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	<title>Centro Studi La Runa &#187; america</title>
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	<description>Archivio di storia, tradizione, letteratura, filosofia</description>
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		<title>La tirannide democratica</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Aug 2011 17:08:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabio Calabrese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La democrazia è una tirannide liberticida e razzista, o una serie di armi puntate contro i popoli europei per togliere loro la possibilità di avere un futuro.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/la-tirannide-democratica.html' addthis:title='La tirannide democratica '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/teiwaz.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Teiwaz" /><br/><div id="attachment_8054" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-8054" title="L'abbazia benedettina di Montecassino, triste simbolo della democratizzazione dell'Europa." src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/montecassino-300x192.jpg" alt="L'abbazia benedettina di Montecassino, triste simbolo della democratizzazione dell'Europa." width="300" height="192" /><p class="wp-caption-text">L&#39;abbazia benedettina di Montecassino, triste simbolo della democratizzazione dell&#39;Europa.</p></div>
<p style="text-align: justify;">Nel 1991, esattamente vent&#8217;anni fa si dissolveva l&#8217;Unione Sovietica. Da allora siamo entrati in un&#8217;epoca nuova, dove non esiste più il mondo diviso, dove non ci sono più due superpotenze che si fronteggiano a livello planetario ciascuna con la sua corte/coorte di satelliti, ma c&#8217;è un&#8217;unica potenza che domina il mondo incontrastata, gli Stati Uniti d&#8217;America.</p>
<p style="text-align: justify;">Vent&#8217;anni sono sufficienti per capire, se si vuole usare il cervello, il volto di questa nuova era. Ebbene, una cosa è assolutamente chiara, che essa si presenta in modo assai meno roseo di quel che era lecito presumere all&#8217;indomani del crollo del muro di Berlino e poi della scomparsa dell&#8217;Unione Sovietica. Noi fino ad allora siamo stati ferventi anticomunisti, e l&#8217;americanismo ci appariva tutto sommato un male minore.</p>
<p style="text-align: justify;">Certamente non è il caso di rimpiangere le tirannidi con la stella rossa, tuttavia una cosa è emersa con chiarezza in questi vent&#8217;anni, che almeno in una certa misura i due poteri egemoni dell&#8217;Est e dell&#8217;Ovest si neutralizzavano a vicenda, e il bolscevismo sovietico aveva almeno un vantaggio rispetto all&#8217;americanismo, le sue fragilità e contraddizioni interne che ne hanno poi causato la dissoluzione mentre oggi, non più frenati da un <span style="text-decoration: underline;">reale</span> antagonista (il fondamentalismo islamico e Al Qaeda cui si è voluto attribuire un ruolo sostitutivo di quella che fu la minaccia sovietica, ne è un surrogato davvero miserando) l&#8217;egemonia americana su questo pianeta e il democraticismo-americanismo come ideologia che la giustificherebbe, hanno avuto ampio agio di dimostrare di essere una delle peggiori sciagure che l&#8217;umanità abbia mai incontrato nella sua storia.</p>
<p style="text-align: justify;">“La democrazia” la cui imposizione a livello mondiale i maggiori leader statunitensi hanno ripetutamente dichiarato di essersi assunti come missione, assolve lo stesso ruolo di giustificazione ideologica dell&#8217;egemonia della superpotenza superstite tanto quanto il comunismo aveva una funzione giustificativa dell&#8217;egemonia sovietica, e significa “potere del popolo”, dei popoli che sono soggetti ai regimi democratici, e libertà di espressione, tanto poco quanto “comunismo” significava “stato dei lavoratori”.</p>
<p style="text-align: justify;">La “libertà” democratica è fittizia quanto lo era la giustizia sociale sotto i regimi di ispirazione bolscevica. La “sovranità popolare” è un concetto altrettanto fittizio e ancor più ridicolo. In realtà ai popoli “sovrani” non è concesso nemmeno il diritto di continuare a esistere. Nel corso della crisi della ex Jugoslavia e della vigliacca aggressione NATO contro la Serbia, un generale americano di quelli a quattro stelle che erano al vertice dell&#8217;aggressione, si lasciò scappare l&#8217;incauta affermazione che di lì a poco in Europa non vi sarebbe stato più posto per popoli non ibridati, e che era precisamente questo il fine per cui gli Stati Uniti avevano combattuto dalla seconda guerra mondiale in poi.</p>
<p style="text-align: justify;">Che l&#8217;immigrazione, che minaccia di stravolgere le basi etniche dell&#8217;Europa, sia manovrata dal capitalismo internazionale con la testa e il cuore a Washington che ha deliberatamente immiserito le economie del Terzo Mondo per provocare la “fuga verso nord” di milioni di persone, su questo si possono nutrire ben pochi dubbi.</p>
<p style="text-align: justify;">Fra le molte funzioni dell&#8217;ideologia democratica c&#8217;è anche quella di indebolire la resistenza dei popoli europei all&#8217;imbastardimento etnico, ma è importante vedere per prima cosa come essa si sostanzia in un sistema di non libertà, dove quelle libertà di opinione e di espressione che <span style="text-decoration: underline;">in teoria</span> sarebbero garantite da tutte le costituzioni democratiche, sono sistematicamente negate nella pratica.</p>
<p style="text-align: justify;">C&#8217;è, a dire il vero, una differenza fondamentale fra l&#8217;ideologia democratica e il suo modo di diffondersi/mantenersi/plagiare e quello che invece era adottato dall&#8217;ideologia comunista. I comunisti avevano sempre sostenuto che la “dittatura del proletariato”, la “fase post-rivoluzionaria”, in breve loro stessi e i regimi da loro costruiti erano una fase transitoria nell&#8217;attesa della realizzazione della rivoluzione socialista mondiale e della costruzione del socialismo e della società senza classi, in altre parole che le drastiche limitazioni che infliggevano alla libertà e al benessere dei loro sudditi, erano delle limitazioni temporanee che sarebbero scomparse il giorno che sarebbe venuta meno la necessità di confrontarsi con il “nemico capitalista”; in pratica, con una tecnica mutuata dalle <a title="religioni" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione/">religioni</a>, rimandavano la realizzazione del loro paradiso in terra a un aldilà posto oltre l&#8217;orizzonte della storia altrettanto inverificabile quanto l&#8217;aldilà che le <a title="religioni" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione/">religioni</a> promettono post mortem.</p>
<p style="text-align: justify;">Tuttavia, almeno in una certa misura, facevano ancora appello ad argomenti razionali, cosa che invece l&#8217;ideologia democratica non fa, basandosi interamente sul peso plagiario del sistema mediatico e sull&#8217;assunto che una menzogna o una sciocchezza ripetuta o sottintesa un numero sufficiente di volte finisce per diventare agli occhi del popolino bue una verità indiscussa e indiscutibile. Questo consente il vantaggio supplementare che l&#8217;apparato propagandistico, non demandato a una specifica istituzione, è molto meno visibile proprio perché l&#8217;abbiamo continuamente sotto gli occhi e ci martella nelle orecchie.</p>
<p style="text-align: justify;">Redigere un elenco di queste menzogne e sciocchezze più sottintese che proclamate, è nello stesso tempo molto facile e molto difficile, poiché si tratta di qualcosa nello stesso tempo potente e onnipervasivo e sfuggente come un&#8217;anguilla.</p>
<p style="text-align: justify;">Va notato subito che, poiché abbiamo a che fare con qualcosa che non fa per nulla appello ad atteggiamenti razionali ma sempre e solo al lato emotivo, propagandare nello stesso tempo menzogne e sciocchezze contraddittorie non costituisce per nulla un problema: ad esempio sostenere contemporaneamente il dogma dell&#8217;uguaglianza degli uomini e quello della superiorità sugli altri popoli dei bifolchi a stelle e strisce che vivono tra il Maine e la California su una terra di cui i loro avi si impadronirono massacrando gli abitanti originari con un genocidio che per ampiezza supera senz&#8217;altro quella del presunto “olocausto”.</p>
<p style="text-align: justify;">Quello che invece è sostanzialmente identico ai non rimpianti regimi comunisti, è l&#8217;apparato per la repressione del dissenso, tranne per il fatto che il frastuono propagandistico-mediatico nel quale siamo quotidianamente immersi, rende la sua presenza molto meno avvertibile, al punto che ancora oggi vi sono moltissimi (non si sa se imbecilli, plagiati o in mala fede) che sono persuasi, che sono capaci di asserire senza che cada loro per terra la faccia dalla vergogna, che “democrazia” sia sinonimo di libertà.</p>
<p style="text-align: justify;">Che il dogma fondamentale della democrazia, la pretesa uguaglianza di tutti gli uomini, sia una falsità quotidianamente smentita dalla vita di tutti i giorni e dall&#8217;esperienza di chiunque, è una tale banalità che su di essa non vale la pena di soffermarsi; quello che è invece interessante osservare, è come questo dogma centrale dell&#8217;apparato ideologico democratico conviva con una serie di dogmi accessori di significato opposto. Questi dogmi sono presentati in maniera surrettizia, in modo che non se ne avverta tutta l&#8217;assurdità ma finiscano poco per volta per creare una mentalità di fondo, per far scattare certi riflessi e certe reazioni emotive in maniera automatica e inconsapevole. Il primo di questi sotto-dogmi è la superiorità dei superuomini <em>yankee</em> rispetto a coloro che hanno avuto la disgrazia di nascere in altre parti di questo pianeta.</p>
<div id="attachment_8053" class="wp-caption alignleft" style="width: 211px"><img class="size-full wp-image-8053" title="Bombardamenti terroristici americani su Caen." src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/caen.jpeg" alt="Bombardamenti terroristici americani su Caen." width="201" height="250" /><p class="wp-caption-text">Bombardamenti terroristici americani su Caen.</p></div>
<p style="text-align: justify;">Naturalmente, un concetto simile sarebbe subito visto come inaccettabile se fosse formulato in maniera esplicita, ma si veda ad esempio tutte le volte che si parla della seconda guerra mondiale, il piagnisteo sui caduti americani nel conflitto, soprattutto in certi episodi come lo sbarco in Normandia (un&#8217;operazione indubbiamente mal condotta che comportò una notevole emorragia di forze per gli invasori e che, senza l&#8217;enorme sproporzione delle forze in campo, si sarebbe risolta in un disastro per i nemici dell&#8217;Europa). Più che ridicolo, è vergognoso, perché nel contempo ci si dimentica o ci si vuole far dimenticare dei nostri soldati, questi sì autentici eroi, che ributtarono indietro quasi a mani nude i carri armati britannici a El Alamein e quelli sovietici a Nikolajewka, perché si passano sotto silenzio i quattro milioni di morti <span style="text-decoration: underline;">civili</span> seminati in tutta Europa dai bombardamenti terroristici angloamericani, fra cui decine di migliaia di nostri connazionali, con episodi particolarmente atroci come la strage di Gorla dove gli assassini dal cielo bombardarono una scuola elementare uccidendo centinaia di bambini, atrocità insensate e inutili dal punto di vista militare con le quali lo stesso Stalin che di certo non era uno stinco di santo, si rifiutò di sporcarsi le mani.</p>
<p style="text-align: justify;">Parliamo dei due bombardamenti nucleari sul Giappone, Hiroshima e Nagasaki, che furono distrutte dall&#8217;olocausto atomico <span style="text-decoration: underline;">quando il Giappone aveva già chiesto la resa</span>, per collaudare sul campo le nuove superarmi e per indurre l&#8217;Unione Sovietica a moderare le sue pretese nell&#8217;imminente spartizione planetaria.</p>
<p style="text-align: justify;">Vorrei far notare che in questi sessant&#8217;anni gli Stati Uniti hanno attuato la stessa “filosofia” assassina dovunque sono intervenuti, colpendo in maniera spietata le popolazioni civili, dal Vietnam all&#8217;Irak, alla Serbia, all&#8217;Afghanistan, portando a un sostanziale imbarbarimento della guerra e delle relazioni fra i popoli, e trovando, ad esempio, entusiasti emuli negli Israeliani.</p>
<p style="text-align: justify;">Che attorno all&#8217;attentato delle <em>Twin Towers </em>dell&#8217;11 settembre 2001 si sia, (sia stato) sollevato lo sgomento mondiale, onestamente l&#8217;ho trovato grottesco e una riprova di quanto i dogmi democratici abbiano surrettiziamente plagiato l&#8217;opinione pubblica internazionale, almeno quella raggiungibile dal sistema mediatico “occidentale”. Due-tremila morti era il numero di vittime che poteva fare un bombardamento su una città di medie dimensioni quasi ogni giorno della seconda guerra mondiale&#8230; a meno che &#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">A meno che non abbiamo fatto inconsapevolmente nostro il dogma democratico secondo il quale la carne dei superuomini statunitensi vale nettamente di più della nostra.</p>
<p style="text-align: justify;">Contrariamente a quanto affermato <span style="text-decoration: underline;">in teoria</span> dal diritto internazionale gli Yankee non possono tollerare che qualcuno dei loro possa essere processato da sottouomini che non sono nati fra il Messico e il Canada, anche se per conto loro si arrogano il diritto di processare pure capi di stato stranieri come Karl Doenitz, Saddam Hussein, Slobodan Milossevich (assassinato in carcere prima di arrivare al processo quando si sono resi conto che il dibattimento li avrebbe messi in grave imbarazzo), e questo è tanto più grottesco in quanto loro stessi non si fanno scrupoli di somministrare la pena di morte con grande leggerezza ai loro concittadini. E&#8217; per questo motivo che non hanno consegnato alla legge italiana gli assassini di Ustica, quelli del Cermis, l&#8217;uccisore di Nicola Calipari e stanno mettendo in atto ogni artificio procedurale per sottrarre alla nostra giustizia Amanda Knox implicata nell&#8217;omicidio di Perugia. Ci mancherebbe, i servi, quali noi siamo, quali ci considerano, non possono giudicare i padroni!</p>
<p style="text-align: justify;">Naturalmente, lo scopo dell&#8217;ideologia democratica è precisamente quello di impedire ai popoli europei usciti sconfitti dalla seconda guerra mondiale (e su questo punto c&#8217;è bisogno di avere le idee molto chiare: <span style="text-decoration: underline;">tutti</span> i popoli e gli stati europei sono usciti indistintamente sconfitti dalla seconda guerra mondiale, anche quelli che hanno militato nel campo antifascista, perché questa guerra ha determinato la fine della preminenza planetaria del nostro continente, la sua riduzione a una serie di colonie russo-americane allora, esclusivamente <em>yankee</em> oggi), di comprendere di essere vittime di un assoggettamento e di uno sfruttamento imperialistici.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando esisteva l&#8217;Unione Sovietica, il timore del comunismo assolveva egregiamente questa funzione. Tramontato il pericolo bolscevico, si sono dovute cercare altre giustificazioni, altri pretesti per il mantenimento di un&#8217; “alleanza” che è in realtà un vassallaggio. Il timore del fondamentalismo islamico si è prestato in parte a questo scopo (glissando ovviamente sul fatto che la questione palestinese, il “genocidio al rallentatore” degli originari abitanti della Palestina portato avanti da Israele – che per inciso non ha alcuna connessione etnica, o ne ha infinitamente meno dei Palestinesi arabizzati con l&#8217;ebraismo dei tempi biblici – sempre con il costante spalleggiamento americano, è il motivo principale dell&#8217;anti-occidentalismo che ha portato alla rinascita del fondamentalismo islamico), ma ciò è ancora poco, e un ruolo molto maggiore ce l&#8217;ha il complesso di colpa che si è instillato negli Europei per il cosiddetto olocausto, di cui li si accusa di essere stati complici o di non aver fatto abbastanza per impedirlo.</p>
<p style="text-align: justify;">Qui si arriva a un punto in cui l&#8217;ideologia democratica mostra veramente la corda, svela la sua intrinseca falsità, perché si è fatto in modo che il dogma olocaustico diventasse inattaccabile <span style="text-decoration: underline;">proibendo</span> la ricerca storica, <span style="text-decoration: underline;">considerando reato</span> l&#8217;espressione di dubbi a questo riguardo, trattando gli storici, i ricercatori, gli studiosi “revisionisti” colpevoli di voler capire come sono andate effettivamente le cose, come se fossero loro stessi responsabili di genocidio.</p>
<p style="text-align: justify;">Se l&#8217;espressione di <span style="text-decoration: underline;">alcune</span> opinioni è legittima, mentre asserirne <span style="text-decoration: underline;">altre</span> porta direttamente in carcere, dove diavolo è la libertà? Che differenza c&#8217;è fra la democrazia e qualsivoglia tirannide totalitaria? Evidentemente nessuna!</p>
<p style="text-align: justify;">Tuttavia, e sempre tenendo presente che in ogni caso anche accettando la vulgata ufficiale i numeri di questo presunto sterminio rimangono nettamente inferiori a quelli delle atrocità commesse nel secondo conflitto mondiale dai vincitori, il problema di una quantificazione del cosiddetto olocausto è un problema <span style="text-decoration: underline;">storico</span> e non <span style="text-decoration: underline;">politico</span>. La domanda alla quale i democratici non sanno e non possono rispondere, è molto semplice. Perché mai dovremmo trascinarci in eterno un paralizzante senso di colpa per quella o qualsivoglia altra vicenda storica? Perché dovremmo subire per l&#8217;eternità il predominio americano come espiazione? La responsabilità è sempre personale, e coloro che sono nati dopo la seconda guerra mondiale non possono averne alcuna.</p>
<p style="text-align: justify;">Noi non dobbiamo dimenticare che in effetti, quando parliamo di Stati Uniti, non parliamo di certo di una realtà socialmente o culturalmente omogenea, ma di una società ancora più stratificata di quelle europee, dove esistono i super-ricchi che costituiscono l&#8217;oligarchia del denaro e muovono tutte le leve del potere, e i miserabili, più miserabili dei loro corrispondenti europei, perché un sistema basato sul liberismo puro non contempla o riduce al minimo quegli ammortizzatori sociali che sono comuni in quasi tutte le nazioni europee; che sono o erano comuni, perché da vent&#8217;anni è iniziato anche da noi un attacco sistematico a qualsiasi forma di stato sociale.</p>
<p style="text-align: justify;">Il crollo dei regimi comunisti in Unione Sovietica e nell&#8217;Europa orientale ha provocato come effetto di rimbalzo il radicamento dell&#8217;idea che solo il liberismo selvaggio possa produrre buoni risultati in campo economico, in pratica che lasciare il grande capitalismo soprattutto finanziario libero di esercitare le sue speculazioni piratesche ai danni di tutti gli altri, significhi il benessere complessivo della società.</p>
<p style="text-align: justify;">Si è preteso che questa assurdità sia una forma di pensiero economico talmente vincente da avere del tutto sbaragliato qualsiasi visione antagonista al punto da essere ormai diventata “il pensiero unico” in campo economico. A questo si aggiunge, almeno negli Stati Uniti, un&#8217;erronea sensazione di essere gli orgogliosi dominatori del pianeta quando la reale situazione esistenziale di costoro è, sul piano della vita concreta, di uno squallore che cercano di nascondere prima di tutto a loro stessi. C&#8217;è qualcosa di allucinante nel vedere appartenenti alla classe media e ai ceti subalterni sostenere con convinzione uomini politici che propongono ricette economico-sociali che giovano solo all&#8217;interesse dei super-ricchi, e sono abbondantemente foraggiati dagli stessi. Certo, c&#8217;è da fare il conto dell&#8217;enorme potere plagiatore del sistema mediatico, ma anche di una vera e propria dissonanza cognitiva.</p>
<p style="text-align: justify;">Con il crollo dell&#8217;Unione Sovietica e dei regimi comunisti dell&#8217;Europa dell&#8217;Est è fallito <span style="text-decoration: underline;">un</span> modello di socialismo, quello marxista, ma questo evento storico in sé non ci dice nulla sulla validità o non validità del principio socialista in quanto tale, ossia il principio dell&#8217;intervento dello stato nell&#8217;economia (e/o il controllo dell&#8217;economia da parte dello stato) a fini di equità sociale, e di certo non giustifica il “democratico” appoggio/ratifica attraverso il meccanismo elettorale da parte di grandi masse di cittadini-lavoratori di politiche che servono solo gli interessi di una ristretta oligarchia e sono per il “popolo sovrano” un autentico <em>boomerang</em>; uno spettacolo penoso se non fosse tragico, e ci fa vedere come nelle cosiddette democrazie questo “popolo sovrano” è costantemente raggirato e preso per il naso o per il fondoschiena.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/discorsi-alla-nazione-tedesca/2827" target="_blank"><img class="alignright size-medium wp-image-8050" style="margin: 10px;" title="discorsi-alla-nazione-tedesca" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/discorsi-alla-nazione-tedesca-198x300.jpg" alt="" width="198" height="300" /></a>E&#8217; quanto meno concepibile <span style="text-decoration: underline;">un altro</span> modello di socialismo, che non vorrei definire “alternativo” a quello marxista, perché è più antico di quest&#8217;ultimo al punto che si può pensare che quello marxista non ne sia altro che una degenerazione. Si tratta dell&#8217;idea organica dello stato-comunità allo stesso tempo nazionale e sociale già enunciata da J. G. <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/johann-gottlieb-fichte" target="_blank">Fichte</a></span> nei <em><a title="Discorsi alla nazione tedesca" href="http://www.libriefilm.com/discorsi-alla-nazione-tedesca/2827" target="_blank">Discorsi alla nazione tedesca</a> </em>e della quale troviamo un&#8217;anticipazione già in <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/platone">Platone</a></span> che invitava i custodi a vigilare affinché il popolo non si impoverisse e a evitare gli arricchimenti eccessivi. <em>Volksgemeinschaft</em>, l&#8217;idea della comunità nazionale e popolare che non ammette disparità sociali eccessive, le quali non consentono che possa esistere fra i membri della comunità uno spirito di solidarietà.</p>
