Ci sono streghe e stregoni nel medioevo russo? – 2

Aldo C. Marturano, Storie di cavalieri e di lituani Abbiamo già dato una rapida occhiata alle tante piante che oggi, magari, non sapremmo neppur riconoscere e che tornavano invece utili nell’Antica Rus’. Ci ripromettiamo ora di continuare il nostro viaggio per vedere come, oltre al cibo, la foresta fornisce tutta una serie di altre sostanze che in modi diversi potevano liberare dai disagi. Tuttavia, come abbiamo sempre ribadito, non è possibile strappare un’erba, un fiore, una bacca senza il consenso del suo spirito protettore e la raccolta non è mai una semplice operazione di routine, ma un rito sacro! Un rito che non può essere eseguito semplicemente da chiunque in qualsiasi momento libero… come faremmo noi oggi con l’attuale ignoranza e poco rispetto del mondo intorno a noi! Nella mitologia slava infatti l’erba, le piante erano niente altro che i capelli della Madre Umida Terra! Solo se ci mettiamo in quest’ottica, possiamo fare il viaggio partendo dal più straordinario e dal più sacro degli esseri viventi, la Quercia!

Se mai vi capiterà di trovarvi davanti a quest’albero vivo con un’età di qualche secolo, rimarrete certo folgorati dalla meraviglia poiché lo spettacolo è indescrivibile quanto a grandiosità. Si è di fronte ad un essere vivente di altezza impensabile (fino a 50 m e oltre!) che domina su tutta una vasta zona da solo poiché intorno raramente crescono altre piante. Solo alcune specie di funghi vegetano alla sua base! Ciò è dovuto alla secrezione di sostanze che la quercia immette nel terreno dalle proprie profonde radici, inaccettabili al metabolismo di moltissime specie vegetali del sottobosco o di altri alberi. Volgiamo ora lo sguardo verso l’alto. Ecco! La chioma che incombe enorme e con le sue grandi foglie lobate copre tutto il cielo sopra di noi! Se non sapessimo che quest’albero, quantunque grandioso ed alto, ha comunque una cima, penseremmo che esso davvero raggiunga le nuvole. Mettetevi nei panni di uno smierd che si muove sempre in pianura e non ha mai occasione di dare un’occhiata al paesaggio da un’altezza da cui poter ammirare il suo inferno verde dal di sopra! Potrebbe immaginare tranquillamente che la quercia raggiunge la dimora degli dèi! La quercia per lui tocca il cielo! E’ l’albero primordiale!

Richard Kieckhefer, La magia nel Medioevo Se poi avrete l’occasione di recarvi sul Dnepr, nei dintorni di Zaporozhe (l’ultima grande cataratta prima di arrivare al Mar Nero) a sud di Kiev c’è un isola chiamata Hortiza, famosa anche perché era una base dei famosi Cosacchi del Don. Visitatela perché qui esiste una quercia davvero enorme. La chioma ha un diametro di poco meno di 60 m e il tronco di base ha una circonferenza di oltre 6 m. A quanto pare ha oltre 600 anni e si dice che alla sua ombra si riposasse l’eroe cosacco nazionale ucraino Bogdan Hmelnizki. E non è la sola in Europa con tale veneranda età! Roland Bechmann ne nomina qualcuna per le foreste di Francia ed ultimamente è stato pubblicato un atlante delle querce annose tedesche!

