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	<title>Centro Studi La Runa &#187; Bachofen</title>
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	<description>Archivio di storia, tradizione, letteratura, filosofia</description>
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		<title>La «migrazione dorica»</title>
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		<pubDate>Thu, 13 Oct 2011 09:05:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Adriano Romualdi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La «migrazione dorica» fu quel movimento di popoli del Nord - caratterizzati dai loro Urnenfelder - che spinse in Grecia i Dori, avviò le migrazioni italiche nella penisola appenninica e causò l'irradiazione dei Celti in tutta l'Europa dell'Ovest.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/la-%c2%abmigrazione-dorica%c2%bb.html' addthis:title='La «migrazione dorica» '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/romualdi48x48.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Adriano Romualdi" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/labrys.png" width="48" height="48" alt="" title="Indoeuropei" /><br/><div id="attachment_8506" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-8506" title="Figure di paletta, cervo e essere umano, roccia 1 nell'area di Naquane. Capo di Ponte, Valcamonica." src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/incisioni-capodiponte-300x198.jpg" alt="Figure di paletta, cervo e essere umano, roccia 1 nell'area di Naquane. Capo di Ponte, Valcamonica." width="300" height="198" /><p class="wp-caption-text">Incisioni rupestri di Naquane. Capo di Ponte, Valcamonica.</p></div>
<p style="text-align: justify;">Il nucleo dei <em>Veda</em> doveva già esistere, almeno come tradizione orale, quando il processo d&#8217;indoeuropeizzazione dell&#8217;Europa tocca il suo apice, quello che prelude immediatamente al sorgere del mondo greco-romano.</p>
<p style="text-align: justify;">È la cosidetta «migrazione dorica» ossia quel movimento di popoli del Nord &#8211; caratterizzati dai loro <em>Urnenfelder</em> &#8211; che spinge in Grecia i Dori, avvia le migrazioni italiche nella penisola appenninica e causa la irradiazione dei <a title="Celti" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/celti/">Celti</a> in tutta l&#8217;Europa dell&#8217;Ovest.</p>
<div class="mceTemp" style="text-align: justify;">
<dl id="attachment_8507" class="wp-caption alignright" style="width: 310px;">
<dt class="wp-caption-dt"><img class="size-medium wp-image-8507" title="Incisioni rupestri di Tanum, Bohuslän, Svezia." src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/incisioni-tanum-300x225.jpg" alt="Incisioni rupestri di Tanum, Bohuslän, Svezia." width="300" height="225" /></dt>
<dd class="wp-caption-dd">Incisioni rupestri di Tanum, Bohuslän, Svezia.</dd>
</dl>
</div>
<p style="text-align: justify;">La presenza dell&#8217;incinerazione in questa seconda e risolutiva ondata indoeuropea ci introduce a un nuovo avvenimento spirituale che si colloca sempre nel solco del <a title="simbolismo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">simbolismo</a> solare e della «negazione della Madre».</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;incinerazione ha antiche radici nell&#8217;Europa-Centrale, ma solo alla fine dell&#8217;età del bronzo raggiunge quella espansione e quella compattezza che ci metton di fronte a una nuova visione della vita. È un rituale tipicamente uranico, orientato verso il cielo e la luce. La purificazione dello spirito dal peso della terra e la sua liberazione in pura sostanza di fuoco trovano un&#8217;eco precisa in una nuova fioritura del <a title="simbolismo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">simbolismo</a> celeste.</p>
<p style="text-align: justify;">Il cerchio solare, la croce celtica, il disco puntato, la ruota raggiata traversano tutta l&#8217;Europa tra quei due grandi centri di riferimento che sono le incisioni rupestri del Bohuslän e quelle della Valcamonica. Allo stesso modo, dalla Svezia all&#8217;Italia &#8211; partendo da un focolare mitteleuropeo &#8211; fa la sua comparsa il motivo del cigno astrale, destinato a perpetuarsi fino alla leggenda di Lohengrin e del Graal. Il motivo dei due cigni affiancati che tirano la nave del sole, le protome di cigno stilizzate a 5, sono una delle più caratteristiche manifestazioni della cultura dei campi d&#8217;urne e ne accompagnano l&#8217;espansione giù giù, fin nel Lazio.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/incisioni-rupestri-della-val-camonica/9899" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-8513" style="margin: 10px;" title="incisioni-rupestri-della-val-camonica" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/incisioni-rupestri-della-val-camonica.jpg" alt="" width="200" height="282" /></a>Il carro solare &#8211; questa volta trainato da un cavallo &#8211; è emerso in una palude della Danimarca a confermare la veridicità del mito ellenico dell&#8217;Apollo dimorante nel paese degli Iperborei.</p>
<p style="text-align: justify;">Significativamente, nelle incisioni rupestri della Svezia e della Valcamonica, accanto al moltiplicarsi degli <em>standars</em> solari e di divinità maschili, vi è una rimarchevole assenza delle figurine femminili:</p>
<p style="text-align: justify;">«Manca la fanciulla, così come la madre e la partoriente; manca l&#8217;immagine del piccolo animale che sugge il latte, immortalato sia a Creta che in Egitto in indimenticabili figurazioni. È un&#8217;anima radicalmente diversa quella che si esprime in queste incisioni rupestri nordiche e italiche. All&#8217;antico mondo mediterraneo, col suo naturalismo femminile, si contrappone una cultura tipicamente virile. Essa si apre una via verso il Sud» (Altheim, <em>Italien und Rom</em>, Amsterdam und Leipzig 1940, S. 25-26).</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-full wp-image-8508" style="margin: 10px;" title="urna-villanova" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/urna-villanova.jpg" alt="" width="224" height="300" />Un&#8217;assenza che ha un preciso valore indicativo circa il contenuto spirituale della «migrazione dorica». È un contenuto che verrà presto alla luce sia nel <em>pantheon</em> olimpico che nello stile di vita asciutto e severo del doricismo e della romanità.</p>
<p style="text-align: justify;">Intorno al 950 circa, la grande migrazione è finita: nel Peloponneso ci sono ormai i Dori e sui Colli Albani i Latini. L&#8217;ethnos italico ed ellenico, saturo di elementi nordici, si prepara alla grande stagione della civiltà classica. Dalla Grecia all&#8217;Italia si diffonde una nuova costellazione simbolica la cui stella polare è la svastica &#8211; ripetuta centinaia di volte sia sui vasi del cosidetto « periodo geometrico », sia sulle urne a capanna del Lazio.</p>
<p style="text-align: justify;">La preistoria è finita. Sull&#8217;Ellade albeggia l&#8217;aurora omerica. Significativamente, quando il primo popolo indoeuropeo d&#8217;Europa incomincia a parlare, il suo messaggio è quello della <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione/">religione</a> olimpica.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-full wp-image-8503" style="margin: 10px;" title="pericle" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/pericle.jpg" alt="" width="200" height="300" />Di duemilacinquecento anni di preistoria religiosa europea, una parola ci è rimasta: <em>*dyeus</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">È il nome della Divinità: Juppiter &#8211; da Dius-pater (gen. <em>Iovis</em>, dat. <em>Iovii</em>) tra i Latini; Zeus (gen. <em>Diòs</em>) tra gli Elleni; Dyaus in India; Tyr o Ziu nel mondo germanico. È il nome del dio supremo e &#8211; al tempo stesso &#8211; quello del cielo divino in tutta la sua luce e tutto il suo splendore.</p>
<p style="text-align: justify;">È questa una importante scelta spirituale: gli <a title="Indoeuropei" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/indoeuropei/">Indoeuropei</a>, la razza nordica, gli europei sono il popolo di <em>*dyeus</em>, il popolo della luce. Il popolo destinato a portare il <em>lògos</em>, la legge, l&#8217;ordine, la misura. Il popolo che ha divinificato il Cielo di fronte alla Terra, il Giorno di fronte alla Notte, la razza olimpica per eccellenza.</p>
<p style="text-align: justify;">È una scelta destinata a segnare un orientamento di millenni: l&#8217;ordine, nel mondo, è opera dell&#8217;uomo bianco.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma il Giorno, <em>*dyeus</em>, è &#8211; al tempo stesso &#8211; il Padre. Juppiter, Zeus patér, Dyaus pitàr sono termini che si pronunciano l&#8217;uno nell&#8217;altro.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;ordine della luce è un ordine maschile. Non l&#8217;ordine della Madre &#8211; confondente tutto e tutti in una pacifica promiscuità, e che sta al di qua della civiltà come noi la concepiamo:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/le-madri-e-la-virilita-olimpica/8167" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-5911" style="margin: 10px;" title="le-madri" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/le-madri.jpg" alt="" width="200" height="277" /></a>«Dal principio della maternità generatrice scaturisce il senso della universale fratellanza di tutti gli esseri, senso che declina e non trova più risuonanze con l&#8217;avvento del principio della paternità. La famiglia incentrata nel patriarcato è conchiusa come un organismo individuo, quella matriarcale conserva invece quel carattere tipicamente universalistico che si ritrova nei primordi. Da esso procede quel principio di universale eguaglianza e libertà, che noi spesso ritroviamo come tratto fondamentale dei popoli ginecocratici, insieme alla <em>filoxenìa</em> (simpatia per gli stranieri) e ad una decisa insofferenza per ogni specie di limiti e restrinzioni; infine, non diversa origine ha l&#8217;esaltazione del sentimento d&#8217;una generale parentela e di una simpatia, <em>synpàtheia</em> &#8211; che non conosce limiti&#8230; » (Bachofen, <a title="Le madri e la virilità olimpica" href="http://www.libriefilm.com/le-madri-e-la-virilita-olimpica/8167" target="_blank"><em>Le madri e la virilità olimpica</em></a>, Milano 1949, pg. 34-35).</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Il genio spirituale indoeuropeo &#8211; quale si manifesta fin nei primordi, sta appunto nel rifiuto di questa fratellanza promiscua del regno della Madre. Contro la promiscuità stanno la Famiglia e lo Stato, contro la fratellanza universale e bastarda la stirpe e la razza.</p>
<p style="text-align: justify;">Contro il livellamento sta l&#8217;Ordine &#8211; come principio di differenziazione luminoso. L&#8217;Ordine solare del giorno, l&#8217;ordine di <em>*dyeus</em>, quale si trova simboleggiato nella svastica, primordiale <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">simbolo</a> della luce .</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/la-%c2%abmigrazione-dorica%c2%bb.html' addthis:title='La «migrazione dorica» ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Julius Evola, des théories de la race à la recherche d&#8217;une anthropologie aristocratique</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Sep 2011 16:35:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Monastra</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nous abordons ici l'un des aspects les plus brûlants de l'œuvre de Julius Evola, principal représentant, en Italie, de la pensée «traditionnelle»: sa conception du racisme. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/julius-evola-des-theories-de-la-race-a-la-recherche-dune-anthropologie-aristocratique.html' addthis:title='Julius Evola, des théories de la race à la recherche d&#8217;une anthropologie aristocratique '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/evola48x48.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Julius Evola" /><br/><div style="text-align: justify;">
<p><img class="size-full wp-image-8380 alignright" style="margin: 10px;" title="evola" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/evola1.jpeg" alt="" width="191" height="256" />Nous abordons ici l&#8217;un des aspects les plus brûlants de l&#8217;œuvre de <a title="Julius Evola" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/julius-evola/">Julius Evola</a>, principal représentant, en Italie, de la pensée «traditionnelle»: sa conception du racisme. Il faut préciser d&#8217;emblée qu&#8217;il serait extrêmement réducteur de définir Evola comme un auteur «raciste». Il s&#8217;intéressa en effet à de très nombreux problèmes &#8211; de la morphologie de l&#8217;histoire aux doctrines métaphysiques orientales, de la philosophie idéaliste à l&#8217;art d&#8217;avant-garde, de la politologie à la critique de la civilisation moderne et de ses mythes -, pour ne parler que des principales recherche du penseur italien. Evola traita tous ces domaines en suivant le fil conducteur de la conception «traditionnelle» du monde, conception tirée des textes sacrés de la pensée métaphysique orientale et occidentale, et passée au crible de sa sensibilité personnelle, qui a marqué cette conception d&#8217;une empreinte toute particulière et, parfois, sans nul doute discutable. Avec son approche très personnelle du «racisme», Evola eut l&#8217;ambition d&#8217;appliquer la vision traditionnelle du monde, telle qu&#8217;il la comprenait, à un aspect particulier de la réalité: les différences existant entre les êtres humains, considérés soit individuellement, soit collectivement.On ne trouve pas, chez Evola, l&#8217;obsession paranoïaque typique des racistes à plein temps, pour lesquels tout doit être subordonné au mythe de la race, ramené de surcroît aux horizons étroits d&#8217;une des nombreuses idéologies «modernes», dans leurs variantes rationalistes aussi bien qu&#8217;irrationalistes. On ne peut pas non plus affirmer que l&#8217;auteur de <em>Révolte contre le monde moderne</em>ne s&#8217;intéressa au racisme que parce que le fascisme italien avait adopté, en 1938, une série de «lois raciales», ce que firent en revanche un certain nombre d&#8217;«intellectuels» médiocres, lesquels se découvrirent à l&#8217;improviste une profonde vocation raciste, dictée en réalité par la servilité la plus méprisable.En effet, attentif à tous les ferments politiques et culturels qui agitaient alors l&#8217;Europe, Evola avait déjà eu l&#8217;occasion d&#8217;exprimer bien avant 1938 ses idées sur le problème de la race, notamment en se penchant sur le phénomène national-socialiste: il suffira de mentionner, par exemple, ses deux articles <em>Il &#8220;mito&#8221; del nuovo nazionalismo tedesco</em> (1), paru dans la revue <em>Vita Nova</em> (VI, 11, novembre 1930), et <em>La &#8220;mistica del sangue&#8221; nel nuovo nazionalismo tedesco</em>, paru dans la revue <em>Bilychnis</em> (XX, 1, janvier-février 1931). Toute la pensée évolienne sur la question de la race se trouve déjà en germe dans ces écrits; elle sera développée ensuite avec cohérence, si l&#8217;on excepte certaines «chutes de niveau», souvent explicables par des motifs contingents. Voyons donc quels sont les fondements de la conception d&#8217;Evola à ce sujet, tels qu&#8217;il les a exposés principalement dans <em>Sintesi di dottrina della razza</em> (Milan, 1941), et secondairement dans <em>Il mito del sangue</em> (Milan, 1937), <em>Tre aspetti del problema ebraico</em> (Rome, 1936), <em>Indirizzi per una educazione razziale</em> (Naples, 1941) (2), ainsi que dans des articles parus, pour la plupart d&#8217;entre eux, dans les revues <em>La Vita Italiana</em>, <em>La Difesa della razza</em> et <em>Bibliografia fascista</em>. Il convient d&#8217;ajouter à cette liste l&#8217;introduction qu&#8217;Evola écrivit pour la réédition, due à Giovanni Preziosi, de la version italienne des <em>Protocoles des Sages de Sion </em>(Rome 1938). Il faut tout d&#8217;abord préciser que, pour Evola, le mot «race» est synonyme de «qualité» (le langage courant dit volontiers d&#8217;une personne distinguée qu&#8217;elle est «racée»: c&#8217;est une signification semblable que reprend Evola). Nous sommes donc en présence d&#8217;un attribut qualifiant l&#8217;être humain, non d&#8217;une entité collective, biologique, qui s&#8217;imposerait au premier plan. La «forme», en tant qu&#8217;élément actif, dynamique, individuant, représente l&#8217;essence même du très particulier «racisme» évolien. Dans cette perspective, essentiellement aristocratique, ce qui différencie et qualifie vaut plus que ce qui égalise: pour Evola, en effet, il n&#8217;y a égalité que lorsque prévaut une dimension amorphe, indifférenciée, obscure, qui constitue un «moins» par rapport à ce qui s&#8217;élève, se distingue, émerge avec une configuration spécifique, un visage propre. C&#8217;est l&#8217;opposition du <em>chaos</em> et du <em>cosmos</em>, de la passivité et de l&#8217;activité, de la matière et de l&#8217;esprit. L&#8217;anthropologie aristocratique d&#8217;Evola se caractérise par son fondement métaphysique, sa structure rigoureusement verticale et, en même temps, organique. Pour le penseur italien, l&#8217;homme n&#8217;est pas simplement un animal chanceux, qui se serait affirmé tout au long du processus d&#8217;évolution, ni un «serviteur» du Dieu chrétien, croyant en une <a title="religiosité" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione/">religiosité</a> jugée par Evola suspecte et évanescente parce que souvent ennemie du monde (le royaume de l&#8217;orgueil et du péché). Pour Evola, qui s&#8217;appuie sur les doctrines traditionnelles non chrétiennes, l&#8217;homme véritable, intégral, concentre en lui plusieurs dimensions, c&#8217;est une structure unitaire qui s&#8217;exprime à trois niveaux: biologique, psychique, spirituel. Comme l&#8217;a écrit Elemire Zolla, «une fois qu&#8217;on a établi les topographies de l&#8217;homme intérieur typiques des diverses cultures, on s&#8217;aperçoit avec étonnement qu&#8217;elles sont superposables. L&#8217;intériorité apparaît subdivisée de manière identique dans toutes les traditions, selon un archétype permanent (&#8230;) L&#8217;homme (&#8230;) tend à se subdiviser en un corps, une âme et un esprit (&#8230;) Tout ce qui est extérieur à l&#8217;homme, ne vaut et n&#8217;a de force spirituelle qu&#8217;en tant que cela renvoie à ce qui lui est intérieur» (3). L&#8217;anthropologie évolienne n&#8217;est donc pas le produit d&#8217;une pensée «originale» au sens moderne, individualiste, mais se rattache à une sagesse universelle, qui transcende le temps et l&#8217;espace, puisqu&#8217;elle se situe dans une dimension archétypale, au sens platonicien du terme. C&#8217;est une pensée «originelle»: elle ne remonte pas en arrière dans le temps, elle s&#8217;élève verticalement hors du temps, en direction du noyau transcendant où s&#8217;enracinent tous les aspects des sociétés dites «traditionnelles», donc en direction de la véritable origine de celles-ci.<strong></strong></p>
<p><em><strong>Race et personnalité spirituelle</strong></em></p>
<p><a href="http://www.amazon.fr/gp/product/2867140463/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=centrostudila-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=1642&amp;creative=19458&amp;creativeASIN=2867140463" rel="nofollow" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-7833" style="margin: 10px;" title="essais-politiques" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/essais-politiques1.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>Le problème qui se pose éventuellement, dans cette optique, est de savoir si Evola n&#8217;a pas parfois «forcé» la signification de certaines doctrines traditionnelles, pour en tirer des conclusions discutables et très subjectives. Il faudrait en effet vérifier si Evola adopta une attitude «prudente» ou si, inversement, il appliqua à notre époque, de manière illégitime, des préceptes valables pour un monde qualitativement différent. Nous reviendrons sur ce point. Pour le penseur italien, l&#8217;homme ne vaut pas d&#8217;abord pris en soi, à l&#8217;égal d&#8217;un atome, d&#8217;un nombre, mais doit être considéré en tant que «membre d&#8217;une communauté» (<em>Sintesi</em>, p. 16). Il ne se qualifie pas en tant qu&#8217;«individu», mais en tant que «personne», en tant que porteur et détenteur de rapports organiques, horizontaux et verticaux, en tant qu&#8217;héritier de traditions. A la conception bourgeoise et illuministe de la culture comme élément cérébral, qu&#8217;on peut apprendre à son gré, à condition simplement de le vouloir et de posséder les capacités intellectuelles requises, Evola oppose les dons comportementaux, réputés fondamentalement innés: courage, fidélité, volonté, sens de l&#8217;honneur, etc. Il affirme que lorsque tout cela fait défaut, une intelligence brillante et une culture immense ne valent pas grand chose: privées d&#8217;un contenu éthique et spirituel, elles relèvent avant tout de l&#8217;aspect instrumental et mécanique de la totalité «homme» et doivent être placées, étant donné leur valeur moindre, dans une position hiérarchiquement subordonnée. Dans sa version «traditionnelle», le racisme, anti-individualiste, se veut donc aussi antirationaliste, mais au nom de facteurs suprarationnels et non pas de facteurs instinctifs et naturalistes, typiques, au contraire, des conceptions racistes en vogue dans les années trente. La race n&#8217;est pas réductible au seul domaine culturel ou rationnel, ni au domaine biologico-naturel. Cet ordre d&#8217;idées, très spécifique, entre évidemment en conflit avec de nombreux mythes enracinés dans la mentalité moderne.</p>
<p>La référence à la dimension transcendante conduit Evola à affirmer que les différences entre les hommes dérivent de causes intérieures, mais non dans un sens foncièrement naturaliste (même si l&#8217;aspect biologique doit être pris en compte à son niveau propre). Il faut par conséquent condamner toute conception scientiste qui substitue «à l&#8217;action mécanique du milieu (&#8230;) le fatalisme de l&#8217;hérédité» (<em>Sintesi</em>, p. 21). Il serait en effet dénué de sens de critiquer l&#8217;environnementalisme au nom d&#8217;une théorie qualitativement analogue, en restant prisonnier du déterminisme. Dans les deux cas, la personnalité ne serait guère plus qu&#8217;un simple mot, elle serait privée d&#8217;une véritable contrepartie dans la réalité. Le racisme entendu comme «matérialisme zoologique» ne marque donc pas un progrès par rapport à l&#8217;égalitarisme. Dans un article publié par <em>La Difesa della Razza</em> («Razza, eredità, personalità», 5 avril 1942) &#8211; le bimensuel dirigé par Telesio Interlandi, où furent parfois publiées des interventions vraiment ignobles, privées de toute dignité et de tout sérieux, destinées à dépeindre de façon aussi répugnante que possible les «ennemis de la race italienne» (<em>sic</em>), en particulier les Juifs -, Evola précisa très clairement sa pensée au sujet de la valeur de la personnalité dans une perspective raciale, contredisant notamment de nombreuses idées soutenues par le groupe dirigeant de la revue (composé, outre Interlandi, de Landra, Cipriani et Cogni). «L&#8217;hérédité raciale — écrivait Evola &#8211; peut (&#8230;) être comparée à un patrimoine réuni par les ancêtres et transmis à la descendance. Il n&#8217;y a pas de déterminisme, parce qu&#8217;est concédée à la descendance, à l&#8217;intérieur de certaines limites, une liberté d&#8217;usage à l&#8217;égard d&#8217;un tel patrimoine: on peut l&#8217;assumer, le renforcer, en tirer de telle ou telle façon le meilleur parti, tout comme on peut, inversement, le disperser et le détruire. De ce que lui a potentiellement transmis une hérédité aussi bien spirituelle que biologique, l&#8217;individu peut donc, dans la fidélité à sa race et à sa tradition, tirer la force pour atteindre une perfection personnelle et pour valoir comme une incarnation parfaite de l&#8217;idéal de toute une race ; ou bien il peut contaminer cet héritage, il peut le dissiper». A titre de conséquence, Evola souligne l&#8217;importance du rôle de la personnalité dans le domaine racial, donc la nécessité d&#8217;«éveiller un sens de la responsabilité bien précis chez l&#8217;individu». On a là un élément typique de la conception évolienne: le caractère fondamental, central, des choix de chaque être humain, le droit d&#8217;accepter ou de refuser, de dire oui ou non et, en même temps, le devoir de l&#8217;Etat de rendre l&#8217;individu conscient du sens de ses choix, mais sans les appels obsessionnels en faveur de mesures coercitives et violentes, appels si fréquents dans les argumentations des racistes de l&#8217;époque.</p>
<p>Ce que recherchait Evola, c&#8217;était principalement une révolution spirituelle radicale, une transformation des consciences. Il adoptait un antidéterminisme déclaré, se traduisant tant dans le refus de la conception mécaniciste de l&#8217;homme, qu&#8217;elle fût d&#8217;inspiration héréditariste ou environnementaliste, que dans le rejet du progressisme, entendu comme fatalisme optimiste appliqué à l&#8217;histoire, conception linéaire du devenir. Pour Evola, la doctrine de la race démolit l&#8217;idée d&#8217;un progrès continu de l&#8217;humanité, concept abstrait et fallacieux, et la remplace par une vision agonistique, polémologique (la lutte, l&#8217;ascension et le déclin des races), ouverte à l&#8217;influence de réalités transcendantes, «sur-naturelles». Evola oppose à la réduction de l&#8217;histoire à un seul sujet (l&#8217;humanité) et à un seul destin (le progrès), une conception plurielle; l&#8217;histoire est le fait de protagonistes irréductibles les uns aux autres (les grandes races), et elle est susceptible de connaître plusieurs issues, rien moins que prévisibles et évidentes (soit vers des cultures supérieures, soit vers la barbarie et le chaos). Evola oppose également à la moderne «idéologie économique», selon laquelle l&#8217;action humaine est déterminée, en dernière analyse, par des motivations utilitaires, mercantiles, un ensemble de luttes dont la racine la plus profonde réside dans la dimension spirituelle, dans des systèmes de valeurs antagonistes. Si la vérité, au niveau métaphysique pur, est une, pour Evola, quand elle se manifeste dans le monde sous diverses expressions formelles («différentes façons de concevoir les valeurs suprêmes»), elle assume les spécificités des races. Il s&#8217;ensuit qu&#8217;il faut sélectionner les contenus de la culture de chaque peuple et les «vérités» elles-mêmes (répétons-le: «vérités» dérivées, par adaptation aux lieux et aux temps de manifestation, de la Vérité une, d&#8217;ordre métaphysique, donc universelle et supra-raciale).</p>
<p>Selon Evola, il existe donc des «vérités» valables pour une race et non pour une autre. A ce sujet, Piero Di Vona, auteur de l&#8217;excellent essai <em>Evola e Guenon. Tradizione e civiltà</em> (Napoli 1985), voit dans la théorie évolienne une forme de «matérialisme masqué et transposé» (p. 19). A notre avis, on ne peut cependant parler que d&#8217;un relativisme des valeurs, d&#8217;ailleurs limité à la forme expressive de celles-ci. La critique évolienne de certaines formes ambiguës d&#8217;universalisme ne doit pas être confondue avec le refus de toute réalité supérieure qui transcende et unifie la multiplicité. Evola écrit: «Le vrai sens de la doctrine de la race, c&#8217;est en effet l&#8217;aversion pour ce qui est en dessous ou en deçà des différences, avec ses caractères d&#8217;indifférenciation, de généralité, de non-individuation; mais contre ce qui est effectivement au-dessus ou au-delà des différences, notre doctrine de la race ne peut avancer de sérieuses réserves» (<em>Sintesi</em>, p. 27). Dans <em>Eléments pour une éducation raciale</em>, Evola précise encore mieux sa pensée, mettant en évidence la limite qui s&#8217;impose à «la norme raciste de la &#8220;différence&#8221; et du déterminisme des valeurs de la race. Ce déterminisme est réel et décisif, même dans le domaine des manifestations spirituelles, lorsqu&#8217;il s&#8217;agit des créations propres à un type &#8220;humaniste&#8221; de civilisation, c&#8217;est-à-dire de civilisations où l&#8217;homme s&#8217;est interdit toute possibilité de contact effectif avec le monde de la transcendance, a perdu toute véritable compréhension des connaissances relatives à un tel monde et propres à une tradition vraiment digne de ce nom. Lorsque, cependant, tel n&#8217;est pas le cas, lorsqu&#8217;il s&#8217;agit de civilisations vraiment traditionnelles, l&#8217;efficience des &#8220;races de l&#8217;esprit&#8221; elle-même n&#8217;outrepasse pas certaines limites: elle ne concerne pas le contenu, mais uniquement les diverses formes d&#8217;expression qu&#8217;ont prises, chez tel ou tel peuple, dans tel ou tel cycle de civilisation, des expériences ou connaissances identiques et objectives en leur essence, parce que se rapportant effectivement à un plan supra-humain» (pp. 51-52). Il nous semble qu&#8217;il n&#8217;y a pas là trace de matérialisme, ni même de relativisme, de relativisme total s&#8217;entend. Pour Evola, les races ne constituent pas des monades fermées, mais présentent, du moins dans de nombreux cas, des interrelations qui excluent tout particularisme séparatiste, véritable transposition de l&#8217;individualisme au niveau des entités collectives.</p>
<p><em><strong>Esprit, âme, passions</strong></em></p>
