Sul piano dell’impero

Il Foro Mussolini

In occasione del rapporto al Fascio primogenito, il Segretario del Partito, esponendo la sintesi dei valori formativi del Secondo Impero di Roma, ha precisato il senso dell’“agire sul piano dell’Impero”, che soprattutto significa elevare spiritualmente e politicamente tutto il popolo italiano, ossia conferire alla sua quotidiana esperienza politica e civile una direzione di alta religiosità che ne costituisca la viva controparte spirituale. Ciò fa ricordare a tutti i fascisti della vigilia l’affermazione mussoliniana del tempo squadristico – “Il Fascismo è anzitutto una fede” – nella quale, chi non sia assente da una visione spiritualistica della vita, chi non sia impedito dall’oscurantismo proprio a concezioni immanentiste, non può non scorgere il principio di una potenza ideale, resuscitatrice del genio della razza.

È significativo dunque che il Segretario del Partito abbia affermato che uno dei mezzi più potenti per questa elevazione è la coscienza della razza. Occorre riconoscere che nel complesso delle possibilità razziali delle Nazioni, esistono profonde energie originarie che negli ambienti “borghesi”, non trovano la loro esplicazione, per cui esse rapidamente si atrofizzano. Si tratta di sorgenti di energie primordialmente guerriere, con le quali si deve entrare in contatto e che si debbono organizzare, prima che esse si dissolvano e si inaridiscano nel piano del democratismo statico e sensuale. Esse sono un bene prezioso, sono la testimonianza di un potere plastico di interna gioventù di una Nazione: potere che finisce con il decadere, nella vita del singolo, quando non gli sia assicurato un modo di esercitarsi e di svilupparsi. Ecco la necessità di una educazione interiore, di una disciplina che plasmi gli elementi costruttivi della razza, preparando i giovani politicamente, ossia nell’ethos dell’ordine gerarchico, fascistico e guerriero, integrando ogni altra educazione.
In questo senso, l’opera formatrice del partito non è un’invenzione di questi ultimi anni di vicende limitatamente pacifiche, ma un ritmo di azione che tende a mantenere il popolo, e particolarmente la gioventù, all’altezza degli ideali e delle iniziali esigenze della Rivoluzione.

Si tratta dunque di una Tradizione di cui il Partito è custode; è il conformarsi della giovinezza a principii immutevoli di lotta e di vittoria, onde essa diviene simbolo di giovinezza perenne, ovvero di una razza che, rendendo attuali i valori perenni del sangue, costituirà necessariamente il nucleo iniziale della razza nuova. Sotto un tale aspetto va considerata quella preparazione eroica, basata su un’attitudine virile dello spirito e sulla rigorosa disciplina del corpo, in virtù della quale i giovani inquadrati militarmente si preparano ad essere l’esercito del domani.

Forgiare lo spirito significa, dunque, secondo la precisazione del Segretario del Partito, preparare la potenza effettiva della razza. Intendano questo i soliti rètori che credono di poter liquidare dialetticamente la Tradizione spirituale romana, puro retaggio ariano “solare”, del Primo Impero dell’Urbe, la cui essenza è antiugualitaria, antimaterialistica, antisemitica per eccellenza, eroica, ma al tempo stesso mistica ed ascetica.

È ora di chiarire il senso di questa nostra spiritualità occidentale, che un mascherato gruppetto di “farisei” tenta accusare di fariseismo. Noi squadristi non saremo mai giocati dalla dialettica e dalla pseudo-cultura. Il mito di ieri era il razionalismo. Si credeva che sulla base di idee astratte si potessero garantire, una volta per tutte, certezze, leggi e istituzioni. Si credeva nel progresso e nel “senso della storia”: si credeva nella libertà atomisticamente e democraticamente intesa. La ragione e la tecnica avevano aridamente razionalizzato il mondo, concludendo in una specie di proterva rivoluzione dell’uomo contro l’“eterno”. La guerra ha mandato in frantumi tutto ciò e una generazione dell’azione è successa alla generazione della riflessione prudente. La verità di questa generazione suona così: “L’unica misura del valore della vita è il superamento della morte: vale solo colui che è pronto a morire”. Questo principio proprio alla Rivoluzione e allo squadrismo fascista, a dispetto dei mascherati farisei, è la più classica, la più virile teoria della potenza. Con ciò un nuovo germe vitale è stato gettato per tutti i campi. Questo senso di valore-limite posto in un piano superumano, cui deve essere subordinato ogni interesse contingente, personale, utilitaristico, transeunte, agisce altresì come motivo ispiratore della nuova “classe” eletta a costituire la forma nuova della razza.

