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	<title>Centro Studi La Runa &#187; Fantastico</title>
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		<title>La tassa sui sogni</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Mar 2010 11:30:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianfranco de Turris</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Memorie di un sognatore abusivo di Paolo Pasi è uno dei migliori romanzi futuribili italiani degli ultimi anni]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/drago48x48.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Fantastico" /><br/><p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/memorie-di-un-sognatore-abusivo/7048" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-4218" style="margin: 10px;" title="memorie-di-un-sognatore-abusivo" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/memorie-di-un-sognatore-abusivo.jpg" alt="" width="200" height="304" /></a>Qualcuno forse si ricorderà di un ministro democristiano degli anni Sessanta che voleva tassare l’ombra, cioè lo spazio ombreggiato dalle tende di bar, ristoranti e negozi. E qualcun altro forse ricorderà un’avventura disegnata dal grande Carl Barks in cui Paperino si proclama Imperatore del Mondo con l’intenzione di applicare al collo di ciascun suddito lo spirotassometro: ad ogni respiro, tot da pagare. Ebbene, l’invenzione di Paolo Pasi, giornalista della Rai di Milano, non è da meno per fantasia e assurdità: non il respiro si tassa, bensì i sogni. Incontrollabili e fondamentali entrambi per vivere. Il suo romanzo, dal bel titolo ma dalla orribile copertina, dice tutto: <a title="Memorie di un sognatore abusivo" href="http://www.libriefilm.com/memorie-di-un-sognatore-abusivo/7048"><em>Memorie di un sognatore abusivo</em></a> (Edizioni Spartaco, pagg. 214, euro 14). Ormai uno dei tanti che si immagina una futura Italia da quasi incubo, in questo caso fra ironico, grottesco e tragico.</p>
<p style="text-align: justify;">Un referendum, votato da oltre il 60% degli italiani, stabilisce che tutte le tasse vengano abolite e sostituite da quella sui sogni. Una cosa semplice, ma il sogno diventa una ossessione fiscale: nel 2035 la macchina X-19 collegata con ventose alla testa stabilisce quantità e qualità dei sogni, al risveglio contabilizza il tutto, lo inoltra alla Centrale Onirica che stabilisce l’imponibile da pagare a scadenze fisse. Gli italiani sono un popolo di sognatori e ben pochi sono quelli che hanno un sonno che ne è privo. Quindi i conti sono salatissimi. Particolarmente colpito è il protagonista del romanzo che tiene uno psicodiario.</p>
<p style="text-align: justify;">Un microchip sottocutaneo segnala chi non si collega alla macchina. Da qui multe e arresti. Non si scappa. Sicché l’insoddisfazione popolare cresce e nasce un Fronte di Liberazione Onirico che costruisce una macchina proibita che annulla l’effetto della X-19, contabilizzando zero al risveglio. Misteriosamente la macchina arriva a casa dei cittadini (alla fine si scoprirà come): il Fronte riesce a saturare la Centrale Onirica che trasmette alla popolazione conti iperbolici e impossibili da saldare. Da qui scatta la rivolta. La Comunità collassa in pochissimo tempo e viene sostituita dalla Repubblica Onirica, con i vecchi responsabili politici e tecnici convertiti sulla via di Damasco e subito re-immessi nel circuito.</p>
<p style="text-align: justify;">Finito il romanzo? No, perché Pasi ha la geniale idea di proseguire la storia dimostrando che non è tutto oro quel che luccica e con un doppio colpo di scena: il primo si può rivelare, il secondo proprio no. Il nuovo corso non è poi tanto nuovo: viene creato un Centro Produzione Sogni, sicché mentre in precedenza si poteva sognare quel che si voleva pagando, adesso è lo Stato che produce «sogni in scatola», estrapolandoli da quelli di forti sognatori come il protagonista, vendendoli «certificati» alla popolazione che così può sognare quel che è nei suoi desideri (avventura, eros ecc.). Insomma, prima tutti i sogni erano ammessi, adesso soltanto quelli accettati dalla Accademia de’ Nobili Onirici che li seleziona: prima tutti i sogni erano veri, adesso tutti sono artificiali (altrui, in sostanza). Un passo avanti ed ecco che si creano i «sogni personali»: si scannerizza la memoria di un soggetto e si traggono sogni vividi e precisi di un certo momento del passato che si vuole rivivere. Vanno a ruba: peccato che contengano spot subliminali degli sponsor che hanno finanziato il progetto inducendo il povero sognatore a comprare questo e quello. Insomma, il regime onirico della nuova «democrazia» è peggiore di quello della vecchia «autocrazia»! E così al protagonista non resta che cercare una «vita vera», «sogni veri»: qui l’ultima rivelazione che lascia l’amaro in bocca e un senso di disillusione sulla libertà in epoca democratica. Da Orwell a Dick.</p>
<p style="text-align: justify;">Sicuramente questo <em><a title="Memorie di un sognatore abusivo" href="http://www.libriefilm.com/memorie-di-un-sognatore-abusivo/7048">Memorie di un sognatore abusivo</a></em> è uno dei migliori romanzi futuribili italiani degli ultimi anni.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>* * *</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>Il Giornale </em>del 16 marzo 2010.</p>
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		<title>Quando Gundam ci insegnò che il nemico non è mai il male assoluto</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Mar 2010 08:48:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianfranco de Turris</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un libro di Davide Castellazzi ricostruisce la nascita e il longevo successo della serie di anime giapponesi di Gundam, nata dalla matita di Yoshiyuki Tomino]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/drago48x48.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Fantastico" /><br/><p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-full wp-image-4144" style="margin: 10px;" title="gundam" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/gundam.jpg" alt="" width="223" height="333" />Chi si recasse a Tokyo vi vedrebbe, nel bel mezzo di un giardino pubblico, una statua bianca con un torace blu e rosso, alta diciotto metri. Gli ignari penseranno alla rivisitazione futuribile di un samurai. Glielo faranno pensare soprattutto il volto incorniciato da un elmo inconfondibile, e le due spade incrociate sul dorso. Non può che essere il temibile guerriero della tradizione nipponica, ma non è così: è un omaggio a quello che, nonostante i suoi «colleghi» forse più noti e famosi in Occidente, viene considerato in Giappone il più popolare e amato personaggio degli <em>anìme </em>(i cartoni animati) nipponici. E cioè Gundam, il vero emblema degli automi antropomorfi la cui incredibile saga internazionale è iniziata nel 1972 con <em>Mazinga</em>, <em>Goldrake</em> (1974) e <em>Jeeg </em>(1975) (tutti creati da Go Nagai).</p>
<p style="text-align: justify;">Erano i robot giganti: alti tra i 12 e i 25 metri, pesanti fra le 25 e le 32 tonnellate, guidati da giovani che s’innestano nella loro testa, combattevano contro le invenzioni di scienziati pazzi come il Dottor Hell, o malvagi imperi sotterranei come quello di Jamatai, in una mescolanza di superscienza e supermagia. Ogni episodio è autoconclusivo e segue, in sostanza, sempre l’identico schema. Storie per bambini e ragazzi che, all’epoca, rinverdivano in chiave fantastica e tecnicizzata il mito medievale dell’eroe senza macchia e senza paura che combatteva contro mostri, maghi, dèmoni, re crudeli. Questa volta però rivestito di un’armatura diventata ipertecnologica e con armi avveniristiche. Il tutto rivisitato secondo l’imperitura tradizione culturale giapponese, che si rifaceva ai samurai e alla sua tradizione mitologico-religiosa.</p>
<p style="text-align: justify;">Erano i «robottoni», furoreggiavano all’epoca con fumetti, giochi e pupazzi, ma soprattutto con le loro colonne sonore vendutissime nei 45 giri e che ancora si ricordano con nostalgia, insieme a frasi passate alla storia: chi non ha mai sentito almeno una volta «Alabarda spaziale!», «Pugni atomici!», «Doppio maglio perforante!», «Missile centrale!» (nel Grande Mazinga fuoriusciva dal&#8230; basso ventre). Ma le cose non furono così semplici. Infatti, poco dopo il loro arrivo in Italia (1980) esplose la polemica: da un lato le «associazioni dei genitori» che accusavano di violenza i «robottoni» e dall’altro la denuncia di propagandare una visione quasi «fascista», dato che il samurai, eroe solitario guidato dall’etica dell’onore, si propone paternalisticamente come un difensore del popolo, sottraendogli la sovranità. Sciocchezze ideologizzate.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/mobile-suit-gundam/7028" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-4159" style="margin: 10px;" title="gundam" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/gundam.jpg" alt="" width="200" height="288" /></a>Erano gli anni Settanta-Ottanta, oggi i robot giganti hanno compiuto e superato i trent’anni, e una piccola ma agguerrita casa editrice, la Iacobelli, sita nei Castelli Laziali, in quel di Pavona di Albano, ha creato una illustratissima e documentatissima (ancorché impaginata in modo un po’ caotico) collana dedicata a questi personaggi, di cui sono usciti i volumetti dedicati a <em><a title="Mazinga" href="http://www.libriefilm.com/mazinga-da-mazinga-z-al-mazinkaiser-lepopea-di-un-guerriero-robot/5155">Mazinga</a> </em>e <a title="Jeeg Robot" href="http://www.libriefilm.com/jeeg-robot-cuore-acciaio/5154"><em>Jeeg Robot</em></a> di Alessandro Montosi, e <a title="Mobile Suit Gundam" href="http://www.libriefilm.com/mobile-suit-gundam/7028"><em>Gundam</em></a> di Davide Castellazzi.</p>
<p style="text-align: justify;">L’apparizione di Gundam segnò una svolta epocale per questi personaggi. Yoshiyuki Tomino, che lo creò nel 1979, in un’intervista ha affermato: «Volevamo aggiungerci la fantascienza e una trama più complessa delle altre». Ecco le prime differenze fra lo stile <em>Mazinga </em>e lo stile <em>Gundam</em>: i riferimenti fantascientifici sono esplicitamente tratti dalla <em>science fiction </em>di un grande scrittore oggi quasi dimenticato, Robert A. Heinlein, e da suoi due romanzi <a title="Fanteria dello spazio" href="http://www.libriefilm.com/starship-troopers/7030"><em>Fanteria dello spazio</em></a> (1959) e <em>La Luna è una severa maestra</em> (1966) che, benché fossero stati accusati di essere militaristi e di destra, vinsero il «Premio Hugo» come migliori romanzi dell’anno. Quindi, la trama: non episodi autoconclusivi e ripetitivi nella scaletta delle sequenze, ma una lunga vicenda a seguire che narra la «Guerra di un Anno», cioè quella delle colonie, mondi artificiali in lontane orbite circumterrestri, e il pianeta di origine, con personaggi psicologicamente complessi e un intrecciarsi di vicende.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma il lato più interessante, impegnativo e nuovo della saga di Gundam è che nell’anno 0079 dell’Universal Century (cioè, il 2124) non c’è un Male Assoluto e un Bene Assoluto, ma un mondo pieno di sfumature dove tutti e due i contendenti hanno, come dice Davide Castellazzi, «i loro scheletri nell’armadio». Gli eroi e i coraggiosi ci sono &#8211; e vengono riconosciuti come tali &#8211; sia nella Federazione Terrestre sia nel Principato di Zion, così come i traditori e i paurosi. E gli assi delle due fazioni, Amuro Rei e Char Aznable, hanno entrambi i loro pregi e difetti. Insomma, c’è umanità e c’è pure (incredibile a dirsi) una spiegazione delle motivazioni di una parte e dell’altra, e anche i personaggi più antipatici si dimostrano mariti e padri amorevoli.</p>
