasillach" href="http://www.centrostudilaruna.it/cento-anni-robert-brasillach.html">Robert Brasillach</a>, giustiziato tramite fucilazione il 6 febbraio 1945 nonostante una richiesta di grazia indirizzata a De Gaulle firmata, tra gli altri, da Mauriac, Claudel, Valéry, Duhamel, Paulhan, Cocteau, Colette…</p>
<p style="text-align: justify;">In aggiunta a questo, il 19 aprile 1945 un Tribunale francese aveva spiccato un mandato di cattura per “Tradimento” contro <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/louis-ferdinand-celine" target="_blank">Céline</a></span>, riparato in Danimarca, e, dal dicembre 1945 al febbraio 1947, Louis Ferdinand Destouches sarà incarcerato a Vestre Faengsel, passando diversi mesi in cella di isolamento.</p>
<p style="text-align: justify;">Tornando alla <em>querelle </em>Sartre-<span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/louis-ferdinand-celine" target="_blank">Céline</a></span>, notiamo che, durante l’Occupazione, <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/louis-ferdinand-celine" target="_blank">Céline</a></span> sarà uno tra gli intellettuali che meno contribuiranno, tramite articoli o altri contributi, alle conferenze ed alle riviste collaborazioniste come <em>Je suis partout</em>, <em>Au pilori </em>e <em>La Gerbe </em>su temi quali l’alleanza tra Francia e Germania, la lotta contro il Bolscevismo ed il Capitalismo, l’antisemitismo…</p>
<p style="text-align: justify;">Infatti, escludendo i suoi <em>pamphlet</em>, visto che sono stati scritti quasi tutti prima del 1940 (<em>Mea Culpa</em>, 1936, <em>Bagatelles pour un massacre</em>, 1937,<em> L’Ecole des cadavres</em>, 1938 e <em>Les Beaux Draps</em>, 1941), <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/louis-ferdinand-celine" target="_blank">Céline</a></span>, durante il 1941-1944, pubblicherà appena un solo articolo, venticinque lettere e tre interviste. Da notare poi come la diffusione di alcuni dei suoi libri sarà in più occasioni ostacolata tanto dalle autorità di Vichy (come nel caso de <em>Les Beaux Draps</em>) quanto dai tedeschi (anche se <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/louis-ferdinand-celine" target="_blank">Céline</a></span> avrà degli alleati in Karl Epting, direttore dell’Istituto tedesco di Parigi, e nell’ambasciatore Otto Abetz), mentre, paradossalmente, come ricorda anche <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/louis-ferdinand-celine" target="_blank">Céline</a></span> nell’<em>Agité du bocal</em>, il “Resistente” Sartre metterà in scena il suo dramma teatrale <em>Les Mouches</em>, allegoria dell’Occupazione nazista… nel giugno 1943, in piena Occupazione, al Théâtre de la Cité!</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto, con il gentile consenso dell&#8217;Autore, dall&#8217;<em>Introduzione </em>a L.F. <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/louis-ferdinand-celine" target="_blank">Céline</a></span>, <a title="Contro Sartre" href="http://lf-celine.blogspot.com/2008/01/contro-sartre.html"><em>Contro Sartre. A&#8217; l&#8217;agitè du bocal. Seguito dalle lettere di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/louis-ferdinand-celine" target="_blank">Céline</a></span> al &#8220;Je suis partout&#8221; e dallo scritto Viva l&#8217;amnistia, Signore!</em></a>, Edizioni Effepi, Genova 2007.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/celine-contro-sartre.html' addthis:title='Céline contro Sartre ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Il “silenzio” di Claudio Catani</title>
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		<comments>http://www.centrostudilaruna.it/il-%e2%80%9csilenzio%e2%80%9d-di-claudio-catani.html#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 24 Aug 2009 14:16:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele Fabbri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Italiano]]></category>
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		<description><![CDATA[Una panoramica sulla produzione di Claudio Catani, autore di tre raccolte poetiche]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/il-%e2%80%9csilenzio%e2%80%9d-di-claudio-catani.html' addthis:title='Il “silenzio” di Claudio Catani '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/letteratura48x48.png" width="48" height="48" alt="" title="Letteratura" /><br/><p style="text-align: justify;">Claudio Catani ama dire di se stesso che scrivendo poesia ha perso una grande occasione: quella di stare zitto!</p>
<p style="text-align: justify;">Ma se Claudio Catani fosse stato zitto l’umanità non avrebbe potuto ascoltare una delle voci poetiche più dense e geniali del XXI secolo.</p>
<p style="text-align: justify;">Fortunatamente Catani ha pubblicato le sue poesie, vincendo un’istintiva avversione per la comunicazione coi suoi simili e offrendo al pubblico la testimonianza culturale di un autore che può a buon diritto essere annoverato tra i grandi apolidi dell’esistenza che, proscritti dal genere umano, hanno sublimato il dolore esistenziale in una scrittura cristallina.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-full wp-image-2601" style="margin: 10px;" title="frammenti-dessere" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/frammenti-dessere.jpeg" alt="frammenti-dessere" width="143" height="240" />Il primo libro di Claudio Catani è <em>Frammenti d’essere</em>. Questa silloge evidenzia i caratteri distintivi della poesia di Catani: un’espressione scarna e asciutta, un linguaggio colto che lascia trasparire la solida cultura classica dell’autore, un verso breve e incisivo che fissa la parola in immagini dai tratti forti e decisi. Catani si addentra nel buio del nichilismo con passo sicuro, come se fosse nel suo ambiente naturale: lui stesso infatti dichiara che l’universo tutto non è altro che una mera finzione biologico-circostanziale priva di ogni immaginabile, presunta validità ulteriore. Si tratta di una visione del mondo che richiama esiti di nichilismo radicale quali solo <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/emil-cioran">Emil Cioran</a></span> ha saputo raggiungere. Per esempio Catani descrive certi orizzonti neoutopici, mostrandone tutta la gelida astrattezza, nella poesia dal titolo “Les philosophes nouveaux”:</p>
<p style="text-align: justify;">Sisifo istrione<br />
e ci par troppo<br />
persino il tempo<br />
che nominato hanno<br />
dei trent’anni.</p>
<p style="text-align: justify;">A noi affaticati<br />
da un orrendo tedio<br />
meditabondo.<br />
Diciamo insonni<br />
quant’è lunga e greve<br />
un’epoca di stenti cerebrali<br />
però<br />
non mancherò stasera<br />
alla tua festa.<br />
Dirò la testa consumata<br />
ma non le labbra a cercarne altre<br />
non l’umido sguardo esistenziale<br />
progressista<br />
a lievitare atmosfere improvvisate<br />
in quel d’anonima<br />
che ci lascia saccheggiare.<br />
Non credo stasera<br />
mi resti il tempo<br />
di pensare a quanto già<br />
son mortalmente stanco.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella nota biografica il poeta si definisce così: «Claudio Catani, tosco-romagnolo come l’Appennino in cui fu gettato, sopravvive in Santa Sofia, pago di quella contrada scabra». E nel libro si trovano anche efficaci descrizioni paesaggistiche dei luoghi del poeta che evidentemente si prestano a metafore esistenziali, come in “Appennino”:</p>
<p style="text-align: justify;">Sasso<br />
che rivedo<br />
grandeggiare folle<br />
nello schianto di saetta<br />
passan genti<br />
che la terra coglie<br />
d’animali<br />
le generazioni<br />
segnate tutte a un destino<br />
eguale.<br />
Non tu<br />
atride muto<br />
dal volto franto.</p>
<p style="text-align: justify;">Fossi come te<br />
roccia al sentire.</p>
<p style="text-align: justify;">Catani non vede orizzonti messianici, per lui non c’è Terra Promessa da raggiungere, come ci dice in “Furia di Mosè”:</p>
<p style="text-align: justify;">Non è terra Dio!<br />
È rossa<br />
maledetta<br />
gonfia di bestemmia<br />
gravida di lacrime.<br />
Nel suo grembo<br />
cova larve di spettro<br />
non germe di frutti<br />
fino alla bocca<br />
fendono come lame<br />
le fosse nel petto<br />
rigurgiti sepolcrali<br />
in aliti di peste.</p>
<p style="text-align: justify;">Questa è terra promessa?<br />
S’involva la luce<br />
su noi traditi<br />
chè non ha motivo la speranza.<br />
Tra queste siepi avvizzite di memoria<br />
una densa cappa di rancori<br />
rallenta pensieri nuovi<br />
di concordia.</p>
<p style="text-align: justify;">Dio!<br />
Posano attenti i timpani<br />
della mia sorda collera.</p>
<p style="text-align: justify;">Il poeta è decisamente più incline a riconoscersi negli schemi della tragedia classica:</p>
<p style="text-align: justify;">grimaldelli di luce<br />
mi disserrano gl’occhi<br />
d’Edipo</p>
<p style="text-align: justify;">feriti.</p>
<p style="text-align: justify;">E ancora, Catani dedica una lunga sequenza a Prometeo, <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbolo</a> del fallimento esistenziale cui siamo inevitabilmente condannati.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=9788883122927" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-2600" style="margin: 10px;" title="silenziario" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/silenziario.jpeg" alt="silenziario" width="159" height="240" /></a>La seconda raccolta di Catani segna un importante salto di qualità, segnalandosi come la più convincente di quelle finora pubblicate, e riassume nel titolo il senso della vicenda culturale dell’autore: <em>Silenziario</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">In questo libro la nota biografica riporta: «Claudio Catani, adespoto apolide, è attualmente assorto in paradossi zenoniani».</p>
