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	<title>Centro Studi La Runa &#187; Centro Studi La Runa online</title>
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	<description>Archivio di storia, tradizione, letteratura, filosofia</description>
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		<title>Il vampirismo alla luce delle teorie di Jacques Vallée</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Jan 2012 16:17:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Pellegrino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un tentativo di spiegazione di un clamoroso episodio di vampirismo avvenuto in Transilvania nel 1816 secondo le teorie di Jacques Vallée.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/il-vampirismo-alla-luce-delle-teorie-di-jacques-vallee.html' addthis:title='Il vampirismo alla luce delle teorie di Jacques Vallée '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/centrostudilaruna48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Centro Studi La Runa online" /><br/><p style="text-align: justify;">In questo articolo cercheremo di dare una spiegazione a un clamoroso e inspiegabile caso di vampirismo avvenuto in Transilvania nel 1816 utilizzando alcune teorie dell’ufologo franco-americano Jacques Vallée, ovvero l’esistenza della dimensione di Magonia, la capacità degli abitanti di Magonia di manipolare gli esseri umani, la teoria dell’”effetto termostato” e le modalità con le quali gli abitanti dell’universo parallelo di Magonia metterebbero in atto tale “effetto termostato”. Ci serviremo del seguente schema concettuale: in primo luogo esporremo in maniera dettagliata tale caso di vampirismo; in secondo luogo esporremo in maniera sintetica le teorie di Jacques Vallée, che utilizzeremo per spiegare il caso, e infine tenteremo di dimostrare che servendoci di queste teorie di Vallée è possibile dare una spiegazione sia a questo caso particolare sia alla convinzione dell’esistenza dei vampiri, convinzione che durò per molto tempo tra le popolazioni di molte nazioni europee. Per prima cosa esporremo un caso clamoroso di vampirismo avvenuto in Romania e più precisamente in Transilvania.</p>
<p style="text-align: justify;">Abbiamo scelto questo caso di vampirismo poiché ci sembra che difficilmente possa essere considerato solo una leggenda oppure solamente frutto della fantasia di qualche persona in vena di scherzi o soggetta ad allucinazioni.<br />
Tale apparizione di un vampiro è avvenuta nel 1816 in Romania e precisamente in un villaggio situato nei pressi di Cluj. Ciò che caratterizza questa storia di vampirismo è il fatto che dell’apparizione e delle vicende riguardanti il vampiro esiste addirittura un resoconto scritto redatto da un nobile che risiedeva in un castello situato nei pressi di Cluj. Tale resoconto è particolarmente attendibile perché è stato redatto circa un mese dopo la fine degli eventi, per cui si può escludere che si tratti di una leggenda nata dall’alterazione di fatti storici avvenuti molto tempo prima. Il documento è stato ritrovato per puro caso nella biblioteca del nobile, nascosto nelle pagine di un libro. Come vedremo, questa storia è molto diversa dalla maggior parte delle altre giacché cominciò in un’osteria di tale villaggio nei pressi di Cluj e si svolse davanti a molti testimoni.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/il-vampiro/10208" target="_blank"><img class="alignright size-medium wp-image-9293" style="margin: 10px;" title="il-vampiro" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/il-vampiro-182x300.jpg" alt="" width="182" height="300" /></a>Era da alcune ore scesa la sera e come accadeva sempre nell’osteria del villaggio si era recato un buon numero di persone. Sembrava una serata come tutte le altre e gli avventori del locale erano intenti a svolgere le loro solite attività quando all’improvviso entrò quello che sembrò a tutti un personaggio molto sinistro, tanto è vero che immediatamente gli avventori smisero le loro attività e concentrarono l&#8217;attenzione sul misterioso personaggio. (uno degli avventori faceva parte della servitù del nobile). Scese un silenzio assoluto nell’osteria e tale silenzio si tramutò in vero e proprio terrore collettivo quando il sinistro personaggio disse di essere un vampiro e per dimostrare che non stava scherzando mostrò i suoi canini aguzzi avvicinandosi a vari avventori con la bocca aperta. Ma il peggio doveva ancora arrivare per uno degli avventori, che seduto a un tavolo stava bevendo insieme ad amici un bicchiere di vino. Il vampiro gli si avvicinò ma anziché limitarsi a mostrargli i denti lo morse sul collo. La ferita non era molto profonda e non destava preoccupazione. Tuttavia il vampiro gli disse che sarebbe morto entro pochi giorni e dopo aver pronunciato questa minaccia uscì lentamente dall’osteria dove secondo il resoconto scritto del nobile si era trattenuto per circa un quarto d’ora. Appena uscito il vampiro tutti si resero conto che non era stata un’allucinazione collettiva perché il povero avventore che era stato morso presentava sul collo le due ferite causate dal terrificante essere. Il nobile scrive nel suo resoconto che la persona che era stata morsa dal vampiro morì una settimana dopo in maniera misteriosa ed inquietante. Gli abitanti del villaggio decisero di bruciare il corpo dell&#8217;uomo ucciso dal vampiro al fine di evitare che diventasse anche lui un vampiro. Qui finisce la prima parte della storia: ma dobbiamo ora spiegare perché il nobile decise di mettere per iscritto tale episodio.</p>
<p style="text-align: justify;">Come abbiamo detto in precedenza uno degli avventori dell’osteria faceva parte della servitù del nobile e in quanto tale viveva al castello. Non appena tornò al castello raccontò questa storia incredibile al suo padrone, che la considerò priva di fondamento e si arrabbiò col servo, accusandolo di essersi ubriacato o di volerlo prendere in giro. Il servo raccontò al padrone che molte altre persone avevano visto il vampiro e che uno di essi portava addirittura sul collo i segni dell’incontro con il vampiro. Il giorno dopo il nobile mandò a chiamare alcuni degli avventori dell’osteria e rimase colpito dal fatto che tutti confermarono la versione data dal suo servo, ed egli stesso poté notare i segni dei denti del vampiro. A questo punto il nobile cominciò a credere alla storia di vampirismo e ordinò alla persona che era stata morsa dal vampiro di restare al castello. Nel suo dettagliato resoconto il nobile riferiva che tale persona, senza nessun motivo spiegabile razionalmente, si indebolì giorno dopo giorno, tanto che il giorno prima di morire non riusciva nemmeno ad alzarsi per pochi istanti dal letto. Oltretutto il nobile aveva ordinato a due suoi soldati di restare a guardia della porta che conduceva alla stanza dell&#8217;infermo per evitare che l’essere mostruoso potesse venirne nuovamente a contatto.</p>
<p style="text-align: justify;">La notte in cui l’uomo vampirizzato morì, quindi, davanti alla porta della sua stanza c’erano i soldati che impedivano a chiunque di entrare; nella stanza vi era un’ampia finestra in parte aperta e non sorvegliata, poiché la stanza si trovava nella parte alta del castello e quindi nessuno sarebbe potuto entrare. All’improvviso i soldati udirono deboli grida emesse dall’uomo che stava per morire: l’uomo pronunciò solo questa frase: “Il vampiro è venuto a prendermi”. Subito dopo aver sentito queste parole i soldati entrarono nella stanza e trovarono l’uomo in agonia, tanto che morì pochi minuti dopo senza riuscire a rispondere alle domande delle guardie, che non poterono fare altro che riferire al nobile della morte inquietante dell’uomo. Il nobile trovò la finestra della stanza completamente aperta e chiese ai soldati perché fosse spalancata nonostante egli avesse dato l’ordine di tenerla accostata. I soldati negarono di averla aperta, e anche il servo che assisteva il moribondo confermò che quando egli era entrato nella stanza qualche ora prima la finestra era solo parzialmente aperta.</p>
<p style="text-align: justify;">Il nobile insieme agli abitanti del villaggio decisero di bruciare il cadavere per evitare che diventasse un vampiro dopo la morte. Dopo circa un mese, durante il quale non vi furono altre apparizioni del vampiro né morti sospette, il nobile mise per iscritto la storia. Com’era apparso dal nulla così il vampiro scomparve definitivamente nel nulla, quasi fosse venuto da un’altra dimensione (la dimensione di Magonia).</p>
<p style="text-align: justify;">Il nobile decise di indagare su eventuali casi di vampirismo avvenuti nel passato a Cluj e nei paesi situati nelle vicinanze. Le ricerche si rivelarono infruttuose, tuttavia il nobile mise in evidenza nel suo resoconto scritto che circa una quarantina di anni prima del 1816 (anno nel quale avvenne il caso di vampirismo in discorso) nella città di Cluj era avvenuto un fatto misterioso che non poteva essere spiegato razionalmente, sebbene non fosse facile stabilire se si trattasse di un caso di vampirismo o dell’apparizione di un fantasma. Il nobile chiude il suo resoconto raccontando dettagliatamente anche questo fatto misterioso, che esporremo qui molto sinteticamente limitandoci però ad applicare le teorie di Vallée solo al caso del 1816.</p>
<p style="text-align: justify;">Il nobile scrive riferisce il racconto di tre anziani abitanti di Cluj secondo cui circa 35-40 anni prima mentre stavano ritornando alle loro case a notte inoltrata avevano incontrato sulla strada un essere misterioso apparso dal nulla: la creatura della notte andò loro incontro e disse di essere un vampiro venuto a Cluj per far saper che entro poco tempo si sarebbero verificati nella città fatti spaventosi in quanto su tale città esisteva una maledizione lanciata dal vampiro stesso alcuni anni prima. Dopo qualche mese una giovane donna che viveva da sola in una casa alla periferia di Cluj si mise a letto e nel giro di una settimana perse completamente le sue energie come se qualcuno le succhiasse l’energia vitale giorno dopo giorno, tanto che un paio di giorni prima della sua morte sostenne che un vampiro era entrato più volte nella sua casa mordendola sul collo. A quel tempo le persone che la conoscevano non le credettero perché sul collo della donna non furono trovati segni di sorta. Come abbiamo messo in evidenza nel libro <em>I miti della società contemporanea</em> nell’epoca d’oro del vampirismo esisteva la convinzione che i vampiri lasciassero sempre i segni dei loro denti sul collo delle vittime, per cui non deve sorprendere che la donna venne considerata pazza dagli abitanti di Cluj.</p>
<p style="text-align: justify;">Tuttavia una settimana dopo la morte della donna un uomo raccontò che una notte il fantasma della donna era entrato nella sua stanza ed aveva avuto rapporti sessuali con lui annunciandogli che tali rapporti gli sarebbero costati la vita entro un mese poiché sulla donna esisteva la maledizione (contagiosa) di un vampiro. Una settimana dopo tale misterioso evento un altro uomo che abitava a Cluj sostenne che il fantasma di tale donna era apparso nella sua stanza da letto durante la notte e gli aveva proposto di avere rapporti sessuali con lei. L’uomo accettò la proposta della donna pur sapendo che ella era già apparsa una settimana prima all’altro abitante di Cluj. Prima di sparire la donna ripeté anche a questo secondo uomo che i rapporti sessuali che aveva avuto con lei gli sarebbero costati la vita entro un mese poiché ella gli aveva trasmesso la stessa maledizione del vampiro che l’aveva condotta alla morte.</p>
<p style="text-align: justify;">Effettivamente dopo circa un mese i due uomini a distanza di pochi giorni l’uno dall’altro furono costretti a mettersi a letto e divennero sempre più deboli come se un essere soprannaturale (vampiro o fantasma che fosse) avesse succhiato loro l’energia vitale. In pochi giorni morirono, ma anche in questo caso sul loro collo non furono trovati i segni che avrebbero dovuto lasciare i denti del vampiro o della vampira; entrambi gli uomini però riferirono nel corso della loro breve e misteriosa malattia che in più di un’occasione durante la notte erano apparsi loro contemporaneamente il vampiro e la donna morta e avevano ricordato la maledizione che li avrebbe uccisi. Così termina il resoconto scritto del nobile.</p>
<p style="text-align: justify;">A nostro avviso questo caso situato a metà strada tra le storie dei vampiri e le storie dei fantasmi sembrerebbe dare ragione a John Keel. Come abbiamo già scritto nell&#8217;articolo <em>Alcune riflessioni sulla teoria del superspettro di John Keel</em> l’ufologo americano sostiene che tutti i fatti misteriosi, anche quelli che sembrano non aver nessun legame fra loro, sono creati dall’energia di un’entità che Keel definisce “Superspettro”, perché situata in una zona dello spettro elettromagnetico non percepibile dagli organi di senso degli esseri umani.</p>
<p style="text-align: justify;">Invece il caso di vampirismo avvenuto nel 1816 si potrebbe spiegare utilizzando alcune teorie di Jacques Vallée che ora esporremo in maniera sintetica per poi applicarle a tale caso di vampirismo e più in generale alla credenza dell’esistenza dei vampiri.</p>
<p style="text-align: justify;">La prima teoria di Jacques Vallée che prenderemo in considerazione è quella circa l’esistenza di un universo parallelo al nostro, definito da Vallée “La dimensione di Magonia” ( nel folklore medievale Magonia era il mondo abitato da fate, gnomi, elfi e folletti i quali in determinate circostanze favorevoli potevano entrare nel nostro mondo ed in alcuni casi potevano anche rapire gli esseri umani per portarli nel mondo di Magonia). Secondo l’ufologo franco-americano gli abitanti della dimensione di Magonia (un universo parallelo al nostro) sarebbero in grado di interferire con le vicende del genere umano in vari modi: tali interferenze sarebbero finalizzate a manipolare la visione del mondo ed il comportamento degli esseri umani allo scopo di condizionare le loro credenze e i loro comportamenti senza che essi si rendano conto di subire sin dalla notte dei tempi l’influenza degli abitanti di Magonia. Come abbiamo scritto nell&#8217;articolo <em>Ipotesi sull’origine degli UFO</em> Vallée insieme a Keel deve essere considerato il fondatore della “New ufology”, che si basa sul presupposto che dietro la fenomenologia ufologica non si nascondano gli extraterrestri ma entità parafisiche provenienti da un universo parallelo, i quali fingerebbero di essere degli alieni per manipolare le credenze degli esseri umani (ipotesi parafisica dell’origine degli UFO).</p>
<p style="text-align: justify;">Vallée è convinto che gli abitanti della dimensione di Magonia interferiscano con le vicende degli esseri umani fin dagli inizi della storia assumendo di volta in volta le sembianze di esseri quali fate, gnomi, elfi, folletti, creature soprannaturali di vario tipo, alieni. Secondo l’ufologo franco-americano nel corso della storia del genere umano gli abitanti di Magonia si sono mascherati in maniera molto diversa dimostrando così di avere capacità camaleontiche e scegliendo sempre il travestimento più credibile nelle varie epoche storiche. Per fare due esempi molto significativi nel corso dell’età medievale essi avrebbero assunto la forma di fate, gnomi ed elfi perché in quel determinato periodo storico quasi tutti credevano nell’esistenza del “piccolo popolo” mentre oggi gli stessi abitanti di Magonia avrebbero scelto di travestirsi da alieni (dando così origine al fenomeno UFO) perché oggi noi ci troviamo nell’era spaziale nella quale moltissime persone credono nell’esistenza degli alieni.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/i-credenti-degli-ufo/9293" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-9291" style="margin: 10px;" title="i-credenti-degli-ufo" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/i-credenti-degli-ufo.jpg" alt="" width="168" height="240" /></a>Come abbiamo scritto nei libri <a title="I credenti degli UFO" href="http://www.libriefilm.com/i-credenti-degli-ufo/9293" target="_blank"><em>I credenti degli UFO</em></a> e <em>Riflessioni sociologiche sul mistero degli UFO</em> Vallée e Keel sono gli autori dei libri che hanno dato il via all’esplosione e alla diffusione, prima negli Stati Uniti e poi in molte altre nazioni della “Nuova ufologia” (John Keel è l’autore di <em>UFO operazione cavallo di Troia</em> mentre Jacques Vallée è autore di <em>Passaporto per Magonia</em>: tali libri devono essere considerati i testi base della nuova ufologia che nacque nel 1969 negli Stati Uniti).</p>
<p style="text-align: justify;">Jacques Vallée è convinto che gli abitanti di Magonia assumano sembianze diverse nel corso dei secoli al fine di creare nel mondo degli esseri umani delle credenze, un clima socio-culturale (<em>Stimmung</em>), politico, religioso funzionale ai loro interessi e al loro scopo principale ovvero creare una visione del mondo (<em>Weltanschauung</em>) che permetta loro di manipolare le credenze e il comportamento degli esseri umani. Come abbiamo scritto nel libro <em>Una lettura sociologica della realtà contemporanea</em> gli esseri umani agiscono tenendo conto non tanto della realtà dei fatti ma della interpretazione che essi danno dei fatti, interpretazione che spesso non coincide con la realtà effettiva ma anzi tende a deformarla. Sempre in tale libro abbiamo sostenuto che in tutte le epoche storiche, compresa la nostra, quello che condiziona il comportamento degli uomini non sono tanto gli eventi storici e sociali ma la percezione collettiva di tali eventi. In sintesi, per manipolare gli esseri umani non è necessario modificare gli eventi storici ma è sufficiente modificare la percezione collettiva degli stessi.</p>
<p style="text-align: justify;">Una delle leggi fondamentali della sociologia è la legge definita del “<em>Come se</em>” (tale legge afferma che non importa che un evento sia reale per condizionare il comportamento degli esseri umani ma è sufficiente che gli esseri umani credano lo credano tale per condizionare il comportamento collettivo). Nei nostri libri intitolati <em>I credenti degli UFO</em> e <em>Riflessioni sociologiche sul mistero degli UFO</em> abbiamo evidenziato che la teoria parafisica dell’origine degli UFO fondata da John Keel e Jacques Vallée ha un senso solamente se si parte dal presupposto che le entità parafisiche tengano conto ed utilizzino proprio la legge sociologica del “<em>Come se</em>” per manipolare il comportamento degli esseri umani, dal momento che tale legge sociologica è valida non solo nel mondo contemporaneo ma in tutte le epoche storiche a partire da quelle più antiche.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/il-new-age-le-principali-dottrine-e-le-differenze-con-la-religione-cattolica/6043" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-9292" style="margin: 10px;" title="il-new-age" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/il-new-age.jpg" alt="" width="200" height="265" /></a>Tornando alle teorie di Jacques Vallée, riveste grandissima importanza la teoria dell’“effetto termostato” elaborata dall’ufologo franco-americano. Gli abitanti di Magonia creerebbero in tutte le epoche un clima socio-culturale favorevole al raggiungimento dei loro scopi e farebbero di tutto per mantenere inalterato tale clima. Di conseguenza il loro comportamento sarebbe paragonabile all’azione di un termostato, che una volta raggiunta in una casa la temperatura desiderata dal padrone fa sì che essa non subisca alcuna variazione, non diventando troppo fredda o troppo calda. Secondo Jacques Vallée gli abitanti di Magonia utilizzerebbero tre strategie per creare e mantenere costante il clima socio-culturale, dando così luogo all’“effetto termostato”: spaventare gli esseri umani assumendo le sembianze di creature e terrificanti e creando situazioni spaventose (ad esempio casi di vampirismo e licantropismo), dare luogo a situazioni ed eventi attraenti e piacevoli creando creature attraenti ed affascinanti (ad esempio le fate) e assumere comportamenti che creano confusione negli umani (ad esempio comportamenti contraddittori o privi di senso).</p>
<p style="text-align: justify;">Prenderemo spunto dalle teorie di Vallée per rispondere ai seguenti due interrogativi: come mai per lungo tempo in numerose nazioni europee e anche non europee moltissimi individui hanno creduto all’esistenza dei vampiri a tal punto da vivere nel terrore ogni volta che tramontava il sole? Come mai nella società contemporanea nessuno crede più all’esistenza dei vampiri?</p>
<p style="text-align: justify;">Riguardo alla prima domanda, accettando le teorie di Vallée si potrebbe rispondere che il fatto che tante persone in passato abbiano creduto al vampirismo sia dovuto al fatto che gli abitanti di Magonia volevano che gli esseri umani credessero all’esistenza dei vampiri perché tale credenza era funzionale al raggiungimento del loro scopo, ovvero condizionarne il comportamento manipolando la loro <em>Weltanschauung</em> (visione del mondo), la <em>Stimmung</em> e la <em>Bildung</em> dominanti nelle varie epoche storiche.</p>
<p style="text-align: justify;">Per rispondere invece alla seconda domanda si potrebbe dire che gli uomini hanno smesso di credere all’esistenza dei vampiri perché gli abitanti dell’universo parallelo di Magonia sarebbero giunti alla conclusione che ciò non fosse più compatibile con il raggiungimento dei loro scopi. A questo punto tuttavia bisogna chiedersi in che modo, secondo Vallée, gli abitanti di Magonia avrebbero in un primo momento fatto sì che gli uomini credessero all’esistenza dei vampiri e in un secondo momento avrebbero convinto gli uomini che i vampiri non esistano.</p>
<p style="text-align: justify;">Per Vallée gli abitanti di Magonia convinsero gli uomini dell’esistenza dei vampiri assumendo le sembianze di vampiri e penetrando nel nostro universo attraverso le finestre che mettevano in contatto due dimensioni parallele, la nostra e la loro; nel nostro universo, poi, essi aggredivano gli esseri umani. Quando gli abitanti di Magonia decisero che gli uomini non dovevano più credere ai vampiri smisero di assumerne le sembianze, e col passare del tempo nessuno credette più ai vampiri. Noi riteniamo plausibile questa spiegazione data da Vallée, però non ci sentiamo di escludere la possibilità, non considerata da Vallée, che gli abitanti di Magonia possano aver creato i vampiri utilizzando una forma di energia in loro possesso.</p>
<p style="text-align: justify;">Per quanto riguarda il caso di vampirismo avvenuto nel 1816 in Romania, siamo stati colpiti da due elementi del resoconto redatto dal nobile. Il vampiro entrato nell’osteria sembrava interessato a dimostrare agli avventori che egli era un vampiro. Perché tanta teatralità? Se ipotizziamo che tale vampiro fosse un abitante di Magonia o un essere creato dall’energia degli abitanti di Magonia è facile rispondere: il vampiro avrebbe agito così perché in quel periodo storico gli abitanti di Magonia volevano convincere gli esseri umani dell&#8217;esistenza dei vampiri. In secondo luogo questo caso di vampirismo non può essere spiegato sostenendo che il vampiro non era reale ma un&#8217;allucinazione degli avventori. Contro l’ipotesi dell’allucinazione è possibile citare almeno tre argomentazioni contrarie: in primo luogo il vampiro è stato visto da numerosi avventori; in secondo luogo i segni del morso del vampiro presenti sul collo dell’uomo attaccato furono visti da tutti i presenti e anche dal nobile autore del resoconto; in terzo luogo se si fosse trattato di un’allucinazione l’uomo attaccato dal vampiro non sarebbe morto in maniera misteriosa in poco tempo, proprio come gli aveva predetto il vampiro.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Riferimenti bibliografici</strong><br />
G. Pellegrino, <em>I miti della società contemporanea</em>, New Grafic Service, Salerno, 2004<br />
G. Pellegrino, <em>Alcune riflessioni sulla teoria del superspettro di John Keel</em>, nexusedizioni.it<br />
G. Pellegrino, <em>Ipotesi sull’origine degli UFO</em>, centrostudilaruna.it<br />
G. Pellegrino, <em>Una lettura sociologica della realtà contemporanea</em>, New Grafic Service, Salerno, 2003<br />
G. Pellegrino, <a title="I credenti degli UFO" href="http://www.libriefilm.com/i-credenti-degli-ufo/9293" target="_blank"><em>I credenti degli UFO</em></a>, Edisud, Salerno, 2002<br />
G. Pellegrino, <em>Riflessioni sociologiche sul mistero degli UFO</em>, Progetto Immagine, Torino, 2007</p>
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		<title>Ludwig Leichhardt, ultimo esploratore romantico nei deserti proibiti dell&#8217;Australia</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Jan 2012 16:52:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Lamendola</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Leichhardt è uno di quei personaggi che continuando a eludere il nostro compulsivo bisogno di sapere, di svelare, di chiarire una volta per tutte: in questo consiste il suo fascino, che la distanza di tempo non attenua.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/ludwig-leichhardt.html' addthis:title='Ludwig Leichhardt, ultimo esploratore romantico nei deserti proibiti dell&#8217;Australia '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/centrostudilaruna48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Centro Studi La Runa online" /><br/><blockquote>
<p style="text-align: justify;"><em>LEICHHARDT Ludwig</em>. <em>Esploratore tedesco, nato a Trebitsch nel 1813, morto nel 1848 nel deserto australiano, all&#8217;interno del Queensland. Al principio del 1848 partì con l&#8217;idea di riconoscere il corso del fiume Swan, in compagnia di cinque bianchi e due indigeni. Il 3 aprile giunse l&#8217;ultima lettera scritta dal fortino di Macperson, sul fiume Coogan, poi più nulla si seppe dell&#8217;esploratore. Una spedizione di soccorso organizzata nel 1851 non dette alcun risultato. Nel 1856 una seconda spedizione guidata da Gregory riuscì a scoprire avanzi di un accampamento presso lo sbocco dell&#8217;Elsey Greel nel Victoria e una terza spedizione guidata da Forrest nel 1869 trovò altre tracce. Nel 1890 l&#8217;inglese Carnegie condusse una quarta spedizione e riportò prove inconfutabili per asserire che l&#8217;esploratore e i suoi compagni erano stati uccisi dagli indigeni dell&#8217;interno. Bibl.: C. D. Cotton, </em>Ludwig Leichhardt and the Great South land<em>, Sydney, 1938.</em><br />
<em>(Da: Silvio Zavatti, </em>Dizionario degli esploratori e delle scoperte geografiche<em>, Milano, Feltrinelli, 1967, pp. 170-171).</em></p>
</blockquote>
<div class="mceTemp" style="text-align: justify;">
<dl id="attachment_9112" class="wp-caption alignright" style="width: 209px;">
<dt class="wp-caption-dt"><img class="size-full wp-image-9112" title="Ludwig Leichhardt." src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/leichhardt.jpg" alt="Ludwig Leichhardt." width="199" height="300" /></dt>
<dd class="wp-caption-dd">Ludwig Leichhardt.</dd>
</dl>
</div>
<p style="text-align: justify;">Era un tipo strano, Ludwig Leichhardt.</p>
<p style="text-align: justify;">Renitente alla leva e disertore dell&#8217;esercito più severo del mondo, verrà perdonato dal governo di Berlino dopo che il suo nome, improvvisamente, era divenuto celebre nell&#8217;altro emisfero della Terra.</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure non aveva l&#8217;aria dell&#8217;esploratore; e, soprattutto, non ne aveva la mentalità e la preparazione; almeno secondo gli standard comunemente accettati. La sua &#8220;tecnica&#8221;, si fa per dire, consisteva nel buttarsi all&#8217;avventura, improvvisando e affidandosi soprattutto alle risorse di un coraggio temerario, quasi suicida. Giudicato con il metro dei moderni esploratori &#8220;scientifici&#8221;, ci appare una via di mezzo tra un <em>desperado</em> tranquillo e un <em>kamikaze</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure, strano a dirsi, alla fine i suoi metodi funzionavano: e buona parte della carta geografica dell&#8217;Australia nord- orientale, da Sidney al Golfo di Carpentaria, è stata disegnata per merito dei suoi viaggi stralunati.</p>
<p style="text-align: justify;">Non pareva avere neanche il fisico dell&#8217;esploratore: con il corpo sottile e il volto da fanciulla, era esattamente l&#8217;opposto del rude avventuriero degli spazi inviolati, barbuto e muscoloso. E invece, a dispetto della sua aria mite e un po&#8217; allucinata, possedeva una resistenza fisica e psicologica incredibile: sopportava il caldo e la fame, la stanchezza e la tensione nervosa con uno stoicismo che ha del sovrumano. I suoi occhi, incredibilmente azzurri, sembravano vagare in una dimensione altra, tanto più che era afflitto da una fortissima miopia. L&#8217;orizzonte, per lui, era il grande mistero da svelare: e questo era tutto.</p>
<p style="text-align: justify;">Della gloria e della fama gli importava poco, e ancor meno si interessava dei vantaggi economici che le sue scoperte avrebbero recato ad altri &#8211; a cominciare dagli allevatori di bestiame e dai commercianti di Sidney, desiderosi di trovare una comunicazione diretta, via terra, con l&#8217;Asia sudorientale. Non l&#8217;avrebbero trovata: ma i pascoli scoperti da Leichhardt, bene irrigati dall&#8217;acqua di numerosi fiumi, si sarebbero dimostrati, nel corso del tempo, il vero oro dell&#8217;Australia: un giacimento assai più redditizio di qualunque commercio.</p>
