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Stato e potenza

1 gennaio 2000 (21:40) | Autore:

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“Chissà che cosa diranno a Ravenna, alla sede del club interista-leninista. Chissà che dolore. Non bastava la crisi della beneamata nerazzurra, il trauma dell’esonero di Gigi Simoni e il salto nel buio col romeno Mircea Lucescu. Ci mancava pure la rivelazione che uno dei soci più autorevoli del club ha tenuto rapporti con la destra neonazista europea ed italiana. Il colpevole? Il leader del partito comunista della Federazione russa Gennadij Andreevic Zjuganov. (…) Proprio lui che il 7 settembre 1998 aveva ricevuto dalle mani di Armando Cossutta, allora ancora presidente di Rifondazione comunista e capo di una delegazione del partito a Mosca, la tessera di interista-leninista. Ma come è possibile che l’ex consigliere speciale di Gorbaciov ed ex viceideologo del Pcus sia entrato in contatto con la destra più estremista?”

Questi interrogativi non se li è posti la “Gazzetta dello Sport”, ma il “Corriere della Sera” del 9 dicembre 1998 (in una pagina di politica interna, non in una pagina sportiva), in seguito alla pubblicazione di un ben documentato articolo del qui presente Marco Montanari sul periodico di geopolitica “Limes”. Quell’articolo tracciava una sintetica storia dei rapporti di Zjuganov con ambienti politici dell’Europa occidentale che sia il “Corriere” sia un “cappello” redazionale di “Limes” definivano sbrigativamente, demagogicamente e falsamente come “neonazisti”.

Un tentativo di rispondere in maniera seria agli interrogativi formulati dal “Corriere della Sera” venne effettuato, dopo la pubblicazione di Stato e potenza presso le Edizioni all’insegna del Veltro, da Adriano Guerra su “L’Unità” del 30 maggio 1999.

“Che ci fa un libro di un comunista russo – scriveva Adriano Guerra – in una collana diretta da Mutti? Basta aprire il libro e leggere la prefazione dello stesso Mutti (…) per capire che non siamo di fronte ad una stranezza, ad un’operazione editoriale particolarmente spregiudicata. No, Stato e potenza ci sta bene fra i libri di Mutti perché nelle sue pagine circola davvero – filtrata forse attraverso gli scritti di Aleksandr Dugin (…) – quel pensiero “rosso-nero” che in Occidente ha avuto i suoi maestri, più che in Evola, in Jean-François Thiriart (…)”.

Effettivamente, come scriveva il collaboratore dell'”Unità”, nel catalogo delle Edizioni all’insegna del Veltro ci sono diversi titoli che possono ben rappresentare il retroterra culturale su cui si innesta il libro di Zjuganov.

Potremmo citare La setta mondialista contro la Russia, edizione italiana di Rusofobija dell’accademico Igor Safarevic, che assieme a Zjuganov fu uno dei dirigenti del Fronte di Salvezza Nazionale; potremmo citare la raccolta di documenti del gruppo Pamjat intitolata La rinascita del nazionalismo russo; oppure potremmo citare il volume collettaneo La Russia che dice di no, che tra l’altro comprende il manifesto intitolato La parola al popolo, diffuso in Russia dieci giorni prima del cosiddetto putsch dell’agosto 1991 e firmato da dodici esponenti dell’opposizione nazionalpatriottica: intellettuali, politici e militari di varie tendenze, tra i quali appunto Gennadij Andreevic Zjuganov.

Preferiamo invece parlare di Bizantinismo e mondo slavo di Konstantin Leont’ev e de La Terza Roma, uno studio dello slavista Aldo Ferrari sul pensiero di Leont’ev, ambedue pubblicati dalla nostra casa editrice tra il 1986 e il 1987.

La nostra edizione di Bizantinismo e mondo slavo è stata l’unica edizione in una lingua diversa dal russo, finché, nel 1999, ne è apparsa una traduzione romena, nella collana di un editore bucarestino che, oltre ai documenti di Pamjat, ha pubblicato anche lo studio di Aldo Ferrari dedicato a Leont’ev, La Terza Roma. Significativa riscoperta del pensiero di un dottrinario del tradizionalismo ortodosso in un paese dell’Est europeo sottoposto alla cocacolonizzazione e allo strangolamento usurocratico.