<p>Voyons maintenant de façon plus détaillée la tripartition de l&#8217;être humain, qu&#8217;Evola emprunte à la pensée traditionnelle. L&#8217;esprit représente l&#8217;élément supra-rationnel et supra-individuel, l&#8217;âme la force vitale, l&#8217;ensemble des passions, les facultés de perception, le subconscient rattachant l&#8217;esprit au corps, qui est assujetti aux deux niveaux supérieurs. Evola définit comme suit le rapport existant entre les différents plans: «Tout en obéissant à des lois propres, qui doivent être respectées, ce qui dans l&#8217;homme est &#8220;nature&#8221; se prête à être l&#8217;organe et l&#8217;instrument d&#8217;expression et d&#8217;action de ce qui, en lui, est plus que &#8220;nature&#8221;» (<em>Sintesi</em>, p. 48). Dans la conception évolienne, la «race pure» n&#8217;est pas une réalité banalement biologique, comme dans la rhétorique nazie avec ses stéréotypes formés par les hommes blonds aux yeux bleus. Il y a «race pure» lorsqu&#8217;il y a transparence et harmonie parfaites entre le corps, l&#8217;âme et l&#8217;esprit, lorsque ce dernier a unifié et domine tout l&#8217;être humain. Evola situe au pôle opposé les «races de nature», dont le centre s&#8217;est déplacé, par dégénérescence, dans l&#8217;élément instinctuel-collectif, infra-personnel, devenu autonome et prépondérant. La forme religieuse de ces «races de nature» s&#8217;identifie au totémisme. Pour l&#8217;auteur traditionaliste, «dans le monde moderne, lorsque les peuples gardent encore, dans une large mesure, une certaine pureté raciale, c&#8217;est précisément dans cet état de demi-sommeil qu&#8217;elles se trouvent» (<em>Sintesi</em>, p. 54). Evola affirme qu&#8217;en dessous de ce niveau naturaliste, les races n&#8217;existent plus: il n&#8217;y a plus alors qu&#8217;un métissage indistinct et cosmopolite, anonyme, où même la «voix du sang» reste muette. Les «races de nature» semblent contredire parfois la conception involutive de l&#8217;histoire reprise par Evola, à savoir la doctrine des quatre âges. Nous venons de voir, en effet, que ces races sont considérées comme le fruit d&#8217;un processus de dégénérescence. A plusieurs reprises pourtant (cf. par exemple <em>Sintesi</em>, pp. 66-67), elles sont situées à l&#8217;origine, dans un lointain passé, dans une condition originelle, donc, en toute rigueur, qualitativement supérieure à la condition actuelle, du moins dans la perspective «traditionnelle». La pensée d&#8217;Evola reste étrangement confuse à ce sujet.</p>
<p>Au-delà des grandes races (blanche, jaune, etc.), Evola distingue six familles parmi les «Aryens»: les familles nordique, méditerranéenne, «falique», alpine, orientale, baltique, présentes, à des degrés divers, dans la composition des peuples de l&#8217;Europe contemporaine. Etant donné les connaissances de l&#8217;époque, on ne peut pas avancer d&#8217;objections sérieuses contre l&#8217;approche évolienne de la biologie et de l&#8217;anthropologie. Dans ses interventions sur ce sujet, Evola prouve qu&#8217;il possède une préparation théorique valable, tout en n&#8217;étant pas un spécialiste. Ses méprises ou ses erreurs proprement dites sont en effet très rares, et n&#8217;ont de toute façon pas d&#8217;incidence sur la logique de son discours. Naturellement, la pensée anthropologique moderne pourrait faire remarquer que la conception biologique des races reprise par Evola, a aujourd&#8217;hui été remplacée par une autre conception: une vision statistique des différences raciales s&#8217;est substituée à l&#8217;idée, trop étroite et rigide, des groupes humains propre à la culture scientifique de la première moitié du XXème siècle. Mais Evola n&#8217;est qu&#8217;accessoirement concerné par tout cela, qui excède la partie centrale de son discours «raciste».</p>
<p><a href="http://www.amazon.fr/gp/product/2867140056/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=centrostudila-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=1642&amp;creative=19458&amp;creativeASIN=2867140056" rel="nofollow" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-8376" style="margin: 10px;" title="julius-evola-lhomme-et-loeuvre" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/julius-evola-lhomme-et-loeuvre.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>Pour ce qui est du second niveau, l&#8217;âme, l&#8217;auteur italien reprend certaines observations et analyses du «raciologue» allemand Ludwig Ferdinand Clauss, un marginal de la culture nationale-socialiste qui eut à subir les foudres du régime hitlérien dans les dernières années d&#8217;existence de celui-ci. Pour Clauss (et pour Evola), les races ne se caractérisent pas tant, sur le plan psychologique, par la possession de dons spécifiques à chacune d&#8217;elles, que par la diversité d&#8217;expression de traits comportementaux, c&#8217;est-à-dire par la manifestation de styles différents. La fidélité et l&#8217;héroïsme, par exemple, ne sont pas l&#8217;apanage d&#8217;une race particulière, ils appartiennent à toutes les races. Mais ils s&#8217;expriment différemment chez les Nordiques et les Méditerranéens ou, à un niveau plus général, chez les Blancs et les Jaunes. Nous sommes donc loin d&#8217;un thème cher à de nombreux racistes: l&#8217;attribution de certaines qualités à une seule race, à l&#8217;exclusion des autres. «Selon l&#8217;enseignement traditionnel antique &#8211; écrit Evola -, l&#8217;âme ne se ramène pas à ce qu&#8217;elle est pour la psychologie moderne, à savoir un ensemble d&#8217;activités et de phénomènes &#8220;subjectifs&#8221;, reposant sur une base physiologique; pour cet enseignement, l&#8217;âme est en fait une espèce d&#8217;entité autonome (&#8230;) elle a une existence propre, ses forces réelles, ses lois, son hérédité propre, distincte de l&#8217;hérédité purement physico-biologique» (<em>Sintesi</em>, p. 120.) Il existe donc «deux courants distincts d&#8217;hérédité, l&#8217;un du corps et l&#8217;autre de l&#8217;âme» (<em>Sintesi</em>, p. 121), qui relèvent tous deux des dimensions horizontales de la réalité. L&#8217;un peut influencer l&#8217;autre; parfois, à des époques de décadence, les deux courants peuvent diverger et finir par s&#8217;opposer. Cependant, précise Evola, «l&#8217;unité des différents éléments ne se produit pas par hasard, ou sous l&#8217;effet de lois automatiques, mais en fonction de liaisons analogiques et électives» (<em>Sintesi</em>, p. 122). Il serait privé de sens de considérer ce rapport dans une optique mécaniciste et déterministe.</p>
<p>Au troisième niveau interviennent les «races de l&#8217;esprit». Evola complète ici les connaissances «traditionnelles» par la typologie qu&#8217;avait établie l&#8217;historien des <a title="religions" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione/">religions</a> de l&#8217;<a title="antiquité" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/storia-antica/">Antiquité</a> Johann Jakob Bachofen; il distingue donc les «races de l&#8217;esprit» solaire, lunaire, dionysiaque, titanique, tellurique, amazonienne et aphrodisienne. L&#8217;élément spirituel, présent avec une pureté maximale dans la race solaire, caractérisée par un calme «olympien», un sentiment de «centralité» et de fermeté inébranlable, s&#8217;atténue peu à peu et devient de moins en moins central et limpide en passant aux autres races, pour atteindre son obscurcissement maximal chez les êtres telluriques et aphrodisiens, en dessous desquels se trouvent, dans la conception évolienne, les «races de nature», fermées à toute transcendance. Irrationalité, élémentarité aveugle, sensualité déréglée, fatalisme, passivité de l&#8217;esprit: tels sont les traits de la décadence intérieure, certains étant présents dans la race tellurique, d&#8217;autres dans la race aphrodisienne.</p>
<p>Ces composantes «raciales» constituent l&#8217;hérédité verticale de l&#8217;homme, qui tend à dominer en lui les deux autres courants d&#8217;hérédité, ceux de type horizontal: le courant de l&#8217;âme et le courant du corps. Au sujet de l&#8217;époque contemporaine, Evola souligne que les différentes «races de l&#8217;esprit» figurent toutes, à des degrés divers, chez les peuples «aryens». Parmi ces derniers, étant donné leur état d&#8217;extrême déchéance, seule une recherche attentive permet de découvrir des caractères «olympiens» ou spirituellement élevés. Il s&#8217;agit toujours, de toute manière, de cas particuliers, de personnalités hors du commun, appartenant même parfois aux couches sociales les plus modestes. Rien d&#8217;analogue ne saurait être établi au niveau collectif, où la situation se présente comme un mélange de «races de nature» et de chaos ethnique cosmopolite. Parlant de la spiritualité «aryenne» pure, non déchue, Evola fait référence à la doctrine hindoue des trois <em>gunas</em> (<em>sattva</em>, <em>rajas</em> et <em>tamas</em>), conditions de l&#8217;existence universelle auxquelles sont soumis tous les êtres manifestés et qui en déterminent les aspects qualitatifs les plus profonds. Mais l&#8217;exposé évolien de la doctrine traditionnelle devient ici tendancieux et inexact: la qualité <em>rajas</em>, par exemple, est dite «ascendante», alors que ce terme sanscrit connote en fait l&#8217;idée d&#8217;«expansion» dans un sens horizontal (cf. <em>Sintesi</em>, p. 179). L&#8217;objectif d&#8217;Evola consiste à poser une analogie entre les caractéristiques spirituelles supposées typiques des «Aryens» (calme, style sévère, clarté, maîtrise de soi, sens de la discipline, etc.) et la qualité <em>rajas</em>. Mais il nous semble qu&#8217;ici, tant en raison du malentendu signalé à propos du mot <em>rajas</em> que de certains rapprochements imprudents, exclusifs et arbitraires, le discours évolien est, du point de vue «traditionnel», très faible.</p>
<p>Beaucoup plus convaincante est la théorisation faite par Frithjof Schuon au terme d&#8217;une analyse mesurée et équilibrée des données traditionnelles (cf. <em>Castes et races</em>, 2ème éd., Archè, Milan 1979). Bien que se limitant aux grandes races (blanche, jaune et noire), cet auteur fait ressortir que celles-ci &#8211; placées dans un rapport d&#8217;analogie avec le feu, l&#8217;eau et la terre, donc avec des éléments qu&#8217;il faut entendre symboliquement &#8211; possèdent toutes un noyau de spiritualité pure, dès lors, du moins, qu&#8217;on considère ces races à l&#8217;état normal, non dans un état de déchéance et d&#8217;obscurcissement. A l&#8217;opposé de certaines formules simplistes d&#8217;Evola sur les Noirs, réputés «inférieurs», Schuon écrit: «L&#8217;élément &#8220;terre&#8221; a les deux aspects de pesanteur ou d&#8217;immobilité (<em>lamas</em>) et de fertilité (<em>rajas</em>), mais il s&#8217;y ajoute aussi, par les minéraux, une possibilité lumineuse, que nous pourrions appeler la &#8220;cristalléité&#8221; (<em>sattva</em>); la spiritualité des Noirs a volontiers une allure de pureté statique, elle met en valeur ce que la mentalité nègre a de stable, de simple et de concret» (<em>op. cit.</em>, p. 52). Dans cette perspective, il est évident que la hiérarchie posée par Evola entre les races aryennes «supérieures» et les races non aryennes «inférieures», fut à la fois influencée par les mythes de l&#8217;époque à laquelle il vécut et fortement «instrumentalisée». La Tradition n&#8217;y entre que pour bien peu.</p>
<p>Autre concession à l&#8217;esprit du temps, chez Evola: le fait de traduire, avec trop de sûreté, le terme <em>ârya</em> par «noble», sur la base de l&#8217;interprétation de vieilles inscriptions et de vieux textes, comme s&#8217;il n&#8217;était pas très courant de voir de nombreux peuples archaïques s&#8217;autodéfinir en termes élogieux! Sur ce point, la prudence adoptée par Benveniste paraît très justifiée; cet auteur opte d&#8217;ailleurs pour une traduction moins «tranchée», simplement destinée à indiquer le substrat ethnique commun (4).</p>
<p><em><strong>Contre l&#8217;illusion de la pureté raciale</strong></em></p>
<p>Il y eut en revanche un point sur lequel Evola soutint des thèses allant résolument à contre-courant: celui des croisements entre individus de races différentes, croisements qu&#8217;il jugea positifs dans certains cas, comme stimulant pour la manifestation des meilleures qualités innées de la personnalité. Contre l&#8217;illusion d&#8217;une pureté raciale spirituellement stérile, parce qu&#8217;analogue à l&#8217;élevage et au dressage de certaines espèces animales, Evola indique une perspective dynamique et ouverte aux croisements entre «races» ayant un commun dénominateur minimum en tant qu&#8217;elles appartiennent à la même «grande race» (blanche, jaune ou noire). Dans ce cas, on ne s&#8217;orienterait pas vers le chaos ethnique, mais vers la réintégration, dans la personne même, d&#8217;éléments positifs dispersés dans plusieurs «races» ou vers le réveil de qualités assoupies, que la présence de facteurs nouveaux pourrait en quelque sorte défier et mettre à l&#8217;épreuve. Il y a plus de possibilités d&#8217;élévation là où existent des tensions, fussent-elles dangereuses, que là où est en vigueur une condition d&#8217;opacité et de fermeture statique, spirituellement et psychologiquement néfastes. En définitive, pour Evola, ce qui ne cesse de prévaloir sur tous les autres plans, c&#8217;est la force plasmatrice de l&#8217;idée, entendue au sens platonicien, et relevant donc du domaine des «races de l&#8217;esprit».</p>
<p><a href="http://www.amazon.fr/gp/product/B0000E7PXU/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=centrostudila-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=1642&amp;creative=19458&amp;creativeASIN=B0000E7PXU" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-8374" style="margin: 10px;" title="sexe-et-caractere" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/sexe-et-caractere.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>Comme exemple d&#8217;une telle puissance se manifestant aussi sur le plan matériel, le penseur traditionaliste indique le peuple juif, qu&#8217;il considère comme un mélange de plusieurs ethnies. Contrairement à ce qu&#8217;affirment alors de nombreux racistes, Evola estime que les Juifs ne forment pas une race biologique, mais plutôt une «race spirituelle», forgée par une tradition religieuse, avec des reflets d&#8217;ordre psychologique. Sur ce point spécifique, en dehors des références habituelles aux doctrines sapientielles, Evola est largement débiteur envers la pensée d&#8217;un Juif génial, le philosophe viennois Otto Weininger. Celui-ci a résumé sa pensée sur la «judaïté» en écrivant: «Il ne s&#8217;agit pas tant pour moi d&#8217;une race, ou d&#8217;un peuple, ou d&#8217;une foi que d&#8217;une tournure d&#8217;esprit, d&#8217;une constitution psychologique particulière représentant une possibilité pour tous les hommes et dont le judaïsme historique n&#8217;a été que l&#8217;expression la plus grandiose» (5). Plus précisément encore: «Lorsque je parle des Juifs, je veux parler, non d&#8217;un type d&#8217;homme particulier, mais de l&#8217;homme en général en tant qu&#8217;il participe de l&#8217;idée platonicienne de la judaïté» (6). Analogue est la position évolienne, qui tombe très rarement dans l&#8217;antisémitisme virulent. Evola estima toujours, y compris à l&#8217;époque où de nombreux esprits s&#8217;acharnaient à démoniser les Juifs, qu&#8217;aux origines, la tradition même de ce peuple était orthodoxe, donc impeccable sous l&#8217;angle spirituel. En effet, «dans l&#8217;Ancien Testament sont présents des éléments et des <a title="symboles" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">symboles</a> d&#8217;une valeur métaphysique et, par conséquent, universelle » (<em>Tre aspetti del problema ebraico</em>, p. 23). Evola a d&#8217;ailleurs assez souvent cité, dans ses ouvrages, des textes de la tradition hébraïque, notamment des textes kabbalistiques.</p>
<p>La crise spirituelle que traversèrent les Juifs donna lieu à une «décomposition» de leur tradition originelle, d&#8217;où dériva le judaïsme «moderne», dominé par un élément «infernal» (7). «Le sémitisme, de la sorte, finit par devenir synonyme de cet élément infernal, que toute grande culture &#8211; même la culture hébraïque dans sa très ancienne période royale &#8211; a soumis à sa volonté de se réaliser en tant que cosmos contre le chaos». (<em>Tre aspetti</em>, p. 29). Rappelons que si Evola fait remonter le début de la crise spirituelle du judaïsme à l&#8217;époque où la figure du «voyant» fut remplacée par celle du «prophète» &#8211; signe de l&#8217;apparition d&#8217;une spiritualité décomposée et suspecte -, René Guenon, pour sa part, reconnut dans le peuple juif la présence d&#8217;un aspect dissolvant et antitraditionnel, qui s&#8217;expliquerait selon lui par le «nomadisme dévié», lui-même indissociable de la destruction du Temple de Salomon. Après cet événement, la tradition hébraïque se retrouva irrémédiablement incomplète, privée de son centre normal, le Temple, seul susceptible d&#8217;entraver ce «nomadisme». S&#8217;inspirant visiblement de Weininger, Evola écrit qu&#8217;« on peut même faire abstraction de la référence à la race au sens strict, pour parler d&#8217;un sémitisme dans l&#8217;universel, c&#8217;est-à-dire d&#8217;un sémitisme comme attitude typique par rapport au monde spirituel» (<em>Tre aspetti</em>, pp. 27-28).</p>
<p><em><strong>Judaïté et «forma mentis»</strong></em></p>
<p>La judaïté étant élevée au rang de catégorie de l&#8217;esprit humain (comme lorsqu&#8217;on parle, par exemple, de la «mentalité bourgeoise», mais dans une acception bien plus superficielle), Evola estime qu&#8217;elle se caractérise par des facteurs comme le mysticisme imprégné de pathos, le messianisme, le sentiment de la «faute» et le besoin d&#8217;«expiation», l&#8217;humiliation de soi, l&#8217;intolérance religieuse des «serviteurs de Dieu», l&#8217;agitation fébrile et sombre. A ses yeux, le romantisme de l&#8217;âme moderne -névrotique, anarchique, activiste, vitaliste &#8211; est un exemple de «judaïsme de l&#8217;esprit». Si l&#8217;on se rappelle que l&#8217;Allemagne a été le berceau de ce phénomène, on imaginera sans peine combien certaines idées évoliennes étaient inassimilables par les nationaux-socialistes, fortement influencés par de nombreux aspects du romantisme. Tout en voyant dans le Juif complètement sécularisé un vecteur du matérialisme, de l&#8217;économisme et du rationalisme modernes, Evola n&#8217;en fit pas la cause de la décadence, mais un élément de celle-ci, lui-même victime, en dernière analyse, d&#8217;un très vaste processus de dissolution: donc un instrument aveugle et souvent inconscient. Pour le penseur italien, l&#8217;action du judaïsme sécularisé dans le monde moderne fait penser à « une substance, qui exprime une action négative de par sa nature même, c&#8217;est-à-dire sans précisément le vouloir, comme le fait de brûler est propre au feu (&#8230;) Loin de rapporter au peuple juif la direction consciente d&#8217;un plan mondial, comme le voudrait un mythe antisémite trop fantaisiste, nous avons tendance à voir, dans un certain instinct juif d&#8217;humiliation, de dégradation et de dissolution, la force qui, à certains moments historiques, a été utilisée pour la réalisation d&#8217;une trame bien plus vaste, dont les fils ultimes sont antérieurs aux événements apparents, ainsi qu&#8217;au niveau où entrent en jeu les énergies simplement ethniques» (<em>Tre aspetti</em>, pp. 43-44). Par conséquent, pour Evola, «ce qu&#8217;il faut vraiment combattre, ce n&#8217;est pas tant le Juif proprement dit qu&#8217;une <em>forma mentis</em> qu&#8217;on peut appeler par analogie, si l&#8217;on veut, &#8220;judaïque&#8221;, mais qui ne cesse pas d&#8217;être présente même là où il serait impossible de retrouver ne serait-ce qu&#8217;une goutte de sang sémite» (<em>Tre aspetti</em>, p. 57). On le voit une fois de plus: ce sont en fait les thèses de Weininger sur la judaïté comme «possibilité de l&#8217;âme» qui reviennent ici. Suivant avec cohérence cette façon de voir les choses, Evola ne souhaite pas des mesures violentes et coercitives, mais une action d&#8217;ordre spirituel pour que les peuples «aryens» reviennent à leur tradition la plus profonde et la plus rigoureuse; seule une révolution de ce genre aurait pu empêcher, selon Evola, d&#8217;autres écroulements dans le cadre d&#8217;une décadence de plus en plus grave.</p>
<p><a href="http://www.amazon.fr/gp/product/2867140390/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=centrostudila-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=1642&amp;creative=19458&amp;creativeASIN=2867140390" rel="nofollow" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-8377" style="margin: 10px;" title="le-fascisme-vu-de-droite" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/le-fascisme-vu-de-droite.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>Même dans des brochures polémiques, visiblement écrites à des fins de propagande durant la guerre, le penseur traditionaliste &#8211; s&#8217;éloignant, en dépit de quelques concessions à l&#8217;atmosphère de l&#8217;époque, de l&#8217;antisémitisme violent &#8211; nia l&#8217;existence d&#8217;une «conspiration juive». A une époque et dans un pays où il était presque obligatoire d&#8217;attribuer aux «Juifs perfides» toute faute et toute abomination, Evola insistait sur la nécessité de ne pas «s&#8217;abandonner à des manifestations de haine» (8). Quant à l&#8217;introduction qu&#8217;il rédigea pour une réédition des <em>Protocoles des Sages de Sion</em>, si l&#8217;on y trouve certaines affirmations déconcertantes et franchement pénibles (par exemple contre Tristan Tzara, avec lequel Evola avait pourtant partagé, dans sa jeunesse, la même expérience dadaïste), on peut y lire aussi des mises en garde contre toute vision étroitement «conspirationniste» de l&#8217;histoire: «Les &#8220;Sages Anciens&#8221; constituent en fait un mystère beaucoup plus profond que ce que peuvent supposer la plupart des antisémites» (9). Dans un article de la même époque, intitulé <em>Ebraismo ed occultismo</em>, Evola reprochait aux adversaires du «complot judéomaçonnique» de conserver «des restes de mentalité rationaliste», et précisait ainsi sa pensée: «Nous voulons dire que ceux qui admettent l&#8217;existence de &#8220;forces occultes&#8221; (&#8230;) ne les conçoivent trop souvent que comme de simples organisations politiques secrètes, comme des conjurations de certains hommes de la ploutocratie ou de la maçonnerie, lesquels, en dehors de leur art de se masquer et d&#8217;agir indirectement, seraient, au fond, des hommes comme tous les autres. Tout cela est trop peu. Les fils du plan de subversion mondiale remontent beaucoup plus haut &#8211; ils nous renvoient effectivement à l&#8217;&#8221;occulte&#8221; au sens propre et traditionnel: à savoir des forces supra-individuelles et non humaines, dont de nombreuses personnalités, tant de la scène que des coulisses, ne sont souvent que les instruments. Faire des confusions de ce genre, et par conséquent s&#8217;arrêter à une conception superficielle et &#8220;humaniste&#8221; de l&#8217;histoire, sous l&#8217;effet de préjugés concernant l&#8217;&#8221;occulte&#8221; véritable, signifie notamment se priver de la possibilité de comprendre à fond des problèmes d&#8217;une importance essentielle dans la lutte contre la subversion mondiale» (10).</p>
<p><em><strong>«Il n&#8217;y a pas de déterminisme absolu»</strong></em></p>
<p>En dépit donc de quelques graves «chutes de niveau», qui obligent à poser un regard très critique sur certains aspects de la doctrine évolienne de la race, il n&#8217;en est pas moins vrai que celle-ci est sous-tendue par un fil conducteur d&#8217;une indiscutable dignité intellectuelle, qui peut être rapprochée de l&#8217;attitude de <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/rene-guenon/">Guénon</a></span>. Celui-ci, certes plus détaché qu&#8217;Evola, s&#8217;accordait cependant avec lui pour souligner que l&#8217;obsession de vouloir toujours personnifier, dans les Juifs ou d&#8217;autres agents physiquement identifiables, les forces de l&#8217;Antitradition, révélait combien la superstition de la «méthode historique», fondée sur des documents «concrets», seuls réputés crédibles, était également répandue dans les milieux antisémites (cf. la recension, par <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/rene-guenon/">Guénon</a></span>, de <em>I Protocolli dei Savi Anziani di Sion</em>, version italienne avec introduction de J. Evola, dans la revue <em>Etudes traditionnelles</em>, janvier 1938).</p>
<p><a href="://www.amazon.fr/gp/product/2825109762/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=centrostudila-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=1642&amp;creative=19458&amp;creativeASIN=2825109762" rel="nofollow" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-8378" style="margin: 10px;" title="julius-evola-collectif" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/julius-evola-collectif.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>Mais pour bien comprendre la pensée évolienne à ce sujet, il faut mettre en évidence un point important: on a vu qu&#8217;en matière d&#8217;«hérédité raciale», Evola insiste sur la responsabilité active de l&#8217;individu par rapport à cette hérédité, qui doit être assumée et, en cas de contradictions internes, développée de manière sélective. Il faut faire affleurer les meilleurs éléments, sous l&#8217;angle spirituel et psychologique, tout en adhérant au filon central de l&#8217;hérédité propre. Or, il semblerait que cet impératif disparaisse dans le cas des Juifs, qui agiraient dans l&#8217;histoire, du moins postérieurement à leur crise spirituelle entamée avec le prophétisme, dans un état d&#8217;inconscience médiumnique. Bien que singulière, cette exception au sein de la vision évolienne globale ne se ramène pas pour nous à une simple contradiction interne. Naturellement, on entre ici dans le domaine des hypothèses sur le contenu implicite des thèses d&#8217;Evola. Celui-ci a souligné qu&#8217;un peuple d&#8217;origine nordique, les Philistins, est entré dans la composition du peuple juif: détail qui paraît insignifiant, mais qui ne l&#8217;est pas si l&#8217;on considère que, pour Evola, les différents filons héréditaires sont ineffaçables, spécialement sur le plan spirituel et psychologique. Si l&#8217;on ajoute à cela l&#8217;impératif du choix de l&#8217;hérédité dans le mélange d&#8217;atavismes que la plupart des hommes modernes portent en eux, il semble bien que le penseur italien accorde au peuple juif une possibilité de «rachat». Il faut en effet le redire: il n&#8217;y a pas, pour Evola, de déterminisme absolu. Et en faisant collaborer le poète juif Karl Wolfskehl, qui avait appartenu au cercle de Stefan George, à sa page culturelle <em>Diorama filosofico</em>, Evola démontra concrètement l&#8217;existence, à ses yeux, de cette possibilité de «rachat».</p>
<p>La «dé-responsabilisation» joue donc ici un double rôle : d&#8217;une part, en accord avec une cosmohistoire réellement métaphysique, le niveau des responsabilités est situé en profondeur, sur un plan non humain, étant donné l&#8217;ampleur du phénomène de subversion antitraditionnelle; de l&#8217;autre, les Juifs font figure, en dernière analyse, de «victimes» plus que de «bourreaux», par opposition au discours antisémite fantasmatique, qui les a criminalisés en tant que tels dès les origines les plus reculées.</p>
<p>A ceux qui ont connu les démoniaques persécutions nazies, la position évolienne pourra sans doute apparaître comme également dangereuse et inacceptable. Si l&#8217;on tient compte du contexte culturel et historique de l&#8217;époque, cette position n&#8217;en mérite pas moins une considération bien supérieure à celle qu&#8217;on doit réserver aux autres conceptions racistes. Nous disons cela, en considérant non seulement le désintéressement profond et la transparence de l&#8217;œuvre évolienne qui, comme nous le verrons plus loin, resta isolée et souvent opposée à celles des autres racistes, mais aussi certains aspects proposi-tionnels de la pensée d&#8217;Evola, qui valent au-delà de tout contexte racial, discriminatoire ou hiérarchique, et qui ont pour seul objectif la réappropriation et la défense des identités ethnoculturelles.</p>
<p>Le cadre de l&#8217;anthropologie aristocratique formulée par le penseur traditionaliste ayant ainsi été précisé, voyons à présent quelles furent les relations d&#8217;Evola avec les autres courants racistes ou simplement antisémites de son temps: les païens «mystiques», les biologistes et les catholiques. A l&#8217;égard des premiers, Evola formula dès la seconde moitié des années trente de sérieuses réserves dans plusieurs articles bien documentés publiés, non seulement dans des publications que nous avons déjà citées, comme <em>Vita Nova</em> et <em>Bilychnis</em>, mais aussi dans d&#8217;autres revues comme <em>La Vita italiana</em> ou <em>Bibliografia fascista</em>. Comme on le sait, le mouvement païen à nuance mystique se développa au sein du national-socialisme principalement autour d&#8217;Alfred Rosenberg, auteur du très fantaisiste <em>Mythe du XXe siècle</em> (11). Les critiques formulées par Evola au sujet des idées de ce groupe sont, pour l&#8217;essentiel, au nombre de trois et visent à démasquer le fond moderniste implicite qui caractérise ce néopaganisme. Parmi les aspects les plus contradictoires de ce courant, Evola dénonce en premier lieu le nationalisme jacobin, niveleur et totalitaire, préconisé par Rosenberg et son entourage, puis son immanentisme naturaliste, aussi nébuleux qu&#8217;ambigu, et enfin son rationalisme scientiste. Dans un certain sens, le racisme néopaïen du national-socialisme a constitué une sorte d&#8217;avatar du totémisme propre à l&#8217;Europe du XXème siècle, une sorte de redéfinition «moderne» de ce totémisme sous la forme d&#8217;un «matérialisme divinisé». Ici, le rôle central revient au mythe du sang, entité apparemment biologique mais qui exprime en fait une trouble réalité mystico-collectiviste — d&#8217;où précisément la référence évolienne au totémisme. Dans ce racisme, écrit Evola, «nous avons une émergence du substrat prépersonnel, indifférencié, d&#8217;une souche qui, en tant qu&#8217;âme de la race, acquiert une auréole mystique, s&#8217;arroge un droit souverain et ne reconnaît de valeur à l&#8217;esprit, à l&#8217;intellectualité et à la culture, que dans la mesure où ceux-ci peuvent être transformés en instruments au service d&#8217;une entité politique temporelle» (12).</p>
<p><em><strong>L&#8217;involution du néopaganisme</strong></em></p>
