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	<title>Centro Studi La Runa &#187; Bucarest</title>
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	<description>Archivio di storia, tradizione, letteratura, filosofia</description>
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		<title>Mircea Eliade, il genio</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Dec 2011 09:48:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Franco Volpi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli su Mircea Eliade]]></category>
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		<description><![CDATA[Retrospettiva sulla vita e l'opera di Mircea Eliade, pubblicata in occasione del centenario della nascita dello scrittore e storico delle religioni rumeno.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/mircea-eliade-il-genio.html' addthis:title='Mircea Eliade, il genio '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/eliade48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Mircea Eliade" /><br/><p style="text-align: justify;"><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/mircea-eliade/" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-9088" style="margin: 10px;" title="eliade" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/eliade3.jpg" alt="" width="210" height="285" /></a>Il 13 marzo di cent&#8217;anni fa nasceva a Bucarest <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/mircea-eliade/">Mircea Eliade</a></span>. Fin dall&#8217;infanzia i genitori spostano il compleanno al 9 marzo. Al suo nome di battesimo non corrispondeva infatti alcun patrono nel calendario ortodosso, sicché la famiglia decise di festeggiare il giorno 9, che non era consacrato a nessun santo particolare bensì ai Quaranta Martiri uccisi a Sebaste durante le persecuzioni di Luciano.</p>
<p style="text-align: justify;">Studioso del mito e delle <a title="religioni" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione/">religioni</a>, esperto di yoga e sciamanesimo, di occultismo ed esoterismo, romanziere fecondo, saggista dall&#8217;erudizione prodigiosa e a suo agio in otto lingue, <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/mircea-eliade/">Eliade</a></span> è stato tra le intelligenze più acute e versatili del Novecento. Ma l&#8217;intelligenza è un dono di dèi invidiosi, un dono avvelenato: il confine che la separa dall&#8217;ottusità è mobile.</p>
<p style="text-align: justify;">«Che uomo straordinario sono!», annota il trentaquattrenne intellettuale nel suo <em>Jurnalul din Portugalia</em>, l&#8217;inedito diario dei cinque anni, dal 1941 al 1945, trascorsi come consigliere culturale all&#8217;ambasciata rumena di Lisbona (in Italia sarà pubblicato da Bollati Boringhieri). Il giovane Eliade, all&#8217;epoca ancora sconosciuto al grande pubblico europeo, passa parte delle sue giornate a rileggere alcune sue pagine e si paragona ai grandi della <a title="letteratura" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/letteratura/">letteratura</a>: «La mia capacità di comprendere e percepire tutto ciò che appartiene alla sfera culturale è illimitata … Comunque sia, i miei orizzonti intellettuali sono più vasti di quelli di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/johann-wolfgang-goethe" target="_blank">Goethe</a></span>». Il 15 luglio 1943 annota con ineffabile disinvoltura: «Mi rendo conto che dopo Eminescu [il poeta nazionale rumeno], la nostra razza non ha mai più conosciuto una personalità tanto (&#8230;) potente e tanto dotata quanto la mia».</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/diario-portoghese/6197" target="_blank"><img class="alignleft size-medium wp-image-9087" style="margin: 10px;" title="diario-portoghese" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/diario-portoghese1-196x300.jpg" alt="" width="196" height="300" /></a>I diari integrali saranno desecretati solo nel 2018, ma tutto fa pensare che l&#8217;autocritica non appartenesse al pur vastissimo repertorio di Eliade. Né che egli sia mai guarito dalla megalomania di cui evidentemente andava affetto. A quattordici anni aveva già pubblicato il suo primo racconto: <em>Come ho scoperto la pietra filosofale</em>. In un successivo <em>Romanzo dell&#8217;adolescente miope</em> (1923) elabora la quasi umiliante scoperta della propria sessualità. Qualche anno dopo, in <em>Gaudeamus</em> (1928), entrano in scena la femminilità e l&#8217;amore, e per converso il concetto di «virilità», mutuato dall&#8217;adorato Papini, autore di <em>Maschilità</em>. Il suo io è superalimentato dall&#8217;ambizione e da una «<a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione/">religione</a> della volontà» fatta di astinenza e disciplina (dormiva cinque ore per non sottrarre tempo allo studio).</p>
<p style="text-align: justify;">Iscrittosi nel 1925 a Lettere e Filosofia dell&#8217;università di Bucarest, emerge come leader della giovane «Generazione», un gruppo di intellettuali anticonformisti che aspira a rinnovare la tradizione rumena. Tra gli altri «latini d&#8217;Oriente» ci sono <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/emil-cioran">Cioran</a></span> (che nel 1986 gli dedicherà uno dei suoi superbi <em>Exercises d&#8217;admiration</em>), Ionesco, Costantin Noica e Mihail Sebastian, un ebreo a lui molto caro.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1927 e 1928 visita l&#8217;Italia, avendo alle spalle una serie di letture rapaci che mettono le ali alla sua passione per nostra cultura (documentata esaurientemente da Roberto Scagno per Jaca Book). Su tutti Papini ed <a title="Evola" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/julius-evola/">Evola</a>, a proposito del quale scriverà un testo, <em>Il fatto magico</em>, andato perduto. Dopo la laurea su <em>La filosofia italiana da Marsilio Ficino a <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/giordano-bruno" target="_blank">Giordano Bruno</a></span></em>, alla fine del 1928, parte alla volta dell&#8217;India per studiare la filosofia orientale con Surendranath Dasgupta. Vi rimane fino al dicembre del 1931, imparando il sanscrito e raccogliendo materiali, conoscenze ed esperienze che lo segnano profondamente. C´è anche una storia d&#8217;amore con Maitreyi, la figlia di Dasgupta, nella cui casa a Calcutta era andato ad abitare. La ragazza è la protagonista dell&#8217;omonimo romanzo, che Eliade pubblica in Romania nel 1933. Sarà un grande successo, che trasfigura Maitreyi in un <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">simbolo</a> dell&#8217;immaginario rumeno.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/yoga-saggio-sulle-origini-della-mistica-indiana/4918" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-9089" style="margin: 10px;" title="yoga-saggio-sulle-origini-della-mistica-indiana" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/yoga-saggio-sulle-origini-della-mistica-indiana.jpg" alt="" width="200" height="294" /></a>Incrinatisi i rapporti con Dasgupta, viaggia nellHimalaya occidentale soggiornando nell&#8217;<em>ashram</em> di Shivananda e facendosi iniziare allo yoga. Nel contempo lavora alla tesi di dottorato, che discute a Bucarest nel ‘33 e pubblica a Parigi nel ‘36 con il titolo <a title="Yoga. Saggio sulle origini della mistica indiana" href="http://www.libriefilm.com/yoga-saggio-sulle-origini-della-mistica-indiana/4918" target="_blank"><em>Yoga, saggio sulle origini della mistica indiana</em></a>. Un libro che lo lancerà come autore di culto quando lo yoga si diffonderà in Occidente.</p>
<p style="text-align: justify;">Dal 1933 al 1940 è di nuovo a Bucarest come assistente di Nae Ionescu, il leggendario maestro della giovane Generazione. Ionescu lo avvicina alla Guardia di Ferro, l&#8217;organizzazione di estrema destra capeggiata da Codreanu. Costui era convinto, tra l&#8217;altro, che gli ebrei cospirassero per fondare una nuova Palestina tra il Mal Baltico e il Mar Nero, e il suo vice, Ion Mota, aveva tradotto in rumeno <em>I protocolli dei Savi di Sion</em>. Eliade non era antisemita, ma all&#8217;epoca si lasciò intruppare. Il diario che l&#8217;amico ebreo Sebastian tenne fra il 1935 e il 1944, pubblicato nel 1996, è un&#8217;accorato lamento per il comportamento ambiguo di Eliade. Che è tutto preso dalle sue carte: pubblica vari saggi (tra cui <a title="Oceanografia" href="http://www.libriefilm.com/oceanografia/1696" target="_blank"><em>Oceanografia</em></a> e <em>Il mito della reintegrazione</em>), romanzi (tra cui <em>Ritorno dal Paradiso</em>, <em>La luce che si spegne</em>, i due volumi <em>Huliganii</em>), un&#8217;importante rivista di studi mitologici, <em>Zalmoxis</em>, che richiamerà l&#8217;attenzione di Carl Schmitt ed <a title="Ernst Jünger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger/">Ernst Jünger</a>.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/giornale/9124" target="_blank"><img class="alignleft size-medium wp-image-9090" style="margin: 10px;" title="giornale" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/giornale-171x300.jpg" alt="" width="171" height="300" /></a>Alla fine della guerra si trasferisce a Parigi dove, aiutato da Dumézil, insegna all&#8217;Ecole des Hautes Etudes. Il <a title="Trattato di storia delle religioni" href="http://www.libriefilm.com/trattato-di-storia-delle-religioni/269" target="_blank"><em>Trattato di storia delle religioni</em></a> (1949) lo consacra come massimo studioso del fenomeno religioso su scala mondiale. Ostile al metodo positivistico e storicista, Eliade riprende la prospettiva aperta da Rudolf Otto e sviluppa uno studio comparativo del sacro e delle sue manifestazioni, le «ierofanie». La sua non è una storia bensì una morfologia del sacro, le cui forme appaiono e si ripetono nel tempo, con le feste, e nello spazio, con i «centri del mondo», riattualizzando miti primordiali. Per lui il mito non è affatto arcaico né fuori gioco. Si è piuttosto ritirato negli interstizi della modernità, dove si tratta di scovarlo. Contro la presunta superiorità dell&#8217;uomo moderno sui «primitivi».