<p style="text-align: justify;">Qui il dire poetico diviene particolarmente penetrante, con un più frequente uso di rime e assonanze, e con una ricerca di musicalità che si evidenzia fin dal componimento d’apertura “Verrà il Silenzio”:</p>
<p style="text-align: justify;">Non provinciale<br />
né dei dintorni<br />
questo è già un mondo<br />
senza contorni.</p>
<p style="text-align: justify;">Dura la gleba<br />
il solco avaro<br />
mercede il sudore<br />
d’un pomo amaro.</p>
<p style="text-align: justify;">Com’essudario<br />
su questa terra<br />
non poserà alcuna memoria<br />
l’età sottile<br />
la spazzerà via<br />
questo riparo di filo Sophia.</p>
<p style="text-align: justify;">Seguirà il tutto<br />
com’è necessario<br />
giusta la legge del silenziario.</p>
<p style="text-align: justify;">Tornano riferimenti al <a title="mondo classico" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/storia-antica">mondo classico</a>, alla tragedia greca, a figure mitologiche che rappresentano un’umanità in bilico sull’orlo dell’abisso. Il linguaggio si avvale di metafore sontuose che raggiungono il vertice espressivo in “Assurdo come armonia”:</p>
<p style="text-align: justify;">L’ugola della notte<br />
trilla ancora di gemme serrate<br />
nello scrigno dei campi.</p>
<p style="text-align: justify;">Pendule da rami<br />
scroscianti ouvertures di foglie<br />
rimano col rullo delle onde.</p>
<p style="text-align: justify;">Non ha posa<br />
non ha posa il fiume<br />
nell’inventare la greve passacaglia<br />
del suo corso:<br />
basso ostinato<br />
che i pensieri m’ha guidato<br />
come un padre i primi passi.</p>
<p style="text-align: justify;">Oggi ancora là<br />
col suo assurdo andare di legni<br />
e di memoria.<br />
Lunga traccia d’inchiostro<br />
che scivola nel buio<br />
lasciato dalle stelle.</p>
<p style="text-align: justify;">E il viaggio nell’assurdo continua fino a richiamare nell’ultimo testo il manichino che lo stesso Catani ha disegnato per la copertina del libro:</p>
<p style="text-align: justify;">Manichino silente<br />
l’essere non pensa<br />
il vuoto sì<br />
quello dell’assenza.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=9788878653986"><img class="alignleft size-full wp-image-2602" style="margin: 10px;" title="paradisi-di-tormento" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/paradisi-di-tormento.jpeg" alt="paradisi-di-tormento" width="154" height="240" /></a>La terza raccolta di Catani è <em>Paradisi di tormento</em>. Il testo iniziale ha il titolo indicativo di “Cruciatus”:</p>
<p style="text-align: justify;">E l’Angelo vidi del tormento<br />
in odio a due poteri<br />
che nel discernimento<br />
trasse d’oppositi voleri.</p>
<p style="text-align: justify;">L’infante capo chino<br />
scomposto irsuto crine<br />
gemeva solitario l’ali<br />
piantate al sudicio congiario.</p>
<p style="text-align: justify;">Scarniva massacrato<br />
per la pietà divina<br />
le membra sue corrotte<br />
di lue luciferina<br />
Bestia e Gran Demiurgo<br />
per una volta invero<br />
accordo avean stretto<br />
nel giudicarlo reo.</p>
<p style="text-align: justify;">E mi guardò afflitto<br />
poi gorgogliò parola:<br />
“a te non fu già conto<br />
fratello delirante<br />
l’uno all’altro mai<br />
può starsene distante.<br />
Li ripudia entrambi<br />
e tale è la semenza<br />
dell’incorrotto mio sentire<br />
reo d’innocenza”.</p>
<p style="text-align: justify;">Inutile sottolineare come in queste immagini infernali si senta l’influenza di <a title="Apocalisse 23" href="http://www.centrostudilaruna.it/apocalisse-23.html"><em>Apocalisse 23</em></a>, il libro che ha posto un sigillo indelebile sulla poesia del XXI secolo. Inoltre alle consuete immagini classiche, Catani affianca interessanti rielaborazioni di temi desunti da Leopardi, da Foscolo, da <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/louis-ferdinand-celine" target="_blank">Céline</a></span>.</p>
<p style="text-align: justify;">I lettori avranno modo di apprezzare e valutare a fondo queste tre raccolte, che meritano di essere annoverate tra i titoli più originali della poesia contemporanea, in attesa di assistere a nuovi sviluppi del lavoro letterario di Claudio Catani.</p>
<p><strong>* * *</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Claudio Catani, <em>Frammenti d’essere</em>, Ibiskos Editrice, Empoli 2000, pp.72, € 10,33</p>
<p style="text-align: justify;">Claudio Catani, <em>Silenziario</em>, Società Editrice «Il Ponte Vecchio», Cesena 2003, pp.80, € 6,00</p>
<p style="text-align: justify;">Claudio Catani, <em>Paradisi di tormento</em>, Libroitaliano World, Ragusa 2007, pp.48, € 12,00.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/il-%e2%80%9csilenzio%e2%80%9d-di-claudio-catani.html' addthis:title='Il “silenzio” di Claudio Catani ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Cento anni Robert Brasillach</title>
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		<comments>http://www.centrostudilaruna.it/cento-anni-robert-brasillach.html#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 05 May 2009 20:50:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Leonello Rimbotti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un bilancio sulla vita e la morte del poeta collaborazionista Robert Brasillach nella ricorrenza dei cento anni dalla nascita]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/cento-anni-robert-brasillach.html' addthis:title='Cento anni Robert Brasillach '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/letteratura48x48.png" width="48" height="48" alt="" title="Letteratura" /><br/><p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-2166" style="margin: 10px;" title="brasillach" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/brasillach-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" />Quando si dice Brasillach, di solito parte la retorica. È un vizio antico in uso dalle nostre parti. È morto giovane, d’accordo. Gli hanno fucilato l’animo di ragazzo, gonfio di romanticismi e sogni belli. Certamente. Ma oggi questo giovanotto di cent’anni è più vero di ieri. Nato nel 1909, morto nel 1945: si è risparmiato di scendere tutti i gradini della degradazione, all’opera nella vecchia Europa da allora in poi. Si è sottratto al destino di chi, come noi, è cresciuto nell’impenetrabile nebbione del mito mitizzato senza mai veramente conoscerlo, viverlo, vederlo a colori. La fortuna dei martiri è questa. Aver trovato qualcuno che ti fucila al momento giusto. E così ha mantenuto intatto l’alone di gloria, suo è l’esempio. Per sempre. Versato ad ammirare chiunque concepisca l’impegno come un ribollire di energia, Brasillach cantò la giovinezza in quanto contenitore naturale di forza e di tensione&#8230; e ad esempio di Codreanu richiamava lo spirito monastico e militare, la «poesia rude e piena di colore&#8230; lo stato di illuminazione collettiva&#8230;»; dei rexisti celebrava «l’elemento più spettacolare e più attraente del mondo nuovo: la giovinezza. L’universo fiammeggiava, l’universo cantava e si radunava&#8230;». Del Fascismo, dunque, coglieva non tanto le dottrine politiche, i corporativismi, le sociologie, ma soprattutto la capacità di radunare, animare e galvanizzare masse giovanili soffiando nei loro cuori uno spirito di vita&#8230; questo Fascismo-dio, che muove l’argilla e la rende carne pulsante, Brasillach lo volle vedere come il mito del secolo.</p>
<p style="text-align: justify;">E disse cose inaudite per qualunque orecchio sordo e avvizzito. Pronunciò frasi sbalorditive per chiunque abbia venduto l’anima al perbenismo. Trinciò definizioni ingiuriose per tutti i preti laici del conformismo. Scrisse che «il fascismo è spirito. È uno spirito anticonformista in primo luogo, antiborghese e l’irriverenza vi aveva la sua parte. È uno spirito opposto ai pregiudizi, a quelli di classe come a tutti gli altri&#8230;». Che parole! E che sintesi! Che solenne poesia dello squadrismo, del darsi e del darsi altrimenti! Citò Sorel, e ne estrasse un programma politico ristretto in un’unica, brevissima frase: «&#8230;i miti non sono cabale astrologiche&#8230; Bisogna considerarli modi di agire sul presente». Come l’amore inetto e sterile, il mito mitizzato è funereo e castrante, immobilizza mentre è nato per sospingere. Il mito vivente deve dunque essere storia, società, uomo vero in carne e ossa. Dedichiamo la riflessione a quanti spesso hanno fatto di Brasillach, e di tutto quanto il Fascismo, la retorica degli imbelli e un cartone inanimato.</p>