Aleksandr Yanov, un ebreo sovietico che, come si soleva dire alcuni anni fa, “scelse la libertà” trasferendosi negli Stati Uniti, in un suo saggio pubblicato nel 1978 dalla University of California attribuì proprio all’opera di Leont’ev un ruolo di primo piano nell’elaborazione dottrinale sviluppata da alcuni circoli russi non ufficiali, sia di ispirazione neobizantina sia di orientamento neostalinista e nazionalbolscevico.

Da Berkeley, Yanov informava che nel settembre 1968, su un giornale influente e popolare come “Molodaja Gvardija” (il mensile ufficiale del Komsomol, attestato su posizioni decisamente nazionaliste), era uscito un articolo che indicava esplicitamente nell'”idea bizantina” difesa da Leont’ev l’unico mito (“mito” in senso soreliano) in grado di far uscire la Russia dalla “flaccidità e dal torpore” dell’epoca brezhneviana, per prepararla allo scontro finale contro quella civiltà della “sazietà volgare” e della “prosperità materiale” che è l’americanismo.

Da parte nostra, in una nota editoriale preposta allo studio di Aldo Ferrari su Leont’ev, richiamavamo pure noi l’attenzione su quelle idee di Leont’ev che venivano rielaborate e tradotte in termini di prospettive attuali in alcuni circoli russi, sia del potere sovietico sia della stessa “dissidenza”.

E quando, tredici anni fa, scrivevamo che “il rifiuto del supernazionalismo panslavista si accompagna in Leont’ev (…) a una scelta di campo in favore di un’alleanza della Russia con l’Oriente”, indicavamo implicitamente in Leont’ev l’esponente della tendenza eurasiatista; quella tendenza che poi sarebbe stata consapevolmente rappresentata, nel catalogo della nostra casa editrice, da Aleksandr Dugin, con la raccolta di saggi che intitolammo Continente Russia.

In tale raccolta, dopo aver delineato le prospettive di uno studio della “questione russa” dal punto di vista della geografia sacrale, l’ex consigliere di Zjuganov affronta lo stesso tema traducendolo in termini geopolitici. Ed è così che egli ha modo di collocarsi nel solco dell’eurasiatismo, del quale pone in risalto l’aspetto più propriamente spirituale e tradizionale.

“Gli euroasiatisti e i loro predecessori, – scrive – come il barone Ungern Sternberg o il dottor Badmaev, non solo svilupparono il progetto teorico della rinascita dello spirito turanico all’interno delle frontiere dell’impero russo, ma anche pensarono di stringere le relazioni con la Mongolia e la Cina (…). Simili piani geopolitici (…) pretendevano di scoprire metafisicamente l’Oriente, restituire alla Russia antichi insegnamenti indù, taoisti, confuciani, buddhisti. Ciò avrebbe cambiato la coscienza russa, portando da un contesto ateo, utilitario, strettamente razionalista e già da molto tempo spiritualmente estenuato (…) al mondo vivo ed integro della tradizione totale d’Oriente (…) Questo progetto elaborato dagli euroasiatisti radicali non presupponeva affatto la scristianizzazione della Russia. Al contrario (…) dialogando con le tradizioni orientali, la Chiesa Ortodossa sarebbe tornata alle fonti metafisiche della fede (…)”.

Il grande nemico del progetto imperiale nutrito dall’eurasiatismo – scrive Dugin – è il mondialismo cosmopolita, la cui manifestazione politico-militare consiste nell’atlantismo. Ecco dunque che Dugin osserva l’America, il vero “impero del male”, dalla prospettiva del simbolismo geografico, sicché l’America, l’isola occidentale, ci appare come la terra del tramonto, della decadenza e della morte.

Oggi Aleksandr Dugin ha poco più di quarant’anni; tuttavia è una personalità molto importante, perché rappresenta il principale punto di intersezione tra il piano della pratica politica “nazionalpatriottica” e il cosiddetto pensiero tradizionale (quale esso è stato formulato in Russia soprattutto da Konstantin Leont’ev e fuori dalla Russia da autori come René Guénon e Julius Evola).