</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1950 è invitato da C.G. Jung al primo incontro di «Eranos» ad Ascona. Nel 1956 passa a insegnare alla Divinity School di Chicago, dove rimarrà fino alla morte (avvenuta il 22 aprile 1986 per un ictus). Dal 1960 al 1972 dirige con <a title="Ernst Jünger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger/" target="_blank">Ernst Jünger</a> una straordinaria rivista di storia delle religioni, <em>Antaios</em>. Intanto seguita a pubblicare a ritmo martellante un&#8217;infinità di lavori, culminati nella grande <a title="Storia delle credenze e delle idee religiose" href="http://www.libriefilm.com/storia-delle-credenze-e-delle-idee-religiose/179" target="_blank"><em>Storia delle credenze e delle idee religiose</em></a> (1976-1983). È anche candidato al Nobel per la <a title="letteratura" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/letteratura/" target="_blank">letteratura</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Purtroppo, un dettaglio ne stoppa l&#8217;apoteosi, e gli schizza addosso una macchia infamante. Un dettaglio biografico, sul quale la sua intelligenza si incaglia e si rovescia in ottusità.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1972 lo storico Theodor Lavi (pseudonimo di Lowenstein), in base al diario ancora inedito di Sebastian e ad altre testimonianze, rivela su <em>Toladot</em>, una piccola rivista dell&#8217;emigrazione rumena in Israele, che Eliade era stato vicino alla Guardia di ferro. Eliade fa finta di nulla, cerca di sbarazzarsi del suo passato come un serpente della sua pelle. Ma la notizia fa il giro del mondo, in Italia è ripresa da Furio Jesi. Un suo viaggio a Gerusalemme nella primavera del 1973 dev&#8217;essere annullato <em>in extremis</em>, tra lo sconcerto dell&#8217;amico Gershom Scholem. Nei suoi diari, silenzio.</p>
<p style="text-align: justify;">Da quel momento Eliade adopera la sua intelligenza per dissimulare e insabbiare. Cerca coperture, si stringe ad amici insospettabili, come Paul Ricoeur e lo scrittore ebreo Saul Bellow. Quest&#8217;ultimo diventa suo intimo, ma nel romanzo <em>Ravelstein</em> inscena il dubbio che lo tormenta. Il protagonista, alias Allan Bloom, mette in guardia l&#8217;amico narratore da Radu Grielescu, alias Eliade: è stato «un seguace di Nae Ionescu che fondò la Guardia di Ferro», avverte, un <em>jew-hater</em> che denunciò «la sifilide ebraica che contagiava la raffinata civiltà balcanica», «ti strumentalizza» per «rifarsi una verginità». Il tarlo del sospetto non soffocherà la compassione, e ai funerali di Eliade Bellow prenderà la parola per dire il suo dolore e la sua compassione.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/unaltra-giovinezza-2/3384" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-9091" style="margin: 10px;" title="un-altra-giovinezza" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/un-altra-giovinezza1.jpg" alt="" width="200" height="280" /></a>È difficile giudicare del caso Eliade. Come è difficile giudicare di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Heidegger</a></span>, Carl Schmitt o <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/louis-ferdinand-celine" target="_blank">Céline</a></span>. Certo, la loro opera non può più essere letta solo in chiave scientifica o letteraria, separandola dalla biografia. Eppure, la loro vita mediocre non basta a oscurare la grandezza dell&#8217;opera che ha generato. Ci chiediamo: perché intellettuali di tale statura si sono ostinati a tacere il loro passato? La verità è che gli uomini sono molto meno uguali di quello che dicono, e molto più di quello che pensano.</p>
<p style="text-align: justify;">È probabilmente questa saggezza che ha indotto perfino il regista Francis Coppola a rendere omaggio a Eliade. Il suo nuovo film, <em>Youth without Youth</em>, prende spunto da un omonimo racconto di Eliade (<em>Tinerete fara tinerete</em>): un settantenne professore, colpito da un fulmine, diventa più giovane anziché più vecchio, attirando l&#8217;attenzione dei servizi segreti. Il professore deve scappare attraverso vari paesi fino in India… Anche questa singolare fortuna è un dettaglio in cui si nasconde il buon Dio, e ci avverte che l&#8217;opera di Eliade rimane un capitolo inevitabile della storia intellettuale del Novecento, un passaggio obbligato per capirne le convulsioni.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>Repubblica</em> del 12 marzo 2007.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/mircea-eliade-il-genio.html' addthis:title='Mircea Eliade, il genio ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Caffè Marchesi o di un viaggio nel tempo</title>
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		<pubDate>Wed, 05 May 2010 08:14:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Emilio Michele Fairendelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un incontro tra padre e figlio al di fuori del tempo, in due luoghi e due epoche]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/caffe-marchesi-o-di-un-viaggio-nel-tempo.html' addthis:title='Caffè Marchesi o di un viaggio nel tempo '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/letteratura48x48.png" width="48" height="48" alt="" title="Letteratura" /><br/><blockquote>
<p style="text-align: justify;">“Discepolo: …come del resto le altre manie degli occidentali. Ancora ieri sul <em>Times </em>uno scienziato dell’Oxfordshire, la storia dei viaggi nel tempo. Sapete, come nel  romanzo di Wells. Un raggio, radiazioni che prova a produrre nel suo capanno, cose del genere…”.</p>
<p style="text-align: justify;">M.A.: Macchine astruse, raggi straordinari, nessuna intuizione. A che pro, poi?  E comunque non credo che il Divino veda di buon occhio la cosa (ride). È ora l’istante in cui scegliamo di dire sì o no alla Verità, è il modo in cui opera lo yoga del mondo. Come la legge della gravità che ci governa ed è parte integrante e necessaria, <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbolo</a> della nostra condizione spirituale. Certo, nel suo infinito potere il Supremo contiene la possibilità di decretare ogni cosa,  lo scarto, il miracolo. Vi ho parlato della mia piccola vittoria sulla legge di gravità, gli istanti di levitazione del corpo nella prigione inglese di Alipore. Ma attenti: prodigi non se ne dovrebbero mai fare, è come tirare un elastico, nessuno conosce gli effetti nello spazio-tempo di quel piccolo miracolo, prodotto da dieci e più ore di meditazione al giorno, forse  Tat  (il cuoco dell’Ashram, ndt) ci cucinerà salato ancora per una ventina d’anni (risate). Fuor di scherzo, istanti e luoghi particolari, i grandi momenti dell’Anima possono creare, se in alto vi è il Suo assenso, gore, laghi del tempo in cui il dissesto cronologico, la compresenza, quello che intendete come viaggio nel tempo, è possibile. Occorre che una delle due parti, uno dei due fronti del tempo accetti di abdicare, per così dire, alla sua oggettività e di vivere quell’incontro come in un sogno. Per l’altro lato tutto sarà reale, fisico. A ben guardare, dove è la differenza?”</p>
<p style="text-align: justify;">B. Guraji, <em>Autumn talks with the Master</em>, Spencer &amp; White, New York 1947, pagg. 134-35, traduzione dall’inglese di <a title="Emilio Michele Fairendelli" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/emilio-michele-fairendelli/">Emilio Michele Fairendelli</a>.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignright  size-full wp-image-4759" style="margin: 10px;" title="caffe-marchesi" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/caffe-marchesi.bmp" alt="" width="424" height="318" />Sul foglio del laboratorio d’esami, appena ritirato, stavano scritti segni sottili, numeri e tratti la cui algebra conoscevo: le rune del destino.</p>
<p style="text-align: justify;">I mesi della cura, già provati, avrebbero tormentato ancora il corpo.</p>
<p style="text-align: justify;">Lui, formato per questo, per lottare e permanere, sarebbe durato sino al suo limite. Poi, in un giorno stabilito per me sin dall’inizio del tempo, avrebbe ceduto.</p>
<p style="text-align: justify;">Il male era tornato e avrebbe combattuto per prendersi ogni cosa.</p>
<p style="text-align: justify;">La vicinanza, l’incombere della morte non fanno in realtà che avvicinare il vero.</p>
<p style="text-align: justify;">Non pensavo a nulla, non al mio rientro a casa quella sera, ai mesi che sarebbero venuti, non a coloro che amavo e avrei forse perduto.</p>
<p style="text-align: justify;">Mentre camminavo, una felicità, una vastità che non conoscevo mentre ero certo di esserne conosciuto, cresceva in me.</p>
<p style="text-align: justify;">La testata cieca di un edificio, illuminata dall’ultimo sole, risplendeva come uno specchio d’oro.</p>
<p style="text-align: justify;">Decisi di entrare al Caffè Marchesi, che era sulla strada.</p>
