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	<title>Centro Studi La Runa &#187; archeologia</title>
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	<description>Archivio di storia, tradizione, letteratura, filosofia</description>
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		<title>La riscoperta degli Etruschi e il Risorgimento dell&#8217;Italia</title>
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		<pubDate>Mon, 11 Apr 2011 13:38:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mario Enzo Migliori</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dal 3 al 5 dicembre 2010 si è svolto il diciottesimo Convegno organizzato dalla Fondazione per il Museo “Claudio Faina” di Orvieto, dedicato a “La Fortuna degli Etruschi nella Costruzione dell’Italia Unita”.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/la-riscoperta-degli-etruschi-e-il-risorgimento-dellitalia.html' addthis:title='La riscoperta degli Etruschi e il Risorgimento dell&#8217;Italia '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storia-antica.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Storia antica" /><br/><p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-full wp-image-7243" style="margin: 10px;" title="annaliXVIsitocop_1361" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/annaliXVIsitocop_1361.jpg" alt="" width="170" height="236" />La  Fondazione per il Museo “Claudio Faina” di Orvieto è nota, oltre che per le preziose raccolte del proprio museo – sito di fronte a quel gioiello dell’arte italiana, capolavoro dell’architettura gotica, che è il Duomo di questa vetusta città etrusca –, per il prestigio dei suoi convegni reso possibile dal livello del dibattito che li ha sempre caratterizzati. Incominciati nel 1980, essi sono divenuti un appuntamento di rilievo per l’archeologia italiana, animati da studiosi di grande prestigio e seguiti da un pubblico qualificato composto di archeologi affermati, da giovani promettenti studiosi e da studenti universitari alle loro prime esperienze di ricerca. Anche per me divenuti un irrinunciabile appuntamento annuale, voglio ricordare i due precedenti convegni dedicati rispettivamente a “<em>Gli Etruschi e Roma. Fasi monarchica e alto-repubblicana</em>” e a “<em>La grande Roma dei Tarquini</em>”, sui quali conto di ritornare prossimamente per recensirne gli Atti.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-full wp-image-7244" style="margin: 10px;" title="annaliXVII_1844" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/annaliXVII_1844.jpg" alt="" width="170" height="240" />Quanto mai azzeccata la scelta del tema di quest’anno, anticipando, di fatto, le celebrazioni collegate al 150° anniversario della costituzione dello Stato unitario. Difficilmente sembrerebbe concepibile l’esistenza di un legame che colleghi gli Etruschi all’Unità d’Italia, mentre nota è la relazione fra gli studi e le ricerche archeologiche dedicate a questo popolo e la dinastia medicea i cui esponenti divennero <em>Duces Etruriae</em>. Dal 3 al 5 dicembre 2010 si è svolto il diciottesimo Convegno dedicato a “<em>La  Fortuna</em><em> degli Etruschi nella Costruzione dell’Italia Unita</em>”. Esisteva un legame a volte sottile altre anche ‘fisico’: archeologi e studiosi che contemporaneamente erano patrioti attivi (ricordiamo Francesco Orioli, Ariodante Fabretti e Achille Gennarelli, partecipi della gloriosa esperienza della Repubblica Romana) ovvero patrioti divenuti archeologi come Isidoro Falchi, al quale si deve la scoperta di Vetulonia; circoli letterari che si occupavano sia dell’attività politica patriottica sia della ricerca archeologica, come quello che si riuniva intorno ai coniugi Gozzadini (Giovanni e Maria Teresa Serego Alighieri, legati alle scoperte di Marzabotto e agli scavi di Villanova di Castenaso, con i quali iniziarono la conoscenza della civiltà Villanoviana, risalente all’età del ferro), il cui salotto culturale era arricchito dalla presenza di personaggi come Marco Minghetti, Aleardo Aleardi, <a title="Giosue Carducci" href="http://www.libriefilm.com/category/autori/giosue-carducci">Giosue Carducci</a>, Francesco Paolo Perez, Almerico da Schio e molti altri.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="size-medium wp-image-7245 alignright" style="margin: 10px;" title="lacittadella41_42" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/lacittadella41_42-223x300.png" alt="" width="223" height="300" />Gli Etruschi erano visti come i primi unificatori dei popoli italici avanti la conquista romana e grande successo avevano le opere di Giuseppe Micali dedicate agli antichi popoli della nostra penisola. I popoli di Ausonia, dall’antico nome poetico dell&#8217;Italia; e “Ausonia” fu anche il nome dato a una nuova loggia massonica nel 1859. Il Fascio etrusco fu adottato come <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">simbolo</a> della libertà italica. Va peraltro ricordata anche l’istituzione in Vaticano del museo Etrusco prima e di quello Egizio poi (1837-39), che oltre a collocare Gregorio XVI nella tradizione dei papi mecenati e antiquari, dimostra l’attenzione e l’ascolto all’evolversi della cultura e dell’antiquaria laica, con conseguente, consapevole e mirata, risposta culturale e politica insieme.</p>
<p style="text-align: justify;">Non prive d’interesse le vicissitudini della Collezione Campana, legata a doppio filo a quelle di Giovanni Pietro Campana, Direttore del Monte di Pietà di Roma dal 1833 al 1857. Nel 1854,  a causa di gravi problemi finanziari, fu costretto a impegnare la sua collezione di gioielli e, con la garanzia delle altre collezioni, contrattò successivamente numerosi prestiti. Purtroppo la situazione gli sfuggì presto di mano e Campana iniziò a ricorrere a pratiche illegali che lo portarono all’arresto e successiva condanna, così che per pagare i debiti, l’intera collezione, circa 15.000 pezzi, sarà venduta all’asta e dispersa fra Russia (i pezzi migliori sono all’<em>Ermitage</em> di San Pietroburgo), Francia, Inghilterra, Svizzera e Italia. Fortunatamente tutt’altro fu il corso degli eventi per la Collezione Casuccini di Chiusi, che grazie al neonato Regno d’Italia, dopo il mancato acquisto da parte del Museo Archeologico fiorentino, per mancanza di fondi sufficienti, fu acquistata per il Museo Archeologico di Palermo proprio per il peculiare legame che univa la civiltà etrusca con l’Italia, l’antica <em>Terra Italiae</em>, che era particolarmente vivo e sentito nell’Ottocento.</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.amazon.it/gp/product/1440060401/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=cestlaru-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=1440060401" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-7247" style="margin: 10px;" title="cities-and-cemeteries-of-etruria" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/cities-and-cemeteries-of-etruria.jpg" alt="" width="240" height="240" /></a>Nella temperie risorgimentale dettero il loro contributo diretto o indiretto personaggi stranieri amanti dell’Italia e delle sue <a title="antichità" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/storia-antica/">antichità</a> (leggi bellezze). Il più noto dei quali è senz’altro Georges Dennis, il “Pausania dell’Etruria”, che nel suo <a href="http://www.amazon.it/gp/product/1440060401/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=cestlaru-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=1440060401"><em><em>The cities and cemeteries of Etruria</em></em></a>, denso di notizie sui luoghi abitati dagli Etruschi (ancora oggi quadro insuperato di un paesaggio che in molti casi non esiste più, un classico dell’etruscologia e della <a title="letteratura" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/letteratura/">letteratura</a> inglese), consiglia a chi vuole visitare l’Etruria di leggere intensamente le storie di Livio e di altri autori latini.</p>
<p style="text-align: justify;">Ricordiamo le relazioni del Convegno, comprese quelle dei relatori assenti per impedimenti involontari perché speriamo e presumiamo che i loro contributi non mancheranno nella pubblicazione degli Atti: Carmine Ampolo, <em>Le nazioni italiane e gli Etruschi nell’opera di Carlo Denina</em>; Paolo Desideri, <em>Gli Etruschi di Giuseppe Micali fra antiquaria e ideologia politica</em>; Giovanni Colonna, <em>Lo studio degli Etruschi e il Risorgimento italiano</em>; Armando Cherici, <em>“Mirari vos”: la politica museale di Gregorio XVI tra storia e</em> <em>antistoria</em>; Roberto Macellari, <em>Gaetano Chierici e la questione nazionale</em>; Alessandro Mandolesi, <em>Etruschi e Piemonte sabaudo: dalla diffusione del gusto “all’etrusca” al collezionismo archeologico</em>; Giovannangelo Camporeale, <em>Isidoro Falchi e le questioni di Vetulonia e Populonia</em>; Mario Torelli, <em>Il mito degli Italici nell’Italia risorgimentale</em>; Stefano Bruni<em>, Capponi, Viesseux, Capei e gli Etruschi. Gli scavi della Società Colombaria e il Museo Etrusco di Firenze</em>; Adriano Maggiani, <em>1859-1861: le ricerche della Società Colombaria a Sovana e a Chiusi</em>; Giulio Paolucci, <em>“Scopritore di tali magnificenze sepolcrali che renderanno immortale il di lui nome”. Nuovi dati sulla collezione Casuccini di Chiusi</em>; Françoise Gaultier, <em>La dispersione della Collezione Campana negli anni dell’unificazione politica dell’Italia</em>; Giuseppe M. Della Fina, <em>La nuova Italia e i beni archeologici: il caso della scoperta delle tombe Golini I e II</em>; Stephan Steingräber, <em>George Dennis e la sua opera nell’ambito dello sviluppo dell’Etruscologia nell’Ottocento</em>; Filippo Delpino &#8211; Rachele Dubbini, <em>Pietro Rosa e la tutela delle antichità a Roma tra il 1870 e il 1875</em>; Maria Bonghi Jovino, <em>La scuola archeologica di Pompei e le due anime dell’archeologia risorgimentale</em>; Maurizio Harari, <em>Giosue Carducci e i selvaggi di Villanova</em>; Giuseppe Sassatelli, <em>Bologna: il carnevale degli Etruschi e l’identità cittadina</em>. Atti che puntuali troveremo ad attenderci in occasione del prossimo Convegno.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Last but not least</em>, è da ricordare la presentazione in anteprima ai partecipanti al Convegno, presso il Museo Archeologico Statale di Orvieto, dell’allestimento della sezione dedicata agli scavi di Campo di Fiera: il presumibile sito del Fanum Voltumnae.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">[Originariamente pubblicato in <em>La Cittadella</em>, 41-42 n.s. [<em>Il nostro 150°, Risorgimento e Romanità</em>], genn.-mar./apr.-giu. 2011, 126-130].</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/la-riscoperta-degli-etruschi-e-il-risorgimento-dellitalia.html' addthis:title='La riscoperta degli Etruschi e il Risorgimento dell&#8217;Italia ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>La maledizione della piramide di Tutankamen</title>
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		<pubDate>Wed, 29 Dec 2010 16:42:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Pellegrino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Una breve panoramica sulle morti misteriose di ventidue tra i principali artefici della scoperta e dei primi studi sulla Tomba di Tutankamen e sulle ipotesi avanzate per spiegarle]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/la-maledizione-della-piramide-di-tutankamen.html' addthis:title='La maledizione della piramide di Tutankamen '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/centrostudilaruna48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Centro Studi La Runa online" /><br/><p style="text-align: justify;">Gli archeologi sono concordi nell’affermare che la scoperta archeologica più importante del XX secolo deve essere considerata il ritrovamento della piramide di Tutankamen: tale scoperta avvenne nel 1922 nella Valle dei Re ad opera degli archeologi inglesi Carnarvon e Carter. I due archeologi inglesi avevano ricevuto nel 1902 il permesso dal governo egiziano di iniziare le ricerche della piramide ma per vari problemi vari cominciarono il loro lavoro qualche anno dopo la fine della prima guerra mondiale (tale ritardo sia allo scoppio della guerra sia a problemi personali dei due archeologi). Finalmente nel novembre del 1922 essi ebbero la certezza di aver ritrovato la piramide di Tutankamen. Non fu possibile tener segreta questa grande scoperta archeologica avvenuta nella Valle dei Re cosicché in tutto il mondo si parlò del sensazionale ritrovamento di tale piramide.</p>
<p style="text-align: justify;">Tuttavia, poco tempo dopo questa sensazionale scoperta molti di coloro che erano stati coinvolti direttamente od indirettamente in tale evento archeologico morirono in maniera misteriosa ed inquietante. Per essere più precisi in pochi anni morirono ventidue persone che erano venute a contatto con la piramide o che se ne erano interessate dal punto di vista scientifico. Tali morti vennero considerate immature ed inspiegabili. Nacque così la convinzione che queste persone fossero state colpite da una maledizione formulata dai sacerdoti egizi che proteggeva la tomba di Tutankamen da tutti coloro che la avessero profanata.</p>
<p style="text-align: justify;">Dobbiamo dire che già nel novembre del 1922 tra gli addetti agli scavi e gli scienziati che partecipavano a questa grande impresa archeologica esisteva un nervosismo crescente, che era stato causato da una tavoletta di terracotta rinvenuta da Carter nell’anticamera del sepolcro di Tutankamen. Pochi giorni dopo il suo ritrovamento Gardiner (un collaboratore di Carter e Carnarvon) riuscì a decifrare i geroglifici e venne fuori una frase terrorizzante. Infatti sulla tavoletta stava scritto: <em>La morte colpirà con le sue ali chiunque disturberà il sonno del faraone</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">A dire il vero Carter, Carnarvon e Gardiner non ebbero minimamente paura di tale maledizione ma qualcuno dei loro collaboratori si mostrò spaventato. Inoltre Carter temeva che se i manovali egiziani che collaboravano con lui fossero venuti a conoscenza di tale maledizione avrebbero subito abbandonato i lavori. Per tale ragione egli decise che era preferibile far scomparire la tavoletta di terracotta dai protocolli ma non riuscì a cancellarla dalla sua memoria, tanto è vero che l’archeologo inglese la nominava spesso con i suoi collaboratori sebbene avesse preferito non fotografarla.</p>
<p style="text-align: justify;">
<div id="attachment_6476" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-6476" title="Tomba di Tutankhamon" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/tomba-tutankamen-300x197.jpg" alt="Tomba di Tutankhamon" width="300" height="197" /><p class="wp-caption-text">Tomba di Tutankhamon</p></div>
<p style="text-align: justify;">Dobbiamo anche mettere in evidenza un altro particolare inquietante che destò una certa preoccupazione nei collaboratori dei due archeologi inglesi: un’altra maledizione venne trovata all’interno della piramide di Tutankamen. Essa era costituita da una frase scritta all’interno di una figura magica: <em>Sono io che respingo con la fiamma del deserto i predoni delle tombe. Io proteggo il sepolcro di Tutankamen</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">A questo punto riteniamo opportuno dire qualcosa sulla presenza delle formule di maledizione nella cultura egizia.</p>
<p style="text-align: justify;">In linea generale le maledizioni erano presenti nella <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religione</a> egizia e nella maggior parte dei casi esse erano formulate dal faraone o dai sacerdoti, e qualche volta erano attribuite anche agli dei.</p>
<p style="text-align: justify;">Non deve quindi stupire il fatto che la tomba di Tutankamen fosse protetta da  maledizioni. Quello che invece destò grande meraviglia fu il fatto che ben ventidue persone che avevano avuto un ruolo nella scoperta della piramide morirono in maniera misteriosa in pochi anni.</p>
<p style="text-align: justify;">Sono state formulate cinque ipotesi per spiegare queste numerose morti: un evento casuale, la presenza di una maledizione molto efficace contro i profanatori della piramide, la presenza di veleni nella piramide, la presenza di sostanze radioattive e la presenza di microrganismi patogeni. Prima di prendere in considerazione tali ipotesi vogliamo descrivere come avvenne la morte di Carnarvon, che deve essere considerato il decesso più inquietante tra quelli avvenuti tra gli scopritori della piramide.</p>
<p style="text-align: justify;">Nei primi giorni di aprile del ’23 Carter ebbe la notizia che Carnarvon era gravemente ammalato. Egli era rimasto vittima al Cairo di una misteriosa febbre che non voleva sparire in nessun modo. Carnarvon morì misteriosamente, ma quello che più spaventò tutti furono due particolari: la sorella di Carnarvon affermò che egli nel delirio parlava con Tutankamen e le ultime parole che l’archeologo inglese pronunciò furono: <em>Sento che Tutankamen mi chiama. Vado con lui</em>. In secondo luogo nel momento stesso in cui Carnarvon morì avvenne un’improvvisa mancanza di energia elettrica la quale ritornò subito dopo la morte dell’archeologo inglese. Subito vennero interrogati i tecnici della centrale elettrica del Cairo i quali affermarono che non esisteva nessuna spiegazione in grado di motivare la mancanza ed il ritorno improvvisi dell’energia elettrica. Essi dissero a chiare lettere che per loro non esisteva nessuna spiegazione naturale di tale fenomeno.</p>