<p>Dans cette conception néopaïenne, la personnalité se trouve dissoute, puisque toutes les capacités individuelles, même celles qui sont qualitativement supérieures, sont systématiquement rapportées à la race, entendue comme entité collective d&#8217;inspiration mystique. La personnalité devient ainsi un simple réceptacle, passif et subordonné — en fait un fantôme ou une marionnette. Pour Evola, une telle perspective était évidemment inadmissible. Aussi sa critique de l&#8217;irrationalisme et de l&#8217;instrumentalisation d&#8217;une telle idéologie raciste resta-t-elle toujours absolue, même à l&#8217;époque de l&#8217;Axe Rome-Berlin, sans la moindre hésitation, ambiguïté ni considération de contingence ou d&#8217;opportunité politique. En fait, pour le penseur italien, le racisme mystique allemand se borne à reprendre l&#8217;antique conception du monde et du sacré propre aux peuples européens préchrétiens en restant dans l&#8217;optique des déformations que lui fit subir l&#8217;apologétique chrétienne, laquelle créa précisément le terme péjoratif de «paganisme» et chercha à anéantir les <a title="religions" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione/">religions</a> auxquelles elle s&#8217;opposait en les dénigrant et en les confondant les unes avec les autres. Ainsi, le néopaganisme germanique est-il devenu une caricature des anciennes conceptions spirituelles, solaires et ouraniennes, propres au type <a title="indo-européen" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/indoeuropei/">indo-européen</a>, véhiculant, outre diverses superstitions «modernes», certaines déviations typiques de l&#8217;âme allemande (fatalisme profond, vitalisme, <em>pathos</em> romantique) qui, aux yeux d&#8217;Evola, témoignent d&#8217;un dangereux état d&#8217;involution. Typique à cet égard est le propos d&#8217;Ernst Bergmann, l&#8217;un des «théoriciens» de ce courant, lorsqu&#8217;il affirme que «la croyance en un monde supra-sensible, en un monde situé au-delà du sensible, relève de la schizophrénie, car seul le schizophrène voit double» (13). Mais ce néopaganisme altère aussi gravement la conception du droit, laquelle se dégrade pour devenir «un mélange de jusnaturalisme, de protestantisme et d&#8217;optimisme primitiviste. En son centre se trouve l&#8217;idée qu&#8217;une race est déjà à l&#8217;état de nature plus ou moins supra-naturelle, c&#8217;est-à-dire qu&#8217;elle inspire à tous ses membres, avec la spontanéité d&#8217;une sorte d&#8217;instinct animal, une perception directe et bien assurée d&#8217;un ordre de valeurs donné (&#8230;) La théorie des lumières naturelles de Rousseau rejoint donc ici la théorie luthérienne de l&#8217;expérience directe du divin pour annoncer comme un augure la vertu miraculeuse du sang pure» (14). Evola souligne également la «dépréciation raciste de l&#8217;idée d&#8217;Etat et de la valeur éthique et juridique de celui-ci, dépréciation qui découle d&#8217;ailleurs logiquement des prémices optimistes et naturalistes de la théorie, car la fonction d&#8217;organisation, d&#8217;éducation et de domination par le haut qui caractérise l&#8217;Etat ne peut être que plus ou moins rejetée dans un contexte où le peuple ou la race est posé comme un tout doté de rationalité et capable par lui-même d&#8217;une perception directe des valeurs éthiques et sociales» (15). Evola voit là comme un croisement, sur le plan politique, du racisme et du socialisme, qui ne peut qu&#8217;aboutir à un impérialisme pangermaniste de tendance collectiviste.</p>
<p><a href="http://www.amazon.fr/gp/product/2825111252/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=centrostudila-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=1642&amp;creative=19458&amp;creativeASIN=2825111252" rel="nofollow" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-8379" style="margin: 10px;" title="julius-evola-lippi" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/julius-evola-lippi.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>Evola n&#8217;épargne donc presque aucun aspect des théories néopaïennes, dont il critique d&#8217;ailleurs aussi les «grands précurseurs», comme Gobineau, Woltmann, Chamberlain ou Lapouge, en faisant apparaître le caractère inconsistant de leur critique de l&#8217;universalisme chrétien, critique fondée sur une confusion entre l&#8217;idée d&#8217;unité et celle d&#8217;uniformité, et en dénonçant l&#8217;absurdité d&#8217;un antichristianisme alimenté par des mythes progressistes (Renaissance, science, technologie) présentés avec exaltation comme autant d&#8217;expressions de l&#8217;«âme aryenne». De nombreux milieux nazis manifestèrent de leur côté la même aversion pour Evola, qu&#8217;ils regardèrent avec méfiance et dont ils boycottèrent l&#8217;influence culturelle en Allemagne, en voyant en lui un personnage obnubilé par des préjugés féodaux et réactionnaires bien éloignés du national-socialisme et du fascisme (16), ou bien encore un catholique, hostile à la théorie de l&#8217;évolution, dont la pensée était la preuve même de l&#8217;«infériorité» du niveau spirituel italien (17). Ceux qui, encore aujourd&#8217;hui, s&#8217;obstinent à rejeter Evola dans l&#8217;abîme des idéologies nationalistes totalitaires des années trente seraient bien inspirés de tenir compte de ces sévères condamnations émanant justement de représentants qualifiés desdites idéologies.</p>
<p>Evola a pareillement entretenu des rapports fort polémiques avec les tenants du racisme biologique, c&#8217;est-à-dire avec les scientifiques pour qui les races n&#8217;étaient qu&#8217;une affaire de gènes et de chromosomes. Dans ce cas, il ne s&#8217;agissait d&#8217;ailleurs pas seulement des auteurs allemands (Lenz, Fisher, etc.), mais aussi de chercheurs italiens, comme par exemple Guido Landra et Lidio Cipriani, qui avaient alors le soutien de personnages comme Giorgio Almirante — le futur secrétaire du Mouvement social italien (MSI) — ou comme Giulio Cogni, dont les «idées», mélange de racisme dur et d&#8217;idéalisme gentilien très caractéristique des confusions de l&#8217;époque, avaient été également critiquées par Evola (18). Dans ces «penseurs», Evola voit avant tout des matérialistes réductionnistes, enivrés par le mythe de la science et abreuvés de positivisme, et par conséquent incapables de comprendre correctement le rapport de «cause» à «effet» existant entre les différents éléments qui interviennent au niveau de la «race».</p>
<p>Pour sa part, Evola affirme avec force qu&#8217;on ne peut faire dériver le supérieur de l&#8217;inférieur, c&#8217;est-à-dire, en l&#8217;occurrence, expliquer les qualités spirituelles par le patrimoine génétique. Or, c&#8217;est de la science que se réclament les racistes «purs», qui ne supportent pas les remarques de ceux pour la biologie ne peut pas expliquer la totalité des faits humains: «Pour couper court aux critiques qui leur sont adressées d&#8217;un point de vue philosophique et spirituel, ils se retranchent avec arrogance dans le domaine de la science et des faits confirmés, alors même qu&#8217;ils ne retiennent que ce qu&#8217;ils veulent de cette science et ne considèrent, parmi les faits positifs, que ceux qui s&#8217;accordent avec leurs idées plus ou moins préconçues, substituant ainsi leurs propres mots d&#8217;ordre à ceux que pourrait leur suggérer la prudence scientifique» (19). «Les partisans du racisme scientifique, écrit encore Evola, voudraient que les lois de l&#8217;hérédité aient chez l&#8217;homme un caractère déterministe absolu et, en même temps, ils admettent des promesses qui en constituent l&#8217;exacte contradiction» (20) sans d&#8217;ailleurs même s&#8217;en rendre compte, étant donné leur tendance à une approche a priori des données expérimentales. Les «promesses» dont parle ici Evola sont notamment les mutations du patrimoine génétique, événements imprévisibles susceptibles d&#8217;affecter considérablement le phénotype individuel et de se transmettre par l&#8217;hérédité. La «contradiction», pour Evola, réside dans le fait que de telles mutations pourraient être parfois provoquées par des facteurs autres que ceux d&#8217;ordre physico-matériel, éventualité qui apparaît alors en nette opposition à tout schéma déterministe et mécaniciste fondé sur un casualisme linéaire et unidimensionnel. Certains souriront sans doute ici, jugeant l&#8217;hypothèse évolienne plutôt naïve et relevant même du miracle. Pourtant, il nous paraît difficile de nier la cohérence de cette hypothèse par rapport à un discours de type «traditionnel», dont les fondements ne sont certainement pas moins valables ni logiques que ceux qui sont à la base du discours scientiste. Dans le domaine des pures hypothèses, aucune de celles-ci ne peut d&#8217;ailleurs être écartée. Mais en fait, Evola n&#8217;avait pas tant l&#8217;intention de rejeter les apports de la recherche scientifique que de tenter de les insérer dans un cadre plus vaste. Pour lui, les lois de Mendel, l&#8217;anthropologie physique, la génétique sont insuffisantes pour traiter la question des races, laquelle doit avant tout relever d&#8217;une approche éthique et spirituelle afin de ne pas se réduire à une théorie de type zoologique. La biologie doit donc être mise au service de finalités et de projets de grande ampleur qui la dépassent, malgré les limitations que lui imposent, à quelques exceptions près, d&#8217;inspiration orga-niciste et aristotélicienne (Driesch, Dacqué, etc.), le préjugé évolutionniste et le mécanicisme physica-liste. Lors de la polémique qui l&#8217;a opposé de façon plus ou moins directe à Guido Landra et ses semblables, Evola écrivait: «L&#8217;esprit, pour nous, ne signifie ni divagation philosophique, ni théosophie, ni évasion mystique ou dévote, mais simplement ce qu&#8217;en d&#8217;autres époques toute personne bien née a toujours compris en parlant de race, c&#8217;est-à-dire la droiture, l&#8217;unité intérieure, le caractère, la dignité, la virilité, la sensibilité immédiate et directe vis-à-vis des valeurs qui sont à la base de toute grandeur humaine et qui dominent en le dépassant le plan de toute réalité contingente et matérielle. Quant à la race qui n&#8217;est en fait qu&#8217;une construction scientiste, une figure de musée anthropologique, nous l&#8217;abandonnons à cette partie de la bourgeoisie pseudointellectuelle qui est encore l&#8217;esclave des idoles positivistes du XIXe siècle» (21).</p>
<p>Aux critiques d&#8217;Evola, Guido Landra répondit par un article dont le ton oscillait entre le <em>pathos</em>, la surprise et l&#8217;indignation, et dans lequel il reprochait au théoricien du «racisme tripartite» de s&#8217;attaquer injustement aux «pauvres racistes de la première heure», coupables de soutenir des idées trop orthodoxes (22). Landra qualifiait de «puérile» et de ne méritant que la risée la critique dirigée par Evola contre les théories biologistes. Après quoi il contre-attaquait en affirmant que «des biologistes ne peuvent que rester perplexes quand ils entendent parler de races du corps, de l&#8217;âme et de l&#8217;esprit, qui se manifesteraient indépendamment les unes des autres». Et de conclure: «Si pour les spiritualistes les termes de biologisme et de scientisme ont une signification péjorative, nous leur répondrons que ce sera désormais pour nous un grand honneur d&#8217;être qualifiés de racistes biologistes et de scientistes». C&#8217;était évidemment un dialogue de sourds. Evola, toutefois, ne chercha nullement à se dérober et répondit à Landra par un autre article, dans lequel il l&#8217;accusait à nouveau de simplisme et de réductionnisme, erreurs découlant selon lui d&#8217;une mentalité de laboratoire ou d&#8217;éleveur appliquée à l&#8217;homme, y compris pour ce qui concerne les aspects les plus importants de son existence en communauté, comme par exemple le problème de la sélection des aristocraties (23).</p>
<p>Cette polémique publique entre les partisans de l&#8217;une et l&#8217;autre conception &#8211; au cours de laquelle Almirante intervint en faveur de Landra (24) -s&#8217;acheva par le constat réciproque d&#8217;une incompatibilité s&#8217;étendant jusqu&#8217;à la terminologie, qui avait déjà contraint Evola à interrompre depuis plusieurs mois sa collaboration à la revue <em>La difesa della razza</em>. Il est intéressant, à ce propos, de noter que ce n&#8217;est pas seulement Landra, mais bien d&#8217;autres «intellectuels» fascistes orthodoxes qui, à cette occasion, manifestèrent leur hostilité au «racisme tripartite» d&#8217;orientation traditionnelle. Parmi ces tenant d&#8217;un racisme «pur et dur», on trouve notamment Ugoberto Alfassio Grimaldi, qui deviendra communiste après la guerre et qui n&#8217;hésitait pas alors à déclarer que «le racisme de Julius Evola aboutit, après bien des efforts en sens contraire, à une forme singulière d&#8217;antiracisme» (25) — une erreur assurément singulière pour un auteur exposé dans l&#8217;Italie antifasciste à une accusation exactement inverse! Evola répondit d&#8217;ailleurs de façon précise et très argumentée à Alfassio Grimaldi (26).</p>
<p><em><strong>Elucider le sens et le contenu des concepts</strong></em></p>
<p>Pour finir, nous mentionnerons encore une critique de fond formulée par le penseur traditionaliste à l&#8217;encontre de tout l&#8217;édifice théorique du «racisme» fasciste officiel, critique qui s&#8217;en prenait cette fois à la notion absurde d&#8217;une fantomatique «race italienne». En effet, remarquait Evola, «une nation uniquement composée d&#8217;éléments purs d&#8217;une seule race», cela n&#8217;existe pas: «Différentes races sont présentes dans toutes les nations existantes aujourd&#8217;hui (&#8230;) Il faut considérer les nations en tant qu&#8217;entités mixtes, en tant que lieux d&#8217;interférence de plusieurs races, non seulement du corps mais aussi de l&#8217;esprit, races qui se révèlent dans la diversité des flux culturels et civilisationnels intervenus au cours de leur formation» (27). L&#8217;identification du peuple et de la race, théorisée notamment par Giacomo Acerbo, n&#8217;est donc pour Evola qu&#8217;un nouvel avatar des vieilles idées historicistes du XIXe siècle, qui voient dans la nation une structure unitaire au lieu de la comprendre, de façon plus réaliste, comme un ensemble composite, réalisé au cours de l&#8217;histoire, de mouvements autonomes et souvent contradictoires au sein desquels on peut seulement discerner, en faisant une rigoureuse sélection des hérédités, des traditions profondes.</p>
<p>Dans cette bataille visant à élucider, non seulement le sens des concepts, mais également leur contenu, Evola ne s&#8217;en savait pas moins extrêmement isolé, puisqu&#8217;il pouvait constater que les catholiques eux-mêmes étaient d&#8217;ardents partisans de l&#8217;identité de la race et de la nation, pour des raisons d&#8217;ordre pratique d&#8217;ailleurs différentes de celles des autres défenseurs de cette théorie fantaisiste. Si l&#8217;on considère l&#8217;influence culturelle que le christianisme pouvait encore exercer il y a un demi-siècle en Italie, on peut alors imaginer l&#8217;inégalité de la lutte entreprise par Evola. Nous en arrivons là au dernier aspect dont nous voulions traiter, c&#8217;est-à-dire aux rapports entretenus par Evola avec le monde culturel catholique, lequel — même si son thème le plus cher était en fait l&#8217;antisémitisme — intervint maintes fois, et sous différentes formes, dans le débat sur le «racisme». On redira ici ce que l&#8217;on a déjà précisé plus haut, à savoir qu&#8217;Evola, contrairement aux catholiques ennemis du peuple d&#8217;Israël, refusa toujours la théorie infantile du «complot juif» et qu&#8217;il n&#8217;attribuait pas non plus aux Juifs de responsabilité directe dans le processus de subversion mondiale. De même, on ne trouve pas dans ses textes de trace de l&#8217;accusation de «déicide» classiquement lancée contre les Juifs dans les milieux «religieux», thématique qui lui a toujours paru totalement dénuée d&#8217;importance et d&#8217;intérêt. (Une lecture parallèle de deux différentes introductions aux <em>Protocoles des Sages de Sion</em>, l&#8217;une de l&#8217;antisémite chrétien Nilus, l&#8217;autre d&#8217;Evola, est à cet égard révélatrice). Le «racisme de l&#8217;esprit», enfin, ne pouvait que poser de nombreux problèmes théologiques aux catholiques. Et quant à la pratique, les différences n&#8217;étaient pas moins profondes. Pour les antisémites chrétiens, qui voient dans la Synagogue le centre d&#8217;un «complot» antichrétien, les Juifs doivent être combattus s&#8217;ils restent fidèles à leur <a title="religion" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione/">religion</a>, mais en revanche, s&#8217;ils se convertissent à la «vraie foi», il n&#8217;y a plus de raison de les persécuter ou de leur faire subir la moindre discrimination. Or, pour Evola, ce sont au contraire les Juifs qui continuent de se rattacher à leur tradition primordiale la plus pure qui cessent de représenter un élément négatif et de désagrégation. Ainsi peut-on concrètement opposer, d&#8217;un côté la façon dont Julius Evola propose au peuple juif de se réenraciner dans sa dimension la plus sacrale et la plus authentique, c&#8217;est-à-dire dans sa dimension originelle, et de l&#8217;autre les antisémites nazis, partisans d&#8217;un anéantissement physique du peuple juif, aussi bien que les catholiques, partisans de sa conversion, soit deux formes différentes mais comparables, et auxquelles Evola resta toujours étranger, de déracinement et de destruction d&#8217;une même réalité ethnoculturelle.</p>
<p>Dans la grande solitude qui fut la sienne, Evola resta finalement, comme l&#8217;a bien noté l&#8217;historien antifasciste <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/renzo-de-felice" target="_blank">Renzo De Felice</a></span>, parmi «ceux qui, s&#8217;étant engagés dans la voie qui leur était propre, surent la parcourir avec dignité et même avec sérieux, contrairement à beaucoup d&#8217;autres, qui choisirent celle du mensonge, de l&#8217;insulte ou de l&#8217;obscurcissement total de toute valeur culturelle et morale» (28). Quant à sa problématique anthropologique aristocratique, elle demeure une tentative complexe et audacieuse pour faire réapparaître et pour réactiver une dimension spirituelle liée à la personnalité, dimension enracinée dans un passé perçu, non comme accumulation de fragments historiques dépassés par le devenir, mais comme témoin d&#8217;archétypes éternels — presque une réminiscence platonicienne du meilleur héritage spirituel.</p>
<p>* * *</p>
<p>Article paru dans la revue <em>Nouvelle Ecole</em>, n°47 <em>Tradition </em>(1995) p. 43-57.</p>
<p><strong>Note</strong></p>
<p>(1) Trad. fr.: <em>Le &#8220;mythe&#8221; du nouveau nationalisme allemand</em>, in Julius Evola, <a title="Essais politiques" href="http://www.amazon.fr/gp/product/2867140463/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=centrostudila-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=1642&amp;creative=19458&amp;creativeASIN=2867140463" target="_blank"><em>Essais politiques</em></a>, Pardès, Puiseaux 1988, pp. 255-264 (N. du T.).<br />
(2) Trad. fr.: <em>Eléments pour une éducation raciale</em>, Pardès, Puiseaux 1988 (N. du T.).<br />
(3) Elemire Zolla, <em>Le potenze dell&#8217;anima</em>, Bompiani, Milano 1968, pp. 46-47.<br />
(4) Cf. Emile Benveniste, <em><a title="Le vocabulaire des institutions indo-euroéennes" href="http://www.amazon.fr/gp/product/2707300500/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=centrostudila-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=1642&amp;creative=19458&amp;creativeASIN=2707300500" target="_blank">Le vocabulaire des institutions indo-européennes, vol. 1: Economie, parenté, société</a>,</em> Minuit, 1969, pp. 369 ff.<br />
(5) <em>Geschlecht und Charakter</em>, Wien 1903; trad. fr.: <a title="Sexe et caractère" href="http://www.amazon.fr/gp/product/B0000E7PXU/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=centrostudila-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=1642&amp;creative=19458&amp;creativeASIN=B0000E7PXU" target="_blank"><em>Sexe et caractère</em></a>, L&#8217;Age d&#8217;homme, Lausanne 1975, pp. 246-247 (souligné par l&#8217;auteur).<br />
(6) <em>Ibid</em>., p. 248 (souligné par l&#8217;auteur).<br />
(7) «Infero» dans le texte. Cet adjectif, qui dérive du latin inferus, n&#8217;a pas d&#8217;équivalent exact en français: «infernal» est une traduction approximative, et «inférieur» le serait aussi. La racine d&#8217;<em>infero</em> indique la disposition basse et enterrée de certains lieux; son sens dérivé renvoie à des réalités (personnes, pensées, impulsions, actions) obscures, troubles, insidieuses, néfastes. Le lecteur voudra bien se souvenir de cette ambiguïté sémantique, qui a ici son importance (N. du T.).<br />
(8) Cf. Julius Evola, <em>La civiltà occidentale e l&#8217;intelligenza ebraica</em>, in A. Luchini, J. Evola, P. Pellicano et G. Preziosi, <em>Gli Ebrei hanno voluto questa guerra</em>, La Vita italiana, Roma 1942, p. 19.<br />
(9) <em>Introduzione ai Protocolli</em>, in Claudio Mutti (éd.), <em>Ebraicità ed ebraismo</em>, Ed. di Ar, Padova 1976, p. 56.<br />
(10) <em>Ebraismo ed occultismo</em>, in <em>La Vita italiana</em>, XXVIII, 331, octobre 1940; texte repris dans <a title="Claudio Mutti" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/claudio-mutti/" target="_blank">Claudio Mutti</a> (éd.), <em>op. cit.</em>, p. 203.<br />
(11) Cf. Alfred Rosenberg, <em>Il Mito del XX secolo</em>, Alkaest, Genoa 1981 ; trad. fr.: <em>Le Mythe du XXe siècle. Bilan des combats culturels et spirituels de notre temps</em>, Avalon, 1986.<br />
(12) <em>Osservazioni critiche sul &#8220;razzismo&#8221; nazionalsocialista</em>, in <em>La Vita italiana</em>, XXI, 248, novembre 1933.<br />
(13) Cité par Evola, <em>Sintesi di dottrina della razza</em>, op. cit., p. 204.<br />
(14) Julius Evola, <em>Il mito del sangue</em>, Hoepli, Milano 1937, p. 222<br />
(15) <em>Ibid.</em>, p. 227.<br />
(16) Cf. les documents cités par N. Cospito, <em>Julius Evola e il nazionalsocialismo</em>, in <em>Intervento</em>, 80-81, janvier-juillet 1987.<br />
(17) Cf. N. Cospiro et H.W. Neulen (éd.), <em>Julius Evola nei documenti segreti del Terzo Reich</em>, Europa, Roma 1986, pp. 130-131.<br />
(18) Cf. Julius Evola, <em>Un razzista italiano</em>, in <em>Bibliografia fascista</em>, XI, II, novembre 1937. De Giulio Cogni, on peut citer les pamphlets <em>Il razzismo</em>, Bocca, Milano 1937, et <em>I valori della stirpe italiana</em>, De Bocca, Milano 1937.<br />
(19) <em>Il mito del sangue</em>, op. cit., p. 102.<br />
(20) <em>Sintesi di dottrina della razza</em>, op. cit., p. 77.<br />
(21) <em>L&#8217;equivoco del razzismo scientifico</em>, in <em>La Vita Italiana</em>, XXX, 354, septembre 1942.<br />
(22) Guido Landra, <em>Razzismo biologico e scientismo</em>, in <em>La Difesa della razza</em>, VI, 1, 5 février 1942.<br />
(23) <em>Scienza, razza e scientismo</em>, in <em>La Vita Italiana</em>, XXX, 357, décembre 1942.<br />
(24) Giorgio Almirante, <em>&#8220;Chè la diritta via era smarrita&#8230;&#8221;,</em> in <em>La Difesa della razza</em>, V, 13, 5 mai 1942.<br />
(25) U. Alfassio Grimaldi, recension de <em>Sintesi di dottrina della razza</em>, in <em>Civiltà fascista</em>, IX, 4, février 1942. Du même auteur, cf. aussi <em>Razza e nazione</em>, in <em>Civiltà fascista</em>, X, 4, février 1943.<br />
(26) <em>Spunti di polemica razziale</em>, in <em>La Vita italiana</em>, XXX, 351, juin 1942.<br />
(27) <em>Sui rapporti tra razza e nazione e sulla storia patria</em>, in <em>La Vita italiana</em>, XXIX, 339, juin 1941.<br />
(28) <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/renzo-de-felice" target="_blank">Renzo De Felice</a></span>, <em>Storia degli Ebrei italiani sotto il fascismo</em>, Mondadori, Milano 1977, p. 470.</p>
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		<title>I problemi della razza e la tradizione di Roma</title>
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		<pubDate>Mon, 11 Jul 2011 09:18:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Massimo Scaligero</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Uno scritto di Massimo Scaligero pubblicato in sei puntate sul "Resto del Carlino" nel 1938.]]></description>
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<p style="text-align: justify;">Queste lineari conclusioni che la stampa italiana ha pubblicato ed efficacemente commentate, pur rivestendo forma ideologica, non presentano carattere teorico, in quanto sono innanzitutto risultato di constatazioni di uno stato di fatto e si riferiscono con significato univoco e tale da non poter dar luogo a controversie dialettiche, all’indirizzo dominante di una serie di eventi compiutisi lungo la direttrice rivoluzionaria.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo aspetto pragmatico del problema chiarisce come la posizione razzista italiana non presuppone un “mito” inteso quale suggestione collettiva di un’idea d’origine non razionale, ma si ricavi dal contenuto stesso dell’azione politica propria del Regime fascista, ricevendo perciò dal “fatto compiuto” la sua più viva suggestione.</p>
<p style="text-align: justify;">A intendere subito il senso del nostro razzismo, basta considerare che se la forza della realtà rivoluzionaria tende ad un tipo differenziato ed unitario di verità di morale e di spiritualità, essa è tale che ritrova le sue radici profonde nelle forze più segrete e più pure della nostra costituzione psico-fisica. In questo senso, aver posto di contro alle creazioni materialistiche e amorfe delle società democratiche, l’ideale di una virtù e di una interna nobiltà, che non si improvvisano, ma che occorre saper risvegliare, risuscitando innanzi tutto l’essenza stessa di una stirpe destinata a vincere il tempo: ciò in effetto è stato sino ad oggi, nel regime littorio, razzismo in senso reale e superiore.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>La razza “nordica”</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Tuttavia, ai fini di una piena comprensione di questo nostro realistico indirizzo, è bene rilevare che se nell’azione immediata il problema della razza deve essere riguardato sotto l’aspetto puramente etnico ed antropologico, per quel che riguarda la interpretazione e la direzione di tale atteggiamento, occorre tener conto di diversi aspetti spirituali, etici, culturali e tradizionali. Il razzismo in senso generico, infatti, comporta come idea centrale la stretta collaborazione tra sangue e spirito, tra razza e cultura. Per questo sin dall’inizio tale problema ha coinciso con quello della origine, della evoluzione e della decadenza delle civiltà, mentre la tendenza a riferirsi a dati riguardanti una razza “pura”, ha ispirato e conformato nuove ipotesi, nuove indagini e nuove conclusioni attorno ai periodi preistorici.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora, è chiaro che il razzismo non può essere una costruzione ideologica: o esso è realizzazione, o non è: come fatto culturale, può riguardare qualsiasi Nazione e può appartenere a qualsiasi tempo, ma, come attuazione, esso non può essere che il corpo di una grande idea che a sua volta sia espressione di una Tradizione superiore. Ciò posto, ci chiediamo: noi abbiamo o no una Tradizione? Roma, la latinità, la stirpe mediterranea parlano a noi attraverso una Tradizione? Mai, come nell’era mussoliniana, noi abbiamo posseduto una più viva certezza a questo riguardo. Richiamandoci dunque alla funzione costruttiva di questa perenne razza romana, mediterranea, se possiamo affermare che oggi essa riaffiora alla luce degli eventi storici, di qua da una segreta vita che difficilmente può essere identificata da un punto di vista semplicemente “culturale”, possiamo tranquillamente parlare di un’azione della razza e di un razzismo nostro, italiano, mediterraneo. Si è detto dunque che esiste una razza italiana ben definita per caratteri psichici e somatici, pura figlia dell’antica razza romana, latina, dominatrice dell’Occidente. Perché dunque l’orientamento della nostra concezione razzista sarebbe altresì “nordico” e “ariano”?</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/esoterismo-e-fascismo/763" target="_blank"><img class="alignleft size-medium wp-image-7846" style="margin: 10px;" title="esoterismo-e-fascismo" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/esoterismo-e-fascismo1-196x300.jpg" alt="" width="196" height="300" /></a>Qui occorre rifarsi alle conclusioni ultime della paletnografia e della paleogeografia cui sono giunti moderni studiosi che, nel compimento delle loro indagini, hanno tenuto presente il fattore razza in senso storico e biologico. Alla luce di tali studi, ci appaiono alle origini due razze primordiali di tipo diverso, la “negride” e la “finnico-asiatica”, l’una estendentesi dall’America del Sud all’Africa centrale o meridionale sino all’Australia, l’altra dall’Europa all’Asia settentrionale e all’America del Nord: queste, per via di incroci diversi, avrebbero dato luogo tra l’altro a una terza razza di tipo superiore: la razza “nordica” primordiale la cui sede originale sarebbe stata la regione artica.</p>
<p style="text-align: justify;">La geologia interviene a dimostrarci come la Groenlandia a quei tempi si estendesse sino a collegare il continente americano con l’Europa: vasti giacimenti di carbon fossile sono stati infatti ritrovati sotto ai ghiacci dei resti di questa preistorica regione. Tali vestigia fossili sono state identificate come specie di una remota vegetazione tropicale: il gelo in tale continente si sarebbe manifestato a causa dello spostamento dell’asse terrestre che alcuni seri geologi oggi ammettono, dando altresì una giustificazione scientifica ad antichi e diversi miti e tradizioni, rifacentesi tutti ad un unico motivo: immense terre sommerse dai ghiacci e tragici diluvi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>I “nordico-atlantici”</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">I precisi ricordi mitizzati di un tremendo gelo d’inverno che pervase l’antica “meridionale” regione artica, costringendo la razza nordica primordiale ad emigrare, si ritrovano nelle tradizioni degli antichi Irani, dei <a title="Celti" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/celti/">Celti</a> e dei Germani. L’unica via di scampo fu dunque il “nuovo” Mezzodì, ossia l’Antartico. In concordanza con ciò, accettata e scientificamente riprospettata l’ipotesi dell’esistenza dell’Atlantide, si dimostra che verso questo continente si sarebbe spostato il centro della civiltà e della razza nordica per irradiarsi in un secondo tempo ad Oriente, ossia verso le coste europee, e ad Occidente, verso le coste americane.</p>