<p style="text-align: justify;">Così, lo scontro fra i robot giganti come il terrestre Gundam guidato da Amuro, e nelle diverse versioni dai suoi amici, da un lato, e gli Zack, i Guf, i Gock di Zion dall’altro, non è tanto fra mostri d’acciaio, quanto solo uno scontro fra guerrieri delle stelle che guidano armature futuribili quasi fossero loro estensioni corporee. E proprio come gli antichi samurai hanno un codice d’onore che, indipendentemente dalla parte in cui militano, cercano di rispettare. Non sempre, a causa d’imprevedibili contingenze o di scatti umorali, ma almeno hanno un punto di riferimento, mentre combattono una guerra spaziale con milioni di morti. La guerra spaziale dei samurai del futuro.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>Il Giornale</em> dell&#8217;11 marzo 2010.</p>
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		<title>Ernesto Vegetti, principe della fantasia</title>
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		<pubDate>Fri, 05 Mar 2010 09:38:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianfranco de Turris</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ricordo di un eccellente bibliografo, appassionato della letteratura fantastica, scomparso il 17 gennaio 2010]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/drago48x48.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Fantastico" /><br/><p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-full wp-image-4070" style="margin: 10px;" title="ernesto-vegetti" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/ernesto-vegetti.jpg" alt="" width="360" height="240" />In realtà, il lettore cosiddetto comune se ne frega altamente delle bibliografie (per non parlare delle note in calce). Cose da professori universitari, robaccia da topi di biblioteca, adatta soltanto al palato dell’Accademia della Crusca, cioè persone ormai fuori dal tempo moderno, dall’epoca di Internet. Perché il dogma imperante è quello della velocità e, quindi, della superficialità.</p>
<p style="text-align: justify;">A che servono le bibliografie? A nulla: solo a dimostrare una presunta cultura di chi le compila e le pone in fondo ai libri che pubblica. Purtroppo, questo è il modo di pensare che pian piano si va diffondendo. E invece, no. Le bibliografie hanno un senso, uno scopo, una ragione d’essere, una utilità.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo sapeva benissimo Ernesto Vegetti, il bibliografo principe della <a title="Fantascienza" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/fantastico">fantascienza</a>, scomparso per una serie di fatali concause, un mese fa, il 17 gennaio: aveva appena compiuto 65 anni e moltissimo avrebbe potuto dare a questa sua passione che è la passione di moltissimi giovani di oggi e di ieri.</p>
<p style="text-align: justify;">Così la fantascienza italiana ha perduto un uomo come pochi altri ed un professionista insostituibile.</p>
<p style="text-align: justify;">Lettore giovanissimo, il suo pallino era quello delle classificazioni, concretizzato man mano in un catalogo di quanto è stato pubblicato in Italia di <em>science fiction </em>soprattutto, ma anche di <em>fantasy </em>e <em>horror</em>. Un lavoro sempre più complesso man mano che il tempo trascorreva. Da un catalogo cartaceo passò a quello elettronico prima su dischetto, poi su CD e infine, quando è diventato monumentale, dal 1998 in rete: <a href="http://www.fantascienza.com/catalogo">www.fantascienza.com/catalogo</a>. Una specie di Biblioteca di Babele, come l’ha definita giustamente Giuseppe Lippi, un infinito <em>work in progress</em> realizzato da Ernesto con la collaborazione di molti altri amici, con Pino Cottogni ed Ermes Bertoni in prima fila. Un lavoro praticamente senza fine perché senza fine sono le notizie che si son volute riunire nel <em>Catalogo</em>: infatti, non si trattava soltanto di aggiornarlo con i dati delle nuove uscite, ma di recuperare le informazioni delle migliaia e migliaia di romanzi, racconti, antologie, riviste e testate varie pubblicati negli anni passati, soprattutto prima del 1952, andando sempre più indietro, sino al Settecento. E, con il passar del tempo, grazie anche a molti appassionati bibliofili e collezionisti che riuscivano a rintracciare opere sconosciute o conosciute ma introvabili, il flusso di dati e di aggiornamenti delle singole voci non aveva sostanzialmente interruzione.</p>
<p style="text-align: justify;">Un lavoro pazzesco che Ernesto effettuava con regolarità aggiungendo man mano le informazioni mancanti che andavano sino al formato, alla righe per pagina, ai nomi degli illustratori e ad altre minuzie che per molti sarebbero apparse inutili. Il risultato è un catalogo immenso, unico al mondo, invidiato da tutti, che comprendeva innumerevoli sezioni per facilitarne la ricerca: indici alfabetici e cronologici per autore, per traduttore, per illustratore, per titolo italiano, per titolo originale, per collana. Senza contare le migliaia e migliaia di copertine di libri e riviste scansionate e conservate in un archivio digitale, altra cosa, questa, unica al mondo. Un lavoro, che proprio come la <a title="La biblioteca di Babele" href="http://www.libriefilm.com/finzioni-2/6459"><em>Biblioteca di Babele</em></a> borgesiana sembrava non dover concludersi mai e che ambiva alla totalità: non per nulla uno dei due Motti di Ernesto, in calce ad ogni sua lettera, era <em>Quod non est in Catalogo non est in mundo</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/cronache-del-fantastico/4473" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-4071" style="margin: 10px;" title="cronache-del-fantastico" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/cronache-del-fantastico.jpg" alt="" width="200" height="270" /></a>Ma una bibliografia a che serve? E quel catalogo in particolare? A tante cose, a parte le ricerche bibliografiche personali. A capire cosa è stata la storia della fantascienza in Italia e quella italiana in particolare; a rendersi conto di quali sono stati gli scrittori più pubblicati, e soprattutto in quali momenti; a stabilire gli alti e bassi, i picchi e i riflussi dell’editoria specializzata; a dedurre dalla distanza fra una riedizione e l’altra, quali sono le opere più amate; a fare paragoni sui tipi di ristampe, in base ai traduttori; a ricostruire anche i dati biografici degli autori, e così via. Non solo: perché nel <em>Catalogo </em>ci sono tutti i rimandi necessari alle edizioni originali, con tanto di mese e anno per i racconti su rivista, e la serie delle ristampe originali, sino alle più recenti, per i romanzi. Ecco perché tutti i volumi della collana Urania Biblioteca, dedicata ai classici, comprendevano le sue bibliografie. Ed ecco perché altri editori, come Elara, si rivolgevano a lui. Come anche io mi sono rivolto a lui per le bibliografie riguardanti il mensile <em>L’Eternauta</em> quando ho pubblicato il mio <a title="Cronache del fantastico" href="http://www.libriefilm.com/cronache-del-fantastico/4473"><em>Cronache del fantastico</em></a> (Coniglio, 2009).</p>
<p style="text-align: justify;">Insomma, un lavoro pazzesco sul quale pesa una terribile Spada di Damocle: adesso che succederà, che fine farà, chi se ne occuperà? Ci sarà qualcuno fra i suoi amici e collaboratori che se la sentirà di portare avanti un lavoro estenuante come questo? E, di conseguenza, che sorte toccherà al suo immenso archivio, alla sua borgesiana biblioteca? Qui, pensiamo, dovrebbe intervenire qualche ente pubblico, qualche illuminato amministrazione locale per poter gestire e mettere a disposizione di chi volesse consultarla una libreria più unica che rara. Anche la seconda edizione corretta e ampliata della nostra <em>Cartografia dell’Inferno</em>, cui stavamo lavorando da quasi un anno, rimane in sospeso.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma, ovviamente, Ernesto non era soltanto questo. Era anche un animatore instancabile, sin dagli esordi nel 1975, dei convegni fantascientifici annuali (<em>Italcon</em>), era stato Fondatore e Presidente della “World SF Italia” che riunisce critici e appassionati, era una persona pronta ad aiutare tutti, a dare consigli a tutti, a cercare di evitare, attenuare e risolvere scontri e polemiche spesso personali tanto comuni nel mondo fantascientifico italiano, riuscendo a porsi <em>super partes</em> nonostante fosse un convinto uomo di destra (l’altro suo motto era: «Anche se tutti noi no»). Eppure, la sua autorevolezza era tale che veniva chiamato sempre a moderare dibattiti e tavole rotonde, a presiedere convegni, a presentare libri.</p>
<p style="text-align: justify;">Un carissimo amico, una personalità autorevole, un pilastro della fantascienza italiana che mancherà a tutti, perché insostituibile.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>* * *</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>Linea </em>del 27 febbraio 2010.</p>
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		<title>L’elfo degli Erspameri</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Mar 2010 08:11:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Emilio Michele Fairendelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[I singolari e silenziosi incontri con un elfo nel bosco degli Erspameri nel corso di un'intera vita]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/drago48x48.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Fantastico" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/letteratura48x48.png" width="48" height="48" alt="" title="Letteratura" /><br/><p style="text-align: justify;">Sono trascorsi  quasi sessant’anni, non ero allora che un ragazzo.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli avi di mio padre vengono da San Giovanni, un rione di Folgaria, villaggio aldisopra della Val d’Adige e della città di Rovereto.</p>
<p style="text-align: justify;">Vi ho sempre trascorso le estati e il natale, dapprima con i miei, ragazzo con gli amici, poi con mia moglie e le nostre due figlie, i loro figli.</p>
<p style="text-align: justify;">Le mura della nostra casa risalgono al millequattrocento, tra le più vecchie dell’altopiano e sono a pochi metri dalla piccola chiesa che dicono essere stata fondata nello stesso secolo.</p>
<p style="text-align: justify;">Una targa ricorda che la chiesa fu distrutta tre volte dalle esondazioni del rio e che per tre volte fu ricostruita.</p>
<p style="text-align: justify;">Dal 1830, data in cui fu dedicata a San Giovanni Nepomuceno, patrono degli annegati, data in cui forse si sistemò a monte l’alveo del fiume, la chiesa e il borgo non hanno più subito danni.</p>
<p style="text-align: justify;">Quante volte mi sono chiesto chi, tra i miei maggiori, abitava la casa in quelle occasioni, chi morì nel vortice caotico delle acque e della terra in una notte buia e di tempesta, forse con il proprio bambino accanto, nella stessa stanza, chi si salvò e come.</p>
<p style="text-align: justify;">Dalla nostra casa una strada scende dolcemente verso la parte più occidentale di Folgaria, gli Erspameri.</p>
<p style="text-align: justify;">Lì è il grande maso della famiglia Erspamer, che dà il nome alla località, qualche casa, una grande radura piana  dalla quale si vedono i monti del Brenta e l’Adige che muove quasi mille metri più sotto come un grande serpente scuro.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-full wp-image-4017" style="margin: 10px;" title="ElfoBlanco" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/ElfoBlanco.jpg" alt="" width="297" height="369" />A monte incombe un bosco minuzioso.</p>
<p style="text-align: justify;">Salendolo, verso nord, puoi camminare cinque, sei ore e raggiungere la Punta del Falco e  la sua vista spettacolare che dilaga ovunque.</p>
<p style="text-align: justify;">Cerco di ricordare con la massima esattezza possibile &#8211; sono trascorsi così tanti anni &#8211; quanto accadde quel giorno.</p>
<p style="text-align: justify;">Avevo  ventidue anni ed era un giorno luminoso della fine del mese di giugno.</p>
<p style="text-align: justify;">Il pomeriggio era trascorso con gli amici nella piazza principale, intorno alla grande fontana di granito rosa.</p>
<p style="text-align: justify;">Risa, sguardi e corpi giovani, il viso di cielo di  Carolina, che amavo e che non mi lasciava mai, anche durante i mesi in cui vivevo lontano, nella città.</p>
