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	<title>Centro Studi La Runa &#187; Simboli e simbologia</title>
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	<description>Archivio di storia, tradizione, letteratura, filosofia</description>
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		<title>Artgothique</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Feb 2010 17:46:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pier Paolo Vaccari</dc:creator>
				<category><![CDATA[Architettura simbolica]]></category>
		<category><![CDATA[Arte]]></category>
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		<description><![CDATA[L’arco gotico diviene ben presto espressione di una nuova cultura, dove la forza del simbolo travalica gli argini dell’equilibrio, della misura, della persona]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/centrostudilaruna48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Centro Studi La Runa online" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/yggdrasil.thumbnail.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Simboli e simbologia" /><br/><p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-full wp-image-3997" style="margin: 10px;" title="marieschi" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/marieschi.jpg" alt="" width="400" height="280" />La forma originaria e canonica dell’arco e della volta in architettura è quella rotonda, a tutto sesto.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel <a title="medioevo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/medioevo">medio evo</a> nacque e si affermò la forma ogivale, o gotica, come spregiativamente la definì, una volta e per sempre, Giorgio Vasari.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella storia delle costruzioni l’arco ha sempre rappresentato l’elemento di base per la realizzazione di grandi ambienti, perlomeno fino a quando lo stato delle conoscenze ha consentito di utilizzare la sola resistenza a compressione di singoli elementi giustapposti. La funzione della malta si limita infatti a rendere più omogenea la giustapposizione medesima; e può anche essere sostituita, come avvenne, con altri materiali duttili, vedi il piombo (Notre Dame).</p>
<p style="text-align: justify;">L’architettura dovette pertanto fare esclusivo affidamento sulla resistenza naturale e sulla coesione interna dei materiali impiegati, lapidei, ceramici o lignei.</p>
<p style="text-align: justify;">La costruzione di un edificio veniva in tal modo a rappresentare una coniugazione profonda delle facoltà umane con le proprietà naturali della materia, l’una dimensione in grado di stimolare e nel contempo vincolare l’altra, sì che il risultato non può dirsi propriamente figlio di una sola delle due, ma di entrambe.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli elementi strutturali (stilistici) generati dal processo non potevano inoltre essere sottoposti, per tutti i vincoli sopraddetti, a variazioni improvvise e fantasiose, come invece oggi accade, ma piuttosto avevano il sapore di una lenta e faticosa conquista culturale collettiva, non di rado tale da improntare di sé un intero periodo storico.</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco perché trovandoci di fronte all’arco romanico o all’arco gotico non possiamo considerarli dei semplici elementi costruttivi, ma piuttosto qualcosa che evoca due epoche del nostro passato, o meglio due stadi del pensiero, capaci ancora di suscitare fantasie ed emozioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Il carattere collettivo e partecipativo (sociale) di tali processi risulta poi evidenziato proprio dalla loro tipologia esecutiva, che richiedeva il massimo della professionalità a partire dai più intimi dettagli costruttivi (capacità oggi perduta), dalla perfezione elementare alla perfezione complessiva e globale; (Michelucci si meravigliava e incantava di fronte alla qualità esecutiva di particolari interni alla cupola, del tutto nascosti alla vista del pubblico).</p>
<p style="text-align: justify;">La qualità professionale degli architetti di allora consisteva appunto nella capacità di “sentire” quello che si poteva realizzare e fin dove ci si poteva spingere a partire dall’umile pietra o mattone. Ecco perché gli edifici del passato, oltre a una visione d’insieme, ci possono anche suggerire visioni o letture “molecolari” delle loro forme, nelle quali riconoscere percorsi, fughe, fantasie, che le animano e le attraversano.</p>
<p style="text-align: justify;">
<div id="attachment_3998" class="wp-caption alignleft" style="width: 347px"><img class="size-full wp-image-3998" title="notre-dame" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/notre-dame.jpg" alt="" width="337" height="450" /><p class="wp-caption-text">Cattedrale di Notre-Dame, Parigi. Particolare.</p></div>
<p>Proprio il concetto di <em>percorso</em> sembra il più idoneo a interpretare l’arco a tutto sesto. Questo ci appare veramente come un ponte gettato fra due rive; da attraversare senza ostacoli o repentini mutamenti di rotta, praticabile a piacere nei due sensi, dal carattere quindi propriamente geometrico, più che dinamico; in definitiva il percorso ottimale fra due punti, tenuto conto delle forze in gioco. O anche per così dire una “curvatura dello spazio”, tale da conferire a ogni moto su di essa carattere inerziale.</p>
<p style="text-align: justify;">L’arco non sfugge al peso soprastante, che anzi ne determina forma e dimensioni, come sembra invece voler sfuggire l’arco gotico.</p>
<p style="text-align: justify;">Nulla di quanto detto vale appunto per l’arco gotico; in questo caso non ha infatti più senso parlare di “percorso ottimale”; si manifesta in esso una frattura, una brusca inversione di marcia, una biforcazione. Solo apparentemente l’arco gotico rappresenta ancora un elemento strutturale; di fatto sembra costituirsi in modo autonomo, dilatandosi enormemente nelle proporzioni e asservendo alle proprie esigenze l’intera configurazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Esso tende a separare, piuttosto che a unire, quasi volesse salire facendosi strada nella muratura sovrastante, affrancato dai suoi stessi componenti materiali, come se il vuoto, la luce, che lo riempiono, dovessero risultare i veri protagonisti.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ singolare a tal proposito osservare come molte costruzioni gotiche (da noi l’abbazia di S. Galgano), avendo perso del tutto la copertura, risultino più suggestive ai nostri occhi, quasi fossero state concepite come noi le vediamo. Ciò che conferma in definitiva l’inessenzialità della copertura in tale stile; con quel che ne consegue in termini di mancato raccoglimento e condivisione di anime.</p>
<p style="text-align: justify;">L’arco diviene così ben presto espressione di una nuova cultura, dove la  forza del <a title="simbolo" href="../sezioni/temi/simboli"><em>simbolo</em></a> sorge a travalicare gli argini dell’equilibrio, della misura, della  persona. La sua fisionomia anticipa, non certo per scienza o volontà  degli inconsapevoli progettisti, l’inquietante profilo delle ogive dei  proiettili e dei missili.</p>
<p style="text-align: justify;">Torniamo al Vasari. Non può essere stato lui l’inventore dell’appellativo di “gotico”. Più probabilmente ha ripreso un’accezione diffusa, che senza andare troppo per il sottile individuava in quello stile una provenienza  nordica, estranea alla nostra cultura, quindi barbarica, gotica.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo stile invece era nato in Francia e St. Denis ne era stata la prima grande realizzazione.</p>
<p style="text-align: justify;">L’intenzione del Vasari era sostanzialmente quella di definire “mostruosa e  barbarica” tale “maniera”. Ma è forse accettabile una così sbrigativa e rude condanna riferita a opere universalmente fra le più ammirate ancor oggi, come le grandi cattedrali al di là e al di qua delle Alpi? Tanto più avanzate sotto il profilo ingegneristico di ogni altra architettura mai vista?</p>
<p style="text-align: justify;">Di primo acchito non lo è. Con le migliori intenzioni e tutto il rispetto per il Vasari.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma barbarico non va qui inteso nel senso di arretrato e incivile, come siamo oggi portati a intenderlo.  A quell’aggettivo va riconosciuta una connotazione diversa e più profonda, di carattere morale: barbarico in quanto eccessivo, sproporzionato, disumano.</p>
<p style="text-align: justify;">I barbari erano tali non perché fossero ignoranti, ma perché facevano paura; anche e soprattutto se erano colti.</p>
<p style="text-align: justify;">Si tratta di peccati assolutamente capitali, per chi aveva appena riscoperto l’antico equilibrio. Tutto ciò che è eccessivo, sia nelle dimensioni che nell’audacia costruttiva (non bisogna dimenticare che quell’architettura aveva inizialmente spaventato gli stessi monaci cistercensi), rischia infatti di apparire disumano e sospetto, in definitiva, di essere frutto di tenebrosi accordi con il demonio. Motivo che ha attraversato in lungo e in largo, come noto, tutta la storia della nostra cultura.</p>
<p style="text-align: justify;">Altro che soave leggerezza e miracolosa apparizione dello stile fiorito!</p>
<p style="text-align: justify;">Dunque il Vasari era sinceramente atterrito all’idea che la riconquistata misura della classicità dovesse un giorno, per le sciagurate alternanze della storia, cedere di nuovo il passo ad altre stravaganze e follie (non sapeva quanto aveva ragione!). Evidentemente il conto era rimasto in sospeso.</p>
<p style="text-align: justify;">C’era un contrasto rimasto a mezz’aria, tuttora vivo e irrisolto; un bisogno di rivalsa ancora non pienamente soddisfatto.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ chiaro allora che una certa dose di faziosità e di campanilismo dobbiamo pur consentirgliela, visto il momento magico che viveva l’arte in Italia (leggi Toscana), e il compito ch’egli si era assunto di celebrarla, interpretarla, dichiararla ai quattro venti.</p>
<p style="text-align: justify;">Per la Francia invece l’arte gotica era stata, e rimasta, la sola grande espressione stilistica autoctona.</p>
<p style="text-align: justify;">Fulcanelli è lo pseudonimo di un non meglio identificato scrittore francese del primo <a title="storia contemporanea" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/storia-contemporanea">novecento</a>, autore di libri esoterico &#8211; alchemico &#8211; magici, dei quali uno sulle cattedrali gotiche.</p>
<p style="text-align: justify;">Sfogliandolo un po’ vi si coglie tutta l’antipatia per il Rinascimento, considerato piena decadenza, e l’esaltazione del gotico, a cui si attribuisce peraltro una etimologia affatto diversa.</p>
<p style="text-align: justify;">“Art Gothique” nulla avrebbe a che vedere coi Goti, come ingiuriosamente ritenuto dagli italiani, ma semplicemente starebbe per argotique, argotico, cioè proprio dell’argot, che in Francia vuol dire un linguaggio criptico e misterioso, comprensibile solo agli iniziati, apparso a cominciare dal milleduecento nell’Ile de France. Lo stile sarebbe dunque qualcosa di visceralmente legato a quel <em>back ground</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Un’idea, questa delle cattedrali che nascono come funghi giganteschi dal terriccio dei bassifondi di Parigi, che risulta in effetti non priva di una certa suggestione.</p>
<div id="attachment_3999" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-3999" title="duomo-orvieto" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/duomo-orvieto.jpg" alt="Duomo di Orvieto" width="300" height="400" /><p class="wp-caption-text">Duomo di Orvieto</p></div>
<p style="text-align: justify;">Proprio il <span style="text-decoration: underline;">gigantismo</span> delle chiese, al quale siamo ormai abituati, rapportato all’esiguità e povertà dell’abitato circostante, nasce con questo stile e prende piede ovunque. Un bell’esempio in Italia è il duomo di Orvieto, che da lontano è l’unica cosa che si vede.</p>
<p style="text-align: justify;">Non amore e raccoglimento, dunque, ma ammirazione, rispetto e timore, sono i sentimenti che queste fabbriche sono chiamate a evocare (non a caso Orvieto fu progettata da un architetto militare).</p>
<p style="text-align: justify;">Forse l’inquietudine del Vasari aveva qualche fondamento.</p>
<p style="text-align: justify;">Il Rinascimento fece di tutto per mettere una pietra sopra al Gotico, anche fisicamente. L’esempio più clamoroso di questa vocazione è il Tempio Malatestiano di Rimini, costruito fagocitando letteralmente una preesistente chiesa gotica, della quale solo alcuni piccoli resti non digeriti fanno mestamente capolino dalle aperture laterali. Cosa per la quale l’Alberti rischiò seriamente la scomunica da parte di Pio II ( … <em>non sembra un tempio di Cristo, bensì di fedeli adoratori del demonio</em>).</p>
<p style="text-align: justify;">Di tutto ciò resta oggi solo un’eco molto attenuata, il Gotico e il Rinascimento appartengono a una lontananza che sembra collocare le loro reciproche incompatibilità nell’ambito esclusivo della <a title="letteratura" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/letteratura">letteratura</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Tuttavia innumerevoli ricadute e interazioni attraverso i secoli di quei due passaggi, hanno influenzato e influenzano in modo più o meno scoperto e consapevole innumerevoli vicende, certo non solo artistiche e architettoniche, della storia e della cultura.</p>
<p style="text-align: justify;">Se da un lato il richiamo al classicismo costituisce un ancoraggio impossibile da rinunciare, non possiamo far a meno di rimarcare la persistenza tenace di un medievalismo di costume, dal quale sembra invincibilmente attratta, foss’anche solo per amore dell’avventura, la precaria condizione attuale, tenuto anche conto beninteso della pregressa <em>full immersion</em> romantica.</p>