Dopo essere stato vittima della repressione del KGB, che lo perseguitò in quanto colpevole di “deviazionismo mistico”, Dugin fu tra i fondatori del Centro Storico Filosofico EON e dell’omonima casa editrice, specializzata nella pubblicazione di libri che vanno dai testi sacri dell’antichità fino alle opere filosofiche di autori quali Nietzsche e Heidegger. Inoltre Dugin è stato redattore di “Den”, il periodico dell’opposizione nazional-patriottica diretto dal narratore Aleksandr Prochanov, e ha fondato una rivista di geopolitica, “Elementy”.

Nel comitato di redazione di “Elementy” figuravano inizialmente: Viktor Alsknis, Alain de Benoist, Dimitrij Makarov, Claudio Mutti, Aleksandr Prochanov, Andrej Sokolov, Robert Steuckers. Successivamente Alain de Benoist chiederà a Dugin di essere cancellato dalla lista dei redattori; gli subentrerà il giornalista serbo Dragos Kalajic.

In ogni caso, la rivista “Elementy” si è occupata di politica e cultura russa, ha tracciato accurati profili di dottrinari e uomini politici quali Moeller van der Bruck ed Ernst Jünger, Carl Schmitt e Julius Evola, e soprattutto ha pubblicato consistenti inserti di argomento geopolitico.

Nello specifico settore della geopolitica, Dugin si è potuto avvantaggiare della collaborazione del colonnello Evgenij Morozov, associato della cattedra di studi militari e strategici dell’accademia militare “Frunze” di Mosca, il quale ha introdotto nei quadri dell’esercito lo studio della geopolitica, precedentemente condannata come “pseudoscienza” (anche se Stalin dopo il 1937 liberò tutti i geopolitici sovietici che erano stati internati nel Gulag).

Il colonnello Morozov, così come gli altri geopolitici della nuova generazione, ritiene che al tentativo occidentale di porre l’ex URSS sotto controllo non sia realistico replicare con ripiegamenti piccolo-nazionalistici o con progetti panslavistici, ma che si imponga la necessità di creare una più vasta unità eurasiatica, attualizzando in tal modo l’idea del Kontinentalblock difesa da Haushofer. Le strade per giungere a ciò sarebbero essenzialmente due: una stretta intesa dell’Europa coi paesi musulmani e la creazione di un asse russo-tedesco, inteso come più salda e più leale ripresa del patto Ribbentrop-Molotov.

Per quanto concerne l’Islam, il col. Morozov concepisce il complesso dei popoli ex-sovietici come un blocco russo-turco, o, se si preferisce, come un condominio islamo-ortodosso. Morozov ci disse testualmente che una Unione Sovietica restaurata e rifondata su nuove basi avrebbe dovuto immediatamente sollecitare la propria ammissione nella Lega Islamica. Per quanto in particolare riguarda l’Iran, il col. Morozov lo definì “il nostro alleato geopolitico”.

Per tornare a Dugin, quest’ultimo ci illustrò nei termini seguenti la linea di pensiero alla quale si ispirava l’azione culturale del Centro Storico Filosofico EON, del quale abbiamo fatto cenno.

“Il nostro punto di riferimento è costituito essenzialmente dal magistero di René Guénon e dall’opera di quanti, in un modo o nell’altro, ne hanno sviluppato le indicazioni, vale a dire autori come Julius Evola, Titus Burckhardt, Frithjof Schuon ed altri. Tra i pensatori russi, l’unico che possa essere accostato a questi interpreti delle dottrine tradizionali è, con qualche riserva, Konstantin Leont’ev”.

Di Evola, in particolare, Dugin ha fornito una lettura alquanto diversa da quella che ne è stata data in Italia. Innanzitutto, nell’opera evoliana egli apprezza la formula ghibellina, perché, dice, “una veduta analoga si ritrova anche presso i Russi, il cui destino storico è profondamente legato all’Impero. (…) Per gli Ortodossi russi l’idea stessa di Roma rappresenta la sacralità e l’immanenza del sacro, quasi una ‘sinfonia’ necessaria e inseparabile di autorità spirituale e potere temporale. Per un tradizionalista ortodosso, la separazione cattolica tra il Re e il Papa non è immaginabile e costituisce un’eresia: l'”eresia latina”, per l’appunto. Anche qui – conclude Dugin – si nota la convergenza perfetta tra la dottrina di Evola e la posizione ‘normale’ del pensiero conservatore russo”.

