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	<title>Centro Studi La Runa &#187; Centro Studi La Runa online</title>
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	<description>Archivio di storia, tradizione, letteratura, filosofia</description>
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		<title>I grandi spazi europei nella geopolitica di Karl Haushofer</title>
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		<pubDate>Fri, 19 Mar 2010 17:16:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto Lombardo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Pubblicate dalle Edizioni all'insegna del Veltro due conferenze di Karl Haushofer, il 'padre' della geopolitica europea]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/centrostudilaruna48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Centro Studi La Runa online" /><br/><p style="text-align: justify;">
<div id="attachment_4227" class="wp-caption alignright" style="width: 210px"><img class="size-full wp-image-4227" title="Haushofer" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/Haushofer.jpg" alt="" width="200" height="290" /><p class="wp-caption-text">Karl Ernst Haushofer (Monaco di Baviera, 27 agosto 1869  – Berlino, 13 marzo 1946)</p></div>
<p style="text-align: justify;">La geopolitica è quella scienza che studia i rapporti della politica internazionale nella prospettiva degli spazi, grandi e piccoli. Lungamente svalutata o ignorata, essa permette di penetrare assai più a fondo le dinamiche storiche, poiché comprende nella sua indagine una vasta gamma di interessi (sociali, etnici, storici, culturali, economici etc.) che sovente vengono analizzati in modo soltanto settoriale. Offre cioè visioni complessive e di ampio raggio, e al tempo stesso, sulla base di questo complesso insieme di dati, propone analisi, previsioni, orientamenti.</p>
<p style="text-align: justify;">In Germania la geopolitica ha avuto un terreno particolarmente fertile. Nel cuore dell’Europa, non solo in virtù di questa sua specifica collocazione geografica, ma anche per ragioni culturali, le scienze geopolitiche hanno trovato un terreno d’elezione. E fu proprio per questo motivo, probabilmente, che in Germania il “padre della geopolitica”, Karl Haushofer (1869-1946), ebbe il suo maggiore successo. Vissuto come tanti intellettuali dell’epoca in un rapporto di intensi amore e odio col regime nazionalsocialista, fautore di una politica “imperiale” dei grandi spazi che sapesse coniugare le singole specificità con gli interessi comuni, Haushofer fu sostanzialmente uno spirito libero. Attraverso i suoi scritti e quelli di altri intellettuali coevi (tra cui il nostro orientalista Giuseppe Tucci, come è stato recentemente dimostrato: v. Tiberio Graziani, <a id="La  lezione di Karl Haushofer e la discreta presenza di Giuseppe Tucci nel  dibattito geopolitico degli anni trenta" href="../haushofertucci.html"><em>La lezione di Karl  Haushofer e la discreta presenza di Giuseppe Tucci nel dibattito  geopolitico degli anni trenta</em></a>), l’ideale di un’Europa unita ed estesa verso oriente trova una formulazione sistematica.</p>
<p style="text-align: justify;">«Possa questo modo di vedere i popoli superare qualunque tempesta d’odio di razza e di classe, soprattutto tra i sostegni del futuro»: questa asserzione stupirà forse i detrattori e i cacciatori di nazisti a tempo perso, ma non chi abbia letto i testi delle conferenze haushoferiane recentemente ripubblicate dalle parmigiane Edizioni all’Insegna del Veltro. Come osserva il prof. <a title="Claudio Mutti" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/claudio-mutti/">Claudio Mutti</a>, «il procedimento comparativo adottato da Haushofer, lungi dall’appiattire le differenze tra i popoli presi in considerazione e dallo svilirne le appartenenze etniche, in virtù della generica appartenenza al genere umano e secondo la triste e riduttiva visione individualista, valorizza armonicamente, al contrario, le affinità e le differenze, e le riconduce ad un’analoga condivisione, pur con sensibilità diverse, di valori che potremmo definire ad un tempo etici ed estetici, cioè “nobili”». Il futuro che Haushofer preconizzava era quello di un superamento dei vecchi stati nazionali, tale da garantire all’Europa una prospettiva di potenza e autonomia.</p>
<p style="text-align: justify;">«Le analogie haushoferiane», scrive <a title="Carlo Terracciano" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/carlo-terracciano/">Carlo Terracciano</a> nell’introdurre il testo della conferenza <em>Italia, Germania e Giappone</em>, «sono oggi, ironia della storia, ancor più reali che nel passato prossimo o remoto; ma rovesciate di ruolo, appiattite tutte dalla sudditanza politica, economica, militare e soprattutto ideologica nei confronti della superpotenza vincitrice della II Guerra Mondiale e della Guerra Fredda».</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure, il destino del nostro continente, e quello dell’intera Eurasia, non potranno essere davvero autonomi sino a che il nostro grande spazio continentale non avrà riacquisito interamente la sua sovranità.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>* * *</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Karl Haushofer, <em>Italia, Germania e Giappone</em>, Edizioni all’Insegna del Veltro, Parma 2004, pp. 32, € 5,00.<br />
Karl Haushofer, <em>Lo sviluppo dell’idea imperiale nipponica</em>, Edizioni all’Insegna del Veltro, Parma 2004, pp. 64, € 6,00.</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>La Padania</em> del 16 novembre 2004.</p>
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		<title>Tabularia A. MMIX E.V.</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Mar 2010 09:31:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mario Enzo Migliori</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Pubblicato il secondo volume di studi e ricerche organizzato dalla Loggia Sanctorum Quatuor Coronatorum allargato ad articoli di autori esterni]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/centrostudilaruna48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Centro Studi La Runa online" /><br/><p style="text-align: justify;"><strong>Sanctorum Quatuor Coronatorum, <em>Tabularia A. MMIX E.V.</em>, Acadèmia editrice d’Italia e San Marino, Bologna 2009, pp. 304 s.i.p.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Puntuale per essere presentato per la ricorrenza dei Santi Quattro Coronati, patroni delle corporazioni dei lapicidi, scalpellini e marmorarii, è stato pubblicato il secondo volume di studi e ricerche organizzato dalla Loggia a essi consacrata, allargato ad articoli di autori esterni, meticolosamente coordinati da Mikaela Piazza oltre a quelli dei membri della loggia medesima.</p>
<p style="text-align: justify;">Raccoglie studi multilaterali e multidisciplinari le cui tematiche spaziano in vari campi di ricerca suddivisi per comodità redazionale in quattro settori: dell’Ordine Massonico e del Rito Scozzese Antico ed Accettato; i Santi Quattro Coronati e la tradizione iniziatica; culti, <a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simboli</a>, riti; i saperi massonici: filosofia, scienza, storia, culture.</p>
<p style="text-align: justify;">Veramente ricca e varia la rassegna degli argomenti trattati. Si spazia da <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/eschilo">Eschilo</a></span> ed Eraclito per giungere alla storia delle neuroscienze, attraverso l’influenza gnostica nel mondo templare e l’arte della memoria da Matteo Ricci a Gottfried Leibnitz, dalla disamina delle luci e ombre di Lucrezia Borgia alle attinenze fra Pinocchio e la giustizia.</p>
<p style="text-align: justify;">Di particolare interesse per i nostri lettori sono da segnalare: <em>I Templari e la tradizione druidica</em> di Silvano Danesi; <em>Favete Linguis: note sul silenzio rituale e i suoi simboli</em> di <a title="Renato del Ponte" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/renato-del-ponte/">Renato del Ponte</a>; <em>Deo Soli Invicto Mithrae: gradi di iniziazione e simbologia esoterica nei templi di Roma e Ostia</em> di Antonio Insalaco; <em>Alcune riflessioni sui simboli “iniziatici” e la loro valenza </em>di Rosanna Peruzzo del Ponte; <em>Il demoniaco femminile</em> di Anna Maria Gammeri.</p>
<p style="text-align: justify;">In appendice è riproposto il testo di un’interessante storica guida (1949), ancora oggi valida, di Jacopo Di Cederna: <em>La Chiesa e il Monastero dei SS. Quattro Coronati in Roma</em>. L’antica basilica che ancor oggi torreggia sul Celio, un’area ricca di remote tradizioni e culti arcaici.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>* * *</strong></p>
<p style="text-align: justify;">[Pubblicato in: "Arthos",  XII, n.s., 18, 2009, p. 91].</p>
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		<title>Soldato blu: dalla parte degli indiani</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Mar 2010 17:26:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Iacona</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il film Soldato blu di Ralph Nelson, uscito quarant'anni fa segnava una sensibile svolta nella cinematografia americana: l'anti-imperialismo trionfava nell'immaginario]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/centrostudilaruna48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Centro Studi La Runa online" /><br/><p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/soldato-blu/6821"><img class="alignright size-full wp-image-4167" style="margin: 10px;" title="soldato-blu" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/soldato-blu.jpg" alt="" width="216" height="288" /></a>L&#8217;atmosfera è forse da vicenda <em>hippy </em>con qualche chiazza un po&#8217; osé, ma siamo fra la fine degli anni Sessanta e l&#8217;inizio dei Settanta, quando il Vietnam è già diventato la cattiva coscienza degli americani che sognano la libertà, la pace e con esse due grandi &#8220;ritorni&#8221;: quello alla natura e quello dello spirito. E null&#8217;altro meglio della cultura indiana &#8211; lo sappiamo bene &#8211; è in grado di rappresentare quelle comunità dello spirito che si contrappongono agli stili di vita (e di morte) dei cittadini occidentali.</p>