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		<title>Il simbolismo dello zodiaco nei pitagorici</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Feb 2010 15:43:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>René Guénon</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Le porte solstiziali del Cancro e del Capricorno nella tradizione greca e in quella indù in un articolo del 1938]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/yggdrasil.thumbnail.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Simboli e simbologia" /><br/><p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/la-tradizione-e-le-tradizioni/900" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-3895" style="margin: 10px;" title="tradizione-tradizioni" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/tradizione-tradizioni.jpg" alt="" width="200" height="280" /></a>Trattando la questione delle porte solstiziali ci siamo riferiti direttamente soprattutto alla tradizione indù, perché in essa i dati che vi si riferiscono sono presentati nel modo più chiaro; ma in realtà si tratta di qualcosa che è comune a tutte le tradizioni, e si può trovare anche nell’<a title="antichità" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/storia-antica">antichità</a> occidentale. Nel Pitagorismo, in particolare, il <a title="simbolismo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbolismo</a> zodiacale sembra aver avuto un’importanza altrettanto considerevole; le espressioni ‘porta degli uomini’ e ‘porta degli dèi’, da noi usate, appartengono del resto alla tradizione greca; solo che le informazioni giunte sino a noi sono in questo caso talmente frammentarie e incomplete che la loro interpretazione può dar luogo a parecchie confusioni, che non sono mancate da parte di coloro che hanno considerato tali informazioni isolatamente e senza renderle più chiare per mezzo di un raffronto con altre tradizioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Anzitutto, per evitare certi equivoci, sulla posizione reciproca delle due porte, occorre ricordarsi di quanto abbiamo detto sull’applicazione del ‘senso inverso’, a seconda che le si consideri in rapporto all’ordine terrestre o all’ordine celeste: la porta solstiziale d’inverno, o il segno del Capricorno, corrisponde al nord nel ciclo annuale, ma al sud in relazione al cammino del sole nel cielo; così, la porta solstiziale d’estate, o il segno del Cancro, corrisponde al sud nel ciclo annuale, e al nord in relazione al cammino del sole. Per questo, mentre il movimento ‘ascendente’ del sole va da sud a nord e il suo movimento ‘discendente’ da nord a sud, il periodo ‘ascendente’ dell’anno dev’essere invece considerato compiersi nella direzione nord-sud, e il suo periodo ‘discendente’ in quella sud-nord, come abbiamo già detto in precedenza. Proprio in rapporto a quest’ultimo punto di vista, secondo il <a title="simbolismo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbolismo</a> vedico, la porta del <em>dêva-loka</em> è situata verso nord e quella del <em>pitri-loka</em> verso sud, senza che vi sia in ciò, malgrado le apparenze, alcuna contraddizione con quello che troveremo più avanti.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/studi-sullinduismo/812" target="_blank"><img class="alignleft size-medium wp-image-3896" style="margin: 10px;" title="studi-sull-induismo" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/studi-sull-induismo-194x300.jpg" alt="" width="194" height="300" /></a>Citeremo, corredandolo delle spiegazioni e rettificazioni necessarie, il riassunto dei dati pitagorici esposto da Jérôme Carcopino (1): «I pitagorici» egli dice «avevano costruito tutta una teoria sui rapporti dello Zodiaco con la migrazione delle anime. A quale data risalirebbe? È impossibile saperlo. Fatto sta che nel secolo II della nostra era, essa fioriva negli scritti del pitagorico Numenio, che ci è permesso di conoscere attraverso un riassunto secco e tardivo di Proclo, nel suo commento alla <a title="Repubblica di Platone" href="http://www.libriefilm.com/repubblica/4133"><em>Repubblica</em></a> di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/platone">Platone</a></span>, e un’analisi, al tempo stesso più ampia e più antica, di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/porfirio" target="_blank">Porfirio</a></span>, nei capitoli XXI e XXII del <a title="L'antro delle ninfe" href="http://www.libriefilm.com/lantro-delle-ninfe/842"><em>De Antro Nympharum</em></a>». Ecco, diciamolo subito, un esempio piuttosto significativo di ‘storicismo’: la verità è che non si tratta per nulla di una teoria ‘costruita’ più o meno artificialmente, a questa o quella data, dai pitagorici o da altri, a modo di una semplice opinione filosofica o di una concezione individuale qualunque; si tratta di una conoscenza tradizionale, che concerne una realtà di ordine iniziatico, e, proprio in virtù del suo carattere tradizionale, non ha e non può avere alcuna origine cronologicamente assegnabile. Sono, beninteso, considerazioni che possono sfuggire a un ‘erudito’; ma egli dovrebbe almeno capire questo: se la teoria in questione fosse stata ‘costruita dai pitagorici’, come spiegare il fatto che essa si trova dappertutto, al di fuori di ogni influenza greca, e in particolare nei testi vedici, che sono sicuramente di molto anteriori al pitagorismo? Anche questo, Carcopino, in quanto ‘specialista’ dell’<a title="antichità" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/storia-antica">antichità</a> greco-latina, può sfortunatamente ignorarlo; ma, da quel che riferisce egli stesso in seguito, risulta che tale dato si trova già in Omero; dunque, anche presso i Greci essa era conosciuta, non diremo solo prima di Numenio, cosa fin troppo evidente, ma prima dello stesso Pitagora; si tratta di un insegnamento tradizionale che si è trasmesso in modo continuo attraverso i secoli, e poco importa la data forse ‘tardiva’ alla quale certi autori, che non hanno inventato nulla e non ne hanno mai avuto la pretesa, l’hanno formulato per iscritto in modo più o meno preciso.</p>
<p style="text-align: justify;">Detto questo, torniamo a Proclo e a <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/porfirio" target="_blank">Porfirio</a></span>: «I nostri due autori concordano nell’attribuire a Numenio la determinazione dei punti estremi del cielo, il tropico d’inverno, sotto il segno del Capricorno, e il tropico d’estate, sotto quello del Cancro, e nel definire, evidentemente sulle sue tracce, e sulle tracce dei ‘teologi’ che egli cita e che gli sono serviti da guide, il Cancro e il Capricorno come le due porte del cielo. Sia per discendere nella generazione, sia per risalire a Dio, le anime dovevano quindi necessariamente varcare una di esse». Per «punti estremi del cielo», espressione un po’ troppo ellittica per essere perfettamente chiara da sola, bisogna naturalmente intendere qui i punti estremi raggiunti dal sole nella sua corsa annuale, dov’esso in certo modo si arresta, da cui il nome di ‘solstizi’; a tali punti solstiziali corrispondono le due ‘porte del cielo’, il che è appunto esattamente la dottrina tradizionale che già conosciamo.</p>
<p style="text-align: justify;">Come abbiamo indicato altrove (2), questi due punti erano talora simboleggiati &#8211; per esempio sotto il tripode di Delfi e sotto gli zoccoli dei corsieri del carro solare &#8211; dal polipo e dal delfino, che rappresentano rispettivamente il Cancro e il Capricorno. Inutile dire, d’altra parte, che gli autori in questione non hanno potuto attribuire a Numenio la determinazione stessa dei punti solstiziali, che erano noti da sempre; si sono semplicemente riferiti a lui come a uno di coloro che ne avevano parlato prima di loro, e come egli stesso si era già riferito ad altri ‘ teologi’.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/il-simbolismo-della-croce/811" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-3897" style="margin: 10px;" title="simbolismo-della-croce" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/simbolismo-della-croce.jpg" alt="" width="200" height="300" /></a>Si tratta poi di precisare il ruolo proprio di ciascuna delle due porte, ed è qui che nasce la confusione:, «Secondo Proclo, Numenio le avrebbe rigidamente specializzate: per la porta del Cancro, la caduta delle anime sulla terra; per quella del Capricorno, l’ascensione delle anime nell’etere. In <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/porfirio" target="_blank">Porfirio</a></span>, invece, è detto soltanto che il Cancro è a nord e favorevole alla discesa, il Capricorno a sud e favorevole alla salita: di modo che invece di essere strettamente assoggettate al ‘senso unico’, le anime avrebbero conservato, sia all’andata che al ritorno, una certa libertà di circolazione». La fine di questa citazione esprime, a dire il vero, un’interpretazione di cui conviene lasciare tutta la responsabilità a Carcopino; non vediamo assolutamente in cosa quel che dice <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/porfirio" target="_blank">Porfirio</a></span> sarebbe ‘contrario’ a quel che dice Proclo; forse è formulato in modo un po’ più vago, ma sembra di fatto voler dire in fondo la stessa cosa: ciò che è «favorevole» alla discesa o alla salita deve probabilmente intendersi come ciò che la rende possibile, poiché non é molto verosimile che <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/porfirio" target="_blank">Porfirio</a></span> abbia voluto lasciar sussistere in tal modo una specie di indeterminazione, il che, essendo incompatibile con il carattere rigoroso della scienza tradizionale, non sarebbe in ogni caso in lui che una pura e semplice prova d’ignoranza su questo punto. Comunque, è visibile che Numenio non ha fatto altro che ripetere, sulla funzione delle due porte, l’insegnamento tradizionale conosciuto; d’altra parte, se egli pone, come indica <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/porfirio" target="_blank">Porfirio</a></span>, il Cancro a nord e il Capricorno a sud, evidentemente egli considera la loro posizione nel cielo; lo indica d’altronde abbastanza chiaramente il fatto che, in quel che precede, sono in questione i ‘tropici’, che non possono avere altro significato oltre quello, e non i ‘ solstizi’, che si riferirebbero invece più direttamente al ciclo annuale; e per questo la posizione qui enunciata è inversa a quella data dal <a title="simbolismo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbolismo</a> vedico, senza tuttavia che ciò costituisca alcuna differenza reale, giacché si tratta di due punti di vista ugualmente legittimi, che si accordano perfettamente fra di loro se si è capito il loro rapporto.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma vedremo qualcosa di ancor più straordinario: Carcopino continua dicendo che «è difficile, in mancanza dell’originale, trarre da queste allusioni divergenti», ma che in realtà, dobbiamo aggiungere noi, sono divergenti solamente nel suo pensiero, «la vera dottrina di Numenio», che, abbiamo visto, non è la sua propria dottrina, ma soltanto l’insegnamento da lui riferito, cosa d’altronde più importante e più degna d’interesse; «ma risulta dal contesto di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/porfirio" target="_blank">Porfirio</a></span> che, anche esposta sotto la sua forma più elastica» &#8211; come se potesse esserci «elasticità» in un problema che è unicamente una questione di conoscenza esatta &#8211; «essa resterebbe in contraddizione con quelle di certi suoi predecessori, e, in particolare, con il sistema che alcuni più antichi pitagorici avevano fondato sulla loro interpretazione dei versi dell’<em>Odissea</em> in cui Omero ha descritto la ‘grotta d’Itaca’», cioè quell’‘antro delle Ninfe’ che non è altro se non una delle raffigurazioni della ‘caverna cosmica’ di cui abbiamo parlato in precedenza. «Omero, annota <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/porfirio" target="_blank">Porfirio</a></span>, non si è limitato a dire che la grotta aveva due porte. Egli ha specificato che una era volta al lato nord, e l’altra, più divina, al lato sud, e che si discendeva dalla porta a nord. Ma non ha indicato se si poteva scendere per la porta a sud. Dice solo: è l’entrata degli dèi. Mai l’uomo prende il cammino degli immortali». Pensiamo che questo dev’essere il testo stesso di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/porfirio" target="_blank">Porfirio</a></span>, e non vi vediamo la contraddizione annunciata; ma ecco ora il commento di Carcopino: «Secondo questa esegesi, si scorgono, in quel compendio, dell’universo che è l’antro delle Ninfe, le due porte che s’innalzano ai cieli e sotto le quali passano le anime, e, al contrario del linguaggio che Proclo mette in bocca a Numenio, quella a nord, il Capricorno, fu dapprima riservata all’uscita delle anime, e quella a sud, il Cancro, fu di conseguenza assegnata al loro ritorno a Dio».</p>
<p style="text-align: justify;">Ora che abbiamo completato la citazione, possiamo facilmente renderci conto che la pretesa contraddizione, anche qui, esiste solo secondo Carcopino; c’è infatti nell’ultima frase un errore evidente, e persino un duplice errore, che sembra veramente inspiegabile. Anzitutto, è Carcopino che aggiunge di propria iniziativa la menzione del Capricorno e del Cancro; Omero, a quanto dice <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/porfirio" target="_blank">Porfirio</a></span>, designa le due porte solo per mezzo della loro posizione a nord o a sud, senza indicare i segni zodiacali corrispondenti; ma, siccome precisa che la porta «divina» è quella a sud, bisogna concludere che è questa che corrisponde per lui al Capricorno, esattamente come per Numenio, vale a dire che anch’egli situa le due porte secondo la loro posizione nel cielo, e tale sembra quindi esser stato, in genere, il punto di vista dominante in tutta la tradizione greca, anche prima del pitagorismo. Inoltre, l’uscita delle anime dal ‘cosmo’ e il loro ‘ritorno a Dio’ sono propriamente una sola e identica cosa, di modo che Carcopino attribuisce, apparentemente senza accorgersene, lo stesso ruolo a entrambe le porte; Omero dice, tutto al contrario, che per la porta a nord si effettua la ‘discesa’, cioè l’entrata nella ‘caverna cosmica’ o, in altri termini, nel mondo della generazione e della manifestazione individuale. In quanto alla porta a sud, essa è l’uscita dal ‘cosmo’, e, di conseguenza, per essa si effettua la ‘salita’ degli esseri in via di liberazione; Omero non dice espressamente se si può anche scendere per tale porta, ma ciò non è necessario, poiché, designandola come «entrata degli dèi», egli indica a sufficienza quali siano le ‘discese’ eccezionali che vi si effettuano, conformemente a quanto abbiamo spiegato nel nostro studio precedente. Insomma, che la posizione delle due porte sia considerata in rapporto al cammino del sole nel cielo, come nella tradizione greca, o in rapporto alle stagioni nel ciclo annuale terrestre, come nella tradizione indù, è sempre il Cancro a essere la ‘ porta degli uomini’ e il Capricorno la ‘porta degli dèi’; non può esserci in questo alcuna variazione e di fatto non ve n’è alcuna; è solo l’incomprensione degli ‘eruditi’ moderni che crede di scoprire, nei vari interpreti delle dottrine tradizionali, divergenze e contraddizioni che non vi si trovano.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Note</strong></p>
