Sulla catastrofe dell’origine. Un frammento

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11094237006_0b61365e74_zDue punti dai quali partire: la ciclicità della catastrofe attenua drasticamente la radicalità della stessa sino ad annullarla. Catastrofi cicliche, come quelle che avvengono nello ‘schema’ degli Yuga, o come la ekpyrosis stoica, cioè la conflagrazione cosmica destinata, alla fine del ‘grande anno’, a rigenerare l’universo, in realtà portano sì a un cambiamento, ma già previsto, già assoggettato a leggi fatali, ineludibili. Al contrario, la trasformazione radicale, insita nell’idea stessa di catastrofe, è imprevedibile, non inscritta in nessuna legge ciclica, mai governata dalla necessità, o, come la definivano gli stoici, dalla heimarmene cosmica.

Inoltre, l’idea della catastrofe non come mero annientamento ma appunto come trasformazione, come discontinuità ma non distruzione che lascia dietro e avanti a sé nient’altro che rovine, emerge collegandola ad alcuni significati del greco strépho: innanzitutto girare, nel senso di girare la barra del timone, mutando rotta, e poi volgere lo sguardo, ruotando le pupille e dunque cambiando prospettiva e panorama[1].

stare-al-mondoDi conseguenza, la catastrofe può essere imprevedibile, non ‘legata’ ad alcuna necessità che in qualche modo la predetermini, e non deve necessariamente implicare una totale distruzione, ma può rimandare a una trasformazione, a un mutamento radicali, che a loro volta possono essere pensati come un nuovo inizio.

Quanto detto sinora vale anche per l’origine. Nel senso che la catastrofe dell’origine può tanto significare la sua radicale cancellazione, quanto un suo nuovo inizio. L’essenziale sta nel lasciare l’origine al suo e-venire, alla sua provenienza ‘eventuale’ (dando vita così a una filosofia dell’evento dell’origine), sciogliendola in tal modo dai ‘lacci di Ananke’, e quindi, al contempo, senza ‘costringerla’ in alcuno ‘schema’, come invece vorrebbe una certa idea di ‘tradizione’, incapace di svincolarsi da uno storicismo soffocante (la ‘trasmissione ininterrotta’) o da un catastrofismo dove tutto sarebbe già-scritto.

E a proposito della ‘tradizione’ come tradere, come trasmissione ininterrotta, un pensiero dell’origine libero dalle ‘malie’ della necessità, vedrà proprio nella sua soppressione la sua più segreta realizzazione. È la crisi senza scampo, cataclismatica, della tradizione, a permettere un possibile nuovo inizio. In altre parole, la tradizione è salvata nel momento in cui la s’infrange. Questo perché, per dirla con Benjamin, “l’idea del discontinuum è il fondamento della vera tradizione”[2]. Così la tradizione come tradere va a fondo per riemergere come ‘tradizione dell’origine’, franta, sconnessa, sempre a rischio, mai assicurata una volta per tutte.

sul-concetto-di-storiaÈ altrettanto fondamentale liberarsi dall’idea, nebulosa, pre-istorica, universalistica, astratta, di ‘Tradizione’ unica, o primordiale. L’origine, al contrario di questa fantasmatica ‘Tradizione’, è concretamente situata, emergendo nella storia dallo ‘spacco’, dall’apertura dell’evento. È ciò che, con lessico heideggeriano, potremmo chiamare l’esser-ci dell’origine, il suo venire-all’-essere sempre in un contesto concreto, per quanto sfuggente e complesso, carico com’è di destinalità esistentiva. È l’origine greca di cui parlava Heidegger, o l’origine indoeuropea su cui ha scritto pagine lucidissime Giorgio Locchi, ad esempio.

Ecco spiegato perché l’origine è tutt’uno con la sua storia. Che è appunto sua, nel senso di specifica e irripetibile, fatta di oblii e tradimenti, di brusche lacerazioni, di continuità parziali o di nuovi inizi, e non una delle tante manifestazioni di un unico principio di per sé inafferrabile, in cui peculiarità e differenze finirebbero inesorabilmente per sparire; in breve, una sorta di riedizione dell’hegeliana ‘notte in cui tutte le vacche sono nere’, come ebbe giustamente a notare Sandro Consolato pochi anni addietro.

Proprio in virtù di questo legame costitutivo col suo farsi storico, l’origine non ha nulla a che fare neanche con qualsivoglia sua ipostatizzazione ‘metafisica’. In altre parole, l’origine non va pensata alla stregua di un principio intemporale che resterebbe ‘incorrotto’ nella sua trascendenza, a prescindere dalle sue manifestazioni storiche. È chiaro che un tale modo di pensare l’origine la salverebbe da ogni possibile disastro, visto che il venir meno delle sue manifestazioni storiche non pregiudicherebbe l’origine stessa. Non è così. Il tragico che sempre accompagna l’origine, pensata come ‘appesa’ alla possibilità e alla libertà dell’evento, dice tutt’altro. Dice il possibile definitivo tramontare dell’origine. E il suo possibile nuovo inizio.


luglio 2016                                                                                                             

[1] Cfr. S. Natoli, Stare al mondo. Escursioni nel tempo presente, Feltrinelli, Milano 2002, p. 70.

[2] W. Benjamin, Sul concetto di storia, Einaudi, Torino 1997, p. 79.

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