Insomma stiamo parlando della regina (o del re, in russo quercia è maschile: dub!) degli alberi della selva. Giustamente la denominazione latina contiene la parola che significa forza (ossia Quercus robur sp.) proprio perché, finché l’uomo non ebbe gli arnesi adatti, una quercia era difficilissima, se non impossibile, da abbattere. Per di più il fatto che la vita di un uomo non riuscisse a vederla morire insinuò l’idea che l’albero fosse eterno e che il fulmine l’evitasse, sebbene vi fosse più esposta di altri alberi a causa del suo isolamento. E che dire dei frutti, delle ghiande? Suscitavano l’idea del maschio, del dominatore, della potenza dell’uomo rispetto alla donna, debole e coatta. In latino il nome per glande umano è uguale a ghianda e così in russo e in tedesco per la grande somiglianza fra il frutto e la parte superiore del fallo! Quest’albero, una volta diffusissimo nelle foreste europee, con la sua dissacrazione imposta dal Cristianesimo (contro il Paganesimo Druidico!) e con l’uso delle asce di ferro a poco a poco si ridusse di numero e moltissimi individui furono abbattuti e ridotti a materiale da costruzione e da arredamento sacro (i cori dei conventi!). La toponomastica europea malgrado ciò ne conservò il ricordo ed è piena di nomi che ancor oggi ricordano la sua presenza come Rovereto, Eichstatt, Oakwood, Chêne-Pignier… Forse più di altri è così nell’area slava dove la città croata di Dubrovnik (ossia Luogo dove si vendono querce, da dove Venezia trafficava questo prezioso legno, ma chiamata da loro Ragusa) ne è l’esempio più clamoroso! Nella Pianura Russa poi i nomi che ricordano la quercia sono parecchie centinaia e molti di essi sicuramente si rifanno alla presenza dei piccoli querceti sacri (dubràvy/???????) dove il volhv celebrava i riti pagani fino a qualche secolo fa in onore di Perun e della sua paredra. Addirittura, come ci informa A. A. Korinfskii, presso i popoli “russificati” dei Ciuvasci (turcofoni) e Mordvini (finnici) il rispetto e i riti intorno alle querce si erano tramandati senza interruzione e le processioni propiziatorie nei querceti del Volga erano celebrate ancora nel XIX sec.!

Michel Pastoureau, Medioevo simbolico Alla quercia intanto era legato un mito slavo della creazione dell’universo. In esso si racconta che due querce primordiali esistettero nell’oceano primitivo. Da questi due alberi erano volate giù fino al fondo del mare due colombe per portare al Creatore un po’ di sabbia e di sassi dai quali poter creare terra e cielo.

Abbiamo già nominato questo dio slavo-baltico, Perun, in relazione con la quercia. Aggiungiamo che lo ritroviamo nel polacco Piorun, nello slovacco Perom e addirittura in Pargianja della mitologia vedica e in Fjorgyn norreno e, se ci è permesso azzardare un’ipotesi, potrebbe essere persino identificato con Quirinus (dal latino *quir-c- per quercia), il dio cittadino di Roma. I Celti davano alla foresta della Gallia lungo il Reno il nome di Hercynia Silva (come ci informa Cesare) in cui si nasconde la variante della stessa radice *hercu- di quercia per la grande diffusione (allora!) di questo albero sacro! E un altro mito slavo dice che c’era in qualche parte del mondo una quercia che cresceva continuamente ed era ormai diventata tanto alta da raggiungere il cielo di Perun e proprio qui c’erano i tre elementi fondamentali: il fuoco la terra e l’acqua… Una cosa però non è certissima: Che Perun fosse in cima all’olimpo slavo! Perun viene già nominato al tempo di Igor e di Oleg nelle Cronache Russe che poi aggiungono nell’anno 980: “… (Vladimiro) si mise a governare da solo a Kiev e pose i kumiry/?????? (i simulacri divini) sulla collina vicina allo spiazzo davanti al suo terem: Perun di legno (di quercia, naturalmente!) con una testa (ricoperta) d’argento e con i baffi d’oro…” con evidente atto di devozione in quanto quel dio lo aveva protetto fino a quel momento e quindi, da vincitore, Vladimiro ora lo elevava al rango di dio maggiore di ogni altro preesistente e lo imponeva ai suoi soggetti! Dai documenti ci risulta infatti che prima di questo evento ogni clan o tribù della Pianura Russa aveva i suoi dèi particolari fra i quali Perun non era assente, ma non era il dio supremo! Anche perché, se lo ricordate, fra gli Slavi (occidentali) il dio supremo è un altro ed ha nome Svantevit/Svjatovit, a cui era dedicato il famoso sacrario di Arkona detto anche il tempio per tutti gli Slavi! Dunque la quercia e il suo legno sono sacri e non possono essere destinati ad altri usi se non quelli sacri onorando il dio che “abita” nella pianta. Attenzione! Ciò non significa che non possano essere abbattute delle querce per elevare costruzioni consacrate, come le fortificazioni di difesa di una città. Per far questo però il taglialegna incaricato deve sempre fare gli scongiuri dovuti prima di intaccare il legno con la sua accetta. “Ciur menja!/??? ????!” E’ l’invocazione da lanciare affinché il padrone della selva, il Lescii, sappia che è il ciur che ha autorizzato il taglio!