<div id="attachment_9219" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://www.centrostudilaruna.it/ludwig-leichhardt.html/mappa-prima-spedizione-leichhardt/" rel="attachment wp-att-9219"><img class="size-medium wp-image-9219" title="Mappa della prima spedizione australiana di Leichhardt." src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/mappa-prima-spedizione-leichhardt-300x216.jpg" alt="Mappa della prima spedizione australiana di Leichhardt." width="300" height="216" /></a><p class="wp-caption-text">Mappa della prima spedizione australiana di Leichhardt.</p></div>
<p style="text-align: justify;">Leichhardt guidò la sua prima spedizione nell&#8217;interno del continente australiano nel 1844-45, giovane di trentadue anni; a trentacinque condusse la seconda e ultima, quella da cui non sarebbe più tornato. I tipi come lui non diventano mai vecchi.</p>
<p style="text-align: justify;">«Figura eccentrica che inalberava un cappello da <em>coolie</em> malese e una sciabola (aveva un sacro terrore per le armi da fuoco), Leichhardt era assolutamente inadatto per il comando di una simile spedizione. La maggior parte dei suoi due anni in Australia erano stati trascorsi a Sidney; il suo senso di orientamento e capacità di vita nella boscaglia erano minimi; era anche estremamente miope. Non fosse stato per le guide aborigene, Charley Fisher e Harry Brown, avrebbe difficilmente raggiunto il suo scopo. Di una qualità tuttavia non mancava: il coraggio». Così lo descrive Eric Newby ne <em>Il grande libro delle esplorazioni</em> (titolo originale: <em>The Mutchell</em><em> Beazley World Atlas of Exploration</em>, traduzione Riccardo M. degli Uberti, Milano, Vallardi, 1976, 1991, p.231).</p>
<p style="text-align: justify;">Era partito nell&#8217;ottobre del 1844 dalla baia di Morteon nei pressi di Brisbane, deciso ad aprire una pista fino alla lontanissima Port Essington, sulla costa settentrionale. Gli uomini della spedizione portavano ciascuno un vaso della capienza di circa nove litri, più un litro circa di razione individuale. Ciò significa che, per non morire di sete nella boscaglia, non avrebbero mai dovuto allontanarsi dal corso dei fiumi. E questo fu, infatti, il semplice ma geniale segreto del successo della prima spedizione: tenersi sempre nelle vicinanze dell&#8217;acqua.</p>
<p style="text-align: justify;">Il 7 ottobre, Leichhardt raggiunse il fiume Condamine, marciò a nord-ovest sino al fiume Dawson; quindi, dopo quattro mesi di marcia attraverso un aspro territorio montuoso, raggiunse il fiume Burdekin. Da quel punto, approfittando dell&#8217;alveo del fiume Lynd, nel giugno del 1845, dopo nove mesi di marcia massacrante, la piccola colonna giunse sulle rive del fiume Mitchell, che sfocia nel grande Golfo di Carpentaria; e fu lì che il naturalista John Gilbert cadde ucciso dagli aborigeni. Un incidente senza dubbio molto sfortunato, perché gli aborigeni, solitamente, non erano aggressivi e, anzi, in più di una occasione furono proprio loro a salvare gli esploratori bianchi che si addentravano, partendo da varie direzione, nel cuore del continente australiano.</p>
<p style="text-align: justify;">Da lì in avanti, Leichhardt non dovete fare altro che costeggiare, da sud, quell&#8217;amplissimo golfo, che sembra incidere a fondo il versante settentrionale dell&#8217;Australia, rivolto verso la grande isola della Nuova Guinea. Una regione equatoriale più ricca di vegetazione, mano a mano che si procede verso settentrione, e solcata da una serie di fiumi che sfociano nel golfo, i quali dovettero essere guadati l&#8217;uno dopo l&#8217;altro; ma che, intanto, fornivano agli uomini un regolare rifornimento della preziosissima acqua dolce.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/%c2%abterra-incognita%c2%bb-le-storie-le-imprese-i-protagonisti-delle-grandi-scoperte-geografiche/10131" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-9220" style="margin: 10px;" title="terra-incognita" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/terra-incognita1.jpg" alt="" width="200" height="280" /></a>Penetrata nella Terra di Arnhem, la spedizione giunse infine a Port Essington, la meta prefissata, da cui fece ritorno a Sidney via mare (cfr. Anton Mayer, <em>6.000 anni di esplorazioni e scoperte</em>, trad. italiana di R. Caddeo, Milano, Bompiani, p. 285). L&#8217;intero viaggio era durato esattamente diciotto mesi: un anno e mezzo. Anche se l&#8217;obiettivo primario della spedizione &#8211; stabilire un collegamento diretto e relativamente agevole fra Sidney e Port Essington &#8211; non si può dire che venne raggiunto, in compenso l&#8217;ardimentosa marcia del giovane tedesco aveva spalancato enormi possibilità di sfruttamento zootecnico del territorio. Nei suoi <em>Diari</em>, Leichhardt scrisse che quello da lui scoperto si presentava come «un paese eccellente, disponibile, pressoché in tutta la sua estensione, a scopi di pastorizia» (cit. in E. Newby, <em>Op. e loc. cit.</em>).</p>
<p style="text-align: justify;">La seconda spedizione, quella fatale, si mosse verso l&#8217;interno nell&#8217;aprile del 1848, dalla stazione di McPherson sulle Darling Downs. L&#8217;intenzione di Leichhardt era quella di seguire la pista già aperta dal maggiore inglese Thomas Mitchell sino al fiume Victoria; quindi puntare dritto a nord, fino al Golfo di Carpentaria; da lì, poi, si sarebbe spinto fino alla costa occidentale e, a sud, fino allo Swan River.</p>
<p style="text-align: justify;">Un progetto semplicemente pazzesco; tuttavia non erano pochi a scommettere che anche questa volta quello strano tedesco armato di sciabola e poco pratico nell&#8217;uso della bussola ce l&#8217;avrebbe fatta, lasciando a bocca aperta tutti quanti.</p>
<p style="text-align: justify;">In fondo, Leichhardt non doveva essere poi così matto come sembrava. Per gli Inglesi, e specialmente per i dirigenti della sezione di storia naturale del British Museum, a Londra, egli era niente di meno che un distinguished Scholar, ossia uno «scienziato di valore»: appellativo che quei professori non sono soliti concedere alla leggera. Se, come naturalista, godeva di un tale credito presso gli ambienti scientifici della madrepatria britannica, i rudi coloni australiani erano propensi a concedergliene anche loro, come esploratore. In fondo, uno che progetta di attraversare l&#8217;intero continente, da un capo all&#8217;altro, non può essere che una persona notevole: un pazzo, forse; ma un pazzo ammirevole e degno di tutto rispetto.</p>
<p style="text-align: justify;">Invece Leichhardt e i suoi compagni svanirono nel nulla: come se l&#8217;immenso continente li avesse risucchiati nel vuoto. Sulle rive del fiume Victoria (allora chiamato Barcoo) vennero, più tardi, ritrovate le tracce di due suoi accampamenti; ma null&#8217;altro. Si disse, in seguito, che l&#8217;intera spedizione era caduta sotto le lance e le mazze degli aborigeni, ma non ne esiste la certezza assoluta. Permane tuttora un&#8217;aura di mistero.</p>
<p style="text-align: justify;">Leichhardt, dunque, è finito così, come doveva finire; con il senno di poi, saremmo portati a dire: come era inevitabile che finisse. Altri esploratori sono scomparsi nel nulla, come l&#8217;italiano Guido Boggiani &#8211; ai primi del Novecento &#8211; nel Deserto del Chaco, nel cuore del Sud America (cfr. Francesco Lamendola, <a title="Ricordo di Guido Boggiani" href="http://www.centrostudilaruna.it/guido-boggiani.html"><em>Ricordo di Guido Boggiani, pittore-esploratore</em></a>). Leichhardt, però &#8211; in un certo senso &#8211; si può dire che sia stato l&#8217;ultimo esploratore romantico, e romantica è la sua fine misteriosa.</p>
<p style="text-align: justify;">Con quell&#8217;aria stranita e un po&#8217; incongrua, disarmata e volitiva al tempo stesso, deve aver esercitato un certo fascino sulle donne. Non è una congettura puramente gratuita; abbiamo alcuni elementi per sostenerla.</p>
<p style="text-align: justify;">Laura Trevelyan, la protagonista del romanzo <em>L&#8217;esploratore</em> (titolo originale: <em>Voss</em>, London, 1957; traduzione italiana di Piero Jahier, Torino, Einaudi, 1965), scritto da uno dei maggiori narratori australiani del Novecento, Patrick White, è una donna altera e inaccessibile, ma, davanti a quella versione germanica dell&#8217;eterno mito di <a title="Don Chisciotte della Mancha" href="http://www.libriefilm.com/don-chisciotte-della-mancha/6214" target="_blank"><em>Don Chisciotte</em></a>, s&#8217;infiamma di amore a prima vista. Lui è il tedesco Johann Ulrich Voss, colui che vuole attraversare l&#8217;Australia inesplorata da un capo all&#8217;altro: chiaramente, un personaggio ricalcato sulla figura storica di Ludwig Leichhardt. Se ne innamora perdutamente, disperatamente, proprio perché intuisce in lui la caratteristica fondamentale del disinteresse: l&#8217;esploratore venuto dalla lontana Prussia non è in cerca di fama o di ricchezze, ma solo ed esclusivamente di orizzonti incontaminati. Ed è un amore disperato, appunto perché Voss-Leichhardt non cerca nulla, non desidera nulla dai suoi simili, neanche da una donna bella e intelligente come Laura Trevelyan. A riempirgli la vita bastano i suoi sogni, i suoi miraggi, la sua tensione esistenziale verso una dimensione segreta dell&#8217;esistenza. In fondo, sono due solitudini che si sfiorano, si riconoscono, si allontanano reciprocamente, dopo essersi riscaldate, per un attimo, alla dolce fiamma di una profonda, segreta comprensione reciproca.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/storia-dellaustralia/7959" target="_blank"><img class="alignleft size-medium wp-image-9221" style="margin: 10px;" title="storia-dell-australia" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/storia-dell-australia-179x300.jpg" alt="" width="179" height="300" /></a>Poi, c&#8217;è la scrittrice tedesca Ruth Park &#8211; viaggiatrice e autrice di un buon libro sulla storia e la geografia dell&#8217;Australia, <em>Der Goldene Bumerang</em> &#8211; che, quando s&#8217;imbatte nella figura del suo enigmatico connazionale, abbandona il tono pratico e l&#8217;abituale stile giornalistico, lasciandoci intravedere una autentica infatuazione per quel giovane solitario che, come Alessandro Magno, ha lasciato il mondo degli uomini per spingersi più in là di chiunque altro. Leggendo le pagine che ella dedica alla figura e all&#8217;impresa, epica e tragica, di Leichhardt, è difficile sottrarsi all&#8217;impressione che abbia finito per innamorarsi anch&#8217;ella, almeno un poco, di quel bizzarro giovane che non cercava l&#8217;amore, né alcun altro tipo di riconoscimento, e che sembrava tenere in così poco conto la sua stessa vita &#8211; almeno a giudicare dalla <em>nonchalance</em> con cui la metteva a repentaglio, avventurandosi in imprese che, più che azzardate, avevano qualcosa di suicida.</p>
<p style="text-align: justify;">Le donne non resistono al fascino dell&#8217;uomo che non le cerca affatto. Scrive dunque Ruth Park nel suo libro <em>L&#8217;Australia</em> (titolo originale: <em>Der Goldene Bumerang</em>, Carl Schünemann Verlag., Brema; traduzione italiana di Ippolito Pizzetti, Milano, Grarzanti, 1960-1964, pp. 86-91), tratteggiando questo suggestivo e commovente ritratto dell&#8217;esploratore tedesco, uno degli esploratori maggiormente <em>sui generis</em> della storia:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">«Non era certo ghiotto di carne di manzo, era un buongustaio, aveva uno stomaco molto delicato, e solo in caso di necessità era capace, disprezzando la morte, di nutrirsi per interi mesi di volpi volanti la cui carne è così fetida, che è difficile farla mangiare ad un cane affamato. E non aveva nemmeno l&#8217;aspetto dell&#8217;eroe; era un ragazzo alto e sottile, con un volto da fanciulla, che durante le sue spedizioni portava in testa il cilindro. Mi sembra di vederlo, col suo gestire svolazzante, con gli occhi celesti come il cielo, con la sua splendente capigliatura castana e, da non scordarsi, con la sua cassettina da erborista a tracolla.</p>
<p style="text-align: justify;">E tuttavia era un eroe, una specie di Don Chisciotte. In testa gli frullavano le idee a centinaia, come farfalle. E lo straordinario è questo: molte di tali idee svolazzanti egli riuscì a tradurre in realtà pratiche, in imprese che, come s&#8217;addice a un eroe, compiva per gli altri. (…)</p>
<p style="text-align: justify;">Leichhardt era un esploratore e non gli interessava cosa avrebbero fatto i posteri delle terre da lui scoperte. È probabile che non si sia mai reso conto del dono che fece all&#8217;Australia: pascoli di una vastità mai sognata. In realtà non è stato Leichhardt lo scopritore di quelle terre, ma coloro che, più tardi, sono andati alla ricerca di lui. A dirla così, sembra una storia piuttosto complicata, e in realtà lo è davvero.</p>
<p style="text-align: justify;">Più di cent&#8217;anni fa [ossia nel 1848, nota nostra], sei bianchi e due esperte guide indigene, quarantanove buoi, un numero imprecisato di cavalli e di muli, un carico di materiale per la tosatura, una dozzina di barattoli per le raccolte botaniche, mille libre di farina, cinquanta libbre di zucchero, due cassette di tè e una certa quantità di gelatina. Di tutto ciò nulla è rimasto, e nessuno ne ha mai trovato traccia, o ne ha più udito parlare.</p>
<p style="text-align: justify;">Per quanto fantastica possa apparire la scomparsa di tutto il suo corpo di spedizione, una leggenda già di per se stessa, quest&#8217;uomo è realmente esistito una volta, non è improvvisamente balzato fuori dalle pagine di un libro di avventure, ma appartiene ad un mondo storico, ed è stato egli steso &#8211; a suo modo &#8211; un artefice di storia…</p>
<p style="text-align: justify;">Leichhardt giunse a Sydney nel 1841. In Prussia si era sottratto al servizio militare e si era visto costretto a fuggire come un &#8216;disertore&#8217;. Era un uomo di un coraggio che rasentava la temerarietà, e il suo modo di concepire una spedizione sconcertava gli esperti. Ma la fortuna lo assistete quasi fino all&#8217;ultimo. Non appena giunto nella Nuova Galles del Sud, cominciò immediatamente a raccogliere nelle foreste abitate dagli indigeni campioni di rocce ed altri oggetti di interesse scientifico. Li mandò quindi in Inghilterra al celebre naturalista Richard Owen, direttore del settore di storia naturale del British Museum. Così Leichhardt riuscì in poco tempo a farsi la fama di esploratore efficiente e pieno di iniziativa. E tale fama gli procurò appoggi ed equipaggiamento per la sua prima grande spedizione.</p>
<p style="text-align: justify;">A quei tempi la carta dell&#8217;Australia era ancora piena di spazi bianchi. Qui e là la costa era disegnata con precisione, ma il centro del continente era ancora completamente ignoto. Solo sul promontorio più settentrionale della Terra di Arnhem &#8211; a occidente del gigantesco golfo rettangolare di Carpentaria &#8211; sorgeva una base militare, che si chiamava Port Essington. Era una base piuttosto remota. La popolazione di Port Essington si componeva in gran parte di abitanti di Sidney, venuti dalle caserme e dalle prigioni della ancor turbolenta colonia. In un clima in cui ogni specie di cereali, canna da zucchero, riso, tamarindi, e piante tropicali prosperano magnificamente, gli uomini languivano malati, neri di scorbuto e arsi dalla febbre…</p>
<p style="text-align: justify;">Port Essington ha una porta d&#8217;accesso principale: il mare. Ma il viaggio via mare fino alla base più vicina durava mesi e mesi. Possibile che non ci si possa arrivare via terra? Leichhardt non esita un momento. Sa di essere in grado di trovare la strada, è sicuro che arriverà alla meta. Col suo frack e il suo cappello a cilindro, con la sua cassettina da erborista a tracolla, si mette in cammino.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo assiste una fortuna incredibile.. Nessun altro esploratore del continente australiano ha mai avuto una fortuna pari a quella di Leichhardt in questa occasione. Il suo piano è semplice: punta a nord e si mantiene costantemente a circa centocinquanta chilometri dalla costa. I tremendi cicloni lo risparmiano, nei letti sabbiosi e asciutti dei grandi fiumi nessuna piena improvvisa lo travolge.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.amazon.it/gp/product/0559477066/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=cestlaru-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=0559477066" rel="nofollow" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-9222" title="eight-months-with-leichhardt" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/eight-months-with-leichhardt.jpg" alt="" width="240" height="240" /></a>Sfiora le vaste lagune coperte di ninfee dove sono in agguato i coccodrilli. Vede volare gi ibis e raccoglie per i suoi mecenati europei piante con le figlie simili al cuoio. Segue il corso dei grandi fiumi che coprono questa regione dell&#8217;Australia come una rete argentea. Questa volta sono più pieni d&#8217;acqua del solito. Leichhardt non immagina che i letti sono spesso asciutti, che non sempre milioni di uccelli acquatici ne popolano le rive, che non sempre le piante fioriscono con una opulenza come mai gli è capitato di osservare in Europa. Furono le ottimistiche conclusioni a cui pervenne in seguito a questa spedizione che, più tardi, lo rovinarono…</p>
<p style="text-align: justify;">Spesso compaiono improvvisamente gli indigeni, ombre dipinte di ocra, simili a scheletri nella penombra nebbiosa della foresta vergine. Ma Leichhardt non teme gli indigeni. Cerca in tutti i modi di mostrarsi loro amico. A volte osano accostarsi, alcuni portano doni, viveri. Leichhardt pone il campo presso una laguna di liliacee a sud-est del golfo. Mentre i suoi uomini si dispongono al sonno, improvvisamente cade su di essi una pioggia di giavellotti. Sono capitati nei territori di caccia di una tribù bellicosa. Gilbert, che raccoglie esemplari per il celebre ornitologo inglese John Gould, è ferito a morte. Gli altri afferrano i fucili e fanno fuoco nel fitto della boscaglia. Leichhardt è l&#8217;unico a non sparare: ci vede troppo poco. Ma per il seguito del viaggio non verranno più molestati e finalmente, dopo quindici mesi, raggiungono Porto Essington.</p>
<p style="text-align: justify;">Durante gli ultimi duecento chilometri di marcia hanno vissuto della carne delle volpi volanti e di &#8216;pelli verdi&#8217;, cotte, vale a dire, pelli non ancora lavorate. La strada che Leichhardt aveva scelto con il suo intuito di esploratore dilettante, si rivelò, tra l&#8217;altro, utile per il trasporto del bestiame.</p>
<p style="text-align: justify;">La seconda spedizione di Leichhard fu una follia. Un&#8217;audacia temeraria non basta come lasciapassare per l&#8217;inferno. Perché questa volta si trattava proprio di un viaggio all&#8217;inferno, attraverso i deserti roventi dell&#8217;Australia centrale. Leichhardt voleva attraversare il continente in linea retta da levante a ponente. Noi che oggi conosciamo bene le insormontabili difficoltà che si oppongono all&#8217;attraversamento di questo deserto privo di alberi e di acqua, non possiamo fare a meno di rabbrividire al pensiero di una simile impresa. È poco probabile che Leichhardt sia penetrato profondamente in questa regione maledetta. Qualcuno afferma che Leichhardt potrebbe anche avere raggiunto l&#8217;Australia occidentale; se il caso ha fatto sì che si siano succedute diverse stagioni favorevoli, cosa che non avviene molto spesso, la traversata non è impossibile. Ma coloro che parlano così sono gente abituata a viverci, in quell&#8217;ambiente; è gente che conosce bene il deserto, mentre Leichhardt era nuovo a queste esperienze. Fino a quel momento la fortuna lo aveva assistito.</p>
<p style="text-align: justify;">Il primo tentativo si concluse con un fiasco. Dopo sei mesi Leichhardt e i suoi uomini ritornarono affamati, avendo perduto tutto il bestiame, al fiume Condamine nel Queensland, donde erano partiti.</p>
<p style="text-align: justify;">Leichhardt non si scoraggiò. Si diede subito a preparare una nuova spedizione. Nessuno degli uomini che avevano partecipato alla prima, o alla seconda fallita, accettò di tornare con lui. Ne avevano avuto tutti abbastanza. Ma Leichhardt non si perse d&#8217;animo per questo. La sua spedizione fu vista per l&#8217;ultima volta nel 1848, mentre attraversava un ruscello a occidente del fiume Condamine. Dove lo condusse il suo cammino? Dove si fermò per non più procedere? Scomparve tra le tempeste di sabbia o nelle foreste dell&#8217;interno, dove le profonde fosse piene d&#8217;acqua vengono coperte così abilmente dagli indigeni che nessuno, tranne i selvaggi abitatori di questo paese selvaggio, riesce a ritrovarle?</p>
<p style="text-align: justify;">Non sappiamo nulla della fine di Leichhardt. Le distanze erano così grandi, le comunicazioni così cattive, che soltanto due anni e mezzo più tardi Leichhardt fu finalmente dato per perduto. L&#8217;esploratore scomparso divenne la meta di ricerche continue. Nulla fu trovato tuttavia che potesse illuminare sul destino di Leichhardt. Ma per la perdita di un uomo, senza che nessuno se ne avvedesse, gli altri fecero un grosso guadagno: il paese fu percorso in tutte le direzion, a nord e a nord-ovest e si scoprì che era possibile trasportare le mandrie più all&#8217;interno. Gradatamente cominciò a riempirsi sulle carte lo spazio bianco che occupava il centro dell&#8217;Australia.</p>
<p style="text-align: justify;">I coloni che abitano oggi le zone dove s&#8217;avventurò la spedizione, pensano che la misteriosa scomparsa di Leichhardt possa spiegarsi in due modi. A volte egli usava mettere il campo in mezzo al letto asciutto di un fiume. Non aveva mai visto l&#8217;onda gigantesca che si precipita per il letto asciutto, inghiottendo ogni cosa sul suo cammino, quando a molti chilometri di distanza cade un improvviso acquazzone. E può anche darsi che una di queste onde abbia sorpreso improvvisamente nel sonno il campo, annegando gli uomini e coprendo le suppellettili metalliche sotto metri e metri di sabbia.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;altra teoria è che la spedizione possa essere stata assalita dagli indigeni e sterminata. I selvaggi, credendo probabilmente i cadaveri e le suppellettili carichi di pericolosi influssi magici, potrebbero aver gettato ogni cosa in una buca profonda.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma chi può saperlo? Siamo ancora molto lontano dall&#8217;aver rivelato tutti i segreti dell&#8217;Australia. Proprio mentre scrivo [<em>cioè, alla fine del anni Cinquanta del Novecento</em>] hanno scoperto nel centro del continente una fertile pianura. È abitata da indigeni che non avevano mai visto un bianco prima d&#8217;ora».</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Annegato, trucidato o morto di sete e di stenti: in fondo, che importanza ha? Leichhardt è uno di quei personaggi che continuando a eludere il nostro compulsivo bisogno di sapere, di svelare, di chiarire una volta per tutte.</p>
<p style="text-align: justify;">Molto diverso da Alexander von Humboldt, il suo connazionale esploratore del Sud America, e anche dai suoi più famosi colleghi che si spinsero nell&#8217;interno dell&#8217;Africa &#8211; Rohlfs, Schweinfurth, Nachtigal, dei quali ci proponiamo di tornare a parlare altra volta &#8211; Leichhardt si staglia solitario, avvolto da un velo di malinconia, enigmatico, inafferrabile.</p>
<p style="text-align: justify;">In questo consiste il suo fascino, che la distanza di tempo non attenua. Egli è stato un pioniere solitario non solo dei viaggi di scoperta del mondo intorno a noi; ma anche, in un certo senso, dei viaggi di scoperta dentro di noi, nel cuore dell&#8217;animo umano, dove palpitano e tremolano mille domande senza risposta, mille inquietudini senza un perché.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/ludwig-leichhardt.html' addthis:title='Ludwig Leichhardt, ultimo esploratore romantico nei deserti proibiti dell&#8217;Australia ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>I Greci</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Jan 2012 17:27:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alain De Benoist</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/i-greci.html' addthis:title='I Greci '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/centrostudilaruna48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Centro Studi La Runa online" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storia-antica.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Storia antica" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/teiwaz.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Teiwaz" /><br/><p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-medium wp-image-9150" style="margin: 10px;" title="sounion_035" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/sounion_035-300x179.jpg" alt="" width="300" height="179" />Ogni epoca di transizione comporta il riappropriarsi di fonti antiche, specie greche. E così il disagio post-moderno, nato dal crollo dei punti di riferimento. Nietzsche diceva: “Ai greci non si torna”. E aggiungeva che non sapremmo nemmeno imparare da loro, tanto la loro maniera ci è ormai estranea. Invece è proprio quest’ “estraneità” che fa pensare, dando una formidabile lezione d’inattualità. A cogliere l’inattualità della filosofia greca è stato Giorgio Colli in <a title="Filosofi sovrumani" href="http://www.libriefilm.com/filosofi-sovrumani/4535" target="_blank"><em>Filosofi sovrumani</em></a> (pp. 172, Adelphi, euro 13).</p>
<p style="text-align: justify;">Alla Grecia dobbiamo l’invenzione della filosofia. Spesso tradita dal pensiero romano, che la traduce senza riferirsi all’esperienza originale, la parola greca è anzitutto filosofica. Modo d’esistere, innanzitutto, la filosofia s’oppone alla <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione/" target="_blank">religione</a>, perché, anziché accontentarsi delle risposte immediate del culto o della tradizione, s’interroga sulle questioni ultime. I greci inventano la filosofia insieme alla fenomenologia. Per i greci, dimostrare i fenomeni è metterli alla prova, esponendoli di colpo alla luce dell’Essere. Precisione dello sguardo greco…</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/filosofi-sovrumani/4535" target="_blank"><img class="alignleft size-medium wp-image-9151" style="margin: 10px;" title="filosofi-sovrumani" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/filosofi-sovrumani-180x300.jpg" alt="" width="180" height="300" /></a>La Grecia oppone al concetto di storia messianica e lineare, centrata su salvezza e “progresso”, un tempo ciclico, la cui osservazione porta alla saggezza, al senso del tragico, all’idea di destino e all’<em>amor fati</em>. Nulla è più estraneo alla Grecia che la concezione volontaristica della storia, che pretende di costruire l’avvenire senza il passato: perfino il demiurgo crea a partire da qualcosa, ordinando il caos, che non è sinonimo del nulla.</p>
<p style="text-align: justify;">Inoltre la Grecia fonda la libertà non come oggetto del pensiero o «libero arbitrio», ma come attributo dell’azione. La libertà greca è fondamentalmente politica. Dal VII secolo prima della nostra era, gli ateniesi s’organizzano in comunità politica. Con la democrazia, la Grecia inventa una forma politica, che contesta il re divino, perché con essa il potere, «posto al centro» per la formula consacrata, diviene cosa comune. Offendendo Agamennone, Achille illustra già in Omero l’egual diritto alla parola. Diviene allora possibile la riflessione politica; anche la filosofia politica. Dalle origini, la <em>polis</em> si definisce come regime filosofico. Partecipando alle delibere pubbliche, i cittadini non decidono solo sugli affari comuni, ma anche sullo statuto e sul senso della legge. Il <em>demos</em> è filosofia in atto. L’architettura ne è il riflesso: al centro della città greca, la piazza pubblica prevale su ogni altro spazio, quello dove si esercita la cittadinanza. Ideata alla fine del VI secolo, la tragedia si connette all’idea di partecipazione politica e civica: esorta il popolo a considerare i miti con gli occhi nuovi del cittadino.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/oltre-il-moderno/3930" target="_blank"><img class="size-full wp-image-9152 alignright" style="margin: 10px;" title="oltre-il-moderno" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/oltre-il-moderno1.jpg" alt="" width="200" height="279" /></a>La Grecia è la parte giusta e la misure delle cose. Rifiuta la dismisura titanica, prometeica, la devastazione della Terra a opera del calcolo meccanicista e demonia del «sempre più». E anche la tentazione permanente di prendere più della propria parte. Nei poemi omerici, l’eroe è l’uomo libero che gareggia coi simili, per dimostrare di valere e conquistare “gloria immortale” con le sue gesta. L’eroismo è dunque via all’immortalità, ma a rischio di <em>hybris</em>, che mette in luce il tema del «peccato del guerriero». Il valore guerriero non è sovrano. Val meno della saggezza. La vita meditativa e riflessiva prevale sulla vita activa. Nella democrazia greca resta il principio agonistico, ereditato dall’età eroica, ma diretto a esorcizzare il pericolo della guerra civile.</p>