<p style="text-align: justify;">1. <em>La Basilique Pythagoricienne de la Porte Maieure</em>. Non avendo il volume a disposizione, citiamo dall’articolo pubblicato anteriormente sotto lo stesso titolo nella <em>Revue des Deux Mondes</em>, numero del 15 novembre 1926.</p>
<p style="text-align: justify;">2. <em>Quelques aspects du symbolisme du poisson</em>, in <em>Études Traditionelles</em>, febbraio 1936.</p>
<p style="text-align: justify;">(Ed. originale <em>Le symbolisme du Zodiaque chez les Pythagoriciennes</em>, in <em>Études Traditionelles</em>, giugno 1938).</p>
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		<title>Symbolisme du cochon chez les Indo-Européens</title>
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		<pubDate>Sun, 03 Jan 2010 13:58:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto Lombardo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Le porc est un élément typique de la culture primitive des Indo-Européens et est lié à de très anciens rites, comme le suovetaurilium romain]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/labrys.png" width="48" height="48" alt="" title="Indoeuropei" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/yggdrasil.thumbnail.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Simboli e simbologia" /><br/><p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.amazon.fr/exec/obidos/ASIN/2717835873/centrostudila-21" target="_blank"><img class="alignleft" style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="../immagini/troisfonctions.bmp" border="0" alt="Bernard Sergent, Les trois fonctions indo-européennes en Grèce ancienne. Tome 1: De Mycènes aux Tragiques" width="93" height="140" align="left" /></a>Les termes pour désigner le porc domestique nous apprennent beaucoup de choses sur notre lointaine <a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/storia-antica">antiquité</a>. Dans la langue italienne, il y a trois substantifs pour désigner l’animal: «maiale», «porco» et «suino» (en français: <em>suidé</em> ; en néerlandais: <em>zwijn</em>; en allemand: <em>Schwein</em> et <em>Sau</em>).  Le dernier de ces termes, en italien et en français, sert à désigner la <em>sous </em>famille dans la classification des zoologues. L’étymologie du premier de ces termes nous ramène à la déesse romaine Maia, à qui l’on sacrifiait généralement des cochons. L’étymologie du second de ces termes est clairement d’une origine <a title="indo-europeénne" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/indoeuropei">indo-européenne</a> commune: elle dérive de <em>*porko(s)</em> et désigne l’animal domestiqué (et encore jeune) en opposition à l’espèce demeurée sauvage et forestière; on retrouve les dérivées de cette racine dans le vieil irlandais <em>orc</em>, dans le vieil haut allemand <em>farah</em> (d’où le néerlandais <em>varken</em> et l’allemand <em>Ferkel</em>), dans le lituanien <em>parsas </em>et le vieux slavon <em>prase</em>, dans le latin <em>porcus</em> et l’ombrien <em>purka</em> (qui est du genre féminin). Ces dérivées se retrouvent également dans l’aire iranienne, avec <em>*parsa </em>en avestique, terme reconstitué par Emile Benveniste, avec <em>purs</em> en kurde et <em>pasa</em> en khotanais.</p>
<p style="text-align: justify;">Quant au troisième terme, «suino», il provient de l’<a title="indo-européen" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/indoeuropei">indo-européen</a> commun <em>*sus</em>, dont la signification est plus vaste. La plage sémantique de ce terme englobe l’animal adulte mais aussi la truie ou la laie et le sanglier. Les dérivés de <em>*sus</em> abondent dans les langues <a title="indo-européennes" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/indoeuropei">indo-européennes</a>: en latin, on les retrouve sous deux formes, <em>sus</em> et <em>suinus</em>; en gaulois, nous avons <em>hwch</em> ; en vieil haut allemand <em>sus</em>, en gothique <em>swein</em> (d’où l’allemand <em>Schwein</em>), en letton <em>suvens</em>, en vieux slavon <em>svinu</em>, en tokharien B <em>suwo</em>, en ombrien <em>si</em>, en grec <em>hys</em>, en albanais <em>thi</em>, en avestique <em>hu</em> et en sanskrit <em>su(karas)</em>. Dans la langue vieille-norroise, <em>Syr</em> est un attribut de la déesse Freya et signifie «truie».</p>
<p style="text-align: justify;">
<div id="attachment_3651" class="wp-caption alignright" style="width: 260px"><img class="size-full wp-image-3651" title="250px-Suovetaurile_Louvre" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/250px-Suovetaurile_Louvre.jpg" alt="" width="250" height="173" /><p class="wp-caption-text">Suovetaurilia. Louvre Museum, Paris.</p></div>
<p style="text-align: justify;">Comme l’a rappelé <a title="Adriano Romualdi" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/adriano-romualdi">Adriano Romualdi</a>, «le porc est un élément typique de la culture primitive des <a title="indo-européens" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/indoeuropei">Indo-Européens</a> et est lié à de très anciens rites, comme le <em>suovetaurilium </em>romain, ainsi que l’attestent des sites bien visibles encore aujourd’hui». Les Grecs aussi sacrifiaient le cochon, notamment dans le cadre des mystères d’Eleusis. Chez les <a title="celtes" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/celti">Celtes</a> et aussi chez les Germains (notamment les Lombards), nous retrouvons la trace de ces sacrifices de suidés. Le porc domestique est de fait l’animal le plus typique de la première culture agro-pastorale des pays nordiques. Parmi d’autres auteurs, Walther Darré nous explique que cet animal avait une valeur sacrée chez les peuples <a title="indo-européens" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/indoeuropei">indo-européens</a> de la préhistoire et de la protohistoire: «ce n’est pas un hasard si la race nordique considérait comme sacré l’animal typique des sédentaires des forêts de caducifoliés de la zone froide tempérée (…) et ce n’est pas un hasard non plus si lors des confrontations entre <a title="indo-européens" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/indoeuropei">Indo-Européens</a> et peuples sémitiques du bassin oriental de la Méditerranée, la présence du porc a donné lieu à des querelles acerbes; le porc, en effet, est l’antipode animal des climats désertiques». Il nous paraît dès lors naturel que les patriciens des tribus <a title="indo-européens" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/indoeuropei">indo-européennes</a>, lors des cérémonies matrimoniales, continuaient à souligner les éléments agraires de leur culture, en sacrifiant un porc, qui devait être tué à l’aide d’une hache de pierre».</p>
<p style="text-align: justify;">Nous avons donc affaire à un sens du sacré différent chez les <a title="indo-européens" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/indoeuropei">Indo-Européens</a> et chez les Sémites, qui considèrent les suidés comme impurs mais qui, rappelle Frazer, ne peuvent pas le tuer; «à l’origine, explique-t-il, les juifs vénéraient plutôt le porc qu’ils ne l’abhorraient. Cette explication de Frazer se confirme par le fait qu’à la fin des temps d’Isaïe, les juifs se réunissaient secrètement dans des jardins pour manger de la viande de suidés et de rongeurs selon les prescriptions d’un rite religieux. Ce type de rite est assurément très ancien. En somme, conclut <a title="Romualdi" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/adriano-romualdi">Romualdi</a>, «la familiarité de la présence de porcins est un des nombreux éléments qui nous obligent à voir les <a title="indo-européens" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/indoeuropei">Indo-européens</a> des origines comme un peuple des forêts du Nord».</p>
<p style="text-align: justify;">Dans sa signification <a title="symbolique" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">symbolique</a>, le porc est associé à la fertilité et son sacrifice est lié à la vénération due aux dieux et à la conclusion des pactes et traités. Avec la prédominance du christianisme dans l’Europe postérieure à l’<a title="antiquité" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/storia-antica">antiquité</a> classique, le porc a progressivement hérité de significations que lui attribuaient les peuples sémitiques, notamment on a finit par faire de lui le <a title="symbole" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">symbole</a> de l’impudicité, des passions charnelles, de la luxure, avant de l’assimiler au diable. Dans la <em>Bible</em>, en effet, le «gardien de cochons», image de l’<a title="indo-européen" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/indoeuropei">Indo-Européen</a> agropastoral des premiers temps, est une figure méprisée et déshonorante, comme le fils prodigue de la parabole, réduit à garder les porcs d’un étranger.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>* * *</strong></p>
<p style="text-align: justify;">(article paru dans «La Padania», 30 juillet 2000; trad. franc.: <a title="Robert Steuckers" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/robert-steuckers/">Robert Steuckers</a>, décembre 2009).</p>
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		<title>Il sole di Capodanno</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Dec 2009 18:00:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alfredo Cattabiani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Uno studio sugli arcaici simbolismi legati a Capodanno e alle dodici notti che separano il Natale dall'Epifania]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/cattabiani.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Alfredo Cattabiani" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/yggdrasil.thumbnail.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Simboli e simbologia" /><br/><p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/calendario/619" target="_blank"><img class="alignleft size-medium wp-image-3304" style="margin: 10px;" title="calendario" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/calendario1-194x300.jpg" alt="" width="194" height="300" /></a>Le feste natalizie erano nella Roma imperiale feste del solstizio, del nuovo sole che rinasceva dopo la morte simbolica, risalendo verso il nord dopo aver toccato il punto più basso con l&#8217;entrata nella costellazione del Capricorno. Anche il nuovo anno legale cominciava in quei giorni, alle <em>Kalendae Januarii</em>, nel periodo immediatamente posteriore al solstizio che, veniva convenzionalmente fissato al 25 dicembre per seguire la tradizione dei Romani più antichi che, poco esperti in astronomia, si erano fidati dei propri occhi.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Prima di cominciare l&#8217;anno&#8221;, scriveva l&#8217;Imperatore Giuliano nel discorso su Elio Re, &#8220;noi diamo in onore di Elio giochi magnifici, solennità consacrate a Elio Invincibile&#8230; Ah! si degnino gli dèi sovrani di permettermi di celebrare sovente questi misteri, e che il sovrano stesso dell&#8217;universo, Elio il primo, mi accordi questo favore! Sorto da tutta l&#8217;eternità intorno all&#8217;essenza feconda del Bene, mediatore fra gli dèi intelligenti, essi stessi mediatori, Egli ne assicura pienamente la continuità, la bellezza senza limiti, l&#8217;inesauribile fecondità, l&#8217;intelligenza perfetta, e li dota abbondantemente di tutti i beni atemporali&#8221; (1).</p>
<p style="text-align: justify;">La festa del Sole era diventata il culto più importante in Roma verso la fine del III secolo per l&#8217;influenza delle tradizioni orientali. L&#8217;imperatore Aureliano, originario della Dacia Ripensis e figlio di una sacerdotessa del Sole, istituì addirittura il culto statale del <em>Comes Sol Invictus</em>, la cui festa, il <em>dies Natalis Solis Invicti</em>, divenne il centro della liturgia imperiale. A questa eliolatria contribuiva non poco il progressivo diffondersi negli ambienti militari di un altro culto di origine orientale, il mithraismo, dove Mithra era considerato il Figlio del dio supremo Sol: Figlio del Sole e Sole lui stesso, nato da una roccia presso un albero sacro e con la torcia in mano, simbolo della Luce e del Fuoco che spandeva sul cosmo. Il mito narra che alcuni pastori presenti all&#8217;evento soprannaturale gli avevano offerto primizie dei greggi e dei raccolti. E superfluo sottolineare le analogie con la nascita del Cristo in una &#8220;grotta&#8221; illuminata da una stella mentre i pastori lo adoravano.</p>
<p style="text-align: justify;">All&#8217;inizio del IV secolo la festa era diventata così popolare a Roma che persino i cristiani vi partecipavano accendendo con i &#8220;pagani&#8221; fuochi in onore dell&#8217;astro che rinasceva. La Chiesa, per allontanare i fedeli da quelle feste &#8220;idolatriche&#8221;, pensò di fissare la celebrazione della nascita del Cristo il 25 dicembre. D&#8217;altronde, chi era il Cristo se non il Sole di Giustizia, incarnazione della divina Bontà, Luce che illumina, produce, vivifica, contiene e perfeziona tutte le cose atte a riceverla? (2).</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/lunario/702" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-3303" style="margin: 10px;" title="lunario" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/lunario1.jpg" alt="" width="200" height="299" /></a>La prima notizia di una festa del Santo Natale a Roma risale all&#8217;anno 336. Da Sant&#8217;Agostino veniamo a sapere che anche in Africa la si celebrava nello stesso periodo. Verso la fine del IV secolo era ormai diffusa in tutta l&#8217;Italia settentrionale, così come in Ispagna. Nel Vicino Oriente invece, fino per lo meno all&#8217;inizio del V secolo, quando cominciò a diffondersi l&#8217;usanza occidentale, la nascita di Gesù era festeggiata il 6 di gennaio insieme con il suo battesimo e il miracolo di Cana, ed era chiamata Epifania. L&#8217;usanza derivava da un antico culto rammentato da Epifanio: la notte fra il 5 e il 6 gennaio si festeggiava ad Alessandria, in Egitto, la nascita del dio Eone dalla vergine Kore, scendendo in processione al Nilo con l&#8217;immagine di un bimbo, per raccogliere acqua che si sarebbe trasformata in vino (3).</p>