<p style="text-align: justify;">L’accademico di Francia Thierry Maulnier, nel 1964, paragonò la morte di Brasillach alla malattia del genio, quella che ne interrompe il volo, che inspiegabilmente spezza all’improvviso un destino attraverso la «stupida ferocia della storia». Come per Chénier o per Kleist, la morte per Brasillach è stata un annuncio: «attraverso la grazia e la tenerezza colma di tristezza del gesto con cui hanno accarezzato le forme visibili ed invisibili della vita: di quella vita che Robert amava troppo per rassegnarsi alla sua usura». Dunque il poeta Brasillach ha consapevolmente accettato la morte nel momento in cui si rese conto che, da un certo momento in poi, la sua vita si sarebbe logorata e sciupata. Lo si direbbe proprio un prescelto dagli dèi, che sono soliti infliggere ai sopravvissuti o ai posteri la condanna inespiabile di lunghe esistenze deprivate di grazia.</p>
<p style="text-align: justify;">Le inquadrature da cui è possibile osservare oggi Brasillach sono quelle di un altorilievo neo-classico. Saint-Loup provò a sintetizzare: «Un essere tutto luce come lui non poteva sostenere il combattimento con armi comuni. Gliene occorrevano altre, più temprate di quelle degli Spartani che ammirava. Le ha trovate nel supplizio e la sua morte mira più alto della sua vita; il suo sacrificio conduce infinitamente più lontano della sua penna. Ha persino “trasfigurato” il fascismo che egli sosteneva». Una mistica di questo genere è il pane quotidiano per ogni <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religione</a>. Perfino per quelle che predicano l’umiltà e sono tronfie, elogiano la povertà, ma vivono di sfarzo e di potere&#8230; Di mistica si nutrono i devoti, come dell’esempio cui rifarsi, del santo cui appellarsi. E poco importa se storicamente l’Idea ha prodotto contraddizioni, atroci disinganni, menzogne. Gli uomini vivono nel fango ma, ogni tanto, hanno bisogno di alzare lo sguardo e di pensare alto. Dura un attimo, ma conta. Come ogni <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religione</a> che abbia mosso uomini alla milizia e al martirio di sé, anche il Fascismo ha i suoi santi. E Brasillach, mandato a morte mondo di peccato, conserva il suo alone di sorridente volontà di sacrificio. Non un “santino”, ma un uomo capace di assoluto. <a title="Giano Accame" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/giano-accame/">Giano Accame</a>, invece, e con parole straordinariamente suggestive, ne fece un “inattuale”: «Perchè Drieu è attuale, <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/louis-ferdinand-celine" target="_blank">Céline</a></span> è ancora attuale, e Brasillach non lo è?». Scrisse che il suo ottimismo gli faceva un po’ pena, che le sue ingenue enfatizzazioni sul Fascismo e sul Nazionalsocialismo ne fecero un illuso. Un’anima semplice? Noi oggi, a tutto questo, vorremmo aggiungere l’elogio dell’ingenuo. Colui che rimane nel proprio gene. Che ne resta imbozzolato e non conosce l’altrove, bastando a se stesso. Wagner fece un poema dell’ingenuità di Sigfrido. E Parsifal non era forse un ingenuo? Quali figure, più di queste, richiamano alla mente la radicale opposizione col mondo moderno e con i suoi personaggi falsi, ottusi, materiali e gonfi di vuoto?</p>
<p style="text-align: justify;">Brasillach ebbe la colpa di immaginare un mondo ribattezzato dal Fascismo come fosse una rivoluzione dello spirito, capace di rifare l’uomo dalla testa ai piedi. Parlando di Brasillach, <a title="Accame" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/giano-accame/">Accame</a> faceva del sarcasmo, alla sua maniera: «L’uomo nuovo che avevamo sognato non è diventato né migliore, come si sperava, né peggiore, come si temeva&#8230; abbiamo tirato fuori la testa dal disastro e ci siamo ritrovati adulti, sciatti, moralmente grigi, ma ben presto compiaciuti di noi stessi, dei nostri utensili, dei nostri guadagni, delle nostre ferie, sotto un cielo vuoto». Che terribile cantico al tracollo dello spirito poetico e che terribile denuncia circa il dilagare della più vile delle prose!</p>
<p style="text-align: justify;">E poi è anche possibile che Brasillach fosse meno ingenuo di quanto pensiamo noi. Magari volle e si impose di essere poeta proprio perchè comprese alla perfezione che altrimenti sarebbe morto anche se avesse continuato a sopravvivere. Tra i non conformisti degli anni Trenta aleggiavano proiezioni e immaginative di cui noi oggi non possiamo comprendere che poche cose. Nella sua famosa <em>Lettera a un soldato della classe ‘40</em>, Brasillach in qualche modo ci spiega quanto poco fosse un illuso o un ingenuo. Il “caro ragazzo” a cui si rivolge è il giovane del dopoguerra e di tutti i dopoguerra. «Ti chiedo solo di non disprezzare le verità che noi abbiamo cercato, gli accordi che abbiamo sognato al di là di ogni disaccordo, e di conservare le due sole virtù alle quali io credo: la fierezza e la speranza».</p>
<p style="text-align: justify;">Se pensiamo un attimo a quanto poco si aggirino per l’Europa mondializzata la fierezza e la speranza, si capisce che Brasillach non parlava il linguaggio etereo del metafisico con la testa tra le nuvole, ma quello concreto dell’uomo in cerca, sorretto dalla volontà di adornare l’esistenza di qualcosa, anche minima, per cui valga davvero la pena di essere vissuta. La fierezza e la speranza – ma non sarebbe un ottimo titolo per un libro postumo di Oriana Fallaci, certo ad altissima tiratura? &#8211; sono precisamente quelle cose di cui oggi manca completamente la povera Europa che ha fucilato Brasillach, colpendone ben più lo spirito che il corpo. Uomo tutt’altro che spaesato e abbandonato a sogni adolescenziali, Brasillach fu al contrario attento alla modernità, ne annusò certi segnali, ne apprezzò non poche manifestazioni, ne assaporò molti lati. Dal cinema alla musica jazz, al teatro, persino ai cartoni animati&#8230; e non gli fece difetto una “normalissima” inclinazione per la vita bella, suadente, rallegrante, esteticamente ricca e stimolante. E quando fu il momento, con la morte in faccia, mantenne quel sangue freddo che si addice più al navigato avventuriero che al semplice e al sognatore.</p>
<p style="text-align: justify;">Noi gli perdoniamo facilmente di aver preso qualche memorabile “cantonata”. Non fu l’unico. Si tratta anzi di una regola storica. Rileggiamo volentieri le sue pagine visionarie, lisergiche, pregne di santa e sana allucinazione: via di fuga dalle miserie borghesi. Ripercorriamo insieme a lui l’arduo cammino di quanti furono per una lunga stagione al centro degli eventi e vi si tuffarono a capofitto secondo istinto. E confessiamo invidia per chi, come lui e molti della sua generazione, ha avuto in dono dal destino la possibilità di commettere anche grandi sbagli, potendosi dare l’aria di aver centrato il senso della storia. A noi è toccato in sorte di frugare tra gli avanzi degli altri, senza trovare nulla che non fosse avvilimento.<br />
«Un accampamento di giovinezza nella notte, l’impressione di essere un tutt’uno con la propria Patria, il collegarsi ai santi e agli eroi del passato, una festa di popolo, ecco taluni elementi della poesia fascista, in cui è consistita la follia e la saggezza del nostro tempo. Ecco ciò, ne sono sicuro, cui la gioventù tra vent’anni, dimentica di tare e di errori, guarderà con oscura invidia e con inguaribile nostalgia&#8230;». Queste parole, effettivamente, nascondono un errore di valutazione. Ma non riguarda l’analisi del suo tempo, bensì la prognosi di quello a venire. Nessuno ha dimenticato le tare e gli errori, ma tutti ricordano soltanto quelli&#8230; e nessuno si azzarda a provare invidia o nostalgia per idee che, nel frattempo, lavorate a lungo da eserciti di termiti giganti, sono state ridotte a relitti terribili e a minacciose mostruosità.</p>
<p style="text-align: justify;">Di Brasillach ci piacciono ancora e nonostante tutto e in faccia al mondo alcuni suoi fondamentali. L’Europa è uno di questi. Un asse latino-germanico, un pullulare di patrie e di identità rivendicate, un mito da agitare, e ancora oggi, e proprio nel momento in cui la parola “identità” è diventata una colpa e un insulto e al mito si affibbia la maschera tragica del delirio. Di Brasillach ci piace poi il suo anarchismo. La sua voglia mobile di raccontare storie di radicamento: «Voglio restare&#8230; restare nella tua ombra, ingannare l’attesa, il ricordo di avere atteso, sperare, attendere ancora&#8230;», fa dire a Berenice l’errante. Questo “restare” potrebbe diventare all’improvviso una parola d’ordine e un grido. Di pochi oppure magari di molti. Magnifica illusione o scelta pesante? Dopo tutto, lo aveva scritto ne <em>I sette colori</em>: «Ad altri gli entusiasmi della illusione, la certezza che mai ha dubitato di sé. Per noi, il nostro solo merito, in tutti i campi, è di esserci accettati, di avere scelto».</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>Linea</em> del 24 aprile 2009.</p>
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		<title>«Io, traditore»: il testamento spirituale di Knut Hamsun</title>