<p style="text-align: justify;">Il pensiero greco è stato un pensiero aurorale, mattutino, iniziale, quindi connesso al destino. E’ stato un inizio del pensiero e alimenta un pensiero dell’inizio. Per <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Heidegger</a></span> “oggi tocca al pensiero pensare in modo ancora più greco quel grecamente s’è pensato”. Questo il dovere del pensiero: il rispetto dei greci è avvenire del pensiero. Ricorso, non ritorno ai greci. <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Heidegger</a></span> dice anche: «L’inizio va ricominciato più originariamente». Perché l’inizio «è davanti, non dietro a noi».</p>
<p style="text-align: justify;">Oggi si è greci disponendosi a un nuovo inizio.</p>
<p style="text-align: justify;">(Traduzione di Maurizio Cabona)</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>Il Giornale</em>, ottobre 2009.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/i-greci.html' addthis:title='I Greci ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>V per vittoria</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Jan 2012 16:41:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Renzo Giorgetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La storia di questo segno è intessuta di coincidenze significative e dimostra, in tutti i suoi riferimenti più o meno diretti, di avere qualcosa di magico; la sua stessa origine non è del tutto chiara.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/v-per-vittoria.html' addthis:title='V per vittoria '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/centrostudilaruna48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Centro Studi La Runa online" /><br/><p style="text-align: justify;">Il 13 maggio 1940, parlando alla Camera dei Comuni in qualità di primo ministro, Winston Churchill nel suo celebre discorso su “sudore, fatica, lacrime e sangue” concludeva in questo modo:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">“Voi chiederete quale sia ora il nostro compito. Posso rispondere in una parola: vittoria, vittoria ad ogni costo, vittoria a dispetto di ogni paura, vittoria, nonostante la strada possa sembrare lunga e difficile; perché senza vittoria non ci può essere sopravvivenza” (1).</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Il concetto, ripetuto variamente e puntualmente dalla macchina della propaganda entrò nella mente della popolazione, divenendo un concetto chiave per tutto il successivo svolgimento del conflitto. In questo clima di forte tensione emotiva, esasperato da una guerra di difficile risoluzione e da uno sforzo bellico estremamente oneroso e pieno di sacrifici, maturò più o meno spontaneamente quella che fu chiamata la <em>V-for-Victory Campaign</em>, una della più famose operazioni di guerra psicologica di tutto il conflitto.</p>
<div id="attachment_9135" class="wp-caption alignright" style="width: 225px"><img class="size-medium wp-image-9135" title="Aleister Crowley (12 ottobre 1875 – 1 dicembre 1947)." src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/crowley-215x300.jpg" alt="Aleister Crowley (12 ottobre 1875 – 1 dicembre 1947)." width="215" height="300" /><p class="wp-caption-text">Aleister Crowley (12 ottobre 1875 – 1 dicembre 1947).</p></div>
<p style="text-align: justify;">La sua nascita sembra in realtà piuttosto banale. Nel gennaio 1941 Victor de Laveleye, un politico belga rifugiato in Inghilterra e collaboratore della BBC per i programmi riguardanti il Belgio, parlando dai microfoni dell&#8217;emittente britannica si rivolse ai suoi compatrioti suggerendo l&#8217;utilizzo e la diffusione del segno V, espressione sia del francese <em>victorie</em> che del fiammingo <em>vrijheid</em> (libertà), come atto di resistenza e sfida all&#8217;occupante. L&#8217;idea sembrò buona e così alcuni mesi dopo, per la precisione il 20 luglio, la BBC decise, con il parere positivo di Churchill, di lanciare la campagna su vasta scala. Forte di impianti radiofonici in grado di arrivare ovunque, la radio inglese diffuse il messaggio propagandistico in tutti i paesi d&#8217;Europa. La voce al microfono era quella di Douglas Ritchie, autore radiofonico e poi direttore delle trasmissioni BBC per l&#8217;Europa. Parlando con lo pseudonimo di “colonnello Britton” egli teneva discorsi per gli ascoltatori d&#8217;oltremanica, spesso incitando al sabotaggio e alla resistenza. La trasmissione veniva aperta da un segnale in codice morse, tre punti e una linea, che traduceva in suoni la lettera V, seguito poi dall&#8217;inizio della quinta – V – sinfonia di Beethoven, che iniziava in maniera simile al segnale morse, con tre note corte e una lunga.</p>
<p style="text-align: justify;">Venne poi spiegato come fosse facile riprodurre il ritmo e come con un battito di mani, con il fischio di un treno o con il suono di una campana fosse possibile lanciare un messaggio di partecipazione attiva allo sforzo bellico. Si poteva collaborare anche dipingendo sui muri la lettera, con gesso o con vernice, o naturalmente fare il noto gesto con la mano; lo stesso Churchill da quel momento in avanti, amò farsi rappresentare in quella posa, che diventerà una sorta di icona, un&#8217;immagine che si fisserà per molto tempo nell&#8217;immaginario collettivo, anche dopo la sospensione della campagna di propaganda, nel 1942.</p>
<p style="text-align: justify;">E anche oggi tale segno, ripetuto, esercita una certa attrattiva. Tale messaggio nella sua semplicità possiede infatti sicuramente doti di comunicativa non comuni, e, testimone il suo successo, dimostra di avere un valore simbolizzatore superiore alle artificiali produzioni propagandistiche. Richiama infatti <a title="simboli" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">simboli</a> lontani, significati profondi, valori archetipici essenziali che se opportunamente rievocati manifestano apertamente tutto il loro potere.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/fai-cio-che-vuoi-vita-e-opere-di-aleister-crowley/10149" target="_blank"><img class="alignleft size-medium wp-image-9145" style="margin: 10px;" title="fai-cio-che-vuoi" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/fai-cio-che-vuoi-175x300.jpg" alt="" width="175" height="300" /></a>La storia di questo segno è intessuta di coincidenze significative e dimostra, in tutti i suoi riferimenti più o meno diretti, di avere qualcosa di magico. La sua stessa origine non è del tutto chiara.</p>
<p style="text-align: justify;">Aleister Crowley pretese di avere fornito l&#8217;idea e di averla fatta pervenire a Churchill tramite alcuni suoi contatti nel servizio segreto MI5. A suo dire, dopo aver soppesato la questione e considerato varie alternative, egli avrebbe fatto ricadere la scelta su questo particolare simbolo a causa dei suoi significati e delle sue implicazioni occulte (2). Il <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">simbolo</a> della V sarebbe infatti stato tratto da un rituale, il <em>Lesser Ritual of the Hexagram</em>, che Crowley non aveva inventato ma che aveva per primo divulgato nel 1910 sulla rivista <em>The Equinox</em> (I, n.3, 1910). Rituale che metteva in scena il dramma cosmico della morte e della rinascita e di Osiride e che era caratterizzato dalle tre lettere LVX, ognuna con un significato diverso. In una delle fasi del rituale l&#8217;operatore di magia doveva mimare con il corpo le tre lettere, ognuna delle quali aveva un suo particolare significato. La L rappresenta il lutto di Iside, mentre la V rappresenta Apophis o Tifone, e la X la risurrezione di Osiride.</p>
<p style="text-align: justify;">Le prime due sono utili ai fini del nostro discorso, poiché il lutto di Iside è causato dalla morte di Osiride operata da Tifone. La V rappresenta Tifone o Apophis, divinità distruttrici, nemiche delle forze solari. Il <a title="simbolismo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">simbolismo </a>spiega l&#8217;uso della V come un contrasto alla svastica, datosi che Tifone uccide Osiride, causando il lutto di Iside.</p>
<p style="text-align: justify;">Il mito narrato da Plutarco viene quindi rielaborato e messo in scena nell&#8217;atto magico, e le forze tifoniane vengono utilizzate per contrastare il valore solare della svastica (Osiride è figlio del sole). È da notare anche il valore analogo attribuito ad Apophis, dio serpente che secondo il mito è in perenne lotta con il dio sole Ra (si confronti anche la lotta di Apollo con il serpente Pitone). Gli antichi miti egizi vengono riattualizzati ed usati come strumenti magico-simbolici. La guerra si combatte non solo con le divisioni corazzate, ma anche con segni e <a title="simboli" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">simboli</a>, con forze occulte che pur non mostrandosi fanno comunque sentire la loro efficacia.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-medium wp-image-9183" style="margin: 10px;" title="Winston Churchill" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/rospo1-300x239.jpg" alt="" width="300" height="239" />Non è però detto che sia stato Crowley il vero ispiratore dell&#8217;operazione, come non è detto che tale gesto sia stato derivato da un&#8217;informazione diretta, essendo a nostro avviso, nato quasi spontaneamente, anche se non casualmente.</p>
<p style="text-align: justify;">Il particolare clima psichico determinatosi nel periodo bellico, e la “saturazione” raggiunta dalle idee distruttrici, possono avere fatto emergere archetipi ed antichi segni?</p>
<p style="text-align: justify;">Oppure sono stati altri ambienti a suggerire determinate scelte?</p>
<p style="text-align: justify;">Sappiamo per certo che Crowley non ha inventato il rituale, che è invece stato ricavato e poi riadattato dalla più datata cerimonia del grado Adeptus Minor, rituale praticato dalla Golden Dawn già da vari decenni, rituale in cui similmente la lettera-glifo V rappresentava Apophis e Tifone e la L il lutto di Iside (3).</p>
<p style="text-align: justify;">Di più non è possibile dire, considerati anche i tenui nessi esistenti in questi casi tra i rapporti causa ed effetto, e soprattutto l&#8217;importanza mai abbastanza ricordata della possibilità di produrre stati d&#8217;animo e influenze più o meno dirette sulle decisioni e le scelte degli uomini.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci basti per concludere un&#8217;altra coincidenza significativa: il gesto della V mima in maniera diretta una delle fattezze fisiche di Tifone, così come la tradizione e l&#8217;iconografia ce lo hanno presentato. Egli è il dio dalla testa d&#8217;asino, che ha inoltre l&#8217;asino come cavalcatura privilegiata (cfr. Plutarco, <a title="De Iside et Osiride" href="http://www.libriefilm.com/iside-e-osiride-e-dialoghi-delfici/9708"><em>De Iside et Osiride</em></a>, §§ 30-31). Il gesto della mano richiamerebbe quindi le orecchie d&#8217;asino di Tifone e ne riprodurrebbe la caratteristica fisica peculiare, un piccolo atto di magia simpatica, una involontaria evocazione del principio distruttore, principio sovvertitore che libera le forze del caos, quello stesso principio che dopo la sua vittoria nella guerra potrà esplicare pienamente la sua attività nel nuovo mondo “pacificato”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Note:</strong></p>
<p style="text-align: justify;">(1) May 13, 1940, First Speech as Prime Minister to House of Commons http://www.winstonchurchill.org/learn/speeches/speeches-of-winston-churchill/92-blood-toil-tears-and-sweat</p>
<p style="text-align: justify;">(2) Richard Kaczynski, <em>Perdurabo: The Life of Aleister Crowley</em>. North Atlantic Books, 2010, pp.511-512.</p>
<p style="text-align: justify;">(3) Israel Regardie, <em>The Complete Golden Dawn System of Magic</em>, Falcon Press, 1994, vol.VII, p.53. Si veda anche il “rotolo volante” n.X, istruzione interna all&#8217;ordine riguardante il grado (5)=[6] Adeptus Minor, ora pubblicata in Proiezione astrale, magia e alchimia – rituali segreti della Golden Dawn, ed. italiana a cura di G. De Turris e S.Fusco, Mediterranee, 1980, pp.113-121.</p>
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		<title>Ricordo di Guido Boggiani, pittore-esploratore</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Dec 2011 15:33:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Lamendola</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La vita avventurosa, le opere letterarie, l'attività artistica e le ardite esplorazioni geografiche di Guido Boggiani (1861-1902).]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/guido-boggiani.html' addthis:title='Ricordo di Guido Boggiani, pittore-esploratore '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/centrostudilaruna48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Centro Studi La Runa online" /><br/><p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-full wp-image-9118" style="margin: 10px;" title="guido-boggiani" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/guido-boggiani.jpg" alt="" width="225" height="291" />Tra gli esploratori dei tempi moderni, Guido Boggiani costituisce un caso particolarmente interessante. Perché? Noi siamo soliti immaginarci l&#8217;esploratore, specialmente dei tempi moderni, come un uomo d&#8217;azione in grado eminente, scarsamente interessato a ciò che esula dalla sfera della sua immediata attività; oppure come un tecnico, uno scienziato chiuso nella propria specializzazione; insomma una mente lucida, positiva, realistica.</p>
<p style="text-align: justify;">Specialmente dopo Alexander von Humboldt, l&#8217;esploratore-tipo non partiva mai sprovvisto di una certa preparazione botanica, zoologica, geologica ed etnologica. Guido Boggiani, invece &#8211; in clima di positivismo imperante &#8211; offre lo spettacolo <em>sui generis</em> di un esploratore-artista. Anzi, di più; l&#8217;immagine di un artista che un bel giorno, piantate tele e pennelli, e quasi nel colmo del successo, lascia l&#8217;Europa, s&#8217;imbarca per il Nuovo Mondo e si spinge sempre più addentro, sempre più lontano, in cerca di orizzonti più vasti, mai prima veduti dall&#8217;uomo bianco.</p>
<p style="text-align: justify;">In questa sete di regioni inviolate, Boggiani lascerà tragicamente la vita, concludendo una giovane esistenza tutta spesa nella ricerca di verità e bellezza, ricerca sentita e condotta con l&#8217;urgenza indiscutibile d&#8217;un dovere.</p>
<p style="text-align: center;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Era nato a Omegna, sul Lago d&#8217;Orta, nel 1861. Non era quello il paese natale dei genitori; la famiglia vi si trovava, semplicemente, in vacanza. Giuseppe Boggiani, suo padre, gli trasmise il gusto per il disegno e la pittura; da sua madre Adele, figlia di un famoso professore di zoologia, probabilmente ereditò una certa qual attitudine al lavoro scientificamente ordinato.</p>
<div id="attachment_9116" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a href="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/boggiani-il-ruscello.jpg"><img class="size-full wp-image-9116" title="Guido Boggiani, Il ruscello (1883)" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/boggiani-il-ruscello.jpg" alt="Guido Boggiani, Il ruscello (1883)" width="300" height="185" /></a><p class="wp-caption-text">Guido Boggiani, Il ruscello (1883)</p></div>
<p style="text-align: justify;">Nel 1878, a diciassette anni, si iscrisse all&#8217;Accademia di Brera ed ebbe un professore d&#8217;eccezione, il pittore Filippo Carcano, celebre soprattutto per i suoi paesaggi e le sue marine, incline alla tendenza divisionista impostasi in ambiente lombardo verso la fine dell&#8217;Ottocento. Nel 1881 espose alcuni quadri; nel 1883, a soli ventidue anni, vinse il permio &#8220;principe Umberto&#8221; con un dipinto divenuto famoso: <em>La raccolta delle castagne</em>. In questo quadro, che si trova nella Galleria d&#8217;Arte Moderna, a Roma, sono riassunti gli aspetti salienti del Boggiani pittore: amore sconfinato per la natura, intuizione vivissima dei giochi di luce, ariosità ed armonia del paesaggio; il tutto, forse, un po&#8217; a scapito della profondità dell&#8217;interpretazione (1). Per chi voglia farsene un&#8217;idea, l&#8217;opera è riprodotta &#8211; purtroppo in bianco e nero &#8211; nella <em>Enciclopedia Italiana</em>, alla voce &#8220;Boggiani&#8221;: riconoscimento non certo trascurabile del suo valore di artista.</p>
<p style="text-align: justify;">Comunque, con <em>La raccolta delle castagne</em> il nome del Nostro s&#8217;impose definitivamente all&#8217;attenzione della critica, e da più parti egli venne salutato come la grande promessa nel futuro della pittura italiana. Socio onorario dell&#8217;Accademia di Brera (dalla quale era uscito dopo soli due anni), amico di Gabriele <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/gabriele-dannunzio" target="_blank">d&#8217;Annunzio</a></span>, conosciuto personalmente dalla famiglia reale: la sua carriera di artista sembrava trionfalmente avviata. Invece…</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.amazon.it/gp/product/B005WW0XVW/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=cestlaru-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=B005WW0XVW" rel="nofollow" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-9119" style="margin: 10px;" title="dizionario-degli-esploratori" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/dizionario-degli-esploratori.jpg" alt="" width="240" height="240" /></a>Improvvisa, la decisione della partenza. Un taglio brusco, quasi violento col passato. Nel 1887 Boggiani s&#8217;imbarca per il Sud America e va a stabilirsi a Buenos Aires. Non ha scordato, tuttavia, la sua antica passione, e nella capitale della Repubblica argentina, sulle prime, espone i suoi quadri e continua a lavorare. Ma a Buenos Aires non si ferma più d&#8217;un anno; poi, la smania dei viaggi lo afferra nuovamente, lo trascina lontano dalla grande città, lontano da quel mondo affollato e convulso che non è se non la caricatura di quello che ha già lasciato, al di là dell&#8217;Oceano.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1888 è nell&#8217;alto Paraguay, regione a quel tempo ancor selvaggia e poco conosciuta, e ben presto comincia a organizzare le sue spedizioni etnografiche verso l&#8217;interno, fra le tribù indigene che hanno risentito finora in ben scarsa misura l&#8217;infusso della civiltà occidentale.</p>
<p style="text-align: justify;">Nei suoi frequenti viaggi si sofferma specialmente fra i Ciamacoco del Gran Chaco e fra i Mbayà o Caduvei del Rio Nabileque, affluente del Paraguay, sull&#8217;orlo più meridionale del Mato Grosso.</p>
<p style="text-align: justify;">La sua attività è molteplice: studia ad un tempo gli usi, i costumi, la lingua, i prodotti dell&#8217;artigianato degli indigeni con i quali viene a contatto; prende appunti preziosi, note di viaggio: articoli che verranno poi pubblicati da importanti riviste geografiche; compila dei vocabolari delle lingue indiane &#8211; lui quasi sprovvisto di nozioni linguistiche di tipo scientifico &#8211; che verranno poi giudicati dagli esperti dei piccoli capolavori d&#8217;intelligenza e d&#8217;intuizione; e, naturalmente, dipinge, ma soprattutto traccia una gran quantità di schizzi, disegni, bozzetti, che più tardi, tornato in patria, esporrà al pubblico.</p>
<p style="text-align: justify;">Per sostenere le spese dei suoi viaggi, talvolta Boggiani deve impegnarsi in attività commerciali, come la compra-vendita di pelli pregiate; talvolta, seguendo gli usi del tempo, paga gl&#8217;indigeni con acquavite, cosa non certo encomiabile. Ovunque, però, riesce a farsi benvolere per la sua spontanea generosità e per le sue doti di umanità.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.amazon.it/gp/product/B00694XR4C/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=cestlaru-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=B00694XR4C" rel="nofollow" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-9120" style="margin: 10px;" title="viaggi-dun-artista" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/viaggi-dun-artista.jpg" alt="" width="240" height="240" /></a>Nel 1893 torna in Italia, per un breve periodo di riposo e per riordinare il materiale etnografico raccolto. Pubblica, quindi, un <em>Vocabolario dell&#8217;idioma Guanà</em> (in <em>Atti dell&#8217;Accademia dei Lincei</em>, 1895); <em>I Caduvei</em> (in <em>Memorie della Società Geografica Italiana</em>, 1895); <a title="I Caduvei" href="http://www.amazon.it/gp/product/B00694XR4C/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=cestlaru-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=B00694XR4C" target="_blank"><em>Viaggi di un artista nell&#8217;America meridionale: i Caduvei</em></a> (Roma, 1895), la sua opera maggiore, illustrata da numerosi disegni e quadri dell&#8217;Autore. Intanto cede i manufatti raccolti al Museo preistorico-etnografico di Roma, tiene conferenze d&#8217;interesse geografico, espone al pubblico i suoi dipinti di soggetto sud-americano.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1895 prende parte al viaggio in Grecia di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/gabriele-dannunzio" target="_blank">d&#8217;Annunzio</a></span> sullo yacht <em>Fantasia</em>, insieme a noti esponenti del mondo dell&#8217;arte e della cultura, come Hérelle (il traduttore francese di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/gabriele-dannunzio" target="_blank">d&#8217;Annunzio</a></span>) e Scarfoglio. A Olimpia, si commuove fin quasi alle lacrime davanti all&#8217;Hermes di Prassitele. Scriverà: &#8220;L&#8217;ho toccato più volte, come si toccano le immagini divine…&#8221; (2).</p>
<p style="text-align: justify;">Ma in settembre è di nuovo a Roma, per partecipare ai lavori del II Congresso Geografico Italiano, portandovi il contributo di ben tre comunicazioni: tutte di argomento sud-americano. Nel suo animo, il Paraguay sembra essere divenuto quasi un&#8217;ossessione; già lo avevano notato i suoi amici, durante il viaggio in Grecia. E finalmente, il 1° luglio 1896, riparte.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1897 è di nuovo tra i suoi vecchi amici Caduvei nel Mato Grosso; raccoglie informazioni sulla lingua, sulla manifattura, sulla <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione/">religione</a>; prende ancora una quantità di schizzi. Sono molte le spedizioni verso l&#8217;interno realizzate all&#8217;epoca da Boggiani, partendo dalla capitale Asunciòn. I vasti materiali raccolti li spedisce in Europa, ove sarebbero andati in parte al Museum für Völkerkunde di Berlino, in parte presso la Società Geografica Italiana.</p>
<p style="text-align: justify;">Continua a scrivere: appaiono, in Italia, <em>Nei dintorni di Corumba</em>, nel Bollettino della Società GeograficaItaliana, 1897; <em>La questione dei confini tra le Repubbliche del Paraguay e della Bolivia</em>, in <em>Memorie della Società Geografica Italiana</em>, 1897 (un&#8217;opera quasi profetica, visto che la questione di quei confini sarebbe sfociata poi nella sanguinosissima guerra del Chaco fra le due nazioni); <em>Guaicurù</em>, ivi, 1898. Fonda, ad Asunciòn, la rivista dell&#8217;Instituto paraguayo. E in tutte queste attività rivela non solo una profonda conoscenza di prima mano dei problemi geografici ed etnografici affrontati, ma anche un vero talento di scrittore: vivacità, brio ed eleganza di stile, ottenuta senza alcuno sforzo o ricercatezza e ben diversa, quindi, dalla prosa del suo amico <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/gabriele-dannunzio" target="_blank">d&#8217;Annunzio</a></span>. Per dare un&#8217;idea della vastità dei suoi interessi e della multiforme, instancabile attività della sua mente, basti dire che in questo torno di tempo Boggiani scrive al suo amico francese Hérelle chiedendo che gli spedisca un testo di storia greca antica e moderna e una traduzione francese dell&#8217;<em>Odissea</em>, per distrarsi &#8220;dalla miseria di questa vita solitaria e triste&#8221;, come scrive di suo pugno l&#8217;esploratore, rivelandoci un altro aspetto, tutto interiore e raccolto, della sua personalità.</p>
<p style="text-align: justify;">Come abbiamo detto, Boggiani possedeva delle ottime capacità di scritore, né sarebbe esagerazione o retorica affermare che egli rimaneva pittore anche quando adoperava la penna. Valga per tutti il seguente brano, in cui egli descrive un rito di esorcismo fra i Caduvei, al quale assistette durante il suo primo soggiorno presso quella tribù. Vi si noteranno la delicatezza e la leggerezza di tratto del pittore e, al tempo stesso, l&#8217;amore per la fedele rappresentazione, per i singoli particolari così come per l&#8217;effetto d&#8217;insieme, nonché l&#8217;acuta intelligenza di un osservatore distaccato ma non mai scettico o sprezzante.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">«Una sera, già dopo il tramonto e dopo terminato uno dei balli consueti, io mi ero ritirato sul tavolato che, nella sua casa, il capo del villaggio aveva messo a mia disposizione per tutto il tempo che durò la mia visita presso la tribù.</p>
<p style="text-align: justify;">La notte era scura e senza luna; ma serena e tiepida. Davanti ad ognuna delle capanne ardevano i soliti fuochi, la cui luce però, quantunque assai viva per la qualità di legna adoperata, e senza fumo, non arrivava ad illuminare che le paglie sporgenti dei tetti e, con strano effetto, le figure vaganti qua e là od accoccolate nelle capanne aperte a tutti i venti; mentre dal lato opposto le tenebre erano profondissime, ed appena si vedevano, dall&#8217;ampia volta del cielo, brillare le innumerevoli stelle nell&#8217;aere nitido della notte.</p>
<p style="text-align: justify;">Per tutto il villaggio le conversazioni salivano animate; si rideva, si scherzava, si raccontavano mille storielle, e fors&#8217;anche si sussurravano, nella dolce ombra notturna, dolcissime parole d&#8217;amore…</p>
<p style="text-align: justify;">Inaspettatamente un&#8217;alta voce nasale s&#8217;udì. Una vecchia donna, uscita in mezzo al piazzale, lanciò nell&#8217;oscurità della notte alcune frasi, e d&#8217;un tratto tutto tacque intorno; cessò ogni parola, ogni rumore da un capo all&#8217;altro del villaggio; e se non fosse stato pei fuochi che sempre vedevo brillare e per la gente che io vedevo stare ai suoi posti come prima, avrei potuto credere o d&#8217;essere divenuto sordo d&#8217;un tratto, o d&#8217;essere stato trasportato improvvisamente in luogo solitario in mezzo alla campagna deserta.</p>
<p style="text-align: justify;">Sottovoce, il capo del villaggio che, sedendomi accanto, aveva potuto osservare il mio stupore, mi avvertì che Sabino, il Ciamacoco, uno dei più reputati medici, stava per incominciare la cura di alcuni ammalati.</p>
<p style="text-align: justify;">Io non mi mossi, ché dal posto dove stavo potevo perfettamente osservare ogni cosa. Ma aprii tanto d&#8217;occhi, curioso di vedere bene una cerimonia che s&#8217;annunciava in modo così strano.</p>
<p style="text-align: justify;">Davanti ad una delle vicine capanne era stato aumentato il fuoco che mandava una gran luce tutt&#8217;intorno. Sul limitare della capanna stessa, su dei cuoi stesi al suolo, s&#8217;erano messi a sedere, accoccolati alla turca, tre Caduvei ammalati.</p>
<p style="text-align: justify;">Ed uscì Sabino, il quale, vestito d&#8217;un drappo molto più pulito che non usasse di solito, s&#8217;apprestava a fare lo scongiuro. Teneva in una mano un oggetto che, sul principio, non arrivavo a ben distinguere; vidi poi che era un frammento di specchio incastrato in un pezzo di legno. E nella sinistra mano teneva un mazzo di piume di struzzo.</p>
<p style="text-align: justify;">Essendosi avvicinato al fuoco, la sua figura risaltava stranamente illuminata sul fondo scuro della campagna immersa nella notte. Ritto, con aria seria ed inspirata, e tutto compreso della gravità della funzione cui s&#8217;accingeva, quel gran ciarlatano (3) incominciò a guardare fisso nello specchio; poi, alzata la faccia, fissò le stelle che brillavano chiarissime in cielo. Riguardò nello specchio come cercando l&#8217;immagine riflessa degli astri favorevoli allo scongiuro; rivolse la faccia in alto e così di seguito alternativamente per due o tre volte ancora, poi sputò, o finse di sputare, tre volte, con grande strepito, acciocché tutti lo sentissero, nel mazzo di piume, che passò lentamente tre volte sopra il fuoco, come per purificarlo; indi ne strofinò lo specchio, quasi a levarne alcuna cosa che gli impedisse di vedere bene l&#8217;oroscopo che andava cercando nelle stelle.</p>
<p style="text-align: justify;">Infine, come ebbe veduto ciò che doveva vedere, s&#8217;avvicinò ai malati, sputò tre volte nel mazzo di piume e lo passò bene sul corpo d&#8217;ognuno, come se si fosse trattato di spolverarli e cacciarne lo spirito maligno che li tormentava.</p>
<p style="text-align: justify;">Fatto questo, con la massima serietà e compostezza tornò al fuoco e ripetè l&#8217;operazione di prima, indi di nuovo passò a spolverare da ogni lato i suoi clienti, e per tre volte ripetè l&#8217;operazione magico-astronomica, terminando lo scongiro con una spolverata complessiva.</p>
<p style="text-align: justify;">I tre s&#8217;alzarono e se ne andarono alle case loro convinti dell&#8217;eccellenza del metodo usato da Sabino. E la vecchia che aveva dato al pubblico il primo avviso, uscì fuori nuovamente e gridò nella notte scura e serena che lo scongiuro era terminato.</p>
