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	<title>Centro Studi La Runa &#187; Rivoluzione conservatrice</title>
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	<description>Archivio di storia, tradizione, letteratura, filosofia</description>
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		<title>Quella strana sintesi tra comunismo e nazione</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Jan 2012 15:14:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto Lodi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nazionalbolscevismo – Uomini, Storie, Idee di Marco Bagozzi racconta il percorso eretico percorso degli intellettuali “rivoluzionari conservatori” sulla natura “nazionale” della rivoluzione bolscevica.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/quella-strana-sintesi-tra-comunismo-e-nazione.html' addthis:title='Quella strana sintesi tra comunismo e nazione '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/rivoluzione-conservatrice.PNG" width="48" height="48" alt="" title="Rivoluzione conservatrice" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storiacontemporanea48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Storia contemporanea" /><br/><div id="attachment_9169" class="wp-caption alignright" style="width: 226px"><img class="size-medium wp-image-9169" title="Ernst Niekisch (25 maggio 1889 - 23 maggio 1967)." src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/niekisch-216x300.jpg" alt="Ernst Niekisch (25 maggio 1889 - 23 maggio 1967)." width="216" height="300" /><p class="wp-caption-text">Ernst Niekisch (25 maggio 1889 - 23 maggio 1967).</p></div>
<p style="text-align: justify;">Ci sono zone d’ombra, nella storia, che non vengono usualmente raccontate; forse per via della difficoltà di etichettarle, di inserirle in schemi preconcetti che facilitino, per i fruitori di tale codice (le masse), la comprensione della realtà come mito: la realtà della lotta metafisica del ventesimo secolo, la lotta del Bene (antifascismo nelle sue varie forme, anche se i comunisti, e specialmente gli stalinisti, erano parzialmente deprecabili) contro il Male (sulfureo nazismo con zoccoli, coda e forcone in mano).</p>
<p style="text-align: justify;">Coloro che, per un motivo o per l’altro, sono usciti dalla seconda guerra mondiale facendo parte dello schieramento dei vincitori, più di ogni altra cosa hanno demonizzato la “questione nazionale”: insomma, va bene intonare l’inno per darsi una spolverata di patriottismo, ma senza esagerare. La libera circolazione di merci e persone, che poi sempre di merci si tratta, non può essere ostacolata.</p>
<p style="text-align: justify;">Tra i vincitori, specialmente le sinistre avversano oggi più che mai le idee di patria e nazione in ogni loro forma. E non è una novità, a dire il vero. Eppure c’è stato un tempo, nel ribollente calderone ideologico e rivoluzionario della Repubblica di Weimar, in cui qualcuno tentò l’ardita impresa di coniugare seriamente comunismo e nazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Un libro di recente uscita – <em>Nazionalbolscevismo – Uomini, Storie, Idee</em> di Marco Bagozzi, Noctua Edizioni – racconta questo eretico percorso sconosciuto ai più. Dalle ipotesi degli intellettuali “rivoluzionari conservatori” sulla natura “nazionale” della rivoluzione bolscevica, agli autori di punta dell’anzidetta corrente ideologica: specialmente Ernst Niekisch ed i fratelli Ernst e Friedrich Georg <a title="Jünger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger/">Jünger</a>, che collaborarono assiduamente alla rivista “Wiederstand” (Resistenza) dello stesso Niekisch. Quest’ultimo nacque politicamente come socialista; fu affascinato dalla rivoluzione russa, lesse Marx e ben presto si iscrisse all’SPD (Partito Socialdemocratico Tedesco).</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/la-profezia-del-terzo-regno-dalla-rivoluzione-conservatrice-al-nazionalsocialismo/9960" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-8633" style="margin: 10px;" title="la-profezia-del-terzo-regno" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/la-profezia-del-terzo-regno.jpg" alt="" width="200" height="281" /></a>Scrive Bagozzi che “Niekisch ammirava dell’Unione Sovietica tutto ciò che gli intellettuali marxisti aborrivano: la volontà di produrre e difendere la Patria, la fortificazione eroica dello Stato, l’atteggiamento guerriero e aristocratico delle classi dirigenti”. Tema fondamentale nella sua produzione intellettuale è anche la polemica anti-occidentale ed anti-latina (in realtà singolarmente simile a quella “latina” controriformistica ed avversa all’Europa liberale e “moderna” di Curzio Malaparte), in nome della quale auspicherà sempre un’alleanza con l’“asiatica” e “barbara” Unione Sovietica; grazie ad essa la Germania avrebbe dovuto ritrovare le proprie radici, nel segno di un “bolscevismo prussiano”, e realizzare un blocco geopolitico radicalmente contrapposto al mondo occidentale, capitalista, liberale e borghese-individualista.</p>
<p style="text-align: justify;">Per aver scritto il <em>pamphlet</em> anti-hitleriano <em>Hitler, una fatalità tedesca</em> e per la sua attività politica nel 1939 fu condannato all’ergastolo, e liberato solo alla fine della guerra; in seguitò aderì alla DDR, distaccandosene successivamente.</p>
<p style="text-align: justify;">Interessanti sono anche gli stralci dei fratelli <a title="Jünger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger/">Jünger</a> riportati dalla rivista di Niekisch.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/loperaio/301" target="_blank"><img class="alignright size-medium wp-image-6652" style="margin: 10px;" title="operaio" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/operaio-185x300.jpg" alt="" width="185" height="300" /></a>Friedrich Georg teorizzò, sulle pagine di “Wiederstand”, uno Stato che doveva essere “la quintessenza del potere massimo, assoluto e trasformato in un organismo, la cui crescita e il cui rafforzamento giustificano qualunque criterio, anche il più violento, il più crudele”. Sosteneva inoltre la necessità di “distruggere ogni forma politica di capitalismo” ed edificare il “socialismo tedesco”, “spezzando il potere del denaro”.</p>
<p style="text-align: justify;">Il più celebre fratello Ernst, dal canto suo, così descriveva il futuro Stato: “Nazionale. Sociale. Militare. E sarà articolato in forma autoritaria”. Egli vide i “nuovi nazionalisti” come rivoluzionari “sani, veri e spietati nemici dei borghesi”. Da ricordare, in questo contesto, è inoltre la sua famosa frase: “Dinanzi alla figura dell’operaio non c’è posto per il borghese”, dall’importante testo del 1932 intitolato proprio <a title="L'operaio" href="http://www.libriefilm.com/loperaio/301" target="_blank"><em>L’operaio</em></a>, il quale fa il paio con il breve scritto <em>La mobilitazione totale</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">In <em>Nazionalbolscevismo – Uomini, Storie, Idee</em> sono tracciate inoltre le storie di altri intellettuali minori della corrente in questione: Paetel, Winning, Lass, Boysen; e raccontate le esperienze “nazionalbolsceviche” delle fazioni comunista e nazista tedesche, quali i nazional-comunisti amburghesi Wolffheim e Laufenberg, i fratelli Strasser e le SA. Un libro consigliato a chi vuole esplorare le possibilità recondite della storia, e le sue “zona d’ombra”.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/quella-strana-sintesi-tra-comunismo-e-nazione.html' addthis:title='Quella strana sintesi tra comunismo e nazione ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Idee per l&#8217;Europa: la Rivoluzione Conservatrice</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Jun 2011 13:27:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Leonello Rimbotti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Da quel laboratorio di idee che fu la Rivoluzione Conservatrice si ricava oggi la lezione, come afferma Nolte, che fenomeni di peso mondiale come il Nazionalsocialismo devono essere osservati con una visione più ampia, così da meglio comprendere gli intrecci di pensiero e la complessità delle sintesi che vennero tentate.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/idee-per-leuropa-la-rivoluzione-conservatrice.html' addthis:title='Idee per l&#8217;Europa: la Rivoluzione Conservatrice '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/rivoluzione-conservatrice.PNG" width="48" height="48" alt="" title="Rivoluzione conservatrice" /><br/><p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/la-rivoluzione-conservatrice-nella-germania-della-repubblica-di-weimar/6584" target="_blank"><img class="alignright size-medium wp-image-7735" style="margin: 10px;" title="rivoluzione-conservatrice-nella-germania" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/rivoluzione-conservatrice-nella-germania-195x300.jpg" alt="" width="195" height="300" /></a>La perlustrazione di quella galassia culturale e ideologica che è stata la <a title="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/rivoluzioneconservatrice/" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/rivoluzioneconservatrice/">Rivoluzione Conservatrice</a> è diventata negli ultimi anni un punto importante della riflessione sull’Europa del XX secolo. Ernst Nolte, in un suo piccolo libro, intitolato <a title="La rivoluzione conservatrice nella Repubblica di Weimar" href="http://www.libriefilm.com/la-rivoluzione-conservatrice-nella-germania-della-repubblica-di-weimar/6584" target="_blank"><em>La rivoluzione conservatrice nella Germania della Repubblica di Weimar</em></a>, pubblicato da Rubbettino e curato da Luigi Iannone, svolge una rapida, ma esauriente indagine su alcuni dei protagonisti di quella stagione di pensiero. Che ebbe come comune fondamento una critica radicale alla società liberaldemocratica egemone in Occidente, esprimendo da una parte la volontà di restaurare la Germania – dopo il crollo del 1918 – nei suoi diritti mondiali e, dall’altra, una visione della storia anti-progressista. In questo senso, si può dire con Nolte che la <a title="Rivoluzione conservatrice" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/rivoluzioneconservatrice/">Rivoluzione Conservatrice</a> sia stata uno dei movimenti più rilevanti contro la modernità, ma che, al tempo stesso, gli sia mancata una vera ispirazione politica. Rimase una spinta intellettuale, certo importante, ma incapace di intercettare le motivazioni politiche che agitavano le masse. E senza masse, si sa, qualunque rivoluzione è difficilmente realizzabile.</p>
<p style="text-align: justify;">Nolte sceglie di presentarci alcuni tra i maggiori rappresentanti di quel colto e innovativo movimento, inquadrandoli in brevi “medaglioni”, sintetici quanto esaustivi. Ma prima, lo storico tedesco fa una panoramica storica, cercando di inquadrare il retroterra da cui scaturirono le varie posizioni. E rileva che l’elemento più importante che accomuna quegli intellettuali, quasi tutti già attivi prima del 1914 e imbevuti di nazionalismo, fu senz’altro il trauma vissuto in occasione della Rivoluzione bolscevica.</p>
<p style="text-align: justify;">Da una parte, essa scatenò il terrore in quanti – come Klages o Spengler – vedevano minacciata da vicino l’identità europea e rimasero fortemente impressionati dalla volontà di annientamento dell’Occidente proclamata da Lenin. Da un’altra parte, questo evento drammatico attirò l’attenzione e una certa simpatia da parte di alcuni, come Niekisch e per un periodo <a title="Juenger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger/" target="_blank">Jünger</a>, che vedevano balenare a Oriente nuove possibilità politiche. Essi avvertirono la Russia sovietica come una macchina distruttiva che, finalmente, avrebbe contribuito a eliminare dalla scena il liberalismo e il mondo borghese, visti quasi sempre come il fulcro della decadenza della civiltà e l’avvento del dominio del mercantilismo economicista. E formulavano scenari in cui una Germania socialista e nazionalista avrebbe potuto affiancare l’URSS in un finale regolamento di conti contro l’Occidente capitalista.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/considerazioni-di-un-impolitico/298" target="_blank"><img class="alignleft size-medium wp-image-7736" style="margin: 10px;" title="considerazioni-di-un-impolitico" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/considerazioni-di-un-impolitico-188x300.jpg" alt="" width="188" height="300" /></a>In uno sguardo più generale, Nolte non manca di fare un cenno al fatto che gli ideali della <a title="rivoluzione conservatrice" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/rivoluzioneconservatrice/">Rivoluzione Conservatrice</a> tedesca erano comuni a larga parte dell’Europa. E cita Enrico Corradini, che già all’inizio del Novecento aveva parlato per suo conto di “socialismo nazionale” ed aveva rovesciato l’idea marxista di lotta di classe, lanciandosi nella teorizzazione di una “lotta di classe” tra nazioni: le povere e proletarie – tra cui <em>in primis </em>l’Italia – contro le ricche che dominavano il mondo. Ma anche in Francia si muoveva qualcosa di singolare. Ad esempio, una certa alleanza tra Sorel, teorico della violenza rivoluzionaria fondata sul mito popolare, ma ostile al socialismo marxista, e Maurras, il leader dell’Action Française, movimento monarchico e reazionario. Intrecci strani, opposti che si toccavano, contaminazioni nuove. Era questo il terreno ideologico trasversale su cui si muovevano i rivoluzionari conservatori. Tra i quali figurava anche il <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/thomas-mann" target="_blank">Thomas Mann</a></span> prima-maniera, che nelle sue <a title="Considerazioni di un impolitico" href="http://www.libriefilm.com/considerazioni-di-un-impolitico/298" target="_blank"><em>Considerazioni di un impolitico</em></a>, scritte durante la guerra, riprese tra l’altro la dicotomia spengleriana fra <em>Kultur </em>germanica, tradizionale e creativa, e <em>Zivilisation </em>occidentale, decadente, priva d’anima, fondata su diritti astratti. Mann del resto, lo sappiamo, già col suo capolavoro sulla saga dei Buddenbrook, aveva manifestato una concezione pessimistica circa le sorti del mondo borghese-capitalista, afflitto da un’interiore malattia di disgregazione. Si trovò pertanto a condividere con naturalezza la prognosi infausta che formulò Spengler, col suo monumentale <a title="Tramonto dell'Occidente" href="http://www.libriefilm.com/il-tramonto-delloccidente-2/3546" target="_blank"><em>Tramonto dell’Occidente</em></a>.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/il-tramonto-delloccidente-2/3546" target="_blank"><img class="alignright size-medium wp-image-6484" style="margin: 10px;" title="il-tramonto-dell-occidente" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/il-tramonto-dell-occidente1-192x300.jpg" alt="" width="192" height="300" /></a>Proprio Spengler radicalizzò l’ostilità a tutte le forme del progressismo. Paragonata alla primavera di energie vitali da cui sbocciarono nella storia le maggiori civiltà, la civilizzazione occidentale, cosmopolita e marcia dentro, non era se non un lungo inverno di idolatria per tutto quanto è corrosivo e superficiale: dal mito del progresso tecnico alla febbre per il profitto, fino all’edonismo senza freni. Nolte scrive che «Spengler giunge a una sorta di condanna a morte per questo tipo di civilizzazione, facendola apparire come l’opposto della vita». Era un mondo fradicio di cui lo storico verificò, specialmente in <em>Prussianesimo e socialismo</em>, l’attuazione delle due più terribili minacce portate alla civiltà europea, entrambe di matrice marxista: la lotta di classe proletaria e la «rivoluzione mondiale di colore», che con rara anteveggenza Spengler pronosticò lucidamente.</p>
<p style="text-align: justify;">Spengler è in generale piuttosto noto anche a livello divulgativo. Non è così per Ludwig Klages – di cui in Italia solo negli ultimi anni si è pubblicata qualche traduzione dei suoi libri – che rappresenta un vero <em>unicum </em>nell’universo rivoluzionario conservatore. Fu una sorta di mistico della natura, che credeva ai magnetismi cosmici, ma con venature razzialiste e sovrumaniste. Per lui l’uomo sarebbe potuto tornare alla purezza originaria soltanto immergendosi nel «grandioso accadere universale», dal quale, come scrive Nolte, «hanno origine quelle opere della <em>Kultur </em>che si fondono, come in sogno, con il “vortice di suoni” del pianeta». Insomma, un metafisico. Ma non troppo. Anche lui, come molti altri, giudicò il giudeo-cristianesimo colpevole di aver provocato la frattura tra uomo e natura, già presente nella <em>Bibbia</em>, che insegnò all’uomo a contrapporsi al creato con intenti di dominio, compiendo così un «sanguinoso sacrilegio alla vita». E il capitalismo, che giudicava un frutto anch’esso del cristianesimo, era da Klages messo al centro di un violento atto d’accusa. Questo inusuale studioso di psicologia, grafologo e filosofo, fu un naturista e un ecologo con molti decenni di anticipo sugli odierni movimenti “verdi”. Scrisse, già dagli anni Venti, parole di soprendente capacità profetica. Denunziò che il capitalismo stava compiendo degli scempi a danno dell’integrità della terra – parlò degli «scarichi velenosi delle fabbriche che avvelenano le acque della terra» &#8211; e vaticinò che, se nulla gli si opponeva, il progressismo avrebbe ridotto il mondo «a un’unica Chicago». Straordinaria visione del “villaggio globale”. E c’è da chiedersi cosa mai avrebbe detto circa il recente procedere dell’urbanizzazione selvaggia e gli attuali massicci dissesti dell’ambiente&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/scritti-politici-e-di-guerra-1919-1933-vol-3-1929-1933/8815" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-7737" style="margin: 10px;" title="scritti-politici-e-di-guerra-3" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/scritti-politici-e-di-guerra-3.jpg" alt="" width="200" height="299" /></a>Dopo Klages, è la volta di <a title="Junger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger/" target="_blank">Jünger</a>. In poche pagine, la collaudata capacità di sintesi di Nolte ne viene confermata. Interessanti sono gli accenni – che dovrebbero far riflettere i molti teorizzatori di un <a title="Juenger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger/" target="_blank">Jünger</a> mite letterato antinazista – alle parole che l’autore dell’<em>Arbeiter </em>scriveva, quando ricopriva il ruolo di aggressivo pubblicista dalle colonne dei giornali nazionalisti. Più volte, in questa sua militanza, si trovò a collaborare strettamente con i nazisti, di cui condivideva larga parte dell’ideologia. Ad esempio, è da Nolte ricordata quella sobria paginetta scritta da <a title="Juenger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger/" target="_blank">Jünger</a> nel 1923 sul “Völkischer Beobachter”, quotidiano hitleriano, in cui il futuro “resistente” diceva alcune cose innocue e dal tipico marchio “democratico”: «L’idea della vera rivoluzione è quella nazionalistica&#8230; il suo vessillo è la croce uncinata, la sua forma d’espressione la concentrazione della volontà in un unico punto, la dittatura». Questa rivoluzione doveva sostituire «l’azione alla parola, il sangue all’inchiostro, il sacrificio alle retorica, la spada alla penna». Nolte rimarca i contatti tra <a title="Juenger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger/" target="_blank">Jünger</a> e gli “eretici” nazionalbolscevici, secondo la sua teoria della “vicinanza al nemico”, e ribadisce che quella di <a title="Juenger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger/" target="_blank">Jünger</a> era un’ideologia della guerra, per altro non mancando di sottolinearne un certo più o meno velato antisemitismo.</p>
<p style="text-align: justify;">Nolte completa il suo quadro con altri stimolanti ritratti di protagonisti della <a title="rivoluzione conservatrice" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/rivoluzioneconservatrice/">Rivoluzione Conservatrice</a>, tra cui anche Schmitt o i meno noti Moeller van den Bruck, August Winnig, Ernst Niekisch e i fratelli Strasser, e vi comprende anche tre intellettuali che furono, per così dire, tra i “padri spirituali” di quel movimento, come Ludwig Woltmann, Max Scheler e Eduard Stadtler. Figure che attraversarono i primi decenni del Novecento provenendo dalle più svariate culture – cattolicesimo, socialdemocrazia, radicalismo nazionalista – e dalle più svariate classi sociali, dal benestante al semplice artigiano. Tutti si misurarono con le prorompenti energie ideologiche dell’epoca, e in qualche modo operarono delle coniugazioni. Alcuni misero l’accento più sul nazionalismo, altri sul socialismo, ma non ve n’è uno che non fosse concorde che il “nemico principale” &#8211; per dirla con <a title="Alain de Benoist" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/alain-de-benoist/" target="_blank">de Benoist</a> – fosse l’Occidente con la sua devastante applicazione del capitalismo di rapina e con il suo degradante cosmopolitismo. E nessuno di essi trascurò il valore innovatore e socialmente decisivo del nazionalismo. Persino Winnig, socialdemocratico, e persino Niekisch, filo-bolscevico, che nel 1919 fece parte dei consigli operai, misero l’accento sull’importanza di tutelare gli aspetti identitari della nazione.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/la-realta-delle-immagini-simboli-elementari-nelle-civilta-pre-elleniche/441" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-7738" style="margin: 10px;" title="la-realta-delle-immagini" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/la-realta-delle-immagin.jpg" alt="" width="200" height="295" /></a>Alcuni di essi, a un certo punto della lotta, assunsero atteggiamenti di un tale radicalismo che lo stesso Hitler venne considerato l’elemento moderato e bilanciatore all’interno del complesso movimento nazionalista. Con ciò, la <a title="rivoluzione conservatrice" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/rivoluzioneconservatrice/">Rivoluzione Conservatrice</a> portò alla maturazione delle idee e all’evoluzione politica un contributo non marginale. Che fu sempre antiliberale e insieme anticomunista. Lo stesso Niekisch, che dopo il 1945 sarà chiamato a far parte della <em>Volkskammer </em>della DDR, prima di patire la prigione sotto il Terzo Reich fino al 1936 aveva potuto liberamente pubblicare la sua rivista filobolscevica “Wiederstand”. C’entrava il fatto che egli, se vide con simpatia certi lati del bolscevismo, non fu mai comunista, e della Russia sovietica dava un’interpretazione tutta sua. Secondo Niekisch, infatti, come scrive Nolte, «l’ideale comunista sarebbe stato il mantello di cui si sarebbe ricoperto l’impulso vitale nazionale russo nel suo estremo bisogno di affermarsi».</p>
<p style="text-align: justify;">Molti rivoluzionari conservatori confluirono nel partito nazionalsocialista, ma molti altri no. Ci furono fenomeni di fiancheggiamento, ma anche, come nei casi di Winnig o di Niekisch, di finale ostilità. Da tutto questo ribollire di posizioni, da quel laboratorio di idee che fu la <a title="Rivoluzione conservatrice" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/rivoluzioneconservatrice/">Rivoluzione Conservatrice</a> si ricava oggi la lezione, come afferma Nolte, che fenomeni di peso mondiale come il Nazionalsocialismo, ed ivi compresi i movimenti che rimasero a lungo nella sua orbita ideologica, devono essere osservati con «una visione più ampia», così da meglio comprendere gli intrecci di pensiero e la complessità delle sintesi che vennero tentate.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>Linea </em>del 13 dicembre 2009.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/idee-per-leuropa-la-rivoluzione-conservatrice.html' addthis:title='Idee per l&#8217;Europa: la Rivoluzione Conservatrice ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>La metafisica de L’operaio di Ernst Jünger</title>
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		<pubDate>Tue, 11 Jan 2011 10:17:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Caddeo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nel sistema jüngeriano l'elementare riveste quasi la funzione che in una macchina ha il carburante. E' infatti l'energia del sistema, è una forza tellurica e immortale che agisce in sintonia con la Forma facendola muovere nello spazio, cioè consentendole di essere nel tempo. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/la-metafisica-de-l%e2%80%99operaio-di-ernst-junger.html' addthis:title='La metafisica de L’operaio di Ernst Jünger '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/ernstjunger48x48.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Ernst Jünger" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/rivoluzione-conservatrice.PNG" width="48" height="48" alt="" title="Rivoluzione conservatrice" /><br/><p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-full wp-image-6534" style="margin: 10px;" title="Jünger-anni30" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/Jünger-anni30.jpg" alt="" width="250" height="278" />Il progresso tecnico che ancora alla fine dell&#8217;800 sembrava condurre l&#8217;uomo ad un mondo più giusto e libero dal dolore, pareva mostrare, all&#8217;alba del secolo ventesimo, il suo terribile volto di Giano. Gli sfaceli della guerra e la povertà da essa cagionata producevano quelle ingiustizie che, nell&#8217;ottica marxista, e ben presto nazionalista e “fascista”, erano il prodromo, per certi versi contraddittorio, all&#8217;avvento della “rivoluzione”, fosse questa intesa come un ribaltamento dei rapporti di proprietà o come uno scardinamento del mondo liberale e borghese in previsione della costruzione di una comunità organica. Si iniziò a leggere la tecnica come il segno, se non la causa, della decadenza morale dell&#8217;uomo che preludeva al crepuscolo del mondo occidentale o almeno alla sua inevitabile “Krisis”. E&#8217; assai in generale questa la cornice storica e sociale all&#8217;interno della quale l&#8217;allora celebre scrittore di guerra e giornalista politico <a title="Ernst Jünger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Ernst Jünger</a> pubblica, nel 1932, il saggio filosofico e metapolitico <em>Der Arbeiter, Herrschaft und Gestalt </em>(1).</p>
<p style="text-align: justify;">Nelle pagine che seguono cercherò, da un lato, di evidenziare la portata propriamente metafisica del saggio esaminando la metafisica delle forme che ne costituisce l&#8217;impianto; dall&#8217;altra, avrò modo di rilevare come <a title="Ernst Junger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Ernst Jünger </a>ne <a title="L'Operaio" href="http://www.libriefilm.com/loperaio/301"><em>L&#8217;operaio</em></a> non abbia l&#8217;intenzione di criticare la classe borghese per rinsaldarne, attraverso un artificio ideale, il potere; al contrario, secondo i miei studi, egli mette sotto accusa il borghese e il suo potere volendo, almeno teoricamente, contribuire alla costruzione di un modello metapolitico che, già a partire dai presupposti, si distingua nettamente sia dal liberalcapitalismo che dal collettivismo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>1. Forma e Tipo</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sfogliando <em><a title="L'Operaio" href="http://www.libriefilm.com/loperaio/301">L&#8217;operaio</a></em> si ha la sensazione che temi di varia natura siano talmente e finemente interconnessi che appaia assai arduo procedere ad una de-composizione funzionale alla comprensione dei presupposti. Ad una lettura più attenta si “vede” invece perfettamente ciò che, nell&#8217;intento dell&#8217;acuto “sismografo”, si cela sotto la multiforme matassa. E&#8217; utile a questo punto procedere alla illustrazione di quelli che mi sono sembrati i fondamenti metafisici del saggio del &#8217;32.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/loperaio/301" target="_blank"><img class="alignleft size-medium wp-image-6254" style="margin: 10px;" title="loperaio" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/loperaio-185x300.jpg" alt="" width="185" height="300" /></a>Secondo <a title="Juengr" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a> esisterebbe un “solco” ineffabile definito di sovente eterno e immobile, di cui ogni forma (<em>Gestalt</em>) sarebbe il modo temporale. La Forma è una irradiazione (<em>Strahlung</em>) dell&#8217;Indistinto eterno ed immoto, è il modo tramite cui l&#8217;essenza numinosa della forma si fa tempo (2); la forma è un tutto che non si riduce alla somma delle sue parti (3). Ciò fa pensare che l&#8217;essenza della <em>Gestalt </em>non nasca e non muoia con gli elementi che ne garantiscono l&#8217;epifania, anche se il rapporto tra la forma e il suo evento è pressoché necessario (4). L&#8217;uomo non ha la possibilità di rappresentare la forma nella sua essenza, non la può cioè porre davanti a sé come un oggetto materiale o spirituale per poi misurarla razionalmente (5). Essa, in sé, è come l&#8217;Uno di Plotino (6). Ma l&#8217;uomo può “avvicinarsi” (7) alla forma vivendola, cioè incarnandola. Vivere la forma significa dis-porsi alla sovraindividualità che è la modalità grazie a cui la forma si appresta a dominare globalmente. L&#8217;uomo travalica la propria individualità facendo spazio al dipanarsi della forma, tras-formandosi in Tipo. La Forma si manifesta infatti nel tipo. Essa è il sigillo, dice <a title="Juenger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a>, rispetto al tipo che è l’impronta (8).</p>
<p style="text-align: justify;">Se la forma nelle sue vestigia mortali è una declinazione dell&#8217;eternità, il tipo deve, a mio avviso, essere considerato come la guisa temporale della forma. Esso infatti, in un certo senso, attualizza il Destino della Forma. Tale Destino, come suggerito dal titolo de <a title="L'Operaio" href="http://www.libriefilm.com/loperaio/301"><em>L&#8217;operaio</em></a>, è il Dominio della Forma. Un Dominio che, lo si diceva, non è parziale, che cioè non si espande in un solo piano della realtà, ma a livello del pensare, del sentire e del volere oltre che nello spazio tramite la tecnica e la distruzione che essa comporta. Nello scritto del 1963 <em>Typus, Name, Gestalt </em>si legge che “Tipo” è più di “individuo” nella stessa misura in cui è meno di “forma” (9).</p>
<p style="text-align: justify;">La forma è più vicina all&#8217;Indistinto; il tipo, irradiazione della Forma, valicata l&#8217;individualità, spalanca le porte all&#8217;impersonalità. Questo discorso appare fin qui assai astratto. Per comprendere come effettivamente l&#8217;uomo, facendosi Tipo, possa rispecchiare totalmente la forma, è necessario riflettere sul linguaggio della manifestazione della forma. L&#8217;uomo infatti si fa tipo (forma nel tempo) praticando, in certo qual modo essendo, il linguaggio della forma. Divenendo tipo, e cioè qualcosa che supera gli esclusivi interessi della propria isolata individualità, si pro-pone al servizio dell&#8217;espansione totale della forma. Ora, a parere di <a title="Juenger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a>, il linguaggio che la forma, tramite l&#8217;uomo, parla nell&#8217;epoca della “riproducibilità tecnica” (10) è naturalmente proprio quello della tecnica. Nel periodo de <a title="L'Operaio" href="http://www.libriefilm.com/loperaio/301"><em>L&#8217;operaio</em></a> la tecnica è un ingranaggio di questo sistema metafisico. Solamente tramite la tecnica infatti la forma può dominare in tutto il mondo. La tecnica è, in altri termini, il modo più efficace tramite cui la Forma può dominare totalmente.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>2. L’elementare</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/scritti-politici-e-di-guerra-1919-1933-vol-1-1919-1925/2856" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-6535" style="margin: 10px;" title="scritti-politici" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/scritti-politici.jpg" alt="" width="200" height="300" /></a>Prima di procedere all&#8217;analisi del nesso che fonde inestricabilmente, nel pensiero di <a title="Juenger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a>, la tecnica alla forma, è bene riflettere su un altro tema che è parimenti inserito nell&#8217;impianto metafisico di cui si discute. Mi riferisco alla nozione di “elementare” che, almeno in parte, costituisce uno degli argomenti più “attuali” del pensiero di Jünger (11). Ne <a title="L'operaio" href="http://www.libriefilm.com/loperaio/301"><em>L&#8217;operaio</em></a> l&#8217;elementare è, da un certo punto di vista, una forza imperitura, sempre uguale a se stessa, ma imprevedibile, poco misurabile, refrattaria al calcolo della ragione strumentale, malamente oggettivizzabile; è dunque un&#8217;energia primordiale che non si riduce né all&#8217;uomo né alle sue leggi, morali o scientifiche che siano. L&#8217;elementare agisce sia come irrefrenabile forza naturale (inumana potenza dei quattro elementi naturali), sia nell&#8217;uomo come moto profondo dell&#8217;anima impossibile da ponderare, razionalizzare, cattivizzare. Secondo Jünger l&#8217;energia del cosmo è sempre uguale a se stessa. Risulta allora perfettamente inutile, anzi assai pericoloso, relegare nell&#8217;irrazionale le energie elementari che, in un modo o nell&#8217;altro, necessariamente troveranno una valvola di sfogo. Più vengono contratte, più aumenta la loro carica esplosiva, dirompente, agli occhi dell&#8217;uomo, terribile. Il borghese porterebbe avanti proprio questo tentativo: piegherebbe l&#8217;elementare all&#8217;assurdo o, al massimo, all&#8217;eccezione che conferma la regola della razionalizzabilità del tutto. A parere del borghese tutto ciò che non può essere ricondotto alla ragione strumentale e alla morale utilitaria deve essere per forza assurdo, dunque irrazionale; l&#8217;elementare è così, nell&#8217;ottica dell&#8217;uomo moderno, destinato ad essere s-piegato, calcolato. Il motivo di questa operazione matematica (12) è per Jünger essenzialmente uno: la paura. L&#8217;uomo moderno ha infatti come fine la sicurezza che, insieme alla comodità e all&#8217;aponia, vede come il presupposto della sua felicità. L&#8217;elementare introduce l&#8217;uomo nello spazio del pericolo e dunque lo apre all&#8217;esperienza inspiegabile, ma endemica all&#8217;umano, del Dolore (13). Crea così le premesse per lo sconvolgimento dell&#8217;ordine morale e sociale mettendo a repentaglio la sicurezza che, come si è detto, sarebbe il valore più caro all&#8217;uomo borghese. La contraddizione, la sofferenza, la violenza, ma anche la temerarietà, l&#8217;entusiamo eroico, fanno parte del sottobosco a cui l&#8217;elementare, secondo Jünger, dischiude l&#8217;animo umano. Il borghese crede che grazie al progresso, anche tecnico, la società umana possa un giorno pervenire alla costruzione di un paradiso terrestre in cui l&#8217;uomo universale, dotato di diritti inalienabili, possa essere rispettato in quanto tale; un paradiso terrestre da dove possa essere bandito il pericolo, il dolore. Jünger contesta l&#8217;equazione razionalità-borghese=razionalità. Quella borghese è infatti, ai suoi occhi, una forma di razionalità che strumentalizza ogni fenomeno alla sicurezza e alla comodità dell&#8217;uomo. Una forma di ragione che, dopo averlo oggettivizzato, fa di ogni ente un mezzo per raggiungere una forma di felicità terrena che risulterebbe riduttiva, poco appropriata alla grandezza destinale che l&#8217;uomo in passato sarebbe stato in grado di incarnare. Nel sistema jüngeriano l&#8217;elementare riveste quasi la funzione che in una macchina ha il carburante. E&#8217; infatti l&#8217;energia del sistema, è una forza tellurica e immortale che agisce in sintonia con la Forma facendola muovere nello spazio, cioè consentendole di essere nel tempo. Ritornando allo schema generale: così come il tipo permette alla forma di esistere nello spazio, l&#8217;elementare permette alla forma di muoversi in esso e dunque, in virtù del legame che tradizionalmente stringe lo spazio col tempo, di essere tempo, cioè fenomeno, evento, Destino. L&#8217;Operaio sarebbe capace di scorgere l&#8217;elementare nella sua “realtà” senza giudicarlo e “castrarlo”. Non lo relega all&#8217;assurdo, ma cerca di amplificarne le potenzialità in vista del Dominio della Forma. Il modo più appropriato che questo eone della Forma ha per liberare la potenza di cui la Forma abbisogna è la tecnica. La tecnica, come è stato accennato e come verrà ribadito, non solo è il tramite che trasforma l&#8217;uomo in tipo, ma permette all&#8217;elementare di manifestarsi in tutto il suo vigore. La tecnica è dunque rigorosamente innestata nella metafisica elaborata da <a title="Juenger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a>, essa appare, ne <a title="L'Operaio" href="http://www.libriefilm.com/loperaio/301"><em>L&#8217;Operaio</em></a>, come un suo meccanismo imprescindibile (14).