Jean-Claude Schmitt, Medioevo «superstizioso» E non solo! Sotto lo spazio libero da vegetazione intorno a questo albero si riunivano i consigli di guerra, prima di mettersi in cammino, se si voleva tornare vincitori. In questi particolari casi quando tutto era stato deciso il volhv, presente quale garante della sacralità del rito, strappava dall’albero le foglie più grandi e li metteva sul petto di ciascun guerriero dopo averle cucite alla loro maglia. La foglia doveva rammentare la forza, la patria e lo scopo dello scontro che si stava affrontando. Di solito la cerimonia era abbastanza complicata. Si facevano dei piccoli serti di foglie di quercia che venivano posti in un piatto d’argento (lasciato poi come dono sacrale dal capospedizione al tempio) e ciascun guerriero prima di lasciare il luogo sacro prendeva un serto con entrambe le mani e inginocchiato lo baciava chinando la testa fino a terra e finalmente lo poneva sulla gamba piegata giurando fedeltà, prima di farselo cucire sulla maglia o di riporlo nella sua bisaccia da guerra (così ce lo narra G. J. Riljuk).

Al dio della quercia appartiene sicuramente il Porco. Esso si ciba delle ghiande e sotto la quercia è il suo posto preferito nella tarda estate, prima che la sua padrona lo richiami dalla foresta. Proprio qui la scrofa addirittura si accoppia con il cinghiale e qui anche figlia. In tutto questo si può riconoscere la sacralità del legame con Perun ed è anche chiaro perché, ancora oggi in Bielorussia, all’ospite gradito e onorato venga offerto come piatto speciale il lardo di porco tagliato a dadini e fritto! E’ un’offerta sacrale! E che dire dell’Orso? Anche lui è grande amante delle ghiande… E non soltanto gli animali raccoglievano le ghiande per cibarsene. Nel lontano passato esse venivano tostate e dalla farina che se ne otteneva lo smierd si faceva un infuso che oggi possiamo raffrontare nel gusto al caffè, sebbene un po’ meno amaro di questo. Probabilmente anche questo consumo era sacro presso gli Slavi… in quanto rafforzava la potenza del fallo!

Arturo Graf, Miti, leggende e superstizioni del medio evo Le foglie di quercia poi, abbastanza grandi (fino a 20-25 cm), quando l’albero in autunno se ne spoglia parzialmente nel mese di Listopad, vengono raccolte con cura e servono ad avvolgere il karavài e dargli quella bella crosta bruna lucida di cui abbiamo detto, in seguito all’imbrunimento dei tannini esposti alla temperatura di cottura nella pec’ka. La corteccia dell’albero poi coll’avanzare dell’età si fessura e si spacca e le sue schegge, raccolte e pestate, erano usate per conciar le pelli sempre sfruttando l’azione dei detti tannini.

La quercia però non è il solo monumento vivente perché ce ne sono molti altri e altrettanto (sebbene un po’ meno) notevoli nella selva. Di solito ogni regione ha i suoi alberi caratteristici ai quali la gente del luogo è affezionata e, come dice V. J. Propp, nella Pianura Russa dopo il Cristianesimo specialmente, la Betulla è l’albero al quale i russi sono legati di più e che i loro antenati considerarono addirittura indispensabile per la propria vita e per la riproduzione. Della nordica Betulla (berjòza/?????? in russo, Betula sp.) generazioni di Slavi hanno goduto (e godono), delle sue proprietà e dei suoi prodotti utilissimi. Era così caratteristica che ha dato il nome a vari fiumi e laghetti, a cittadine e a villaggi del nord. In particolare è probabile che il Dnepr abbia preso il nome “classico” del suo corso superiore, registrato nelle Storie di Erodoto come Boristhenes, proprio dalle betulle e cioè dal suo affluente Berezinà (inteso come Fiume di betulle o qualcosa del genere) e lungo questo fiume secoli dopo fu battuto Napoleone nella sua sfortunata Campagna di Russia!