<p style="text-align: justify;">Fu allora che per la prima volta gli scienziati ed anche i giornalisti parlarono della maledizione presente sulla tavoletta di terracotta e quando nello stesso anno altri due uomini che avevano partecipato agli scavi della piramide di Tutankamen morirono in maniera misteriosa si diffuse un vero e proprio panico tra gli addetti ai lavori.</p>
<p style="text-align: justify;">Vediamo ora di prendere in considerazione le cinque ipotesi formulate per spiegare le numerose morti. Cominceremo con il prendere in considerazione l’ipotesi che tutte queste morti siano dovute esclusivamente ad eventi fortuiti e casuali. Appare evidente che tale ipotesi è difficilmente sostenibile per almeno due ragioni: in primo luogo appare sinceramente poco credibile che ben ventidue su venticinque persone che ebbero un ruolo nella scoperta e nello studio scientifico della piramide e della mummia di Tutankamen siano morte in maniera così inquietante e prematura per una semplice coincidenza o per eventi casuali e fortuiti; in secondo luogo alcune di queste morti, come quella di Carnarvon della quale ci siamo occupati in precedenza, furono precedute e accompagnate da eventi che sembravano di origine soprannaturale.</p>
<p style="text-align: justify;">Vogliamo fare un esempio molto semplice e significativo per far comprendere al lettore come siano basse le probabilità statistiche che tali morti siano dovute semplicemente ad eventi casuali e fortuiti. Immaginiamo di lanciare in aria una moneta: statisticamente ci dovrebbero essere 50% di possibilità che esca testa e 50% di possibilità che esca croce. In realtà esiste però una terza possibilità e cioè che la moneta resti in bilico ma tale possibilità è così remota che non viene mai presa in considerazione nel calcolo statistico delle probabilità. A nostro avviso le probabilità che le ventidue morti inquietanti e misteriose di cui abbiamo parlato siano dovute al caso sono pari alle probabilità che lanciando in aria una moneta non esca né testa né croce ma che la moneta rimanga in bilico.</p>
<p style="text-align: justify;">Prenderemo ora in considerazione la seconda ipotesi proposta per spiegare le numerosi morti, e cioè che esse siano dovute ad una maledizione formulata dai sacerdoti egiziani mediante riti magici finalizzata a proteggere la mummia del faraone dai profanatori della piramide. Questa ipotesi è ritenuta valida dalla maggior parte degli studiosi che si sono occupati di questo fenomeno misterioso anche se non mancano alcuni che si dimostrano scettici su tale spiegazione o quanto meno la ritengono insufficiente per spiegare tutte le morti, cosicché ritengono che essa vada integrata da altre spiegazioni, come la presenza di veleni nella piramide o di sostanze radioattive. Il principale punto debole di tale spiegazione è considerato da coloro che non l’accettano il fatto che gli scopritori di altre piramidi non hanno avuto le stesse tragiche conseguenze degli scopritori e degli studiosi della piramide di Tutankamen. A tale obiezione i sostenitori di tale ipotesi rispondono che i riti magici compiuti dai sacerdoti che hanno formulato la maledizione che doveva proteggere la piramide di Tutankamen sono stati più efficaci di quelli effettuati per proteggere le piramidi di altri faraoni.</p>
<p style="text-align: justify;">Passiamo ora a prendere in considerazione la terza ipotesi, e cioè che le morti siano state dovute alla presenza di veleni sia all’interno della piramide sia nella mummia di Tutankamen. Anche questa ipotesi è sostenuta da molti autori che sostengono che gli scopritori e gli studiosi di altre piramidi non hanno subito le stesse conseguenze degli scopritori e degli studiosi della piramide di Tutankamen poiché nelle piramidi da loro scoperte non erano stati posti veleni a protezione delle mummie. Il principale punto debole di tale ipotesi &#8211; messo in evidenza da quanti sostengono l’ipotesi che le morti in questione siano dovute ad una maledizione formulata dai sacerdoti egizi &#8211; è che se tutte queste persone fossero morte avvelenate non si spiegano i fenomeni soprannaturali che hanno preceduto ed accompagnato alcune di tali morti.</p>
<p style="text-align: justify;">Secondo la quarta ipotesi le morti in questione sarebbero dovute alla presenza di sostanze radioattive all’interno della piramide o in alcuni ornamenti ritrovati nella mummia di Tutankamen. A dire il vero, tale ipotesi è sostenuta da un numero limitato di autori che partono dal presupposto che gli scienziati dell’antico Egitto avessero conoscenze scientifiche superiori a quelle che noi possiamo immaginare.</p>
<p style="text-align: justify;">L’ultima ipotesi formulata per spiegare la tragica fine degli scopritori e degli studiosi della piramide di Tutankamen è la presenza all’interno della piramide di microrganismi patogeni (virus, batteri e funghi) che avrebbero causato malattie infettive fatali a tante persone. Secondo i sostenitori di tale ipotesi i microrganismi patogeni sarebbero stati presenti anche nelle mummia di Tutankamen, cosicché avrebbero contagiato anche quegli studiosi che si erano limitati a compiere studi sulla mummia senza aver partecipato alla scoperta della piramide di Tutankamen.</p>
<p style="text-align: justify;">Infine vogliamo mettere in evidenza che un numero non trascurabile di autori ha proposto di unificare due delle ipotesi proposte, ovvero la presenza di una maledizione e la presenza di veleni sia nella piramide sia nella mummia di Tutankamen, cosicché le morti accompagnate da fenomeni soprannaturali sarebbero state conseguenza della maledizione formulata dai sacerdoti mentre le morti inspiegabili ma non accompagnate da fenomeni soprannaturali sarebbero state conseguenza dei veleni messi dai sacerdoti nella piramide e nella mummia di Tutankamen. Secondo tale ipotesi, a nostro avviso meritevole di considerazione, i sacerdoti incaricati di proteggere la piramide e la mummia del giovane faraone morto all’età di solo diciotto anni non si sarebbero limitati solo ad effettuare riti magici per colpire i profanatori della piramide ma avrebbero anche inserito i veleni nella piramide e nella mummia nella consapevolezza che i riti magici non avrebbero colpito tutti i profanatori della piramide di Tutankamen.</p>
<p style="text-align: justify;">I sostenitori di tale ipotesi mettono anche in evidenza il fatto che i sacerdoti egizi erano anche esperti conoscitori di molti veleni oltre che in grado di effettuare riti magici di vario tipo dal momento che nella <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religione</a> egizia i sacerdoti erano anche incaricati di effettuare in numerose occasioni rituali magici finalizzati sia a proteggere il faraone sia a colpire i nemici del faraone e dell’Egitto.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-full wp-image-6477" style="margin: 10px;" title="luxor" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/luxor.jpeg" alt="" width="259" height="194" />Vogliamo chiudere il nostro articolo mettendo in evidenza che Tutankamen è un faraone che ha attirato l’attenzione degli studiosi dell’antico Egitto non solo per il fatto che molti degli scopritori e degli studiosi della sua piramide sono morti in maniera tragica ed inspiegabile ma anche perché la morte del giovane faraone è avvolta da un profondo mistero. Infatti l’autopsia effettuata sulla mummia di Tutankamen dimostrò che il faraone era morto giovanissimo (all’età di diciotto anni) ed inoltre non era morto per cause naturali, ma di morte violenta. Per essere più precisi la morte del giovane faraone era stata causata da un’emorragia cerebrale dovuta ad un trauma cranico attribuibile non ad una caduta ma al fatto che Tutankamen era stato colpito al capo con violenza da un corpo contundente, con tutta probabilità un bastone molto pesante.</p>
<p style="text-align: justify;">Come appare chiaro molti sono i misteri che accompagnano sia la vita sia la morte di questo giovane faraone, a cominciare dai motivi che determinarono la sua morte violenta in giovanissima età. A tali misteri vanno aggiunti quelli che riguardano la tragica fine degli scopritori e degli studiosi della sua piramide.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/la-maledizione-della-piramide-di-tutankamen.html' addthis:title='La maledizione della piramide di Tutankamen ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>La popolazione nordica di Roma antica</title>
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		<pubDate>Wed, 12 May 2010 09:29:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Hans Friedrich Karl Günther</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Allora come adesso, gli strati sociali con le peggiori caratteristiche genetiche erano i più prolifici: e in quel modo si arrivò alla degenerazione e alla denordizzazione, entrambi fattori che resero gli ultimi tempi di Roma così orrendi]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/la-popolazione-nordica-di-roma-antica.html' addthis:title='La popolazione nordica di Roma antica '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storia-antica.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Storia antica" /><br/><p style="text-align: justify;">Gli eredi del potere in tutta la zona mediterranea antica furono alla fine i romani, anch&#8217;essi di sangue nordico. Già verso il 2000 a.C. le costruzioni palafitticole dell&#8217;Italia settentrionale mostrano &#8220;caratteristiche che indicano influenze provenienti dal Nord delle Alpi, caratteristiche osservabili anche nel modo di vita generale. Gli immigrati abitavano villaggi protetti da zone lagunari e incineravano i loro morti&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">
<div id="attachment_4822" class="wp-caption alignright" style="width: 234px"><img class="size-full wp-image-4822" title="urna-biconica" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/urna-biconica.jpg" alt="Urna biconica da Vulci, necropoli dell'Osteria, IX sec. a.C. Musei Vaticani." width="224" height="300" /><p class="wp-caption-text">Urna biconica da Vulci, necropoli dell&#39;Osteria, IX sec. a.C. Musei Vaticani.</p></div>
<p style="text-align: justify;">Sia lo stile delle loro terrecotte che la pratica dell&#8217;incinerazione dei cadaveri indicano una provenienza nordica. L&#8217;archeologia degli stanziamenti palafitticoli dell&#8217;alta Italia ha rivelato che la popolazione era sia dolicocefala che brachicefala; e ciò può essere spiegato assumendo che la popolazione proveniente dal Nord &#8211; che paraticava l&#8217;incenerazione dei cadaveri e che perciò non lasciò dietro di sé tracce scheletriche &#8211; si istallò come classe dirigente su degli aborigeni estide-occidentali. Si trattò forse di una qualche stirpe italica che fece da avanguardia alla massiccia penetrazione italica che doveva seguire? Si trattò forse degli oschi (sanniti) e degli umbri? Comunque, i villaggi palafitticoli dell&#8217;alta Italia erano organizzati in modo molto ordinato, come poi lo fu la &#8220;Roma quadrata&#8221;. Ai ponti che portavano sulla terraferma si collegavano figure religiose, che forse diedero luogo alla denominazione di <em>pontifex</em>, poi adottata dalla principale figura religiosa a Roma.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;immigrazione italica massiccia, che poi portò alla fondazione di Roma, venne dopo, &#8220;nell&#8217;età del bronzo&#8221;  La forma delle terrecotte indica una sede primigenia che doveva stare nella Germania centrale; e lo stesso viene indicato da diversi studi linguistici. Secondo Much (2) &#8220;Che gli itali (<em>italici</em>) provenissero da Nord delle Alpi, è una conclusione obbligata quando si considerino le loro relazioni di parentela con i popoli del Nord&#8221;. In ragione della stretta parentela fra l&#8217;italico, il celtico e il germanico, e di quest&#8217;ultimo con il greco, la scienza delle lingue deve obbligatoriamente arrivare alla conclusione che ci fu nella preistoria una zona di contatto fra le popolazioni che parlavano queste lingue (o per lo meno fra i popoli dai quali italici, <a title="Celti" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/celti">celti</a>, ecc. poi derivarono): si pensa che la Boemia o la Moravia possano essere state questa zona di contatto. La migrazione degli italici verso l&#8217;Italia ebbe luogo a partire dal medio Danubio attraverso i passi più bassi delle Alpi orientali.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/la-nascita-di-roma/38" target="_blank"><img class="alignleft size-medium wp-image-4824" style="margin: 10px;" title="la-nascita-di-roma" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/la-nascita-di-roma-194x300.jpg" alt="" width="194" height="300" /></a>Il percorso delle forme culturali italiche è descritto da Schuchhardt: &#8220;Questa cultura si propaga lungo l&#8217;Adriatico, attraversa il medio Appennino e poi segue il Tevere fino a Roma; e a essa corrispondono le sepolture preromulee del Foro. Un altro gruppo si mantenne più a Nord per raggiungere Tarquinia nell&#8217;Etruria meridionale; ma le propaggini culturali italiche si riscontrano anche a Est degli Appennini, fino a Tarante&#8221;. È importante il fatto che questa nuova cultura gira attorno all&#8217;Etruria; ovviamente perché lì c&#8217;erano degli stati consolidati che fecero resistenza. E difatti l&#8217;Etruria era un&#8217;unità culturale antica e consolidata (cfr. cap. 7).</p>
<p style="text-align: justify;">Quando si considera la storia romana nel suo insieme, se ne riceve l&#8217;impressione che le popolazioni nordiche arrivate in Italia &#8211; e che dopo si prepararono a fondare un impero mondiale &#8211; non dovevano essere molto numerose in confronto agli aborigeni non-nordici. Ma le stirpi nordiche (<em>gentes</em>), dotate di una volontà di ferro e di abitudini semplici e guerriere, imposero e mantennero la loro fisionomia romana fino a tempi molto tardi, quando ancora gli uomini appartenenti alla razza creatrice risaltavano come dotati di una durissima capacità di azione. I romani ci appaiono ancora più nordici dei greci, in ragione della loro grande serietà &#8211; le qualità romane della <em>gravitas </em>e <em>virtus </em>- nonché della posizione molto libera della donna. Ancora nei tempi della tarda romanità valeva quanto ha da dire Giuffrida-Ruggieri: &#8220;Nella tranquillità e nella crescita silenziosa del popolo romano, i discendenti delle stirpi nordiche allevarono quegli uomini acuti e capaci di violenza che noi riconosciamo di tempo in tempo nella storia romana&#8221; (1).</p>
<p style="text-align: justify;">Dai tempi semimitici dei re di Roma ci sono tramandati molti degli aspetti caratteristici della lotta dei primi intrusi nordici contro gli etruschi per il dominio dell&#8217;Italia. È lecito supporre che anche gli etruschi, con la scomparsa della loro classe dirigente nordica, avessero perso i loro più validi condottieri. Probabilmente, nel popolo etrusco le componenti estidi e levantine avevano preso sempre più il sopravvento; e gli etruschi degli ultimi tempi rivelavano una sensualità di tipo levantino, venendo altresì descritti dai romani come obesi e pingui. Erano anche additati come esempi di avanzata degenerazione etica.</p>
<p style="text-align: justify;">Le testimonianze storiche più antiche che si abbiano sui romani si riferiscono alle lotte contro le altre stirpi nordiche (umbri, oschi, sanniti, sabelli, sabini) e la loro annessione. Gli umbri, nei quali si ha forse da vedere l&#8217;avanguardia della penetrazione nordica in Italia, avevano già fondato uno stato nella zona dello sbocco del Po.</p>
<p style="text-align: justify;">La prima costituzione romana, come già quella spartana, ci da un&#8217;immagine esatta della stratificazione razziale: i 300 patrizi, che da soli costituivano lo stato romano, corrispondevano alle 300 stirpi latine, che erano quelle dei conquistatori nordici: i plebei, mancanti di ogni diritto politico, erano le popolazioni autoctone, di razza prevalentemente occidentale anche se già misti di estide, dinarico e levantino. Patrizi e plebei, inizialmente, non costituivano una contrapposizione di classi sociali, ma una separazione razziale: i plebei erano i discendenti di genti liguri e iberiche, prevalentemente di razza occidentale. Rimangono delle indicazioni secondo le quali i plebei erano retti da istituzioni matriarcali; mentre i patrizi di razza nordica avevano usi patriarcali, sui quali si insiste in modo particolare nelle loro leggi (<em>patria potestas</em>).</p>
<p style="text-align: justify;">