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>3. La tecnica</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">La tecnica è “la maniera in cui la forma dell&#8217;operaio mobilita il mondo” (15). L&#8217;Operaio è così quella Forma che mobilita il mondo tramite la tecnica. <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Heidegger</a></span> commenta che allora la tecnica coincide con la mobilitazione -totale- del mondo attuata dalla forma dell&#8217;Operaio (16). <a title="Alain de Benoist" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/alain-de-benoist/">Alain de Benoist</a>, rifacendosi al saggio del 1930 intitolato <em>Die Totale Mobilmachung</em>, fa presente come ”mobilitare”, nel gergo di Jünger, non significhi solo mettere in movimento, ma vorrebbe indicare anche “essere pronto, rendere pronto”, <a title="Alain de Benoist" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/alain-de-benoist/">Alain De Benoist</a> aggiunge, “alla guerra” (17). Mobilitare può significare essenzialmente rendere qualcosa disponibile per qualcos&#8217;altro: la mobilitazione del mondo appresta il mondo alla conquista totale della Forma del Lavoro. La mobiltazione va da un lato di pari passo con la distruzione e si realizza nello spazio con la tecnica bellica (18); da un altro lato, già nella sua opera di demolizione, prepara il terreno per la parusia di una nuova Figura e innesca il meccanismo necessario affinché il nuovo Dominio della Forma si realizzi. Come si diceva, il tipo umano è altro dall&#8217;individuo. Ora, l&#8217;uomo si fa tipo tramite la tecnica, la quale incide sull&#8217;essenza dell&#8217;uomo grazie alla messa in moto di radicali processi spersonalizzanti che aprono l&#8217;individuo alla uni-formità e dunque alla sovra-individualità (19).</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-6536" style="margin: 10px;" title="juenger-scacchi" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/juenger-scacchi-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" />Perché lo strumento tecnico possa essere ad-operato dall&#8217;uomo, è necessario che questi faccia propria precisamente la razionalità strumentale. Se infatti l&#8217;uomo adotta la tecnica come strumento, non ha bisogno di mettere in gioco tutte quelle qualità che lo distinguono dagli altri uomini. Secondo una tradizione di pensiero che si impone già prima di <a title="Ernst Juenger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a> (Sorel, Spengler, Ortega, <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/rene-guenon/">Guénon</a></span>) e che, dopo <a title="L'Operaio" href="http://www.libriefilm.com/loperaio/301"><em>L&#8217;operaio</em></a>, prosegue, seppur all&#8217;interno di concezioni filosofiche assai differenti, tramite <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Heidegger</a></span>, Adorno, Arendt e molti altri, il mezzo tecnico (e la conoscenza come dominio) richiede esclusivamente la capacità meccanica e la razionalità sufficiente a farlo funzionare. Il funzionamento dello strumento sembra il fine del processo tecnico. L&#8217;uomo stesso appare come un ingranaggio finalizzato al funzionamento del mezzo che, alla stregua di un circolo vizioso, ha come fine la mera funzionalità. Capiamo così come, all&#8217;improvviso, l&#8217;uomo col suo retaggio di esperienze personali, qualità irripetibili, particolarità, ma anche “razza” (20), differenza etnica, conti poco. E&#8217; invece importante l&#8217;esercizio della ragione che, prendendo in prestito la terminologia di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Heidegger</a></span>, definiamo “rappresentativa”. Il Tipo ergendosi a fondamento, a misura del mondo, pone il mondo medesimo davanti a sé come un oggetto. Il mondo è in quanto può essere misurato, forzato al metro umano. Il mondo è, ha valore (è valore, “immagine”) in quanto è strumentale al dominio del Tipo. Conoscere significa dunque misurare, cioè matematicizzare, pre-vedere, mobilitare, indirizzare al dominio (21). Il metro di valutazione del mondo è l&#8217;oggettivazione dello stesso ai fini della sua utilizzazione e la conoscenza in quanto tale, laddove si fa tecnica, è dominio. Questo processo è talmente radicale che, a un certo momento, pare che la tecnica come strumento, da mezzo si tramuti in fine e che, dunque, il fine del mobilitare sia strumentalizzare e utilizzare il mondo in vista del dominio. Il fine del mobilitare sembra il mobilitare (22). Il mezzo dell’uomo piega a sé l’uomo.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;uomo che inizialmente crede di perseguire tramite la tecnica (strumento da lui inteso in senso neutrale) la felicità (la tecnica si propaga facilmente e velocemente e ingenera l&#8217;illusione che tramite essa si possa superare il dolore), poi diventa parte del dispositivo che accende.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/pensare-la-tecnica-un-secolo-di-incomprensioni/9047" target="_blank"><img class="alignright size-medium wp-image-6537" style="margin: 10px;" title="pensare-la-tecnica" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/pensare-la-tecnica-197x300.jpg" alt="" width="197" height="300" /></a>La spersonalizzazione che la tecnica introdurrebbe prelude al totale oltrepassamento del modo che sino a quel momento, secondo <a title="Juenger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a>, si aveva di interpretare la libertà intesa come “misura il cui metro campione venga fissato dall&#8217;esistenza individuale del singolo” (23). L&#8217;uomo è parte di un processo dove perdono di importanza le qualità e la vita del singolo, dove, come si diceva, risulta fondamentale rendere il mondo funzionante per lavorarlo in vista della produzione, cioè della mobilitazione. Il lavoro, mezzo che la forma utilizza per piegare a sé il mondo, si propaga in ogni settore della vita (24). Si riduce lo spazio che divide i sessi e quello che divide il lavoro in senso proprio dall&#8217;ozio; anche lo sport diventa lavoro; ogni cosa tende ad assumere una forma tipica e incarna lo stesso severo, freddo, ascetico stile. Farsi tipo tramite la tecnica significa dunque attualizzare tutta una serie di proprietà che rendono l&#8217;uomo adeguato al dominio della forma. Il dominio della forma nel tempo attuale si appaleserebbe così tramite segni inequivocabili che sono una conseguenza diretta dell&#8217;uso della tecnica e della mentalità che tale uso esige. Si fa strada una “rigidita’ da maschera” nel volto rasato del soldato, nella sua espressione glaciale e precisa, che non tradisce una differenza psicologica né alcun umano sentimento, ma che mostra una volontà oggettiva, impersonale, automatica, meccanica. L&#8217;uniforme fa la sua comparsa in ogni ambito della vita, gli operai assomigliano così ai soldati e i soldati sono operai. La cifra acquista la sua imprescindibile importanza in ogni settore dell&#8217;organizzazione statale, si fa strada l&#8217;anonimato, la ripetizione (che sostituisce la borghese irripetibilità, eccezionalità), garantisce la sostituibilità di un operaio con un altro. La quantità prevale sulla qualità.</p>
<p style="text-align: justify;">Fin qui pare di leggere una critica alla tecnica e alla ragione che potremmo trovare in molti altri autori in quel tempo (25). Ma <a title="Junger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a> sembra essere originale proprio in quanto, dopo aver individuato le trasformazioni che la tecnica produce sull&#8217;uomo, non cede alla tentazione di condannare i mutamenti epocali di cui si è detto. Che l&#8217;uomo pensi di poter restare indenne da questi processi totali è infatti, a suo avviso, un&#8217;illusione. Egli, che si voglia o no, ne è mutato profondamente. Questa tras-figurazione distrugge negativamente l&#8217;individuo borghese; l&#8217;Operaio invece, consapevole della necessità dei processi in atto, sacrifica eroicamente i propri desideri contingenti e, nel Lavoro, considerato alla stregua di una missione rivoluzionaria, perviene alla coscienza di partecipare al Destino della Forma assurgendo a vessillo, “geroglifico” del suo totale Dominio. L&#8217;essenza della tecnica dunque, come dirà <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Heidegger</a></span>, non sarebbe nulla di tecnico ma di nichilistico (26). Essa demolisce ogni vincolo e ogni consuetudinaria misura in quanto costringe ogni ente al suo utilizzo. Le cose perderebbero così il valore armonico, tradizionale, sacrale, cultuale che avevano e diventerebbero oggetti da dominare e da utilizzare facilmente e velocemente. Il fatto che il mobilitare appaia come un mezzo finalizzato al medesimo e cieco mobilitare, è appunto una apparenza che s-vela l&#8217;alto livello a cui la tecnica approda nella sua opera di conquista totale. In verità, il mobilitare finalizzato al mobilitare è, nel pensiero che si analizza, esattamente l&#8217;”astuto” modo che la Forma attualmente adotta per raggiungere il proprio Dominio. Il protagonista del mobilitare, il suo fine, non è infatti, contrariamente alle apparenze, in ultima istanza, il mobilitare, ma la vittoria totale della nuova Forma. Per questo <a title="Juenger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a> distingue chiaramente tra fase dinamico-esplosiva (“paesaggio da officina”) e Dominio della Forma dell&#8217;Operaio. La prima è necessaria al secondo, ma il secondo conclude, nel suo compiersi, la fase “anarchica” in cui il mobilitare si esprime in modo tanto potente da ingenerare la credenza che il suo fine sia solo e soltanto la propria cieca, distruttiva e totale manifestazione (27). In questo processo totale, antikantianamente (28), l&#8217;uomo scoprirebbe la sua dignità, o, facendo nostro un gergo appropriato allo spirito del tempo in cui Jünger scrive, il suo “onore”, proprio nel trasformarsi in mezzo della manifestazione della forma. La tecnica è così esaltata precisamente perché tras-forma l&#8217;uomo da fine isolato a mezzo organico. L&#8217;Operaio risulta, nello spirito e nel corpo, glorificato, per così dire, alchemicamente risorto nella Forma.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>4. Metapolitica</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Questa analisi ci permette di planare dall&#8217;orizzonte metafisico a quello metapolitico. <a title="Junger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a> non condivide il presupposto che starebbe alla base del modello economico proposto dalla società liberal-capitalista, secondo cui la felicità e il benessere di una nazione si ottiene tramite la soddisfazione economica degli individui (atomi) che compongono la stessa società (29).</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/eumeswil/393" target="_blank"><img class="alignleft size-medium wp-image-6538" style="margin: 10px;" title="eumeswil" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/eumeswil-190x300.jpg" alt="" width="190" height="300" /></a>L&#8217;idea per la quale soddisfare i propri esclusivi interessi conduca alla felicità della nazione, è fermamente rifiutata da <a title="Junger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a>. Egli ritiene che l&#8217;interesse privato debba essere garantito nell&#8217;alveo degli interessi sovraindividuali dell&#8217;organismo comunitario. Fondare una ideologia che a partire dalla metafisica, tramite l&#8217;interpretazione altrettanto metafisica della tecnica, attacchi nei fondamenti l&#8217;individuo e la sua idea di libertà, significa chiaramente avere come bersaglio il liberalismo che sull&#8217;individuo e sulla tutela dei suoi diritti basa la propria dottrina. I rivoluzionari conservatori si sentivano “vitalisti” proprio nel senso che aderivano nichilisticamente alle contraddizioni della realtà, specialmente laddove queste conducevano alla demolizione dell&#8217;apparato politico ed ideologico delle classi dominanti (30). Essi ambivano ad una distruzione da cui potesse originarsi un nuovo gerarchico Ordine e una nuova forma di partecipazione politica. La stessa nozione di forma come qualcosa che non si riduce alla somma delle sue parti, trova riscontro in una comunità politica che non esaurisce la sua essenza nell&#8217;addizione dei singoli che la costituiscono. La comunità organica, come la forma, è altro dalle sue parti, è “un altro che si aggiunge”, un di più a cui non si arriva tramite la mera somma di vari elementi. Così l&#8217;agire, il pensare e il sentire degli individui non sarebbero in questo contesto finalizzati al possesso della felicità personale, ma al “bene”, alla potenza della comunità che trascende la somma.</p>
<p style="text-align: justify;">Al tempo de <a title="L'Operaio" href="http://www.libriefilm.com/loperaio/301"><em>L’Operaio</em></a> la distruzione bellica, grazie alla tecnologia, assunse un livello mai raggiunto fino a quel momento, le lotte sociali si fecero, a causa della misera condizione della classe operaia, ma anche in virtù della diffusione della ideologia marxista, dell&#8217;avanzata dei partiti socialisti e dei sindacati, proporzionali all&#8217;industrializzazione e alla mobilitazione dei materiali (umani e non) in vista del dominio delle nazioni più sviluppate. Nel dopoguerra, specialmente a causa dell&#8217;inflazione e della fortissima svalutazione della moneta, buona parte della classe media perse ogni sua sicurezza e si produssero licenziamenti a catena nelle fabbriche; vari movimenti di destra e di sinistra e altri che si collocavano esplicitamente al di là di questi due cartelli ideali, ottennero così il favore della popolazione stremata dalla crisi economica. Se a ciò si aggiunge la polemica nazionalista contro i firmatari della pesante e probabilmente iniqua pace di Versailles, si capisce come il clima politico e sociale fosse confacente all&#8217;avanzata di partiti “radicali” che vedevano nella classe liberale al potere la responsabile dello sfacelo economico e politico della Germania. In un orizzonte in cui il “nuovo nazionalismo”, a cui Jünger aderisce già a partire dalla fine della Prima guerra mondiale, otteneva sempre più consensi, la metafisica delle Forme avrebbe potuto dunque acquistare un significato morale-politico: il superamento del concetto di individuo, negli intenti di Jünger, avrebbe potuto condurre alla creazione di un “Uomo nuovo” che fosse pronto a donare la propria vita e ad immolare i propri desideri per la potenza dello stato organico, per il risanamento totale “patria umiliata”. Nel pantano ideologico della Repubblica di Weimar questa metafisica politica poteva dunque servire, agli occhi del pensatore, a costruire un&#8217;etica che ponesse l&#8217;uomo in grado di salvarsi, anche a costo di profondi sacrifici personali, dalla grave crisi in cui versava buona parte delle nazioni europee in quel tempo. Il modernismo reazionario, di cui Jünger è “l&#8217;idealtipo” (31), ha un preciso fine politico che è chiaro al pensatore tedesco ben prima della stesura de <a title="L'Operaio" href="http://www.libriefilm.com/loperaio/301"><em>L&#8217;operaio</em></a>: “Chi potrebbe contestare che la <em>Zivilisation</em> è più intimamente legata al progresso della <em>Kultur</em>, che nelle grandi città essa è in grado di parlare la sua lingua naturale e sa utilizzare mezzi e concetti nei cui confronti la <em>Kultur </em>è indifferente o addirittura ostile? La <em>Kultur </em>non si lascia sfruttare a scopi propagandistici, e un atteggiamento che cerchi di piegarla in questo senso non può che esserle estraneo (&#8230;)” (32). Jünger crede che il “cupo ardore” che spinse migliaia di giovani ad andare in guerra gridando “per la Germania” offerto ad una nazione “inesplicabile e invisibile”, per quanto fosse bastato a far “tremare i popoli fino all&#8217;ultima fibra”, non potesse essere sufficiente per sconfiggere nazioni come quella statunitense che si erano rese disponibili alla mobilitazione totale di tutte le loro energie. Da qui la domanda retorica e assai significativa: “E se soltanto (il cupo ardore di cui si è detto) avesse avuto fin dal primo momento una direzione, una coscienza, una forma?” (33). Il fine politico de <a title="L'Operaio" href="http://www.libriefilm.com/loperaio/301"><em>L&#8217;operaio</em></a> può allora essere così inteso: creare le premesse metafisiche, dunque “kulturali”, ideali affinché l&#8217; entusiasmo eroico potesse essere veramente efficace, cioè vincente. Jünger si è reso conto non solo del potere ineguagliabile degli strumenti tecnici applicati alla guerra, ma anche della necessità di trasformare la mentalità della nazione nella direzione della mobilitazione totale. Tale mobilitazione implica la fusione della vita col lavoro. Egli cioè pensa che solo se tutto diventa lavoro, tutto viene mobilitato alla potenza e dunque alla vittoria della Germania. Perché ciò accada è necessario che ogni cosa venga piegata allo strumento tecnico. La società diventa “lavoro” se prima è diventata macchina, tecnica. La <em>Kultur </em>tradizionalmente intesa non basta a questo che è chiaramente inteso come uno scopo epocale. C&#8217;è bisogno di una <em>Zivilisation </em>che non contraddica la <em>Kultur </em>ma che ne garantisca la vittoria reale. L&#8217;operaio ha l&#8217;obbiettivo eminentemente politico di sintetizzare la <em>Kultur </em>con la <em>Zivilisation</em>, in qualche modo di rendere culturale e politica la civilizzazione e di civilizzare, “modernizzare” la <em>Kultur</em> (34). Jünger contesta in maniera netta l&#8217;individualismo negli articoli scritti tra il 1918 e il 193335e, se si nota che <a title="L'Operaio" href="http://www.libriefilm.com/loperaio/301"><em>L&#8217;operaio</em></a> è del 1932, lo scritto può essere inteso in senso meramente apolitico molto difficilmente. Gli Operai, nel libro del &#8217;32, sono uomini d&#8217;acciaio, incarnazione di un&#8217;etica oggettiva -realista-, che ha come fine il dominio della Forma del lavoro, e dunque il lavoro totale in ogni settore della produzione e dell&#8217;esistenza. L&#8217;individuo borghese che, in questa parabola di pensiero, ha come obbiettivo la comodità e la sicurezza, non sarebbe adatto a rappresentare senza rimpianti e con assoluto rigore un&#8217;etica che preveda la rinuncia alle proprie contingenti aspirazioni, alla propria esclusiva e “materiale” felicità. D&#8217;altra parte, non sarebbe adatto ad incarnare una simile etica neppure il “proletario” che si sente umiliato e combatte per migliorare le condizioni della sua classe e per ribaltare i rapporti di proprietà. Questi infatti lotta per gli interessi di una parte della nazione e ha un fine, che, dal punto di vista jüngeriano, resta sociale ed economico. L&#8217;Operaio invece, come si diceva, non bada al miglioramento della propria condizione economica, non ambisce ad impossessarsi dei mezzi di produzione né crede agli ideali di uguaglianza nei quali, seguendo la tradizione marxiana, il proletario dovrebbe credere. L&#8217;Operaio jüngeriano è al servizio della Forma e del suo Dominio; a questo servizio sacrifica ogni sua aspirazione, personale o di classe.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/il-cuore-avventuroso/392" target="_blank"><img class="alignright size-medium wp-image-6539" style="margin: 10px;" title="il-cuore-avventuroso" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/il-cuore-avventuroso-195x300.jpg" alt="" width="195" height="300" /></a>Secondo <a title="Juenger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a>, si deve lavorare in primo luogo sullo spirito umano per poter ambire almeno ad una parziale rinascita. Il superamento dell&#8217;individualità è da Jünger perseguito tramite gli effetti distruttivi della tecnica che, in altri pensatori, sia di destra che di sinistra, sono abborriti in ogni senso. Jünger, nel periodo de <a title="L'Operaio" href="http://www.libriefilm.com/loperaio/301"><em>L&#8217;operaio</em></a>, ritiene puerili e dannose le tesi di chi pensa che la tecnica sia di per sé uno strumento del Male, qualcosa rispetto a cui l&#8217;uomo si sarebbe posto come un inesperto “apprendista stregone” che non è più in grado di controllare le dinamiche innescate dai suoi esperimenti (36) e, allo stesso modo, non ritiene che l&#8217;uomo possa divenire buono, giusto e dunque felice. In ogni quadro epocale domina un tipo di Forma che impregna tutto di sé; ogni cosa in un dato ciclo ha lo stile della forma che domina. Il ciclo sorge in quel periodo definito Interregno (37). L&#8217;Interregno è nietzscheanamente quel torno temporale in cui i vecchi valori non sono ancora morti e quelli nuovi che scalpitano non hanno ancora conquistato lo spazio necessario al Dominio. Accade così che alla fine di un ciclo le vecchie forme e i valori fino a quel momento dominanti si svuotino pian piano dal loro interno. Che i valori si s-vuotino significa che perdono la loro essenza di valori; il valore è ciò intorno a cui e grazie a cui l&#8217;uomo costruisce il suo senso. Alla fine di un ciclo i valori sono ancora formalmente intatti, il loro involucro è integro, splendente; ma perdono di sostanza: non sono più in grado di orientare la vita dell&#8217;uomo, è come se il loro corpo fosse ancora monoliticamente visibile a tutti, ma stesse perdendo il proprio vigore, il proprio potere di movimentare l&#8217;uomo e con esso il mondo. E&#8217; così che in questo vuoto assiologico ed ontologico si insinuano nuove forze che aprono lo spazio al dominio inarrestabile di nuove forme. In siffatta dinamica di s-vuotamento delle forme che coincide con un nuovo riempimento, opera la tecnica. La tecnica si insinua in ogni dove, nello spazio e nello spirito, inizialmente come uno strumento puro, assolutamente neutro, grazie a cui l&#8217;uomo può vivere più comodamente; attraverso cui ha sempre più l&#8217;illusione di esorcizzare, depotenziare il dolore e tramite cui, giorno dopo giorno, trasforma la propria vita. Più l&#8217;uomo si innamora del suo strumento, più viene risucchiato nei suoi ingranaggi oggettivizzanti di cui sopra si è detto. La tecnica secondo Ernst Jünger risulta pericolosa proprio là dove si ignora il suo potere necessariamente distruttivo. Risulta pericolosa se la si valuta superficialmente come uno strumento neutrale che l&#8217;uomo può con la sua ragione utilitaria piegare ai suoi interessi e alla sua oggettiva felicità restandone essenzialmente immune. Ma risulta pericolosa anche là dove si tenti di negarla rifugiandosi in anacronistici sentimenti romantici. In altri termini, agli occhi dello Jünger del 1932, la tecnica è positiva solo se si è consapevoli del fatidico ruolo metafisico che riveste, se si accetta di intraprendere attraverso il suo utilizzo un percorso e-sistenziale che conduca al superamento dell&#8217;io, e se, quasi come si trattasse di una catarsi ontologica, attraverso questo superamento ci si renda poveri contenitori della Forma e del suo fatale Dominio.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Note</strong></p>
<p style="text-align: justify;">1 <em>Der Arbeiter, Herrschaft und Gestalt </em>appare nell&#8217;ottobre del 1932  presso Hanseatische Verlagsanstalt (Hamburg). Nello stesso anno si hanno  tre nuove edizioni del saggio. Dopo la guerra, <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Heidegger</a></span> convince <a title="Juenger" href="../sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a> a ripubblicare il saggio che infatti compare nel sesto volume delle sue  opere uscite presso Klett-Cotta a Stoccarda. L&#8217;opera è tradotta in  italiano solo nel 1984 da Quirino Principe (<a title="L'Operaio" href="http://www.libriefilm.com/loperaio/301"><em>L&#8217;operaio</em></a>,  trad. it., Longanesi, Milano 1984.) dopo che, agli inizi degli anni  &#8217;60, <a title="Julius Evola" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/julius-evola">Julius Evola</a> la fece conoscere nel riassunto analitico intitolato  <em>L&#8217;operaio nel pensiero di Ernst Jünger</em>, Armando, Roma 1961. Delio  Cantimori preferì tradurre la parola <em>Der Arbeiter </em>con “milite del  lavoro” per sottolineare il carattere guerriero della nuova figura  (Cfr., Delio Cantimori, <em>Ernst Jünger e la mistica milizia del lavoro</em>, in  Delio Cantimori, <em>Tre saggi su Ernst Jünger, Moller van den Brück,  Schmitt</em>, Settimo Sigillo, Roma 1985, pp. 17-43.).</p>
<p style="text-align: justify;">2 Qualora le forme, nel loro aspetto fenomenico, non fossero soggette  all&#8217;annientamento, non si potrebbe agevolmente spiegare la differenza  fra un ciclo caratterizzato dal dominio di alcune forme e un altro  contraddistinto da forme diverse. Ci fossero sempre le stesse forme cosa  muterebbe all&#8217;alba di un nuovo ciclo? La valorizzazione di questa  dottrina tradizionale giustifica insieme ad altre importanti somiglianze  un parallelo fra la metafisica di Jünger e quella a cui si richiamano <a title="Evola" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/julius-evola"> Evola</a>, <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/rene-guenon/">Guénon</a></span> ed in parte <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/mircea-eliade/">Eliade</a></span>. In particolare, risulta interessante  un confronto fra i segni che secondo questi autori caratterizzano il <em> Kali Yuga</em> (L&#8217;età Oscura, l&#8217;ultima età prima della fine di questo ciclo  cosmico) e i segni che, ne <a title="L'Operaio" href="http://www.libriefilm.com/loperaio/301"><em>L&#8217;operaio</em></a> e in altre opere di <a title="Juenger" href="../sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a>,  contraddistinguono l&#8217;“Interregno” in cui sorge ed agisce la Forma  dell&#8217;Operaio. In questo senso, è assolutamente importante anche un  paragone con Spengler per il quale si rimanda a: Domenico Conte, <em>Jünger,  Spengler e la storia</em>, in A.A. V.V., in <em>Ernst Jünger e il pensiero del  nichilismo</em>, a cura di Luisa Bonesio, Herrenhaus, 2002, pp. 153-198;  Luciano Arcella, <em>Ernst Jünger, Oltre la storia</em>, in <em>Due volte la cometa</em>,  Atti del convegno Roma 28 ottobre 1995, Settimo Sigillo, Roma 1998.  Antonio Gnoli e Franco Volpi, <em>I prossimi titani, Conversazioni con Ernst  Jünger</em>, Adelphi, Milano 1997, pp. 103, 104. Si veda anche Julius Evola, <em> Spengler e il Tramonto dell&#8217;Occidente</em>, Fondazione Julius Evola, Roma  1981. Sulla interpretazione jüngeriana del pensiero di Spengler si legga  soprattutto: Ernst Jünger, trad. it., <em>Al muro del tempo</em>, Adelphi,  Milano 2000.</p>
<p style="text-align: justify;">3 “Nella forma è racchiuso il tutto che comprende più che non la somma delle proprie parti”. Ernst Jünger, trad. it., <a title="L'Operaio" href="http://www.libriefilm.com/loperaio/301"><em>L&#8217;Operaio, Dominio e Forma</em></a>,  Guanda, Parma 2004, p. 32. “Una parte è certamente così lontana  dall&#8217;essere una forma così come una forma è lontana dall&#8217;essere una  somma di parti”. <em>Ibidem</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">4 Jünger definisce la storia dell&#8217;evoluzione come “il commento dinamico” della forma. Cfr., Ernst Jünger, <a title="L'Operaio" href="http://www.libriefilm.com/loperaio/301"><em>L&#8217;operaio</em></a>,  cit., p. 75. La forma dunque “non esclude l&#8217;evoluzione”, la “include  come proiezione sul piano della realtà”. <em>Ivi</em>, p. 125. Ciò implica  l&#8217;avversione non solo alla dottrina del progresso (“ogni progresso  implica un regresso”), ma il rifiuto netto di ogni prospettiva  storicistica: “La storia non produce forme, ma si modifica in virtù  della forma”, ivi. p. 75. Evola commenta: “Le figure non sono  storicamente condizionate; invece sono esse a condizionare la storia, la  quale è la scena del loro manifestarsi, del loro succedersi, del loro  incontrarsi e lottare (…). E&#8217; l&#8217;apparire di una nuova figura a dare ad  ogni civiltà la sua impronta. Le figure non divengono, non si evolvono,  non sono i prodotti di processi empirici, di rapporti orizzontali di  causa e di effetto”. Julius Evola, <em>L&#8217;operaio nel pensiero di Ernst  Jünger</em>, cit., p. 32. Si potrebbe allora sostenere con Eliade che la “valorizzazione”  dell&#8217;esistenza umana non è “quella che cercano di dare certe correnti  filosofiche posthegeliane, soprattutto il marxismo, lo storicismo e  l&#8217;esistenzialismo, in seguito alla scoperta dell&#8217; “uomo storico”,  dell&#8217;uomo che si fa da se stesso in seno alla storia”. <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/mircea-eliade/">Mircea Eliade</a></span>, <em>Il  mito dell&#8217;eterno ritorno, Archetipi e ripetizioni</em>, Borla, Roma 1999, p.  8. Questa impostazione è molto simile a quella jüngeriana, infatti  l&#8217;Operaio come <em>Gestalt </em>non può essere considerato un prodotto delle  dinamiche storico-economiche. E&#8217; la Forma a fare la storia, non  viceversa.</p>
<p style="text-align: justify;">5 Usando il linguaggio heideggeriano si può sostenere che la forma non  può essere piegata alla scienza intesa come “ricerca”: “La scienza  diviene ricerca quando si ripone l&#8217;essere dell&#8217;ente” nell&#8217;  “oggettività”. Cfr., <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Martin Heidegger</a></span>, <em>L&#8217;epoca dell&#8217;immagine del mondo</em>,  in id. <em>Sentieri interrotti</em>, La Nuova Italia, Firenze 1984, p. 83. La  Forma non può essere oggettivizzata, non se ne può fornire una storia  dettagliata né, tantomeno, se ne può calcolare in anticipo e con  esattezza il corso futuro.</p>
<p style="text-align: justify;">6 Plotino distingue l&#8217;essere che è costituito da forme sensibili e  intelligibili dall&#8217;Uno che può essere considerato amorfo: “L&#8217;Uno non è  “qualcosa”, ma è anteriore a qualsiasi cosa; e nemmeno non è essere,  poiché l&#8217;essere possiede (&#8230;) una forma, la forma dell&#8217;essere. Ma l&#8217;Uno  è privo di forma, privo anche della forma intelligibile”. Plotino, <em> Enneade VI</em>, in Plotino, <em>Enneadi</em>, Rusconi, Milano 1992, p. 1343. L&#8217;Uno  “privo di forma” non può essere conosciuto “né per mezzo della scienza  né per mezzo del pensiero”. Chi estaticamente ha “visto” o meglio è  “stato” (è) l&#8217;Uno “non immagina una dualità, ma già diventato altro da  quello che era e ormai non più se stesso, appartiene a Lui ed è uno con  Lui”. L&#8217;Uno non può essere oggettivizzato. L&#8217;oggettivazione si fonda  infatti sulla distanza e sulla differenza tra il soggetto che  oggettiviza e l&#8217;ente oggettivizzato. Qualora ci fosse la distanza tra  chi contempla l&#8217;Uno e l&#8217;Uno, quest&#8217;ultimo non si potrebbe cogliere come  tale ma come “un altro”. Contemplare l&#8217;Uno significa farsi riempire  dall&#8217;Uno, essere Uno. Stabilito ciò, si capisce come l&#8217;esperienza  dell&#8217;Uno non possa essere adeguatamente raccontata. Manca infatti  l&#8217;oggetto da ricordare. Ne <em><a title="L'Operaio" href="http://www.libriefilm.com/loperaio/301">L&#8217;operaio</a></em> la tecnica è il modo attraverso cui l&#8217;uomo, superando la propria  differenza, si avvicina a rappresentare la Forma che lo trascende.</p>
<p style="text-align: justify;">7 Il concetto di “Avvicinamento” che scopriamo nel saggio del 1963 <em>Tipo  Nome Forma </em>viene ripreso nello scritto del 1970 <a title="Avvicinamenti" href="http://www.libriefilm.com/avvicinamenti-droghe-ed-ebbrezza/293"><em>Avvicinamenti, Droghe ed  ebbrezza</em></a>: “L&#8217;avvicinamento è tutto, e questo avvicinamento, non ha uno  scopo tangibile, uno scopo cui si possa dare un nome, il senso risiede  nel cammino”. Ernst Jünger, <a title="Avvicinamenti" href="http://www.libriefilm.com/avvicinamenti-droghe-ed-ebbrezza/293"><em>Avvicinamenti, Droghe ed ebbrezza</em></a>, Guanda,  Parma 2006, p. 53.</p>
<p style="text-align: justify;">8 “(&#8230;) nel regno della forma la regola non distingue tra causa ed  effetto, bensì tra sigillo ed impronta, ed è una regola di tutt&#8217;altra  natura”. Ernst Jünger, <a title="L'operaio" href="http://www.libriefilm.com/loperaio/301"><em>L&#8217;operaio</em></a>, cit., p. 31.</p>
<p style="text-align: justify;">9 “Il predicare della natura (&#8230;) muove dall&#8217;oggetto (il giglio  indicato), attraverso il tipo (il giglio nominato), alla forma e infine  all&#8217;indistinto”. Le risposte divengono sempre più ampie e, nel contempo,  si riducono le distinzioni. Questa riduzione è il segno  dell&#8217;avvicinamento all&#8217;Indistinto”. Ernst Jünger, <em>Tipo, Nome, Forma</em>,  trad. it., Herrenhaus, 2001, p.93.</p>
<p style="text-align: justify;">10 La perdita dell&#8217;aura nell&#8217;epoca della riproducibilità tecnica è un  elemento che Benjamin giudica, al contrario di Adorno e di Horkheimer,  funzionale alla possibilità di una rivoluzione sociale. Paradossalmente <a title="Juenger" href="../sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a>,  che da Benjamin è stato aspramente criticato in relazione al suo  scritto <em>Die Totale Mobilmachung</em>, nella dura recensione <em>Teorie del  fascismo tedesco</em>, ritiene anch&#8217;egli fatale il sacrificio  dell&#8217;autenticità dell&#8217;arte a favore del suo “uso” rivoluzionario.  Naturalmente le prospettive sono opposte in quanto, alla stregua di  Lukács (cfr. György Lukács, <em>La distruzione della ragione</em>, Einaudi,  Torino 1959, p. 538.), gli “incatesimi runici” di <a title="Juenger" href="../sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a> sarebbero, secondo Benjamin, tesi al rafforzamento di una “classe di  dominatori” che “non deve rendere conto a nessuno e meno che mai a se  stessa, che, issata su un altissimo trono, ha i tratti sfingei del  produttore, che promette di diventare prestissimo l&#8217;unico consumatore  delle sue merci”. Walter Benjamin, <em>Teorie del fascismo tedesco</em>, in id.,  Benjamin, <em>Critiche e recensioni, Tra avanguardie e letteratura di  consumo</em>, trad. it., Einaudi, Torino 1979, p. 159. Dunque, la rivoluzione  di Jünger e dei suoi sodali nazional-rivoluzionari, sarebbe tesa  “ideologicamente” a rafforzare lo <em>status quo</em>, cioè lo stato  liberalcapitalista e i privilegi dei “padroni”. Secondo i miei studi, <a title="Ernst Juenger" href="../sezioni/autori/ernst-junger">Ernst Jünger</a> non critica falsamente (“ideologicamente”) la classe borghese per  amplificarne paradossalmente il potere. Egli non ha il fine di favorire  lo <em>status quo</em>. Nel corso dell&#8217;articolo avrò modo di ribadire come le  posizioni di Jünger sono equidistanti sia dal materialismo collettivista  sia dall&#8217;utilitarismo borghese.</p>
<p style="text-align: justify;">11 Secondo Daniele Lazzari: “Siamo stati persuasi da quasi tre secoli  di illuminismo che il pensiero moderno avrebbe piegato le forze  elementari ormai scientificamente conosciute, analizzate ed “ingabbiate”  dal razionalismo dell&#8217;umana specie, ma in barba a queste riflessioni,  all&#8217;osservatore più attento non può sfuggire il persistere, se non  l&#8217;accentuarsi, di queste forze elementari. Tra queste la Natura, mai  dimentica di sé e della sua eterna potenza non perde occasione di  ricordarci la sua grandezza, la sua inarrestabile forza distruttrice con  le grandi alluvioni, trombe d&#8217;aria e vulcaniche eruzioni”. Daniele  Lazzari, <em>Il Signore della Tecnica</em>, in A.A. V.V., <em>Ernst Jünger, L&#8217;Europa,  cioè il coraggio</em>, Società Editrice Barbarossa, Milano 2003, p. 162.</p>