<p style="text-align: justify;">Solo ora, mentre scrivo, ricordo che anni prima, con un amico, lo avevo definito la macchina del tempo, per  l’edificio, i mobili e i legni intatti da più di centocinquanta anni.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche il barista, la cassiera, per divisa ed aspetto, sembravano appartenere ad un’ epoca diversa, più vicina forse, ma altra.</p>
<p style="text-align: justify;">Sorrisi pensando che lì assicuratori, finanzieri, segretarie, professionisti di quella città distorta e china sul suo niente ordinavano ogni giorno i loro caffè, i loro aperitivi.</p>
<p style="text-align: justify;">Al banco chiesi un calice di vino rosso.</p>
<p style="text-align: justify;">Guardavo i grandi specchi, le file ordinate di bottiglie e bicchieri che parevano gioielli, le sottili colonne di legno scuro.</p>
<p style="text-align: justify;">Alla mia destra  tre giovani persone, due uomini e una donna, discutevano ridendo.</p>
<p style="text-align: justify;">Non parlavano italiano.</p>
<p style="text-align: justify;">I loro vestiti erano strani, come fuori moda, anche i tessuti lo erano.</p>
<p style="text-align: justify;">L’uomo portava dei mocassini aperti, sottili strisce di cuoio intessute.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi dava le spalle e teneva la testa appoggiata al braccio sinistro, puntato sul banco, mentre parlava.</p>
<p style="text-align: justify;">Volle dire qualcosa al cameriere  e ruotò un poco il viso.</p>
<p style="text-align: justify;">Ne vidi il profilo e lo riconobbi: mio padre.</p>
<p style="text-align: justify;">Era morto quando ero bambino.</p>
<p style="text-align: justify;">Non so cosa accadde allora.</p>
<p style="text-align: justify;">Avvertii un debole ronzio alle orecchie, tutto sfocò vibrando per un solo, rapidissimo istante.</p>
<p style="text-align: justify;">La figura dell’uomo parve sciogliersi dal gruppo di cui faceva parte, come un grumo, una densa goccia.</p>
<p style="text-align: justify;">Poi, tutto ritornò normale.</p>
<p style="text-align: justify;">Era ora  un poco più vicino a me, ora solo guardava nel suo bicchiere un liquido rosato che tentava con una lunga bacchetta da cocktail.</p>
<p style="text-align: justify;">Scuoteva leggermente la testa, come ricordando uno scherzo, qualcosa di lieto.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi avvicinai di un passo e, senza pensarci, allungai un braccio sfiorando la sua giacca di lana.</p>
<p style="text-align: justify;">Lana ispida, dura al tatto, la mano indugiò per un secondo.</p>
<p style="text-align: justify;">Si girò quasi senza sorpresa  e mi guardò con occhi allegri come a chiedere: dunque?</p>
<p style="text-align: justify;">Dissi: “Dove siamo?”</p>
<p style="text-align: justify;">“Siamo a Bucarest, è il 1947,  siamo alla Terasa Doamnei, il bar degli studenti, festeggiamo un esame”.</p>
<p style="text-align: justify;">“No, siamo a Milano, l’anno è il 2010”.</p>
<p style="text-align: justify;">Con lo sguardo lo invitai a guardare la strada fuori dal locale, la via, le macchine.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo fece.</p>
<p style="text-align: justify;">“Il 2010” disse piano.</p>
<p style="text-align: justify;">Tolse dalla tasca un biglietto, lo mise sul banco davanti a me.</p>
<p style="text-align: justify;">Sotto la figura rossa di un uomo e una donna che ballavano c’era scritto: Terasa Doamnei, Str. Popa Savu 7, Bucuresti,  tel 01 6592709.</p>
<p style="text-align: justify;">“Ti ho visto tante volte così come sei ora, nelle vecchie foto. Abiti in Rua Vasile Gherghel, al 111. Forse la bisnonna è ancora viva e abita con voi,  in una stanza del piano sopra. Il bisnonno è da anni sepolto a Belu, come tuo fratello, Umberto. Studi al Politecnico. Il tuo migliore amico si chiama Ionel. Tra due anni la famiglia tornerà in Italia. Sono tuo figlio”.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi guardò.  Tutto gli risultava chiaro, accettabile, naturale.</p>
<p style="text-align: justify;">“Come è tua madre?”</p>
<p style="text-align: justify;">“Una donna dallo sguardo nero e profondo. Ti amerà molto”.</p>
<p style="text-align: justify;">Chiese il mio nome.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo pronunciai.</p>
<p style="text-align: justify;">“Avevo dodici anni quando sei morto. La mano destra  ti stava quieta sul petto sopra l’altra, la sinistra, quella  del tuo raccontare nell’aria, del tuo indicare le cose, dei tuoi gesti quando ascoltavi musica. Io pensavo che l’avresti alzata e che tutto sarebbe potuto continuare. Ma tu restavi immobile. Poi ti hanno portato via e non ti ho più visto. Ricordo i giardini poco fuori dalla nostra casa, il personaggio che avevi inventato per me, il Colonnello. Papà.”</p>
<p style="text-align: justify;">Lo guardai. Non era che un giovane, e come commuoversi per qualcosa che ancora non era accaduto?</p>
<p style="text-align: justify;">Avrei voluto confidarmi, raccontare,  chiedere il conforto, la benedizione del padre per quanto mi attendeva, per i miei figli.</p>
<p style="text-align: justify;">Tacqui, invece.</p>
<p style="text-align: justify;">Perché l’onda del sangue, delle generazioni dell’uomo, del mistero, scorreva libera in quello spazio aldilà di ogni cronologia, di ogni illusione e già realizzava, silenziosa, ogni cosa.</p>
<p style="text-align: justify;">Torni ognuno al suo sogno, certi che nel mondo che verrà le anime che hanno abitato i corpi si riconosceranno, ancora una volta.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi risolsi a lasciarlo.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli dissi che sarei uscito per primo, di attendere qualche minuto.</p>
<p style="text-align: justify;">Avrebbe trovato la Bucarest del 1947.</p>
<p style="text-align: justify;">Forse, prima, il risveglio dal sogno di una notte.</p>
<p style="text-align: justify;">Camminai  veloce, appena fuori  dalla porta del Caffè l’aria fresca del corso mi toccò come una carezza e non mi volsi indietro.</p>
<p style="text-align: justify;">Nell’uscire, certo volendolo, avevo messo in tasca il biglietto della Terasa Doamnei.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ in uno dei miei cassetti, chi lo troverà penserà venga dal baule delle vecchie cose di Romania, le foto, le medaglie sportive, i distintivi.</p>
<p style="text-align: justify;">Nessuno saprà mai  il suo miracolo di materia che viene da un altro tempo.</p>
<p style="text-align: justify;">Guardo a volte, sul cartonicno, la rossa, imprecisa immagine di un uomo e una donna che danzano, una cosa sola, come in forma di stella.</p>
<p style="text-align: justify;">“Sai, Sorana, cosa ho sognato stanotte? Ero in un locale, forse la Terasa, ma lo spazio era strano, strano. Quello che sarebbe stato mio figlio veniva, mi parlava, bevevamo qualcosa insieme. Viveva in un tempo così lontano, da dove ero seduto potevo guardare la strada. Era tutto così diverso, le case, le macchine. Non ricordo niente, qualcosa del suo viso, ma lo sto perdendo, sai come sono i sogni, eppure vorrei tanto non scordarmene mai”.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/caffe-marchesi-o-di-un-viaggio-nel-tempo.html' addthis:title='Caffè Marchesi o di un viaggio nel tempo ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Vasile Dositeu</title>
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		<pubDate>Sun, 24 Jan 2010 15:30:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Emilio Michele Fairendelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Italiano]]></category>
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		<category><![CDATA[cimitero]]></category>
		<category><![CDATA[Romania]]></category>

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		<description><![CDATA[Riflessioni sulla vita, la morte e l'anima del custode del cimitero cattolico di Bucarest]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/vasile-dositeu.html' addthis:title='Vasile Dositeu '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/letteratura48x48.png" width="48" height="48" alt="" title="Letteratura" /><br/><p style="text-align: center;">Vasile Dositeu<br />
(Bucarest, 1891 – 1969 )<br />
guardiano dal 1922 al 1969<br />
del cimitero cattolico di Belu, Bucarest</p>
<p style="text-align: justify;">Mio padre morì che ero un bambino.<br />
Ero il minore di tre fratelli e, negli anni dell’adolescenza, fui la disperazione di mia madre, non fossero bastate le preoccupazioni materiali: balbettavo, mi era impossibile concentrarmi, piangevo per ogni cosa e per nulla, passavo intere giornate gettato sul letto  in uno sconforto che non aveva né nome né destino.<br />
Non scorderò mai la mamma, quel giorno così lontano nel tempo, in piedi sulla porta della stanza, nella penombra, immobile, dirmi: “Avessi saputo, non ti avrei fatto nascere”.<br />
Non potei frequentare alcuna scuola.<br />
Restai a casa, mentre  i miei due fratelli trovarono un lavoro, Nicolae alle miniere di Petrila,  Mihai presso la Municipalità di Bucarest, rendendo così più facile la situazione della nostra famiglia.<br />
Mamma,  i cui avi erano italiani, ci aveva cresciuti come cattolici.<br />
Da sempre devota tentò dapprima di farmi entrare in un Seminario.<br />
Partecipando ad una cerimonia al cimitero di Belu, dove vidi per la prima ed unica volta anche Re Michele, lei conobbe il signor Blaga, il guardiano del  settore cattolico.<br />