<p style="text-align: justify;">Parliamo di un film mai passato di moda sugli indiani d&#8217;America &#8211; <a title="Soldato blu" href="http://www.libriefilm.com/soldato-blu/6821"><em>Soldato blu</em></a> (<em>Soldier Blue</em>) &#8211; che quest&#8217;anno compie quarant&#8217;anni e che nei Settanta si poteva considerare il <em>non plus ultra </em>dell&#8217;alternativo. Il film che ha inaugurato un modo di fare <a title="letteratura" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/letteratura">letteratura</a> cinematografica diverso dal consueto perché sensibile alle vicende degli sconfitti (in questo caso degli indiani), che non hanno mai potuto raccontare una storia veramente degna di questo nome. <em><a title="Soldato blu" href="http://www.libriefilm.com/soldato-blu/6821">Soldato blu</a> </em>tratta infatti la questione del rapporto fra colonizzatori stelle-e-strisce e colonizzati amerindi schierandosi dalla parte di questi ultimi (o meglio: non presentandoli com&#8217;era quasi sempre stato fino a quel momento come dei barbari guerrafondai) e con esso ovviamente il terna della prepotenza e degli abusi fisici e morali, delle ragioni dei deboli spesso oscurare, equivocate o distorte, e addirittura del fascino delle cultura cosiddette &#8220;primitive&#8221; ma in realtà orgogliosamente libere e pacifiche.</p>
<p style="text-align: justify;">Un tema eterno e universale, dopotutto, ripreso in una sostanza non troppo diversa (cambiano luoghi e personaggi ovviamente, ma il significato rimane quello), sia dal film del 1988 di <a title="John Milius" href="http://www.libriefilm.com/category/registi/john-milius">John Milius</a> <a title="Addio al re" href="http://www.libriefilm.com/addio-al-re/802"><em>Addio al re</em></a>, fra i più significativi e ricordati del regista di St. Louis, ma anche dall&#8217;ultramoderno <em>Avatar</em>, in questi giorni nella sale cinematografiche italiane. Come a dire che ieri, oggi e poi nel 2154 dopo Cristo (periodo nel quale è ambientato il film di James Cameron) è ancora possibile stare dalla parte delle culture libere che si oppongono alla violenza e allo sfruttamento qualunque essi siano. Ci sarà sempre qualcuno insomma a raccontarci che il diritto di vivere in armonia e di opporsi alle brutalità dei conquistatori è fra i più nobili che ci siano&#8230; Possiamo allora dire senza tema di smentita che <a title="Soldato blu" href="http://www.libriefilm.com/soldato-blu/6821"><em>Soldato blu</em></a> e con esso libri come <a title="Seppellite il mio cuore a Wounded Knee" href="http://www.libriefilm.com/seppellite-il-mio-cuore-a-wounded-knee/7042"><em>Seppellite il mio cuore a Wounded Knee</em></a> dello storico Dee Brown (il titolo è ispirato al luogo di un massacro indiano nel dicembre del 1890), e pellicole western che di solito vengono affiancate a <a title="Soldato blu" href="http://www.libriefilm.com/soldato-blu/6821"><em>Soldato blu</em></a>, come <a title="Un uomo chiamato Cavallo" href="http://www.libriefilm.com/un-uomo-chiamato-cavallo/7041"><em>Un uomo chiamato cavallo</em></a> con Richard Harris e <a title="Il piccolo grande uomo" href="http://www.libriefilm.com/il-piccolo-grande-uomo/1078"><em>Il piccolo grande uomo</em></a> con Dustin Hoffman (anche questo uscito proprio in quel 1970), non hanno seminato nel vuoto anche perché, fin dagli anni Sessanta, è parsa in netta ascesa la sensibilità verso i racconti biografici e i destini spesso orribili dei nativi d&#8217;America.</p>
<p style="text-align: justify;">C&#8217;è da ricordare per esempio l&#8217;episodio della consegna del premio Oscar del 1973 al miglior attore, alla quale assistettero milioni di spettatori. E il vincitore (vincitore per la seconda volta dopo <a title="Fronte del porto" href="http://www.libriefilm.com/fronte-del-porto/7043"><em>Fronte del porto</em></a>), era Marlon Brando per <a title="Il Padrino" href="http://www.libriefilm.com/il-padrino/550"><em>Il padrino</em></a> di Francis Ford Coppola. Il noto attore decise però di rinunciare al suo premio per protesta e per solidarietà a favore dei nativi d&#8217;America, avendo il coraggio di denunciare per bocca di una giovane attrice apache certo razzismo hollywoodiano. In quei giorni era anche in corso una rivolta indiana contro il governo americano proprio a Wounded Knee… Tutto ciò accadeva all&#8217;interno della nobile cultura anticonformista che in alcune sue pagine svalutava certo indiscriminato e luccicante progressismo a vantaggio delle minoranze indiane, umiliate e private dei loro diritti fondamentali.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche lo spunto per il nostro <a title="Soldato blu" href="http://www.libriefilm.com/soldato-blu/6821"><em>Soldato blu</em></a> viene da un massacro indiano, datato questo novembre 1864, quando settecento cavalleggeri americani attaccarono un pacifico villaggio di Cheyenne a Sand Creek uccidendo cinquecento indiani, molti dei quali donne e bambini (è la strage cantata da De André in <em>Fiume Sand Creek</em>). La trama del film è però semplice semplice, incorniciata fra violenze, massacri e immagini &#8220;forti&#8221;, che non lasceranno indifferenti neanche gli spettatori scafati del terzo millennio. A volte sembra perfino la sceneggiatura di uno dei libri più famosi di <a title="Ernst Juenger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Ernst Jünger</a>: <a title="Nelle tempeste d'acciaio" href="http://www.libriefilm.com/nelle-tempeste-dacciaio/2857"><em>Nelle tempeste d&#8217;acciaio</em></a>, con sangue, crudeltà, paure, scene surreali e tutto quel che ne segue. Protagonista di <em><a title="Soldato blu" href="http://www.libriefilm.com/soldato-blu/6821">Soldato blu</a></em> è però una donna libera e coraggiosa (i tempi stanno cambiando rapidamente e gli anni Sessanta e Settanta sono anche quelli dove, soprattutto all&#8217;estero, si tenta di celebrare la libertà femminile) Kathy Lee &#8211; in realtà la modella, fotografa e attrice Candice Bergen &#8211; che è una bionda newyorkese tanto bella quanto sicura di sé, ex moglie di &#8220;lupo pezzato&#8221; capo indiano Cheyenne, che deciderà di difendere una cultura non sua, quella degli indiani d&#8217;America appunto, fino alle conseguenze più impensabili. Cercherà di proteggere i campi indiani devastati dai soldati conquistatori che bramano terre che non gli appartengono. Soldati assetati di sangue, spietati e imbarazzanti a un tempo, a volte colti da veri e propri deliri a sfondo razziale. Toccherà al debole ed emotivo &#8220;soldato blu&#8221; Honus Gant (cioè l&#8217;attore Peter Strauss), scampato a un precedente massacro, il compito &#8211; vieppiù impossibile &#8211; di contenere i &#8220;furori&#8221; della donna nel corso di un viaggio verso un accampamento militare, abbracciandone in un certo senso anche la causa. Con parole nude è questa la trama &#8211; lo scheletro potremmo dire &#8211; di un film che dà l&#8217;idea della leggenda (peraltro indiscutibile) nata per caso. In sé e per sé <a title="Soldato blu" href="http://www.libriefilm.com/soldato-blu/6821"><em>Soldato blu</em></a> diretto da Ralph Nelson, regista di origini norvegesi morto da più di vent&#8217;anni e ispirato a una novella dal titolo <em>Arrow in the Sun</em> (a tutt&#8217;oggi non conosciutissima) del 1969 di Theodore V. Olsen, un romanziere anch&#8217;esso poco noto morto nel 1993, andrebbe infatti giudicato come un prodotto &#8220;medio&#8221; senza grandi velleità di partenza, tutto sommato non particolarmente piacevole, costruito &#8211; quello sì &#8211; con stimolanti influenze di grado per cosi dire alternativo. Il fatto che quella indiana fosse di per sé una comune &#8220;civiltà&#8221; (il western classico non l&#8217;aveva quasi mai disegnata così) e in più anche da difendere (impensabile fino ad almeno un decennio prima), unito alla valorizzazione del coraggio e dell&#8217;intelligenza pratica della protagonista femminile, serve a denunciare, esasperandole in un confronto impari, le debolezze e il fallimento del maschio bianco e occidentale (la cui &#8220;bandiera&#8221; nel film viene sventolata oltre che da soldati senza onore anche da un mercante privo di scrupoli), e con esso in un certo senso dell&#8217;antico eroe come lo avevamo conosciuto fino a quel momento.</p>
<p style="text-align: justify;">Si tratta di una novità &#8211; e lo resta senz&#8217;altro &#8211; di grande impatto emotivo, profondamente legata alle vicende politiche del Nuovo Mondo (e alla contemporanea guerra americana in Vietnam, ovviamente), ai suoi mutamenti sociali e alla capacità di produttori e registi di tradurli per il grande schermo, e di scrivere così un ulteriore paragrafo di una secolare vicenda di tipo realistico… Insomma: l&#8217;indiano nemico-brutale da sconfiggere senza chiedersi troppi perché sembra oramai essersi estinto. Selvaggi quanto vogliamo i nativi americani possiedono adesso un loro codice, sono uomini che si offrono per la pace, hanno donne e bambini che nella loro debolezza somigliano a quelli occidentali. Ed è una donna &#8211; Kathy &#8211; nel suo viaggio attraverso il film &#8211; in un film nel film potremmo dire &#8211; a portare la fiaccola di un nuovo &#8220;corso&#8221;; una donna che è stata a contatto con entrambe le &#8220;civiltà&#8221; ma che sceglie di stare dalla parte degli indiani, dei più deboli. È una rivoluzione che apre le porte al futuro. Una donna peraltro libera da qualsiasi vincolo di dipendenza e del tutto autonoma, promessa sposa a un soldato statunitense &#8211; ma per interesse, come lei stessa ha dichiarato &#8211; già maritata a un indiano e adesso innamorata del suo compagno di viaggio il &#8220;soldato blu&#8221; Honus, la cui libertà di tipo sessuale (altro tema fondamentale negli anni Settanta) è guida verso una libertà fatta di scelte consapevoli e di azioni indipendenti. Argomento di grandissima importanza non lo dimentichiamo. Tutti ricorderanno per esempio la trama del grande film del &#8216;56 di John Ford, con John Wayne come protagonista: <a title="sentieri selvaggi" href="http://www.libriefilm.com/sentieri-selvaggi/1530"><em>Sentieri selvaggi</em></a>, lì una ragazza &#8211; la piccola Debbie &#8211; cadeva prigioniera dei Comanche e veniva salvata dai bianchi che finivano per liberarla dallo <em>status </em>di bianca indianizzata. In <a title="Soldato blu" href="http://www.libriefilm.com/soldato-blu/6821"><em>Soldato blu</em></a> gli avvenimenti conducono invece a un esito del tutto diverso: una donna non dimentica di essere stata un&#8217;indiana sceglie adesso di difendere la &#8220;civiltà&#8221; alla quale è appartenuta. Finalmente la ragazzina è diventata &#8220;adulta&#8221; e si è resa conto delle ragioni dei propri compagni di viaggio. Ha cercato così di tramandare, dal presente al futuro, l&#8217;attaccamento verso un popolo fiero della propria esistenza e del proprio nobile rifiuto. Un punto di non ritorno davvero. Per tutti. È proprio in quegli anni che dalle nostre parti si ripeteva il detto evoliano «la nostra patria è dove si combatte per le nostre idee». Da cui l&#8217;identificazione con le ragioni dei nativi americani, delle popolazioni arabe, poi degli afghani, ora dei tibetani. L&#8217;anti-imperialismo trionfava nell&#8217;immaginario.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>* * *</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Tratto dal <em>Secolo d&#8217;Italia</em> del 13 marzo 2010.</p>