<p style="text-align: justify;">12 <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Heidegger</a></span> ricorda che “Τά μαθήματα significa per i Greci ciò che,  nella considerazione dell&#8217;ente e nel commercio con le cose, l&#8217;uomo  conosce in anticipo”. <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Martin Heidegger</a></span>, L&#8217;epoca dell&#8217;immagine del mondo,  in id., <em>Sentieri interrotti</em>, cit., p. 74. La scienza come matematica  determina “in anticipo e in modo precipuo qualcosa di già conosciuto”.  Ivi, p. 75. Questo processo che implica la pre-conoscenza di ciò che si  conosce e dunque la pre-visione, è il modo tipico attraverso cui, anche  per <a title="Junger" href="../sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a>,  l&#8217;uomo moderno conosce, calcola e domina il mondo. La verità del mondo  sta nella sua esattezza, cioè nella corrispondenza rigorosa col  procedimento che si adotta per conoscerlo. Questo modo di conoscere è  valido massimamente per la tecnica. La forma tramite la tecnica e la  scienza come matematica calcolano e dominano il mondo. Ma, nel pensiero  di Jünger, la Forma in se stessa non può certo essere a sua volta  misurata, pre-determinanta. La sua verità non è l&#8217;esattezza.</p>
<p style="text-align: justify;">13 All&#8217;argomento del dolore che, come si sta ricordando, è  intrinsecamente legato il tema dell&#8217;elementare, e che non è possibile  affrontare in tutta la sua ampiezza in questo articolo, Jünger dedica un  complesso e profondo saggio nel 1934 in cui si legge: “Là dove si fa  risparmio di dolore l&#8217;equilibrio verrà ristabilito secondo leggi di  un&#8217;economia rigorosa, e parafrasando una formula celebre, si potrebbe  parlare di una “astuzia del dolore” volta a raggiungere in qualsiasi  modo lo scopo”. Ernst Jünger, <em>Sul Dolore</em>, in id. <em>Foglie e Pietre</em>, cit.,  p. 149.</p>
<p style="text-align: justify;">14 La revisione della tematica della tecnica, che comunque non mi pare  possa intaccare nella sostanza i fondamenti della metafisica delle  forme, è un argomento molto complesso a cui sarebbe bene dedicare un  apposito studio all&#8217;interno del quale si analizzino nello specifico almeno i saggi <em>Oltre la linea </em>(trad. it., Adelphi, Milano 1989), <em><a title="Trattato del ribelle" href="http://www.libriefilm.com/trattato-del-ribelle/499">Il trattato del Ribelle</a> </em>(trad. it.,  Adelphi, Milano 1995), <em>Al muro del tempo </em>( trd. it., Adelphi, Milano  2000), il romanzo filosofico <em><a title="Eumeswil" href="http://www.libriefilm.com/eumeswil/393">Eumeswil</a> </em>(trad. it., Guanda, Parma 2001) e <em> La forbice </em>(trad. it., Guanda, Parma, 1996). Ne <a title="L'Operaio" href="http://www.libriefilm.com/loperaio/301"><em>L&#8217;operaio</em></a>, che è l&#8217;oggetto di questo articolo, <a title="Junger" href="../sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a> pensa che l&#8217;omonima Figura possa finalizzare alla Rinascita dell&#8217;uomo  totale l&#8217;elementare; la tecnica è dunque vista come lo strumento  necessario che l&#8217;uomo adotta per disporsi alla Trascendenza della Forma.  Successivamente questo strumento, a cui già nel &#8217;32 era stata associata  una trasformazione della libertà, non è più adatto a garantire la  comunicazione tra la Forma e l&#8217;uomo. Da qui l&#8217;esigenza di elaborare  nuove figure come appunto quella del Ribelle (in <em>Il trattato del Ribelle</em>) o dell&#8217;Anarca (in <em>Eumeswil</em>) che arrivano alla propria libertà sovratemporale tramite percorsi individuali.﻿</p>
<p style="text-align: justify;">15 Ernst Jünger, <em>L&#8217;operaio</em>, cit., p. 140.</p>
<p style="text-align: justify;">16 Cfr. <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Martin Heidegger</a></span>, <em>La questione dell&#8217;Essere</em>, trad. it., in Ernst Jünger-<span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Martin Heidegger</a></span>, <em>Oltre la linea</em>, trad. it., Adelphi, Milano 1989, pp. 130, 131.</p>
<p style="text-align: justify;">17 Cfr., Alain de Benoist, <em>L&#8217;operaio fra gli dei e i titani</em>, cit., p. 40.</p>
<p style="text-align: justify;">18 Benjamin identifica con precisione il nesso tra la guerra e la tecnica specialmente riferendosi all&#8217;estetizzazione della politica che perseguirebbe il fascismo. La guerra imperialistica sarebbe lo sbocco naturale della società capitalista a causa “della discrepanza di poderosi mezzi di produzione e la insufficienza della loro utilizzazione nel processo di produzione (in altre parole, dalla disoccupazione e dalla mancanza di mercati di sbocco)”. Walter Benjamin, <em>L&#8217;opera d&#8217;arte nell&#8217;epoca della sua riproducibilità tecnica</em>, Einaudi, Torino 1966, pp. 46, 47. E&#8217; probabile (anche se non necessario) che la Mobilitazione Totale così come è stata elaborata da Jünger possa sfociare nella guerra. E&#8217; anche vero che i Rivoluzionari-conservatori non contestano la società a partire da idee economiche e che i rapporti di proprietà non costiuiscono il fulcro principale della loro riflessione. E&#8217; infatti lo stesso Operaio “a rifiutare ogni interpretazione che tenti” di spiegarlo “come una manifestazione economica, o addirittura come il prodotto di processi economici, il che significa in fondo, una sorta di prodotto industriale”. Ernst Jünger, <a title="L'operaio" href="http://www.libriefilm.com/loperaio/301"><em>L&#8217;operaio</em></a>, cit., p. 29. L&#8217;Operaio pronuncia una “dichiarazioone d&#8217;indipendenza dal mondo dell&#8217;economia”, anche se “ciò non significa affatto una rinuncia a quel mondo, bensì la volontà di subordinarlo ad una rivendicazione di potere più vasta e di più ampio respiro. Ciò significa che non la libertà economica né la potenza economica è il perno della rivolta, ma la forza pura e semplice, in assoluto”. <em>Ibidem</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">19 Secondo Evola il “mondo senz&#8217;anima delle macchine, della tecnica e delle metropoli moderne”, “pura realtà e oggettività”, “freddo, inumano, distaccato, minaccioso, privo di intimità, spersonalizzante, “barbarico””, non è rifiutato dall&#8217;Uomo differenziato. Infatti, “proprio accettando in pieno questa realtà (&#8230;) l&#8217;uomo differenziato può essenzializzarsi e formarsi (&#8230;) attivando la dimensione della trascendenza in sé, bruciando le scorie dell&#8217;individualità, egli può enucleare la persona assoluta”. Julius Evola, <em>Cavalcare la Tigre</em>, Edizioni Mediterranee, Roma 1995, pp. 103, 104. Rispetto al complesso rapporto fra Jünger ed Evola, oltre agli scritti evoliani <em>L&#8217;operaio nel pensiero di Ernst Jünger</em> ( Armando, Roma 1961), <em>Il cammino del Cinabro</em> (Vanni Scheiwller, Milano 1963) e <em>Cavalcare la Tigre</em>, si legga Francesco Cassata, <em>A destra del fascismo, profilo politico di Julius Evola</em>, Bollati Boringhieri, Torino 2003.</p>
<p style="text-align: justify;">20 Ne <a title="L'Operaio" href="http://www.libriefilm.com/loperaio/301"><em>L&#8217;operaio</em></a> la caratteristica peculiare della tecnica consiste proprio nella sua capacità di modificare l&#8217;essenza dell&#8217;uomo verso l&#8217;uniformità. La tecnica, che è il più appropriato strumento di dominio dell&#8217;Operaio, frantuma ogni tradizione e ogni valore e dunque anche ogni differenza di carattere schiettamente biologico. Allo stesso modo, è vero che chi non avesse la capacità di sfruttare positivamente la distruzione tecnica, sarebbe, nell&#8217;ottica di Jünger, destinato alla massificazione amorfa, in altri termini ad una modalità di vita probabilmente inferiore rispetto a quella incarnata dall&#8217;Operaio. Solo quest&#8217;ultimo, esperita la distruzione di tutti i valori e consapevole della potenza inumana della tecnica, rinasce come eroe della Forma e come protagonista del suo destino di dominio.</p>
<p style="text-align: justify;">21 Cfr., <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Martin Heidegger</a></span>, <em>L&#8217;epoca dell&#8217;immagine del mondo</em>, in id. <em>Sentieri interrotti</em>, trad. it., La Nuova Italia, Firenze 1968, p. 87. Secondo <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Heidegger</a></span>, dopo che l&#8217;uomo è divenuto sub-jectum issandosi a fondamento dell&#8217;essere e dunque a metro della verità, sapere significa dominare. <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Heidegger</a></span> confessa che il suo scritto del 1953 <em>La questione della tecnica </em>“deve alle descrizioni contenute nel Lavoratore un impulso durevole”. <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Martin Heidegger</a></span>, <em>La questione dell&#8217;Essere</em>, in Ernst Jünger-<span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Martin Heidegger</a></span>, <em>Oltre la linea</em>, cit., p. 118. In effetti, sia la strumentalizzazione del mondo attuata dalla ragione tecnica che il nesso profondo che fonde il darsi della verità col suo nichilistico ritrarsi sono, almeno in parte, tematiche già presenti ne <em>L&#8217;operaio</em>. (Cfr. <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Martin Heidegger</a></span>, <em>La questione della tecnica</em>, in <em>Saggi e discorsi</em>, trad. it., Mursia, Milano, 1976.). Adorno e Horkheimer, in <em>La dialettica dell&#8217;illuminismo</em>, scrivono che “l&#8217;illuminismo nel senso più ampio di pensiero in continuo progresso”- cioè non solo come illuminismo del secolo XVIII- “ha perseguito da sempre l&#8217;obbiettivo di togliere agli uomini la paura e di renderli padroni”. Max Horkheimer, Theodor Adorno, trad. it., <em>Dialettica dell&#8217;illuminismo</em>, Einaudi, Torino 1966, p. 11. La tecnica è “l&#8217;essenza” del sapere come potere”. Ivi, p. 12. Jünger anticipa questa analisi sul sapere moderno che ha la tecnica e la razionalità strumentale come essenza. I pensatori della Scuola di Francoforte però tendono a non considerare in senso positivo il potere catartico della strumentalizzazione della ragione e del sapere come dominio. Secondo Jünger invece, una volta constatata l&#8217;irreversibilità delle dinamiche descritte, non resta che viverle. Né per <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Heidegger</a></span> né per Jünger si può prescindere dall&#8217;essenza nichilistica della tecnica: è proprio esperendo il nichilismo che ci si incammina verso un suo eventuale superamento. Entrambi non condannano la tecnica in quanto ne giudicano necessario l&#8217;avvento. Sull&#8217;argomento cfr., Michela Nacci, <a title="Pensare la tecnica" href="http://www.libriefilm.com/pensare-la-tecnica-un-secolo-di-incomprensioni/9047"><em>Pensare la tecnica, un secolo di incomprensioni</em></a>, Laterza, Bari 2000, p. 44.</p>
<p style="text-align: justify;">22 Questo aspetto è stato acutamente evidenziato dal nazionalbolscevico Ernst Niekisch: “(&#8230;) La mobilitazione totale, di cui Jünger si fa banditore, è l&#8217;azione la quale raggiunge i propri estremi limiti, le punte più alte cui si possa attingere; essa pretende di porre tutto in marcia, non tollera più nulla in stato di riposo, donna, bambino, vegliardo che sia. Incita i lattanti ad arruolarsi, chiama le ragazze sotto le armi, dà fondo alle più segrete riserve; niente ne resta escluso, ogni angolo è frugato, l&#8217;ometto più mingherlino viene trascinato al fronte. E&#8217; il bagordo più sfrenato in cui si butta il nichilismo, quando gli è diventato quasi inevitabile dover finalmente fissare il proprio volto”. Ernst Niekisch, <em>Il regno dei demoni</em>, Feltrinelli, Milano 1959, pp. 117, 118. Niekisch descrive perfettamente la mobilitazione totale, ma tace sul fatto che, come più volte Jünger ripete, dietro al movimento si cela immobile la Forma.</p>
<p style="text-align: justify;">23 Ernst Jünger, <em>L&#8217;operaio</em>, cit., p. 115.</p>
<p style="text-align: justify;">24 Il lavoro non è interpretato come un fenomeno meramente sociale ed economico, né si ha la minima intenzione di porsi dalla parte degli operai sfruttati, che lavorano troppo. Viceversa, si tenta di introdurre il lavoro come un ideale, si tratta del lavoro come forma dell&#8217;uomo e, in un certo qual modo, come forma del mondo. Il mondo e l&#8217;uomo mutano la loro forma grazie al lavoro inteso come la missione propria dell&#8217;epoca moderna.</p>
<p style="text-align: justify;">25 Si sente l&#8217;influenza di Weber laddove si parla della ragione strumentale che finalizza ogni ente all&#8217;utile umano, al profitto e che favorisce il superamento disincantato di quella ascesi intramondana che era all&#8217;origine del capitalismo medesimo ( cfr., <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/max-weber" target="_blank">Max Weber</a></span>, <em>L&#8217;etica protestante e lo spirito del capitalismo</em>, trad. it., Rizzoli, Milano 1991, pp. 239, 240.) Ma, fa notare molto precisamente Herf, se “la critica della tecnica era moneta corrente nella cultura di Weimar”, “Ernst Jünger si distingueva, poiché sembrava accogliere positivamente il processo di strumentalizzazione degli esseri umani. Era come se Weber avesse accolto con gioia la prospettiva della gabbia di ferro”. Jeffrey Herf, <em>Il modernismo reazionario</em>, Il Mulino, Bologna 1988, p. 150. Per Jünger invero il fatto che la razionalità finalizzata al profitto si espanda in ogni settore della vita e che il lavoro si propaghi in ogni ambiente, non impedisce che l&#8217;Operaio possa, in un certo senso, tornare ad incarnare un&#8217;etica ascetica in cui non sia tanto importante il godimento di ciò che viene prodotto, quanto la dedizione totale al lavoro, dunque anche alla produzione. Egli cerca di dividere la missione del lavoro, funzionale al dominio della forma e alla nascita dell&#8217;Operaio (che non è un mero consumatore delle merci che produce), dall&#8217;etica utilitarista, propria del borghese che produce per raggiungere il suo isolato utile e piacere.</p>
<p style="text-align: justify;">26 “Essere e niente non si danno uno accanto all&#8217;altro, ma l&#8217;uno si adopera per l&#8217;altro, in una sorta di parentela di cui non abbiamo ancora pensato la pienezza essenziale”. <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Martin Heidegger</a></span>, <em>La questione dell&#8217;essere</em>, in Ernst Jünger, <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Martin Heidegger</a></span>, <em>Oltre la linea</em>, cit., p. 157.</p>
<p style="text-align: justify;">27 Ne <em>L&#8217;Operaio</em>, e in vari articoli che lo precedono (cfr., ad esempio, Ernst Jünger, <em>“Nazionalismo” e nazionalismo</em>, <em>Das Tagebuch</em>, 21 settembre 1929, in Ernst Jünger, <em>Scritti politici e di guerra 1919-1933</em>, trad. it., Libreria Editrice Goriziana, Gorizia 2005, p. 89.), Jünger loda alla stregua dei futuristi la velocità, la macchina, l&#8217;acciao, la violenza che genera distruzione, i paesaggi lunari e freddi tipici del mondo-officina, la guerra come fattore elementare attraverso cui poter esperire una nuova forma di esistenza rinvigorita dal pericolo e dalla morte. Il costante riferimento all&#8217;Ordine (all&#8217;Essere, all&#8217;Immobile) è stato invece interpretato come la differenza più profonda fra Jünger e i futuristi italiani. Secondo Fabio Vander ad esempio poiché “non può esservi calma dopo la tempesta della <em>Krisis</em>, se non come essere della tempesta ovvero essere del divenire, dialettica della differenza”, Jünger “deve rassegnarsi al “semplice dinamismo, attivismo”, deve considerarlo intranscendibile se rifiuta, come rifiuta, la prospettiva dialettica. Allora di fronte alla tragicità di Jünger, meglio il <em>divertissement </em>di Marinetti, che appunto della differenza assoluta non cercava trascendimento, salvezza”. Fabio Vander, <em>L&#8217;estetizzazione della politica, Il fascismo come anti-Italia</em>, Dedalo, Bari 2001, p. 55. Secondo Vander, Jünger, ma anche <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Heidegger</a></span>, poiché restii ad accettare la dialettica della differenza, non sarebbero stati in grado di sintetizzare l&#8217;Essere col Divenire, mentre Marinetti, non avendoci neppure provato, sarebbe stato più coerente. Constatata nel pensiero di Jünger la presenza della nozione “forte” di Forma, ma considerata pure la complicata correlazione che fonde il sensibile al sovrasensibile, non mi sento di ridurre la metafisica delle forme a un fallito tentativo di coniugare l&#8217;Essere col Divenire.</p>
<p style="text-align: justify;">28 “Agisci sempre in modo da trattare l&#8217;umanità, sia nella tua persona sia nella persona di ogni altro, sempre come un fine e mai soltanto come un mezzo”. Immanuel Kant, <em>Fondazione della metafisica dei costumi</em>, trad. it., Laterza, Bari 1992, p. 111. Cesare Cases scrive che “l&#8217;etica di Jünger si direbbe l&#8217;opposto dell&#8217;etica kantiana: l&#8217;uomo non vi è concepito come valore in sé, ma come “<a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbolo</a>”, come mezzo per raggiungere un determinato scopo, in cui si invera e che è in funzione di un&#8217;entità metafisica che si chiama volta per volta “idea”, “Forma”, “destino””. Casare Cases, <em>La fredda impronta della Forma, Arte, fisica e metafisica nell&#8217;opera di Ernst Jünger</em>, La Nuova Italia, Firenze 1997, p. 39.</p>
<p style="text-align: justify;">29 “E&#8217; l&#8217;immensa moltiplicazione delle produzioni di tutte le differenti attività, conseguente alla divisione del lavoro, che, nonostante la grande ineguaglianza nella proprietà, dà origine, in tutte le società evolute, a quell&#8217;universale benessere che si estende a raggiungere i ceti più bassi della popolazione. Si produce così una grande quantità di ogni bene, che ve n&#8217;è abbastanza da soddisfare l&#8217;infingardo e oppressivo sperpero del grande, al tempo stesso, da sopperire largamente ai bisogni dell&#8217;artigianto e del contadino. Ciascun uomo effettua una così grande quantità di quel lavoro che gli compete, che può anche produrre qualcosa per quelli che non lavorano affatto e, al tempo stesso, averne in tale quantità che gli è possibile, attraverso lo scambio di quanto gli rimane con i prodotti delle altre attività, di provvedersi di tutte le cose necessarie e utili di cui ha bisogno”. Adam Smith, <em>La ricchezza delle nazioni</em>, trad. it., Editori Riuniti, Roma 1969, p. 14. Anche Jünger crede nella necessità della divisione del lavoro, dunque nella specializzazione e nel nesso che lega questi processi alla complessiva crescita economica della nazione. Non crede invece che il solo mercato, come fosse una “mano invisibile”, possa essere in grado di determinare la ricchezza della nazione e, in definitiva, il benessere complessivo del popolo.</p>
<p style="text-align: justify;">30 L&#8217;avvicinamento della metafisica delle Forme alla metafisica della vita può essere pensato con cognizione di causa solo se accanto alle somiglianze si mettono in evidenza le profonde differenze. Fare alla stregua di Lukács della metafisica delle Forme un&#8217;enclave della filosofia della vita (cfr. György Lukács, trad. it., <em>La distruzione della ragione</em>, cit., p. 538.), può condurre a incasellare la prima nell&#8217;alveo dell&#8217;irrazionalismo e dunque può servire a ridurrre la complessa filosofia di Jünger a un sistema teso a criticare la ragione in quanto tale. Se Jünger concorda con filosofi come Simmel sull&#8217;importanza della vita intesa come un fiume da cui l&#8217;uomo trae i valori e in cui i valori fatalmente nel tempo sono riassorbiti, conferisce anche notevole importanza alla dimensione propriamente metafisica o meglio esattamente Trascendente. La Forma non è qualcosa che fuoriesce per caso dal divenire magmatico. Essa è eterna, immobile. Se non può essere paragonata all&#8217;idea platonica è solo perché, benché sia trascendente, la dinamica della sua e-sistenza si estrinseca come evento, ma l&#8217;essenza è e rimane atemporale. Questa atemporalità conferisce solidità all&#8217;impianto etico de <a title="L'Operaio" href="http://www.libriefilm.com/loperaio/301"><em>L&#8217;Operaio</em></a>. In questo senso, la riflessione di Jünger può essere avvicinata a quella dei pensatori della Tradizione, ad esempio ad <a title="Evola" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/julius-evola">Evola</a> e a <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/rene-guenon/">Guénon</a></span>. Infatti questi studiosi, riproponendo la metafisica della “Tradizione”, sostengono che l&#8217;uomo, per agire in conformità al proprio destino, debba incarnare principi assoluti e trascendenti, impersonali. L&#8217;uomo della Tradizione abbandona i propri desideri, il proprio utile e persegue un&#8217; attività sovraindividuale. La sua è un&#8217; “azione senza desiderio”, un “agire senza agire”. (Cfr. Julius Evola, <em>Cavalcare la Tigre</em>, cit., p. 68.). Anche l&#8217;Operaio agisce senza agire, nel senso che è Forma: non è lui ad agire, ma la Forma di cui è impronta. Da qui la preminenza in questo pensiero di concetti “forti” come quello di disciplina, di sacrificio, di eroismo. Il vitalismo mutuato da Nietzsche è dunque inquadrato in un sistema metafisico in cui valori tipicamente guerrieri, aristocratici, tradizionali trovano forza e, nell&#8217;intento di Jünger, imperitura conferma.</p>
<p style="text-align: justify;">31 Michela Nacci, <a href="http://www.libriefilm.com/pensare-la-tecnica-un-secolo-di-incomprensioni/9047"><em>Pensare la tecnica, Un secolo di incomprensioni</em></a>, cit., p. 61.</p>
<p style="text-align: justify;">32 Ernst Jünger, <em>La mobilitazione Totale</em>, in id., <em>Foglie e Pietre</em>, Adelphi, Milano 1997, p. 127.</p>
<p style="text-align: justify;">33 <em>Ibidem</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">34 Herf fa presente che la prima guerra mondiale era stata per i rivoluzionari conservatori “il palcoscenico su cui si riconciliavano le dicotomie centrali della modernità tedesca: <em>Kultur </em>e <em>Zivilisation</em>, <em>Gemeinschaft </em>e <em>Gesellschaft</em>”. Jeffrey Herf, <em>Il modernismo reazionario</em>, cit., p. 130. Diversamente da Spengler e da altri “intellettuali di destra” vicini all&#8217;“antimodernismo <em>völkisch</em>, Jünger proponeva di assorbire la macchina e la stessa metropoli nella <em>Kultur </em>tedesca, anziché respingere entrambi come prodotti di forze estranee”. <em>Ivi</em>, p. 133.</p>
<p style="text-align: justify;">35 Cfr., Ernst Jünger, <em>Scritti politici e di guerra</em>, Libreria Editrice Goriziana, Gorizia 2005.</p>
<p style="text-align: justify;">36 “Si vorrebbe riconoscere all&#8217;uomo, a piacere, la qualità di creatore o di vittima di questa stessa tecnica. L&#8217;uomo appare qui o un apprendista stregone, il quale evoca forze i cui effetti egli non sa dominare, o il creatore di un progresso ininterrotto che corre incontro a paradisi artificiali”. Ernst Jünger, <a title="L'operaio" href="http://www.libriefilm.com/loperaio/301"><em>L&#8217;operaio</em></a>, cit., p. 140.</p>
<p style="text-align: justify;">37 Armin Mohler fornisce una chiara spiegazione del contesto in cui sorge il concetto di “interregno”: “Attraverso la nuova esplosione di movimenti che si determina nel secolo XIX il Cristianesimo (…) si disgrega. Nella realtà politica, conformemente al principio di inerzia, continua ad esistere; tuttavia là dove si prendono le decisioni esso ha perso la sua posizione dominante e rimane, anche nelle sue tradizioni consolidate (Neotomismo e Teologia dialettica), solamente una forza tra le altre. Questo processo è accelerato ulteriormente dalla decomposizione dell&#8217;eredità del mondo antico, che aveva aiutato nel corso dei secoli il cristianesimo a raggiungere una forma propria. Gli elementi della realtà precedente sussistono ancora, ma, isolati e senza punti di riferimento, si muovono disordinatamente nello spazio. L&#8217;antica struttura dell&#8217;Occidente quale unità di mondo classico, cristianesimo e forze di nuovi popoli penetrati nella storia con le invasioni barbariche, è frantumata. Ci troviamo così in questo stato intermedio, in un “Interregnum”, da cui ogni espressione culturale è influenzata”. Armin Mohler, <em>La Rivoluzione Conservatrice in Germania 1919-1932, Una guida</em>, cit., pp. 22, 23.</p>
<p style="text-align: justify;">Il presente articolo è stato originariamente pubblicato in <em>Annali della Facoltà di Lettere e Filosofia dell&#8217;Università di Cagliari </em>- Nuova Serie &#8211; XXVII (VOL. LXIV) – 2009.</p>
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		<title>Gli ultimi trionfi del denaro e della macchina nella filosofia della storia di Oswald Spengler</title>
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		<pubDate>Wed, 29 Dec 2010 17:51:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Lamendola</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Secondo la concezione organicistica di Spengler ogni civiltà è equiparabile a un essere vivente che nasce, si sviluppa, decade (nella fase della «civilizzazione») e, da ultimo, muore]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/gli-ultimi-trionfi-del-denaro-e-della-macchina-nella-filosofia-della-storia-di-oswald-spengler.html' addthis:title='Gli ultimi trionfi del denaro e della macchina nella filosofia della storia di Oswald Spengler '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/rivoluzione-conservatrice.PNG" width="48" height="48" alt="" title="Rivoluzione conservatrice" /><br/><p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/il-tramonto-delloccidente-2/3546" target="_blank"><img class="alignright size-medium wp-image-6484" style="margin: 10px;" title="il-tramonto-dell-occidente" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/il-tramonto-dell-occidente1-192x300.jpg" alt="" width="192" height="300" /></a>Nato a Blankenburg, nel Magdeburgo, nel 1880 e morto a Monaco nel 1936 &#8211; in buon punto per evitare le conseguenze del suo rifiuto di approvare il violento antisemitismo del regime hitleriano -, Oswald Spengler è stato uno dei filosofi più discussi e controversi del XX secolo, suscitando fervidi entusiasmi e ripulse totali e irrevocabili. Per alcuni egli è stato il teorico del nazionalsocialismo, nella misura in cui &#8211; pur non aderendo formalmente ad esso &#8211; aveva sostenuto la necessità di instaurare un forte potere militare e affermato la superiorità della razza «bianca» e della preponderanza della Germania nel quadro politico mondiale. Altri hanno visto in lui il maggiore erede di Nietzsche, della sua fedeltà alla terra e della volontà di potenza, oltre che un continuatore del relativismo storicistico di Dilthey e, quindi, il legittimo continuatore della tradizione filosofica tedesca di fine Ottocento.</p>
<p style="text-align: justify;">La sua concezione organicistica delle civiltà, secondo la quale ogni civiltà è equiparabile a un essere vivente che nasce, si sviluppa, decade (nella fase della «civilizzazione») e, da ultimo, muore, apparve &#8211; ed era &#8211; una tipica forma di biologismo sociale, dominata com&#8217;era da una darwiniana <em>strength for life</em>, ove le civiltà vecchie e deboli devono cedere il passo a quelle giovani e forti. Concezione che a molti non piacque, e che tuttavia appariva fondata su cospicui elementi di realtà oggettiva, e che tanto più difficile sembrava smentire quanto più l&#8217;Autore dispiegava, per sostenerla, una immensa congerie di osservazioni tratte dalla musica, dall&#8217;architettura, dalla storia delle <a title="religioni" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religioni</a> e da quella dell&#8217;economia e della tecnica.</p>
<p style="text-align: justify;">Piacque, soprattutto ai Tedeschi, l&#8217;implicito machiavellismo sotteso a tutta l&#8217;opera: per cui, nelle convulsioni della disfatta al termine della prima guerra mondiale (<a title="Il tramonto dell'Occidente" href="http://www.libriefilm.com/il-tramonto-delloccidente-2/3546"><em>Il tramonto dell&#8217;Occidente</em></a> venne pubblicato tra il 1918 e il 1922, ossia negli anni più bui mai vissuti sino ad allora dalla Germania), era possibile intravedere una ripresa e, forse, persino una futura rivincita, a patto di sapere accettare il proprio destino e di percorrere sino in fondo la strada tracciata dalle presenti forze storiche, materiali non meno che spirituali.</p>
<p style="text-align: justify;">Otto, secondo Spengler, sono le civiltà che si sono succedute, dall&#8217;origine ad oggi, nel panorama della storia mondiale, sviluppando quei «cicli di cultura» i quali tendono a ripetersi con caratteristiche sostanzialmente analoghe, pur nella diversità delle situazioni specifiche. Esse sono state la babilonese, l&#8217;egiziana, la indiana, la cinese, la greco-romana (o «apollinea»), l&#8217;araba (o «magica»), quella dei Maya e, infine, l&#8217;occidentale (che Spengler definisce «faustiana»). Si sono avvicendante secondo una cadenza di circa mille anni, soggiacendo a leggi in tutto e per tutto simili a quelle degli organismi viventi e finendo per estinguersi e scomparire completamente &#8211; tranne la nostra, che è destinata, però, a concludersi come le altre.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/anni-della-decisione/8517" target="_blank"><img class="alignleft size-medium wp-image-6482" style="margin: 10px;" title="anni-della-decisione" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/anni-della-decisione1-180x300.jpg" alt="" width="180" height="300" /></a>Si suole affermare che qualcosa di una civiltà continua a permanere anche al di là di essa, ma è un errore. Ogni civiltà è destinata a una fine totale, che trascina con sé anche i valori da essa emanati; nessun valore può sopravvivere al di là della civiltà che lo ha prodotto. I valori sono deperibili, proprio come le civiltà; possono, semmai, essere sostituiti da altri valori, frutto di altre civiltà. Non esistono valori assoluti, così come non esistono verità assolute; ogni verità è relativa al contesto della civiltà che la pone e, esauritasi quest&#8217;ultima, anche il concetto di verità si sbriciola, si frantuma. La stessa idea di progresso, non è altro che una illusione.</p>
<p style="text-align: justify;">Quanto alla civiltà occidentale, essa è ormai quasi giunta al termine del proprio ciclo vitale e, quindi, alla successiva, inevitabile estinzione: non resta che prenderne atto e seguire il destino che ci si prepara, rinunciando alla chimera di poter tramandare valori imperituri o di poter mutare il corso della storia, bensì sfruttando l&#8217;ultimo guizzo di luce prima del crepuscolo.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma già si fa avanti la prossima civiltà, che prenderà il posto di quella occidentale: la civiltà russa, che dominerà a sua volta la scena della storia mondiale, finché non avrà esaurito il suo ciclo e scomparirà a sua volta.</p>
<p style="text-align: justify;">La civiltà occidentale, dunque, non ha nulla di speciale, in se stessa, perché si debba pensare che possa sfuggire al destino di tutte le altre civiltà. Anzi, essa è già entrata, e da tempo, nella fase della civilizzazione, caratterizzata dal gigantismo delle sue creazioni esteriori e dal progressivo esaurimento del suo spirito vitale, della sua «anima».</p>
<p style="text-align: justify;">D&#8217;altra parte, negli ultimi secoli della sua vicenda millenaria si è prodotto un evento finora sconosciuto alla storia dell&#8217;umanità: il sopravvento della tecnica, della macchina, sulla natura e sull&#8217;uomo stesso, che ne è divenuto lo schiavo. È nata una figura nuova, quella dell&#8217;ingegnere; che, molto più importante dell&#8217;imprenditore o dell&#8217;operaio dell&#8217;industria, tiene in mano i futuri sviluppi della civiltà occidentale. Ma il tempo di quest&#8217;ultima è ormai quasi compiuto; la fine è imminente. Si tratta soltanto di vedere se l&#8217;uomo occidentale saprà assecondare il movimento della storia, creando una nuova forma di potenza &#8211; quella del signore, che non si cura dei profitti personali come fa il mercante e che, a differenza di lui, mira ad instaurare una società basata sull&#8217;armonia generale e non sul vantaggio egoistico di pochi capitalisti.</p>
<p style="text-align: justify;">Questa posizione spiega l&#8217;atteggiamento di cauto interesse nei confronti del socialismo, inteso come principio etico più che come concreto movimento storico; e coniugato, d&#8217;altronde, con un forte elemento di tipo nazionalistico, sì da far pensare più al nazionalsocialismo che al comunismo sovietico. Ma forse, dopotutto, Spengler aveva la vista più lunga di quanto non sembrasse ai suoi detrattori e aveva intuito che, dietro le grandi differenze esteriori, nazismo e stalinismo avevano più cose in comune di quante non fossero disposti ad ammettere sia l&#8217;uno che l&#8217;altro. Per cui la sua profezia, che alla fine l&#8217;idea del denaro si sarebbe scontrata con l&#8217;idea del sangue; ossia che i valori mercantili sarebbero venuti a una resa dei conti con i valori aristocratici, conteneva elementi tutt&#8217;altro che peregrini; tanto è vero che molti intellettuali europei di destra &#8211; a cominciare da <a title="Julius Evola" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/julius-evola">Julius Evola</a>, traduttore dal tedesco de <a title="Il tramonto dell'Occidente" href="http://www.libriefilm.com/il-tramonto-delloccidente-2/3546"><em>Il tramonto dell&#8217;Occidente</em></a> nella nostra lingua &#8211; avrebbero visto nella seconda guerra mondiale, a torto o a ragione, precisamente questo tipo di scontro finale. E così la vide anche Berto Ricci, andato volontario a combattere (e a morire) in Libia contro gli Inglesi, lui sposato e padre di famiglia, nella speranza di vedere &#8211; come scrisse in una delle sue ultime lettere &#8211; il sorgere di un mondo un po&#8217; meno ingiusto, un po&#8217; meno ladro di quello allora esistente.</p>
<p style="text-align: justify;">Scriveva, dunque, Oswald Spengler nelle pagine conclusive de <a title="Il tramonto dell'Occidente" href="http://www.libriefilm.com/il-tramonto-delloccidente-2/3546"><em>Il tramonto dell&#8217;Occidente</em></a> (titolo originale: <em>Der Untergang des Abendlandes</em>, traduzione italiana di <a title="Julius Evola" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/julius-evola">Julius Evola</a>, Longanesi &amp;C., Milano, 1957, 1978, vol. 2, pp. 1.390-98):</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">…contemporaneamente al razionalismo, si giunge alla scoperta della macchina a vapore che sovverte tutto e trasforma dai fondamenti l&#8217;immagine dell&#8217;economia. Fino a allora la natura aveva avuto la parte di una coadiutrice; ora la si riduce a una schiava e il suo lavoro, quasi per scherno, lo si calcola secondo cavalli-vapore. Dalla forza muscolare del negro sfruttata nelle aziende organizzate, si passò alle riserve organiche della scorza terrestre dove l&#8217;energia vitale di millenni è immagazzinata sotto specie di carbone, e infine lo sguardo si è portato sulla natura inorganica, le cui forze idrauliche sono state già arruolate ad integrare quelle del carbone. Coi milioni e miliardi di cavalli-vapore la densità di popolazione raggiunge un livello che nessun&#8217;altra civiltà avrebbe mai ritenuto possibile. Questo aumento è conseguenza della macchina, la quale vuol essere servita e diretta, in cambio centuplicando le forze di ogni individuo. È con riferimento alla macchina che la vita umana va ora a rappresentare un valore. Il lavoro diviene la grande parola d&#8217;ordine del pensiero etico. Già nel diciottesimo secolo esso in tutte le lingue aveva perduto il suo significato negativo originario. La macchina lavora e costringe l&#8217;uomo a lavorare insieme ad essa. Tutta la civiltà è giunta ad un tale grado di attivismo, che sotto di esso la terra trema.</p>