<div id="attachment_4823" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-4823" title="urna-a-capanna" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/urna-a-capanna.jpg" alt="Urna a capanna da Castel Gandolfo - Montecucco, tomba A. Prima metà del IX sec. a.C. Musei Vaticani" width="300" height="288" /><p class="wp-caption-text">Urna a capanna da Castel Gandolfo - Montecucco, tomba A. Prima metà del IX sec. a.C. Musei Vaticani</p></div>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;educazione alle virtù civiche e le abitudini semplici e guerriere che erano proprie degli antichi romani ricordano sotto molti aspetti le costumanze nordiche pure documentate per l&#8217;Islanda nei secoli X e XI; e perfino nelle espressioni verbali della lingua latina si è trovato molto in comune con quelle usate nelle saghe islandesi. C&#8217;è poca informazione sulla storia delle popolazioni locali preromane; comunque sembra che esse mancassero completamente della dura volontà e del senso di decisione dei romani. I romani biondi non si fidavano delle genti scure: il detto &#8220;Romano, non ti fidare di chi è &#8216;nero&#8217;&#8221; (<em>hic niger est; hunc tu, Romane, caveto!</em>), del quale da notizia Grazio (<em>Saturnali</em>, I, 4, 85) risale probabilmente ai primi tempi della romanità, con le sue contrapposizioni nordico-occidentali. Naturalmente, Grazio non poteva ormai sapere quale fosse l&#8217;origine di questo adagio.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli scopi eugenetici erano raggiunti con l&#8217;uccisione dei nati deformi, comandata dalle legge delle dodici tavole.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma questo sembra che avesse condotto ad abusi; e difatti le leggi romane posteriori tesero a favorire la prolificità, pur senza dimenticare le misure eugenetiche. Ancora Seneca (2) scriveva: &#8220;Noi affoghiamo i deboli e i deformi. Non è la passione, ma la ragione, che ci indica che chi è valido deve essere distinto da chi non lo è&#8221;; ma ai tempi di <a title="Seneca" href="http://www.libriefilm.com/category/autori/lucio-anneo-seneca">Seneca</a> (circa 41 d.C.) sembra che questo fosse più un consiglio che la descrizione di una pratica fattuale. A idee eugenetiche consapevoli arrivarono alcuni romani soltanto quando la denordizzazione e la degenerazione avevano ormai acquisito proporzioni incurabili.</p>
<p style="text-align: justify;">La legge delle dodici tavole, che costituisce il documento primordiale del diritto romano, è il risultato di una regolamentazione giuridica delle relazioni fra patrizi e plebei. Sotto la repubblica ci furono i primi cambiamenti importanti nella stratificazione sociale. Il console P. Valerius Poplicola fece passare leggi mirate ad assicurargli la simpatia della plebe; con la conseguenza che nel senato penetrarono molti arricchiti che non erano di sangue patrizio (510 a.C.). Ci furono lotte fra la due stratificazioni sociali, ci furono dei giovani patrizi che proposero di ristabilire la monarchia, i plebei si ritirarono sul Monte Sacro per costringere lo stato ad accettare le loro pretese, le stirpi patrizie finirono anch&#8217;esse per essere divise da litigi; e finalmente fra patrizi e plebei si arrivò ad accordi di compromesso che però significarono l&#8217;inizio della mescolanza razziale. Nel 445 a.C. la <em>lex Canuleia de connubio </em>rese legali i matrimoni fra patrizi e plebei. Prima, i figli di matrimoni misti appartenevano alla <em>pars deterior</em> o, per usare un&#8217;espressione legale tedesca antica, alla &#8221;<em>argeren Hand</em>&#8221; ['colui che è sottomesso']; e così il sangue della classe superiore era mantenuto puro. In seguito, i figli vennero ad appartenere alla classe del padre; e così il limite fra le razze venne cancellato. E questo, alla lunga, portò anche nella plebe un quantitativo tale di sangue nordico che proprio fra i plebei poterono insorgere famiglie di eccellente mentalità nordica, che ebbero una notevole influenza nella nobiltà burocratica (<em>nobilitas</em>) fino ai tempi delle guerre puniche.</p>
<p style="text-align: justify;">
<div id="attachment_4825" class="wp-caption alignleft" style="width: 275px"><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/marco-porcio-catone"><img class="size-medium wp-image-4825" title="catone" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/catone-265x300.jpg" alt="Marco Porcio Catone (234 a.C. – 149 a.C.) " width="265" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Marco Porcio Catone (234 a.C. – 149 a.C.) </p></div>
<p style="text-align: justify;">Il progressivo cambiamento della costituzione romana può essere riportato ai cambiamenti che seguirono nella stratificazione razziale. Il sangue nordico si inaridiva lentamente; nordici erano soprattutto i guerrieri che combattevano e morivano per la grandezza di Roma; e i funzionari che amministravano le terre conquistate. Il confronto con i <a title="Celti" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/celti">celti</a>, genti nordiche che irrompevano dal Nord, portò a lunghissime guerre nelle quali si scontrarono le rispettive classi dirigenti, nordiche da una parte e dall&#8217;altra. Il sangue nordico si disperse al servizio della patria. Catone fu un genuino romano (morto nel 149 a.C., appartenente all&#8217;alta nobiltà, egli fu maestoso, un grande patriota e un genuino uomo di stato e combattente nordico). Secondo Plutarco (e anche secondo una certa poesia canzonatoria) egli era biondo e aveva gli occhi azzurri; ma è possibile che già ai suoi tempi il tipo nordico non fosse più tanto abbondante, nomi paleoromani, che venivano scelti per indicare i tratti nordici delle persone (come <em>Fulvius</em>, <em>Flavus</em>, <em>Rufus</em>, ecc.) continuarono a essere usati anche dopo, per inerzia, oppure proprio perché nei tempi di decadenza i capelli biondi erano divenuti così rari. È probabile che le guerre civili abbiano contribuito parecchio alla distruzione dello strato nordico, perché in ambedue i campi a cadere erano ogni volta i dirigenti nordici, oppure rimanevano vittime della vendetta dei vincitori. E&#8217; ben noto come Mario, dirigente dello strato plebeo, dopo aver vinto Siila (il duce della nobiltà, che Plutarco ci descrive come biondo dagli occhi azzurri), avesse fatto strangolare moltissimi uomini eminenti della nobiltà; come Silla, più tardi, si fosse vendicato nella stessa sanguinaria maniera contro i dirigenti a lui ostili. I casati nobiliari della Roma antica si estinsero anche perché, sotto la pressione di una alta tassazione, riducevano sempre più la loro discendenza attraverso una limitazione consapevole delle figliolanza. I Fabi si erano dovuti dare una legge privata secondo la quale bisognava obbligatoriamente allevare ogni bambino nato nel loro casato. Ma la malaria, le guerre, le guerre civili, la dissoluzione etica e l&#8217;estensione del potere su tutto il bacino del Mediterraneo e oltre, non potevano se non diluire sempre di più lo strato nordico, soprattutto quando si consideri che non c&#8217;era più alcuna immigrazione nordica. La diminuzione della classe contadina, come conseguenza delle importazioni di grano provenienti dalle colonie, ebbe conseguenze fatali per il nerbo razziale di Roma (come fu molto più tardi il caso dell&#8217;Inghilterra). Sembra che nei paesi di campagna un salutare tipo nordico si sia mantenuto più a lungo che altrove; e perciò la diminuzione della classe contadina comportò una rapida denordizzazione e degenerazione. Eppure, ancora sotto l&#8217;impero, a Roma rimaneva una classe dirigente abbastanza nordica.</p>
<p style="text-align: justify;">La caduta della repubblica coincise con la scomparsa degli ultimi uomini che incarnavano la Roma nordica. La sconfitta di Bruto, di Cassio e dei loro alleati significò il collasso dell&#8217;ideale repubblicano e di quel che rimaneva della nobiltà romana. Avevano assassinato Cesare, capo del &#8220;popolo&#8221;, il che, a quei tempi, significava ormai le classi inferiori urbane. Ma i progetti monarchici di Cesare sopravvissero alla sua morte e trionfarono sugli ideali repubblicani, che non avevano trovato per rappresentarli alcun dirigente valido. Cesare è l&#8217;esempio principe di un uomo dalle immense capacità al servizio della &#8220;vita calante&#8221; di un tempo di decadenza. Egli fu il fondatore dell&#8217;impero romano che, un poco alla volta, come conseguenza della deriva razziale, acquistò i tratti di una monarchia medio-orientale e finì per divenire l&#8217;involucro di lusso di un mondo putrefatto.</p>
<p style="text-align: justify;">Un poco alla volta la nobiltà scomparve dalla vita romana. L&#8217;ultimo a estinguersi fu il casato dei Calpurni, che fino all&#8217;ultimo produsse delle nobili figure (ancora fino alla fine del I secolo d.C.). Gli imperatori non di rado si  vedevano costretti ad accattivarsi il favore del &#8220;popolo&#8221; per mezzo di azioni di violenza contro le persone più nobili che ancora rimanevano. Al posto della contrapposizione razziale arcaica fra patrizi e plebei, ai tempi dell&#8217;impero era intervenuta la contrapposizione fra ricchi e poveri. I vecchi casati rimanevano impoveriti se rifiutavano di entrare nei giri di affari delle grandi città, i quali in tempi imperiali diventarono sempre più scellerati. A partire dal 122 a.C., a fianco della vecchia nobiltà venne accettata anche una &#8216;nobiltà&#8217; del censo, gli <em>equites</em>, maggioritariamente elementi arricchiti provenienti dalle classi inferiori, che già negli ultimi tempi della repubblica eseguivano speculazioni finanziarie e la cui vita privata era particolarmente sensuale. Il loro pessimo esempio fu una delle cause principali della decadenza dei costumi; e le loro manipolazioni finanziarie portarono al logoramento della classe dei liberi &#8211; la classe media romana &#8211; e allo snaturamento etico della classe dei funzionari; al punto che anche Cesare (nella sua <a title="De Bello Gallico" href="http://www.libriefilm.com/la-guerra-gallica/596"><em>De bello gallico</em></a>, I, 39,40) faceva dei commenti sulla loro nefasta influenza. Questi grossi capitalisti comperavano le proprietà terriere e così l&#8217;Italia da terra di contadini passò a essere una di latifondi, mentre grandi estensioni vennero abbandonate (<em>latifundia perdiderunt Italiani</em>).</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/opere-politiche-vol-1/6265" target="_blank"><img class="alignright size-medium wp-image-4819" style="margin: 10px;" title="opere-politiche" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/opere-politiche-187x300.jpg" alt="" width="187" height="300" /></a>La decadenza dell&#8217;Impero Romano, della quale tanto si è parlato, incominciò in Italia. La <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religione</a> romana antica, che imponeva la discendenza, era da tampo dimenticata. L&#8217;importazione di schiavi  portò non poco sangue levantino in una terra già impoverita del suo proprio sangue. Le leggi che tentavano di mettere rimedio alla denatalità non attaccavano il male &#8211; la degenerazione dei costumi &#8211; alla sua radice. Allora come adesso, gli strati sociali con le peggiori caratteristiche genetiche erano i più prolifici: e in quel modo si arrivò alla degenerazione e alla denordizzazione, entrambi fattori che resero gli ultimi tempi di Roma così orrendi. Plinio se ne rese conto, ed elogiava i primi tempi di Roma, quando non c&#8217;era ancora bisogno di medici; ma ormai era troppo tardi per una ripresa. Era il <em>proletarius </em>(da <em>proles </em>= figliolanza) a determinare, con la sua vittoria numerica, le circostanze dell&#8217;impero in rovina. Il sangue delle centinaia di migliaia di schiavi e di liberti procedenti da tutti gli angoli del mondo allora conosciuto aveva fatto dell&#8217;impero romano nient&#8217;altro che una discarica razziale. E l&#8217;eliminazione di tutte le barriere razziali fu sancita giuridicamente dalla concessione della cittadinanza a tutti i cittadini liberi dell&#8217;impero (<em>lex Antoniniana</em>). Questa legge fu promulgata nel 212 d.C. sotto Caracalla, figlio di un africano e di una siriaca (Fig. 238), egli stesso una spaventosa figura di degenerato criminale. Questa estensione del diritto alla cittadinanza &#8220;fu salutata con comprensibile giubilo da tutti i proletari dell&#8217;impero, perché adesso il socialismo accattone del governo romano, la distribuzione di granagle, ecc. arrivavano anche alle plebi di quelle città che, attraverso qualche speciale decreto, non avevano ancora ottenuto la cittadinanza&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">I pochi ancora nobili e consapevoli non potevano se non cercare quella dignità e tranquillità che ancora si potevano conservare in mezzo alla decadenza e al disfacimento generalizzati. Ormai non si poteva intraprendere più niente. Ai migliori fra i romani non rimase se non rivolgersi allo stoicismo, una filosofia diretta al singolo e mirata ad aiutarlo a sopportare un destino opprimente. Lo stoicismo (dovuto a Zenone e a Posidonio), una filosofia della probità, che rifiutava ogni ozioso gioco di parole e insisteva su di una condotta onesta, ma che nel contempo esortava alla tranquillità e alla estraneità dal mondo, probabilmente attrasse quelle genti che ancora in quei tempi di disfacimento avevano una natura nordica e che in mezzo alla dissoluzione dell&#8217;Impero Romano tenevano alla propria dignità. Anche lo scritto di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/marco-tullio-cicerone" target="_blank">Cicerone</a></span> <em>Dei doveri</em> (<em>De officiis</em>), di ispirazione stoica, rivela una natura virile e nordica in quei tempi crepuscolari.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Brani tratti da <a href="../waldnernotaintroduttiva.html"><em>Tipologia  razziale dell’Europa</em></a>, Ghénos, Ferrara 2003.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/la-popolazione-nordica-di-roma-antica.html' addthis:title='La popolazione nordica di Roma antica ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Cavernicoli &#8220;evoluti&#8221;</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Apr 2010 15:27:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giacomo Guarini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Recenti scoperte archeologiche in Israele e in Turchia costringono a retrodatare in misura sostanziale la capacità umana di produrre manufatti]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/cavernicoli-evoluti.html' addthis:title='Cavernicoli &#8220;evoluti&#8221; '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/centrostudilaruna48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Centro Studi La Runa online" /><br/><p style="text-align: justify;">Negli ultimi tre mesi circa, abbiamo assistito ad una serie di notizie circa scoperte destinate a ripensare drasticamente la storia della civiltà umana. Purtroppo nessuna di queste ha avuto il rilievo mediatico che meritava, ma a questi silenzi bisogna essere ben abituati.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-medium wp-image-4561" style="margin: 10px;" title="archeologia" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/archeologia-200x300.jpg" alt="" width="200" height="300" />Il 23 Dicembre, la rivista scientifica on-line &#8220;Science Daily&#8221; dà notizia del rinvenimento di reperti di fattura umana risalenti ad almeno 750.000 anni fa; fra questi numerosi utensili di pietra, ossa di animali e una ricca collezione di resti botanici (1). Sito del ritrovamento è Gesher Benot Yaaqov, a Nord di Israele, nei pressi del Mar Morto. L&#8217;aspetto sconvolgente della notizia è che prima di questa scoperta, gli studiosi erano convinti che comportaamenti sofisticati, come quelli dimostrati dai reperti rinvenuti, si fossero manifestati nell&#8217;uomo solamente 250.000 anni fa. La scoperta, in sostanza, anticipa di mezzo milione di anni alcune caratteristiche tipiche della nostra specie e la cosa crea grave squilibrio giacché, prima di essa, simili comportamenti si ritenevano comparsi con l&#8217;<em>Homo Sapiens </em>(in siti non precedenti i 300.000 anni circa (2)). E così, a &#8220;National Geographic&#8221; non resta che ipotizzare che il sito scoperto sul Mar Morto fosse un insediamento di <em>Homo Erectus </em>(3), di modo da far collimare la scoperta con le attuali ricostruzioni della catena evolutiva umana, anche se nel sito -oltre ai reperti di cui sopra- non è stato ancora rinvenuto alcun resto di ominide (<em>erectus </em>o <em>sapiens </em>che sia).</p>