<p style="text-align: justify;">Benché spesso formulata in termini romantici (però è tutto da vedere se quello che nel XIX secolo è stato il movimento romantico non costituisca ancora oggi una riserva di idee preziose per il presente e per il futuro), questa concezione di socialismo è più esatta di quella di Marx che parlava di “capitalismo” senza fare la minima distinzione fra l&#8217;imprenditore che lavora e produce ricchezza, e il capitalismo finanziario e bancario che non crea nulla ma sposta solo i flussi di denaro, trasformando il lavoro di molti nella ricchezza di pochi. Si provi a pensare soltanto a come questa differenza sia ancora oggi importante soprattutto in una realtà sociale come quella italiana dove il tessuto sociale e produttivo è ancora composto soprattutto dalla produttività di piccole aziende perlopiù a conduzione familiare.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/ezra-pound-e-la-repubblica-sociale-italiana/7768" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-8051" style="margin: 10px;" title="ezra-pound-e-la-rsi" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/ezra-pound-e-la-rsi.jpg" alt="" width="200" height="294" /></a>Ezra Pound, da questo punto di vista, aveva colto molto di più nel segno di Marx nel saggio <em>Denaro e usura</em>, e si ricorderà che anche Mussolini aveva sottotitolato la testata del “Popolo d&#8217;Italia” <em>Quotidiano dei combattenti e dei produttori</em>, come a dire che la vera discriminante, la linea di faglia non corre tra “proletari” e “borghesi” ma fra produttori e parassiti.</p>
<p style="text-align: justify;">La vittoria dell&#8217;anti-Europa nella seconda guerra mondiale prima, l&#8217;egemonia planetaria americana conseguente al crollo dei regimi comunisti nell&#8217;Unione Sovietica e nell&#8217;Est europeo poi, hanno portato al trionfo del grande capitale finanziario-bancario-parassitario in uno col trionfo della “democrazia”, e questa non può essere certo ritenuta una coincidenza.</p>
<p style="text-align: justify;">I fenomeni ai quali stiamo assistendo oggi, la globalizzazione economica e i flussi migratori che dal Terzo Mondo si riversano sull&#8217;Europa sono semplicemente una conseguenza di questo fatto. Non soltanto questo pianeta si è trasformato in un <em>mercato globale</em>, ma l&#8217;ibridazione, l&#8217;imbastardimento etnico conseguenti ai flussi migratori <span style="text-decoration: underline;">provocati</span>, rispondono a esigenze precise del grande capitale <span style="text-decoration: underline;">parassitario</span> internazionale ma in concreto localizzato principalmente negli Stati Uniti.</p>
<p style="text-align: justify;">Per prima cosa, un&#8217;umanità meticciata dove non esistono più popoli, culture, tradizioni, identità, ma dominano unicamente le leggi economiche del mercato, è il perfetto <span style="text-decoration: underline;">mercato globale</span> per fare da supporto all&#8217;economia globale. Secondariamente, questa è un&#8217;arma diretta in maniera specifica contro l&#8217;Europa in modo che il Vecchio Continente non possa mai più rialzare la testa, trasformando i suoi popoli in un ibrido bastardume multietnico come sono gli Stati Uniti stessi, perché diciamolo, il materiale umano che importiamo <em>obtorto collo,</em> che ci ritroviamo in casa con l&#8217;immigrazione, vale nettamente di meno degli Europei, è una zavorra, un peso morto a carico della nostra assistenza pubblica o manovalanza per la criminalità. Distruggere le possibilità di rinascita dell&#8217;Europa e creare le migliori condizioni per la prosperità del grande capitale internazionale finanziario e parassitario: sono queste le finalità – per loro stessa ammissione, come abbiamo visto – per cui gli Stati Uniti hanno combattuto negli ultimi tre quarti di secolo, ma sicuramente anche da molto prima.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando qualcuno ha il coraggio di prendere di petto i dogmi fasulli della democrazia, si scontra inevitabilmente con il suo spietato volto tirannico. Per lo scrittore austriaco Gert Honsik si sono aperte le porte del carcere per aver scritto il libro <em>Il piano Kalergy in 21 punti </em>nel quale ha denunciato il tentativo di distruzione dei popoli europei attraverso il declino demografico provocato e l&#8217;immigrazione del pari, come abbiamo visto, provocata. Per incarcerare Honsik si è fatto ricorso in maniera del tutto impropria alle leggi tendenti a colpire il revisionismo sull&#8217;olocausto, benché il libro di Honsik dell&#8217;olocausto non si occupasse affatto.</p>
<p style="text-align: justify;">Apprendiamo un altro concetto fondamentale: la libertà non si può parcellizzare, suddividere in compartimenti stagni, la lesione della libertà nel campo dell&#8217;olocausto si riflette su tutti gli altri. La libertà e il diritto all&#8217;informazione, i nemici più odiati dai despoti che preparano la morte dell&#8217;Europa celati sotto il manto bugiardo della democrazia.</p>
<p style="text-align: justify;">C&#8217;è una domanda che forse i più ingenui dei lettori porranno: l&#8217;autodifesa etnica dell&#8217;Europa è razzismo? Io credo che a ciò si possa tranquillamente rispondere di no: non si tratta di opprimere o perseguitare etnie altrui ma di difendere le nostre etnie. Poniamoci invece una questione diversa che di solito non viene mai sollevata: la democrazia è esente dal crimine di razzismo?</p>
<p style="text-align: justify;">Precisiamo in via preliminare che si possono commettere crimini orrendi, arrivare al genocidio senza che il fattore razziale sia minimamente in ballo, si pensi per esempio al massacro dei <em>kulaki</em>, i contadini proprietari di terre nell&#8217;Unione Sovietica di Stalin: milioni di persone deportate, trucidate o condannate a una lenta morte orribile per freddo, fatica, fame, un vero e proprio genocidio dove la discriminazione non era etnica ma sociale.</p>
<p style="text-align: justify;">In generale, tuttavia, si parla di razzismo quando delle persone sono discriminate o perseguitate non per qualcosa che hanno o si suppone che abbiano fatto, ma per la loro appartenenza etnica, per la loro nascita, per quello che sono. E&#8217; un tipo di crimine da cui la democrazia si può ritenere esente?</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;">In teoria</span>  la democrazia che si baserebbe sull&#8217;asserzione dell&#8217;uguaglianza di tutti gli uomini, dovrebbe essere quanto di più lontano concepibile dal razzismo, ma noi sappiamo che teoria e pratica sono due cose spesso molto, molto diverse.</p>
<p style="text-align: justify;">Che il comunismo sia un&#8217;ideologia intrinsecamente genocida e razzista, questo l&#8217;ho spiegato e credo di averlo dimostrato già in alcuni scritti precedenti. Facevo l&#8217;esempio della conclusione del secondo conflitto mondiale, quando sovietici e jugoslavi misero in atto in pieno accordo una politica di “pulizia etnica” per far avanzare il mondo slavo verso occidente a spese di quello germanico e latino. Due-tre milioni di tedeschi massacrati dall&#8217;Armata Rossa a est dell&#8217;Oder, e dodici milioni costretti alla fuga; decine di migliaia di italiani trucidati dai partigiani jugoslavi sulla sponda orientale dell&#8217;Adriatico e 350.000 costretti alla fuga. Vorrei sottolineare che se le vittime della mattanza jugoslava furono decisamente inferiori a quelle delle iene dell&#8217;Armata Rossa, questo non avvenne perché gli jugoslavi fossero più “buoni” dei sovietici, poiché erano delle belve altrettanto sanguinarie, ma unicamente perché il “teatro di operazioni” era più ristretto. Stiamo parlando di vittime civili, in massima parte vecchi, donne e bambini, bambini la cui colpa non poteva essere altro che quella di essere nati italiani o tedeschi. Questo cos&#8217;è se non razzismo della specie peggiore e più bestiale?</p>
<div id="attachment_8052" class="wp-caption alignright" style="width: 260px"><img class="size-full wp-image-8052" title="Forzati al lavoro in un Gulag della Kolyma." src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/forzatiKolyma.jpg" alt="Forzati al lavoro in un Gulag della Kolyma." width="250" height="236" /><p class="wp-caption-text">Forzati al lavoro in un Gulag della Kolyma.</p></div>
<p style="text-align: justify;">Questi non sono i soli esempi di razzismo di matrice comunista. Ricordiamo che Stalin ha portato avanti una politica di russificazione del suo immenso impero con un&#8217;estensione e una capillarità che gli zar non si sarebbero mai nemmeno sognati. Questo ha significato in concreto soppressione o deportazione di minoranze, spesso inghiottite a villaggi interi nell&#8217;inferno dei gulag a morire di freddo, di fame, di stenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Ancora ricordiamoci, ad esempio, della minoranza ungherese in Romania, che non fu mai infastidita dal regime fascista del maresciallo Antonescu (ma come? Questi fascisti non erano <em>il male assoluto</em>? Come mai, all&#8217;atto pratico si dimostrano invariabilmente persone molto migliori di “democratici” e “compagni”?), ma fu spietatamente perseguitata dal dittatore comunista Ceaucescu.</p>
<p style="text-align: justify;">C&#8217;è un proverbio che dice: “Tanto è ladro chi ruba che chi tiene il sacco”. Le <span style="text-decoration: underline;">persecuzioni razziste</span> di Tito e Stalin contro italiani e tedeschi hanno avuto il sostegno, l&#8217;incitamento, la fattiva collaborazione degli “alleati” angloamericani. Da questi delitti la “democrazia liberale” non può chiamarsi fuori. La Gran Bretagna in particolare insistette perché all&#8217;Armata Rossa fosse demandato il compito di annientare la Prussia, considerata “il nucleo del militarismo tedesco”. Capite quello che significa? Se avevi la disgrazia (la colpa) di essere nato tra Danzica e Koenigsberg, agli occhi di sir Winston Churchill, campione della democrazia <span style="text-decoration: underline;">cioè</span> squallido e ripugnante figuro razzista, eri per ciò stesso qualcuno da perseguitare, scacciare dalla propria terra o sopprimere.</p>
<p style="text-align: justify;">La città di Zara in Dalmazia, pur non avendo installazioni industriali o una presenza militare di rilievo, fu nel corso del conflitto oggetto di ben 37 bombardamenti terrificanti, di quelli che cambiano la topografia di una regione. E&#8217; stato uno dei contributi dati dagli angloamericani alla “pulizia etnica” jugoslava contro gli Italiani. In più, la Dalmazia dove, a cominciare da Zara, la presenza italiana era innegabile, aveva il torto di dimostrare con il semplice fatto di esistere, che l&#8217;Italia era stata trattata ingiustamente a Versailles e che, nonostante l&#8217;enorme contributo di sangue dato nella prima guerra mondiale, non le era stata neppure restituita la sovranità su tutte le terre etnicamente e storicamente italiane.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma c&#8217;è di più, perché la “democrazia liberale” si è resa responsabile anche di manifestazioni di feroce razzismo in proprio, senza interposta falce e martello. C&#8217;è una storia assai poco conosciuta, di quelle su cui la storiografia ufficiale non vuole che si punti l&#8217;attenzione. Ha avuto il coraggio di rivelarla dopo decenni di silenzio la cantante Frida del complesso musicale svedese degli Abba. Frida ha rivelato di essere nata in un <em>Lebensborn </em>in Norvegia e, dopo l&#8217;arrivo degli Alleati, di aver trascorso un&#8217;infanzia orribile, fatta di privazioni, umiliazioni e maltrattamenti fino a quando lei e la madre non riuscirono a fuggire e a rifugiarsi in Svezia che, essendo rimasta neutrale durante il conflitto, non era stata occupata dai “liberatori”.</p>
<p style="text-align: justify;">Il <em>Lebensborn </em>(“sorgente di vita”)<em> </em>era un&#8217;istituzione del Terzo Reich dove i giovani militari scapoli potevano avere rapporti con delle ragazze selezionate, allo scopo di preservare la loro discendenza. Le ragazze dei <em>Lebensborn </em>non erano prostitute, erano ragazze scelte per essere le madri della nuova generazione del Reich. La testimonianza di Frida è molto esplicita: con il loro arrivo, gli Alleati hanno trasformato i <em>Lebensborn </em>in luoghi di sevizie e di morte; ai loro democratici occhi i bambini dei <em>Lebensborn </em>erano “i figli di Hitler” e dovevano pagare fino in fondo l&#8217;inespiabile colpa di essere venuti al mondo. Non ci sono informazioni sugli altri bambini dei <em>Lebensborn</em> in Norvegia, in Germania o altrove, ma è probabile che a ben pochi o a nessuno di loro sia stato concesso di arrivare all&#8217;età adulta. Razzismo assassino della peggiore specie che se l&#8217;è presa coi più deboli, con coloro che non erano in grado di difendersi, e pienamente democratico che ha fatto ricadere l&#8217;odio antifascista sulle teste di bambini che hanno avuto il solo torto di nascere.</p>
<p style="text-align: justify;">In ultima analisi o in estrema sintesi, che cos&#8217;è la democrazia? Possiamo dire che è una tirannide liberticida e razzista, o una serie di tirannidi liberticide e razziste, un&#8217;arma o una serie di armi puntate contro i popoli europei per togliere loro la possibilità di avere un futuro. <em> </em></p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/la-tirannide-democratica.html' addthis:title='La tirannide democratica ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>L’America di Julius Evola</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Mar 2011 09:34:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Sessa</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Evola individuava la causa della sottile ma profonda pervasività dell'americanizzazione nella supina acquiescenza dei mezzi di comunicazione di massa alla cultura d’oltreoceano.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/l%e2%80%99america-di-julius-evola.html' addthis:title='L’America di Julius Evola '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/evola48x48.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Julius Evola" /><br/><p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/civilta-americana-scritti-sugli-stati-uniti-1930-1968/9046" target="_blank"><img class="alignleft size-medium wp-image-6542" style="margin: 10px;" title="civilta-americana" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/civilta-americana-193x300.jpg" alt="" width="193" height="300" /></a>Molti hanno tentato, nel corso del tempo, di ridurre il pensiero di <a title="Julius Evola" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/julius-evola/">Julius Evola</a> a semplicistici schemi ideologici, ma tale operazione, alla lunga, si è rivelata deformante e riduttiva. Infatti, la   produzione complessiva del filosofo, non solo è articolata e diversificata al proprio interno, per la varietà dei temi affrontati ma è, altresì, complessa a causa della stratificazione contenutistica che la contraddistingue. La cosa, è confermata da una recente pubblicazione della Fondazione Evola, <em><a title="Civiltà americana" href="http://www.libriefilm.com/civilta-americana-scritti-sugli-stati-uniti-1930-1968/9046">Civiltà americana. Scritti sugli Stati Uniti 1930-1968</a>, </em>Controcorrente editore, euro 10,00 (per ordini: controcorrente_na@alice.it, o 081/421349, Via Carlo de Cesare 11, 80132 Napoli). Nella nota introduttiva, <a title="Gianfranco de Turris" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/gianfranco-de-turris/">Gianfranco de Turris</a> ricorda che gli scritti presentati in questa silloge consentono al lettore di comprendere come l’antiamericanismo evoliano si sia sviluppato su un piano assai diverso da quello espresso dalla Sinistra: esso fu conseguente a una “visione del mondo” e maturò attraverso l’analisi attenta e mirata di fenomeni di costume, della mentalità, nonché dell’etica, espressi dagli USA, nel corso della storia.</p>
<p style="text-align: justify;">Il curatore del volume, <a title="Alberto Lombardo" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/alberto-lombardo/">Alberto Lombardo</a>, nella prefazione, chiarisce come le opposte interpretazioni di <a title="Evola" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/julius-evola/">Evola</a> su questo tema, quella liberale e quella <em>no global, </em>si rivelino delle estremizzazioni mistificanti, alla luce dell’esegesi dei quattordici articoli qui raccolti, che furono pubblicati dal filosofo su dieci diverse testate, tra il 1930 e il 1968. Rispetto alla prima delle due letture, è certamente possibile affermare che <a title="Evola" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/julius-evola/">Evola</a>, nel secondo dopoguerra, giustificò la scelta del MSI di votare a favore del Patto Atlantico, soltanto in funzione di una <em>Realpolitik</em>, che lo indusse a vedere nell’Unione Sovietica un pericolo maggiore, rispetto a quello americano, almeno sotto il profilo politico e materiale. Il che non implicò alcun cedimento in senso liberale, dal punto di vista spirituale: “<em>Su tale piano&#8230; dovrebbe restar fermo… che Russia e America rappresentano due facce di uno stesso male</em>” (<em>Difendersi dall’America,</em> in “Il Popolo italiano”, 14 Dicembre 1957, qui p. 67).</p>
<p style="text-align: justify;">Per quanto attiene all’<a title="Evola" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/julius-evola/">Evola</a> presunto <em>no global</em>, va rilevato come, in questi scritti, emerga, nonostante le evidenti posizioni antieconomiciste del pensatore tradizionalista, l’enorme distanza che distingue le sue tesi da quelle espresse dalla cultura<em> beat</em> e più recentemente <em>no global</em>.  Il discrimine è da individuarsi in ciò che Lombardo definisce il problema della forma: il far riferimento, da parte di <a title="Evola" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/julius-evola/">Evola</a>, a un centro interiore ordinante, in grado di porre “in forma” la realtà, dopo la distruzione di ciò che ormai non è più portatore di senso.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/il-maestro-della-tradizione/5945" target="_blank"><img class="size-full wp-image-5569 alignright" style="margin: 10px;" title="maestro-tradizione" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/maestro-tradizione.jpeg" alt="" width="200" height="284" /></a>Dunque, l’importanza del volume è da individuarsi nel fatto che, dalla sua lettura, si evince come l’autore interpreti di fatto l’America: non come la nazione giovane, sempre alla ricerca di nuove frontiere, ma al contrario come una fine. Più precisamente, come la conclusione primitivistica dell’organica civiltà europea. Ciò, alla luce di una morfologia della storia che pone in corrispondenza i caratteri delle fasi ultime di un ciclo, con quelli delle fasi iniziali. Nel modo di vivere americanizzato si manifesta l’evasione dell’<em>animus</em> europeo da se stesso, il suo sottrarsi al reale per accedere ad una dimensione esistenziale sub-reale, che chiude ad aperture verso il superiore, il cui carattere peculiare è l’infantile esaltazione della grandezza materiale in ogni ambito. Il ribellismo anarcoide o il trovar comodo riparo nella melassa del neo spiritualismo, tanto avversati, per la loro costitutiva insufficienza da <a title="Evola" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/julius-evola/">Evola</a>, sono le uniche alternative che il progetto sociale utilitarista, mirante alla liberazione dal mero bisogno economico, concede agli insoddisfatti del “migliore dei mondi possibili”. A coloro che, pur vivendo in una società opulenta, percepiscono il vuoto dentro e fuori di sé, e si chiedono: “<em>eppure manca qualcosa</em>” (<em>Libertà dal bisogno e umanità bovina, </em>in “Il Secolo d’Italia”, 27 Gennaio 1953, qui pp. 39/42). <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">Simbolo</a> teorico del Nuovo mondo è il filosofo John Dewey, sostenitore di una pedagogia risolutrice, alla luce della quale, attuando determinati accorgimenti tecnico-didattici sarebbe possibile, per tutti, conseguire qualsiasi risultato e obiettivo, a prescindere da quelle qualità interiori, che caratterizzano la personalità in senso proprio e tradizionale. Per questo, come rileverà Augusto Del Noce, la “filosofia dell’esperienza” dell’americano, diverrà, nel secondo dopoguerra, volano culturale in Europa, del sociologismo secolarizzante, base teorica del neo-illuminismo contemporaneo. In questo senso, per <a title="Evola" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/julius-evola/">Evola</a> l’Americano medio è: “<em>..la confutazione vivente dell’assioma cartesiano “Penso, dunque sono”, giacché essi non pensano, eppure sono</em>” (<em>Civiltà americana,</em> in Asso di Spade, 31 Agosto 1952, qui p. 37). L’Americanismo si manifesta come civiltà dei <em>paria, </em>degli uomini senza qualità e forma che paradossalmente, nell’epoca ultima, tendono al dominio, ricorrendo, finanche, alle “guerre di civiltà”. Il loro modello sociale si fonda su una diffusa <em>anestesia</em>, sull’offesa del bello e dell’organico: tutto è dominato dall’informe e dal meccanico, persino gli istinti primari sono posti sotto controllo, come mostra la diffusa “anestetizzazione sessuale” che per <a title="Evola" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/julius-evola/">Evola</a> è: “..<em>una trasposizione patologica della libido dalle forme normali di soddisfazione a quelle narcisistiche dell’esibizionismo frigido, della vanità e del culto fisico e afunzionale del proprio corpo</em>” (<em>Moralità americane,</em> in “Meridiano d’Italia”, 15 Febbraio 1953, qui p. 44).</p>