<p style="text-align: justify;">Intorno alle sei, quell’ora strana che in estate precede il collasso, il sangue del tramonto, ci eravamo separati: “A domani!, A domani!”.</p>
<p style="text-align: justify;">Decisi che, prima di tornare a casa, da solo, avrei raggiunto la radura degli Erspameri e giocato un poco, scalando il grande masso che usavamo come palestra di roccia.</p>
<p style="text-align: justify;">Era un grande blocco alto cinque, forse sei metri.</p>
<p style="text-align: justify;">Ne conoscevo ogni dettaglio ma quel giorno, mentre  forse pensavo a tutta la vita che mi attendeva, percorsi la  via più semplice.</p>
<p style="text-align: justify;">Non mi affrettai eppure ad un certo punto la presa di una mano su una lama di calcare mi mancò e caddi.</p>
<p style="text-align: justify;">Sbattei una, due volte sulla pietra, cercai di aggrapparmi, infine caddi al suolo in un duro colpo su un fianco.</p>
<p style="text-align: justify;">Ancora con il viso a terra, il fremito dell’erba sulle guance, ancora prima di essermi reso conto di non avere subito alcun danno, lo vidi.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi apparve -  e non può che essere questa la sua prima, ultima e vera immagine &#8211; come una sfera d’ argento, di liquido mercurio che muoveva nel bosco forse a una quarantina di metri da me.</p>
<p style="text-align: justify;">Appena mi rialzai e guardai con attenzione vidi che qualcosa di simile alla figura di un uomo si era formata vicino ad un albero.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi avvicinai, non senza timore.</p>
<p style="text-align: justify;">A pochi passi da lui, quando lo vidi con chiarezza, mi fermai.</p>
<p style="text-align: justify;">Una figura di giovane uomo, alta, quasi trasparente, un viso dai tratti delicati dove nei grandi occhi l’iride non era che un’ombra di argento più scuro, lunghi capelli che, vivi, toccavano le spalle.</p>
<p style="text-align: justify;">Qualcosa di simile ad una veste, una larga fascia, gli attraversava il petto, ai piedi vidi sottili calzari fissati da legacci incrociati che si fermavano poco sotto il ginocchio.</p>
<p style="text-align: justify;">Le braccia ricadevano lungo il corpo, le dita delle mani erano leggermente protese in avanti in un gesto delicato e di grande bellezza, come se la figura si fosse immobilizzata all’improvviso, pronto, teso a cogliere ogni cosa di me.</p>
<p style="text-align: justify;">Era quella la sua vera immagine o solo il modo in cui egli riusciva ad apparire?</p>
<p style="text-align: justify;">A casa conservavo un vecchio libro dei nonni su fate, elfi e gnomi dove lui appariva simile a come lo stavo vedendo, al fianco di un cavallo bianco di cui teneva le redini.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella nostra realtà egli non poteva forse mostrarsi che in  una immagine riconoscibile, forse immagine simile a come l’uomo fu prima di cadere nello spazio e nel tempo  o a come sarà un giorno, redenta e superata questa realtà.</p>
<p style="text-align: justify;">Ricordai che spesso gli elfi erano rappresentati con orecchie a punta, stretti cappelli a cono, arti e mani lunghe e come liquide.</p>
<p style="text-align: justify;">Compresi che chi, nei millenni, li vide ne colse solo l’attimo in cui attraversavano, frizione dell’immateriale verso la realtà, il velo sottile che divide il loro mondo dal nostro per raccogliersi poi in figura d’uomo.</p>
<p style="text-align: justify;">Feci un altro passo, ci guardammo a lungo.</p>
<p style="text-align: justify;">Senza parola, senza pensiero, sentii la devozione angelica che provava per me, per il mio essere uomo.</p>
<p style="text-align: justify;">Diceva, il libro, che gli elfi furono creati lo stesso giorno dell’uomo: ai primi venne data l’immortalità e la facoltà di vedere ogni cosa nella sua verità, ai secondi una vita limitata nel mondo materiale ma nella quale stava un miracolo infinito, la battaglia di Dio, il compito e la possibilità di trasformarlo.</p>
<p style="text-align: justify;">Lentamente, la figura dell’elfo schiarì scomparendo altrove, in una dimensione che mi era vietata.</p>
<p style="text-align: justify;">Ritornai  a casa.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/le-creature-del-piccolo-popolo/1124" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-4019" style="margin: 10px;" title="creature-piccolo-popolo" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/creature-piccolo-popolo.jpg" alt="" width="200" height="306" /></a>All’inizio pensai che avrei raccontato ogni cosa a Carolina, che la avrei portata nel bosco verso quella meraviglia.</p>
<p style="text-align: justify;">Avrei invece condiviso l’elfo, che non mi avrebbe mai più lasciato, solo con coloro che fossero stati in grado di vederlo.</p>
<p style="text-align: justify;"><a title="Luigi Pergher" href="http://www.centrostudilaruna.it/luigi-pergher.html">Luigi Pergher</a>, che sarebbe morto l’anno dopo in guerra, lo vide nel 1942 mentre salivamo alla Punta del Falco.</p>
<p style="text-align: justify;">“Chi era? Lo hai visto, lo hai visto anche tu?” -  mi aveva gridato spaventato e commosso.</p>
<p style="text-align: justify;">In alto, sotto la parete verticale della Punta avremmo poi scherzato dicendo che finalmente, per una volta, eravamo riusciti a vedere una delle creature del bosco di cui ci raccontavano da bambini e che immaginavamo entrando nel sonno.</p>
<p style="text-align: justify;">La realtà e i suoi doni sono imprescrutabili, governati da leggi che ci sono sconosciute: non sempre  riuscivo a vedere l’elfo.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando accadeva avvertivo qualche istante prima un leggero sibilo, qualcosa nel mio addome sembrava muoversi, ordinarsi secondo un diverso asse e sotto altre stelle come quando ero caduto dal masso degli Erspameri, colpendo duro il suolo con un fianco.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo vedevo muovere nel bosco come mi seguisse da lontano, altre volte si sedeva accanto a me nelle soste di una salita, o  vedevo il suo viso  d’acqua chiara e dagli occhi sgranati chino su di me quando mi svegliavo nella radura dopo qualche minuto di sonno.</p>
<p style="text-align: justify;">Mentre io  andavo ad abitare a Milano e non tornavo sull’altopiano che per poche settimane all’anno, mentre mi sposavo e lasciavo nel mondo due figlie, mentre ogni giorno consumavo la mia mente e il mio corpo preparando la vecchiaia e la morte  lui restava là, in quel bosco, eterno, immutabile, sempre pronto ad incontrarmi.</p>
<p style="text-align: justify;">Non vi furono mai parole tra noi, la comunicazione avveniva nel profondo, là dove la vera sostanza di un uomo si   forma, si prova e si purifica  per nuove vite.</p>
<p style="text-align: justify;">Là, là solo, l’elfo e l’uomo possono senza saperlo essere fratelli, condividere il mistero, operare insieme.</p>
<p style="text-align: justify;">Ricordo come i tratti della sua figura si degradarono e appesantirono in quell’anno orribile della mia vita e invece come quasi danzasse, più luminoso, quando io e mia figlia Ester, incinta di qualche mese, trascorremmo una gloriosa giornata di primo autunno nel bosco.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora, vecchissimo, vivo a Trento in una casa di riposo.</p>
<p style="text-align: justify;">Mia moglie è morta.</p>
<p style="text-align: justify;">Pochi mesi fa fa le mie figlie sono venute a prendermi, con i miei nipoti, e mi hanno portato una volta ancora agli Erspameri.</p>
<p style="text-align: justify;">Tentando il suolo con il bastone, aiutato, a piccoli passi, ho raggiunto il punto panoramico all’ inizio del sentiero.</p>
<p style="text-align: justify;">Lui è arrivato, poco dopo, mentre riposavo sulla panchina di pietra.</p>
<p style="text-align: justify;">Ansavo cercando aria, un vento teso e fresco che saliva dalla valle dell’Adige mi toccava la fronte.</p>
<p style="text-align: justify;">I miei giocavano dietro di me, nel prato.</p>
<p style="text-align: justify;">Sentii qualcosa muovere poco al di sotto del cuore, aprii gli occhi e lo vidi.</p>
<p style="text-align: justify;">Stava in piedi davanti a me e la sua immagine era una luminosa offerta, un dono, come quel primo giorno.</p>
<p style="text-align: justify;">Guardava la mia estrema vecchiezza.</p>
<p style="text-align: justify;">Dall’intensità della sua presenza seppi che sarei morto tra pochi giorni.</p>
<p style="text-align: justify;">Quanti anni, quanti anni insieme.</p>
<p style="text-align: justify;">Quanto sperare che tra noi potesse infine apparire Lui, l’Artefice di due creature così strane e perdute, l’uomo e l’elfo, che il cielo al di sopra del bosco avesse potuto un giorno annunciarLo.</p>
<p style="text-align: justify;">Quanto amare, quanto credere nel mondo che verrà.</p>
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		<title>La fantascienza crea sogni e incubi sul dopo-internet</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Feb 2010 22:07:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianfranco de Turris</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nei romanzi, ma in maniera suggestiva soprattutto nei film, gli sviluppi della Rete sono stati affrontati in maniera anticonformista e visionaria]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/drago48x48.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Fantastico" /><br/><p style="text-align: justify;">La fantascienza, com’è noto, un tempo si vantava di avere una caratteristica: quella di anticipare i tempi soprattutto sul piano scientifico. In realtà, non è esattamente questo lo «specifico» fantascientifico nonostante il suo nome ma, senza diffonderci in teorizzazioni, per ora notiamo come due dei marchingegni che hanno modificato,anzi stravolto, la nostra vita, il telefono cellulare e Internet, non siano stati precisamente previsti dalla <em>science fiction</em>. Viceversa sono stati subito approfonditi con una immediata denuncia dei pericoli, vale a dire la disumanizzazione dei suoi utenti. Nei romanzi, ma in maniera suggestiva soprattutto nei film, gli sviluppi della Rete sono stati affrontati in maniera anticonformista e visionaria.</p>
<p style="text-align: justify;">In sostanza, si è risposto alla domanda: «Cosa c’è dopo la Rete?». Risposta semplicissima: si va nella Rete, ci si trasferisce dentro Internet! Non ci si riferisce qui tanto ad un sistema tipo «Second Life», ormai già in declino, dove si costruiscono «doppi» virtuali degli utenti che agiscono per conto di essi. Piuttosto l’effettiva creazione di un corpo umano digitalizzato che vive in un mondo digitale, attraverso la scomposizione in ordinate e ascisse, quindi in un codice numerico che lo ricostruisce integralmente all’interno dell’universo cibernetico.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/neuromante/6850" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-3860" style="margin: 10px;" title="neuromante" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/neuromante.jpg" alt="" width="200" height="297" /></a> A quanto pare a pensarci è stato prima il cinema e poi la letteratura. Risale infatti al 1982 il primo film non solo sull’argomento ma realizzato con degli stereotipi visivi che poi sono stati ripresi da tutti: <em>Tron</em>, realizzato dalla Disney per la regia di Steven Lisberger, racconta proprio questo, l’entrata di un gruppo di esseri umani in quello che ancora non si chiamava ciberspazio. Nel 2010, dopo quasi vent’anni, ne dovrebbe uscire il seguito: <em>Tron Legacy</em>. A creare, e rendere popolare, il termine ciberspazio è stato William Gibson, che due anni dopo, nel 1984, pubblicò <em>Neuromante</em> (Nord), l’opera che diede origine ad una corrente fantascientifica che un critico letterario chiamò allora <em>cyberpunk </em>e che tutti adottarono: questo genere di storie pone il problema di come la società verrà modificata dall&#8217;uso pervasivo di internet e mondi virtuali. In genere in peggio, grazie alla presenza di nuove mafie cibernetiche e di multinazionali senza scrupoli.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli scrittori italiani hanno portato un originale contributo al tema. Roberto Genovesi con <em>Inferi on Net</em> (Mondadori, 2000) ha previsto una applicazione «personale» di Internet: attraverso microchip applicati nell’occhio. Non solo: c’è la possibilità di entrare ed uscire nella Rete stessa direttamente, in quanto persone. Ma se si può entrare in essa, che cosa ne potrebbe uscire? I dèmoni informatici che tendono a condizionare l’essere umano: da qui il titolo.</p>