<p style="text-align: justify;">La seconda notizia risale al 13 Marzo scorso, ed è stata pubblicata su &#8220;Effedieffe&#8221;, la rivista di Maurizio Blondet (4). La scoperta di cui si parla risale al 2008 (5) e riguarda il sito di Gobekli Tepe, nel sud della Turchia, dove sono stati rinvenuti templi di una civiltà antichissima (databile intorno al 9.500 A.C.) e già avanzata. Riferisce &#8220;Custodia della Terra Santa&#8221; che le pietre rinvenute sono state &#8220;lavorate e disposte da un popolo preistorico che non utilizzava ancora utensili in metallo o la lavorazione della ceramica. I megaliti precedono Stonehenge di circa 6.000 anni&#8221; (6). L&#8217;archeologo autore della scoperta, Klaus Schmidt, ha dichiarato: «non possono essere state piccole tribù di raccoglitori. Per intagliare, scolpire (senz’altri strumenti che di pietra) ed innalzare pilastri da sette tonnellate, occorrono centinaia di lavoratori, da alloggiare e nutrire». Egli capovolge il paradigma &#8220;tradizionale&#8221; secondo il quale lo sviluppo dell’agricoltura rese possibili i primi templi e ritiene invece che sia stata proprio l’esigenza di adorare il divino e, quindi, di costruire i templi a raccogliere insieme quegli uomini nel primo santuario-città mai esistito. Insomma, i culti complessi non nascerebbero in seguito a salde aggregazioni umane ma, viceversa, come dice l&#8217;archeologo, è «Il tempio [che] ha dato inizio alla città». Rimando all&#8217;articolo di Blondet per ulteriori particolari molto interessanti (7).</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;ultima scoperta di cui trattare è invece segnalata dal &#8220;New Scientist&#8221; nel 17 Febbraio scorso (8).</p>
<p style="text-align: justify;">Ci si è accorti che i dipinti sulle pareti delle grotte preistoriche di siti francesi (Lascaux e Chevet) sono accompagnati da un codice ricorrente di segni, 25.000 anni prima delle più antiche testimonianze alfabetiche; i segni infatti hanno tra i 13.000 e i 30.000 anni e sono stati quindi perfezionati in un lunghissimo lasso di tempo di quasi 20.000 anni. Inoltre, essi hanno avuto diffusione pressoché globale, visto che segni simili o uguali sono stati rinvenuti in siti locati su tutti e cinque i continenti (9).</p>
<p style="text-align: justify;">E&#8217; importante sottolineare come in quest&#8217;ultimo caso non si sia trattato propriamente di una scoperta ma di una -diciamo così- valorizzazione, nel senso che simili segni erano stati identificati da tempo, ma sempre trascurati in favore delle grandi pitture a soggetto animale che avrebbero &#8220;distratto&#8221; gli studiosi. Non per niente l&#8217;occhiello dell&#8217;articolo del &#8220;New Scientist&#8221; titola &#8220;Come non ci eravamo accorti dell’origine della scrittura&#8221;. Evidentemente, la convinzione che i nostri antenati fossero selvaggi, appena più che animali, porta gli studiosi ad ignorare gli elementi che porterebbero a smentire una simile credenza indotta dal paradigma evolutivo. Vi è un&#8217;ampia casistica di simili &#8220;distrazioni&#8221;, se ne parlerà in seguito.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">1) <a rel="nofollow" href="http://www.sciencedaily.com/releases/2009/12/091222105051.htm">http://www.sciencedaily.com/releases/2009/12/091222105051.htm</a><br />
Qui di seguito, link alla notizia come riportata in Italia da Adnkronos: <a rel="nofollow">http://www.adnkronos.com/IGN/News/Cultura/ARCHEOLOGIA-NEL-MAR-MORTO-SCOPERTI-RESTI-DI-UOMINI-PREISTORICI-MODERNI_4174559542.html</a></p>
<p style="text-align: justify;">2) <a rel="nofollow" href="http://news.nationalgeographic.com/news/2010/01/100112-modern-human-behavior/">http://news.nationalgeographic.com/news/2010/01/100112-modern-human-behavior/</a></p>
<p style="text-align: justify;">3) Ibidem</p>
<p style="text-align: justify;">4) <a rel="nofollow" href="http://www.effedieffe.com/content/view/9771/182/">http://www.effedieffe.com/content/view/9771/182/</a></p>
<p style="text-align: justify;">5) A suo tempo la notizia era stata data da &#8220;Custodia della Terra Santa&#8221;: <a rel="nofollow" href="http://www.custodia.fr/SBF-Taccuino-Gobekli-Tepe-un,4428.html">http://www.custodia.fr/SBF-Taccuino-Gobekli-Tepe-un,4428.html</a></p>
<p style="text-align: justify;">6) Ibidem</p>
<p style="text-align: justify;">7) Fra questi, potrebbe interessarci anche il fatto che siano stati rinvenuti nel sito pochissimi resti umani, elemento molto interessante ma che non è il caso di approfondire in questa sede.</p>
<p style="text-align: justify;">8) <a rel="nofollow" href="http://www.newscientist.com/article/mg20527481.200-the-writing-on-the-cave-wall.html">http://www.newscientist.com/article/mg20527481.200-the-writing-on-the-cave-wall.html</a><br />
Un interessante commento in italiano alla stessa è riportato su &#8220;Effedieffe&#8221;: <a rel="nofollow" href="http://www.effedieffe.com/component/option,com_myblog/show,All-origine-della-scrittura-I-cavernicoli-sapevano-leggere.html/Itemid,272/">http://www.effedieffe.com/component/option,com_myblog/show,All-origine-della-scrittura-I-cavernicoli-sapevano-leggere.html/Itemid,272/</a></p>
<p style="text-align: justify;">9) Vedi cartina allegata ai due articoli segnalati in nota precedente.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/cavernicoli-evoluti.html' addthis:title='Cavernicoli &#8220;evoluti&#8221; ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Afrodisia, la città della bellezza</title>
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		<pubDate>Mon, 29 Mar 2010 15:20:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mario Enzo Migliori</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Reportage storico-archeologico su Afrodisia, antica città della Caria in Asia Minore (odierna Turchia)]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/afrodisia-la-citta-della-bellezza.html' addthis:title='Afrodisia, la città della bellezza '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storia-antica.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Storia antica" /><br/><p style="text-align: justify;"><a href="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/tempio.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-4323" style="margin: 10px;" title="tempio" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/tempio-300x224.jpg" alt="" width="300" height="224" /></a>Una località anatolica legata alla tradizione etrusco-italica, seconda per importanza forse solo all’antica Ilio, che ha negli ultimi decenni manifestato il suo classico splendore è senz’altro Afrodisia (<em>Aphrodisias</em>), meritevole almeno di un viaggio. Come rivela il suo stesso nome, la città è dedicata alla Dea dell’amore e della bellezza, l’etrusca Turan e romana Venere e della quale si ergeva il più celebre santuario.</p>
<p style="text-align: justify;">La città si trova in Caria, regione della quale durante l’Impero Romano diverrà il capoluogo, ma vicinissima ai confini dell’antica Lidia (a nord – ovest) e della Frigia (a nord – est). Divenne pacificamente romana facendo parte del Regno di Pergamo ereditato dalla <em>Res Publica</em> e tramutato nella provincia d’Asia. Le prime attestazioni del nome risalirebbero al II secolo a.C. Secondo lo storico e grammatico Stefano di Bisanzio del sesto secolo d.C. un precedente nome era “Ninoe” che sarebbe derivato da Nino, mitico fondatore dell’impero assiro-babilonese e sposo di Semiramide, re considerato figlio di Belos (oppure Bel, nome divino equivalente al greco Kronos) e conquistatore dell’Asia occidentale fino al Mar Egeo, ovvero dalla dea Nin, la divinità accadica più tardi identificata con Astarte.  E’ bene ricordare che pure il nome di Nino derivava da diversi appellativi accadici dati alla dea mesopotamica<strong> </strong>Ištar (Astarte), Nin, Nina, Nana o ancora Enana, divinità questa associata all’amore e alla guerra.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/stadio.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-4324" style="margin: 10px;" title="stadio" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/stadio-300x224.jpg" alt="" width="300" height="224" /></a>Secondo Claudio De Palma e secondo molti altri studiosi che l’hanno preceduto l’etnico <strong>tirreno</strong> deriva “dal teonimo <strong>turan</strong>, la Dea Madre dei Tirreni, assimilata in età storica alla greca Afrodite”<a href="#_ftn1">[1]</a>. E <strong>tur-an</strong> è interpretato come ‘Colei che dona’, ‘Colei che dona la vita’ avendo presente che si tratta della Madre di tutti gli Dei e di tutti gli esseri viventi.</p>
<p style="text-align: justify;">“Potremmo identificare in Turan la Cibele venerata sul monte Ida nella Troade, protettrice della città che da essa aveva preso il nome: <strong>tarui-sa</strong> in un documento dell’archivio di Hattusa, la stessa Dea, chiamata da Omero Afrodite, che proteggeva Enea, l’eroe che avrebbe trapiantato in suolo italico i Penati della sua città, e l’avrebbe fatta rivivere in un’altra grande città: Roma tirreno-latina”<a href="#_ftn2">[2]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Prima del II secolo a.C. “Afrodisia costituiva essenzialmente un territorio sacro, che comprendeva un santuario con le sue <em>dependances</em>, e le sue terre e contava una popolazione rurale ragionevolmente numerosa”<a href="#_ftn3">[3]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/afrodisia10.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-4336" style="margin: 10px;" title="afrodisia10" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/afrodisia10-300x224.jpg" alt="" width="300" height="224" /></a>Il legame dei Romani con Venere Afrodite tramite suo figlio Enea contribuì non poco alla crescita e prosperità della città di Afrodisia. “Qualsiasi fosse il suo nome originale sia la dea che il suo culto avrebbero dovuto indubbiamente risalire fino alla preistoria. In effetti, dai risultati dei recenti scavi essa risulta che era già abitata fin dal periodo calcolitico; poi essa fu abitata durante l’Età del Bronzo e l’Età del Ferro (4360 – 546 a.C. circa). La prossimità del Meandro (…), dei suoi affluenti e delle pianure ben irrigate, giocarono certamente un ruolo assai importante nelle prime occupazioni della località. Le testimonianze archeologiche portate alla luce nelle due colline di abitazioni artificiali o ‘hoyuk’, l’Acropoli e la collina di Pekmez, situate nella parte sud-est della località, ci suggeriscono l’esistenza di uno o due piccoli villaggi (&#8230;). Le abbondanti collezioni di ceramica, di oggetti vari e di altro materiale archeologico rilevano l’esistenza di contatti tra Afrodisia e le altre città preistoriche limitrofe dell’Anatolia quali Hacilar, Beycesultan, Kum tepe, Kusura e Troia. Molti piccoli ‘idoli’ di pietra portati alla luce dai diversi strati possono pure essere considerati come le prime rappresentazioni della divinità il cui culto, successivamente, avrebbe dovuto dare la nascita alla località”<a href="#_ftn4">[4]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Secondo lo storico Appiano di Alessandria, a seguito di un responso dell&#8217;oracolo delfico, durante le guerre mitridatiche il dittatore Silla inviò nell&#8217;82 a.C. al santuario di Afrodite una corona e una doppia ascia d&#8217;oro, che furono più tardi raffigurate sulle emissioni monetali.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/afrodisia11.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-4337" style="margin: 10px;" title="afrodisia11" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/afrodisia11-300x224.jpg" alt="" width="300" height="224" /></a>Lo sviluppo della città si ebbe soprattutto in epoca romana imperiale. Numerose le iscrizioni scoperte durante i recenti scavi ad Afrodisia. Una di esse menziona una statua di Eros in oro dedicata ad Afrodite da parte di Giulio Cesare. Da questa iscrizione e dalle altre informazioni si deduce che Cesare avesse reso omaggio alla Dea e, forse anche, sia venuto a renderle omaggio “in loco”<a href="#_ftn5">[5]</a>. Sembra che fosse stata saccheggiata da Labieno, uno dei partigiani dei suoi assassini, per punire la sua lealtà verso Ottaviano e Antonio. In compenso le fu riconosciuta l&#8217;autonomia da Augusto, confermata più tardi da Tiberio, e furono edificati importanti monumenti pubblici. Durante tutto l&#8217;impero romano rimase centro importante, sia per la presenza del santuario che come centro di produzione artistica legato alle vicine cave di marmo. Fu inoltre un apprezzato centro culturale e vi nacquero il filosofo Alessandro di Afrodisia e lo scrittore Caritone.</p>
<p style="text-align: justify;">Con l’imporsi della nuova <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religione</a> divenne sede del vescovo di Caria e l&#8217;antico santuario di Afrodite fu trasformato in chiesa cattedrale. Fu tentato il cambiamento del nome della città in <em>Stavrapolis</em> (&#8220;città della croce&#8221;) evidentemente con scarso successo se le autorità bizantine dovettero infine, persistendo l’uso del nome Afrodisia, adattarsi a chiamarla ufficialmente col nome della regione di cui era capoluogo: Caria.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/afrodisia1.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-4338" style="margin: 10px;" title="afrodisia" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/afrodisia1-225x300.jpg" alt="" width="225" height="300" /></a>A seguito di calamità naturali e delle invasioni, patite anche dal residuo Impero Romano nella sua parte orientale negli anni intorno al 600 d.C., “grandi città come Corinto, Atene, Efeso ed Afrodisia (…) si ridussero a una frazione delle dimensioni di una volta – i recenti scavi condotti ad Afrodisia fanno pensare che la maggior parte della città fosse diventata agli inizi del VII secolo una città fantasma, popolata soltanto dalle sue statue di marmo”<a href="#_ftn6">[6]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">I danni continuarono per le guerre sotto il dominio dei Selgiuchidi tra l&#8217;XI e il XIII secolo e fu infine abbandonata. Sulle antiche rovine poi s’insediò un villaggio turco che riprese il nome bizantino &#8220;Caria&#8221; alterandolo in &#8220;Geyre&#8221;. Degli scavi archeologici passati mi piace ricordare quelli della missione italiana guidata da Giulio Jacopi (1927-37) che, tra l’altro, portò alla luce un portico dedicato all’imperatore Tiberio, interrotti per l’aggravarsi della situazione internazionale. Conseguentemente a questi scavi nel 1943 Maria F. Squarciapino pubblicò uno studio di un’estrema importanza. “In effetti, Maria Squarciapino, che raccolse e analizzò tutte le testimonianze relative agli scultori di Afrodisia, fu la prima a riconoscere il talento creativo degli artisti della Caria e il loro contributo alla scultura greco-Romana; precedentemente, gli scultori di Afrodisia erano considerati, da parte degli storici dell’arte, come dei semplici copisti di modelli della scultura greca ed ellenistica”<a href="#_ftn7">[7]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/afrodisia21.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-4339" style="margin: 10px;" title="afrodisia2" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/afrodisia21-225x300.jpg" alt="" width="225" height="300" /></a>Grazie a questi studi e alla decisione delle autorità turche di trasferire il villaggio di Geyre (1956 in conseguenza di un grave sisma) furono intraprese le attuali campagne di scavi sotto l’egida dell’Università di New York dirette dal 1961 al 1990 da Kenan Tevfik Erim.</p>
<p style="text-align: justify;">Adesso il turista può ammirare ad Afrodisia i resti del Tempio dedicato alla Dea Afrodite la cui costruzione fu terminata sotto il principato di Augusto<a href="#_ftn8">[8]</a>. Mentre nel Museo della città è conservata la statua identificata come quella dedicata al culto della Dea che ricorda l’Artemide del santuario di Efeso. A est del Tempio si trova uno dei monumenti più originali di Afrodisia il <em>Tetrapylon</em>; consistente in quattro file di quattro colonne sormontate da una ricca trabeazione, il cui frontone è sontuosamente decorato di esuberanti rilievi rappresentanti Amore e le Vittorie<a href="#_ftn9">[9]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/afrodisia31.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-4340" style="margin: 10px;" title="afrodisia3" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/afrodisia31-225x300.jpg" alt="" width="225" height="300" /></a>A sud del Tempio nel 1962 furono scoperti i resti dell’Odeon: una bellissima cavea. Utilizzato non solo per concerti ma anche per conferenze e riunioni cittadine. Mentre a nord si trova un altro monumento degno di nota che realizza un connubio tra arte ellenica e romana, lo Stadio, rappresentando “incontestabilmente la struttura del suo genere meglio conservata del bacino del mediterraneo. Lungo circa 262 e largo 59 metri, con due estremità semicircolari, esso poteva contenere circa 30.000 spettatori. L’aspetto insolito incurvato sui lunghi lati, gli danno una forma leggermente ellittica; circostanza questa che permetteva agli spettatori di poter vedere le due estremità dello stadio senza dar noia gli uni agli altri”<a href="#_ftn10">[10]</a>. Le mura della città, costruite solo dopo l’invasione dei Goti (260), racchiudono anche l’Agorà, il Portico di Tiberio, le Terme di Adriano e un bellissimo Teatro adagiato sul lato orientale dell’Acropoli. Quest’ultima ha restituito almeno sette strati di occupazione identificati in differenti fasi dall’età del bronzo all’età del ferro. Certamente il più significativo monumento di Afrodisia è il <em>Sebasteion</em> consacrato al culto dell’imperatore Augusto (<em>Sebastos</em> in greco) dei suoi successori della dinastia giulio-claudia e della Dea Afrodite dalla quale discendevano. Costituito da due lunghi portici paralleli, separati da un viale processionale, terminanti con una porta monumentale.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/afrodisia41.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-4341" style="margin: 10px;" title="afrodisia4" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/afrodisia41-225x300.jpg" alt="" width="225" height="300" /></a>Scoperto durante gli scavi del 1979, mi piace riportare la descrizione di chi li diresse: “I due portici presentavano delle facciate che rassomigliavano nella disposizione una costruzione di scena teatrale. Le semicolonne erano sovrapposte su tre piani: di ordine dorico al pianoterra, esse erano sormontate di semicolonne di ordine ionico, sopra le quali si trovava un rango di semicolonne di ordine corinzio di taglia ancora più ridotta”.</p>