<p style="text-align: justify;">Immediatamente le conversazioni ripresero animate come prima da un capo all&#8217;altro del villaggio.</p>
<p style="text-align: justify;">Da medico, Sabino diventò giullare. A notte alta, quando i fuochi s&#8217;andavano spegnendo e tutto rientrava nel silenzio e nella oscurità, alcuni giovanotti portarono dei grandi cuoi, li stesero a terra attorno al tavolato che era accanto al mio e vi si sdraiarono sopra. Riconobbi tra essi i tre ammalati di poco prima, e li vidi intenti ad ascoltare Sabino il quale, ritto in piedi sul tavolato, aveva incominciato una specie di preludio, agitando nella destra un sistro formato di una zucca disseccata e vuota, imperniata su di un manico di legno e contenente alcune pietruzze che producevano un lieve rumore cadenzato.</p>
<p style="text-align: justify;">E cominciò a cantare. La sua voce, ben intonata, era modulata in modo affatto differente da quello usato dai nostri cantori. Usciva sforzata dalla gola ed aveva note acute di testa stranissime.</p>
<p style="text-align: justify;">Era una nenia lamentosa che si ripeteva come un ritornello, con brevi intervalli nei quali la zucca continuava l&#8217;accompagnamento un po&#8217; più forte.</p>
<p style="text-align: justify;">Le prime note erano acute e forti, e per una curiosa degradazione di toni, mezzi toni e quarti di tono, intramezzati da brevissime note scappate quasi singhiozzanti, cadevano in una nenia melodiosa cantata tutta d&#8217;un fiato, di più in più sotto voce sino a spegnersi in una improvvisa interruzione.</p>
<p style="text-align: justify;">Di tutte quante io vidi ed udii durante il mio soggiorno presso i Caduvei, nessuna cosa mi lasciò una impressione di così grande poesia come quel canto carezzevole che scendeva dolcissimo, in mezzo all&#8217;alto silenzio della notte, sul villaggio addormentato.</p>
<p style="text-align: justify;">Non ricordo quanto durasse; ma, certo, dovevano essere vicine le prime ore del mattino quando Sabino tacque. Forse il suo canto era stato necessario complemento alla cerimonia scongiurale che aveva preceduto». (4)</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Pagine degne di un vero scrittore, ma di uno scrittore che, all&#8217;estro poetico, sa accompagnare una vigile scrupolisità documentaristica e che è capace non solo di ritrarre con grazia ed esattezza le realtà vissute, ma altresì di indagarle e meditarle con acuta intelligenza. Si noti che Boggiani, nel descrivere la cerimonia di guarigione eseguita dall&#8217;uomo della medicina, lo sciamano, non giudica: riferisce con scrupolo di esattezza, e lascia che i fatti parlino da sé.</p>
<p style="text-align: justify;">Non si nasconde, peraltro, dietro il mito ipocrita dell&#8217;obiettività totale. La sua partecipazione umana s&#8217;intuisce tra le righe, quasi pudica; la sua simpatia per quegli esseri umani, portatori di altri valori (non necessariamente &#8220;inferiori&#8221;) è comunque evidente. E si era nel pieno dell&#8217;età positivistica, l&#8217;età di Lombroso, di Ritter, di Haeckel, quando quasi tutta la cultura occidentale era profondamente permeata dalla credenza nella propria &#8220;naturale&#8221; superiorità e nel Logos calcolante come la forma più alta di sapere, se non addirittura come l&#8217;unica.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.amazon.it/gp/product/B00694YNCW/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=cestlaru-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=B00694YNCW" rel="nofollow" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-9121" style="margin: 10px;" title="i-ciamacoco" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/i-ciamacoco.jpg" alt="" width="240" height="240" /></a>E Boggiani stesso, si tenga sempre presente, era intimo amico di nazionalisti come <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/gabriele-dannunzio" target="_blank">d&#8217;Annunzio</a></span> e come Scarfoglio; veniva, cioè, da un universo politico-culturale lievitato di malinteso superomismo nietzschiano (<em>Zarathustra</em> era apparso da neppure un decennio, nel 1883-85) e da tenaci e radicati pregiudizi etnocentrici. Eppure, nella descrizione dei riti e delle abitudini di quei &#8220;primitivi&#8221; sud-americani, non si trovano che scarse tracce di quel senso di superiorità, di quella tracotanza intellettuale: anzi traspare quasi, qua e là, una sorta di nostalgia per il perduto paradiso terrestre, che i Caduvei hanno saputo trattenere nella loro vita, e gli Europei hanno perduto per sempre. Non una rivistazione del settecentesco mito del &#8220;buon selvaggio&#8221;, tuttavia, ma la pensosa e, a volte, malinconica consapevolezza che l&#8217;Occidente, per inseguire la chimera del dominio sul mondo della natura, si è condannato da sé allo smarrimento della sua essenza più profonda e più vera, ricacciata nel regno dei sogni, dell&#8217;immaginazione, della poesia (è questa, ben anche, la grande stagione del <a title="simbolismo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">simbolismo</a>: le <a title="Myricae" href="http://www.libriefilm.com/myricae/7138"><em>Myricae</em></a> del Pascoli sono apparse, come un rombo di tuono a sinistra, nel 1891).</p>
<p style="text-align: justify;">Se Boggiani non fosse stato ròso da una tale inquitudine, da una tale segreta infelicità, che cosa lo avrebbe distolto dall&#8217;Europa, ove era giunto sul limitare del successo e della gloria, per ritornare ancora e sempre a quelle lontane solitudini del Chaco, a quel gran mare d&#8217;erba ove conduceva un&#8217;esistenza, come lui stesso affermava, &#8220;triste e solitaria&#8221;?</p>
<p style="text-align: center;">* * * * *</p>
<p style="text-align: justify;">Già si è detto del valore, riconosciuto da insigni studiosi contemporanei, delle sue investigazioni di carattere etnografico (5). Rimane da aggiungere che, guidato da una felice capacità d&#8217;intuizione e da una conoscenza non libresca, ma diretta e profonda, delle regioni interne del Sud America tropicale, Boggiani non arretra davanti a delle teorie etnologiche per allora nuove, ma perfettamente coerenti con i risultati del suo paziente lavoro.</p>
<p style="text-align: justify;">In una delle memorie da lui presentate al II Congresso Geografico Italiano, nel 1895, e intitolata <em>Tatuaggio o pittura?</em>, avanzava l&#8217;ipotesi di una stretta paentela fra i Caduvei, abilissimi nell&#8217;arte del tatuaggio e della decorazione, e gli antichi Incas del Perù, che lo erano stati essi pure, prima che il loro Impero venisse distrutto dai conquistadores guidati da Pizarro. Certo, non era possibile istituire un raffronto fra il grado complessivo di civiltà degli antichi Peruviani e quello degli odierni indigeni del Rio Nabileque, nel Mato Grosso del sud; tuttavia questa, secondo Boggiani, non costituiva in alcun modo una difficoltà.</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco infatti come spiegava la cosa, dal suo punto di vista:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">«Le arti vanno di pari passo con la civiltà de&#8217; popoli; ma ciò si riferisce al momento creativo di esse; mentre può darsi benissimo che, al contatto di una civilizzazione maggiore, un popolo relativamente inferiore ne risenta una diretta influenza, specialmente nella riproduzione grafica delle forme ornamentali. E se si volesse anche ammettere, cosa non improbabile, che i Caduvei o, meglio, gli Mbayà fossero una popolazione in contatto immediato con le più civili popolazioni dell&#8217;impero degli Inca, obbligati dalle persecuzioni spagnole a rifugiarsi nelle selve ed a menar la vita aspra delle tribù più primitive, non sarebbe strano che, perdute le abitudini di una vita in alto grado civile, abbiano conservato le loro attitudini per l&#8217;arte ornamentale, le cui forme sono sempre le ultime a scomparire presso tutti i popoli della terra.</p>
<p style="text-align: justify;">Ed ecco quindi spiegato come i Caduvei posseggano un&#8217;arte superiore alla loro presente condizione sociale; un&#8217;arte che, se non è interamente loro, trova una evidente maternità in quella della civiltà antica peruana di cui ci rimagono così splendidi e numerosi saggi» (6).</p>
</blockquote>
<p style="text-align: center;">* * * * *</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/lo-sguardo-del-viaggiatore-vita-e-opere-di-guido-boggiani/10143" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-9117" style="margin: 10px;" title="lo-sguardo-del-viaggiatore" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/lo-sguardo-del-viaggiatore.jpg" alt="" width="200" height="281" /></a>Nell&#8217;estate del 1901 Boggiani ha stabilito di rientrare nuovamente in Italia, allorchè gli giunge notizia di una tribù &#8220;selvaggia&#8221; dell&#8217;interno del Chaco, che da molto tempo desiderava avvicinare. Si tratta degli Indiani colà noti col nome generico di Moros, nomadi e, in confronto ai Caduvei, estremamente primitivi, temuti egualmente dai bianchi e dagli altri indigeni che li considerano inavvicinabili, crudeli e fors&#8217;anche cannibali. Il loro vero nome è Ayoréos; pochissimi Europei, da allora e fino ad anni recentissimi, hanno potuto vederli; tra quei pochi l&#8217;esploratore novarese Maurizio Leigheb, che all&#8217;inizio degli anni &#8217;70 del secolo trascorso, a rischio della vita è riuscito a prenderne alcune fotografie, prima di vederli scomparire nel folto del monte, ossia della foresta (7).</p>
<p style="text-align: justify;">Nell&#8217;agosto del 1901 Boggiani lascia Asunciòn, ben deciso a stabilire un contatto con i Moros. Possiede una piccola scorta, che però, all&#8217;ingresso nella selva, viene rimandata indietro. Con lui non rimangono che un fido compagno, tal Gregorio Gavilàn, e alcuni Ciamacoco che dovrebbero far loro da guide.</p>
<p style="text-align: justify;">Il 18 ottobre scrive un&#8217;ultima lettera al fratello Oliviero, in Italia, dicendosi intenzionato ad avanzare, a cavallo, sino in vista degli ultimi contrafforti orientali delle Ande, ossia ad attraversare tutto il Gran Chaco nel senso della longitudine, e riproponendosi di compiere delle scoperte notevoli presso quelle ancor sconosciute popolazioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Il 24 ottobre lascia, insieme al paraguayano Gavilàn e a quattro indiani Ciamacoco, la fattoria di Los Mèdanos, ultimo avamposto della civiltà in quelle regioni ancora selvagge. Da allora la spedizione sembra essere scomparsa nel nulla, come si fosse volatilizzata. Per mesi e mesi, nessuna notizia dell&#8217;esploratore e dei suoi compagni giunge a squarciare le sinistre ombre del mistero.</p>
<p style="text-align: justify;">Il 18 giugno del 1902 parte da Asunciòn una spedizione di soccorso, guiata dal coraggioso spagnolo José Fernandez Cancio, e finalmente il mistero può essere chiarito (8).</p>
<p style="text-align: justify;">Durante la sua marcia nel Chaco, Fernandez Cancio ha incontrato una tolderìa (villaggio) dei Ciamacoco, presso i quali vengono rinvenuti vari oggetti appartenenti indiscutibilmente a Boggiani. Gli Indiani forniscono confuse spiegazioni alle domande che vengono fatte loro; da ultimo uno di essi, di nome Luciano, finisce per confessare la verità.</p>
<p style="text-align: justify;">Per due mesi e mezzo Boggiani era vissuto fra i Ciamacoco, spostandosi in vari luoghi e raccogliendo materiale etnografico, scattando fotografie ed eseguendo pitture e disegni. Gl&#8217;Indiani gli si erano affezionati, ma erano anche terrorizzati dalla prospettiva dell&#8217;incontro coi Barbudos &#8211; com&#8217;essi chiamavano i Moros o Ayoréos -, che l&#8217;italiano voleva ad ogni costo avvicinare. Nel gennaio del 1902, poichè Boggiani insisteva affinchè lo guidassero presso quella tribù, i Ciamacoco lo avevano ucciso insieme a Gavilàn.</p>
<p style="text-align: justify;">La spedizione di Fernandez Cancio ritrova quindi i resti dei due uomini. Il cranio di Boggiani presenta i segni inequivocabili di un colpo d&#8217;arma bianca alla tempia e di un ancor più terribile colpo di clava. Luciano viene assicurato alla giustizia, condotto ad Asunciòn, processato e imprigionato; ma più tardi riuscirà ad evadere, profittando di torbidi politici scoppiati nel Paraguay.</p>
<p style="text-align: justify;">A più d&#8217;un secolo di distanza da quei fatti, non si può dire che il nome di Guido Boggiani sia molto conosciuto in Italia; forse lo è di più nel Sud America, dove sono stati pubblicati anche alcuni suoi lavori, tuttora inediti nella sua patria. Opere letterarie, a quanto ci risulta, non sono state ristampate.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma se, come scrisse in sua memoria il <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/gabriele-dannunzio" target="_blank">d&#8217;Annunzio</a></span>, Boggiani aveva realmente schiuso una strada &#8220;più oltre, più oltre nel nuovo&#8221; (9), speriamo che sia giunto finalmente il tempo perché egli venga nuovamente fatto conoscere agli Italiani, e specialmente ai giovani, per il significativo messaggio che egli ha lasciato come artista, come esploratore e come uomo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Note</strong></p>
<p style="text-align: justify;">1) Questa, almeno, è la tesi del prof. Emilio Malesani, in <em>Boggiani, Guido</em>, voce della <em>Enciclopedia Italiana</em>, vol. VII, p. 276.</p>
<p style="text-align: justify;">2) Dal giornale di bordo di Boggiani durante il viaggio in Grecia, cit. da P. Scotti, <em>Guido Boggiani (nel centenario della sua nascita)</em>, in <em>Bollettino della Società Geografica Italiana</em>, Roma, 1963, p. 20.</p>
<p style="text-align: justify;">3) Poco innanzi, nella medesima opera, Boggiani aveva scritto dello stregone Sabino che &#8220;mai conobbi un più impenitente ubbriacone, un uomo di maggior mala fede, un furfante più matricolato di lui&#8221;. È il prezzo che anche il Nostro ha pagato, in termini d&#8217;incomprensione, all&#8217;atteggiamento di condiscendenza che l&#8217;Europeo del tempo nutriva nei confronti dei popoli &#8220;primitivi&#8221;. Una incomprensione che non lo ha spinto a chiedersi, lui che vendeva l&#8217;acquavite agli Indiani, quali effetti disgreganti avesse sul tessuto sociale delle loro comunità e sul tramonto delle loro culture. Una incomprensione nei confronti dell&#8217;&#8221;altro&#8221; che, da ultimo, gli riuscì fatale, quando non si rese conto dell&#8217;autentico terrore che la sua insistente richiesta di essere accompagnato presso gli Ayoréos provocava nei Ciamacoco.</p>
<p style="text-align: justify;">4) G. Boggiani, <em>I Caduvei. Studio intorno a una tribù indiana dell&#8217;Alto Paraguay nel Matto Grosso (Brasile)</em>, in Memorie della Società Geografica Italiana, V, 1895, pp. 286-88.</p>
<p style="text-align: justify;">5) Alfred Métraux (il celebre etnologo, autore di <em>Tristi Tropici</em> e di <em>Meravigliosa Isola di Pasqua</em>), affermò che, per la parte del Gran Chaco e del Mato Grosso studiata da Guido Boggiani, ben pochi sono stati i lavori etnografici successivi, talché la sua opera rimane per noi, a tutt&#8217;oggi, di importanza capitale.</p>
<p style="text-align: justify;">6) G. Boggiani, <em>I Caduvei</em>, ecc., cit., p. 268.</p>
<p style="text-align: justify;">7) M. Leigheb, <em>Caccia all&#8217;uomo</em>, Milano, Sugar ed., 1973.</p>
<p style="text-align: justify;">8) Cfr. J. Fernandez Cancio, <em>Alla ricerca di Guido Boggiani nel Gran Chaco Boreale paraguayano</em>, in <em>Bollettino della Società Geografica Italiana</em>, 1903.</p>
<p style="text-align: justify;">9) A Guido Boggiani il poeta Gabriele <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/gabriele-dannunzio" target="_blank">d&#8217;Annunzio</a></span> dedicò un posto importante nel primo libro delle <em>Laudi del Cielo, del Mare, della Terra e degli Eroi</em>.</p>
<p style="text-align: center;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Riportiamo dal <a title="Dizionario degli esploratori e delle scoperte geografiche" href="http://www.amazon.it/gp/product/B005WW0XVW/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=cestlaru-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=B005WW0XVW" target="_blank"><em>Dizionario degli esploratori e delle scoperte geografiche</em></a> di Silvio Zavatti (Milano, Feltrinelli, 1967, p. 38):</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">&#8220;BOGGIANI, Guido. Esploratore italiano nato ad Omegna (Novara) nel 1861, ucciso dagli Indiani del Chaco Boreale nell&#8217;agosto o nel settembre del 1901. Il 27 novembre 1867 s&#8217;imbarcò per l&#8217;Argentina stabilendosi in seguito nell&#8217;alto Paraguay. Compilò un prezioso dizionario della lingua Guaranì e portò capitali ausilii all&#8217;antropologia e all&#8217;etnografia del Paraguay. Dopo un breve riposo in Italia, il 1° luglio 1896 ripartì nuovamente per il Paraguay e raccolse vaste collezioni etnologiche che erano conservate nel Museo di Berlino. Mentre stava per dirigersi nuovamente verso l&#8217;Italia, ebbe notizia di una tribù indigena che da lungo tempo cercava e, sospesa la partenza, lasciò Asunciòn nell&#8217;agosto del 1901 seguito da pochi uomini di scorta che poi, all&#8217;entrare nella foresta, vennero rimandati. Con Boggiani rimase solo un uomo fedele. Da quel giorno più nulla si seppe di lui. Il 20 ottobre 1902, il coraggioso spagnolo José Ferdinando Cancio ritrovò le ossa dell&#8217;infelice esploratore. Il cranio presentava una ferita d&#8217;arma bianca alla tempia sinistra e un tremendo colpo di clava infertogli dagli indigeni. Anche il suo compagno fu trovato morto.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;BIBL.: Gli scritti di Boggiani sono: <em>I Ciamacoco</em>, in <em>Atti della Società Romana di Antropologia</em>, Roma, 1894; <em>I Ciamacoco</em>, in <em>Boll. della Soc. Geogr. Ital.</em>, 1895; <em>Il Rio Nabilecche e la regione abitata dai Caduvei nello Stato di Matto Grosso in Brasile</em>, ivi; <em>I Caduvei</em>, in <em>Memorie della Reale Società Geografica Italiana</em>, vol. V, 1895; <em>Idioma Guana</em>, in <em>Atti dell&#8217;Accademia dei Lincei</em>, 1895; <em>Viaggi di un artista nell&#8217;America meridionale: i Caduvei</em>, Roma, 1895; <em>Tatuaggio o pittura?</em>, in <em>Atti del II Congresso Geografico Italiano</em>, Roma, 1895; <em>Nei dintorni di Corumba</em>, in <em>Boll. della Soc. Geogr. Ital.</em>, vol. XXXIV (1897); <em>La questione dei confini tra le Repubbliche del Paraguay e della Bolivia</em>, in <em>Memorie della Reale Società Geogr. Italiana</em>, vol, VII (1897); <em>Guaicurù</em>, ivi, vol. VIII (1898). Per B. si veda: E. H. Giglioli, <em>Guido Boggiani</em>, in <em>Boll. della Reale Soc. Geogr.</em>, 1902; J. Fernandez Cancio, <em>Alla ricerca di Guido Boggiani nel Chaco boreale paraguayano</em>, ivi, 1903; R. Giolli, <em>Per la psicologia di un esploratore: Guido Boggiani fra i Caduvei</em>, in <em>Le vie d&#8217;Italia e dell&#8217;America Latina</em>, 1925; Diaz-Perez Viriato, <em>Coronario de Guido Boggiani</em>, in <em>Revista Paraguayana</em>, Asunciòn, 1926; A. Faustini, <em>Gli esploratori</em>, Torino, Paravia, 1932; A. Viviani, <em>Guido Boggiani alla scoperta el Gran Chaco</em>, ivi, 1938; P. Scotti, <em>Guido Boggiani (nel centenario della sua nascita)</em>, in <em>Boll. della Soc. Geogr. Ital.</em>, 1963.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">A questi riferimenti bibliografici, vogliamo aggiungere: Anonimo, <em>Guido Boggiani o la passione della vita primitiva</em>, in <em>Il giardino di Esculapio</em>, anno XX, 1951, n. 1, pp. 29-54; M. Leigheb, <em>Caccia all&#8217;uomo</em>, Milano, Sugar ed., 1973; G. C. Favret, <em>La giovane America</em>, Ed. Uomini-Continenti, Destini, Torino, 1960.</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto, col gentile consenso dell&#8217;Autore, dal sito <a title="Arianna Editrice" href="http://www.ariannaeditrice.it" target="_blank">Arianna Editrice</a>.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/guido-boggiani.html' addthis:title='Ricordo di Guido Boggiani, pittore-esploratore ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>L’eroe Baltasar Gracian</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Dec 2011 17:00:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Leonello Rimbotti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il singolarissimo teologo spagnolo Baltasar Gracián, vissuto nel Seicento, aveva presentato l’eroismo come qualità dell’individuo differenziato che, grazie ad una poderosa fiducia in se stesso, duramente conquistata, perviene al successo nel mondo e al trionfo della sua volontà su quelle altrui. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/l%e2%80%99eroe-baltasar-gracian.html' addthis:title='L’eroe Baltasar Gracian '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/centrostudilaruna48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Centro Studi La Runa online" /><br/><div id="attachment_9079" class="wp-caption alignright" style="width: 239px"><img class="size-medium wp-image-9079" title="gracian" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/gracian-229x300.jpg" alt="" width="229" height="300" /><p class="wp-caption-text">Baltasar Gracián y Morales (Belmonte de Calatayud, 8 gennaio 1601 – Tarazona, 6 dicembre 1658).</p></div>
<p style="text-align: justify;">Il vecchio storico inglese Thomas Carlyle insegnò con inclinazione romantica che l’eroismo ha molte facce, che quasi ogni aspetto della vita può essere interpretato come un momento in cui si può dispiegare una speciale attitudine verso l’ascesi di perfezione. Eroe è il Dio pagano che assomma su di sé tutte le qualità della stirpe, ma eroico può essere allo stesso modo lo spirito sacerdotale, ed eroi possono essere il profeta, il poeta, lo scrittore, il sovrano.</p>
<p style="text-align: justify;">Il singolarissimo teologo spagnolo Baltasar Gracián, vissuto nel Seicento, a tutto questo aveva aggiunto l’eroismo come qualità dell’individuo differenziato che, grazie ad una poderosa fiducia in se stesso, duramente conquistata, perviene al successo nel mondo e al trionfo della sua volontà su quelle altrui. Si eccelle tra gli uomini attraverso l’uso accorto e disciplinato di doti sottili costantemente affinate. Qualcosa di più e di meglio di un moralista alla Montaigne. Un divulgatore di sapienza e di strategie di vita vissuta, tutte tese alla gloria trionfale nel mondo e all’affermazione sui tipi “inferiori” e indifferenziati. Gracián, ammirato e citato da <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/arthur-schopenhauer" target="_blank">Schopenhauer</a></span> e da Nietzsche, che lo considerarono quasi un loro maestro e antesignano, scrisse diversi libri di gran successo, diremmo dei veri e propri “manuali del Superuomo”.</p>
<p style="text-align: justify;">Era un gesuita, e dal gesuitismo imparò tutte quelle nozioni di affilata capacità di introspezione e di acuta conoscenza dei tempi e dei modi, che fecero di quell’ordine il tempio della dissimulazione e infine anche della sua degenerazione curiale, l’ipocrisia farisaica. In Gracián, tuttavia, si nota l’assoluta assenza di riferimenti ai dogmi cristiani: per questo, tenuto in sospetto dalla Compagnia di Gesù, fu prima ammonito, poi allontanato nel 1657 dalla cattedra e infine messo in condizione di non nuocere relegandolo presso un convento sperduto, con la tassativa proibizione di scrivere. Lo si accusava di aver intrapreso una precettistica del tutto profana sul saper vivere e, soprattutto, sul saper predominare sulle cose e sul mondo degli uomini, insomma di essere un laicissimo teorico di ciò che oggi chiameremmo una volontà di potenza in piena regola.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/leroe-2/4627" target="_blank"><img class="alignleft size-medium wp-image-9077" style="margin: 10px;" title="leroe" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/leroe1-182x300.jpg" alt="" width="182" height="300" /></a>La recente pubblicazione de <a title="L'eroe" href="http://www.libriefilm.com/leroe-2/4627" target="_blank"><em>L’eroe</em></a> (Bompiani), uno dei testi più celebri del trattatista aragonese, è l’occasione per verificare come il pensiero europeo si sia sempre misurato con queste categorie dell’essere e del mostrarsi, del fare e dell’avere ragione della realtà, in maniera che, dai sofisti e dagli stoici fino a Machiavelli, ai moralisti francesi o a Nietzsche e all’esistenzialismo, problema non da poco è sempre stato quello di avere a che fare col dispiegarsi dell’essere tra le penombre dell’apparire e del sembrare. Gracián insegnava la dissimulazione in quanto categoria dell’essere superiore e dell’innalzarsi al di là di se stessi, in un procedimento di continuo esercizio alla protezione dei propri fini. «Impedisca a tutti l’uomo colto di sondare il fondo della sua fonte, se da tutti vuole essere venerato&#8230; la metà è più del tutto, perché una metà ostentata e l’altra promessa, son più di un tutto dichiarato».</p>
<p style="text-align: justify;">La velatezza dell’essere, in questo caso, non sarà un volgare atteggiamento di subdolo mascheramento volto all’inganno, ma, molto più sottilmente e nobilmente, lo strumento di una cerca dell’eccellenza, da ottenersi con il freno dei modi, la perfezione in ogni manifestazione di sé e un dosato ombreggiare i propri disegni. Qualcosa di propriamente “politico”, insomma: «Dissimulare una volontà sarà sovranità». In queste proposizioni sembra riecheggiare, in qualche modo, la dialettica heideggeriana circa il velamento della verità, secondo la struttura stessa della parola greca antica, che proponeva non a caso l’alfa privativo: <em>a-lethéia</em>, proprio nel senso che verità è essenzialmente un togliere veli per gradi. La dialettica sottile dell’apparire e del velarsi, lungi dall’essere solo un gioco femmineo di ritrosie seduttive, è in realtà, secondo la logica dell’etica tradizionale, il segreto della gloria. E la gloria, considerata dagli antichi l’unica e insieme la massima via all’eternità, è ugualmente per Gracián il premio al lavoro terreno dell’uomo di valore superiore.</p>
<p style="text-align: justify;">In anni recenti è stato Emanuele <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/emanuele-severino" target="_blank">Severino</a></span> – il cui pensiero sappiamo essere sulla scia heideggeriana &#8211; a precisare i contorni del significato della gloria dal punto di vista esistenziale e tradizionale: «L’indefinita manifestazione dell’eterno, in cui la Gloria consiste e che indefinitamente si arricchisce, è il senso autentico della nostra destinazione per l’eternità». La gloria ha dunque a che fare col destino. E il destino ha a che fare con la fortuna e la fortuna con l’audacia, persino con l’azzardo. A patto che prima, dentro di sé, il temerario che si senta chiamato sulla via della gloria abbia percepito la concordanza della sua anima, tesa all’impossibile, con gli arcani segreti del fato. Difatti, in un passo de <a title="L'eroe" href="http://www.libriefilm.com/leroe-2/4627" target="_blank"><em>L’eroe</em></a> si dice per l’appunto che la fortuna è «gran figlia della suprema provvidenza» e che «è regola da maestri compiuti nella politica discrezione notare la propria fortuna e quella dei propri sostenitori». Non diversamente la pensarono, a ben vedere, e magari senza aver letto un riga di Gracián, personaggi come Napoleone, che diceva di preferire generali fortunati a generali ben preparati, oppure come Hitler, che confessò più volte di aver giocato d’azzardo tutta la vita, sicuro di avere dalla sua parte la “provvidenza”. La fanatica fiducia in se stessi, quale suprema attitudine al comando in grado di piegare anche gli eventi sfavorevoli a proprio vantaggio, veniva da Gracián ricordata come dote dell’uomo di tempra superiore. E faceva l’esempio di Cesare, che al marinaio stanco e sfiduciato rivolse l’ammonimento: «Non dubitare, che offendi la fortuna di Cesare». Il dubbio interiore come ingiuria al destino. Quanto di meno cristiano e di più pagano si possa immaginare. Comprendiamo benissimo il motivo per cui lo scrittore venne messo al bando nella Spagna cattolicissima del gran secolo.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/la-forza-della-prudenza/10135" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-9078" style="margin: 10px;" title="la-forza-della-prudenza" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/la-forza-della-prudenza.jpg" alt="" width="200" height="282" /></a>Tutto questo ha i contorni del tragico. Poiché in Gracián è ben vivo il senso di una lotta che l’eroe deve intraprendere prima di tutto su se stesso. Il controllo su ciò che appare e sulle occasioni che gli si presentano deve essere il frutto di un drammatico auto-controllo: questa volontà auto-imposta deve essere la sua signoria. Tanto che, se necessario, anche quando dentro l’uomo differenziato tutto lo sospingesse a dir di sì, la sua potenza e il suo comando interiore lo condurranno a un vittorioso dir di no. Questo si inserisce alla perfezione in quel dominio metafisico in cui si attua il contatto fra trascendenza e vita terrena. È ciò che gli antichi greci chiamavano kairòs, l’attimo fuggente, e i romantici tedeschi indicavano come <em>der grosse Zufall</em>, il grande caso fortunato. Saper cogliere il manifestarsi del momento in cui il destino si palesa per cenni: la levigata sensibilità, quasi un istinto lungamente esercitato, saprà all’istante percepire questa epifania subitanea. Un evidenziarsi del sacro che indica il momento dell’agire. Poiché <em>kairòs</em> è suprema saggezza, è intima consonanza con gli interni voleri del fato, ma è anche sentimento di giustizia. Tradizionalmente, ciò che appare nel mondo, nell’immutabilità di ciò che è vero da sempre, oppure nell’improvviso irrompere dell’inatteso attraverso l’attimo, è anche ciò che è giusto: giusto è ciò che sa sopraggiungere al momento opportuno.</p>