Inoltre Dugin pone in risalto un altro aspetto di Evola: quel radicalismo intransigente che da un lato caratterizza gli aspetti distruttivi della sua “rivolta contro il mondo moderno” e dall’altro si manifesta sia nelle opere giovanili sia nel conclusivo Cavalcare la tigre. Questo risvolto di Evola, dice Dugin, “ricorda il paradosso politico della Russia attuale, dove i neocomunisti antiliberali fanno fronte comune coi conservatori cristiano-ortodossi. Si pensi anche a certi aspetti storici del bolscevismo russo, nei quali hanno trovato sviluppo, per vie eterodosse e contraddittorie, certe tendenze profonde dell’Ortodossia russa: l’odio per il mondo occidentale e borghese, la ricerca del Regnum, le attese escatologiche, l’esperienza diretta, rivoluzionaria e immediata della Verità”. Da ciò Dugin conclude che “tra Evola e la Russia esistono delle corrispondenze relative alla corrente ‘conservatrice’, ‘di destra’, ma anche che certi aspetti della ‘sinistra’ russa, nella sua dimensione profonda e paradossale, possono essere confrontati con gli scritti di Evola”.

Si ammetterà che questa lettura del pensatore tradizionalista italiano si colloca esattamente agli antipodi della lettura che ne è stata fornita, ad esempio in Italia, dagli ambienti della destra politica.

Quanto a Konstantin Leont’ev, Dugin vede in lui un esponente di quella linea eurasiatista che arriva fino a Zjuganov e costituisce un aspetto fondamentale del retroterra culturale di quest’ultimo.

Crediamo dunque che valga la pena ricostruire la linea di sviluppo della tendenza eurasiatista. Dopo Leont’ev, l’idea eurasiatista si manifesta in maniera organica e, direi, ufficiale nel 1921, quando il gruppo degli emigrati nazionalbolscevichi di Smena-Vech (accusato dagli altri gruppi dell’emigrazione russa ora di filofascismo ora di filocomunismo) pubblica a Sofia una raccolta di articoli che reca appunto il sottotitolo Manifesto degli eurasiatisti. L’idea centrale degli eurasiatisti era data dalla convinzione che la Russia costituisse un sistema culturale autonomo, né europeo né asiatico, ma, per l’appunto, euroasiatico. Un sistema, cioè, incentrato sulla specifica natura culturale, etnica e geografica della Russia, che, se nei suoi vertici culturali è “bizantina”, nella sua base etnica è invece slavo-turanica.

D’altronde già il neobizantino e turcofilo Leont’ev, polemizzando contro gli slavofili aveva scritto in Bizantinismo e mondo slavo: “Non è opportuno auspicare una nostra fusione con gli Slavi”; e si era detto convinto che per i Russi “la fusione con popoli asiatici e di religione non cristiana {sarebbe} molto più conveniente, per il semplice fatto che tra di loro non è ancora irrimediabilmente penetrato lo spirito moderno”.

Tornando agli eurasiatisti di Smena-Vech, questi insistevano sulla necessità dell’autarchia geoeconomica del continente eurasiatico in rapporto alle potenze marittime e talassocratiche; per loro ogni questione doveva essere considerata innanzitutto in una prospettiva continentale. Mentre Coudenhove-Calergi voleva unificare l’Europa contro l’Asia, gli eurasiatisti di Smena-Vech volevano unificare il continente eurasiatico contro l’Occidente anglosassone, portatore di una cultura materialista, individualista e liberale. Quanto alla Rivoluzione d’Ottobre, gli eurasiatisti nazionalbolscevichi di Smena-Vech oscillavano tra due posizioni: da un lato vedevano in essa una rivolta dell’anima russa contro l’Occidente materialista e capitalista, una rivolta proveniente dalle profondità dell’Eurasia; dall’altro accusavano l’utopismo marxista di avere imposto al popolo russo un altro modello di sviluppo altrettanto occidentale quanto il capitalismo. Accusando il marxismo di essere occidentale e materialista e rifiutando simultaneamente di considerare la Monarchia prerivoluzionaria come un modello politico ideale (la loro parola d’ordine era “né bianchi né rossi”), i nazionalbolscevichi di Smena-Vech rappresentarono, col loro tentativo di dar luogo a una “terza via” e ad un “socialismo eurasiatico”, una sorta di “rivoluzione conservatrice” russa.