<p style="text-align: justify;">“Una quantità di larghi pannelli decorativi scolpiti in rilievo furono scoperti all’esterno e all’interno di questi portici durante gli scavi. Tutti erano visibilmente destinati a inserirsi tra i colonnati dei livelli superiori”.</p>
<p style="text-align: justify;">“Nel portico Sud, il secondo piano implicava dei bassorilievi che rappresentavano delle scene mitologiche come la nascita di Eros, di Apollo a Delfi, di Bellerofonte e Pegaso, di Leda e il Cigno o Nissa e Dionisio bambino per citarne alcuni”.</p>
<p style="text-align: justify;">“Per contro gli incolonnamenti superiori erano ornati di rilievi rappresentanti imperatori e principi tra i quali si possono riconoscere Augusto, Germanico, Lucio e Gaio Cesare, Claudio e Agrippina come pure la liberazione di Prometeo da Ercole, Enea mentre fugge da Troia o Ares, dio della guerra. Due dei rilievi tra i più interessanti di questo gruppo meritano una menzione speciale: l’uno mostra Claudio conquistatore della Bretagna (l’Inghilterra), rappresentata come una Amazzone e l’altra Nerone che impugna una allegoria dell’Armenia. Tutti questi personaggi erano debitamente identificati da delle iscrizioni incise su uno zoccolo separato. Sfortunatamente il portico Nord del Sebasteion fu gravemente danneggiato da un terremoto  [...] avuto luogo il quarto secolo e successivamente ancora rovinato dal sisma del settimo secolo”.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/afrodisia51.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-4342" style="margin: 10px;" title="afrodisia5" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/afrodisia51-225x300.jpg" alt="" width="225" height="300" /></a>“Di conseguenza molti dei bassorilievi che decoravano l’intercolonnato sparirono. Tuttavia molti dei rilievi ritrovati dimostrano che le personificazioni dei diversi popoli conquistati da Augusto erano qui rappresentati. Questi pannelli erano posti su delle basi separate, scolpite a ‘falsa apparenza’ decorate di maschere di Satiri o del Dio Pan e che portano delle iscrizioni che identificano i popoli in questione come ad esempio i Bessi, i Daci, gli Egizi, i Giudei ecc. Il piano superiore sembra essere decorato di rilievi con figure cosmiche”<a href="#_ftn11">[11]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">I due portici furono dedicati alla città da due distinte famiglie sotto il regno di Claudio e di Nerone come indicato dalle testimonianze epigrafiche. Gran parte dei bassorilievi è ora visibile nella Sala Sevgi Gönül adiacente al Museo di Afrodisia<a href="#_ftn12">[12]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Afrodisia a buon diritto appartiene alla nostra <em>religio</em> e alla nostra cultura e della quale è bene riappropriarsi<a href="#_ftn13">[13]</a>. E se Parigi valeva una messa Afrodisia da sola merita almeno un viaggio in Anatolia.</p>
<p>* * *</p>
<p>[Foto dell’Autore per le quali si riserva ogni diritto © 2009 - Pubblicato in: <em>"Pietas"</em>,  I, 2, Dicembre 2009, pp. 34-39].</p>
<p><strong>Note</strong></p>
<hr style="text-align: justify;" size="1" />
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref1">[1]</a> Claudio De Palma, <em>Il paese dei Tirreni.</em> <em>Śerona toveronarom</em>, Olschki Editore, Firenze 2003, p. 102.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref2">[2]</a> <em>Ibidem</em>, p. 103.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref3">[3]</a> Kenan T. Erim, <em>Afrodisias</em>, Net Books, Turchia 2008, p. 10.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref4">[4]</a> <em>Ibidem</em>, pp. 10-11.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref5">[5]</a> Cfr. <em>Id</em>. p. 11.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref6">[6]</a> Bryan Ward-Perkins, <a title="La caduta di Roma e la fine della civiltà" href="http://www.libriefilm.com/la-caduta-di-roma-e-la-fine-della-civilta/7046"><em>La caduta di Roma e la fine della civiltà</em></a>, Laterza, Roma &#8211; Bari 2009, p. 152.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref7">[7]</a> Kenan T. Erim, <em>op. cit.</em>, p. 7.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref8">[8]</a> Cfr. <em>Id</em>., pp. 16-21.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref9">[9]</a> Cfr. <em>Id</em>., pp. 22-23.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref10">[10]</a> <em>Id</em>., p. 27.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref11">[11]</a> <em>Id</em>., pp. 52-56 (con lievi correzioni).</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref12">[12]</a> Sui bassorilievi vedi <em>Afrodisyas Sebasteion, Sevgi</em><em> Gönül Salonu</em>, YKY, Istanbul 2008, pp. 144 (bilingue: turco e inglese, riccamente illustrato con foto b/n di Mesut Ilgim).</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref13">[13]</a> A scanso di equivoci non sto incitando ad alcuna guerra di riconquista.</p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>La preistoria secondo le teorie di Herman Wirth</title>
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		<comments>http://www.centrostudilaruna.it/la-preistoria-secondo-le-teorie-di-herman-wirth.html#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 17 Nov 2009 10:03:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Zagni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli sul tema indoeuropeo in generale]]></category>
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		<description><![CDATA[Una breve panoramica sulla personalità e le idee dello studioso di preistoria tedesco-olandese Herman Wirth, autore di Der Aufgang der Menschheit]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/la-preistoria-secondo-le-teorie-di-herman-wirth.html' addthis:title='La preistoria secondo le teorie di Herman Wirth '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/labrys.png" width="48" height="48" alt="" title="Indoeuropei" /><br/><p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/la-crociata-di-himmler-2/4638" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-3263" style="margin: 10px;" title="crociata" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/crociata.jpg" alt="crociata" width="200" height="307" /></a>Con particolare         interesse analizzeremo ora le vicende legate alla vita e agli studi del         professor <a title="Herman Wirth" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/hermann-wirth/">Herman Felix Wirth</a> (1885-1981), co-fondatore insieme con         Heinrich Himmler dell&#8217;<em>Ahnenerbe</em>, nonché primo presidente della stessa         fino al suo inesorabile allontanamento avvenuto nel 1937-&#8217;38.</p>
<p style="text-align: justify;">In effetti, si decise         definitivamente di scrivere questo saggio dopo che ci eravamo accorti         che parte delle teorie descritte nel nostro primo lavoro <em>L&#8217;Impero         Amazzonico</em>, collimavano in linea di massima con quelle esposte molti         anni fa da Wirth stesso, o meglio non si poteva far altro che risalire         anche alle ricerche di <a title="Herman Wirth" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/hermann-wirth/">Wirth</a> (e di altri studiosi, tra i quali Tilak ed         <a title="Evola" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/julius-evola">Evola</a>) per completare il quadro delle nostre ipotesi.</p>
<p style="text-align: justify;">Chi scrive, appassionato della preistoria del Sud America, aveva infatti         considerato la possibilità di una antica migrazione di uomini         Cro-Magnon Atlantico-Europei nel continente americano durante l&#8217;ultima         Era glaciale di Wisconsin-Wurm, una migrazione indipendente, e forse         precedente, da quella Sapiens &#8220;asiatica&#8221; proveniente dallo         Stretto di Bering, perciò ci si imbatté logicamente nella scuola di         pensiero di tutto un &#8220;corpus&#8221; di studiosi tradizionalisti, per         arrivare infine anche a Wirth. Per inciso, ci teniamo a rilevare subito che la portata delle sue teorie         sono ancora oggi quanto mai oggetto di polemiche tra le opposte fazioni         dei suoi estimatori e detrattori.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/il-piano-occulto/2978" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-3264" style="margin: 10px;" title="piano-occulto" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/piano-occulto.jpg" alt="piano-occulto" width="200" height="294" /></a>Anticipiamo         anche che i temi &#8220;wirthiani&#8221; saranno ripresi nella parte         conclusiva del presente saggio dove anche noi non ci sottrarremo nel         dire la nostra su tutta una serie di tematiche affrontate nel corso         della presente esposizione. Da tutto quello che abbiamo letto in merito         a questo ricercatore, una cosa possiamo subito dire: era senz&#8217;altro un         personaggio geniale ma eccentrico e, come sempre accade, in perenne         contrasto con le personalità degli altri studiosi suoi coevi. Vogliamo solo ricordare che quando Rudolf Mund, ultimo presidente dell&#8217;ONT         morto nel 1985, lo contattò per avere notizie di prima mano in merito         alla figura di Karl Maria Wiligut, Wirth si irrigidì moltissimo         sostenendo che &#8220;<em>quel famigerato truffatore doveva essere         assolutamente dimenticato</em>&#8220;.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma probabilmente, questo francamente esagerato giudizio negativo         derivava non tanto da screzi personali ma dal fatto che Wirth si era         sempre considerato uno &#8220;scienziato&#8221; nel senso più completo         del termine, mentre gli studi di Wiligut non sarebbero mai potuto essere         da lui considerati come tali. Invece Himmler aveva sempre preso in forte         considerazione scientifica le idee di entrambi. Ma, a questo punto, che dire di         questo tenace studioso tedesco-olandese (era nato a Utrecht)?</p>
<p style="text-align: justify;">Già         dalla fine degli anni &#8217;20, naturalizzato tedesco, dopo la pubblicazione         di uno dei suoi saggi più famosi, <em>Der Aufgang der Menschheit</em> &#8211;         L&#8217;Ascesa dell&#8217;Umanità -, in complementarietà con altre pubblicazioni e         conferenze, Wirth aveva cominciato lentamente a far presa su una certa         parte della cultura giovanile tedesca.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/il-terzo-reich-e-il-sogno-di-atlantide/2253" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-3265" style="margin: 10px;" title="terzo-reich-atlantide" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/terzo-reich-atlantide.jpg" alt="terzo-reich-atlantide" width="200" height="312" /></a> Non dobbiamo dimenticare infatti, che proprio in questo periodo avvenne         l&#8217;incontro con il giovane Wolfram Sievers, il quale abbandonò la sua         attività di commerciante di libri e divenne suo fidato assistente. Wirth voleva soprattutto che le sue ricerche facessero presa sulla         gente, anche sulle persone più comuni, e si batteva contro la         burocrazia tedesca per far sì di ottenere sempre la possibilità di         illustrare i risultati delle sue ricerche anche all&#8217;aperto, di fronte al         pubblico, sotto un semplice tendone da circo.</p>
<p style="text-align: justify;"><a title="Julius Evola" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/julius-evola">Julius         Evola</a>, già nel 1930, ha ben presente il pensiero di Wirth e riesce ad         esprimerlo compiutamente in poche righe qui riportate: &#8220;<em>Il         Wirth, in un&#8217;opera ponderosa e molto discussa&#8230; ha sostenuto che per         spiegare una quantità di convergenze e di corrispondenze di <a title="simboli" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simboli</a>,         dati antropologici e filologici, ecc., è necessario ammettere         l&#8217;esistenza di una razza nordico primordiale, che verso l&#8217;Età della         Pietra dalle regioni artiche si sarebbe spostata verso il sud, dando         luogo alle forme più alte di una civilizzazione di tipo cosmico-solare</em>&#8220;.</p>
<p style="text-align: justify;">Come         possiamo vedere, l&#8217;influenza sul pensiero di Wirth da parte dell&#8217;opera         dell&#8217;indiano Tilak, era stata fondamentale: sull&#8217;origine         &#8220;polare&#8221; o in ogni caso Nord Europea dei bianchi ariani, si         trovavano dunque in sintonia diversi studiosi nel mondo, <a title="Evola" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/julius-evola">Evola</a> compreso,         il quale però considerava l&#8217;insieme delle fonti Tradizionali tramandate         segretamente, per via iniziatica, come un elemento di prova addirittura         superiore agli elementi circostanziali e scientifici riscontrati dal         Wirth nelle sue ricerche.</p>
<p style="text-align: justify;">Abbiamo così, secondo Wirth, una dimora polare, <a title="Patria primitiva della razza nordica" href="http://www.centrostudilaruna.it/wirth.html">patria primitiva della         razza nordica</a>, che aveva sviluppato una sorta di civiltà da &#8220;Età         dell&#8217;Oro&#8221; (corrisponderebbe, secondo le ultime ricerche, ad un         periodo interglaciale &#8220;caldo&#8221; collocabile tra il 40.000 ed il         28.000 a.C.). Qui Wirth riportava una grande quantità di dati geologici, climatici e         botanici veramente impressionanti, dimostrando come allora, tra i 70 e         gli 80 gradi di latitudine Nord, vi era una temperatura media annua         paragonabile ad un clima temperato (sui 10 gradi centigradi, contro i 20         sotto zero attuali a quelle latitudini) e che questo territorio aveva         incluso anche l&#8217;Islanda, la Groenlandia e le Isole Spitzbergen.</p>
<p style="text-align: justify;">Era l&#8217;Atlantide polare, Thule, la sacra dimora della prima umanità.</p>
<p style="text-align: justify;">Umanità che quindi, secondo Wirth, era nata in un periodo         &#8220;Terziario&#8221;, molto prima dell&#8217;arrivo di una fortissima         glaciazione (dal 28.000 a.C. &#8211; ultima fase del Wurm) che aveva di         conseguenza costretto gli abitanti di questo Eden Polare a migrare verso         Sud, per costituire più tardi l&#8217;Atlantide platoniana che tutti         conosciamo (dal 15.000 al 9.000 circa a.C.). La         fine del Wurm, l&#8217;innalzamento repentino dei mari, insieme con altre         catastrofi naturali (il Diluvio Universale) aveva costretto i superstiti         dell&#8217;Atlantide ariana ad una diaspora in Europa, Asia, Africa         nordoccidentale ed America.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo, in sostanza, il pensiero di Herman Wirth.</p>
<p style="text-align: justify;">Come si può facilmente comprendere, l&#8217;essenza delle teorie di Wirth         riscosse allora il favore dei nazionalsocialisti, chiaramente perché         secondo questa storia alternativa dell&#8217;<em>Homo Sapiens Sapiens</em>, la parte         del leone la faceva la razza primigenia nordico-aria e di conseguenza i         suoi discendenti, i popoli germanici. Anche con il favore dei nazisti, in ogni caso, Wirth non aveva certo         vita facile.</p>
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		<title>Rapporti storico-archeologici tra l&#8217;Etiopia e l&#8217;Egitto (fino alla fine dell&#8217;età axumita)</title>
		<link>http://www.centrostudilaruna.it/rapporti-storico-archeologici-tra-letiopia-e-legitto-fino-alla-fine-delleta-axumita.html</link>
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		<pubDate>Thu, 10 Sep 2009 14:51:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandra Faleri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Uno studio storico-archeologico sui rapporti economici, culturali ed etnici tra l'antico Egitto e l'Etiopia]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/rapporti-storico-archeologici-tra-letiopia-e-legitto-fino-alla-fine-delleta-axumita.html' addthis:title='Rapporti storico-archeologici tra l&#8217;Etiopia e l&#8217;Egitto (fino alla fine dell&#8217;età axumita) '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storia-antica.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Storia antica" /><br/><p style="text-align: justify;">Come tutti ben sappiamo l’elemento geografico che accomuna l’Etiopia e l’Egitto  è il Nilo, il quale è il più lungo e il più importante dei fiumi Africani e il primo al mondo per la lunga  distanza  dalle sorgenti, circa 3800 chilometri.</p>