Fu deciso che avrei provato ad essere il suo aiutante.  Mi trasferii nelle due stanze al piano terra dell’edificio a sinistra dell’ingresso.<br />
Avevo poco più di vent’anni.<br />
<img class="alignright size-medium wp-image-3740" style="margin: 10px;" title="cimitero" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/cimitero-300x215.jpg" alt="" width="300" height="215" /> All’inizio mi occupai della pulizia dei viali e delle tombe, poi  incominciai ad aiutare nella tenuta dei registri.<br />
Per tanti anni verranno a chiedere una data, a sapere se ancora esiste una lastra da contemplare, da meditare e vedranno la mia grafia incerta sulle pagine dei volumi.<br />
Nel 1943 Emil Blaga morì  e io gli succedetti come guardiano.<br />
Mi trasferii al piano superiore della piccola palazzina.<br />
Per la verità, – i miei fratelli mi avevano dimenticato, la mamma era morta poco tempo dopo Blaga, niente e nessuno mi cercava, nella città – lasciavo raramente il recinto del cimitero.<br />
Mi bastava, quel mondo.<br />
Dal 1945, all’avvento dei comunisti sostenuti dal potere russo, le strutture cattoliche e greco-cattoliche cominciarono ad essere smantellate o integrate  nella chiesa ortodossa.<br />
Restò una nunziatura, la cui sede divenne poi puramente nominale.<br />
Alle necessità materiali del Cimitero,  che rimase sempre proprietà della chiesa di Roma, al mio stesso sostentamento, provvedeva una somma mensile che  aumentava a scadenze fisse e che mi veniva trasmessa senza alcuna comunicazione dalla nunziatura.<br />
Anche le cose sanno essere misteriose, presenti pur in una grande lontananza:  persino negli anni più desolati del regime comunista questo canale non si interruppe mai,  né subì cambiamenti sostanziali.<br />
Qualcuno provvedeva, come chi ponga del cibo per animali in una gabbia, in una radura, al nostro esistere.<br />
Potevamo tenere vivi noi stessi, e così il cimitero.<br />
Nel dicembre del 1947 &#8211;  ricordo le luci del Natale, le voci delle colinde manifestarsi scintillando negli occhi degli uomini come se fosse la loro ultima volta &#8211; fu dichiarata la Repubblica Popolare Romena.<br />
Iniziò una notte che sarebbe durata decenni.<br />
Notte di esilio. Dell’umano, dello spirito.<br />
Cosa potevo conoscere io, nel mio niente, di quella notte?<br />
Avendola già vissuta con altra declinazione in me, osservandola da un mondo diverso, che pure nel mondo della notte era contenuto &#8211; il mondo aldiqua dei muri del recinto di Belu – io, come nessuno, sapevo riconoscere la sua densità, la sua ampiezza, i suoi tratti.<br />
Il suo peso.<br />
Durante il regime il cimitero era deserto.<br />
Nessuno poteva, se non con grandi sforzi, raggiungere la Romania dall’estero.<br />
A volte avveniva la visita di qualche diplomatico, qualche funzionario d’Ambasciata.<br />
Tombe di italiani, francesi, austriaci restavano senza cure.<br />
Qualche parente rimasto in Romania, qualcuno sposato a una donna o a un uomo romeno e così  trattenuto qui negli anni,  nella notte, si dedicava a poche sepolture.<br />
Io ponevo fiori, cercavo di raggiungere ognuno, di non dimenticare neanche le lapidi rovesciate, forse senza corrispondenza nella terra e dall’iscrizione oramai illeggibile.<br />
Morti, ne arrivavano regolarmente, cattolici, perlopiù italiani in età: venivano da un altro mondo, da un altro tempo, prima della notte.<br />
Accadde verso la fine degli  anni cinquanta.<br />
Era primavera, aprile credo.<br />
Quella notte avevo fatto un sogno.<br />
Ero con mio padre, giovane come lo ricordavo, i capelli ravviati, gli occhi chiari, su un prato verde e luminoso.<br />
Sopra di noi, appesa nel cielo, stava una stele di pietra.<br />
La guardavamo rapiti, stupiti di come potesse apparire così enorme, immisurabile, sospesa.<br />
Avevo visto  immagini di steli preistoriche che la ricordavano, le grandi steli di pietra istoriata di rune a Izvor.<br />
La stele ci appariva di trequarti così che di un lato ci era preclusa la vista.<br />
Il lato in luce era completamente tracciato di segni, forse geroglifici, segni minuti che apparivano incisi con nettezza, immodificabili e intraducibili.<br />
Ad un tratto sentivo il braccio di mio padre sulla spalla, come era avvenuto un tempo, nella realtà, ed ero felice.<br />
Mi parlava, calmo: “Anche l’altro lato. Anche l’altro lato è inciso”.<br />
Mi svegliai in una pienezza che non so richiamare completamente alla memoria.<br />
Quel sogno mi pareva contenere un significato inesauribile, nel quale sarei entrato.<br />
I due lati della stele. La notte e la luce. La notte e il recinto di Belu. La terra di Belu e i corpi dei morti, là sotto. Oggi e domani. Passato e presente. Verità e menzogna. Vita e morte.<br />
Anche il lato in ombra inciso, la stessa verità. Nel cielo.<br />
Sapere vedere, sapere ascoltare.<br />
Iniziai a sentire le voci.<br />
Avevo assistito tante volte alle conversazioni tra mia madre e il Vescovo Popa, che veniva a casa nostra.<br />
Ritenuto poco più che un deficiente non intervenivo mai, ma consideravo.<br />
Della <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religione</a> cattolica, in cui non mi riconoscevo, avevo la mia idea, eppure alcune verità nei loro discorsi mi apparivano inconfutabili.<br />
Quando l’uomo muore l’Anima lascia il corpo  e rifluisce, come una marea di luce che lasci impregnato di sé ciò che abbandona.<br />
Torna alla sua sorgente divina, dove riposa sino a che &#8211; il Vescovo Popa parlava a mia madre anche di altre <a title="religioni" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religioni</a>,  i buddisti, gli induisti &#8211; non ricade nel mondo delle forme.<br />
Senza di Lei, che tutto sosteneva e per la quale tutto accadeva, nulla può continuare, il corpo è lasciato al suo destino fisico, al suo dissolvimento.<br />
Tutto ciò che legava il corpo all’Anima,  la sostanza profondamente umana ma altra, ciò che abitava nell’intermedio,  nella mente, nel nervoso, nel vitale,  durava ancora un poco, unita al corpo che, come un suo alone, non poteva abbandonare.<br />
L’impossibilità per quelle parti dell’uomo di lasciare il luogo del corpo fisico per destini più alti, la consapevolezza di una agonia era, lo sentivo, qualcosa di estremamente doloroso.<br />
Era, tuttavia, legge, poiché solo l’Anima regna ed è chiamata.<br />
Nei viali di Belu, forse perché quella  notte dell’umano là fuori dal recinto aveva creato un gelo ed un silenzio assoluti rendendo questo possibile, io udivo voci.<br />
Ogni voce  sminuiva non appena iniziavo ad udirla, come se questo poter farsi sentire accellerasse il suo svanire.<br />
Ma le udivo.<br />
Con sè le voci portavano anche una tonalità, una grana della voce, un volto sonoro, ciò che rende ogni essere umano unico, sacro e che riconoscevo a volte nelle immagini sulle lastre.<br />
Mi chinavo a terra, e  comprendevo come queste voci battessero e battessero la terra per essere ascoltate, mentre la loro energia veniva meno.<br />
Voci di bimba, di vecchi, di chi ricorda il villaggio di un tempo, la madre, il padre, una musica, l’amore. Voci.<br />
A volte un canto, una nenia, un richiamo, un saluto, un pensiero.<br />
Un grido, una maledizione.<br />
Una benedizione.<br />
La voce di chi si è smarrito, l’ultimo rantolo di chi muore.<br />
Una conversazione d’ogni giorno. Una storia.<br />
Avrei voluto dire, come a chi è in agonia, Davide,  Gabriele, Eva, Umberto, Sofia, Hannah, Jeanne, Martino, tutti voi!: l’Anima è libera, è già in alto, voi Quella eravate, solo Quella, una nuova nascita è già decretata, viene la pace.<br />
Viene la pace.<br />
E la pace veniva, anche per me, quando una voce cessava.<br />
Tutto tornava libero, si attendevano i nuovi nati, l’alba, presto anche la notte là fuori avrebbe avuto fine.<br />
Questa è tutta la mia vita.<br />
Quante volte ho pensato alla voce che parti di me lasceranno, per poco e per chi, in quell’angolo calmo del terzo campo dove il mio corpo verrà interrato.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/vasile-dositeu.html' addthis:title='Vasile Dositeu ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Il sentimento romeno dell&#8217;essere</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Oct 2009 11:24:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Emilio Michele Fairendelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Riflessioni in parte autobiografiche sulla lingua, la cultura e la visione del mondo della Romania]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/il-sentimento-romeno-dellessere.html' addthis:title='Il sentimento romeno dell&#8217;essere '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/letteratura48x48.png" width="48" height="48" alt="" title="Letteratura" /><br/><p><em>C-asa i lumea, trecatoare<br />
C-asa i lumea, trecatoare<br />
Unul naste, altul moare<br />
Unul naste, altul moare<br />
Lume, lume, sora lume</em></p>
<p>Così è il mondo: esiste e scompare<br />
Così è il mondo: esiste e scompare<br />
Uno nasce, l’altro muore<br />
Uno nasce, l’altro muore<br />
Mondo, mondo, fratello mondo</p>
<p>Lume, lume canto tradizionale romeno</p>
<p style="text-align: center;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>I Premessa</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;">Vi sono luoghi e paesi dove tutto sembra accadere come all’interno di una sfera di vetro, nell’isolamento e nella sospensione.<br />
La loro Anima sembra parlare alla storia del mondo &#8211; e agirne la parte alla quale sono chiamate &#8211;  da un limbo lontano.<br />