<p style="text-align: justify;">E ciò che si è svolto nel corso di appena un secolo è uno spettacolo di una tale potenza, che l&#8217;uomo di una futura civiltà, di una civiltà con una anima diversa e con diverse passioni, avrà il sentimento che la stessa natura ne doveva esser stata scossa nel suo equilibrio. Anche in altri tempi la politica passò sopra città e popoli e l&#8217;economia umana incise profondamente sui destini del regno animale e vegetale; ma tutto ciò sfiorò appena la vita e di nuovo sparì. Invece questa tecnica lascerà le sue tracce anche quando tutto sarà dimenticato e sepolto. Questa passione faustiana ha trasformato l&#8217;imagine della superficie terrestre.</p>
<p style="text-align: justify;">Qui ha agito un impulso della vita a trascendere e ad innalzarsi che, intimamente affine a quello del gotico, al tempo dell&#8217;infanzia della macchina a vapore trovò espressione nel monologo del <a title="Faust" href="http://www.libriefilm.com/faust/8912"><em>Faust</em></a> di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/johann-wolfgang-goethe" target="_blank">Goethe</a></span>. L&#8217;anima ebbra vuol portarsi di là da spazio e tempo. Una indicibile nostalgia la attira verso lontananze sconfinate. Ci si vorrebbe staccare dalla terra, ci si vorrebbe perdere nell&#8217;infinito, si vorrebbero sciogliere i vincoli del corpo ed errare nello spazio cosmico fra le stelle. Ciò che all&#8217;inizio fu cercato dal fervido empito ascensionale di un San Bernardo, ciò che Grünewald e Rembrandt evocarono negli sfondi dei loro quadri e Beethoven negli accordi trasfigurati dei suoi ultimi quartetti, torna di nuovo nell&#8217;ebbrezza spirituale donde procede questa fitta serie di invenzioni. È così che si è formato un sistema fantastico di mezzi di comunicazione che ci fa attraversare interi continenti in pochi giorni, e ci porta con città galleggianti di là da ogni oceano, che trafora montagne e lancia convogli a velocità pazze nei labirinti delle ferrovie sotterranee; e dalla veccia macchina a vapore, da tempo esaurita nelle sue possibilità, si è passati ai motori a gas per infine staccarsi dalle vie e dalle rotaie ed elevarsi negli spazi. Così la parola parlata in un attimo può esser inviata oltre ogni mare; prorompe il piacere per <em>records </em>di ogni specie e per le dimensioni inaudite, ambienti giganteschi vengono costruiti per macchine titaniche, navi enormi e ponti ad incredibile gettata, costruzioni pazzesche che raggiungono le nubi, forze meravigliose incatenate in un punto in modo tale che basta la mano di un bambino per metterle in movimento, opere di cristallo e di acciaio che vibrano nel frastuono di ogni specie di meccanismi nelle quali, questo essere minuscolo, si muove come un signore assoluto sentendo finalmente sotto di sé la natura.</p>
<p style="text-align: justify;">E queste macchine nella loro forma sono sempre più disumanizzate, sempre più ascetiche, mistiche, esoteriche. Esse avvolgono la terra con una rete infinita di forze sottili, di correnti e di tensioni. Il loro coro si fa sempre più spirituale, sempre più chiuso. Queste ruote, questi cilindri, queste leve non parlano più. Ciò che in esse è più importante si ritira all&#8217;interno. La macchina è stata sentita come qualcosa di diabolico, e non a torto. Agli occhi del credente essa rappresenta la detronizzazione di Dio. Essa pone la causalità sacra nelle mani dell&#8217;uomo e questi la mette silenziosamente, irresistibilmente in moto con una specie di preveggente onnisapienza.</p>
<p style="text-align: justify;">Mai come oggi un microcosmo si è sentito superiore al macrocosmo. Oggi vediamo piccoli esseri viventi che con la loro forza spirituale hanno ridotto il non vivente a dipendere da loro. Nulla sembra eguagliare un simile trionfo che è riuscito ad un&#8217;unica civiltà e forse solo per la durata di qualche secolo.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma proprio per tal via l&#8217;uomo faustiano è divenuto schiavo della sua creazione. Nelle sue mosse così come nelle sue abitudini di vita egli sarà spinto dalla macchina in una direzione sulla quale non vi sarà più né sosta, né possibilità di tornare indietro. Il contadino, l&#8217;artigiano, perfino il commerciante appaiono d&#8217;un tratto insignificanti di fronte a tre figure cui lo sviluppo della macchina ha dato forma: l&#8217;imprenditore, l&#8217;ingegnere e l&#8217;operaio industriale. In questa civiltà, e in nessun&#8217;altra al di fuori di essa, da un piccolo ramo dell&#8217;artigianato, cioè dall&#8217;economia dei manufatti, si è sviluppato il possente albero che oscura ogni altra professione: il mondo economico dell&#8217;industria meccanica. E questo mondo costringe sia l&#8217;imprenditore che l&#8217;operaio industriale ad obbedirgli. Entrambi sono gli schiavi, non i signori della macchina che ora comincia a manifestare il suo occulto potere demonico. Ma se le attuali teorie socialistiche hanno solo voluto vedere il rendimento dell&#8217;operaio non avanzando che per il lavoro di questi le loro rivendicazioni, un tale lavoro è tuttavia reso possibile esclusivamente dall&#8217;attività decisiva e  sovrana dell&#8217;imprenditore. Il famoso detto del braccio possente che fa arrestare tutte le ruote è un errore. Per fermarle, non c&#8217;è bisogno di essere operai. Ma per tenerle in moto, non basta essere operai. È l&#8217;organizzazione, è il dirigente che costituisce il centro di tutto questo regno artificiale e complesso della macchina. Il pensiero, non il braccio, tiene insieme un tale regno. Ma proprio per questo, per mantenere in piedi siffatto edificio perennemente pericolante, una figura è ancor più importante della stessa energia di nature dominatrici in veste di imprenditori che fa scaturire da suolo intere città e che sa trasformare l&#8217;immagine del paesaggio &#8211; una figura, che nelle lotte politiche si è soliti dimenticare: l&#8217;ingegnere, sapiente sacerdote della macchina. Non sol il livello ma la stessa esistenza dell&#8217;industria dipendono dall&#8217;esistenza di centinaia di migliaia di menti qualificate e ben addestrate che dominano e fanno progredire incessantemente la tecnica.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;ingegnere è propriamente il silenzioso dominatore e il destino dell&#8217;industria meccanica. Il suo pensiero è come possibilità quel che la macchina è come realtà. Si è temuto, materialisticamente, l&#8217;esaurirsi dei giacimenti di carbone. Ma finché esisteranno degli scopritori di sentieri di un rango superiore pericoli di tal genere saranno inesistenti. Solo quando questo esercito di inventori, il cui lavoro intellettuale forma una interna unità con quello della macchina, non avrà più una posterità, l&#8217;industria, malgrado la presenza di imprenditori e di operai si spegnerà. Anche se la salute dell&#8217;anima dei migliori delle future generazioni venisse considerata più importante di tutta la potenza della terra e se per influenza di quella mistica e di quella metafisica che oggi stano soppiantando il razionalismo il sentimento del satanismo della macchina guadagnasse terreno in una <em>élite </em>spirituale sollecita di quella salute &#8211; sarebbe l&#8217;equivalente del passaggio da Ruggero Bacone a Bernardo di Chiaravalle &#8211; anche in questo caso nulla arresterà la conclusione di questo grande dramma dello spirito nel quale le forze materiali hanno solo una parte secondaria.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;industria occidentale ha sostato le vie già seguite dal commercio delle altre civiltà. Le correnti della vita economica si portano verso le sedi del «re carbone» e le aree ricche di materie prime; la natura viene saccheggiata, tutta la terra viene offerta in olocausto al pensiero faustiano sotto specie di energia. La terra che lavora è l&#8217;essenza della visione faustiana; nel contemplarla, muore il Faust della seconda parte. Del poema, nella quale il lavoro dell&#8217;imprenditore ha avuto la sua suprema trasfigurazione. È la suprema antitesi all&#8217;esistenza statica e sazia del periodo imperiale antico. L&#8217;ingegnere è il tipo più lontano dal pensiero giuridico romano ed egli otterrà che la sua economia abbia un proprio diritto: un diritto nel quale le forze e le opere prenderanno il posto delle persone e delle cose.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma non è meno titanico l&#8217;assalto sferrato dal danaro contro questa potenza spirituale. Anche l&#8217;industria è legata alla terra &#8211; come l&#8217;elemento contadino. Essa ha le sue sedi, i suoi impianti, le sue sorgenti di energia vincolate al suolo. Solo l&#8217;alta finanza è completamente libera, completamente inafferrabile. A partire dal 1789 le banche e quindi le Borse si sono sviluppate come una potenza autonoma grazie al bisogno di credito determinato dall&#8217;enorme incremento dell&#8217;industria e, come il danaro in tutte le civilizzazioni, questa potenza ora vuol essere l&#8217;unica potenza. L&#8217;antichissima lotta fra economia di produzione e economia di conquista prende ora le proporzioni di una lotta gigantesca e silenziosa di spiriti svolgentesi sul suolo delle città cosmopolite.</p>
<p style="text-align: justify;">È la lotta disperata del pensiero tecnico, il quale difende la sua libertà contro il pensiero in funzione di danaro.</p>
<p style="text-align: justify;">La dittatura del danari si consolida e si avvicina ad un apice naturale &#8211; ciò sta accadendo oggi nella civilizzazione faustiana come già è accaduto in ogni altra civilizzazione. Ed ora interviene qualcosa che può esser compreso solo da chi ha penetrato il significato essenziale del danaro faustiano. Se il danaro faustiano fosse qualcosa di tangibile, di concreto, la sua esistenza sarebbe eterna; ma poiché esso è una forma del pensiero, esso scomparirà non appena il mondo dell&#8217;economia sarà stato pensato a fondo: scomparirà per l&#8217;esaurirsi della materia che gli fa da substrato. Quel pensiero è già penetrato nella vita della campagna mobilitando il suolo; esso ha trasformato in senso affaristico ogni specie di mestiere; oggi esso penetra vittoriosamente nell&#8217;industria per mettere le mani sullo stesso lavoro produttivo dell&#8217;imprenditore, dell&#8217;ingegnere e dell&#8217;operaio. La macchina col suo seguito umano, la macchina, questa vera sovrana del secolo, è in procinto di soggiacere ad una più forte potenza. Ma questa sarà l&#8217;ultima delle vittorie che il danaro può riportare; dopo, comincerà l&#8217;ultima lotta, la lotta con la quale la civilizzazione conseguirà la sua forma conclusiva: la lotta tra danaro e sangue.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;avvento del cesarismo spezzerà la dittatura del danaro e della sua arma politica, la democrazia. Dopo un lungo trionfo dell&#8217;economia cosmopolita e dei suoi interessi sulla forza politica creatrice, l&#8217;aspetto politico della vita dimostrerà di essere, malgrado tutto, il più forte. La spada trionferà sul danaro, la volontà da signore piegherà di nuovo la volontà da predatore. Se designiamo come capitalismo le potenze del danaro e se per socialismo s&#8217;intende invece la volontà di dar vita a un forte ordinamento politico-economico di là da ogni interesse di classe, ad un sistema compenetrato da una preoccupazione aristocratica e da un sentimento di dovere che mantengano il tutto in una salda forma in vista della lotta decisiva della storia &#8211; allora lo scontro tra capitalismo e socialismo potrà significare anche quello fra danaro e diritto. Le potenze private dell&#8217;economia vogliono avere mani libere perla conquista delle grandi fortune. Non intendono che nessuna legge sbarri loro la via. Vogliono leggi che vadano nel loro interesse e per questo si servono dello strumento che esse stesse si sono create, della democrazia e dei partiti pagati. Per far fronte ad un tale assalto il diritto ha bisogno di una tradizione aristocratica, dell&#8217;ambizione di forti schiatte capaci di trovare la loro soddisfazione non nell&#8217;accumulazione delle ricchezze bensì nei compiti propri ad un&#8217;autentica razza di capi di là da ogni vantaggio procurato dal danaro. Una potenza può esser rovesciata solo da un&#8217;altra potenza, non da un principio; ma al di fuori della potenza del danaro non ve ne è un&#8217;altra, oltre a quella ora detta. Il danaro potrà essere spodestato e dominato soltanto dal sangue. La vita è la prima e l&#8217;ultima delle correnti cosmiche in forma microcosmica. Essa costituisce la realtà per eccellenza nel mondo considerato come storia. Di fronte all&#8217;irresistibile ritmo agente nella successione delle generazioni alla fine scompare tutto ciò che l&#8217;essere desto ha costruito nei suoi mondi dello spirito. Nella storia l&#8217;essenziale è sempre e soltanto la vita, la razza, il trionfo della volontà di potenza, non il trionfo delle verità, delle invenzioni o del danaro. La storia mondiale è il tribunale del mondo ed essa ha sempre riconosciuto il diritto della vita più forte, più piena, più sicura di sé: il suo diritto all&#8217;esistenza, non curandosi se ciò venga riconosciuto giusto o ingiusto dall&#8217;essere desto. La storia ha sempre sacrificato la verità e la giustizia alla potenza, alla razza, condannando a morte gli uomini e i popoli per i quali la verità è stata più importante dell&#8217;azione e la giustizia più essenziale della potenza. Così lo spettacolo offerto da una civiltà superiore, da questo meraviglioso mondo di divinità, di arti, di idee, di battaglie, di città, si chiude di nuovo con i fatti elementari del sangue eterno, che fa tutt&#8217;uno con l&#8217;onda cosmica in perenne circolazione. Come già il periodo imperiale cinese e quello romano ce l insegnano, l&#8217;essere desto con tutta la sua ricchezza delle sue forme è destinato a tornare silenziosamente al servizio dell&#8217;essere, della vita; il tempo trionferà dello spazio ed è esso che col suo corso inesorabile incanalerà col suo corso fuggevole, che sul nostro pianeta rappresenta la civiltà, in quell&#8217;altro accidente, che è l&#8217;uomo: forma nella quale l&#8217;accidente «vita» scorre per un certo periodo, mentre nel mondo illuminato che si apre al nostro sguardo appaiono, dietro a tutto ciò, gli orizzonti in moto della storia della terra e di quella degli astri.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma per noi, posti da un destino in questa civiltà e in questo punto del suo divenire in cui il danaro celebra i suoi ultimi trionfi e in cui il suo erede, il cesarismo, ormai avanza silenziosamente e irresistibilmente, è strettamente definita la direzione di quel che possiamo volere e che dobbiamo volere, a che valga la pena di vivere. A noi non è data la libertà di realizzare una cosa anziché l&#8217;altra. Noi ci troviamo invece di fronte all&#8217;alternativa di fare il necessario o di non poter fare nulla. Un compito posto dalla necessità storia sarà in ogni caso realizzato: o col concorso dei singoli o ad onta di essi.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Ducunt fata volentem, nolentem trahunt.</em></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/storicismo-e-storia-universale/8543" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-6481" style="margin: 10px;" title="storicismo-e-storia-universale" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/storicismo-e-storia-universale.jpg" alt="" width="200" height="285" /></a>Come ha osservato Domenico Conte (in <em>Introduzione a Spengler</em>, Laterza Editori, Bari, 1997, p. 30 sgg.), sono almeno tre le prospettive dalle quali Spengler osserva il movimento della storia universale.</p>
<p style="text-align: justify;">La prima è una dimensione &#8220;popolare&#8221;, che vede la contrapposizione pura e semplice fra mondo della natura e mondo della storia (ciò che riecheggia la distinzione diltheyana fra scienze della natura e scienze dello spirito: cfr. <a title="Francesco Lamendola" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/francesco-lamendola/">F. Lamendola</a>, <a title="Wilhelm Dilthey" href="http://www.centrostudilaruna.it/essenza-della-filosofia-e-coscienza-della-sua-storicita-nel-pensiero-di-wilhelm-dilthey.html"><em>Essenza della filosofia e coscienza della sua storicità nel pensiero di Wilhelm Dilthey</em></a>). Il mondo della natura è statico, quello della storia è dinamico; il mondo della natura è sottoposto a leggi regolari e costanti, quello della storia è unico e irripetibile.</p>
<p style="text-align: justify;">La seconda dimensione è, propriamente, quella della filosofia della storia, basata sulla concezione organicistica delle civiltà, che egli assimila a degli organismi viventi. È questo l&#8217;aspetto più noto della sua concezione filosofica, quello che ha destato maggiori consensi ma anche le critiche più pesanti, da parte di coloro i quali hanno evidenziato l&#8217;arbitrarietà di una analogia in senso stretto fra la vita degli organismi e la «vita» delle civiltà umane.</p>
<p style="text-align: justify;">La terza prospettiva, che potremmo definire metafisica, è quella che ruota intorno al concetto spengleriano di «anima» delle civiltà. È qui che il pensatore tedesco ha sviluppato la parte più originale delle sue riflessioni, istituendo complessi e vorticosi parallelismi fra gli elementi formali delle singole civiltà e spaziando, con tono ispirato e quasi da veggente, attraverso i campi più svariati dell&#8217;arte, della scienza e della tecnica. Ed è qui che ha dispiegato quel suo stile turgido e solenne, drammatico e affascinante, che gli ha conquistato la simpatia di tante schiere di lettori ma anche, inevitabilmente, la diffidenza o il disdegno di molti filosofi di più austera concezione, ivi compresi gli idealisti ideali e, segnatamente, Benedetto Croce.</p>
<p style="text-align: justify;">Quanto a noi, quello che più ci colpisce nella concezione della storia di Spengler è la brutalità, per così dire, ovvero la crudezza del suo vitalismo biologico. Unendo la volontà di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/arthur-schopenhauer" target="_blank">Schopenhauer</a></span> con la selezione naturale di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/charles-darwin" target="_blank">Darwin</a></span>, l&#8217;autore de <a title="Il tramonto dell'Occidente" href="http://www.libriefilm.com/il-tramonto-delloccidente-2/3546"><em>Il tramonto dell&#8217;Occidente</em></a> delinea un mondo della storia dominato da inesorabili leggi biologiche, ove tutto ciò che resta della libertà umana non è altro che la libertà di &#8220;scegliere&#8221; un destino tra segnato dalle forze della storia stessa, oppure di precipitare nell&#8217;impotenza più completa.</p>
<p style="text-align: justify;">Spengler, come si è visto, è estremamente esplicito a questo riguardo: nella storia l&#8217;essenziale è sempre e soltanto la vita, la razza, il trionfo della volontà di potenza, non il trionfo delle verità, delle invenzioni o del danaro. La storia mondiale è il tribunale del mondo ed essa ha sempre riconosciuto il diritto della vita più forte, più piena, più sicura di sé: il suo diritto all&#8217;esistenza, non curandosi se ciò venga riconosciuto giusto o ingiusto dall&#8217;essere desto. La storia ha sempre sacrificato la verità e la giustizia alla potenza, alla razza, condannando a morte gli uomini e i popoli per i quali la verità è stata più importante dell&#8217;azione e la giustizia più essenziale della potenza.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/albe-e-tramonti-deuropa-ernst-junger-e-oswald-spengler/5785" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-6483" style="margin: 10px;" title="albe-e-tramonti-deuropa" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/albe-e-tramonti-deuropa1.jpg" alt="" width="200" height="292" /></a>Questo è il dramma di una concezione della storia chiusa in sé stessa, opera di un essere umano gettato a caso nel mondo e destinato a sparire, come già sono scomparse tante altre forme di vita  prima di lui. Solo quando si dà per scontata la assoluta insignificanza dell&#8217;uomo in quanto persona unica e irripetibile, nonché la radicale immanenza della storia, si può giungere a proclamare, senza ombra di turbamento &#8220;sentimentale&#8221;, che la verità non ha alcuna importanza e che quello che conta è solo la potenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Peggio ancora, Spengler afferma &#8211; senza batter ciglio &#8211; che la storia è il tribunale del mondo, il che equivale ad innalzare la realtà effettuale al di sopra di tutto e implica, come logica conseguenza, l&#8217;adorazione dell&#8217;esistente, visto come l&#8217;affermazione, attraverso la lotta, di ciò che è migliore, nel senso di più forte. Si tratta di un tribunale che non riconosce valori o principi, ma solo dati di fatto; e che si inchina solo davanti a quelle forze storiche che sanno imporre, nietzscheanamente, una vita più piena e più sicura di sé, non una vita più giusta o più buona.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel clima di generale disorientamento intellettuale e morale dei primi decenni del Novecento, milioni di persone hanno fatto propria una tale filosofia della forza e si sono lasciate trascinare da capi politici che l&#8217;avevano adottato come loro credo incondizionato.</p>
<p style="text-align: justify;">Negli ultimi giorni della sua vita, quando i carri armati sovietici irrompevano già per le vie di una Berlino distrutta dai bombardamenti aerei, Hitler ebbe a riconoscere &#8211; assai a denti stretti &#8211; che i Russi, alla fine, si erano dimostrati più forti dei Tedeschi e che, quindi, meritavano di divenire i nuovi signori dell&#8217;Europa. Anche Mussolini, negli ultimi tempi della sua vita, si era più volte lamentato del fatto che gli Italiani non erano stati all&#8217;altezza del grande destino offertosi a portata delle loro possibilità e che, pertanto, avevano meritato pienamente la sconfitta.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma se la storia non è altro che un tribunale del mondo fondato sul diritto del più forte, bisogna sempre aspettarsi che la forza di oggi ceda, domani, davanti a una forza più grande o semplicemente più spregiudicata; il che equivale a fare della storia umana una giungla insanguinata, popolata di zanne e di artigli sempre protesi a ghermire la preda, lacerarla e massacrarla. Il tribunale assomiglia pericolosamente a un mattatoio, da cui si levano incessantemente muggiti di terrore e grida di dolore; un tribunale che sanziona il diritto della forza in luogo della forza del diritto.</p>
<p style="text-align: justify;">Se così fosse, vorrebbe dire che nessun progresso è stato compiuto dai tempi degli eroi omerici, trascinati in una spirale infinita di violenza per acquisire la gloria, che richiede sempre nuova violenza per conservare ed accrescere la gloria stessa: e ciò in un mondo ove tutti mirano allo stesso obiettivo, e ridotto, quindi, a un eterno, sanguinoso campo di battaglia di ciascuno contro tutti. Spengler, nemico dell&#8217;idea di progresso, non aveva alcuna difficoltà ad ammetterlo; ma noi, che pure non adoriamo l&#8217;idea (illuministica) del progresso, possiamo ammettere che la civiltà cui apparteniamo non abbia saputo minimamente elaborare l&#8217;insegnamento di quelle che l&#8217;hanno preceduta, per instaurare non già un mondo concreto di giustizia e armonia, ma almeno l&#8217;idea di una superiore giustizia e di una necessaria armonia?</p>
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		<title>Ernst Jünger. La civiltà come maschera</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Nov 2010 16:43:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Iacona</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/ernst-junger-la-civilta-come-maschera.html' addthis:title='Ernst Jünger. La civiltà come maschera '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/ernstjunger48x48.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Ernst Jünger" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/rivoluzione-conservatrice.PNG" width="48" height="48" alt="" title="Rivoluzione conservatrice" /><br/><p style="text-align: justify;">
<div id="attachment_6256" class="wp-caption alignright" style="width: 281px"><img class="size-full wp-image-6256" title="Ernst Jünger nel 1916 in divisa da tenente." src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/juenger-1918.jpg" alt="Ernst Jünger nel 1916 in divisa da tenente." width="271" height="421" /><p class="wp-caption-text">Ernst Jünger nel 1916 in divisa da tenente.</p></div>
<p style="text-align: justify;">La prima figura in ordine cronologico estrapolabile dai lavori giovanili di <a title="Ernst Junger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Ernst Jünger</a>, (ma probabilmente prima anche per importanza) è quella del soldato. Il combattente nella terra di nessuno, il giovane che in solitudine affronta con invidiabile coraggio le truppe e che osserva con lungimiranza l’affermarsi della guerra dei materiali, è già in grado di assumere una propria posizione ideologica che influenzerà parte della cultura tedesca negli anni a venire. Le azioni e le idee del giovane Ernst (qualunque significato assumano) costituiscono, in questi primi anni, un esempio che verrà trasmesso per mezzo delle opere scritte, alla gioventù tedesca e in particolare alle migliaia di reduci insoddisfatti. Tuttavia nello stesso periodo, agli scritti di guerra <a title="Junger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a> alternerà opere di carattere più marcatamente psicologico, e ciò fino agli inizi degli anni ‘30 quando dando alle stampe <a title="Der Arbeiter" href="http://www.libriefilm.com/loperaio/301"><em>Der Arbeiter</em></a>, concluderà oltre un decennio di studi e riflessioni. Nei paragrafi che seguono ci occuperemo di approfondire l’attività del grande scrittore negli anni del primo dopoguerra.</p>
<p style="text-align: justify;">A diciannove anni i sogni africani di <a title="Ernst Jünger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Ernst Jünger</a> sono arrivati dinanzi ad un bivio. «Il tempo dell’infanzia era finito» afferma il giovane Berger, alla fine dell’avventura nella Legione Straniera, si può rimanere, cominciare una vita borghese, fatta di agi, piccole e vecchie corruzioni, o si può continuare non fuggendo ma agendo, per soddisfare una incancellabile voglia di protagonismo e scacciare l’horror vacui della crisi. Forte di queste convinzioni, soltanto un cuore avventuroso avrà il coraggio di raggiungere il fronte, poiché è alla ricerca di uno stile di vita maledettamente non-borghese, di un antidoto alla insoddisfazione, di un ideale per cui battersi fino all’estinzione. Accadrà che nel corso della guerra, il fuoco causerà quattordici ferite al corpo del giovane Ernst, ma il pericolo stesso finirà col correggere l’acerba vitalità della recluta: la Grande guerra trasformerà il giovane tenente in un uomo, ne scolpirà il carattere, permetterà lo sviluppo di un pensiero audace.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/loperaio/301" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-6254" style="margin: 10px;" title="loperaio" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/loperaio.jpg" alt="" width="200" height="324" /></a>Nel dopoguerra <a title="Ernst Juenger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Ernst Jünger</a>, «soffre la pace» e l’inattività, decide di chiudersi in se stesso, e dopo l’elaborazione dei diari di guerra, «butta giù» numerose riflessioni in forma di schizzo che più tardi comporrà in volume, ama leggere gli scrittori «maledetti», autori dallo spirito fortemente irrequieto, poeti e narratori che sente «propri», è alla ricerca di qualcosa e «crede alla fine di trovarla nell’ascesa della politica tedesca a cui prenderà parte». Le riviste nazionaliste lo attraggono, sceglie l’opposizione alla borghesia e al liberalismo e agli inizi degli anni ‘30 pubblica due fra le più importanti opere  del primo periodo: <em>Die totale Mobilmachung</em> e <em><a title="L'Operaio" href="http://www.libriefilm.com/loperaio/301">Der Arbeiter</a> </em>ove sviluppa le proprie idee frutto degli anni di riflessione e studio. Si tratta di opere che indagano la realtà con sguardo fermo, a volte spinto agli eccessi, ma guidato dall’onestà intransigente dell’ex combattente.</p>
<p style="text-align: justify;">In tutto il primo periodo, <a title="Juenger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger </a>dimostra di poter abbracciare, grazie ad una scrittura facile e dal contenuto sempre «a fuoco», vari temi: è passato, via via, dai resoconti di guerra, alle riflessioni psicologiche e biografiche per approdare infine, negli anni ‘30, al saggio teorico «impersonale». È agevole notare una natura di scrittore «poco regolata», desiderosa di espressione continua per mezzo di forme diverse e in grado di soddisfare una varietà di esigenze mai fissate a priori. Se la guerra lo ha costruito come uomo, il dopoguerra lo costruisce come scrittore, la scrittura viene utilizzata (secondo alcuni critici, in modo assolutamente inconscio) per superare le crisi del combattente e del reduce e le conseguenze psicologiche ad esse legate. Tuttavia se volessimo tentare una lettura organica degli scritti di cui si è detto, si rende opportuna la ricerca di un <em>leitmotiv </em>che percorra tutta l’opera jüngeriana, costituendone, per così dire, una spina dorsale ideale. Date le premesse, questo tentativo facilita la costruzione di basi idonee a liberare il pensiero di <a title="Ernst Juenger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Ernst Jünger</a> da quell’indeterminatezza che alcuni hanno evidenziato, accostandolo ad un tempo ad un ben individuato filone intellettuale e politico.</p>
<p style="text-align: justify;">Per Marcel Decombis la ricerca di un solido punto di vista ha, in <a title="Juenger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Ernst Jünger</a> (malgrado la mancanza di uno specifico metodo) «principi assolutamente fissi», postulati da una forza eminentemente rivoluzionaria; vale a dire lo scrittore manifesta nelle proprie opere una volontà di rottura dello <em>status quo </em>coerentemente sostenuta da un atteggiamento negazionista. D’altro canto, <a title="Juenger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a> non può essere annoverato tra i pensatori nihilisti: egli manterrebbe infatti un atteggiamento perennemente  (anche se simbolicamente) positivo. Affrontando ogni difficoltà ma mai certo della propria sopravvivenza egli ha dimostrato di intendere l’esistenza, descritta prevalentemente nelle forme del diario-romanzo, nei termini di una vita che nasce dalla morte. Questo capovolgimento dottrinario della natura, già utilizzato da Hölderlin ma presente anche in Wagner e Nietzsche, rappresenta un omaggio sia alla viva forza come sostantivo imperituro, sia alla mortalità generatrice come presupposto di un’idea di immortalità. «Penetrato da questa convinzione, <a title="Juenger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a>, chiede [...]che si faccia <em>tabula rasa </em>del passato, prima di porre le basi del futuro». Pertanto le durissime, tragiche prove contenute in ogni esistenza, servono soltanto da prologo al compiersi di uno spirito rigeneratore: guerra, caos, anarchia, non possono che rafforzare la volontà di ciò che è già forte, «la distruzione [non può che avere] un effetto creativo». Riassumendo: le crisi degli anni ‘20 conducono all’elaborazione di opere distruttive, prima di crudo realismo, poi di opposizione interiore, la rigenerazione si rivela nell’opera politica degli anni ‘30, quando tutte le difficoltà precedenti assumono la forma di una nuova dottrina.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/boschetto-125/436" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-6252" style="margin: 10px;" title="boschetto-125" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/boschetto-125.jpg" alt="" width="200" height="333" /></a>Sulla scorta di quanto ha scritto Langenbucher, si può operare un’importante distinzione tra i grandi artisti che presero parte alla guerra nel 1914. Alcuni come George, al momento dello scoppio del conflitto erano adulti, con una personalità formata in pieno e dunque «già carichi di pregiudizi»; altri, <a title="Juenger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a> fra questi, erano giovanissimi e molto più adatti a descrivere la nuova esperienza di cui erano così intensamente partecipi; questi ultimi saranno pronti a narrare i trascorsi avvenimenti con una «purezza di intenzioni» che caratterizzerà in modo netto l’intreccio narrativo di numerosissime  opere.</p>
<p style="text-align: justify;">Sebbene di diari di guerra, dotati di crudo e visibile realismo, la <a title="letteratura" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/letteratura">letteratura</a> del primo dopoguerra abbondi, l’opera di <a title="Juenger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a> «è unica nel suo spirito». Decombis individua in essa uno spirito ricco di certezze; i diari jüngeriani sono memorie «spogliate di ogni carattere soggettivo al punto da apparire come dei semplici documenti». <em>In Stahlgewittern </em>è un libro contenente un’elencazione di fatti, spesso identici, che si susseguono nella loro concreta monotonia, è un’opera senza censure, o convenienti omissioni che presenta pagina dopo pagina, un freddo spettacolo di estinzione ed un dietro le quinte fatto di snervante attesa. È il libro che riassume quattro anni di guerra. <em><a title="Il Boschetto 125" href="http://www.libriefilm.com/boschetto-125/436">Das Wäldchen 125</a> </em>mostra invece un particolare essenziale della lunga esperienza del fronte: la difesa di una postazione di prima linea, è un episodio che in sé riassume la violenza degli attacchi e dei contrattacchi. <em>Feuer und Blut </em>è la narrazione di un giorno al fronte: la controffensiva tedesca del 21 marzo 1918 (evento che <a title="Juenger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a> non dimenticherà mai); il soggetto è, dunque, ancora una volta la Grande guerra.</p>
<p style="text-align: justify;"><em><a href="http://www.libriefilm.com/il-tenente-sturm/428" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-6253" style="margin: 10px;" title="il-tenente-sturm" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/il-tenente-sturm.jpg" alt="" width="200" height="334" /></a>Der Kampf als inneres Erlebnis</em>, può essere considerato un ponte tra le opere narrative di cui si è testé detto ed i lavori successivi. Si apre con essa il periodo di grande riflessione ed elaborazione intellettuale dell’esperienza vissuta. In quest’opera lo scrittore di Heidelberg riflette sul bisogno psicologico di uccidere e sulla distruzione come legge «essenziale» della natura; ma le azioni dell’uomo qui assumono il valore di «flagello necessario» che alimenta un salutare spirito di rinascita. La guerra è «il più potente incontro tra i popoli», ogni principio tra le genti si è affermato attraverso la guerra, essa viene accettata (così come non viene rimosso il ricordo di quattro anni di trincea) perché inevitabile, ed anzi l’accettazione è legata intimamente allo studio delle tecniche di offesa. Una procedura indispensabile per «non rimanere vittima dell’evento», affrontarlo senza soccombere, e dare un’idea di cosa la guerra sia e quale sforzo straordinario il combatterla comporti.</p>