<p style="text-align: justify;">Una filosofia del rischio? Piuttosto, un’acuta capacità di percezione delle armonie e delle disarmonie del mondo. Nella sua introduzione a <a title="L'eroe" href="http://www.libriefilm.com/leroe-2/4627" target="_blank"><em>L’eroe</em></a>, Antonio Allegra precisa che le sollecitazioni di Gracián verso l’affermazione di sé hanno il carattere di una libera alleanza col destino: «Occorre, in ogni caso, agire all’interno dello spazio della fortuna e del mondo: tutto sta nel potere ancora affermare un margine di libertà rispetto alla situazione integralmente mondana che si presenta, che va acutamente interpretata e colta nelle sue nascoste potenzialità». L’individuo differenziato, l’essere superiore costruito su un’elaborata e fanatica fiducia, si esprime attraverso la decrittazione dei segni lasciati cadere dal fato provvidenziale. Si tratta in fondo di un gioco: vince chi sa elaborare al massimo grado la dialettica tra il vivere all’occasione e l’essere uomo integro in grado di interpretare correttamente i segnali. L’individuo potenziato da questa superiore autocoscienza non è scelto dal caso, ma è lui stesso che sceglie l’attimo. Risolutezza e fulminea capacità di ricorrere alla decisione sono i sintomi dello spirito dominatore: «La prontezza fa da oracolo nei dubbi maggiori, sfinge negli enigmi, filo d’oro nei labirinti, e suole aver l’indole del leone, che riserva il massimo sforzo per quando ne ha più bisogno», scrive Gracián. Un manuale di politica: la golpe e il lione di Machiavelli, più un tocco di quel pessimismo barocco e manieristico che piacque tanto a <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/arthur-schopenhauer" target="_blank">Schopenhauer</a></span> e che cercava di interpretare la complessità del mondo moderno allora già in agguato: <a title="L'eroe" href="http://www.libriefilm.com/leroe-2/4627" target="_blank">L’eroe </a>venne pubblicato nel 1637, l’anno di uscita del <a title="Discorso sul metodo" href="http://www.libriefilm.com/discorso-sul-metodo/4695" target="_blank"><em>Discorso sul metodo</em></a> di Cartesio. Ma anche una filosofia dell’intuito. Una vera mistica terrena dell’azione e del primato. In questo senso, la maschera che, secondo, Gracián, l’uomo superiore deve indossare per assicurarsi il dominio sul mondo non è un trucco plebeo, ma il necessario stigma della diversità: l’eroe gioca le sue maestrìe certo di non dover aprire a nessuno il suo cuore. Il mondo intriso di scaltrezze e di indegnità abbisogna di menti in grado di batterlo sul suo stesso terreno, mantenendo giusto il cuore. «Ti voglio singolare», suona l’esortazione con cui Gracián apre il suo <em>pamphlet</em> rivolgendosi al lettore, «qui avrai non una politica né un’economica, ma una ragion di stato di te stesso». La si direbbe una potente anticipazione di figure metapolitiche come l’Anarca jüngeriano oppure l’Autarca evoliano&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">La fama di Gracián non si limitò alla sua epoca o ai momenti di insorgenza sovrumanista. In tempi recenti il suo nome ha riscosso un famigerato successo tra le turbe dei manager d’azienda&#8230; e il povero Gracián si è visto trascinare via dall’etica tradizionale aristocratica e dal suo stoicismo barocco, fin dentro le maleodoranti stanze dei consigli d’amministrazione, nei grattacieli americani: numerose edizioni dei suoi libri sono state vendute come il pane tra le schiere di <em>yuppies</em> alla ricerca del facile successo attraverso i manuali di auto-stima per piazzisti in carriera. I suoi libri hanno conosciuto l’onta di essere paragonati alle pubblicazioni a grande tiratura in uso sin dagli anni Cinquanta negli USA, ad esempio quelle a cura della Fondazione Carnegie: come vincere la paura degli altri, come avere successo nel lavoro&#8230; Noi aggiungiamo: come trascinare un filosofo del sovrumanismo europeo nel fango della morale da insetti tipica del liberalismo americano&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>Linea</em> del 24 ottobre 2008.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/l%e2%80%99eroe-baltasar-gracian.html' addthis:title='L’eroe Baltasar Gracian ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>La scomparsa della Terra Australe Incognita come paradigma del conflitto fra scienza e mito?</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Dec 2011 17:25:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Lamendola</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La credenza millennaria nella Terra Australis Incognita fu il frutto di una speculazione razionale, e non un mito in senso proprio.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/la-scomparsa-della-terra-australe-incognita-come-paradigma-del-conflitto-fra-scienza-e-mito.html' addthis:title='La scomparsa della Terra Australe Incognita come paradigma del conflitto fra scienza e mito? '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/centrostudilaruna48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Centro Studi La Runa online" /><br/><p style="text-align: justify;"><a href="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/terra-australis-incognita.jpg"><img class="size-medium wp-image-9056 alignright" style="margin: 10px;" title="terra-australis-incognita" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/terra-australis-incognita-300x144.jpg" alt="" width="300" height="144" /></a>Pare che la scoperta dell’<span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/generi/viaggi/antartide" target="_blank">Antartide</a></span> sia avvenuta il 30 gennaio 1820 da parte del capitano della Marina britannica Edward Bransfield, il quale, salpato da Valparaiso per effettuare rilievi cartografici delle le Shetland Australi, sbarcò sull’isola di King George, presso la costa della Penisola Antartica, e poi bordeggiò l’isola Deception.</p>
<p style="text-align: justify;">Si trattava però di una terra gelida, coperta da ghiacci e circondata da mari tempestosissimi e da iceberg estremamente pericolosi per i velieri; insomma una terra abbandonata da Dio e dagli uomini, ove non c’era nulla che sollecitasse la curiosità o l’avidità di eventuali pionieri e che nulla aveva da offrire alle compagnie di navigazione in fatto di commercio, con la sola eccezione delle balene che popolavano le acque ad essa prospicienti.</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure, per due millenni, la civiltà europea aveva costantemente alimentato l’illusione che vi fosse, nell’emisfero australe, un vasto continente che controbilanciasse la massa di terre emerse di quello settentrionale; un continente che si pensava giungesse fin quasi alle medie latitudini, e le cui propaggini più avanzate dovevano quindi godere di un clima temperato, se non addirittura subtropicale.</p>
<p style="text-align: justify;">La flora, la fauna e l’umanità che popolavano una tale Terra Australe potevamo essere solo oggetto di speculazione, ma in ogni caso si favoleggiava che fossero ricche e varie, tali da rendere assai desiderabile una presa di contatto e lo stabilimento di relazioni commerciali.</p>
<p style="text-align: justify;">Di tanto in tanto, alcuni racconti di marinai che si erano spinti più a sud delle normali rotte oceaniche giungevano ad arricchire l’immaginazione di sempre nuovi, allettanti particolari e a rinvigorire il mito che, altrimenti, sarebbe rimasto pericolosamente privo di sostegni concreti, affidato alla sola speculazione dei filosofi e di qualche geografo.</p>
<p style="text-align: justify;">Circa duemila anni prima di quel fatidico gennaio 1820, <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/aristotele">Aristotele</a></span>, il maestro di color che sanno, aveva sostenuto che, così come esiste una zona abitabile nell’emisfero nord, al di là della quale, intorno all’Equatore, si stende una proibitiva e inaccessibile zona di spaventevole calore, allo stesso modo una zona abitabile doveva esistere anche nell’emisfero sud: ragioni di proporzione, di simmetria e di estetica rendevano quasi inevitabile tale deduzione, partendo dall’assunto che una perfetta geometria presiede tanto all’ordine dell’Universo, quanto a quello terrestre.</p>
<p style="text-align: justify;">Il viaggio di Pitea di Marsiglia (vissuto fra il 380 e il 310 circa a. C.) verso l’Estrema Thule, la leggendaria terra boreale, venne così a rafforzare l’idea che, se il lontano Nord era abitato e accessibile, la stessa cosa doveva avvenire anche per il più lontano Sud, oltre la zona infuocata dei deserti e dei mari equatoriali.</p>
<p style="text-align: justify;">Sembra che la geografia greca non sia mai venuta a conoscenza né dei viaggi di due flotte egiziane che, rispettivamente verso il 3000 e nel 1493 avanti Cristo, erano giunte alla mitica Terra di Punt, identificabile con la regione posta presso la foce del fiume Zambesi; né del viaggio dei Fenici che, fra il 600 e il 597 avanti Cristo, avevano circumnavigato l’Africa; ragion per cui essi continuarono a credere che questo continente fosse parte della vastissima Terra Australis e che l’unico ostacolo per giungere al cuore di essa non era costituito dall’ampiezza dei mari meridionali, ma dalla impraticabilità della cintura di fuoco equatoriale.</p>
<p style="text-align: justify;">Bisogna così attendere il 1487 perché il portoghese Bartholomeu Diaz raggiunga ed oltrepassi il Capo di Buona Speranza (da lui chiamato, in verità, Capo delle Tempeste), mostrando così l’insularità del continente africano e la sua non appartenenza al misterioso continente australe &#8211; anche se, ad essere precisi, l’estremità dell’Africa è rappresentata da un altro promontorio, il Capo Agulhas; ed il 1497 perché, ricalcando la medesima rotta, Vasco da Gama si spinga attraverso l’Oceano Indiano e giunga alla sospirata India, impresa celebrata settantacinque anni dopo dal massimo poeta epico portoghese, Luiz Vaz de Camões (1524 circa &#8211; 1580), nei versi del suo capolavoro, <em>I Lusiadi</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Nuova legna al fuoco della Terra Australis si aggiunse dopo il viaggio di Fernando Magellano che, scoprendo e attraversando lo stretto che oggi porta il suo nome (ma che lui aveva battezzato Stretto de Todos Los Santos) e che mette in comunicazione il Sud Atlantico con il Pacifico, nel 1520, aveva costeggiato la riva settentrionale Terra del Fuoco; e, benché egli personalmente sospettasse la natura insulare di quest’ultima, la sua scoperta venne invece interpretata dai geografi come la conferma dell’esistenza del continente australe.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/antartide-meraviglie-naturali/9170" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-9057" style="margin: 10px;" title="antartide-meraviglie-naturali" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/antartide-meraviglie-naturali.jpg" alt="" width="200" height="249" /></a>Così, nel mappamondo di Oronzio Fineo, del 1531, l’Africa appare distinta dalla Terra Australis, ma quest’ultima occupa ancora un’estensione ragguardevole, spingendosi alle medie latitudini ed include quella che poi verrà riconosciuta come l’Australia (che però, in teoria, era ancora del tutto sconosciuta agli Europei), nonché la Terra del Fuoco, che ne diviene una propaggine protesa a sfiorare l’America Meridionale.</p>
<p style="text-align: justify;">Sulle tavole degli atlanti, i cartografi sembrano divertirsi ad arricchire il misterioso continente di particolari stuzzicanti per la fantasia degli Europei: una regione costiera di esso, per esempio, vi figura con la dicitura “Psittachorum regio” e ciò suggerisce che, essendo ricca di pappagalli, debba godere di un clima tropicale e di una vegetazione lussureggiante.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1576 il navigatore spagnolo Juan Fernandez, che già aveva scoperto l’arcipelago recante oggi il suo nome, si spinse ancora più lontano dalle coste occidentali del Sud America, in direzione Ovest, e disse poi di aver raggiunto una terra assai vasta, solcata da grandi fiumi e popolata da indigeni ospitali e civili, vestiti con abiti di stoffa.</p>
<p style="text-align: justify;">Era un altro indizio, benché labile, dell’esistenza del continente australe: ulteriori indizi vennero da altri navigatori spagnoli, fra gli ultimi decenni del Cinquecento e l’inizio del Seicento: Mendaña de Neira, Quiros, Torres; nessuna nazione come la Spagna &#8211; in quegli stessi anni Cervantes componeva il suo <a title="Don Chisciotte" href="http://www.libriefilm.com/don-chisciotte-della-mancia/955" target="_blank"><em>Don Chisciotte</em></a> &#8211; ha contribuito ad alimentare la leggenda…</p>
<p style="text-align: justify;">Per un paio di secoli ancora, ogni avvistamento di terre ed isole nell’emisfero sud venne interpretato in quel senso; anche se le progressive scoperte dei navigatori europei mostravano poco a poco, ma inesorabilmente, che l’enorme continente meridionale non era, né poteva essere, così smisurato come si favoleggiava; anzi, che non esisteva alcuna prova che le terre, le quali avrebbero dovuto farne parte, fossero in realtà null’altro che delle isole e degli arcipelaghi.</p>
<p style="text-align: justify;">Per giunta, alcuni di tali avvistamenti si rivelarono problematici; alcune di quelle terre, come le misteriose Isole Auroras, nell’Atlantico meridionale, viste dal capitano spagnolo Bustamante nel 1762, vengono perdute, poi ritrovate, infine perdute per sempre; lo stesso accade per l’Isola Saxemberg, sempre nell’Atlantico de Sud, così come, più tardi, per le isole Nimrod, Emerald e Dougherty, queste nel Pacifico meridionale, viste e riviste ma poi mai più ritrovate: tutte poste, ad ogni modo, alle alte latitudini e, quindi, caratterizzate da un cima sub-polare; ben altra cosa dalla lussureggiante vegetazione e dalla ricca fauna della supposta Terra Australis, per non parlare delle numerose, raffinate e doviziose popolazioni che questa avrebbe dovuto ospitare.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/leroe-dellendeavour/8883" target="_blank"><img class="alignright size-medium wp-image-9058" style="margin: 10px;" title="eroe-dell-endeavour" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/eroe-dell-endeavour-187x300.jpg" alt="" width="187" height="300" /></a>Il colpo di grazia giunse quando si riconobbe che né l’Australia, né la Nuova Zelanda, potevano esserne parte, data la loro natura insulare, e ciò per opera dei viaggi di James Cook; quanto alla Terra del Fuoco, già Francis Drake aveva intravisto l’enorme distesa d’acque a sud di essa, mentre il riconoscimento del Capo Horn, il 26 gennaio 1616, da parte degli olandesi Schouten e Le Maire, aveva definitivamente smentito la sua appartenenza alla Terra Australis.</p>
<p style="text-align: justify;">Quasi di colpo, dopo il secondo viaggio di Cook intorno al mondo e la sua discesa oltre il Circolo Polare Antartico (1772-73), spariva dalle carte geografiche il fantomatico continente australe, che aveva acceso la fantasia di generazioni di scienziati e di navigatori: infatti, se anche una terra emersa esisteva ancora più a sud, non poteva essere che un desolato deserto di ghiacci, perennemente avvolto nella nebbia e reso quasi inaccessibile dalla presenza dei lastroni galleggianti, grandi talvolta come vere e proprie isole.</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure, gli ultimi riflessi dell’antica credenza erano duri a morire: Scott, nel 1904 stava ancora cercando l’isola Dougherty e Shackleton, nel 1912, faceva lo stesso con l’isola Emerald…</p>
<p style="text-align: justify;">Così ha riassunto la vicenda della scomparsa del mito del continente australe l’esploratore polare Wally Herbert nel suo libro <em>Deserti polari</em> (titolo originale: «Polar deserts», Collins, Glasgow, 1970; traduzione italiana di Francesco Saba Sardi, Rizzoli, Milano, 1971, pp. 86-88):</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">«Fino all’epoca del viaggio di Diaz, i cartografi europei, continuando a far propria la logica dei Greci, avevano visto nell’Africa null’altro che l’appendice settentrionale del grande continente australe, e anche dopo l’impresa del portoghese per parecchi anni ancora alcuni di essi si rifiutarono di prendere in considerazione le affermazioni e le prove del contrario. Il cartografo da un lato era lieto di apprendere che gli esploratori avevano scoperto nuove terre: le mappe da lui tracciate sarebbero state una novità, avrebbero attirato l’attenzione del pubblico; dall’altro, tutto ci che poteva invalidare le mappe in precedenza tracciate era da lui considerato con sospetto, perché poteva ingenerare nel pubblico il dubbio che da parte sua vi fosse stato il deliberato proposito di trarli in inganno. Insomma, quella del cartografo era la professione più esposta alle smentite che ci fosse all’epoca delle grandi scoperte, dal momento che non c’era carta appena pubblicata la cui imprecisione non venisse dimostrata, di lì a pochissimo tempo, da un nuovo viaggio di esplorazione. Non può, quindi, sorprendere che i cartografi applaudissero a Colombo (1451-1506), imprecassero contro Diaz, Vasco de Gama (1469-1524) e capitan Cook, e salutassero i resoconti di Magellano (1480-1521) sull’esistenza di una terra a Sud dell’estremità meridionale del continente americano con l’entusiasmo con cui il naufrago s’aggrappa a una tavola di salvezza.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1520, nel corso del suo viaggio di circumnavigazione terrestre, Magellano aveva scorto, a Sud dello stretto che oggi porta il suo nome, una terra in cui di giorno non si vedeva segno di vita, mentre nottetempo vi brillavano i fuochi da campo degli indigeni, e per questo la chiamò Tierra del Fuego, vale a dire Terra del Fuoco. Magellano ritenne che si trattasse di un arcipelago, ma per geografi e cartografi fu, invece, ovvio che egli aveva scoperto l’appendice settentrionale del grande continente meridionale, la Terra Australis, nome che compare per la prima volta su una mappa pubblicata nel 1531.</p>
<p style="text-align: justify;">In concomitanza con ogni nuova scoperta compiuta nell’emisfero meridionale, la Terra Australis sulle carte andò dilatandosi, fino a da avvicinarsi col suo perimetro settentrionale al Tropico del Capricorno. Durante la sua circumnavigazione del 1577-1580, Drake (1541 ca.-1595) constatò che “il capo o promontorio più remoto di queste isole [la Terra del Fuoco] si trova a quasi 56° al di là dei quali, verso Sud, non è visibile alcuna terraferma né isola”; ma neppure questo valse a scuotere la fede dei geografi nell’esistenza di un ricco e fertile continente australe, e non si decisero a rinunciarvi neppure nel XVII secolo, quando furono costretti a ridurre sempre di più le dimensioni della Terra Australis dai resoconti dei bucanieri, i quali scorrazzavano liberamente i mari del Sud, vastissime distese d’Acqua in cui non esisteva traccia delle terre indicate sulle mappe. Sulle carte il continente meridionale rimase anche dopo che gli Olandesi ebbero dimostrato che l’Australia era circondata da ogni parte dal mare, e anche in seguito alla riconferma di Cook, che neppure la Nuova Zelanda faceva parte del misterioso continente preposto all’equilibrio del mondo. E, nonostante che Cook si limitasse prudentemente ad affermare probabile la presenza di un continente del genere, per Londra si diffuse la voce che egli in effetti lo aveva scoperto e anzi trovato popolato da genti “ospitali, intelligenti e civili”.</p>
<p style="text-align: justify;">Soltanto dopo il suo secondo viaggio nel 1773-74, che lo portò a superare per la seconda volta il Circolo Polare Antartico e a spingere la sua nave, la “Resolution”, fino a 71°31’ di latitudine Sud, tra grandi distese di ghiaccio ma senza scorgere terra, il capitano si dichiarò “finalmente del tutto convinto che in quest’oceano non è reperibile alcun continente, e che terre possano trovarsi soltanto così a Sud, da essere del tutto inaccessibili a causa della presenza dei ghiacci”. A quanto pare, questa sua affermazione fu fraintesa dai geografi, i quali la interpretarono come un’asserzione da parte di Cook della totale mancanza di terre in quelle regioni; la reputazione di cui Cook godeva era tale, che non restò loro altra alternativa, se non quella di considerare il continente australe un semplice mito e, seppur con riluttanza, di cancellarlo dalle loro mappe. In realtà, affermazioni del genere Cook, come s’è visto, non ne aveva fatte. “Credo fermamente”, scrisse, “che nei pressi del polo esista una distesa di terre, dalle quali proviene gran parte dei ghiacci che si diffondono per questo vasto oceano meridionale”. È lecito presumere che i cartografi dell’epoca, delusi all’idea che la fertile terra dei loro sogni si trasformasse in una gelida distesa di ghiacci, preferissero, piuttosto, farla sparire senza lasciare tracce; certo è, comunque, che la cancellarono dalle mappe e, mentre in ogni altra parte del mondo gli esploratori con febbrile attività dilatavano i limiti delle terre note, il gelido Sud restò inviolato: per la prima volta da oltre duemila anni, era diventato inesistente».</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Possiamo dedurre da questa vicenda che, quando la scienza e il mito entrano in conflitto, a trionfare è sempre la prima ed a soccombere, inevitabilmente, è il secondo?</p>
<p style="text-align: justify;">Forse non è questa la legittima conclusione da trarre e ciò per una ragione molto semplice.</p>
<p style="text-align: justify;">Il mito della Terra Australe è un tipico “mito” nel senso moderno della parola; quello platonico di Atlantide, per esempio, è un “mito” nel significato antico…</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/%c2%abterra-incognita%c2%bb-le-storie-le-imprese-i-protagonisti-delle-grandi-scoperte-geografiche/10131" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-9059" style="margin: 10px;" title="terra-incognita" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/terra-incognita.jpg" alt="" width="200" height="280" /></a>In greco, <em>mythos</em> indica un racconto che è pervaso dalla dimensione del sacro e che spiega le origini del mondo, di un certo popolo o di un certo costume; la conoscenza che esso esprime non era considerata come una conoscenza puramente umana, ma anteriore e superiore all’umana; non per niente gli antichi miti greci si riferivano a un’epoca molto anteriore all’invenzione della scrittura ed erano tramandati oralmente.</p>
<p style="text-align: justify;">Nell’accezione moderna del termine, invece, “mito” indica semplicemente una leggenda, una credenza di natura prettamente umana, dunque un conoscere che non attinge alla sfera del divino, ma che nasce semplicemente da un tentativo di spiegare i misteri del mondo per mezzo della ragione, dell’esperienza, dell’ipotesi logicamente fondata.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora, la credenza nell’esistenza del continente meridionale è nata dalla speculazione di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/aristotele">Aristotele</a></span> prima, da quella di Tolomeo ed altri geografi greci, poi; non poggiava su di una rivelazione sacra, non si fondava su una tradizione spirituale, né era garantita da alcuna divinità.</p>
<p style="text-align: justify;">Era, se vogliamo, l’equivalente antico della teoria della deriva dei continenti di Wegener, o di quella dell’evoluzione delle specie viventi per selezione naturale di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/charles-darwin" target="_blank">Darwin</a></span> e Wallace; e si fondava su un processo logico per analogia: poiché esiste una notevole massa di terre emerse nell’emisfero Nord, allora deve esisterne una anche in quello Sud, pena l’instabilità della superficie terrestre e, forse, dell’asse terrestre.</p>
<p style="text-align: justify;">Inoltre, era espressione di una aspettativa coerente, ma “ingenua”: se il mondo è ordinato al bene, allora, si congetturava, deve essere armonioso: dunque, devono esservi simmetria e proporzione in tutte le sue parti. Era lo stesso tipo di aspettativa per cui si dice che i filosofi pitagorici rifiutassero, inizialmente, la scoperta dei numeri razionali: questi ultimi, infatti, sembravano mettere in forse l’immagine della matematica come di un regno della perfetta armonia.</p>
<p style="text-align: justify;">Era un’aspettativa ingenua, perché l’armonia non è necessariamente riconosciuta come tale dalla ragione umana: ciò che è armonioso agli occhi di un Dio, può anche non esserlo allo sguardo degli esseri umani; lo sguardo umano è debole, imperfetto, limitato al qui ed ora: non spazia nella dimensione dell’assoluto.</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco perché un mito moderno può anche tramontare e dissolversi, mentre un mito antico non può essere in alcun modo smentito dalla scienza: esso riflette un altro tipo di conoscenza, che è radicalmente diversa da quella logico-matematica; il che non vuol dire, ovviamente che le sia inferiore…</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto, col gentile consenso dell&#8217;Autore, dal sito <a title="Arianna Editrice" href="http://www.ariannaeditrice.it" target="_blank">Arianna Editrice</a>.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/la-scomparsa-della-terra-australe-incognita-come-paradigma-del-conflitto-fra-scienza-e-mito.html' addthis:title='La scomparsa della Terra Australe Incognita come paradigma del conflitto fra scienza e mito? ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>L&#8217;altra faccia della stupidità</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Nov 2011 17:05:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabio Calabrese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Progressismo, democraticismo e socialismo non sono che una serie di superstizioni che non possono reggere l'occhio impietoso e obiettivo della ricerca scientifica.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/laltra-faccia-della-stupidita.html' addthis:title='L&#8217;altra faccia della stupidità '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/centrostudilaruna48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Centro Studi La Runa online" /><br/><p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-medium wp-image-8857" style="margin: 10px;" title="dna" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/dna-300x224.jpg" alt="" width="300" height="224" />Un detto antireligioso sostiene che “Con o senza la <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione/">religione</a> i buoni farebbero il bene e i malvagi farebbero il male, ma ci vuole la <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione/">religione</a> per indurre i buoni a fare il male”. Esso vuole senza dubbio evidenziare l&#8217;intolleranza e il fanatismo a base religiosa che ha percorso varie volte, talvolta con episodi atroci la storia umana, e non si può dire sia scomparso nemmeno al presente. Tuttavia non è un detto giusto: prima di tutto, le <a title="religioni" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione/">religioni</a> non sono tutte uguali; paganesimo, scintoismo e buddismo, ad esempio, non mi risulta abbiano mai promosso alcuna forma di fanatismo e intolleranza, poi bisogna riconoscere alle <a title="religioni" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione/">religioni</a> una certa, sia pure circoscritta, capacità di indurre anche i malvagi al bene col timore di castighi ultraterreni, infine, abbiamo conosciuto “religioni laiche” come il giacobinismo e il bolscevismo capaci di spingere a un fanatismo feroce che non ha avuto niente da invidiare agli eccessi delle religioni “religiose”.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo concetto si potrebbe però parafrasare affermando che con o senza l&#8217;ideologia, le persone intelligenti direbbero e farebbero cose intelligenti e gli stupidi cose stupide, ma ci vuole l&#8217;ideologia per indurre le persone intelligenti a dire, fare, pensare cose stupide.</p>
<p style="text-align: justify;">In passato mi sono occupato di una stupidità ideologica in particolare, quella che deriva dall&#8217;identificazione errata fra le idee di evoluzione e di progresso, ed ho più volte sostenuto che non c&#8217;è nulla di “progressista” nell&#8217;idea darwiniana di evoluzione per selezione naturale: essa implica la sopravvivenza e il successo degli organismi “più adatti”, “più bravi a sopravvivere e a riprodursi” e – anche se gli scienziati sono riluttanti a usare questa parola – in definitiva “i migliori”. La tendenza a cercare di riprodurre e diffondere nelle generazioni future il proprio genoma, va in direzione esattamente contraria a quel cosiddetto spirito cosmopolita che animerebbe la democrazia e il marxismo discendendo direttamente dai magnanimi lombi della <em>Weltanschauung </em>cristiana e viene ad avallare piuttosto quelle “brutte cose” che si chiamano nazionalismo od anche razzismo.</p>