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		<pubDate>Tue, 14 Apr 2009 17:07:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Lamendola</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L'ultimo grande romanzo dello scrittore norvegese che narra gli anni di internamento per collaborazionismo]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/io-traditore-il-testamento-spirituale-di-knut-hamsu.html' addthis:title='«Io, traditore»: il testamento spirituale di Knut Hamsun '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/hamsun48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Knut Hamsun" /><br/><p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-medium wp-image-4716" style="margin: 10px;" title="hamsun-1930" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/hamsun-1930-202x300.jpg" alt="" width="202" height="300" />Ci siamo già occupati, nel precedente saggio <a title="Patriota o traditore? Il processo a Knut Hamsun" href="http://www.centrostudilaruna.it/patriota-o-traditore-il-processo-a-knut-hamsun.html"><em>Patriota o traditore? Il processo a <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Knut Hamsun</a></span></em></a>, della cornice generale in cui ebbe luogo il processo al grande scrittore norvegese, accusato di collaborazionismo al termine della seconda guerra mondiale. In quella sede abbiamo tracciato il quadro storico entro cui collocare l&#8217;intera vicenda, con tutti i suoi risvolti politici, culturali, umani; e, al tempo stesso, abbiamo cercato di presentarla come una vicenda esemplare, paradigmatica di tutta una generazione di intellettuali &#8211; e non solo di intellettuali &#8211; che, fra il 1939 e il 1945, fecero la scelta sbagliata &#8211; la scelta che li avrebbe condotti, a guerra finita, davanti ai tribunali dei vincitori, fossero le democrazie occidentali, l&#8217;Unione Sovietica di Stalin, la Jugoslavia di Tito o i piccoli Paesi d&#8217;Europa che avevano subito l&#8217;occupazione nazista. Si tratta di nomi eccellenti, da Ezra Pound a <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/louis-ferdinand-celine" target="_blank">Céline</a></span>, da Ungaretti a Drieu la Rochelle, da Gentile a <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Heidegger</a></span>, da Carl Schmitt al generale Krasnov, autore di fortunatissimi romanzi storici negli anni Venti e Trenta.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora, pertanto, dando per acquisite le precise circostanze storiche in cui si svolse il processo, vogliamo riportare la testimonianza diretta del vecchio scrittore norvegese, quasi novantenne, pressoché sordo e vicino alla cecità, così come si può leggere nel suo bellissimo libro <em>Io, traditore</em> (titolo originale: <em>Paa Gjengrodde stier</em>, ossia <a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=9788881120079" target="_blank"><em>Per i sentieri dove cresce l&#8217;erba</em></a>, o anche <em>Per i sentieri rinselvatichiti</em>; traduzione italiana di Alfhild Motzfeldt, Roma, Ciarrapico editore, s. d. [ma 1962], pp. 225-237).</p>
<p style="text-align: justify;">Ricordiamo soltanto che <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a></span>, accusato di alto tradimento per aver appoggiato il governo filotedesco di Vidkun Quisling, dal 1945 al 1948 era stato rinchiuso forzatamente in casa di cura (tipico esempio dell&#8217;uso politico della psichiatria non solo nei regimi totalitari, come l&#8217;URSS, ma anche in quelli liberal-democratici); e che aveva rifiutato con sdegno di essere dichiarato infermo di mente. Al termine del processo, nel corso del quale si era comportato con estrema dignità e non aveva abiurato le sue idee, era stato condannato e privato dei suoi beni, a nome del popolo norvegese.</p>
<p style="text-align: justify;">Nato nel 1859 nell&#8217;estremo nord della Norvegia, e vincitore del premio Nobel per la letteratura nel 1920, egli aveva ottantanove anni all&#8217;epoca del processo; sarebbe vissuto ancora quattro anni, spegnendosi a Nörholm il 19 febbraio 1952.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Spuntò il gran giorno. Il tribunale sedette.<br />
&#8220;Venni ammesso in una buia sala d&#8217;udienza. E poiché nell&#8217;ultimo anno la mia vista s&#8217;era indebolita, senza contare ch&#8217;ero sordo, dovettero condurmi per mano. Ero stordito e appena distinguevo un oggetto dall&#8217;altro. Prima prese la parola il presidente, quindi parlò il mio difensore d&#8217;ufficio e quindi seguì una pausa.<br />
&#8220;E io non avevo né udito, né veduto tutto ciò ch&#8217;era passato. Tuttavia mi tenni calmo. Intanto cominciai a vedere un po&#8217; meglio tutte le cose e le persone che mi stavano attorno.<br />
&#8220;Dopo la pausa, mi venne data la parola per esporre i fatti. Era un po&#8217; difficile per me poter leggere con quella cattiva luce, e pertanto mi venne dato un lume. Non vedevo molto meglio, con esso, per leggere alcuni appunti che tenevo nelle mani, e allora non insistetti nel cercar di capire ciò che vi avevo scritto. Ma forse non aveva alcuna importanza. Ciò che dissi sii trova riprodotto qui di seguiti in base al resoconto stenografico. (…)<br />
<a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=9788881120079" target="_blank"><img class="size-medium wp-image-2037 alignright" style="margin: 10px;" title="per-i-sentieri-dove-cresce-lerba" src="../wp-content/per-i-sentieri-dove-cresce-lerba.jpg" alt="" width="95" height="160" /></a>&#8220;«Non intendo parlare a lungo davanti a questo onorevole tribunale.<br />
&#8220;«Non sono certo stato io ad aver annunziato alla stampa, molto, molto tempo fa, che oggi si sarebbe squadernato sotto i vostri occhi tutto il registro delle mie malefatte. Dev&#8217;essere stato qualcuno della cancelleria del tribunale, o qualcuno della pubblica accusa in combutta con qualche giornalista. Ciò, del resto, è molto coerente nella mia vicenda. Due anni or sono, in una lettera al Procuratore generale, io scrissi che intendevo rendere conto di tutto ciò che riguardava me, i miei e le mie cose, e quindi, ora che mi si presenta l&#8217;occasione, intendo concorrere all&#8217;enumerazione dei miei peccati, anche di quelli puramente spirituali.<br />
&#8220;«Negli anni passati, ho ben veduto che lor signori del tribunale si son destreggiati nei miei confronti con molto zelo e bravura: cancellieri, avvocati e procuratori vi si sono applicati a gara. Tuttavia la sentenza della sezione istruttoria non risulta notevolmente influenzata da codeste singolari capacità. In generale si son seguite le direttive di sua eccellenza il Procuratore generale. Il quale, evidentemente, perseguiva un suo concetto mistico ch&#8217;io non intesi e non intendo neanche adesso; sì che debbo rinunziare ad intenderlo.<br />
&#8220;«Del resto debbo pregare le signorie vostre di volermi scusare della mia, diciamo così, afasia, che serve ad evitare che parole ed espressioni che per caso mi venissero alle labbra, vadano al di là delle mie intenzioni.<br />
&#8220;«D&#8217;altronde, da quel che ho potuto capire, debbo aver abbondantemente risposto a tutte le questioni postemi. Nei primi tempi, di quando in quando, veniva da Grimstad un agente di polizia e mi mostrava delle carte ch&#8217;io non mi davo la pena di leggere. Dopo di che si venne all&#8217;istruttoria, il che accadde… due, tre, cinque anni fa. Dato il gran tempo trascorso, non m&#8217;è possibile rammentarmi di nulla; tutto ciò che posso dire è che risposi sempre e ad ogni domanda.<br />
&#8220;«Non mi comportai egualmente in quel lungo periodo di clausura nell&#8217;istituto psichiatrico di Oslo, dove si trattò di vedere se per caso io fossi pazzo; o, per dir meglio, si trattò di constatare che decisamente ero pazzo. In quel periodo mi furono rivolte delle domande così idiote, che non mi si può chieder conto di ciò che dissi o non dissi al professore interrogante.<br />
&#8220;«Ciò che mi dovrebbe abbattere, e addirittura sino a terra, consiste unicamente negli articoli da me scritti nei giornali. All&#8217;infuori di ciò non esiste altra cosa che mi possa essere imputata. Ma quanto a ciò la mia contabilità è semplice e chiara, perché tutti i miei articoli si trovano sotto i vostri occhi, e quanto al resto non mi si può dire né ch&#8217;io abbia denunziato qualcuno, né che abbia partecipato a raduni, né che abbia fatto affari di borsa nera. Non ho militato in nessun partito, di nessun colore, e neppure in quello nazionalsocialista di cui si pretende che io sia stato membro. E come potrei essere stato membro del nazionalsocialismo, se per quanto io abbia cercato di capire che cosa mai fosse io non ci sono mai riuscito? Potrebbe darsi, tuttavia, ch’io abbia scritto qualche cosa nello spirito del nazionalsocialismo; questo non potrei assicurarlo con certezza perché non ho mai saputo quale fosse tale spirito. Se veramente l’avessi fatto, vorrebbe dire che quello spirito fu assorbito da me attraverso la lettura dei giornali. Comunque, come ho già detto, gli articoli sono sotto gli occhi delle signorie vostre ed io non intendo ridurne il numero né attenuarne l’importanza. Può essere che non siano del tutto ortodossi, quegli articoli, ma io intendo risponderne in pieno, adesso come prima e come sempre.<br />
“«Prego tuttavia di voler tener conto che andavo scrivendo in un paese occupato, in un paese invaso e, a tal proposito, vorrei dare alcune brevi informazioni su me stesso.<br />