<p style="text-align: justify;">Epifania significa in greco &#8220;l&#8217;apparizione&#8221; di una divinità o un suo intervento prodigioso: e siccome la nascita di Gesù era l&#8217;apparizione per eccellenza, i cristiani, orientali, adottarono questo termine per il Santo Natale. Successivamente, quando la festa del Natale romano penetrò in Oriente l&#8217;Epifania divenne prevalentemente la festa del battesimo di Gesù, mentre in Occidente, che a sua volta l&#8217;aveva recepita, dall&#8217;Oriente, celebrava &#8220;la rivelazione di Gesù al mondo pagano&#8221; con la venuta dei Magi a Betlemme, la Casa del Pane. Sicché per la liturgia romana i dodici giorni che seguono il Natale sono un tempo liturgico unitario che ha il suo centro nella Natività di Nostro Signore Gesù Cristo, alla quale ha dato il fondamento teologico papa san Leone Magno. Egli parla del mistero delle natività del Cristo (&#8220;<em>sacramentum nativitatis Christi</em>&#8220;) per indicare il valore salvifico dell&#8217;evento. Il Vangelo e i profeti, scrive san Leone Magno, &#8220;ci infervorano e ci ammaestrano che il Natale del Signore, quando il Verbo si è fatto carne (Gv. I,14), non ci appare come un ricordo del passato ma lo vediamo al presente&#8221;, e perciò ogni Natale rinnova per noi il Sacro Natale di Gesù (4).</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;Epifania a sua volta, con la festa che rievoca l&#8217;Adorazione dei Magi, visti come &#8220;primizie delle genti&#8221;, rammenta che il Cristo è Colui che trascende e illumina di vera luce ogni <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religione</a> come Sovrano universale. Il Vangelo di Matteo, l&#8217;unico fra i quattro canonici che testimoni la venuta dei sacerdoti &#8220;pagani&#8221;, narra che i Magi recarono in dono al Cristo oro, incenso e mirra: l&#8217;oro perché è il Sovrano universale, l&#8217;incenso perché è divino; la mirra perché è il Grande Medico che può vincere la morte (5).</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/simboli-miti-e-misteri-di-roma/618" target="_blank"><img class="alignleft size-medium wp-image-3624" style="margin: 10px;" title="simboli-miti-misteri-roma" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/simboli-miti-misteri-roma-188x300.jpg" alt="" width="188" height="300" /></a> Il <a title="simbolismo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbolismo</a> solare informa il periodo natalizio collegando la tradizione orientale-romana al cristianesimo. La narrazione di Matteo, come le leggende e le usanze che vi sono connesse, testimonia di un&#8217;epifania di Luce e di Fuoco. E quale mai altro <a title="simbolismo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbolismo</a> si poteva applicare alla sua Natività non soltanto a Roma ma anche in Oriente, dove dall&#8217;Egitto all&#8217;Iran, l&#8217;eliolatria era diffusa? Nella <em>Cronaca di Zuqnin</em>, redatta nel 774-775 dal monaco Isó, e non dissimile da altre leggende coeve, si narra che i Magi, sacerdoti di origine iranica, depositari della sapienza esoterica, si tramandavano di padre in figlio una <em>scriptura</em> attribuita al terzo figlio di Adamo, Seth, che profetizzava l&#8217;apparizione di una stella che li avrebbe condotti fino al Salvatore, atteso in tutte le <a title="religioni" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religioni</a> del Vicino e Medio Oriente.</p>
<p style="text-align: justify;">Dai loro antenati i Magi, che sarebbero andati a Betlemme, avevano ricevuto una raccomandazione orale: &#8220;Aspettate una luce che sorgerà da Oriente, luce della Maestà del Padre, una luce che sorgerà in aspetto di stella sopra il Monte delle Vittorie e si fermerà sopra una colonna di luce dentro la Caverna dei Tesori dei Misteri&#8221;. Quell&#8217;anno i Magi, saliti secondo l&#8217;usanza sul Monte delle Vittorie, dov&#8217;erano conservati i rotoli di Seth che rivelavano i &#8220;misteri&#8221; tramandati da Adamo sulla maestà di Dio e le istruzioni suoi doni che si dovevano portare al Salvatore, avevano appena compiuto i riti purificatori quando videro qualcosa &#8220;simile a una colonna di luce ineffabile scendere e fermarsi sopra la caverna&#8230; E al di sopra di essa una stella di luce tale da non potersi dire: la sua luce era molto maggiore del sole, ed esso non poteva stare innanzi alla luce dei suoi raggi&#8221;. Poi la stella andò a fermarsi davanti alla Caverna, il cielo si apri come una grande porta da dove scesero uomini gloriosi portando sulle mani la stella di luce e si fermarono sulla colonna di luce mentre tutto il monte splendeva di una luce ineffabile. Infine la stella entrò nella Caverna dei Tesori Occulti mentre una voce chiamava i Magi: &#8220;Entrate dentro senza dubbi, con amore, e vedrete una vista grande e mirabile&#8221;. Entrarono e videro quella luce ineffabile trasformata in un piccolo uomo umile che disse: &#8220;Salute a voi, Figli dei Misteri Occulti&#8221;, rivelandosi come il Cristo. Quella stella, manifestazione ed emanazione della Luce di Dio, e dunque Dio stesso, li accompagna fino alla grotta della Natività dove essi vedono &#8220;la colonna di luce scendere e fermarsi davanti alla caverna, e scendere quella stella di luce e fermarsi sulla caverna dov&#8217;era nato il mistero e la luce di vita&#8221;. Durante il viaggio di ritorno riappare loro la luce ineffabile dicendo: &#8220;Io sono in ogni luogo e non v&#8217;è luogo dove non sono; io sono dove voi mi avete lasciato perché io sono più del sole del quale non v&#8217;è luogo del mondo che ne sia privo, pur essendo esso uno, e se venisse meno al mondo tutti i suoi abitanti starebbero nella tenebra. Quanto più sono io che sono il Signore del sole e la mia parola e la mia luce sono maggiori di quelle del sole!&#8221; (6).</p>
<p style="text-align: justify;">Ispirate al <a title="simbolismo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbolismo</a> solare sono anche alcune usanze natalizie collegate al mondo vegetale (7), come per esempio l&#8217;albero di Natale, &#8211; emblema nelle tradizioni dell&#8217;Europa centrale e dell&#8217;Italia alpina &#8211; dell&#8217;albero cosmico che unisce i cieli alla terra nutrendo con i suoi &#8220;frutti&#8221; tutti gli esseri. Il <a title="simbolismo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbolismo</a> di origine precristiana fu assimilato dai cristiani che lo riferirono alla Croce, ovvero al Cristo. &#8220;Questo legno&#8221; scriveva Ippolito da Roma in un inno del secolo III «mi appartiene per la salvezza eterna. Me ne nutro, me ne cibo, sto attaccato alle sue radici&#8230; Quest&#8217;albero, che si allunga fino al cielo, sale dalla terra al cielo. Pianta immortale, s&#8217;innalza al centro del cielo e della terra, fermo sostegno dell&#8217;universo, legame di tutto, sostegno di tutta la terra abitata, legame cosmico che comprende in sé tutta la molteplicità della natura umana&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;Albero di Natale è dunque il <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbolo</a> del Cristo-Albero cosmico, analogo al Cristo-Sole che nasce per offrire la sua luce e i suoi frutti agli esseri, ponte fra cielo e terra. Per questo motivo si appendono all&#8217;abete tanti lumini che rappresentano da un lato la nascita del nuovo Sole, del Sole Bambino, e dall&#8217;altro la luce che dispensa all&#8217;umanità. Analogamente, i frutti dorati e i doni appesi ai suoi rami sono l&#8217;emblema della vita che il Cristo dona, e i dolciumi il suo amore. Riunirsi la notte di Natale intorno all&#8217;Albero significa essere in comunione con il Cristo, illuminati dalla sua luce, nutriti dalla sua linfa, pervasi dal suo amore.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/volario/703" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-3625" style="margin: 10px;" title="volario" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/volario.jpg" alt="" width="200" height="300" /></a> Il <a title="simbolismo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbolismo</a> dell&#8217;albero solstiziale era stato posto in ombra dal Presepe di san Francesco d&#8217;Assisi, che è diventato dal <a title="medioevo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/medioevo">Medioevo</a> l&#8217;usanza più popolare in Italia e che merita un futuro scritto sull&#8217;interpretazione dei <a title="simboli" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simboli</a> che contiene, dalla capanna o grotta agli animali, il bue e l&#8217;asino. Ma qualcosa era sopravvissuto nel nostro Paese prima del ritorno novecentesco dell&#8217;Albero sull&#8217;onda del mito americano che l&#8217;ha stravolto in emblema del Consumo: era &#8211; perché oggi va scomparendo &#8211; la cosiddetta festa del ceppo diffusa non soltanto in Toscana, ma in varie regioni italiane; in Piemonte ad esempio si chiamava <em>süc</em>, nel trevigiano <em>zòch</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Il filologo ottocentesco Pietro Fanfani, nel <em>Vocabolario dell&#8217;uso toscano</em>, scriveva che nella Val di Chiana, la sera della vigilia di Natale, tutte le famiglie si riunivano tra loro e mettevano nel camino un ceppo dicendo in coro: &#8220;Si rallegri il ceppo, domani è il giorno del pane; ogni grazia di Dio entri in questa casa; le donne facciano figliuoli, le capre capretti e le pecore agnelletti, abbondi il grano e la farina, e si riempia la conca di vino&#8221;. Poi si bendavano i bambini che dovevano avvicinarsi al camino e battere con le molle sul ceppo recitando una canzoncina detta <em>Ave Maria del Ceppo</em>: e quella canzoncina aveva la virtù di far piovere sul ragazzo dolci e regalini.</p>
<p style="text-align: justify;">Nelle campagne piemontesi si diceva che il ceppo si sarebbe incenerito nelle 12 notti tra il Natale e l&#8217;Epifania, <a title="simboli" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simboli</a> dei 12 mesi dell&#8217;anno durante i quali il sole nuovo, rappresentato dal legno che si consumava, avrebbe nutrito il cosmo e gli uomini con la sua luce e il suo calore. Quel ceppo altro non era se non il <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbolo</a> del Cristo-Sole-Albero cosmico che nutriva l&#8217;umanità offrendole i suoi doni durante l&#8217;anno. Ecco perché i bambini, percuotendo il ceppo, sentivano piovere sul capo strenne e dolciumi; e perché si diceva &#8220;domani è il giorno del pane&#8221;: il pane <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbolo</a> per eccellenza del cibo spirituale e materiale.</p>
<p style="text-align: justify;">Per questo motivo si mangiano a Natale dolci a base di farina, tra i quali il più celebre è il panettone milanese. E un&#8217;usanza antichissima, diffusa in tutta l&#8217;Europa. In Francia, ad esempio, si usava cuocere un grosso pane, chiamato <em>pain de Calandre</em>. Poi se ne tagliava un pezzetto sopra il quale venivano incise tre o quattro croci, e lo si conservava come un talismano capace di guarire da molti mali. Il resto del <em>pain de Calandre </em>era distribuito a tutta la famiglia. In Inghilterra i fornai regalavano ai clienti focacce chiamate <em>Christmas-batch</em>, e i fornai lombardi offrivano il panettone ai clienti.</p>
<p style="text-align: justify;">E persino la mancia aveva un significato religioso. In un libretto di Amedeo Costa dal titolo chilometrico, “<em>Curioso discorso intorno alla Cerimonia del Ginepro, aggiuntavi la dichiarazione del metter Ceppo e della Manda solita a darsi nel tempo di Natale</em>”, (Bologna 1621), si dice a questo proposito: &#8220;Suol darsi la Mancia in queste Santissime Feste di Natale in memoria della gran liberalità del Nostro Signore Dio, il quale diede se stesso a tutto il mondo, e in memoria di quella gran Mancia della Pace, che dagli Angeli della Natività di esso fu data e annunciata in terra a tutti gli uomini e per caparra ancora del preziosissimo sangue ch&#8217;egli era per cominciare a spargere nel giorno della sua Santissima Circoncisione, il quale dovea poi versare affatto nella sua Passione sul duro legno della Croce&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Direttamente collegate al <a title="simbolismo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbolismo</a> solare sono i fuochi d&#8217;artificio e le fiaccolate sui monti innevati, che celebrano il nuovo anno, ovvero il nuovo Sole, e hanno anche un valore magico, come ha spiegato il Frazer nel <a title="Il ramo d'oro" href="http://www.libriefilm.com/il-ramo-doro-2/6558"><em>Ramo d&#8217;oro</em></a>. Ma, come ha osservato Maria Grazia Chiappori, il fuoco è collegato anche simbolicamente al Cielo, chiamato nello zoroastrismo &#8220;cristallo di rocca&#8221; (8). In molte leggende orientali si narra che il bambino donò ai Magi una pietra tratta dalla caverna in cui era nato, una pietra tanto pesante che essi la trasportavano con enorme difficoltà.<br />
Con quel peso non sarebbero riusciti a proseguire il viaggio; e allora, visto un pozzo, ve la gettarono. Ma dopo qualche istante dalle profondità del pozzo s&#8217;innalzò una lingua di fuoco che sali fino al ciclo. &#8220;Questo fuoco &#8211; commenta la Chiappori &#8211; è una rivelazione sotto forma ignea, e dunque luminosa &#8211; come la stella &#8211; di Dio. La manifestazione luminosa della divinità ricorda la greca folgore di Zeus e l&#8217;iranico fuoco che, nella visione del tardo mazdeismo, scende dal cielo per annunciare la missione di Zoroastro tra gli uomini&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Sole, Albero, Stella, Fuoco: tanti <a title="simboli" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simboli</a> che alludono in una complessa trama di corrispondenze, al mistero del divino che pervade il cosmo, e a quel cristallo luminoso che è deposto anche nel nostro cuore se sappiamo vederlo con il terzo occhio.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>* **</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Note</strong></p>
<p style="text-align: justify;">1 – 156 b-d</p>
<p style="text-align: justify;">2 &#8211; Cfr. Dionigi Areopagita, <em>Nomi divini</em>, 697 C.</p>
<p style="text-align: justify;">3 &#8211; O. Giordano, <em>Religiosità popolare nell&#8217;Alto Medioevo</em>, Bari 1969, p. 51.</p>