<p style="text-align: justify;">La mia opinione è, in ultima analisi, che una visione del mondo basata su di una corretta impostazione razionale e scientifica, che include la biologia evoluzionista, viene a essere <em>la più bruciante sconfessione</em> di quelle superstizioni del nostro tempo che chiamiamo progressismo, democraticismo, marxismo.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;erronea identificazione evoluzione-progresso è <em>simmetrica</em>, comune sia “a destra” che “a sinistra”. Poiché succede spesso che le questioni interne a un ambiente cui si sente di appartenere coinvolgano più di ciò che sta al di fuori, mi è capitato di “bacchettare” i camerati che, avendo a disposizione un argomento formidabile che taglia impietosamente i garretti alla <em>Weltanschauung </em>avversaria, preferiscono ignorarlo e fare come chi, avendo un potente pezzo di artiglieria, lo lascia fermo in arsenale e preferisce scendere in battaglia con le fionde. Ma per <em>par condicio</em> ora lasceremo perdere il dibattito interno al nostro ambiente ed esploreremo piuttosto <em>l&#8217;altra faccia della stupidità</em>, ovvero i contorcimenti intellettuali e le farneticazioni di quanti, scienziati e pensatori evoluzionisti e “progressisti” si sono arrampicati sugli specchi pur di non arrivare alle conclusioni assolutamente ovvie ma “politicamente scorrette” in contrasto con l&#8217;ortodossia democratica dominante implicite nella visione del mondo scientifica.</p>
<p style="text-align: justify;">Abbiamo il coraggio di dirlo una volta per tutte: progressismo, democraticismo, “socialismo” (della specie marxista), non sono altro che una serie di superstizioni che non possono reggere l&#8217;occhio impietoso e obiettivo della ricerca scientifica.</p>
<p style="text-align: justify;">Premesso che “la democrazia” o, come preferisco definirla io, il democraticismo non è proprio per nulla la libertà di esprimere le proprie idee o la tolleranza verso qualsiasi idea espressa in forma civile, ma un&#8217;ideologia coi suoi dogmi precisi che determinano l&#8217;anatema per il reprobo che non ha intenzione di sottostarvi, noi vediamo che poiché non ha nessun genere di argomenti da opporre alla ricerca scientifica, i suoi adepti ne difendono i dogmi cercando di proibire la ricerca o la divulgazione dei suoi risultati, oppure semplicemente con la violenza, esattamente come accadeva per il geocentrismo tolemaico ai tempi di Galileo, difeso, in mancanza di argomenti da opporre a Copernico, dal pugno di ferro dell&#8217;Inquisizione.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/lanello-di-re-salomone/283" target="_blank"><img class="alignleft size-medium wp-image-8856" style="margin: 10px;" title="l-anello-di-re-salomone" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/l-anello-di-re-salomone-191x300.jpg" alt="" width="191" height="300" /></a>Questo non è qualcosa che scopro io ora. Sergio Gozzoli nel suo articolo <em>La rivincita della scienza</em> pubblicato sul n. 44 de “L&#8217;uomo libero” ne ha dati diversi esempi, fra cui l&#8217;aggressione subita da parte di un commando di femministe dal sociobiologo Edward O. Wilson quando nel corso di un convegno osò parlare delle basi biologiche delle differenze comportamentali fra uomo e donna, e la maniera allucinante, davvero orwelliana, in cui a un altro scienziato, Frederick K. Goodwin, fu impedito di presentare i risultati di uno studio decennale sulle basi genetiche dei comportamenti aggressivi nei giovani maschi americani (1). In questi casi, buona norma democratica vuole che il ricercatore a cui si tappa la bocca sia ingiuriato con l&#8217;epiteto di “fascista” e forse i “buoni democratici” non si rendono conto che in questo modo fanno diventare ogni giorno di più “fascismo” sinonimo di libertà e di indipendenza di pensiero.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo, naturalmente, non è il peggio, perché può succedere che siano gli scienziati stessi, non sappiamo se per interesse, quieto vivere, opportunismo, o perché prevaricati dalla stessa ideologia democratica, a farsi portatori delle falsità e/o sciocchezze “politicamente corrette”, e allora l&#8217;altra faccia della stupidità ci appare in tutta la sua chiarezza, quando vediamo uomini molto intelligenti asserire cose molto stupide.</p>
<p style="text-align: justify;">Un esempio palmare in questo senso è stato rappresentato dal defunto Stephen Jay Gould, geologo e divulgatore scientifico i cui libri hanno goduto di una discreta popolarità, che era interessante e coinvolgente finché parlava di scienza, ma quando si trattava di estendere le sue osservazioni alla società umana e alla politica, in omaggio alla “correttezza politica” di sinistra, riusciva a dire delle stupidaggini incredibili per un uomo della sua levatura.</p>
<p style="text-align: justify;">Trascrivo questo esempio da <em>Questa idea della vita</em>, un libro in cui sono raccolti vari saggi in cui espone quella che è (secondo lui) la concezione evoluzionista:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">“Negli ultimi dieci anni [l'edizione originale del libro è del 1977] siamo stati sommersi da un risorgente determinismo biologico, che va dalla etologia “per tutti” al più scoperto razzismo.</p>
<p style="text-align: justify;">Padrino di questa rinascita è stato Konrad Lorenz; grazie al lavoro di drammatizzazione di Robert Ardrey ed a quello narrativo di Desmond Morris si è data dell&#8217;uomo l&#8217;immagine di una “scimmia nuda” discendente da un carnivoro africano, con una aggressività innata ed una altrettanto innata tendenza al dominio del territorio” (2).</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;"> Effettivamente, per un buon democratico che voglia tenere le implicazioni sociali e politiche dell&#8217;evoluzionismo ferme all&#8217;ottocento quando si mischiavano al progressismo, al socialismo alla Proudhon (se non a quello di Marx), a residui di hegelismo, al ballo <em>Excelsior </em>di Manzotti, alla convinzione comunque di uno sviluppo ascendente automaticamente garantito dal dio immanente della storia, l&#8217;emergere di una serie di nuove scienze come la sociobiologia e l&#8217;etologia può sembrare una specie di congiura.</p>
<p style="text-align: justify;">Se invece si è sprovvisti di paraocchi, la reazione che si presenta spontanea è un misto di ironia e di scetticismo. Innanzi tutto, quel che negli Stati Uniti passa per destra, oltre a essere puro liberal-conservatorismo in campo sociale, dal punto di vista ideologico è cristianesimo fondamentalista venato di creazionismo, e a ogni modo quanto di più lontano sia possibile immaginare da un&#8217;interpretazione dell&#8217;uomo e della società in termini biologico-evoluzionisti, e già questo basterebbe a far cadere da sola la <em>farneticazione</em> di Gould, ma se andiamo a esaminare più da vicino gli autori nominati, i membri della supposta congiura, ci accorgiamo ancora meglio che ciò con cui abbiamo a che fare è l&#8217;inconsistenza, il vuoto che caratterizza tutte le petizioni di principio degli evoluzionisti democratici.</p>
<p style="text-align: justify;">Robert Ardrey è stato uno scrittore e drammaturgo con la passione della scienza, che ha dedicato molta parte della sua opera alla divulgazione scientifica. Il suo libro più famoso, che fu un vero best seller negli anni &#8217;60 è <em>African Genesis</em>, pubblicato in Italia nel 1968 con il titolo <em>L&#8217;istinto di uccidere </em>(3). Da allora, ogni buon scienziato evoluzionista che voglia nel contempo dimostrare di essere un buon democratico, si è fatto un sacrosanto dovere, con pecoresca ritualità, di ingiuriarlo e maledirlo. Cosa ha mai detto quest&#8217;uomo di così blasfemo e sconvolgente?</p>
<p style="text-align: justify;">Nel suo libro, che riflette almeno in parte le idee del paleoantropologo Raymond Dart, lo scopritore dell&#8217;australopiteco, Ardrey sostiene che l&#8217;aggressività di cui l&#8217;umanità attuale fa così abbondante sfoggio deriva direttamente dagli istinti predatori dei nostri lontani antenati vissuti nelle savane. Cosa c&#8217;è in questa tesi di così blasfemo da provocare gli attacchi isterici degli evoluzionisti democratici?</p>
<p style="text-align: justify;">Considerando la notevole aggressività mostrata dagli scimpanzé, nostri parenti evolutivi più prossimi anche verso i loro consimili di altre tribù, e il fatto che per tutta la storia e la preistoria documentate, l&#8217;uomo è stato un costruttore di armi, un cacciatore e un guerriero, sul piano logico essa equivale ad affermare che poiché all&#8217;inizio della filogenesi degli equini abbiamo un cavallino di piccole dimensioni e alla fine i cavalli attuali, gli stadi intermedi devono essere rappresentati da cavalli di dimensioni man mano crescenti, piuttosto che da bovini muniti di corna o da giraffe. Il fatto è che questa <em>ovvietà</em> viene a urtare contro uno di quei dogmi impliciti nella mentalità democratica, che non possono essere enunciati chiaramente pena il mettere in luce tutto il carattere di <em>stupidità e chiusura mentale</em> dell&#8217;ideologia democratica.</p>
<p style="text-align: justify;">Il dogma che Ardrey ha avventatamente trasgredito, è la contrapposizione fra natura e cultura, innato e appreso, eredità e ambiente, che costituisce uno dei pilastri della mentalità democratica e/o di sinistra. Poiché l&#8217;aggressività e la violenza hanno delle cause di ordine sociale (ed è chiaro che ce ne hanno), è assiomatico che <em>non ne possano</em> avere di più profonde di ordine biologico.</p>
<p style="text-align: justify;">“L&#8217;uomo nasce buono e la società lo corrompe”, e rimodellando i rapporti fra le classi sociali è possibile creare il paradiso in terra. Sono i fantasmi di Jean Jacques Rousseau e di Karl Marx che parlano attraverso la bocca di Gould. Si tratta di un modo di vedere (o meglio, di non vedere) le cose che, prima di essere una falsità, è una stupidaggine.</p>
<p style="text-align: justify;"> Come diceva Konrad Lorenz: “L&#8217;uomo è <em>per natura</em> un animale culturale”. È la sua base genetica prodotta dall&#8217;evoluzione che ne ha fatto un essere capace di dare vita non a una ma a una molteplicità di culture, non altro, e contrapporre le due cose come antitetiche come fanno i buoni marxisti e democratici, è semplicemente insensato.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/la-scimmia-nuda-studio-zoologico-sullanimale-uomo/10041" target="_blank"><img class="alignright size-medium wp-image-8850" style="margin: 10px;" title="la-scimmia-nuda" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/la-scimmia-nuda-187x300.jpg" alt="" width="187" height="300" /></a>Il torto principale di Desmond Morris è quello di essere, oltre che uno zoologo specializzato nello studio del comportamento dei primati, un bravo scrittore capace di rendere le proprie idee facilmente accessibili al grosso pubblico. Il suo libro <em><a title="La scimmia nuda" href="http://www.libriefilm.com/la-scimmia-nuda-studio-zoologico-sullanimale-uomo/10041">La scimmia nuda</a> </em>è stato a lungo un <em>best seller</em>. Ciò che differenzia a colpo d&#8217;occhio l&#8217;uomo dagli altri primati, è il fatto di avere la pelle nuda, non ricoperta di pelo, o con una peluria assai rada a paragone di quella degli antropoidi. La struttura fisica dell&#8217;uomo è quella di un primate, e lo sono pure i suoi modelli comportamentali, propri di un primate molto intelligente, ma sempre tale (4).</p>
<p style="text-align: justify;">Quando non si hanno argomenti a sostegno delle proprie tesi, allora è meglio creare effetti suggestivi facendo appello all&#8217;emotività, e i democratici sono bravissimi in questo. “Rozzo determinismo biologico”. Quante volte avete sentito quest&#8217;espressione? E quando mai avete sentito parlare di rozzo determinismo sociale-ambientale? Poiché l&#8217;uomo è il prodotto sia di fattori biologici sia di fattori ambientali, perché sempre e solo il determinismo biologico deve essere “rozzo”? L&#8217;unica spiegazione ragionevole è che democraticismo e marxismo devono mettere la massima distanza possibile tra la coscienza dell&#8217;uomo e la sua natura biologica perché non sono altro che prolungamenti del cristianesimo.</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure, pensateci un attimo. Quando per esempio un giudice democratico, possibilmente di sinistra, condanna un efferato delinquente a una pena irrisoria perché tanto comunque “la colpa è della società”, questo in quale altro modo si potrebbe definire se non un rozzo determinismo sociale?</p>
<p style="text-align: justify;">Fra i congiurati della cospirazione antidemocratica, poche righe sotto Gould mette nell&#8217;indice/lista di proscrizione anche Carleton S. Coon. Coon, che era un antropologo, è stato autore di un voluminoso studio su <em>L&#8217;origine delle razze</em>. L&#8217;<em>homo sapiens</em>, la nostra specie, fa notare Coon, esiste da poche decine di migliaia di anni, un tempo perché sembrerebbe davvero troppo breve, considerando il fatto che noi non siamo insetti ma una specie a riproduzione lenta, fra le più lente che esistano, considerando il tempo che un essere umano impiega a diventare adulto, perché essa possa essersi differenziata nel numero di razze dalle caratteristiche differenti che vediamo, per differenziare un esquimese da un pigmeo, un europeo da un aborigeno australiano.</p>
<p style="text-align: justify;">La spiegazione di Coon a questo apparente paradosso è semplice, perfettamente coerente con i dati disponibili e con la teoria evoluzionista. Noi sappiamo che in un ampio arco di tempo che va da circa 400-300 a 70-50 mila anni fa sono esistite numerose popolazioni “di transizione” fra <em>homo erectus </em>e <em>homo sapiens</em>. Cosa accadeva quando una popolazione più avanti sulla via verso <em>sapiens </em>si espandeva e veniva a contatto con altre (che non erano enormemente diverse)? Probabilmente, si determinava uno scambio genetico, e la popolazione mista che ne risultava finiva alla lunga per conservare i caratteri in ogni caso più vantaggiosi per la sopravvivenza, cioè da un lato quelli <em>sapiens </em>della nuova arrivata, dall&#8217;altro quelli della popolazione precedente che rappresentavano un valido adattamento alle condizioni ambientali locali, cioè i caratteri <em>razziali</em>. Questo spiega l&#8217;apparente paradosso per il quale le caratteristiche che contraddistinguono le razze umane sembrerebbero essere più antiche della comparsa dell&#8217;<em>homo sapiens </em>moderno.</p>
<p style="text-align: justify;"> Questa teoria coincide quasi perfettamente con quella che oggi, trent&#8217;anni dopo, si chiama teoria dell&#8217;evoluzione multiregionale che si contrappone a quella dell&#8217;origine esclusivamente africana di <em>homo sapiens</em> (che è bene specificare, è una questione del tutto diversa da quella dell&#8217;origine africana degli ominidi ancestrali, che è del tutto pacifica) e sembra avere di gran lunga maggiori probabilità di essere quella esatta (ad esempio, il fossile umano noto che ha le maggiori probabilità di essere l&#8217;antenato comune di <em>h. sapiens sapiens </em>e dell&#8217;uomo di Neanderthal non è africano, è stato ritrovato a Ceprano in Italia, e l&#8217;Italia, che io sappia, non è un pezzo d&#8217;Africa, o meglio, non lo è ancora, anche se i buoni democratici fanno di tutto per farla diventare tale favorendo l&#8217;immigrazione incontrollata).</p>
<p style="text-align: justify;">Apriti cielo! Solo sentir parlare di razze ha fatto scatenare contro Coon le reazioni fobiche e l&#8217;ostracismo della consorteria dei buoni democratici politicamente corretti. È una di quelle cose che evidenziano come forse meglio non si potrebbe che “democrazia” è praticamente un sinonimo di idiozia allo stato puro. <em>Una cosa</em> è constatare che le razze esistono, e magari cercare di capire perché e come si sono formate, <em>un&#8217;altra, completamente diversa</em> stabilire delle differenze di valore fra gli esseri umani in base alla loro appartenenza razziale. È la stessa differenza che corre fra la constatazione ovvia che la nostra specie, come tutte quelle animali superiori, è divisa in due sessi, e il voler affermare la superiorità di un sesso sull&#8217;altro. Ma in questi casi non c&#8217;è ragionevolezza che tenga, i democratici hanno una coda di paglia lunga chilometri, e solo sentir sussurrare qualcosa che richiami alla lontana l&#8217;aborrita parola “razzismo”, li getta nel panico.</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure, proviamo a considerare quali alternative ragionevoli esistono alla teoria di Coon. Diciamo centomila anni fa esistevano in ogni angolo del mondo eccetto le Americhe numerose popolazioni umane pre-<em>sapiens</em>. Se non vi è stata alcuna mescolanza fra esse e il “nuovo” essere umano che si suppone uscito dall&#8217;Africa, i casi sono due: o si sono graziosamente estinte di loro spontanea volontà per far posto al nuovo venuto, il che è del tutto inverosimile, oppure <em>homo sapiens </em>le ha sterminate sistematicamente, ma in questo caso i nostri antenati sarebbero stati degli assassini sanguinari al cui confronto l&#8217;ominide predatore descritto da Robert Ardrey parrebbe un Figlio dei Fiori o un monaco buddista. È un piccolo particolare di cui i sostenitori dell&#8217;<em>OOA</em> (<em>Out Of Africa</em>) dovranno prima o poi renderci conto.</p>
<p style="text-align: justify;">Meno male che l&#8217;ultimo articolo/capitolo del libro di Gould s&#8217;intitola <em>Un animale ingegnoso e buono</em>. Ma lui e tutti quelli come lui che professano di credere nell&#8217;innata bontà umana, hanno mai aperto la pagina di cronaca di un quotidiano o ascoltato un TG?</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/konrad-lorenz-letologo-e-i-suoi-fantasmi/10044" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-8853" style="margin: 10px;" title="konrad-lorenz-etologo" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/konrad-lorenz-etologo.jpg" alt="" width="143" height="240" /></a>Ho lasciato appositamente per ultimo quello che mi sembra il fatto più grave, che Gould trascini su banco degli imputati considerandolo nientemeno che il “padrino” della rinascita della biologia non soggetta ai <em>diktat</em> ideologici democratici (e quindi fascista, razzista e chi più ne ha più ne metta), Konrad Lorenz. Chi ha letto i libri di Lorenz ha potuto facilmente rendersi conto dello spirito che li permea: un grande amore per la natura e per tutte le forme viventi, unito a una vivace curiosità e un rigore scientifico a tutta prova, assolutamente alieno da preconcetti e paraocchi ideologici di qualsiasi tipo; tutte qualità che hanno permesso a Lorenz di fare dell&#8217;osservazione del comportamento degli animali nel loro ambiente naturale una nuova scienza, l&#8217;etologia. Sinceramente, leggendo l&#8217;atto d&#8217;accusa di Gould ho avuto la stessa impressione che ci può dare qualcuno di dubbia credibilità quando attacca un galantuomo di onestà intemerata.</p>
<p style="text-align: justify;">Konrad Lorenz è stato un indagatore della natura del tutto alieno da preconcetti ideologici di qualsiasi tipo. Il suo libro più “politico” è stato forse <em>Evoluzione e modificazione del comportamento</em> (5) (tra l&#8217;altro pubblicato in Italia da una casa editrice “progressista” come Boringhieri). In esso, Lorenz difende dai suoi critici un concetto cardine dell&#8217;etologia che è quasi una banale ovvietà: l&#8217;evoluzione e la selezione naturale darwiniana, così come hanno modellato i caratteri fisici degli esseri viventi, ne hanno plasmato anche i comportamenti, e questo vale anche per la nostra specie come per tutte le altre.</p>
<p style="text-align: justify;">Cosa che può forse sembrare strana, i critici di Lorenz sono in grande maggioranza psicologi comportamentisti. La storia del comportamentismo meriterebbe di essere meglio conosciuta dal grosso pubblico, perché è un esempio davvero palmare di come i paraocchi democratici possano deformare la ricerca scientifica.</p>
<p style="text-align: justify;">Nato nel secondo decennio del XX secolo, i comportamentismo si è basato su di un assunto metodologico giusto e ne ha tratto conseguenze sbagliate, non implicate in esso e fortemente in linea con l&#8217;ideologia democratica. L&#8217;assunto metodologico giusto era che non si può osservare la mente altrui, e che la psicologia deve dedicarsi allo studio del comportamento osservabile. Da ciò <em>NON SEGUE</em> che tutta l&#8217;attività psichica si possa ridurre ai riflessi condizionati pavloviani, che non sia possibile distinguere fra comportamento intelligente e finalizzato a uno scopo e comportamento insensato e non finalizzato, né, infine, che il patrimonio genetico e la storia evolutiva delle specie (uomini compresi) non abbiano alcuna influenza sul comportamento.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/evoluzione-e-modificazione-del-comportamento/9602" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-8854" style="margin: 10px;" title="evoluzione-e-modificazione-del-comportamento" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/evoluzione-e-modificazione-del-comportamento1.jpg" alt="" width="200" height="293" /></a>Basato su di un riduzionismo a colpi d&#8217;accetta, il comportamentismo ebbe uno straordinario successo negli Stati Uniti <em>perché proprio in conseguenza dei suoi errori logici</em>, veniva a rispondere molto bene a certe istanze della mentalità democratica americana: quella di una psicologia fai-da-te facilmente applicabile attraverso la lettura di appositi manuali, l&#8217;idea <em>molto democratica</em> che, a parte le influenza ambientali, gli esseri umani siano tutti uguali e che (particolare molto attraente per una non-nazione ibrida come gli Stati Uniti) l&#8217;origine di ciascuno non conti per nulla, e l&#8217;idea che l&#8217;essere umano sia manipolabile a piacere (il lato totalitario sempre presente e nemmeno tanto ben nascosto della democrazia).</p>
<p style="text-align: justify;">“Datemi un bambino”, sosteneva John B. Watson, fondatore della scuola comportamentista, “E ne farò quello che volete, volete che ne faccia un delinquente? Ne farò un delinquente. Volete che ne faccia il presidente degli Stati Uniti? Ne farò il presidente degli Stati Uniti”.</p>
<p style="text-align: justify;">Forse non è nemmeno il caso di insistere troppo sul fatto che, effettivamente alcuni presidenti degli Stati Uniti sono stati fra i peggiori delinquenti che la storia umana abbia mai conosciuto, ad esempio Franklin Delano Roosevelt che lavorò attivamente a travolgere il mondo nella tragedia della seconda guerra mondiale allo scopo di annientare l&#8217;antica centralità europea e assicurare l&#8217;egemonia planetaria americana, o Harry Truman che ordinò i bombardamenti nucleari sul Giappone <em>quando quest&#8217;ultimo si era già arreso</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Il colmo del ridicolo probabilmente gli pseudo-psicologi comportamentisti lo raggiunsero negli anni &#8217;30 e &#8217;40 quando vennero a contatto con molti psicologi di origine europea che si rifugiarono negli Stati Uniti, psicanalisti e gestaltisti, coi quali ingaggiarono dispute furibonde. Quello che non riusciva loro di accettare della psicanalisi, non era l&#8217;accentuazione delle tematiche della sessualità, ma il fatto che essa lasciasse intravedere una complessità della vita psichica che andava ben oltre il loro risibile riduzionismo. Le colpe degli psicologi della <em>Gestalt</em> ai loro occhi erano ancora più gravi: i gestaltisti sostenevano il carattere innato dei processi percettivi, erano degli innatisti che sostenevano che nell&#8217;uomo ci fosse qualcosa che non era il prodotto delle influenze ambientali, erano quindi (come Jean Piaget, d&#8217;altronde), dei cripto-fascisti. (Teniamo presente che in ogni caso era gente che era fuggita dall&#8217;Europa per sottrarsi ai fascismi, e fra questi c&#8217;erano non pochi ebrei).</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;aspetto grottesco della faccenda, è che costoro contestavano semplicemente un&#8217;ovvietà, come discutere se due più due faccia quattro oppure no. I meccanismi percettivi sono innati, devono precedere l&#8217;esperienza perché sono essi che la rendono possibile.</p>
<p style="text-align: justify;">Dagli anni &#8217;60 non esiste più una scuola psicologica comportamentista riconoscibile come tale, ma questo non significa che un “fondo” comportamentista non continui a impregnare gran parte della mentalità americana.</p>
<p style="text-align: justify;">I comportamentisti avevano mutuato le loro concezione da Ivan Pavlov, il fisiologo russo scopritore dei riflessi condizionati, e come lui avevano preteso che questi fossero la spiegazione di tutta la vita psichica. Ivan Pavlov, a sua volta, sebbene non si fosse mai dichiarato comunista e appartenesse alla generazione pre-rivoluzionaria (era nato nel 1849), non solo passò indenne il periodo staliniano, ma dal potere sovietico ricevette solo incoraggiamenti e onori: l&#8217;idea dischiusa dalla sua psicologia, che l&#8217;essere umano fosse, grazie agli stimoli giusti, manipolabile e plasmabile a piacere come creta molle, era troppo allettante per la nomenklatura sovietica.</p>
<p style="text-align: justify;">Non dovremmo mancare di riflettere sul fatto che nei due imperi che hanno dominato la scena mondiale nella seconda metà del XX secolo, la concezione dell&#8217;uomo sia stata esattamente la stessa, uno di quei fatti che inducono a pensare che, nonostante le apparenze, la differenza fra l&#8217;uno e l&#8217;altro sia stata più una questione di dettagli che di sostanza.</p>
<p style="text-align: justify;">La storia della scienza in Unione Sovietica, o meglio ancora della “scienza sovietica”, di ciò che in Unione Sovietica è passato per scienza, è un capitolo mal conosciuto e ricco di sorprese. Non si venga a dire che essa ha avuto almeno il merito di portare il primo uomo nello spazio. A portare il primo uomo nello spazio nel 1961 non è stata la “scienza sovietica” ma la tecnologia rubata ai Tedeschi nel 1945.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/le-due-scienze/3438" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-8855" style="margin: 10px;" title="le-due-scienze" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/le-due-scienze.jpg" alt="" width="200" height="298" /></a>È piuttosto noto il caso di Trofim Lysenko, il “biologo” sovietico presidente dell&#8217;Accademia delle Scienze Agricole dell&#8217;URSS che fondò le sue “teorie” sulla negazione pura e semplice della genetica, provocando la deportazione o la morte in carcere di molti genetisti e dando un contributo determinante al crollo della produzione agricola sovietica. Quello che è meno noto, invece, è che il caso Lysenko non è semplicemente una mostruosità riconducibile al periodo staliniano, non fosse altro perché Lysenko rimase al suo posto per tutta l&#8217;era di Krushev per “cadere in disgrazia” soltanto con l&#8217;avvento di Leonid Breznev, e non certo perché Breznev fosse più aperto o interessato di Krushev alla scienza occidentale, ma unicamente per i meccanismi di potere interni alla nomenklatura sovietica, perché è inutile girarci intorno, Lysenko esprimeva un bisogno fondamentale del comunismo, non solo sovietico, che l&#8217;eredità biologica, il passato, la storia, non solo degli uomini ma di tutte le forme viventi, non contassero nulla, e non aveva importanza quanto questo bisogno fosse campato in aria, lontano dalla realtà.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche fra i democratici vi sono persone che non sono né stupide né in malafede; sono una minoranza, ma ci sono. La cosa interessante è che quando questi ultimi si impegnano in un lavoro teorico e sono abbastanza onesti da riportare tutti i dati a loro disposizione, questi smentiscono regolarmente le teorie “politicamente corrette” che essi cercano di sostenere.</p>
<p style="text-align: justify;">Un esempio notevole in questo senso anche se lontano dalle scienze, tranne quella storica, è il libro tratto dall&#8217;omonima inchiesta televisiva <em>La notte della repubblica </em>di Sergio Zavoli (6). Dalla massa dei dati raccolti, dalle interviste, dai resoconti giornalistici, emerge la verità a dispetto delle intenzioni dichiarate dell&#8217;autore: Negli <em>anni di piombo</em>, la “strategia della tensione” fu messa in atto dai servizi segreti italiani niente affatto deviati, non per destabilizzare il sistema politico ma per stabilizzarlo. All&#8217;epoca era in corso un “attacco al cuore dello stato” portato avanti dalle Brigate Rosse, ma non solo dalle Brigate Rosse che erano solo la punta di diamante della vasta area della cosiddetta autonomia e della sinistra extraparlamentare. Fu costruito di sana pianta un “terrorismo nero”, reclutando come manovalanza individui tra i meno accorti, meno intelligenti, meno politicamente preparati della destra estrema, allo scopo di impedire che l&#8217;attacco brigatista facesse spostare per reazione l&#8217;opinione pubblica “a destra”.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel campo scientifico che stiamo esaminando, troviamo un esempio molto simile. Negli anni &#8217;70 il genetista di origine ucraina naturalizzato americano Theodosius Dobzhansky scrisse il saggio <em>Diversità genetica e uguaglianza umana </em>(7), uno scritto che è quanto di più “politicamente corretto” ci si possa immaginare, con l&#8217;intento di dimostrare che gli uomini vanno considerati tutti uguali a dispetto delle evidenti differenze fisiche, comportamentali e genetiche, di condannare il razzismo e via dicendo. Poiché è stato abbastanza onesto da non censurare i dati, tuttavia riporta nel libro una tabella con i coefficienti di correlazione (cioè, potremmo dire il grado di somiglianza, ricordando però che si tratta di dati solo quantitativi) dei quozienti d&#8217;intelligenza di persone con vari gradi di parentela. Ai due estremi della scala, troviamo gemelli monozigoti separati alla nascita (con la stessa struttura genetica, ma cresciuti in ambienti diversi) con un coefficiente di correlazione del 75%, ed estranei geneticamente allevati assieme (fratelli adottivi), con un coefficiente di correlazione del 24%.</p>