<p style="text-align: justify;">Dunque, a ben vedere, la scelta dello scrittore è di non cantare le lodi della guerra in modo dissennato, bensì di rappresentarla con totalizzante realismo, tentando di ricercarne «un’anima» che possa superare l’emergere delle contraddizioni che la ragione stenta a spiegare. Così egli ha registrato la <em>Materialschlacht</em>, ha convissuto per anni con l’assoluta impotenza del soldato in trincea, ed andando alla ricerca di un proprio «ruolo da protagonista», ha inteso dare alla materialità proprie regole e confini. <a title="Juenger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a> accetta la guerra tecnologica («il regno della macchina dinnanzi alla quale il soldato deve annullarsi [...]»), non c’è rimpianto per un passato fatto di eroismi, non c’è insoddisfazione per un presente ove le virtù eroiche non trovano posto; egli ricerca un ordine, un equilibrio tra uomo e macchina, consapevole del ruolo di assoluta importanza che la tecnica occupa, anzi rivolgendo la massima attenzione a quest’ultima, prevedendo già che nuovi comportamenti e nuove mansioni attenderanno l’uomo «prigioniero» della tecnica. Scopriamo cosi uno <a title="Juenger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a> materialista che si «sforza di respingere tutte le illusioni dello spirito al fine di ritrovare il linguaggio dei fatti». Tuttavia l’uomo vuole restare «superiore» alla forza potenzialmente distruttiva della tecnica, egli può allora utilizzare quest’ultima come medium per «riaffermare la potenza dell’essere»; così il materialismo, che allontana dalla volontà dello scrittore qualunque superstizione idealista, diviene materia per operare personalissimi adattamenti: la realtà bellica si tramuta in evento estetico ove l’eroismo del singolo convive, in una continua ricerca d’armonia, con lo «strapotere» delle macchine. E poiché <em>Die Maschine ist die in Stahl gegossene Intelligenz eines Volkes, </em>le diverse forze della modernità amano procedere parallelamente.</p>
<p style="text-align: justify;"><em><a title="In Stahlgewittern" href="http://www.libriefilm.com/nelle-tempeste-dacciaio/2857"></a><a href="http://www.libriefilm.com/nelle-tempeste-dacciaio/2857" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-6229" style="margin: 10px;" title="nelle-tempeste-dacciaio" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/nelle-tempeste-dacciaio.jpg" alt="" width="200" height="313" /></a>In Stahlgewittern </em>è un diario-romanzo pubblicato due anni dopo la fine della grande guerra. Come si è detto, costituisce la non breve <em>ouverture </em>di oltre ottant’anni di continua produzione letteraria; per anni la critica, a causa dei contenuti e delle intenzioni del giovane autore, la etichetterà come l’opera principe dell’anti-Remarque della cultura europea. Protagonista unico del libro è il Soldato-Jünger che sconosce le decisioni prese dai superiori e soprattutto le motivazioni di largo respiro strategico delle azioni intraprese. La guerra viene rappresentata in modo parziale attraverso gli occhi del protagonista, l’opera descrive dunque soltanto l’evento in quanto evento e non fatto storico che porta con sé, innumerevoli risvolti e significati. Kaempfer vi ha scorto una lettura degli eventi bellici di comodo, data cioè una tesi aprioristica, l’intreccio narrativo si svilupperebbe con l’intento unico di confermarla, omettendo i dati che con essa contrasterebbero. D’altra parte Prümm ha visto in questo approccio un filo conduttore dell’opera jüngeriana: l’accettazione della realtà in quanto oggetto «che si sviluppa indipendentemente dal singolo individuo». Di conseguenza secondo alcune tesi abbastanza diffuse, vero protagonista dell’opera non si rivelerebbe il soggetto scrivente, bensì un oggetto:</p>
<p style="text-align: justify;">-L’immagine dei corpi straziati, vale a dire la cruda realtà dei morti giacenti sulla superficie delle campagne.</p>
<p style="text-align: justify;">Ovvero uno <em>spirito-guida</em>:</p>
<p style="text-align: justify;">-Il respiro della battaglia che aleggia intorno alle truppe.</p>
<p style="text-align: justify;">In proposito, scrive <a title="Juenger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a>:</p>
<blockquote style="text-align: justify;"><p>«Cresciuti in tempi di sicurezza e tranquillità tutti sentivamo l’irresistibile attrattiva dell’incognito, il fascino dei grandi pericoli [...] la guerra ci avrebbe offerto grandezza, forza, dignità. Essa ci appariva azione da veri uomini [...]» Accenti forti, espressi anni prima in terra francese anche da F.T. Marinetti, accenti forti ma così poco inusuali nella storia delle moderne nazioni. Pertanto <a title="Tempeste d'acciaio" href="http://www.libriefilm.com/nelle-tempeste-dacciaio/2857"><em>In Stahlgewittern</em></a>, concesse al lettore poche battute iniziali, mostra senza perifrasi, le vere conseguenze dei conflitti moderni: primo inverno di guerra, Champagne, villaggio di Orainville, un bombardamento, tredici vittime, una strada arrossata da larghe chiazze di sangue e la morte violenta che rimescola i colori della natura. Segue il  terribile resoconto di una forzata convivenza con la morte e con le azioni di belliche, ove «l’orrore della guerra viene estetizzato in incantesimo demonico e trasfigurato in veicolo estetico di accesso ad una sfera superiore [...]».</p></blockquote>
<p style="text-align: justify;">La vita comincia al crepuscolo in trincea e continua nelle buche scavate nel calcare e coperte di sterco. Si combatte una guerra di posizione che richiede un davvero difficile eroismo tanto da lasciare poco spazio alle illusioni: l’importante non è la potenza o la solidità delle trincee, ma il coraggio e l’efficienza degli uomini che le occupano. Bohrer sostiene che la rappresentazione dell’orrore in <a title="Ernst Juenger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Ernst Jünger</a>, serve a fornire della guerra una «immagine critica», vale a dire l’estetizzazione della stessa sarebbe il solo metodo in grado di darne un’idea reale. D’altro canto, la realtà medesima della guerra diviene realtà «superiore» poiché ogni valore e modello tradizionale è stato da lungo tempo dimenticato.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/tecnica-lavoro-e-resistenza/4499" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-6255" style="margin: 10px;" title="tecnica-lavoro-resistenza" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/tecnica-lavoro-resistenza1.jpg" alt="" width="200" height="297" /></a>La scoperta della battaglia dei materiali è l’evento cardine nel processo di formazione delle idee jüngeriane: il valore individuale è annullato dallo strapotere della tecnica. La meccanizzazione della guerra e le conseguenze che ne discendono, sono comprese dal Soldato in tutta la loro forza epocale. È la controffensiva inglese sulla Somme  a segnare la fine di un primo periodo di guerra e l’esordio di un nuovo tipo. Questo registra le battaglie dei materiali e subentra col suo gigantesco spiegamento di mezzi, al «tentativo di vincere la guerra con battaglie condotte alla vecchia maniera, tentativo inesorabilmente finito nella snervante guerra di posizione». Già Spengler aveva capito come il valore e il ruolo dell’individuo sarebbero stati ridotti dall’andamento della guerra moderna; ma dalla sua prospettiva <a title="Juenger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a> continua ad insistere sulle capacità del soldato, sforzandosi di dare ai compiti del combattente un accento da molti considerato irresponsabile. Tuttavia l’ideale eroico prussiano che <a title="Junger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a> manifesta nel suo diario, sconta anch’esso una lettura di tipo “psicanalitico”. Si tratterebbe, a parere di alcuni, di un tentativo di fuga dal mondo reale, ove il Soldato è costretto ad affrontare gli echi del destino simboleggiati dal <em>Trommelfeuer</em>. L’eroismo diviene la necessità o il calcolo razionale di chi ha pochissimo spazio per combattere una propria guerra, e finisce col dissimulare azioni e comportamenti necessari dettati da tempi meccanici fuori da ogni controllo.</p>
<p style="text-align: justify;">In tutto il resoconto c’è un’impronta magico-fiabesca, una coincidenza degli opposti, che unisce all’esplosione di forze elementari una continua ricerca della quiete cosmica: la battaglia viene sovente destorizzata e calata in una superficie mitica, al di sotto della quale la scrittura jüngeriana edifica possenti colonne, così si legge infatti: «La guerra aveva dato a questo paesaggio [davanti al canale di Saint Quentin] un’impronta eroica e malinconica». In mezzo ai colori della natura «anche un’anima semplice sente che la sua vita assume una profonda sicurezza e che la sua morte non è la fine».</p>
<p style="text-align: justify;">Il tentativo di esorcizzare la guerra, minimizzando gli eventi tragici e costruendo a propria difesa un mondo magico, condurrebbe in tal modo <a title="Junger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a> alla creazione di figure irreali, è questo il caso dell’immagine classica dell’eroe immortale, immerso nella contemplazione di una natura amica. D’altra parte anche l’amatissima <a title="letteratura" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/letteratura">letteratura</a> apparirebbe, e non di rado, come incredibile via di fuga. Scrive <a title="Junger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a>, durante un assalto:</p>
<blockquote style="text-align: justify;"><p>«L’elmetto calato sulla fronte, mordevo il cannello della pipa, fissando la strada, dove le pietre lanciavano scintille all’urto con le schegge di ferro; tentai con successo di farmi filosoficamente coraggio. Stranissimi pensieri mi venivano alla mente. Mi preoccupai di un romanzo francese da quattro soldi, <em>Le vautour de la Sierra</em>, che mi era capitato fra le mani a Cambrai. Mormorai più volte una frase dell’Ariosto: “Una grande anima non ha timore della morte, in qualunque istante arrivi, purché sia gloriosa!” Ciò mi dava una specie di gradevole ebbrezza, simile a quella che si prova volando sull’altalena al luna park. Quando gli scoppi lasciarono un po&#8217; in pace i nostri orecchi, udii accanto a me risuonare le note di una bella canzone: la Balena nera ad Ascalona; pensai tra me che il mio amico Kius era impazzito. A ciascuno il suo <em>spleen</em>».</p></blockquote>
<p style="text-align: justify;">La guerra diventa strumento di intima e eterna vittoria, epifania dell’arte. L’uomo <a title="Junger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a>, traghetta il guerriero in un <em>kunstwald</em>: i pensieri fanno da sfondo ad una tragedia che conosce un’eroica, ma mai sinistra, tristezza. Repentinamente lo sguardo indagatore si affaccia a scrutare gli abissi della guerra ove la passione umana trascolora all’urto di invincibili forze ctonie, leggiamo: «È una sensazione terribile quella che vi si insinua nell’animo quando vi trovate ad attraversare, in piena notte, una posizione sconosciuta, anche se il fuoco non è particolarmente nutrito; l’occhio e l’orecchio del soldato tra le pareti minacciose della trincea sono messe in allarme dai fatti più insignificanti: tutto è freddo e repellente come in un mondo maledetto». Il mondo maledetto è forse soltanto l’arena della tecnica e delle tecniche di guerra? Osservato dalla trincea, il <em>Welt </em>jüngeriano assume i contorni della fabbrica. Compiuto da schiavi-stregoni, l’apprendistato diventa giorno dopo giorno, utilizzo produttivo della paura: la fusione dei materiali in forze onnipotenti.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/scritti-politici-e-di-guerra-1919-1933-vol-3-1929-1933/8815" target="_blank"><img class="size-full wp-image-6251 alignright" style="margin: 10px;" title="scritti-politici-3" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/scritti-politici-3.jpg" alt="" width="200" height="299" /></a>Lo spirito-guida, la battaglia che non concede vere soste, non cessa di essere protagonista: quando nei primi mesi del 1918, si parla di una immensa offensiva sull’intero fronte occidentale, annota <a title="Juenger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a>: «La battaglia finale, l’ultimo assalto sembravano ormai arrivati, lì si gettava sulla bilancia il destino di due interi popoli; si decideva l’avvenire del mondo». La micro-storia di alcuni villaggi di confine, assurge a Macro-storia, la tragedia a <em>Schicksal </em>di un’epoca. Decisione e azione si trasmutano nel faro ideologico degli anni a venire. La guerra indagata con sguardo lungimirante sarà prologo e continuazione di una ventennale politica europea. In definitiva: le aspre reazioni emotive (i «lati oscuri» jüngeriani) emerse dall’animo umano quali effetti avranno sulla ripresa della quotidianità nel dopoguerra? La «rivincita del brutale sul sentimentale» come ha scritto Decombis, quali effetti avrà sugli anni a venire? L’idea che rimane è che la guerra abbia riscoperto ciò che persiste immutabile nell’animo umano: gli istinti primitivi, allo stesso modo il fuoco ha rimosso quella sottile vernice che ricopriva il fondo della natura umana. Nel corso di quattro indimenticabili anni essa ha strappato la maschera della civiltà permettendo all’uomo di apparire nella sua armonica totalità.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/ernst-junger-la-civilta-come-maschera.html' addthis:title='Ernst Jünger. La civiltà come maschera ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Jünger, Heidegger et le nihilisme</title>
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		<pubDate>Fri, 15 Oct 2010 15:55:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alain De Benoist</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Heidegger et Jünger partent souvent de prémisses analogues, mais ils parviennent à des conclusions en partie opposés: Jünger voit dans le nihilisme l’opposé des valeurs de la métaphysique occidentale et chrétienne. Heidegger y voit une conséquence ultime de ces mêmes valeurs]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/junger-heidegger-et-le-nihilisme.html' addthis:title='Jünger, Heidegger et le nihilisme '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/centrostudilaruna48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Centro Studi La Runa online" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/ernstjunger48x48.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Ernst Jünger" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/rivoluzione-conservatrice.PNG" width="48" height="48" alt="" title="Rivoluzione conservatrice" /><br/><p style="text-align: justify;"><a title="Ernst Jünger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger"><img class="alignright size-full wp-image-5947" style="margin: 10px;" title="junger-heidegger" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/junger-heidegger.jpg" alt="" width="342" height="334" />Ernst Jünger</a> et <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Martin Heidegger</a></span> ont, comme chacun le sait, engagé à cinq ans d’intervalle un dialogue sur le nihilisme, dialogue noué au moyen de deux textes particulièrement importants, parus dans les années cinquante à l’occasion de leur 60e anniversaire respectif (1). L’étude et la comparaison de ces textes est particulièrement intéressante dans la mesure où elles permettent de mieux apprécier ce qui, sur ce sujet fondamental, sépare deux auteurs que l’on a fréquemment rapprochés l’un de l’autre et qui ont euxmêmes entretenu une puissante relation intellectuelle durant plusieurs décennies. Nous en donnerons ici une brève présentation.</p>
<p style="text-align: justify;">Dans son approche, qui se veut d’allure délibérément «médicale» (elle comprend un «diagnostic» et une «thérapeutique»), <a title="Jünger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a> affirme d’abord que porter remède au nihilisme implique d’en donner une «bonne définition». Reprenant l’opinion de Nietzsche, qui voyait dans le nihilisme le processus par et dans lequel «les plus hautes valeurs se dévalorisent» (<em>La volonté de puissance</em>), il affirme que celui-ci se caractérise essentiellement par la dévaluation, puis la disparition des valeurs traditionnelles, au premier rang desquelles il place alors les valeurs chrétiennes. Il réagit ensuite contre l’idée que le nihilisme serait essentiellement un phénomène chaotique. «On s’est aperçu, le temps aidant, écrit-il, que le nihilisme peut concorder avec de vastes systèmes d’ordre, et que c’est même généralement le cas, lorsqu’il revêt sa forme active et déploie sa puissance. Il trouve dans l’ordre un substrat favorable; il le remodèle à ses fins […] L’ordre non seulement se plie aux exigences du nihilisme, mais est une composante de son style» (pp. 48-52). En ce sens, le nihilisme n’est pas la décadence. Il ne va pas de pair avec le relâchement, mais «produit plutôt des hommes qui marchent droit devant eux comme des machines de fer, insensibles encore au moment où la catastrophe les fracasse» (p. 57). Pareillement, le nihilisme n’est pas une maladie. Il n’a rien de morbide. On le trouve au contraire «lié à la santé physique —là surtout où on le met vigoureusement en oeuvre» (p. 54). Le nihilisme est en revanche essentiellement réducteur: sa tendance la plus constante est de «ramener le monde, avec ses antagonismes multiples et complexes, à un commun dénominateur» (p. 65). Faisant passer la société «de la communauté morale à la cohésion automatique» (p. 63), il conjugue le fanatisme, l’absence de tout sentiment moral et la «perfection» de l’organisation technique.</p>
<p style="text-align: justify;">Ces observations sont caractéristiques. Elles montrent que, lorsqu’il évoque le nihilisme, Jünger se réfère avant tout au modèle de l’Etat totalitaire, et plus spécialement à celui de l’Etat nazi. Le IIIe Reich correspond en effet à cet état social où les hommes sont soumis à un ordre absolu, à une organisation «automatique», tandis que la dévaluation de toute morale traditionnelle va de pair avec une incontestable exaltation de la «santé».</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.amazon.fr/gp/product/2267013975?ie=UTF8&amp;tag=centrostudila-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=1642&amp;creative=6746&amp;creativeASIN=2267013975" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-5950" title="passage-de-la-ligne" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/passage-de-la-ligne.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>La question qu’on peut alors se poser est de savoir si ce que <a title="Jünger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a> est en train de décrire est bien le nihilisme. Ne s’agit-il pas plutôt, tout simplement, du totalitarisme —de ce Léviathan totalitaire, qui a mis la technique à son serive et qui engendre un monde relevant du «paysage des chantiers»? Jünger, par ailleurs, professe un certain optimisme qui transparaît déjà dans le titre de son texte: <a href="http://www.amazon.fr/gp/product/2267013975?ie=UTF8&amp;tag=centrostudila-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=1642&amp;creative=6746&amp;creativeASIN=2267013975"><em>Passage de la ligne</em></a>. Evoquant Nietzsche et Dostoïevsky, il constate que leur critique du nihilisme ne les pas a empêchés de se montrer eux-mêmes relativement optimistes, soit que le nihilisme puisse être dépassé «dans un quelconque avenir» (Nietzsche), soit qu’il constitue en quelque sorte « une phase nécessaire, à l’intérieur d’un mouvement qui tend à des fins précises» (Dostoïevski). Jünger reprend ici une idée qui lui est familière: après le pire ne peut venir que le meilleur. Ou plus exactement: une tendance poussée jusqu’à son terme s’inverse nécessairement en son contraire. Ainsi disait-il, dans les années trente, qu’il fallait «perdre la guerre pour gagner la nation». C’est dans cet esprit qu’il cite Bernanos: «La lumière n’éclate que si les ténèbres ont tout envahi. La supériorité absolue de l’ennemi est justement ce qui se retourne contre lui» (pp. 37-38). Or, le sentiment de Jünger est que le pire est passé, que «la tête a franchi la ligne», c’est-à-dire que l’homme a commencé à sortir du nihilisme. Cette affirmation résulte, là encore, de son assimilation du nihilisme au totalitarisme. Comme l’écrit Julien Hervier, «si Jünger croit au dépassement du zéro absolu, l’écroulement de l’hitlérisme, incarnation triomphante du nihilisme moral, n’y est pas pour rien» (<em>Préface</em>, p. 13) (2).</p>
<p style="text-align: justify;">Dans son essai, Jünger s’applique donc essentiellement à décrire l’état du monde tel qu’il l’est, afin de supputer la possibilité que l ’on soit déjà passé de l’autre côté de la «ligne». Sa conclusion peut d’ailleurs paraître modeste. Face au nihilisme, il propose de recourir aux poètes et à l’amour («Eros»). Il en appelle à la dissidence individuelle, à l ’«anarchie authentique». (En 1950, il n’a pas encore inventé la Figure de l’Anarque). «Avant tout, écrit-il, il faut trouver la sécurité dans son propre coeur. Alors, le monde changera».</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="://www.amazon.fr/gp/product/2070718522?ie=UTF8&amp;tag=centrostudila-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=1642&amp;creative=6746&amp;creativeASIN=2070718522"><img class="alignright size-full wp-image-5951" title="heidegger-questions" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/heidegger-questions.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a> La démarche de <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Heidegger</a></span> est bien différente. Son texte, écrit en réponse à celui de Jünger, se veut avant tout une critique  —critique amicale bien entendu, et qui souligne la considération qu’il a pour son interlocuteur, mais qui n’en vise pas moins à substituer à son analyse un tout autre point de vue. La modification du titre est déjà révélatrice. Alors que <a title="Jünger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a> a choisi de disserter «sur la ligne» au sens de «au-delà de la ligne» (<em>Über die Linie</em>), <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Heidegger</a></span> entend se prononcer «sur la ligne» au sens de «à propos de la ligne» (<em>Über «die Linie»</em>), marquant ainsi d’entrée sa conviction que la ligne n’a pas encore été franchie et son désir de susciter une interrogation sur les raisons pour lesquelles elle ne peut pas encore l’être. A la topographie <em>trans lineam</em> de Jünger, <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Heidegger</a></span> déclare donc explicitement vouloir ajouter (et à bien des égards opposer) une topologie de linea: «Vous regardez et vous allez au-delà de la ligne; je me contente de considérer d’abord cette ligne que vous avez représentée. L’un aide l’autre, et réciproquement» (p. 203).</p>
<p style="text-align: justify;"><span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Heidegger</a></span> commence par contester que l’on puisse, comme Jünger cherche à le faire, donner une bonne «définition» du nihilisme. «En demeurant attachés à l’image de la ligne, écrit-il, nous découvrons qu’elle parcourt un espace, lui-même déterminé par un site. Le site rassemble. Le rassemblement recèle le rassemblé dans son essence. C’est le site de la ligne qui donne la provenance de l’essence du nihilisme et de son accomplissement» (p. 200). S’interroger sur l ’accomplissement du nihilisme dont le monde tout entier est devenu le théâtre —en sorte que le nihilisme est désormais l’«état normal» de l’humanité —, impose donc de chercher à situer ce «site de la ligne» qui fait signe vers l’essence du nihilisme. Pour <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Heidegger</a></span>, poser la question de la situation de l’homme dans son rapport au mouvement du nihilisme exige une «détermination d’essence». Comprendre le nihilisme implique que la pensée soit ramenée à la considération de son essence. La réponse sera bientôt donnée. Elle découle de la philosophie de <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Heidegger</a></span>, dont on suppose ici connues les lignes essentielles. Le nihilisme, aux yeux de <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Heidegger</a></span>, représente la conséquence et l ’accomplissement d’un lent mouvement d’oubli de l’Etre, qui commence avec Socrate et Platon, se poursuit dans le christianisme et la métaphysique occidentale et triomphe dans les temps modernes. L’essence du nihilisme «repose dans l’oubli de l’Etre» (p. 247). Le nihilisme est l’oubli de l ’Etre parvenu à son accomplissement. C’est en cela qu’il est le règne du néant. L’oubli de l’Etre signifie que l’Etre se voile, qu’il se tient dans un retrait voilé qui le dérobe à la pensée de l’homme, mais qui est aussi une retraite protectrice, une mise en attente d’un décèlement: «C’est dans un tel voilement que consiste l’essence de l’oubli». L’oubli, c’est le cèlement de l’Etre-présent au profit de l’étant-présent. Dans la métaphysique occidentale, Dieu n’est lui-même que l’étant suprême. La métaphysique ne connaît que la transcendance, c’est-à-dire la pensée de l’étant. C’est pourquoi il lui est interdit, non seulement d’accéder à l ’Etre, mais même de faire l’épreuve de sa propre essence.</p>
<p style="text-align: justify;"><span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Heidegger</a></span> précise encore que c’est dans le «règne de la volonté de volonté» que s’accomplit l’essence du nihilisme. Ici, c’est bien entendu la pensée de Nietzsche qui est visée. On sait que, pour <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Heidegger</a></span>, la philosophie de l’auteur de <em>Zarathoustra</em> n’est, en dépit de ses mérites, que du platonisme inversé dans la mesure où elle ne parvient pas à sortir du champ de la valeur. La volonté de puissance, analysée par <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Heidegger</a></span> comme «volonté de volonté», c’est-à-dire volonté qui se veut de manière inconditionnée, n’est qu’un mode d’apparition de l’être de l’étant, et en ce sens une autre forme de l’oubli de l’Etre. «Il appartient à l ’essence de la volonté de puissance, écrit <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Heidegger</a></span>, de ne pas laisser le réel sur lequel elle établit sa puissance apparaître dans cette réalité qu’elle est elle-même essentiellement» (p. 205). Nietzsche a beau déclarer que «Dieu est mort», il reste dans l’ombre de ce Dieu dont il proclame la mort. Or, c’est dans la mesure où Jünger reste lui-même sous l’horizon de la pensée de Nietzsche qu’il se trouve lui aussi visé par la critique de cette pensée faite par <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Heidegger</a></span>.</p>
<p style="text-align: justify;"><span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Heidegger</a></span> revient ici sur le célèbre livre de Jünger, <em>Le Travailleur</em>, paru en 1932. Il souligne que la Figure (ou la Forme, <em>Gestalt</em>) du Travailleur correspond très précisément à la Figure de Zarathoustra à l’intérieur de la métaphysique de la volonté de puissance. Son avènement manifeste la puissance en tant que volonté d’arraisonner le monde, en tant que «mobilisation totale». Dans <em>Le Travailleur</em>, <a title="Jünger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a> observait: «La technique est la façon dont la Figure du Travailleur mobilise le monde». Le Travail se déploie à l’échelle planétaire au sens de la volonté de puissance.</p>
<p style="text-align: justify;">Bien entendu, <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Heidegger</a></span> n’ignore pas que le regard posé par Jünger sur la technique a évolué. Jünger a d’abord eu la révélation de l’importance de la technique au travers d’une expérience concrète: les batailles de matériel de la Première Guerre mondiale. Il a alors éprouvé, non sans raison, le sentiment que le règne de la technique allait inaugurer un nouvel âge de l’humanité. Il a assimilé ce règne à la domination de la Figure du Travailleur, s’imaginant qu’une telle Figure ne pouvait que s’opposer à l’échelle mondiale à celle du Bourgeois. Sur ce point, Jünger s’est trompé, et il a par la suite reconnu son erreur. Enfin, son opinion sur la technique elle-même s’est modifiée —peutêtre sous l’influence des travaux de son frère, Friedrich Georg (<em>La perfection de la technique</em>, 1946). Après 1945, Jünger a clairement mis en rapport le nihilisme avec le «titanisme» d’une technique qui, en tant que volonté de dominer le monde, l’homme et la nature, suit sa propre course sans que rien ne puisse l’arrêter (3). La technique n’obéit qu’à ses propres règles, sa loi la plus intime consistant dans l’équivalence du possible et du souhaitable: tout ce qui peut être techniquement réalisé sera effectivement réalisé.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-full wp-image-5953" style="margin: 10px;" title="heidegger" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/heidegger.jpg" alt="" width="314" height="393" /><span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Heidegger</a></span> loue sans réserve la façon dont Jünger, dans <em>La mobilisation totale</em> (1931), puis dans <em>Le Travailleur</em>, a su décrire ce qui se trouve «à la lumière du projet nietzschéen de l’étant comme volonté de puissance». Il lui fait aussi crédit d’avoir finalement réalisé que le règne du travail technicien relève d’un «nihilisme actif» qui se déploie désormais à l’échelle planétaire. En même temps, cependant, il lui reproche de n’avoir pas saisi en quoi le «projet nietzschéen» continue d’interdire la pensée de l’Etre, et souligne que <em>Le Travailleur</em> «reste une oeuvre dont la métaphysique est la patrie» (p. 212).</p>
<p style="text-align: justify;">Ce que reproche en fait <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Heidegger</a></span> à Jünger, c’est d’être resté, par-delà son évolution propre, dans le monde de la Figure et de la valeur. La Figure, définie par Jünger comme cet «être calme» qui se donne à voir en mettant le monde en forme à la façon dont un cachet marque de son empreinte, n’est en effet rien d’autre qu’une «puissance métaphysique». La Figure, souligne <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Heidegger</a></span>, «repose sur les traits essentiels d’une humanité qui en tant que subjectum est au fondement de tout étant […] C’est la présence d’un type humain (<em>typus</em>) qui constitue la subjectité ultime dont l’accomplissement de la métaphysique moderne marque l’apparition et qui s’offre dans la pensée de cette métaphysique» (pp. 212-213).</p>
<p style="text-align: justify;">Ne plus prendre part au nihilisme ne veut donc pas encore dire se tenir en dehors du nihilisme. La façon dont Jünger, pour «sortir» du nihilisme, propose de se mettre «à l’écoute de la terre», de tenter de savoir «ce que veut la terre», alors même qu’il dénonce le caractère tellurique et titanesque de la technique, est à cet égard révélateur. Jünger écrit: «Le moment où la ligne sera franchie nous révèlera un nouvel Atour de l’Etre; alors commencera de poindre ce qui réellement est». <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Heidegger</a></span> répond: «Parler d’un “Atour de l’Etre” reste un moyen de fortune, et des plus problématiques; car l’Etre repose dans l’Atour, en sorte que celui-ci ne peut jamais venir seulement s’ajouter à l’Etre» (p. 229).</p>
<p style="text-align: justify;"><span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Heidegger</a></span> ne croit nullement que la «ligne zéro» soit désormais derrière nous. A ses yeux, l’«accomplissement» du nihilisme n’en représente absolument pas la fin. «Avec l’accomplissement du nihilisme, écrit-il, commence seulement la phase finale du nihilisme, dont la zone sera probablement d’une largeur inaccoutumée parce qu’elle aura été dominée totalement par un “état normal” et par la consolidation de cet état. C’est pourquoi la ligne zéro, où l’accomplissement touchera à sa fin, n’est à la fin pas encore visible le moins du monde» (pp. 209-210). Mais il ajoute aussi que c’est encore une erreur de raisonner, ainsi que le fait Jünger, comme si la «ligne zéro» était un point extérieur à l’homme, que l’homme pourrait «franchir». L’homme est lui-même la source de l ’oubli de l’être. Il est luimême la «zone de la ligne». «D’aucune façon, précise <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Heidegger</a></span>, la ligne, pensée comme le signe de la zone du nihilisme accompli, n’est quelque chose qui se tient là devant l’homme, quelque chose qu’on peut franchir. Alors s’effondre également la possibilité d’un trans lineam et celle d’une traversée pour y parvenir» (p. 233).</p>
<p style="text-align: justify;">Mais alors, si toute tentative de «franchir la ligne» reste «condamnée à une représentation qui relève elle-même de l’hégémonie de l’oubli de l’Etre» (p. 247), comment l’homme peut-il espérer en finir avec le nihilisme? <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Heidegger</a></span> répond: «Au lieu de vouloir dépasser le nihilisme, nous devons tenter d’entrer enfin en recueillement dans son essence. C’est là le premier pas qui nous permettra de laisser le nihilisme derrière nous» (p. 247). <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Heidegger</a></span> partage l’opinion de Jünger selon laquelle le nihilisme n’est pas assimilable au mal ou à une maladie. Mais il donne une autre portée à cette constatation. Lorsqu’il affirme que «l’essence du nihilisme n’est rien de nihiliste» (p. 207), il veut dire que la zone du plus extrême danger est aussi celle qui sauve. C’est en ce sens que le nihilisme, l’in-sane, peut aussi faire signe vers l’ in-demne. «Entrer en recueillement» dans l’essence du nihilisme, cela signifie se donne la possibilité d’une appropriation (<em>Verwindung</em>) de la métaphysique. L’appropriation de la métaphysique est en effet aussi appropriation de l’oubli de l’être —et par là même possibilité d’un non-cèlement, possibilité d’un dévoilement de la vérité (<em>alèthéia</em>). Jünger écrivait que « la difficulté de définir le nihilisme tient à ce que l’esprit n’est pas capable de se représenter le néant» (p. 47). <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Heidegger</a></span> cite cette phrase pour souligner la proximité de l’Etre et de l’essence du néant. Il en tire argument pour affirmer que c’est par une méditation sur le néant que nous comprendrons ce qu’il en est du nihilisme, et que c’est lorsque nous aurons compris ce qu’il en est du nihilisme que nous pourrons surmonter l’oubli de l’Etre. «Le néant, écrit-il, même si nous le comprenons seulement au sens du manque total de l’étant, appartient abs-ent à la Présence, comme l’une des possibilités de celle-ci. Si par conséquent c’est le néant qui règne dans l’essence du nihilisme et que l’essence du néant appartient à l’Etre, si d’autre part l ’Etre est le destin de la transcendance, c’est alors l’essence de la métaphysique qui se montre comme le lieu de l’essence du nihilisme» (p. 236).</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.amazon.fr/gp/product/2267013827/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=centrostudila-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=1642&amp;creative=19458&amp;creativeASIN=2267013827" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-7373" style="margin: 10px;" title="type-nom-figure" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/type-nom-figure.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>Le lieu de l’essence du nihilisme accompli est donc à chercher «là où l’essence de la métaphysique déploie ses possibilités extrêmes et se rassemble en elles» (<em>ibid.</em>). Finalement, écrit <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Heidegger</a></span>,  «le dépassement du nihilisme exige que l’on entre dans son essence, laquelle entrée rend caduque la volonté de dépasser. L’appropriation de la métaphysique appelle la pensée à un plus initial rappel» (p. 250). Cependant, pour faire sauter la «barrière» qui nous empêche d’entrer en recueillement dans l’essence du nihilisme, il faut encore disposer d’une parole susceptible de donner accès à la pensée de l’Etre. Il faut, en d’autres termes, abandonner la langue de la métaphysique —qui est encore celle de la volonté de puissance, de la valeur et de la Figure — car cette langu, précisément, en interdit l’accès. «La seule façon dont nous puissions réfléchir à l’essence du nihilisme, souligne <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Heidegger</a></span>, c’est d’abord emprunter le chemin qui conduit à situer la demeure de l’Etre. Ce n’est que sur ce chemin que la question du néant se laisse situer. Mais la question de la demeure de l’Etre dépérit si elle n’abandonne pas la langue de la métaphysique, parce que la représentation métaphysique interdit de penser la question de la demeure de l’Etre».</p>