<p style="text-align: justify;">
<div id="attachment_2291" class="wp-caption alignleft" style="width: 200px"><a href="http://www.libriefilm.com/il-dio-thoth/4788"><img class="size-medium wp-image-2291" title="il-dio-thoth" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/il-dio-thoth-190x300.jpg" alt="" width="190" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Massimo Fini, Il Dio Thoth</p></div>
<p>Che il futuro cibernetico non sia un paradiso,ma appunto un inferno sembra essere il tema dominante di questa narrativa: <a title="Massimo Fini" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/massimo-fini/">Massimo Fini</a>, un giornalista che non ha bisogno di presentazioni, ha pubblicato l’anno scorso <a title="Il dio Thoth" href="http://www.centrostudilaruna.it/massimo-fini-romanziere.html"><em>Il dio Thoth</em></a> (Marsilio), descrizione di una società tra qui a qualche decennio egemonizzata dall’informazione telematica, che, anche qui, raggiunge direttamente l’utente: si vive in un flusso continuo e condizionante di <em>infotaitment </em>senza soluzione di continuità.</p>
<p style="text-align: justify;">A loro volta Dario Tonani con <em>Infect@</em> (Mondadori, 2007) immagina nella Milano del futuro dei cartoni animati informatici che veicolano la droga elettronica universale, mentre Vittorio Catani con il recentissimo <em>Il Quinto Principio</em> (Mondadori,2009) descrive un altro prossimo pericolo, la Rete Elettronica Mentale che tiene costantemente tutti gli uomini in collegamento.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/matrix/6076" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-3859" style="margin: 10px;" title="matrix" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/matrix.jpg" alt="" width="200" height="264" /></a>Ma forse l’esempio più cospicuo e coinvolgente della lotta fra uomo e macchina, fra mondo virtuale e mondo reale, è la trilogia cinematografica dei fratelli Wachowski, iniziata con <a title="Matrix" href="http://www.libriefilm.com/matrix/6076"><em>Matrix</em></a> (1999). Qui l’idea degli esseri umani che credono di vivere una realtà che è invece un sogno indotto dalle macchine per carpire loro l’energia vitale, è portata alle estreme conseguenze di intreccio e di visionarietà.</p>
<p style="text-align: justify;">In conclusione, film e romanzi post-cibernetici, che immaginano il futuro della Rete, non sono in genere positivi, vedono quasi sempre un conflitto Reale/Virtuale, un annullarsi dell&#8217;individualità nel ciberspazio. Una messa in guardia in linea con quella di molti psicologi e sociologi.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>Il Giornale </em>del 21 gennaio 2010.</p>
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		<title>Il signore nel tranello</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Jan 2010 15:59:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianfranco de Turris</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Una messa a punto sull'ennesima, sterile polemica da sinistra sulla pretesa appropriazione o mistificazione di Tolkien da parte della cultura tradizionalista]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/drago48x48.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Fantastico" /><br/><p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/john-ronald-reuel-tolkien" target="_blank"><img class="alignleft" style="margin: 10px;" title="J.R.R. Tolkien" src="http://upload.wikimedia.org/wikipedia/en/thumb/d/d7/Jrrt_1972_pipe.jpg/250px-Jrrt_1972_pipe.jpg" alt="J.R.R. Tolkien" width="250" height="191" /></a>Un’opera letteraria si può leggere in vari modi, sul piano orizzontale e sul piano verticale. Ad esempio, se ne può fare un’esegesi estetica, storica, linguistica, strutturale e anche sociologica, sociopolitica, antropologica, etnologica, addirittura economicista e così via. Ma se ne può fare anche un’analisi psicologica, ad esempio ricorrendo alla psicologia analitica, alla psicologia freudiana, agli archepiti junghiani eccetera. Immagino che nessuno avrebbe nulla da dire sul fatto in sé, cioè che certe interpretazioni sono da considerarsi arbitrarie e quindi “proibite”, anche disapprovando metodi che non si condividono o respingendo risultati che non si approvano, ma senza affermare che sono illegittimi.</p>
<p style="text-align: justify;">In questo sarebbe addirittura d’accordo <em>l’Unità</em> che, grazie alla prestigiosa penna di Roberto Arduini, è tornata sul problema della interpretazione dell’opera di Tolkien, rivelandosi dopo decenni &#8211; diciamo pure quarant’anni! &#8211; assolutamente post-ideologica (almeno sul piano della cultura) visto che il suo redattore scrive di «avere a noia il cos’è di destra e il cos’è di sinistra», contraddicendosi però con quanto scritto qualche giorno prima avendo attaccato «i più zelanti alfieri della interpretazione di destra» come il sottoscritto e l’amico Quirino Principe, contrapponendoci, oltre che la tesi del «tardoromanticismo» di Tolkien appena scoperta quelle del professor Portelli, che a questo punto si potrebbe benissimo definire «uno dei più zelanti alfieri della interpretazione di sinistra» dell’opera tolkieniana.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora però, se tutte queste interpretazioni sono accettabili, ce n’è una del tutto inaccettabile perché non provata, non attendibile e priva di fondamento: quella che si può definire mitico-simbolica, se non vogliamo usare il termine di simbolico-tradizionale, ché all’Arduini potrebbe venire l’orticaria. Eppure questo tipo di interpretazione è un po’ antica e non invenzione mia o di altri scribacchini novecenteschi, ma forse l’Arduini non lo sa. Scriveva Padre Dante all’inizio del Trecento, appena sette secoli fa, e precisamente nel <a title="Convivio" href="http://www.libriefilm.com/convivio/2268"><em>Convivio</em></a> (II, 1, 2-6) che «le scritture si possono intendere e deonsi esponere massimamente per quattro sensi», e cioè letterale, allegorico, morale e «anagogico, cioè sovrasenso». L’interpretazione mitico-simbolica si rifà a questo concetto, ha una sua dignità e una sua legittimità, o forse anche Dante scriveva corbellerie, diceva sciocchezze, affermava cose insensate?</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/il-signore-degli-anelli/3" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-3809" style="margin: 10px;" title="il-signore-degli-anelli" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/il-signore-degli-anelli.jpg" alt="" width="200" height="300" /></a> Questa interpretazione non viene contraddetta da altre, casomai le integra, le completa, le fa capire meglio, a volte le rettifica e le smentisce. Inoltre, come ha dimostrato <em>ad abundantiam</em> <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/mircea-eliade">Mircea Eliade</a></span> è ancor più legittimata dal fatto che il “sovrasenso”mitico, con il suo profondo significato metafisico e spirituale, ancor oggi si nasconde nei luoghi culturali più impensati, e tanto più nella <a title="letteratura" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/letteratura">letteratura</a> dell’Immaginario (orrore, fantascienza, <a title="fantastico" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/fantastico">fantastico</a> e simili). In tal modo si riesce a dare uno spessore a testi che altrimenti resterebbero, come <a title="Lo hobbit" href="http://www.libriefilm.com/lo-hobbit/50"><em>Lo Hobbit</em></a> e ancor più <a title="Il Signore degli Anelli" href="http://www.libriefilm.com/il-signore-degli-anelli/3"><em>Il Signore degli Anelli</em></a>, non tanto favole per ragazzini quanto avvincenti storie di avventure per adulti, e nulla più. Invece sono qualcosa d’altro, altrimenti &#8211; ecco la domanda cui i vari Arduini non sono capaci di rispondere &#8211; non si spiegherebbe il loro duraturo successo di oltre 70 e 50 anni rispettivamente presso generazioni successive, con milioni di copie in tutto il mondo anche in nazioni non occidentali, che esisteva già prima dell’uscita della trilogia cinematografica. Un successo non contingente né superficiale dovuto “alla moda”, ma profondo, sentito, coinvolgente, extraletterario (ed è questo a distinguere <a title="Il Signore degli Anelli" href="http://www.libriefilm.com/il-signore-degli-anelli/3"><em>Il Signore degli Anelli</em></a> da altri famosissimi <em>long sellers</em> mondiali).</p>
<p style="text-align: justify;">A tutto questo, la cultura esclusivamente storicistica, sociologica, economicista o puramente estetico-letteraria non sa dare una risposta precisa e convincente. Solo andando alla ricerca degli archetipi simbolici e mitici di cui è impastata l’opera tolkieniana si riesce a capire il motivo di questo coinvolgimento dell’Immaginario collettivo e del suo perenne successo. Inutile stare a sfottere su questo tema: anche il ricorso al termine <em>fabula</em> (come 28 anni fa fece Portelli e oggi riprende Arduni) viene compiuto senza comprenderne le vere implicazioni: poiché la <em>fabula</em>, intesa non certo dal punto di vista dello strutturalismo, è una delle tappe in cui il mito è disceso sino a noi, e quindi non è distaccata assolutamente dall’“intreccio” (come affermò sempre il professor Portelli in un convegno Anpi a Cuneo nel 1982 e non certo sulle pagine del quotidiano del Pci, e ripete di nuovo adesso l’Arduini sbagliando però riferimento bibliografico tanto per accreditare la fola che il quotidiano comunista in fondo in fondo Tolkien lo aveva trattato benino…), ma è un tutt’uno con esso: perché quello delle opere di Tolkien è un intreccio favoloso, quindi anche tardoromantico.</p>
<p style="text-align: justify;">Infatti, non si capisce perché per il redattore del quotidiano diretto da Concita De Gregorio questa tardoromanticità di Tolkien dovrebbe essere in antitesi o in conflitto con una sua interpretazione mitico-simbolica al punto da farla escludere come una solenne boiata. Al contrario la rafforza, considerando la rivalutazione romantica di fiaba, leggenda e mito, cioè delle radici primordiali delle <a title="letterature" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/letteratura">letterature</a> nazionali. Si può anche capire come gente che si è formata in una cultura di cui il giornale fondato da Gramsci è senza dubbio una espressione, per sua natura, formazione, visione del mondo non riesca ad afferrare certe cose, le rigetti e anche le critichi. Ma sono o non sono passati gli anni, come l’Arduini anche sottolinea?</p>