Uno di questi luoghi è la Romania.<br />
Gli avi di chi scrive queste note mossero  a metà dell’ottocento dall’Italia, dal Friuli, verso la Romania.<br />
Scalpellini e lavoratori d’intaglio, mescolarono il loro sangue con quello romeno e, chi può dirlo, con quello gitano.<br />
Così, senza poterlo essere compiutamente, anche io appartengo a quelle schiere che <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/emil-cioran">Cioran</a></span> definì “rifiuti dei balcani”,  ebrei senza le parole del Sinai e senza terra promessa.<br />
Esiste un sentimento romeno dell’Essere? Come potremo tracciarne il profilo?<br />
Alcune storie vere, una riflessione sulla lingua romena.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>II Storie</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1974, quindicenne, mi recai per la prima volta a Bucarest.<br />
Si era nel pieno della notte romena, il regime di Ceausescu.<br />
Entrammo il paese dalle Porte di Ferro, seguimmo il Danubio, visitando i monasteri occidentali.<br />
Infine, Bucarest.<br />
La casa dei miei bisnonni, dove abitarono i nonni e mio padre: Rua Vasile Gherghel 111.<br />
Mio padre lasciò il paese nel 1946 e la casa venne confiscata dal governo.<br />
Di fronte, la casa di una famiglia romena, un piccolo giardino rettangolare, recintato.<br />
La recinzione è molto vecchia, fatta di assi crepati e sbilenchi, alta forse un metro e mezzo.<br />
Mio padre mi racconta, con la memoria che conserva ogni dettaglio dei giorni memorabili della nostra vita, di avere assistito  il giorno prima della sua partenza  ad un litigio tra il proprietario di allora e il padre circa le recinzione.<br />
Andava rifatta, sosteneva il più giovane. No, obiettava suo padre, la recinzione c’era da tanto e avrebbe continuato a fare il suo lavoro. Poi, chissà cosa sarebbe successo. Se avessero fatto dei lavori stradali? Ne valeva la pena? Considerato questo destino incerto, in fondo il destino incerto di tutto, che senso avrebbe avuto ripararla, o anche solo verniciarla? Siamo nelle mani di Dio. Possiamo forse forzarne i piani?<br />
Ci fermiamo a parlare con Dragan, il figlio dell’uomo di allora, morto da diversi anni.<br />
Saluta mio padre, ricorda – allora era un bambino – la nostra famiglia.<br />
La recinzione è lì, identica, incredibilmente vecchia, alcuni traversi al suolo, ancora non verniciata.<br />
Erano passati trent’anni.</p>
<p style="text-align: justify;">Da allora torno ogni anno in Romania.<br />
Ho un amico a Bucarest, un uomo che presto non ci sarà più.<br />
In quella città, in quella sola città, nonostante le devastazioni, una storia caduta a terra nella polvere ed incapace di rialzarsi, il lago di Herastrau dall’acqua bigia e  dal fondo di cemento, i blocul popolari del regime il mio cuore sa essere tranquillo.<br />
Qualche mattina trascorro un’ora al cimitero di Belu, vedo le tombe dei miei avi, vi sosto e vi depongo fiori.<br />
Il cimitero cattolico è sempre frequentato, perlopiù da donne che sembrano curare anche tombe di altri e che vicino all’ingresso parlano con il vecchissimo guardiano, Vasile Dositeu, un uomo che sostiene di udire voci che provengono dalla terra, dalle sepolture.<br />
Una mattina noto arrivare una donna.<br />
Percorre il viale centrale. E’ anziana, ma alta e elegante. Zoppica leggermente ma su di lei si leggono ancora i segni di un’antica e certamente straordinaria bellezza.<br />
Arriva alla piazzetta davanti alla piccola chiesa  e appena il suo sguardo trova quella tomba lei lancia un urlo.<br />
Si avvicina con premura, si inginocchia alla croce a terra, la tocca, accarezza la lastra, anche la terra a lato, grida frasi comprensibili solo a  metà.<br />
Si mette le mani alle tempie, tra i capelli,  guarda in alto, guarda il cielo, chiede conto in grida pausate, altissime e libere.<br />
In quel momento torna giovane e feroce, bellissima, trasfigura.<br />
Credo, per un attimo, di udire frasi <em>yiddisch</em>, ma la donna parla romeno.<br />
A volte, per qualche minuto si copre il viso e piange in silenzio.<br />
Lo fa due, tre volte, resta in tutto quasi un’ora.<br />
Quando se ne è andata, mi avvicino alla tomba: un uomo dal nome romeno, uno sguardo chiaro.<br />
La porcellana nell’ovale è orrendamente rovinata dal tempo, l’intera immagine è virata al viola, righe  più scure, come qualcuno vi avesse gettato della vernice, scendono lungo l’immagine.<br />
L’uomo è morto più di mezzo secolo prima, nel 1953.</p>
<p style="text-align: justify;">Davanti alla Cattedrale di Timisoara, all’angolo con uno stretto vicolo, un uomo mi avvicina.<br />
E’ un mendicante, ma  pulito, ordinato. Il viso è grigio, come di cenere, gli occhi d’acqua e arrossati. Un alcolista.<br />
Provo attrazione per lui, non conosco la sua vita ma doveva un tempo essere stato un uomo sensibile, forse anche colto.<br />
Mi tende una mano che trema: “<em>Pentru a spermìca, a picatura de vin, pentru lume</em>”.<br />
Per uno sborrino (come altro tradurre?), per un poco di vino, per il mondo, mi dice.<br />
Lascio nel suo palmo una  banconota da cinquanta lei, lui tocca con quella il cuore, le labbra la fronte e mi ringrazia.<br />
Mi allontano.<br />
Sperma, vino, sangue, sole, i campi infiniti di grano d’oro, il mondo, la luce: un solo Essere.<br />
Lume, in romeno, significa gente, mondo &#8211; ogni cosa che vi è contenuta &#8211; luce spirituale e luce fisica.<br />
Lume, una sola parola.<br />
Sapeva lui, il mendicante romeno, della verità contenuta in quella associazione, in quell’unità, di come questa avrebbe tracciato il mio cuore e continuato ad abitarlo negli anni?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>III La lingua</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Chiunque usi la parola, persino Dio quando nomina Adamo, dichiara se stesso.<br />
Uscendo dal silenzio, noi diventiamo qualcosa solo per il nome che diamo al mondo, alle cose.<br />
Per la nostra verità.<br />
Così è  per i linguaggi.<br />
Quale fascinazione, quali abissi nasconde la lingua romena?<br />
<span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/emil-cioran">Cioran</a></span> lascia la lingua romena per il francese solo apparentemente per l’aspirazione di un provinciale “rifiuto dei Balcani” a una lingua più alta e ricca, in verità per poter sopravvivere alla sua stessa scrittura.<br />
Come avrebbe potuto infatti  abitare una ligua dove parola è <em>cuvintul</em>,  viene pronunciata e scompare, tenue, quasi inesistente come il vento fisico?<br />
Come avrebbe potuto, da lì, bestemmiare l’intera storia universale attraverso i suoi testi?<br />
Oh, la lingua romena avrebbe presto svelato  gli artifici di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/emil-cioran">Cioran</a></span> e lasciato scorgere, per la sua incapacità di mentire – a differenza del francese e come è proprio ad ogni manifestazione primitiva &#8211; un altro lato di quel divenire che lui maledice come opera di un Demiurgo funesto.<br />
Il sentimento romeno dell’Essere, la sua ontologia, sono dichiarate una volta per tutte da una sola parola, che qui abbiamo già pronunciato: lume.<br />
Lume significa mondo e dunque ogni cosa, uomini e umanità, la semplice luce fisica e la Luce spirituale, quella di <em>Genesi </em>1.<br />
<em>Inima </em>-  anima &#8211; è  cuore, il semplice cuore fisico.<br />
Il cardiologo romeno che parla al proprio paziente parlerà dunque del suo cuore e della sua anima, secondo la derivazione latina.<br />
In romeno anima verrà invece detta <em>sufletul</em>, il soffio di Dio in Adamo e non avrà alcuna caratterizzazione individuale.<br />
Lo si accosti al termine <em>cuvintul</em> e alla sua relazione con il vento fisico.<br />
Nessuna personalità, nessuna metafisica, puro pneuma.<br />
Tornano alle mente le parole di una altro romeno, il  poeta di Lancram Lucian Blaga in ”Misticul”: “Se incontro il tuo corpo io non lo riconosco/guardo incredulo e penso che sia l’Anima”.<br />
Una lingua che viene, direttamente come nessun altra, dal latino e che inserti terminologici (russo, turco, francese, arabo) rendono come nessun’altra bastarda.<br />
La lingua romena attinge dove le è necessario.<br />
Non potendo trovare nella sorgente greco-latina un termine filosoficamente adeguato a sé per tempo essa adotta il termine russo <em>vremea</em>, la cui origine prima è sanscrita  e la cui radice <em>v-r</em> significa separazione, divisione (dall’Unità originaria) e procedere, muovere verso (la reintegrazione nella stessa Unità).<br />
Chi pronuncia il sentimento dell’essere romeno?<br />
E’ <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/emil-cioran">Cioran</a></span>, la cui forsennata maledizione del tempo universale e del divenire, dell’essere stesso non fa che rendere riconoscibile, potente, vera, l’immagine del suo contrario, l’Opera Divina.<br />
E’ Sergiu Celibidache che rifiuta le sale di incisione perché la musica appare <em>hic et nunc</em> e nulla di significativo può avvenire aldifuori di questa fenomenologia.<br />
E’ Celibidache che ricorda che quanto di essenziale è nella musica è il suo cominciare non dopo un inizio, come ogni altra cosa, ma dopo la fine.<br />
E’ <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/mircea-eliade/">Mircea Eliade</a></span> che, addestrando il proprio corpo a dormire un’ora per notte,  a vincere i propri limiti ingoiando scarafaggi e insetti, elabora ancora una volta la teoria dell’Eterno Ritorno.<br />