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		<title>Ludwig Fahrenkrog</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Mar 2010 09:06:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Harm Wulf</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Uno degli aspetti più interessanti di Ludwig Carl Wilhelm Fahrenkrog è stata la sua straordinaria versatilità artistica: pittore, illustratore, scultore, poeta, autore di teatro, filosofo, studioso di religioni]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/centrostudilaruna48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Centro Studi La Runa online" /><br/><div id="attachment_4096" class="wp-caption alignright" style="width: 412px"><img class="size-full wp-image-4096" title="fahrenkrog" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/fahrenkrog.jpg" alt="" width="402" height="283" /><p class="wp-caption-text">Ludwig Fahrenkrog nel suo studio</p></div>
<p style="text-align: justify;">Ludwig Carl Wilhelm Fahrenkrog nacque il 20 ottobre  1867 a Rendsburg nella regione dello Holstein della Germania  settentrionale. Il nome, strano ed arcaico, si trova solo nella zona  costiera dello Holstein dove esiste un ruscello Fahrenkrog vicino al  Kellersee e un posto chiamato Fahrenkrug. Il nome significa in  alto-tedesco “<em>Krug an der Fähre</em>” cioè locanda al traghetto. Il ramo  paterno della famiglia era danese con antenati marinai e cacciatori di  balene. La famiglia era povera: il padre faceva paralumi artigianali e  Ludwig e il fratello compresero subito che ogni cosa nella vita doveva  essere conquistata con il lavoro. “Se un bambino non ha giocattoli –  scrisse più tardi – se li creerà da solo se veramente ne ha bisogno”.</p>
<p style="text-align: justify;">Fin da bambino cominciò a manifestare uno spiccato ed eclettico talento  artistico. Ludwig e il fratello iniziarono dalla fanciullezza a  dipingere, disegnare, scrivere liriche e a suonare musica. Già molto  giovane era in grado di suonare il piano e produrre la sua musica.  Insieme al fratello organizzavano piccoli spettacoli teatrali in cui  recitavano. All’età di 15 anni Ludwig iniziò il suo apprendistato  artistico come pittore e decoratore ad Altona nei pressi di Amburgo e,  nel 1887 s’iscrisse alla Königliche Akademie der Bildenden Künste  (l’Accademia reale di arti figurative) di Berlino dove studiò con i  maestri Woldemar Friedrich e Hugo Vogel e divenne l’allievo prediletto  del famoso pittore di scene storiche Anton von Werner. Durante questo  periodo di studi si guadagnò faticosamente da vivere come illustratore  per cataloghi museali, disegni anatomici e manifesti di grafica.</p>
<p style="text-align: justify;">Ricordando il difficile periodo degli studi scrisse: “Se guardo indietro  nel mio passato quello fu il periodo in cui svolsi la maggior parte dei  miei lavori: credevo in Dio ed in me stesso”. L’esperienza lavorativa  giovanile in qualità di decoratore gli fu di enorme utilità quando  iniziò la sua attività di pittore di grandi affreschi per pareti di  castelli, chiese e scuole. All’età di 23 anni ricevette il Premio  Statale Prussiano per una tela di cinque metri per quattro intitolata <em>Die Kreuzigung Christi</em>, che fu acquistato dalla città di Mülheim nella  Ruhr. Si sposò con Charlotte Lüdecke “Lotte”, che rimase la sua compagna  per tutta la vita, e trascorse due anni in Italia per completare i suoi  studi. A Roma, studiando in modo intensivo l’opera di Michelangelo,  sviluppò e radicò la sua concezione del lavoro artistico come missione  per trasmettere al popolo un superiore messaggio spirituale rifiutando  completamente la decadente concezione “dell’arte per l’arte”. Durante il  soggiorno romano nacque la loro prima figlia, che fu chiamata Bianca  Colomba perché al momento della nascita il pittore vide uno di questi  uccelli. Anche la figlia diventerà un’eccellente pittrice.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/fahrenkrog2.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-4102" title="fahrenkrog2" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/fahrenkrog2.jpg" alt="" width="567" height="133" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Dopo la  nascita della figlia la sua pittura si arricchisce di nuove tematiche  più allegre e gioiose: scene di vita familiare, piccole felicità  domestiche. Di ritorno a Berlino Ludwig si guadagnerà da vivere  dipingendo imponenti affreschi nelle case di facoltosi nobiluomini. Dal  1898, nominato docente presso la scuola di Arte decorativa, si  trasferirà nella Renania a Barmen per dedicarsi all’insegnamento e qui  rimarrà fino al 1931 anno del suo ritiro. Questo nuovo lavoro non gli  impedì di sviluppare il suo lavoro artistico in diverse direzioni.  Poeta, drammaturgo, scrittore, filosofo d’ispirazione <em>völkisch</em>, a  partire dal 1907 scrisse una serie di articoli per la rivista di  Wilhelms Schwaner “Der Volkserzieher” in cui definì i fondamenti di una <a title="religiosità" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione"> religiosità</a> specificamente germanica e i punti di contrasto radicale tra  il risorgente Paganesimo ed il Cristianesimo: Dio è in noi, la legge  morale è in noi, la redenzione deve venire da noi stessi. Già dal 1900  Fahrenkrog e la sua famiglia avevano abbandonato la <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religione</a> cristiana  che ritenevano ormai incompatibile con una <a title="religiosità" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religiosità</a> specificamente  germanica. La sua pittura si orienta su tematiche pagane e germaniche.</p>
<p style="text-align: justify;">
<div class="mceTemp" style="text-align: justify;">
<dl id="attachment_4103" class="wp-caption alignright" style="width: 430px;">
<dt class="wp-caption-dt"><img class="size-full wp-image-4103" title="destino" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/destino.jpg" alt="" width="420" height="283" /></dt>
<dd class="wp-caption-dd">Destino, Olio, 1917</dd>
</dl>
</div>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">I temi della sua evoluzione religiosa e le sue idee filosofiche sono  esposte nel <em>Die Geschichte meines Glaubens</em> e nei sette tomi della  colossale opera <em>Gott im Wandel der Zeiten</em> da lui scritta ed  illustrata. Nel corso di questi due anni Fahrenkrog fonda il <em>Bund für  Persönlichkeitskultur </em>(Associazione per la cultura della personalità),  rivolta a consolidare la sua visione religiosa pagana fondata sul culto  degli antenati, delle forze della natura e delle personalità eccellenti  della stirpe. Negli anni successivi si dedicherà alla creazione di  un’organizzazione religiosa di carattere pagano germanico rompendo  definitivamente con il Cristianesimo. Nel 1912 creerà la  <em>Deutsche-religiöse Glaubensgemeinschaft </em>con Wilhelm Schwaner (1863 –  1944) da cui si separerà l’anno successivo. Il 3 agosto 1913 fonda a  Thale sullo Harz la <em>Germanische Glaubens-Gemeinschaft</em> (GGG) che adotta il  motto “<em>Gott in uns</em>” (Dio in noi) e “<em>Selbsterlösung</em>” (Autoredenzione).  L’organizzazione sarà in seguito guidata da Holger Dom e Arthur  Auerbach. Nel 1913 riceve il titolo di Professore. Pubblica numerosi  saggi, libri illustrati e commedie teatrali che usualmente erano  rappresentate nella prima presso il teatro di montagna Ernst Wachler  nello Harz. A proposito del suo <em>Wölund</em>, Wilhelm Kiefer scrisse nel 1915  sulla rivista “Bühne und Welt” che, per la prima volta, si era  rappresentato un dramma inspirato alla coscienza razziale di un popolo e  al suo rifiuto di essere annientato da popolazioni straniere. Il  concetto di reazione alla <em>Überfremdung</em>, la distruzione dell’identità  etnica tedesca, fu un tema costante dei suoi lavori artistici e  filosofici. Da questo punto di vista non è errato ritenere che i suoi  lavori fornirono una base teorica al movimento nazionalsocialista, anche  se il movimento della <em>Germanische Glaubens-Gemeinschaft</em> (GGG) fu  perseguitato dal regime e, nel 1936, fu messo al bando con divieto  ufficiale di riunione. In una delle riunioni generali del movimento GGG,  l’<em>Althing </em>del 1923, l’artista chiarì le sue posizioni: “Noi vogliamo  costruire! Le rovine sono attorno a noi e nei nostri cuori ma noi  abbiamo anche fede nella rinascita. Il nostro scopo: da un piccolo seme  generare un bosco di sangue e spirito. Tramonto dell’Occidente? Ma noi  siamo vivi! Per nessuno benefici e per nessuno danni, noi vogliamo  solamente essere noi stessi. Questo è il motivo per cui noi non siamo  una delle associazioni antisemite che traggono la ragione della propria  esistenza dal disprezzo per l’essere ebreo. No, noi siamo importanti e  necessari abbastanza da esistere per la nostra stessa causa. E non per  questo siamo un associazione filo-semita o che sostiene qualche altra  ideologia straniera… No, noi della GGG siamo popolo germanico e solo  popolo germanico…. Questa è la ragione per cui non siamo un partito,  anzi vediamo nei partiti un modo per dividere il desiderio di unione dei  popoli germanici. Noi sappiamo solo che vogliamo l’autodeterminazione e  che l’autodeterminazione viene dall’interno.. in modo pacifico ed  organico come la crescita e lo sviluppo delle querce tedesche”.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="size-full wp-image-4098 alignleft" style="margin: 10px;" title="indogermanisch" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/indogermanisch.jpg" alt="" width="465" height="283" />Fahrenkrog anima la rivista “Die Weihwart” che prenderà dal 1921 il  titolo “Der Deutsche Dom. Blätter für nordiche Art und Deutschen  Glauben” che si avvale anche della collaborazione del pittore Fidus  (Hugo Reinhold Karl Johannes Höppener 1868 – 1948). Collabora con  disegni ed illustrazione anche alle riviste <em>völkisch </em>“Kultur – Arbeit”  ed al mensile “Neues Land”. In quegli anni di intensa attività  filosofica i temi della sua pittura sono fortemente influenzati dalla  propria maturazione: nel 1918 realizza l’opera <em>Die heilige Stunde</em> che  riprende il tema del famosissimo <em>Lichtgebet</em> di Fidus. Un uomo prega,  nel modo degli <a title="indoeuropei" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/indoeuropei">indoeuropei</a>, in piedi e con le braccia alzate davanti  all’incanto della luce e della natura rigogliosa. Nel 1920 realizza <em>Der  Väter Land</em> magnifico dipinto ad olio in cui il pittore mostra al  figlioletto, vita nuova risorgente, la bellezza della terra dei Padri,  la <em>Heimat</em>. I temi della mitologia nordica sono frequenti nei drammi e  nei dipinti. Celebri in questo senso sono i quadri <em>Edda</em> del 1910, <em>Baldur</em> del 1908, <em>Der Tempel des Schweigens</em> del 1920 e <em>Das heilige  Feuer</em> del 1921.</p>