<p style="text-align: justify;">Il suo bacino è inferiore a quello di molti altri fiumi.  Ha una doppia origine: un ramo è il Nilo Bianco che trae alimento dalla regione climatica in cui scorre, la quale ha   abbondanti piogge distribuite  sopratutto in due stagioni dell’anno. Il suo corso superiore, che si origina negli altipiani dell’alta Africa,  ha vastissimi bacini lacustri  seguiti da una zona paludosa che conferisce il colore lattiginoso da cui prende appunto il nome  di Nilo Bianco. In questo tratto il Nilo riceve a destra l’affluente Sobat, quest’ultimo ha una portata quasi uguale a quella del Nilo e drena con il suo complesso sistema di  affluenti le pendici occidentali etiopiche.</p>
<p style="text-align: justify;">Le perdite subite nella zona paludosa del Bahr el Gazzal e la mancanza  di affluenti in questa zona comprometterebbero l’esistenza del fiume nel lunghissimo tratto del medio e del basso corso se a Karthum non ricevesse da destra il ricco tributo del Nilo Azzurro o Abbai, il quale nasce dai monti dell’Agaumede. Dopo di che il Nilo scorre senza affluenti fino ad arrivare in Egitto.</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong><a href="http://www.libriefilm.com/faraoni-neri/5745" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-2707" style="margin: 10px;" title="faraoni-neri" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/faraoni-neri.jpg" alt="faraoni-neri" width="200" height="305" /></a>Il regno di Meroe</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;">Nel quarto secolo il paese di Kush a est del Nilo tra la quinta e la sesta cataratta   era composto da alcune piccole città come Naga  le quali insieme alla città reale di Meroe erano attivi centri di commercio con l’Egitto , il mar Rosso e l’ Africa;  le merci di scambio erano varie come avorio, oro, pietre preziose, elefanti e altro. Le vie carovaniere erano indirizzate anche  verso l’ oriente. Tutto ciò contribuiva con grande importanza all’attività industriale della città.</p>
<p style="text-align: justify;">Le origini dell’insediamento a Meroe  risalgono al VI sec. a.C. quando più a nord di Napata sulla curva del Nilo ai piedi di Djbel-barkal i principi nubiani gettarono le basi di un grande impero cuscita che andò a dominare l’Egitto proprio con la presa di Tebe tramite gli Assiri nel 633 a.C. Nel sesto secolo  Meroe diventa il centro politico del regno che si darà il nome di Kush il quale è designato come Nubia.</p>
<p style="text-align: justify;">Le ricerche archeologiche mostrano che occupava una vasta porzione di territorio nella zona nubiana. I palazzi, i templi, le piramidi furono costruite in un tempo  lungo e possiamo notare come i templi sono stati dedicati agli dei egiziani Amon e Iside  e al dio Nubiano Apedemak. I rilievi sono in gran parte usati per decorare i muri  di questi edifici e rappresentano statue di grandi dimensioni. Essi offrono una caratteristica dell’arte meroitica originale anche se ancora fortemente impregnata dell’influenza dell’Egitto faraonico. Anche le piramidi furono costruite   in pietra  come ad esempio a Napata. Non solo nell’arte ma anche negli oggetti di uso quotidiano e di bigiotteria si riscontrano  questi contatti con l’Egitto.</p>
<p style="text-align: justify;">Possediamo poche informazioni sugli ultimi secoli di Meroe dal I al III secolo; la sua potenza scese gradatamente  e il commercio sul quale si basava l’economia precipita con le vie carovaniere.</p>
<p style="text-align: justify;">L’archeologia infatti constata che a partire dal II secolo le piramidi  si rimpiccioliscono e vengano rimpiazzate  da semplici dispositivi funerari. Dentro le tombe gli articoli d’ importazione sono sempre di minor numero. Questa penuria attesta che Meroe poco a poco riduce le sue relazioni con il mondo esterno e aumentano anche le incursioni come i popoli Noba, i quali sembra che nel IV secolo si appropriarono del regno di Kush.</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Contatti fra l&#8217;Egitto e l&#8217;Africa a sud di Meroe</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;">Purtroppo le ricerche archeologiche non hanno dato risultati evidenti dei contatti fra l’Egitto e l’Africa a sud di Meroe. Perciò le teorie esposte più avanti sono basate su delle ipotesi e devono essere considerate come una prima evidenza dando loro il giusto peso.</p>
<p style="text-align: justify;">Pochi anni fa si è parlato della scoperta di oggetti egiziani nel cuore del continente africano: statuette di Osiride datate a partire dal XVII sec. trovate nello Zaire sulla banchina del fiume Lualaba, vicino alla confluenza del Kalmengongo; statuette inscritte con le cartucce di Thutmosi III (1490-1468) trovate a sud dello Zambesi. Non avendo riscontri oggettivi possiamo asserire che nei tempi antichi non esistevano relazioni tangibili tra l’Egitto e il resto dell’Africa del sud. Abbiamo però influenze di tipo simbolico come quelle mostrateci da E. Meyerowitz, la quale ci illustra come gli Acan hanno adottato l’avvoltoio come <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbolo</a> della loro creazione e questa è una prova dell’influenza egiziana. Un altro esempio è il culto del serpente, infatti anch’esso fu in un primo tempo riconosciuto di origine egiziana nonostante la segretezza dei loro culti.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/abu-simbel-assuan-e-i-templi-della-nubia/5742" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-2708" style="margin: 10px;" title="abu-simbel" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/abu-simbel.jpg" alt="abu-simbel" width="200" height="264" /></a>La civiltà egiziana si è sicuramente sviluppata in modo autonomo e distaccato dalle altre popolazioni limitrofe o periferiche pur facendo parte del medesimo bacino geografico, creando così una discrepanza cronologica e tecnologica fra le parti. In Africa lo sviluppo si trova solo in alcune parti mentre la cultura Egiziana è itinerante da est verso sud. Culturalmente l’Egitto faraonico e quindi il nord è totalmente estraneo ai suoi popoli vicini, infatti secondo teorie antropologiche esistono  profonde differenze tra la vita degli egiziani e quella dei loro vicini.</p>
<p style="text-align: justify;">È importante considerare le ragioni per cui era adoperata una certa scrittura e c’erano alcuni elementi di coesione culturale e sociale nella valle del Nilo. Le risposte a ciò sono molteplici per esempio di tipo biologiche naturali o spirituali o politiche sociali.</p>
<p style="text-align: justify;">Il simposio del Cairo nel 1974 ammise  che la cultura e l’etnia egizia durò 3000 anni con i faraoni come Re. La parte sottostante della valle del Nilo era stata popolata per trenta secoli tramite infiltrazioni o migrazioni dalle varie periferie. Quindi vivevano a stretto contatto con le frontiere dell’Egitto, anche perchè la valle del Nilo provvedeva a dare uomini e cibo al faraone. Salvo questo legame altri sono riscontrabili solo nella classe sociale più alta o sottoforma di tributi alla civiltà egizia in segno di sottomissione. Di conseguenza le affinità sono dettate dalla dittatura egizia.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto ciò porta alla conclusione  che la civiltà egizia con grossa probabilità ha influenzato la civiltà Africana, anche se gli elementi di unione sono poco riconosciuti e il contatto non è reciproco e dura circa 5000 anni in modo discontinuo; sarebbe interessante sapere quando inizia e come si evolve in modo preciso.</p>
<p style="text-align: justify;">Un altro quesito è il modo in cui i testi e la tecnologia riuscivano a circolare. La risposta è sicuramente generica dato che i modi di trasmissione possono essere molteplici, nessuno escluso. L’Africa conosce direttamente o indirettamente gli egiziani e come già detto abbiamo poche prove al riguardo, mentre sono ben documentati i meccanismi fra gli Egizi e le popolazioni Cuscitiche e Libiche. I contatti tra l’Egitto e l’Africa sono anche resi più difficoltosi dalle cause naturali come l’alto Nilo e il deserto del Sahara. Un altro fattore di uguale importanza era la sofisticata organizzazione politica e militare, la quale ha un creato un impero egemone simile a quello degli Assiri o quello degli Ittiti. Così era assicurato un territorio integro con un grosso potere di controllo sulle entrate e le uscite di ogni genere. La popolazione era distribuita in modo non uniforme: infatti c’erano zone impopolate  e zone ad alta densità, nelle coste del mar Rosso, nell’Africa centrale e lungo la valle del Nilo. Comunque anche il deserto era parzialmente abitato, sopratutto nelle oasi di proprietà egizia.</p>
<p style="text-align: justify;">Alcuni documenti ci indicano conquiste soprattutto nel periodo del nuovo regno con la Nubia e con il paese di Punt. Si espansero anche dopo il terzo periodo   intermedio e durante il domino persiano l’Egitto riuscì ugualmente ad avere contatti con il mar Rosso. Ulteriore prova di tali avvenimenti si ritrova anche nei toponimi  africani di origine egizia. Le relazioni con le varie regioni dell’Africa nella loro peculiarità vengono comunque mantenute fino alla fine del nuovo regno.</p>
<p style="text-align: justify;">Con il nome di Etiopia erano designate dagli Egizi e dagli altri popoli mediterranei le terre poste a sud della terza cataratta del Nilo; Etiopi erano di conseguenza sia gli abitanti del paese di Kush sia quelli dell’odierno Sudan orientale sia quelli dell’altopiano etiopico. Tuttavia erano note le differenze di razza   e di civiltà dei vari popoli; si sapeva che esistevano “paesi e popoli diversi abitati da Africani e da orientali” (Omero) e che le genti presentavano tipici caratteri Etiopidi, secondo Erodoto uomini dai capelli crespi. Già ai tempi di Salomone esistevano scambi commerciali con le genti stanziate sull’altopiano etiopico, scambi mediati dai Sabei, e l’Egitto per di più aveva collocato gli scali lungo tutte le coste dell’Eritrea e della Somalia attuali.</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Rapporti di tipo archeologico</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;">Per quanto riguarda i rapporti archeologico veri e propri fra l’Etiopia e l’Egitto,  non avendo a disposizione elementi che ci permettono di avere una visione generale di tali influenze, ci dirigiamo nel particolare e come esempio prendiamo di seguito due reperti simbolici per queste due civiltà: la sfinge per quanto riguarda il periodo pre-Axumita in Etiopia e le stele per quanto concerne il periodo Axumita.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Le sfingi</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Tagliate nella roccia e modellate nella terra questi animali sono numerosi ad Hawlti, sicuramente usati come ex-voto, inoltre nell’ambito dell’archeologia pre-axumita un posto particolare viene riservato alle sfingi.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/i-misteri-degli-egiziani/5743" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-2709" style="margin: 10px;" title="misteri-egiziani" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/misteri-egiziani.jpg" alt="misteri-egiziani" width="200" height="337" /></a> Esse sono di dimensioni ridotte . La più antica è stata trovata in Eritrea ed è stata circa 40 anni in un sito dell’ Akkeleè- Gouzay ad est di Kakasè. Questo sito non è mai stato oggetto di ricerche metodiche; venne infatti scoperto dagli abitanti del luogo e la sfinge venne chiamata Addi- keramateu. L’oggetto in questione è in pietra e misura 24 cm di altezza, il collo è adornato con un doppio <em>collier </em>di pendenti e i capelli sono acconciati con delle trecce. Il trattamento del viso richiama le statue di Hawalti e di Addi – Gelemo,  un listello inquadra gli occhi sporgenti. È conservata al museo di Asmara insieme ad un leone acefalo proveniente anch’esso dall’Eritrea.</p>
<p style="text-align: justify;">È superfluo ricordare come le sfingi siano  un emblema della tradizione orientale abbondantemente illustrata con queste figure ibride. Sempre in Eritrea nel sito di Feqya, qualche km a sud di Matara vi è una sfinge di pietra calcarea situata oggi al museo di Addis-Abeba lunga 98 cm e larga 46 cm. La parte superiore è avvallata quasi a formare una specie di vasca poco profonda sicuramente adibita a contenere i liquidi sacrificali. Ad una estremità di tale contenitore vi sono due protomi di sfinge simmetriche. Reperti simili sono stati ritrovati presso santuari all’aperto. Sono anche visibili iscrizioni  a rilievo sui due grossi blocchi di pietra che riportano  una dedica alla divinità Dhatyham. Tutti questi dati appartengono logicamente al periodo pre-axumita.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Caratteristiche delle stele etiopiche ed eventuali diversità dagli obelischi egizi</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Le stele funerarie sono molto usate nella cultura axumita e ciò è ampiamente confermato dalla presenza di megaliti nel nord Etiopia. Oggi conosciamo i seguenti tipi di monoliti:</p>
<p style="text-align: justify;">1) non intagliate, allungate di pietra piatta in alcune occasioni con disegni irregolari alla cima  e coprono normalmente dai tre ai cnque metri di altezza;<br />
2) con disegni lisci intorno alla zona della base a sezione quadrata, aventi altezza variabile dai metri 1,60 a metri 9,50;<br />
3) con lastre intagliate, ma con basi lisce a sezione rettangolare e incisioni sui lati rotondi dell’apice. Superavano i ventuno metri di altezza.<br />
I monoliti sono orientati tutti verso sud-est, alcuni hanno tavole da offerte munite spesso di piccoli bacini su piccole basi per le offerte e ornamenti vegetali. Essi sono venuti alla luce scavando nei siti dove venivano erette: si tagliavano nella roccia e si innalzavano tramite un sistema complesso di tronchi di legno. In questo espediente la vicinanza con le tecniche egizie è notevole la quale ha sicuramente influenzato le idee axumite.</p>
<p style="text-align: justify;">Le stele sono maggiormente localizzate nella regione del Tigrai nei siti di Addi-dahno, Gijorgis, Axum, Henzam, ‘Anza. Pochi monoliti sono stati trovati a Matara e sono decorati con il disco del sole e della luna crescente all’apice , mentre di fronte hanno  iscrizione paleo-Etiopiche. Nelle stele di Rora Laba ci sono invece figure di leoni che mangiano bovini. Le stele axumite sono originali come monumenti religiosi.</p>
<p style="text-align: justify;">Studiosi come Poncet nel 1709, Bruce nel 1790, Salt nel 1814 li paragonavano agli obelischi egiziani o anche alle stele semite in genere. Krencker e Chittick confermano suggestive ipotesi di un uso funerario. Questi monoliti risalgono alla prima parte del periodo Axumita. Le iscrizioni delle stele di Matara e ‘Anza sono precedenti del Re ‘Ezana, come si può notare dalle evidenze paleografiche. La  stele di Gudit è databile al terzo quarto secolo sulla base di qualche bicchiere di vetro egiziano trovato in una tomba di questa area. Da notare anche come  le false porte di questi monoliti sono simili a quelle degli altari votivi di Cartagine e riflettono quindi l’uso delle stele funerarie del nord dell’ Etiopia e del sud Arabia. Questi legami sono, lo ricordiamo, solo ipotetici ed infatti esistono dei fattori elencati da Fattovich che provano la loro confutabilità:</p>
<p style="text-align: justify;">1 la differenza concettuale delle stele con i nephesh: questi hanno infatti una valenza solo simbolica;<br />
2 le stele funerarie non sono introdotte nel nord Etiopia dalle popolazioni dell’Arabia del sud  durante il periodo pre-axumita;<br />
3 i megaliti funerari non sono arrivati nel nord etiopia  dalla penisola araba data la loro assenza nella cultura pre-islamica.</p>
<p style="text-align: justify;">Le stele Egiziane hanno comunque una differenza sostanziale nel loro bagaglio culturale, infatti vennero usate fino al periodo proto dinastico e uno dei primi obelischi risale alla prima o alla seconda dinastia.</p>
<p style="text-align: justify;">L’obelisco è comunque il monumento peculiare       dell’Egitto, modellato sia in legno sia nell’ abbondante materiale litico: l’arenaria , il calcare e il granito. Se erano impiegati per un   uso funerario misuravano pochi centimetri di altezza e portavano incisi i nomi dei personaggi defunti nell’antico regno.</p>
<p style="text-align: justify;">
<div id="attachment_2705" class="wp-caption alignright" style="width: 287px"><img class="size-full wp-image-2705" title="Stele_di_Axum_(Henri_Salt)" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/Stele_di_Axum_Henri_Salt.jpg" alt="Henri Salt (1780-1827), Vista di Axum." width="277" height="221" /><p class="wp-caption-text">Henri Salt (1780-1827), Vista di Axum.</p></div>