“«Mi era stato detto che la Norvegia avrebbe occupato un posto eminente nella grande società mondiale germanica in gestazione; chi più, chi meno, allora tutti vi credevano. E anch’io vi avevo creduto. Quindi è chiaro che, scrivendo, dicevo ciò che credevo. E se dicevo che la Norvegia avrebbe occupato un posto assai eminente fra i paesi germanici d’Europa, e se parlavo in modo adeguato alla mia credenza, del paese occupante, ciò doveva, e ancora dovrebbe, essere inteso in modo onesto e sincero. Pertanto non avrei dovuto rischiare di cadere io stesso in sospetto, …e invece, per quanto paradossale potesse essere, vi caddi in pieno. Inoltre si sarebbe dovuto considerare ch’io mi trovavo, in permanenza, letteralmente circondato da ufficiali tedeschi, e nella mia stessa casa, e persino durante la notte. Spesse volte sino all’albeggiar del mattino. Talvolta avevo l’impressione d’essere circondato da osservatori; ossia da persone deputate a sorvegliar me e la mia casa. Quei tedeschi, che d’altronde erano d’ una classe relativamente elevata, per ben due volte (se ben rammento) mi dissero chiaramente ch’io non mi comportavo come alcuni svedesi (e me ne fecero il nome) che pure erano d’un paese neutrale, mentre invece la Norvegia non lo era.<br />
“«No, non si era davvero contenti di me. Ben altro si sarebbero aspettati da me, assai più ch’io non avessi dato. E quando io, in siffatte circostanze, mi mettevo a scrivere, dovrebbe comprendersi che io dovevo tenermi, per così dire, in equilibrio fra gl’interessi del paese e l’altra parte. E questo non dico certo per scusarmi, per difendermi, ma soltanto come una spiegazione a questo onorevole tribunale.<br />
“«Nessuno in tutto il paese mi diceva che fosse male ciò che andavo scrivendo. Ero relegato nella mia stanza, tutto solo con me stesso, e non sentivo nulla. Ero tanto solo che nessuno avrebbe potuto aver commercio spirituale con me; si doveva persino picchiare sulla canna fumaria della stufa per farmi discendere a prendere i miei pasti. Quel rumore lo potevo sentire. Una volta mangiato, me ne risalivo nella mia stanza e lì restavo. Per mesi e per anni in simile maniera. Né alcuno mi fece mai il più piccolo rilievo circa la mia maniera di comportarmi: non me ne ero fuggito e pensavo di aver amici nei due campi norvegesi in lotta. Sì, fra i cosiddetti quislinghi ed i jossinghi. Ma non mi pervenne mai il più piccolo cenno di dissenso, il più piccolo suggerimento di cambiar rotta, dal mondo esterno. No, il mondo esterno si teneva diligentemente e prudentemente da parte. E accadeva raramente, o mai, che dalla mia casa o dalla mia famiglia potessi avere qualche notizia o qualche aiuto. Tutto lo si doveva far in iscritto, il che era una faccenda assai fastidiosa. In siffatte condizioni di cose, non poteva attenermi che a due soli giornali: l’<em>Aften Post </em>e il <em>Fritt Volk</em>; gli unici che mi pervenissero. E in essi non si diceva affatto che ciò che io scrivevo fosse male. Tutt’altro!<br />
“«Ciò ch’io scrivevo non era sbagliato nella sua essenza, e nemmeno era sbagliato nel momento che lo scrivevo. Era giusto ciò che scrivevo e quando lo scrivevo.<br />
“«Cercherò di spiegarmi meglio. Perché scrivevo? Scrivevo per impedire che la Norvegia, ossia i giovani e gli uomini adulti, si comportassero stoltamente verso la potenza occupante, che la provocassero inutilmente col solo risultato di portar se stessi alla perdizione e alla morte. Questo era ciò che scrivevo, questo era il tema che svolgevo in vari modi.<br />
“«E quanto a coloro che oggi trionfano essendo usciti dalla mischia apparentemente vittoriosi, essi non hanno certo ricevuto, come me, la visita d’intere famiglie, e di bambini, e di uomini fatti, e di vecchi che venivano a raccomandarmi o i loro padri, o i loro figli, o i loro fratelli rinchiusi nei campi di concentramento dietro una siepe di ferro spinato e condannati a morte. Sì, signori del tribunale, erano condannati a morte. Io non possedevo certo alcun potere, tuttavia era da me che venivano. No, non possedevo alcun potere, ma potevo scrivere, potevo telegrafare, però. E allora scrivevo e telegrafavo. Scrivevo a Hitler e a Terboven. Né sdegnai di seguir vie traverse. Mi rivolsi infatti persino a un tale, il cui nome credo che fosse Müller, che aveva fama di saper influire sul potere costituito. Ho motivo di credere che debba esistere in qualche luogo una specie di archivio dove si trovan raccolte tutte quelle lettere e i telegrammi. E furono veramente tanti!<br />
“«Tutto il giorno telegrafavo e, in caso d&#8217;urgenza, telegrafavo anche la notte. Si trattava della vita e della morte per i miei compatrioti. Mi riuscì d&#8217;ottenere che la moglie del mio fattore trasmettesse, per telefono, all&#8217;ufficio postale i miei telegrammi, visto che, a cagion dell&#8217;udito, io non avrei potuto farlo. Ma furon per l&#8217;appunto codesti telegrammi a render sospettosi i tedeschi nei miei riguardi, mi consideravano una specie di mediatore; un mediatore piuttosto infido, un mediatore che doveva esser tenuto d&#8217;occhio. E andò a finire che lo stesso Hitler rigettava le mie istanze. Mi si spiegò che ne era affatto stufo e mi si rimandò a Terboven. Ma Terboven non si dette la pena di rispondermi nemmeno una volta. Sino a che punto i miei telegrammi fossero di qualche aiuto non lo so; come pure non so fino a che punto impressionassero i miei concittadini gli articoletti che inviavo ai giornali. Penso però che in luogo di svolgere la mia attività, forse del tutto vana, inviando lettere, articoli e telegrammi, avrei meglio provveduto ai casi miei mettendo al riparo la mia stessa persona. Avrei ben potuto fuggirmene in Svezia, come si fece da tanti altri. Non mi sarei certo smarrito, colà: vi avevo molti amici, vi si trovavano i miei grandi e potenti editori. Senza poi contare che avrei anche potuto trovare il verso di sgattaiolarmela in Inghilterra, come si faceva da molti altri. I quali si son poi visti tornare, in aria d&#8217;eroi, pel fatto che avevano abbandonato il loro paese, pel fatto che se ne erano scappati. Io non feci nulla di tutto ciò; io non mi mossi. Una simile fuga non mi sarebbe mai venuta in mente. Credetti di poter servire assai meglio il mio paese restando dov&#8217;ero. Avrei, per esempio, potuto occuparmi della mia terra nei limiti delle mie capacità. Eran tempi di penuria e la nazione mancava di tutto. Avrei inoltre potuto impiegare la mia penna per quella Norvegia che doveva avere un posto tanto eminente fra i paesi germanici europei. Codesto pensiero, nei primi tempi, mi aveva affascinato, mi aveva entusiasmato, mi possedeva del tutto. Non saprei dire se, in tutto quel tempo del mio sequestro in casa, codesto pensiero mi avesse abbandonato; comunque mi pareva un pensiero grande per la mia Norvegia; e, a dir vero, anche oggi mi pare tale. E mi pareva che, per quell&#8217;idea, valesse la pena di faticare, di lottare. Pensate: la Norvegia del tutto indipendente, rilucente di luce propria nell&#8217;estremo nord dell&#8217;Europa! E quanto al popolo tedesco, come pure al popolo russo, io li vedevo come astri rilucenti. Codeste due potenti nazioni mi possedevano, e pensavo che esse non avrebbero deluso le mie speranze!<br />
&#8220;«Sennonché, ciò che feci non mi andò bene; proprio non mi andò bene. Presto mi trovai del tutto disorientato; e il momento del mio maggior disorientamento fu quando il re, con tutto il governo, di loro spontanea iniziativa, abbandonarono il paese. In quel modo misero se stessi fuori causa. Quando ebbi notizia di un tal fatto, mi parve che la terra mi si aprisse sotto i piedi. Mi trovavo come sospeso tra cielo e terra; non vedevo nulla di saldo su cui appoggiarmi, e me rimasi lì a scrivere, a telegrafare, a meditare. Il mio stato spirituale, in quel tempo, non fu che meditazione. E su tutto meditavo. Così facendo potevo ricordare a me stesso che l&#8217;orgogliosa rinomanza, già posseduta dalla Norvegia, aveva attraversato tutta la Germania germanica, diventando grande in tutto il mondo. E non credo affatto di aver avuto torto a pensar queste cose; ma fu ritenuto un errore. Sì, anche questo fu ritenuto un errore. Eppure era una verità palmare nella nostra nuova storia. Tuttavia la mia azione non raggiunse la meta che s&#8217;era prefissa, anzi, fu dato a credere al cuore di tutti che io me ne stessi lì a tradir la Norvegia, quella stessa Norvegia che, viceversa, mi studiavo d&#8217;innalzare. Sì, ch&#8217;io stessi a tradirla. Ebbene, la vada pure così; ricada pure su di me tutto ciò che il cuore di tutto il mondo mi vuole imputare. È questa la mia perdita, e debbo subirla. Tanto, fra cento anni, tutto sarà dimenticato. Fra cento anni anche quest&#8217;onorevole tribunale sarà caduto nel nulla. Tutti i nomi di tutte le persone qui presenti saranno cassati dalla terra, fra cento anni! Nessuno sarà più ricordato, nessuno sarà più nominato, fra cento anni! E tutto il nostro destino sarà cancellato dalla terra!<br />
&#8220;«Quando passavo i miei giorni a scrivere, facendo del mio meglio per salvar dalla morte i miei concittadini, non facevo dunque nient&#8217;altro che tradire il mio paese? Già, questo è quel che si dice. Si dice ch&#8217;ero un traditore della patria. Va bene. Vada pure così. Ma io non la sentivo così, non la concepivo così. E non la sento e non la concepisco così nemmeno adesso. Nell&#8217;anima mia regna la pace; la mia coscienza è tranquilla.<br />
&#8220;«Tengo in alta considerazione il parere della generalità; anche più in alto tengo il rispetto per l&#8217;autorità giudiziaria del mio paese: ma non più in alto della mia coscienza del bene e del male, di ciò ch&#8217;è giusto e di ciò ch&#8217;è ingiusto. Credo d&#8217;essere abbastanza vecchio per aver diritto di possedere una linea di condotta. Questa è la mia.<br />