E’ Paul Celan, l’ebreo romeno di Czernowitz che in un&#8217;altra lingua, il tedesco, porta la parola, <em>cuvintul</em>, aldifuori del suo sortilegio balcanico tramutandola da segni sulla carta stampati in migliaia di copie in rune di forma e di suono da cui promana una luce assoluta e  quasi fisica.<br />
E’ Costantin Brancusi che rifiuta di essere fotografato per timore che gli venga rubata l’anima e leviga la sua scultura, l’Uccello  d’oro, sino a che possa volare, non essere più materia.<br />
E’ Marius Devaratu, il <a title="il maestro della rosa" href="http://www.centrostudilaruna.it/il-maestro-della-rosa.html">Maestro della rosa</a>, che ad un tavolo della Caru cu Bere ci attende ancora oggi per leggerci le carte del destino.<br />
E’ il lautaro intemporale che alza il violino, sapendo senza parole e senza pensiero che l’arco che tocca la corda e produce il suono ci lega per sempre all’amore, alla terra, al destino d’Adamo e tuttavia logora e consuma l’Universo.</p>
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		<title>Il maestro della rosa</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Sep 2009 09:11:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Emilio Michele Fairendelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il racconto di un incontro con un uomo straordinario dopo la lunga notte romena.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/il-maestro-della-rosa.html' addthis:title='Il maestro della rosa '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/letteratura48x48.png" width="48" height="48" alt="" title="Letteratura" /><br/><p style="text-align: justify;">(Bucarest, 2001-)</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Alcuni mi dissero poi di averlo visto allo stesso tavolo anche in anni lontani, nel pieno della notte romena.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma chi può saperlo, è nostra abitudine provare a rendere la realtà meno opaca e pesante, più vicina alla verità che vorremmo colorandola con dosi robuste di invenzione e di leggenda.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella lingua degli ebrei un solo termine designa parola ed azione, per noi romeni parola è <em>cuvintul</em>,  viene pronunciata e si allontana, scompare, leggera e misteriosa, come il vento fisico.</p>
<p style="text-align: justify;">Io comunque,  che avevo sempre frequentato la birreria, iniziai a vedere quell’uomo solo dal 2001,  dalla primavera.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="size-full wp-image-2735 aligncenter" title="Caru cu Bere" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/Caru-cu-Bere.jpg" alt="Caru cu Bere" width="525" height="350" /></p>
<p style="text-align: justify;">La Caru cu Bere è la birreria storica di Bucarest.</p>
<p style="text-align: justify;">L’edificio, in stile neoclassico, fu ultimato nel 1879.</p>
<p style="text-align: justify;">Sino alla fine della seconda guerra mondiale fu il locale della giovane borghesia di Bucarest, degli studenti, delle comunità straniere, italiani e francesi.</p>
<p style="text-align: justify;">Durante il regime, il locale divenne di proprietà dello stato.</p>
<p style="text-align: justify;">La frequentavano perlopiù i dirigenti del partito, per i quali credo funzionasse, nelle stanze dei ballatoi superiori, anche come bordello.</p>
<p style="text-align: justify;">Io, Ion Dinu Gabrieli, nacqui a Bucarest nel 1977, il 29 giugno.</p>
<p style="text-align: justify;">Della notte romena non vidi che la fine, ma la conosco bene.</p>
<p style="text-align: justify;">Ben prima e ben meglio che dagli studi,  dalle vite mancate dei miei genitori, dai grigi crolli che si intuivano nella loro anima, dalla loro infinita stanchezza.</p>
<p style="text-align: justify;">Ricordo come la nostra casa, ogni suo dettaglio, la facciata, i pianerottoli delle scale e poi gli interni, i nostri mobili e gli oggetti dichiarasse la notte con la forza terribile di cui solo sono capaci le cose materiali.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1989 il regime cadde.</p>
<p style="text-align: justify;">Non sapevamo  cosa sarebbe mutato, cosa sarebbe stato possibile recuperare nei nostri cuori ma sapevamo ciò che saremmo diventati, negli anni, nella libertà e sotto altri demoni: l’Europa.</p>
<p style="text-align: justify;">L’anno successivo la mia vita attraversò un passaggio fondamentale.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi fu diagnosticato un tumore maligno, un sarcoma alla radice della coscia sinistra.</p>
<p style="text-align: justify;">Fui operato in Italia, dove avevamo conoscenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Contro ogni previsione la gamba fu salvata svuotando tutto l’interno della coscia e dopo due mesi di radioterapia feci ritorno a Bucarest.</p>
<p style="text-align: justify;">La prognosi  restava infausta, il tumore era stato scoperto troppo tardi.</p>
<p style="text-align: justify;">Ogni sei mesi, mi recavo in Calea Victoriei per l’esame di controllo, per gli esiti della radiografia fatta la settimana precedente.</p>
<p style="text-align: justify;">Quella sera festeggiavo la proroga semestrale della vita, solo, alla birreria, tornando ubriaco.</p>
<p style="text-align: justify;">“El traieste din nou!”</p>
<p style="text-align: justify;">Lui vive ancora!, dicevo,  bambino egoista, perduto e folle, chino su me stesso, alzando uno dei grandi boccali tondi.</p>
<p style="text-align: justify;">A casa, guardavo la lunga ferita dove i raggi del cobalto avevano lasciato segni, lenti di colore scuro.</p>
<p style="text-align: justify;">Poi, non la guardavo mai.</p>
<p style="text-align: justify;">A volte sognavo che la ferita crescesse, coprendo tutto il corpo e che, anche allora, io riuscissi a non morire.</p>
<p style="text-align: justify;">Negli anni a seguire presi la maturità e mi iscrissi alla facoltà di filosofia.</p>
<p style="text-align: justify;">La Caru cu Bere era il nostro ritrovo, vi andavo quasi ogni giorno da solo o in compagnia.</p>
<p style="text-align: justify;">Verso la metà degli anni novanta il locale era stato acquistato da un uomo di affari di Timisoara, padre di un amico studente.</p>
<p style="text-align: justify;">Il locale, pur mantenendo le ampie volte dipinte, le altissime <em>boiserie </em>scure alle pareti, un pavimento  fintoantico a quadri di ceramica, era stato completamente ristrutturato.</p>
<p style="text-align: justify;">Vi circolavano ora camerieri dalle vesti sgargianti, con il nome del locale scritto sulle spalle, che distribuivano piccoli menu di carta lucida e dura dove si leggevano anche improbabili americanerie.</p>
<p style="text-align: justify;">Spesso vi suonava un’orchestrina  che di zigano aveva solo il nome: provavi a dare il tuo cuore a quel che di buono facevano gli archi e la voce della cantante dai capelli neri e tutto veniva distrutto da una tastiera assassina.</p>
<p style="text-align: justify;">Andava meglio con le danze,  balli veri e propri o gruppi di folclore, che spesso si tenevano nei fine settimana o quando la quarta sala era dedicata ai matrimoni:  dolcezza, liberazione, una commozione profonda e inspiegabile vedere quei corpi, quei colori che muovevano.</p>
<p style="text-align: justify;">Il proprietario aveva avuto l’idea di lasciare una delle cinque grandi sale voltate, la più piccola, come era un tempo.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto era come stinto, il legno alle pareti, le mattonelle del pavimento a volte attraversate da crepe scure  o sconnesse, la tinta color sabbia dei muri, le lampade a boccia, la greca floreale e iscritta, in alto, sotto l’inizio delle volte.</p>
<p style="text-align: justify;">Per entrarvi, dovevi scendere due gradini.</p>
<p style="text-align: justify;">Foto di un tempo del locale stavano appese ovunque.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche i  mobili, certamente quelli originali, erano diversi.</p>
<p style="text-align: justify;">Fu lì, in quella sala, a un tavolo davanti alle tre colonne dorate che erano scolpite nel pilastro di ogni arco, che lo vidi per la prima volta.</p>
<p style="text-align: justify;">Anziano, la figura magra e elegante, corti capelli color argento, il vestito e le scarpe impeccabili,</p>
<p style="text-align: justify;">Lo osservavo attraversare calmo i saloni,  per andarsene dopo il tramonto.</p>
<p style="text-align: justify;">Giornali e qualche libro non mancavano mai, sul tavolo.</p>
<p style="text-align: justify;">Non beveva birra, ma vino, piccoli sorsi da un calice di rosso Bolovan che durava l’intera pomeriggio.</p>
<p style="text-align: justify;">A volte conversava con qualcuno che lo aveva raggiunto,  più spesso leggeva o annotava.</p>
<p style="text-align: justify;">Credo riposasse la mente o cercasse un pensiero quando, spostata un poco la sedia,  guardava il locale e gli avventori appoggiando  le due mani e il mento a un lungo bastone che avrei detto di acciaio.</p>
<p style="text-align: justify;">Non lo vidi mai ad un altro tavolo.</p>
<p style="text-align: justify;">Presi a passare alla Caru cu Bere interi pomeriggi, preparando gli esami.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi sedevo non distante.</p>
<p style="text-align: justify;">Un giorno, un ragazzo inglese che beveva con alcuni amici nella sala accanto fu preso da un colpo e cadde a terra.</p>
<p style="text-align: justify;">Si teneva l’addome, urlava, subito gli si fecero tutti intorno, mentre veniva chiamata un’ambulanza.</p>