In seguito, elementi che potrebbero essere qualificati come “eurasiatisti” sono sempre esistiti nella storia sovietica, fino alla Perestrojka, ma è il periodo di Stalin quello più caratteristico sotto questo profilo.

Gli eurasiatisti, in particolare Vernadskij (autore di una Storia della Russia tradotta in varie lingue europee), videro nello stalinismo, soprattutto nella fase successiva al 1937, una forma di sviluppo naturale dello Stato russo. D’altronde è noto che anche Rodzaevskij, il capo dei fascisti russi di Kharbin, riconobbe Stalin come il Volksführer russo. (Vittorio Strada ha pubblicato recentemente la lettera di Rodzaevskij a Stalin).

La tendenza eurasiatista toccò invece i minimi livelli storici nel periodo di Khrushcev, il quale manifestò un maggiore interesse per la politica “oceanica” (Cuba, America Latina, Africa).

Breznev ritornò in qualche modo al modello staliniano, anche se in una forma fiacca ed inerte. Nel periodo brezneviano, la partecipazione dell’URSS ai conflitti euroasiatici (Vietnam, Vicino Oriente ecc.) e soprattutto la guerra in Afghanistan sono segni eloquenti di una coscienza geopolitica.

Si può aggiungere che le dottrine strategiche dell’URSS hanno sempre avuto un certo carattere euroasiatista, perché il nemico principale dell’URSS sono stati gli USA, la potenza oceanica e talassocratica per eccellenza. Lo stesso Patto di Varsavia aveva caratteristiche nettamente continentali, in contrasto con una NATO che si basava sulle potenze atlantiche.

La prospettiva euroasiatista è stata ripresa e divulgata negli ultimi decenni dell’era sovietica dallo storico Lev Gumilev, principale ispiratore del nuovo eurasiatismo. Gli attuali eurasiatisti hanno ben poco in comune con l’indirizzo dominante nel nazionalismo russo e in particolare con lo sciovinismo revanscista di uno Zirinovskij. Infatti, oltre a riprendere le tesi di Danilevskij, Leont’ev e Trubeckoj sulla natura “slavo-turanica” della Russia, il nuovo eurasiatismo sviluppa gli elementi della geopolitica attraverso l’acquisizione delle dottrine di Mackinder, Kjellén, Haushofer, Schmitt e, appunto, di Jean Thiriart, il quale nell’agosto 1992 ebbe a Mosca una serie di incontri con gli esponenti dell’opposizione nazional-patriottica e pubblicò sul periodico “Den” un lungo articolo di geopolitica dal titolo tipicamente eurasiatista: Evropa do Vladivostoka, “L’Europa fino a Vladivostok”.

L’ultima generazione di eurasiatisti riprende così la dicotomia tra la terra e il mare, tra potenze continentali e potenze marittime, dicotomia che è posta alla base di due atteggiamenti psichici e quindi storici assolutamente inconciliabili: da un lato lo spirito imperiale, organico e tradizionale; dall’altro lo spirito del traffico, della mobilità, del progresso; da un lato Roma (o la Terza Roma), dall’altro Cartagine (gli Stati Uniti). In quest’ottica la Russia costituisce il nucleo di quella “Terra centrale”, di quel Heartland (secondo la terminologia di Mackinder) il cui possesso è decisivo per il controllo dell'”Isola mondiale”, del World Island.

La prospettiva geopolitica induce gli attuali eurasiatisti a minimizzare la frattura rappresentata dalla Rivoluzione d’Ottobre, sottolineando invece la continuità tra Impero zarista e Stato sovietico, e rivendicando alla nuova Russia lo stesso ruolo di “asse della storia universale” recitato in passato. Ciò, peraltro, non determina in teoria alcuna contrapposizione tra la Russia e le altre nazioni della “Terra centrale”. L’eurasiatismo infatti preconizza un blocco continentale esteso da Dublino a Vladivostok, includente anche la Cina, l’India e il Vicino Oriente islamico.