&#8220;«Nella mia ormai troppo lunga vita, in tutti i paesi dove ho viaggiato, fra tutte le razze con cui mi son mescolato, ho sempre ed eternamente portato nel cuore il mio paese natale e l&#8217;ho affermato. La mia patria intendo conservarla là dove si trova e nell&#8217;anima mia. E non mi resta che attendere la vostra definitiva sentenza.<br />
&#8220;«Dopo di che, tengo a ringraziare quest&#8217;onorevole tribunale per avermi pazientemente ascoltato.<br />
&#8220;«Non eran che queste poche e semplici cose che desideravo rappresentare a questo onorevole tribunale, in sede di dichiarazione, affinché non sembri, nel corso del dibattimento, ch&#8217;io sembri altrettanto muto quanto sordo. Non ho minimamente voluto pronunziare un&#8217;arringa in mia difesa; se, viceversa, il mio discorso può esser apparso tale, ciò è dipeso dal fatto che ho dovuto rappresentare alcune circostanze da tutti ignorate. No, non ho inteso far la mia difesa, tanto è vero che avrei potuto convalidare il mio assunto mediante le deposizioni di alcuni testimoni e me ne sono astenuto. E nemmeno ho accennato a tutta la documentazione che potrei mettere a disposizione dell&#8217;onorevole tribunale.<br />
&#8220;«Tutto ciò può aspettare; può essere rinviato ad altra volta, forse a una migliore occasione, forse a un altro tribunale. Il suo giorno verrà. E potrebb&#8217;essere anche domani. Io posso attendere: ho tanto tempo davanti a me. Che sia morto o che sia vivo, questo non può avere alcuna importanza. È assolutamente indifferente per l&#8217;intero mondo come vada a finire un singolo individuo. Il quale, in questo caso sono io. Ed io, come ho detto, posso aspettare. Troverò bene qualche cosa da fare.<br />
&#8220;Dopo il mio discorso, fu la volta del pubblico ministero. Dopo di lui toccò al mio difensore d&#8217;ufficio. E intanto io, ancora per ore e ore, dovetti starmene là senza affatto capire ciò che andava accadendo. Alla fine l&#8217;onorevole tribunale mi pose delle domande scritte a cui risposi verbalmente.<br />
&#8220;E così se ne passò quella memoranda giornata; poi fu sera e venne il buio. Era finita.&#8221;</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=9788870910582" target="_blank"><img class="size-medium wp-image-2036 alignright" style="margin: 10px;" title="processo-a-hamsun" src="../wp-content/processo-a-hamsun-143x300.jpg" alt="" width="143" height="300" /></a>Abbiamo sostenuto, nel nostro precedente articolo, di non voler cadere nell&#8217;atteggiamento dello scrittore svedese Per Olov Enquist (nato nel 1934), nel suo libro <a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=9788870910582" target="_blank"><em>Processo a <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a></span></em></a> (traduzione italiana Milano, Iperborea, 1996), il quale finisce per impancarsi a giudice di un autoproclamato tribunale della cultura e per trattare <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a></span> &#8211; artista tanto più grande di lui &#8211; come l&#8217;imputato di un secondo e definitivo processo, quello ideale. Peggio, Enquist ha finito per indossare i panni dello psichiatra (proprio il tipo di giudice che <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a></span> aveva sdegnosamente rifiutato), sentenziando che il peccato capitale del grande scrittore era stato l&#8217;orgoglio e che, per aver voluto guardare troppo lontano, egli non aveva voluto abbassare lo sguardo sulla realtà più vicina e immediata. Secondo lo scrittore svedese, <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a></span> non vide &#8211; o, per dir meglio, non volle vedere &#8211; le camere a gas e tutto il resto, perché aveva lo sguardo puntato troppo in alto. Una sorta di presbiopia ideologica e spirituale, insomma. Peccato che una tale sentenza, o meglio, che una tale diagnosi clinica, pecchi terribilmente di anacronismo, in quanto si riduce a un misero senno del poi.</p>
<p style="text-align: justify;">Quanti Norvegesi, quanti Europei, nel 1939-45, non videro o non vollero vedere le fosse di Katyn, ove i carnefici di Stalin gettarono migliaia e migliaia di ufficiali polacchi, fucilati dopo l&#8217;invasione russo-tedesca del 1939 e dopo la resa dell&#8217;esercito polacco; come non vollero vedere lo sterminio dei kulaki, i gulag della Siberia e dell&#8217;Estremo Oriente, l&#8217;assassinio di Trotzkij nel Messico neutrale? Quanti Inglesi non vollero vedere le bombe incendiarie che distrussero Dresda, quanti Americani non vollero vedere le atomiche di Hiroshima e Nagasaki; o, peggio, le giustificarono a cuor leggero, credendo alla storiella della necessità militare &#8220;per risparmiare vite umane&#8221;? Quanti Iugoslavi non vollero sapere delle stragi in massa dei cetnici e degli ustascia; quanti Italiani non vollero nemmeno sentir parlare delle foibe e del dramma dei profughi giuliani? C&#8217;è bisogno di ricordare che questi ultimi, costretti a fuggire, da un giorno all&#8217;altro, da Pola, da Fiume, da Zara, senza nulla poter portare con sé, furono accolti con indifferenza o con fastidio dai loro compatrioti, presso i quali avevano cercato accoglienza; e che si videro lungamente relegati nei campi profughi, come dei lebbrosi? Che alcuni oratori del Partito Comunista Italiano, nel corso di pubblici comizi, li paragonarono &#8211; con irridente gioco di parole &#8211; ai membri della banda del delinquente Giuliano, che in quegli anni insanguinava le contrade della Sicilia?</p>
<p style="text-align: justify;">Da parte nostra, non cercheremo né di accusare <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Knut Hamsun</a></span>, né di difenderlo; piuttosto di capirlo, <em>sine ira et studio</em>, e di trarre una morale alla sua emblematica vicenda.</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=8845916367" target="_blank"><img class="alignleft" style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="../immagini/knuthamsunpan.bmp" border="0" alt="Knut Hamsun, Pan" width="95" height="150" /></a>Ci pare che nemmeno Anton Reininger, nella sua Introduzione alla edizione italiana del capolavoro di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a></span>, <a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=8845916367" target="_blank"><em>Pan</em></a> ( Milano, Mondadori, 1981, pp. 11-12), sia riuscito a sottrarsi alla logica del giudice, là dove ha scritto:</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Quasi novantenne scrive il suo ultimo libro, <a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=9788881120079" target="_blank"><em>Per i sentieri dove cresce l’erba</em></a>, la commovente testimonianza di una vecchiaia umiliata dalla storia. Ma anche adesso, parimenti ai suoi eroi, <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a></span> rifiuta di assumersi la propria responsabilità. Chi si sa al servizio della vita non può riconoscere le categorie politiche e storiche, sentite quali sovrastrutture di importanza secondaria.<br />
“Combattendo le proprie inclinazioni anarchiche e desiderando superare le proprie lacerazioni di intellettuale fluttuante fra le classi sociali, ma in ogni caso antiborghese, <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a></span> si era infine rifugiato nelle semplificazioni di una <em>Weltanschauung</em> che con gli anni si allontanava sempre di più dalla realtà sociale e ai suoi sviluppi effettivi, per sostituirle la fantasmagoria di un’utopia regressiva”.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma come si può dire, onestamente, che <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a></span> rifiutò la propria responsabilità? È vero piuttosto il contrario. Non cercò scusanti; non chiamò testimoni a discarico (anche se avrebbe potuto); non volle neanche nominare un avvocato difensore, tanto che gli venne assegnato un avvocato d&#8217;ufficio. Disse che non pensava di aver agito da traditore verso il proprio Paese e che, se si fosse trovato nuovamente nella stessa situazione, avrebbe agito nello stesso modo. Dunque si assunse la sua responsabilità, tutta intera. Oppure l&#8217;espressione &#8220;<span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a></span> rifiuta di assumersi la propria responsabilità&#8221; significa che egli rifiutò di riconoscere che aveva avuto torto, che si era completamente sbagliato? Forse sbagliò a rimanere in Norvegia sotto l&#8217;occupazione tedesca; forse sbagliò a non fuggire nella vicina Svezia neutrale o, addirittura, in Gran Bretagna, come avevano fatto il re e il governo (ma anche questo è dubbio; e noi Italiani ne sappiamo qualche cosa, di simili fughe delle teste coronate, mentre il Paese viene invaso e l&#8217;esercito abbandonato a se stesso). Forse sbagliò a credere in Quisling e in Hitler; a illudersi che la sua Patria, nel nuovo ordine europeo instaurato dal nazismo, avrebbe ottenuto di svolgere &#8220;un ruolo eminente&#8221;. A lui, che odiava la Gran Bretagna e che odiava lo spirito borghese, pareva che solo dalla Germania sarebbe venuta alla Norvegia una indipendenza vera, degna del suo grande passato; una indipendenza fiera, per gli eredi dei Vichinghi; non una semi-indipendenza, in un mondo materialista e venale, dominato dalle plutocrazie di Londra e Washington.</p>