<p style="text-align: justify;">A questo punto, dove l’etnografia ritrova una interruzione di molti secoli, il linguaggio dei <a title="simboli" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">simboli</a> con le sue corrispondenze e le variazioni secondo il mito, gli alfabeti, la ideografia arcaica e le sopravvivenze di costumi e di riti, aiuta a individuare l’itinerario percorso dalle razze nordica e “nordico-atlantica” attraverso il mondo, in diverse emigrazioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Un motivo generalmente accettato anche da studiosi non mossi nella indagine da un’intenzione razzista, è quello riguardante la superiorità psico-fisica di tale razza che poi, mescolandosi con elementi aborigeni in Europa in Asia dà luogo all’<em>Homo Europaeus</em>, all’Ario, all’<a title="indoeuropeo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/indoeuropei/">Indoeuropeo</a>, ossia alle razze per eccellenza costruttrici di civiltà. Quel che si è potuto ricostruire della loro <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione/">religione</a> riporta principalmente al culto solare: la luce del sole appariva come una manifestazione divina, continuamente portatrice di una nuova vita e l’anno rappresentava il ciclo dello svolgersi di questo ritmico rinascere, attraverso una serie di simboli chiamati dal Wirth “serie sacra”, corrispondenti ai segni dello Zodiaco. Così, a partire dalla loro storia, il carattere solare distinguerà culture e razze ariane, mentre, in senso simbolico, il termine “solare” si applicherà a ciò che anche manifestamente sarà regale, olimpico, costruttivo.</p>
<p style="text-align: justify;">I paletnologi concordano nel riconoscere che a una certa epoca &#8211; tra i diecimila e i seimila anni a.C. &#8211; presso le popolazioni dell’Europa, dell’Asia, dell’Africa e dell’America comparvero conquistatori stranieri, navigatori, superiori come civiltà e come razza, maestri nel bronzo e professanti il culto del sole. Questa <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione/">religione</a> “solare” di cui gli Spagnoli ritrovarono templi e sacerdoti, allorché sbarcarono nel Messico e nel Perù, si riscontra non soltanto nella Caldea e nell’Egitto antichi, ma altresì in Europa, nella medesima età del bronzo. Carri e barche “solari” di oro e di bronzo, sono stati rinvenuti sia nella Scandinavia che nello Jutland, in Inghilterra, in Islanda e nelle isole dell’Egeo: così come nell’Iran e nell’India si sono ritrovati emblemi del sole, dischi e croci uncinate.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma anche l’antichissima razza italica, quella dei Liguri, presenta caratteristiche del genere, oltre a quelle di potenza nelle armi e di dominio marittimo, onde essi furono grandemente temuti dai <a title="Celti" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/celti/">Celti</a> contro cui costituirono nel settentrione d’Italia una barriera insormontabile.</p>
<p style="text-align: justify;">Il più forte argomento che ci sia fornito in favore dell’arianesimo dei Liguri, si ritrae altresì dalla vicenda mitica: essi professarono il culto del sole al quale associarono quello del Cigno. Questo armonioso mito del Cigno Solare è di natura indoeuropea: il Cigno oltre che rappresentare l’emblema del Sole nei <em>Veda</em>, è altresì l’attributo dell’Apollo Iperboreo, di quell’Apollo che, attraverso lo spirito di Orfeo, arrestò poi il passo alla tenebrosa Afrodite asiatica-meridionale, minacciosa per l’unità romana dell’Occidente. Il Cigno Solare dei Liguri simboleggia, con avvincente potenza, la giovinezza e la virilità: è la luce solare che si mescola con la ritualità dello spirito e riaffiora nelle tradizioni mediterranee come una imperitura primavera, preannunciando la nascita della stirpe romana.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Gli Ariani</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">A questo punto, comincia a delinearsi il senso del termine “ario”, o “ariano”. Esso è di origine indo-persiana: in sanscrito designa gli “aristocrati” e fa parte degli attributi che distinguono le diverse caste; il che induce a credere che il sistema indù delle caste non fosse che il risultato di una differenziazione di razze di diverso colore: i bianchi e i divini <em>arya</em>, conquistatori e dominatori, di contro alla casta dei servi, o <em>çudra</em>, gli aborigeni sottomessi; un razzismo, come si vede, in senso assoluto. Lo stesso termine “ario” o “ariano” si ritrova anche nella tradizione iranica: il re Dario si definisce “ario”, di razza aria, e chiama il suo Dio “il Dio degli Ari”: così Erodoto riferisce che i Medi prima si chiamavano Ari, e tante altre testimonianze analoghe convergono sullo stesso significato di nobile, superiore, da attribuire alla parola “ario”.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/gli-indoeuropei-e-le-origini-delleuropa/4173" target="_blank"><img class="alignright size-medium wp-image-7849" style="margin: 10px;" title="gli-indoeuropei" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/gli-indoeuropei1-188x300.jpg" alt="" width="188" height="300" /></a>Il fatto è che tra le diverse migrazioni della razza nordico-atlantica, la più significativa e la più comunemente accettata è quella che si compì verso l’Oriente e precisamente verso l’India. Colà i Nordici trovarono il paese occupato dagli aborigeni, uomini dalla pelle scura e di cultura inferiore, e grazie alla loro superiorità psico-fisica li sopraffecero. Ecco dunque chi sono gli indo-ariani. Per quel che concerne la identità degli Ariani, la cultura tedesca, attraverso formidabili costruzioni eruditiche, trova modo di mostrare come gli eredi europei dei nordici primordiali, ossia gli ariani europei, siano gli antichi germanici, che per ciò vengono anche chiamati indo-germanici. È questo uno dei periodi storicamente più oscuri, riguardo a cui gli stessi elementi culturali e tradizionali possono portare a conclusioni diverse: Onde è più logico rimettersi al linguaggio degli eventi che da quell’epoca si andarono compiendo e che permangono come grandi <a title="simboli" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">simboli</a> eloquenti di una storia decisiva per l’Occidente e per il mondo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>L’arcaico mediterraneo</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Riguardo al misterioso periodo della nascita di Roma, se è chiaro che un ceppo nordico-ario, con la componente etrusca, dà luogo al sorgere di una civiltà nuova, si può parlare, sì, di una razza nordico-ariana, ma più precisamente di una razza che è, allo stato di attualità, romana, latina, mediterranea, ossia tale che renderà poi romano il Nord, tramutando il termine “romano” in sinonimo di nobile, di superiore, di divino.</p>
<p style="text-align: justify;">Qui, un’autorevole personalità della cultura tedesca, J.J. Bachofen, chiarisce efficacemente la situazione, assumendo un atteggiamento di obiettività riguardo alla civiltà, alla razza e alla cultura di Roma, che raramente s’incontrano in altri studiosi &#8211; a parte un certo aspetto di eccessività nei termini della sua visione di cultura.</p>
<p style="text-align: justify;">Come vedremo, la interpretazione di Bachofen mostra i segni di una intuizione che è giunta effettivamente a ricostruire la realtà spirituale e civile di quel periodo arcaico. Troveremo infatti che essa coincide con quanto si è accennato riguardo agli antichi Liguri. È importante a tal proposito riportare una delle fondamentali affermazioni di quello storico Filisteo a cui si attribuisce la paternità della teoria “panligure” onde gli antichi Siculi vengono compresi nella grande famiglia ligure e viene ampliata così la visione di quell’Antioco di Siracusa che, rifacendosi a Tucidide e ad Ellenico, afferma esistere un legame tra i Siculi e i Latini primitivi. Allorché Filisteo afferma che i pretesi Siculi d’Italia non erano in fondo che i Liguri, dà serio motivo per pensare che i popoli primitivi del Lazio, all’epoca neolitica e al principio dell’età del bronzo avessero effettivamente partecipato a quella superiore civilizzazione nordico-atlantica di carattere affermativo ed omogeneo che si sviluppava allora attraverso una gran parte dell’Europa, dall’Atlantico al Mediterraneo. In questo bacino, dunque, si sarebbe realizzata, dopo forti contrasti e rinnovamenti, l’ampia armonia di due mondi, di due civiltà diverse.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>L’avo della stirpe di Romolo</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">A questo punto la interpretazione del Bachofen rischiara di vivida luce, di tra le figurazioni dei miti e le magiche risonanze della poesia epica, la lotta tra due forme di cultura, attraverso cui si prepara a l’avvento della razza di Romolo. Sempre in funzione di una visione non scolastica, ma tendente a restituire alla storia il suo valore supertemporale, per l’identificazione di ciò che, di là dai fatti, è l’anima segreta di essi, egli mostra come il più remoto regime mediterraneo fosse conformato a una visione non virile del mondo, per cui all’origine di ogni creazione veniva concepito un principio femminile, una Dea che esprimesse il più alto valore spirituale, e rispetto al quale il principio maschile si manifestasse come qualcosa di secondario e di contingente, soggetto a nascita e a morte, di fronte all’eternità e alla immutevolezza della immane matrice da cui erompe la vita. Nella <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione/">religione</a> naturalistica di Demetra-Persefone, nelle impersonificazioni delle dominanti dee orientali della natura, Iside, Tanit, Cibale, Astarte, Melitto, e in Core, primo essere femminile che sorge dall’<em>apeiron</em> (infinito, senza forma) e che genera essa stessa il suo sposo, ed in ogni altra remota figurazione mitica in cui l’elemento mutevole della generazione ha predominio su tutti gli aspetti, e il <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">simbolo</a> “notte” su quello del “giorno”, e la luna sul sole, come anche nella precedenza del segno lunare in alcuni <a title="simbolismi" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">simbolismi</a> arcaici, cui talvolta si lega la registrazione lunare anziché solare, del tempo: in tutto ciò sono da riconoscere le espressioni di un tema centrale, che, peraltro, si sarebbe manifestato, nel piano della realtà, in costituzioni politiche di carattere patriarcale.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma questo dominante regime della donna regale e sacerdotale, sul limitare dei tempi storici, dà segni di una profonda crisi che determina la lotta tra due <a title="religioni" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione/">religioni</a>, tra due razze, tra due sistemi di valori, tra due modi di rappresentarsi la vita, tra forze umane e divine ad un tempo. È la essenziale forza dell’essere maschio che reagisce come nel risveglio da un letargo senza tempo; è il futuro uomo mediterraneo, l’antico avo della stirpe romulea che si risveglia a nuova lotta, con vigorosa ripresa dalle profonde radici della vita. Così egli suscita l’ideale della cultura che ispira la Grecia dei tempi storici: l’uomo che emerge come costruttore della sua personalità e del suo mondo, costituisce il valore tipo.</p>
<p style="text-align: justify;">Nell’urto della lotta si rischiarano figure di individui eroici che assurgono al piano semidivino, permanendo di là dal circoscritto mondo temporale, come entità simboliche, tipici rappresentanti di una nuova razza superiore, maestose pietre di paragone per una novella vita classicamente compiuta in ogni espressione di nobiltà, di disinteresse, di fermezza e di volontà di potenza. La concezione di una vita di là dal mondo finito crea un sistema di possente organizzazione di uomini, che si compirà poi nell’imperio mediterraneo di Roma. Così, mentre nell’Ellade e più tardi nell’Urbe, il principio eroico combattivo, mistico ed atletico si congiunge con la stessa sostanza delle scienze sacerdotali e con la rappresentazione trascendente dell’aspirazione all’immortalità, attraverso l’affermazione di questo modo di vita maschio e costruttivo, la fiamma della tradizione mediterranea suscitata in Grecia viene portata a Roma, dove attinge il suo più chiaro splendore.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>I nuovi dominatori: i Romani</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Estendendo l’indagine attraverso la interpretazione del mito e del <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">simbolo</a>, risulta evidente un intimo collegamento fra le antiche culture che precedono Roma e il tipo matriarcale della cultura pelagico-asiatica. Infatti mentre i culti prenestini mostrano una evidente analogia con quelli egizi della Madre, nel mito di origine etrusca riguardante Tanaquil, si ritrova l’aspetto asiatico e meridionale della donna “afroditica” regale.</p>
<p style="text-align: justify;">Peraltro è da notare che nella prima <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione/">religione</a> di Roma ricorrono figure femminili: Mater Matuta, Diana, Luna, la Ninfa Egeria o Fortuna, il cui culto sarebbe stato introdotto da Servio Tullio che se ne diceva figlio &#8211; leggenda, questa il cui significato la ricongiunge con quella che faceva di quel re, propugnatore della libertà popolare, uno “spurio” concepito in una delle feste afroditiche che si celebravano in onore della Gran Madre. Inoltre sono di origine sabina le tradizioni riguardanti Tarpa, i rapporti di Ercole con Larentia, di Flora con Marte-Ercole, e i vari tipi di feste orgiastiche che ne derivano: esse ci riconducono allo spirito della civiltà patriarcale che eserciterà un suo finale influsso sulla nascente civiltà.</p>
<p style="text-align: justify;">Nelle varie tradizioni romane si scopre così la lenta e inarrestabile insorgenza di una razza nuova, si ritrovano uno strato antico e uno nuovo che cerca di soverchiare il primo o di trasformarvi concezioni, costumi, rapporti ideali che, in tempi posteriori, dovranno risultare come antitesi con ciò che la romanità poteva riconoscere o assumere. Quel che, per esempio, in Roma si conservò come dignità e autorità matronale allato al diritto del <em>pater familias</em>, più che essere puramente romano, non fu che una trasformazione in senso etico e antiafroditico di antichi elementi matriarcali preromani.</p>
<p style="text-align: justify;">Da questo contrasto di ideali e costumi e dalle sue stesse forme originarie legate allo spirito delle precedenti culture, Roma si spicca manifestando l’affermazione di una razza e la formazione di una influenza nuova, che, assunta da questa stirpe di dominatori, reagisce anzi contro di esse sino a soggiogarle o ad abbatterle. Tale è la conclusione di un’acuta indagine compiuta attorno alla saga di Tanaquil, della quale numerosi elementi acquistano oggi, per virtù di comunione spirituale dell’idea fascista con quella romana, significati di una vivente attualità. In ordine a tale riconoscimento, la nascita di Roma segna il prodigioso esprimersi di un elemento etnico superiore, ossia il manifestarsi di una spiritualità eroica e sacra che dà senso ad una razza e al destino di essa; le caratteristiche di tale razza rispondono eticamente e somaticamente a quelle dovute ad un mescolarsi del ceppo nordico-atlantico con quello europeo-meridionale. Ma, così come le due primordiali razze generatrici, per incroci, della razza “nordica”, da questa furono superate, così la nuova razza romana, ariano-etrusca, supera le componenti, divenendo una razza a sé, inconfondibile.</p>
<p style="text-align: justify;">Chi, infatti, in quel Mediterraneo che non ha assunto ancora fisionomia civile, armonicamente definitiva, può riassumere gli ideali più perfetti di culture e razze ancora in lotta, di retaggi spirituali iperborei, orientali e meridionali? Sulle rive del Tevere, nel centro dell’arioso Mediterraneo, sorge Roma fondata da una stirpe di guerrieri: essa compirà il prodigio, avendo iniziato nella penisola la lotta contro i residui delle vecchie mentalità democratiche matriarcali e dei vacillanti regimi ugualitari. L’anima guerriera unificatrice della nuova razza inizia così il suo ciclo epico.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Razza e spiritualità in Roma</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">In ogni avvenimento della storia politica di Roma si ritrova qualcosa che ha simultaneamente una parte spirituale e un significato simbolico. Nella lotta che le legioni romane impegnano si cela in pari tempo una lotta di carattere superiore, ovvero l’affermazione di una razza dello spirito che vuole dare impronte di sé alle cose e agli eventi, in superamento assoluto di ogni precedente forma di cultura, e di civiltà.</p>
<p style="text-align: justify;">È questa la ragione fondamentale per cui la progressiva conquista del mondo antico si accompagna all’interno con la rigida costituzione del potere nella forma di un tipo virile di Stato, in netta opposizione con quello proprio alle arcaiche comunità italiche e mediterranee. Tale forma si completa in una etica severa e in una espressione giuridica rigorosa che si esercita su tutti i campi e si porta su tutte le terre, fortificando l’intimo animo, costituendo l’intera vita sociale in una ferma supremazia dell’elemento maschile “solare” su quello femminile “lunare”, dello spirito “olimpico” e “classico” su quello “dionisiaco” e “naturalistico”.</p>
<p style="text-align: justify;">I riti romani alla vigilia delle guerre e a consacrazione delle vittorie presentano così un significato di trionfo sulla necessità materiale, travolgendo lo spirito del fanatismo delle vecchie razze e di ogni culto di tipo “comunistico”. Tengano presente tale verità quei corifei della filosofia della storia, che continuano a considerare Roma come una mera associazione di condottieri e di strateghi, rimpicciolendo così l’ampia visione della civiltà mediterranea.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/storie-vol-3-libri-v-vi/9601" target="_blank"><img class="alignleft size-medium wp-image-7804" style="margin: 10px;" title="storie-polibio" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/storie-polibio-184x300.jpg" alt="" width="184" height="300" /></a>Ravvivata e ridestata a significati superiori la Tradizione, ossia costituita la virtù fondamentale della nuova stirpe, dal Mediterraneo romano nasce infine la luce dell’Occidente. Roma inizia la sua grande opera di civilizzazione Occidentale. Vinto Pirro e scardinato prima con la battaglia navale di Ecnomo e poi con la battaglia di Milazzo il predominio mediterraneo di quella Cartagine che rappresenta l’ultimo tipo di costituzione patriarcale, la rapidità con cui Roma estende il suo imperio su tutto l’<em>internum mare</em>, stupisce i contemporanei. Polibio stesso, nel sesto libro della sua <a title="Storie di Polibio" href="http://www.libriefilm.com/storie-vol-3-libri-v-vi/9601"><em>Storia</em></a>, ponendosi il compito di trovare i motivi di tale ascesa, rasenta il vero allorché pone in rilievo la natura complessa della costituzione romana, nella quale il potere quasi assoluto del magistrato supremo, investito di autorità sacra, s’integra con la potenza aristocratica del Senato e con il riconoscimento dei diritti del popolo: è un’armonia di forze al centro delle quali è una legge di spiritualità maschia, eroica, mediata dagli elementi costitutivi della razza.</p>
<p style="text-align: justify;">Nelle guerre puniche, mondo occidentale e mondo orientale si urtano per un definitivo predominio con la distruzione di Cartagine &#8211; città sacra alla dea, ad Astarte-Tanit &#8211; con questo grande punto di “svolta per i destini dell’umanità”, Roma riconduce il mistero della Tradizione e della potenza dal Sud al Nord, dal mondo delle madri e delle forze oscure della natura a quello degli eroi e delle forze celesti. “Ciò che Alessandro aveva conquistato in Oriente e Cartagine in Occidente si avviano a divenire possesso duraturo dei discendenti occidentali di Enea. L’idea superiore dell’Occidente si impone in virtù della sua intima potenza”.</p>
<p style="text-align: justify;">Così, di ascesa in ascesa, in Cesare si incarna il “tipo del puro eroe occidentale”. Con la realizzazione dell’Impero si compie definitivamente il tipo di Stato eroico e anti-matriarcale, quello che dà corpo al puro spirito “solare”: questo, come aureola del dominatore, si concentra nella individualità dell’imperatore e da essa si irradia per dare senso e determinazione alla gerarchia, al diritto, alla civiltà e ad ogni atto della vita. Il principio “solare” di sacerdozio olimpico proprio all’Apollo di Delfo e la supermateriale virilità della Luce, attraverso l’<em>Imperium </em>di Roma, conseguono un loro corpo universale. L’<em>aeternitas </em>dell’imperatore e la pace “augusta” o “profonda”, dominanti sino ai limiti del mondo conosciuto, presentano così quasi il senso di un riflesso del piano celeste e semidivino sul piano inferiore delle cose e delle vicende soggette al divenire: è il completo, luminoso trionfo dell’idea occidentale romana.</p>
<p style="text-align: justify;">Allorché, infine, Ottaviano cinge la corona imperiale, dopo avere schiacciato Antonio e Cleopatra &#8211; <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">simbolo</a>, costei, di un’ultima insorgenza matriarcale, meridionale, anti-romana &#8211; nella battaglia d’Anzio (30 a.C.), e dopo aver sgominato i figli di Pompeo nelle guerre piratiche, ossia dopo una piena vittoria mediterranea nell’avvento dell’impero augusteo si definiscono, in manifestazione assoluta, i caratteri peculiari ed essenziali della spiritualità e della razza di Roma.</p>
<p style="text-align: justify;">Esiste dunque una razza che può definirsi “romana”, sia per caratteristiche somatiche, sia per un modo interiore di concepire la vita che si riflette in uno stile inconfondibile dell’“essere” e dell’“agire”. Quale il destino di tale razza al decadere dell’Impero di Roma?</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/reincarnazione-e-karma/9635" target="_blank"><img class="alignright size-medium wp-image-7841" style="margin: 10px;" title="reincarnazione-e-karma" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/reincarnazione-e-karma1-181x300.jpg" alt="" width="181" height="300" /></a>Il quinto punto fissato dagli studiosi del nostro razzismo suona così: “È una leggenda l’apporto di masse ingenti di uomini in tempi storici”. E non è una gratuita affermazione che “dopo l’invasione dei Longobardi non ci sono stati in Italia altri movimenti di popoli, capaci di influenzare la fisionomia razziale della Nazione”. Tale non-capacità in effetto si è dovuta all’intima resistenza di un elemento etico superiore che si mantiene desto e tale da poter affiorare nella realtà e nel piano della manifestazione, attraverso il senso di molteplici eventi. Questo suo resistere alle mescolanze, questo consistere e permanere di contro al prepotere di influssi diversi di altri destini e di altre genti, ha avuto come causa segreta e profonda la forza della Tradizione: retaggio trascendente di cultura e di civiltà, connesso alla vita inestinguibile della razza. Giustamente si afferma che per l’Italia, nelle grandi linee, la composizione razziale di oggi è la stessa di quella che era mille anni fa: e che i quarantaquattro milioni d’Italiani di oggi rimontano quindi nella assoluta maggioranza a famiglie che abitano l’Italia da almeno un millennio.</p>
<p style="text-align: justify;">Una ragione profonda e attiva, di là dalla stessa consapevolezza degli uomini, è da ritrovare al centro di questa storia della nostra razza che, per forza di una spiritualità segretamente vigile (tradizione) e per virtù di un elemento etnico inconfondibile (sangue) permane identico attraverso ogni vicenda, trascendendo la misura del tempo, per ricongiungersi nuovamente in una unità organica che renderà manifesto ciò che prima era invisibile e segreto, ossia per tradurre in atto le forze profonde che hanno radice nella stessa compagine psico-fisica, nella sostanziale composizione organica dell’individuo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>La secolare unità italico-romana</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Perché dunque nessun influsso barbarico giunse a modificare la costituzione razziale italico-romana? Essa resiste e trasforma: eventuali mescolanze per essa non hanno significato, in quanto il principio radicale della razza ha la virtù di trasformare ed investire della sua stessa virtù altri elementi etnici e così di conquistare i conquistatori. Ciò può spiegare perché lungo le più alterne vicende di popoli e di civiltà, attraverso ricostruzioni di immani disgregazioni, in un indefinito ciclo di divenire, Roma è stata sempre un punto fermo nel tempo, in senso simultaneamente reale e simbolico. Per uomini, per condottieri, per mistici, essa è stata sempre una rocca di paragoni sicuri, un punto di partenza e un punto di arrivo, dopo cui valeva la pena vivere la vita oltre la vita stessa, per tendere ad un piano di serena immortalità.</p>
<p style="text-align: justify;">Un’antica e perennemente giovane razza di Romani è legata alla storia di Roma. Misteriosa, di origine eroica, di continuo suscitante la fiamma della Tradizione, in segreta solitudine o in azioni “solari”, secondo che gli eventi lo richiedessero, tacita in alcune epoche contemplative ed esplodente in combattimenti, in conquiste e in superbe costruzioni, in epoche di virile affermazione, essa difficilmente si può identificare nello spazio, né si può individuare attraverso una visione semplicemente “razionalistica” della storia.</p>
<p style="text-align: justify;">Tuttavia fatti fondamentali della nostra tradizione mediterranea, quali la potenza conquistatrice e colonizzatrice delle nostre Repubbliche Marinare che lanciarono per il mondo grandi navigatori, esploratori e dominatori di mare, l’apporto eroico ghibellino alla costruzione del Sacro Romano Impero, l’azione dei condottieri e dei capitani di ventura, la forza della Rinascenza e le basilari scoperte ed invenzioni ad opera di Italiani: tali fatti sino al Risorgimento, alla Indipendenza, alla Guerra del 1915 e alla Rivoluzione Fascista si presentano come manifestazioni realistiche e storiche, al cui centro si può ritrovare quello slancio metafisico verso l’infinito e l’immortale, che caratterizza l’anima stessa della razza di Roma.</p>
<p style="text-align: justify;">La controparte ideale, speculativa di tale azione della razza “italico-romana” è con analoga facilità identificabile, in quanto costituisce una “Tradizione” costante anche in senso di manifestazione o di attualità: anzi si può dire che uno stile romano del pensiero riassume, in sede dottrinaria e speculativa, i caratteri dell’antico principio sacro ed eroico che fu alla base dell’Impero.</p>
<p style="text-align: justify;">Da quell’epoca in poi, uno stile latino del pensare nella sua virile configurazione morfologica, mantiene il retaggio avuto da Roma, sia nello spirito migliore della scolastica, allorché la filosofia conforta con argomenti intellettivi il senso del divino, sia nelle visioni metafisiche di Dante, e nella ideologia ghibellina dei “Fedeli d’amore”, nell’intimo senso dell’arte di Raffaello, di Michelangelo, di Leonardo, di Correggio e di Tiziano, nel neoplatonismo ridestato a Firenze da Lorenzo il Magnifico, nei neoaristotelici Pomponazzi, Zambarella, Cremonini, Piccolomini, Cisalpini, Vanini, in quegli originalissimi che risuscitano taluni aspetti della Tradizione d’Occidente attraversi la speculazione: Tomaso Campanella, Pico della Mirandola, Girolamo Cardano, Patrizi, Casa, <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/giordano-bruno" target="_blank">Giordano Bruno</a></span>, Della Porta; nella <em><a title="Scienza nuova" href="http://www.libriefilm.com/idea-della-scienza-nuova/7624" target="_blank">Scienza Nuova</a> </em>di Vico, nella spiritualità classica di Giacomo Leopardi, nell’impulso nuovo dato alla filosofia italica da Gioberti, Rosmini e Galluppi.</p>
<p style="text-align: justify;">Da una rapidissima veduta d’insieme vien fatto di pensare che l’ideale di una permanente intellettualità di tipo “romano” si possa concepire come retaggio di quella superiore armonia dello spirito che fu al centro della potenza di Roma: nel “solare” equilibrio insito nell’anima di una razza per virtù della quale la cultura si tradusse in civiltà e la civiltà in cultura, è possibile ritrovare infine la risoluzione dell’antico dissidio tra platonici e aristotelici, Roma in questo senso permane la grande equilibratrice.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Un appello del Duce alla razza bianca</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il carattere peculiare dei nostri uomini migliori (non tenendo conto di coloro che della cultura e della filosofia in genere si fanno una sorta di abito esteriore da mostrare e da portare quale modello esibizionistico) è una genialità classica, solare, ossia una virtù di potenza nella sintesi dei valori pertinenti all’umano, al superuomo e al divino; esso sta perciò a rappresentare, in opposizione all’opaca sornioneria del materialismo moderno, alcune forme reali, viventi, storiche, del nostro ideale di vita e di spiritualità, che sono quelle stesse che preannunciano, nella nuova organicità della razza, un riaffiorare dell’antica, immutevole Tradizione, quale anima di nuove lotte e di nuove conquiste.</p>
<p style="text-align: justify;">Sotto questo riguardo, è proprio l’armonia dello spirito romano che parla attraverso le maestose figure che l’Occidente ha generate: tutto ciò che, come azione e contemplazione, si mantiene fermo attorno a un asse di irremovibile dignità ideale, è essenzialmente romano, creazione di una razza inequivocabilmente romana.</p>
<p style="text-align: justify;">Una trattazione storico-etnografica condotta con acume sottile che penetri di là dalle quinte della storia, potrebbe individuare anche da un punto di vista razionalistico, la vicenda senza soluzione di ritmo, della razza italico-romana lungo il corso del tempo. Data la limitatezza dello spazio, a noi basti per ora riferirci ad alcuni significati della nostra assunzione razzista in rapporto a ciò che effettivamente si è realizzato dalla Marcia su Roma in poi, non dietro presupposti ideologici ma in virtù di una rispondenza degli elementi alla risurrezione di latenti qualità della razza.</p>