<p style="text-align: justify;">Il filosofo si mostra acuto diagnosta quando rileva i rischi evidenti dell’americanizzazione del mondo e individua la causa della sua sottile ma profonda pervasività, nella supina acquiescenza dei mezzi di comunicazione di massa alla cultura d’oltreoceano. Dall’ambito musicale a quello cinematografico, dalla letteratura popolare alla politica culturale della RAI, il filosofo presenta la progressiva colonizzazione dell’immaginario, realizzatasi in Europa e in Italia, in pochi decenni. Tra i quattordici articoli, tutti estremamente critici nei confronti dello stile di vita americano, vale la pena segnalare <em>Addio America d’altri tempi </em>(In “Meridiano d’Italia”, 3 Luglio 1955, qui pp.55/58), in quanto in esso l’autore sembra nutrire qualche speranza su una possibile “rettifica” politica del democratismo statunitense. Infatti, a parere di <a title="Evola" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/julius-evola/">Evola</a>, negli USA degli anni cinquanta si stava manifestando, a fronte dei proclami democratici della classe dirigente, una prepotente gerarchizzazione nell’organizzazione degli apparati industriali, che avrebbe potuto essere foriera, quantomeno, di una certa limitazione delle tendenze politiche più regressive di quel paese. Ben presto, però, queste aspettative sarebbero andate deluse. Ben presto, si sarebbero definitivamente affermati quei processi di meticciato e di promiscuità sociale che il pensatore critica, in altri articoli che compaiono in questa raccolta. In un momento di crisi economica internazionale come l’attuale, e in una fase storica in cui le democrazie liberali mostrano il volto oligarchico della <em>governance</em>, le pagine di <a title="Evola" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/julius-evola/">Evola</a> sull’America e sulla sua “civilizzazione” assumono, pertanto, per il lettore contemporaneo, carattere profetico e chiarificatore.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto, con il gentile consenso dell&#8217;Autore, da <em>Il Borghese </em>3 (marzo 2011) &#8211; XI n.s., pp. 72-73.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/l%e2%80%99america-di-julius-evola.html' addthis:title='L’America di Julius Evola ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>L’antiamericanismo di Evola non è pregiudizio, ma parte d’una visione coerente del mondo</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Feb 2011 17:36:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Lamendola</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La rilettura degli scritti di Evola sulla civiltà americana costituisce un'autentica miniera di spunti critici per chi voglia porsi in maniera consapevole, e al tempo stesso propositiva, nei confronti della deriva nichilista.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/l%e2%80%99antiamericanismo-di-evola-non-e-pregiudizio-ma-parte-d%e2%80%99una-visione-coerente-del-mondo.html' addthis:title='L’antiamericanismo di Evola non è pregiudizio, ma parte d’una visione coerente del mondo '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/evola48x48.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Julius Evola" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/teiwaz.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Teiwaz" /><br/><p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-medium wp-image-4705" style="margin: 10px;" title="evola" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/evola-300x297.jpg" alt="" width="300" height="297" />Recentemente la Fondazione Julius Evola ha curato la seconda edizione (dopo quella del 1983) dell’antologia di testi evoliani dedicati alla civiltà statunitense, a cura di <a title="Alberto Lombardo" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/alberto-lombardo">Alberto Lombardo</a>, intitolata <a title="Civiltà americana" href="http://www.libriefilm.com/civilta-americana-scritti-sugli-stati-uniti-1930-1968/9046"><em>Civiltà americana</em></a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Si tratta di una raccolta di quattordici scritti, apparsi fra il 1930 e il 1968, ossia da prima dello scoppio della seconda guerra mondiale a pochi anni prima della scomparsa del filosofo, avvenuta nel 1974. Il primo testo è il celebre «Noi antimoderni»; l’ultimo s’intitola «Suggestione negra». Fra i più significativi, come appare già dai rispettivi titoli, «”Libertà dal bisogno” e umanità bovina» (del 1952) e «Difendersi dall’America» (del 1957).</p>
<p style="text-align: justify;">Molto è stato detto e scritto sull’antiamericanismo di <a title="Evola" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/julius-evola">Evola</a>, nonché sulla circostanza, invero eloquente, che la sua produzione su questo tema è perfino più abbonante di quella dedicata all’anticomunismo; per cui riteniamo che questa ripubblicazione di una serie di scritti evoliani, dispersi su svariate riviste oggi in gran parte introvabili, sia di per sé una operazione culturale meritoria e di alto profilo.</p>
<p style="text-align: justify;">Coglie perfettamente nel segno <a title="Alberto Lombardo" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/alberto-lombardo">Alberto Lombardo</a> allorché osserva che tutta la discussione in merito è sostanzialmente viziata dal fatto che americanismo e antiamericanismo, nel panorama politico e culturale italiano (ed europeo) , hanno finito per assurgere al ruolo di bandiere di due co0ntrapposte &#8211; ma non opposte &#8211; visioni del mondo, che neppure la fine della Guerra Fredda, in apparenza, è riuscita a comporre o a rendere obsolete.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/civilta-americana-scritti-sugli-stati-uniti-1930-1968/9046" target="_blank"><img class="alignleft size-medium wp-image-6542" style="margin: 10px;" title="civilta-americana" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/civilta-americana-193x300.jpg" alt="" width="193" height="300" /></a>E questo per la buona ragione che tanto gli americanisti quanto gli antiamericanisti continuano a muoversi entrambi sul medesimo terreno culturale, proprio della modernità intesa in senso puramente quantitativo: democrazia, capitalismo, egualitarismo, cultura dei diritti, scuola di massa, dominio di una vociante “opinione pubblica” che non si rende conto di essere strumentalizzata, dietro la maschera della demagogia più sfrenata, da una rete occulta di “poter forti” di matrice finanziaria ed economica.</p>
<p style="text-align: justify;">In questo senso, ha ancora ragione Lombardo quando osserva che l’antiamericanismo superficiale e viscerale di casa nostra non è affatto una alternativa ai valori, se così vogliamo chiamarli, rappresentato dalla civiltà americana, perché, in ultima analisi, si riduce ad un americanismo purgato dai <em>fast-food </em>di McDonald’s e dalla Coca-Cola.</p>
<p style="text-align: justify;">La vera alternativa all’americanismo non è, pertanto, una modernità che vorrebbe accettare tutto il regno del quantitativo, rappresentato allo spirito americano, ma senza i suoi <a title="simboli" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simboli</a> più vistosi e appariscenti, per non dire più chiassosi e volgari; ma un lucido, ragionato rifiuto di tutto l’universo spirituale (o piuttosto anti-spirituale) sotteso a quella civiltà.</p>
<p style="text-align: justify;">Diversamente, l’antiamericanismo nostrano si riduce a quella misera cosa che in realtà è: una servile accettazione della sua essenza profonda, pretendendo però di nascondere alla vista &#8211; ipocritamente &#8211; certe forme esteriori.</p>
<p style="text-align: justify;">Osserva, infatti, <a title="Alberto Lombardo" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/alberto-lombardo">Alberto Lombardo</a> a questo proposito (op. cit., 16-18):</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">«L’antiamericanismo, che un autore apprezzato dagli americanisti nostrani ha definito “una malattia psicologica”, non è sufficiente ad accostare <a title="Evola" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/julius-evola">Evola</a> al movimento <em>no/new global</em> o ad altre correnti di pensiero. In Evola l’avversione al modello di civiltà propugnato dagli Stati Uniti non è un pregiudizio, come vorrebbe Massimo Teodori, ma parte da un’autentica visione del mondo e della storia. Già in due capostipiti della rivoluzione conservatrice tedesca, Oswald Spengler e Arthur Moeller van der Bruck, vi è una critica all’occidentalismo di marca anglosassone che è il risultato di un’analisi storica e geopolitica; analoghe posizioni si trovano in Johann von Leers e in Carl Schmitt. Vi è, soprattutto, il richiamo alla tradizione politica europea e la teorizzazione di una sua rinascita in forme nuove. Al contrario, tanto nei laudatori dell’americanismo che nei suoi detrattori, si osserva un’attitudine prona e remissiva che altro non è che una forma di disfattismo o di incoscienza. Anche i più accalorati antiamericani infatti non dubitano della validità dei dogmi  egualitari, della sacralità della democrazia, dell’importanza del meticciato come mezzo per abbattere le costrizioni di un modo che ha ancora troppe differenze.  Entrambi, americanofili e americanofobi, sognano un mondo con più ricchezza diffusa, meno frontiere e più libertà di scambi e movimenti, con la peculiare variante della presenza, o meno, delle catene dei McDonald’s o della Coca-Cola.<br />
La recente elezione negli Stati Uniti del primo Presidente di colore della storia avrebbe certo dato lo spunto a Evola per qualche articolo, non tanto per la persona considerata in se stessa (Barack Obama), quanto per il valore simbolico e sintomatico del fatto. Non vi è alcun dubbio che vedesse nella componente di colore della popolazione nordamericana la componente più tipica dello “spirito americano”: <em>“L’America è ‘negrizzata’ in termini non semplicemente demografici, ma altresì di civiltà e di sensibilità, quindi anche quando non esistono che scarse relazioni col sangue negro” </em>(in “Il popolo italiano”, 12 luglio 1957). Evola avrebbe indubbiamente interpretato questo fatto come una conferma della degenerazione spirituale americana, tanto più considerando che è stata una maggioranza bianca ad eleggere un presidente negro.<br />
Comunque non è paradossale che proprio in America, a partire dagli anni Novanta del secolo corso, Evola abbia goduto di una marginale ma non del tutto trascurabile fortuna, dovuta soprattutto alla traduzione delle sue opere principali da parte della casa editrice Inner Traditions, oltre che alla presentazione del pensiero evoliano (in termini assai diversi) da parte di Thomas Sheehan, Richard Drake e Joscelyn Godwin. Ed è piuttosto significativo che in internet, dove il nome di Evola compare in centinaia di migliaia di pagine in tutte le lingue, uno dei primi testi integralmente tradotti e disponibili in inglese (così come in altre lingue) sia stato proprio il volumetto <a title="Civiltà americana" href="http://www.libriefilm.com/civilta-americana-scritti-sugli-stati-uniti-1930-1968/9046"><em>Civiltà americana</em></a>.<br />
A ben vedere, infatti, l’autentica opposizione al modello americano è proprio quella teorizzata da Evola, che punta al primato della qualità sulla quantità, dello spirito sulla materia, dell’organicità sull’individualismo e della politica sull’economia. Però, così come la Tecnica è per sua natura universale, lo sono anche il modello economico capitalistico e l’ideologia egualitaria. Storicamente, laddove un’idea particolare si oppone ad una universale, la prima è destinata a venire travolta. Il messaggio fondamentale di Evola è proprio quello di interpretare e vivere i valori tradizionali in una prospettiva più che storica, assolutizzarli: solo con ciò potranno essere opposti a quelli dominanti, indipendentemente a ogni effettiva speranza pratica».</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Quello che non può trovarci d’accordo, nel pensiero di <a title="Evola" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/julius-evola">Evola</a> sulla civiltà americana, è, d’altra parte, il suo atteggiamento nei confronti della questione degli afroamericani, che risente di un biologismo estraneo, a ben guardare, alle stesse motivazioni ideali del pensiero del filosofo e che si presta ad una lettura in chiave francamente e inaccettabilmente razzista.</p>
<p style="text-align: justify;">Se la questione si riducesse ad un fatto puramente biologico, allora l’ultimo uomo politico europeo apertamente evoliano sarebbe Berlusconi, con la sua mediocrissima battuta sull’«abbronzatura» di Barack Obama.</p>
<p style="text-align: justify;">Invece, per le stesse ragioni per cui non è accettabile una critica all’americanismo che ne lasci intatte le basi ideologiche e si fermi ad alcuni <a title="simboli" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simboli</a> e funzioni materiali, del pari ci sembra non sia accettabile una lettura in chiave razzista della questione afroamericana.</p>
<p style="text-align: justify;">Al contrario, ci sembra che proprio la sorte dei due gruppi umani che più hanno sofferto della intrinseca malignità dello “spirito americano”, sempre camuffata dietro una roboante enfasi retorica, i neri vittime della schiavitù e gli indiani vittime della “pulizia etnica”, dovrebbe essere vista come un perenne monito contro le sirene di quella ideologia che proclama diritti e libertà per tutti, ma non esita a spazzar via con le bombe al napalm chiunque osi attraversarle il cammino, come si vede, anche ai nostri giorni, per esempio, in Iraq e in Afghanistan.</p>
<p style="text-align: justify;">Occorre demistificare l’intrinseca ipocrisia del “sogno americano” e la brutalità, eretta a sistema, dello “spirito della frontiera”, entrambe versioni rivedute e corrette di quel “destino manifesto” che ha fatto del nazionalismo statunitense la molla di una feroce volontà di sopraffazione a livello planetario, realizzata attraverso le immani distruzioni di due guerre mondiali, l’uso spregiudicato dei bombardamenti a tappeto e delle bombe atomiche, la cinica dottrina della “guerra preventiva” e la regia occulta delle <em>lobbies </em>politiche e finanziarie che hanno i loro centri nevralgici non solo a New York, ma anche a Londra e Gerusalemme.</p>
<p style="text-align: justify;">E che il pensiero di Evola non sia immune da una certa vena razzista, lo dimostrano le pagine dedicate alla questione dell’<em>apartheid </em>nell’Africa australe; ove ad alcune osservazioni giuste e condivisibili, si intrecciano altre, che dovrebbero ripugnare non diciamo ad una coscienza cristiana &#8211; ed Evola è stato, infatti, un pensatore dichiaratamente pagano -, ma anche a quel tanto di coscienza morale che l’umanità ha comunque elaborato sotto l’influsso del Cristianesimo, anche senza rendersene conto o magari, come nel caso dell’Illuminismo, in antitesi ad esso e in aperta polemica contro di esso.</p>
<p style="text-align: justify;">Queste riflessioni ci riconducono anche al discorso sulla posizione di Evola di fronte all’alternativa fra capitalismo di matrice americana e comunismo di modello sovietico. Per lui, si tratta di una falsa alternativa, e questa è la ragione per la quale rifiuta di farsi arruolare, sotto ricatto, nelle file degli “americanisti”. Capitalismo e comunismo non sono alternativi, proprio come, per Nietzsche, non lo sono liberalismo e marxismo: al contrario, si tratta di ideologie simmetriche e complementari, frutto, entrambe, della degenerazione quantitativa della modernità e dell’avvento di una concezione materialista, economicista, radicalmente laicista e avversa all’idea stessa del sacro, della gerarchia, del primato spirituale.</p>
<p style="text-align: justify;"><a title="Alberto Lombardo" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/alberto-lombardo">Alberto Lombardo</a> osserva che, quando un’idea particolare si scontra con una universale, finisce per essere travolta. Come è stato fatto notare da diversi studiosi, la forza dell’americanismo sembra consistere proprio nel suo apparente universalismo; che, ad esempio, rende simili a penose battaglie di retroguardia gli sforzi della Francia di preservare la propria identità linguistica e culturale, dato che una strategia rigida soccombe sempre davanti ad una elastica.</p>
<p style="text-align: justify;">Ebbene, si tratta di mostrare che il re è in mutande e cioè che l’americanismo, lungi dall’essere quella ideologia universalistica che cerca di apparire, è, in effetti, la più compiutamente particolaristica e la più ottusamente nazionalistica fra tutte quelle finora apparse durante il processo della modernità: l’ultimo e più abnorme frutto di una parabola degenerativa e non già il primo di un’epoca nuova e di un mondo nuovo.</p>
<p style="text-align: justify;">Del resto, la cosa è evidente anche a livello puramente numerico. Estendere il “sogno americano” all’umanità intera, ad esempio a quei due miliardi e mezzo di Cinesi e di Indiani che bussano energicamente per sedere anch’essi alla tavola del capitalismo trionfante, prima che venga sparecchiata, è cosa semplicemente impossibile, e gli Stati Uniti saranno disposti a qualunque cosa pur di opporvisi.</p>
<p style="text-align: justify;">A quel punto, però, dovranno gettare la maschera e tutto il mondo potrà vedere che l’americanismo altro non è ce un meschino nazionalismo elevato all’ennesimo potenza e che, per oltrepassare le sue mendaci promesse, occorre ripensare radicalmente il posto dell’uomo nel mondo, il ruolo dell’economia e della tecnica, e soprattutto la dimensione trascendente dell’anima, che la cultura materialista e liberale ha voluto rinnegare e che ha cerato in ogni modo di estinguere.</p>
<p style="text-align: justify;">Molto di più che una questione puramente politica, dunque: ma una vera e propria rifondazione dei valori ideali e perenni dello spirito umano.</p>
<p style="text-align: justify;">In questo senso, ci sembra che la rilettura degli scritti di Evola sulla civiltà americana, nonché del saggio introduttivo di <a title="Alberto Lombardo" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/alberto-lombardo">Alberto Lombardo</a>, possa costituire un utile laboratorio di riflessioni e una autentica miniera di spunti critici per chi voglia porsi in maniera consapevole, e al tempo stesso propositiva, nei confronti della sempre più allarmante deriva nichilista di questa nostra tarda modernità.</p>
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		<title>Quel no-global sul &#8220;Secolo&#8221; era Julius Evola</title>
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		<pubDate>Wed, 26 Jan 2011 10:42:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Iacona</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/quel-no-global-era-julius-evola.html' addthis:title='Quel no-global sul &#8220;Secolo&#8221; era Julius Evola '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/evola48x48.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Julius Evola" /><br/><p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/civilta-americana-scritti-sugli-stati-uniti-1930-1968/9046" target="_blank"><img class="alignright size-medium wp-image-6542" style="margin: 10px;" title="civilta-americana" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/civilta-americana-193x300.jpg" alt="" width="193" height="300" /></a>La “Fondazione Julius Evola”, guidata da <a title="Gianfranco de Turris" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/gianfranco-de-turris/">Gianfranco de Turris</a>, ha appena pubblicato a cura di <a title="Alberto Lombardo" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/alberto-lombardo/">Alberto Lombardo</a> una raccolta di articoli del “maestro della Tradizione”, originariamente pubblicati nel lungo intervallo di tempo 1930-1968 e parzialmente proposti nel 1983 col titolo (confermato) di <a title="Civiltà americana" href="http://www.libriefilm.com/civilta-americana-scritti-sugli-stati-uniti-1930-1968/9046"><em>Civiltà americana</em></a> (Controcorrente 2010, pp.86, 10 euro – <a title="Controcorrente" href="http://www.controcorrenteedizioni.it">www.controcorrenteedizioni.it</a>; <a href="http://www.fondazionejuliusevola.it">www.fondazionejuliusevola.it</a>). Come ricorda Lombardo nel suo saggio introduttivo (“La tenaglia si è chiusa”), si tratta di articoli evoliani che «riguardano principalmente gli sviluppi del costume nordamericano negli anni del secondo dopoguerra».</p>