<p style="text-align: justify;">Il fatto è che furono in molti a sbagliare, in quegli anni oscuri; anche fra coloro che, nel 1945, si vennero a trovare dalla parte &#8220;giusta&#8221;, ossia da quella dei vincitori. <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a></span> rivendicò, con orgoglio, di essersi appellato al tribunale della propria coscienza, e di ritenerlo superiore sia alla patria, sia alla corte che lo stava giudicando.</p>
<p style="text-align: justify;">Decine di Norvegesi, durante e dopo il processo, si recarono alla casa di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a></span> e gli gettarono in giardino le copie dei suoi libri, come supremo gesto di ripulsa. Non sappiamo se andarono a trovarlo anche i parenti delle persone arrestate dai Tedeschi al tempo dell&#8217;occupazione e che lo avevano scongiurato di adoperarsi per la salvezza dei loro cari; cosa che egli sempre aveva fatto.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma così va il mondo. Quando cade un regime sgradito, ciascuno vorrebbe lavarsi la coscienza proiettando ogni male, ogni responsabilità sull&#8217;altro, in modo da far maggiormente risaltare la propria limpidezza morale. È un gioco vecchio come il mondo: il <em>vae victis!</em>, «guai ai vinti!», degli antichi Romani. I vinti devono sopportare anche il peso del disprezzo che i vincitori nutrono inconsciamente per una parte di sé stessi: perché in una guerra non vi sono innocenti, e meno che mai in una guerra civile. Come scrisse <a title="Cesare Pavese" href="http://www.libriefilm.com/category/autori/cesare-pavese">Cesare Pavese</a>, il sangue del fratello ucciso pone sempre una domanda ineludibile, una muta domanda che attende un perché. Prova ne sia che, fino a pochissimi anni fa (e, in certi ambienti, ancora oggi), era assolutamente proibito definire gli eventi italiani del 1943-1945 come una guerra civile. No, si diceva, era stata una guerra di liberazione contro lo straniero occupante e contro pochi suoi prezzolati vassalli; una guerra in cui la stragrande maggioranza del popolo italiano aveva scelto nettamente da che parte stare: da quella della libertà e della giustizia. Ora, finalmente, si ammette &#8211; senza con questo rimuovere le nobili motivazioni di quanti combatterono realmente per ragioni ideali &#8211; che fu proprio una guerra civile, una guerra di Italiani contro altri Italiani, di fratelli contro fratelli. Ed è ancora oggi difficile parlare di alcune pagine oscure di essa &#8211; le stragi di fascisti o presunti fascisti dopo il 25 aprile del 1945; la tragedia degli infoibati della Venezia Giulia -, perché ancora oggi, a oltre sessant&#8217;anni di distanza, c&#8217;è qualcuno che vorrebbe seppellirle nell&#8217;oblio. E c&#8217;è ancora chi vorrebbe mettere tutti coloro che combatterono dalla parte che, poi, è stata perdente, in un unico fascio di riprovazione morale, come se fossero stati, tutti indistintamente, dei criminali e dei miserabili. E per convincersi che non è stato così, basta leggere le lettere di alcuni condannati a morte dai plotoni d&#8217;esecuzione partigiani, dopo la fine delle ostilità. Vi sono, ad esempio, alcune lettere di ausiliarie della Repubblica Sociale Italiana, ragazze giovanissime che furono uccise (contro le leggi di guerra) solo per la divisa che indossavano, che rivelano un alto sentire etico e un vivissimo amor di Patria. Alcune sono contenute nei libri di Gianpaolo Pansa che, a loro volta, sono stati accolti da un coro di insulti e di critiche, non tutte in buona fede, per il semplice fatto che alcuni vorrebbero che la memoria funzioni a senso unico: che preservi, cioè, solo il ricordo di alcune cose, ma non di altre.</p>
<p style="text-align: justify;">Allo stesso modo, solo da pochi anni a questa parte si comincia a parlare apertamente, e a fare delle serie ricerche storiche, intorno ai bombardamenti anglo-americani che sconvolsero le città italiane (per non parlare di quelle tedesche!) durante la seconda guerra mondiale. Prima, non si poteva. Gli Anglo-Americani erano i buoni, i liberatori: quelli che gettavano pane e sigarette dall&#8217;alto dei loro carri armati, mano a mano che avanzavano lungo le strade della Penisola. Sarebbe stata una bella ingratitudine, quella di permettersi di criticarli. Perciò si è taciuto, troppo a lungo, anche davanti all&#8217;evidenza: e cioè che quei bombardamenti furono diretti, intenzionalmente, non contro l&#8217;industria di guerra o contro il sistema dei trasporti, ma principalmente contro la popolazione civile, allo scopo di terrorizzarla e demoralizzarla il più possibile, per spingerla a chiedere la resa e risparmiare agli Alleati preziose vite umane. E allora tanto peggio per quelle città, piene zeppe di vecchi, donne e bambini; di profughi dalle zone invase o minacciate; di sfollati, senza più beni e mezzi di sostentamento. E chi parla più di Zara, rasa al suolo dall&#8217;aviazione anglo-americana fin dal 1943, per nessun&#8217;altra ragione strategica se non quella di prepararne la cessione alla Jugoslavia comunista del maresciallo Tito?</p>
<p style="text-align: justify;">Ma torniamo ad <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a></span>. Egli non era un politico, perciò sarebbe sbagliato collocare il suo dramma finale su di un piano squisitamente politico. È probabile che di politica ci capisse poco o niente. Era un poeta che amava la terra, la natura, l&#8217;anima delle cose; e, fra gli tutti i generi di coloro che siamo soliti riunire nella generica categoria degli intellettuali, il poeta è quello che meno di tutti può essere accusato d&#8217;incomprensione della politica. Sì, è vero: lo sguardo di un poeta &#8211; di qualsiasi vero poeta &#8211; è rivolto verso l&#8217;alto; e, per questo, può succedere che egli non sappia vedere bene le cose che gli stanno più vicino &#8211; non dal punto di vista pratico e immediato, quantomeno. È giusto incolparlo di ciò?</p>
<p style="text-align: justify;">Ma, si dirà, anche il poeta è un uomo; e, come uomo, anche il poeta deve rispondere delle sue scelte, dei suoi atti. Dei suoi atti, come si è visto, <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a></span> non ebbe motivo di vergognarsi; e non ci fu nessuno che poté incolparlo di qualcosa. Delle sue scelte, forse sbagliate, si assunse la piena ed intera responsabilità. Cercò di fare il bene del proprio Paese, in un&#8217;Europa ove i piccoli Stati dovevano fare buon viso al gioco spietato delle grandi potenze. Si ricordi quel che accadde alla Finlandia, che avrebbe chiesto solo di rimanersene in pace e in disparte, ma venne ugualmente attaccata ed invasa, nel 1939, dall&#8217;Unione Sovietica di Stalin. E che poi, per cercar di riprendersi le province perdute e per tutelare la propria indipendenza, si schierò con la <em>Wehrmacht</em> all&#8217;epoca dell&#8217;Operazione Barbarossa, nel 1941. Erano dunque dei nazisti, i Finlandesi? Niente affatto; erano semplicemente dei patrioti, costretti a lottare contro la prepotenza degli stati più forti.</p>
<p style="text-align: justify;">Nessuno, poi, ricorda l&#8217;invasione dell&#8217;Islanda da parte dei Britannici; anzi, si vorrebbe adoperare un termine diverso da quello di &#8220;invasione&#8221;: si trattava di prevenire uno sbarco dei Tedeschi che, a loro volta, avevano invaso la Danimarca nel 1940. I Britannici, si sa, sono i &#8220;buoni&#8221;; quando invadono un Paese, lo fanno sempre per il suo bene e non nel loro interesse. Basti pensare al simpatico termine di &#8220;Alleati&#8221; che essi e gli Americani si sono attribuiti, e con il quale gli storici di tutto il mondo continuano a indicarli, parlando della seconda guerra mondiale. Già, &#8220;Alleati&#8221;: ma alleati di chi, e perché? Alleati fra di loro? Ma allora perché non designare con il termine di &#8220;Alleati&#8221;, così amichevole e rassicurante, anche gli Italo-Tedeschi, che combatterono fianco a fianco, dall&#8217;Africa alla Russia, fra il 1940 e il 1943? Oppure gli Anglo-Americani sono denominati &#8220;Alleati&#8221; per il fatto che erano alleati del mondo libero, contro le forze del male rappresentate dal Tripartito? Se è così, bisognerebbe spiegare cosa ci faceva uno come Stalin al loro fianco, nel ruolo, appunto, di alleato numero uno; a meno che si voglia sostenere che Stalin era un campione del mondo libero.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo, e non altro, è il contesto in cui <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Knut Hamsun</a></span>, come i suoi connazionali, si trovò a dover fare delle scelte. Il mondo della politica così com&#8217;era (e com&#8217;è), e non come qualcuno vorrebbe che fosse stato (o che fosse), per dirla con Machiavelli. Egli, perciò, decise di scegliere quello che, allora, gli parve il male minore. Non il bene: il male minore. Nessuna guerra porta il bene, in nessuna guerra trionfa il bene; ogni guerra è il male, per definizione. C&#8217;è soltanto il presidente americano Bush che si ostina ad affermare, ancor oggi, che le guerre portano libertà, democrazia e progresso Ma è molto probabile che lui sia il primo a non crederci affatto. Gli esseri umani vivono nel mondo del possibile; e il raggio di ciò che è possibile è determinato dalla misura della loro imperfezione. È giusto che essi aspirino alla giustizia e alla felicità; ma al mondo ci saranno sempre i poveri, ci saranno sempre le ingiustizie: perché la natura umana è quella che è, ossia imperfetta. Anche per questo, i poeti sono preziosi e necessari. Perché, al di là e al di sopra delle miserie umane, sanno rivolgere lo sguardo sempre in alto.</p>