<p style="text-align: justify;">Uno degli aspetti più interessanti di Ludwig Carl  Wilhelm Fahrenkrog è stata la sua straordinaria versatilità artistica:  pittore, illustratore, scultore, poeta, autore di teatro, filosofo,  studioso di <a title="religioni" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religioni</a>. Nel corso della sua vita pubblicò sette volumi  intitolati <em>Gott im Wandel der Zeiten</em> illustrati da suoi disegni e con  sue poesie e commedie teatrali. La casa editrice Verlag der Schönheit di  Dresda stamperà e popolarizzerà i suoi lavori più importanti tra cui i  famosissimi <em>Das goldene Tor</em>, <em>Das heilige Feuer</em>, <em>Die heilige  Stunde</em>, <em>Der Väter Land</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1921 presso la stessa casa editrice uscirà  una breve biografia del pittore di Kurt Engelbrecht intitolata <em>Ludwig  Fahrenkrog und seine Schöpfungen und ihre Bedeutung für unser Volkstum</em> che contiene moltissime riproduzioni delle opere dell’artista ed è  ricercatissima dai collezionisti. Nel 1925 fu richiesto come insegnante  dall’Università americana di Mitchell nel Dakota. Viene nominato membro  onorario dell’associazione dei pittori di Amburgo e dell’Accademia di  Napoli. Nel 1928 riceve il primo premio dell’Esposizione al Palazzo del  Vetro di Monaco. Durante il terzo Reich avrà qualche difficoltà per i  suoi legami con i vecchi gruppi <em>völkisch</em>. Partecipa nel 1943 alla terza  esposizione itinerante della <em>Deutsche Kunstgesellschaft</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">
<div class="mceTemp" style="text-align: justify;">
<dl id="attachment_4099" class="wp-caption alignright" style="width: 210px;">
<dt class="wp-caption-dt"><img class="size-full wp-image-4099" title="volkslied" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/volkslied.jpg" alt="" width="200" height="283" /></dt>
<dd class="wp-caption-dd">Volkslied, Olio, 1915</dd>
</dl>
</div>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Muore il 27  ottobre del 1952 a Biberach sul Riss nel sud della Germania dove aveva  installato il suo <em>atelier</em>. Il lascito delle opere e degli scritti  dell’artista è conservato presso l&#8217;Archiv für Bildende Kunst del  Germanisches Nationalmuseum, Kartäusergasse 1 D &#8211; 90402 Nürnberg.  L’eredità dell’associazione <em>Germanische Glaubens-Gemeinschaft </em>fondata  nel 1907 da Ludwig Fahrenkrog non è andata dispersa. Due associazioni  del composito mondo del neopaganesimo tedesco si sono idealmente  collegate al suo messaggio. La <em>Artgemeinschaft &#8211; Germanische  Glaubens-Gemeinschaft</em> è attualmente la più vasta comunità pagana tedesca  con aderenti anche tra le altre nazioni germaniche. Fondata nel 1951 e  riunitasi nel 1965 con la <em>Nordischen Glaubensgemeinschaft </em>fondata nel  1928 e rinominata nel 1954 <em>Nordisch-religiöse Gemeinschaft</em>. A queste si  unì l’associazione <em>Nordungen </em>fondata nel 1924. La <em>Artgemeinschaft </em>ha  assunto l’eredità del pensiero religioso di Fahrenkrog e della sua prima  associazione del 1913. I membri dell’originaria <em>Germanische  Glaubens-Gemeinschaft</em>, dopo il 1957 anno del suo scioglimento ed  eliminazione dal registro delle associazioni, sono confluiti nella <em> Artgemeinschaft</em>. L’associazione pubblica la rivista “Nordische Zeitung”  ed una serie di libri di tematiche religiose. Per informazioni <em> Artgemeinschaft</em> &#8211; GGG e.V. , Postfach 55709, 22567 Hamburg o in rete <a title="Asatru" href="http://www.asatru.de/"> http://www.asatru.de/jotunheim.htm</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1982 per diffondere l’eredità artistica del  pittore fu creato il “Freundeskreis Ludwig Fahrenkrog” e,  contemporaneamente, fu fondata la Heidnische Glaubens-Gemeinschaft con  il compito di diffondere il messaggio religioso dell’artista. Nel 1991 i  membri rinominarono l’associazione Germanische Glaubens-Gemeinschaft.  L’associazione pubblica il periodico “Germanen Glaube”. Per informazioni  Catrin Wildgrube, Am Berg 1, D -14806 Werbig o in rete <a href=" http://www.fornsedr.de/"> http://www.fornsedr.de/ggg/ueberuns/index.php</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a> </a>Dettagliata bibliografia a pag. 282 del volume <em>II. Malerei </em>dell’enciclopedia<em>Kunst in Deutschland 1933 – 1945</em> di Mortimer G.  Davidson, 1992 Grabert Verlag e-mail: grabert.verlag@t-online.de</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Bibliografia</strong><br />
<em> </em></p>
<p style="text-align: justify;">
<div class="mceTemp" style="text-align: justify;">
<dl id="attachment_4104" class="wp-caption alignright" style="width: 366px;">
<dt class="wp-caption-dt"><em><em><img class="size-full wp-image-4104" title="edda" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/edda.jpg" alt="" width="356" height="283" /></em></em></dt>
<dd class="wp-caption-dd">Edda, 1910</dd>
</dl>
</div>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><em>Stimmen des Sehnsucht</em>, Mappe, testo di Kurt Engelbrecht, 1905<br />
<em>Geschichte meines Glaubens</em>, Verlag Gebauer-Schwetschke, Halle,  1906<br />
<em>Selbsterlösung</em>, Verlag Fahrenkrog, Leipzig, 1912<br />
<em>Germanische Glaubens-Gemeinschaft</em>, Verlag Fahrenkrog, Leipzig,  1913<br />
<em> Lucifer, Dichtung in Bild und Wort</em>, Verlag Greiner &amp; Pfeiffer,  Stuttgart, 1913<br />
<em>Der Märschenkessel</em>, Verlag Attenkofer, Stuttgart<br />
<em>Aufsätze zum Germanenglaube</em>, Verlag Fahrenkrog, Leipzig, 1914<br />
<em>Sechs farbige Kunstblätter nach Gemälden von Fahrenkrog</em>, Verlaf f.  Volkskunst und Volksbildung, Keutel, 1915 ca<br />
<em>Die Schönheit, Sonderheft (Zu des Malerdichters 50. Geburtstag am  20. Oktober 1917)</em>,<em> </em>Verlag der Schönheit, Dresden<br />
<em>Das Deutsche Buch</em>, Verlag Kraft und Schönheit, Berlin 1921<br />
<em>Gott im Wandel der Zeiten</em>, 7 tomi, Verlag Hartung (1-4) e Verlag  der Fahrenkrog Gesellschaft (5-7), Leipzig, 1922 – 1927<br />
<em>Geschichte meines Glaubens</em>, Verlag Gebauer-Schwetschke, Halle, 1923<br />
<em>Germanischer Glaube</em>, Verlag Hartung, Leipzig, 1924<br />
<em>Die Germanische Glaubensgemeinschaft</em>, Wölund Verlag, Rostock, 1925<br />
<em>Das Goldene Tor. Dichtungen in Wort und Bild</em>, Verlag der  Fahrenkrog-Gesellschaft, Leipzig 1927<br />
<em>Pantheismus und Dualismus: eine Antwort auf bisher ungelöste  Fragen</em>, Verlag Hubricht, Freiberg 1929<br />
<em>Der Sinn des Hakenkreuzes und die germanische  Glaubens-Gemeinschaft</em>, Fahrenkrog Verlag, Leipzig, 1933<br />
<em>Germanisches Glaubensgut</em>, Verlag Winter, Heidelberg, 1934<br />
<em>Wie sagst du es deinem Kinde</em>? Verlag Peter, Leipzig, 1935<br />
<em>Jung-deutsche Religion</em>, Verlag Fahrenkrog, Leipzig, 1935<br />
<em>Held oder Händler?</em>, Verlag Fahrenkrog, Leipzig, 1936<br />
<em>Aufsätze zum Germanenglauben</em>, Verlag Fahrenkrog, Leipzig, 1937<br />
<em>Kunst: Mein künstler Glaubensbekenntnis</em>, Verlag Biberacher,  Biberach an d. Riß, 1949</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Drammi teatrali:</strong><br />
<em>Nornegast</em>, Verlag Hatrung, Leipzig, 1920<br />
<em>Die Godenstochter</em>, Verlag Hatrung, Leipzig, 1921<br />
<em>Baldur</em>, Verlag Greiner &amp; Pfeiffer, Stuttgart e Türmerverlag,  Stuttgart, 1908<br />
<em>Wölund Drama</em>, Verlag Greiner &amp; Pfeiffer, Stuttgart, 1919<br />
<em>Stimmen des Sehnsucht</em>, Verlag Hatrung, Leipzig<br />
<em>Die Seele des Kindes</em>, Verlag Hatrung, Leipzig<br />
<em>Die heilige Stunde</em>, Verlag Sonntag, Berlin</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Bibliografia:</strong></p>
<p style="text-align: justify;">K. Engelbrecht, <em>Ludwig Fahrenkrog und seine Schöpfungen und ihre  Bedeutung für unser Volkstum</em>, Kunstgabe 2. Dresden, Verlag der Schönheit, senza anno di  pubblicazione, circa 1922<br />
K. Engelbrecht, <em>Sturm über Land. Kriegsbilder von Professor L.  Fahrenkrog</em>, Verlag Keutel, Stuttgart, 1918<br />
G. E. Pohl, <em>Ludwig Fahrenkrog. Leben und Wert eines deutschen  Malers</em>, Dichters und Glaubenskünders, Nachlass Fahrenkrog,1942</p>
<p style="text-align: justify;">Ulteriori informazioni sull’artista:<br />
<a title="Ludwig Fahrenkrog" href="http://www.ludwigfahrenkrog.com/"> http://www.ludwigfahrenkrog.com/</a></p>
<p style="text-align: justify;">Gundram Erich Pohl, <em>Ludwig Fahrenkrog. Leben und Wert eines  deutschen Malers</em>, Dichters und Glaubenskünders, 1942 in <em>Nachlass  Fahrenkrog</em>, Archiv für Bildende Kunst</p>
<p style="text-align: justify;">Wolff, Markus, <em>Ludwig Fahrenkrog and the Germanic Faith  Community: Wodan Triumphant</em>, in TYR, volume 2, Atlanta, USA, 2004.  p.221-242 (Ultra PO Box 11736 Atlanta, GA 30355 USA)</p>
<p style="text-align: justify;">Daniel Junker, <em>Gott in uns! Die Germanische  Glaubens-Gemeinschaft Ein Beitrag zur Geschichte völkischer Religiosität  in der Weimarer Republik</em>, Verlag Daniel Junker, Hamburg. http://www.daniel-junker.de/ e-mail: info@daniel-junker.de/</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Archiv für Bildende Kunst</em> c/o Germanisches Nationalmuseum  Kartäusergasse 1 D &#8211; 90402 Nürnberg <a href="http://www.gnm.de/ ">http://www.gnm.de/ </a><em>Der Nachlass Ludwig Fahrenkrogs</em> di  Christiane Maibach in Monatanzeiger/ Germanisches Nationalmuseum 2003,  H. 269, 6-7. http://www.gnm.de/Download/aug_2003.pdf</p>
<p style="text-align: justify;">La Roland Faksimile Verlag (Postfach 330404, D – 28334 Bremen)  ha recentemente ristampato il fondamentale testo del Prof. Fahrenkrog  <em>Germanische Glaubens Gemeinschaft </em>del 1920.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>* * *</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em><img class="alignright size-full wp-image-4097" style="margin: 10px;" title="sohn" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/sohn.jpg" alt="" width="392" height="283" />A ciascuno il suo<br />
Non mi piacciono le vostre chiese oscure!<br />
Preferisco il sole luminoso e splendente!<br />
E le mie donne mi son mille volte più care<br />
Della vostra Madonna dipinta.<br />
E il figlio che mia moglie mi ha dato<br />
Mi è mille volte più caro<br />
Del vostro crocifisso dorato,<br />
Con le sue gambe e braccia contorte.<br />
Sopra tutto non mi piace ciò che è estraneo a questo mondo<br />
Quello che è freddo, appassito e senza vita.<br />
Io amo la vita, la gioia e la luce<br />
Ed il sangue, fluttuante e rosso.</em><br />
Ludwig Fahrenkrog (traduzione di <a title="Harm Wulf" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/harm-wulf/">Harm Wulf</a>)</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Artgothique</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Feb 2010 17:46:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pier Paolo Vaccari</dc:creator>
				<category><![CDATA[Architettura simbolica]]></category>