<p>In un primo tempo le stele erano dedicate solo ai nobili mentre in epoca più tarda divennero di uso comune. L’ altezza poteva raggiungere decine di metri con centinaia di tonnellate di peso nei monoliti di granito rosa eretti esclusivamente da re o regine nei templi alle divinità. Come si può dedurre gli obelischi etiopici sono più recenti di quelli egizi e come già detto essi abbondano nella regione attorno ad Axum e ad Axum stessa.</p>
<p style="text-align: justify;">Sono grandiosi monoliti naturali di forma allungata appiattita e appuntita  e alla civiltà etiopica spetta la costruzione e l’erezione di monoliti di altezza persino superiore a quelli egizia a sezione quadrangolare o rettangolare che finiscono  con un estremità arrotondata o a forma di conchiglia, con facce non lisce sulle quali viene inciso il motivo della facciata di un edificio a più piani. Di tali monoliti è stato accertato l’uso funerario.</p>
<p style="text-align: justify;">In Egitto la stele cominciò ad essere usata come monumento funerario  durante il periodo arcaico, sotto le prime dinastie e il suo uso non fu poi abbandonato.</p>
<p style="text-align: justify;">Fin dai tempi più antichi si distinsero due tipi di stele: una originaria dell’alto Egitto, arcuata nella parte superiore, l’altra originaria del basso Egitto, di forma rettangolare e terminante con una cornice. Il secondo tipo fu il più diffuso fino al Medio regno quando prevalse quello incurvato nella lunetta superiore; in quest’ultimo, inoltre, erano rappresentate varie figure con delle  iscrizioni nella parte inferiore.</p>
<p style="text-align: justify;">La stele di tipo rettangolare restò legata  esclusivamente all’uso funerario mentre la stele arcuata venne adottata con uno scopo commemorativo di fatti storici e delle imprese dei faraoni. Nelle stele funerarie i basso rilievi rappresentano dei banchetti funebri in cui il defunto appare solo o con la famiglia e le iscrizioni si riferiscono alla vita del defunto.</p>
<p style="text-align: justify;">
<div id="attachment_2706" class="wp-caption alignright" style="width: 360px"><img class="size-full wp-image-2706" title="stele-di-rosetta" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/stele-di-rosetta.jpg" alt="Stele di Rosetta (British Museum)." width="350" height="449" /><p class="wp-caption-text">Stele di Rosetta (British Museum).</p></div>
<p>Gli esemplari di stele ritrovati in Egitto sono molto numerose con grande varietà di dimensioni e materiali, la più famosa  sicuramente la stele di Rosetta.</p>
<p style="text-align: justify;">Da ultimo una veloce descrizione delle stele di Axoum. Queste ultime sono molteplici e sparse nei campi ai confini delle località o in ambito domestico. Oltre alle classiche stele per uso funerario ne esistevano anche alcune dette giganti.</p>
<p style="text-align: justify;">Il gruppo di sette elementi trovato nel sito di Majj-Hedja offre caratteristiche particolari: il loro decoro architettonico è in alcune parti come in origine perciò intatto anche se alcune erano riverse a terra.</p>
<p style="text-align: justify;">Una di loro, e precisamente la settima, venne portata a Roma al teatro di Caracalla.<br />
Sei di queste stele imitano un&#8217;architettura a piani multipli: la più grande, di circa trenta metri di altezza, ha nove piani sulle sue facciata e il suo peso è di circa sei tonnellate. Prendendo in esame due delle stele sopra menzionate possiamo così descriverle: hanno porte, finestre, travetti perfettamente scolpiti in una pietra dura che raffigurano un insigne dimora. Il significato di tale architettura ci sfugge e non può essere spiegata con altre prove archeologiche.</p>
<p style="text-align: justify;">L’altra stele porta l’immagine di un capitello ionico a volute sopra il quale su entrambi i lati vi è una rappresentazione emblematica e schematica di una casa.  Infine una lastra di pietra con una cavità cilindrica per offerte propiziatorie è stata disposta alla base di alcuni monoliti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>* * *</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Bibliografia essenziale:</p>
<p style="text-align: justify;">W.V.Davies, <em>Egypt and Africa, Nubia from preistory to Islam</em>, London 1991.<br />
A.Badawy, <em>Gazzette des beaux arts, Colossali monoliti Egiziani come e perchè venivano eretti</em>, Paris 1987.<br />
Haggai Erlich , <em>The cross and the river</em>, London 1987.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/rapporti-storico-archeologici-tra-letiopia-e-legitto-fino-alla-fine-delleta-axumita.html' addthis:title='Rapporti storico-archeologici tra l&#8217;Etiopia e l&#8217;Egitto (fino alla fine dell&#8217;età axumita) ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>I Celti in Italia</title>
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		<pubDate>Wed, 26 Aug 2009 10:08:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele Fabbri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Recensione dell'omonimo volume a più mani, curato da Maria Teresa Grassi, sulla archeologia celtica in Italia]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/i-celti-in-italia.html' addthis:title='I Celti in Italia '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/croce-celtica_thumbnail.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Celti" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storia-antica.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Storia antica" /><br/><p style="text-align: justify;"><em><a href="http://www.libriefilm.com/i-celti-in-italia/5617"><img class="alignleft size-full wp-image-2613" style="margin: 10px;" title="i-celti-e-il-mediterraneo" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/i-celti-e-il-mediterraneo.jpg" alt="i-celti-e-il-mediterraneo" width="200" height="300" /></a>I Celti in Italia</em> di Maria Teresa Grassi è un importante testo di riferimento sull’insediamento celtico nella pianura padana.</p>
<p style="text-align: justify;">La prima parte del libro passa in rassegna le fonti storiche e letterarie dell’<a title="Antichità" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/storia-antica">antichità</a> che hanno parlato dei <a title="Celti" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/celti">Celti</a> in Italia. Risalgono al VII secolo a.C. le prime testimonianze archeologiche di presenze della civiltà di Hallstatt nell’Italia del Nord; verso il V secolo a.C. si ha notizia di rapporti conflittuali fra Celti ed Etruschi. A partire dal 391 a.C. abbiamo testimonianze storiche certe di parte latina sulle imprese dei Galli: l’assedio di Chiusi e il sacco di Roma a opera di Brenno. I gruppi più numerosi e politicamente significativi per gli equilibri strategici dell’epoca erano gli Insubri in Lombardia, i Boi in Emilia e i Senoni in Romagna e nelle Marche. La tradizione vuole che i <a title="Celti" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/celti">Celti</a> siano arrivati in Italia attratti dal vino, e tutte le testimonianze antiche concordano sulla loro passione per il vino. La più grande città celtica in area padana è Mediolanum, l’odierna Milano dove gli <a title="autori antichi" href="http://www.libriefilm.com/category/generi/autori-classici">autori antichi</a> ci informano che c’era un grande tempio dedicato a una dea che corrispondeva alla greca Atena (probabilmente Brigit). L’insediamento celtico appare uniformemente diffuso in tutto il Nord-Ovest del territorio italiano, mentre è più sfumato nella zona dell’attuale Veneto. A Sud i <a title="Celti" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/celti">Celti</a> si sono diffusi fino ad alcune zone delle Marche, dove hanno anche dato il nome alla città di Senigallia (Sena Gallica).</p>
<p style="text-align: justify;">I rapporti con le popolazioni locali sono stati all’inizio conflittuali, poi è subentrata una fase di assimilazione. La stessa conquista romana ha attraversato fasi alterne, con tentativi da parte dei Galli di ribellarsi a Roma alleandosi con Annibale al tempo delle guerre puniche.</p>
<p style="text-align: justify;">La seconda parte del libro analizza i siti archeologici che hanno lasciato testimonianze celtiche. Particolarmente importanti sono stati i ritrovamenti sull’Appennino bolognese a Marzabotto e a Monte Bibele, e sull’Appennino Romagnolo a Rocca San Casciano. Nel Veronese sono presenti reperti sicuramente attribuibili ai <a title="Celti" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/celti">Celti</a>, anche se non sempre è facile distinguere fra <a title="Celti" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/celti">Celti</a> e <a title="Veneti" href="http://www.centrostudilaruna.it/venetipreromani.html">Veneti</a>. In Lombardia invece i ritrovamenti ascrivibili all’epoca celtica sono più rari. Nelle Marche sono emerse testimonianze significative anche nel territorio fra Ancona e Fabriano.</p>
<p style="text-align: justify;">Il <a title="I Celti in Italia" href="http://www.libriefilm.com/i-celti-in-italia/5617">libro di Maria Teresa Grassi</a> è corredato da mappe e foto di pezzi archeologici che lo rendono un utile strumento da affiancare agli studi sul tema di un altro importante specialista dell’argomento: <a title="Venceslas Kruta" href="http://www.libriefilm.com/category/autori/venceslas-kruta">Venceslas Kruta</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Maria Teresa Grassi, <a href="http://www.libriefilm.com/i-celti-in-italia/5617"><em>I Celti in Italia</em></a>, Longanesi, Milano 2009, pp.162, € 20,00.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/i-celti-in-italia.html' addthis:title='I Celti in Italia ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Sindrome occidentale</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Apr 2008 16:58:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mario Enzo Migliori</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Recensione di un libro di Andrea Carandini sulle antiche fonti e i miti originari dell’urbe]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/sindrome-occidentale.html' addthis:title='Sindrome occidentale '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storia-antica.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Storia antica" /><br/><p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=9788870186291" target="_blank"><img class="alignright" style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="http://giotto.internetbookshop.it/cop/copj13.asp?f=9788870186291" alt="Andrea Carandini, Sindrome occidentale" width="200" height="316" /></a>Nella vasta produzione libraria di <a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/andrea-carandini">Andrea Carandini</a> finalmente un libro che si fa leggere con semplicità e passione. L’Autore, come recita il sottotitolo, affronta per bocca dei due personaggi qualificati (un archeologo e uno storico, le cui esposizioni s’intersecano, con metodo che ci ricorda quello degli <a title="Autori classici" href="http://www.libriefilm.com/category/generi/autori-classici">autori classici</a> nei cui libri le varie teorie erano esposte dal dibattito di più personalità) le problematiche inerenti alle origini a Roma del diritto, della politica e dello stato. Storia paradigmatica per tutto l’Occidente dal momento che con la <em>constitutio Romuli</em> (<em>praeclara</em> la definirà <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/marco-tullio-cicerone" target="_blank">Cicerone</a></span>), un dispositivo sacrale-giuridico-politico-statale, i vari corpi della comunità (il re, l’aristocrazia e il popolo) riescono a convivere mitigando il potere centrale entro un’unica organizzazione definita dagli antichi “costituzione mista”. Ed è proprio questa difficilissima arte di essere concordi al di sopra delle discordie, di dividersi senza considerarsi nemici che per Carandini costituisce la “sindrome occidentale”.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">A proposito di costituzione: i <em>rituales libri</em> degli Etruschi formerebbero “il manuale costituzionale di allora: <em>rituales nominantur Etruscorum libri, in quibus perscriptum est… quomodo tribus, curiae, centuriae distribuantur, exercitus constituantur, ordinentur, ceteraque eiusmodi ad bellum ac pacem pertinentia</em> (Verrio Flacco in Festo)” (p. 83).</p>
<p style="text-align: justify;">Com’è noto Carandini non disconosce le antiche fonti e i miti originari dell’urbe, negletti dall’ipercritica, ma li ha rivivificati con i riscontri delle sue scoperte archeologiche. Giuste ci paiono certe considerazioni di metodo: “A interessarsi al mondo pre-civico sono stati soprattutto gli storici del diritto, i proto-storici e gli etruscologi. Si tratta ora di combinare queste conoscenze, rimaste per troppo tempo isolate negli specialisti, facendole finalmente percepire a archeologi classici, storici della politica e storici delle <a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religioni</a>” (p. 76). Abbiamo, anche, piacevolmente notato citazioni positive da Nietzsche e Spengler.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella postfazione il noto archeologo conferma di guardare oggi con speciale gratitudine agli storici del diritto romano “perché sono arrivati, più degli altri storici, a individuare, entro fonti letterarie anche tarde, residui di notizie che provengono dalle profondità di Roma. Hanno toccato i medesimi primordi che gli archeologi hanno smontato per azioni, attività e periodi… Si sono create così le premesse per una “teoria unificata” della prima Roma, in cui possano riconoscersi archeologi della protostoria, archeologi dell’età classica, storici del diritto e un numero crescente – ci auguriamo – di storici della politica” (p. 127).</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">
<p>Andrea Carandini, <a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=9788870186291"><em>Sindrome occidentale. Conversazioni fra un archeologo e uno storico sull’origine a Roma del diritto, della politica e dello stato</em></a>, Il Melangolo, Genova 2007, pp. 144, € 15,00; questa recensione è stata originariamente pubblicata in “<em>Arthos</em>”, n.s., 15, p. 128.</p>
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		<title>I Veneti preromani nel contesto europeo</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Jan 2000 21:20:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Silvano Lorenzoni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli sul tema indoeuropeo in generale]]></category>
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		<description><![CDATA[Un'analisi archeologica e storica della popolazione dei Veneti]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/venetipreromani.html' addthis:title='I Veneti preromani nel contesto europeo '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/labrys.png" width="48" height="48" alt="" title="Indoeuropei" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storia-antica.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Storia antica" /><br/><p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=8886413610" target="_blank"><img style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/antichitestiveneti.bmp" border="0" alt="Manlio Cortelazzo, Vittorio Formentin, Carla Marcato, Antichi testi veneti" width="95" height="133" align="right" /></a> &#8216;Veneti&#8217; ce ne furono non solo nell&#8217;Adriatico settentrionale ma anche in Armorica (Bretagna), sulle Alpi (Lago di Costanza), alla foce della Vistola (Prussia occidentale), nel Lazio e anche in Asia Minore, ma gli unici sul conto dei quali si sappia qualcosa &#8211; per quanto poco &#8211; di storicamente fondato sono i veneti del Veneto. &#8211; Quanto alla presunta origine microasiatica dei veneti &#8211; essi sarebbero venuti dalla Paflagonia guidati da certo Antenore, troiano, dopo la caduta di Troia proprio come i romani sarebbero arrivati nel Lazio da Troia guidati da Enea, secondo l&#8217;<span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/eneide-2/7195" target="_blank">Eneide</a></span> di Virgilio &#8211; si tratta di un&#8217;invenzione lanciata inizialmente da Plinio, che a sua volta faceva riferimento a Catone, poi continuata da Livio in un clima di esaltazione politica della grandezza di Roma.</p>