<p style="text-align: justify;"><a title="Julius Evola" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/julius-evola"> Julius Evola</a> (per chi non lo conoscesse: artista Dada, teorico dell’“individuo assoluto”, punto di riferimento del tradizionalismo europeo, ma soprattutto divulgatore e critico fra i più importanti nel Novecento delle dottrine spiritualiste), ha sempre riservato un’attenzione particolare a ciò che accadeva al di là dell’Atlantico, per tre motivi sostanziali: il primo riguardava l’avversione alla civiltà del danaro e capitalistica, alla società dei consumi e dello spettacolo e all’omologazione tipiche della mentalità americana; il secondo riguardava le vicende politiche del nostro Paese (dunque patto Atlantico sì-patto Atlantico no…); il terzo (considerato, a volte, qualche passo al di qua del negativo), concerneva le dottrine e le tendenze culturali dell’Occidente e dunque quel che accadeva nel controverso ambito intellettuale, proprio all’interno del “mondo moderno”. Nel primo caso l’avversione evoliana alla “civiltà americana” era abbastanza netta; nel secondo, la necessità di avere degli alleati (in politica) consigliò al filosofo di origini siciliane di tenere un atteggiamento prudente (e dunque dire di “sì” all’influenza politica americana in Italia); ma anche nel terzo caso le posizioni evoliane restavano sfumate, perché il filosofo prendeva in considerazione i fenomeni culturali provenienti dal “nuovo mondo” e li analizzava dall’interno al meglio delle proprie possibilità.</p>
<p style="text-align: justify;">Da questo punto di vista, l’opinione fortemente antiamericana nata nei giovani su presunta “influenza” evoliana, oggi è completamente da riformulare; “nuovo” e opportuno riferimento, a parte il libro curato da Lombardo, potrebbe essere anche il saggio evoliano del 1968, <em>La gioventù, i Beats e gli anarchici di Destra </em>contenuto all’interno del volume <em>L’arco e la clava</em>. Un saggio nel quale Evola affronta il rapporto fra l’uomo di destra (o “anarchico di destra”, formatosi cioè precedentemente sul suo <a title="Cavalcare la tigre" href="http://www.libriefilm.com/cavalcare-la-tigre/7345"><em>Cavalcare la tigre</em></a>) e i fenomeni di ribellione provenienti dagli Stati Uniti d’America.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/julius-evola"><img class="alignleft size-medium wp-image-6611" style="margin: 10px;" title="evola" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/evola3-196x300.jpg" alt="" width="196" height="300" /></a>Ma andiamo con ordine. Fra gli articoli evoliani presentati da Lombardo, due sono stati pubblicati proprio sul nostro <em>Secolo</em>, il primo il 27 gennaio del 1953 e il secondo il 28 luglio del 1964. Il meno recente dei due (<em>“Libertà dal bisogno” e umanità bovina</em>, il titolo) è un pezzo di profonda critica della mentalità materialistica americana (da questo punto di vista assai simile a quella di derivazione marxista), secondo cui la meccanizzazione della società americana e la liberazione dell’uomo dal bisogno del lavoro materiale, condurranno presto o tardi all’edificazione di una società “felice”. Lo si pensava negli anni Cinquanta (già da prima e per qualche anno ancora), ma non sarà mai così. <a title="Evola" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/julius-evola">Evola</a> scrive infatti che le «premesse vere per un’esistenza e una civiltà superiore sono sempre di carattere interno, dipendono cioè da quel che l’uomo – un dato tipo umano – è, spiritualmente, senza essere necessariamente legate alle circostanze esterne ambientali: proprio al contrario di come il marxismo la pensa». Oggi sembra pacifico, ieri lo era molto meno…</p>
<p style="text-align: justify;"><a title="Evola" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/julius-evola">Evola</a> ha ragione dunque, ma forse il taglio fortemente polemico dell’articolo (più avanti si dice che: «Questo qualcosa che manca e che, andando di questo passo, sempre mancherà all’uomo moderno, questo qualcosa senza di cui nessuna civiltà superiore potrà sorgere, non v’è “libertà atlantica” che potrà darlo…»), o magari le conoscenze o le ragioni “intellettuali” dell’autore di <em>Rivolta contro il mondo moderno</em>, non gli permettono di comprendere che anche l’America – qui non vogliamo certo difendere niente e nessuno – è capace di offrire “soluzioni” in controtendenza rispetto alla civiltà “dell’avvenire” di cui l’autore parla con giusta ironia. E sia dal <em>cotè</em> conservatore sia da quello progressista.</p>
<p style="text-align: justify;">Richard Drake professore di storia all’Università del Montana, rispondendo a due precise domande sul rapporto fra Evola e gli Stati Uniti (<a title="Il maestro della Tradizione" href="http://www.libriefilm.com/il-maestro-della-tradizione/5945"><em>Il maestro della Tradizione</em></a>, Controcorrente, 2008), ha avanzato alcune critiche circa l’antiamericanismo evoliano. «Per certi versi l’analisi evoliana degli Stati Uniti fu giusta e penetrante», dice Drake, «mi riferisco soprattutto al contenuto del suo libro <em>L’Arco e la clava</em>. Evola capì molto bene i punti deboli dell’individualismo americano. I suoi commenti sulla <a title="letteratura" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/letteratura">letteratura</a> americana della generazione “beat” sono ben fondati. Quando <a title="Evola" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/julius-evola">Evola</a> scrive degli Stati Uniti, in veste di critico culturale, merita quasi sempre di essere letto. Ma non è tutto … <a title="Evola" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/julius-evola">Evola</a> non capì nulla delle fonti della potenza americana, non solo della capacità produttiva del Paese, ma anche delle sue tradizioni religiose, che egli giudicò, appunto, come sistemi decisionali poco più che assurdi. In <a title="La democrazia in America" href="http://www.libriefilm.com/la-democrazia-in-america-3/5453"><em>La Democrazia in America</em></a>, Alexis De Tocqueville segnalò queste tradizioni come la vera fonte dell’alto livello di fiducia del Paese in se stesso e della sua missione nel mondo. L’idea di Tocqueville rimane valida, oggi, anche e soprattutto quando queste tradizioni vengono macchiate… Ma <a title="Evola" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/julius-evola">Evola</a> non vide nulla delle tesi profonde di Tocqueville. Nella sua tendenza a giudicare gli Stati Uniti come un Paese storicamente invalido, <a title="Evola" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/julius-evola">Evola</a> perdeva contatto con quel realismo che quasi sempre illuminava i suoi scritti culturali».</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/il-maestro-della-tradizione/5945" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-5569" style="margin: 10px;" title="maestro-tradizione" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/maestro-tradizione.jpeg" alt="" width="200" height="284" /></a> Il secondo articolo scritto da <a title="Evola" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/julius-evola">Evola</a> per il <em>Secolo </em>(<em>Servilismi linguistici</em>, il titolo), almeno per una parte è apprezzabilissimo, perché mette in “stato d’accusa” l’utilizzo degli americanismi nel nostro Paese anche a rischio di storpiare il significato delle frasi utilizzate; d’altra parte lo stesso Pier Paolo Pasolini, cui certe critiche alla società moderna possono essere affiancate a quelle evoliane (si pensi al consumismo sessuale), “accusava” in quegli anni la lingua italiana di essere diventata una lingua tecnica, piena di vocaboli che non c’entravano niente né coi  costumi “nazionali” né con la tradizione letteraria.</p>
<p style="text-align: justify;">Andiamo però, velocemente, al saggio evoliano pubblicato nel 1968, in relazione al rapporto fra l’evolismo e la ribellione beat dell’ultima metà del secolo. La base si partenza della protesta <em>beat </em>è perfettamente condivisa da Evola, il quale però giudica la prassi del <em>beat </em>come una reazione istintiva a un male “reale” (ma ricordiamo che anche Nietzsche partiva dalla valorizzazione dell’istinto), le “pratiche” <em>beat </em>– quelle della pericolosità del vivere – vengono poi affiancate a quelle della “Via della mano sinistra” di cui <a title="Evola" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/julius-evola">Evola</a> ha scritto in <em>Metafisica del sesso</em> ma con un <em>deficit </em>di parte positiva (sappiamo che le spinte verso il “sacro” cui parla <a title="Evola" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/julius-evola">Evola</a> coincidono solo in parte con le pratiche Zen). Le strade fra evoliani e <em>beat </em>sono comuni, come potrebbero essere comuni le strade di dieci-cento-mille ribelli “nietzscheani” e “post-nietzscheani” insomma. Semplificando potremmo dire che il rapporto Evola-generazione <em>beat </em>(ovviamente parliamo dei suoi massimi esponenti) è molto simile a quello fra Evola e Nietzsche, un rapporto che qui si gioca tutto sul rifiuto ragionato del benessere e dell’ottimismo, sulle istanze di libertà (dunque libertarie) o, per utilizzare un linguaggio che strizza l’occhio alle pratiche orientali, di “liberazione”.</p>
<p style="text-align: justify;">È questo peraltro quello che intende Lombardo quando tratta, con obiettività, il rapporto anch’esso da approfondire fra Evola e le nuove istanze dei ribelli alla globalizzazione. «L’idea di un “Evola no global” sarebbe di per sé corretta», chiosa Lombardo, il problema anche stavolta è quello di individuare i “militi” del pensiero e della prassi no-global. Ma quelli veri, però… Difficile che fra questi possano rientrare i figli di notai o prefetti o categorie non proprio “svantaggiate” colte da pulsioni “democratiche” legate all’acne giovanile. Né fra i no-global rientrano «personaggi di vario tipo che nei fine settimana, smessi gli abiti borghesi, si danno agli espropri proletari di Dvd o di pranzi a base di crostacei», scrive Lombardo. Escluso, ovviamente, il ricorso alla violenza, la questione si gioca e si giocherà dunque sul rapporto effettivo fra libertà (tutte le libertà) e rispetto verso i popoli e le minoranze. La demagogia è bene stia fuori dalla porta, naturalmente.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>* * *</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>Il Secolo d&#8217;Italia</em> del 25 gennaio 2011.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/quel-no-global-era-julius-evola.html' addthis:title='Quel no-global sul &#8220;Secolo&#8221; era Julius Evola ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Il fascismo in America</title>
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		<pubDate>Fri, 21 Jan 2011 17:11:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Leonello Rimbotti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il libro di John Patrick Diggins L’America, Mussolini e il fascismo è stato l’apripista della scarna bibliografia sui rapporti tra USA e Italia fascista e sull’attività delle organizzazioni del PNF nella repubblica stellata.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/il-fascismo-in-america.html' addthis:title='Il fascismo in America '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storiacontemporanea48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Storia contemporanea" /><br/><p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-full wp-image-6593" title="mussolini-and-fascism" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/mussolini-and-fascism.jpg" alt="" width="300" height="300" />La recente morte dello storico americano John Patrick Diggins ci offre il destro per alcune considerazioni circa l’argomento del suo studio più noto in Italia, <em>L’America, Mussolini e il fascismo</em>, ormai fuori commercio da anni, in quanto pubblicato da Laterza nel lontano 1982, ma originariamente uscito dieci anni prima col titolo <em>Mussolini and Fascism: The View from America</em>, a cura dell’Università di Princeton. Quello di Diggins è un libro famoso, tradotto in molte lingue, ed è stato un po’ l’apripista della scarna bibliografia sui rapporti tra USA e Italia fascista e sull’attività delle organizzazioni del PNF nella repubblica stellata. Ai tempi fecero scandalo, nel provinciale antifascismo nostrano, alcune riflessioni di Diggins sulla generale simpatia mostrata in America per l’avvento al potere di Mussolini, in virtù della sua politica sociale e, soprattutto, in virtù del suo rivoluzionario disegno antropologico di mutare gli Italiani da turba di straccioni emigranti, facili al coltello e al crimine – di cui negli USA si aveva sin dall’Ottocento una sprezzante opinione, venata di non secondarie inflessioni razziste – finalmente in un popolo serio, moderno e disciplinato.</p>
<p style="text-align: justify;">Diggins, che è stato un rinomato studioso dei movimenti politici e in particolare del ruolo degli intellettuali nelle moderne dinamiche della società di massa, ribaltò decennali pregiudizi che in America avevano, sin dai primi flussi migratori, bollato l’Italiano come un delinquente mafioso, e operò di conserva un aggiustamento delle posizioni. Scrisse che «la maggioranza degli Americani approvarono il Fascismo in base alle loro inclinazioni e ai loro bisogni»: ne apprezzarono il lato di movimento di “rinascita nazionale”. E formulò l’originale prospettiva di un Mussolini visto come un “eroe americano”: l’uomo che dal nulla era riuscito a pervenire a un disegno di riedificazione politica che parve esaltante alla mentalità americana, adusa a premiare lo sforzo bagnato dal successo, l’efficientismo e la tenacia dei propositi dell’individuo d’eccezione. Per una volta, era dunque l’Italia che si dimostrava il “Paese delle occasioni”.</p>
<p style="text-align: justify;">Era, questo, ciò che Diggins ha chiamato «il lato oscuro delle valutazioni politiche americane», implicando la storica immaturità ideologica di quel popolo, versato a superficiali simpatie piuttosto che ad approfonditi scandagli di cultura politica. Bisogna pur dire che, come molto spesso accadde all’estero (ma per la verità non solo all’estero), e soprattutto negli anni Venti, l’accoglienza favorevole che venne riservata al Fascismo al suo avvento e per parecchi anni a seguire, si presentò negli Stati Uniti, più che un filo-fascismo, un filo-mussolinismo. Era la figura carismatica dell’uomo d’ordine, del giovane politico decisionista e innovatore, che colpiva gli immaginari anglosassoni, più di quanto non fosse l’ideologia nazionalpopolare che ne animava le scelte, per lo più ignorata nei suoi risvolti, a parte una generica curiosità per il corporativismo. Le simpatie raccolte da Mussolini in quel mondo – pensiamo solo a Churchill o a Franklin Delano Roosevelt – le diremmo per lo più a-fasciste e prive di connotati ideologici, se non per l’aspetto, certo non secondario, del robusto anti-comunismo impersonato dal Duce.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/lombra-lunga-del-fascio/9081" target="_blank"><img class="alignright size-medium wp-image-6592" style="margin: 10px;" title="ombra-lunga-del-fascio" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/ombra-lunga-del-fascio-198x300.jpg" alt="" width="198" height="300" /></a>Paradigmatico, in questo senso, è quanto scritto da Diggins, quando riportava autorevoli giudizi di studiosi dell’Università di New York circa un Mussolini visto come «l’uomo della tradizione con il quale <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/aristotele">Aristotele</a></span>, San Tommaso o Machiavelli si sarebbero senza imbarazzo trovati a loro agio». Del resto, come giustamente ha ricordato Renzo Santinon in<em> I Fasci italiani all’estero</em> (Settimo Sigillo), il terreno era già stato in precedenza preparato ad esempio da Marinetti, che «seminando il futurismo nel continente americano, aprì negli anni Venti la strada a una lettura avanguardistica ed entusiasmante del fascismo». Poi, a queste iniziali simpatie si aggiunse nel decennio seguente l’importante episodio del grande successo mediatico e d’opinione ottenuto negli USA da Italo Balbo, a seguito delle sue straordinarie imprese aviatorie. L’eccezionale prestigio riservato al trasvolatore fu sancito da un trionfale corteo per le vie di New York, con l’intitolazione di strade e targhe celebrative all’ex-capo squadrista. Tutto questo funzionò certamente da volano per nuovi consensi al Regime fascista, destinati a scemare soltanto a seguito della guerra etiopica (gli Stati Uniti, su sobillazione inglese, parteciparono alle sanzioni anti-italiane votate dalla Società delle Nazioni, di cui pure non facevano parte), volgendosi poi in crescente ostilità solo dopo l’intervento militare del 1940.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma, prima, ci fu tutto un lungo intreccio di rapporti tra America e Italia fascista. In cui non mancarono le luci e le ombre. Se la luce era essenzialmente la figura di Mussolini e in specie la sua politica sociale – segnatamente quella relativa alla bonifica delle terre paludose, che riscosse in America larga eco -, le ombre erano date dalla presenza dell’attivismo fascista di base negli Stati Uniti. Qui, spesso, risuonarono antichi pregiudizi anti-italiani duri a morire. Su questo terreno, il fuoriuscitismo antifascista lavorò sporco e a fondo. Sulla scorta di talune predicazioni marcatamente di parte – pensiamo a Salvemini, che a lungo saturò le Università americane con la sua propaganda ideologica basata sul risentimento &#8211; si volle ricreare anche su suolo americano la storica diffamazione basata sul binomio Fascismo-violenza. Un’ostinata campagna falsificatoria si ingegnò di sospingere l’opinione pubblica di quel Paese, ingenuamente portata a dare credibilità al <em>bluff </em>(allora come oggi), verso una preconcetta diffidenza nei confronti dei Fasci, sorti a quelle latitutidini sin da 1921. Fu allora facile mischiare le carte e fare del militante fascista italo-americano nulla più che una nuova versione del mafioso o del picchiatore da bassifondi. E questo, nonostante che le cronache dell’epoca riportassero sì di scontri tra Italo-americani fascisti e antifascisti, ma non mancando per altro di precisare che spesso erano proprio i fascisti a rimanere vittime della violenza e dell’odio: nel 1927, per dire, a New York vennero uccisi i fascisti Nicola Amoroso e Michele D’Ambrosoli, oppure, nel 1932, venne assassinato il fascista Salvatore Arena a Staten Island. Non si ha invece notizia di gravi fatti di sangue di parte fascista.</p>
<p style="text-align: justify;">Il fascismo italo-americano era organizzato. E anche bene. Già nel 1925 c’erano novanta Fasci e migliaia di iscritti nelle città americane, riuniti nella Fascist League of North America guidata da Ignazio Thaon di Revel, che per motivi politici cessò di operare nel 1929. Il coordinamento tra i Fasci fu opera di Giuseppe Bastianini, primo segretario dei Fasci Italiani all’Estero e personaggio ingiustamente demonizzato per le sue origini “movimentiste” (era stato Ardito e vicesegretario del PNF a ventiquattro anni), favorevole allo sviluppo dello squadrismo tra gli italofoni d’oltreoceano. Un ambiente in cui si distinse Domenico Trombetta, singolare figura di organizzatore e animatore, esponente del radicalismo fascista newyorchese, direttore del periodico fascista “Il Grido della Stirpe”, assai diffuso tra gli Italiani e attorno al quale si catalizzò l’idea del volontariato di milizia, a difesa dell’italianità tra i milioni di nostri immigrati negli Stati Uniti. Questo ambiente rimase attivo anche quando, negli anni Trenta, Mussolini, per non urtare la sensibilità americana allarmata dalle campagne antifasciste, per gestire l’immagine del Regime preferì puntare sui normali canali diplomatici anziché sull’attivismo di base. Eppure, anche nel nuovo contesto, diciamo così più istituzionale, il Fascismo dimostrò di essere ben vivo tra gli Italo-americani, tanto da esprimere, persino verso la fine del decennio, una militanza a tutto campo – comprese trasmissioni radiofoniche di propaganda da una stazione di Boston –, ben rappresentato dall’American Union of Fascists di Paul Castorina, in rapporti amichevoli con i fascisti inglesi di Oswald Mosley e con la Canadian Union of Fascists, e dal pre-fascista Ordine dei Figli d’Italia in America, la principale associazione comunitaria italo-americana, che proprio nei tardi anni Trenta si identificò strettamente col Regime italiano, condividendone anche i più recenti indirizzi di politica razziale. Messi in sordina i Fasci per motivi di opportunità politica, una fitta rete di associazioni culturali, di attivisti, animatori di eventi comunitari, ma specialmente di giornali e stampa periodica, fece sì che il Fascismo, fino agli anni a ridosso della guerra, fosse di gran lunga la scelta politica che godeva dei maggiori consensi tra gli Italiani residenti negli USA. Un caso tipico fu l’arruolamento di un migliaio di volontari italo-americani nella Legione degli Italiani all’Estero, comandata in Africa Orientale dal Console della Milizia Piero Parini. E nella sola New York, negli anni Trenta, funzionavano non meno di cinquanta circoli fascisti, i cui membri indossavano la camicia nera e divulgavano assiduamente l’Idea.</p>