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		<description><![CDATA[L’arco gotico diviene ben presto espressione di una nuova cultura, dove la forza del simbolo travalica gli argini dell’equilibrio, della misura, della persona]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/centrostudilaruna48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Centro Studi La Runa online" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/yggdrasil.thumbnail.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Simboli e simbologia" /><br/><p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-full wp-image-3997" style="margin: 10px;" title="marieschi" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/marieschi.jpg" alt="" width="400" height="280" />La forma originaria e canonica dell’arco e della volta in architettura è quella rotonda, a tutto sesto.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel <a title="medioevo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/medioevo">medio evo</a> nacque e si affermò la forma ogivale, o gotica, come spregiativamente la definì, una volta e per sempre, Giorgio Vasari.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella storia delle costruzioni l’arco ha sempre rappresentato l’elemento di base per la realizzazione di grandi ambienti, perlomeno fino a quando lo stato delle conoscenze ha consentito di utilizzare la sola resistenza a compressione di singoli elementi giustapposti. La funzione della malta si limita infatti a rendere più omogenea la giustapposizione medesima; e può anche essere sostituita, come avvenne, con altri materiali duttili, vedi il piombo (Notre Dame).</p>
<p style="text-align: justify;">L’architettura dovette pertanto fare esclusivo affidamento sulla resistenza naturale e sulla coesione interna dei materiali impiegati, lapidei, ceramici o lignei.</p>
<p style="text-align: justify;">La costruzione di un edificio veniva in tal modo a rappresentare una coniugazione profonda delle facoltà umane con le proprietà naturali della materia, l’una dimensione in grado di stimolare e nel contempo vincolare l’altra, sì che il risultato non può dirsi propriamente figlio di una sola delle due, ma di entrambe.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli elementi strutturali (stilistici) generati dal processo non potevano inoltre essere sottoposti, per tutti i vincoli sopraddetti, a variazioni improvvise e fantasiose, come invece oggi accade, ma piuttosto avevano il sapore di una lenta e faticosa conquista culturale collettiva, non di rado tale da improntare di sé un intero periodo storico.</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco perché trovandoci di fronte all’arco romanico o all’arco gotico non possiamo considerarli dei semplici elementi costruttivi, ma piuttosto qualcosa che evoca due epoche del nostro passato, o meglio due stadi del pensiero, capaci ancora di suscitare fantasie ed emozioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Il carattere collettivo e partecipativo (sociale) di tali processi risulta poi evidenziato proprio dalla loro tipologia esecutiva, che richiedeva il massimo della professionalità a partire dai più intimi dettagli costruttivi (capacità oggi perduta), dalla perfezione elementare alla perfezione complessiva e globale; (Michelucci si meravigliava e incantava di fronte alla qualità esecutiva di particolari interni alla cupola, del tutto nascosti alla vista del pubblico).</p>
<p style="text-align: justify;">La qualità professionale degli architetti di allora consisteva appunto nella capacità di “sentire” quello che si poteva realizzare e fin dove ci si poteva spingere a partire dall’umile pietra o mattone. Ecco perché gli edifici del passato, oltre a una visione d’insieme, ci possono anche suggerire visioni o letture “molecolari” delle loro forme, nelle quali riconoscere percorsi, fughe, fantasie, che le animano e le attraversano.</p>
<p style="text-align: justify;">
<div id="attachment_3998" class="wp-caption alignleft" style="width: 347px"><img class="size-full wp-image-3998" title="notre-dame" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/notre-dame.jpg" alt="" width="337" height="450" /><p class="wp-caption-text">Cattedrale di Notre-Dame, Parigi. Particolare.</p></div>
<p>Proprio il concetto di <em>percorso</em> sembra il più idoneo a interpretare l’arco a tutto sesto. Questo ci appare veramente come un ponte gettato fra due rive; da attraversare senza ostacoli o repentini mutamenti di rotta, praticabile a piacere nei due sensi, dal carattere quindi propriamente geometrico, più che dinamico; in definitiva il percorso ottimale fra due punti, tenuto conto delle forze in gioco. O anche per così dire una “curvatura dello spazio”, tale da conferire a ogni moto su di essa carattere inerziale.</p>
<p style="text-align: justify;">L’arco non sfugge al peso soprastante, che anzi ne determina forma e dimensioni, come sembra invece voler sfuggire l’arco gotico.</p>
<p style="text-align: justify;">Nulla di quanto detto vale appunto per l’arco gotico; in questo caso non ha infatti più senso parlare di “percorso ottimale”; si manifesta in esso una frattura, una brusca inversione di marcia, una biforcazione. Solo apparentemente l’arco gotico rappresenta ancora un elemento strutturale; di fatto sembra costituirsi in modo autonomo, dilatandosi enormemente nelle proporzioni e asservendo alle proprie esigenze l’intera configurazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Esso tende a separare, piuttosto che a unire, quasi volesse salire facendosi strada nella muratura sovrastante, affrancato dai suoi stessi componenti materiali, come se il vuoto, la luce, che lo riempiono, dovessero risultare i veri protagonisti.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ singolare a tal proposito osservare come molte costruzioni gotiche (da noi l’abbazia di S. Galgano), avendo perso del tutto la copertura, risultino più suggestive ai nostri occhi, quasi fossero state concepite come noi le vediamo. Ciò che conferma in definitiva l’inessenzialità della copertura in tale stile; con quel che ne consegue in termini di mancato raccoglimento e condivisione di anime.</p>
<p style="text-align: justify;">L’arco diviene così ben presto espressione di una nuova cultura, dove la  forza del <a title="simbolo" href="../sezioni/temi/simboli"><em>simbolo</em></a> sorge a travalicare gli argini dell’equilibrio, della misura, della  persona. La sua fisionomia anticipa, non certo per scienza o volontà  degli inconsapevoli progettisti, l’inquietante profilo delle ogive dei  proiettili e dei missili.</p>
<p style="text-align: justify;">Torniamo al Vasari. Non può essere stato lui l’inventore dell’appellativo di “gotico”. Più probabilmente ha ripreso un’accezione diffusa, che senza andare troppo per il sottile individuava in quello stile una provenienza  nordica, estranea alla nostra cultura, quindi barbarica, gotica.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo stile invece era nato in Francia e St. Denis ne era stata la prima grande realizzazione.</p>
<p style="text-align: justify;">L’intenzione del Vasari era sostanzialmente quella di definire “mostruosa e  barbarica” tale “maniera”. Ma è forse accettabile una così sbrigativa e rude condanna riferita a opere universalmente fra le più ammirate ancor oggi, come le grandi cattedrali al di là e al di qua delle Alpi? Tanto più avanzate sotto il profilo ingegneristico di ogni altra architettura mai vista?</p>
<p style="text-align: justify;">Di primo acchito non lo è. Con le migliori intenzioni e tutto il rispetto per il Vasari.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma barbarico non va qui inteso nel senso di arretrato e incivile, come siamo oggi portati a intenderlo.  A quell’aggettivo va riconosciuta una connotazione diversa e più profonda, di carattere morale: barbarico in quanto eccessivo, sproporzionato, disumano.</p>
<p style="text-align: justify;">I barbari erano tali non perché fossero ignoranti, ma perché facevano paura; anche e soprattutto se erano colti.</p>
<p style="text-align: justify;">Si tratta di peccati assolutamente capitali, per chi aveva appena riscoperto l’antico equilibrio. Tutto ciò che è eccessivo, sia nelle dimensioni che nell’audacia costruttiva (non bisogna dimenticare che quell’architettura aveva inizialmente spaventato gli stessi monaci cistercensi), rischia infatti di apparire disumano e sospetto, in definitiva, di essere frutto di tenebrosi accordi con il demonio. Motivo che ha attraversato in lungo e in largo, come noto, tutta la storia della nostra cultura.</p>
<p style="text-align: justify;">Altro che soave leggerezza e miracolosa apparizione dello stile fiorito!</p>
<p style="text-align: justify;">Dunque il Vasari era sinceramente atterrito all’idea che la riconquistata misura della classicità dovesse un giorno, per le sciagurate alternanze della storia, cedere di nuovo il passo ad altre stravaganze e follie (non sapeva quanto aveva ragione!). Evidentemente il conto era rimasto in sospeso.</p>
<p style="text-align: justify;">C’era un contrasto rimasto a mezz’aria, tuttora vivo e irrisolto; un bisogno di rivalsa ancora non pienamente soddisfatto.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ chiaro allora che una certa dose di faziosità e di campanilismo dobbiamo pur consentirgliela, visto il momento magico che viveva l’arte in Italia (leggi Toscana), e il compito ch’egli si era assunto di celebrarla, interpretarla, dichiararla ai quattro venti.</p>
<p style="text-align: justify;">Per la Francia invece l’arte gotica era stata, e rimasta, la sola grande espressione stilistica autoctona.</p>
<p style="text-align: justify;">Fulcanelli è lo pseudonimo di un non meglio identificato scrittore francese del primo <a title="storia contemporanea" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/storia-contemporanea">novecento</a>, autore di libri esoterico &#8211; alchemico &#8211; magici, dei quali uno sulle cattedrali gotiche.</p>
<p style="text-align: justify;">Sfogliandolo un po’ vi si coglie tutta l’antipatia per il Rinascimento, considerato piena decadenza, e l’esaltazione del gotico, a cui si attribuisce peraltro una etimologia affatto diversa.</p>
<p style="text-align: justify;">“Art Gothique” nulla avrebbe a che vedere coi Goti, come ingiuriosamente ritenuto dagli italiani, ma semplicemente starebbe per argotique, argotico, cioè proprio dell’argot, che in Francia vuol dire un linguaggio criptico e misterioso, comprensibile solo agli iniziati, apparso a cominciare dal milleduecento nell’Ile de France. Lo stile sarebbe dunque qualcosa di visceralmente legato a quel <em>back ground</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Un’idea, questa delle cattedrali che nascono come funghi giganteschi dal terriccio dei bassifondi di Parigi, che risulta in effetti non priva di una certa suggestione.</p>
<div id="attachment_3999" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-3999" title="duomo-orvieto" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/duomo-orvieto.jpg" alt="Duomo di Orvieto" width="300" height="400" /><p class="wp-caption-text">Duomo di Orvieto</p></div>