<p style="text-align: justify;">Or, c’est bien là ce que <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Heidegger</a></span> reproche à Jünger: il lui reproche de s’interroger sur le nihilisme à partir d’un dire et d’une pensée qui restent tributaires de l ’essence de la métaphysique. Dans la mesure où il continue à s’exprimer et à penser dans la langue de la métaphysique, qui est le lieu de l’essence du nihilisme Jünger s’enlève à lui-même toute possibilité de résoudre le problème qu’il a posé. «En quelle langue, demande <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Heidegger</a></span>, parle la pensée dont le plan fondamental ébauche un franchissement de la ligne? Faut-il que la langue de la métaphysique de la volonté de puissance, de la Figure et de la valeur soit encore sauvée de l’autre côté de la ligne critique? Et si la langue, précisément, de la métaphysique, et cette métaphysique elle-même (que ce soit celle du Dieu vivant ou du Dieu mort) constituaient en tant que métaphysique cette barrière qui interdit le passage de la ligne, c’est-à-dire le dépassement du nihilisme?» (pp. 224-225).</p>
<p style="text-align: justify;">Nous ne pouvons donc pénétrer l’essence du nihilisme aussi longtemps que nous continuons à nous exprimer dans sa langage. C’est pourquoi <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Heidegger</a></span> en appelle à une « mutation du Dire », à une « mue dans la relation à l’essence de la parole». Il en appelle au Dire qui est requis pour surmonter l’oubli de l’Etre. Ce Dire capable, parce qu’il correspond à l’essence de l’Etre, d’ouvrir à la pensée l’accès de cette essence, il l’appelle «Dire de la Pensée», tout en précisant que «ce Dire n’est pas l’expression de la Pensée, mais c’est elle-même, c’est sa marche et son chant» (p. 249). Il faut, conclut-il, faire l’«épreuve du Dire qui est celui de la Pensée fidèle». Il faut «travailler au chemin».</p>
<p style="text-align: justify;">Comment conclure? J’ai parlé d’un «dialogue» entre Jünger et <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Heidegger</a></span> à propos du nihilisme, mais ce terme n’est pas tout à fait celui qui convient. <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Heidegger</a></span> et Jünger partent souvent de prémisses analogues, mais ils parviennent à des conclusions en partie opposés. Ils sont tous deux d’accord pour estimer que le nihilisme trouve dans la technique moderne son plus solide appui, mais ils ne s’en font pas la même idée. Pour Jünger, la technique est avant tout d’essence «titanesque», alors que pour <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Heidegger</a></span> elle est de la métaphysique réalisée. Jünger voit dans le nihilisme l’opposé des valeurs de la métaphysique occidentale et chrétienne. <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Heidegger</a></span> y voit une conséquence ultime de ces mêmes valeurs. Jünger se borne à savoir si l’homme, dans son rapport au nihilisme, a «franchi la ligne». <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Heidegger</a></span> convie à s’interroger sur ce que signifie le «franchissement». En fait, <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Heidegger</a></span> s’appuie sur l’oeuvre de Jünger pour aller plus loin et plus profond, pour élargir la perspective de réflexion, pour convier la pensée à sa propre mutation. Jünger proposait aux «rebelles» un «recours aux forêts». <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Heidegger</a></span> convie à emprunter un sentier forestier qui conduit à l’ éclaircie, à cette «clairière» où la vérité (<em>alèthéia</em>), le non-cèlement, sort enfin de l’oubli, c’est-à-dire de ce voilement millénaire qui a gouverné l ’histoire de l’Europe, et dont l’accomplissement planétaire lui enjoint aujourd’hui d’avoir à en penser l’issue.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>* * *</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Notes</strong><em><br />
</em></p>
<p style="text-align: justify;">1. Ernst Jünger, <em>«Über die Linie»</em>, in <em>Anteile. <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Martin Heidegger</a></span> zum 60. Geburtstag</em>, Vittorio Klostermann, Frankfurt/M. 1950, pp. 245-283 ; <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Martin Heidegger</a></span>, <em>«Über “die Linie”»</em>, in Armin Mohler (Hrsg.), <em>Freundschaftliche Begegnungen. Festschrift für Ernst Jünger zum 60. Geburtstag</em>, Vittorio Klostermann, Frankfurt/M. 1955. Le texte de Jünger a été republié séparément, chez le même éditeur, dans une version légèrement augmentée: <em>Über die Linie</em>, Vittorio Klostermann, Frankfurt/M. 1950, 45 p. (éd. fr.: <em>Sur l’homme et le temps. Essais</em>, <em>vol. 3 : Le noeud gordien. Passage de la ligne</em>, Rocher, Monaco 1958, trad. Henri Plard; 2e éd. augm. d’un avant-propos de Jünger et d’une préface de Julien Hervier: <a href="http://www.amazon.fr/gp/product/2267013975?ie=UTF8&amp;tag=centrostudila-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=1642&amp;creative=6746&amp;creativeASIN=2267013975"><em>Passage de la ligne</em></a>, Passeur-Cecofop, Nantes 1993 ; 3e éd.: Christian Bourgois, Paris 1997, 104 p.). Le texte de <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Heidegger</a></span> a lui aussi été republié séparément, sans modification, mais sous un nouveau titre: <em>Zur Seinsfrage</em>, Vittorio Klostermann, Frankfurt/M. 1956 (éd. fr.: <em>«Contribution à la question de l’Etre»</em>, in <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Martin Heidegger</a></span>, <a href="://www.amazon.fr/gp/product/2070718522?ie=UTF8&amp;tag=centrostudila-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=1642&amp;creative=6746&amp;creativeASIN=2070718522"><em>Questions I</em></a>, Gallimard, Paris 1968, pp. 195-252, trad. Gérard Granel). En Italie, les deux textes ont été réunis dans un même volume: Ernst Jünger et <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Martin Heidegger</a></span>, <em>Oltre la linea</em>, Adelphi, Milano 1989, trad. Franco Volpi et Alvise La Rocca. Les références de pages citées ici sont celles des dernières éditions françaises.</p>
<p style="text-align: justify;">2. Par la suite, Jünger est quelque peu revenu sur cet optimisme: «Après la défaite, je disais en substance: la tête du serpent a déjà franchi la ligne du nihilisme, elle en est sortie, et le corps entier va bientôt suivre, et nous entrerons bientôt dans un climat spirituel meilleur, etc. En fait, nous en sommes loin» (entretien avec Frédéric de Towarnicki, in <em><span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Martin Heidegger</a></span></em>, L’Herne, Paris 1983, p. 149). Plus fondamentalement, Jünger pense que nous sommes dans une époque de transition —un interrègne —,et que c’est la raison pour laquelle il ne faut pas désespérer: «Pour ma part, je pressens que le XXIe siècle sera meilleur que le XXe» (<em>Entretiens avec Julien Hervier</em>, Gallimard, Paris 1986, p. 156).</p>
<p style="text-align: justify;">3. En fait, même vis-à-vis de ce caractère «titanesque» de la technique, Jünger reste ambigu. D’un côté, il oppose volontiers les titans aux dieux, et s’inquiète des progrès du titanisme (l’«afflux d’énergie»). Mais il écrit aussi: «On aurait tendance à craindre que les titans ne puissent apporter que le malheur, mais Hölderlin lui-même n’est pas de cet avis. Prométhée est le messager des dieux et l’ami des hommes; chez Hésiode, l’âge des titans est l’âge d’or» (avant-propos, p. 26). Le XXIe siècle, selon lui, verra à la fois un essor sans précédent de la technique et une nouvelle «spiritualisation».</p>
<p style="text-align: justify;">[Texte d’une conférence prononcée à Milan].</p>
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		<title>Evola and Spengler</title>
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		<pubDate>Thu, 14 Oct 2010 16:18:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Robert Steuckers</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Evola admired the negative description that Spengler gives of Zivilisation but is critical of the absence of a coherent definition of Kultur, because, he says, the German philosopher remained the prisoner of certain intellectual schemes proper to modernity]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/evola-and-spengler.html' addthis:title='Evola and Spengler '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/evola48x48.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Julius Evola" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/rivoluzione-conservatrice.PNG" width="48" height="48" alt="" title="Rivoluzione conservatrice" /><br/><p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.ibs.it/libro+inglese/evola-julius/path-of-cinnabaril-hardcover--onalism-in-sing-al-e-eses-ry-ti-s-ousecoopers-hen-edica/9781907166020.html?shop=2317" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-5941" style="margin: 10px;" title="path-of-cinnabar" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/path-of-cinnabar.jpg" alt="" width="194" height="300" /></a>“I translated from German, at the request of the publisher Longanesi&#8230; Oswald Spengler’s vast and celebrated work <a href="http://www.ibs.it/libro+inglese/spengler-oswald/decline-of-the-westngman-er--h-jac--n-one-dish---h-ebook-k-ross-ei-v3-t-ico-medica/9781400097005.html&amp;shop=2317"><em>The Decline of the West</em></a>. That gave the opportunity to me to specify, in an introduction, the meaning and the limits of this work which, in its time, had been world-famous”. These words begin a series of critical paragraphs on Spengler in <a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/julius-evola">Julius Evola</a>’s <a rel="nofollow" href="http://www.ibs.it/libro+inglese/evola-julius/path-of-cinnabaril-hardcover--onalism-in-sing-al-e-eses-ry-ti-s-ousecoopers-hen-edica/9781907166020.html?shop=2317" target="_blank"><em>The Path of Cinnabar</em></a> (p. 177).</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/julius-evola">Evola</a> pays homage to the German philosopher for casting aside “progressivist and historicist fancies” by showing that the stage reached by our civilization shortly after the First World War was not an apex, but, on the contrary, a “twilight.” From this Evola recognized that Spengler, especially thanks to the success of his book, made it possible to go beyond the linear and evolutionary conception of history. Spengler describes the opposition between <em>Kultur</em> and <em>Zivilisation</em>, “the former term indicating, for him, the forms or phases of a civilization that is qualitative, organic, differentiated, and vital, the latter indicating the forms of a civilization that is rationalist, urban, mechanical, shapeless, soulless” (p. 178).</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.ibs.it/libro+inglese/spengler-oswald/decline-of-the-westngman-er--h-jac--n-one-dish---h-ebook-k-ross-ei-v3-t-ico-medica/9781400097005.html&amp;shop=2317" target="_blank"><img class="alignleft" style="margin: 10px;" title="the-decline-of-the-west" src="../wp-content/uploads/the-decline-of-the-west.jpg" alt="" width="160" height="246" /></a>Evola admired the negative description that Spengler gives of <em>Zivilisation</em> but is critical of the absence of a coherent definition of <em>Kultur</em>, because, he says, the German philosopher remained the prisoner of certain intellectual schemes proper to modernity. “A sense of the metaphysical dimension or of transcendence, which represents the essence of all true <em>Kultur</em>, was completely lacking in him” (p. 179).</p>
<p style="text-align: justify;">Evola also reproaches Spengler’s pluralism; for the author of <a href="http://www.ibs.it/libro+inglese/spengler-oswald/decline-of-the-westngman-er--h-jac--n-one-dish---h-ebook-k-ross-ei-v3-t-ico-medica/9781400097005.html&amp;shop=2317"><em>The Decline of the West</em></a>, civilizations are many, distinct, and discontinuous compared to one another, each one constituting a closed unit. For Evola, this conception is valid only for the exterior and episodic aspects of various civilizations. On the contrary, he continues, it is necessary to recognize, beyond the plurality of the forms of civilization, civilizations (or phases of civilization) of the “modern” type, as opposed to civilizations (or phases of civilization) of the “Traditional” type. There is plurality only on the surface; at bottom, there is a fundamental opposition between modernity and Tradition.</p>
<p><strong><em> </em></strong></p>
<p><a rel="nofollow" href="http://www.ibs.it/libro+inglese/spengler-oswald/man-and-technics-a-ists-an-ace-cts-of-power-cal--f-hange----tal-ando-ons-plicums/9780898759839.html?shop=2317" target="_blank"><img class="alignright" style="margin: 10px;" title="man-and-thecnics" src="../wp-content/uploads/man-and-thecnics.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Then Evola reproaches Spengler for being influenced by German post-romantic vitalist and “irrationalist” strains of thought, which received their most comprehensive and radical expression in the work of Ludwig Klages. The valorization of life is vain, explains Evola, if life is not illuminated by an authentic comprehension of the world of origins. Thus the plunge into existentiality, into Life, required by Klages, Bäumler, or Krieck, can appear dangerous and initiate a regressive process (one will note that the Evolian critique distinguishes itself from German interpretations, according exactly to the same criteria that we put forward while speaking about the reception of the work of Bachofen).</p>
<p style="text-align: justify;">Evola thinks this vitalism leads Spengler to say “things that make one blush” about Buddhism, Taoism, Stoicism, and Greco-Roman civilization (which, for Spengler, is merely a civilization of “corporeity”). Lastly, Evola does not accept Spengler’s valorization of “Faustian man,” a figure born in the Age of Discovery, the Renaissance and humanism; by this temporal determination, Faustian man is carried towards horizontality rather than towards verticality. Regarding Caesarism, a political phenomenon of the era of the masses, Evola shares the same negative judgment as Spengler.</p>
<p><strong><em> </em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">The pages devoted to Spengler in <a rel="nofollow" href="http://www.ibs.it/libro+inglese/evola-julius/path-of-cinnabaril-hardcover--onalism-in-sing-al-e-eses-ry-ti-s-ousecoopers-hen-edica/9781907166020.html?shop=2317" target="_blank"><em>The Path of Cinnabar</em></a> are thus quite critical; Evola even concludes that the influence of Spengler on his thought was null. Such is not the opinion of an analyst of Spengler and Evola, Attilio Cucchi (in “Evola, Tradizione e Spengler,” <em>Orion </em>no. 89, 1992). For Cucchi, Spengler influenced Evola, particularly in his criticism of the concept of the “West”: by affirming that Western civilization is not the civilization, the only civilization there is, Spengler relativizes it, as <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/rene-guenon/">Guénon</a></span> charges. Evola, an attentive reader of Spengler and <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/rene-guenon/">Guénon</a></span>, would combine elements of the the Spenglerian and Guénonian critiques. Spengler affirms that Faustian Western culture, which began in the tenth century, has declined and fallen into <em>Zivilisation</em>, which has frozen, drained, and killed its inner energy. America is already at this final stage of de-ruralized and technological <em>Zivilisation</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">It is on the basis of the Spenglerian critique of <em>Zivilisation </em>that Evola later developed his critique of Bolshevism and Americanism: If <em>Zivilisation </em>is twilight for Spengler, America is the extreme-West for <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/rene-guenon/">Guénon</a></span>, i.e., irreligion pushed to its ultimate consequences. In Evola, undoubtedly, Spenglerian and Guénonian arguments combine, even if, at the end of the day, the Guénonian elements dominate, especially in 1957, when the edition of <em><a href="http://www.ibs.it/libro+inglese/spengler-oswald/decline-of-the-westngman-er--h-jac--n-one-dish---h-ebook-k-ross-ei-v3-t-ico-medica/9781400097005.html&amp;shop=2317">The Decline of the West</a> </em>was published by Longanesi with a Foreword by Evola. On the other hand, the Spenglerian criticism of political Caesarism is found, sometimes word for word, in Evola’s books <em>Fascism Seen from the Right </em>and the <em>Men Among the Ruins</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.ibs.it/libro+inglese/evola-julius/men-among-the/9780892819058.html?shop=2317" target="_blank"><img class="alignleft" style="margin: 10px;" title="men-among-the-ruins" src="../wp-content/uploads/men-among-the-ruins.jpeg" alt="" width="200" height="300" /></a>Dr. H. T. Hansen, the author of the Introduction to the German edition of <em>Men Among the Ruins </em>(<em>Menschen inmitten von Ruinen</em> [Tübingen: Hohenrain, 1991]), confirms the sights of Cucchi: several Spenglerian ideas are found in outline in <em>Men Among the Ruins</em>, notably the idea that the state is the inner form, the “being-in-form” of the nation; the idea that decline is measured to the extent that Faustian man has become a slave of his creations; the machine forces him down a path from which he can never turn back, and which will never allow him any rest. Feverishness and flight into the future are characteristics of the modern world (“Faustian” for Spengler) which <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/rene-guenon/">Guénon</a></span> and Evola condemn with equal strength.</p>
<p style="text-align: justify;">In <em>The Hour of Decision </em>(1933), Spengler criticizes the Caesarism (in truth, Hitlerian National Socialism) as a product of democratic titanism. Evola wrote the Preface of the Italian translation of this work, after a very attentive reading. Finally, the “Prussian style” exalted by Spengler corresponds, according to Hansen, with the Evolian idea of the “aristocratic order of life, arranged hierarchically according to service.” As for the necessary preeminence of Grand Politics over economics, the idea is found in both authors. Thus the influence of Spengler on Evola was not null, despite what Evola says in <a rel="nofollow" href="http://www.ibs.it/libro+inglese/evola-julius/path-of-cinnabaril-hardcover--onalism-in-sing-al-e-eses-ry-ti-s-ousecoopers-hen-edica/9781907166020.html?shop=2317" target="_blank"><em>The Path of Cinnabar</em></a>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>* * *</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Source: <em>Nouvelles de Synergies européennes </em>no. 21, 1996. Translated by Greg Johnson.</p>
<p style="text-align: justify;">Note: Evola’s <a rel="nofollow" href="http://www.ibs.it/libro+inglese/evola-julius/path-of-cinnabaril-hardcover--onalism-in-sing-al-e-eses-ry-ti-s-ousecoopers-hen-edica/9781907166020.html?shop=2317" target="_blank"><em>The Path of Cinnabar</em></a> is now available in English translation from Arktos Media.</p>
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		<title>Atlantis, Kush, and Turan: Prehistoric Matrices of Ancient Civilizations in the Posthumous Work of Spengler</title>
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		<pubDate>Wed, 29 Sep 2010 15:15:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Robert Steuckers</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Spengler’s positions changed after the publication of Decline. So claims the Italian Germanist Domenico Conte in his work Catene di civiltà: Studi su Spengler]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/atlantis-kush-turan.html' addthis:title='Atlantis, Kush, and Turan: Prehistoric Matrices of Ancient Civilizations in the Posthumous Work of Spengler '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/rivoluzione-conservatrice.PNG" width="48" height="48" alt="" title="Rivoluzione conservatrice" /><br/><p style="text-align: justify;"><a href="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/catene-di-civiltà.gif" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-5829" style="margin: 10px;" title="catene-di-civiltà" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/catene-di-civiltà.gif" alt="" width="184" height="300" /></a>Oswald Spengler’s morphologies of cultures and civilizations in his most famous work, <a href="http://www.ibs.it/libro+inglese/spengler-oswald/decline-of-the-westngman-er--h-jac--n-one-dish---h-ebook-k-ross-ei-v3-t-ico-medica/9781400097005.html&amp;shop=2317"><em>The Decline of the West</em></a>, are widely known. However, Spengler’s positions changed after the publication of <a href="http://www.ibs.it/libro+inglese/spengler-oswald/decline-of-the-westngman-er--h-jac--n-one-dish---h-ebook-k-ross-ei-v3-t-ico-medica/9781400097005.html&amp;shop=2317"><em>Decline</em></a>. So claims the Italian Germanist Domenico Conte in his recent work on Spengler, <em>Catene di civiltà: Studi su Spengler </em>(Napoli: Ed. Scientifiche Italiane, 1994), which is a thorough study of the posthumous texts published by Anton Mirko Koktanek, especially <em>Frühzeit der Weltgeschichte </em>[<em>The Early Period of World History</em>], which gathers the fragments of a projected but never completed work <em>The Epic of Man</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">In his reflections immediately following the publication of <a href="http://www.ibs.it/libro+inglese/spengler-oswald/decline-of-the-westngman-er--h-jac--n-one-dish---h-ebook-k-ross-ei-v3-t-ico-medica/9781400097005.html&amp;shop=2317"><em>The Decline of the West</em></a>, Spengler distinguished four stages of human history which he designates simply as A, B, C, and D. Stage “A” lasted a hundred thousand years, from the first phases of hominization up to the lower Paleolithic. It is during this stage that the importance of the “hand” for man appears. It is, for Spengler, the age of Granite.</p>
<p style="text-align: justify;">Stage “B” lasted ten thousand years and lay in the lower Paleolithic, between 20,000 and 7,000–6,000 BCE. During this age the concept of interior life was born: “then appeared the true soul, as unknown to men of stage ‘A’ as it is to a newborn baby.” In this stage in our history man was first “able to produce traces/memories” and to understand the phenomenon of death. For Spengler, it is the age of the Crystal. Stages “A” and “B” are inorganic.</p>
<p style="text-align: justify;">Stage “C” lasted 3,500 years: it starts with the Neolithic era, running from the sixth millennium BCE to the third. It is the stage when thought started to be articulated in language and the most complex technological achievements became possible. In this stage are born “cultures” whose structures are “amoebic.”</p>
<p style="text-align: justify;">Stage “D” is that of “world history” in the conventional sense of the term. It is the stage of “great civilizations,” each of which lasts approximately 1,000 years. These civilizations have structures of the “vegetable” type. Stages “C” and “D” are organic.</p>
<p style="text-align: justify;">Spengler preferred this psychological-morphological classification to the classifications imposed by the directors of museums who subdivided the prehistoric and historical eras according to materials used for the manufacture of tools (stone, bronze, iron). In keeping with this psychological-morphological classification, Spengler also rejected the idea of the “slow, phlegmatic transformation” or continuous development, rooted in the progressivist ideas of the 18th century.</p>
<p style="text-align: justify;">Evolution, for Spengler, is a matter of catastrophic blows, sudden irruptions, unexpected changes. “The history of the world proceeds from catastrophe to catastrophe, without any concern with whether we are able to understand them. Today, following H. de Vries, we call them ‘mutations’. It is an internal transformation, which affects without warning all the members of a species, without ‘cause’, naturally, like everything else in reality. Such is the mysterious rhythm of the world” (<a href="http://www.ibs.it/libro+inglese/spengler-oswald/man-and-technics-a-ists-an-ace-cts-of-power-cal--f-hange----tal-ando-ons-plicums/9780898759839.html?shop=2317"><em>Man and Technics</em></a>). There is thus no slow evolution but abrupt “epochal” transformations. <em>Natura facit saltus </em>[<em>Nature makes leaps</em>—Ed.].</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Three Culture-Amoebas</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">In stage “C,” where the matrices of human civilization actually emerge, Spengler distinguishes three “culture-amoebas”: Atlantis, Kush, and Turan. This terminology appears only in his posthumous writings and letters. The civilizational matrices are “amoebas” and not “plants” because amoebas are mobile, not anchored to a particular place. The amoeba is an organism that continuously pulsates along an ever-shifting periphery. Then the amoeba subdivides itself as amoebas do, producing new individualities that move away from the amoeba-mother. This analogy implies that one cannot delimit with precision the territory of a civilization of stage “C,” because its amoebic emanations can be widely dispersed in space, extremely far away from the amoeba-mother.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.ibs.it/libro+inglese/spengler-oswald/decline-of-the-westngman-er--h-jac--n-one-dish---h-ebook-k-ross-ei-v3-t-ico-medica/9781400097005.html&amp;shop=2317" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-5827" style="margin: 10px;" title="the-decline-of-the-west" src="../wp-content/uploads/the-decline-of-the-west.jpg" alt="" width="160" height="246" /></a>“Atlantis” is the “West” and extends from Ireland to Egypt. “Kush” is the “South-east,” an area ranging between India and the Red Sea. “Turan” is the “North,” extending from Central Europe to China. Spengler, explains Conte, chose this terminology recalling “old mythological names” in order not to confuse them with later historical regions of the “vegetable” type, which are geographically rooted and circumscribed, whereas they are dispersed and not precisely localized.</p>
<p style="text-align: justify;">Spengler does not believe in the Platonic myth of Atlantis, the sunken continent, but notes that an ensemble of civilizational remnants are locatable in the West, from Ireland to Egypt. “Kush” is a name that one finds in the Old Testament to indicate the territory of the ancient Nubians, the area inhabited by the Kushites. But Spengler places the culture-amoeba “Kush” more to the East, in an area between Turkestan, Persia, and India, undoubtedly inspired by the anthropologist Frobenius. As for “Turan,” it is “North,” the Turanic high-plateau, which he thought was the cradle of the <a title="indo-european" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/indoeuropei">Indo-European</a> and Ural-Altaic languages. It is from there that the migrations of “Nordic” peoples departed (Spengler is not without racial connotations) to descend on Europe, India, and China.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Atlantis: Hot and Mobile; Kush: Tropical and Content</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Atlantis, Kush, and Turan are cultures bearing morphological principles emerging mainly in the spheres of <a title="religion" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religion</a> and the arts. The <a title="religiosity" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religiosity</a> of Atlantis “hot and mobile,” is centered on the worship of the dead and the preeminence of the ultra-telluric sphere. The forms of burials, notes Conte, testify to the intense relationship with the world of the dead: the tombs always have a high profile, or are monumental; the dead are embalmed and mummified; food is left or brought for them. This obsessional relationship with the chain of ancestors leads Spengler to theorize the presence of a “genealogical” principle. The artistic expressions of Atlantis, adds Conte, are centered on stone constructions, as gigantic as possible, made for eternity, signs of a feeling of life which is not turned towards a heroic surpassing of limits, but towards a kind of “inert complacency.”</p>
<p style="text-align: justify;">Kush developed a “tropical” and “content” <a title="religion" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religion</a>. The problem of ultra-telluric life is regarded with far less anxiety than in Atlantis, because in the culture-amoeba of Kush a mathematics of the cosmos dominates (of which Babylon will be the most imposing expression), where things are “rigidly given in advance”. Life after death is a matter of indifference. If Atlantis is a “culture of the tombs,” in Kush tombs have no significance. One lives and procreates but forgets the dead. The central <a title="symbol" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">symbol</a> of Kush is the temple, from which priests scrutinize celestial mathematics. If in Atlantis, the genealogical principle dominates, if the gods and goddesses of Atlantis are father, mother, son, daughter, in Kush, the divinities are stars. A cosmological principle dominates.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Turan: The Civilization of Heroes</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Turan is the civilization of heroes, animated by a “cold” <a title="religiosity" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religiosity</a>, centered on the mysterious meaning of existence. Nature is filled with impersonal powers. For the culture-amoeba of Turan, life is a battlefield: “for the man of the North (Achilles, Siegfried)”, Spengler writes, “only life before death, the fight against destiny, counts”. The divine-human relationship is no longer one of dependence: “prostration ceases, the head remains high; there is ‘I’ (man) and you (gods)”.</p>
<p style="text-align: justify;">Sons guard the memory of their fathers but do not leave food for their corpses. There is no embalming or mummification in this culture, but cremation. The bodies disappear, are hidden in underground burials without monuments, or are dispersed to the four winds. All that remains of the dead is their blood in the veins of their descendants. Turan is thus a culture without architecture, where temples and burials have no importance and where only the terrestrial meaning of existence matters. Man lived alone, confronted with himself, in his house of wood or in his nomad’s tent.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>The War Chariot</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.ibs.it/libro+inglese/spengler-oswald/man-and-technics-a-ists-an-ace-cts-of-power-cal--f-hange----tal-ando-ons-plicums/9780898759839.html?shop=2317"><img class="alignright size-full wp-image-5828" title="man-and-thecnics" src="../wp-content/uploads/man-and-thecnics.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>Spengler reserved his sympathy for the culture-amoeba of Turan, whose bearers were characterized by the love of adventure, implacable will power, a taste for violence, and freedom from vain sentimentality. They are “men of facts.” The various peoples of Turan were not bound by blood ties or a common language. Spengler does not utilize archaeological and linguistic research aiming to find the original fatherland of the <a title="Indo-europeans" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/indoeuropei">Indo-Europeans</a> or at reconstituting the source language of all the current <a title="indo-european" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/indoeuropei">Indo-European</a> idioms: the bond which links the people of Turan is technical; it is the use of the war chariot.</p>
<p style="text-align: justify;">In a lecture given in Munich on February 6th, 1934 entitled <em>Der Streitwagen und the Seine Bedeutung für den Gang der Weltgeschichte</em> (“<em>The War Chariot and its Significance for the Course of World History</em>”), Spengler explains why this weapon constitutes the key to understanding the history of the second millennium BCE It is, he says, the first complex weapon: One needs a war chariot (with 2 wheels and not a less mobile carriage with 4 wheels), a domesticated and harnessed animal, a meticulously trained warrior who will henceforth strike his enemies from above. With the war chariot is born a type of new man. The chariot is a revolutionary invention on the military plane, but also the formative principle of a new humanity. The warriors became professional because the techniques they had to handle were complex, and they came together as a caste of those who love risk and adventure; they made war the meaning of their life.</p>
<p style="text-align: justify;">The arrival of these castes of impetuous “charioteers” upset very ancient orders: the Achaeans invaded Greece and settled in Mycenae; the Hyksos burst into Egypt. To the East, the Kassites descended on Babylon. In India, the Aryans bore down on the subcontinent, “destroyed the cities”, and settled on the ruins of the civilization of Mohenjo Daro and Harappa. In China, the Zhou arrived from the north, mounted on their chariots, like the Hyksos and their Greek counterparts.</p>
<p style="text-align: justify;">From 1,200 BCE, warlike princes reigned in China, in India, and in the ancient world of the Mediterranean. The Hyksos and Kassites conquered two older civilizations of the South. Then three new civilizations carried by “dominating charioteers” emerged: the Greco-Roman, the Aryan civilization of India, and the Chinese civilization resulting from Zhou. These new civilizations, whose princes came from North, Turan, are “more virile and energetic that those born on banks of the Nile and Euphrates.” According to Spengler, however, these warlike charioteers sadly succumbed to the seductions of the softening South.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>A Common Heroic Substrate</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">The theory of the rough simultaneity of the invasions of Greece, Egypt, India, and China was shared by Spengler and the sinologist Gustav Haloun. Both held that there is a common substrate, warlike and chariot-borne, of Mediterranean, Indian, and Chinese civilizations. It is a “heroic” civilization, as shown by the weapons of Turan. They are different from those of Atlantis. In addition to the chariot, they are the sword and the axe, which imply duels between combatants, whereas in Atlantis, the weapons are the bow and arrow, that Spengler judges “vile” because they make it possible to avoid direct physical confrontation with the adversary, “to look him right in the eyes”.</p>
<p style="text-align: justify;">In Greek mythology, Spengler claims, the bow and arrows are remnants of earlier, pre-Hellenic influences: Apollo the archer originated in Asia Minor; Artemis is Libyan, as is Hercules. The javelin is also <em>telamon</em> [= Atlantid] while the jousting lance is “Turanic.” To understand these distant times, the study of the weapons is more instructive than that of kitchen utensils or jewels, Spengler concludes.</p>
<p style="text-align: justify;">The Turanic soul also derives from a particular climate and a hostile landscape. Man must fight unceasingly against the elements, thus becomes harder, colder, more wintry. Man is not only the product of a “genealogical chain,” but equally of a “landscape.” Climatic rigor develops “moral strength.” The tropics soften the character, bringing us closer to a nature perceived as more matriarchal, supporting female values.</p>
<p style="text-align: justify;">Spengler’s  late writings and correspondence thus show that his views changed after the publication of <a title="The Decline of the West" href="http://www.ibs.it/libro+inglese/spengler-oswald/decline-of-the-westngman-er--h-jac--n-one-dish---h-ebook-k-ross-ei-v3-t-ico-medica/9781400097005.html&amp;shop=2317"><em>The Decline of the West</em></a>, where he valorized Faustian civilization to the detriment primarily of ancient civilization. His focus on the “chariot” gives a new dimension to his vision of history: the Greeks, the Romans, the Indo-Aryans, and the Chinese found favor in his eyes.</p>