<p style="text-align: justify;">Talune di queste dinamiche, e soprattutto quella relativa alla polemica tra istituzioni diplomatiche e Fasci politici, sono state rivisitate nel 2000 da Stefano Luconi in <em>La diplomazia parallela. Il regime fascista e la mobilitazione degli Italo-americani </em>(Franco Angeli), che ha segnalato proprio il ruolo centrale della comunità italo-americana filo-fascista come fattore politico di sostegno al governo di Roma, strumento di pressione economica, d’opinione e anche politica nei confronti di Washington. Una realtà che vedeva le ragioni politiche del Fascismo appoggiate non già dalla teppa dei portuali o dei picciotti del sottoproletariato italiano del New England, ma proprio all’opposto dalla vasta quota di Italiani che in America riportarono un solido successo personale, andando a costituire quel segmento sociale nazionalista, politicamente maturo ed etnicamente solidarista, sul quale non a torto Mussolini faceva conto per avere buona stampa negli Stati Uniti.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/arrivano-i-nostri/9082" target="_blank"><img class="alignleft size-medium wp-image-6591" style="margin: 10px;" title="arrivano-i-nostri" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/arrivano-i-nostri-189x300.jpg" alt="" width="189" height="300" /></a>Per concludere brevemente l’argomento, vogliamo solo dire che, nonostante il seminale studio di Diggins abbia riportato larga fama, insegnando a molti come si fa storiografia senza confonderla con le opinioni personali, ancora oggi ci si imbatte in spiacevoli casi di ottusa faziosità. Chi si desse la pena di dare uno sguardo a quanto scrive ad esempio Matteo Pretelli sul sito “Iperstoria” gestito dal Dipartimento di Storia dell’Università di Verona e dal locale Istituto Storico della Resistenza, sotto il titolo <em><a rel="nofollow" href="http://www.iperstoria.it/?p=134">Fascismo, violenza e malavita all’estero</a>. Il caso degli Stati Uniti d’America</em>, potrebbe pensare che Diggins abbia predicato nel deserto. Il solerte accademico italiano – che ci assicurano Lecteur presso l’Università di Melbourne – si danna l’anima per dimostrare i legami tra Fascismo italo-americano e criminalità mafiosa. Nessuno nega che da qualche parte ci sia stato un mascalzone che abusava della camicia nera. Ogni rivoluzione ha avuto la sua feccia, e il Fascismo molto meno di altre. Ma vorremmo segnalare al propagandista in parola che la malavita vera, quella gestita dai grandi criminali mafiosi, dimostrò di non stare dalla parte del Fascismo, bensì da quella dell’antifascismo. Basta sfogliare il libro di Alfio Caruso <em><a title="Arrivano i nostri" href="http://www.libriefilm.com/arrivano-i-nostri/9082">Arrivano i nostri</a> </em>pubblicato nel 2004 da Longanesi, in cui si dimostra in che misura la <em>lobby </em>di massoni e mafiosi di vertice preparò lo sbarco americano in Sicilia nel 1943. Lì non fu il caso di teppistelli: l’intero apparato della criminalità mafiosa organizzata, estirpata <em>manu militari </em>dal Fascismo nel 1928, si ripresentò compatto in veste di mortale nemico del Fascismo. E fu la volta di Genco Russo, Calogero Vizzini, Lucky Luciano&#8230; insomma la “cupola” al completo, ritornata al potere in Sicilia sotto bandiera a stelle e strisce e garantita dal capofila del legame tra mafia e governance americana: quel Charles Poletti che gettò le basi della repubblica italiana “democratica”, antifascista, ma soprattutto mafiosa, che gode ancora oggi ottima salute.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>Linea </em>del 6 febbraio 2009.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/il-fascismo-in-america.html' addthis:title='Il fascismo in America ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Civiltà americana?</title>
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		<pubDate>Tue, 11 Jan 2011 18:21:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele Fabbri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Civiltà americana contiene uno spaccato di storia e di costume italiani del secolo scorso, ma anche utili suggerimenti e spunti di riflessione per un futuro che potrebbe non essere necessariamente strutturato secondo i piani mondialisti]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/civilta-americana.html' addthis:title='Civiltà americana? '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/evola48x48.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Julius Evola" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/teiwaz.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Teiwaz" /><br/><p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/civilta-americana-scritti-sugli-stati-uniti-1930-1968/9046" target="_blank"><img class="alignright size-medium wp-image-6542" style="margin: 10px;" title="civilta-americana" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/civilta-americana-193x300.jpg" alt="" width="193" height="300" /></a>Che il XX secolo sia stato il secolo dell’egemonia americana è fuori dubbio. Dall’intervento nelle due guerre mondiali alla spartizione del mondo con l’Unione Sovietica fino alla fine della guerra fredda, gli Stati Uniti hanno disintegrato fascismo e comunismo e si sono imposti come padroni assoluti del pianeta, spianando la strada all’ideologia mondialista.</p>
<p style="text-align: justify;">Squadra che vince non si cambia, si potrebbe commentare con linguaggio sportivo, eppure comincia a sentirsi qualche scricchiolio nella superpotenza d’oltreoceano. La Cina e altri paesi dell’estremo Oriente sembrano delinearsi come futuri antagonisti degli <em>States</em>, le campagne militari americane nei paesi arabi hanno dato risultati deludenti, inoltre i paesi musulmani tengono sotto tiro l’alleato di ferro dell’America: Israele. Al loro interno gli Stati Uniti sono investiti da un fortissimo flusso migratorio dal Sud America, ed è verosimile che fra qualche decennio la lingua spagnola e la religione cattolica saranno maggioritarie in America del Nord, fenomeno che porrebbe fine alla perdurante egemonia degli anglosassoni protestanti.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella prospettiva di assistere a questi grandi cambiamenti strategici, è illuminante la lettura del volumetto curato da Alberto Lombardo <em><a title="Civiltà americana" href="http://www.libriefilm.com/civilta-americana-scritti-sugli-stati-uniti-1930-1968/9046">Civiltà americana</a></em>, che raccoglie gli scritti che <a title="Julius Evola" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/julius-evola">Julius Evola</a> ha dedicato all’argomento nel periodo 1930-1968.</p>
<p style="text-align: justify;">Il Maestro della Tradizione analizzava il freddo materialismo che ispira la mentalità americana, basata su una morale di facciata derivata dal protestantesimo puritano, con forti venature ebraiche. La devastazione morale che deriva da questa povertà di riferimenti culturali ha prodotto un tipo antropologico incapace di relazioni umane profonde e durature, e una classe politica essenzialmente tecnicista, che nemmeno si pone il problema di costruire un futuro e che si muove fatalmente secondo le logiche del meccanicismo marxista.</p>
<p style="text-align: justify;">Particolarmente gustosi sono alcuni articoli che parlano dell’americanizzazione degli spettacoli televisivi, nonché dello stesso linguaggio quotidiano, deturpato da anglicismi il cui utilizzo è spesso ingiustificato. Di straordinaria attualità anche i pezzi dedicati al tema della mescolanza razziale che oggi l’Europa si trova a dover affrontare con esiti a dir poco preoccupanti…</p>
<p style="text-align: justify;"><a title="Civiltà americana" href="http://www.libriefilm.com/civilta-americana-scritti-sugli-stati-uniti-1930-1968/9046"><em>Civiltà americana</em></a> contiene quindi uno spaccato interessante di storia e di costume italiani del secolo scorso, ma anche utili suggerimenti e spunti di riflessione per un futuro che potrebbe non essere necessariamente strutturato secondo i piani mondialisti: a volte la storia propone clamorosi fenomeni di eterogenesi dei fini…</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>* * *</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Julius Evola, <a title="Civiltà americana" href="http://www.libriefilm.com/civilta-americana-scritti-sugli-stati-uniti-1930-1968/9046"><em>Civiltà americana</em></a>, a cura di Alberto Lombardo, Controcorrente, Napoli 2010, pp. 88.</p>
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		<title>Dos Passos, questo sconosciuto</title>
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		<pubDate>Wed, 06 Oct 2010 20:44:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Iacona</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Quarant’anni fa moriva John Dos Passos, scrittore sicuramente anarchico, ma definitivamente poco etichettabile]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/dos-passos-questo-sconosciuto.html' addthis:title='Dos Passos, questo sconosciuto '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/letteratura48x48.png" width="48" height="48" alt="" title="Letteratura" /><br/><p style="text-align: justify;"><em><img class="alignright size-medium wp-image-5876" style="margin: 10px;" title="john-dos-passos" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/john-dos-passos-300x259.jpg" alt="" width="300" height="259" />Lost generation</em>. La “generazione perduta”, per chi non lo sapesse, è un gruppo di scrittori americani giunti in Europa nella prima parte del Novecento e del quale fanno parte Ernest Hemingway, Ezra Pound e Francis Scott Fitzgerald; tre riferimenti essenziali per i contestatori non solo stelle-e-strisce che verranno dopo, compresa l’arcinota <em>Beat generation </em>di Allen Ginsberg e <a title="Jack Kerouac" href="http://www.centrostudilaruna.it/jack-kerouac.html">Jack Kerouac</a>. Entrambe le “generazioni” rappresentano quell’America che ci piace, capace di rappresentare con sincerità fatti e personaggi, di autorappresentarsi (contemporaneamente) con afflitta “gagliardia” o affilata confidenza; ma senza trascurare sogni e aspirazioni seppur camuffati da rigide e fredde disillusioni… un atteggiamento pienamente anticonformista, (chi più di loro?), riconoscibile a fatica (con una prosa particolarmente schietta, curata o meno), che affascinerà intellettuali e narratori italiani fino ai nostri giorni. Due nomi su tutti: Italo Calvino e <a title="Cesare Pavese" href="http://www.centrostudilaruna.it/cesare-pavese-destra.html">Cesare Pavese</a>.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/il-42%c2%b0-parallelo/5773" target="_blank"><img class="alignleft size-medium wp-image-5878" style="margin: 10px;" title="il-42-parallelo" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/il-42-parallelo-194x300.jpg" alt="" width="194" height="300" /></a>Del gruppo di contestatori d’inizio <a title="Novecento" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/storia-contemporanea">Novecento</a>, fra i primi peraltro a toccare con mano le degenerazioni della società del nuovo secolo (guerra compresa, ovviamente), è parte integrante anche John Dos Passos del quale vogliamo ricordare in queste pagine i quarant’anni dalla morte (28 settembre 1970). Come definirlo innanzitutto? Come definire quell’intellettuale e scrittore che nei primi anni Sessanta venne in Italia invitato da <a title="Giano Accame" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/giano-accame">Giano Accame</a> per partecipare agli “Incontri romani della cultura” grazie anche all’organizzazione del “Centro di vita italiano” di Ernesto De Marzio, e insieme a lui Gabriele Marcel, Michel Déon, Odysseus Elytis (futuro premio Nobel) e James Burnham?</p>
<p style="text-align: justify;">Anarchico sicuramente, anarchico nella misura in cui Dos Passos, da un punto di vista politico, fu definitivamente poco etichettabile. Di “destra” nel secondo dopoguerra (anche con posizioni maccartiste), e di “sinistra” filocomunista negli anni precedenti, i Venti e i Trenta (ricordiamo l’impegno civile, il rifiuto dell’evento bellico e la collaborazione alla rivista “New Masses”), anni nei quali si registra – dicono i critici – un apparentamento quasi “perfetto” fra impegno politico, temi e forme sperimentali dell’attività dell’ex studente di Harvard. In anni diciamo così “intermedi” (quasi simbolicamente, fra le due posizioni) il nostro venne anche catturato dalle prospettive del “New Deal” americano. Dos Passos può essere considerato allora un anticipatore ideale e pratico (fece volontariato, fra le altre istituzioni, presso la Croce Rossa), dell’intellettuale mai fermo su posizioni rigide, capace di “riposizionarsi”, e pronto a sfidare le (immancabili) vestali dell’ortodossia politica. Sovente le “peregrinazioni” politiche coincideranno con le fortune o le sfortune del romanziere, abilmente decretate dalla critica internazionale.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/davanti-alla-sedia-elettrica/8560" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-5875" style="margin: 10px;" title="davanti-sedia" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/davanti-sedia.jpg" alt="" width="200" height="281" /></a>Dos Passos, e questo lo rese diverso da buona parte degli scrittori della sua generazione, amava anche “volare basso”, fondendo i grandi ideali (chi mai non ne ebbe?) a pagine di critica ordinaria e di schietto giornalismo; scrisse pagine seducenti sui grandi miti del cinema (miti <em>pop</em>, ma allora quasi nessuno lo sapeva), James Dean e Rodolfo Valentino che vide morire l’uno dopo l’altro, confermandosi in questo settore uno scrittore senza molte “regole”, se non la propria volontà e il proprio gusto. Ma anarchico o difensore degli anarchici il nostro lo fu soprattutto in relazione alle vicende legate ai due anarchici italiani in terra americana, vale a dire Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, sfortunati protagonisti di una storia mai dimenticata. Nel 1926, un anno prima della loro condanna a morte (erano anarchici ma non comunisti), l’uno operaio l’altro pescivendolo, Dos Passos dava alle stampe e per conto di un “Comitato di difesa” per i due italiani detenuti dal 1921 <a href="http://www.libriefilm.com/davanti-alla-sedia-elettrica/8560"><em>Facing the Chair</em></a>, un libro nel quale da perfetto libertario biasimava il comportamento dei giudici americani vittime, a suo dire, di pregiudizi politici. In quel periodo, con largo anticipo rispetto alla “caccia alle streghe” del prossimo dopoguerra, in America si viveva infatti un clima repressivo rivolto alla cosiddetta sovversione politica. A farne le spese, fra gli altri, i due anarchici italiani emigrati nel 1908 e accusati di rapina e duplice omicidio benché già scagionati da un testimone. Con Dos Passos altri intellettuali illuminati si schiereranno dalla parte degli italiani “Nick” e “Bart”: da Bertrand Russel a Dorothy Parker, da G. B. Shaw a H. G. Wells. Tutto inutile, naturalmente. Fra le proteste generali i due verranno uccisi tramite sedia elettrica nell’agosto del 1927. Successivamente riabilitati (cinquant’anni dopo!) ma penosamente sacrificati sull’“altare della fermezza” di un’America oppressiva e giustizialista, un’America violenta che a, questo punto, non poteva essere per lo scrittore libertario nato a Chicago nel 1896.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/manhattan-transfer/7637" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-5877" style="margin: 10px;" title="manhattan-transfer" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/manhattan-transfer.jpg" alt="" width="200" height="296" /></a>Malgrado la ricca biografia, e malgrado il sentimento di apertura verso un mondo che dal secondo decennio del Novecento offriva più canali di comunicazione (soprattutto: il cinema di Eisenstein, la radio e il teatro sperimentale), Dos Passos è un autore oggi poco conosciuto ad eccezione &#8211; forse &#8211; di due volumi <a href="http://www.libriefilm.com/manhattan-transfer/7637"><em>Manhattan Transfer</em></a> del 1925 e <a title="Il 42° parallelo" href="http://www.libriefilm.com/il-42%c2%b0-parallelo/5773"><em>Il 42° parallelo</em></a> del 1930. In molti, da tempo, hanno dimenticato gli attestati di stima ricevuti (da J. Paul Sartre nel 1947, per esempio: «considero Dos Passos il più grande degli scrittori del nostro tempo»), ma hanno dimenticato, soprattutto, i suoi libri della fase giovanile e quelli dell’ultimo periodo. I primi sono <em>tout court </em>lo specchio di un’epoca il cui “superamento” condurrà l’autore ad abbracciare quelle posizioni radicali che i più conoscono; le posizioni che negli anni hanno affascinato la critica di sinistra, per intenderci&#8230; Come per esempio il “libro di guerra” <em>One Man’s Initiation</em>, interessante in proiezione di una crescita “ideale” di Dos Passos (con timbri espressionisti alla maniera di <a title="Ernst Juenger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Ernst Jünger</a>, ma assai diverso per ragioni e architetture), e non del tutto differente dalla copiosa narrativa di guerra che conquisterà i mercati occidentali dagli anni Venti in poi, o come <em>Three Soldiers</em> (1921), che si può considerare un romanzo di “tradizione” decadentista, pessimista, diretto a rivelare i tremendi meccanismi di una società moderna attraverso l’esperienza della guerra.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/la-riscoperta-dellamerica/8559" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-5879" style="margin: 10px;" title="la-riscoperta-dell-america" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/la-riscoperta-dell-america.jpg" alt="" width="200" height="298" /></a>Ma le capacità di narratore-plurale di Dos Passos (qui sì, anticipatore di quella postmodernità che ama rilegare in capitoli unici le fonti che giungono dagli angoli diversi dello scibile), emergono all’interno del romanzo-denuncia sulla condizione del mondo investito dal progresso tecnologico (<a title="Manhattan Transfer" href="http://www.libriefilm.com/manhattan-transfer/7637"><em>Manhattan Transfer</em></a>). Accanto alla denuncia di un’epoca ove hanno preso il sopravvento le divinità malvagie del macchinismo («le turbine, i motori a scoppio e la dinamite … sono le nostre divinità crudeli e vendicative…»), in questo periodo, in Dos Passos, è possibile reperire una quantità importante di citazioni capaci di posizionare l’autore al crocevia di due percorsi essenziali della letteratura mondiale: fra i più classici come <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/mark-twain" target="_blank">Mark Twain</a></span> alle avanguardie europee e prim’ancora a Walt Whitman inteso alla maniera radicale. Qui la “sociologia” di Dos Passos ci mostra con linguaggio contemporaneo quel grigio mondo, ancora una volta: a lui contemporaneo, che autori anche molto diversi (si pensi a Chaplin o a Garcia Lorca) ci hanno rivelano nelle pieghe più comiche o sentimentali. Norman Mailer e William Burroughs terranno conto, e tanto, delle sue lezione narrative.</p>
<p style="text-align: justify;">Dos Passos possiede la “fortuna” di trovarsi a raccontare un periodo storico che rappresenta l’alfa della nostra epoca, credendo inoltre di scorgerne, da “buon radicale” militante, “sperimentatore” e “proletario d’elezione” (ma borghese d’estrazione) anche l’inevitabile omega. È questo che affascina i militanti d’ogni “estrazione”. I suoi lavori degli anni Trenta (la ben nota trilogia U.S.A formata dal <a title="Il 42° parallelo" href="http://www.libriefilm.com/il-42%C2%B0-parallelo/5773"><em>42° parallelo</em></a>, <em>1919 </em>e <em>Un mucchio di quattrini</em>), rappresentano il punto di massimo impegno “guerrigliero”, si tratta di affreschi complessi di vita americana (con apoteosi del collettivismo), composti con tecniche sperimentali di “finto” realismo. Ma è in codesti stessi capitoli che si consuma anche politicamente il ribellismo anticapitalistico “a sinistra” di Dos Passos. Resosi finalmente conto dell’incolmabile iato esistente fra idea e prassi comunista, già a metà degli anni Trenta lo scrittore cercherà di indirizzare le sue attitudini libertarie verso sponde liberali di “destra”. Era ora… È questo il periodo (c’era da aspettarselo dopotutto), nel quale tutti parleranno di “crisi”, “declino”, eccetera. È questo il periodo (mancheranno ancora più di trent’anni dalla morte!) nel quale Dos Passos comincia a essere un grande dimenticato (“perduto” di nome e adesso anche di fatto). Eppure l’autore di saggi e testi teatrali e di oltre quaranta romanzi (alcuni dei quali, i più famosi e già citati, tradotti da Pavese), continuerà il proprio lavoro fino alla morte, pubblicando fra gli altri un’altra trilogia di vita americana, <em>District of Columbia</em>, una storia degli avi portoghesi, saggi su Jefferson, diari ed epistolari. A nulla servirà la sua indignazione (a parte la dimensione collettiva e militante, resta il tema del pericolo corso dall’individuo nel mondo contemporaneo). A nulla serviranno (anzi!) gli attestati di stima degli intellettuali anticonformisti di “destra”. A quarant’anni dalla morte cos’altro possiamo aggiungere allora, rispetto alla circostanza che Dos Passos sia ancora un autore quasi tutto da scoprire?</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>Linea </em>del 30 settembre 2010.</p>
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		<title>L&#8217;Iberoamerica</title>
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		<pubDate>Tue, 25 May 2010 16:52:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Silvio Waldner</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Una breve panoramica sulle vicende dell'America meridionale e del rapido fenomeno di meticciato in grande scala che ne ha caratterizzato la storia]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/liberoamerica.html' addthis:title='L&#8217;Iberoamerica '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/teiwaz.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Teiwaz" /><br/><div id="attachment_4953" class="wp-caption alignright" style="width: 331px"><img class="size-full wp-image-4953" title="Suedamerika2" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/Suedamerika2.jpg" alt="" width="321" height="400" /><p class="wp-caption-text">Mappa dell&#39;Iberoamerica del XIX secolo</p></div>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;Iberoamerica è quella parte dei due continenti americani che fu colonizzata dalla Spagna e dal Portogallo. All&#8217;Iberoamerica ci si riferisce spesso con il termine di &#8216;America Latina&#8217;, in ragione del fatto che là si parlano lingue neolatine: è però una designazione inesatta, in quanto anche il Canadà francese dovrebbe allora esservi incluso, il che non è normalmente il caso (1).</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;Iberoamerica possiede forse la caratteristica fondamentale di essere quella parte del mondo dove il meticciato in grande scala ha acquistato in rapidisso tempo una dimensione continentale. Altre terre hanno conosciuto un intenso meticciato, ma non su una scala geografica così vasta: Giava, l&#8217;Indostan, il Capo di Buona Speranza, la Groenlandia (2). A voler credere all&#8217;antropologo ed etnologo Paul Rivet, autore del classico <em>Les origines de l&#8217;homme américain</em> (3), il meticciato fu destino delle Americhe già dai tempi preistorici: ma lo sviluppo di questo argomento porterebbe troppo lontano. Il meticciato americano quale esso si riscontra al giorno d&#8217;oggi ha la sua origine nel XVI secolo con la conquista europea. All&#8217;elemento indio aborigeno si sovrappose presto una forte componente di razza bianca. Poco dopo arrivarono gli schiavi bantù, portati di massima dall&#8217;Africa occidentale. Fino a tempi abbastanza recenti (anche meno di un secolo, a seconda dei paesi) i Negri ebbero la tendenza a rimanere relativamente localizzati, nei luoghi ove erano stati immessi; anche se qui essi soppiantarono rapidamente e quasi totalmente la popolazione aborigena: nelle Antille, nella costa del Pacifico della Colombia e dell&#8217;Ecuador, in determinate <em>enclâves</em> del Brasile e del Venezuela. Il meticciato in grande scala con l&#8217;elemento africano non avvenne se non relativamente tardi, salvo forse nelle Antille e nel Nordeste brasiliano.</p>