<p style="text-align: justify;">Proprio il <span style="text-decoration: underline;">gigantismo</span> delle chiese, al quale siamo ormai abituati, rapportato all’esiguità e povertà dell’abitato circostante, nasce con questo stile e prende piede ovunque. Un bell’esempio in Italia è il duomo di Orvieto, che da lontano è l’unica cosa che si vede.</p>
<p style="text-align: justify;">Non amore e raccoglimento, dunque, ma ammirazione, rispetto e timore, sono i sentimenti che queste fabbriche sono chiamate a evocare (non a caso Orvieto fu progettata da un architetto militare).</p>
<p style="text-align: justify;">Forse l’inquietudine del Vasari aveva qualche fondamento.</p>
<p style="text-align: justify;">Il Rinascimento fece di tutto per mettere una pietra sopra al Gotico, anche fisicamente. L’esempio più clamoroso di questa vocazione è il Tempio Malatestiano di Rimini, costruito fagocitando letteralmente una preesistente chiesa gotica, della quale solo alcuni piccoli resti non digeriti fanno mestamente capolino dalle aperture laterali. Cosa per la quale l’Alberti rischiò seriamente la scomunica da parte di Pio II ( … <em>non sembra un tempio di Cristo, bensì di fedeli adoratori del demonio</em>).</p>
<p style="text-align: justify;">Di tutto ciò resta oggi solo un’eco molto attenuata, il Gotico e il Rinascimento appartengono a una lontananza che sembra collocare le loro reciproche incompatibilità nell’ambito esclusivo della <a title="letteratura" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/letteratura">letteratura</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Tuttavia innumerevoli ricadute e interazioni attraverso i secoli di quei due passaggi, hanno influenzato e influenzano in modo più o meno scoperto e consapevole innumerevoli vicende, certo non solo artistiche e architettoniche, della storia e della cultura.</p>
<p style="text-align: justify;">Se da un lato il richiamo al classicismo costituisce un ancoraggio impossibile da rinunciare, non possiamo far a meno di rimarcare la persistenza tenace di un medievalismo di costume, dal quale sembra invincibilmente attratta, foss’anche solo per amore dell’avventura, la precaria condizione attuale, tenuto anche conto beninteso della pregressa <em>full immersion</em> romantica.</p>
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		<title>Il mistero delle isole Kerguélen</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Feb 2010 17:05:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Lamendola</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La misteriosa scoperta di orme di zoccoli fatta dall'esploratore James Clark Ross nel maggio 1839 nelle Isole Kerguélen]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/centrostudilaruna48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Centro Studi La Runa online" /><br/><p style="text-align: justify;"><em><strong>Il fatto</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;">Maggio 1839, emisfero Sud. Nel cuore del temibile inverno australe, alcuni uomini stanno avanzando sul terreno diseguale di una sperduta e deserta isola di origine vulcanica (1), là dove le acque azzurre dell’Oceano Indiano si confondono tumultuosamente con quelle verde scuro dell’Antartico, le cui onde spazzate dai venti dominanti dell’Ovest s’imbiancano di spuma.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<div class="mceTemp" style="text-align: justify;">
<dl id="attachment_3987" class="wp-caption alignleft" style="width: 260px;">
<dt class="wp-caption-dt"><img class="size-full wp-image-3987" title="cavolo-delle-kerguelen" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/cavolo-delle-kerguelen.jpg" alt="" width="250" height="159" /></dt>
<dd class="wp-caption-dd">Cavolo delle Kerguélen.</dd>
</dl>
</div>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Mano a mano che si allontanano dalla riva, il fragore del mare si attenua e alla fine scompare e ogni cosa sembra stemperarsi  in un’atmosfera strana ed arcana, sotto un cielo plumbeo e uniforme. Uno spesso strato di neve copre il terreno ed i suoni giungono attutiti dall’atmosfera umida e fredda e dal soffice mantello candido che ricopre ogni cosa, come se tutta la scena fosse per incanto scivolata in un’atmosfera senza tempo. Del resto, non vi sono altri rumori che quelli prodotti dagli insoliti visitatori: un gruppetto di ufficiali e marinai della nave di Sua Maestà britannica Erebus, un veliero di sole 370 tonnellate e appena 26 uomini d’equipaggio, e della sua gemella, Terror (2). Minuscole le navi ed esiguo il loro carico umano: ciò fa apparire ancor più opprimente, per contrasto, il grandioso ma triste spettacolo di quella natura selvaggia cui a suo tempo è stato imposto, non a caso, il nome eloquente di Isola della Desolazione (3). Nessuna fronda di verzura stormisce al soffio incessante dei venti australi, poiché gli alberi non allignano in quei luoghi inospitali e le uniche foreste esistenti sono quelle fossilizzate, estrema e patetica testimonianza di un tempo remotissimo in cui il clima dell’isola dovette essere ben più dolce e accogliente, probabilmente di tipo sub-tropicale (4). L’unica pianta che si avvicini in qualche misura alle dimensioni arboree era una curiosa specie di cavolo gigante, detto cavolo delle Kerguélen (5), che non era sfuggito alla vigile attenzione del medico di bordo, sir John Dalton Hooker (6), allora un giovane pressochè sconosciuto ma che più tardi sarebbe divenuto un botanico famoso, fra i più celebri del suo tempo (7). Allo stesso modo, il candido manto di neve non appare segnato dal passaggio di alcun essere vivente, poiché nessun mammifero terrestre vive in quelle remote latitudini, né tanto meno alcun rettile o anfibio, animali che abbisognano di un clima decisamente più mite (8).</p>
<p style="text-align: justify;">Mano a mano che i visitatori ardimentosi  di quel luogo enigmatico si allontanano dalla riva del mare e si lasciano alle spalle il rumore della risacca e la rassicurante sagoma della loro nave alla fonda nel porto naturale (9), la ricognizione verso l’interno si trasforma in una marcia dai contorni vagamente surreali. Il profondissimo, millenario silenzio che avvolge ogni cosa, la quiete innaturale, indecifrabile che sembra tutto avvolgere, la consapevolezza che forse mai piede umano ha preceduto i loro passi danno veramente a quegli uomini la sensazione d’esser giunti agli estremi confini del mondo. Eppure, nonostante la intensa nota di malinconia che lo pervade, il paesaggio reca in sé una sottile sfumatura di fascino, difficile da definire ma nondimeno evidente; quasi una bellezza arcana e primigenia che  la Natura possente ha voluto imprimere  perfino in quelle lande desolate. Mentre alzano lo sguardo lungo le pendici del monte Ross, che spinge la sua vetta ghiacciata a duemila metri d’altitudine (10), sotto una densa coltre di nubi grigie, gli uomini si sentono terribilmente piccoli, fragili, in un certo senso – direbbe Lucrezio – casuali (11): come ospiti inattesi di uno spettacolo grandioso che non per essi era stato allestito&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco le parole con le quali, circa un secolo dopo, un ufficiale della Marina da guerra germanica descriverà quei luoghi e la loro strana atmosfera: “Un ruscello gorgogliava tra sassi e ciuffi d’erba lungo il sentiero. Intorno a noi le montagne si alzavano avvolte dalle nubi… Una squallida desolazione regnava sui monti e nelle valli. Eppure, per quanto triste e brullo, il paesaggio non era privo di fascino per chi non vedeva da tanto tempo né un monte né un pianoro e sicuramente non ne avrebbe più visti per molti mesi.” (12) Certo, le cose sarebbero state molto diverse se l’Erebus e la sua gemella, il Terror fossero approdate laggiù qualche mese prima: durante l’estate antartica, le pianure s’ingentiliscono grazie ai vivaci colori di numerose piante fiorite, come Azorella, Pringlea e Festuca (13), mentre l’aria risuona dei richiami incessanti di migliaia e migliaia di uccelli migratori venuti di lontano, primo fra tutti l’albatro gigante (14). Ma ora tutto appare deserto, abbandonato, come avvolto da un’atmosfera senza tempo: e sembra che  l’aria fredda e umida, il cielo basso e  la terra silenziosa siano  sospesi, in attesa di qualcosa.</p>
<p style="text-align: justify;">Ed ecco che  il comandante di quel piccolo drappello, il trentanovenne sir James Clark Ross, si arresta improvvisamente senza poter trattenere un fortissimo moto di stupore, mentre uno sguardo di meraviglia e d’incredulità passa dai suoi occhi a quelli dei suoi compagni, l’uno dopo l’altro. Perché hanno visto tutti, chiaramente, qualche cosa che supera la loro capacità di comprensione, qualche cosa che assolutamente non avrebbe dovuto essere lì. Sul mantello di neve immacolata che copre ogni cosa si stagliano, nette, delle impronte di un qualche animale: più precisamente, delle orme di zoccoli (15).  Si allontanano dalla regione costiera per spingersi verso l’interno e si perdono in direzione delle alture. Orme di zoccoli, laggiù, in capo al mondo! E tutto lascia pensare che siano anche recenti, poiché, diversamente, la neve le avrebbe rapidamente cancellate. I marinai britannici stentano a credere ai loro stessi occhi: come è possibile una cosa del genere?</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>La cornice</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;">Sir James Clark Ross, nato a Londra il 15 aprile del 1800, aveva già una discreta fama come esploratore polare. Compagno di sir William Edward Parry nelle sue spedizioni artiche, il 31 maggio 1831 aveva localizzato l’esatta posizione del Polo Nord magnetico nella Penisola di Boothia (Canada settentrionale) (16). Nel 1835-36 era stato inviato nello Stretto di Davis, con la nave Cove, per soccorrere un certo numero di baleniere inglesi provenienti dal porto di Hull, rimaste intrappolate nei ghiacci (17). Infine, il 18 aprile 1839 aveva assunto il comando della spedizione antartica formata dall’Erebus, come si è detto, e dal Terror, quest’ultimo di 340 tonnellate e con un equipaggio, anch’esso, di 26 uomini, al comando del suo amico Francis Crozier (18).</p>
<p style="text-align: justify;">Ross aveva avuto istruzioni di salpare per la Tasmania allo scopo di stabilire una stazione permanente per eseguire osservazioni magnetiche. Lungo la traversata doveva compiere analoghe osservazioni all’isola di S. Elena, nell’Atlantico meridionale, e al Capo di Buona Speranza. L’Erebus e il Terror giunsero in vista delle Kerguélen nel giugno e vi stazionarono per due mesi, in attesa di compiere il balzo successivo verso la Tasmania e, di lì, per le isole Auckland, fino all’<span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/generi/viaggi/antartide" target="_blank">Antartide</a></span> (19). Quei due mesi furono impiegati da un gruppo di ufficiali per fare rilievi magnetometrici e da Ross, personalmente, per compiere osservazioni astronomiche e nautiche.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<div class="mceTemp" style="text-align: justify;">
