Soldati, società, Stato

Julius Evola, L'arco e la clavaSi sa che per le democrazie moderne il “militarismo” è una specie di bestia nera e che uno degli slogans da esse usate nelle ultime due guerre è stato appunto quello della lotta contro gli “Stati militaristi”. In ciò non tutto si riduce ad un espediente di propaganda; anche se oggi vediamo che le democrazie son costrette ad armarsi fino al punto di sentirsi accusare a loro volta di “militarismo” e “imperialismo” dai comunisti, bisogna pur riconoscere che quella loro parola d’ordine tradiva un’antitesi reale, la quale prima di essere quella fra due gruppi di nazioni rivali è quella esistente fra due diverse concezioni della vita e dello Stato.

Tale antitesi riguarda il diverso apporto con cui l’elemento militare sta rispetto a quello borghese, e però anche il diverso significato e la diversa funzione che al primo vengono riconosciuti nel complesso di una società e di uno Stato. La concezione delle democrazie moderne, strettamente solidale con le idee della civiltà capitalistica del Terzo Stato, è che l’elemento primario nella società è costituito dal tipo borghese e dalla vita borghese pacifica, vita determinata dalla preoccupazione fisica del benessere, per la ricchezza, la comodità. Qui l’elemento militare è privo di significato politico ed anche quando gli si riconosce una sua etica, le democrazie non giudicano desiderabile che questa etica si applichi alla vita complessiva di una nazione. Si è persuasi che la “civiltà” non abbia nulla a che fare con quella “triste necessità” e quell’inutile “macello” che è la guerra, che al primo piano debbano stare le virtù “civiche” e “sociali” con “progresso” e “umanitarismo”, e non quelle “guerriere”; l’ideale della cultura è quello liberale, ristretto al dominio intellettualistico. Ciò che ha attinenze con disciplina, guerre e armi viene considerato come materialistico, come antitesi del pensiero, cultura e spiritualità. Più in generale, appare che le democrazie, malgrado la coscrizione universale, tollerano solo il tipo del “soldato”, non quello del “guerriero”; del soldato, quasi nel senso “dell’assoldato”, delle truppe che venivano pagate dall’una o dall’altra città perché si occupassero loro a far guerra. Infatti nelle democrazie moderne il militare dovrebbe semplicemente stare al servizio del “borghese” per continuare le mene politiche “con altri mezzi” sul piano internazionale, per difenderlo “dall’aggressore”, e nelle forme più recenti per assicurare mercati e materie prime all’industria e al capitale in cerca di investimenti. L’elemento puramente guerriero, eroico, non viene considerato come valore in sé anzi viene stigmatizzato appunto come “militarismo” . Quanto alla vita politica essa dovrebbe essere di esclusiva pertinenza dei politicanti e dei partiti […]

Julius Evola, Gli uomini e le rovineOra, a tutto ciò si oppone non tanto il “militarismo” o un governo in mano a dei “generali”, bensì la verità di coloro che riconoscono il superiore diritto di una concezione guerriera della vita, con la spiritualità e l’etica sua propria dare la forma e il tono ad un determinato tipo di civiltà di società e di Stato. Il punto fondamentale sta qui nel riconoscere che se tale concezione “guerriera” può si avere una espressione specifica in quanto ha attinenza con la guerra e con la professione delle armi, pure essa non si riduce a tanto; essa è suscettibile ad avere altre espressioni perché si tratta di avere uno “stile” generale il quale può estendersi anche in altri domini di ogni specie non escluso quello dell’economia e della stessa spiritualità. Infatti a valore di tipo “militare” si può concedere una preminenza senza che ciò equivalga per nulla ad una deprecabile casermizzazione dell’esitenza. Amore per la gerarchia e la disciplina, rapporti di comando e di obbedienza, sentimento di onore e fedeltà, un certo amore per la distanza, forme specifiche di impersonalità attiva capaci di svilupparsi fio al sacrificio anonimo, relazioni chiare e leali, insofferenza per le vuote parole e il semplice discutere. […]

Quanto ha attinenza con l’esercito e la guerra rispetto a tutto ciò costituisce solo un dominio particolare; l’essenziale è piuttotsto un certo grado di tensione spirituale, opposto ad ogni vita “borghese”. […]

Ogni civiltà normale ha considerato la guerra come un fenomeno naturale, dipendente dallo spirito nel quale esso viene vissuto, accettato e voluto. Non ha torto è stato detto che la guerra indica ad una nazione l’esatta misura di ciò che per essa ha significato la pace; se cioè la pace per essa è sinonimo di semplice vita vegetativa, con prospettive di benessere da bestiame bovino, con piccole morali e solo quel po’ di discipline conformistiche necessarie per un borghese addomesticamento degli istinti.[…]

Per far marciare la massa, dato il livello intellettuale generale, è necessario ubriacarla o ingannarla con fattori passionali ideologici e propagandistici. […] Di questo non avevano bisogno gli Stati tradizionali (quelli stigmatizzati come “militaristici”) […] in quegli Stati bastava il comando di un Capo e il richiamo ai principi di fedeltà e onore. […] È nell’epoca della democrazia che la guerra si è degradata accompagnandosi ad una esasperazione e ad un radicalismo quasi ignoti […] inoltre le guerre appaiono sempre più scatenate da fattori incontrollabili appunto perché tali sono gli interessi e le passioni che predominano negli stati democratizzati. […]

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Tratto da Civiltà, marzo/aprile 1974.

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