<p style="text-align: justify;">Or sono sei anni, il Duce con un suo articolo dal titolo “La razza bianca muore?” pubblicato nei giornali dell’Universal Service e nel <em>Popolo d’Italia</em>, richiamava l’attenzione di quasi tutta l’umanità sul problema che più vitalmente la riguarda e prospettava in efficace sintesi i rimedi che urgevano a scongiurare la decadenza e la fine della razza bianca. Il problema della razza costituiva già dunque per Mussolini un motivo fondamentale di vita sotto l’aspetto sia sociale che politico: in nome di una razza superiore Egli richiamava l’attenzione su tutta la razza bianca, ossia su quella che meglio può rivendicare a sé il retaggio “ariano”.</p>
<p style="text-align: justify;">Il Duce ha dunque previsto il problema delle razze e non semplicemente in senso nazionale, ma in senso ancora più vasto, nell’interesse delle diverse Nazioni depositarie di tradizioni di civiltà, in un senso perciò autenticamente universale. Il suo sguardo ha sempre veduto lontano, avendo il potere di non essere distratto o affascinato da vicende passeggere, fenomeniche, esso si stacca da ciò che è apparente e fittizio, per scrutare ciò che è reale e lontano nel tempo: per esso si diradano nebbie di errori e di artifizi e i drammi dell’umanità appaiono chiari nella loro fatale essenzialità. Ecco dunque che, sempre secondo quella Sua spiritualità che sorpassa l’empirico e il contingente, e abbraccia perciò problemi di carattere universale, inerenti a motivi vitali di tutta una catena di popoli, Egli già da tempo ha lanciato un appello al mondo civile perché esso si risvegli, si riscuota, si salvi dal dissolvimento e si ponga su una via di ricostruzione. Egli ha parlato in nome di un complesso di civiltà che furono luminosissime ed ebbero come centro irradiante la civiltà romana: ha parlato soprattutto in nome di una tradizione che, per quanto varia in riti diversi nel luogo e nel tempo, è una e, sotto il riguardo spirituale, identica. La razza bianca, di cui quella romana e ariana costituisce il nucleo centrale, aveva bisogno di un nuovo impulso superiore che in essa risvegliasse le forze più segrete e più attive. Occorrevano provvedimenti, norme nuove, risvegli di coscienza, incitamenti, educazione di masse, impulsi nuovi, per affrontare una lotta al cui esito sono legati i problemi maggiori dell’umanità: crisi, economia, pace dei popoli, ricostruzione di civiltà. L’interrogazione che ha fatta Mussolini è stata qualche cosa che si è incisa con tagliente lucidità nell’anima di tutti coloro che sono consapevoli di appartenere alla razza bianca. È stato un tremendo, chiarissimo interrogativo che ha riassunto tutti i drammi, tutte le speranze e le condizioni di ascesa o di disgregazione delle nazioni civili. In un momento in cui i popoli bianchi indugiavano &#8211; come oggi &#8211; in litigiose diplomazie e in astiose dialettiche, il contrassegno evidente di un inguaribile disagio, un Uomo, romano in senso compiuto, si è levato al di sopra di tutti e ha parlato in nome di quella razza di cui Egli è tipico e perfetto rampollo.</p>
<p style="text-align: justify;">Tale precedente, per chi sa intendere, è significativo, nei riferimenti degli attuali problemi, ma soprattutto in quanto una presa di posizione non settaria, ma universalistica, in tal senso, rivela effettivamente l’assunzione di principi supertemporali e supermaterialistici che, effettuata dal Fondatore di un ordine nuovo di vita, di stile e di politica, costituisce meglio che una speranza, la certezza di una tensione positiva verso il risveglio totale di ciò che in noi è forza nuova ed antica della razza di Roma.</p>
<p style="text-align: justify;">I progressivi momenti dell’epica fascista ci mostrano chiaramente come l’avvento di un uomo che rappresenta il “tipo” della razza, ossia l’ideale vivente di una generazione nuovamente “romana”, e l’azione concomitante di esseri che incarnano analogicamente le virtù della stirpe, costituiscano in sostanza il motivo essenziale di un magico risveglio delle forze segrete nei singoli individui, in corrispondenza a queste ideali forme di vita, e di un orientamento unitario nella direzione di tali forze. Una perfetta garanzia di un’azione in questo senso abbiamo avuta di recente nelle parole rivolte dal Duce ai Federali, in occasione della visita al campo dei graduati avanguardisti: “&#8230; anche nella questione della razza noi tireremo diritto”.</p>
<p style="text-align: justify;">È un fatto incontestabile dunque che non può esistere razzismo senza riferimento a un fattore che, pur fondandosi sul sangue, lo trascenda e lo renda sostanza di sé: un costume superiore di vita. Quando le forze della razza non si risvegliano in funzione di una organicità gerarchica di esseri superiori e in riferimento ad attive forze ideali, meta-biologiche, ma soltanto in vista di obiettivi contingenti, utilitari, materialistici, esse non sono se stesse, ma si presentano, se così si può dire, in una forma deteriore di se stesse. Occorre dunque alla razza quel senso trascendente in virtù del quale già un tempo &#8211; ora è un millennio e ora son millenni &#8211; essa fu grande e costruttrice di civiltà.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Il sangue e lo spirito</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sotto questo aspetto sono comprensibili e più precisamente applicabili concetti come “nordico” e “ariano”, che possono perciò anche considerarsi convenzionali, in quanto, meglio che un significato storico, rivestono un valore “tipologico”, ossia vogliono riferirsi alla fisionomia superstorica di un tipo di umanità che esiste ogniqualvolta le sue latenti possibilità giungono a manifestarsi nel piano reale.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/la-luce-introduzione-allimmaginazione-creatrice/764" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-7848" style="margin: 10px;" title="la-luce" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/la-luce.jpg" alt="" width="200" height="279" /></a>È questo un motivo fondamentale della questione razzista, riferentesi soprattutto alla reale possibilità di modificazione della struttura psico-fisiologica, in corrispondenza ad una “ispirazione” dominante della vita che divenga abitudine continua del pensiero, del sentimento e della volontà. Ora, è, accertato anche ad opera di razionalisti e di positivisti della bio-psicologia che se tale “ispirazione” contiene quello slancio che tenda a superare il dato della natura e della materia, per renderlo veicolo della sua vitalità che trasfigura ed esalta, essa risveglia nel sangue quella sostanza etnica più rispondente e più pura che effettivamente costituisce appoggio, strumento, fluido positivo, per la sua traduzione in vita e in azione costruttiva.</p>
<p style="text-align: justify;">A questo proposito la Tradizione di Roma può insegnarci, a prescindere dagli aspetti simbolici e mitologici, che soltanto un tale elemento trascendente può dare forma e significato alla razza, sia che si alluda alla origine “eroica” e “divina” della stirpe, sia che si affermi la dignità sacra e guerriera di patrizi, di magistrati e di consoli, non tanto grazie all’appartenenza a una determinata <em>gens </em>o per avere un capostipite a cui riconnettersi &#8211; giacché in tal caso anche classi e caste inferiori possono vantare purità di razza e appartenenza ad antica famiglia &#8211; quanto per l’esistenza di un retaggio interiore che si appoggi sul sangue e lo renda diverso da altri sangui, ossia più ricco di spirito e più puro, recante in sé virtù superiori, giacché all’origine un “duce”, o un “eroe”, o un “semidio”, superò con un’azione trasumanante o con la potenza rituale, le forze della natura e della terra, per porsi rispetto ad esse in posizione di dominio, rendendo così la sua vita, nella totalità psico-fisica, tipo di vita superiore.</p>
<p style="text-align: justify;">Che tale eredità esista effettivamente è un fatto comunemente ammesso dagli studiosi di etnografia, onde è anche noto che talune stirpi di padre in figlio rechino con sé caratteristiche superiori, come naturale virtù guaritiva, qualità altamente intellettuali, profondità in determinate discipline, nessun timore della morte e soprattutto, per quel che riguarda l’aristocrazia, il senso dell’onore e della lealtà &#8211; aspetti razziali, questi, che chi desidera veder trattati da un punto di vista politico ed attuale, può ritrovare nella rivista <em>La Nobiltà della stirpe </em>che da diversi anni in Italia combatte una battaglia in questo senso.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Inconfondibilità del nostro razzismo</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Partendo dunque dalla premessa di un fattore metafisico che sia condizione assoluta dell’affermazione di una razza la quale giunga perciò a rendersi razza-tipo, razza privilegiata per civiltà e per cultura, il termine “ariano” può essere adottato, a patto d’assumerlo come nome corrispondente a un modello di umanità ricca anzitutto di qualità interiori, etiche e sovrammateriali, a prescindere perciò anche da collaterali concetti biologici, etnici e storico-geografici. La stessa osservazione è valida per i termini “nordico” e “nordico-ariano”, che possono così designare il valore di un indirizzo razziale, con corrispondenza a un tipo superstorico e non legato perciò al destino di un popolo in particolare, o ad una razza storicamente definita, o ad una casta determinata.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto questo significa, per chi voglia intendere i caratteri che diversificano e rendono inconfondibile la nostra assunzione razzista, che anche l’appartenere da un punto di vista fisiologico alla tipica razza bianca superiore, non risolve nulla e non porta nulla di nuovo, se a tale conformazione esteriore non corrisponda una configurazione interiore che conservi soprattutto il retaggio esoterico, trasfigurante, “iperumano”, proprio a quella razza. In tali termini se una Nazione che intendesse assumere posizione intransigentemente razzista si limitasse a far riaffiorare e a tipizzare le caratteristiche semplicemente somatiche della razza considerata superiore, non creerebbe in sostanza che un serraglio di magnifici animali: ciò in quanto è un luogo comune, speriamo, superato, il ritenere che il fisico possa essere analogico al metafisico senza l’intervento di una forza che renda attuale simile analogia, o ritenere che un corpo perfetto possa creare uno spirito corrispondente. Né è sufficiente appoggiarsi sulla formula “lo spirito crea il corpo” in quanto si tratta di uno spirito che, allo stato normale ed elementare, si trova condizionato in ogni punto dal corpo.</p>
<p style="text-align: justify;">Occorre piuttosto l’empito di una forza nuova che trasformi lo spirito, acciocché questo sia rapace di conferire una nuova “sostanzialità” al sangue e animare di vita ricreatrice la compagine fisica. Si tratta ancora di quello “slancio metafisico” cui sopra abbiamo accennato, e che non si impara né si improvvisa, ma che solo può venire dal contatto non-razionalistico, ma altamente spirituale, con le forze inerenti alla Tradizione. Non è un compito semplice, in quanto finché l’individuo dalle immediate energie dell’eredità, del sangue e dell’istinto ritragga tutto ciò che può dare determinazione e senso al suo esistere, egli fa sempre parte della razza “non-sveglia” (cui fa opposto riscontro l’antica razza degli <em>egrègoroi</em>, i perfetti “svegliati”, i vigili sull’anima e sul corpo) vissuta dalla vita, più che vivente in superiore consapevolezza la vita. Ed anche se egli giunge a costruirsi facoltà intellettuali partendo da tali possibilità d’ordine semplicemente biologico, tali facoltà recheranno sempre l’originaria impronta della natura, saranno una sorta di costruzione inconsapevole con illusorio dominio dell’io, non saranno mai il risultato di un impegno supercosciente e altamente “personale”.</p>
<p style="text-align: justify;">Si tratta dunque evidentemente di creare una nuova forza o meglio di ridestarla in correlazione al possesso di un elemento etnico superiore. Infatti, dato che la razza è il risultato della educazione, della modificazione e della sublimazione effettuate nel piano fisico da una più dominante energia e trasmesse come virtù potenziali attraverso l’eredità biofisica, ne consegue che, mentre un compito fondamentale è di mantenere e vigilare il dono di questa eredità, in senso psico-fisiologico, d’altro canto si impone l’assoluta esigenza che venga alimentata o risvegliata quella ispirazione verso l’alto, slancio trascendente o interiore virtù modellatrice, che in origine impresse a quella vita fisica la determinata e tipica forma, onde il sangue divenne veicolo dello spirito, così da attuare una norma fondamentale della Tradizione, corporificare lo spirito e spiritualizzare il corpo, in una sorta di superamento eroico di ambedue.</p>
<p style="text-align: justify;">Chiarire anche in sede semplicemente giornalistica un tale motivo significa rendere evidente il tipo di razzismo che corrisponde in ampie linee costruttive ideali e reali, a quello sinora realizzato in Italia dal regime fascista, di là da ogni meccanica ideologia e dialettica e riguardo al quale perciò giustamente il Duce ha affermato con significativa precisione: “Dire che il Fascismo ha imitato qualcuno e qualche cosa è semplicemente assurdo”.</p>
<p style="text-align: justify;">Il nostro razzismo ritrova dunque nella sua attualità etico-politica la sostanza di una saggezza che non è condizionata da un “mito”, ma si identifica con una forza che si appoggia a diversi miti e però anche a <a title="simboli" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/" target="_blank">simboli</a>, come lo spirito al corpo, e tuttavia li trascende in ogni punto, per farsi realtà assoluta. È la Tradizione interiore, che crea e raggiunge quelle forme che saranno poi oggetto di studio della bio-tipologia e della para-psicologia e la cui determinazione puramente fisica porterà sempre al caos delle avverse teorie razziali e delle ipotesi antropologiche, tutte le volte che non si risalga all’origine extra-biologica, la quale sola può dare indirizzo univoco a un’indagine d’indole scientifico-razionalistica in tale senso.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli è che ogni qualvolta i destini delle razze mutano ed esse stesse danno luogo a tipi diversi e ad eventi nuovi, il ritenere che ciò avvenga per la mescolanza del sangue, significa scambiare l’effetto per la causa. È questo l’errore di quasi tutti gli ideologi del razzismo, allorché seguono l’avvicendarsi storico di stirpi, di caste, di popoli, anche tenendo conto di fattori mistici ed esoterici, e allorché spiegano talune decadenze con l’avvento di razze pre-ariane e con il trasporsi dell’elemento etnico originario in un ambiente non più adeguato, dove lo spiritus loci può vincere lo spirito della razza.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Razza e Impero</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Tutto questo ci conferma nella certezza che, se è vero che lo spirito è legato al sangue, tale rapporto può rivestire valore negativo o affermativo, a seconda del principio che lo domina: per cui se una civiltà materialistica giunge ad imporsi ad una civiltà dello spirito, ciò significa che le forze della natura che nella prima dominano lo spirito, non incontrano resistenze nella spiritualità che per la seconda dominava la razza in senso fisico: viene a ristabilirsi dunque il rapporto tra sangue e spirito, ma in senso negativo, appunto perché la civiltà dello spirito già si assopiva, in essa cessava la tensione verso l’alto simboleggiata dal “fuoco”, si spegneva la luce simboleggiata dal Sole o dall’Apollo iperboreo, essa era abbandonata dal principio puramente metafisico, onde le forze della “natura” e della “materia” sino ad allora ordinate e dominate, si trovavano pronte ad insorgere e ad acquistare il sopravvento. Ed è un simile momento che ha sempre reso naturali e logiche la mescolanza, l’assimilazione, la misto-variazione, la decadenza: il sangue si è mescolato e la mescolanza si è tradotta in decadenza, soltanto perché lo “spirito” è stato sconfitto.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora, per quel che ci riguarda, a noi si è reso evidente che il su accennato rapporto che connette spirito e sangue, è analogico al rapporto gerarchico fra imperatore e popolo, tra il principio metafisico che incarna nell’<em>imperator </em>e la massa da esso governata: il che, per converso, significa che la sovversione di tipo comunistico accusa il capovolgimento di un tale rapporto, ossia l’assenza di spiritualità ordinatrice, per cui la “natura” crea, assoggetta lo spirito ed ogni sua espressione, sia pure la più rigorosamente intellettuale, dando la evidenza della massa acefala, della grande bestia senza volto (tipica decadenza della razza da un piano umano a un piano sub-umano, dal normale al sub-normale).</p>
<p style="text-align: justify;">L’analogia del rapporto fra sangue e spirito, tra razza e cultura, mentre chiarisce, dunque, il concetto stesso di gerarchia politica e di imperialità &#8211; in quanto in sostanza si tratta di un rapporto di indole gerarchica &#8211; conferisce un senso inequivocabile alla nostra presente storia, dalla costituzione dei Fasci di Combattimento ad oggi: in riferimento a quanto si è detto sulla indispensabilità di un fattore extra-biologico e spiritualmente dominante la “natura” e la “razza” è proprio questo il caso in cui si riscontra l’orientamento nuovo e costruttivo di un popolo in base a un principio d’ordine sovrammateriale in virtù del quale, nella massa quantitativa, si delineano caratteristiche qualitative e, come dal blocco di marmo grezzo la statua, si scolpisce la forma autentica della razza.</p>
<p style="text-align: justify;">In realtà noi non partimmo da presupposti di ordine razzista, per giungere alle forme viventi di un nuovo costume di politica e di vita, ma soprattutto dovemmo ridestare le energie più profonde della razza per tradurre in atto un’idea: alla virtù di una forza del piano psichico superiore &#8211; quello da cui scaturiscono le grandi creazioni che trasformano l’umanità e dominano la natura &#8211; noi abbiamo chiesto l’energia necessaria per combattere e per compiere la Rivoluzione, di là dalla stessa iniziale e consapevole intenzione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>I principi mussoliniani</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">In questo caso ha veramente agito una norma interiore, o costume spirituale, che, se pure ha adottato la natura come appoggio e come strumento di manifestazione, non si è lasciata ridurre ad essa, testimoniando così la presenza e l’azione trasfiguratrice di un elemento che ha il potere di condizionare qualsiasi fenomeno d’indole biologica. È stato un simile costume che ha costituito l’essenza super-normale di ciò che, con riferimento all’uomo nel senso nobile del termine e non in senso puramente fisico sia pure superiore, ha diritto al nome di “razza”.</p>
<p style="text-align: justify;">Allorché il Duce nel riferirsi alla stirpe la definì “una molteplicità unificata da un’idea” la quale sostanzialmente “nel popolo si attua come coscienza e nella volontà di tutti”, pose e chiarì, dunque, un principio basilare del nostro razzismo, che perciò sin dalle prime attuazioni rivoluzionarie agì nel popolo per educarlo, formando, ridestando in esso una coscienza eroica e gerarchica.</p>
<p style="text-align: justify;">L’autentica saggezza della razza si ritrova nella dottrina politica del Duce, soprattutto allorché Egli afferma che “la Nazione è creata dallo Stato” e che lo Stato è “autorità che governa e dà forma di legge e valore di vita spirituale alle volontà individuali”, è “forma più alta e potente della personalità: è forza, ma spirituale”.</p>
<p style="text-align: justify;">Chi ci ha seguiti in queste brevi note sul problema della razza non può non riscontrare una identità dei principi mussoliniani con quanto è risultato come condizione meta-biologica, essenziale, per il risveglio di una razza di forti, di dominatori e di eroi, per i quali la “romanità” della Tradizione si mutui con la nuova qualità della razza. In questo senso il principio immateriale della razza dello spirito deve risvegliarsi, deve agire quella stirpe che non è mera astrazione mentale né cadaverico schema della scienza, ma razza vivente, razza la cui virtù veramente si reca nel sangue e assai più in profondità che non nel sangue, nel radicale mistero dell’essere psico-fisico.</p>
<p style="text-align: justify;">I soliti pontefici della dialettica non mancheranno a dar mano ai loro bagagli di inanimata erudizione. A noi basti concludere che il problema razzista non si può liquidare con teorie semplicemente scientifiche o esclusivamente erudite e psicologiche, ma ha fondamento sulla stessa realtà costruttiva e qualitativa di un popolo. Occorre poco a comprendere, sotto questo riguardo, come la politica demografica del Regime rappresenti uno dei capisaldi del nostro razzismo, in quanto dalla quantità consegna la possibilità della qualità, ovvero quella selezione dei migliori che è effettuabile attraverso il vaglio etico, politico e gerarchico.</p>
<p style="text-align: justify;">D’altro canto, applicazioni pratiche come il razzismo coloniale, la formazione morale e atletica della gioventù, l’azione demografica, ma soprattutto un elemento trascendente di nobiltà e di eroismo, che costantemente “incide sul costume” della Nazione, c’insegnano soprattutto come il razzismo non possa venire assunto in un senso animalesco e nemmeno semplicemente antropologico &#8211; ché in tal senso gli americani, ad esempio, sarebbero all’avanguardia del razzismo mondiale &#8211; ma solo in riferimento all’uomo quale essere spirituale, quale dominatore e costruttore di civiltà.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p>Tratto da “Il Resto del Carlino” del 28, 29, 30 e 31 luglio, 02 e 03 agosto 1938, A. XVI E.F.</p>
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		<pubDate>Tue, 22 Mar 2011 16:29:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudio Mutti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Una breve storia degli sviluppi degli studi sui lici e gli altri popoli indoeuropei della penisola anatolica.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/il-popolo-licio.html' addthis:title='Il popolo licio '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/labrys.png" width="48" height="48" alt="" title="Indoeuropei" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storia-antica.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Storia antica" /><br/><div id="attachment_7092" class="wp-caption alignright" style="width: 180px"><img class="size-full wp-image-7092" title="Iscrizione licia a Xanthos" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/iscrizione-licia.jpg" alt="Iscrizione licia a Xanthos" width="170" height="244" /><p class="wp-caption-text">Iscrizione licia a Xanthos</p></div>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;indeuropeista danese Holger Pedersen (1867-1953), autore della  monumentale <em>Vergleichende Grammatik der keltischen Sprachen</em> (Göttingen  1909-1913), si occupò anche, tra l&#8217;altro, di albanese, di armeno, di  lingue balto-slave, di tocario e di ittita. A quest&#8217;ultima lingua  Pedersen dedicò un lavoro intitolato <em>Hittitisch und die anderen  indoeuropäischen Sprachen </em>(København 1938), nel quale affermò che  l&#8217;ittita, per quanto lontano sia dal tipo <a title="indeuropeo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/indoeuropei/">indeuropeo</a>, è per certe sue  caratteristiche &#8220;così arcaico che, per l&#8217;aspetto generale della famiglia  linguistica, è altrettanto importante quanto l&#8217;antico indiano e il  greco&#8221; (p. 191).</p>
<p style="text-align: justify;">Fra il 1879 e il 1902, insieme coi norvegesi Sophus Bugge (1833-1907)  ed Alf Torp (1853-1916), Holger Pedersen sostenne il carattere  <a title="indeuropeo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/indoeuropei/">indeuropeo</a> del licio e del lidio, due lingue parlate nell&#8217;Anatolia  occidentale nel I millennio a. C.  A quell&#8217;epoca si conoscevano soltanto  circa 150 iscrizioni licie, risalenti ai secc. V e IV a. C., ma non  erano ancora note le lingue anatoliche del II millennio, sicché  l&#8217;ipotesi dei glottologi nordici non poté scuotere l&#8217;autorità della  teoria allora dominante, secondo cui la popolazione pregreca dell&#8217;Asia  Minore non sarebbe appartenuta alla famiglia indeuropea.</p>
<p style="text-align: justify;">Sul finire del XIX secolo alcuni linguisti avevano infatti formulato la  teoria secondo cui la lingua dei Lici e le altre antiche lingue  dell&#8217;Asia Minore (misio, lidio, cario ecc.) sarebbero appartenute ad una  famiglia diversa sia da quella indeuropea sia da quella semitica.  Faceva eccezione il frigio, ritenuto lingua indeuropea per via dei  numerosi elementi lessicali assai simili al greco contenuti nelle  iscrizioni frigie. Fu così che nacque l&#8217;ipotesi di un&#8217;affinità delle  lingue egeo-microasiatiche con quelle caucasiche.</p>
<p style="text-align: justify;">Soltanto nel 1936 un professore di glottologia dell&#8217;Università di  Pavia, Piero Meriggi (1899-1982), decifratore dell&#8217;ittita geroglifico,  rilanciò i risultati delle ricerche compiute da Pedersen, Bugge e Torp,  rafforzandoli con nuove argomentazioni. Da parte sua, basandosi su  alcune analogie morfologiche nella declinazione e nella coniugazione e  sulla presenza di un gruppo di elementi lessicali comuni, Pedersen  metteva in luce la vicinanza del licio e dell&#8217;ittita, affermando in  particolare che il licio rappresenta un più tarda fase di sviluppo del  luvio: &#8220;<em>In gewissen Beziehungen würde das Luwische sich besser als  Stammutter des Lykischen empfehlen</em>&#8221; (<em>Lykisch und Hittitisch</em>, Kopenhagen  1949). Tali vedute furono confermate alla fine degli anni Cinquanta  dalla <em>Comparaison du louvite et du lycien</em> (“Bulletin de la Société de  Linguistique de Paris”, 55, pp. 155-185 e 62, pp. 46-66) del francese  Emmanuel Laroche (1914-1991), il quale mostrò la corrispondenza del  termine ittita per &#8216;Licia&#8217; (<em>Lukka</em>) con il luvio <em>Lui</em>-, da un più antico  *<em>Luki</em>-, donde l&#8217;identità dei nomi <em>Luwiya </em>e <em>Lykìa</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libreriauniversitaria.it/origini-indeuropee-devoto-giacomo-edizioni/libro/9788889515327?a=395521" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-7091" style="margin: 10px;" title="origini-indeuropee" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/origini-indeuropee.jpg" alt="" width="205" height="298" /></a>Dal fatto che nelle iscrizioni licie siano individuabili alcuni  elementi tipici di una lingua satem l&#8217;indeuropeista bulgaro Vladimir  Ivanov Georgiev  conclude che nel licio sarebbero presenti due  componenti: &#8220;la prima è probabilmente il licio, successore del luvio (e  vicino all&#8217;ittita), la seconda è probabilmente il termilico, successore  del pelasgico&#8221; (Vladimir I. Georgiev, <em>Introduzione alla storia delle  lingue indeuropee</em>, Roma 1966, p. 233), sicché la lingua licia del I  millennio costituirebbe il risultato della mescolanza di queste due  lingue.</p>
<p style="text-align: justify;">Siamo dunque in presenza di un caso che giustifica la nozione di  &#8220;peri-indeuropeo&#8221;, in quanto nel licio, come nel lidio, gli elementi  <a title="indeuropei" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/indoeuropei/">indeuropei</a> sono innegabili, però &#8220;è difficile considerare queste lingue  sullo stesso piano delle lingue indeuropee normali&#8221; (Giacomo Devoto, <a title="Origini indeuropee" href="http://www.centrostudilaruna.it/giacomo-devoto-e-le-origini-indeuropee.html"><em> Origini indeuropee</em></a>, Padova 2005, p. 206). Così il Devoto, per il quale  il licio e il lidio, assieme alle altre lingue anatoliche più o meno  vicine all&#8217;ittita, &#8220;completano l&#8217;imagine di una complessità linguistica  accanto ad una etnica, intorno alla nozione etnico-linguistica ben  definita dagli Ittiti&#8221; (op. cit., p. 426).</p>
<p style="text-align: justify;">Alla componente etnolinguistica indeuropea corrisponde, nella cultura  politica del popolo licio, un caratteristico &#8220;tratto delle vecchie  radici indoeuropee,  [ossia] che le città licie erano governate da  consiglieri anziani (senati)&#8221; (Francisco Villar, <a title="Gli Indoeuropei e le origini dell'Europa" href="http://www.centrostudilaruna.it/villar.html"><em>Gli Indoeuropei e le  origini dell&#8217;Europa. Lingua e storia</em></a>, Bologna 2008, pp. 352-353), mentre  dal sostrato preindeuropeo proviene quell&#8217;aspetto matriarcale che non  era sfuggito all&#8217;osservazione di Erodoto. &#8220;Solo questo uso è loro  proprio &#8211; scrive il padre della storia &#8211; e in ciò non assomigliano a  nessun altro popolo: prendono il nome dalle madri e non dai padri. Se  uno chiede al vicino chi egli sia, questi si dichiarerà secondo la linea  materna (<em>metròthen</em>) e menzionerà le antenate della madre. E qualora una  donna di città sposi uno schiavo, i figli sono considerati nobili;  qualora invece un uomo di città, anche il primo di loro, abbia una  moglie straniera o una concubina, i figli sono perdono ogni diritto&#8221; (I,  173, 4-5).</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/gli-indoeuropei-e-le-origini-delleuropa/4173" target="_blank"><img class="alignright size-medium wp-image-7093" style="margin: 10px;" title="gli-indoeuropei-e-le-origini-dell-europa" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/gli-indoeuropei-e-le-origini-dell-europa-188x300.jpg" alt="" width="188" height="300" /></a>Già in Omero, d&#8217;altronde, è attestato il singolare costume licio della  discendenza matrilineare: Bellerofonte, scelto dal re di Licia come  genero e reso partecipe di metà del potere regale, rappresenta una  &#8220;eccezione ai normali costumi matrimoniali attestati nel mondo omerico&#8221;  (Maria Serena Mirto, <em>Commento </em>a: Omero, <em>Iliade</em>, Einaudi-Gallimard,  Torino 1997, p. 970); tra i suoi nipoti, l&#8217;erede del potere regale e il  comandante supremo dei Lici nella guerra di Troia non è Glauco, &#8220;lo  splendido figlio di Ippoloco&#8221; (<em>Iliade</em>, VI, 144), bensì Sarpedonte,  figlio di Laodamia: &#8220;Accanto a Laodamia giacque il saggio Zeus, &#8211; ed  essa generò Sarpedonte dall&#8217;elmo di bronzo, pari agli dèi&#8221; (<em>Iliade</em>, VI,  198-199).</p>