Quest’ultimo punto è particolarmente importante, in quanto l’eurasiatismo vorrebbe una sorta di “santa alleanza” tra Ortodossia e Islam contro l’Occidente atlantista e mondialista. Il filoislamismo dei nuovi eurasiatisti deriva sì da Leont’ev (che già ai suoi tempi auspicava un asse russo-ottomano contro l’Occidente razionalista e liberale), da Trubeckoj e da Gumilev, i quali hanno sottolineato gli stretti legami etnici e culturali esistenti tra i Russi e i popoli turchi delle steppe eurasiatiche, ma si nutre anche del tradizionalismo di René Guénon, penetrato in Unione Sovietica già negli anni Sessanta.

Per quanto riguarda l’Islam, bisogna ricordare che le tesi eurasiatiste sono accolte da numerosi intellettuali musulmani, tra i quali mi limito a citare il politologo Shamil Sultanov, uno dei più stretti collaboratori di Aleksandr Prochanov nella redazione del periodico “Den”, e soprattutto il filosofo Gejdar Dzemal, che è stato tra i fondatori del Partito della Rinascita Islamica ed ha avuto una parte di grandissimo rilievo nella formazione culturale di Aleksandr Dugin.

Che molti dei temi caratteristici dell’eurasiatismo siano presenti nel pensiero di Zjuganov, appare evidente a chi legga con attenzione Stato e potenza. È vero, come osserva Montanari nel suo saggio introduttivo, che lo scenario geopolitico disegnato da Zjuganov in questo libro è diverso da quello prospettato da Dugin, in quanto all’impero eurosovietico viene preferito il rapporto privilegiato con Pechino e Nuova Delhi. Tuttavia – e Montanari non manca di riconoscerlo – Zjuganov mantiene intatti i princìpi ispiratori dell’eurasiatismo, allorché afferma la necessità di costituire un Kontinentalblock avverso ai progetti delle potenze oceaniche.

Quanto ai temi caratteristici del nazionalbolscevismo, vorremmo ricordare alcune considerazioni che Zjuganov ebbe modo di svolgere nel corso di un’intervista rilasciataci il 17 giugno 1992, quando era presidente del Soviet di coordinamento delle forze nazionalpatriottiche di Russia.

Data l’incredulità e lo stupore suscitati in Occidente dal fatto che il Partito Comunista si era alleato, nel quadro del Fronte di Salvezza Nazionale, con forze politiche di destra, chiedemmo a Zjuganov di spiegare il senso e la ragione di tale alleanza. Ci rispose testualmente: “Tutti coloro che hanno costituito questo blocco, siano comunisti o monarchici, cristiani o conservatori, hanno capito che solo le idee di Stato e di Nazione possono salvare il nostro Paese”.

E qui Zjuganov sviluppò un tema che poi ricevette ampio sviluppo nel nuovo statuto del Partito Comunista: il tema della sintesi del nazionale e del sociale.

“La nazionalità – disse – è una coordinata verticale nella struttura psicologica di un popolo. Il tipo russo è individuato da un profondo carattere comunitario, quello che si è espresso tradizionalmente nelle grandi assemblee religiose. Ma il tipo russo si esprime anche nella fedeltà, nella lealtà. Queste nostre principali qualità nazionali sono state gravemente colpite dalla Perestrojka. Ora, la giustizia nazionale consiste nel ridare al popolo russo, prima di qualunque altra cosa, ciò che gli appartiene intimamente: le sue basiliche, la sua architettura, le sue canzoni, la sua musica. Il potere che circonda Eltsin è antinazionale. Manca totalmente ad esso il colore russo. E questo discorso – continuò – vale perfettamente anche per la televisione e i mezzi d’informazione. L’altra coordinata, inseparabile dalla giustizia nazionale, è la giustizia sociale: il popolo russo non può esistere se non c’è la giustizia. Non può esistere nemmeno il collettivismo. Ebbene, se non si risvegliano queste due componenti, quella nazionale e quella sociale, io non riesco a vedere nessuna possibilità di rinascita”.

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Gennadij A. Zjuganov, Stato e potenza, Edizioni all’Insegna del Veltro, pp. 178, euro 14,00.


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