<p style="text-align: justify;">4 &#8211; Cfr. san Leone Magno, <em>Discorso del Natale </em>(XXIX), e <em>Discorso del Natale</em> (XXIV), 2.</p>
<p style="text-align: justify;">5 &#8211; Sul simbolismo dei doni e sui Magi cfr. Mario Bussagli-Maria Grazia Chiappori,<em> I Re Magi, realtà storica e tradizione magica</em>, Milano 1985.</p>
<p style="text-align: justify;">6 &#8211; Sul simbolismo della stella oltre ai Re Magi cfr. Emilio Servadio, “Quell&#8217;angelo luminoso che accende le tenebre, ne &#8220;Il Tempo&#8221;, 13 dicembre 1985.</p>
<p style="text-align: justify;">7 &#8211;  Cfr. Alfredo Cattabiani, <em>Erbario</em>, Milano 1985, pp. 217-231.</p>
<p style="text-align: justify;">8 &#8211; Ne <em>I Re Magi</em>, cit., pp. 165-174.</p>
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		<title>Origini e significati dei Saturnalia</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Nov 2009 17:32:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alfredo Cattabiani</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/cattabiani.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Alfredo Cattabiani" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/buddha.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Religione" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/yggdrasil.thumbnail.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Simboli e simbologia" /><br/><p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/calendario/619" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-3304" style="margin: 10px;" title="calendario" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/calendario1.jpg" alt="calendario" width="200" height="308" /></a>Il tempo che precede il solstizio d&#8217;inverno e le feste ad esso collegate, dal Natale al Capodanno, è un periodo di passaggio tra il vecchio e il nuovo anno, tra il sole che sta morendo e il nuovo che deve &#8220;risorgere&#8221;. La Chiesa ha trasformato questo periodo con la liturgia dell&#8217;Avvento, che consta di quattro domeniche, <a title="simboli" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simboli</a> dei 4.000 anni mitici di attesa del Messia dopo la Caduta originale. Il carattere dell&#8217;Avvento è duplice: di penitenza, che si esprime con il carattere violaceo delle paramenta, la proibizione dei fiori sull&#8217;altare e del suono dell&#8217;organo, la soppressione del <em>Gloria in excelsis </em>e del <em>Te Deum</em>; e di un santo &#8220;entusiasmo&#8221;, di un intenso desiderio della venuta del Messia, espresso nei numerosi <em>Alleluia</em>. Ma la liturgia cristiana non è se non un velo sovrapposto a una sequenza di riti che ancor oggi riaffiorano, pur stravolti, nell&#8217;ambito delle feste natalizie e di fine d&#8217;anno.</p>
<p style="text-align: justify;">Per orientarci meglio in questi meandri, dove convivono residui mitici e rituali di epoche diverse, occorre cominciare dal calendario. Il dodicesimo mese dell&#8217;anno, in cui si situa il periodo pre-solstiziale, si chiama dicembre, dal latino <em>december</em>, che deriva a sua volta da <em>decem</em>, dieci. Questa contraddizione si spiega ricostruendo la storia del calendario romano che prima della riforma di Numa Pompilio &#8211; secondo la narrazione tradizionale &#8211; constava di dieci mesi. L&#8217;anno cominciava a marzo e terminava a dicembre (oggi ancora, settembre, ottobre e novembre ricordano l&#8217;antico calendario). «Sei mesi», riferisce Macrobio «aprile, giugno, sestile, settembre, novembre e dicembre, erano di 30 giorni; quattro; marzo, maggio, quintile e ottobre, di 31» (1).</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;anno sarebbe stato dunque di 304 giorni. Come fossero ordinati gli altri giorni dell&#8217;anno solare, non lo sappiamo con certezza. Sappiamo tuttavia dalla tradizione, che Numa riformò il calendario aggiungendo i mesi di gennaio e di febbraio e facendo così un anno lunare di 355 giorni, cominciante sempre da marzo. Ma per uniformarlo a quello solare si dovevano intercalare 22-23 giorni, che venivano collocati dopo il 23 febbraio: i cinque giorni tolti a questo mese venivano aggiunti all&#8217;altro, detto &#8220;intercalare&#8221;, che era di 27 o 28 giorni. Il calendario di Numa durò lino al 46 d.C., quando Giulio Cesare lo riformò con la collaborazione dell&#8217;astronomo Soligene di Alessandria, formando un anno solare di 365 giorni e 6 ore (più il giorno dell&#8217;anno bisestile per recuperare ogni 4 anni le 6 ore eccedenti) e facendolo cominciare il 1 gennaio. Si sa che nemmeno la riforma giuliana riuscì ad accordare perfettamente il calendario all&#8217;anno solare, sicché fu necessaria un&#8217;ulteriore riforma &#8211; quella gregoriana del 1582 &#8211; per eliminare l&#8217;eccedenza di 11 minuti e 9 secondi sul corso del sole. E nemmeno quella fu perfetta perché è rimasta un&#8217;eccedenza di 24 secondi sull&#8217;anno tropico che fra 3.500 anni formerà lo spazio di un giorno.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma torniamo all&#8217;antico calendario romuleo di dieci mesi: secondo alcuni studiosi, era l&#8217;eco di quello dei popoli di lingua <a title="indoeuropei" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/indoeuropei">indo-europea</a>. Rifletteva il ciclo dell&#8217;anno nelle regioni intorno al polo artico da dove provenivano, secondo la tradizione, gli <a title="indoeuropei" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/indoeuropei">indoeuropei:</a> dieci mesi di luce cui seguiva la lunga notte polare. «Quando il popolo ario», osserva il Tilak, «migrò più a sud dall&#8217;antica patria, fu obbligato a mutare calendario per adattarsi alla nuova patria, aggiungendo due nuovi mesi al vecchio anno. Ma le tracce dell&#8217;antico calendario non furono del tutto cancellate e abbiamo molte prove dalla tradizione e dai sacrifici, per poter sostenere che l&#8217;anno di dieci mesi, seguito da una notte di due mesi fosse bene conosciuto al tempo degli <a title="indoeuropei" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/indoeuropei">indo-europei</a>» (2).</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/lunario/702" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-3303" style="margin: 10px;" title="lunario" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/lunario1.jpg" alt="lunario" width="200" height="299" /></a>La notte artica cominciava in realtà verso la fine di novembre, e quindi dicembre non corrisponde esattamente al decimo mese degli <a title="indoeuropei" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/indoeuropei">indo-europei</a>. Vi corrisponde tuttavia in un altro senso, perché le notti più lunghe dell&#8217;anno sono quelle intorno al solstizio, che cade appunto il 21 dicembre quando il sole, toccato il punto più basso, comincia la sua &#8220;rinascita&#8221; sull&#8217;orizzonte.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel periodo pre-solstiziale, si celebravano a Roma i <em>Saturnalia</em>, la festa in onore del dio Saturno: dapprima il 17 dicembre, poi per sette giorni fino al 24 dicembre, cioè alla vigilia del <em>Natalis Solis</em>, del Natale del Sole, festa solstiziale perché anticamente i Romani, come narra l&#8217;Imperatore Giuliano, «stabilirono questa festa non nel giorno esatto della conversione solare, ma nel giorno in cui il ritorno del sole, dal sud al nord, appare agli occhi di tutti. Nell&#8217;ignoranza in cui si trovavano ancora delle leggi scoperte dai Caldei e dagli Egizi, e condotte alla loro perfezione da Ipparco e Tolomeo, si fondarono sulle testimonianze sensibili e sulle semplici apparenze, imitati poi dai loro successori che, come ho già detto, hanno adottato questo punto di vista» (3).</p>
<p style="text-align: justify;">I Saturnalia erano la ricorrenza più festosa dell&#8217;anno. Gli schiavi erano temporaneamente liberi di far quel che credevano, venivano scambiati doni, specialmente candele di cera e piccole immagini o bambole di terracotta, dette <em>sigillaria</em>. Si eleggeva anche una specie di re di burla, <em>Saturnalicius princeps</em>. Poi, intorno al secolo IV gran parte di quelle celebrazioni vennero trasferite al capodanno. Quel clima festoso, su cui regnava Saturno, celebrava la notte &#8220;artica&#8221;, la notte solstiziale, il momento di passaggio e di rinnovamento annuale in cui si ristabiliscono simbolicamente le condizioni anteriori all&#8217;inizio: perciò i riti e le usanze di rovesciamento, &#8220;osserva Brelich&#8221;, e di &#8220;sospensione dell&#8217;ordine&#8221;, anche ove cronologicamente posteriori, si innestano coerentemente sul corpo più antico della festa» (4).</p>
<p style="text-align: justify;">D&#8217;altronde il passaggio tra l&#8217;anno vecchio e il nuovo, è analogo a quello tra due cicli cosmici: è simbolicamente un passaggio sulle acque, reintegrazione del mondo nella sua origine informale. E non casualmente nell&#8217;alchimia Saturno rappresenta l&#8217;opera in nero.</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=8845907643" target="_blank"><img class="alignright" style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="../immagini/simbolidellascienzasacra.bmp" border="0" alt="René Guénon, Simboli della Scienza Sacra" width="95" height="145" /></a>Un mito induista narra che Vishnu in forma di pesce apparve &#8211; alla fine del ciclo che ha preceduto il nostro &#8211; a Satyavrata, il futuro Manu o Legislatore, annunciandogli che il mondo stava per essere distrutto dalle acque. Poi gli ordinò di costruire l&#8217;arca nella quale si dovevano rinchiudere i germi del mondo futuro; e infine guidò l&#8217;arca, con Satyavrata a bordo, sulle acque durante il cataclisma. <a title="René Guénon" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/rene-guenon/">René Guénon</a> ha osservato, non sappiamo con quale fondamento, che Satyavrata ha la stessa radice di Saturno. Sicché il mito induista potrebbe confermare questa funzione del dio (5).</p>
<p style="text-align: justify;">Da tale punto di vista è facile spiegare la confusione rituale dei giorni natalizi che segna appunto il rimescolamento, il passaggio, la notte da cui dovrà sorgere la nuova alba. Questa confusione, tipica di ogni &#8220;capodanno&#8221; (e anche il Carnevale, erede per tanti aspetti dei Saturnalia, è un &#8220;capodanno&#8221;) giunse nel <a title="medioevo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/medioevo">medioevo</a> persino all&#8217;interno delle chiese con le Feste dei Folli, l&#8217;Episcopello e l&#8217;Asinaria Festa, che si svolgevano fra il Natale e il primo dell&#8217;anno, nei giorni in cui era stata spostata la festa romana a partire dal secolo IV.</p>
<p style="text-align: justify;">Si eleggeva persino un <em>Episcopus puerorum</em> o <em>innocentium </em>(vescovo dei fanciulli o degli innocenti) cantando un ritornello significativo, dove affiora la funzione saturnalizia che ristabilisce le condizioni anteriori all&#8217;inizio della storia umana: «<em>Deposuit potentes de sede et exaltavit humiles </em>(depose i potenti dal seggio ed esaltò gli umili)» (6).</p>
<p style="text-align: justify;">Ma Saturno non è soltanto il dio che presiede al rinnovamento dell&#8217;anno, che attraversa &#8220;le acque&#8221;. È anche il dio che approda alla nuova riva felice, che regna sull&#8217;età dell&#8217;oro. Non è soltanto il dio che spegne il passato e accende il futuro, è il dio del regno senza ombre e senza conflitti. Secondo la tradizione romana, Giano, il Creatore e Iniziatore per eccellenza, il Tempo Infinito che genera tutti gli dèi, accolse Saturno, giunto nel Lazio, associandolo nel regno che fu un periodo di pace e di tranquilla operosità, l&#8217;Età dell&#8217;Oro. Dopo quel lungo regno, amministrato in concordia con Giano, Saturno «improvvisamente scomparve» (7).</p>
<p style="text-align: justify;">Certo, le due funzioni di Saturno sembrano quasi il frutto di una giustapposizione mitica di cui non abbiamo tuttavia riscontro. Né ci aiutano gli scrittori dell&#8217;epoca, che anzi avvolgono il dio in un velo di mistero, come ad esempio Macrobio che faceva dire a uno dei suoi personaggi nei <em>Saturnali</em>: «Infatti nelle stesse sacre cerimonie non è concesso di illustrare le origini occulte e promananti dalla fonte della pura verità: se poi qualcuno le consegue, gli è ordinato di contenerle protette nella coscienza» (8).</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/il-mulino-di-amleto/3966" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-3302" style="margin: 10px;" title="il-mulino-di-amleto" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/il-mulino-di-amleto.jpg" alt="il-mulino-di-amleto" width="200" height="313" /></a>Giorgio de Santillana e Herta von Dechend ne danno un&#8217;interpretazione che lo collega esclusivamente all&#8217;età dell&#8217;oro: «Era Yama in India, Yina Xsaeta nell&#8217;<em>Avesta </em>antico-iranico (nome che in persiano è diventato Jamshid), Saeturnus e poi Saturnus in latino. Saturno o Kronos era noto sotto molti nomi come il Sovrano dell&#8217;Età dell&#8217;Oro&#8230; Era il Signore della Giustizia e delle Misure» (9). Questo Saturno-Kronos, in cui è difficile distinguere gli apporti greci da quelli specificamente etrusco-laziali, venne detronizzato da Zeus che lo gettò dal carro, esiliandolo in un&#8217;isola desertica ove dimora addormentato perché, essendo immortale, non può morire: vive in una specie di vita-nella-morte, avvolto in lini funerari fino a quando non verrà il tempo destinato al suo risveglio, ed egli allora rinascerà a noi come bambino; rinascita che coinciderà con l&#8217;inizio del nuovo ciclo.</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=8875458057" target="_blank"><img class="alignleft" style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="../immagini/deiemitiitalici.bmp" border="0" alt="Renato del Ponte, Dei e miti italici" width="94" height="141" /></a>Questo mito è simbolicamente analogo a un rito che si svolgeva ogni anno a Roma durante la festa del dio. Macrobio narra che i legami in cui veniva serrata la statua di Saturno nel tempio ai piedi del Campidoglio, venivano sciolti il giorno della sua festa (10), quasi potessero ritornare, sia pur per breve durata «quelle condizioni la cui apparente contraddittorietà ci aveva sinora stupito», commenta <a title="Renato Del Ponte" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/renato-del-ponte/">Renato Del Ponte</a>: «da una parte la notte e la confusione dell&#8217;indeterminato, dall&#8217;altra la gioia e il lucore di una lontana età di pienezza». E soggiunge: «Lo scioglimento del dio sta semplicemente a significare, secondo le leggi della magia simpatica, lo scatenamento della sua forza (benefica, ma nel contempo ambigua, come tutto ciò che è anteriore all&#8217;inizio), nel tempo sacro che la sua festa ogni anno riammette nella comunità» (11).</p>