Jean Verdon, Feste e giochi nel Medioevo L’aspetto più clamoroso di questo albero è il colore della sua corteccia, bianco argentato! Non tutte le cortecce della specie Betula però sono di questo colore e ce n’è anche con la corteccia nera, ma che non appartengono alla foresta russa europea. Nella Pianura Russa se ne conoscono circa una cinquantina di specie e sottospecie e la più comune è quella che ha ricevuto il nome di Betula alba sp. L’albero è molto longevo e vi sono individui con oltre cento anni di età! Lo si trova nelle poesie e nei canti russi quando si descrive l’eleganza delle sue forme, il lungo e sottile tronco, la bianca e lucente corteccia che scintilla alla luce della luna. Soprattutto però lo smierd aveva un rapporto speciale con quell’albero. Gli comunicava ogni giorno, attraverso l’aspetto della sua chioma e delle sue foglie, come stava andando il tempo! Era come un calendario delle stagioni poiché la Betulla ha degli abiti che muta non appena sente cambiare temperatura, pressione dell’aria e umidità. Comincia a dominare il colore dorato? Ormai l’inverno è vicino! Appare il verde? E’ arrivata la primavera! Per di più se il verde appare prima del solito lo smierd se ne rallegra perché vuol dire che l’estate sarà più calda…

Riportiamo un vecchissimo indovinello russo sulla betulla che dice: C’è un albero che conosce quattro arti. La prima illuminare il mondo, la seconda far tacere il grido (klikuscestvo v. più oltre su questa strana malattia medievale), la terza guarire i malati e la quarta mantenere la pulizia del corpo! E davvero la Betulla esaudisce tutte queste necessità.

Richard Fletcher, La conversione dell'Europa. Dal paganesimo al cristianesimo. 371-1386 d.C. Col suo succo (la linfa chiamata berezòviza, che si può tirar via in gran quantità dalle betulle destinate ad essere abbattute durante il podsek e cioè del taglia-e-brucia), con gli infusi dalle sue foglie, con i suoi rami (venivi/??????) usati per battere il corpo nudo nella banja per ravvivare la circolazione sanguigna e mantenere la pelle giovane. Con la primavera sale lungo il tronco il succo nuovo, il più prezioso dei suoi prodotti, che sgorga lentamente al taglio leggero sulla corteccia e si può raccoglierlo (senza uccidere l’albero!) per berlo fresco o allungato con acqua e persino leggermente fermentato. Ha un sapore fra il dolce e il salato, ma è molto diuretico e perciò aiuta alla pulizia interna del sangue provocando l’urinare frequente. Sulle biforcazioni dei rametti giovani poi si formano delle verruche (borodòvki/?o???????) gonfie di resina (djògot/?????) che è una miscela di vari olii essenziali di color giallo e si usa come unguento medicinale, ad esempio (ma ancor oggi!) per guarire gli erpeti facciali! Usato sulla pelle delle donne, la ringiovanisce e tutti sanno che le ragazze, quando si devono preparare per la festa, in segreto vanno nel bosco dove ci sono betulle e si spalmano con questo balsamo (oppure col succo, detto pasok/?????) per acquistare un bel colore rubizzo sulle guance. A maggio quando appaiono i suoi fiori è il tempo invece di raccogliere le foglie per gli infusi. I rami di betulla si usano da bruciare nella pec’ka quando si cuoce qual cosa di speciale e i rametti più fini per far luce (la cosiddetta lucìna usata dalle tessitrici per illuminare il lavoro serale d’inverno!) per l’effetto del sopradetto djògot che brucia bene, lentamente e non fa fumo. E che dire della corteccia? Ottima come supporto per scrivere, la scorza di betulla (berjòsta) è rimasta importantissima nella storia russa per essere stata usata come carta da lettere fra il XI e il XIII sec. specialmente nella zona della coltissima Novgorod-la-grande.

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La prima parte di questo articolo.

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