<p style="text-align: justify;">Perfino durante il suo lungo internamento, <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Knut Hamsun</a></span> continuava a guardare con amore la natura fuori dalla sua finestra; e si commuoveva alla semplice bellezza di un pioppo e di un abete nano, che crescevano nel giardino sottostante. Sì: hanno lo sguardo rivolto in alto, i poeti. Dobbiamo esser loro grati perché, con quello sguardo, essi colgono una scintilla di luce divina anche per noi, che restiamo immersi nelle dense tenebre del contingente e del relativo; e ci spalancano davanti, come un dono ineffabile, uno squarcio fuggevole dell&#8217;assoluto e dell&#8217;eterno.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/io-traditore-il-testamento-spirituale-di-knut-hamsu.html' addthis:title='«Io, traditore»: il testamento spirituale di Knut Hamsun ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Céline in Italia</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Jan 2000 13:40:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele Fabbri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Recensione del saggio di Maurizio Makovec sulla fortuna letteraria di Céline in Italia]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/celineinitalia.html' addthis:title='Céline in Italia '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/letteratura48x48.png" width="48" height="48" alt="" title="Letteratura" /><br/><p align="justify">Maurizio Makovec ha pubblicato un bel libro sulla fortuna letteraria di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/louis-ferdinand-celine" target="_blank">Céline</a></span> in Italia. Il volume, introdotto da una illuminante prefazione di Alain de Benoist, è diviso in due parti: la prima parte è dedicata alla critica e alle interpretazioni di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/louis-ferdinand-celine" target="_blank">Céline</a></span> nella cultura italiana, la seconda parte passa in rassegna le traduzioni italiane delle opere di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/louis-ferdinand-celine" target="_blank">Céline</a></span>.</p>
<p align="justify">
<p align="justify">La critica italiana si accorge presto del fenomeno <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/louis-ferdinand-celine" target="_blank">Céline</a></span>, e già nel 1933, a un anno dalla pubblicazione del <a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=8879720171"><em>Voyage au bout de la nuit</em></a>, si leggono sulle riviste italiane le prime considerazioni su quest’autore, sebbene talvolta superficiali e fuorvianti (Guglielmo Serafini vede nel romanzo una «letteratura di propaganda proletaria»!). Più acutamente, altri critici vedono nel <a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=8879720171"><em>Voyage</em></a> una potente descrizione della condizione esasperata dell’uomo moderno, e, comunque, il dato importante è che <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/louis-ferdinand-celine" target="_blank">Céline</a></span> negli anni ’30 viene letto da nomi che saranno decisivi nella letteratura italiana del <a href="http://www.centrostudilaruna.it/storiacontemporanea.html">XX° secolo</a>: Bigongiari, Luzi, Betocchi, Bonsanti. Nel dopoguerra non ci sono significativi interventi in Italia riguardanti <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/louis-ferdinand-celine" target="_blank">Céline</a></span>, fino a quando, nel 1964, esce <a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=8811685613"><em>Morte a credito</em></a>, tradotto dal poeta Giorgio Caproni, con un saggio introduttivo del prestigioso critico Carlo Bo. Il libro, introdotto in Italia da questi due nomi autorevoli conosce un buon successo di pubblico e di critica, di conseguenza l’editoria italiana è indotta a pubblicare le traduzioni di altre opere, che continuano a destare un vivace interesse da parte di intellettuali come <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/guido-ceronetti">Guido Ceronetti</a></span>, Giovanni Giudici, Giovanni Raboni. Nel 1981 compare la traduzione di <em>Bagattelle per un massacro</em>, ad opera di Giancarlo Pontiggia. La pubblicazione di questo <em>pamphlet </em>antisemita, scatena, ovviamente, molte polemiche, e dalla cultura progressista militante si levano lamentazioni rituali fra le quali si segnala quella della poetessa Bianca Maria Frabotta, che scrive: «il famosissimo protagonista del <a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=8879720171"><em>Voyage</em></a> è il coglione che scrive <em>Bagatelles</em>, e se qualcosa è cambiato è solo il rapporto tra autore e protagonista». In ogni caso i critici più intelligenti, come Ernesto Ferrero e Giovanni Raboni, colgono il valore dell’opera, che è caratterizzata da una notevole <em>vis polemica</em>, ed ha una fondamentale importanza documentaria. Importantissima, poi, è la traduzione del <a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=8879720171"><em>Voyage</em></a> di Ernesto Ferrero, del 1992: questa versione, accolta con favore dai lettori, consacra definitivamente <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/louis-ferdinand-celine" target="_blank">Céline</a></span> presso il grande pubblico.</p>
<p align="justify">
<p align="justify"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=8879720171" target="_blank"><img class="alignleft" style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/viaggioalterminedellanotte.bmp" border="0" alt="Louis-Ferdinand Céline, Viaggio al termine della notte" width="95" height="141" align="left" /></a> Nella seconda parte del libro, Makovec passa in rassegna le traduzioni delle opere di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/louis-ferdinand-celine" target="_blank">Céline</a></span>, mettendo a confronto i tentativi dei vari autori che si sono cimentati in quest’impresa. Com’è noto, il linguaggio di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/louis-ferdinand-celine" target="_blank">Céline</a></span> ha uno spiccato carattere popolare, è infarcito di parole che provengono dall’<em>argot</em>, il gergo dei bassifondi parigini, e spesso riproduce il parlato di persone incolte. Forse per questo particolare impasto linguistico, nonché per lo struggente lirismo di tante sue pagine, <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/louis-ferdinand-celine" target="_blank">Céline</a></span>, come si è visto, ha attratto l’interesse di importanti poeti italiani. Secondo Makovec, i traduttori che hanno saputo rendere meglio <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/louis-ferdinand-celine" target="_blank">Céline</a></span> in italiano sono Ernesto Ferrero, Giorgio Caproni, Giovanni Raboni, Gianni Celati, Giuseppe Guglielmi. Naturalmente il gusto dei lettori cambia attraverso il tempo, e un linguaggio particolarmente vivace come quello di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/louis-ferdinand-celine" target="_blank">Céline</a></span>, avrebbe bisogno di costanti aggiornamenti nella traduzione. Makovec rileva inoltre come spesso i traduttori facciano ricorso a termini dialettali italiani per tradurre l’<em>argot</em>, ed essendo molti di questi traduttori di area padana, una parte di pubblico italiano non è sempre in grado di capire tutti i termini utilizzati. Makovec in questa parte del libro mette a confronto lo stesso brano in due traduzioni diverse, evidenziando differenze talvolta sorprendenti fra traduzioni «brutte ma fedeli» e traduzioni «belle e infedeli». Senza nulla togliere al libro di Makovec, ci sembra opportuno rilevare una imprecisione nella rassegna delle opere tradotte in italiano: Makovec afferma che non è mai stato tradotto il <em>pamphlet </em>antisemita <em>L’école des cadavres</em>. In realtà è esistita una traduzione italiana che però non è più in commercio (<span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/louis-ferdinand-celine" target="_blank">Céline</a></span>, <em>La Scuola dei cadaveri</em>, Soleil, S. Lucia di Piave, 1997).</p>
<p align="justify">
<p align="justify"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=8811685613" target="_blank"><img class="alignright" style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/morteacredito.bmp" border="0" alt="Louis-Ferdinand Céline, Morte a credito" width="95" height="148" align="right" /></a> In conclusione il libro di Makovec è un ottimo punto di partenza per i lettori italiani che vogliono approfondire la conoscenza di uno straordinario e controverso autore che, piaccia o meno, è stato indubbiamente uno dei grandi veggenti del <a href="http://www.centrostudilaruna.it/storiacontemporanea.html">XX° secolo</a>.</p>
<p align="justify">
<p align="justify"><strong>* * *</strong></p>
<p align="justify">
<p align="justify">Maurizio Makovec, <em><span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/louis-ferdinand-celine" target="_blank">Céline</a></span> in Italia. Traduzioni e interpretazioni</em>, Edizioni Settimo Sigillo, Roma 2005, pp.240, euro 20,00.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/celineinitalia.html' addthis:title='Céline in Italia ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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