<p style="text-align: justify;">Per questo motivo i giorni &#8220;solstiziali&#8221; fino a Capodanno sono vissuti, spesso inconsapevolmente, nell&#8217;apparente contraddizione fra euforia, confusione e desiderio di rinnovamento, fra mortificazione, penitenza (l&#8217;Avvento) e attesa di una palingenesi. Saturno, dio contraddittorio, regna su queste contraddizioni solstiziali, ma regna anche con un ambiguo sorriso, quello di Colui che ha le chiavi del Grande Gioco cosmico. Egli infatti è il dio che chiude un ciclo e ne apre uno nuovo, che ritira simbolicamente i dadi dalla tavola e li rigetta formando nuove combinazioni. Non si è parlato a caso di dadi: non è soltanto una metafora, perché il gioco d&#8217;azzardo era strettamente connesso con il dio, tanto che a Roma era permesso giocare soltanto durante i Saturnalia. Con il tempo, dopo tante modifiche e aggiunte, il gioco d&#8217;azzardo è stato introdotto nel banchetto privato e considerato un divertimento privato. Ma all&#8217;origine era sacro.</p>
<p style="text-align: justify;">Come ha osservato Margarethe Riemschneider nel saggio sui Saturnalia (12), l&#8217;enigmatico dio non è soltanto Colui che regna sulla notte solstiziale, non soltanto Colui che regna sull&#8217;Età dell&#8217;Oro, ma anche il Giocoliere supremo che possiede la chiave del Gioco Cosmico, ovvero di ogni ciclo: «Egli regola l&#8217;Ordine Universale con le mosse del suo bastone scettro», commenta <a title="Renato Del Ponte" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/renato-del-ponte/">Del Ponte</a> (13). Molti di noi hanno giocato alla tombola nei giorni natalizi: ebbene, questo gioco non è se non il ricordo sbiadito del Grande Gioco del dio e parallelamente del gioco-oracolo con il quale anticamente, e non soltanto a Roma, si cercava di capire la nostra collocazione nel cosmo.</p>
<p style="text-align: justify;">La sovrapposizione del Natale cristiano alle antiche usanze cristiane ha reso meno riconoscibili queste altre usanze che pure, come quella della tombola, continuano a sussistere. Margarethe Riemschneider le ha studiate nel saggio che si è già citato. Ma persino i comportamenti più banali, come ad esempio l&#8217;usanza di sbarazzarsi degli oggetti inservibili nella notte di San Silvestro, o la confusione euforica delle ore che precedono il Capodanno sono un segno che certi archetipi sono radicati nella psiche e non soggetti all&#8217;usura del tempo. D&#8217;altronde non si dice anche &#8220;Anno nuovo, vita nuova&#8221;? Pare un detto banale, eppure si ricollega perfettamente ai giorni su cui regna enigmaticamente Saturno.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>NOTE</strong></p>
<p style="text-align: justify;">1 &#8211; Macrobio, <em>Saturnali </em>I. 12, 3.</p>
<p style="text-align: justify;">2 &#8211; G.B. Tilak, <em>The </em><em>arctic home in </em><em>the Vedas</em>. Poona 1971. cap. VIII.</p>
<p style="text-align: justify;">3 &#8211; Imperatore Giuliano, <em>Su Elios Re</em>, 156b.</p>
<p style="text-align: justify;">4 &#8211; Angelo Brelich, <em>Tre variazioni romane sul tema delle origini</em>, Roma 1955, p. 89.</p>
<p style="text-align: justify;">5 &#8211; <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/rene-guenon/">René Guénon</a></span>, «Alcuni aspetti del simbolismo del pesce» in <em>Simboli della scienza sacra</em>, Milano 1975.</p>
<p style="text-align: justify;">6 &#8211; Cfr. V. De Bartolomeis, <em>Origini della poesia drammatica italiana</em>, Torino 1952, pp. 180-182.</p>
<p style="text-align: justify;">7 &#8211; Virgilio, <em><a title="Eneide" href="http://www.libriefilm.com/eneide/530">Eneide</a> </em>VII, 319; Ovidio <em>Fasti </em>I, 239.</p>
<p style="text-align: justify;">8 &#8211; Macrobio, cil. 1, 7, 18.</p>
<p style="text-align: justify;">9 &#8211; Giorgio de Santillana e Herta von Dechend, <a title="Il mulino di Amleto" href="http://www.libriefilm.com/il-mulino-di-amleto/3966"><em>Il mulino di Amleto</em></a>, Milano 1983, pp. 179 ss.</p>
<p style="text-align: justify;">10 &#8211; Macrobio, cit. I, 8, 15.</p>
<p style="text-align: justify;">11 &#8211; Renato Del Ponte, <a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=8875458057" target="_blank"><em>Dèi e miti italici</em></a>, Genova 1985, pp. 104 e 119.</p>
<p style="text-align: justify;">12 &#8211; Margarethe Riemschneider, <em>Saturnalia </em>in &#8220;Conoscenza religiosa&#8221;. n. 4. 1981 e n. 1-2, 1982.</p>
<p style="text-align: justify;">13 &#8211; Renato Del Ponte, cit., p. 106.</p>
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		<title>Il mistero dell’Artide preistorica: Thule</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Nov 2009 10:12:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Julius Evola</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Una rassegna su miti, tradizioni e leggende che riconducono le origini degli Indoeuropei a una patria originaria nelle regioni artiche]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/labrys.png" width="48" height="48" alt="" title="Indoeuropei" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/evola48x48.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Julius Evola" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/yggdrasil.thumbnail.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Simboli e simbologia" /><br/><p style="text-align: justify;">È cosa assai caratteristica, che in seno a tutto un gruppo di ricerche recentissime sulla preistoria facciano nuova apparizione idee antiche, fino a ieri considerate come puri miti.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/thule-il-sole-ritrovato-degli-iperborei/2607" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-3229" style="margin: 10px;" title="thule" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/thule.jpg" alt="thule" width="200" height="299" /></a>Una di tali idee si riferisce alla leggendaria terra primordiale degli <em>Iperborei</em>. Messa sotto cauzione la presunta certezza, che nella preistoria avrebbe <em>soltanto </em>vissuto un’umanità scimmiesca; giunti ad affrontare il problema delle origini con uno sguardo nuovo e spregiudicato, fino a sospettare che già l’età della pietra sia stata testimone di una vera e propria civiltà di tipo superiore, simbolico-spirituale dei distinti ricercatori come «ipotesi di lavoro» per una grande sintesi, oggi, han ripreso proprio quell’idea. La patria primordiale di una razza bianca preistorica altamente civilizzata, tanto da venir considerata come «divina» dagli antichi, sarebbe stata proprio l’Artide, il Polo Nord, la favolosa Iperboride.</p>
<p style="text-align: justify;">L’apparenza paradossale di questa tesi viene meno non appena si ricordi ciò che la fisica insegna intorno ai fenomeni derivanti dalla cosiddetta «precessione degli equinozî». A causa dell’inclinazione dell’asse terrestre di epoca in epoca si produce uno spostamento di clima sulla terra. Se sotto ai ghiacci polari è stato rinvenuto del carbon fossile, ciò vuol dire che un tempo in quella zona vi furono foreste e fiamme. Il congelamento non sarebbe intervenuto nella zona artica che in un periodo successivo. Una delle designazioni per l’<em>Asgard</em>, sede delle «divinità» e patria originaria dei ceppi regali nordici, secondo le tradizioni scandinave, è l’«isola verde» o «terra verde», in tedesco moderno <em>Grünes-Land</em>, donde <em>Groenlandia</em>. Ma questa terra, come lo dice il suo nome, ancor sino al tempo dei Goti sembra presentasse una rigogliosa vegetazione e non fosse ancora investita tutta dal congelamento. Ma vi è di più: nella regione dei ghiacci artici recentemente le spedizioni del canadese Jenness, dei danesi Rasmussen, Therkel e dell’americano Birket-Smith han fatto dei rinvenimenti archeologici invero singolari: in fondo sotto i ghiacci si son trovati resti di civiltà di ben più alto grado di quella esquimese e relitti di strati ancor più antichi, preistorici. A tale civiltà è stato dato il nome di civiltà di <em>Thule</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><em><a href="http://www.libriefilm.com/lorigine-delle-lingue-indoeuropee/6122" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-3028" style="margin: 10px;" title="origine-lingue-indoeuropee" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/origine-lingue-indoeuropee.jpg" alt="origine-lingue-indoeuropee" width="200" height="282" /></a>Thule </em>è il nome che i Greci davano appunto a una regione o isola dell’estremo nord, la quale si confonde spesso con quelle terre degli Iperborei, donde sarebbe venuto il solare Apollo, cioè il dio delle razze dorico-achee scese effettivamente dal nord in Grecia. E di Thule Plutarco dice che in essa le notti per circa un mese duravano <em>due sole ore</em>: è proprio la «notte bianca» dei paesi boreali. E se altre tradizioni elleniche chiamano il mare boreale Mare Cronide, cioè Mare di Kronos (Saturno), questa è un’indicazione significativa, poiché Kronos veniva concepito come uno degli dei dell’età dell’oro, cioè dell’età primordiale, dell’età prima dell’umanità.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora, se noi ci portiamo in America, nelle civiltà azteche del Messico troviamo corrispondenze così singolari, che esse si estendono fino ai nomi. Infatti gli antichi messicani chiamavano Tlapallan, Tullan e anche <em>Tulla </em>(l’ellenica <em>Thule</em>) la loro patria primordiale. E come la Thule ellenica veniva riferita al <em>solare </em>Apollo, così ecco che anche la Tulla messicana vien considerata come la «Casa del <em>Sole</em>».</p>
<p style="text-align: justify;">Ma confrontiamo tali tradizioni messicane con quelle celtiche. Se i lontanissimi progenitori dei Messicani sarebbero venuti in America da una Terra nordico-atlantica, ecco che le leggende irlandesi ci parlano della «razza divina» del <em>Tuatha dè Danann</em>, la quale sarebbe venuta in Irlanda dall&#8217;Occidente, da una mistica terra atlantica o nordico-atlantica, l’Avallon. Si direbbero, dunque, due forme di uno stesso ricordo. Le due civiltà corrisponderebbero a due irradiazioni, americana l’una, europea l’altra, partite da un unico centro, da un’unica sede scomparsa (mito dell’Atlantide), ovvero congelate. Ma vi è di più, nel senso che, se passiamo nel campo delle indagini positive moderne, troviamo elementi che potrebbero benissimo concordare con questi echi leggendarî. Infatti sul litorale atlantico europeo (soprattutto nella cosiddetta cultura delle Madéleines) esistono tracce ben precise di una civiltà vera e propria e di un tipo di umanità — il cosidetto <em>uomo Cro-Magnon </em>— che appare di uno sviluppo ben superiore rispetto alle razze quasi animalesche del cosiddetto «uomo glaciale» o «musteriano» abitanti allora l’Europa. I frammenti pervenutici di questa civiltà sono di tale natura, da far dire a dei ricercatori, che i Cro-Magnon potrebbero ben definirsi gli Elleni dell’età della pietra. Ora, questa razza dei Cro-Magnon, apparsa enigmaticamente nell’età della pietra lungo il litorale atlantico fra razze inferiori e quasi scimmiesche, non potrebbe forse essere la stessa cosa dei <em>Tuatha dè Danann</em>, della «razza divina» venuta dalla misteriosa terra nordico-atlantica, di cui nelle accennate leggende irlandesi? E i miti circa le lotte fra le «razze divine» sopravvenute e le razze di «demoni» o mostri, non sarebbero per caso da interpretarsi come echi fantastici della lotta svoltasi fra quelle due razze, fra gli uomini Cro-Magnon, «gli Elleni dell’età della pietra», e gli uomini «musteriani» animaleschi?</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/meditazioni-delle-vette/658" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-3230" style="margin: 10px;" title="meditazioni-delle-vette" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/meditazioni-delle-vette.jpg" alt="meditazioni-delle-vette" width="200" height="285" /></a>Tornando ai ricordi tradizionali, non soltanto i Greci e gli Americani ricordano una sede artica primordiale. Secondo i ricordi iranici dell’<em>Avesta</em>, la patria originaria e mistica degli Ariani, concepita come la «prima creazione del Dio di Luce», — l’<em>aryanem vaêjô</em> — sarebbe stata una terra dell’estremo settentrione, e anzi vien detto che in essa, a un dato momento, l’inverno durò dieci mesi dell’anno, proprio come nelle regioni artiche. Si tratta dunque di un ricordo ben preciso del congelamento sopravvenuto con la precessione degli equinozî nella regioni boreale: ricordo, cui peraltro fa riscontro quello del «terribile inverno Fibur» scatenatosi alla fine di un certo ciclo, o «mondo», di cui nelle antichissime tradizioni scandinave. Ma anche in India si ricorda un’isola o terra luminosa posta nell’estremo settentrione, lo <em>çveta-dvipa</em>, e una razza dell’estremo settentrione, gli <em>uttara-kura</em>; lo stesso ricordo si ha nel Tibet, nel mito della mistica città del Nord Chandhala; nell’estremo Oriente Liezi riferisce la tradizione circa la terra posta «all’estremo nord del mare settentrionale» e abitata da «uomini trascendenti», e così si potrebbe continuare con molti altri riferimenti, tanto concordanti, che è da domandarsi se sia solo da attribuirsi al «caso» la presenza del comune motivo fra popoli così diversi e lontani fra di loro.</p>