<p style="text-align: justify;">Questa storia viene presa in considerazione da Bachofen nelle pagine  introduttive al <em>Mutterrecht</em>: &#8220;Accanto ad una testimonianza assolutamente  storica di Erodoto, la storia mitica del re presenta un caso di  trasmissione ereditaria matrilineare. Non i figli maschi di Sarpedone  [Sic. "Sarpedone" in luogo di "Bellerofonte" è ovviamente una svista del  traduttore], ma Laodamia, la figlia, è l&#8217;erede legittima, e questa cede  il regno a suo figlio, il quale esclude gli zii. (&#8230;) La preferenza  data a Laodamia nei confronti dei suoi fratelli conduce Eustazio  all&#8217;osservazione che un tale trattamento di favore della figlia rispetto  ai figli maschi contraddice interamente le concezioni elleniche&#8221;  (Johann Jakob Bachofen, <em>Introduzione al &#8220;Diritto materno&#8221;</em>, a cura di Eva  Cantarella, Editori Riuniti, Roma 1983, pp. 44-45).</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1862, un anno dopo la pubblicazione del <em>Mutterrecht</em>, Bachofen  riprende l&#8217;argomento con <em>Das lykische Volk und seine Bedeutung für die  Entwicklung des Altertums</em>, Freiburg im Breisgau. Ne esistono due  traduzioni italiane: quella di Alberto Maffi (<em>Il popolo licio e la sua  importanza per lo sviluppo dell&#8217;antichità</em>, in: <em>Il potere femminile.  Storia e teoria</em>, a cura di Eva Cantarella, Il Saggiatore, Milano 1977) e  quella ormai irreperibile del latinista E. Giovannetti (<em>Il popolo  licio</em>, Sansoni, Firenze 1944), che viene riproposta nel presente  fascicolo.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto, con il gentile consenso, dal <a title="Claudio Mutti" href="http://www.claudiomutti.com/index.php?url=6&amp;imag=1&amp;id_news=166">sito dell&#8217;Autore</a>.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/il-popolo-licio.html' addthis:title='Il popolo licio ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>L&#8217;œuvre de Herman Wirth (1885-1981)</title>
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		<pubDate>Mon, 24 Jan 2011 17:16:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Robert Steuckers</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Par Wirth les Nordiques ont pénétré en Europe par l'Ouest, en longeant les voies fluviales, en quittant leurs terres progressivement inondées par la fonte des glaces arctiques. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/oeuvre-de-herman-wirth.html' addthis:title='L&#8217;œuvre de Herman Wirth (1885-1981) '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/labrys.png" width="48" height="48" alt="" title="Indoeuropei" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/buddha.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Religione" /><br/><p style="text-align: justify;"><img class="alignright" style="margin: 10px;" title="Herman Wirth" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/hermanwirth.jpg" alt="" width="151" height="184" />Né le 6 mai 1885 à Utrecht aux Pays-Bas, <a title="Herman Wirth" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/hermann-wirth/">Herman Wirth</a> étudie la philologie néerlandaise, la philologie germanique, l&#8217;ethnologie, l&#8217;histoire et la musicologie aux universités d&#8217;Utrecht, de Leipzig et de Bâle. Son premier poste universitaire est une chaire de philologie néerlandaise à Berlin qu&#8217;il occupe de 1909 à 1919. Il enseigne à Bruxelles en 1917/18 et y appuie l&#8217;activisme flamand germanophile. Séduit par le mouvement de jeunesse contestataire et anarchisant d&#8217;avant 1914, le célèbre Wandervogel,   il tente de lancer l&#8217;idée aux Pays-Bas à partir de 1920, sous l&#8217;appelation de Dietse Trekvogel  (Oiseaux migrateurs thiois). En 1921, il entame ses études sur les <a title="symboles" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">symboles</a> et l&#8217;art populaire en traitant des uleborden, les poutres à décoration animalière des pignons des vieilles fermes frisonnes.</p>
<p style="text-align: justify;">Convaincu de la profonde signification symbolique des motifs décoratifs traditionnels ornant les pignons, façades, objets usuels, pains et pâtisseries, Wirth mène une enquête serrée, interrogeant les vieux paysans encore dépositaires des traditions orales. Il tire la conclusion que les <a title="symboles" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">symboles</a> géométriques simples remontent à la préhistoire et constituent le premier langage graphique de l&#8217;homme, objet d&#8217;une science qu&#8217;il appelle à approfondir: la paléo-épigraphie. Le <a title="symbole" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">symbole</a> est une trace plus sûre que le mythe car il demeure constant à travers les siècles et les millénaires, tandis que le mythe subit au fil des temps quantités de distorsions. En posant cette affirmation, Wirth énonce une thèse sur la naissance des alphabets. Les signes alphabétiques dérivent, selon Wirth, de <a title="symboles" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">symboles</a> désignant les mouvements des astres. Vu leur configuration, ils seraient apparus en Europe du Nord, à une époque où le pôle se situait au Sud du Groenland, soit pendant l&#8217;ère glacière où le niveau de la mer était inférieur de 200 m, ce qui laisse supposer que l&#8217;étendue océanique actuelle, recouvrant l&#8217;espace sis entre la Galice et l&#8217;Irlande, aurait été une zone de toundras, idéale pour l&#8217;élevage du renne. La montée des eaux, due au réchauffement du climat et au basculement du pôle vers sa position actuelle, aurait provoqué un reflux des chasseurs-éleveurs de rennes vers le sud de la Gaule et les Asturies d&#8217;abord, vers le reste de l&#8217;Europe, en particulier la Scandinavie à peine libérée des glaces, ensuite. Une autre branche aurait rejoint les plaines d&#8217;Amérique du Nord, pour y rencontrer une population asiatique et créer, par mixage avec elle, une race nouvelle. De cette hypothèse sur l&#8217;origine des populations europides et amérindiennes, Wirth déduit la théorie d&#8217;un diffusionnisme racial/racisant, accompagné d&#8217;une thèse audacieuse sur le matriarchat originel, prenant le relais de celle de Bachofen.</p>
<p style="text-align: justify;">Wirth croyait qu&#8217;un manuscrit frison du <a title="Moyen Age" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/medioevo">Moyen-Age</a>, l&#8217;<em>Oera-Linda bok</em>, recopié à chaque génération depuis environ le Xième siècle jusqu&#8217;au XVIIIième, contenait in nuce  le récit de l&#8217;inondation des toundras atlantiques et de la zone du Dogger Bank. Cette affirmation de Wirth n&#8217;a guère été prise au sérieux et l&#8217;a mis au ban de la communauté scientifique. Toutefois, le débat sur l&#8217;<em>Oera-Linda bok</em> n&#8217;est pas encore clos aux Pays-Bas aujourd&#8217;hui.</p>
<p style="text-align: justify;">Très en vogue parmi les ethnologues, les folkloristes et les «symbolologues» en Allemagne, en Flandre, aux Pays-Bas et en Scandinavie avant-guerre, Wirth a été oublié, en même temps que les théoriciens allemands et néerlandais de la race, compromis avec le IIIième Reich. Or Wirth ne peut être classé dans la même catégorie qu&#8217;eux: d&#8217;abord parce qu&#8217;il estimait que la recherche des racines de la germanité, objectif positif, était primordiale, et que l&#8217;antisémitisme, attitude négative, était «une perte de temps»; ensuite, en butte à l&#8217;hostilité de Rosenberg, il est interdit de publication. Il reçoit temporairement l&#8217;appui de Himmler mais rompt avec lui en 1938, jugeant que les prétoriens du IIIième Reich, les SS,  sont une incarnation moderne des <em>Männerbünde</em> (des associations masculines) qui ont éradiqué, par le truchement du wotanisme puis du christianisme, les cultes des mères, propres à la culture matricielle atlanto-arctique et à son matriarchat apaisant, remontant à la fin du pliocène. Arrêté par les Américains en 1945, il est rapidement relaché, les enquêteurs ayant conclu qu&#8217;il avait été un «naïf abusé». Infatigable, il poursuit après guerre ses travaux, notamment dans le site mégalithique des Externsteine dans le centre de l&#8217;Allemagne et organise pendant deux ans, de 1974 à 1976, une exposition sur les communautés préhistoriques d&#8217;Europe. Il meurt à Kusel dans le Palatinat le 16 février 1981. Sans corroborer toutes les thèses de Wirth, les recherches des Britanniques Renfrew et Hawkins et du Français Jean Deruelle ont permis de revaloriser les civilisations mégalithiques ouest-européennes et de démontrer, notamment grâce au carbone 14, leur antériorité par rapport aux civilisations égyptienne, crétoise et mésopotamienne.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>L&#8217;ascension de l&#8217;humanité (Der Aufgang der Menschheit), 1928</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-6596" style="margin: 10px;" title="aufgang" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/aufgang-245x300.jpg" alt="" width="245" height="300" />Ouvrage majeur de Wirth, <em>Der Aufgang der Menschheit </em>se déploie à partir d&#8217;une volonté de reconnaître le divin dans le monde et de dépasser l&#8217;autorité de type augustinien, reposant sur la révélation d&#8217;un Dieu extérieur aux hommes. Wirth entend poursuivre le travail amorcé par la Réforme, pour qui l&#8217;homme a le droit de connaître les vérités éternelles car Dieu l&#8217;a voulu ainsi. Wirth procède à une typologie racisée/localisée des religiosités: celles qui acceptent la révélation sont méridionales et orientales; celles qui favorisent le déploiement à l&#8217;infini de la connaissance sont «nordiques». La tâche à parfaire, selon Wirth, c&#8217;est de dépasser l&#8217;irreligion contemporaine, produit de la mécanisation et de l&#8217;économisme, en se plongeant dans l&#8217;exploration de notre passé. Seule une connaissance du passé le plus lointain permet de susciter une vie intérieure fondée, de renouer avec une <a title="religiosité" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religiosité</a> spécifique, sans abandonner la démarche scientifique de recherche et sans sombrer dans les religiosités superficielles de substitution (pour Wirth: le néo-catholicisme, la théosophie ou l&#8217;anthroposophie de Steiner). Les travaux archéologiques ont permis aux Européens de replonger dans leur passé et de reculer très loin dans le temps les débuts hypothétiques de l&#8217;histoire. Parmi les découvertes de l&#8217;archéologie: les signes symboliques abstraits des sites «préhistoriques» de Gourdan, La Madeleine, Rochebertier et Traz-os-Montes (Portugal), dans le Sud-Ouest européen atlantique. Pour la science universitaire officielle, l&#8217;alphabet phénicien était considéré comme le premier système d&#8217;écriture alphabétique d&#8217;où découlaient tous les autres. Les signes des sites atlantiques ibériques et aquitains n&#8217;étaient, dans l&#8217;optique des archéologues classiques, que des «griffonnages ludiques». L&#8217;œuvre de Wirth s&#8217;insurge contre cette position qui refuse de reconnaître le caractère d&#8217;abord symbolique du signe qui ne deviendra phonétique que bien ultérieurement. L&#8217;origine de l&#8217;écriture remonte donc au Magdalénien: l&#8217;alphabet servait alors de calendrier et indiquait, à l&#8217;aide de <a title="symboles" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">symboles</a> graphiques abstraits, la position des astres. Vu la présence de cette écriture linéaire, indice de civilisation, la distinction entre «histoire» et «préhistoire» n&#8217;a plus aucun sens: notre chronologie doit être reculée de 10.000 années au moins, conclut Wirth. L&#8217;écriture linéaire des populations du Magdalénien atlantique d&#8217;Ibérie, d&#8217;Aquitaine et de l&#8217;Atlas constituerait de ce fait l&#8217;écriture primordiale et les systèmes égyptiens et sumériens en seraient des dégénérescences imagées, moins abstraites. Théorie qui inverse toutes les interprétations conventionnelles de l&#8217;histoire et de la «pré-histoire» (terme que conteste Wirth).</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Der Aufgang der Menschheit </em>commence par une «histoire de l&#8217;origine des races humaines» (<em>Zur Urgeschichte der Rassen</em>).  Celle-ci débute à la fin de l&#8217;ère tertiaire, quand le rameau humain se sépare des autres rameaux des primates et qu&#8217;apparaissent les différents groupes sanguins (pour Wirth, le groupe I, de la race originelle —<em>Urrasse</em>—  arctique-nordique, précédant la race nordique proprement dite, et le groupe III de la race originelle sud-asiatique). Ce processus de différenciation raciale s&#8217;opère pendant l&#8217;éocène, l&#8217;oligocène, le miocène et le pliocène. A la fin de ces ères tertiaires, s&#8217;opère un basculement du pôle arctique qui inaugure une ère glaciaire en Amérique du Nord (glaciation de Kansan). Au début du quaternaire, cette glaciation se poursuit (en Amérique: glaciations de Günz, de l&#8217;Illinois et de l&#8217;Iowa; en Europe, glaciation de Mindel). Ces glaciations sont contemporaines des premiers balbutiements du paléolithique (culture des éolithes) et, pour Wirth, des premières migrations de la race originelle arctique-nordique vers l&#8217;Amérique du Nord, l&#8217;Atlantique Nord et l&#8217;Asie septentrionale, ce qui donne en Europe les cultures «pré-historiques» du Strépyen et du Pré-Chelléen. Le réchauffement du climat, à l&#8217;ère chelléenne, permet aux éléphants, rhinocéros et hippopotames de vivre en Europe. L&#8217;Acheuléen inaugure un rafraîchissement du climat, qui fait disparaître cette faune; ensuite, à l&#8217;ère moustérienne, s&#8217;enclenche une nouvelle glaciation (dite de Riß ou de Würm; en Amérique, première glaciation du Wisconsin). Sur le plan racial, l&#8217;Europe est peuplée par la race de Néanderthal et les hommes du Moustier, de Spy, de la Chapelle-aux-Saints, de La Ferrasie, de La Quina et de Krapina. Lors d&#8217;un léger réchauffement du climat, apparaît la race d&#8217;Aurignac, influencée par des éléments de la race arctique-nordique-atlantique, porteuse des premiers signes graphiques symboliques. C&#8217;est l&#8217;époque des cultures préhistoriques de l&#8217;Europe du Sud-Ouest, de la zone franco-cantabrique (squelette de Cro-Magnon, type humain mélangé, où se croise le sang arctique nordique et celui des populations non nordiques de l&#8217;Europe), à l&#8217;ère dite du Magdalénien (I &amp; II). Epoque-charnière dans l&#8217;optique de Wirth, puisqu&#8217;apparaissent, sur les parois des cavernes, notamment celles de La Madeleine, de Gourdan et du Font de Gaume en France, d&#8217;Altamira en Espagne, les dessins rupestres et les premières signes symboliques. Vers 12.000 avant notre ère, le climat se réchauffe et le processus de mixage entre populations arctiques-atlantiques-nordiques et Pré-Finnois de l&#8217;aire baltique (culture de Maglemose au Danemark) ou éléments alpinoïdes continentaux se poursuit, formant les différentes sous-races européennes. La Mer du Nord n&#8217;existe pas encore et l&#8217;espace du Dogger Bank (pour Wirth, le Polsete-Land) est occupé par le peuple Tuatha, de souche arctique-nordique, qui conquiert, à l&#8217;Est, le Nord-Ouest de l&#8217;Europe et, à l&#8217;Ouest, l&#8217;Irlande, qu&#8217;il arrache aux tribus «sud-atlantiques», les Fomoriens. La Mer du Nord disparaît sous les flots et, selon la thèse très contestée de Wirth, les populations arctiques-nordiques émigrent par vagues successives pendant plusieurs millénaires dans toute l&#8217;Europe, le bassin méditerranéen et le Moyen-Orient, transmettant et amplifiant leur culture originelle, celle des mégalithes. En Europe orientale, elles fondent les cultures dites de Tripolje, Vinça et Tordos, détruisent les palais crétois vers 1400 avant notre ère, importent l&#8217;écriture linéaire dans l&#8217;espace sumérien et élamite, atteignent les frontières occidentales de la Chine, s&#8217;installent en Palestine (les Amourou du Pays de Canaan vers -3000 puis les Polasata et les Thakara vers -1300/-1200), donnent naissance à la culture phénicienne qui rationalise et fonctionnalise leurs signes symboliques en un alphabet utilitaire, introduisent les dolmens en Afrique du Nord et la première écriture linéaire pré-dynastique en Egypte (-3300), etc.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-medium wp-image-6597" style="margin: 10px;" title="was-heisst-deutsch" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/was-heisst-deutsch-224x300.jpg" alt="" width="224" height="300" />Pour prouver l&#8217;existence d&#8217;une patrie originelle arctique, Wirth a recours aux théories de la dérive des continents de W. Köppen et A. Wegener (<em>Die Entstehung der Kontinente und Ozeane</em>, 1922) et aux résultats de l&#8217;exploration des fonds maritimes arctiques et des restes de flore qu&#8217;O. Heer y a découverts (<em>Flora fossilis artica</em>,  Zürich, 1868-1883). A la fin du tertiaire et aux débuts du quaternaire, les continents européen et américain étaient encore soudés l&#8217;un à l&#8217;autre. La dérive de l&#8217;Amérique vers l&#8217;ouest et vers le sud aurait commencé lors de la grande glaciation du pléistocène. Le Groenland, les Iles Spitzbergen, l&#8217;Islande et la Terre de Grinell, avec le plateau continental qui les entoure, seraient donc la terre originelle de la race arctique-nordique, selon Wirth. Le plateau continental, aujourd&#8217;hui submergé, s&#8217;étendant de l&#8217;Ecosse et l&#8217;Irlande aux côtes galiciennes et asturiennes serait, toujours selon Wirth, la seconde patrie d&#8217;origine de ces populations. Comme preuve supplémentaire de l&#8217;origine «circumpolaire» des populations arctiques-nordiques ultérieurement émigrées jusqu&#8217;aux confins de la Chine et aux Indes, Wirth cite l&#8217;<em>Avesta</em>, texte sacré de l&#8217;Iran ancien, qui parle de dix mois d&#8217;hiver et de deux mois d&#8217;été, d&#8217;un hiver si rigoureux qu&#8217;il ne permettait plus aux hommes et au bétail de survivre, d&#8217;inondations post-hivernales, etc. La tradition indienne, explorée par Bal Gangâdhar Tilak (<em>The Arctic Home in the Vedas</em>, 1903), parle, elle, d&#8217;une année qui compte un seul jour et une seule nuit, ce qui est le cas au niveau du pôle. Aucun squelette de type arctique-nordique n&#8217;a été retrouvé, ni en Ecosse ou en Irlande, zones arctiques non inondées, ni le long des routes des premières migrations (Dordogne/Aquitaine, Espagne, Atlas, etc. jusqu&#8217;en Indonésie), parce que les morts étaient d&#8217;abord enfouis six mois dans le giron de la Terre-mère pour être ensuite exhumés et exposés sur une dalle plate, un pré-dolmen, pour être offerts à la lumière, pour renaître et retourner à la lumière, comme l&#8217;atteste le <em>Vendidad </em>iranien, la tradition des Parses et les coutumes funéraires des Indiens d&#8217;Amérique du Nord.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;organisation sociale des premiers groupes de migrants arctiques-nordiques est purement matriarcale: les femmes y détiennent les rôles dominants et sont dépositaires de la sagesse.</p>
<p style="text-align: justify;">En posant cette série d&#8217;affirmations, difficiles à étayer par l&#8217;archéologie, Wirth lance un défi aux théories des indo-européanisants qui affirment l&#8217;origine européenne/continentale des «<a title="indo-européens" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/indoeuropei">Indo-Européens</a>» nordiques (appelation que Wirth conteste parce qu&#8217;il juge qu&#8217;elle jette la confusion). La race nordique et, partant, les «<a title="indo-européens" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/indoeuropei">Indo-Européens</a>» ne trouvent pas, pour Wirth, leur origine sur le continent européen ou asiatique. Il n&#8217;y aurait jamais eu, selon lui, d&#8217;<em>Urvolk </em><a title="indo-européen" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/indoeuropei">indo-européen</a> en Europe car les nordiques apparaissent toujours mélangés sur cette terre; les populations originelles de l&#8217;Europe sont finno-asiatiques. Les Nordiques ont pénétré en Europe par l&#8217;Ouest, en longeant les voies fluviales, en quittant leurs terres progressivement inondées par la fonte des glaces arctiques. Cette migration a rencontré la vague des Cro-Magnons sud-atlantiques (légèrement métissés d&#8217;arcto-nordiques depuis l&#8217;époque des Aurignaciens) progressant vers l&#8217;Est. La culture centre-européenne du néolithique est donc le produit d&#8217;un vaste métissage de Sud-Atlantiques, de Nordiques et de Finno-asiatiques, que prouvent les études sérologiques et la présence des <a title="symboles" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">symboles</a>. Les <a title="Celtes" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/celti">Celtes</a> procèdent de ce mélange et ont constitué une civilisation qui a progressé en inversant les routes migratoires et en revenant en Irlande et dans la zone franco-cantabrique, emmenant dans leur sillage des éléments raciaux finno-asiatiques. En longeant le Rhin, ils ont traversé la Mer du Nord et soumis en Irlande le peuple nordique des Tuatha, venu de la zone inondée du Dogger Bank (Polsete-Land) et évoqué dans les traditions mythologiques celto-irlandaises. L&#8217;irruption des <a title="Celtes" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/celti">Celtes</a> met fin à la culture matriarcale et monothéiste des Tuatha de l&#8217;ère mégalithique pour la remplacer par le patriarcat polythéiste d&#8217;origine asiatique, organisé par une caste de chamans, les druides. Wirth se réfère à Ammien Marcellin (1. XV, c.9, §4) pour étayer sa thèse: celui-ci parle des trois races de l&#8217;Irlande: l&#8217;autochtone, celle venue des «îles lointaines» et celle venue du Rhin, soit la sud-atlantique fomorienne, les Tuatha arcto-nordiques et les <a title="Celtes" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/celti">Celtes</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Le <a title="symbolisme" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">symbolisme</a> graphique abstrait, que nous ont laissé ces peuples arcto-nordiques, temoigne d&#8217;une <a title="religiosité" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religiosité</a> cosmique, d&#8217;un regard jeté sur le divin cosmique, d&#8217;une <a title="religiosité" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religiosité</a> basée sur l&#8217;expérience du «mystère sacré» de la lumière boréale, de la renaissance solaire au solstice d&#8217;hiver. Dans cette <a title="religiosité" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religiosité</a>, les hommes sont imbriqués entièrement dans la grande loi qui préside aux mutations cosmiques, marquée par l&#8217;éternel retour. La mort est alors un re-devenir (<em>ein Wieder-Werden</em>). Le divin est père, <em>Weltgeist</em>, depuis toujours présent et duquel procèdent toutes choses. Il envoie son fils, porteur de la «lumière des terres», pour se révéler aux hommes. Les hiéroglyphes qui expriment la présence de ce dieu impersonnel, qui se révèle par le soleil, se réfèrent au cycle annuel, aux rotations de l&#8217;univers, aux mutations incessantes qui l&#8217;animent, au cosmos, au ciel et à la terre. L&#8217;étymologie de <em>tu-ath</em> (vieil-irl.), ou de ses équivalents lituanien (<em>ta-uta</em>), osque (<em>to-uto</em>), vieux-saxon (<em>thi-od</em>),  dérive des racines *<em>ti</em>, *<em>to</em>, *<em>tu </em>(dieu) et *<em>ot</em>, *<em>ut</em>, *<em>at </em>(vie, souffle, âme).</p>
<p style="text-align: justify;">Ce peuple, connaisseur du «souffle divin», soit du mouvement des astres, a élaboré un système de signes correspondant à la position des planètes et des étoiles. Les modifications de ces systèmes de signes astronomiques étaient entraînées par les mouvements des corps célestes. Toute la civilisation mégalithique, explique Wirth, avant Renfrew, Hawkins et Deruelle, procède d&#8217;une <a title="religiosité" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religiosité</a> astronomique. Elle est née en Europe occidentale et septentrionale et a essaimé dans le monde entier: en Amérique du Nord, au Maghreb (les mégalithes de l&#8217;Atlas), en Egypte, en Mésopotamie et, vraisemblablement, jusqu&#8217;en Indonésie et peut-être en Nouvelle-Zélande (les Maoris).</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Bibliographie</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Pour une bibliographie très complète, se référer au travail d&#8217;Eberhard Baumann, <em>Verzeichnis der Schriften von Herman Felix WIRTH Roeper Bosch von 1911 bis 1980 sowie die Schriften für, gegen, zu und über die Person und das Werk von Herman Wirth</em>, Gesellschaft für Europäische Urgemeinschaftskunde e.V., Kolbenmoor, 1988. Notre liste ci-dessous ne reprend que les ouvrages principaux: <em>Der Untergang des niederländischen Volksliedes</em>, La Haye, 1911; <em>Um die wissenschaftliche Erkenntnis und den nordischen Gedanken</em>, Berlin, 1929 (?); <em>Der Aufgang der Menschheit</em>,  Iéna, 1928 (2ième éd., 1934); <em>Die Heilige Urschrift der Menschheit</em>,  Leipzig, 1931-36; <em>Was heißt deutsch? Ein urgeistgeschichtlicher Rückblick zur Selbstbestimmung und Selbstbesinnung</em>,  Iéna, 1931 (2ième éd., 1934); <em>Führer durch die Erste urreligionsgeschichtliche Ausstellung &#8220;Der Heilbringer&#8221;. Von Thule bis Galiläa und von Galiläa bis Thule</em>, Berlin/Leipzig, 1933; <em>Die Ura-Linda-Chronik</em>,  Leipzig, 1933; <em>Die Ura-Linda-Chronik. Textausgabe </em>(texte de la Chronique d&#8217;Oera-Linda traduit par H.W.), Leipzig, 1933; <em>Um den Ursinn des Menschseins</em>,  Vienne, 1960; <em>Der neue Externsteine-Führer</em>, Marbourg, 1969; <em>Allmutter. Die Entdeckung der &#8220;altitalischen&#8221; Inschriften in der Pfalz und ihre Deutung</em>,  Marbourg, 1974; <em>Führer durch das Ur-Europa-Museum mit Einführung in die Ursymbolik und Urreligion</em>,  Marbourg, 1975; <em>Europäische Urreligion und die Externsteine</em>,  Vienne, 1980.</p>
<p style="text-align: justify;">- Sur Wirth: consulter la bibliographie complète de Eberhard Baumann (op. cit.); cf. également: Eberhard Baumann, <em>Der Aufgang und Untergang der frühen Hochkulturen in Nord- und Mitteleuropa als Ausdruck umfassender oder geringer Selbstverwirklung (oder Bewußtseinsentfaltung) dargestellt am Beispiel des Erforschers der Symbolgeschichte Professor Dr. Herman Felix Wirth</em>, Herborn-Schönbach, 1990 (disponible chez l&#8217;auteur: Dr. E. Baumann, Linzer Str. 12, D-8390 Passau). Cf. également: Walter Drees, <em>Herman Wirth bewies: die arktisch-atlantische Kulturgrundlage schuf die Frau</em>, Vlotho-Valdorf, chez l&#8217;auteur (Kleeweg 6, D-4973 Vlotho-Valdorf); Dr. A. Lambardt, <em>Ursymbole der Megalithkultur. Zeugnisse der Geistesurgeschichte</em>, Heitz u. Höffkes, Essen, s.d.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/oeuvre-de-herman-wirth.html' addthis:title='L&#8217;œuvre de Herman Wirth (1885-1981) ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>I misteri di Cibele e Attis. Il mito dell’Androgine ed il simbolo della mutilazione</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Jun 2010 16:38:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Arcella</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La mutilazione di Attis veniva letta nella letteratura storico-religiosa d’inizio Novecento come allusione ad un rito di fertilità della terra. Tuttavia questa spiegazione non è del tutto convincente.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/i-misteri-di-cibele-e-attis.html' addthis:title='I misteri di Cibele e Attis. Il mito dell’Androgine ed il simbolo della mutilazione '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/buddha.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Religione" /><br/><p style="text-align: justify;">Il mito di fondazione dei Misteri di Cibele ed Attis presenta diverse versioni che ci sono state tramandate dagli scrittori greci e latini. Lasciamo parlare queste fonti e proviamo poi ad interpretarle.</p>
<p style="text-align: justify;">Pausania, VII, 17, 10-2. “<em>Questa tradizione relativa ad Attis non è così diffusa: (tra i Galati di Pessinunte) circola un altro racconto locale che lo riguarda: Zeus, nel sonno, eiaculò e il suo seme cadde a terra: questa, tempo dopo, fece venire alla luce una divinità che aveva due organi sessuali, quello dell’uomo e quello della donna. Ebbe il nome di Agdisti. Gli dèi, pieni di terrore, gli recisero il sesso maschile. Da questo spuntò il mandorlo e si dice che la figlia del fiume Sangario ne colse il frutto maturo; lo ripose in seno e il frutto immediatamente scomparve, ed ella ne rimase pregna. Quando si sgravò, espose il bambino, di cui un capro si prese cura. Cresceva e la sua bellezza era ben al di là di ogni bellezza umana. Allora Agdisti se ne innamorò. Diventato grande, Attis fu mandato dai parenti a Pessinunte perché sposasse la figlia del re. Si cantava il canto di nozze, quando Agdisti entrò e Attis preso da follia si tagliò i genitali e se li tagliò anche il padre della sposa. Agdisti si pentì di ciò che aveva fatto fare ad Attis e ottenne da Zeus per Attis che il suo corpo non si corrompesse né imputridisse. Questa è la tradizione più nota su Attis”.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> </em></p>
<div id="attachment_5195" class="wp-caption alignright" style="width: 180px"><img class="size-full wp-image-5195" title="attis" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/attis.jpg" alt="Scultura di Attis. Museo di Efeso, Turchia." width="170" height="242" /><p class="wp-caption-text">Scultura di Attis. Museo di Efeso, Turchia.</p></div>