<p style="text-align: justify;">Il mondo cammina e ha sepolto sotto le macerie certe ideologie cui questa cultura faceva (ma a quanto pare ancora fa) riferimento, eppure siamo sempre fermi allo stesso paracarro: a condannare chi la pensa diversamente, o almeno in un certo specifico modo che fa comodo definire “di destra” perché sa tanto di politica politicante e per quell’ambiente è <em>a priori</em> squalificata, affermando genericamente che si scrivono sciocchezze, corbellerie, castronierie e ultimamente grazie a Dio solo “manchevolezze”.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/la-leggenda-di-sigurd-e-gudrun/6052" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-3312" style="margin: 10px;" title="sigurd-e-gudrun" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/sigurd-e-gudrun.jpg" alt="" width="200" height="289" /></a>Devo quindi tornare su questo punto che non avevo affrontato in <em>Mobydick </em>del 16 gennaio solo per carità di patria nella mia prima replica a <em>l’Unità</em>, ma giacché Arduini insiste con tono alquanto saccente e maleducato è bene entrare &#8211; ahimè per lui &#8211; nei dettagli. Ci si riferisce dunque al fatto che nella mia postfazione a <a title="La leggenda di Sigurd e Gudrun" href="http://www.libriefilm.com/la-leggenda-di-sigurd-e-gudrun/6052"><em>La leggenda di Sigurd e Gudrùn</em></a> (Bompiani 2009) ho affermato che non esisteva ancora una edizione del <a title="Beowulf" href="http://www.libriefilm.com/beowulf-2/4179"><em>Beowulf</em></a> tradotto da Tolkien che, mi si contesta, sarebbe invece uscita addirittura sette anni fa, nel 2002, a cura del professor M.C. Drout. Ma è Arduini che scrive una sciocchezzuola, perché evidentemente si riferisce al volume <em>J.R.R.Tolkien, Beowulf and the Critics</em> curato da Drout e edito dall’Arizona Center for Medieval and Renaissance Texts and Studies che contiene vari scritti ma solo saggistici di Tolkien, scoperti da Drout nel 1996 e che vengono confrontati con quelli già noti (ad esempio <em>Beowulf: Monsters and the Critics</em>, la cui traduzione è in <a title="Il medioevo e il fantastico" href="http://www.libriefilm.com/il-medioevo-e-il-fantastico/1242"><em>Il medioevo e il fantastico</em></a>, Bompiani 2003, da me curato). Non mi sembra proprio che sia il testo scoperto invece alla fine del 2002 sempre da Drout in una scatola anonima custodita dalla Bodleian Library della Università di Oxford al quale invece ho fatto riferimento, cioè la traduzione integrale e il commento di Tolkien al poema medievale. Le cose non stanno dunque così come <em>l’Unità</em> crede e mi rinfaccia.</p>
<p style="text-align: justify;">Di più: questo “nuovo”testo non è ancora edito perché bloccato da un contenzioso giudiziario sui diritti, pare fra l’Università e gli eredi Tolkien. E quindi la “corbelleria” o “manchevolezza” non è mia ma di Arduini. E adesso pover’uomo? Comunque sia, ci fosse pure stata si sarebbe trattato da parte mia di una svista bibliografica e niente più, ma che a quanto pare per l’Arduini inficerebbe ogni altra precedente analisi critica del sottoscritto, squalificandolo a vita. Non è alquanto fazioso come ragionamento? Direi di sì, ma ci si deve pur appigliare ad una cosa qualsiasi pur di demolire un nemico&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">Il fatto è, come già ricordato, che i critici de sinistra delle vecchie e nuove generazioni hanno la coscienza sporca e un profondo e non ammesso senso di colpa per come hanno trattato Tolkien dal 1970 in poi. E quindi hanno una coda di paglia chilometrica. Si devono allora emendare del loro passato scoprendo adesso, per esempio, un Tolkien “tardoromantico” e negando un Tolkien “miticosimbolico”.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/albero-di-tolkien/849" target="_blank"><img class="alignright" style="margin: 10px;" src="http://giotto.ibs.it/cop/copj13.asp?f=9788845259166" alt="" width="200" height="299" /></a>Giustamente Arduini scrive pensando inconsciamente a se stesso: «È ora che il passato si faccia da parte…». Ovvio, il loro passato: sicché oggi non se ne deve più parlare e non è affatto necessario scusarsi di quanto scritto nell’arco di trenta o quarant’anni! La questione è che “a buttarla in politica”, a fare il giochino “Tolkien è di destra”(e quindi è un reprobo da condannare) mentre, che so,“Philip Pullman è di sinistra” (è quindi è un genio da osannare), è stata proprio la Sinistra culturale appunto dal 1970, anche se adesso si atteggia a post-ideologica e non fa più alcun riferimento a questo suo passato, letteralmente inventandosi benemerenze che non ha mai avuto. Ma il sottoscritto, che insieme a molti altri ha difeso Tolkien da allora sino ad oggi da questi attacchi, non l’ha mai “buttata in politica”nei suoi scritti, a meno che non si voglia s/qualificare come “di destra”l’interpretazione mitico-simbolica, o quella “tradizionalista”, o quella (non nostra) “dualista”. Però il solo averlo fatto dà il destro (!) a certi attuali critici di sinistra per affermare che Tolkien è stato “manipolato dalla destra”, sol per averne messo in risalto alcune innegabili caratteristiche che per i nostri recensori progressivi sono intollerabili. Ma poiché il sottoscritto, e non solo lui, non è mai stato “organico” ad alcun partito, né ne ha mai avuto la tessera, come è al contrario successo per innumerevoli intellettuali legati al Pci, ma fa riferimento soltanto a una cultura e a una visione del mondo avversate dalla sinistra “che pensa”, ecco che, per un riflesso condizionato, Tolkien lo si sarebbe “manipolato”, o “strumentalizzato” come anche è  stato detto da alcuni buontemponi di sinistra, di centro e addirittura destrorsi. Difeso sì, interpretato<br />
sì, manipolato e strumentalizzato mai. E, per non farla troppo lunga, agli interessati alla ricostruzione di tutta questa faccenda sono costretto a rimandare alla mia dettagliata introduzione al volume <a title="Albero di Tolkien" href="http://www.libriefilm.com/albero-di-tolkien/849"><em>Albero di Tolkien</em></a> (Bompiani 2007).</p>
<p style="text-align: justify;">Non è che questi giochini di parole possano durare in eterno, e infatti ormai mostrano la corda. Certo, però, che hanno stufato pur se servono a ricreare, agli occhi degli inesperti lettori di oggi, una specie di verginità tolkieniana perduta.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>* * *</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>Liberal </em>del 27 gennaio 2010.</p>
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		<title>Avatar, un&#8217;epopea postmoderna</title>
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		<pubDate>Tue, 26 Jan 2010 14:58:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Adriano Scianca</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Riflessioni sul kolossal di James Cameron Avatar e sulle ragioni profonde del suo successo]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/centrostudilaruna48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Centro Studi La Runa online" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/drago48x48.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Fantastico" /><br/><p style="text-align: justify;">«Tutte le leggende,, tutte le mitologie e tutti i miti, tutti i fondatori di <a title="religioni" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religioni</a>, anzi tutte le <a title="religioni" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religioni</a> […] aspettano la loro risurrezione nel film, e gli eroi si accalcano alle porte». Era il 1927 quando Abel Gance folgorava in quest&#8217;immagine titanica i destini della settima arte. Una dimensione, quella del cinema come epica moderma, che ritorna in questi giorni prepotentemente alla ribalta dopo l&#8217;uscita di <em>Avatar</em>, il <em>kolossal </em>di James Cameron. Un film lungamente annunciato come il <em><a title="Matrix" href="http://www.libriefilm.com/matrix/6076">Matrix</a> </em>della nuova generazione, una pellicola destinata a fare scuola e imporre un nuovo canone estetico. E pazienza se, a detta di tutti i commentatori, in <em>Avatar </em>il significante ha la meglio sul significato, la grandezza della narrazione vale più della morale della favola. Nelle evoluzioni dei Na&#8217;vi per le foreste lussureggianti del pianeta Pandora non è certo la fascinazione bucolico-marziana, il luddismo di ritorno, l&#8217;apologo pacifista a sedurre il pubblico. È, piuttosto, questa smisurata voglia di grandezza, questa fame di epica, questa volontà, da parte del regista, di creare un mondo, di farsi demiurgo dell&#8217;immaginario postmoderno.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/luniverso-di-avatar/6826" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-3801" style="margin: 10px;" title="universo-di-avatar" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/universo-di-avatar.jpg" alt="" width="200" height="233" /></a>E comunque, spiegava Michele Serra su <em>Repubblica</em>, in <em>Avatar </em>«la trama, per quanto tirata in lungo, alla fine ti conquista, la meraviglia di molte in quadrature lascia incantati e conferma che il cinema è ancora e sempre un&#8217;imbattibile scatola dei sogni, le creature della <em>computer graphic </em>sono sode e credibili quanto i giocattoli per un bimbo che li ami, li maneggi, li renda parlanti. Per giunta, senza bisogno di essere accaniti cinefili, in <em>Avatar </em>ci si può divertire (gioco nel gioco) a trovare rimandi e citazioni di tutte o quasi le più insigni americanate di celluloide, da <a title="Balla coi lupi" href="http://www.libriefilm.com/balla-coi-lupi/933"><em>Balla coi lupi</em></a> a <a title="Mission" href="http://www.libriefilm.com/mission/935"><em>Mission</em></a> a <a title="Apocalypse Now" href="http://www.libriefilm.com/apocalypse-now/4595"><em>Apocalypse Now</em></a> a <em>Guerre stellari</em> a <a title="Soldato blu" href="http://www.libriefilm.com/soldato-blu/6821"><em>Soldato blu</em></a> e gli appassionati di fantascienza riconosceranno negli enormi volatili cavalcanti dagli alieni il segno ispiratore del grande Moebius».</p>
<p style="text-align: justify;">Azione, scene mozzafiato, avanguardia tecnologica, omaggio ai miti del passato: gli ingredienti per il grande capolavoro ci sono tutti. Il tam tam che ha costellato la fase del lancio della pellicola, del resto, faceva già intravedere i contorni dell&#8217;evento storico. In un&#8217;intervista a <em>Xl</em>, ad esempio, il produttore Jon Landau non ha fatto nulla per diradare l&#8217;aura di leggenda che si è diffusa attorno a questo film: «<em>Avatar </em>- ha detto &#8211; non è un film di cui si deve parlare: il pubblico deve vederlo e farsi la propria <em>opinion</em>. Per noi la questione non è mai stata trovare il progetto che offuscasse <em>Titanic</em>, ma piuttosto trovare qualcosa che facesse scattare tutte le nostre molle creative. Alla fine il duello era tra <em>Avatar </em>e <em>Battle Angel</em>, il film basato su <em>Alita</em>, il manga di Yukito Kishiro. Se qualcuno mi avesse detto: &#8220;nella tua vita potrai fare solo un altro film&#8221; avrei risposto senza esitare: <em>Avatar</em>!». Un entusiasmo che potrebbe sembrare eccessivo ma che invece appare legittimato da notizie abbastanza curiose e inquietanti, come quella del proliferare sul web di discussioni di spettatori del film caduti in depressione una volta accortisi che il pianeta Pandora non esiste e non esisterà mai, essendo noi condannati a una dimensione esistenziale ben più squallida. Un&#8217;ulteriore conferma che <em>Avatar </em>non è un film come tutti gli altri.</p>
<p style="text-align: justify;">E pazienza se si tratta di un bell&#8217;involucro per una storia mediocre. Anche <a title="Matrix" href="http://www.libriefilm.com/matrix/6076"><em>Matrix</em></a>, a dispetto delle pretese filosofiche, non mostrava che un platonismo banalotto già irriso da Jean Baudrillard (pure omaggiato esplicitamente in una delle prime sequenze). Eppure Neo, Morpheus e Trinity hanno segnato il modo in cui noi facciamo esperienza del cinema. Non è cosa da poco. La funzione dell&#8217;arte, del resto, è proprio questa: non descrivere un mondo, ma fondarlo. Non replicare l&#8217;esperienza usuale ma modificarla. È come per le scarpe da contadino ritratte da Van Gogh su cui si è soffermato <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Martin Heidegger</a></span>: esse non portano sulla tela la vita delle campagne. Piuttosto, è a partire da quel quadro che noi comprendiamo l&#8217;essenza profonda di un certo contadinato radicato nella terra. Essenza che prima del dipinto non c&#8217;era, non era venuta alla luce, non era vera nel senso greco del non-velamento (<em>a-letheia</em>).</p>