<p style="text-align: justify;">Fin qui, dunque, i ricordi tradizionali. Esattamente queste idee sono oggi riprese in una ricerca scientifica veramente mastodontica che, riportando a unità un complesso di risultati e di indagini speciali — quali quelle del Frobenius, dello Herrmann, del Karsts, etc. — si è intesa a forzare il problema delle origini. Intendiamo parlare dell’opera consacrata dallo scienziato <a title="Herman Wirth" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/hermann-wirth/">Herman Wirth</a> appunto all’<em>Aurora dell’Umanità</em>. Qui non si tratta né di un «teosofo», né di un dilettante imaginoso, ma di un tecnico, la cui competenza in fatto di filologia, antropologia, paleografia e discipline affini non può essere messa in dubbio.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-medium wp-image-3231" style="margin: 10px;" title="ice-pack-air1" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/ice-pack-air1-192x300.jpg" alt="ice-pack-air1" width="192" height="300" />I risultati delle ricerche del <a title="Herman Wirth" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/hermann-wirth/">Wirth</a>, in breve, sarebbero appunto questi: che nella più alta preistoria — verso il 20.000 avanti Cristo — una grande razza bianca unitaria, dal culto solare, dalla regione polare divenuta inabitabile per via del congelamento si sarebbe spinta verso il Sud, in Europa e in America, ma soprattutto in una terra scomparsa, posta al Nord dell’Atlantico. Da tale terra essa si sarebbe successivamente spostata, nel periodo paleolitico, verso l’Europa e l’Africa, con un moto, dunque, dall’Occidente all’Oriente; essa sarebbe penetrata nel bacino del Mediterraneo creando un ciclo di civiltà preistoriche intimamente apparentate, nel quale rientrerebbero quella egizia, etrusco-sarda, pelasgica, ecc., a tacere di altre ancora che nuove ondate avrebbero fondate nel loro avanzare per via continentale fino a raggiungere il Caucaso e poi oltre, fino all’India e alla stessa Cina. Così ciò che si riteneva esser la «culla dell’umanità», l’altopiano del Pamir, sarebbe soltanto uno dei centri abbastanza recenti d’irradiazione di una razza ben più antica. Le razze ariane e indogermaniche, l’<em>homo europaeus</em> in genere, sarebbero già razze derivate e in una certa misura già miste in confronto a ceppi più antichi e più puri, «iperborei», a cui vanno riferiti i ricordi, i <a title="simboli" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simboli</a> e perfino le figurazioni preistoriche su roccia relative ai «conquistatori dai grandi vascelli stranieri», dall’«ascia», dal «sole» e dall’«uomo solare con braccia innalzate». Una misteriosa unità stringerebbe per tal via un gruppo di grandi civiltà e di antiche <a title="religioni" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religioni</a> fiorenti già là dove fino a ieri si supponeva l’uomo animalesco delle caverne.</p>
<p style="text-align: justify;">In brevi tratti tale è la concezione strana e suggestiva che, traendosi dal mondo del mito, oggi torna a luce: l’Artide, patria prima dell’umanità, anzi della civiltà, nel senso più alto, «solare».</p>
<p style="text-align: justify;">E siccome <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbolo</a> richiama <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbolo</a>, per finire, ricorderemo questo. Ancor nell’epoca romana l’idea della regione del nord come un paese mistico, abitato dal «padre degli dei», dal nume dell’età prima o età aurea, e l’idea che il giorno artico quasi senza notte non fosse senza relazione con la luce perenne che circonfonde gli immortali, tali idee nell’epoca romana erano ancora così vive, che, secondo la testimonianza di Eumanzio, Costanzo Cloro avrebbe diretto una spedizione verso il Nord della Gran Bretagna, confusa con la stessa leggendaria <em>Thule</em>, non tanto per il desiderio di glorie militari, quanto per raggiungere la terra «che più di ogni altra è vicina al cielo» e quasi presentire la trasfigurazione divina che si riteneva subissero gli Eroi e gli Imperatori alla loro morte.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora, queste stesse regioni, che avrebbero visto l’aurora dell’umanità, che racchiuderebbero il mistero di una razza di conquistatori bianchi primordiali il cui <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbolo</a>, l’<a title="simbolismo dell'ascia" href="http://www.centrostudilaruna.it/ascia.html">ascia</a>, si ritrova peraltro nello stesso <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbolo</a> romano del fascio; queste stesse regioni nordico-artiche, dall’Islanda alla Groenlandia fino all’America del Nord, son quelle stesse che ieri l’ala italiana ha sorvolate vittoriosamente, in un’impresa che qualcosa di fatidico ha dunque voluto legare enigmaticamente appunto ai luoghi di una grandezza primordiale<a href="#_ftn1">[1]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Il Corriere Padano</em> (Ferrara), 13 gennaio 1934.</p>
<p style="text-align: justify;">
<hr style="text-align: justify;" size="1" />
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref1">[1]</a> [Il riferimento è o alla crociera atlantica della squadriglia di 25 idrovolanti, capitanata dall’allora ministro dell’aeronautica Italo Balbo, che era partita il primo luglio 1933 e giunta il 19 a New York o, più probabilmente, alle due trasvolate del Polo in dirigibile condotta dal generale Umberto Nobile del 1926 e del 1928, rispettivamente con il <em>Norge </em>e l'<em>Italia</em>, la seconda delle quali finì tragicamente con l'avventura della <a title="La Tenda Rossa" href="http://www.centrostudilaruna.it/la-tenda-rossa.html"><em>Tenda Rossa</em></a>].</p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>Il simbolismo del cane</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Oct 2009 09:52:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto Lombardo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Brevi cenni sulle origini della parola che designa il cane e sul simbolismo di questo animale, che spesso si incrocia e confonde con quello del lupo]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/yggdrasil.thumbnail.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Simboli e simbologia" /><br/><p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-full wp-image-2793" style="margin: 10px;" title="71919615" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/dog-snow.jpg" alt="71919615" width="319" height="208" />I nostri avi <a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/indoeuropei">indoeuropei</a> conobbero, certo già nell’epoca precedente la loro diaspora, un termine comune per designare il cane. Questo animale accompagnava infatti la vita agro-pastorale dei lontani progenitori già numerosi millennî orsono. Il nome per designarlo doveva essere <em>*kwón</em>, che si è poi tramandato, tra le numerose lingue, nell’antico irlandese <em>cu</em>, nel gallese <em>ci</em>, nel tocario A <em>ku</em>, nel lituano <em>šuõ(n)</em>, nell’armeno <em>šun</em>, nel greco <em>cúon</em>, nell’avestico <em>span-</em>, nel sanscrito <em>çva-</em>, oltre che nel latino <em>canis</em>, da cui il nostro ‘cane’.</p>
<p style="text-align: justify;">Per quanto attiene alle lingue germaniche, si hanno le testimonianze dell’antico alto tedesco (<em>hunt</em>) e del gotico (<em>hunds</em>), e le sopravvivenze, tra le lingue moderne, nel tedesco <em>Hund </em>e nell’inglese, oggi desueto, <em>hound </em>(si noti che ancor’oggi <em>greyhound </em>designa il ‘levriero’).</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/1884964982/centrostudilarun" target="_blank"><img class="alignleft" style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="../immagini/1884964982.bmp" border="0" alt="Encyclopedia of Indo-European Culture" hspace="3" vspace="3" width="109" height="140" /></a>Gli indoeuropeisti Adams e Mallory rilevano come il cane sia il primo animale addomesticato, e come il processo di addomesticazione avvenne oltre diecimila anni orsono. Dal Mesolitico in poi, il cane è largamente conosciuto in Eurasia. I due studiosi, in un loro scritto sul tema, fanno un’osservazione interessante: in varie aree indoeuropee le parole che designano il ‘cane’ possono indicare anche il ‘lupo’, come avviene per esempio in Irlanda e nell’India arcaica. In tali casi il cane assumerebbe il significato e anche la funzione simbolica del lupo, tanto dal punto di vista mitico quanto in quello del comportamento sociale, ove i lupi sono usualmente associati ai guerrieri.</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=8845907643" target="_blank"><img class="alignright" style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="../immagini/simbolidellascienzasacra.bmp" border="0" alt="René Guénon, Simboli della Scienza Sacra" width="95" height="145" /></a>La millenaria stretta familiarità con questo animale ha determinato il sovrapporsi di una miriade di leggende, tradizioni e significati, tanto che è impossibile accennare a tutti. Vi sono però alcuni elementi fondamentali: il cane è uno psicopompo, vale a dire una “guida delle anime”, specie nel <em>post-mortem</em>, analogamente a come lo è stato durante la vita (sua e del padrone); è collegato agli inferi, che custodisce o nei quali dimora (si pensi al Garm dei Germani, al Cerbero dei Greci o alle figure dei cinocefali e di Anubis nell’antico Egitto) e alla morte in genere, tanto da poter mettere in contatto con l’aldilà; è, come accennato, un <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbolo</a> del <em>furor </em>guerriero (specie nel suo aspetto di lupo): esempio ne è l’eroe irlandese Cuchulainn, il cui stesso nome significa “cane di Culann”.</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=8817146331" target="_blank"><img class="alignleft" style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="../immagini/chevalierdizionariodeisimboli.bmp" border="0" alt="Jean Chevalier - Alain Gheerbrandt, Dizionario dei simboli" width="95" height="142" /></a>Giustamente A. Gheerbrant ha scritto che il cane presenta una <a title="simbologia" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbologia</a> contraddittoria, che nelle diverse civiltà si presenta in modo complesso. Egli richiama la tradizione ermetica, spiegando come il cane divorato dal lupo rappresenti la purificazione dell’oro tramite l’antimonio, il che corrisponde alla penultima tappa della Grande Opera alchemica. Conclude con queste belle parole: «ora, che cosa sono in questo caso il cane e il lupo se non i due aspetti dello stesso <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbolo</a> che, nell’immagine esoterica, trova indubbiamente soluzione e, nello stesso tempo, il significato più alto? Cane e lupo a un tempo, il saggio – o il santo – si purifica divorandosi, cioè autosacrificandosi per accedere in fine alla tappa ultima del perfezionamento spirituale».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>* * *</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>La Padania</em> del 15 luglio 2001.</p>
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		<title>La notte di Valpurga</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Sep 2009 08:53:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alfredo Cattabiani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Miti e significati simbolici della notte di Valpurga, la tradizionale festa della notte tra 30 aprile e 1 maggio]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/cattabiani.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Alfredo Cattabiani" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/yggdrasil.thumbnail.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Simboli e simbologia" /><br/><p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/calendario/619" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-2757" style="margin: 10px;" title="calendario" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/calendario.jpg" alt="calendario" width="200" height="308" /></a>Anticamente fra i <a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/celti">Celti</a> la notte fra il 30 aprile e il 1° maggio segnava il passaggio alla bella stagione: una notte di veglia, una specie di capodanno primaverile, durante la quale si susseguivano danze e banchetti in un&#8217;atmosfera orgiastica aspettando il nuovo giorno che segnava l&#8217;inizio del trionfo della luce sulle tenebre e quando si sarebbe celebrata la festa di Beltane da cui sarebbe derivato il Calendimaggio medievale. Sulla notte, si diceva, vegliava la Grande Madre della fertilità che governava il destino dei viventi e dei morti. Con la cristianizzazione dell&#8217;Europa centrale la notte del 30 aprile subì una metamorfosi perché si raccontava che vi si dessero convegno spiriti inferi, streghe e stregoni che si dovevano espellere grazie all&#8217;intercessione di santa Valpurga: una monaca inglese (710-778), diventata badessa del monastero tedesco di Heidenheim presso Eichstatt, dove fu sepolta il 1° maggio 871 nella chiesa di Santa Croce, che ha ereditato le funzioni della Grande Madre e ha dato il nome alla notte, chiamata popolarmente «la notte di Valpurga».</p>
<p style="text-align: justify;">La coincidenza calendariale l&#8217;ha trasformata dunque nella santa che protegge dalle streghe: dalle pietre dove le sue ossa furono sepolte, sgorgava il miracoloso «olio di santa Valpurga» che fra le tante virtù avrebbe avuto anche quella di proteggere dalle stregonerie. Il 1° maggio, cacciate le streghe, ovvero ricacciati i morti negli inferi, si portava e si porta ancora, dove la tradizione è sopravvissuta, un albero dal bosco collocandolo in mezzo al paese: è l&#8217;Albero di Maggio o semplicemente il Maggio.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/lunario/702" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-2758" style="margin: 10px;" title="lunario" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/lunario.jpg" alt="lunario" width="200" height="299" /></a>«Nella Svezia, il 1° maggio &#8211; riferisce il Frazer &#8211; si soleva portare nei villaggi un gran pino che veniva adornato di nastri e drizzato in piedi; poi il popolo vi danzava allegramente intorno a suon di musica. L&#8217;albero verde restava nel villaggio sostituito da uno fresco il 1° maggio seguente&#8230;». Sull&#8217;albero sfrondato, cui rimaneva soltanto una corona di foglie, venivano posti salsicce, dolci, uova e altri cibi oltre a nastri variopinti. I giovani vi si arrampicavano per impossessarsene: una sopravvivenza di queste usanze si ritrova negli Alberi della Cuccagna delle nostre fiere. Quell&#8217;albero altro non era che il <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbolo</a> dell&#8217;Albero Cosmico, le cui fronde si trovano di là dal visibile, nel non manifestato, analogo alla scala di Giacobbe, asse del mondo grazie al quale si può giungere alla comunione divina.</p>
<p style="text-align: justify;">Maggi erano anche i ramoscelli che i giovani offrivano alle ragazze come augurio di amore e fecondità; oppure erano portati in processione di porta in porta da gruppi di questuanti che chiedevano cibi o dolciumi in cambio. Quelle processioni avevano la funzione di ottenere grazie al «magico» maggio rinnovamento e prosperità. Come per la notte del 30 aprile la Chiesa cercò nel corso dei secoli se non di cristianizzare per lo meno di rendere più accettabili queste cerimonie: nacque così l&#8217;usanza, ancora viva in alcuni paesi fra cui l&#8217;Andalusia, di sostituire l&#8217;albero con la Croce di Maggio. Chi è d&#8217;altronde il Cristo se non l&#8217;Albero della Vita?</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>Il Tempo</em> del 1 maggio 2003.</p>