<dl id="attachment_3986" class="wp-caption alignright" style="width: 157px;">
<dt class="wp-caption-dt"><img class="size-full wp-image-3986" title="kerguelen" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/kerguelen.jpg" alt="" width="147" height="184" /></dt>
<dd class="wp-caption-dd">Yves Joseph Christophe de Kerguelen-Trémarec (Landudal, 13 febbraio 1734  – Parigi, 3 marzo  1797).</dd>
</dl>
</div>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">L’arcipelago delle Kerguélen deve il nome al suo scopritore, il bretone Yves I. de Kerguèlen-Tremarec, che le avvistò il 13 febbraio 1772 e le credette parte, tanto per cambiare, del supposto continente australe o <em>Terra Australis Incognita </em>– la grande ossessione geografica del Settecento, nonché dei due secoli precedenti (20). In Francia, infatti, “il presidente Charles de Brosses, convinto che nel Sud esistesse un continente grande quanto Europa, Asia e Africa messe insieme, riunì materiale di ogni genere e in tutte le lingue, per prepararne l’esplorazione. Tutti gli elementi raccolti formano il tema della sua <em>Storia delle navigazioni verso le Terre Australi</em>, che l’autore teneva aggiornata, senza tuttavia che la seconda edizione fosse mai pubblicata; l’opera, che spinse più di un navigatore verso la Magellania, la Polinesia e l’Australasia, si trova attualmente presso la Biblioteca Nazionale di Parigi”(21). Si direbbe che quella ossessione arrivasse a offuscare le idee anche di esperti o navigatori, se è vero che, tornato in patria senza averne riconosciuta la natura insulare, contro il parere del proprio equipaggio descrisse la terra da lui scoperta come una specie di Paradiso Terrestre.  Deciso a sostenere la veridicità del suo racconto, nel 1774 Kerguélen si rimise in mare con due navi e volle tornare alla Francia Australe (così aveva denominato inizialmente quelle terre), ma una furiosa tempesta impedì nuovamente lo sbarco e rese impossibile un preciso rilevamento delle coordinate geografiche. Quel che è certo, questa volta anche l’ostinato ottimismo del navigatore francese dovette ricevere un duro colpo visto che all’affascinante descrizione fatta dopo il priomo viaggio subentrò una diversa valutazione dei fatti. Probabilmente non era un’appendice della vasta Terra Australe e, comunque, la sua posizione e il suo clima non erano poi tanto favorevoli, dato che questa volta fu lo stesso Kerguélen-Tremaréc a ribattezzare l’arcipelago Terra della Desolazione (22). Così – conclude Silvio Zavatti – il nuovo viaggio non portò a nessun risultato positivo, anzi riaccese polemiche e accuse, per le quali il navigatore subì gravi punizioni e condanne” (23).  Difficile perdonargli, in ogni caso, di aver  infranto un sogno plurisecolare come quello di una edenica Terra Australe Incognita, un mito che lui stesso aveva alimentato entusiasticamente due soli anni prima e sul quale, due anni dopo (nel 1776), il capitano James Cook, giunto con le due  navi Resolution e Discovery  alle isole Kerguélen e riconosciutane definitivamente la natura insulare, chiuderà per sempre la pietra tombale (24).</p>
<p style="text-align: justify;">Come si è detto, i primi esploratori non trovarono traccia di una fauna indigena superiore, a parte numerosi uccelli e tre distinte specie di pinguini: reale, papua e gorgua (25). La fauna inferiore  è rappresentata da un certo numero di insetti senza ali, perché i forti venti dominanti dell’Ovest renderebbero impossibile qualsiasi tentativo di volo; da un lepidottero parassita del cavolo, ossia una mosca essa pure priva di ali; da alcuni acari e da due o tre Protozoi che vivono nel muschio, un tipo di vegetazione molto diffusa a causa della persistente umidità del clima (26).</p>
<p style="text-align: justify;">Furono i Francesi, molto più tardi, che tentarono d’introdurre una fauna superiore per motivi economici (l’arcipelago era stato annesso alla Francia nel 1893). Nel 1908-11 e poi ancora nel1927-28 essi tentarono l’allevamento delle pecore, ma anche  se l’esperimento non fallì del tutto, una serie di ragioni, prima fra tutte la difficoltà di rifornimenti, indussero i colonizzatori a ritirarsi dalle isole, rinunciando a persistere nel tentativo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Le ipotesi</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sorpresa e affascinazione sono, dunque, i sentimenti che James Clark Ross e i suoi compagni provano, in quel maggio del 1840, davanti alle impronte di zoccoli sulla neve dell’isola Kerguélen. Dopo un comprensibile momento di stupore e quasi d’incredulità, si decide di tentar di andare a fondo nell’enigma così inaspettatamente presentatosi in quella remota terra dell’emisfero australe. Il gruppo si mette a seguire le impronte, ma ben presto è costretto a fermarsi, deluso: esse scompaiono improvvisamente su un terreno roccioso,  non c’è più niente da fare. Bisogna tornare indietro senza aver potuto dare una risposta alla domanda: qual è l’origine di quelle impronte, dal momento che sull’isola non vi sono né  ponies né altri animali in grado di lasciare orme simili?</p>
<p style="text-align: justify;">James Clark Ross scrive subito un rapporto sullo strano episodio, ma esso passa praticamente inosservato. La relazione del viaggio antartico di Ross, qualche anno dopo, viene bensì letta e apprezzata da un selezionato pubblico di specialisti, ma non diviene mai quel che si dice, oggi, un <em>best-seller</em>. E così, quasi certamente, il mistero delle impronte dell’isola Kerguélen sarebbe stato del tutto dimenticato se quindici anni dopo, quando il pubblico inglese è travolto dall’“<em>affaire</em>” delle cosiddette impronte del diavolo del Devonshire (febbraio 1855), qualcuno non si ricordasse di quella vecchia e strana storia.  E’ un corrispondente del London Illustrated News a rispolverare il rapporto dell’esploratore James Clark Ross e a richiamare su di esso l’attenzione sovreccitata dei lettori del Regno Unito (27): ma di questo parleremo fra breve.</p>
<p style="text-align: justify;">Dobbiamo ora tentare di dare una qualche risposta agli interrogativi che il “mistero delle Isole Kerguélen” sollecita, e cercheremo di farlo con mente sgombra, per quanto possibile, da pregiudizi, senza per questo esser disposti a cadere nella credulità.</p>
<p style="text-align: justify;">Un fatto naturale richiede, fino a prova contraria, una interpretazione di tipo naturale: questa è una ovvia premessa di carattere metodologico. E tuttavia il concetto di “evento naturale”, dopo le scoperte di fisici come Einstein ed Heisenberg, si è enormemente arricchito di valenze ignorate all’epoca della Rivoluzione scientifica del XVII secolo. Il problema è che, mentre gli specialisti delle varie scienze (matematica, fisica, scienze naturali e scienze della psiche) sono perfettamente consapevoli di non poter studiare i fatti del mondo naturale con lo stesso punto di vista di Francesco Bacone, Galilei, Cartesio o Newton, gran parte dei divulgatori scientifici e, attraverso di essi, del pubblico dei non-specialisti, sono rimasti ancorati a una visione scientifica alquanto datata: quella, in sostanza, impostasi in Occidente, verso la fine del XIX secolo, con la filosofia del Positivismo.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<div class="mceTemp" style="text-align: justify;">
<dl id="attachment_3988" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px;">
<dt class="wp-caption-dt"><img class="size-full wp-image-3988" title="vista-kerguelen" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/vista-kerguelen.jpg" alt="" width="300" height="209" /></dt>
<dd class="wp-caption-dd">Penisola Rallier du Baty, Isole Kerguélen.</dd>
</dl>
</div>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Questa premessa era necessaria perché il campo del possibile, nella scienza contemporanea, si è molto allargato rispetto a quanto comunemente ammesso prima della “scoperta” delle matematiche non euclidee, delle particelle sub-atomiche e della dimensione inconscia della psiche. La teoria dei quanti, nel campo della fisica, o il riconoscimento dei casi di personalità multipla, in quello della psicologia, per fare solo due esempi, hanno letteralmente rivoluzionato la nostra visione del mondo naturale. Non solo: passata (almeno fra gli specialisti) la stagione dell’ubriacatura postivistica e neopositivistica, cioè di una visione rozzamente scientista della realtà, torna con forza crescente la vecchia domanda: è possibile esplorare tutto il campo delle realtà naturali, servendosi esclusivamente degli strumenti d’indagine, materiali e concettuali, forniti da quella facoltà che quasi tutte le filosofie dell’Occidente (ma solo dell’Occidente, anzi dell’Occidente moderno) definiscono genericamente la ragione ma che è, a ben guardare, solo una parte di essa, e cioè la ragione strumentale e calcolante?</p>
<p style="text-align: justify;">Problemi difficili, certo, e la cui trattazione – anche sommaria- esulerebbe di gran lunga dai limiti della presente indagine. Tuttavia era giusto, crediamo, almeno accennarvi, prima di tentare una modesta indagine sulla questione che ci eravamo proposta.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora, se è giusto – in una ricerca scientifica – partire dalla spiegazione più semplice di un determinato fenomeno naturale, la prima ipotesi cui si è tentati di ricorrere per spiegare il mistero delle impronte viste dagli uomini della spedizione antartica di J.C.Ross è che esse siano state lasciate sulla neve da un animale introdotto dall’uomo. Abbiamo ragioni per ritenere verosimile una tale ipotesi? In linea di massima, saremmo portati a rispondere affermativamente a questa domanda, nonostante il parere negativo espresso da James Cook circa le possibilità di sopravvivenza di animali introdotti dall&#8217;Europa (vedi nota n. 24 del presente articolo). Dopo la visita del capitano Cook, nel 1776, l’arcipelago delle Kerguélen divenne il punto d’incontro di cacciatori di foche e di balene, che le usarono – come molte altre isole sub-antartiche – quale base provvisoria durante le loro spedizioni di caccia, che potevano durare anche tre anni (28). Erano i tempi d’oro di quel genere di battute, immortalati, fra l’altro, da romanzi famosi come <em>Moby Dick </em>di Herman <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/herman-melville" target="_blank">Melville</a></span>. Gli studiosi di botanica, e particolarmente di fitogeografia, sanno bene quali danni irreparabili quei cacciatori di foche e di balene portarono agli ecosistemi delle isole oceaniche perché, oltre a compiere stragi indiscriminate di cetacei e di pinnipedi, spesso fino alla totale estinzione, essi avevano preso l’abitudine di sbarcare a terra, in quelle isole, animali domestici destinati all’alimentazione degli equipaggi, particolarmente ovini e suini (29).  Le capre e,  in misura minore, le pecore e i maiali, si arrampicavano dappertutto, sterminando (ove ce n’erano) i piccoli mammiferi indigeni e gli uccelli più indifesi, com’era successo al Dodo, uccello non volatore, dell’isola Mauritius, nel 1600 (30). Ad essi si aggiungeva l’opera nefasta dei ratti, viaggiatori clandestini di tutte le navi europee e nemici implacabili delle faune indigene. Capre e pecore, poi, brucavano voracemente la vegetazione, sino a rendere brulle e spoglie delle isole un tempo ammantate di una ricca vegetazione: tale fu il caso, ad esempio, dell’isola di S. Elena  e dell’isola di Pasqua fra quelle sub-tropicali, e, almeno in parte, della Nuova Zelanda, fra quelle di clima temperato. L’importazione casuale di piante infestanti di origine europea  e quella volontaria di piante destinate ad uso agricolo dava poi il colpo di grazia a quei delicatissimi ecosistemi, che l’isolamento millenario aveva reso particolarmente vulnerabili rispetto ai competitori esterni. A tutto questo si aggiunga che gli Europei introducevano non solo animali da allevamento, ma anche selvaggina selvatica, come il cervo nella Nuova Zelanda o addirittura la renna nella Georgia Australe, che i Norvegesi avevano trasformato in una stazione baleniera permanente: con quali conseguenze sul mantello erboso originario, è facile immaginare.</p>