<p style="text-align: justify;">Per il cinema il discorso vale mille volte di più. In effetti abbiamo smesso da tempo di meravigliarci davanti al grande schermo esclamando: «È proprio come nella realtà!». In compenso ci capita sempre più spesso, e nei momenti più autentici della nostra esistenza, di accorgerci che ciò che viviamo &#8220;è proprio come al cinema&#8221;. L&#8217;arte, quindi, ha una grossa responsabilità, poiché ci fornisce il fondamentale vocabolario esperienziale. Che essa sia votata alla grandezza o alla banalità, quindi, non è cosa da poco. Perché un conto è accorgersi una mattina di essere finiti in <a title="Fight club" href="http://www.libriefilm.com/fight-club-2/1421"><em>Fight Club</em></a>. Un conto è rendersi conto giorno dopo giorno di vivere ne <em>L&#8217;ultimo bacio</em>. Non è esattamente la stessa cosa. Il cinema deve esprimere grandezza perché di grandezza questo mondo ha bisogno. E se non si pensa in grande non sui agisce in grande. Al diavolo la navigazione a vista, i timori e tremori dell&#8217;ultimo uomo. Abbiamo pur sempre una crisi in corso da superare, no? Ebbene, ne saremo completamente fuori solo quando avremo imparato a guardare al mondo con occhi nuovi, più coraggiosi e creativi di quelli di chi ci ha preceduto. In tutto ciò il cinema, inteso come mitologia contemporanea, come epica tecnologica, può avere un grande ruolo e film come <em>Avatar </em>costituiscono tutto sommato un buon segno.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto ciò ha del resto un ovvio rovescio della medaglia. Si tratta dell&#8217;esistenzialismo sciatto e ansiogeno che troppo spesso alligna nelle pellicole di casa nostra. Quelle dei drammi generazionali realizzati &#8220;con i soldi nostri&#8221;, per dirla con una brutale ma franca frase fatta. Quando, in effetti, il ministro Brunetta critica gli artisti sovvenzionati, che campano di aiuti statali senza mai confrontarsi con il mercato, dice una cosa in parte discutibile ma comunque con un grosso fondo di verità. Perché è vero che non si può consegnare l&#8217;arte al solo giudizio ondivago delle masse che pagano il biglietto senza preoccuparsi della profondità e dell&#8217;importanza oggettiva delle opere (e in questo il mercato non può certo bastare); ma è d&#8217;altra parte innegabile che un&#8217;arte che non abbia più alcun rapporto con il senso comune, che non sia capace di interloquire con il grande pubblico, che si faccia balocco autoreferenziale ed elitario di caste culturali estenuate non è arte. L&#8217;arte è avanguardia e l&#8217;avanguardia, negli eserciti, sta sempre avanti di un metro rispetto alla truppa. Non si confonde con essa, ovviamente. Ma neanche vi si allontana troppo, rischiando di ritrovarsi isolata e senza esercito al seguito. Ecco, il cinema italiano è troppo spesso costruito attorno a solitari colonnelli autoproclamatisi che tracciano mappe che nessuno utilizzerà mai e aprono percorsi scivolosi in cui finiscono per impantanarsi da soli. Una concezione ombelicale, narcisistica dell&#8217;arte non di rado nutrita di razzismo etico verso il pubblico stesso, verso tutto ciò che è &#8220;popolare&#8221; e verso il popolo stesso.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli stessi addetti ai lavori se ne sono accorti. Qualche anno fa fu Carlo Verdone a lanciare l&#8217;allarme contro titoli «banali, ripetitivi, incomprensibili, inadatti a fissarsi nella memoria dello spettatore, compreso quello più attento. <em>Nel mio amore</em>, <em>Le conseguenze dell&#8217;amore</em>, <em>L&#8217;amore ritrovato</em>: è possibile far uscire contemporaneamente tre film con titoli tanto simili? <em>Una talpa al bioparco</em>: ma qualcuno si è posto il problema che il 70 per cento degli spettatori neppure sa cosa significhi bioparco?».</p>
<p style="text-align: justify;">Ma, senza nulla togliere al grande attore e regista romano, fu forse Quentin Tarantino a redigere il certificato di morte del nostro cinema. «I nuovi film italiani &#8211; spiegò &#8211; sono deprimenti. Le pellicole che ho visto negli ultimi tre anni sembrano tutte uguali, non fanno che parlare di: ragazzo che cresce, ragazza che cresce, coppia in crisi, genitori, vacanze per minorati mentali. Che cosa è successo? Ho amato così tanto il cinema italiano degli Anni 60 e 70 e alcuni film degli Anni 80, e ora sento che è tutto finito. Una vera tragedia». Scoppiarono polemiche, all&#8217;epoca di queste parole, ma il visionario cineasta non si tirò indietro: «Un&#8217;industria per crescere, con i film d&#8217;arte dei maestri, ha bisogno del cinema popolare e dall&#8217;Italia non arrivano nomi giovani con film d&#8217;azione. Dalla Corea o dalla Russia arrivano film rivoluzionari come <em>Old boy</em> o <em>Nightwatch</em>: perché non fate niente di così forte in Italia? E non c&#8217;è bisogno della sala, il successo di tanti autori asiatici viene solo dal mercato dei dvd, in cui i titoli italiani nuovi sono scarsissimi». Colpiti e affondati.</p>
<p style="text-align: justify;">Il riferimento ai film asiatici fatto dal cineasta americano mette del resto in luce un altro aspetto: l&#8217;emergere, nel cinema contemporaneo, di scuole nuove, giovani, con uno stile proprio e con tante cose da raccontare. La vecchia contrapposizione un po&#8217; snob tra Hollywood e i film d&#8217;autore europei è già abbondantemente superata. Il che è del resto un segno dei tempi: a Copenaghen l&#8217;Europa ha fatto da cerimoniere imbolsito mentre Obama e la Cina decidevano le sorti del pianeta. Ecco, nelle sale non succede nulla di diverso. Chi sa immaginare il futuro sa anche progettarlo. La diffidenza un po&#8217; provincialotta verso le &#8220;americanate&#8221;, quindi, è doppiamente fuori tempo massimo: in primo luogo perché di artisti pronti a sfidare l&#8217;impero ce ne sono già abbastanza, solo che non abitano da noi; e, secondariamente, perché a forza di condannare l&#8217;indubbia superficialità bambinesca di molte pellicole statunitensi si finisce per eliminare dai film ogni forma di meraviglioso, ogni fonte di stupore.</p>
<p style="text-align: justify;">Ha quindi ragione Guillaume Faye quando dice che «il successo delle superproduzioni hollywoodiane è dovuto al loro carattere immaginativo ed epico, al rigore drammaturgico, all&#8217;ultraprofessionalità della produzione e della distribuzione, una capacità tecnica perfetta… Ciò compensa largamente la frequente povertà della sceneggiatura o il pullulare di cliché infantili e mielati. […]. I francesi e gli europei hanno perso il senso dell&#8217;epopea e dell&#8217;immaginazione (a parte Luc Besson). Che cosa ci impedisce di ritrovarle? Chi ce lo vieta? Perché nessun europeo ha avuto l&#8217;idea di trattare (alla nostra maniera, senz&#8217;altro più intelligente e altrettanto drammaturgica) i temi di <em>Et</em>, <em>Jurassic Park</em>, <em>Armageddon </em>o <em>Deep Impact</em>, di <em><a title="Twister" href="http://www.libriefilm.com/twister/6825">Twister</a> </em>o di <em>Titanic</em>?».</p>
<p style="text-align: justify;">Abbiamo dovuto entusiasmarci per un Leonida bushano nel controverso e affascinante <a title="300" href="http://www.libriefilm.com/300/786"><em>300</em></a>, mentre per godere dei fasti di Roma antica abbiamo dovuto attendere un <a title="Il Gladiatore" href="http://www.centrostudilaruna.it/gladiatore.html"><em>Gladiatore</em></a> di origine australiana. E in tutto questo, indubbiamente, c&#8217;è qualcosa che non va.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto dal <em>Secolo d&#8217;Italia</em> del 17 gennaio 2010.</p>
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		<title>Se a scoprire il Nuovo mondo fossero stati gli antichi romani</title>
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		<pubDate>Thu, 07 Jan 2010 16:27:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianfranco de Turris</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Imperium Solis di Mario Farneti (ed. Nord) propone un vasto affresco dei popoli antichi e una storia leggibilissima e avventurosa, divertente e seria]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/drago48x48.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Fantastico" /><br/><p style="text-align: justify;">Ognuno di noi, almeno una volta nella vita, avrà detto «Ah se non avessi fatto questo o quello le cose sarebbero andate diversamente»: se avessi dato una risposta invece di un’altra, se fossi partito un’ora prima o solo cinque minuti dopo, se avessi o non avessi incontrato quella persona, se fossi o non fossi entrato in quel luogo, se avessi o non avessi comprato quella cosa, se fossi arrivato in anticipo o in ritardo a un appuntamento, se mi fossi o non mi fossi fermato al semaforo, e così via. La nostra vita è determinata spessissimo non da unici e determinanti eventi, ma da una serie pressoché infinita di piccole scelte, una sola delle quali è sufficiente a decidere l’indirizzo della nostra esistenza: in una lunga sequenza del film <a title="Il curioso caso di Benjamin Button" href="http://www.libriefilm.com/il-curioso-caso-di-benjamin-button-2/6652"><em>Lo strano caso di Benjamin Button</em></a> di David Fincher (2008) si assiste a una serie di minuti eventi che potevano e non potevano benissimo accadere, ma che una volta accaduti hanno come conclusione un incidente (un taxi investe una donna) che avrebbe potuto non verificarsi se solo uno dei precedenti fatti non si fosse a sua volta verificato interrompendo la catena (una telefonata, una scarpa slacciata, un semaforo rosso ecc.). Lo stesso accade in sintesi nel precedente <a title="Sliding Doors" href="http://www.libriefilm.com/sliding-doors/6651"><em>Sliding Doors</em></a> di Peter Howitt (1998), dove prendere o perdere una corsa della metropolitana cambia completamente l’esistenza della protagonista.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/se-la-storia-fosse-andata-diversamente/6653" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-3688" style="margin: 10px;" title="se.la-storia" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/se.la-storia.jpg" alt="" width="200" height="297" /></a>Se questo accade nella vita di ognuno di noi, figuriamoci quel che accade nella complessa trama della Storia: basta che una piccolissima decisione, parola, fatto non avvenga o avvenga in un modo diverso perché le cose possano andare diversamente. E <a title="Se la storia fosse andata diversamente" href="http://www.libriefilm.com/se-la-storia-fosse-andata-diversamente/6653"><em>Se la storia fosse andata diversamente</em></a><em> </em>è proprio il titolo dato nel 1999 dal Corbaccio per la traduzione della prima storica antologia di questo tipo (<em>What if?</em> del 1931) da me curata e che ha fatto scoprire in Italia ai lettori e ai critici non specialisti l’esistenza di un particolare genere di narrativa, la storia alternativa o anche ipotetica o anche controfattuale, che ha però anche un nome più altisonante: ucronia (non-tempo, come utopia è non-luogo) coniato nel 1859 da Charles Renouvier, un filosofo francese totalmente inviso a Benedetto Croce e invece apprezzatissimo da un anticrociano come Adriano Tilgher.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/se-litalia-manuale-di-storia-alternativa-da-romolo-a-berlusconi/515" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-3686" style="margin: 10px;" title="se.litalia" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/se.litalia.jpg" alt="" width="200" height="302" /></a>Il perché è presto detto: l’ucronia mette in discussione il fine predeterminato della Storia, il suo avere uno scopo intrinseco (e in ogni caso positivo), un suo finalismo imperscrutabile, l’accettazione dunque del Fatto Compiuto inteso come il leibniziano «migliore dei mondi possibili». Se invece un piccolissimo evento (un «sì» o un «no», l’aver girato a destra o a sinistra, l’aver detto una parola interpretata male eccetera) può modificare radicalmente il corso della Storia con la «S» maiuscola, non vuol dire altro che questa ineluttabilità intrinseca della Storia medesima non esiste, ed essa non può essere più in quanto Fatto Compiuto un feticcio da adorare secondo la filosofia hegeliano-marxista.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora, nell’ultimo decennio la storia alternativa ha avuto in Italia un’ampia diffusione con romanzi e antologie, specie se ambientata nel Bel Paese: troppo gustoso poter cambiare le nostre vicende nazionali, molto lontane e molto vicine, per non essere allettati dall’idea. Ma scrivere storia alternativa non è così semplice come può sembrare d’acchitto: per non cadere nella faciloneria o nella demagogia, nel grottesco o nel ridicolo non si può andare a ruota libera, ma occorre invece (non paia un controsenso) seguire da presso la Storia, quella vera, per poi allontanarsene in modo verosimile: la ricostruzione dell’ambiente e di personaggi «veri» è essenziale: le assurdità fanno altrimenti cadere miseramente la trama.