Nel campo dell’azione razzista, il Partito, che è stato dal Duce definito il fermento vitale della Nazione, deve marciare senza soste, respingendo ogni manifestazione di quell’ingiustificato e deplorevole pietismo, profondamente contrastante con l’intransigente ortodossia della quale la Rivoluzione ha tratto l’impulso essenziale per tutte le sue conquiste. Questo monito del Segretario del Partito deve condurci a considerare questa nostra dignità di razza e di attitudine antigiudaica come una responsabilità profonda dello spirito, onde la nostra azione non si esaurisca in un semplice atteggiamento esteriore, ma si trasfonda in una capacità di identificare e neutralizzare quelle forze sottili del giudaismo che agiscono occultamente sotto le spoglie meno sospettabili.

Dietro ogni forma di opportunismo materialistico, dietro ogni aspetto di mimetismo politico o dottrinario, dietro ogni personalismo utilitario, come di là da ogni schieramento polemico che, attraverso la eversione di elementi culturali, tende a confondere i termini di problemi vitali dello spirito occorre riconoscere uno stile psicologicamente giudaico, ortodosso nella forma e corrosivo nella sostanza, antisemitico nella veste ed ebraico nell’intimo intento. All’azione di tali forze sottili ed occulte occorre contrapporre un’azione radicale in senso interiore, così da colpire anche chi dell’ebraismo è inconsapevole o consapevole strumento chi semiticamente tenti seminare il dubbio sull’essenza della nostra Tradizione romana.

L’idea razzista deve convertirsi in realtà costruttiva del Secondo Impero di Roma. È necessario per questo difendere le autentiche possibilità dello spirito romano dal male della rettorica borghese, laica, razionalistica. Il Segretario del Partito ha messo in rilievo come proprio un nuovo clima d’intenso orgoglio e di forte spiritualità ha consentito in un primo tempo di fermare il fenomeno della emigrazione tipica conseguenza di quella sfiducia nelle possibilità creative della Nazione che i passati regimi avevano alimentato con la loro politica di rinuncia e poi ha fatto sì che il popolo italiano accogliesse con consapevole fierezza l’ordine dato dal Duce per il rimpatrio degli italiani all’estero.

È altresì un impulso spirituale quello in virtù del quale il Partito, dal giorno della conquista dell’Impero imposta la sua attività sul trinomio: Impero, Razza, Autarchia. Ora, tale spiritualità non è semplicemente una parola, non è un concetto filosofico, né tanto meno una formula culturale: essa è anzitutto una forza plastica della psiche, un’energia profonda di autocoscienza., un dominio volitivo dell’“essere” sul “divenire”, una organicità etica che si esprime anzitutto nella gerarchia e nella vocazione dell’Impero. Ciò è invero spiritualità in senso superiore, ossia quale agì all’interno della Tradizione romana e quale fu intuita e conosciuta da maestri dello spiritualismo italico, quali Dante Alighieri, Tommaso Campanella, Giambattista Vico.

Le forze del Fascismo si riconnettono a questa spiritualità romana, non mediante legami di erudizione scolastica, ma grazie al potere di un’affinità elettiva che non subisce la legge del tempo; onde ogni elemento autenticamente “romano” oggi va ritrovando il proprio complemento romano. Contro tale Tradizione andranno necessariamente le ultime forze occulte del giudaismo, attraverso manipolazione pseudo-culturali, tentando il gioco sottile di farla credere un “mito” o una superstizione; ma sarà l’ultimo tentativo di questo satanismo camuffato di moralina e di ben pensante criticismo borghese, che verrà definitivamente schiacciato dal fascio littorio romano, dall’ascia sacra, simbolo “solare” remoto della nostra tradizione eroica occidentale.

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Tratto da “Il Resto del Carlino” del 6 dicembre 1938, A. XVI E.F.

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Massimo Scaligero (Veroli, 17 settembre 1906 – Roma, 26 gennaio 1980), è stato un esoterista italiano. Formatosi agli studi umanistici, li integrò con una conoscenza logico-matematica e filosofica, e con una pratica empirica della fisica. Attraverso studi ed esperienze personali individuò le linee direttive di una realtà originaria del pensiero per dimostrare l'inanità discorsiva della dialettica. Studioso di Nietzsche, di Stirner e di Steiner, approdò attraverso lo Yoga e lo studio delle Dottrine Orientali ad una sintesi personale che gli diede modo di riconoscere in Occidente il senso riposto dell'Ermetismo e il filone aureo di un insegnamento perenne, riconducente alla “Fraternitas” dei Rosacroce. Fu fra i maggiori prosecutori delle idee di Rudolf Steiner e contribuì a far conoscere e diffondere in Italia la Scienza dello Spirito. Sino al 1978 fu direttore responsabile della rivista East and West, organo dell'Istituto per il Medio ed Estremo Oriente (IsMEO – dal 1996 IsIAO: Istituto Italiano per l'Africa e l'Oriente), fondato dal filosofo Giovanni Gentile e dall'orientalista Giuseppe Tucci.
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  1. Raffaele Giordano
    | Rispondi

    VALE!!!!! Q.DECIO ARRIO

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