<p style="text-align: justify;">In questa versione del mito è chiara l’allusione all’ Androgine primordiale, da cui poi sarebbero scaturiti, per scissione dell’unità originaria, l’uomo e la donna; un mito di cui <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/platone">Platone</a></span> ci parla nel <a title="Simposio" href="http://www.libriefilm.com/simposio/5315"><em>Simposio</em></a>. Questa figura androginica (Agdisti) nasce dall’unione del seme di Giove con la terra, ossia dall’integrazione del Principio maschile, inteso come entità spirituale suprema, con la terra, ossia col Principio femminile visto come manifestazione cosmica.</p>
<p style="text-align: justify;">Subentra poi la mutilazione del sesso virile, tema che ricompare nella storia di Attis, figlio di una ninfa e del mandorlo (allusione alla sacralità della natura, degli alberi, dei frutti e di questo frutto in particolare) fecondato dal sesso maschile di Agdisti e  che doveva sposare la figlia del re di Pessinunte. La celebrazione delle nozze è sconvolta dalla comparsa di Agdisti che si era innamorato  di Attis e la mutilazione di questi è legata ad uno stato di follia, di delirio.</p>
<p style="text-align: justify;">Il tema centrale da comprendere è dunque quello della mutilazione di Attis e del suo progenitore. Esiste anche una diversa versione dello stesso tema.</p>
<p style="text-align: justify;">Salustio, <a href="http://www.ibs.it/code/9788845915192/salustio/sugli-dei-mondo.html?shop=2317"><em>Gli dèi e il mondo</em></a>,4, 7-8.  7 “<em>La madre degli dèi, dicono, visto Attis sdraiato lungo la riva del fiume Gallo, se ne innamorò. Prese il suo copricapo stellato e glielo fece mettere in testa; poi lo tenne con sé. Egli, però, si innamorò di una Ninfa, lasciò la madre degli dèi e andò a stare con la Ninfa. Per questa ragione la madre degli dèi fece impazzire Attis, che si tagliò i genitali abbandonandoli presso la Ninfa per tornare a convivere con la Madre degli dèi. La madre degli dèi è dunque dea che genera vita e questa è la ragione per cui è detta Madre; Attis è il demiurgo di ciò che viene alla vita e perisce e dicono che sia stato trovato lungo la riva del fiume Gallo per il motivo che Gallo allude alla Via lattea, dalla quale viene il corpo soggetto alle passioni”. …</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> </em></p>
<div id="attachment_5196" class="wp-caption alignleft" style="width: 171px"><img class="size-medium wp-image-5196" title="attis2" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/attis2-161x300.jpg" alt="Attis con il berretto frigio. Thymiaterion di terracotta da Tarso, I  o II secolo a.C., Louvre." width="161" height="300" /><p class="wp-caption-text">Attis con il berretto frigio. Thymiaterion di terracotta da Tarso, I  o II secolo a.C., Louvre.</p></div>
<p style="text-align: justify;">La narrazione è differente, poiché qui la figura della Madre assume un maggiore risalto, archetipo di un Principio cosmico vissuto come Potenza preminente, egemone, rispetto alla quale l’uomo è posto in una collocazione subordinata, tanto da evirarsi in uno stato di follia per tornare a stare con la madre. Uno studioso come J. Bachofen, nell’800, vedeva in miti del genere l’espressione dell’anima e della <a title="religiosità" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religiosità</a> tellurico-materna di antiche civiltà, le quali anche sul piano dell’ordinamento sociale si davano una struttura matriarcale.</p>
<p style="text-align: justify;">Comune ad entrambe le versioni è il tema della mutilazione del sesso virile ed il sottolineare lo stato di <em>furor</em> e di follia che vi è connesso. Una peculiarità di questa versione sta nel riferimento alla Via Lattea che, nella prospettiva dei neoplatonici (ma non solo), era considerata l’equivalente dell’Ade, la sede delle anime. Attis che giace in riva al fiume Gallo &#8211; che allude alla Via Lattea -  è il <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbolo</a> dell’anima che dimora nella sede celeste. L’innamoramento per una Ninfa è il <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbolo</a> dell’anima che, attratta dalla materia, precipita in preda alle passioni così da dare corso alle generazioni.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/lantro-delle-ninfe/842" target="_blank"><img class="alignright size-medium wp-image-5194" style="margin: 10px;" title="antro-delle-ninfe" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/antro-delle-ninfe-189x300.jpg" alt="" width="189" height="300" /></a>Qui si può cogliere un interessante parallelo con la dottrina del buddhismo delle origini, giacché il <em>samsāra </em>è l’eterno ciclo delle rinascite dovute agli attaccamenti da cui il principio cosciente  individuale non si è liberato, dovendo quindi nuovamente reincarnarsi per compiere un ulteriore cammino di purificazione. E’ interessante ciò che, al riguardo, ha scritto Laura Simonini nel commentare <a title="L'antro delle ninfe" href="http://www.libriefilm.com/lantro-delle-ninfe/842"><em>L’antro delle Ninfe</em></a> di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/porfirio" target="_blank">Porfirio</a></span>: “<em>Via e dimora delle anime dei morti, la galassia è anche il punto di partenza nel cammino verso la genesi… che passa per le due porte celesti che pongono in comunicazione la sfera delle stelle fisse e quella dei pianeti: Cancro e Capricorno sono i due punti di intersezione della Via Lattea con lo Zodiaco</em>”. Orbene, questa concezione della Via Lattea e dei due punti di contatto con lo Zodiaco è suscettibile di una lettura <em>sub specie interioritatis</em>, giacchè le due porte, come spiega <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/rene-guenon/">René Guénon</a></span> in <a href="http://www.ibs.it/code/9788845907647/gu-eacute-non-ren-eacute/simboli-della-scienza-sacra.html?shop=2317"><em>Simboli della Scienza Sacra</em></a>, sono rispettivamente la ‘porta degli uomini’ e la ‘porta degli dèi’; attraverso la prima – che corrisponde al Solstizio estivo – le anime entrano nella generazione, mentre attraverso la seconda – corrispondente al Solstizio invernale – esse si aprono alla dimensione trascendente, sicché il Solstizio invernale è il momento cruciale per i passaggi iniziatici, per le “rotture di livello” che, nell’antica Roma, erano poste sotto la protezione di <em>Angerona</em>, la dea che ha un dito sulla bocca a simboleggiare il Silenzio, lo stato di raccoglimento interiore e di dominio della mente che propizia le trasformazioni interiori.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/miti-e-misteri/6844" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-5179" style="margin: 10px;" title="miti-e-misteri" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/miti-e-misteri.jpeg" alt="" width="200" height="296" /></a>Resta da interpretare  la mutilazione, che, nella <a title="letteratura" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/letteratura">letteratura</a> storico-religiosa d’inizio <a title="Novecento" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/storia-contemporanea">Novecento</a>, veniva letta come allusione ad un rito di fertilità della terra, viste anche le ricorrenze calendariali delle feste di Attis nell’antica Roma, in coincidenza con l’Equinozio di primavera. Tuttavia, pur essendo evidenti le connessioni della mutilazione con la fecondità, col potere generatore della vita e dei frutti (si pensi, ad esempio, al mandorlo generato dal sesso evirato di Attis), questa spiegazione non è del tutto convincente, poiché l’uomo delle civiltà tradizionali viveva e percepiva la natura e d il cosmo come manifestazione del sacro, quindi come un mondo impregnato di entità spirituali, tant’è che il mandorlo viene fatto discendere da Agdisti  ermafrodito e la Via Lattea è associata all’Ade, alla dimora delle anime dei morti.</p>
<p style="text-align: justify;">Credo che la lettura più convincente del senso del mito della mutilazione di Attis sia stata fornita da Giuliano imperatore, che fu anche un filosofo neoplatonico nonché iniziato ai Misteri, secondo un costume religioso tipico dell’età tardo-antica.</p>
<p style="text-align: justify;">Giuliano, <em>Alla Madre degli dèi</em>, 6 “ …<em>Che cos’è questa mutilazione? Un freno alla corsa verso l’infinito. La generazione infatti fu contenuta, a opera della provvidenza creatrice, in un delimitato numero di forme, grazie anche alla cosiddetta pazzia di Attis che, avendo superato nei suoi eccessi la giusta misura, arrivò a perdere il suo vigore e il controllo di sé, ciò che non è illogico se si considera che si tratta della causa ultima degli dèi …” </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> </em></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/storia-delle-credenze-e-delle-idee-religiose/179" target="_blank"><img class="alignright size-medium wp-image-5197" style="margin: 10px;" title="storia-delle-credenze-e-delle-idee-religiose" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/storia-delle-credenze-e-delle-idee-religiose-185x300.jpg" alt="" width="185" height="300" /></a>Il mondo greco-romano era tutto incentrato sul senso della misura, del limite, dell’equilibrio e quindi rilegge il mito alla luce dei suoi canoni culturali; è il senso della forma, come configurazione ben delimitata, è il senso del finito contrapposto ad un infinito visto come caos, dispersione, disordine, è la concezione del mondo come <em>kosmos</em>, come un tutto ordinato ed organico e contrapposto al Caos. In questo quadro, il mondo classico colloca Eros, la potenza mistica dell’amore e della generazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Con questa lettura Giuliano ci offre il senso che il mito aveva comunque all’interno della sua cultura e della misteriosofia classica, tutta imperniata sulla capacità di di rielaborare e plasmare gli apporti religiosi stranieri secondo una sua specifica identità culturale, mentre nella versione di Pausania, sono evidenti le tracce di un diverso tipo di sensibilità religiosa, estatica, scomposta, furente, che viveva l’esperienza della follia come momento di unione mistica con la divinità, con la Dea madre alla quale ci si donava totalmente al punto da sacrificare la propria virilità.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ la spiritualità di altri ceppi etnici, di altri popoli, di un mondo orientale che vive diversamente il rapporto col divino e che esalta la preminenza della Madre Dea rispetto alla quale il principio maschile è subordinato, mentre più equilibrato appare, come vedremo, il rapporto fra i due Princìpi nella classicità greco-romana.</p>
<p style="text-align: justify;">Questi confronti ci conducono direttamente ad un esame più propriamente storico del culto della Magna Mater (Cibele) e di Attis, colti nel loro svolgimento e nelle loro trasformazioni.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/i-misteri-di-cibele-e-attis.html' addthis:title='I misteri di Cibele e Attis. Il mito dell’Androgine ed il simbolo della mutilazione ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Les Mères et la virilité olympienne</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Mar 2010 17:55:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Julius Evola</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Pour Evola, l'œuvre de Bachofen est un utile correctif à tant de déviations idéologiques et de vocations faussées propres aux temps modernes]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/les-meres-et-la-virilite-olympienne.html' addthis:title='Les Mères et la virilité olympienne '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/evola48x48.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Julius Evola" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/buddha.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Religione" /><br/><p style="text-align: justify;">
<div id="attachment_4155" class="wp-caption alignright" style="width: 190px"><img class="size-full wp-image-4155" title="bachofen" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/bachofen.jpg" alt="" width="180" height="237" /><p class="wp-caption-text">Johann Jakob Bachofen (22 décembre 1815 - 25 novembre 1887)</p></div>
<p style="text-align: justify;">On peut dire de Johann Jakob Bachofen qu&#8217;il est une &#8220;découverte&#8221; de la culture européenne la plus récente. Contemporain de Nietzsche (puisqu&#8217;il naquit à Bâle en 1815 et y mourut en 1887), il appartient au même climat spirituel dans lequel <em>La naissance de la tragédie </em>du même Nietzsche, et la Psyché d&#8217;E. Rohde virent le jour. De son temps, l&#8217;œuvre de Bachofen n&#8217;éveilla quasiment aucun écho. Le grand public n&#8217;y eut pas accès, tandis que les &#8220;spécialistes&#8221; en fait d&#8217;histoire ancienne et d&#8217;archéologie y opposèrent une espèce de conjuration du silence motivée par l&#8217;originalité des méthodes et des conceptions de Bachofen par rapport aux leurs.</p>
<p style="text-align: justify;">Aujourd&#8217;hui, son œuvre a été reprise par de nombreux auteurs et elle est considérée comme celle d&#8217;un précurseur et d&#8217;un chef d&#8217;école. Une première réédition de morceaux choisis de Bachofen en trois volumes est parue à Leipzig en 1926; due à C.A. Bernouilli, elle porte le titre de <em>Urreligion und antike Symbole</em>. Une seconde, enrichie d&#8217;une ample étude introductive et intitulée <em>Der Mythos von Orient und Okzident</em>, fut assurée par A. Baümler, en 1926 également. Ajoutons qu&#8217;une réimpression de l&#8217;ensemble des ouvrages de Bachofen, devenus pratiquement introuvables dans l&#8217;édition originale, est actuellement en cours.</p>
<p style="text-align: justify;">Maîtrisant parfaitement toutes les connaissances de l&#8217;archéologie et de la philologie de son temps, Bachofen s&#8217;est consacré à une interprétation originale des <a title="symboles" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">symboles</a>, des mythes, des cultes et des formes juridiques des temps les plus reculés, interprétations particulièrement importantes par la quantité des thèmes et des référence qu&#8217;elle offre à quiconque entend s&#8217;ouvrir à une dimension quasiment insoupponnée du monde des origines — au point d’apparaître comme une espèce d&#8217;histoire spirituelle secrète des civilisations antiques que masque l&#8217;histoire officielle, pourtant considérée par l’historiographie dite &#8220;critique&#8221; comme l&#8217;instance suprême.</p>
<p style="text-align: justify;">Le fait que, par ailleurs, chez Bachofen, certaines déductions et certains points de détail soient inexacts, que quelques rapprochements pèchent par excès de simplification et qu’après lui, les historiens de l&#8217;<a title="antiquité" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/storia-antica">Antiquité</a> aient recueilli bien d&#8217;autres matériaux — tout ceci ne remet pas en question l&#8217;essentiel et n&#8217;autorise aucun de nos contemporains à juger &#8220;dépassées&#8221; ses œuvres maîtresses, fruits d’études approfondies et complexes et d&#8217;heureuses intuitions. De nos jours, Bachofen est aussi peu &#8220;dépassé&#8221; qu&#8217;un Fustel de Coulanges, un Max Muller ou un Schelling. Par rapport à ces auteurs, le moins que l&#8217;on puisse dire, c&#8217;est que ceux qui sont venus après auraient bien besoin de se mettre à la page; car si leurs lunettes — c&#8217;est-à-dire leurs instruments critiques et analytiques — sont indubitablement plus perfectionnés, intérieurement, leur vue semble avoir singulièrement baissé. Quant à leurs recherches, qui sombrent si fréquemment dans une spécialisation opaque et sans âme, elles ne reflètent plus rien du pouvoir de synthèse et de la sûreté d&#8217;intuition de certains maîtres de jadis.</p>
<p style="text-align: justify;">Ce qui est particulièrement digne d’intérêt chez Bachofen, c&#8217;est avant tout la <em>méthode</em>. Cette méthode est novatrice, révolutionnaire par rapport à la façon habituelle scolastique et académique, de considérer les anciennes civilisations, leurs cultes et leurs mythes, pour la simple raison qu&#8217;elle est &#8220;traditionnelle&#8221;, au sens supérieur de ce terme. Nous voulons dire par là que la manière dont l&#8217;homme de toute civilisation traditionnelle, c&#8217;est-à-dire anti-individualiste et antirationaliste, affrontait le monde de la <a title="religion" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religion</a>, des mythes et des <a title="symboles" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">symboles</a>, est, dans ses grandes lignes, identique à celle adoptée par Bachofen pour tenter de découvrir le secret du monde des origines.</p>
<p style="text-align: justify;">La prémisse fondamentale de l&#8217;œuvre de Bachofen, c&#8217;est que le <a title="symbole" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">symbole</a> et le mythe sont des témoignages dont toute recherche historique doit tenir sûrement compte. Ce ne sont pas des créations arbitraires, des projections fantaisistes de l&#8217;imagination poétique: ce sont, au contraire, des &#8220;représentations des expériences d&#8217;une race à la lumière de sa <a title="religiosité" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religiosité</a>&#8220;, lesquelles obéissent à une logique et à une loi bien déterminées. Par ailleurs, <a title="symboles" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">symboles</a>, traditions et légendes ne doivent pas être considérés et mis en valeur en fonction de leur &#8220;historicité&#8221;, au sens le plus étroit du terme: c&#8217;est précisément ici que réside le malentendu qui a empêché l&#8217;acquisition de connaissances précieuses. Ce n&#8217;est pas leur problématique signification historique, mais leur signification réelle de &#8220;faits spirituels&#8221; qu&#8217;il faut considérer.</p>
<p style="text-align: justify;">À chaque fois que l&#8217;événement dûment enregistré et que le document &#8220;positif&#8221; cessent de nous parler, le mythe, le <a title="symbole" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">symbole</a> et la légende s&#8217;offrent à nous, prêts à nous faire pénétrer une réalité plus profonde, secrète et essentielle: une réalité dont les traits extérieurs, historiques et tangibles des sociétés, des races et des civilisations passées ne sont qu&#8217;une conséquence. Dans cette optique, ceux-ci représentent assez fréquemment les seuls documents positifs que le passé a conservés. Bachofen observe très justement que l&#8217;on ne peut jamais se fier aveuglément à l&#8217;histoire: un événement peut, certes, laisser des traces, mais sa signification interne se perd, elle est emportée par le courant du temps au point d’être insaisissable et incompréhensible chaque fois que la tradition et le mythe ne l&#8217;ont pas fixée.</p>
<p style="text-align: justify;">Dans les développements, les modifications, les oppositions et même les contradictions des divers <a title="symboles" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">symboles</a>, mythes et traditions, nous pouvons en effet déceler les forces plus profondes, les &#8220;éléments premiers&#8221;, spirituels et métaphysiques, qui agirent dans le cadre des cycles de civilisation primordiaux et dont ils déterminèrent les bouleversements les plus décisifs. C&#8217;est ainsi que s&#8217;ouvre devant nous la voie d&#8217;une <em>métaphysique de l&#8217;histoire </em>qui, par la suite, n&#8217;est autre que l&#8217;histoire intégrale, où la dimension la plus importante — la troisième dimension — est précisément mise en exergue. L&#8217;interprétation de l&#8217;histoire interne de Rome à laquelle se livre Bachofen, sur la base, justement, des mythes et des légendes de la romanité, est l&#8217;un des exemples les plus convaincants de la portée et de la fécondité d&#8217;une telle méthode.</p>
<p style="text-align: justify;">En second lieu, l&#8217;œuvre de Bachofen revêt une importance toute particulière sur le plan aussi bien d&#8217;une &#8220;mythologie de la civilisation&#8221; que d&#8217;une &#8220;typologie&#8221; et une &#8220;science des races de l&#8217;esprit&#8221;. Se fondant sur les diverses formes que revêtirent jadis les rapports entre les sexes, les recherches de Bachofen mettent à jour l&#8217;existence de certaines formes, typiques et distinctes, de civilisation qui ramènent à autant d&#8217;idées centrales — liées, à leur tour, à des attitudes générales, attestées par autant de conceptions du monde, du destin, de l&#8217;au-delà, du droit, de la société. De telles idées ont quasiment valeur d&#8217; «archétypes», au sens platonicien: ce sont des forces formatrices riches de rapports analogiques avec les grandes forces des choses. Par la suite, elles se manifestent, chez les individus, sous la forme de divers modes d&#8217;être, de divers &#8220;styles&#8221; de l&#8217;âme: dans la façon de sentir, d&#8217;agir et de réagir.</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.amazon.fr/gp/product/2825107042?ie=UTF8&amp;tag=centrostudila-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=1642&amp;creative=6746&amp;creativeASIN=2825107042" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-4154" style="margin: 10px;" title="le-droit-maternel" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/le-droit-maternel.jpg" alt="" width="240" height="240" /></a>C&#8217;est à ce type bien particulier de science que Bachofen ouvre la voie. Toutefois, il n&#8217;a pas su s&#8217;émanciper totalement du préjugé &#8220;évolutionniste&#8221; qui prévalait de son temps. C&#8217;est ainsi qu&#8217;il a été amené à croire que les diverses formes mises en évidence par lui, dans la direction indiquée plus haut, pouvaient se ranger dans une espèce de succession de stades liée à un &#8220;progrès&#8221; de la civilisation humaine en général. Si, sur le plan morphologique et typologique, la signification supérieure de ses recherches ne doit pas être remise en cause, une pareille limitation doit, bien entendu, être écartée.</p>
<p style="text-align: justify;">Essentiellement, le monde analysé par Bachofen est celui des antiques civilisations méditerranéennes. La multiplicité chaotique des cultes, des mythes, des <a title="symboles" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">symboles</a>, des formes juridiques, des coutumes, etc., qu&#8217;elles nous proposent, se reconstitue dans les ouvrages de Bachofen pour faire finalement apparaître la permanence, sous des formes variées, de deux idées fondamentales antithétiques: l&#8217;idée <em>olympiano-virile</em> et l&#8217;idée <em>tellurico-féminine</em>. Une telle polarité peut également s&#8217;exprimer à travers les oppositions suivantes: civilisation des Héros et civilisation des Mères; idée solaire et idée chtonico-lunaire; droit patriarcal et matriarcat; éthique aristocratique de la différence et promiscuité orgiastico-communautaire; idéal olympien du &#8220;supramonde&#8221; et mysticisme panthéiste; droit positif de l&#8217;<em>imperium</em> et droit naturel.</p>
<p style="text-align: justify;">Bachofen a mis à jour l’ère gynécocratique, c&#8217;est-à-dire l’ère en laquelle le principe féminin est souverain, et à laquelle correspond un stade archaïque de la civilisation méditerranéenne, lié aux populations pélasgiques [= préhelléniques] ainsi qu&#8217;à un ensemble d&#8217;ethnies du bassin sud-oriental et asiatique de la Méditerranée. Bachofen a très justement relevé qu&#8217;aux origines, un ensemble d&#8217;éléments, divers mais concordants, renvoie chez ces peuples à l&#8217;idée centrale selon laquelle, à la source et à l&#8217;apex de toute chose, se tiendrait un principe féminin, une Déesse ou Femme divine incarnant les suprêmes valeurs de l&#8217;esprit. En face d&#8217;elle, ce n&#8217;est pas seulement le principe masculin mais également celui de la personnalité et de la différence qui apparaîtraient secondaires et contingents, soumis à la loi du devenir et de la déchéance — par opposition à l&#8217;éternité et à l&#8217;immutabilité propres à la Grande Matrice cosmique, à la Mère de la Vie.</p>
<p style="text-align: justify;">Cette Mère est parfois la Terre, parfois la loi naturelle conçue comme un fait auquel les dieux eux-mêmes sont assujettis. Sous d&#8217;autres aspects (auxquels nous verrons que correspondent diverses différenciations), celle-ci est aussi bien Déméter, en tant que déesse de l&#8217;agriculture et de la terre mise en ordre, qu&#8217;Aphrodite-Astarté, en tant que principe d&#8217;extases orgiastiques, d&#8217;abandons dionysiaques, de dérèglement hétaïrique dont la correspondance analogique est la flore sauvage des marais. Le caractère spécifique de ce cycle de civilisation consiste principalement dans le fait qu&#8217;il cantonne au domaine naturaliste et matérialiste tout ce qui est personnalité, virilité, différence: dans le fait, inversement, de mettre sous le signe féminin (féminin au sens le plus large) le domaine spirituel, au point d&#8217;en faire souvent, justement, un synonyme de promiscuité panthéiste et l’antithèse de tout ce qui est forme, droit positif, vocation héroïque d&#8217;une virilité au sens non matériel.</p>
<p style="text-align: justify;">Extérieurement, l&#8217;expression la plus concrète de ce type de civilisation est le matriarcat et, de façon plus générale, la gynécocratie. La gynécocratie, c&#8217;est-à-dire la souveraineté de la femme, reflète la valeur mystique qu&#8217;une telle conception du monde lui attribue. Celle-ci peut cependant avoir pour contrepartie (en ses formes les plus basses) l&#8217;égalitarisme du droit naturel, l&#8217;universalisme et le communisme. Le peu de cas fait de tout ce qui est différencié, l&#8217;égalité de tous les individus devant la Matrice cosmique, principe maternel et &#8220;tellurique&#8221; (de <em>tellus</em>, terre) de la nature dont toute chose et tout être proviennent et en lequel ils se disséminent à nouveau au terme d&#8217;une existence éphémère, c&#8217;est cela que l&#8217;on trouve à la base de la promiscuité communautaire comme de celle, orgiastique, des fêtes lors desquelles on célébrait précisément, jadis, le retour à la Mère et à l&#8217;état naturel, et où toutes les distinctions sociales se voyaient temporairement abolies.</p>
<p style="text-align: justify;">Le principe masculin n&#8217;a pas d&#8217;existence propre, il ne se suffit pas à lui-même. Sur le plan matériel, il n&#8217;a de valeur que comme instrument de la génération; il se soumet au lien de la femme ou bien est tenu dans l&#8217;ombre par la luminosité démétrienne de la mère. Sur le plan spirituel, ce n&#8217;est qu&#8217;à travers une extase dionysiaque, rendue propice par des éléments sensualistes et féminins, qu&#8217;il faut recueillir le sens de ce qui est éternel et immuable, qu&#8217;il peut pressentir l&#8217;immortalité — laquelle n&#8217;a cependant rien à voir avec celle, céleste, des Olympiens et des Héros. Et même sur le plan social, l&#8217;homme, qui ne connaît rien d&#8217;autre que la loi brutale de la force et de la lutte, perçoit à travers la femme l&#8217;existence d&#8217;un ordre supérieur plus serein et supra-individuel; il perçoit ce &#8220;mystère démétrien&#8221; qui, sous une forme ou sous une autre, constitua dans l&#8217;<a title="antiquité" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/storia-antica">Antiquité</a> la base et le soutien de la loi matriarcale et de la gynécocratie.</p>
<p style="text-align: justify;">À ces conceptions s&#8217;oppose de façon très nette, dans l&#8217;ancien monde méditerranéen, le cycle de la civilisation olympiano-ouranienne. Le centre, ici, n&#8217;est plus constitué par les <a title="symboles" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">symboles</a> de la Terre ou de la Lune, mais par ceux du Soleil ou des régions célestes (&#8220;ouraniens&#8221;, du mot grec Ouranos) ; par la réalité non pas naturaliste et sensuelle, mais immatérielle; non par le giron maternel, pas plus que par la virilité phallique qui en est la contrepartie, mais par la virilité ouranienne liée aux <a title="symboles" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">symboles</a> du Soleil et de la Lune; non par le <a title="symboles" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">symbolisme</a> de la Nuit et de la Mère, mais par celui du Jour et du Père. Dans une telle civilisation, l&#8217;idéal suprême s&#8217;incarne précisément dans le monde ouranien, conçu comme celui d&#8217;entités lumineuses, immuables, détachées, privées de naissance — par opposition au monde inférieur des êtres qui naissent, deviennent et meurent, au fil d&#8217;une existence éphémère car toujours associée à la mort. La <a title="religion" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religion</a> d&#8217;Apollon et de Zeus: tel est le point de référence suprême. C&#8217;est la spiritualité olympienne, la virilité immatérielle, le caractère solaire de dieux libérés du lien de la femme et de la mère, dont les attributs sont la paternité et la domination.</p>
<p style="text-align: justify;">Les traces laissées par cette tradition, y compris dans la spéculation grecque, sont connues de tous, ou peu s&#8217;en faut: telles qu&#8217;elles furent conçues par les philosophes grecs, les notions de noûs et de &#8220;sphère intelligible&#8221; s&#8217;y rattachent directement. Mais Bachofen met en évidence bien d&#8217;autres expressions de cette tradition: le patriarcat, notamment en ses formes patriciennes, n&#8217;a pas d&#8217;autres prémisses. L&#8217;impulsion à dépasser la simple virilité &#8220;tellurique&#8221; (physique et phallique) dans l&#8217;optique d&#8217;une virilité héroïque ou spirituelle; l&#8217;intégration de tout ce qui est forme et différence, au lieu d&#8217;en faire fi; le mépris de la condition naturaliste; le dépassement du droit naturel par, un droit positif; l&#8217;idéal d&#8217;une formation de soi où l&#8217;état de nature, avec sa loi de la Mère et de la Terre, est remplacé par un nouvel ordonnancement, sous le signe du Soleil et des travaux symboliques d&#8217;un Héraklès, d&#8217;un Persée ou d&#8217;autres héros de la Lumière — tout ceci procède d&#8217;un type de civilisation identique.</p>