<p style="text-align: justify;">Come dappertutto in Europa, e non solo, la genesi delle diverse nazioni e culture, quali grosso modo sono riconoscibili ancora adesso, risale alla dominazione del continente da parte di signori <a href="http://www.centrostudilaruna.it/indoeuropei.html">indoeuropei</a> che si imposero su popolazioni paleoeuropee non certo tutte uguali. Dal punto di vista culturale ed etnico il Veneto arcaico &#8211; fino, grosso modo, al secolo XI &#8211; apparteneva all&#8217;ecumene centroeuropeo, del quale la Padania viene a essere il meridione. Il tipo umano predominante era ed è quello alpino (cioé: il tipo alpino della razza bianca o europide), che non è quello mediterraneo e neppur quello nordico o quello balcanico. Esso assomiglia piuttosto a quello prevalente nel Baltico e, in generale, nell&#8217;Europa Nord-orientale, e anche le lingue pre-venete/pre-<a href="http://www.centrostudilaruna.it/indoeuropei.html">indoeuropee</a> parlate nel II millennio dovevano essere di tipo finnico-uralico. Incomincio perciò con dare un&#8217;idea di quali potessero essere le caratteristiche del Veneto pre-veneto. &#8211; Sia fatto l&#8217;appunto che fin dai tempi preistorici le genti alpine ebbero come caratteristica la laboriosità, la serietà nell&#8217;impegno preso e l&#8217;ingegno tecnico; e questo si riflette nei tempi moderni quando le zone trainanti dal punto di vista economico (economia reale, non virtuale all&#8217;americana) sono quelle dove c&#8217;è un forte elemento alpino: quindi la Padania, l&#8217;Austria, la Germania meridionale, la Francia centrale. Anche in Spagna, le zone più forti in questo senso, tipo la Catalogna, rivelano un&#8217;importante presenza genetica alpina. Viceversa, gli alpini, di massima, furono genti chiuse, poco aggressive e anche poco portate alla cultura astratta e alla creazione artistica brillante. Non a caso i razziologi dell&#8217;anteguerra tendevano a dimostrare una scarsa stima per le genti alpine &#8211; salvo vedersi costretti a contraddirsi spesso, obbligati dall&#8217;evidenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli abitanti pre-veneti della pianura veneta furono i cosiddetti euganei, sul conto dei quali non si sa praticamente niente, mentre le zone montagnose erano abitate dai reti, che si estendevano in tutto il Tirolo fino alla Baviera meridionale. Queste due popolazioni dovevano essere virtualmente identiche e si dice che con il sopraggiungere dgli <a href="http://www.centrostudilaruna.it/indoeuropei.html">indoeuropei</a> gli euganei siano fuggiti e si siano attestati sulle montagne assieme ai reti. È invece molto più probabile che la stragrande maggioranza degli euganei siano rimasti dov&#8217;erano e abbiano continuato la loro vita come vassalli dei veneti <a href="http://www.centrostudilaruna.it/indoeuropei.html">indoeuropei</a> dei quali, un poco alla volta, essi adottarono la lingua. I reti continuarono ad avere un&#8217;esistenza politicamente indipendente per molto tempo &#8211; fino al I secolo, e dal punto di vista culturale anche dopo. In riguardo, su di loro ci sono delle informazioni, che ci lasciano intravvedere come dovettero essere anche gli euganei.</p>
<p style="text-align: justify;">Già nei secoli XVIII &#8211; XI nel Veneto c&#8217;era un&#8217;importante industria del bronzo, che veniva importato grezzo dal Trentino e lavorato localmente in diversi luoghi. A quei tempi venivano già fatti i bronzetti votivi tipicamente veneti che si continuarono a fare anche dopo l&#8217;avvento degli <a href="http://www.centrostudilaruna.it/indoeuropei.html">indoeuropei</a> &#8211; non a caso, nel Veneto, gli <em>ex-voto </em>furono sempre di bronzo e non di ceramica come nel resto dello spazio geografico italico. L&#8217;industria del bronzo continuò a essere, anche in tempi romani, particolarmente importante nel Veneto: le cosiddette situle, vasi di bronzo ornati di scene quotidiane, di contro agli stili geometrici in vigore in quasi tutto il resto dell&#8217;Europa, incominciano a essere prodotte nel VI secolo e rappresentano una continuazione ed evoluzione di un artigianato del bronzo già in pieno rigoglio agli inizi del II millennio. Già in tempi preindoeuropei, è chiaro, c&#8217;era una florida attività artigianale e commerciale.</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=8830411329" target="_blank"><img style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/capuisiveneti.bmp" border="0" alt="Loredana Capuis, I veneti. Società e cultura di un popolo dell'Italia preromana" width="95" height="144" align="left" /></a> I reti, lo si è già detto, ci danno un&#8217;idea di come potesse essere il Veneto pre-indoeuropeo nel suo insieme. Dopo l&#8217;arrivo dei veneti, fra reti e veneti ci fu un nteressante intercambio culturale. I reti (e quindi probabilmente gli euganei) utilizzavano la tecnica architettonica di fabbricare case semiinterrate usando blocchi di pietra (se ne trovano resti in tutta l&#8217;Europa alpina), adottate anche dai veneti. In margine alle zone indoeuropeizzate, i reti &#8211; che erano veneti pre-veneti &#8211; continuarono ad avere una fiorente società ancora in tempi romani. Valpolicella, nel I secolo, era ancora un centro retico e centro retico era stata Verona prima della sua celtizzazione, come lo fu Trento. I reti, oltre a ottimi contadini e artigiani, costituivano società fortemente organizzate dove vivo era il senso della proprietà, della casa e della famiglia: qui si intravvedono molte delle qualità che distinguevano i veneti fino a tempi molto recenti. Già molto presto i reti avevano adottato l&#8217;alfabeto etrusco e rimangono alcune iscrizioni, di epoca romana. Si tratta di una lingua non <a href="http://www.centrostudilaruna.it/indoeuropei.html">indoeuropea</a>, non ancora decifrata (lo si è già detto, probabilmente di tipo uralico). È stato detto che essa presenta affinità con il ligure; ma l&#8217;unica affinità di cui si possa essere sicuri è che ambedue erano lingue non-indoeuropee (il ligure era una lingua mediterranea, di tipo, se vogliamo &#8216;etruscoide&#8217;). &#8211; Dal lato <a href="http://www.centrostudilaruna.it/religione.html">religioso</a>, i reti avevano l&#8217;abitudine di accendere grandi fuochi cultuali e i veneti <a href="http://www.centrostudilaruna.it/indoeuropei.html">indoeuropei</a> sembra abbiano mutuato queste abitudini. In Lessinia, zona di forte presenza retica, ancora circa un secolo fa si accendevano verso il Solstizio d&#8217;inverno dei grandi falò sulle cime dei monti, e i carboni che ne risultavano servivano a proteggere contro il fulmine. A questi fuochi erano anche legate pratiche divinatorie. Fra dicembre e gennaio si bruciavano sterpi per &#8216;aiutare&#8217; il Sole nel processo stagionale dell&#8217;allungamento delle ore di luce.</p>
<p style="text-align: justify;">Altra fenomenologia arcaica pre-indoeuropea è quella architetturale dei castellieri, grandi costruzioni di pietra a secco e di terra battuta in cima a certe colline, difese da fossati. Fino a tempi romani, in Istria e in Dalmazia, furono luoghi fortificati e di abitazione, ma ne esistevano anche in Tirolo, orientati secondo criteri astrologici, e nella pianura, fino al Garda e oltre (quindi identità, in tempi pre-indoeuropei, fra le genti della montagna e della pianura veneta). C&#8217;è chi ha voluto vedere nei castellieri un&#8217;influenza mediterranea &#8211; né la cosa è impossibile, visto che le genti mediterranee erano dei grandi costruttori in pietra, ma questo è ancora da dimostrarsi.</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=9788815127068" target="_blank"><img style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/Villar.jpg" border="0" alt="Francisco Villar, Gli Indoeuropei e le origini dell'Europa" width="140" height="201" align="left" /></a> Il Veneto <a href="http://www.centrostudilaruna.it/indoeuropei.html">indoeuropeo</a> esordisce con l&#8217;insediamento dei veneti nei secoli XI &#8211; X. Si trattava di <a href="http://www.centrostudilaruna.it/indoeuropei.html">indoeuropei</a> di ceppo italico, come testimonia la loro lingua, molto simile al latino e della quale incominciano a trovarsi documenti a partire dal secolo VI, scritti in alfabeto veneto, derivato dall&#8217;etrusco chiusino (di massima, come sempre e dappertutto, si tratta di iscrizioni funerarie). Dei veneti si è anche detto che fossero <a href="http://www.centrostudilaruna.it/celti.html">celti</a> o protocelti, ma si tratta di un fatto ambiguo, in quanto ancora alla fine del II millennio la distinzione fra <a href="http://www.centrostudilaruna.it/celti.html">celti</a> e italici non era del tutto chiara. Tratto <a href="http://www.centrostudilaruna.it/celti.html">celtico</a>, ma anche italico (si ricordi il particolare rapporto fra Numa Pompilio e la ninfa Egeria) è l&#8217;importanza <a href="http://www.centrostudilaruna.it/religione.html">religiosa</a> data alle fonti e agli spiriti acquatici, su di cui si riverrà anche più avanti, e che fu caratteristica anche dei veneti (il ricordo delle anguane, spiriti acquatici, era vivo nelle popolazione veneta ancora meno di un secolo fa). I templi veneti erano quasi sempre vicini a fonti o a corsi d&#8217;acqua; e libagioni d&#8217;acqua erano offerte ai loro dei.</p>
<p style="text-align: justify;">Come tutti gli <a href="http://www.centrostudilaruna.it/indoeuropei.html">indoeuropei</a>, anche i veneti costruivano in legno. Le genti mediterranee erano state grandi costruttori in pietra, quelle centroeuropee usavano, a quanto sembra, tecniche miste. Non a caso tutte le città venete &#8211; principalissime Padova ed Este, ma anche Vicenza, Montebelluna, Oderzo, Treviso, ecc. &#8211; furono città di legno delle quali sono rintracciabili soltanto le fondamenta.</p>
<p style="text-align: justify;">La vitalità e l&#8217;intraprendenza <a href="http://www.centrostudilaruna.it/indoeuropei.html">indoeuropea</a> portò a un fiorire culturale e commerciale che nel veneto antico era stato meno dinamico. L&#8217;alto Adriatico, crocevia fra l&#8217;Europa settentrionale e orientale e il mondo etrusco e greco e poi romano, divenne un centro artigianale e un crocevia commerciale di tutto rispetto. Attraverso il Veneto passava la via dell&#8217;ambra, proveniente dal Baltico, ma si commerciava anche in sale, vino, metalli grezzi e lavorati, ceramica (il Veneto, fin da llora, fu terra di grandi ceramisti) e in cavalli, i cavalli veneti essendo fra i migliori d&#8217;Europa &#8211; i veneti furono grandi allevatori di cavalli (tratto, questo, fortemente <a href="http://www.centrostudilaruna.it/indoeuropei.html">indoeuropeo</a>). Già nel secolo VII c&#8217;era una moneta veneta, l&#8217;<em>aes rude</em>, sostituita nel secolo III dalla dracma venetica di tipo massaliota e poi, nel I secolo, dalla monetazione romana.</p>
<p style="text-align: justify;">Per quel che riguarda il lato <a href="http://www.centrostudilaruna.it/religione.html">religioso</a>, le informazioni che abbiamo sono scarse. Come dappertutto in Europa &#8211; e anche in Asia &#8211; lo stabilirsi delle aristocrazie dominanti <a href="http://www.centrostudilaruna.it/indoeuropei.html">indoeuropee</a> portò a sincretismi <a href="http://www.centrostudilaruna.it/religione.html">religiosi</a> per cui la <a href="http://www.centrostudilaruna.it/religione.html">religione</a> uranica dei dominatori convisse e acquistò caratteristiche delle <a href="http://www.centrostudilaruna.it/religione.html">religioni</a> dei paleoeuropei sottomessi. Se per il mondo greco molti studi sono stati fatti e, entro ragionevoli limiti, si è riusciti a districare fra ciò che c&#8217;era di ellenico e di pre-ellenico nella <a href="http://www.centrostudilaruna.it/religione.html">religione greca</a>, nel resto dell&#8217;Europa le cose si presentano molto meno chiare; e quale fosse la <a href="http://www.centrostudilaruna.it/religione.html">religiosità</a> delle popolazioni pre-<a href="http://www.centrostudilaruna.it/indoeuropei.html">indoeuropee</a> non-mediterranee è quasi sconosciuto. Aggiungiamo che, specificamente nel Veneto, i luoghi di culto dovevano essere solo eccezionalmente dei templi veri e propri, e generalmente recinti sacri posti nella prossimità delle fonti &#8211; comunque, si trattava sempre di strutture in legno delle quali adesso sono riconoscibili soltanto i tracciati. La prossimità delle fonti, se ne è già parlato, potrebbe essere un carattere <a href="http://www.centrostudilaruna.it/indoeuropei.html">indoeuropeo</a>, di tipo italo-<a href="http://www.centrostudilaruna.it/celti.html">celtico</a>.</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/1884964982/centrostudilarun" target="_blank"><img style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/1884964982.bmp" border="0" alt="Encyclopedia of Indo-European Culture" hspace="3" vspace="3" width="109" height="140" align="right" /></a> Non c&#8217;è dubbio che i veneti dovevano avere una struttura <a href="http://www.centrostudilaruna.it/religione.html">religiosa</a> non dissimile da quella paleoromana, improntata dalla <a href="http://www.centrostudilaruna.it/indoeuropei.html">tripartizione indoeuropea</a> (Juppiter, Mars, Quirinus). Ma notizie in riguardo non ne rimangono. I lasciti archeologici puntano invece, con ogni probabilità, essenzialmente alla <a href="http://www.centrostudilaruna.it/religione.html">religione</a> popolare del substrato pre-<a href="http://www.centrostudilaruna.it/indoeuropei.html">indoeuropeo</a> della popolazione (come, del resto, è il caso anche in tutta l&#8217;area italica, dove però la fabbricazione di templi e di aree cultuali in pietra, per non parlare di una abbondante documentazione scritta, permise agli studiosi contemporanei di farsi un&#8217;idea migliore di quali relazioni intercorressero fra fra le diverse stratificazioni <a href="http://www.centrostudilaruna.it/religione.html">religiose</a>).</p>
<p style="text-align: justify;">Prettamente <a href="http://www.centrostudilaruna.it/indoeuropei.html">indoeuropeo</a> &#8211; anzi, identico a certe pratiche comuni in Lituania fino alla fine del <a href="http://www.centrostudilaruna.it/medioevo.html">Medioevo</a> &#8211; è il sacrificio del cavallo, che poi veniva sepolto sotto tumuli artificiali di terra &#8211; diversi scheletri di cavalli sono stati trovati sotto tumuli del genere in terra veneta. Tendenzialmente <a href="http://www.centrostudilaruna.it/indoeuropei.html">indoeuropeo</a> potrebbe essere il fatto che le tombe trovate sono prevalentemente a cremazione e poche quelle a inumazione, probabilmente di servi. Anche se sia <a href="http://www.centrostudilaruna.it/indoeuropei.html">indoeuropei</a> che paleoeuropei usavano l&#8217;una e l&#8217;altra pratica funeraria, la prevalenza della cremazione potrebbe indicare una predominanza <a href="http://www.centrostudilaruna.it/indoeuropei.html">indoeuropea</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Per il resto, quanto ci è dato di sapere sulle pratiche cultuali nel Veneto pre-romano suggerisce che si tratti in massima parte, come già detto, di sopravvivenze pre-indoeuropee &#8211; &#8216;euganee&#8217; &#8211; e magari anche di influenze mediterranee o di sincretismi a esse legati. La dea più conosciuta del culto veneto preromano era Reitia (radice veneta <em>rekt </em>= tedesco <em>richten </em>= raddrizzare), anticamente Pora, dea del guado o del passaggio, verosimilmente verso le regioni dell&#8217;Oltretomba (tratto essenzialmente pre-indoeuropeo). I suoi principali santuari furono a Este e a Vicenza, dove essa aveva l&#8217;attributo di sanante e facilitava le guarigioni e i parti. Nei siti dei suoi luoghi di culto sono stati trovati un numero grandissimo di <em>ex-voto</em>, dalle cui iscrizioni si può dedurre che devote a Reitia erano soprattutto le donne. L&#8217;aspetto <a href="http://www.centrostudilaruna.it/religione.html">religioso</a> di Reitia sembra coincidere, sia per quel che riguarda la sua attività che per il tipo di culto che le si rendeva, con quello di Esculapio, anch&#8217;esso un dio vicino agli umani e verosimilmente di origine pre-indoeuropea. Ad Abano si venerava un non meglio identificato Apono e a Lagole (in Cadore), la tricefala Trumusiate (o Icate), forse affine all&#8217;infernale Ecate pre-ellenica: qui, forse, ha da vedersi un influsso mediterraneo. Stranamente, in tempi romani, Trumusiate divenne Apollo.</p>
<p style="text-align: justify;">Storicamente, i veneti gravitarono sempre nell&#8217;orbita di Roma, che era un alleato naturale per affrontare gli attacchi dei galli della Padania occidentale e meridionale e contro i quali sia i veneti che i romani si dovettero difendere per secoli. Né si escludono affinità naturali di tipo culturale e linguistico, per cui i veneti, anch&#8217;essi italici, si sentivano più vicini ai romani che ai <a href="http://www.centrostudilaruna.it/celti.html">celti</a>. Nel I secolo il Veneto passò, in modo più o meno indolore, a formare parte dell&#8217;Impero Romano. Buona parte dei caduti nella battaglia della foresta di Teutoburgo furono veneti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>* * *</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Bibliografia essenziale: Giulia Fogolari, <em>I veneti</em>, in AA.VV., <em>Antiche genti d&#8217;Italia</em>, De Luca, Roma, 1994; Giorgio Chelidonio, <em>Le feste e le tradizioni del fuoco in Lessinia</em>, edizione della Comunità montana della Lessinia, Verona, 1999; Giulio Romano, <em>Archeoastronomia italiana</em>, CLEUP, Padova, 1992; Raffaele Mambella e Lucia Sanesi Mastrocinque, <em>Le Venezie, itinerari archeologici</em>, Newton Compton, Roma, 1988; Roberto Guerra, <em>Antiche popolazioni dell&#8217;Italia preromana</em>, Aries, Padova, 1999; Jean Haudry, <em>Gli indoeuropei</em>, Ar, Padova, 2001; Hans F. K. Günther, <em>Tipologia razziale dell&#8217;Europa</em>, Ghenos, Ferrara, 2003; Marija Gimbutas, <em>Die Balten</em>, Herbig, München, 1982.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/venetipreromani.html' addthis:title='I Veneti preromani nel contesto europeo ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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