<p style="text-align: justify;">Davvero non occorre altro per concludere che l&#8217;intelligenza dipende per tre quarti dall&#8217;eredità genetica e solo per un quarto dall&#8217;ambiente, e se le cose stanno in questi termini, e non vi è dubbio che lo siano, psicologi comportamentisti, divulgatori alla S. J. Gould, democratici assortiti possono solo andare a nascondersi!</p>
<p style="text-align: justify;">La democrazia, l&#8217;ideologia democratica, il democraticismo, sono un sistema di superstizioni che ha ben pochi punti di contatto con la realtà, sono una chiara espressione della stupidità umana, e non possono sopravvivere senza esercitare un&#8217;azione deformante sulla ricerca scientifica.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>NOTE</strong></p>
<ol>
<li style="text-align: justify;">Sergio Gozzoli: <em>La rivincita della scienza</em>, “L&#8217;uomo libero” n. 44, 1.11.1997.</li>
<li style="text-align: justify;"> Stephen Jay Gould: <em>Questa idea della vita </em>(<em>Ever since <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/charles-darwin" target="_blank">Darwin</a></span></em>), Editori Riuniti 1984, pag. 225-226.</li>
<li style="text-align: justify;">Robert Ardrey: <em>L&#8217;istinto di uccidere </em>(<em>African Genesis</em>), Feltrinelli, Milano 1968.</li>
<li style="text-align: justify;">Desmond Morris: <em><a title="La scimmia nuda" href="http://www.libriefilm.com/la-scimmia-nuda-studio-zoologico-sullanimale-uomo/10041" target="_blank">La scimmia nuda</a> </em>(<em>The naked Ape</em>), Bompiani, Milano (1968) 2003.</li>
<li style="text-align: justify;">Konrad Lorenz: <em>Evoluzione e modificazione del comportamento</em>, Universale Scientifica Boringhieri, Bologna 1974.</li>
<li style="text-align: justify;"> Sergio Zavoli: <em>La notte della repubblica, </em>ERI – Mondadori 1992.</li>
<li style="text-align: justify;">Theodosius Dobzhansky: <em>Diversità genetica e uguaglianza umana</em>, Einaudi Nuovo Politecnico, Torino 1975.</li>
</ol>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/laltra-faccia-della-stupidita.html' addthis:title='L&#8217;altra faccia della stupidità ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Il mistero di Atlantide</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Nov 2011 15:42:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Pellegrino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Alcune teorie riguardanti il mistero di Atlantide e il suo presunto collegamento con quello del "Triangolo delle Bermude".]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/il-mistero-di-atlantide.html' addthis:title='Il mistero di Atlantide '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/centrostudilaruna48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Centro Studi La Runa online" /><br/><p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-medium wp-image-8783" style="margin: 10px;" title="atlantide" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/atlantide1-300x197.jpg" alt="" width="300" height="197" />In questo articolo prenderemo in considerazione alcune teorie riguardanti il mistero di Atlantide, un continente che secondo alcuni si sarebbe inabissato migliaia di anni fa nell’Oceano Atlantico in seguito ad un cataclisma di proporzioni apocalittiche oppure, secondo altri, in seguito ad una serie di cataclismi che avrebbero provocato il graduale inabissamento.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci occuperemo di alcune teorie che riguardano due aspetti del mistero di Atlantide, ovvero la collocazione geografica di Atlantide e delle sue colonie, fondate prima o dopo la distruzione e l’inabissamento del perduto continente, e il possibile rapporto esistente tra il mistero di Atlantide e quello del Triangolo delle Bermude. Come abbiamo sostenuto in due libri intitolati <em>Una lettura sociologica della realtà contemporanea</em> e <em>I miti della società contemporanea</em>, nella società del nostro tempo è riscontrabile un crescente interesse per ciò che fa parte della dimensione del mistero. Alcuni sociologi hanno definito tale fenomeno con la suggestiva espressione “reincanto del mondo”. Nell’ambito di tale crescente interesse per l’universo del mistero un posto di rilievo è occupato dal mistero di Atlantide, che ha fatto molto discutere sin dai tempi antichi ma che a partire dalla seconda metà del XX secolo ha attirato sempre più l’interesse sia degli studiosi sia dell’opinione pubblica (secondo gli storici delle <a title="religioni" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione/">religioni</a> tale perdurante interesse sarebbe dovuto a quella che nel linguaggio della storia delle <a title="religioni" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione/">religioni</a> prende il nome di “nostalgia delle origini”).</p>
<p style="text-align: justify;">Per quanto riguarda le principali teorie riguardanti la collocazione geografica di Atlantide e delle sue colonie riteniamo opportuno citare innanzitutto le teorie elaborate da Ignatius Donnelly, uno studioso che ha giocato un ruolo importante nel difficile tentativo di dare risposta al problema della collocazione geografica del continente sommerso. Il libro di Donnelly ebbe un così grande successo che ancora negli ultimi anni del XX secolo è stato più volte ripubblicato. Esso ha avuto un’influenza determinante sugli studi riguardanti Atlantide, anche se, pur essendo innegabili i pregi di alcune teorie, sono presenti anche alcune entusiastiche esagerazioni che ne limitano l’attendibilità; ciò nonostante, i sostenitori di Donnelly sono ancora oggi moltissimi e tendono a dare poca importanza a tali esagerazioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Secondo la teoria di Donnelly Atlantide fu la prima civiltà mondiale, nonché la potenza colonizzatrice e civilizzatrice dell’intero litorale atlantico, del bacino del Mediterraneo, dell’America del sud e centrale, del Baltico e anche dell’India e di alcune regioni dell’Asia centrale. Inoltre secondo Donnelly Atlantide fu altresì la patria dell’alfabeto. Donnelly sostiene che i miti e le leggende dell’<a title="antichità" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/storia-antica/">antichità</a> non siano altro che versioni confuse ed annebbiate di fatti storicamente avvenuti nel perduto continente di Atlantide.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/una-civilta-sotto-ghiaccio/8630" target="_blank"><img class="alignleft size-medium wp-image-6007" style="margin: 10px;" title="una-civilta-sotto-ghiaccio" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/una-civilta-sotto-ghiaccio-186x300.jpg" alt="" width="186" height="300" /></a>Nel tentativo di dare un peso scientifico alle sue teorie su Atlantide Donnelly studiò con grande attenzione il racconto di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/platone">Platone</a></span> su Atlantide e compì ricerche su tutti i terremoti e gli inabissamenti di proporzioni catastrofiche avvenuti in tutti i tempi storici. Donnelly studiò in particolare i terremoti e i conseguenti maremoti che avevano causato la scomparsa di isole o di fasce costiere a Giava, a Sumatra, in Sicilia e anche al largo dell’Oceano Indiano dove si era inabissata una terra molto estesa, per provare così che un cataclisma come quello che avrebbe provocato la sommersione del continente di Atlantide era scientificamente possibile.</p>
<p style="text-align: justify;">A dire di Donnelly, tuttavia, l’Oceano Atlantico era la zona più instabile e mutevole tra tutte le aree del globo terrestre. Nel XVIII secolo vi furono in Islanda vari terremoti che fecero emergere un’isola la quale poi se ne tornò immediatamente in fondo al mare. Tale isola venne subito rivendicata dal re di Danimarca il quale tuttavia non ebbe il tempo di impadronirsene, in quanto essa si inabissò subito nelle acque dell’Oceano Atlantico. Inoltre Donnelly, nel descrivere il disastroso terremoto che distrusse nel XVIII secolo Lisbona causando la morte di sessantamila persone, mise in evidenza che l’epicentro si trovava con tutta probabilità nei fondali dell’Oceano Atlantico. Donnelly sostenne che tale terremoto fosse il successore di quell’apocalittico terremoto che migliaia di anni prima aveva causato la distruzione e l’inabissamento del continente di Atlantide. Egli evidenziò che durante tale terremoto moltissime persone si rifugiarono su un molo costruito da poco tempo, fatto interamente di marmo, che improvvisamente sprofondò nel mare con tutta la folla che vi stava sopra. Un gran numero di barche e navi ancorate nel porto di Lisbona cariche di persone vennero inghiottite dal mare come in un gorgo e non ricomparvero mai più in superficie cadaveri, relitti o elementi di quel molo di marmo che attualmente è ricoperto da seicento piedi di acqua. L’area in cui avvenne questo terremoto di apocalittiche dimensioni era molto estesa. Il famoso geografo Von Humboldt sostenne che interessò una porzione della superficie terrestre estesa quattro volte l’Europa.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/atlantis-lisola-misteriosa-2/9231" target="_blank"><img class="alignright size-medium wp-image-8782" style="margin: 10px;" title="atlantis-isola-misteriosa" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/atlantis-isola-misteriosa-197x300.jpg" alt="" width="197" height="300" /></a>Donnelly sostenne anche che nel periodo storico in cui esisteva Atlantide esistevano delle isole che formavano una specie di ponte di terraferma che collegava Atlantide con l’Europa da un lato e con l’America del centro dall’altro. Altra teoria molto suggestiva formulata da Donnelly è quella che sostiene la diffusione della cultura del perduto continente di Atlantide sui due versanti dell’Oceano Atlantico, quello europeo e quello americano.</p>
<p style="text-align: justify;">Un’altra teoria di Donnelly che ha avuto molta fortuna ed è stata accolta con molto entusiasmo è quella che sostiene che tutti i miti della <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione/">religione</a> greca siano versioni sbiadite e confuse di fatti storici avvenuti nel continente di Atlantide. Secondo Donnelly i racconti mitologici che hanno come protagonisti gli dei e le dee della <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione/">religione</a> olimpica greca sarebbero ricordi confusi delle imprese e degli avvenimenti storici che avvennero nel continente di Atlantide: in altri termini (utilizzando il linguaggio della storia delle <a title="religioni" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione/">religioni</a>) il carattere fortemente antropomorfico delle divinità olimpiche (tali divinità nascono, mangiano, bevono, hanno rapporti sessuali sia tra di loro sia con gli esseri umani, generano figli, si fanno coinvolgere nelle guerre che avvengono tra gli esseri umani, hanno i peggiori difetti ed i migliori pregi degli esseri umani) è dovuto solamente al fatto che tali divinità non erano altro che i re, le regine, i principi, i condottieri del perduto continente di Atlantide.</p>
<p style="text-align: justify;">Prenderemo ora in considerazione alcune teorie che riguardano la collocazione geografica delle colonie atlantidee o di quelle città in cui si sarebbero rifugiati gli abitanti di Atlantide dopo la distruzione del loro continente.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/il-mito-della-terra-perduta-da-atlantide-a-thule/8633" target="_blank"><img class="alignleft size-medium wp-image-6009" style="margin: 10px;" title="il-mito-della-terra-perduta" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/il-mito-della-terra-perduta1-193x300.jpg" alt="" width="193" height="300" /></a>La prima di tali presunte colonie prima o dopo la distruzione e l’inabissamento di Atlantide è considerata da alcuni autori Tartesso. Tali studiosi credono che questa città oggi sommersa fosse collocata sulle coste atlantiche della Spagna, nei pressi della foce del Guadalquivir. Essi sostengono altresì che tale città fosse un centro culturale fortemente progredito e particolarmente ricco di minerali.</p>
<p style="text-align: justify;">Alcuni archeologi tedeschi quali Herman e Henning nel 1905 iniziarono la ricerca di Tartesso, da loro considerata la “Venezia dell’ovest”. Nonostante tali ricerche Tartesso non è mai stata ritrovata sebbene negli scavi si siano trovate tracce di grandi edifici. Attualmente esistono due ipotesi formulate per spiegare la sparizione di Tartesso: la più accreditata sostiene che le rovine di Tartesso si troverebbero sott’acqua, mentre la seconda sostiene che le rovine di tale città si trovano sulla terraferma coperte dal fango.</p>
<p style="text-align: justify;">Altri autori, tra cui l’archeologo francese Godron, sostengono che alcune colonie di Atlantide si troverebbero nel Sahara coperte dalla sabbia. Godron sostiene altresì che i berberi dei monti dell’Atlante i quali hanno spesso la pelle bianca, gli occhi azzurri e i capelli biondi sarebbero i discendenti degli abitanti di Atlantide sfuggiti alla distruzione del loro continente.</p>
<p style="text-align: justify;">Uno studioso tedesco, Borchard, formulò un’interessante teoria nel 1926: egli sosteneva che i berberi fossero i discendenti dei superstiti di Atlantide. Borchard cercò di dare un supporto scientifico alla sua teoria tentando di collegare i nomi delle tribù berbere moderne con quelli dei dieci figli di Poseidone, cioè dei clan atlantidei. Egli trovò delle coincidenze abbastanza notevoli: innanzitutto una tribù berbera si chiamava Uneur, il che si adattava perfettamente al nome Evenore che era secondo <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/platone">Platone</a></span> il primo abitante di Atlantide; inoltre le tribù berbere dello Sciott el Ameinha in Tunisia venivano chiamate “Attala”, nome che presenta la stessa radice del nome Atlantide.</p>
<p style="text-align: justify;">Altri autori sostengono che alcune colonie di Atlantide fondate prima o dopo l’inabissamento del perduto continente si trovavano nell’isola di Thera che esplose e si inabissò nel Mediterraneo circa nel 1500 A. C.. Diversi autori considerano l’isola di Thera ed anche altre isole sprofondate nel mare Egeo insieme a Thera una colonia del perduto continente di Atlantide. Particolarmente interessanti sono le teorie su Thera formulate dall’archeologo e oceanografo americano James Mayor. Secondo tale autore il misterioso crollo dell’impero minoico di Creta e la distruzione della sua splendida capitale Cnosso furono dovuti ad una apocalittica eruzione vulcanica che fece sprofondare nel mare Egeo l’isola di Thera nel 1500 A. C., lasciando un profondo abisso marino nel luogo dove prima si trovava l’isola. Le conseguenti ondate di maremoto causate da questa eruzione e dall’inabissarsi dell’isola di Thera nel mare Egeo causarono la sommersione di molte città situate sulle coste e causarono tra l’altro anche la fine dell’impero minoico di Creta e la distruzione della sua capitale Cnosso, nonché la probabile sommersione di isolette situate vicino a Thera. Scavi effettuati nel XX secolo sembrano confermare tale teoria. Probabilmente futuri scavi in terra e in mare che saranno effettuati sia a Thera sia a Creta procureranno altri dati ed informazioni su questa terribile catastrofe naturale (una parte dell’isola di Thera è stata ritrovata in quanto è situata poco al di sotto del livello del mare).</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/i-credenti-degli-ufo/9293" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-7332" style="margin: 10px;" title="i-credenti-negli-ufo" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/i-credenti-negli-ufo.jpg" alt="" width="168" height="240" /></a>Infine James Mayor sostiene che poiché il traffico mercantile egiziano si interruppe al momento del misterioso declino di Cnosso e dell’impero minoico cretese, è molto probabile che siano stati gli egiziani a dare origine ai racconti che riguardavano la scomparsa e l’affondamento dell’isola di Thera nonché di qualche altra isola situata nelle sue vicinanze. Mayor ritiene anche che i racconti di un’invasione dell’Egitto dal mare ad opera di popolazioni provenienti da nord siano stati originati da effettivi attacchi subiti dall’Egitto da popoli che, a causa dell’eruzione e del conseguente terremoto e maremoto che avevano distrutto Thera ed altre isole dell’Egeo e che avevano anche messo fine all’impero cretese minoico, cercavano di conquistare altre terre.</p>
<p style="text-align: justify;">Prenderemo ora in considerazione alcune delle teorie che riguardano il secondo elemento del mistero di Atlantide, ovvero la possibile esistenza di un legame tra il mistero del triangolo delle Bermude e quello di Atlantide. Esporremo quindi le tre principali teorie che sono state formulate nel tentativo di stabilire uno stretto legame tra le numerose sparizioni di aerei e di navi che si sono verificate nel Triangolo delle Bermude e il sommerso continente di Atlantide.</p>
<p style="text-align: justify;">La prima di tali teorie è stata formulata da David Zink e parte dal presupposto che le numerose sparizioni di aerei e di navi avvenute nel Triangolo delle Bermude siano state causate da un’arma ancora attiva situata nelle rovine sommerse di Atlantide. David Zink chiama quest’arma costruita dagli abitanti di Atlantide “fuoco di cristallo”: tale studioso sostiene che quest’arma, ancora funzionante dopo molti millenni, si attiverebbe in determinate condizioni che non è facile allo stato attuale determinare e causerebbe la sparizione di navi e aerei nel Triangolo delle Bermude.</p>
<p style="text-align: justify;">Come abbiamo sostenuto nell&#8217;articolo <em>Il mistero del Triangolo delle Bermude</em>, la teoria di Zink presenta un evidentissimo punto debole in quanto non riesce a spiegare come mai in alcuni casi siano spariti solamente gli equipaggi di determinate navi e non le imbarcazioni in questione. Se, come sostiene Zink, le navi e gli aerei spariti sono stati distrutti dai micidiali raggi generati da questa arma micidiale situata tra le rovine sommerse di Atlantide non si sarebbe dovuto verificare alcun caso di quelli che abbiamo citato, caratterizzati dalla scomparsa degli equipaggi di navi senza che queste siano state minimamente danneggiate dagli ipotetici raggi che a detta di Zink partirebbero da quest’arma degli antichi atlantidei, da lui denominata “fuoco di cristallo”. Quindi se proprio si vuole sostenere che esiste un legame tra le sparizioni di navi ed aerei che si verificano da moltissimo tempo nel Triangolo delle Bermude ed il continente sommerso di Atlantide non ci sembra che la teoria elaborata da David Zink sia particolarmente convincente.</p>
<p style="text-align: justify;">La seconda teoria elaborata da alcuni studiosi riconduce la causa delle numerose sparizioni di aerei e navi che si sono verificate nel triangolo delle Bermude alle perturbazioni elettromagnetiche e alle anomalie gravitazionali che sono presenti in tale zona geografica. Queste perturbazioni e anomalie sarebbero state causate proprio dall’apocalittico cataclisma che determinò migliaia di anni fa la distruzione e l’inabissarsi del continente di Atlantide. A dire il vero, le perturbazioni elettromagnetiche e le anomalie gravitazionali che sono state riscontrate nel Triangolo delle Bermude non sono state individuate in alcun altro punto geografico del globo terrestre, fatta eccezione per un braccio di mare piuttosto esteso situato nell’Oceano Pacifico, in vicinanza del continente asiatico. Se teniamo presente che si parla in alcune fonti dell’esistenza di un altro continente sommerso sprofondato negli abissi dell’Oceano Pacifico in seguito a un altro apocalittico cataclisma (ci riferiamo all’ipotetico continente perduto di Mu, conosciuto anche col nome di Lemuria) appare strano che le uniche due zone del globo nel quale sono state rilevate tali alterazioni elettromagnetiche e tali anomalie gravitazionali siano situate una nell’Oceano Atlantico e l’altra nel Pacifico, cioè proprio nelle due aree geografiche dove si sarebbero inabissati i due ipotetici continenti perduti di Atlantide e di Mu. Naturalmente si potrebbe trattare semplicemente di una coincidenza senza alcun legame con i due presunti continenti sommersi, ma in ogni caso gli scienziati non sono ancora riusciti a spiegare perché tali anomalie gravitazionali e perturbazioni elettromagnetiche esistano solamente in questi due punti del globo terrestre.</p>
<p style="text-align: justify;">Secondo la terza ipotesi il continente di Atlantide non si sarebbe inabissato in un intervallo ristretto di tempo, in seguito ad un unico ed apocalittico cataclisma, ma ciò sarebbe avvenuto in maniera graduale in un lungo intervallo di tempo come conseguenza di una serie di eventi catastrofici. Secondo una parte dei sostenitori di tale ipotesi gli eventi catastrofici sarebbero stati dovuti solamente a cause naturali mentre secondo altri la causa sarebbe stata una guerra scoppiata tra gli atlantidei, che avendo a disposizione armi addirittura superiori dal punto di vista tecnologico a quelle esistenti nel mondo contemporaneo avrebbero causato essi stessi la distruzione e la sommersione del loro continente.</p>
<p style="text-align: justify;">Secondo i sostenitori di tale ipotesi gli atlantidei, proprio perché in possesso di sofisticatissime conoscenze scientifiche, si sarebbero resi conto che il loro continente era destinato ad essere completamente sommerso dalle acque dell’Oceano Atlantico, cosicché nel tentativo di salvare almeno una piccola parte degli abitanti di Atlantide avrebbero costruito una città sottomarina nella quale si sarebbero trasferiti un certo numero di atlantidei prima della sommersione totale del continente. Tale città sommersa esisterebbe ancora e si troverebbe proprio nei fondali del Triangolo delle Bermude: di conseguenza, le numerose sparizioni di aerei e navi e anche dei soli equipaggi sarebbero state causate dai discendenti degli abitanti di Atlantide.</p>
<p style="text-align: justify;">Come abbiamo sostenuto nel nostro libro intitolato <em>I credenti degli UFO</em> questa ipotesi, anche se ha il pregio di spiegare anche le sparizioni dei soli equipaggi di alcune navi ritrovate perfettamente integre nelle acque del Triangolo delle Bermude, ci sembra un’ipotesi molto fantascientifica e molto improbabile, anche perché presenta almeno due punti deboli. In primo luogo non spiega il motivo che spingerebbe gli abitanti del sommerso continente di Atlantide a rapire periodicamente un numero considerevole di esseri umani. In secondo luogo, se esistesse negli abissi del Triangolo delle Bermude una città sommersa di notevoli dimensioni (appare evidente infatti che una città di tal tipo dovrebbe essere molto estesa, sia perché gli abitanti del perduto ipotetico continente avrebbero avuto molto tempo per costruirla, sia perché doveva servire a salvare il maggior numero di Atlantidei e le loro principali conquiste scientifiche e tecnologiche), appare molto improbabile &#8211; per non dire quasi impossibile &#8211; che una città sommersa di tali dimensioni non sia stata mai rilevata da nessuno.</p>
<p style="text-align: justify;">In conclusione a nostro avviso solamente la seconda delle tre ipotesi formulate per sostenere l’esistenza di un legame tra il mistero di Atlantide e quello del Triangolo delle Bermude può essere considerata degna di esser presa in considerazione, o quanto meno può essere considerata un’ipotesi che almeno non va contro il buon senso e non cade nell’assurdo. A nostro avviso invece le altre due ipotesi sono invece del tutto insostenibili.</p>
<p style="text-align: justify;">Vogliamo concludere esprimendo il nostro pensiero riguardo la <em>vexato quaestio</em> della esistenza o meno del continente perduto di Atlantide, poiché mentre molti considerano insostenibile l’idea della sua esistenza e del suo inabissarsi nell’Oceano Atlantico altri sono disposti a considerarne pressoché certa l’esistenza e la successiva distruzione.</p>
<p style="text-align: justify;">A nostro avviso, tenendo conto dei dati oggettivi l’esistenza di Atlantide deve essere considerata un fatto possibile ma non una certezza, non un fatto scientificamente dimostrabile. Due sono gli argomenti più forti che si possono portare a sostegno della reale esistenza di tale continente e due, al contrario, sono gli argomenti che si possono addurre per negare la sua esistenza.</p>
<p style="text-align: justify;">I due principali argomenti che si possono chiamare in causa per sostenere che Atlantide non è una semplice leggenda sono l’esistenza di prove irrefutabili che nel corso della storia del genere umano aree geografiche vastissime si sono inabissate nei mari e negli oceani mentre altre aree geografiche altrettanto vaste sono emerse dalle acque dei mari e degli oceani: per esempio l’Italia è stata per moltissimo tempo quasi completamente al di sotto del livello delle acque, come dimostra il fatto che in diverse zone delle Alpi sono stati trovati dei fossili di conchiglie, cosa che ci fa comprendere che c’è stato un periodo storico nel quale persino le Alpi si trovavano molto al di sotto del livello delle acque. Al contrario risulta altrettanto certo che gran parte delle terre che ora si trovano sommerse dal mare Adriatico un tempo molto lontano si trovavano al di sopra del livello delle acque marine, ivi compresa la famosa città sommersa di Hadria che avrebbe dato il nome al mare Adriatico.</p>
<p style="text-align: justify;">Il secondo argomento che si può portare a sostegno dell’esistenza di Atlantide è rappresentato dall’esistenza di usanze ed abitudini comuni in Europa e in Africa da un lato e nel continente americano dall’altro (vedasi ad esempio la costruzione di piramidi sia nell’antico Egitto sia presso alcuni popoli americani come ad esempio gli Aztechi, e il fatto che gli studi compiuti da alcuni scienziati hanno dimostrato la somiglianza esistente tra alcune parole utilizzate da popoli che vivevano sulle due sponde dell’Oceano Atlantico).</p>
<p style="text-align: justify;">I due principali argomenti che si possono citare per negare l’esistenza di Atlantide sono: in primo luogo il fatto che fino ad oggi sono state trovate tracce di città sommerse ma non sono state trovate rovine sommerse così vaste ed imponenti da far pensare alla sommersione da parte delle acque dell’Oceano Atlantico di un intero continente tanto progredito scientificamente e tecnologicamente da riuscire a costruire un vastissimo impero così come sostiene <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/platone">Platone</a></span> nel <a title="Timeo" href="http://www.libriefilm.com/timeo/7595"><em>Timeo</em></a> che si estendeva anche in alcuni territori africani ed europei che sarebbero stati conquistati dagli Atlantidei.</p>
<p style="text-align: justify;">Il secondo argomento sostenibile per negare l’esistenza di Atlantide è il fatto che non esistono fonti storiche antiche che parlino di tale continente, fatta eccezione per i due dialoghi platonici, mentre a rigor di logica un fatto così importante come la sommersione della civiltà più progredita di quel tempo, capace di costituire un vastissimo impero mondiale, doveva per forza di cose lasciare delle prove scritte nelle opere degli autori antichi. Dobbiamo tuttavia evidenziare che i sostenitori dell’esistenza di Atlantide giustificano la mancanza di menzioni in opere antiche con il fatto che gli Arabi, dopo aver conquistato la città di Alessandria, bruciarono tutti i libri contenuti nella famosissima biblioteca, che era la più importante esistente al mondo al tempo poiché vi erano conservate moltissime opere che sono andate completamente perse, causando un danno di grandissima portata dal punto di vista scientifico, storico e culturale e hanno reso incomplete le nostre conoscenze riguardanti molti avvenimenti storici avvenuti nel lontano passato. Per i sostenitori dell’esistenza di Atlantide tra i tanti avvenimenti storici che si trovavano citati nei libri che vennero distrutti quando gli Arabi bruciarono la monumentale biblioteca vi era anche l’esistenza e la sommersione del perduto continente.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Riferimenti bibliografici</strong></p>
<p style="text-align: justify;">G. Pellegrino, <em>Una lettura sociologica della realtà contemporanea</em>, New Grafic Service, Salerno, 2003</p>
<p style="text-align: justify;">G. Pellegrino, <em>I miti della società contemporanea</em>, New Grafic Service, Salerno, 2005</p>
<p style="text-align: justify;">G. Pellegrino, <a title="I credenti negli Ufo" href="http://www.libriefilm.com/i-credenti-degli-ufo/9293" target="_blank"><em>I credenti degli UFO</em></a>, Edisud, Salerno, 2002</p>