<p style="text-align: justify;">Una delle cameriere si era avvicinata in fretta al tavolo dell’uomo.</p>
<p style="text-align: justify;">Per un attimo credetti fosse un medico e che lei gli avesse chiesto di intervenire.</p>
<p style="text-align: justify;">Lui  si era alzato, avvicinandosi al gruppo concentrico appena aldifuori del quale stavo anch’io.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel cerchio  di uomini si aprì un varco e l’uomo vide per un attimo, un solo attimo, quel ragazzo dai capelli rossi a terra.</p>
<p style="text-align: justify;">Qualcuno gli sorreggeva la nuca.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora non urlava più, sembrava calmo, ma respirava ansando.</p>
<p style="text-align: justify;">L’uomo si voltò e fece per tornarsene al tavolo, incrociò la cameriera, pallida e agitata, le disse una, forse due parole.</p>
<p style="text-align: justify;">Arrivò l’ambulanza e portò via il ragazzo.</p>
<p style="text-align: justify;">In un’ora tutto era dimenticato.</p>
<p style="text-align: justify;">Intorno alle diciannove, come di consueto, l’uomo se ne andò.</p>
<p style="text-align: justify;">Io volli restare: sapevo che Mariana, la cameriera, avrebbe fatto quel giorno l’ultimo turno.</p>
<p style="text-align: justify;">Ordinai una birra e quando me la portò le chiesi perché avesse chiamato quell’uomo.</p>
<p style="text-align: justify;">“Lui è uno che sa, un uomo che vede”, mi aveva risposto.</p>
<p style="text-align: justify;">In quel momento, nel modo arcaico di porgere e pronunciare la frase, nel suo viso stupito e credente vivevano gli avi, moltitudini asperse da sangue gitano, la magia pagana dei boschi, la fede nei segni della terra e delle stelle.</p>
<p style="text-align: justify;">Non era che una ragazza nata e cresciuta in un paesino vicino a Iasi, ora con in tasca l’iPod e il cellulare di ultima generazione, una piccola sfera d’argento al centro della lingua ma tutto quel tempo, così diverso, regnava ancora in lei.</p>
<p style="text-align: justify;">Cosa le aveva detto dopo che aveva visto quel ragazzo a terra?</p>
<p style="text-align: justify;">“Morirà”, mi aveva risposto lei.</p>
<p style="text-align: justify;">Il giorno successivo Stefan, uno dei camerieri, studente all’università, mi disse che il ragazzo era morto ancor prima di giungere in Ospedale.</p>
<p style="text-align: justify;">Quanto a Mariana, era capitato che avesse parlato con l’uomo mesi addietro, smesso il suo turno, di un problema che riguardava suo fratello, in carcere per un delitto.</p>
<p style="text-align: justify;">Credeva che lui leggesse il destino perché le era capitato, servendolo, di vedere mazzi di carte e un libro con strani segni sul tavolo.</p>
<p style="text-align: justify;">Di più Stefan non sapeva.</p>
<p style="text-align: justify;">Quel pomeriggio stesso decisi che lo avrei conosciuto.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando arrivò, lasciai che portassero il calice di rosso.</p>
<p style="text-align: justify;">Prima che iniziasse a leggere o scrivere fui davanti a lui, con il viso dei miei vent’anni.</p>
<p style="text-align: justify;">Sul tavolo vidi un comune quotidiano e un piccolo taccuino nero.</p>
<p style="text-align: justify;">“Mi perdoni, posso farle una domanda?”</p>
<p style="text-align: justify;">“Prego, si sieda se vuole. Il mio nome è  Marius Devaratu” rispose.</p>
<p style="text-align: justify;">“Ion. Ion Gabrieli. &#8211; dissi sedendomi &#8211; Il ragazzo, il ragazzo di ieri, quello che è stato male. Come sapeva che sarebbe morto?”</p>
<p style="text-align: justify;">“Per la stessa ragione per cui so ora che le posso rispondere. Ho visto la sua aura. La sua aura diceva che sarebbe morto in poche ore.”.</p>
<p style="text-align: justify;">“Sì” dissi.</p>
<p style="text-align: justify;">“Era diventata di un azzurro tenue, il bordo superiore vibrava, già si era aperto in alcuni punti. Così, la sua Anima era pronta a lasciarlo. Non c’era alcun modo di cambiare le cose”.</p>
<p style="text-align: justify;">Ordinò anche per me un bicchiere di Bolovan.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando arrivò, alzammo insieme il calice e lui disse forte: “Pentru lume!” , per il mondo! come usa tra romeni.</p>
<p style="text-align: justify;">Bevvi un primo sorso pensando che in questa nostra povera lingua di chiaroveggenti mendicanti dello spirito lume significa tanto mondo quanto umanità quanto  luce.</p>
<p style="text-align: justify;">Mondo materiale, luce fisica, uomini e Luce prima, la Luce di Genesi 1.</p>
<p style="text-align: justify;">Una sola parola: lume.</p>
<p style="text-align: justify;">Parlai di me e dei miei studi.</p>
<p style="text-align: justify;">Lui mi disse di avere sempre vissuto a Bucarest ed essere stato un professore di storia all’università.</p>
<p style="text-align: justify;">Si era ritirato, viveva ora della sua pensione e di alcune proprietà che il governo aveva restituito a lui e al fratello come unici eredi della famiglia.</p>
<p style="text-align: justify;">“Hai desiderio di guardare un poco dentro le cose?” mi chiese passando al tu.</p>
<p style="text-align: justify;">La domanda non mi sorprese, come la attendessi e risposi che sì, lo volevo.</p>
<p style="text-align: justify;">Estrasse un sottile blocchetto di carte dalla tasca interna della giacca e lo mise sul tavolo.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi invitò a tagliare il mazzo e a rovesciare la carta.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo feci.</p>
<p style="text-align: justify;">“Cosa vedi?”</p>
<p style="text-align: justify;">“Il Matto dei Tarocchi.”</p>
<p style="text-align: justify;">“Lo conosci?”</p>
<p style="text-align: justify;">“Un poco.”</p>
<p style="text-align: justify;">“Descrivilo.”</p>
<p style="text-align: justify;">“Cammina su un sentiero, ha una giacca multicolore, e così il turbante. Porta una cinta dorata fatta di grossi medaglioni, un piccolo fardello appeso ad un bastone, il bastone non appoggia sulla spalla ma anche, perché è tenuto dal braccio opposto, sulla gola”.</p>
<p style="text-align: justify;">“Poi?”</p>
<p style="text-align: justify;">“Un cane, un cane lo azzanna. Alla coscia sinistra. I pantaloni sono lacerati, cade del sangue a terra. Il sangue imbeve il suolo, dove c’è un fiore, forse un giglio.”</p>
<p style="text-align: justify;">“Ancora.”</p>
<p style="text-align: justify;">“Il suo sguardo azzurro. E’ perduto e verso l’alto, non guarda in avanti. C’è il dolore  per il morso dell’animale”</p>
<p style="text-align: justify;">“Hai visto tutto e bene. Hai visto te stesso”.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli occhi mi si riempirono di lacrime.</p>
<p style="text-align: justify;">Lui ritirò le carte.</p>
<p style="text-align: justify;">Tacemmo qualche attimo.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli dissi del mio male, di non avere mai considerato quella incredibile identità di immagine.</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure conoscevo la tomba di Phersu, la nascita di Dioniso.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora la carta del Matto mi parlava, come una rivelazione.</p>
<p style="text-align: justify;">“Perchè Gilgamesh – disse &#8211; batte la mano sulla coscia sinistra sino a ferirsi quando nel dolore piange l’amico Enkidu? Perché l’esagramma 36 del Libro dei Mutamenti, La lesione della luce, recita “il male lo ferisce alla coscia sinistra”?</p>
<p style="text-align: justify;">Lì il morso deve avvenire, il Matto deve essere colpito alla coscia, vicino al centro sessuale, al luogo che la Sephirah Yesod, fondamento e verità, occupa nel corpo umano, nel vortice del <em>chakra </em>Muladhara,  il <em>chakra </em>che  governa il rapporto tra Anima e mondo fisico.</p>
<p style="text-align: justify;">La lesione entra nel corpo umano dal lato sinistro, il meno protetto.</p>
<p style="text-align: justify;">Non uccide, ma tocca il rapporto con la realtà.</p>
<p style="text-align: justify;">E con se stessi, poiché Muladhara, lacerato,  non può trattenere la sua energia, non può sublimarla nelle sue spirali, spingerla verso l’alto nel corpo sottile dell’uomo ma la disperde nella terra, come nella figura dei Tarocchi.</p>
<p style="text-align: justify;">L’uomo, così indebolito, ha orrore del mondo materiale e crede di potergli sfuggire guardando verso l’alto.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma questo non è possibile.</p>
<p style="text-align: justify;">L’uomo rimane chino, come chi abbia ricevuto un colpo al ventre, verso la stessa terra che rifiuta.</p>
<p style="text-align: justify;">Se il suo sguardo rifiuta l’orizzonte e, perduto, si alza verso il cielo è per l’intensità del morso.</p>
<p style="text-align: justify;">Egli teme la morte: senza patria, né terra né spirito, questa gli appare definitiva, intollerabile.</p>
<p style="text-align: justify;">Paura, disperazione, rabbia, la perdita, per debolezza e per smarrimento, di ogni dimensione etica, di ogni fede, l’inizio di ogni male.</p>
<p style="text-align: justify;">Sei tu, Ion.”</p>
<p style="text-align: justify;">Pensai ai miei anni trascorsi, a quel camminare di ore per la città o nei cortili dell’università immaginando la mia morte e l’incendio del mondo, odiando tutto e tutti.</p>
<p style="text-align: justify;">Alla mia incapacità di abitare il tempo, di amare.</p>