<p style="text-align: justify;">Un capitolo poco conosciuto della storia della colonizzazione spagnola è che in Spagna, nel XVI secolo, ci fu una corrente di pensiero che seppe intuire precocemente quali potessero essere i pericoli del meticciato generalizzato e che giustificava l&#8217;annessione coloniale delle Americhe solo in base alla superiorità naturale dello Spagnolo sull&#8217;aborigeno. Un notevole e generalmente sconociuto rappresentante di questa corrente fu l&#8217;ecclesiastico castigliano Ginés de Sepúlveda; il suo punto di vista però dovette soccombere di fronte alla tesi di altri ecclesiastici secondo i quali con l&#8217;evangelizzazione delle Americhe la chiesa avrebbe ricuperato le anime perdute in Europa con la riforma protestante (<em>sic</em>). Sta di fatto però che i missionari che lavoravano fra gli indigeni avevano spesso istruzioni di cercare di ridurre al minimo il meticciato degli Indios con &#8220;<em>negros u otras razas inferiores</em> [con Negri o con altre razze inferiori]&#8221; (4): a lunga scadenza, la raccomandazione ebbe tuttavia scarso successo. È certo però che nell&#8217;Indio si vide sermpre qualcosa di &#8216;meglio&#8217; del Negro &#8211; anche se ciò obbediva più a istinto e a considerazioni estetiche che ad altro. Questa &#8216;svalutazione&#8217; del Negro, comunque, non mancò di avere un certo effetto su tutta la storiografia iberoamericana posteriore.</p>
<p style="text-align: justify;">Nell&#8217;ultimo secolo e mezzo circa c&#8217;è stata in Iberoamerica la tendenza generalizzata di tentare di glorificare il meticciato &#8211; di cercare di dimostrare che dall&#8217;incrocio è risultata una nuova, per quanto problematica, &#8216;identità americana&#8217; che non è né india né europea ma che ne costituisce una &#8216;sintesi&#8217;. Questa tendenza è del tutto palese, fra l&#8217;altro, nella pleiade di scritti che, qualche volta a proposito e il più delle volte a sproposito, hanno visto la luce con l&#8217;occasione dei cinquecento anni dal 12 ottobre 1492. A chi abbia una pur superficiale conoscenza di questa tematica non sarà sfuggito che in quasi tutta questa <a title="letteratura" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/letteratura">letteratura</a> la presenza del Negro è sistematicamente ignorata, taciuta: il Negro è qualcosa di scomodo, quasi di vergognoso: c&#8217;è ma si preferirebbe che non ci fosse. Meticciato, sì: ma con gli Indios, non con <em>&#8220;negros u otras razas inferiores&#8221;</em>. E un romanziere venezuelano, peraltro di ottima qualità, Rómulo Gallegos (5), si riferisce (sia pure senza entrare in dettagli) agli Asiatici come a &#8220;razas inferiores [razze inferiori]&#8220;. È abbastanza ovvia, in tutta questa tematica, una psicologia da &#8216;complessati&#8217;.</p>
<p style="text-align: justify;">Uno strano e ingegnoso tentativo di circuire il problema fu fatto negli anni Trenta dal medico venezuelano Rafael Requena (6). Egli fece appello a quella teoria secondo la quale la leggendaria Atlantide sarebbe stata una specie di ponte intercontinentale più o meno continuo fra l&#8217;Europa e l&#8217;Africa nordoccidentale da una parte e l&#8217;America dall&#8217;altra &#8211; ponte che, secondo lui, avrebbe raggiunto l&#8217;America su quelle che adesso sono le coste del Venezuela. Quindi, sempre secondo il Requena, tanto gli Spagnoli come gli aborigeni americani delle coste dei Caraibi sarebbero discendenti dei leggendari Atlantidi &#8211; fratelli quindi, di sangue e di razza, che dopo millenni di separazione si sarebbero ritrovati, sia pure senza riconoscersi; e la conquista spagnola sarebbe stata una guerra fratricida conclusasi però alla lunga per il meglio con la provvidenziale riunificazione e fusione di ciò che delle malaugurate catastrofi naturali avevano separato ancora nella protostoria. (Anche nel Requena, non una parola a proposito dei Negri [7]).</p>
<div id="attachment_4954" class="wp-caption alignleft" style="width: 410px"><img class="size-full wp-image-4954" title="jacques-de-mahieu" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/jacques-de-mahieu.jpg" alt="" width="400" height="300" /><p class="wp-caption-text">Jacques de Mahieu (Parigi, 1915 - Buenos Aires, 1990)</p></div>
<p style="text-align: justify;">Sia menzionata qui di sfuggita la teoria dell&#8217;archeologo franco-argentino Jacques de Mahieu, secondo il quale tutte le civiltà indigene americane avrebbero avuto la loro origine con l&#8217;arrivo di conquistatori vichinghi parecchi secoli prima del 1492 (8). Le argomentazioni del de Mahieu sono senz&#8217;altro notevoli e si ricollegano con lo strano fatto che gli Inca non erano un popolo ma un&#8217;aristocrazia che forse quattro secoli prima della conquista spagnola, provenendo non è chiaro da dove, si era imposta sul Tihuantisuyu fondandovi un genuino Impero teocratico-socialista non carente di tratti assai suggestivi (9). La conquista spagnola portò ben presto alla formazione di una società stratificata dominata da un&#8217;aristocrazia di origine europea (i Criollos o Mantuanos) che, praticando l&#8217;endogamia o procurandosi i consorti in Europa, si mantenne bianca. Al di sotto stava una popolazione meticcia sempre più numerosa costituita di massima dalla prole illegittima dei Mantuanos e da incroci indio-negri (&#8220;zambos&#8221;) là dove quelle razze erano venute in contatto. I Negri, come s&#8217;è già detto, tendevano a essere circoscritti; mentre gli Indios costituivano (ancora fino al XIX secolo) la maggioranza della popolazione e godevano di ampie misure di protezione sia legali (&#8220;leyes de Indias&#8221; [leggi delle Indie]), poco efficienti ma non del tutto lettera morta, che ecclesiastiche, più concrete e fattuali in quanto amministrate dalla chiesa. Fu una società relativamente tranquilla, economicamente molto prospera, a sfondo agrario e signorile e dotata (almeno fra la popolazione di origine europea) di un alto livello culturale, che nel Nordamerica anglosassone e calvinista non ci si sognava neppure. Elemento negativo di quel periodo fu la formazione in America di abbondanti colonie di marranos (10) &#8211; concentrati soprattutto in Messico e in Cile, ma presenti un po&#8217; dappertutto &#8211; che in America, dove l&#8217;operato dell&#8217;Inquisizione era molto inefficiente, ebbero buon gioco. In contatto con i loro correligionari esiliati in Inghilterra, in Olanda, in Portogallo, alla lunga avrebbero ben fatto sentire la loro influenza anche nell&#8217;America spagnola (11).</p>
<p style="text-align: justify;">Già alla fine del XVIII secolo in Spagna si stavano facendo preparativi per ammettere la rappresentanza dei Criollos al 50% nelle <em>cortes</em> (camere) di Madrid, con l&#8217;idea di creare una specie di Grande Spagna che in America si sarebbe estesa dall&#8217;Oregon all&#8217;<span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/generi/viaggi/antartide" target="_blank">Antartide</a></span>; pacificando al contempo quei Criollos che non volevano più essere trattati da &#8216;coloniali&#8217;. Ma sempre nel XVIII secolo la massoneria ebbe modo di prendere piede anche in Iberoamerica: a ciò non fu estranea la presenza inglese nelle Antille. Fu l&#8217;Inghilterra e i massoni da essa appoggiati (o pagati) a scatenare, a partire dal 1810, la disintegrazione dell&#8217;Impero coloniale spagnolo (12). È definitivamente assodato che tutti i &#8216;liberatori&#8217; &#8211; Morelos e Iturbide in Messico, Bolívar e San Martín nel Nord e nel Sud del continente sudamericano rispettivamente &#8211; furono massoni e che vennero costantemente finanziati e riforniti dall&#8217;Inghilterra. Il caso di Francisco de Miranda, poi, è particolarmente squallido: mentre la Spagna era sotto occupazione francese durante le guerre napoleoniche, l&#8221;alleata&#8217; Inghilterra pagava uno stipendio a quel figuro (adesso glorificato dalla storia ufficiale come &#8220;precursore dell&#8217;indipendenza&#8221;) per fomentare sollevazioni in Sud America (questo è ammesso addirittura da un autore venezuelano, il Cabrera Sifontes, generalmente bene documentato e non certo sospetto di irriverenza verso i &#8220;próceres&#8221; [13]). A Miranda andò male: catturato, finì i suoi giorni nelle carceri di Cadice. Ma al resto della malefica schiera non andò molto meglio: Morelos e Iturbide, fucilati; Bolívar e San Martín costretti a ignominioso esilio a funzione espletata. &#8216;Liberatori&#8217; meno conosciuti sono quegli undici masnadieri che nel settembre 1810 dichiararono l&#8217;indipendenza della Florida e poi ne domandarono l&#8217;annessione agli Stati Uniti; annessione che fu subito accettata. La Spagna, che non era in grado di intervenire, dopo inutili rimostranze si accontentò di un pagamento simbolico di 50 milioni di dollari (14).</p>
<p style="text-align: justify;">In America, la Spagna non fu in condizioni di opporsi agli insorti se non in modo saltuario: il peso della guerra fu portato di massima dalle guarnigioni spagnole già presenti in America, perché truppe e approvvigionamenti dall&#8217;Europa ne arrivavano solo a singhiozzo. Alla Spagna &#8211; appena uscita dalle guerre napoleoniche &#8211; furono negati sistematicamente (dai banchieri internazionali) quei crediti di cui essa avrebbe abbisognato per condurre la guerra in America. E quando, nonostante tutto, un esercito venne ammassato a Cadice per imbarcarsi per le colonie, la guerra civile fu scatenata dai massoni generali Quiroga e Riego; guerra civile che le logge massoniche &#8211; appoggiate e finanziate dai consolati inglesi &#8211; si incaricarono di prolungare artificialmente. Quando un po&#8217; d&#8217;ordine fu rimesso nel 1823 dall&#8217;intervento francese sotto il duca d&#8217;Angoulême, promosso per conto della Santa Alleanza, era ormai troppo tardi. Qualche guarnigione spagnola resistette ancora ferocemente qua e là; ma già verso il 1830 la &#8220;nuova Spagna&#8221; d&#8217;oltremare era una cosa del passato (15).</p>
<p style="text-align: justify;">Viste retrospettivamente, le insurrezioni iberoamericane non mancarono di certe caratteristiche significative. Una è che per la prima volta furono impiegate in grande scala in guerre fra Europei masse di colore &#8211; masse che poi ritornarono a sonnecchiare con atavica apatia, senza mai ricevere (né domandare) dei cosiddetti &#8216;diritti politici&#8217; una volta conclusasi la guerra. Questo è un fenomeno che poi si ripeterà nella traiettoria caudillesca dell&#8217;Iberoamerica, ogni qual volta il caudillo (&#8216;duce, dirigente&#8217;) &#8211; o aspirante tale &#8211; di turno metteva insieme un esercito di meticci, Negri, Indios &#8211; soldataglia che poi tornava a scomparire nella sonnolenza e nell&#8217;anonimato, senza domandare altro che una paga (sotto forma, magari, di saccheggi) &#8211; per combattere l&#8217;autorità costituita. Una situazione che perdurò fino al 1930 circa.</p>
<div id="attachment_4955" class="wp-caption alignright" style="width: 176px"><img class="size-full wp-image-4955" title="José_Tomás_Boves" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/José_Tomás_Boves.jpg" alt="" width="166" height="239" /><p class="wp-caption-text">José Tomás Boves y de la Iglesia (Oviedo, 18 settembre 1782 — Urica, 5 dicembre 1814)</p></div>
<p style="text-align: justify;">Un caso poco conosciuto e che vale la pena di menzionare è quello del caudillo anti-indipendentista José Tomás Boves (sul quale un autore meticcio, psichiatra di professione, ha scritto un&#8217;opinabile ma documentato saggio [16]). Il Boves, asturiano per nascita e che al tempo della colonia spagnola aveva fatto il commerciante, riuscì (praticamente da solo) prima a resistere, poi a contrattaccare i ribelli al punto di metterli con le spalle al muro nel Nord dell&#8217;America meridionale; la sua morte nel 1814 segnò il declino delle sorti spagnole in quella zona. L&#8217;espediente del Boves (individuo spietatissimo e che doveva essere un sottile psicologo) fu di raccogliere attorno alla bandiera spagnola le turbe di colore che altrimenti avrebbero parteggiato per l&#8221;indipendenza&#8217;; prima accendendo la loro cupidigia di saccheggio e poi promettendo loro i beni dei Criollos (&#8220;los blancos&#8221; [i bianchi]) &#8211; fra i quali si trovavano la stragrande maggioranza dei massoni, degli anglicanti, dei traditori della corona cattolica di Spagna. (È probabile che il Boves aspirasse, in un imprecisato futuro, al potere assoluto nell&#8217;area dei Caraibi, con o contro la Spagna). La strana e sinistra epopea di José Tomás Boves costituisce forse una vicenda dal significato paradossale, che scombina completamente, sotto il profilo della dinamica storica, le relazioni e i nessi (tipici della modernità) tra attori ed eventi: abilmente circuite, le masse di colore si mossero a difendere trono e altare, il re e la chiesa, contro le forze della sovversione internazionale; proprio il contrario di quanto successe costantemente in seguito.</p>
<p style="text-align: justify;">Si noti che fu in Iberoamerica, ancor prima che in Europa, che con la <em>epopeya emancipadora</em> [epopea emancipatrice] si incominciarono a creare &#8216;patrie&#8217; a iosa e per tutti i gusti &#8211; nonché per accomodare interessi di ogni tipo. &#8211; Per le nuove fiammanti &#8216;patrie&#8217;, fu conseguenza immediata dell&#8221;indipendenza&#8217; un vassallaggio economico assoluto nei riguardi dell&#8217;Inghilterra, che durò per oltre mezzo secolo prima che l&#8217;egemonia venisse assunta dagli Stati Uniti (17).</p>
<p style="text-align: justify;">Sul piano geografico, si incomincia a vedere quasi subito una contrazione dell&#8217;America spagnola a favore di anglofoni e di brasiliani. Già nel 1840, a vent&#8217;anni dalla sua fiammante indipendenza, il Messico perdeva la metà del suo territorio dopo una rovinosa guerra contro gli Stati Uniti &#8211; guerra che ebbe come ulteriore conseguenza la secessione definitiva (con l&#8217;appoggio americano) di quel rosario di repubbliche bananiere che va dallo Yucatán al Panamá nonché l&#8217;occupazione inglese di Belice. Il Messico non si risollevò più: dopo oltre mezzo secolo di torbidi, di occupazione francese (18) e di interventi americani esso piombò in una spaventosa guerra civile dalla quale la residua aristocrazia di origine spagnola rimase decapitata e il potere fu posto dagli Americani saldamente in mano ai marranos (19). La Colombia subì la secessione del Panamá, decretata dagli Americani nel 1908 quando si decise la costruzione del Canale. Il Venezuela ci rimise la sua provincia più orientale (la Guayana a Ovest del fiume Esequibo), soffiatale dall&#8217;Inghilterra con tutta tranquillità quando si sospettò che là ci fosse una notevole ricchezza aurifera (sospetto che poi risultò infondato) (20). La presenza inglese nei Caraibi divenne sempre più sfacciata: i nuovi Stati &#8216;indipendenti&#8217; d&#8217;America dovevano subire continue minacce e angherie se non si piegavano ai voleri dei banchieri e commercianti di Londra. Incidentalmente, nelle isole e nella Guayana inglese, una crescente popolazione di origine africana adottò l&#8217;inglese come lingua propria &#8211; molto più consona alla loro primitiva forma psichica che il &#8216;difficilissimo&#8217; spagnolo &#8211; per cui adesso in certe zone rivierasche dei Caraibi si denomina &#8220;inglese&#8221; il Negro bantù nerissimo, con poca o nessuna traccia di meticciato.</p>
<p style="text-align: justify;">Più a Sud, il Cile, legatissimo da sempre all&#8217;Inghilterra probabilmente in ragione della sua alta concentrazione di marranos, per conto dei commercianti minerari di Londra arraffò (negli anni Ottanta del XIX secolo) al Perù e alla Bolivia l&#8217;Atacama, aridissimo deserto ma territorio ricchissimo di giacimenti di rame. L&#8217;Argentina ci rimise le isole Malvine, occupate in modo insultante dagli Inglesi quando la gesta emancipadora era appena conclusa, approfittando del fatto che la guarnigione spagnola, contro la quale gli Inglesi avevano prima avuto occasione di rompersi i denti, era stata ritirata per combattere gli insorti sulla terraferma (21).</p>
<p style="text-align: justify;">
<div id="attachment_4956" class="wp-caption aligncenter" style="width: 460px"><a href="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/bandeirantes.jpg"><img class="size-full wp-image-4956" title="bandeirantes" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/bandeirantes.jpg" alt="" width="450" height="263" /></a><p class="wp-caption-text">Ivan Wasth, Bandeirantes</p></div>
<p style="text-align: justify;">Al contempo, fino agli anni Trenta del XX secolo, si assiste a una ipertrofica crescita del Brasile. Il Brasile si dichiarò indipendente dal Portogallo nel 1822, e l&#8217;indipendenza si consumò senza violenze o fatti di sangue. E mentre l&#8217;America spagnola, finalmente &#8216;indipendente&#8217;, sprofondava in interminabili risse fra caudillos, il Brasile si mise in marcia per raggiungere le Ande &#8211; cosa che quasi gli riuscì &#8211; avvalendosi della sua privilegiata situazione geografica a valle dell&#8217;immenso bacino del Rio delle Amazzoni. La tattica usata dal Brasile era quella della &#8216;conquista pacifica&#8217;, della guerra senza colpo ferire: una tattica che ancora recentemente era materia di insegnamento nelle accademie militari brasiliane. Sfruttando il fatto che da parte avversa non esisteva alcun controllo di frontiere, e che le frontiere medesime erano mal definite, gruppi di <em>bandeirantes </em>(&#8216;pionieri&#8217; &#8211; al bandeirante è stato innalzato addirittura un monumento a Brasilia) venivano istallati sempre più addentro nel territorio amazzonico, senza che nessuno dei confinanti se ne accorgesse. Quando poi intervenivano delle rimostranze (il che succedeva invariabilmente molto tardi) si diceva che là la popolazione era stata brasiliana da sempre e che quindi quelle terre erano di diritto brasiliane. In questo modo il Brasile sottrasse alla Bolivia, al Perù, alla Colombia, al Venezuela, milioni di chilometri quadrati. Quanto ai <em>bandeirantes </em>(22), erano di massima degli avanzi di galera, spesso <em>garimpeiros</em> (cercatori nomadi di oro e diamanti alluvionali), se non veri e propri <em>cangaceiros </em>(criminali incalliti) a cui veniva condonata la pena a condizione di andare a &#8216;servire la patria&#8217; in quel modo. E la presenza dei <em>bandeirantes</em> in una nuova zona significava automaticamente la scomparsa della popolazione indigena, con massacro indiscriminato degli uomini e stupro in massa delle donne, poi &#8216;incamerate&#8217; con la loro prole nella massa senza volto dei meticci.</p>
<p style="text-align: justify;">Fu questo un destino generalizzato degli indigeni, la cui sorte peggiorò drasticamente dopo l&#8221;indipendenza&#8217;. Se prima, sotto la Spagna e il Portogallo, essi avevano goduto di un minimo di protezione da parte della chiesa e delle autorità, dopo, la loro liquidazione (o etnocidio che dir si voglia) divenne addirittura la politica ufficiale di certi governi. Né la cosa deve sorprendere quando si pensi che la matrice ideologica dell&#8217;indipendenza americana fu un massonico illuminismo: l&#8217;Indio, elemento &#8216;arretrato&#8217;, doveva scomparire come tale per far posto al progresso &#8211; e ciò, naturalmente, per il suo stesso bene: perchè potesse anch&#8217;egli usufruire dei vantaggi della &#8216;civiltà&#8217;. Questo etnocidio &#8216;umanitario&#8217; prese spesso la forma di un genocidio vero e proprio, soprattutto in Brasile e in Argentina.</p>
<p style="text-align: justify;">In Argentina si arrivò ad applicare una specie di guerra batteriologica (diffusione <em>ad hoc </em>dell&#8217;influenza, malattia alla quale gli indigeni erano molto sensibili), per eliminare i residui Tehuelche del Sud (23). In Brasile, a mano a mano che la tecnica dell&#8217;armamento progrediva, i <em>fazendeiros </em>[grandi proprietari terrieri] e l&#8217;esercito impiegarono gli elicotteri da guerra e il napalm per sterminare gli Indios o allontanarli da vaste zone che poi venivano popolate con Negri e meticci e destinata all&#8217;allevamento del bestiame &#8211; Negri e meticci che erano invariabilmente la manodopera spicciola del massacro. Questa raccapricciante sorte dell&#8217;Indio amazzonico fu descritta in modo magistrale e quasi allucinante dal romanziere colombiano José Eustasio Rivera, nel suo migliore scritto, <em>La vorágine</em>, ambientato ai tempi dello sfruttamento del caucciù in Amazzonia, a cavallo fra i secoli XIX e XX. Anche se i principali beneficiari di quello sfruttamento furono gli Arana, peruviani di Ucayali, l&#8217;orrida &#8216;epopea&#8217; si svolse di massima in territorio brasiliano.</p>