<p style="text-align: justify;">G. Pellegrino, <em>Il mistero del triangolo delle Bermude</em>, nexusedizioni.it</p>
<p style="text-align: justify;">G. Pellegrino, <em>L’ufologia religiosa nel movimento New Age</em>, nexusedizioni.it</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/il-mistero-di-atlantide.html' addthis:title='Il mistero di Atlantide ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Carl Skottsberg, il fascino dell&#8217;estremo sud</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Sep 2011 17:25:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Lamendola</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/carl-skottsberg-il-fascino-dellestremo-sud.html' addthis:title='Carl Skottsberg, il fascino dell&#8217;estremo sud '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/centrostudilaruna48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Centro Studi La Runa online" /><br/><p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-medium wp-image-8433" style="margin: 10px;" title="masafuera" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/masafuera-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" />Una bella giornata di agosto del 1908, insolita nell&#8217;emisfero australe in quella stagione, vide due uomini arrampicarsi su per le ripide creste di una minuscola isola del Pacifico vertigionosamente elevata, simile a un frammento delle Dolomiti scagliato in mezzo all&#8217;oceano: Mas a Fuera, nel gruppo Juan Fernandez (1). Avevano fretta, poiché il capitano della nave che li attendeva al largo era impaziente di ripartire, data la totale mancanza di ripari naturali lungo la costa. Dopo aver attraversato la densa foresta di mirtacee e di felci arborescenti ed essersi spinti entro i verdi canaloni, sbucarono sull&#8217;altopiano erboso al di sopra della zona delle nebbie. Erano entrambi profondamente emozionati, poiché nessun piede umano aveva calcato prima d&#8217;allora la vetta dell&#8217;isola: tutto era immerso in una quiete misteriosa da milioni di anni.</p>
<p style="text-align: justify;">Un torrente scendeva mormorando attraverso il soffice letto di muschi e di felci. Stanco per la ripidissima salita, assetato, uno dei due uomini si chinò sulla riva per bere; poi si fermò di colpo. Proprio sul suo capo, infatti, pendeva il piccolo rovo subantartico (<em>Rubus geoides</em>), e lì attorno l&#8217;erba era costellata di aster nani di montagna del Sud (<em>Lagenophord</em>) e di piante erbacee tipicamente subantartiche (<em>Lycopodium Magellanicum</em>). Vi era insomma una flora completa di tipo &#8220;antartico&#8221; in una isoletta tropicale, posta alla latitudine di Valparaìso (33° e 45&#8242; di latitudine Sud)! Si trattava di una delle ultime grandi scoperte della fitogeografia, e il suo autore era lo scienziato svedese Carl Johan Fredrik Skottsberg (1880-1963).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>&#8220;Un viaggiatore deve essere un botanico&#8221;.</em></strong></p>
<div id="attachment_8432" class="wp-caption alignleft" style="width: 234px"><img class="size-medium wp-image-8432" title="Carl Johan Fredrik Skottsberg (1880-1963)" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/SKOTTSBERG-224x300.jpg" alt="Carl Johan Fredrik Skottsberg (1880-1963)" width="224" height="300" /><p class="wp-caption-text">Carl Johan Fredrik Skottsberg (1880-1963)</p></div>
<p style="text-align: justify;">Nato nella patria di Linneo (a Karlshamn, il 1° dicembre 1880), dello scienziato, cioè, che aveva compiuto la fondamentale classificazione delle piante basata sui caratteri &#8220;sessuali&#8221; e sulla nomenclatura binomiale, Skottsberg era stato naturalmente attratto verso quel campo di studi. Professore assistente di botanica presso l&#8217;Università di Uppsala (la più antica del nord Europa, essendo stata fondata nel 1477) egli vi respirò quell&#8217;atmosfera di febbrili ricerche scientifiche che caratterizzò la vita culturale svedese tra la fine dell&#8217;Ottocento e l&#8217;inizio del Novecento. Nel 1897 Svante Arrhenius formulava la teoria della dissociazione elettrolitica e riceveva, grazie ad essa &#8211; nel 1903 &#8211; il Premio Nobel per la chimica. Altri illustri svedesi si dedicavano alle esplorazioni geografìche: Adolf Nordenskjöld tra il 1877 e il 1879 aveva aperto il &#8220;Passaggio a Nord-Est&#8221; con la nave Vega, e suo nipote Otto aveva esplorato la Patagonia e la Terra del Fuoco nel 1895, l&#8217;Alaska nel 1898 e la Groenlandia nel 1900. Sven Hedin aveva incominciato nel 1893 la lunghissima e avventurosa serie dei suoi viaggi nel cuore dell&#8217;Asia Centrale, mentre nel 1897 lo sfortunato Andrée era scomparso nell&#8217;Artide, volando col pallone Aquila verso il Polo Nord.</p>
<p style="text-align: justify;">Skottsberg si entusiasmò a questi viaggi che coniugavano il rigore della ricerca scientifica al sapore pungente dell&#8217;avventura. Il suo ramo di studi, la geografia derlle piante o fitogeografia, riuniva in sé questi due elementi, poiché rimaneva ancora molto da chiarire in esso, specialmente nell&#8217;estremo Sud della terra.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Un viaggiatore deve essere un botanico&#8221;: questo detto di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/charles-darwin" target="_blank">Darwin</a></span> diventò l&#8217;imperativo spirituale del giovane studioso. E quando Otto Nordenskjöld, di ritorno dalla Groenlandia, volle organizzare un&#8217;ambiziosa spedizione scientifica nell&#8217;<span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/generi/viaggi/antartide" target="_blank">Antartide</a></span> occidentale, Skottsberg fu invitato a prendervi parte in qualità di botanico.</p>
<p style="text-align: justify;">La spedizione svedese era stata preparata nel quadro di un accordo scientifico internazionale sottoscritto, oltre che dalla Svezia, anche dall&#8217;Inghilterra, dalla Scozia e dalla Germania. Essa lasciò il porto di Goteborg nell&#8217;ottobre del 1901 a bordo dell&#8217;Antarctic, comandata dal capitano A. C. Larsen. Oltre a Nordenskjöld, capo della spedizione, e a Skottsberg, vi erano a bordo lo zoologo K. A. Andersson, il meteorologo ed idrografo G. Bodman, il topografo S. A. Duse, il medico E. Ekelof, il pittore F. W. Stokes e il guardiamarina argentino J. M. Sobral, in veste di assistente scientifico.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Fra i ghiacci dell&#8217;<span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/generi/viaggi/antartide" target="_blank">Antartide</a></span>.</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Si potrebbe a tutta prima pensare che questo viaggio non dovesse emozionare più di tanto Carl Skottsberg. Che cosa poteva trovare di interessante un botanico in mezzo ai ghiacci dell&#8217;<span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/generi/viaggi/antartide" target="_blank">Antartide</a></span>? Invece la spedizione svedese del 1901-03 era destinata a raccogliere una messe ricchissima di dati botanici, testimonianza inconfutabile della varietà floristica dell&#8217;<span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/generi/viaggi/antartide" target="_blank">Antartide</a></span> in passate epoche geologiche.</p>
<div id="attachment_8434" class="wp-caption alignright" style="width: 218px"><img class="size-medium wp-image-8434" title="Adolf Erik Nordenskjöld in un dipinto di Georg von Rosen del 1886." src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/Nordenski%C3%B6ld-208x300.jpg" alt="Adolf Erik Nordenskjöld in un dipinto di Georg von Rosen del 1886." width="208" height="300" /><p class="wp-caption-text">Adolf Erik Nordenskjöld in un dipinto di Georg von Rosen del 1886.</p></div>
<p style="text-align: justify;">Né mancò l&#8217;elemento avventura; anzi: fu per poco che la spedizione non si concluse in modo tragico. Giunta alle Shetland Australi nel gennaio 1902, l&#8217;Antarctic si spinse a fatica lungo le coste orientali della Terra di Graham, incontrando un mare sempre più cattivo. Finalmente Nordenskjöld e altri cinque scienziati si fecero sbarcare sull&#8217;isola Snow Hill per svernare, mentre la nave tornava nella Geòrgia Australe. Nell&#8217;estate australe successiva Larsen avrebbe dovuto tornare a Sud per riprenderli: e così fece. Ma, bloccata dai ghiacci, l&#8217;Antarctic ebbe la chiglia sfondata dalla loro enorme pressione. Skottsberg, che era a bordo, scrisse che la nave &#8220;improvvisamente cominciò a tremolare come una foglia di pioppo e uno schianto tremendo ci fece correre tutti sul ponte&#8221; (2). Il 12 febbraio 1903 l&#8217;Antarctic affondava e l&#8217;equipaggio dovette costruirsi un rifugio di fortuna sull&#8217;isola Paulet per trascorrervi l&#8217;inverno. Solo la mitezza insolita del clima e la grande abbondanza di foche e pinguini salvarono quegli uomini: ad eccezione di un marinaio che non sopravvisse alla prova. &#8220;La morte, l&#8217;unica ospite che potesse visitarci, aveva posato la mano crudele sul nostro gruppo, che aveva così a lungo lottato compatto per sopravvivere&#8221;, commentò Skottsberg emozionato (3).</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/antartide-il-continente-blu/6477" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-8435" style="margin: 10px;" title="antartide-continente-blu" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/antartide-continente-blu.jpg" alt="" width="200" height="253" /></a>Il dramma finale fu evitato perché Larsen, prima di partire per il mare di Weddell, aveva comunicato le sue prossime mosse al governo di Stoccolma, e questo, non avendo più notizie, fece scattare il piano d&#8217;emergenza. La nave argentina Uruguay scese a sua volta verso il Sud e poté salvare prima l&#8217;equipaggio dell&#8217;Antarctic, quindi, il 10 novembre, Nordenskjöld e gli altri, cui s&#8217;erano uniti alcuni membri della spedizione. Da notare che, in varie riprese, gli scienziati svedesi ebbero la fortuna di trovare depositi fossili dell&#8217;epoca terziaria: molluschi, alberi fronzuti, conifere e addirittura felci. Tutto dunque finiva bene &#8211; o quasi &#8211; anche dal punto di vista della scienza; e Skottsberg, che aveva peregrinato con l&#8217;Antarctic fra le isole subantartiche e poi svernato sui ghiacci per un periodo complessivo di circa due anni, usciva dall&#8217;avventura ricco di una straordinaria esperienza scientifica ed umana.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli studi più importanti aveva potuto compierli nel campo delle alghe marine (<em>Phaeophyta</em> e <em>Rhodophytd</em>), della flora subantartica delle Isole Malvine, della Terra del Fuoco e della Geòrgia Australe (luoghi tutti toccati dalla spedizione) e delle piante fossili antartiche. Sicché nel 1905 Skottsberg dava alle stampe un lungo articolo, <em>Distribuzione della vegetazione nella parte più fredda dell&#8217;emisfero Sud</em>, che rivelava una padronanza ormai globale della fìtogeografia di quelle estreme regioni australi. In particolare, egli aveva inteso dare un contributo a sostegno della tesi del botanico inglese Joseph Hooker, secondo cui l&#8217;<span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/generi/viaggi/antartide" target="_blank">Antartide</a></span> aveva svolto un ruolo decisivo nella distribuzione delle specie attraverso l&#8217;emisfero meridionale, in accordo con la teoria dei ponti intercontinentali.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>In Patagonia e Terra del Fuoco.</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Dopo alcuni anni trascorsi in patria, e dedicati in buona parte a riordinare e catalogare il materiale raccolto e pubblicarne i risultati scientifici, Skottsberg si sentiva ormai pronto per una nuova spedizione. Questa volta, però, egli ne sarebbe stato l&#8217;organizzatore e il capo; quale campo di ricerche scelse la Patagonia e la Terra del Fuoco. Ciò era necessario per completare i dati raccolti nella Terra di Graham e nelle isole subantartiche e per collegarli in una soddisfacente visione d&#8217;insieme con la flora del Sud America.</p>
<p style="text-align: justify;">La Patagonia &#8211; specialmente nella sezione meridionale &#8211; e le regioni interne della Terra del Fuoco (Lago Fagnano, Seno dell&#8217;Ammiragliato, etc.) erano, ai primi del Novecento, terre ancora vergini, poco o niente conosciute. Anche lì, dunque, esisteva la speranza di qualche notevole scoperta scientifica. Inoltre, a paragone della misera vegetazione della Penisola Antartica e delle isole circonvicine, la parte sud dell&#8217;America Meridionale si presentava come un vero e proprio paradiso naturalistico.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/patagonia-invenzione-e-conquista-di-una-terra-alla-fine-del-mondo/9076" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-6585" style="margin: 10px;" title="patagonia-invenzione-conquista" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/patagonia-invenzione-conquista.jpg" alt="" width="168" height="240" /></a>La spedizione partì nel 1907 (due anni dopo il distacco della Norvegia dal Regno di Svezia), e fece ritorno solo nel 1909. Skottsberg aveva voluto con sé il botanico T. Halle e il geologo P. Quensel e con essi, nel corso di due estati successive, esplorò un ampio tratto della regione precordiglierana e dei laghi, tra il fiordo Ultima Esperanza e il Lago San Martin. Nel corso di queste ricognizioni essi penetrarono nel braccio nord-occidentale del Lago Argentino e diedero il nome della loro città universitaria, Uppsala, al maestoso ghiacciaio che scende dal Ghiacciaio Patagonico Continentale fin sulle rive del lago, immergendovi la fronte costellata di icebergs.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel corso di questa spedizione Skottsberg ebbe l&#8217;insperata opportunità di visitare anche, a bordo di un trasporto del governo cileno, l&#8217;arcipelago Juan Fernandez. Era un suo vecchio sogno che finalmente si avverava, poiché quelle isole sono famose per la loro splendida flora, ricca di forme endemiche o superstiti di forme pre-terziarie. Fu allora che egli fece la scoperta della flora magellanica sull&#8217;isola di Mas a Fuera, la più isolata e occidentale del gruppo. Scoprì anche la Gunnera-Mas-a-Fuerae, dalle foglie gigantesche e dal gambo commestibile, che cresce nelle valli ombrose presso le cascate e i corsi d&#8217;acqua. Purtroppo era inverno, e aveva solo pochi giorni a disposizione: ma promise a se stesso che sarebbe tornato in quelle isole fantastiche. Nella sua mente era già nato il primo embrione di una futura spedizione. &#8220;Quando diedi l&#8217;addio alla sommità di Mas a Fuera, io avevo già fatto il proponimento di tornare ad accamparmi presso il piccolo corso d&#8217;acqua e forzare l&#8217;isola a rivelare i suoi tesori nascosti&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">La spedizione del 1907-1909 nella Patagonia e nella terra del Fuoco fu importante per Skottsberg anche dal punto di vista della definizione scientifica delle aree floristiche di quelle regioni. Fu lui a cambiare il vecchio termine di &#8220;vegetazione antartica&#8221;, per la zona boschiva povera di specie (<em>Artenarmer Wald</em>) tra il Fiordo Baker e Capo Horn, cioè da 47° a 56° di latitudine Sud, sostituendolo con quello di &#8220;subantartica&#8221; o &#8220;magellanica&#8221;. La zona ricca di specie (<em>Artenreicher Wald</em>), tra il Fiordo Baker e il 37° parallelo, fu da lui chiamata &#8220;bosco valdiviano&#8221; (dal nome della città di Valdivia, nella fascia climatica umido-fresca del Cile centro-meridionale). Questa terminologia geobotanica, con lievi varianti, ha resistito fino al giorno d&#8217;oggi.</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>La spedizione svedese nel Pacifico.</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;">Di nuovo Carl Skottsberg, tornato in patria, attese alla classificazione e alla pubblicazione del vasto materiale raccolto. La spedizione era stata un successo, sia dal punto di vista botanico che geologico, ma dalla rapida escursione nelle Isole Juan Fernandez del 1908 egli aveva riportato l&#8217;ardente desiderio di un più approfondito studio delle isole cilene del Pacifico. Intanto pubblicava, oltre a vari articoli, un volume sulla spedizione sud-americana: <em>The Wilds of Patagonia</em> (1911), tradotto anche in lingua spagnola con il titolo <em>Los desiertos de Patagonia</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">In Europa scoppiava, poco dopo, la prima guerra mondiale. Saggiamente la Svezia se ne tenne fuori e il suo popolo proseguì sulla strada delle conquiste sociali (1918, suffragio universale maschile e femminile e giornata lavorativa di otto ore). La pace e il progresso economico e sociale consentirono al governo di Stoccolma di destinare congrue somme a favore della ricerca scientifica, mentre gli altri governi europei si dissanguavano nel massacro del 1914-1918. Gli studi fervevano nelle Università di Uppsala e di Stoccolma. In quegli anni Svante Arrhenius, studioso astronomia oltre che di chimica, suppose sul pianeta Venere l&#8217;esistenza di un clima caldo-umido e di una ricca vegetazione tropicale; un errore, certo; ma potrebbe la scienza accedere a nuove scoperte, se rimanesse chiusa e murata nel recinto delle certezze al presente ritenute inoppugnabili? Fu in questo periodo e in questo particolare clima culturale che venne organizzata la Spedizione svedese nel Pacifico, sotto la direzione di Skottsberg e con il contributo della Reale Società Geografica di Stoccolma e di altre istituzioni governative. &#8220;Lo scopo di questo viaggio &#8211; egli scrisse &#8211; era una ricerca biologica sulle isole cilene del Pacifico&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">La spedizione, di cui facevano parte lo zoologo K. Backstrom e la stessa moglie di Skottsberg, signora Inga, in qualità di assistente botanica, lasciò la Svezia il 4 ottobre 1916. Essa raggiunse l&#8217;isola di Mas a Tierra, la maggiore del gruppo Juan Fernandez, il 1° dicembre, e vi rimase fino al 30 aprile 1917; nei mesi di febbraio-marzo essa esplorò la sua gemella, Mas a Fuera, allora &#8211; come oggi &#8211; impervia e disabitata. In maggio la spedizione si portò all&#8217;Isola di Pasqua, e anche lì si dedicò ad una intensiva opera di ricerca geologica, zoologica (della fauna inferiore) e botanica. Skottsberg era, tra l&#8217;altro, convinto che solo una diversa distribuzione delle terre nel Pacifico orientale, in passate epoche geologiche, potesse spiegare alcuni enigmi posti dalla flora di quelle isole, così diversa da quella americana e così simile a quella polinesiana e neozelandese. (L&#8217;ipotesi, probabilmente, era errata, ma della teoria della &#8220;deriva dei continenti&#8221; del tedesco Alfred Wegener si cominciava appena a parlare, e in modo assai critico, mentre quella della &#8220;tettonica a zolle&#8221; era ancora di là da venire; Skottsberg, quindi, restava legato alla concezione dei &#8220;ponti intercontinentali&#8221;, cui aveva creduto anche lo stesso <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/charles-darwin" target="_blank">Darwin</a></span>). Per questo motivo egli spinse le sue ricerche fino alle Isole Hawaii, studiando in particolare gli endemismi delle stazioni montane poste al di sopra della fascia forestale.</p>
<p style="text-align: justify;">Meno avventurosa della spedizione antartica, meno spettacolare di quella magellanica, questa terza spedizione fu però, forse, la più minuziosa e la più ricca di risultati scientifici. Essi furono poi pubblicati in tre grossi volumi, nel 1920-21, col contributo di privati e di un fondo pubblico; una sintesi dei risultati apparve sulla rivista <em>Geografìska Annaler</em>, nel 1924.</p>
<p style="text-align: justify;">Perfino in quelle isole sperdute Skottsberg e i suoi collaboratori incontrarono le tracce dell&#8217;immane conflitto che stava dilaniando l&#8217;Europa e il mondo. Sulle rocce di Mas a Tierra erano ben visibili le tracce delle recenti cannonate, sparate dagli Inglesi contro l&#8217;<a title="incrociatore tedesco Dresden" href="http://www.centrostudilaruna.it/pirateria-inafferrabile-dresden.html">incrociatore tedesco Dresden</a> (costretto ad autoaffondarsi il 14 marzo 1915), mentre nelle acque dell&#8217;Isola di Pasqua il mercantile francese Jean era stato colato a picco dall&#8217;incrociatore ausiliario Prinz Eitel Friedrich. Riflessi smorzati e tuttavia cruenti di un lontano, interminabile incendio, che al ritorno in Europa degli scienziati svedesi, nel 1917, infuriava più che mai sanguinoso.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche nella pacifica Svezia c&#8217;era stata una svolta decisiva: le elezioni di quell&#8217;anno avevano visto la vittoria di socialisti e liberali e la costituzione di un energico gabinetto di sinistra, deciso a portare avanti un programma di radicali riforme democratiche, che fu realizzato negli anni immediatamente successivi al termine del conflitto mondiale.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli anni successivi della sua non breve esistenza furono, per Skottsberg, di intenso lavoro, ma anche ricchi di soddisfazioni. Ritornò per ben quattro volte nelle Isole Hawaii (nel 1922, nel 1926, nel 1938 e nel 1948). Fu segretario, dal 1924 al 1937, della Reale Società di Lettere e Scienze di Goteborg (e,dal 1919 fino al 1948, del Giardino Botanico della stessa città). Fu segretario (dal 1929 al 1949) e poi presidente (nel 1948-49) della &#8220;Commission for Preservation of Wilde Life in thè Pacific&#8221;. Professore a Goteborg dal 1931, presidente della Reale Accademia Svedese nel 1949, membro della Royal Society di Londra dal 1950, pubblicò complessivamente più di 250 scritti di varia mole. Si spense a Goteborg il 14 giugno 1963, all&#8217;età di ottantadue anni.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>&#8220;Questa è la verde casa della natura&#8221;.</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Skottsberg visse a lavorò in un periodo storico di transizione: fra il tramonto dell&#8217;epoca delle grandi esplorazioni geografiche e l&#8217;alba di quella delle moderne esplorazioni scientifiche &#8211; geologiche, botaniche e zoologiche. Ai suoi tempi, un viaggio di ricognizione scientifica era ancora, in certe regioni dell&#8217;emisfero Sud, anche un viaggio di esplorazione. Esistevano ancora vasti tratti bianchi sulle carte geografiche: nell&#8217;<span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/generi/viaggi/antartide" target="_blank">Antartide</a></span> specialmente, ma anche in Patagonia, Terra del Fuoco, Nuova Zelanda sud-occidentale e in talune isole del Pacifico (mentre nell&#8217;emisfero Nord erano ancora parzialmente sconosciute zone del Tibet, dell&#8217;Asia centrale, dell&#8217;Indocina, oltre naturalmente alle regioni artiche). Le escursioni di un naturalista conservavano, quindi, un doppo fascino, dovuto al loro carattere avventuroso e pionieristico.</p>
<p style="text-align: justify;">Cari Skottsberg riuniva nella sua personalità l&#8217;esigenza di rigore scientifico e la capacità di provare e comunicare emozioni altamente poetiche. Ciò appare evidente dalla lettura delle sue opere, e specialmente degli articoli di carattere divulgativo. Egli era dotato di buone capacità espressive, di fantasia e di senso dell&#8217;umorismo, e i suoi resoconti di viaggio istruiscono e affascinano nel medesimo tempo. Sapeva tradurre nella parola scritta la bellezza dei paesaggi naturali, suggerendo la visione d&#8217;immagini vivide e immediate.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Affrettiamoci giù, dentro uno dei canaloni, dove ci sono pace e quiete &#8211; scriveva di Mas a Fuera nel 1918. &#8211; Questa è proprio la verde casa della natura. Quale varietà di magnifiche felci: quale vita su ogni ripiano, in ogni angolo dove si trova della terra&#8230;&#8221;. La lettura delle sue opere descrittive costituisce forse, ancor oggi, il migliore incentivo per accendere in un giovane la vocazione del corso di studi naturalistico.</p>
<p style="text-align: justify;">Infine, dalla biografia di questo studioso possiamo ricavare un insegnamento di carattere sociale. Gli scienziati hanno bisogno di un terreno culturale adatto per esprimere al meglio le proprie potenzialità, e, se non lo trovano, appassiscono e muoiono, proprio come le piante, oppure emigrano verso lidi più accoglienti (la &#8220;fuga dei cervelli&#8221; che, nel caso dell&#8217;Italia odierna, continua a pieno ritmo). Il &#8220;caso Skottsberg&#8221; illustra una società materialmente e politicamente avanzata, capace di fare scelte lungimiranti a favore della ricerca scientifica; di dare strumenti adeguati e prestigio alle proprie università; di sostenere finanziariamente il costo delle ricerche. Una società capace di dire &#8220;no&#8221; al militarismo e alle folli spese militari (e quante pressioni dovette sostenere, da parte dell&#8217;esercito, i cui capi avrebbero voluto trascinarla nel 1914 a fianco della Germania, nel 1917 nella guerra civile finlandese!), dimostrando che progresso scientifico e progresso sociale non sono altro che le due facce di una stessa medaglia.</p>
<p style="text-align: justify;">A qusto punto, non possiamo fare a meno di interrogarci sulla qualità delle scelte operate, in Italia e in Europa, negli ultimi decenni. La crisi scientifica che caratterizza la nostra epoca (dietro i trionfi apparenti), la fuga dei migliori ricercatori, la perdita di controllo sulla tecnologia e di conseguenza sulla natura, non saranno la diretta conseguenza di una politica sociale e culturale miope e, troppo spesso, ispirata da ragioni di mero opportunismo politico?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Note</strong></p>
<p style="text-align: justify;">(1) Oggi isola Alejandro Selkirk, secondo la denominazione ufficiale cilena; mentre la sua gemella, Mas a Tierra, è stata ribattezzata isola Robinson Crusoe. Le ragioni di tale cambiamento possono avere la loro plausibilità sul piano turistico, ma ben poca su quello storico. L&#8217;isola ove è ambientato il romanzo di Daniel Defoe (del 1719) è un luogo immaginario, posto &#8220;al largo del gran fiume Orinoco&#8221;; e se un vero Robinson, il marinaio scozzese Alexander Selkirk, soggiornò in completa solitudine su Mas a Tierra dal 1704 al 1709, è pur vero che egli non ebbe nulla a che fare con l&#8217;isola che oggi porta il suo nome.</p>
<p style="text-align: justify;">(2) WALTER SULLIVAN, <em>Alla ricerca di un continente</em>, ed. it. Firenze, Casini, s. d., p. 47.</p>
<p style="text-align: justify;">(3) <em>Ibidem</em>, p. 49.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Bibliografia</strong></p>
<p style="text-align: justify;">DE AGOSTINI, A. M., 1949, <em>Ande Patagoniche</em>, Torino, pp. 27-28, 371.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Enciclopedia Italiana</em>, ed. 1949: voi. IlI, p. 439; voi. XVIII, p. 406; voi. XX, p. 13; voi. XXVI, p. 493; vol. XXXIII,p. 624.</p>
<p style="text-align: justify;">HOLSTEIN, O., 1933, <em>Robinson Crusoe e la sua isola</em>, in <em>L&#8217;Universo</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Le piante e l&#8217;uomo</em>, Bramante, voi. 6, p. 2090.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Biographical Memoirs of Fellows of the Royal Society</em>, voi. 10 (1964), pp. 245-256.</p>
<p style="text-align: justify;">ZAVATTI, S.,1974, <em>L&#8217;esplorazione dell&#8217;<span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/generi/viaggi/antartide" target="_blank">Antartide</a></span>. Storia di un continente</em>, Milano, Mursia, p. 67 sgg.</p>
<p style="text-align: justify;">LAMENDOLA, F., 1988, <em>Carl Skottsberg, un naturalista alla scoperta dell&#8217;estremo Sud</em>, in <em>Il Polo</em> (riv. dell&#8217;Istituto Geografico Polare), voi. 3, pp. 11-17.</p>
<p style="text-align: justify;">LAMENDOLA, F., <em>La flora sub-antartica di Mas a Fuera</em>, in <em>Il Polo</em>, 1989, vol. 1, pp.34-40..</p>
<p style="text-align: justify;">SKOTTSBERG, C., <em>Distribution of Vegetation in the Calder South Emisphere Ymer</em>, vol. 25, pp. 402-427.</p>
<p style="text-align: justify;">SKOTTSBERG, C., <em>Zur Kenntnis der Subantartischen und Antartischen Meeresalgen</em>, I, <em>Phaeophycen</em>, Stoccolma, 1907.</p>
<p style="text-align: justify;">SKOTTSBERG, C., <em>The Wilds of Patagonia</em>, Londra, 1911.</p>
<p style="text-align: justify;">SKOTTSBERG, C., <em>The Islands of Juan Fernandez</em>, in <em>The Geographical Review</em>, pp. 362-383.</p>
<p style="text-align: justify;">SKOTTSBERG, C., <em>The Natural History of Juan Fernandez and Easter Island</em>, Uppsala, 3 voll., 1920-21.</p>
<p style="text-align: justify;">SKOTTSBERG, C., <em>The Swedish Pacific Expedition of 1916-1917</em>, in <em>Geografìska Annaler</em>, Stoccolma, Band VI, pp. 209-212.</p>
<p style="text-align: justify;">SKOTTSBERG, C., <em>La Patagonia salvaje</em>, Buenos Aires, Ed. Zagier &amp; Urruty.</p>
<p style="text-align: justify;">SKOTTSBERG, C., e KLYN, H., <em>Wissenschaftliche Ergebnisse der Schwedischen Sudpolar Expedition 1901-1903</em>, II, <em>Rhodophyceen</em>, Stoccolma, 1919.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/carl-skottsberg-il-fascino-dellestremo-sud.html' addthis:title='Carl Skottsberg, il fascino dell&#8217;estremo sud ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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