<p style="text-align: justify;">Pensai a mio padre, che avevo deriso, a una donna che avevo illuso e tradito e che mi amava conoscendo, non come quell’uomo nel suo calmo sapere ma in un modo più intimo e segreto, amandomi, tutto di me.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli chiesi cosa dovevo fare.</p>
<p style="text-align: justify;">“Solo illuminare le cose, nominarle, le rende diverse, trasformabili.</p>
<p style="text-align: justify;">Si tratta di una prima giustizia.</p>
<p style="text-align: justify;">Se un velo opaco è sulla superficie di uno specchio d’acqua l’apparire mattutino del sole, della pura luce fisica, lo scioglie facendo tornare l’acqua limpida.</p>
<p style="text-align: justify;">Una legge fisica, ma queste non sono che riflessi di leggi spirituali.</p>
<p style="text-align: justify;">Io non sono stato per te che il momento in cui guardare la carta, tutto è nelle tue mani.</p>
<p style="text-align: justify;">La più grande delle ferite, il più grande dei limiti è la più grande delle occasioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Si può arrivare dove altrimenti non saremmo mai giunti.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ per questo che il Male abita il mondo.</p>
<p style="text-align: justify;">Vedi, io credo che la cinta d’oro del Matto non sia, come dicono, un cordone di <a title="simboli" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simboli</a> zodiacali che dichiara la follia della figura nell’influsso delle stelle.</p>
<p style="text-align: justify;">Le stelle agiscono su di noi da lontano, nella distanza e, per questo, non possono mai toccare il nostro corpo.</p>
<p style="text-align: justify;">Io credo che il cordone sia quello che resta di una immagine perduta, troppo estrema per poter sopravvivere sino a noi in forma compiuta: il pettorale magico del Sommo Sacerdote di Gerusalemme, dove scintillavano le sacre pietre del Nome e indossando il quale egli vedeva e poteva chiamare lo Spirito.</p>
<p style="text-align: justify;">L’oro del cordone è il bene più prezioso che il Matto possiede.</p>
<p style="text-align: justify;">Confrontalo con il piccolo fardello di stracci alle spalle, certamente questo contiene beni spirituali, ma in povera quantità e faticosamente portati dal bastone incrociato.</p>
<p style="text-align: justify;">Tuttavia il cordone d’oro è solo in potenza, il compito del Matto è attivarlo, solo lui che lo indossa può farlo.</p>
<p style="text-align: justify;">Ricorda che il basso, il male relazionale e psicologico, ogni disordine degli affetti, ogni crudeltà, ogni impossibilità d’amare possono essere mutati solo sanando il nostro rapporto con l’alto, perché di questi sono creature, figli bastardi e servi.</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco il lavoro che ti aspetta.</p>
<p style="text-align: justify;">Che tu lo voglia o no, che tu ne sia consapevole o no, muterà solo la velocità del processo e il numero di vite in cui si compirà.”</p>
<p style="text-align: justify;">Avevo compreso tutto, non avevo nulla da aggiungere.</p>
<p style="text-align: justify;">Parlammo di molte altre cose.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli chiesi del poter vedere l’aura e del resto, di quel suo sapere.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi rispose che in fondo erano cose da nulla.</p>
<p style="text-align: justify;">Ben altro avrebbe voluto per sé.</p>
<p style="text-align: justify;">Non era mai uscito dalla Romania, il suo conoscere veniva dai libri, ogni suo viaggio era avvenuto “intorno alla sua stanza”.</p>
<p style="text-align: justify;">Aveva anche il potere del prana, negli anni aveva curato e guarito  molte persone.</p>
<p style="text-align: justify;">“Prodigi, per quanto piccoli &#8211;  mi disse sorridendo &#8211; non se ne dovrebbero mai fare.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ come tirare un elastico, poi tutto ritorna come prima.</p>
<p style="text-align: justify;">Ed è energia sottratta al vero lavoro di trasformazione della realtà, quello che resta, che avanza ad ogni istante, lo yoga del mondo, quello che trasformerà di nuovo la cinta d’oro del Matto nel pettorale magico.</p>
<p style="text-align: justify;">Non ne compii che uno, senza volerlo, nascosto a tutti, più di trent’anni fa.</p>
<p style="text-align: justify;">Eravamo nel pieno del regime, il nostro mondo era pronto a crollare sotto la sua indegnità, il suo niente.</p>
<p style="text-align: justify;">La settimana prima mia moglie era morta nel grigio Ospedale del Popolo, per una banale infezione.</p>
<p style="text-align: justify;">In qualunque città d’Occidente sarebbe guarita, credo,  in pochi giorni.</p>
<p style="text-align: justify;">Le mie lezioni all’Università erano in quel periodo seguite da un uomo della Securitate.</p>
<p style="text-align: justify;">Si era sparsa voce che io portassi messaggi reazionari.</p>
<p style="text-align: justify;">Passavo le giornate ad occultare quanto volevo dire nel testo delle lezioni, in modo che queste potessero parlare agli studenti ma risultare incomprensibili, innocue per quell’uomo in grigio.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma tutto restava lettera morta, tra gli studenti, nessun viso, nessuno sguardo, Ion, che ricordasse il tuo.</p>
<p style="text-align: justify;">Il loro sentire era incatenato, la loro Anima piegata.</p>
<p style="text-align: justify;">Non parlavo, così, a nessuno.</p>
<p style="text-align: justify;">Era un giorno di novembre e attesi che diventasse buio nella stanza.</p>
<p style="text-align: justify;">Udivo, fuori, i rumori della città, i tram, le macchine.</p>
<p style="text-align: justify;">Pensai di uccidermi.</p>
<p style="text-align: justify;">Poi immaginai il mattino successivo, il sole che sarebbe comunque sorto e il mio camminare in quella luce e in quel tepore verso l’università, verso il mio lavoro.</p>
<p style="text-align: justify;">Avrei potuto, comunque e in qualche modo, nominare Alessandro e Napoleone, dire le date e i fatti della storia umana, ricordarmi di lei.</p>
<p style="text-align: justify;">Qualcosa simile ad un’onda cambiò allora il mio sentire in una gioia impersonale e vasta.</p>
<p style="text-align: justify;">Guardai il tavolo di legno che puntava verso l’alta finestra dalla quale filtrava ancora della luce, densa e come di piombo.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi venne in mente un quadro di Vermeer.</p>
<p style="text-align: justify;">Alzai la mano, verso il vetro, in un gesto che era un sospiro.</p>
<p style="text-align: justify;">Qualcosa si era formato sul piano del tavolo, lungo il lato corto lontano da me.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella poca luce che restava riconobbi una rosa.</p>
<p style="text-align: justify;">Accesi una lampada e la esaminai: il lungo gambo pieno di spine, i petali di un rosso intenso, freschi e perfetti, umidi di rugiada, il profumo pieno.</p>
<p style="text-align: justify;">L’avevo materializzata, carezza per l’oggi, pegno per il domani.</p>
<p style="text-align: justify;">Chi aveva datto il suo assenso, chi mi aveva aiutato?</p>
<p style="text-align: justify;">Da quale potere, da quale giardino segreto proveniva?</p>
<p style="text-align: justify;">La misi in un vaso, durò come qualsiasi altro fiore, conservo i petali ancora oggi, a casa, in una piccola busta di plastica.”</p>
<p style="text-align: justify;">Quella sera l’uomo lasciò la Caru cu Bere alla solita ora.</p>
<p style="text-align: justify;">Separandoci, lo ringraziai abbracciandolo.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel periodo che seguì conversammo tante altre volte a quel tavolo.</p>
<p style="text-align: justify;">L’essenziale, ciò che davvero importava era già stato detto ed era irripetibile, non ne parlammo mai più.</p>
<p style="text-align: justify;">Ogni tanto, quando giungevamo a una conclusione condivisa, quando apprezzava una mia analisi diceva: “Il tuo lavoro, Ion, il tuo lavoro.”</p>
<p style="text-align: justify;">Pensavo a lui come un Maestro, un Maestro incompiuto, che non avesse dispiegato completamente le sue ali, eppure giusto, comunque il solo per questi nostri anni e per me.</p>
<p style="text-align: justify;">Il Maestro della rosa.</p>
<p style="text-align: justify;">Il dicembre di quell’anno ebbi l’opportunità di partecipare, ancor prima di essermi laureato, a una selezione per un posto di ricercatore in una università americana.</p>
<p style="text-align: justify;">Fui prescelto, con altri.</p>
<p style="text-align: justify;">L’incarico era triennale, il non ritorno una possibilità concreta: incontrare una donna, una proposta di studio e di lavoro.</p>
<p style="text-align: justify;">Da allora sono trascorsi quasi due anni e ancora non ho fatto ritorno a Bucarest.</p>
<p style="text-align: justify;">Scrivo ai miei genitori, agli amici.</p>
<p style="text-align: justify;">Stefan mi dice  che l’uomo viene ancora, ogni pomeriggio o quasi, alla Caru cu Bere.</p>
<p style="text-align: justify;">Nulla è cambiato.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo mi conforta, come se aspettasse che io lo raggiunga a quel tavolo per brindare a Ion, al vero Ion, come se questo momento fosse ancora possibile, vicino.</p>
<p style="text-align: justify;">Non so quanto tempo resta a lui, al Maestro della rosa, su questa terra né quanto ne resta  a me per avanzare nel cammino.</p>
<p style="text-align: justify;">So che prima o poi, tra un anno, cent’anni o mille vite, dovrò tornare.</p>
<p style="text-align: justify;">E rendere conto.</p>
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