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/imperium-solis/6659" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-3687" style="margin: 10px;" title="imperium-solis" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/imperium-solis.jpg" alt="" width="200" height="293" /></a>Uno degli autori italiani che con maggiori risultati si è dedicato a questo genere è <a title="Mario Farneti" href="http://www.libriefilm.com/category/autori/mario-farneti">Mario Farneti</a> il quale, partendo da un suo racconto del 1999 ha sviluppato una trilogia di romanzi (<a title="Occidente" href="http://www.libriefilm.com/occidente/6661"><em>Occidente</em></a>, 2001; <a title="Attacco all'Occidente" href="http://www.libriefilm.com/attacco-alloccidente/1032"><em>Attacco all’Occidente</em></a>, 2003; <a title="Nuovo impero d'occidente" href="http://www.libriefilm.com/nuovo-impero-doccidente/6660"><em>Nuovo Impero d’Occidente</em></a>, 2006, tutti editi dalla Nord) che in milleduecento pagine complessive riscrive la storia italiana e occidentale dal 1972 al 2012 con l’Italia che non è entrata nel secondo conflitto mondiale ed è diventata la nazione egemone come oggi sono gli Stati Uniti. Ora <a title="Farneti" href="http://www.libriefilm.com/category/autori/mario-farneti">Farneti</a> torna in libreria con il primo romanzo di una diversa trilogia: <a title="Imperium Solis" href="http://www.libriefilm.com/imperium-solis/6659"><em>Imperium Solis</em></a> (Nord, pagg. 454, euro 18,60) che abbandona la contemporaneità e porta il lettore nell’antico mondo mediterraneo del IV secolo d.C. quando, durante la battaglia di Ctesifonte (26 giugno del 363), s’infranse il sogno imperiale di Flavio Claudio Giuliano ucciso nel corso di una battaglia contro i Parti, in una desertica piana dell’attuale Irak. Questo ci dice la Storia, mentre nell’ucronia di <a title="Mario Farneti" href="http://www.libriefilm.com/category/autori/mario-farneti">Mario Farneti</a> l’imperatore Giuliano non muore, viene creduto (e si fa credere) morto e intraprende una vera e propria missione divina: andar lì dove il <em>Sol Invictus </em>di cui è devoto va a concludere il suo splendente tragitto giornaliero. Egli parte dunque verso l’Estremo Occidente con le sue navi e le sue legioni, ma anche con i suoi sacerdoti, filosofi, scienziati, geografi e storici, per approdare sulle sponde della leggendaria, immensa isola di Meropide. Si troverà al cospetto di quelle che mille e cento anni dopo Cristoforo Colombo chiamerà le Indie Occidentali, che ovviamente acquisirà all’Impero di Roma facendo prendere alla Storia del mondo in generale e dell’Europa in particolare un corso diverso, come anche si vedrà nei romanzi che seguiranno.</p>
<p style="text-align: justify;">La trama che Farneti, bravissimo in ciò, offre al lettore non è ovviamente così lineare: anzi è molto complessa, ricca di trovate, colpi di scena, personaggi maggiori e minori che appaiono e scompaiono, nonché di veri <em>tour de force </em>linguistici con originalissime soluzioni. In <a title="Imperium solis" href="http://www.libriefilm.com/imperium-solis/6659"><em>Imperium Solis</em></a> si mescolano avventura e storia, <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religione</a> e magia, ipotesi plausibili anche se improbabili ma non impossibili, al punto che ci si chiede perché in fondo gli eventi non siano andati effettivamente come Farneti ce li racconta. Inoltre, alcune dettagliate cartine ci aiutano a capire gli spostamenti, certe volte frenetici, dei principali personaggi nel Vecchio e Nuovo Mondo.</p>
<p style="text-align: justify;">Non mancano l’ironia e l’autoironia quando l’autore legge in filigrana la Storia reale e il lettore avveduto, accorgendosene, non potrà che sorprendersi. Magari penserà in alcuni momenti che si tratti di esagerazioni, ma è sufficiente andare a controllare la conclusiva «Nota dell’Autore» per rendersi conto che molti particolari che pensava totali invenzioni in realtà hanno punti di riferimento storici o scientifici ben saldi. Spesso sconosciuti o inaspettati, ma documentatissimi. Infatti solo una vasta opera di informazione, come dimostra la bibliografia del romanzo, poteva evitare clamorosi errori.</p>
<p style="text-align: justify;">L’arrivo degli antichi romani in America era stato descritto anche da romanzieri statunitensi, ma ne erano usciti romanzetti di poco spessore: con <a title="Imperium solis" href="http://www.libriefilm.com/imperium-solis/6659"><em>Imperium Solis</em></a> ci troviamo invece di fronte a un vasto affresco, quasi onnicomprensivo, che tenendo conto delle specificità dei popoli all’epoca esistenti nel Nuovo Mondo e della specificità della <em>gens romana</em>, riesce a darci una storia leggibilissima e avventurosa, divertente e seria, affatto superficiale e ricca di spunti culturali che ci fanno riflettere.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>* * *</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>Il Giornale</em> del 30 novembre 2009.</p>
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		<title>La vita nell’Italia governata dall’Islam</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Dec 2009 10:04:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianfranco de Turris</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Due romanzi di Pierfrancesco Prosperi disegnano un futuro antiutopico in cui l'islamizzazione dell'Italia è già un fatto compiuto]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/drago48x48.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Fantastico" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/teiwaz.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Teiwaz" /><br/><p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/la-moschea-di-san-marco/6327" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-3458" style="margin: 10px;" title="la-moschea-di-san-marco" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/la-moschea-di-san-marco.jpg" alt="la-moschea-di-san-marco" width="200" height="311" /></a>«Quando gli scrittori di fantascienza anticipano i politologi», potrebbe essere il sottotitolo di questo articolo. Infatti, qualche giorno fa, il professor Panebianco in un fondo del Corriere si poneva il problema della nascita di un partito di ispirazione religiosa islamica nei vari Paesi della Unione Europea, cosa che sta avvenendo già in Spagna. Partiti che non potrebbero che essere «identitari» e quindi inevitabilmente fondamentalisti. Che cosa avverrebbe se si presentassero alle elezioni politiche? <em>Il Foglio </em>faceva in seguito notare come in altre nazioni ciò fosse avvenuto e si fosse risolto con un flop, dato che i cittadini europei di religione musulmana in genere votano i già esistenti partiti di sinistra. L’ipotesi era stata prevista però due anni fa da un autore italiano, Pierfrancesco Prosperi, architetto di professione e scrittore di fantascienza per vocazione sin dagli anni Sessanta con un centinaio di racconti e una decina di romanzi al suo attivo, che nel 2007 aveva pubblicato <a title="La moschea di San Marco" href="http://www.libriefilm.com/la-moschea-di-san-marco/6327"><em>La moschea di San Marco</em></a> e che adesso torna in libreria con il seguito, <em>La Casa dell’Islam </em>(entrambi i volumi editi da Bietti).</p>
<p style="text-align: justify;">Prosperi, come ogni avveduto narratore dalla mentalità speculativa, osserva la realtà e, dai sintomi che vede, ne trae le debite conseguenze portandole alle estreme ma logiche conseguenze e scrive una storia per ammonire i lettori: se le cose continuano come vediamo, ecco ciò che potrebbe succedere. È il meccanismo che muove ogni autore di antiutopia che si rispetti, spesso del tutto inascoltati: si pensi a Zamjatin sul comunismo, <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/aldous-huxley" target="_blank">Huxley</a></span> sullo scientismo, Orwell sulla dittatura mediatica e quello che oggi chiamiamo il politicamente corretto (la modifica delle parole) e così via. <em>Si parva licet componere magnis</em>, Prosperi fa lo stesso.</p>
<p style="text-align: justify;">E si immagina, nel primo romanzo, la nascita nel Belpaese di un Partito della Verità, espressione dei musulmani italiani che, con un sanguinoso marchingegno, svelato dal doppio colpo di scena finale, vince le elezioni politiche del 2015. Il tutto è visto attraverso gli occhi del commissario Visconti, un fiorentino reso cinico dalle esperienze personali e professionali, che farà da filo conduttore anche ne <em>La Casa dell’Islam</em>. Che cosa rende possibile una situazione del genere, a prima vista impensabile? Lo rende possibile quel che ben si potrebbe definire il tradimento dei chierici nel senso più ampio del termine: sia ecclesiastici, sia intellettuali. Infatti, quel che spiana man mano la strada all’affermazione di un Islam radicale italiano è il «buonismo» esasperato, è l’ossessione del «politicamente corretto» spinto sino al suicidio culturale. Non per nulla le desolate parole conclusive de <a title="La moschea di San Marco" href="http://www.libriefilm.com/la-moschea-di-san-marco/6327"><em>La moschea di San Marco</em></a> son proprio queste: perché è stato possibile tutto ciò? Forse perché siamo troppo buoni?</p>
<p style="text-align: justify;">È la Chiesa cattolica che con il suo ultimo Papa, proprio nel senso delle profezie di Malachia (Benedetto XVI è il penultimo della serie), e che si chiama &#8211; appunto &#8211; Pietro Romani, abdica al proprio ruolo nel nome dell’ecumenismo planetario ammettendo la supremazia dell’Islam; e sono certi politici e intellettuali «impegnati» che non trovano nulla di strano a cedere a ogni richiesta dei musulmani italici in nome di astrazioni illuministe. Intendiamoci bene, l’autore rispetta l’Islam in quanto tale e la sua denuncia è solo nei confronti dell’estremismo fondamentalista che è in genere quello che più si afferma: nella talebanizzazione italiana i primi a rimetterci (anche la pelle) sono i musulmani moderati, la setta dei pacifici e mistici sufi.</p>
<p style="text-align: justify;">La vicenda della Repubblica Islamica d’Italia è lo sfondo del secondo romanzo adesso in libreria: ma non è facile trasformare l’italiano, anarchico per natura, in un <em>homo islamicus</em>. Di fronte agli estremismi delle milizie in verde c’è una resistenza passiva e a volte ingegnosa (come le chiese gonfiabili dei preti che non accettano la resa del Vaticano e che dicono messa qua e là), a volte inaspettata (più delle donne che degli uomini, come le atlete che si rifiutano di partecipare alle gare del tutto intabarrate). Nel 2020, l’anno in cui è ambientata la storia, avviene anche una secessione: il Nord-Est al di là del Po proclama la separazione e la Repubblica del Sud, privata delle industrie settentrionali, si trova in seria difficoltà. Un tema che pensiamo sarà sviluppato nel terzo romanzo della serie.</p>
<p style="text-align: justify;">Prosperi ha uno stile asciutto, a volte fin troppo sintetico e in 99 brevi capitoli (quanto le sure del Corano&#8230;), seguendo il lavoro del commissario Visconti che indaga sull’assassinio di un notabile del Partito della Verità, intreccia le storie di personaggi diversi che alla fine compongono il quadro completo della situazione di questa Italia prossima ventura, inserendo ogni tanto documenti vari (articoli, interviste, capitoli di libri del nostro ipotetico, ma non impossibile, futuro).</p>