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		<title>Simbolismo del topo</title>
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		<pubDate>Wed, 26 Aug 2009 14:38:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto Lombardo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L'etimologia dei termini che designano il topo, il sorcio e il ratto e alcune note sui significati simbolici del topo]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/yggdrasil.thumbnail.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Simboli e simbologia" /><br/><p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/animali-fra-mito-e-simbolo/5140"><img class="alignleft size-full wp-image-2452" style="margin: 10px;" title="animali-tra-mito-e-simbolo" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/animali-tra-mito-e-simbolo.jpg" alt="animali-tra-mito-e-simbolo" width="200" height="292" /></a>Nel caso di questo animale la designazione prevalente in italiano non è probabilmente di origine indoeuropea, ma mediterranea. Si tratta infatti del risultato del tardo latino <em>talpus </em>(da <em>talpa</em>, che è appunto di origine mediterranea). In area settentrionale <em>*talp</em> è cambiato in <em>*taup-</em>, per giungere al termine oggi invalso; sino al secolo scorso aveva una diffusione più o meno pari a “topo” anche “sorcio”, oggi però sempre più in disuso. Anch’esso ha probabilmente origine mediterranea.</p>
<p style="text-align: justify;">Mentre le lingue romanze hanno subito tramite il latino questa influenza mediterranea (francese <em>taupe</em>, spagnolo <em>topo</em>, catalano <em>taup</em>) in quelle germaniche il vocabolo si è mantenuto in forme più fedeli alle origini indoeuropee: inglese <em>mouse</em>, tedesco <em>Maus</em>: qui è rimasta evidente la radice indoeuropea <em>*mus</em>, che si manifestò in forme pressoché invariate dal latino all’alto tedesco e al norreno e dal sanscrito al greco, sino al prussiano moderno; nello slavo antico compare come <em>myši</em>, nell’armeno come <em>mukn </em>e nell’albanese sotto la forma <em>mi</em>. A queste parole va ancora aggiunto l’italiano “ratto”, derivante da una serie onomatopeica in cui le due consonanti “r” e “t” dovevano rimandare all’idea del “rodere” (la cui radice era <em>*rod</em> / <em>*rad</em>); forme affini a “ratto”, come rileva Devoto, sono attestate in tutta l’area romanza e in quella germanica occidentale (provenzale e francese <em>rat</em>, spagnolo e portoghese <em>rato</em>, tedesco <em>Ratte</em>), ma verosimilmente anche in area celtica (bretone <em>raz</em>, medio irlandese <em>rata</em>, gaelico <em>radàn</em>).</p>
<p style="text-align: justify;">Spesso il significato simbolico degli animali, delle piante, dei colori e di varie manifestazioni del mondo naturale si intuisce ancor’oggi in via del tutto spontanea, specie se si sviluppa un’adeguata sensibilità. Questo è il caso anche del topo: a tutti viene spontaneo associare questo animale al sudiciume, alla spregevole bassezza e all’oscurità, spesso morbosa. Nelle tradizioni è infatti questo il carattere predominante. A ciò contribuisce in particolare misura il fatto che questo animale scava spesso sottoterra le proprie tane, e che dunque è così legato al mondo tellurico. La caverna assume qui dunque il suo carattere oscuro, umido e ombroso.</p>
<p style="text-align: justify;">Come di frequente accade nel <a title="simbolismo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbolismo</a> cristiano, spesso dualista, si tratta di animale colpito da una caratterizzazione orribile, e viene associato infatti al demonio. Così nell’iconografia, specie medievale, è rappresentato intento a rodere le radici dell’albero della vita. Questo ci riporta vagamente alla mente l’immagine di un altro mitico roditore, e cioè il nordico Ratatoskr. Come molti altri animali, questa sorta di simbolico scoiattolo vive presso l’albero del mondo Yggdrasil: egli corre continuamente su e giù lungo il tronco, e funge da tramite fra l’aquila, che sta appollaiata sui più alti rami, e un tremendo serpe che tormenta le radici, poiché suo compito è riportare le cattive parole che i due animali intendono scambiarsi. Il significato qui è diverso: come ben intuisce Gianna Chiesa Isnardi, «Allo scoiattolo Ratatoskr, “dente che perfora”, più che un valore simbolico il mito attribuisce la funzione di incarnare l’immagine della velocità: alla sua figura è affidato il compito di fare sì che l’antagonismo fra Cielo e Terra, fra spirituale e materiale, fra bene e male abbia corso ininterrotto»: parrebbe proprio una triste descrizione dell’epoca nostra.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>* * *</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>La Padania</em> del 14 gennaio 2001.</p>
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		<title>Padre Vincenzo Bandello</title>
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		<pubDate>Mon, 24 Aug 2009 13:55:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Emilio Michele Fairendelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Italiano]]></category>
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		<description><![CDATA[Un immaginario colloquio sulla Ultima Cena di Leonardo da Vinci con Padre Vincenzo Bandello]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/letteratura48x48.png" width="48" height="48" alt="" title="Letteratura" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/yggdrasil.thumbnail.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Simboli e simbologia" /><br/><p style="text-align: justify;">Ho recentemente pubblicato su questo sito alcune riflessioni sull’<a title="Ultima Cena di Leonardo" href="http://www.centrostudilaruna.it/lultima-cena-di-leonardo-da-vinci-ancora-alcune-riflessioni.html">Ultima Cena di Leonardo</a>.<br />
Non molti giorni dopo avere ultimato lo scritto, complice un doppio martini serale, una piccola diastole del cuore o chissà quale altra onda della coscienza, ho avuto un sogno.<br />
Al tavolo di un giardino luminoso, sotto un glicine, un uomo in tonaca bianca mi parlava.<br />
Dopo poche frasi compresi che si trattava di Padre Vincenzo Bandello, che fu Priore di Santa Maria delle Grazie durante la realizzazione dell’affresco.<br />
Parlava di lui, di Leonardo:</p>
<p style="text-align: justify;">“ La prima volta era arrivato accompagnato da due uomini del Duca.<br />
Aveva  percorso lentamente tutto  il Refettorio, guardando a lungo la vuota parete intonacata a calce.<br />
Era come se, con il solo sguardo, cercasse di consacrare lo spazio, di renderlo pronto a ricevere, di accordarne le invisibili colonne d’aria ai quattro angoli.<br />
All’opposto dei miei confratelli, io lo amai subito.<br />
Per tutta la mia vita avevo sentito  che la mia anima  non poteva venire colmata da nulla di ciò che conoscevo: l’Ordine Domenicano, l’amicizia del Duca, l’amore per Cristo, il mio tempo.<br />
Lui, Leonardo, pareva esistere anche altrove, in un mondo diverso dal nostro, un mondo i cui segni imparai a conoscere col tempo, un mondo dove la verità appariva semplicemente più nuda e più luminosa, aldisopra di una realtà da cui era ben distinta.<br />
In quel mondo io volevo entrare.<br />
Ci vollero mesi prima che facesse montare le impalcature e  portasse del suo materiale, disegni a carbone già preparati su fogli enormi, volti e figure.<br />
Leonardo mi invitava a volte nei suoi orti, poco distante dalla Basilica, dove il Duca gli aveva donato un’ampia vigna.<br />
Spesso lo accompagnavo in città.<br />
Alla conca di Viarenna conversammo a lungo con un venditore di cianfrusaglie, il cui sguardo trovai poi nel dipinto, in uno degli Apostoli.<br />
Un giorno vedemmo una giovane donna, fuori dal Duomo, volgersi teneramente, quasi socchiudendo gli occhi, verso la madre che la interrogava su qualcosa: fu il volto di Giovanni.<br />
Poi il dipinto incominciò  a prendere forma e le ore libere con i confratelli divennero ore di feroci discussioni.<br />
Serafino, Bartolomeo, Sebastiano, i più agitati. Il viso di San Giovanni! Pietro, Padre, Pietro è così vicino a Giuda, i due visi quasi non si distinguono! E’ Pietro il Capo di Santa Romana Chiesa ed è più lontano da Gesù! E la sua figura! Gli altri Cenacoli! E quella mano di Pietro, nella gola di Giovanni! Padre!<br />
Io quietavo gli animi, ma le loro domande erano anche le mie.<br />
Quando avrebbe risposto?<br />
A volte passava al Convento, guardava  il dipinto per pochi minuti e se ne andava subito.<br />
Altre volte lavorava per tutto il giorno e anche per parte della notte, rifinendo alla luce delle fiaccole che ardevano sull’impalcato.<br />
Per intere settimane – vagava forse per la città, per le piatte campagne, cercando qualcosa? – scompariva.<br />
Una sera, lo vidi guardare l’affresco da lontano, in una vaga tristezza.<br />
Chiesi cosa provava.<br />
Mi rispose che il dipinto sarebbe durato meno della vita di un uomo.<br />
La tempera, con olio di lino e bianco d’uovo, era stata una scelta sbagliata, presto tutto sarebbe diventato una macchia informe.<br />
Quella macchia, tuttavia – disse calmo &#8211; avrebbe parlato e testimoniato, fino all’ultimo istante.<br />
Fargli dire, comprendere il messaggio che aveva affidato al suo lavoro fu ciò che mi proposi.<br />
Il suo modo di rispondere: a volte era come se uno specchio in lui tornasse illuminata e di poco trasformata l’immagine di ogni mia domanda, pronta ad essere risolta ma soltanto in me.<br />
Altre volte mi pareva  rispondesse dopo giorni, con un gesto o proseguendo e modificando il dipinto.<br />
Voleva dirmi che la verità può venire comunicata solo a chi in qualche modo segreto già la tenga in sé?<br />
Quando chiesi di Pietro e di Giovanni, di quello che nel dipinto li rendeva così diversi contro ogni tradizione e di ciò che tutto questo significava, Leonardo rispose che lui operava ma che, quanto a riuscire a descrivere il suo operare con esattezza, come io avrei meritato, era tutta un’altra questione.<br />
Ancora si preoccupava di me come uomo di Chiesa.<br />
Tuttavia dopo pochi giorni, al rientro da un breve viaggio,  notai che nel dipinto, allo  scollo di  Gesù e di Giovanni, di loro due soli, era stata aggiunta una gemma a castone come fermaglio: verde smeraldo per Gesù, grigioargento per Giovanni.<br />
Non più grandi di un uovo sulla larga parete, appena dipinte le gemme splendevano come vere e sempre colpite da una luce.<br />
Del modo con cui Pietro teneva, con il braccio ritorto, il coltello, avevo ben compreso il significato da parole di tanti anni prima, pronunciate dal mio tutore in seminario: occorre colpire i nemici della Chiesa con lama implacabile. Colpisca di fronte o in obliquo, nella luce  o nel segreto,  ciò che conta è che la lama colpisca!<br />
Ma quel gesto di Pietro, che tanto angosciava Frà Serafino, quel gesto della mano alla gola di Giovanni, come spiegarlo?<br />
Pareva una minaccia, ma la mano era rilassata e Leonardo aveva reso quel gesto ancora più lieve, delicato, ripensando il disegno del pollice.<br />
Pietro voleva solo conoscere il nome del traditore, aveva toccato il corpo di Giovanni per chiedergli  di rialzare il viso che stava tra le braccia, riverso sulla tavola – come in alcuni schizzi preparatori che avevo visto tra il materiale di Leonardo &#8211; e la mano non faceva che seguire naturalmente quel movimento?<br />
Vi era altro?<br />
Anche qui, Leonardo non rispondeva.<br />
Non occorre che l’artefice conosca tutto delle sue forme, della sua opera, – diceva – importa solo che ciò che egli è destinato a portare possa venire pienamente in luce.<br />
Siamo fiumi, torrenti nel tempo, Vincenzo, non sappiamo che poco delle acque che scorrono in noi verso un mare più grande.<br />
Gli credevo, ma non circa l’essenziale: lui sapeva.<br />
Pietro, il Secolo, il Primato.  Giovanni, il prediletto, lo Spirito, sempre velato, sempre in esilio. La differenza, la differenza che elevava in grado, in chiarezza, in qualità d’Anima chi la comprendeva, così  più avvicinandolo al Cristo di verità.<br />
Intuivo.<br />
Leonardo mi aveva parlato delle dissezioni di cadaveri che aveva operato in Toscana.<br />
Mi aveva descritto gli organi interni del corpo dell’uomo, che si connettono in un rosso disegno come di stelle  e pianeti, vivi e palpitanti ancora in chi è morto, aveva evocato il bimbo formato e raccolto che abita una cavità nel ventre della madre.<br />
Egli aveva immaginato che una rete invisibile all’occhio, fatta di tenui fili,  di plessi luminosi, si sovrapponesse a quei rozzi organi di animale costituendo un altro corpo d’uomo, più libero, più vero, più vicino al Cielo.<br />
Il centro della fronte, Vincenzo, dove possiamo guardare il vero Dio, e Lui vedere noi. Il centro della gola, dove si riconosce la verità e si vede ciò che non è visibile. Il centro del petto, dove la vita è sostenuta, dove stanno le passioni e la forza. Il centro della radice, alla fine della colonna, dove arde il limite tra l’uomo e il mondo, sacro quanto il più alto.<br />
Così, senza una risposta, ero destinato a comprendere.<br />
Una sera, lasciando il convento, udimmo poco fuori dalle mura del chiostro una donna intonare una canzone accompagnata dalla cetra del suo musico.<br />
Un tiglio bianco si agitava nel vento, il cielo era puro e come d’alabastro, nella sua voce c’era una tale bellezza, una tale pienezza che non riuscii a trattenere le lacrime.<br />
Il canto era un canto cortese ma pareva contenere ogni cosa.<br />
Quando ebbero finito ci avvicinammo, inchinandoci verso la donna per ringraziarla di quanto aveva offerto.<br />
Lei ci guardava, le gote ancora di porpora.<br />
Leonardo alzò la mano, il gesto di Pietro, il gesto del dipinto, indicando dolcemente la gola della donna.<br />
Lo vedi, Vincenzo, dove sta la verità?<br />
Pochi mesi dopo lasciò per sempre Milano.<br />
Non lo rividi mai più nel mondo ma nelle ore più alte di ogni giorno, in me”.</p>
<p style="text-align: justify;">Padre Vincenzo Bandello<br />
Priore  Basilica di<br />
Santa Maria delle Grazie, Milano,<br />
1495 &#8211; 1497, durante la pittura<br />
dell’Ultima Cena di Leonardo da Vinci</p>
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