<p style="text-align: justify;">Un altro fatto che attende l&#8217;attenzione di qualche storico serio è la strana carriera dell&#8217;ex-colonnello venezuelano Tomás Funes, che nei primi anni del <a title="Novecento" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/storia-contemporanea">Novecento</a> si costruì un vasto impero personale dalle parti dell&#8217;alto Río Negro. Funes fu probabilmente l&#8217;ultimo caudillo che arrivasse a fasti imperiali in Iberoamerica: si era all&#8217;alba di tempi nuovi (24). Era stato, quello dell&#8217;Iberoamerica, un mondo strano, di norma grottesco e spesso sinistro, ma sempre variopinto e affascinante, che il già citato romanziere Rómulo Gallegos aveva descritto, con estro poetico e con frase divenuta ormai celebre: &#8220;<em>tierra ancha y tendida, buena para el esfuerzo y para la azaña, toda horizontes como la esperanza, toda caminos como la voluntad </em>[terra larga e estesa, buona per l'impresa e per l'avventura, tutta orizzonti come la speranza, tutta strade come la volontà]&#8220;. Terra dove i caudillos si lanciavano l&#8217;uno contro l&#8217;altro all&#8217;arrembaggio dei governi o a fondare imperi personali in un retroscena di foreste impenetrabili e sterminate, di altissime montagne dai picchi nevosi, di fiumi immani; dove, avvolto dall&#8217;arco dell&#8217;Orinoco, stava ancora l&#8217;ultimo arcano del pianeta, il &#8216;mondo perduto&#8217; delle montagne piatte, dove allignavano la scolopendra acquatica, la salamandra arboricola e altri piccoli ma stranissimi esseri. Questo mondo visse le sue ultime ore negli anni Cinquanta. È negli anni Cinquanta che si incomincia a sentire massicciamente l&#8217;intrusione americana in Sud America: in Messico e nell&#8217;America centrale il fenomeno era già di vecchia data. Si trattava di fabbricare una nuova classe politica, che fosse totalmente al servizio dell&#8217;America quale strumento del grande capitale internazionale: al caudillo bisognava sostituire il suffragiocratico sensale di voti. Gli Stati Uniti ci riuscirono, impiegandovi vari decenni e facendo largo uso di una loro vecchia conoscenza: lo sciacallo marxista. Le turbe di colore cessarono di essere una specie di torpido <em>Hintergrund</em> &#8211; utilizzabile secondo le necessità come carne da cannone salvo poi essere rispedite al loro posto -, per diventare serbatoio permanente di voti: serbatoio con il quale, di necessità, ogni aspirante politico doveva fare i conti. Il mutato ambiente favorì la crescita ipertrofica di una classe criminale alla quale ogni forma partitocratica poté permanentemente attingere per ogni sorta di attività. Al contempo, con l&#8217;apertura delle comunicazioni, con l&#8217;inurbamento, con la trasformazione di un&#8217;economia fondamentalmente agraria in una parassitaria (solo superficialmente industriale), l&#8217;elemento africano, prima fortemente localizzato, si infiltrava un po&#8217; dappertutto nella popolazione di colore. In questo modo, la qualità razziale del popolo minuto del Sud America, per quanto non fosse mai stata elevata, passò a essere scadentissima. Quanto all&#8217;aristocrazia di origine spagnola, se in Messico fu in buona parte liquidata fisicamente, nel resto dell&#8217;Iberoamerica essa fu sottilmente intossicata nell&#8217;anima dal potere del denaro: non produsse più caudillos, ma politicanti. Non si vuole dire, con questo, che il caudillo rimanesse immune dalla venalità e dalla corruzione; egli però rivelava una scomoda tendenza ai colpi di testa e manteneva saltuariamente un residuo di dignità. Ciò manca del tutto alla nuova classe dirigente, nella quale sono sempre più frequenti, fra l&#8217;altro, elementi di colore e marranos. La vecchia classe criolla in Iberoamerica, nonostante tutto, assumeva ancora come riferimento l&#8217;Europa; quella nuova guarda solo a Nuova York e a Miami, con la loro paccottiglia e le loro lucine colorate. Con l&#8217;economicismo (la filosofia del far soldi come senso della vita) sono arrivati e hanno messo radici anche coloro che &#8220;<em>have technology</em> [hanno tecnologia]&#8221; (25) con la conseguenza che tutto il continente sudamericano sta precipitando nell&#8217;irreversibile vortice del disastro ecologico, rinforzato da una cancerosa crescita demografica. E il Fondo Monetario Internazionale ha buon gioco su quei paesi che ormai hanno imboccato irreversibilmente la via della terzomondializzazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Guardando retrospettivamente la storia dell&#8217;Iberoamerica dal 1950 al 1990 circa, è quasi sorprendente che il caudillismo abbia potuto tenere fermo, qua e là, per tanto tempo. Ma è chiaro che alla lunga la sua fine era segnata. Da una parte, crisi di legittimità di tutti i governi iberoamericani che onoravano &#8211; e che adesso onorano ancora di più &#8211; come &#8216;padri della patria&#8217; dei torbidi ribelli pagati dagli anglosassoni. Dall&#8217;altra, la totale dipendenza dagli Stati Uniti per le forniture belliche; dipendenza della quale gli Americani approfittavano per obbligare i governi iberoamericani a loro invisi a cedere alle pressioni marxiste, anche anche quando le condizioni militari erano favorevoli e le guerre militarmente vinte (caso di Anastasio Somoza in Nicaragua, per esempio). In ultima, molti tra gli ultimi caudillos furono dei &#8216;semplici&#8217; che caddero nella trappola di credere che l&#8217;America si opponesse veramente al marxismo, invece di servirsene come strumento.</p>
<div id="attachment_4957" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-4957" title="fidel-castro" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/fidel-castro-300x253.jpg" alt="Fidel Castro" width="300" height="253" /><p class="wp-caption-text">Fidel Castro</p></div>
<p style="text-align: justify;">Per concludere, una breve analisi del fenomeno del guerriglierismo, che fu e continua a essere una delle chiavi di volta della politica iberoamericana di questo secolo. Come già detto, gli Stati Uniti si valsero dello sciacallo marxista per i loro fini di sovversione; e non sorprende che i guerriglieri siano stati istallati al potere dall&#8217;America soltanto in quei paesi nei quali il governo era ancora in mano a un &#8216;dittatore militare&#8217; &#8211; un caudillo &#8211; (Cuba, Nicaragua), mai invece là dove alla presidenza c&#8217;erano dei &#8216;bravi borghesi&#8217; (il resto dell&#8217;America centrale, Santo Domingo, Venezuela, Colombia, Perù). Questo fatto, al quale i mass media non hanno mai dato alcun risalto, appare invece molto significativo. Il partigianismo era già stato sperimentato in Europa fra il 1942 e il 1945; non si fece che trapiantarlo in Iberoamerica. Come in Europa, esso si nutrì della classe criminale, che in Iberoamerica era ipertrofica o potenzialmente tale. Il primo esperimento fu Cuba, dove nel 1959 il marrano Fidel Castro (26) fu istallato al potere dagli americani di contro a un caudillo particolarmente inetto, Fulgencio Batista &#8211; il quale tuttavia si era mostrato sufficientemente abile per tenere militarmente in scacco Castro per anni, pure contro un&#8217;incredibile barriera di propaganda contraria e di aiuti finanziari e militari dati a piene mani ai partigiani. Da allora Cuba divenne la centrale del guerriglierismo per l&#8217;America centrale e meridionale e tale rimase fino a tempi recentissimi, quando, parallelamente alla liquidazione dei &#8220;socialismi reali&#8221;, anche l&#8217;uso della guerriglia per fini politici divenne fuori moda. Adesso Fidel Castro va predicando che i tempi sono cambiati, che la &#8216;via verso la democrazia&#8217; non è più quella delle armi ma quella delle urne (sua dichiarazione a Rio de Janeiro nell&#8217;agosto 1993); egli apre il paese al turismo di lusso e fa la corte al Fondo Monetario Internazionale. Insomma, il marrano Fidel Castro ha fatto fino in fondo il suo servizio al grande capitale internazionale.</p>
<p style="text-align: justify;">In Iberoamerica il fenomeno del banditismo c&#8217;era sempre stato, ma abbastanza limitato e privo di sfondo &#8216;ideologico&#8217;. Il partigianismo gli prestò una imbiancatura ideologica, mentre i guerriglieri, non più criminali comuni, godettero (e godono ancora) di un trattamento da &#8216;combattenti&#8217; da parte dei governi dei paesi coinvolti &#8211; ciò sotto pressione degli Stati Uniti. Se fino a qualche anno fa i dirigenti guerriglieri potevano ancora sperare di essere istallati al governo dagli Americani (l&#8217;ultimo fu Daniel Ortega in Nicaragua), adesso quella possibilità è scomparsa; e da soli essi mai &#8216;vinceranno&#8217; la guerra. Si dedicano perciò al banditismo puro e semplice, grazie ai cui proventi i dirigenti partigiani fanno una vita da gran signori (27). È improbabile che si arrivi a sradicarli in un futuro prevedibile: delle oligarchie militari totalmente prive del senso dell&#8217;onore o del dovere hanno tutto l&#8217;interesse di mantenere lo &#8216;stato di guerra&#8217; perchè così vengono pagate di più, ottengono pensionamenti anticipati e godono di maggior prestigio &#8211; e se &#8216;stato di guerra&#8217; ci deve essere, anche il nemico ha il diritto di essere trattato da &#8216;combattente&#8217;. Non a caso le uniche zone ripulite dalla guerriglia sono quelle dove funzionano milizie private organizzate da proprietari terrieri o semplicemente da comunità contadine che ne hanno avuto abbastanza (semileggendario è diventato negli ultimi venti anni il paramilitar Fidel Castaño, nella Colombia settentrionale): mai l&#8217;esercito o la polizia fanno un lavoro &#8216;completo&#8217;. Nelle zone dove esercitano il controllo totale (&#8216;zone liberate&#8217;) i guerriglieri taglieggiano tutti: i maestri di scuola, i contadini più miserabili, i giudici, se ci tengono alla pelle, devono pagare una percentuale del loro povero stipendio o dei loro magri guadagni alla rispettiva Central guerrillera. Un altro lucrativo affare per i guerriglieri è la protezione del narcotraffico: e come in tutte le società di delinquenti (per esempio, la mafia) si verificano frequenti attriti, spesso con morti e feriti, fra i diversi gruppi guerriglieri per assicurarsi i migliori affari (28). Trattandosi poi in gran parte di psicopatici &#8211; il fondo criminale più profondo e abbietto di società già ipertroficamente criminalizzate -, i partigiani hanno per <em>hobby </em>anche quello di compiere carneficine e di infliggere svariate torture a quei pochi indigeni che ancora rimangono nonchè ad animali selvatici e domestici. Quanto alla forza numerica del partigianismo in Sud America, al momento di stendere queste righe essa può essere stimata a 12 &#8211; 15.000 unità in Perù, a forse 20.000 in Colombia, a probabilmente meno di 2.000 in Venezuela.</p>
<p style="text-align: justify;">Legatasi mani e piedi al carro statunitense e colpita in pieno da una galoppante catastrofe ecologica (29), l&#8217;Iberoamerica &#8211; con la possibile eccezione del suo estremo meridionale &#8211; si avvia, a breve scadenza, verso un tenebroso destino.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Note</strong></p>
<p style="text-align: justify;">(1) Una buona visione d&#8217;insieme della storia iberoamericana è data nell&#8217;agile libretto di Pierre Chaunu: <em>Storia dell&#8217;America Latina</em>, Garzanti, 1955.<br />
(2) Questa grande isola, originariamente abitata da Esquimesi, è stata punto di appoggio di operazioni baleniere che vi hanno gettato ciurme di ogni origine, per cui oggidì vi si possono ammirare abitanti dai capelli lanosi, la pelle grigiastra e gli occhi a mandorla che abitano dentro a iglù.<br />
(3) Gallimard, Paris, 1957.<br />
(4) Cfr. Alfredo Jahn, <em>Los aborígenes del occidente de Venezuela</em>, Monte Ávila, Caracas (Venezuela), 1973 (originale: 1927).<br />
(5) Nel più conosciuto dei suoi romanzi, <em>Doña Bárbara</em>.<br />
(6) Rafael Requena: <em>Vestigios de la Atlántida</em>, Tipografía Americana, Caracas (Venezuela), 1932.<br />
(7) A Rafael Requena attinse (senza citarlo) Charles Berlitz quando affermò che davanti allo sbocco dell&#8217;Orinoco ci sono i relitti sottomarini di antichissime muraglie megalitiche (&#8220;vestigia dell&#8217;Atlantide&#8221;): relitti che, a quanto sembra, non esistono proprio. Berlitz fece quest&#8217;affermazione nel suo &#8211; peraltro interessante &#8211; libro divulgativo <em>The mystery of Atlantis</em> (Grosset &amp; Dunlap, Stati Uniti, 1974).<br />
(8) Il libro più rappresentativo di Jacques de Mahieu è, probabilmente, <em>L&#8217;agonie du dieu soleil</em>, Laffont, Paris, 1974. Ma un&#8217;ottimo riassunto di tutta la sua opera è stato dato su &#8220;Diorama letterario&#8221; (Firenze) di dicembre 1992 (sotto la firma di un certo &#8220;Arconte&#8221;).<br />
(9) In ciò gli Inca si distinguevano nettamente dagli Aztechi che invece erano un popolo &#8211; e non soltanto una casta aristocratica -appartenente al ceppo linguistico náhuatl e strettamente imparentati con i Toltechi, che li avevano preceduti nel dominio dell&#8217;altopiano dell&#8217;Anáhuac.<br />
(10) Letteralmente: &#8216;maiali&#8217;. Falsi conversi dall&#8217;ebraismo al cattolicesimo, i quali così scamparono all&#8217;espulsione degli Ebrei dalla Spagna, decretata da Isabella la Cattolica nel 1492.<br />
(11) Su questo argomento si consulti il documentatissimo libro dell&#8217;autore messicano Salvador Borrego, <em>América peligra</em>, edizione dell&#8217;autore, Città del Messico, 1976.<br />
(12) Cfr. Jean Lombard, <em>La montée parallèle du capitalisme et du collectivisme, la face cachée de l&#8217;histoire moderne</em>, edizione dell&#8217;autore, Madrid, 1984.<br />
(13) Horacio Cabrera Sifontes, <em>La verdad sobre nuestra Guayana esequiba</em>, Monte Avila, Caracas (Venezuela), 1988.<br />
(14) Cfr. Salvador Borrego, <em>op. cit</em>.<br />
(15) Su quanto sopra cfr. Jean Lombard, <em>op. cit</em>. &#8211; Un capitolo della storia ispanoamericana al quale non è stato dedicata praticamente alcuna ricerca è quello del rifluire verso la Spagna, dopo la cosiddetta &#8216;indipendenza&#8217;, di certune fra le migliori famiglie dell&#8217;aristocrazia criolla, fatto che si verificò e che, almeno in qualche caso, può essere documentato. C&#8217;è da credere che attraverso questo processo l&#8217;Iberoamerica di lingua spagnola abbia perso una parte importante di quella che, dal punto di vista genetico, era stata la sua migliore popolazione.<br />
(16) Francisco Herrera Luque, <em>Boves el urogallo</em>, Editorial Fuentes, Caracas (Venezuela), 1975.<br />
(17) Cfr. Jean Lombard, <em>op. cit.</em>; Pierre Chaunu, <em>op. cit</em>.<br />
(18) L&#8217;intenzione di Napoleone III quando, negli anni Sessanta del XIX secolo, tentò di fare Massimiliano d&#8217;Asburgo imperatore del Messico, era stata quella di creare una monarchia messicana legata alla Francia che potesse fare da ostacolo all&#8217;egemonia anglosassone nei due continenti americani. Il progetto fu sventato da Benito Juárez, adesso osannato come un secondo &#8216;padre della patria&#8217;, che fu in realtà un volgare agente degli Stati Uniti (cfr. Pierre Chaunu, <em>op. cit.</em>).<br />
(19) Cfr. Salvador Borrego, <em>op. cit</em>.<br />
(20) Cfr. Horacio Cabrera Sifontes, <em>op. cit</em>.<br />
(21) Cfr., per esempio: E. M. S. Danero, <em>Toda la historia de las Malvinas</em>, Editorial Tor, Buenos Aires, 1964; Paul Groussac, <em>Las islas Malvinas</em>, Comisión protectora de bibliotecas populares, Buenos Aires, 1936.<br />
(22) Al tempo della colonia portoghese, i cosiddetti <em>bandeirantes </em>erano stati delle bande di meticci della zona di Sao Paulo che si dedicavano alla caccia agli schiavi e a commettere ogni sorta di soprusi ai danni degli Indios dell&#8217;interno. A essi si opposero con successo gli aborigeni Guaraní del Paraguay, armati e organizzati dai Gesuiti spagnoli.<br />
(23) Gli inglesi avevano usato delle tecniche analoghe, nel Settecento, contro i Pellirosse in America del Nord. Cfr., per esempio, Philippe Jacquin, <em>Storia degli Indiani d&#8217;America</em>, Mondadori, Milano, 1977.<br />
(24) Quel mondo crepuscolare che fu quello di contatto fra gli ultimissimi Indios ancora riconoscibili come tali e il &#8216;progresso&#8217; è descritto bene in un libriccino in lingua italiana: Giorgio Costanzo, <em>Gli Indiani dell&#8217;Orinoco</em>, Universale Cappelli, Rocca San Casciano, senza data di pubblicazione (anni Cinquanta). Cfr. anche Volkmar Vareschi, <em>Geschichtslose Ufer. Auf den Spuren Humboldts am Orinoko</em>, Bruckmann, München, 1959.<br />
(25) Qualcuno lo ricorderà certamente: negli anni Settanta sulle linee aeree dei continenti americani c&#8217;erano spesso dei <em>dépliants </em>con la fotografia di una splendida foresta tropicale e la &#8216;didascalia&#8217;: <em>you have jungles, we have technology </em>[voi avete giungle, noi abbiamo tecnologia]. Il <em>dépliant </em>procedeva poi a spiegare che per mezzo di quella tecnologia si potevano trasformare quelle giungle in centri turistici, in cartiere, ecc.: tutte cose che <em>give you money</em> [cose che vi rendono denaro].<br />
(26) Sulla &#8216;marranità&#8217; di Fidel Castro (cosa in ogni caso vastamente risaputa in Iberoamerica) cfr., per esempio, Jean Boyer, <em>Los peores enemigos de nuestros pueblos</em>, Ediciones Libertad, Bogotá, 1979. Di utile riferimento sulla presenza di marranos nella politica iberoamericana è la rivista &#8220;Temple&#8221;, di Lima, diretta dall&#8217;avv. Gastón Ortiz Acha.<br />
(27) Una parola va detta a proposito di quell&#8217;Abimael Guzmán, peruviano, fondatore del gruppo partigiano Sendero Luminoso e suo dirigente principale fino al 1992 allorché egli e il suo stato maggiore furono catturati a Lima sotto circostanze poco chiare. Il Guzmán, di origine spagnola e di famiglia facoltosa di proprietari terrieri, si trovò a essere impoverito dalle riforme sociali portate a termine dalla dittatura militare. Fu proprio allora che decise di mettere in piedi il suo movimento, a scopo di vendetta e di volgare guadagno personale. (Non gli si può tuttavia negare la qualità di sottile psicologo, avendo egli capito fino in fondo l&#8217;anima dell&#8217;Indio, che ha saputo brillantemente raggirare per i suoi scopi personali).<br />
(28) Tanto la guerriglia come i narcotrafficanti ricevono le armi in gran parte da Israele. Illuminante in proposito è il libro di Claire Hoy e Victor Ostrovsky (<em>By way of deception</em>, Arrow Books, London, 1990); ma la cosa è da lungo tempo un banale fatto di cronaca. Massiccia è la presenza di &#8216;istruttori&#8217; israeliani al servizio della malavita colombiana; qualche dato interessante in riguardo è riportato da Luis Cañón: <em>El Patrón: vida y muerte de Pablo Escobar</em>, Planeta, Bogotá (Colombia), 1994.<br />
(29) Riguardo alla situazione ecologicamente disastrata dell&#8217;Iberoamerica, si consulti: Silvio Waldner, <a title="La deformazione della natura" href="http://www.centrostudilaruna.it/la-deformazione-della-natura.html"><em>La deformazione della natura</em></a>, Ar, Padova, 1997.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>* * *</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Questo brano costituisce un estratto del libro <em>Stati Uniti, Iberoamerica, Sudafrica. Tre messe a punto</em>.</p>
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		<title>Mark Twain: ironia e libertà</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Apr 2010 16:05:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Iacona</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Una rilettura della vita e dell'opera di Mark Twain nel centesimo anniversario della sua morte]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/mark-twain-ironia-e-liberta.html' addthis:title='Mark Twain: ironia e libertà '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/letteratura48x48.png" width="48" height="48" alt="" title="Letteratura" /><br/><p style="text-align: justify;">
<p><img class="size-medium wp-image-4619 alignright" style="margin: 10px;" title="mark-twain" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/mark-twain-300x242.jpg" alt="" width="300" height="242" /></p>
<p style="text-align: justify;">Della compagnia del grande scrittore <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/mark-twain" target="_blank">Mark Twain</a></span>, morto cento anni fa (il 21 aprile del 1910) a Redding nel Connecticut, avremmo bisogno tutt’oggi. Ed è per questo che ne parliamo ancora. Del suo senso dell’<em>humor</em> in primo luogo, della sua critica al conformismo, delle prese in giro, delle denunzie dei falsi miti e di tutte le glorie (che così ovviamente non furono), dei più classici “tempi che furono”. La sua vita fu insieme uno sberleffo e una ribellione contro quel qualcosa di difficilmente classificabile, a metà fra storia e sentimento, che non faceva parte dello spirito americano o meglio del suo di spirito, fatto di avventura e di semplice ricerca della verità.</p>