<p style="text-align: justify;">Telle est la conception fondamentale de Bachofen. Et elle fournit la clef d&#8217;un type de recherches susceptible d&#8217;être étendues à des domaines beaucoup plus vastes que ceux considérés par le penseur bâlois, d&#8217;autant plus que, nous y avons fait allusion, Bachofen s&#8217;est uniquement servi de tels points de référence pour fixer les grandes lignes des conflits, des bouleversements et des transformations propres à l&#8217;histoire secrète de l&#8217;antique monde méditerranéen.</p>
<p style="text-align: justify;">En Grèce, contrastant avec les formes plus archaïques, aborigènes, liées au culte tellurico-maternel, irradia la lumière de la spiritualité héroïco-olympienne — mais la &#8220;civilisation des pères&#8221; y connut une brève existence. Minée par des processus d&#8217;involution, du fait qu&#8217;elle n&#8217;avait pas été étayée par une organisation politique solide, elle fut victime de la résurgence de cultes et de forces liés à la période précédente, pélasgico-orientale, qu&#8217;elle semblait avoir tout d&#8217;abord jugulés. L&#8217;idée qui la sous-tendait parvint à se transmettre à Rome où elle connut un développement beaucoup plus prometteur, si l&#8217;on se réfère à l&#8217;histoire, jusqu&#8217;à Auguste. À l&#8217;époque d&#8217;Auguste, Rome sembla, en effet, sur le point d&#8217;instaurer une nouvelle ère universelle qui conduirait à son terme cette mission — selon Bachofen, spécifiquement occidentale — pour laquelle la civilisation de l&#8217;Apollon delphique s&#8217;était montrée insuffisamment qualifiée.</p>
<p style="text-align: justify;">Tels étant les principaux traits de la métaphysique de Bachofen quant à l&#8217;histoire méditerranéenne ancienne, il serait opportun de faire maintenant allusion aux autres possibilités qu&#8217;elle offre — une fois dépassé le cadre général &#8220;évolutionniste&#8221; dont nous parlions plus haut.</p>
<p style="text-align: justify;">Des constatations de Bachofen, il ressort que s&#8217;est développée, par opposition aux fondements d&#8217;un monde plus archaïque imprégné d&#8217;une &#8220;civilisation de la Mère&#8221;, une civilisation virile et paternelle qui la supplanta et la vainquit — même si, dans un deuxième temps et dans certaines régions, elle subit à nouveau des bouleversements au terme d&#8217;un cycle donné de civilisation. Tout ceci fut analysé par Bachofen par référence à une espèce de développement automatique advenu au sein d&#8217;une même famille ethnique. Il ramène donc essentiellement l&#8217;opposition entre ces deux civilisations à celle existant entre deux phases progressives et évolutives d&#8217;un processus unique — sans se demander <em>comment</em> l&#8217;une avait pu procéder de l&#8217;autre.</p>
<p style="text-align: justify;">Il convient, au contraire, de se poser cette question en faisant appel, pour y répondre, à l&#8217;ethnologie. Il ressort d&#8217;un ensemble de recherches ultérieures dans d&#8217;autres domaines, avec une marge de crédibilité suffisante, l&#8217;idée selon laquelle la civilisation méditerranéenne la plus archaïque, préhellénique, caractérisée par le culte de la Femme, du matriarcat, de la gynécocratie sociale ou spirituelle, serait liée à des influences pré-aryennes ou non aryennes — alors que la vision opposée du monde héroïque, solaire et olympien aurait une origine proprement aryenne. Au reste, ceci avait même été pressenti par Bachofen lorsqu&#8217;il mit en relation la première civilisation avec les populations pélasgiques et qu&#8217;il observa que le culte le plus caractéristique du cycle héroïco-solaire, celui de l&#8217;Apollon de Delphes, avait des origines &#8220;hyperboréennes et thraces&#8221; — ce qui revient à dire nordico-aryennes. Ses préjugés évolutionnistes l&#8217;ont toutefois empêché d&#8217;approfondir ces données. Alors qu&#8217;il a accompli une œuvre géniale en ramenant les vestiges de la civilisation gynécocratique, parvenus jusqu&#8217;à nous, à l&#8217;unité archaïque à laquelle ils appartenaient, il a négligé de procéder de façon analogue en ce qui concerne les éléments solaires et olympiens qui avaient affleuré et s&#8217;étaient affirmés dans l&#8217;ancien monde méditerranéen.</p>
<p style="text-align: justify;">Ceci l&#8217;aurait amené à constater l&#8217;existence d&#8217;une civilisation olympienne et paternelle tout aussi archaïque, mais d&#8217;origine ethnique différente. Dans le bassin méditerranéen, les formes les plus pures de cette civilisation sont, par rapport à l&#8217;autre, plus récentes: mais &#8220;plus récentes&#8221; au sens relatif, du fait qu&#8217;elles apparurent seulement à un moment donné — et non pas au sens absolu, c&#8217;est-à-dire au sens qu&#8217;auparavant elles n&#8217;existèrent ou n&#8217;apparurent nulle part, sinon comme les ultérieurs &#8220;stades évolutifs&#8221; d&#8217;un même groupe ethnique. Le contraire pourrait être tout aussi vrai, à savoir que de nombreuses formes, rattachées par Bachofen au cycle de la Mère (à ses aspects supérieurs: lunaires et démétriens), pourraient être considérées, plutôt que réellement propres à une telle civilisation, comme les formes involutives de certains rameaux de la traditon solaire (ce qui correspondrait, entre autres, aux enseignements concernant les &#8220;quatre âges&#8221; que nous a transmis Hésiode), ou encore comme le produit d&#8217;interférences entre elle et la Tradition opposée.</p>
<p style="text-align: justify;">Mais nous ne pouvons nous attarder davantage sur cette question dans la mesure où elle sort du cadre des recherches proprement dites de Bachofen et où, d&#8217;autre part, nous l&#8217;avons déjà traitée dans d&#8217;autres ouvrages (1). Quoiqu&#8217;il en soit, le travail effectué par Bachofen se révélera extrêmement utile, à titre préparatoire, pour celui qui souhaiterait, sur la base des traces constituées par les <a title="symboles" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">symboles</a>, les rites, les institutions, les coutumes et les formes juridiques dérivant respectivement de la civilisation de la Mère et de la civilisation héroïco-solaire, identifier les influences spirituelles et les &#8220;races de l&#8217;esprit&#8221; antithétiques qui agirent dans l&#8217;ancien monde méditerranéen, l&#8217;Hellade et Rome comprises. Du fait des nouveaux matériaux recueillis entre-temps, une telle recherche pourrait obtenir des résultats absolument passionnants. En outre, il serait toujours possible de l&#8217;entreprendre, en partant des mêmes prémisses, vis-à-vis d&#8217;autres civilisations, européennes ou non européennes.</p>
<p style="text-align: justify;">En ce qui concerne l&#8217;utilisation des conceptions de Bachofen sur le plan proprement morphologique et typologique, il conviendrait de noter que cet auteur ne s&#8217;est pas contenté de considérer les deux seuls termes de l’antithèse — c&#8217;est-à-dire solaire et tellurique, principe viril ouranien-paternel et principe tellurico-maternel; il s&#8217;est également penché sur des formes intermédiaires auxquelles correspondent les termes de démétrien (ou lunaire), d’amazonien, d&#8217;héroïque et de dionysien. Nous disposons donc, en tout, de six points de référence en fonction desquels on pourrait définir non seulement des types de civilisation, mais également des modes d&#8217;être spécifiques — au point de pouvoir parler d&#8217;un type d&#8217;homme solaire, lunaire, tellurique, amazonien, héroïque ou dionysien. Nous-mêmes, notamment dans l&#8217;ouvrage évoqué plus haut, nous avons cherché à développer, sur ces bases, une typologie particulière. Une fois encore, il s&#8217;agit là d&#8217;un nouveau domaine des sciences de l&#8217;esprit aux explorations desquels les conceptions de Bachofen peuvent fournir des points de référence précieux.</p>
<p style="text-align: justify;">Enfin, il convient d&#8217;ajouter que ce type de recherches n&#8217;a pas seulement un intérêt rétrospectif dans le cadre de l&#8217;élaboration d&#8217;une histoire secrète du <a title="monde antique" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/storia-antica">monde antique</a>: il pourrait également s&#8217;avérer très utile à tous ceux qui s&#8217;efforcent de découvrir le véritable visage de l&#8217;époque que nous vivons et de formuler à la fois un diagnostic et un pronostic sur la civilisation occidentale dans son ensemble. Ici et là, dans ses ouvrages, Bachofen a pressenti l&#8217;existence de lois cycliques sous le poids desquelles, au terme d&#8217;un développement donné, certaines formes involutives et dégénérescentes représentent quasiment un retour de stades positifs jadis laissés derrière lui par le processus de développement général. Or, plus d&#8217;un auteur a relevé, dans le sillage de Bachofen, combien la civilisation occidentale contemporaine présente et reproduit de façon inquiétante les traits distinctifs d&#8217;une époque de la Mère, d&#8217;une époque tellurique et aphrodisienne, avec toutes les conséquences que cela implique.</p>
<p style="text-align: justify;">Voici, par ex., ce qu&#8217;écrit Alfred Baümler dans l&#8217;introduction déjà citée à des morceaux choisis de Bachofen: &#8220;Un seul regard jeté, dans les rues de Berlin, Paris ou Londres, sur le visage d&#8217;un homme ou d&#8217;une femme moderne, suffit à se convaincre qu&#8217;aujourd&#8217;hui le culte d&#8217;Aphrodite est celui devant lequel Zeus ou Apollon doit laisser la place (&#8230;). C&#8217;est un fait patent que le monde contemporain présente tous les traits d&#8217;une époque gynécocratique. Au cœur d&#8217;une civilisation épuisée et décadente surgissent de nouveaux temples d&#8217;Isis et d&#8217;Astarté, de ces divinités maternelles asiatiques que l&#8217;on servait par l&#8217;orgie et le dérèglement, avec le sentiment d&#8217;un abandon sans espoir dans la jouissance. Le type de la femme fascinante est l&#8217;idole de notre temps et, les lèvres fardées, elle hante les villes d&#8217;Europe comme jadis Babylone. Et comme si elle voulait confirmer la profonde intuition de Bachofen, la dominatrice moderne de l&#8217;homme, ne cachant rien de ses charmes, porte dans ses bras un chien, <a title="symbole" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">symbole</a> de la promiscuité sexuelle sans limites et des forces d&#8217;en-bas&#8221;. Mais ce type d&#8217;analogie pourrait donner lieu à de bien plus vastes développements.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;époque moderne est &#8220;tellurique&#8221; non seulement en ses aspects mécanicistes et matérialistes, mais encore, essentiellement, en, ses divers aspects activistes, dans son fatras de <a title="religions" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religions</a> de la Vie, de l&#8217;Irrationnel et du Devenir — exactes antithèses de toute conception classique ou &#8220;olympienne&#8221; du monde. Un Keyserling, par ex., a cru pouvoir parler du caractère &#8220;tellurique&#8221; — c&#8217;est-à-dire irrationaliste, lié essentiellement à des formes de courage, de sacrifice, d&#8217;élan et de don de soi privées de toute référence vraiment transcendante — présenté par ce moderne mouvement de masse que l&#8217;on a appelé, de façon générale, le &#8220;révolution mondiale&#8221;. Avec la démocratie, le marxisme et le communisme, l&#8217;Occident a fini par exhumer, sous des formes sécularisées et matérialisées, l&#8217;antique droit naturel, la loi égalitariste et anti-aristocratique de la Mère chthonienne qui stigmatise l’ &#8220;injustice&#8221; de toute différence: et le pouvoir si souvent accordé, sur cette base, à l&#8217;élément collectiviste semble proprement remettre en honneur l&#8217;ancien discrédit de l&#8217;individu propre à la conception tellurique.</p>
<p style="text-align: justify;">Avec le romantisme moderne, voici que renaît Dionysos: il a la même passion pour l&#8217;informe, le confus, l&#8217;illimité; on y trouve la même confusion entre sensation et esprit, la même opposition à l&#8217;idéal viril et apollinien de la clarté, de la forme, de la limite. Nietzsche lui-même, grand admirateur de Dionysos, est une preuve vivante et tragique de l&#8217;incompréhension moderne pour un tel idéal et l&#8217;aspect tellurique de nombre de ses conceptions le montre bien. Par ailleurs, après avoir lu Bachofen, il n&#8217;est pas difficile de constater le caractère lunaire propre au type le plus répandu de la culture moderne: à savoir la culture basée sur un blafard et vide intellectualisme, la culture stérile, coupée de la vie, s&#8217;épuisant dans la critique, la spéculation abstraite et la vaine créativité esthétisante — culture qui, ici encore, est à mettre en relation étroite avec une civilisation qui a porté le raffinement de la vie matérielle à des formes extrêmes (selon la terminologie proprement bachofenienne, on dirait aphrodisiennes) et où la femme et la sensualité deviennent souvent des thèmes prédominants — au point de devenir quasiment pathologiques et obsessionnels.</p>
<p style="text-align: justify;">Et là où la femme ne devient pas la nouvelle idole des masses sous la forme moderne, non plus des déesses mais des &#8220;divas&#8221; cinématographiques et autres apparitions aphrodisiennes envoûtantes, elle affirme fréquemment sa primauté sous de nouvelles formes amazoniennes. C&#8217;est ainsi qu&#8217;apparaît la femme moderne, masculinisée, sportive et garçonne — la femme qui se consacre exclusivement à l&#8217;épanouissement de son corps (trahissant ainsi la mission qui l&#8217;attend normalement dans une civilisation de type viril), qui s&#8217;émancipe, qui se rend indispensable et va jusqu&#8217;à faire irruption dans l’arène politique. Mais, cela non plus ne lui suffit pas.</p>
<p style="text-align: justify;">Dans les sociétés anglo-saxonnes et surtout en Amérique, l&#8217;homme qui épuise sa vie et son temps dans l&#8217;abrutissement des affaires et la poursuite des richesses — richesses qui servent, pour une bonne part, à payer le luxe, les caprices, les vices et les &#8220;raffinements&#8221; féminins —, un tel homme, qui s&#8217;intéresse tout au plus au sport, a volontiers laissé à la femme le privilège, sinon le monopole, de s&#8217;occuper des &#8220;choses spirituelles&#8221;. C&#8217;est pourquoi l&#8217;on voit surtout pulluler, dans ce type de société, les sectes &#8220;spiritualistes&#8221;, spirites et occultistes où le fait que prédomine l&#8217;élément féminin est déjà en soi significatif (ce sont, par ex., deux femmes, Madame Blavatsky et Madame Besant, qui ont fondé et dirigé ce qui prit le nom de Société Théosophique).</p>
<p style="text-align: justify;">Mais c&#8217;est pour bien d&#8217;autres raisons que cette simple circonstance quele néo-spiritualisme nous apparaît comme une espèce de réincarnation des vieux Mystères féminins: l&#8217;informe évasion de l&#8217;âme dans de nébuleuses expériences suprasensibles, la confusion entre médiumnité et spiritualité, l&#8217;évocation inconsciente d&#8217;influences réellement &#8220;infernales&#8221; et l&#8217;importance accordée à des doctrines telles que la réincarnation tendent à confirmer, dans ces courants pseudo-spiritualistes, la correspondance déjà évoquée et à démontrer que, dans ces aspirations déviées de dépasser le &#8220;matérialisme&#8221;, le monde moderne n&#8217;a rien su trouver qui le remette en contact avec des traditions supérieures de caractère olympien et &#8220;solaire&#8221; (2).</p>
<p style="text-align: justify;">Quant à la psychanalyse, avec la prééminence qu’elle accorde à l’inconscient par rapport au conscient, au côté &#8220;nocturne&#8221;, souterrain, atavique, instinctif et sexuel de l’être humain par rapport à l&#8217;existence de veille, à la volonté, à la véritable personnalité, elle semble se référer proprement à la vieille doctrine de la Nuit sur le Jour, de l&#8217;obscurité des Mères sur les formes, supposées caduques et sans intérêt, qui émanent d&#8217;elle.</p>
<p style="text-align: justify;">On doit reconnaître que de telles analogies ne sont ni extravagantes ni le fait de dilettantes; elles ont une base considérable et sérieuse qui leur donne un caractère inquiétant, dans la mesure où, selon nous, la réapparition d&#8217;une ère gynécocratique ne peut signifier que la fin d&#8217;un cycle et l&#8217;écroulement des civilisations fondées sur une race d&#8217;ordre supérieur. Mais, nombre de conceptions de Bachofen, au même titre qu&#8217;elles nous permettent de mettre en évidence ces symptômes de décadence, nous indiquent également des points de référence en vue d&#8217;une réaction et d&#8217;une restauration éventuelles. Ils ne peuvent être constitués que par les valeurs &#8220;olympiennes&#8221; d&#8217;une nouvelle civilisation, anti-gynécocratique et virile. Tel est, pour Bachofen lui-même, le &#8220;mythe de l&#8217;Occident&#8221; — c&#8217;est-à-dire l&#8217;idée formatrice, l&#8217;idéal qui définirait ce qu&#8217;il y a de plus spécifiquement &#8220;occidental&#8221; dans l&#8217;histoire de la civilisation.</p>
<p style="text-align: justify;">Pour Bachofen, nous l&#8217;avons vu, c&#8217;est Rome qui, au terme de la tentative de l&#8217;Hellade apollinienne, aurait assumé un tel idéal, aurait affirmé une &#8220;société du père&#8221; sur des bases universelles, au long d&#8217;une lutte tragique contre des forces qui, peu à peu, devaient à nouveau réaffleurer, puis se réaffirmer, dans tel ou tel domaine de la vie et de la société romaines. Celui qui est capable de pressentir la profonde vérité de cette vue de Bachofen voit s&#8217;ouvrir à lui un champ de recherches aussi vaste que passionnant: celui du repérage et de la découverte d&#8217;une romanité olympiano-paternelle, au sens supérieur. Cependant, après le massacre qu&#8217;une insipide et prétentieuse rhétorique a fait du nom de Rome, après ce qu&#8217;une érudition et ce qu&#8217;une historiographie académiques, plates et sans âme ont accompli pour nous faire ignorer tout ce que la romanité des origines possédait de lumineux, d&#8217;éternel et qui constituait sa véritable mission, comment mettre sérieusement en évidence l&#8217;importance qu&#8217;aurait, selon nous, une telle recherche et celle que revêt, dans cette optique, l&#8217;œuvre même de Bachofen de façon générale?</p>
<p style="text-align: justify;">Mais ce qui, pour un ensemble de facteurs en partie contingents, n&#8217;est peut-être pas possible aujourd&#8217;hui, il peut se faire que cela le soit demain, à une époque moins troublée. Avoir bien mis en évidence la dignité de la société virile et olympienne, c&#8217;est là l&#8217;un des plus grands mérites de l&#8217;œuvre de Bachofen — utile correctif à tant de déviations idéologiques et de vocations faussées propres aux temps modernes.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Notes</strong></p>
<p style="text-align: justify;">1. Essentiellement dans <em>Révolte contre le monde moderne</em>.<br />
2. Cf. not. <em>Masques et visages du spiritualisme contemporain </em>(1932).</p>
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		<title>Les mentions de l&#8217;œuvre de Christoph Steding dans les écrits d&#8217;Evola</title>
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		<pubDate>Tue, 08 Sep 2009 08:49:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Robert Steuckers</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Christoph Steding (1903-1938), jeune érudit issu d'une très ancienne famille paysanne de Basse-Saxe, conduit une enquête monumentale sous le titre de Das Reich und die Krankheit der europäischen Kultur]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/mentions-de-christoph-steding-dans-evola.html' addthis:title='Les mentions de l&#8217;œuvre de Christoph Steding dans les écrits d&#8217;Evola '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/evola48x48.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Julius Evola" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/rivoluzione-conservatrice.PNG" width="48" height="48" alt="" title="Rivoluzione conservatrice" /><br/><p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.amazon.fr/gp/product/3902475021?ie=UTF8&amp;tag=centrostudila-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=1642&amp;creative=6746&amp;creativeASIN=3902475021" target="_blank"><img class="alignright" style="margin: 10px;" title="die-konservative-revolution" src="../wp-content/die-konservative-revolution-196x300.jpg" alt="" width="196" height="300" /></a>Christoph Steding (1903-1938), jeune érudit issu d&#8217;une très ancienne famille paysanne de Basse-Saxe, reçoit en 1932 une bourse de la Rockefeller Foundation pour étudier l&#8217;état de la culture et les aspirations politiques dans les pays germaniques limitrophes de l&#8217;Allemagne (Pays-Bas, Suisse, Scandinavie). Cette enquête monumentale prendra la forme d&#8217;un gros ouvrage, posthume et inachevé, de 800 pages. La mort surprend Steding, miné par une affection rénale, dans la nuit du 8 au 9 janvier 1938. Un ami fidèle, le Dr. Walter Frank (1905-1945), classe et édite les manuscrits laissés par le défunt, sous le titre de <em>Das Reich und die Krankheit der europäischen Kultur</em> (=<em>Le Reich et la maladie de la culture européenne</em>). Le thème central de cet ouvrage: l&#8217;effondrement de l&#8217;idée de Reich à partir des traités de Westphalie (1648) a créé un vide en Europe centrale, lequel a contribué à dépolitiser la culture. Cette dépolitisation, pour Steding, est une pathologie qui s&#8217;observe très distinctement dans les zones germaniques à la périphérie de l&#8217;Allemagne. Toutes les productions culturelles nées dans ces zones sont marquées du stigmate de cette dépolitisation, y compris l&#8217;œuvre de Nietzsche, à laquelle Steding adresse de sévères reproches.</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.amazon.fr/exec/obidos/redirect?link_code=ur2&amp;tag=centrostudila-21&amp;camp=1642&amp;creative=6746&amp;path=ASIN%2F2868477879%2Fqid%3D1147101676%2Fsr%3D1-3%2Fref%3Dsr_1_8_3" target="_blank"><img class="alignleft" style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="../immagini/larevolutionconservatrice.bmp" border="0" alt="Barbara Koehn, La Révolution conservatrice et les élites intellectuelles" width="89" height="140" /></a>L&#8217;Europe n&#8217;est saine que lorsqu&#8217;elle est vivifiée par l&#8217;idée de Reich. Les traités de Westphalie font que la périphérie de l&#8217;Europe tourne le dos à son noyau central, qui l&#8217;unifiait naturellement, par l&#8217;incontournable évidence de la géographie, sans exercer la moindre coercition. La Suisse se replie dans sa «coquille alpine»; la Hollande amorce un processus colonial qu&#8217;elle ne peut parachever par manque de ressources; la France devient grande puissance en pillant ce qui reste du Reich, en annexant l&#8217;Alsace, en ravageant la Franche-Comté comme le Palatinat et en ruinant la Lorraine; l&#8217;Angleterre tourne résolument le dos au continent pour dominer les mers. Ce processus d&#8217;extraversion contribue à faire basculer toute l&#8217;Europe dans l&#8217;irréalisme politique. Commencée dans la violence par les colonisateurs anglais et hollandais, cette extraversion, qui disloque notre continent, se poursuit dans la défense et l&#8217;illustration d&#8217;un libéralisme politique, culturel et moral délétère, qui corrompt les instincts. Ce phénomène involutif s&#8217;observe dans les littératures ouest-européennes du XIXième et du XXième siècles, où le psychologique et le pathologique sont dominants au détriment de tout ancrage dans l&#8217;histoire. Les énergies humaines ne sont plus mobilisées pour la construction permanente de la Cité mais détournées vers l&#8217;inessentiel, vers la réalisation immédiate des petits désirs sensuels ou psychologiques, vers la consommation.</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.amazon.de/exec/obidos/redirect?link_code=ur2&amp;tag=centrostudi0e-21&amp;camp=1638&amp;creative=6742&amp;path=ASIN%2F3926584491%2Fqid%3D1147098573%2Fsr%3D1-1%2Fref%3Dsr_1_8_1" target="_blank"><img class="alignright" style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="../immagini/nationalbolschewismus.bmp" border="0" alt="Karl Otto Paetel, Nationalbolschewismus und nationalrevolutionäre Bewegung in Deutschland. Geschichte - Ideologie - Personen" width="99" height="140" /></a><a title="Evola" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/julius-evola">Evola</a>, dans une recension parue dans la revue<em> La Vita italiana</em> (XXXI, 358, janvier 1943, pp. 10-20; «Funzione dell&#8217;idea imperiale e distruzione della &#8220;cultura neutra&#8221;»; trad. franç. de Ph. Baillet, in Julius Evola, <em>Essais Politiques</em>,  Pardès, Puiseaux, 1988), n&#8217;a pas caché son enthousiasme pour les thèses de Steding, pour sa critique de la culture «neutre» et dépolitisée, pour son plaidoyer en faveur d&#8217;un prussianisme rénové renouant avec l&#8217;éthique impériale, pour sa volonté de redonner une substance politique au centre du sub-continent européen. <a title="Evola" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/julius-evola">Evola</a> formule deux critiques: il juge Steding trop sévère à l&#8217;encontre de Bachofen et de Nietzsche. «Certaines critiques de Steding, on l&#8217;a vu, pèchent par leur côté unilatéral: pour dénoncer l&#8217;erreur, il en vient parfois à négliger ce que certains auteurs ou certaines tendances pourraient offrir de positif à ses propres idées. Lorsqu&#8217;il évoque les &#8220;divinités lumineuses du monde du politique&#8221; opposées à la <a title="religion" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religion</a> obscure des mythes, des <a title="symboles" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">symboles</a> et des traditions primordiales, il court par exemple le risque de finir, à son corps défendant, dans le rationalisme, alors qu&#8217;il conçoit parfaitement la possibilité d&#8217;une exploration du monde spirituel qui aurait les mêmes caractères d&#8217;exactitude et de clarté que les sciences naturelles. Nombre des accusations portées contre Bachofen par Steding sont carrément injustes: on trouve au contraire chez Bachofen bien des éléments susceptibles de conforter, précisément, l&#8217;idéal &#8220;apollinien&#8221; et viril d&#8217;un Etat &#8220;romain&#8221; opposé au monde équivoque du substrat naturaliste et matriarcal. Et, au bout du compte, Steding subit en fait souvent l&#8217;influence salutaire des conceptions de Bachofen» (<em>Essais politiques</em>,  op. cit., p. 155).</p>
<p style="text-align: justify;">«A l&#8217;égard de Nietzsche, l&#8217;attitude de Steding est pareillement unilatérale. Il est extrêmement discutable que la doctrine nietzschéenne du surhomme exprime réellement, comme le croit Steding, une révolte contre le concept d&#8217;Etat. Ce serait plutôt le contraire qui nous paraîtrait exact, à savoir qu&#8217;Etat et Empire ne sont guère concevable sans une certaine référence à la doctrine du surhomme, celle-ci exaltant une élite, une race dominatrice porteuse d&#8217;une autorité spirituelle précise. De fait, seule une élite ainsi conçue peut fonder cette primauté que revendique Steding pour l&#8217;Etat en face de ce qui n&#8217;est que simple &#8220;peuple&#8221;» (<em>Essais politiques</em>,  op. cit., pp. 155-156). <a title="Evola" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/julius-evola">Evola</a> conclut: «…l&#8217;ouvrage de Steding constitue un pas en avant digne d&#8217;être noté  —surtout en Allemagne—  sur le plan d&#8217;une clarification des idées, d&#8217;un alignement des positions, d&#8217;une reprise consciente de cette idée impériale qui, Steding l&#8217;a précisément montré, s&#8217;identifie à la réalité de la meilleure Europe»  (p. 156).</p>
<p style="text-align: justify;">Dans <em>Sintesi di dottrina della razza</em>, <a title="Evola" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/julius-evola"> Evola</a> avait déjà, dans un sens proche de la pensée de Steding, appelé à un dépassement de la conception neutre de la culture. Nous lisons, p. 25: «Est également combattu le mythe des valeurs &#8220;neutres&#8221;, qui tend à considérer toute valeur comme une entité autonome et abstraite, alors qu&#8217;elle est en premier lieu l&#8217;expression d&#8217;une race intérieure donnée et, en deuxième lieu, une force qu&#8217;il convient d&#8217;étudier à l&#8217;aune de ses effets concrets, non sur l&#8217;homme en général, mais sur les divers groupes humains, différenciés par la race. <em>Suum cuique</em>: à chacun sa &#8220;vérité&#8221;, son droit, son art, sa vision du monde, en certaines limites, sa science (dans le sens d&#8217;idéal de connaissance) et sa <a title="religiosité" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religiosité</a>&#8230;».</p>
<p style="text-align: justify;">En évoquant le <em>suum cuique</em>,  principe de gouvernement de la Prusse frédéricienne, <a title="Evola" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/julius-evola">Evola</a> se place dans une optique très ancrée dans la <a title="Révolution Conservatrice" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/rivoluzioneconservatrice">Révolution conservatrice</a>. En refusant l&#8217;autonomisation des valeurs, c&#8217;est-à-dire leur détachement du tout qu&#8217;est la trame historique du peuple ou de l&#8217;Empire, <a title="Evola" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/julius-evola">Evola</a> est sur la même longueur d&#8217;onde que Steding, qui combat les mièvreries de la culture «neutre», psychologisante et dépolitisante, et que Bäumler qui voit, dans le mythe, la sublimation des expériences vécues d&#8217;un peuple, mais une sublimation qu&#8217;il attribue à l&#8217;action des valeurs telluriques/maternelles, contrairement à <a title="Evola" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/julius-evola">Evola</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Archives de Synergies Europeennes </em>- 1991.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/mentions-de-christoph-steding-dans-evola.html' addthis:title='Les mentions de l&#8217;œuvre de Christoph Steding dans les écrits d&#8217;Evola ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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