<p style="text-align: justify;">Sono i fatti che parlano: esagerazioni, provocazioni dell’autore? No perché, come avvertono le note in fondo al libro, molte volte quelle che sembrano invenzioni sono già, in vari Paesi europei, realtà. Quel che Prosperi condanna, lo ripetiamo, non è l’Islam in sé, e neppure la convivenza di <a title="religioni" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religioni</a> diverse in una stessa nazione, bensì la supina accettazione delle pretestuose sopraffazioni dell’Islam radicale, minaccioso e arrogante. Un’acquiescenza suicida che nasce dalla vigliaccheria, dalla paura e da un’astrattezza slegata dalla realtà: il regista Emmerich non ha forse ammesso che nel suo 2012 si vedono distruzioni di chiese e di sinagoghe ma non di moschee per evitare grane con i musulmani? Se siamo giunti a questo punto di autocensura, forse <em>La Casa dell’Islam</em> è anche troppo ottimista.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>Il Giornale</em> del 22 novembre 2009.</p>
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		<title>Tarzan, l&#8217;eroe che affascinò Dino Buzzati</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Dec 2009 22:24:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Iacona</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Una panoramica sul personaggio creato da Edgar Rice Burroughs e sulla storia del suo successo nella narrativa, nel cinema e nei fumetti nel Novecento]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/drago48x48.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Fantastico" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/letteratura48x48.png" width="48" height="48" alt="" title="Letteratura" /><br/><div id="attachment_3430" class="wp-caption alignright" style="width: 210px"><img class="size-full wp-image-3430" title="burroughs" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/burroughs.jpg" alt="burroughs" width="200" height="253" /><p class="wp-caption-text">Edgar Rice Burroughs</p></div>
<p style="text-align: justify;">Qual è la ragione del successo di Tarzan, il notissimo personaggio nato dalla fantasia dello scrittore americano Edgar Rice Burroughs, nel lontano 1912? Sicuramente si deve parlare di ragioni al plurale, attinenti e al messaggio custodito nei modi e nel tipo alla Tarzan e al mezzo utilizzato per la sua diffusione. Detto con parole semplici, “dentro” Tarzan stanno alcuni modelli mentali molto in voga soprattutto dalla fine dell’Ottocento. Quello individuale relativo all’uomo occidentale, re e dominatore, sempre e ovunque, e quello sociale riguardante una alternativa selvaggia, con regole e modelli propri, alla società cosiddetta civile. Ma stanno anche, senz’altro, un’immagine genuina an orché misteriosa e per certi versi vincente della natura, un richiamo decisamente libertario e l’archetipo del supereroe. Dell’eroe per caso (non per sua volontà), che lotta anche per rimarginare ferite risalenti alla propria infanzia. Un passato senza luce, o un’esperienza terribile, è quasi sempre caratteristica essenziale del supereroe, come ha scritto bene Giancarlo De Cataldo.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando nel 1971 l’editore Giunti pubblicò in una serie i romanzi di Tarzan in italiano, a introdurli fu <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/dino-buzzati" target="_blank">Dino Buzzati</a></span>. «Ora – scriveva lo scrittore – nella pagina scritta Tarzan mi sembra un personaggio più interessante e persuasivo che sullo schermo». E <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/dino-buzzati" target="_blank">Buzzati</a></span> confrontava l’eroe della giungla con altri modelli, come Achille, Sigfrido e Superman. «Esiste infatti – spiegava – una categoria di eroi meno protetti dagli dèi, ma molto più umani e simpatici, come appunto il nostro. Va da sé che in un modo e nell’altro avrà sempre partita vinta, che finirà sempre per trionfare, ma ogni volta rischia la pelle e in certi casi l’avversario, prima di crollare stecchito, lo concia malamente». Il ragazzo bianco allevato da una scimmiona è, come sottolineava infine <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/dino-buzzati" target="_blank">Buzzati</a></span>, l’eroe che si fa da sé, impara da solo a leggere e scrivere in inglese per mezzo di un abededario trovato nella capanna di suo padre, riuscirà a farsi la barba con un coltello da caccia dopo aver visto come si trattavano gli europei nell’immagine di un libro: «Diventa il <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbolo</a> stesso della natura nelle sue manifestazioni migliori, l’eroe di una favola nutrita di ottimismo».</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/tarzan-e-i-gioielli-di-opar/4247" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-3429" style="margin: 10px;" title="tarzan-opar" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/tarzan-opar.jpg" alt="tarzan-opar" width="200" height="299" /></a>Per Tar-zan (che significherebbe “pelle bianca”), piccolo-Lord e naufrago inglese, si è trattato di sopravvivere tirato su dalla scimmia Kala, fino a diventare l’amato e temuto re della giungla. Ma in Tarzan c’è anche un po’ di Romolo e Remo e della loro lupa, nonché di Mowgli il cucciolo d’uomo allevato dai lupi, protagonista dei racconti di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/rudyard-kipling" target="_blank">Rudyard Kipling</a></span>. Umberto Eco lo ha perfino paragonato a Ercole. Quello di Burroughs è, appunto, il regno dell’assoluta e della straordinaria fantasia (l’autore aveva, peraltro, debuttato con un romanzo dal titolo assai significativo: <em>Sotto le lune di Marte</em>). Anche per questo, dunque, Tarzan ha avuto accesso alle stanze, un po’ labirintiche, dei giovani sognatori.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma qui veniamo ai mezzi utilizzati per la sua diffusione, grazie ai quali l’eroe si trasforma in uno delle icone dell’immaginario novecentesco. Tarzan nasce come romanzo (<em>Tarzan delle scimmie</em>), pubblicato sul mensile <em>All Story</em>, precisamente nel numero speciale di ottobre del 1912. Due anni dopo il re della giungla diventa un fortunatissimo romanzo (ne seguiranno altri 27, tutti dello stesso Burroughs), nel ’18 il regista Scott Sidney lo trasforma in un film (ed è l’inizio di una lunghissima serie, più di quaranta pellicole) e nel ’29, infine, nasce il primo fumetto – come <em>daily strip</em> – che arriva in Italia nel ’34, grazie alla Mondadori, in un clima da mal d’Africa di moda in quegli anni&#8230; Nel dopoguerra, Tarzan diviene via via serie tv, cartone animato e, come sappiamo, gadget. Non possiamo, inoltre, obliare le interminabili variazioni sul tema (almeno quelle più riuscite come Jim della giungla), gli innumerevoli personaggi dei fumetti che seppero vivere di vita propria come il nostro Zagor… Insomma, ci sarebbe anche qui da farne una storia, lunga e dettagliata, che avrebbe molto a che vedere con usi, costumi e strategie commerciali dell’Occidente.</p>
<p style="text-align: justify;">Adesso, però, proprio per il bisogno di raccontarle quasi tutte, queste storie, a Parigi è stata organizzata una mostra dal titolo semplicissimo ma che, di per sé, vale un saggio per intero: “Tarzan!”. Una mostra curata dall’antropologo Roger Boulay per il museo della arti “primitive” del quai Branly (un museo voluto a suo tempo da Chirac), che da martedì 16 giugno sino al 27 settembre esporrà parecchio di quel po’ po’ di roba – oggetti, libri, fumetti, tavole… – che ha molto a che fare con l’universo tarzaniano, dagli inizi del ’900 fino a oggi. Diverse le sezioni dell’esposizione, 650 metri quadrati disponibili che, tuttavia, non basteranno, ha dichiarato Boulay, perché sarebbero davvero tanti gli arnesi, vecchi e nuovi, che andrebbero apparentati al signore della giungla. Per non tacere, ancora, dei cosiddetti tarzanidi cioè degli imitatori più o meno fedeli all’originale (maschi ma anche femmine). Fra questi, anche se può fare genere a sé, c’è da ricordare un Totò in grande forma nella pellicola parodistica di Mario Mattoli, <em>Tototarzan</em> (1951), con Tino Buazzelli nel ruolo del “cattivo”. La recitazione di Totò è da cineteca, bicipiti e torace, diciamolo pure, un po’ meno… Del resto, negli anni precedenti, a interpretare il Tarzan hollywoodiano era stato nientemeno che un ex campione olimpico, (e mica uno qualsiasi ma) uno dei più grandi nuotatori di tutti i tempi: Johnny Weissmuller. Letture comiche a parte, volto e fisico di Tarzan, nel grande schermo appartengono a lui: al più grande di tutti, giustamente protagonista della mostra di Parigi.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/greystoke-la-leggenda-di-tarzan-il-signore-delle-scimmie/6314" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-3427" style="margin: 10px;" title="greystoke" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/greystoke.jpg" alt="greystoke" width="200" height="284" /></a>Di Weissmuller, sesto Tarzan della storia (a cominciare da quello – muto – di Elmo Lincoln, cui, peraltro, vorrà somigliare uno degli ultimi Tarzan, Christopher Lambert nell’84), si conosce parecchio, ma forse non una circostanza, che rende, certo, ancor più vasta la eco delle gesta del selvaggio (eroe africano, ma partorito dalla penna di un cittadino di Chicago, peraltro, molto inquieto): il cinque volte medaglia d’oro alle olimpiadi di Parigi (1924) e Amsterdam (1928), era nato cittadino europeo, per la precisione dell’Impero austroungarico (si chiamava: Janos Weissmüller). Nel 1905 la sua famiglia era emigrata in America quando Janos aveva solo un anno di vita. Ritiratosi presto dall’attività agonistica – imbattuto come il pugile Rocky Marciano – Big John avrebbe preso a recitare dal ’29 al ’55; e per ben 12 volte (per la precisione: dal ’32 fino al ’48), avrebbe indossato il costume di Tarzan, l’uomo scimmia.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/lorigine-delluomo-scimmia-tarzan/6309" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-3428" style="margin: 10px;" title="tarzan-kubert" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/tarzan-kubert.jpg" alt="tarzan-kubert" width="200" height="266" /></a>Se Weissmuller è il Tarzan cinematografico per eccellenza, Burne Hogarth (altro protagonista al museo delle arti “primitive”), è la firma più nota del Tarzan su carta, quello cioè dei fumetti, che ha visto, tuttavia, alternarsi nomi prestigiosi, da Harold Foster a Russ Manning l’autore degli anni ’60-70, fino a John Buscema che ha anche lavorato per Conan il barbaro, il guerriero nato negli anni Trenta dalla penna del grande Robert E. Howard. Hal Foster fu il primo autore del fumetto di Tarzan – un Lord Greystoke ancora senza le familiari nuvolette ma con affascinanti didascalie – e fu il primo a realizzare una pagina domenicale dedicata al re delle scimmie (sul <em>Sunday pages</em>). A Foster, considerato un vero e proprio maestro, si deve anche la realizzazione del personaggio del Principe Valiant, noto per essere una sorta di alter ego di re Artù. Ancora un mito dietro un altro mito, dunque. Spetta a Burne Hogarth raccogliere il testimone di Foster. Sarà lui il vero e proprio successore, malgrado il non perfetto ordine di tempo.</p>
<p style="text-align: justify;">Di Chicago come lo stesso Burroughs, Hogarth non fu solo un creatore di fumetti ma anche un gran personaggio e un teorico dell’arte di fama internazionale (i suoi lavori saranno esposti perfino al museo del Louvre). Grazie ad un tratto che ama riprendere il meglio delle tavole di Foster, le tre caratteristiche ideali di Tarzan: possanza fisica, eleganza ed agilità ai limiti del “vero”, sembrano fondersi in un’unica figura gigante (quella di Tarzan, appunto), cesellata – domenica dopo domenica e attraverso la seconda guerra mondiale – fino al 1945 a poi ancora dal ’47 al 1950. Bello, fiero e indomito, quello di Hogarh è il vero Tarzan, moderno, il supereroe che tutti avremmo sognato, almeno in gioventù. Hogarth morì 85enne ad Angouleme, quel comune francese che ospiterà la mostra sul re della giungla dopo la prima tappa parigina. In fondo, è giusto così: che l’universo immaginario di Tarzan, cioè, non abbia mai una vera fine…</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>* * *</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Tratto dal <em>Secolo d&#8217;Italia</em> di giovedì 11 giugno 2009.</p>
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