<p style="text-align: justify;">Twain fu scrittore anche molto scomodo, così in anticipo sui tempi da essere volontariamente ignorato per quello che scriveva (soprattutto nel campo del giornalismo); i parenti furono costretti a bruciare molti dei suoi manoscritti perché pericolosi per le comunità dei religiosi. Twain rispose alla “censura” in modo bonario, con uno dei tanti aforismi per i quali sarà universalmente noto: «solo ai morti è permesso di dire la verità». Oltretutto aveva con la professione di giornalista uno strano rapporto di amore (senz’altro) e di generosa avversione grazie a una filosofia del buon gusto e del saper vivere insieme: «Per prima cosa dovete avere ben chiari i fatti; così potete distorcerli come vi pare», diceva.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/le-avventure-di-huckleberry-finn-2/4371" target="_blank"><img class="alignright size-medium wp-image-4620" style="margin: 10px;" title="huckleberry-finn" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/huckleberry-finn-184x300.jpg" alt="" width="184" height="300" /></a> Per questo strano <em>feeling </em>con la “verità” (perfino nelle comuni espressioni) e per essersi trovato ben più in là da certo anonimo quotidiano, <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/mark-twain" target="_blank">Mark Twain</a></span> venne classificato come il più americano fra gli scrittori d’America e per questo qualcuno affermò anche che «tutta la <a title="letteratura" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/letteratura">letteratura</a> moderna statunitense viene da un libro di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/mark-twain" target="_blank">Mark Twain</a></span>, <a title="Huckleberry Finn" href="http://www.libriefilm.com/le-avventure-di-huckleberry-finn-2/4371"><em>Huckleberry Finn</em></a>. Tutti gli scritti americani derivano da quello. Non c’era niente prima. Non c’era stato niente di così buono in precedenza». A pensarla così nientemeno che Ernest Hemingway in compagnia di William Faulkner.</p>
<p style="text-align: justify;">Si potrebbe cominciare dal suo nome allora che non era come forse alcuni sapranno <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/mark-twain" target="_blank">Mark Twain</a></span>, ma Samuel Langhorne Clemens; lo pseudonimo che lo ha reso famoso in tutto il mondo ha origini marinare come ricordano gli esperti di narrativa fantastica Gianni Pilo e Sebastiano Fusco: «“<span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/mark-twain" target="_blank">Mark Twain</a></span>! Segna due braccia!”, gridavano, nel dialetto del Sud, gli scandagliatori sui battelli che percorrevano il Mississippi, segnalando al timoniere la profondità del fondale, ad evitare il rischio di incagliarsi sulle secche. Il giovane Samuel Longhorne Clemens, che su quei battelli aveva trascorso infanzia e giovinezza, quando cominciò a scrivere e pubblicare, volle scegliersi proprio quel grido come pseudonimo».</p>
<p style="text-align: justify;">Si potrebbe cominciare così, per comprendere la sua personalità di uomo libero, concreto quanto basta, innamorato delle scienze fisiche, libertario per sé e soprattutto per gli altri (fece parte della “American anti imperialism league”, lega  contraria all’annessione delle Filippine da parte statunitense). Twain era aperto al mondo come ci si sarebbe atteso solo da un grande americano della sua generazione (era nato nel 1835), abbandonò presto gli studi a causa della morte del padre e fece mille mestieri, fu tipografo (apprendista), mercante, scrittore umorista, marinaio sui battelli, soldato nella Guerra Civile dalla parte dei Confederati, poi cercatore d’oro, reporter, viaggiatore instancabile e conferenziere nelle università. Conobbe e visitò non solo l’America ma il mondo intero in lungo e in largo e si fece conoscere a trent’anni grazie al racconto <em>Il Ranocchio saltatore</em>; aveva “solo” quarant’anni invece quando divenne uno degli uomini più famosi d’America.</p>
<p style="text-align: justify;">Per comprendere la sua modernità – che avrebbe riversato negli scritti – si deve pensare a <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/mark-twain" target="_blank">Mark Twain</a></span> come un uomo che sarebbe arrivato primo degli altri in tanti piccoli-grandi gesti del quotidiano e della vita professionale. Lasciamo la parola a Pilo e Fusco allora: «Diceva di essere legato allo spirito paesano del “Profondo Sud”, ma in realtà era il più moderno degli scrittori. Fu il primo ad usare la macchina da scrivere e la stilografica, e a dettare un libro al grammofono. Scrisse i testi di alcune canzonette che divennero enormemente popolari. Fece dell’editoria un’industria da grandi cifre: rimase celebre l’anticipo di duecentomila dollari (di allora) da lui pagato per assicurarsi in esclusiva le memorie del generale Grant». Fu dunque un uomo molto ricco e famoso ma non sempre fortunato negli affari e nel privato. Passò la vecchiaia fra crisi e lutti familiari.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/le-avventure-di-tom-sawyer-3/7321" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-4621" style="margin: 10px;" title="tom-sawyer" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/tom-sawyer.jpg" alt="" width="200" height="267" /></a> Gli studiosi raccontano quanto la vita di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/mark-twain" target="_blank">Mark Twain</a></span> sia stata complicata (quasi fossero esistite più persone in una), sfaccettata, colma di lezioni e di contraddizioni riversate anch’esse nelle opere. E naturalmente hanno ragione. Due in particolare le più note e lette da generazioni di giovani (anche se, soprattutto la seconda delle due è tutt’altro che un libro per ragazzi perché venne perfino radiato dalle biblioteche): <a title="Le avventure di Tom Sawyer" href="http://www.libriefilm.com/le-avventure-di-tom-sawyer-3/7321"><em>Le avventure di Tom Sawyer</em></a> (1876) e <a title="Le avventure di Huckleberry Finn" href="http://www.libriefilm.com/le-avventure-di-huckleberry-finn-2/4371"><em>Le avventure di Huckleberry Finn</em></a> (1884). Detti libri altro non sarebbero (nell’immaginazione dei teorici) se non le diverse parti – almeno tre – della stessa vita dello scrittore. «Se alla fine di quella che abbiamo definito la prima fase della sua vita Clemens assomiglia in un certo senso a Tom Sawyer», scrive Guido Carboni autore per Mursia di un invito “alla lettura” dello scrittore americano, «è cioè una sorta di adolescente in fondo romantico e soprattutto desideroso di attrarre l’attenzione del mondo raccontando storie, più o meno abbellite nel ricordo e nella elaborazione narrativa delle proprie avventure, alla fine della seconda fase potremmo dire che assomiglia di più ad Huck, nonostante i suoi 50 anni. Come Huck ha accumulato molta esperienza della vita e degli uomini, anche se sembra molto meno disposto di Huck a perdonare i loro difetti, e una discreta ricchezza. Come Huck continua a dire di volersi distaccare al mondo di cui è entrato a far parte, di voler “scappare di casa” verso più liberi territori, ma resta a casa cercando un equilibrio nella doppia identità di rispettabile cittadino convinto del proprio ruolo di Pierino ribelle, fustigatore della stupidità del mondo che lo circonda. Solo che in Clemens queste tensioni non sembrano veramente trovare un accettabile equilibrio».</p>
<p style="text-align: justify;"><em><a href="http://www.libriefilm.com/seguendo-lequatore/7315" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-4622" style="margin: 10px;" title="seguendo-l-equatore" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/seguendo-l-equatore.jpg" alt="" width="200" height="296" /></a>The Adventures of Huckleberry Finn</em> è probabilmente il capolavoro di Twain ed è il seguito di “Tom Sawyer” (dove il personaggio di Huck che vive in un barile era già apparso). È il romanzo di un giovane figlio di un ubriacone «senza casa, senza famiglia, senza educazione, ozioso, sfrenato, malvagio». Malgrado tutto &#8211; o forse proprio per la sua personalità ribelle – divenuto «beniamino» dei giovanissimi del villaggio. La storia è quella di un ragazzo che non vuol cedere alla mancanza di libertà; la fama del romanzo è dovuta in primo luogo allo “scontro interno” fra civiltà e natura selvaggia; corruttrice la prima, roussoianamente buona la seconda. Il punto di vista dal quale Twain racconta la storia (come per esempio il successivo nostro <a title="Il giornalino di Gian Burrasca" href="http://www.libriefilm.com/il-giornalino-di-gian-burrasca/7322"><em>Giornalino di Gian Burrasca</em></a> di Vamba o <a title="Il barone rampante" href="http://www.libriefilm.com/il-barone-rampante/7323"><em>Il Barone rampante</em></a> di Italo Calvino), è però quello del protagonista ribelle, nel libro manca infatti una morale perbenista &#8211; e vittoriana &#8211; in grado di far pendere la storia dal lato della cosiddetta civiltà e della ragione degli educatori.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel libro è assente la «“correzione” di una morale finale che dimostri come la disobbedienza, i “vizi”, la mancanza di decoro siano negativi e portino chi li pratica ad una brutta fine», probabilmente perché Twain da grande narratore autobiografico aveva presente la differenza fra un’esistenza vissuta nel rischio e il suo esatto contrario. Non sempre poi, per lui, quel mondo reale messo su nel tempo, mattone su mattone, rispondeva a un armonico disegno di libertà e verità. Per questo, per l’autore dell’ironico <em>Un americano alla corte di re Artù</em> occorreva una gran dose d’avventura per battere i “tiranni” del tempo, e con essa naturalmente alcuni preziosissimi aforismi: «Non abbandonare le tue illusioni. Se le lascerai, continuerai ad esistere, ma cesserai di vivere». Ecco: tanto basta per ricordarci di lui.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto dal <em>Secolo d&#8217;Italia</em> del 22 aprile 2010.</p>
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		<pubDate>Fri, 05 Mar 2010 17:19:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Roberto Alfatti Appetiti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[I romanzi di Dan Fante - ultimo dei quali Angeli a pezzi, recentemente tradotto da Marcos y Marcos - ripercorrono la vita dello scrittore e quella del padre John Fante]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/la-picconata-di-dan-fante-al-sogno-usa.html' addthis:title='La &#8220;picconata&#8221; di Dan Fante al sogno USA '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/letteratura48x48.png" width="48" height="48" alt="" title="Letteratura" /><br/><p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/angeli-a-pezzi/6988" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-4079" style="margin: 10px;" title="angeli-a-pezzi" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/angeli-a-pezzi.jpg" alt="" width="200" height="321" /></a>«Mi chiamo Bruno Dante e vi racconto come andarono veramente le cose». Inizia così <a title="Angeli a pezzi" href="http://www.libriefilm.com/angeli-a-pezzi/6988"><em>Angeli a pezzi</em></a> (Marcos y Marcos, pp. 272, € 10), l’esilarante quanto commuovente romanzo di Dan Fante – 66 anni il prossimo 19 febbraio – che la casa editrice milanese, a distanza di un decennio dalla prima e ormai introvabile edizione, ha appena riportato in libreria. <em>Incipit </em>appetitoso, perché Bruno Dante è l’<em>alter ego</em> dell’autore, figlio di quel Jonathan Dante – protagonista anche della più recente commedia di Dan Fante, <a title="Don Giovanni" href="http://www.libriefilm.com/don-giovanni-2/6989"><em>Don Giovanni</em></a> (Edizioni Spartaco 2009, pp. 83 € 10) – che altri non è che <a title="John Fante" href="http://www.libriefilm.com/category/autori/john-fante">John Fante</a>. E inseguendo la stessa traiettoria amara del padre anche Dan dà la sua picconata all&#8217;illusione dell&#8217;american dream con una sorta di &#8220;viaggio al termine dell&#8217;americanismo&#8221;&#8230;</p>
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<div class="mceTemp" style="text-align: justify;">
<dl id="attachment_4080" class="wp-caption alignleft" style="width: 147px;">
<dt class="wp-caption-dt"><a href="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/dan-fante.png"><img class="size-full wp-image-4080" title="dan-fante" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/dan-fante.png" alt="" width="137" height="200" /></a></dt>
<dd class="wp-caption-dd">Dan Fante</dd>
</dl>
</div>
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<p style="text-align: justify;">Se John, indossati i panni del mitico Arturo Bandini, ha tratteggiato la figura dell’irascibile padre Nick, scalpellino abruzzese di Torricella Peligna emigrato a New York agli albori del secolo, soffermandosi in più occasioni sulla sua «predisposizione per le risse da bar», allo stesso modo Dan (nella foto a sinistra) ci rivela un’immagine dello scritto italoamericano non del tutto coincidente con quella incipriata dal successo. Corsi e ricorsi storici: nella tradizione di casa Fante il rapporto tra le diverse generazioni è difficile, per usare un eufemismo. «Era un vero bastardo, sempre incazzato per una cosa o l’altra – così Bruno / Dan descrive il padre – e amarlo non era stata una cosa semplice per nessuno. Disponeva della terribile capacità di scoprire il punto debole di una persona e poi, in un momento di vulnerabilità, colpirla con un’accetta».</p>
<p style="text-align: justify;">Così come John, pur non di seguire le orme paterne, lasciò ventenne il Colorado per inseguire il sogno di farsi scrittore nella città degli angeli, accontentandosi di fare i lavori più stravaganti, dal fattorino d’albergo allo stivatore, Dan, alla stessa età, lascerà la California e Los Angeles per la grande mela, improvvisandosi commesso, muratore, noleggiatore di limousine e tassista prima di seguire anch’egli, a quarant’anni suonati, la vocazione letteraria.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/chiedi-alla-polvere-2/5639" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-4082" style="margin: 10px;" title="chiedi-alla-polvere" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/chiedi-alla-polvere.jpg" alt="" width="200" height="327" /></a>Quando il padre muore, nel ’83, non è ancora lo scrittore <em>cult </em>che spopolerà negli anni Novanta in Europa (in Italia grazie soprattutto a Marcos y Marcos). <a title="Charles Bukowski" href="http://www.libriefilm.com/category/autori/charles-bukowski">Charles Bukowski</a> l’aveva “riscoperto” alla fine dei Settanta leggendo per caso il suo romanzo più celebre, <a title="Chiedi alla polvere" href="http://www.libriefilm.com/chiedi-alla-polvere-2/5639"><em>Chiedi alla polvere</em></a> (’39), e ne aveva fatto ripubblicare parte delle opere ma la popolarità, quella vera, Fante non farà in tempo a godersela. Saranno i lauti guadagni per l’attività di sceneggiatore a ripagare l’amarezza per i mancati riconoscimenti alla sua qualità di narratore.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/agganci/6987" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-4081" style="margin: 10px;" title="agganci" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/agganci.jpg" alt="" width="200" height="319" /></a>«Lo straordinario fiume di onestà e dolore che era la sua opera di scrittore era diventato secco – scrive Dan – e lui dimenticò che la sua passione era scrivere romanzi e imparò a giocare a golf. Bere con gli amici sceneggiatori diventò tutto quello che contava». Altro vizio, quest’ultimo, trasmesso ai figli. Dan troverà nella scrittura la forza per smettere di bere – «perché nessuno da ubriaco scrive bene, proprio nessuno» – ma al fratello maggiore Nicholas andrà peggio. «Morto per alcolismo nel ’97. Investito come un cane» recita la dedica che Dan gli rivolge nel successivo <a title="Agganci" href="http://www.libriefilm.com/agganci/6987"><em>Agganci</em></a> (edito sempre da Marcos y Marcos nel 2000, dieci anni fa) in cui il “tema” centrale è proprio la lotta per affrancarsi dalla dipendenza e fare il possibile «per non annegare la propria esistenza».</p>
<p style="text-align: justify;">La prima inquadratura di <a title="Angeli a pezzi" href="http://www.libriefilm.com/angeli-a-pezzi/6988"><em>Angeli a pezzi</em></a>, non a caso, è proprio all’interno dell’ospedale San Giuseppe di Cupertino, nel Bronx: reparto alcolizzati e malati di mente. Bruno c’è entrato per disintossicarsi, dopo un tentativo di suicidio – «ero depresso e soffrivo di emicrania per via dei magri guadagni frutto di squallidi lavoretti di merda» – e ne esce non perché sia guarito, anzi, ma per accorrere al capezzale del padre, ricoverato in fin di vita al Cedars Hospital di Los Angeles. La sua vecchia città gli appare profondamente mutata: non è più quella illuminata del sogno americano «dove il sole senza tramonto riempie il mondo di speranze» e che la presenza della mecca del cinema rendeva oltremodo seducente, ma quella del brusco risveglio della disillusione, di una realtà ben più cruda di un ovattato set cinematografico: «Una discarica umana, grande sporca e deforme come una vecchia e grassa puttana con un rossetto rosso splendente». Era in quella città che Jonathan aveva iniziato a morire molto tempo prima: «Produttori cinematografici ventiduenni gli avevano spappolato il cervello e guru della distribuzione avevano deciso il corso della sua vita. Mio padre aveva passato tutta la vita a leccare il culo agli attori e agli agenti di Hollywood e ora moriva di questo. Non lo aveva mai reso felice». Fino a quando «il suo vecchio, cieco, diabetico corpo, dopo l’amputazione della seconda gamba, aveva deciso di arrendersi e lasciar perdere». Un’agonia atroce, come ebbe a testimoniare lo stesso <a title="Bukowski" href="http://www.libriefilm.com/category/autori/charles-bukowski">Bukowski</a>: «Una delle più lente e orribili morti a cui io abbia mai assistito». Una seconda morte, perchè – sempre per dirla con l’autore di <a title="Storie di ordinaria follia" href="http://www.libriefilm.com/storie-di-ordinaria-follia-3/1206"><em>Storie di ordinaria follia</em></a> – «finire ad Hollywood a scrivere sceneggiature, ecco cosa l’aveva ucciso».</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/don-giovanni-2/6989" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-4083" style="margin: 10px;" title="don-giovanni" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/don-giovanni.jpg" alt="" width="200" height="309" /></a>Bruno arriva giusto in tempo per salutare il genitore, divorato dal male e semi-incosciente, irrimediabilmente diverso dall’uomo che aveva amato e odiato, ammirato e temuto in egual misura, del quale ricordava in particolar modo una foto: «Non aveva più di ventidue o ventitre anni. In piedi su un prato, indossava una maglietta zuppa di sudore, il sole alle spalle, pantaloni arrotolati perché stava giocando a baseball, mani sui fianchi, testa piegata da una parte, guardando in macchina con un’espressione insolente. Un Dante giovane e orgoglioso, che teneva il mondo per le palle».</p>
<p style="text-align: justify;">Adesso le parti s’erano invertite e il mondo, per quanto non proprio in salute, sembrava cavarsela decisamente meglio di lui. L’<em>american dream</em> era svanito come una bolla di sapone, lasciando dietro di sé una palude in cui è facile imbattersi nelle sabbie mobili della quotidianità, che assorbono tutto e tutti con indifferenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Per ritrovare l’intimità con quell’uomo «di idee forti, opinioni estreme e salde passioni» a Bruno non rimane che tornare nella loro vecchia casa di Point Dume a Malibu, sulla ventosa penisola promontorio che si affaccia sull’oceano, dove ad aspettarlo c’è soltanto Rocco, il malandato bull terrier del padre insieme al quale inizierà una picaresca fuga dal dolore.</p>
<p style="text-align: justify;">È quello che, in maniera diversa, fece anche suo padre: «Si trasferì a Point Dume per fuggire da Hollywood, da tutta quell’intensità, quello stress, quel ritmo di vita, di relazioni, di lavoro, e anche da quella mentalità malata. Per questo quel posto resta così vivido per me. Perché andando a stare lì, lui, mio padre, stava scappando lontano ma non lontano abbastanza».</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto era esattamente come ricordava. Dalla foto incorniciata dello scrittore americano ma nietzscheiano H. L. Mencken, con «lo sguardo del grande iconoclasta che si presentava piuttosto minaccioso» ai libri sparsi ovunque. Pile di volumi accatastate qua e là. «Solo i libri sugli scaffali dietro la scrivania erano quelli importanti. Roba sacra. A differenza di tutti gli altri, non venivano mai spostati, se non per essere riletti. C’era tutto <a title="Knut Hamsun" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Knut Hamsun</a> e <a title="Jack London" href="http://www.libriefilm.com/category/autori/jack-london">Jack London</a>. Uomini di talento, come lui. Uomini da rispettare, con cui fare davvero i conti. Il resto contava ben poco. Tirai giù una copia di <a title="Fame" href="http://www.libriefilm.com/fame/108"><em>Fame</em></a>. Questo libro, ripeteva mio padre, l’aveva fatto diventare scrittore. Nel mezzo, scoprii un foglio di carta piegato in quattro. Aprii l’improvvisato segnalibro e riconobbi subito la calligrafia di mio padre. Ripetuta all’infinito, c’era una firma: <a title="Knut Hamsun" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Knut Hamsun</a>».</p>
<p style="text-align: justify;">Sotto le non troppo mentite spoglie di Bruno Dante, l&#8217;autore ci porta con sé in un viaggio velocissimo, che via via lo traghetterà da un folle autolesionismo verso una discesa negli inferi, al fianco di un cane-Caronte e di una Beatrice prostituta, con le strade di Los Angeles come gironi infernali, finchè il nostro Dante non riuscirà a vedere le stelle, scoprendo che anche l&#8217;oceano è «di un blu che non avevo mai notato prima». E alla fine resterà ancora solo, nella sua macchina, con il cane morto al suo fianco e tutta la rabbia e la disperazione di un uomo. È la notte del &#8220;sogno americano&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>* * *</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Tratto, col gentile consenso dell&#8217;Autore, dal <em>Secolo d&#8217;Italia</em> del 3 marzo 2010.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/la-picconata-di-dan-fante-al-sogno-usa.html' addthis:title='La &#8220;picconata&#8221; di Dan Fante al sogno USA ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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