<p style="text-align: justify;">In <em><a title="The Decline of the West" href="http://www.ibs.it/libro+inglese/spengler-oswald/decline-of-the-westngman-er--h-jac--n-one-dish---h-ebook-k-ross-ei-v3-t-ico-medica/9781400097005.html&amp;shop=2317">The Decline of the West</a> </em>the mummification of the Pharaohs was considered as the Egyptian expression of a will to duration, which he opposed to the oblivion implied by Indian cremation. Later, he disdained “telamon” mummification as an obsession with the beyond, indicating an incapacity to face terrestrial life. “Turanic” cremation, on the other hand, indicates a will to focus one’s powers on real life.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>A Change of Optics Dictated by Circumstances?</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Spengler’s polycentric, relativistic, non-Eurocentric, non-evolutionist conception of history in <a title="The Decline of the West" href="http://www.ibs.it/libro+inglese/spengler-oswald/decline-of-the-westngman-er--h-jac--n-one-dish---h-ebook-k-ross-ei-v3-t-ico-medica/9781400097005.html&amp;shop=2317"><em>The Decline of the West</em></a> fascinated researchers and anthropologists outside the circles of the German right, particularly Alfred Kroeber and Ruth Benedict. His emphasis on the major historical role of castes of charioteers gives his late work a more warlike, violent, mobile dimension than revealed in <a href="http://www.ibs.it/libro+inglese/spengler-oswald/decline-of-the-westngman-er--h-jac--n-one-dish---h-ebook-k-ross-ei-v3-t-ico-medica/9781400097005.html&amp;shop=2317"><em>Decline</em></a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Can one attribute this change of perspective to the situation of a vanquished Germany, which sought to ally itself with the young USSR (from a Eurasian-Turanian perspective?), with India in revolt against Great Britain (that he formerly included in “Faustian civilization,” to which he then gave much less importance), with China of the “great warlords,” sometimes armed and aided by German officers?</p>
<p style="text-align: justify;">Did Spengler, by the means of his lecture on the charioteers, seek to give a common mythology to German, Russian, Chinese, Mongolian, and Indian officers or revolutionaries in order to forge a forthcoming brotherhood of arms, just as the Russian “Eurasianists” tried to give the newborn Soviet Russia a similar mythology, implying the reconciliation of Turco-Turanians and Slavs? Is the radical valorization of the “Turanic” chariot charge an echo of the worship of “the assault” found in “soldatic nationalism,” especially of the <a title="Junger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a> brothers and Schauwecker?</p>
<p style="text-align: justify;">Lastly, why didn’t Spengler write anything on the Scythians, a people of intrepid warriors, masters of equestrian techniques, who fascinated the Russians and undoubtedly, among them, the theorists of the Eurasiansm? Finally, is the de-emphasis on racial factors in late Spengler due to a rancorous feeling toward the English cousins who had betrayed Germanic solidarity? Was it to promote a new mythology, in which the equestrian people of the continent, which include all ethnic groups (Mongolian Turco-Turanians, descendants of the Scythians, Cossacks and Germanic Uhlans), were to combine their efforts against the corrupt civilizations of the West and the South and against the Anglo-Saxon thalassocracies?</p>
<p style="text-align: justify;">Don’t the obvious parallels between the emphasis on the war chariot and certain theses in <em><a href="http://www.ibs.it/libro+inglese/spengler-oswald/man-and-technics-a-ists-an-ace-cts-of-power-cal--f-hange----tal-ando-ons-plicums/9780898759839.html?shop=2317">Man and Technics</a> </em>amount to a concession to the reigning futuristic ideology, insofar as Spengler gives a technical rather than a religious explanation of the Turanian culture-amoeba? These are topics that the history of ideas will have to clarify in-depth.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>* * *</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Source: <em>Nouvelles de Synergies européennes</em>, no. 21, 1996. Translation by Greg Johnson.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/atlantis-kush-turan.html' addthis:title='Atlantis, Kush, and Turan: Prehistoric Matrices of Ancient Civilizations in the Posthumous Work of Spengler ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Gli intellettuali tedeschi e la crisi di Weimar</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Sep 2010 16:11:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Lamendola</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Gli Alleati, nel 1945 come nel 1918, non amavano i toni rozzi e aggressivi alla Spengler, ma agivano esattamente in base a quei criteri, brutali e machiavellici, che tanto li disgustavano quando a teorizzarli erano i Tedeschi.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/gli-intellettuali-tedeschi-e-la-crisi-di-weimar.html' addthis:title='Gli intellettuali tedeschi e la crisi di Weimar '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/rivoluzione-conservatrice.PNG" width="48" height="48" alt="" title="Rivoluzione conservatrice" /><br/><p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/la-repubblica-di-weimar/591" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-5744" style="margin: 10px;" title="la-repubblica-di-weimar" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/la-repubblica-di-weimar.jpg" alt="" width="200" height="290" /></a>In tempo di crisi &#8211; economica, politica, sociale e culturale -, gli intellettuali possono costituire un faro nella nebbia per i cittadini &#8220;comuni&#8221;? E, se lo possono, lo devono anche?</p>
<p style="text-align: justify;">Qual è il loro ruolo, esattamente, nel contesto della società? È giusto aspettarsi da loro che siano la nostra coscienza critica? O forse non commettiamo l&#8217;errore, quando essi &#8211; specialmente in tempi di crisi &#8211; ci additano la Luna, di guardare il dito anziché la Luna, ossia di prendere troppo alla lettere ciò che essi dicono, invece di cogliere lo spirito che li muove e l&#8217;orizzonte cui aspirano e che cercano di dischiudere, per sé e per noi?</p>
<p style="text-align: justify;">È facile fraintenderli, quando li si prende alla lettera: come nel caso dei surrealisti. Tutto essi volevano, tranne che fondare una scuola; il loro credo fondamentale era la rivolta contro ogni sistema, quindi anche contro il surrealismo. E invece che cosa fa il pubblico, davanti agli intellettuali che contestano un sistema ormai agonizzante? Li innalza sugli altari di un nuovo sistema; li promuove a profeti di una nuova <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religione</a> &#8211; che essi lo vogliano o no. E, anche se lo vorrebbero &#8211; come nel caso di Spengler, di cui tra poco parleremo &#8211; non è detto che noi rendiamo loro un buon servizio, accontentandoli; certamente non lo rendiamo a noi stessi.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/leta-del-moderno-la-letteratura-tedesca-del-primo-novecento-1900-1933/5997" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-5742" style="margin: 10px;" title="eta-del-moderno" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/eta-del-moderno.jpg" alt="" width="200" height="297" /></a>Tutte queste domande e queste considerazioni ci sono venute alla mente rileggendo un famoso brano del libro di H. Kohn (<em>I Tedeschi</em>, traduzione italiana Edizioni di Comunità, Milano, 1963), dedicato agli intellettuali tedeschi di fronte al nazismo.</p>
<p style="text-align: justify;">Non è un brano molto breve, tuttavia ci sembra indispensabile riportarlo integralmente, per non correre il rischio di falsare, semplificandolo, il pensiero dell&#8217;Autore; dopo di che svilupperemo le nostre riflessioni, portandole dal piano storico contingente (la crisi della Repubblica di Weimar e l&#8217;avvicinarsi del nazismo al potere) a quello della riflessione storico-filosofica generale, per cercar di trarne qualche utile insegnamento per il presente.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">«In poco più di un decennio gli intellettuali furono in grado di condurre il popolo tedesco nell&#8217;abisso. Non ci sarebbero riusciti se non fossero stati preceduti da generazioni di preparazione, in cui germanofilismo e antioccidentalismo erano divenuti sempre più caratteristici del pensiero nazionale. Nell&#8217;ultimo stadio il nazionalismo tedesco respinse non solo la civiltà occidentale, ma anche la validità della vita civile. «Il nuovo nazionalismo &#8211; ammonì Ernest Robert Curtius nel 1931 &#8211; vuole buttar via non solo il diciannovesimo secolo, attualmente tanto calunniato, bensì addirittura tutte le tradizioni storiche». I pensatori nazionalisti francesi &#8211; Charles Maurras,o Maurice Barrès &#8211; non si spinsero mai fino al punto di rivoltarsi contro la civiltà. In Germania gli antintellettuali non erano plebaglia, ma intellettuali di primo piano, uomini spesso di gusti raffinati e di grande erudizione.</p>
<p style="text-align: justify;">Mettendosi a considerare ogni cosa dall&#8217;angolo visuale tedesco, essi si convinsero che la civiltà occidentale fosse dappertutto profondamente minata come in Germania. Partendo da osservazioni parziali arrivarono alle conclusioni più estreme. Identificarono la situazione tedesca, com&#8217;era peraltro da essi interpretata, con quella dell&#8217;umanità, addirittura con quella dell&#8217;universo. Gottfried Benn non dubitava che il periodo quaternario dell&#8217;evoluzione geologica stessa approssimandosi alla fine, che l&#8217;<em>homo sapiens</em> stesse diventando sorpassato. Nessuna espressione era tanto forte da riuscire a manifestare tutto l&#8217;odio nutrito per la civiltà occidentale, il liberalismo, l&#8217;umanitarismo. La filosofia di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Martin Heidegger</a></span>, la dottrina politica di Carl Schmitt, la teologia di Karl Barth contribuirono per parte loro a convincere gli intellettuali che l&#8217;umanità aveva raggiunto una svolta decisiva, una crisi senza precedenti causata dal liberalismo. Questi intellettuali guardavano dall&#8217;alto in basso l&#8217;Occidente con lo stesso disprezzo più tardi manifestato dai capi nazisti. Allo stesso tempo si mostravano arrogantemente sicuri che il pensiero tedesco, proprio per la sua consapevolezza della crisi, fosse l&#8217;unico degno della nuova epoca storica. […]</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;La comprensione classica della tradizione, così viva in <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/johann-wolfgang-goethe" target="_blank">Goethe</a></span>, fu perduta negli anni trenta in Germania come in Russia. L&#8217;arte divenne &#8216;popolare&#8217;, &#8216;nuova&#8217; e &#8216;utilitaria&#8217;; la forma non contò più. Nadler si sentì autorizzato a criticare <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/johann-wolfgang-goethe" target="_blank">Goethe</a></span> perché «un uomo come lui non poteva trasformare un popolo». Ora il popolo si stava «trasformando»; perlomeno i suoi portavoce se ne vantavano. Un periodico molto stimato, <em>Hochschule und Ausland</em>, dedicato al mantenimento dei contatti fra le università tedesche e quelle straniere, nell&#8217;aprile del 1937 cambiò testata assumendo il nuovo nome di <em>Geist der Zeit</em> (Spirito dei tempi). Il suo editoriale dichiarò con appropriata modestia: «Non c&#8217;è alcuna nazione in Europa, e non ce n&#8217;è mai stata alcuna al di fuori della Grecia, in cui lo spirito è così vivo come nell&#8217;odierna Germania». Ma gli intellettuali tedeschi sbagliavano scambiando il loro spirito dei tempi con l&#8217;effettivo spirito del tempo. Nella loro cieca antipatia per l&#8217;Occidente essi interpretavano erroneamente la storia. […]</p>
<p style="text-align: justify;">Moeller, Spengler e <a title="Juenger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a> ritenevano che la guerra perduta si sarebbe trasformata in vittoria, se i tedeschi si fossero resi conto di rappresentare lo spirito dei tempi &#8211; Moeller aveva iniziato la sua attività come critico letterario e principale traduttore tedesco di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/fedor-dostoevskij" target="_blank">Dostoevskij</a></span>. La guerra comunque lo trasformò da uomo di cultura in pensatore politico. Nel <em>Diritto dei popoli giovani</em>, apparso all&#8217;inizio del 1919, egli chiedeva che fosse riconosciuto il diritto all&#8217;espansione delle giovani nazioni, che avevano idee nuove, mentre il decrepito Occidente non era altro che una continuazione del sorpassato diciottesimo secolo. Fra i popoli giovani era la Prussia che avrebbe assunto la funzione di guida. «Verrà il momento in cui tutti i popoli giovani, in cui tutti coloro che si sentono giovani, riconosceranno nella storia prussiana la più bella, la più nobile, la più virile storia politica dei popoli europei». […]</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Nel 1923, due anni prima di suicidarsi, Moeller pubblicò il suo libro più autorevole, <em>Das Dritte Reich</em>. Il titolo non può essere tradotto con &#8216;Terzo Impero&#8217;. Il Reich è nella sua essenza molto più di un impero. Ci sono più imperi, c&#8217;è un unico Reich. «Il nazionalismo tedesco &#8211; scriveva Moeller &#8211; è un campione del Reich finale: sempre ricco di promesse, mai concluso… C&#8217;è un unico Reich, come c&#8217;è un&#8217;unica Chiesa. Gli altri pretendenti al titolo non possono essere altro che uno stato, una comunità o una setta. Esiste solo <em>Il Reich</em>». Creando il Reich, i tedeschi non agivano per se stessi, ma per l&#8217;Europa. Il loro Reich era urgentemente necessario perché la civiltà occidentale aveva non elevato, bensì degradato l&#8217;umanità. «Circondato dal mondo in sfacelo che è il mondo vittorioso di oggi, il tedesco cerca la sua salvezza. Cerca di preservare quei valori imperituri, che sono tali per propria natura. Cerca di assicurare la loro permanenza nel mondo riconquistando il rango a cui hanno diritto i loro difensori. Allo stesso tempo combatte per la causa dell&#8217;Europa, per ogni influenza europea che si irradia dalla Germania in quanto centro dell&#8217;Europa… L&#8217;ombra dell&#8217;Africa si proietta sull&#8217;Europa. È nostro compito fare da sentinella sulla soglia dei valori».</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/il-tramonto-delloccidente-2/3546" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-5748" style="margin: 10px;" title="tramonto-dell-occidente" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/tramonto-dell-occidente.jpg" alt="" width="200" height="312" /></a>Moeller definiva il Reich «una vecchia bella idea tedesca che risale al <a title="Medioevo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/medioevo">Medioevo</a>, ed è associata all&#8217;attesa di un regno millenario». Esso sarebbe stato genuinamente socialista e antiliberale. Il terzo capitolo del libro portava come motto le significative parole «Col liberalismo il popolo perisce».Il socialismo tedesco non aveva nulla in comune col materialismo storico marxista e con la lotta di classe internazionale. Era la solidarietà nazionale di un popolo sfruttato dalla plutocrazia straniera; era l&#8217;idea dell&#8217;altruismo al servizio del bene comune anziché del perseguimento del profitto personale. «Dove finisce il marxismo &#8211; scriveva Moeller &#8211; lì comincia il socialismo: un socialismo tedesco, la cui missione è quella di soppiantare nella storia intellettuale dell&#8217;umanità ogni specie di liberalismo. Il socialismo tedesco non è compito di un Terzo Reich. È piuttosto la sua base». Moeller accettava la rivoluzione antiliberale e antiplutocratica di Lenin come un tipo di socialismo nazionale peculiarmente adatto alla Russia e si dichiarava propenso a collaborare con essa purché dirigesse la sua espansione verso l&#8217;Asia e ammettesse la legittimità della missione della Germania nelle terre di confine russo-tedesche.[…]</p>
<p style="text-align: justify;">Oswald Spengler in <em>Preussentum und Sozialismus </em>[Prussianesimo e Socialismo] (1919) fece un altro passo avanti: «Solo quello tedesco è vero socialismo! Il vecchio spirito prussiano e il socialismo, benché oggi sembrino contrari l&#8217;uno all&#8217;altro, sono in realtà tutt&#8217;uno». Questo libro relativamente beve di Spengler rimase sconosciuto al pubblico inglese, ma attrasse molti più lettori tedeschi dei due grossi volumi della sua opera principale. Le idee esposte in <em>Preussentum und Sozialismus </em>furono, come egli stesso confessò, il nucleo (<em>Kern</em>) da cui si sviluppò tutta la sua filosofia. Il libro è basilare non solo per la conoscenza dell&#8217;autore, ma anche per la conoscenza del periodo weimariano. Naturalmente Spengler contrapponeva i suoi prussiani socialisti agli individualisti inglesi attaccati al denaro, che facevano ognuno per conto proprio, mentre i primi erano legati l&#8217;uno all&#8217;altro. Quando gli inglesi lavoravano, lo facevano per smania di successo; i prussiani lavoravano invece per amore del dovere da compiere. In Inghilterra era la ricchezza che contava, in Prussia l&#8217;azione. Il socialismo marxista era profondamente influenzato dalle idee inglesi. Marx infatti, al pari degli inglesi, non ragionava dal punto di vista dello stato, bensì da quello della società. Per lui, come per gli inglesi, il lavoro era qualcosa da comprare e vendere, una merce dell&#8217;economia di mercato, mentre per i prussiani ogni lavoro, da quello del più alto funzionario a quello del più umile manovale, era un dovere, compiuto come un servizio reso alla comunità. A detta di Spengler, Federico Guglielmo I, il re-soldato prussiano del diciottesimo secolo, e non Marx, era stato «il primo socialista cosciente». Soltanto la Prussia era uno stato reale, e quindi uno stato socialista. «Qui, nel senso stretto del termine, non esistevano individui isolati. Chiunque viveva nell&#8217;ambito del sistema, che funzionava con la precisione di una buona macchina, faceva parte della macchina».</p>
<p style="text-align: justify;">Spengler andava a ritroso nella storia per spiegare la differenza fra inglesi e prussiani; il carattere inglese derivava dai saccheggiatori vichinghi, quello prussiano dai devoti Cavalieri Teutonici. Malgrado lo storicismo, ora brillante, ora falso, gli scritti di Spengler intendevano essere non distaccate opere di studio, bensì <em>littérature engagée</em> [letteratura impegnata]. Il suo <em>Preussentum und Sozialismus</em> era infatti un fervido appello alla gioventù tedesca, lanciato nell&#8217;ora della disfatta e dello sconforto. «Nella nostra lotta &#8211; egli scriveva nell&#8217;introduzione &#8211; conto su quella parte della nostra gioventù che sente profondamente, al di là di tutti gli oziosi discorsi quotidiani, […] l&#8217;invincibile forza che continua a marciare in avanti malgrado tutto, una gioventù […] romana nell&#8217;orgoglio di servire, nella umiltà di comandare, preoccupata di chiedere non diritti dagli altri, bensì doveri da se stessa, senza eccezione, senza distinzione, per realizzare il destino che sente nel suo intimo. In questa gioventù vive una tacita coscienza che integra l&#8217;individuo nel tutto, nella nostra cosa più sacra e profonda, un patrimonio di duri secoli, che distingue noi fra tutti i popoli, noi, i più giovani, gli ultimi della nostra civiltà. A questa gioventù io mi rivolgo. Possa essa comprendere quello che ora diventa il suo compito futuro. Possa essere fiera di aver l&#8217;onore di affrontarlo.»</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;appello di Spengler alla gioventù si faceva ancora più fervido alla fine del libro: «Chiamo a raccolta coloro che hanno midollo nelle ossa e sangue nelle vene… Diventate uomini! Non vogliamo più discorsi sulla cultura, sulla cittadinanza mondiale, sulla missione spirituale della Germania. Abbiamo bisogno di durezza, di ardito scetticismo, di una classe di dominatori socialisti. Ancora una volta: socialismo significa potenza, potenza, ancora e sempre potenza. La via verso la potenza è chiaramente segnata: i più valenti lavoratori tedeschi devono unirsi ai migliori rappresentanti del vecchio spirito politico prussiano, gli uni e gli altri decisi a creare uno stato rigidamente socialista, una democrazia nel senso prussiano, gli uni e gli altri legati da un comune senso del dovere, dalla coscienza di un grande compito, dalla volontà di obbedire per dominare, di morire per vincere, dalla forza di compiere tremendi sacrifici per realizzare il nostro destino, per essere quel che siamo e quel che senza di noi non esisterebbe. Noi siamo socialisti. Noi non intendiamo esser stati socialisti invano».</p>
<p style="text-align: justify;">La filosofia spengleriana della storia era concisamente esposta in un brano di <em>Preussentum und Sozialismus</em>: «La guerra è eternamente la più alta forma di esistenza umana, e gli stati esistono per la guerra; essi manifestano per la guerra essi manifestano la loro preparazione alla guerra. Anche se un&#8217;umanità stanca e smorta desiderasse rinunciare alla guerra, essa diventerebbe, anziché il soggetto, l&#8217;oggetto della guerra per cui e con cui gli altri guerreggerebbero».</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/anni-della-decisione/8517" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-5747" style="margin: 10px;" title="anni-della-decisione" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/anni-della-decisione.jpg" alt="" width="200" height="332" /></a>Lo stesso tema viene ripetuto nel secondo volume del <a title="Il tramonto dell'Occidente" href="http://www.libriefilm.com/il-tramonto-delloccidente-2/3546"><em>Tramonto dell&#8217;Occidente</em></a>, apparso nel 1922: «La vita è dura. Essa lascia un&#8217;unica scelta, quella tra vittoria e sconfitta, non quella fra guerra e pace.» E nell&#8217;ultimo libro pubblicato, undici anni dopo, <a title="Anni della decisione" href="http://www.libriefilm.com/anni-della-decisione/8517"><em>Anni della decisione</em></a>, egli affermava con ripetitività quasi hitleriana: «La lotta è il fatto fondamentale della vita, è la vita stessa. La noiosa processione di riformatori, capaci di lasciare come loro unico monumento montagne di carta stampata, è ora finita… La storia umana in un periodo di civiltà altamente evoluta è storia di potenze politiche. La forma di questa storia è la guerra. La pace è soltanto […] una continuazione della guerra con altri mezzi […] Lo stato è l&#8217;essere in forma di un popolo, che è da esso costituito e rappresentato, per guerre attuali e possibili». Questa filosofia della storia ultrasemplificata portava la priorità della politica estera su quella interna, tipica di Ranke, a un estremo palesemente assurdo. Civiltà e <a title="religioni" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religioni</a>, istituzioni e costituzioni, economia e benessere nazionale non contavano più nella storia; non rimaneva che la politica estera, ridotta essa stessa alla guerra e alla preparazione della guerra. Le guerre non erano più eccezioni o incidenti, erano il fatto centrale della vita e della storia, il loro significato e coronamento. La prima nazione moderna che l&#8217;aveva compreso era, secondo Spengler, la Prussia, che su questa consapevolezza basava la sua pretesa di supremazia nella nuova era. «La Prussia &#8211; egli scriveva &#8211; è soprattutto priorità incondizionata della politica estera su quella interna, la cui sola funzione è quella di mantenere la nazione in forma per quel compito.»[…]</p>
<p style="text-align: justify;">Le teorie politiche proclamate da Spengler col tono di un veggente furono esposte, in veste più erudita, da Carl Schmitt, professore di diritto internazionale e costituzionale all&#8217;università di Bonn, per due decenni il più autorevole maestro di diritto pubblico in Germania. I suoi scritti, legati a quelli di Spengler, introdussero una nuova concezione della politica, che riceveva il suo significato non più da quella che era considerata la vita normale della società, bensì da situazioni estreme. Il normale non tendeva più a controllare l&#8217;anormale. […]</p>
<p style="text-align: justify;">La guerra era un momento importante della vita politica e della vita in genere; l&#8217;inevitabile relazione amico-nemico dominava ogni settore. «I punti culminanti della grande politica &#8211; sosteneva Schmitt &#8211; sono quelli in cui si discerne il nemico con estrema concreta chiarezza come nemico». Questa teoria politica corrispondeva al presunto primordiale istinto combattivo dell&#8217;uomo che tendeva a considerare chiunque si frapponesse all&#8217;appagamento dei suoi desideri come un avversario da toglier di mezzo. La tradizionale arte di governo dell&#8217;Occidente, invece, consisteva nel trovare e vie e i mezzi per superare l&#8217;istinto primitivo col negoziato paziente, col compromesso, con uno sforzo di reciprocità, soprattutto con l&#8217;osservanza di leggi universalmente vincolanti.</p>
<p style="text-align: justify;">La totalitaria filosofia di guerra fu così riassunta da Schmitt: «La guerra è l&#8217;essenza di ogni cosa. La natura della guerra totale determina la forma naturale dello stato totale». Comprensibilmente, egli nutriva un profondo disprezzo per il diciannovesimo secolo, «un secolo pieno d&#8217;illusione e frode.» Nel suo stato ideale di quest&#8217;epoca, ovviamente immune da illusioni e frode, la vita nella sua interezza era subordinata al conflitto armato. in tale ordine d&#8217;idee Karl Alexander von Müller, direttore della <em>Historische Zeitschrift </em>[Rivista storica], l&#8217;organo ufficiale degli storici tedeschi, concluse, nel numero di settembre del 1939, un editoriale sulla guerra con le parole: «In questa battaglia d&#8217;animi troviamo il settore delle trincee che è affidato alla scienza storica della Germania. Essa monterà la guardia. La parola d&#8217;ordine è stata data da Hegel: lo spirito dell&#8217;universo ha dato l&#8217;ordine di avanzare; tale ordine sarà ciecamente obbedito».</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">In questo brano di riflessione storica emergono, a nostro avviso, alcuni tipici difetti della storiografia d&#8217;impostazione liberal-democratica, primo fra tutti quello di presentarsi (e percepirsi essa stessa) come la storiografia, immune da passioni e pregiudizi, e perciò titolata a giudicare, davanti al tribunale della storia, tutte le altre ideologie. Intendiamoci: molti giudizi sono pertinenti e perfettamente condivisibili. Giusto porre l&#8217;accento sulle responsabilità politiche ed etiche degli intellettuali tedeschi dell&#8217;epoca di Weimar nell&#8217;aver spianato la strada al nazismo; giusto evidenziare la rozzezza e le eccessive semplificazioni della filosofia della storia di Moeller, Spengler, Schmitt; e giusto anche aver richiamato il fatto che il successo di quella impostazione dei problemi politici, nella cultura e nella società, non sarebbe stato possibile se non vi fosse stata una lunga preparazione, da parte di generazioni e generazioni di intellettuali che li avevano preceduti.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/la-rivoluzione-conservatrice-nella-germania-della-repubblica-di-weimar/6584" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-5741" style="margin: 10px;" title="rivoluzione-conservatrice" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/rivoluzione-conservatrice.jpg" alt="" width="200" height="307" /></a>In che cosa verte, dunque, la nostra perplessità, davanti all&#8217;approccio storiografico di Kohn? Essenzialmente nel fatto che egli, tutto preso dal suo <em>pathos </em>moralistico, sembra essersi scordato che il compito primo e fondamentale del mestiere di storico (e anche dello storico del pensiero) non è quello di giudicare, ma di sforzarsi di capire. Il che, naturalmente &#8211; giova ripeterlo, onde evitare il solito malinteso tanto caro ai moralisti in male fede &#8211; non significa giustificare alcunché. Nel caso specifico, a Kohn è sfuggita la comprensione di quanto di originale poteva esservi nella &#8220;<a title="rivoluzione conservatrice" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/rivoluzioneconservatrice">rivoluzione conservatrice</a>&#8221; che ha coinvolto, oltre a Moeller, Spengler e Schmitt, anche personalità della statura di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Heidegger</a></span>, <a title="Ernst Junger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a>, Frobenius, Gogarten e, per certi versi, anche Jung; per non parlare, fuori della Germania, di <a title="Hamsun" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Hamsun</a>, Pound, <a title="Evola" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/julius-evola">Evola</a>, Gentile, Ungaretti, <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/luigi-pirandello" target="_blank">Pirandello</a></span>, Unamuno, Barrés, <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/mircea-eliade/">Eliade</a></span>, … dobbiamo continuare? E occorre ricordare che alcuni di questi intellettuali, anche fra quelli particolarmente presi di mira da Kohn, ebbero il coraggio di opporsi al nazismo, o ad aspetti significativi della sua politica, esponendosi in prima persona? Il tanto vituperato Spengler rifiutò di aderire al fanatico antisemitismo nazista e avrebbe subito gravi rappresaglie, se la morte non fosse giunta in buon punto, nel 1936, per metterlo al riparo da esse. <a title="Jünger " href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a>, col romanzo <a title="Sulle scogliere di marmo" href="http://www.libriefilm.com/sulle-scogliere-di-marmo/271"><em>Sulle scogliere di marmo</em></a>, presentò apertamente Hitler come un malvagio e dissennato timoniere che porta la nave della Germania verso la catastrofe; e suo figlio venne ucciso dai nazisti. <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Heidegger</a></span>, come è noto, si dissociò al regime e si chiuse in un cupo silenzio, pur non schierandosi esplicitamente contro di esso.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma, si dirà, Kohn non accusa costoro di essere stati dei cripto-nazisti, bensì di avere oggettivamente spianato il terreno della cultura tedesca all&#8217;influsso nefasto del nazismo. Senonché, è proprio quell&#8217;avverbio, oggettivamente (che ricorda, guarda caso, altri climi politici e altre condanne spicciole), che ci sembra ingeneroso e poco corretto dal punto di vista del metodo. In un&#8217;epoca di crisi, morale non meno che materiale, gli intellettuali vanno anch&#8217;essi a tentoni e non li si può accusare con troppa disinvoltura di aver preparato le catastrofi a venire, istituendo per loro una sorta di retroattività morale. Lungi da noi voler minimizzare le responsabilità degli intellettuali; senz&#8217;altro alcuni di essi sono stati dei cattivi maestri, e ne portano tutta intera la responsabilità. Occorre, però, distinguere bene i due piani della riflessione: quello storico e quello etico. Se il libro di Kohn, <em>I Tedeschi</em>, vuol essere un libro di storia, è necessario che del metodo storico accetti le premesse e l&#8217;impostazione generale: la priorità rivolta allo sforzo di comprendere, innanzitutto. E non ci pare che egli abbia fatto molto in tal senso. Non ha tenuto conto del punto di vista interno della società tedesca nel periodo della Repubblica di Weimar; e non ha tenuto conto della frustrazione e del risentimento, in parte comprensibili, con i quali il popolo tedesco visse quel periodo, dopo che a Versailles Clemenceau era riuscito a far prevalere la logica della pace &#8220;punitiva&#8221; e dopo che l&#8217;inflazione aveva polverizzato non solo i risparmi e i frutti del lavoro di una intera generazione, ma anche &#8211; apparentemente &#8211; le speranze di rinascita del popolo tedesco.</p>
<p style="text-align: justify;">Se la famosa pugnalata alla schiena è, infatti, un mito bello e buono, inventato dalla cricca militare prussiana per scaricare sulla società civile, e specialmente sulla socialdemocrazia, la responsabilità della sconfitta in quella guerra che essa aveva fortemente voluto, considerandola &#8211; a torto o a ragione &#8211; necessaria e inevitabile per la sopravvivenza della Germania come grande potenza, vi sono pochi dubbi &#8211; a nostro parere &#8211; che il popolo tedesco, al termine della prima guerra mondiale (e, di nuovo, con la crisi della Ruhr del 1923), fu vittima di una grossa ingiustizia storica. Se si fa astrazione da ciò, si rischia di non capire come le parole e gli slogan degli intellettuali conservatori tedeschi ebbero tanta risonanza e tanto successo, specialmente fra la gioventù, negli anni Venti e all&#8217;inizio degli anni Trenta. Lo storico, invece &#8211; anche e, per certi aspetti, soprattutto lo storico del pensiero &#8211; deve sempre e rigorosamente contestualizzare. Non si può comprendere Lutero fuori del proprio tempo e della propria situazione storica; non si può comprendere Kant; non si può comprendere Hegel o Nietzsche o <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Heidegger</a></span>. In verità, non si può comprendere niente; a meno che si immagini che il pensiero non vada in nulla debitore della società che lo esprime.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/scritti-politici-e-di-guerra-1919-1933-vol-1-1919-1925/2856" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-5743" style="margin: 10px;" title="scritti-politici-e-di-guerra-1" src="../wp-content/uploads/scritti-politici-e-di-guerra-1.jpg" alt="" width="200" height="300" /></a>Un’altra riflessine di carattere generale che ci sembra opportuno fare è che la sconfitta, così nella vita del singolo individuo come in quella dei popoli, è portatrice di una crisi che può anche essere salutare, perché costringe, letteralmente, a prendere atto di una inadeguatezza e a elaborare delle strategie per superare le presenti difficoltà. La società tedesca non era stata certo l’unica responsabile della tragedia del 1914-1918; ma, alla fine della guerra, si trovò dalla parte del perdente e quindi, automaticamente, dalla parte del torto (cosa che si sarebbe ripetuta di lì a ventisette anni). Una clausola del trattato di pace imponeva ai rappresentanti della Germania di firmare una dichiarazione in cui la loro patria si assumeva, tutta intera, la responsabilità di quanto era accaduto: e questo sotto la minaccia di una ripresa immediata della guerra. Mai si era vista una simile prepotenza giuridica, per giunta sotto l’ipocrita bandiera del democraticismo wilsoniano; ma Erzberger dovette trangugiare, a nome del suo popolo, l’amaro boccone (cosa che ne provocò la condanna a morte da parte dell’estremismo nazionalista: condanna che fu eseguita, pochi anni dopo, da un giovane assassino).</p>
<p style="text-align: justify;">Né basta. Per tre volte – nel 1919, nel 1923 e nel 1929 – l’economia tedesca fu travolta dalla terribile bufera della crisi economica, che spazzò il risparmio e creò milioni e milioni di disoccupati. Ogni volta la società tedesca riusciva a rimettersi in piedi, compiendo degli sforzi veramente titanici, un intervento esterno la rigettava a terra. Nel 1919 la pace punitiva – con le mutilazioni territoriali, la perdita delle colonie e della marina, l’enorme indennità di guerra da pagare agli Alleati; nel 1923 l’occupazione francese e belga del bacino minerario della Ruhr, che rendeva ancor più impossibile soddisfare quei pagamenti; nel 1929 il crollo della borsa di Wall Street, cui gli speculatori della finanza ebraica newyorkese non furono certo estranei: e la terza volta spianò la strada a Hitler. C’è da chiedersi, semmai, come poté resistere tanto a lungo la società tedesca alle sirene del nazismo, con la comunità internazionale ben decisa a distruggerne la volontà di ripresa e la Lega delle Nazioni, comodo paravento giuridico-morale delle plutocrazie britannica e francese, a fare da cane da guardia alle assurde decisioni politiche e territoriali della Conferenza di Versailles.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/il-crepuscolo-della-repubblica-di-weimar/8518" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-5745" style="margin: 10px;" title="il-crepuscolo-della-repubblica-di-weimar" src="../wp-content/uploads/il-crepuscolo-della-repubblica-di-weimar.jpg" alt="" width="200" height="299" /></a>Tale il contesto del decennio preso in esame da Kohn (1923-33), e che egli chiama “la marcia verso l’abisso”, attribuendone tutta la responsabilità morale agli intellettuali tedeschi, che avrebbero dissennatamente predicato la violenza e l’esasperazione del darwinismo sociale e del machiavellismo politico. Egli conclude affermando che, per opera di Schmitt e di Spengler, penetrò nella cultura tedesca “una nuova concezione della politica, che riceveva il suo significato non più da quella che era considerata la vita normale della società, bensì da situazioni estreme. Il normale non tendeva più a controllare l&#8217;anormale”. Omette però di precisare che la Germania, a causa della miopia e dell’egoismo delle classi dirigenti britanniche, francesi e americane, da oltre un decennio non viveva affatto in una situazione “normale”; che potenti forze economico-finanziarie internazionali facevano di tutto per tenerla in una condizione di cronica e disperata anormalità.</p>
<p style="text-align: justify;">Così pure, quando Spengler afferma che «La vita è dura. Essa lascia un&#8217;unica scelta, quella tra vittoria e sconfitta, non quella fra guerra e pace», Kohn omette di precisare che questa visione cinica e brutale della vita umana era stata ampiamente diffusa (anche se non “inventata”) dall’egoismo e dalla cecità dei vincitori di Versailles. Era stata la loro politica ad insegnare agli sconfitti la dura legge del <em>vae victis</em>, la legge inumana secondo la quale la pace è un lusso degli oziosi e degli imbelli o un’utopia dei sognatori, e che la sola cosa che conta è la forza. Per giunta, i brutali vincitori avevano ammantato tale machiavellismo con le vesti rispettabili dell’umanitarismo wilsoniano e della democrazia liberale, sanzionando <em>a posteriori</em>, con una capillare opera di propaganda e di diplomazia internazionale, il puro e semplice trionfo della forza. Come avrebbero fatto col processo di Norimberga (e con quello di Tokyo) alla fine della seconda guerra mondiale. Un processo ove i crimini tedeschi (e giapponesi) vennero giudicati dagli stessi vincitori, ragion per cui nessun fiatò sui crimini anglo-americani e sovietici.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma veniamo allo specifico, e cioè alle caratteristiche fondamentali della cultura tedesca nel decennio 1923-33, in cui Kohn vede solo e unicamente una marcia verso l’abisso, una preparazione del diluvio nazista, mentre gli sfuggono completamente le esigenze autentiche e legittime di rinnovamento che si esprimevano in quel contesto e con quella tradizione storica: elementi dai quali non è lecito prescindere, a meno di fare un’operazione culturale altamente anti-storica. Non entriamo ora nel merito della filosofia di Mueller, Spengler, Schmitt, e neanche di <a title="Jünger " href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a>, Wittgenstein o Gogarten, perché ciò esulerebbe, e di molto, dai limiti che ci siamo prefissi. Desideriamo piuttosto far notare che questi autori (che, fra l’altro, non vanno arbitrariamente omologati, pena il perdere di vista la specificità intellettuale di ciascuno d’essi) testimoniano uno sforzo del pensiero per trovare nuove certezze dopo le tremende delusioni e i traumi del periodo precedente e, al tempo stesso, un tentativo di ridefinire lo spazio culturale della Mitteleuropa, e anche dell’Europa in generale, nei confronti di un “Occidente” sentito ormai come una realtà socio-culturale al tempo stesso obsoleta e artificiale. In questo senso, furono i promotori di un’autocritica del pensiero europeo: autocritica, ripetiamo, nata dalla sconfitta e dall’umiliazione nazionale; mentre nulla di simile fu neanche immaginato dalla cultura delle nazioni vincitrici, tutte intente a godersi il bottino di Versailles e, semmai, a giocare cinicamente sulle rivalità dei nuovi, piccoli Stati dell’Europa centrale (Cecoslovacchia, Jugoslavia, ecc.) sorti dallo sfacelo del vecchio ordine europeo.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/la-lotta-contro-il-formalismo-giuridico-nella-dottrina-dello-stato-di-weimar/8519" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-5746" style="margin: 10px;" title="lotta-contro-il-formalismo-giuridico" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/lotta-contro-il-formalismo-giuridico.jpg" alt="" width="158" height="240" /></a>È vero, gli intellettuali inglesi e francesi degli anni Venti non hanno seminato idee ultranazionaliste e guerrafondaie. Non ve n&#8217;era bisogno: la cultura di quei Paesi si godeva la meravigliosa sensazione di aver affrontato e superato una dura prova e, alla fine, di aver contribuito al trionfo della giustizia, della libertà, della democrazia. Gli intellettuali tedeschi &#8211; e, a maggior ragione, quelli austriaci o dell&#8217;area ex asburgica: Musil, Roth, Kafka, von Rezzori, <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/emil-cioran">Cioran</a></span> &#8211; erano costretti a interrogarsi non solo sulla sconfitta e sulla disintegrazione della vecchia Mitteleuropa, ma anche sull&#8217;incipiente disintegrazione dello spirito europeo, sulla stessa disintegrazione dell&#8217;Io come soggetto unitario della coscienza. Avevano a che fare con una situazione estrema, e fecero del loro meglio per trovare un raggio di luce, una indicazione che li guidasse fuori dalla crisi, verso il futuro. Possiamo discutere la saggezza della via da essi battuta e dissentire da alcuni aspetti della loro polemica; tuttavia, se vogliamo essere onesti, dobbiamo riconoscere che non tutte le ragioni della loro polemica erano infondate.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando Spengler, ad esempio, affermava che &#8220;per Marx, come per gli inglesi, il lavoro era qualcosa da comprare e vendere, una merce dell&#8217;economia di mercato, mentre per i prussiani ogni lavoro, da quello del più alto funzionario a quello del più umile manovale, era un dovere, compiuto come un servizio reso alla comunità&#8221;, non ci sembra che dicesse cosa molto lontana dal vero. Anche l&#8217;osservazione che nel vecchio sistema prussiano erano impliciti elementi di socialismo e che, ad ogni modo, in Germania il senso dei valori collettivi prevaleva sull&#8217;individualismo, non era peregrina; come non era infondata la convinzione di Moeller che il regime bolscevico, per le sue istanze profonde antiplutocratiche, fosse &#8211; nonostante le apparenze &#8211; ideologicamente più vicino agli interessi e al sentire del popolo tedesco di quanto non lo fossero i sistemi liberal-democratici dell&#8217;Europa occidentale e degli Stati Uniti. La polemica degli intellettuali tedeschi contro l&#8217;umanitarismo era sicuramente riprovevole, così come pericoloso il loro continuo soffiare sul fuoco del nazionalismo esasperato. Però bisogna rendersi conto di una cosa: essi sentivano il dovere di ricorrere a ogni mezzo per rimettere in piedi un popolo che era stato ridotto in ginocchio e che era tuttora vittima di una ingiustizia storica. La spettacolare crescita economica, culturale e sociale tedesca del Secondo Reich, fra il 1871 e il 1918 (sì, anche sociale: con una delle legislazioni del lavoro fra le più avanzate al mondo) era stata letteralmente strangolata da una coalizione mondiale che adesso era ben decisa a impedire che la Germania si rialzasse e tornasse a mettere in pericolo i privilegi acquisiti dalle potenze mondiali più vecchie.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/la-profezia-del-terzo-regno-dalla-rivoluzione-conservatrice-al-nazionalsocialismo/9960" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-8633" style="margin: 10px;" title="la-profezia-del-terzo-regno" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/la-profezia-del-terzo-regno.jpg" alt="" width="200" height="281" /></a>Gli storici come H. Kohn, implicitamente o esplicitamente, rimproverano agli intellettuali tedeschi di quel periodo di non aver fatto nulla per convogliare le simpatie dei loro compatrioti verso gli istituti della democrazia. Così facendo, sembrano dimenticare un elemento fondamentale, che oggi si ripete in Iraq e in varie altre parti del mondo: la democrazia era stata, per la Germania, non il punto d&#8217;arrivo di un processo interno e naturale, ma la conseguenza della sconfitta e, in un certo senso, una imposizione dei vincitori. Quantomeno, gli Alleati si erano serviti della Repubblica democratica di Weimar per presentare al popolo tedesco il conto salatissimo della Conferenza di Versailles e della pace-capestro. Portata al potere dal doppio trauma della disfatta militare e del diktat dei vincitori, la Repubblica non era amata e, soprattutto, non era sentita come parte della tradizione storica nazionale.</p>
<p style="text-align: justify;">Si può, naturalmente, chiamare in causa la scarsa maturità politica della classe dirigente tedesca e, più in generale, la tradizione filistea del ceto medio, sempre pronto &#8211; in particolare dal 1870 &#8211; ad applaudire il vincitore di turno, ossia qualunque governo capace di portare al successo l&#8217;affermazione dello Stato con la forza materiale. Questo, certamente, era il <em>peccatum originalis </em>del Secondo Reich: il &#8220;patto col diavolo&#8221; della borghesia tedesca che, nel 1866 e nel 1870, si era inchinata davanti alla politica di Bismarck solo perché, sul piano della pura forza, si era dimostrata vincente. Ma sarebbe antistorico e ingeneroso addossare tutte le colpe agli intellettuali che, negli anni Venti, dovettero procedere alla liquidazione del vecchio mondo e delle vecchie certezze a prezzi fallimentari; e che, contemporaneamente, dovettero cercare in tutta fretta di fornire nuovi orientamenti al loro popolo traumatizzato e demoralizzato.</p>
<p style="text-align: justify;">Più in generale, ci sembra che la vicenda della cosiddetta &#8220;<a title="Rivoluzione conservatrice" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/rivoluzioneconservatrice">rivoluzione conservatrice</a>&#8221; segni l&#8217;ultimo sprazzo di vitalità della cultura europea, l&#8217;ultima sua reazione davanti alle forze inumane e omologanti che oggi chiamiamo della globalizzazione, ma che già allora venivano percepite come una americanizzazione del vecchio continente, capace di fare piazza pulita, in nome della borsa, del profitto e dei metodi tayloristici di organizzazione scientifica del lavoro, dell&#8217;anima stessa del vecchio continente. Si può interpretare l&#8217;opera filosofica di Mueller, Spengler, Schmitt e <a title="Jünger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a> come una reazione, aristocratica e popolare al tempo stesso, contro gli aspetti più minaccioso della modernità, primo fra tutti il prevalere delle logiche del mercato su quelle della società civile, della quantità sulla qualità, dell&#8217;egoismo privato sull&#8217;interesse collettivo. In breve, si può interpretare il pensiero di quegli autori come un tentativo disperato, nostalgico e anti-moderno, di ripristinare i valori tramontati dell&#8217;aristocrazia davanti al trionfo degli aspetti più massificanti ed egoistici dello spirito borghese.</p>
<p style="text-align: justify;">Certo, vi furono molte, troppe scorie all&#8217;interno di un tale tentativo; vi fu un uso irresponsabile di slogan aggressivi e razzisti; vi fu un disprezzo esagerato e irragionevole per tutto quanto, a torto o a ragione, era considerato parte di quello spirito borghese e, pertanto, parte di quel quadro internazionale che aveva penalizzato così duramente la patria tedesca. Vi furono molte semplificazioni assurde, molti facili luoghi comuni e un uso troppo disinvolto di formule dall&#8217;intrinseco potere distruttivo, che avrebbero sospinto alla catastrofe la società tedesca per la seconda volta nel volgere di una sola generazione. Però, lo ripetiamo, occorre tener conto della particolare situazione tedesca, anche sul piano internazionale. Da una parte la Russia staliniana, dall&#8217;altra i vincitori di Versailles, chiusi e sordi a ogni senso di equità e di saggezza, protesi unicamente a sfruttare al massimo i loro immensi imperi coloniali e i profitti giganteschi che la guerra stessa, come nel caso degli Stati Uniti, aveva portato loro.</p>
<p style="text-align: justify;">La Germania, pertanto, si sentiva come una cittadella assediata e abbandonata alle sue risorse; o trovava in se stessa la forza di reagire, o sarebbe perita, forse per sempre. Questo videro i Mueller, gli Spengler e gli Schmitt. Bisognerebbe tener conto del dramma che stava vivendo il loro popolo, prima di giudicarli con una severità dettata dal senno di poi e da una serie di pregiudizi ideologici che derivano proprio dal fatto che la storia, una volta di più, l&#8217;hanno fatta e continuano a farla i vincitori. Basti pensare al destino riservato, circa vent&#8217;anni dopo, al cuore della Germania, la vecchia Prussia: smembrata, svuotata dei suoi abitanti con una spietata pulizia etnica, cancellata totalmente dalla carta geografica. <em>Vae victis</em>, appunto: gli Alleati, nel 1945 come nel 1918, non amavano i toni rozzi e aggressivi alla Spengler, ma agivano esattamente in base a quei criteri, brutali e machiavellici, che tanto li disgustavano quando a teorizzarli erano i Tedeschi.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/gli-intellettuali-tedeschi-e-la-crisi-di-weimar.html' addthis:title='Gli intellettuali tedeschi e la crisi di Weimar ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Novecento, il secolo dell&#8217;intelligenza</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Aug 2010 16:29:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giano Accame</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/novecento-il-secolo-dellintelligenza.html' addthis:title='Novecento, il secolo dell&#8217;intelligenza '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/letteratura48x48.png" width="48" height="48" alt="" title="Letteratura" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/rivoluzione-conservatrice.PNG" width="48" height="48" alt="" title="Rivoluzione conservatrice" /><br/><p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/dizionario-delle-opere-filosofiche/4618" target="_blank"><img class="alignright size-medium wp-image-5598" style="margin: 10px;" title="dizionario-delle-opere-filosofiche" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/dizionario-delle-opere-filosofiche-196x300.jpg" alt="" width="196" height="300" /></a>Franco Volpi, stretto collaboratore di Adelphi e di <em>Repubblica</em>, va ormai considerato &#8211; specie per gli approfondimenti nella cultura tedesca da <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/arthur-schopenhauer" target="_blank">Schopenhauer</a></span> a <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Heidegger</a></span> e Schmitt &#8211; come il più interessante studioso italiano di filosofia. Nella puntata su <a title="Evola" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/julius-evola">Evola</a> della serie sulle <em>Intelligenze scomode del Novecento </em>per Rai Educational, con Sergio Tau ho trasmesso di Volpi questa dichiarazione:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">Quando realizzai il <a title="Dizionario delle opere filosofiche" href="http://www.libriefilm.com/dizionario-delle-opere-filosofiche/4618"><em>Dizionario delle opere filosofiche</em></a>, prima in Germania e poi in Italia, uno dei problemi più spinosi fu quello riguardante la filosofia italiana. Quali autori, quali filosofi, oltre agli scontati Croce e Gentile, andavano inseriti in questo Dizionario per avere una scelta sufficientemente rappresentativa? La mia prima idea fu quella di inserire come terzo grande pensatore del Novecento italiano <a title="Julius Evola" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/julius-evola">Julius Evola</a>.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Ne risulta che tutti e tre gli autori più rappresentativi del Novecento italiano erano di destra. Croce, beninteso, come Einaudi, apparteneva alla destra antifascista (mentre erano filofascisti tra gli economisti Vilfredo Pareto e Maffeo Pantaleoni). Se partiamo da questo primo dato per un breve giro del mondo arriviamo alla conclusione che un’assai larga parte dell’intelligenza del secolo scorso fu di destra. E con qualche eccezione, come Croce o Borges (antiperonista), lo fu d’una destra fascista o accusata di fascismo.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma nell’ambito della destra non fascista vanno ricordati per importanza nella cultura mitteleuropea gli scrittori austriaci, in gran parte ebrei, nostalgici dell’impero asburgico: da Stefan Zweig, suicida nel ricordo de <em>Il mondo di ieri</em>, a <a title="Franz Werfel" href="http://www.libriefilm.com/category/autori/franz-werfel">Franz Werfel</a> che si convertì al cattolicesimo, a Joseph Roth con <a title="La cripta dei cappuccini" href="http://www.libriefilm.com/la-cripta-dei-cappuccini/8419"><em>La cripta dei cappuccini</em></a> e <a title="La marcia di Radetzky" href="http://www.libriefilm.com/la-marcia-di-radetzky/8420"><em>La marcia di Radetzky</em></a>, a <em>Lo Stendardo</em> di Alexander Lernet-Holenia (non ebreo), a Hugo von Hofmannsthal, lo scrittore d’una grande famiglia ebraica assimilata che formulò l’espressione &#8220;<a title="rivoluzione conservatrice" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/rivoluzioneconservatrice">rivoluzione conservatrice</a>&#8220;.</p>
<p style="text-align: justify;">
<div id="attachment_5599" class="wp-caption alignleft" style="width: 130px"><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger"><img class="size-full wp-image-5599" title="juenger" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/juenger.gif" alt="Ernst Jünger " width="120" height="174" /></a><p class="wp-caption-text">Ernst Jünger </p></div>
<p>Fu accusato di nazismo <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Martin Heidegger</a></span>, considerato a livello mondiale il maggiore filosofo del secolo. E se <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Heidegger</a></span> fu solo epurato, Carl Schmitt, maggiore politologo del Novecento, venne imprigionato per un anno dagli americani a Norimberga sotto accusa d’aver collaborato coi capi nazisti che nello stesso carcere furono impiccati. In realtà né <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Heidegger</a></span>, né Schmitt, né <a title="Ernst Juenger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Ernst Jünger</a>, l’anarca di destra che con Schmitt e <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Heidegger</a></span> scrisse libri a quattro mani, né Oswald Spengler, autore del <a title="Il tramonto dell'Occidente" href="http://www.libriefilm.com/il-tramonto-delloccidente-2/3546"><em>Tramonto dell’Occidente</em></a>, né Werner Sombart, geniale storico dell’economia, condivisero gli orrori del nazismo.</p>
<p style="text-align: justify;">Col nazismo vennero confusi per la loro appartenenza alla composita galassia della &#8220;<a title="Rivoluzione conservatrice" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/rivoluzioneconservatrice">rivoluzione conservatrice</a>&#8221; di cui il nazismo fu la componente più volgare e perciò vincente. Tratto comune a tutti loro fu il pensiero della crisi, da cui anche il fascismo era reattivamente germinato. Fu vicino al fascismo romeno <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/mircea-eliade/">Mircea Eliade</a></span>, il maggior studioso del fenomeno religioso, ed è stato seppure impropriamente avvicinato al nazismo lo studioso svizzero della psicologia del profondo e degli archetipi, Carl Gustav Jung, secondo solo a Freud (con cui finì in polemica) nella psicanalisi. Nell’edizione italiana un saggio dell’americano Richard Noll è stato addirittura intitolato <a title="Jung il profeta ariano" href="http://www.libriefilm.com/jung-il-profeta-ariano/8427"><em>Jung, il profeta ariano</em></a> (Mondadori 1999).</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/psicologia-e-alchimia-2/1751" target="_blank"><img class="alignright size-medium wp-image-5600" style="margin: 10px;" title="psicologia-e-alchimia" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/psicologia-e-alchimia-181x300.jpg" alt="" width="181" height="300" /></a>In <a title="Psicologia e alchimia" href="http://www.libriefilm.com/psicologia-e-alchimia-2/1751"><em>Psicologia e alchimia</em></a> del 1944 <a title="Jung" href="http://www.libriefilm.com/category/autori/carl-gustav-jung">Jung</a> citava <a title="Evola" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/julius-evola">Evola</a> e da accuse d’antisemitismo si difese così nel 1934: &#8220;L’inconscio ariano ha un potenziale maggiore di quello ebraico; questo è il vantaggio e lo svantaggio di una giovinezza non ancora completamente sfuggita alla barbarie. Nella mia opinione è stato un grande errore di tutta la psicologia medica precedente applicare categorie ebraiche, che non sono nemmeno vincolanti per tutti gli ebrei, indiscriminatamente a cristiani, tedeschi o slavi. Così facendo la psicologia medica ha dichiarato che il segreto più prezioso dei popoli germanici &#8211; la profondità creativamente profetica dell’anima &#8211; è un garbuglio infantile e banale, mentre per decenni la mia voce ammonitrice è stata sospettata di antisemitismo. L’origine di tali sospetti è Freud. Non conosceva l’anima germanica più di quanto la conoscano i suoi imitatori tedeschi. La potente apparizione del nazionalsocialismo, che tutto il mondo osserva con occhi stupiti, ha forse insegnato loro qualcosa di meglio?&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">
<div id="attachment_5601" class="wp-caption alignleft" style="width: 185px"><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun"><img class="size-full wp-image-5601" title="hamsun" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/hamsun.jpg" alt="Knut Hamsun" width="175" height="252" /></a></dt>
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</div>
<p style="text-align: justify;">Il carattere reattivo accomuna il romanziere e premio Nobel norvegese <a title="Knut Hamsun" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Knut Hamsun</a>, filonazista, e il romanziere giapponese <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/yukio-mishima" target="_blank">Yukio Mishima</a></span>, tre volte candidato al Nobel e &#8220;fascista di ritorno&#8221;: omosessuale (o bisessuale, perché ebbe anche moglie e figli) e contento d’esser stato riformato evitando i rischi della guerra, ottenne successi in Occidente come scrittore decadente; ma avendone compresa poi la vanità, tornò alle tradizioni degli antichi samurai, creò una formazione paramilitare, il <em>Tate no Kai</em>, Società degli Scudi, e in polemica contro l&#8217;asservimento del Giappone agli Stati Uniti si suicidò col rito del <em>seppuku </em>a 45 anni.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<div class="mceTemp" style="text-align: justify;">
<dl id="attachment_5602" class="wp-caption alignright" style="width: 203px;">
<dt class="wp-caption-dt"><img class="size-medium wp-image-5602" title="drieu" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/drieu-193x300.jpg" alt="Pierre Drieu La Rochelle" width="193" height="300" /><p class="wp-caption-text">Pierre Drieu La Rochelle</p></div>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Anche gli scrittori fascisti francesi, da Pierre Drieu la Rochelle, suicida, a Robert Brasillach, fucilato per collaborazionismo, a Lucien Rebatet, lungamente carcerato, sorsero per reazione alla decadenza del loro paese, che di lì a poco a perse l’impero coloniale. È riconosciuto fra i geni del secolo l’anarchico <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/louis-ferdinand-celine" target="_blank">Céline</a></span>, imprigionato per collaborazionismo e antisemitismo, che fu lo straordinario innovatore della prosa narrativa francese; così come Ezra Pound, sbattuto dagli americani in una gabbia e poi tredici anni in manicomio criminale per il suo filofascismo, fu l’innovatore del modo di fare poesia in lingua inglese (influenzando l’irlandese Yeats e Eliot, entrambi premi Nobel e con inclinazioni fascistoidi, così come nel mondo inglese ebbero tratti fascistizzanti sia T.E. Lawrence (Lawrence d’Arabia), autore del classico <a title="I sette pilastri della saggezza" href="http://www.libriefilm.com/i-sette-pilastri-della-saggezza/345"><em>I sette pilastri della saggezza</em></a>, che D.H. Lawrence, autore del <em>Serpente piumato</em> e di <a title="Lady Chatterley" href="http://www.libriefilm.com/lamante-di-lady-chatterley-2/2326"><em>Lady Chatterley</em></a>); e Filippo Tommaso Marinetti, fondatore col futurismo della più completa fra le avanguardie del Novecento, giacché comprese poesia, prosa, pittura, scultura, musica, teatro, cucina, ecc., che poté vantare d’aver superato per primo le regole sintattiche con cui per secoli s’era fatta poesia, da Omero a d’Annunzio (altro precursore del fascismo).</p>
<p style="text-align: justify;">Non solo quindi tre eccezionali maestri nell’arte della parola, ma anche punte avanzate nelle più ardite espressioni d’avanguardia. Inizialmente futurista e poi creatore d’una sua forma espressiva volta all’interpretazione grafica della rivoluzione fascista fu Mario Sironi, ormai considerato il maggior pittore italiano del Novecento. E se Sironi fissò l’immagine del fascismo nella pittura murale, Leni Riefenstahl, che rimane la maggior regista di documentari, filmò l’immagine del nazismo riprendendone nel <em>Trionfo della volontà</em> un congresso di partito a Norimberga.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<div class="mceTemp" style="text-align: justify;">
<dl id="attachment_5603" class="wp-caption alignleft" style="width: 221px;">
<dt class="wp-caption-dt"><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/luigi-pirandello"><img class="size-medium wp-image-5603 " title="pirandello" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/pirandello-211x300.jpg" alt="Luigi Pirandello" width="211" height="300" /></a></dt>
<dd class="wp-caption-dd"> </dd>
</dl>
</div>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">L’elenco dei geni di destra potrebbe allungarsi includendovi altri premi Nobel, da Guglielmo Marconi, fascistissimo presidente dell’Accademia d’Italia, a Luigi <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/luigi-pirandello" target="_blank">Pirandello</a></span>, a Konrad Lorenz, il maggior studioso di comportamento animale. Ma non fu tipicamente di destra l’inventiva tecnico-scientifica da cui sorse la radio, anche se il Duce si avvalse tra i primi della possibilità di comunicare col popolo via etere; né l’etologia di Lorenz si presta a essere rigidamente etichettata. Il relativismo pirandelliano venne invece assimilato al fascismo da Adriano Tilgher ottenendo il consenso di Mussolini, che nel recensirne i <em>Relativisti contemporanei</em> nel novembre 1921 aveva scritto:</p>
<blockquote style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">La definizione è esattissima. Il Fascismo è stato un movimento super-relativista, perché non ha mai cercato di dare una veste definitiva programmatica ai suoi potenti stati d’animo, ma ha proceduto per intuizioni frammentarie. Se per relativismo deve intendersi il dispregio per le categorie fisse, per gli uomini che si credono i portatori di una verità obiettiva immortale, per gli statici che si adagiano, invece che tormentarsi e rinnovellarsi incessantemente, per quelli che si vantano di essere sempre uguali a se stessi, niente è più relativistico della mentalità e dell’attività fascista. Se relativismo e mobilismo universale si equivalgono, noi fascisti abbiamo avuto il coraggio di mandare in frantumi tutte le categorie politiche tradizionali e di dirci volta a volta: aristocratici e democratici, rivoluzionari e reazionari, proletari e antiproletari, pacifisti e antipacifisti &#8211; noi siamo veramente i relativisti per eccellenza.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Insomma: nessuno in politica era mai stato così… pirandelliano come Mussolini. E <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/luigi-pirandello" target="_blank">Pirandello</a></span>, ostentatamente iscrittosi al Partito fascista dopo l’assassinio di Matteotti, aveva in tante novelle e opere teatrali temi di critica non marxista, non economicista, al costume borghese, alla corruzione liberaldemocratica ne <em>I vecchi e i giovani</em> e scritto in <em>Berecche e la guerra</em> un racconto interventista. Furono inoltre di destra alcuni geni dell’organizzazione, come Henry Ford (autore tra l’altro d’un libro antisemita, che dovette ritirare dalla circolazione per evitare boicottaggi alle vendite delle sue automobili), che segnò lungo quasi tutto il secolo nel mondo per milioni di operai il modo di lavorare in fabbrica. O come in Italia Italo Balbo, che a capo dell’Aeronautica militare realizzò voli transoceanici in grandi formazioni, mentre prima di lui queste prodezze erano affidate a prove di coraggio solitario. O come Renato Ricci, che assunto il compito d’organizzare la gioventù italiana si recò in Inghilterra da Baden-Powell, fondatore degli <em>scouts</em>, che gli diede preziosi consigli, e in Germania da Walter Gropius, del movimento architettonico Bauhaus. Creata l&#8217;Opera Nazionale Balilla, fece costruire 890 Case del Balilla, 1.470 palestre, 2.568 campi sportivi, 40 teatri, 22 piscine, 520 ambulatori, una quantità di locali per biblioteca e una dozzina di Collegi, fra cui l’Accademia di educazione fisica al Foro Mussolini, l’Accademia femminile di Orvieto, i Collegi navali di Venezia e Brindisi, il Collegio aeronautico di Forlì, le Scuole marinaretti di Sabaudia e Cagliari e mise in mare la nave scuola Palinuro per educare gli scugnizzi napoletani. Gandhi venne a visitarlo. Con 12mila dirigenti Ricci mise 6 milioni di ragazzi a far ginnastica, tra cui 2 milioni e mezzo di Balilla, oltre 2 milioni di Piccole italiane, 960mila Avanguardisti, quasi mezzo milione di Giovani italiane.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<div class="mceTemp" style="text-align: justify;">
<dl id="attachment_5604" class="wp-caption alignright" style="width: 310px;">
<dt class="wp-caption-dt"><img class="size-medium wp-image-5604" title="ForoMussolini-View" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/ForoMussolini-View-300x255.jpg" alt="Veduta del Foro Mussolini" width="300" height="255" /></dt>
<dd class="wp-caption-dd">Veduta del Foro Mussolini</dd>
</dl>
</div>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Ricci aveva 28 anni quando Mussolini gli affidò quell’incarico e non volle avvalersi di collaboratori più vecchi di lui. Fece quindi realizzare il Foro Italico, rimasto tra i capolavori mondiali dell’architettura sportiva, da architetti giovanissimi, tra cui Luigi Moretti, che affermatosi tra i grandi architetti del Novecento in età matura fu chiamato negli Stati Uniti a progettare il complesso del Watergate. Accanto a Moretti altro genio dell’epoca fu Giuseppe Terragni, a cui si deve, tra altre opere entrate nella storia dell’architettura, la Casa del Fascio di Como. Ma ecco come il figlio di Renato Ricci, architetto Giulio, ha raccontato i criteri selettivi usato da suo padre per il Foro Italico:</p>
<blockquote style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">&#8220;Il primo che chiamò fu Del Debbio, che aveva 28 anni, e gli fece fare l’Accademia, lo Stadio dei Marmi e il primo piano regolatore del Foro Mussolini. Poi venne Costantini, che aveva 25 anni. Lo conobbe premiandolo a una gara di sci. Disse che aveva bisogno di lavorare. Mio padre lo chiamò a Roma e lui fece l’obelisco, le piscine, il tennis. Giulio Pediconi si presentò al Ministero e chiese del lavoro. Ricci gli domandò: &#8220;Quanti anni ha?&#8221;. &#8220;23&#8243;. &#8220;Quanto lavoro ha fatto?&#8221;. &#8220;Niente&#8221;. &#8220;Allora venga a lavorare per me&#8221;. L’architetto Pediconi ha fatto la Fontana della Sfera. Poi ha chiamato l’architetto Pintonello, che aveva collaborato con Costantini alla realizzazione del monolito e gli diede l’incarico dello Stadio Olimpico. Anche Moretti fu chiamato a collaborare al Foro quando aveva poco più di 23 anni: predispose il piano regolatore definitivo del Foro, che susseguiva quello precedente di Del Debbio. Moretti ha progettato la Casa delle Armi e altri lavori che avrebbero dovuto essere realizzati, compreso uno stadio per 400mila persone. Rimase legato, come del resto gli altri architetti e artisti, a mio padre fino all’ultimo giorno. E il giorno che mio padre uscì, nel 1950, di prigione, trovò sulla porta di Regina Coeli Moretti commosso, che piangeva, e lo portò con la sua macchina a casa&#8221;.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/il-fascismo-di-pietra/2141" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-5605" style="margin: 10px;" title="fascismo-di-pietra" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/fascismo-di-pietra.jpeg" alt="" width="200" height="295" /></a>Il Novecento è stato connotato dal particolare valore politico attribuito proprio dal fascismo alla cultura. <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/renzo-de-felice" target="_blank">Renzo De Felice</a></span>, descrivendone l’uscita con pochi compagni da partito socialista per aderire alle agitazioni interventiste, disse che Mussolini aveva scelto il &#8220;partito della cultura&#8221;. Era infatti interventista la cultura delle riviste del primo Novecento: quella più di destra, fiorentina, con Papini, Prezzolini, Soffici, ma anche quella che era inconsapevolmente una &#8220;sinistra della destra&#8221; con le pubblicazioni futuriste e del sindacalismo rivoluzionario, due movimenti d’avanguardia destinati a confluire nel fascismo. Poté sembrare sulle prime una scelta perdente rispetto alla posizione di prestigio goduta da Mussolini in casa socialista, eppure la via della cultura fu una scorciatoia verso la conquista del potere e l’estensione dei consenso.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci ripensò Gramsci, tormentandosi in prigione. Dal marxismo aveva appreso che la cultura era sovrastruttura: fu l’esempio di Benito Mussolini a suggerirgli l’importanza dell’egemonia culturale nella società per giungere al potere e conservarlo. Solo un vecchio trombone come Norberto Bobbio poté teorizzare stupidaggini secondo cui dove c’era cultura non c’era fascismo e viceversa. Una sinistra salottiera, sempre più vuota d’idee ma supponente, di queste cretinate si compiace da decenni, senza rendersi conto d’aver solo imitato tecniche usate dal fascismo per l’estensione del consenso attraverso eccezionali promotori di cultura come Giovanni Gentile con l’Enciclopedia italiana e la Normale di Pisa, organizzazioni come i Littoriali, i Guf, le riviste dei Berto Ricci, ancora le riviste e i premi d’arte di Bottai, la legge Bottai del 2% da destinare alle arti sul costo degli edifici pubblici, ma soprattutto la piena libertà di scelta stilistica, dai classicisti sino agli astrattisti, garantita agli artisti durante tutta la durata del regime.</p>
<p style="text-align: justify;">L’imitazione ha giovato elettoralmente alla sinistra, meno alla cultura italiana e anche mondiale, la cui creatività nella seconda metà secolo fu meno brillante che non tra le due guerre.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>Area </em>di Ottobre 2003.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/novecento-il-secolo-dellintelligenza.html' addthis:title='Novecento, il secolo dell&#8217;intelligenza ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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