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<dl id="attachment_3989" class="wp-caption alignright" style="width: 210px;">
<dt class="wp-caption-dt"><img class="size-full wp-image-3989" title="james-clark-ross" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/james-clark-ross.jpg" alt="" width="200" height="258" /></dt>
<dd class="wp-caption-dd">James Clark Ross (Londra, 15 aprile 1800  – Aylesbury, 3 aprile 1862).</dd>
</dl>
</div>
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<p style="text-align: justify;">Dunque, non si può escludere del tutto che le impronte viste sull’isola Kerguélen da Ross nel 1840 fossero dovute a una pecora o a una capra (più difficile, ache se non impossibile, pensare a un maiale rinselvatichito) portata da qualche baleniere allo scopo di potersi rifornire di carne fresca nel corso delle lunghe battute di caccia nei mari australi, in un’epoca in cui l’unico sistema di conservazione della carne era quello di metterla sotto sale e non poteva, comumque, garantirne la commestibilità a tempo indefinito.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto chiarito, allora, e svelato il mistero? In realtà, le cose non sono proprio così facili. Infatti, questa spiegazione offre indubbiamente il vantaggio della semplicità, il che corrisponde a una nota formula della filosofia scolastica,  secondo la quale non bisogna moltiplicare il numero degli enti quando è possibile spiegare la realtà con un numero più ristretto di cause (31). D’altra parte, essa presenta un inconveniente tutt’altro che trascurabile: è puramente congetturale e ha dalla sua il criterio della verosimiglianza logica, ma non quello della verifica concreta. Ad esempio, noi possiamo sapere con certezza quando monsieur Brossière prese in affitto dal governo francese vasti appezzamenti di terreno per introdurre sull’isola l’allevamento delle pecore; ma non sappiamo nulla di quanto potè fare, di propria iniziativa e in via, diciamo così, non ufficiale, qualche                        sconosciuto capitano di baleniera nei primi decenni del XIX secolo, quando la sovranità su quei luoghi era peraltro ancora indefinita. Vogliamo dire che è ragionevole supporre che animali dotati di zoccoli siano stati introdotti senza che la cosa fosse noto a livello internazionale, e ciò spiegherebbe egregiamente la vivissima sorpresa provata dai membri della spedizione antartica britannica: è ragionevole appunto perché fornisce la spiegazione più semplice e naturale di un evento altrimenti difficilmente interpretabile. Ma ciò significa, d’altro canto, che le conclusioni sono già implicite nella premessa, com’è tipico del ragionamento deduttivo. Se tutti gli uomini sono mortali e se Socrate è un uomo, allora Socrate è mortale; se alcune specie di mammiferi hanno gli zoccoli e quelle trovate sulla neve sono impronte di zoccoli, allora a produrle devono essere stati degli ungulati (dal latino <em>ungula </em>= unghia, zoccolo), anche se non risiulta  affatto che ve ne fossero, in quel momento, sull’isola.</p>
<p style="text-align: justify;">Qual è il limite intrinseco di un tal modo di studiare i fatti naturali? Quello di trattarli in maniera concettuale, cioè teorica, come si fa con gli enti della logica e con quelli della matematica,  ma come non si dovrebbe dare per scontato con gli enti empirici. Torna qui attuale il pregiudizio fondamentale di ogni concezione della realtà basata sullo scientismo: se esiste o se, comunque, è esperibile solo ciò che può essere studiato in termini logico-matematici (il fenomeno kantiano, radicalmente separato dalla cosa in sé o noumeno), non può darsi altra realtà che quella fisica in senso stretto. Ma quali garanzie abbiamo che  la realtà fisica <em>stricto sensu</em>, cioè esperibile dai sensi ordinari, esaurisca l’intera gamma del reale? Che cosa ci autorizza a pensare che la Natura sia solo quella esperibile con i sensi ordinari e che inoltre, al di sopra (o al di sotto) di essa non vi siano altri piani di realtà, cher la ragione strumentale e calcolante è inadeguata a comprendere, anzi perfino ad immaginare? Del resto, la ragione umana è qualcosa di più nobile e complesso di un elaboratore elettronico; ma usandola in maniera esclusivamente strumentale, non le consentiamo di ottenere risultati diversi da quelli di un elaboratore. Il <em>computer </em>non ci dà operazioni diverse dai dati che vi abbiamo precedentemente inserito: e tale è anche la struttura della ragione calcolante. Se pretendiamo di ottenere da essa solo risposte implicite nelle informazioni di partenza, ci precludiamo di ampliare veramente il campo della conoscenza umana. L’albero di melo non può dare che mele; la ragione calcolante non può dare che quanto è implicito nelle sue premesse (o nei suoi pregiudizi), <em>tertius non datur </em>– meglio ancora: <em>secundus non datur</em>. Pertanto, sono ammesse solo quelle ipotesi scientifiche che non contrastano con le premesse del quadro generale di riferimento accettato, in un determinato momento storico, dalla comunità scientifica dominante (università, case editrici, sistema scolastico, ecc.). Ma un tale modo di procedere ostacola il reale progresso scientifico e, giusta l’ipotesi dell’epistemologo Thomas Kuhn, produce le rivoluzioni scientifiche che sono essenzialmente rivoluzioni contro il paradigma accettato appunto dalla comunità scientifica ufficiale (32).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Una finestra sull&#8217;ignoto</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Proviamo allora a capovolgere, per pura ipotesi, il nostro paradigma scientifico e ad ammettere che, se nelle isole Kerguélen non vi erano capre, pecore, maiali o addirittura cervi, le impronte di zoccoli sulla neve non possono essere spiegate con la presenza di tali animali. Sul piano del ragionamento logico ristretto, questa è un’acquisizione concettuale non meno logica, anzi si direbbe molto più logica, della precedente. Quello che stride è il quadro di riferimento generale: i dati che abbiamo immesso, per così dire, nel <em>computer</em>; cioè che in quei luoghi non esistevano mammiferi di alcun tipo. E dunque?</p>
<p style="text-align: justify;">E’ giunto il momento di ritornare alla vicenda delle impronte del diavolo del Devonshire, che indirettamente aveva riportato di attualità, e messo a conoscenza di un vasto pubblico, la misteriosa scoperta fatta da J. C. Ross nell’isola di Kerguélen. La mattina dell’ 8 febbraio 1855 gli abitanti del Devon scoprirono, uscendo di casa nel freddo intensissimo di quell’inverno eccezionale, una serie di impronte di zoccoli nella neve, disposte in linea retta e riconoscibili lungo una distanza totale di circa 80  miglia. Non assomigliavano alle impronte di alcun animale conosciuto, ma né questo fatto né la straordinaria lunghezza della traccia, che attraversava le campagne innevate in linea retta, rappresentavano la cosa più sconcertante.</p>
<p style="text-align: justify;">Quest’ultima era costituita dal fatto che le impronte si snodavano una dietro l’altra, tagliando diritto anche in presenza di ostacoli. Davanti ai muri dei giardini, per esempio, esse si fermavano per continuare dall’altra parte, come se lo sconosciuto animale li avesse saltati senza minimamente deviare, anzi, come se li avesse “attraversati”. E la neve sulla cima dei muri era rimasta vergine! In alcuni villaggi, poi, le impronte a ferro di cavallo erano ben visibili sui tetti delle case, a precchi metri d’altezza; oppure si fermavano davanti alla soglia di una capanna, per ricomparire sul retro; oppure ancora scomparivano davanti a un mucchio di fieno e poi riprendevano al di là di esso, sempre in linea retta, come se la creatura vesse compiuto un salto prodigioso. La popolazione ne fu terrorizzata: furono organizzate, ma invano, delle battute di caccia con fucili e forconi, e ben presto nacque fra il popolo la voce che il Diavolo, in quella buia e fredda notte d’inverno, avesse passeggiato sulla Terra con piedi di caprone, come ai tempi dei Sabba delle streghe.</p>
<p style="text-align: justify;">Naturalmente anche il mondo scientifico fu messo a rumore, e parecchi naturalisti, tra cui  il celebre Richard Owen, vollero dire la  loro. Si parlò di un tasso; ma quale animale selvatico poteva correre in in linea retta per la bellezza di 80 miglia, coprendo una tale distanza in una sola notte? E saltare a quel modo al di là dei muri e dei covoni di fieno, per poi salire sui tetti delle case? (33).</p>
<p style="text-align: justify;">Qualcun altro ipotizzò che un pallone sonda si fosse alzato, forse per disguido, dal porto militare di Devonport la sera del 7 febbraio, e che dei sacchetti pendenti da delle funi avessero lasciato le famose impronte (34). Certo che il vento doveva esser stato un prodigio di costanza, per aver sospinto il pallone sonda così a lungo senza mai deviare né a destra né a sinistra!</p>
<p style="text-align: justify;">Si parlò anche di un uccello; di un canguro fuggito da uno zoo; di un buontempone in vena di scherzi fuori del comune: tutte ipotesi praticamente insostenibili e tutte rispondenti a una medesima logica: il mistero non è una dimensione della realtà che va accostata con l’indagine razionale ma anche con  umiltà e consapevolezza dei limiti umani, bensì un nemico da aggredire, una sfida intollerabile da rintuzzare, un’inquietudine che va rimossa ad ogni costo per riportare la percezione del reale entro i binari rassicuranti di ciò che è già conosciuto. In alttre parole, per la mentalità scientista è preferibile cadere nell’assurdo (un tasso che copre 80 miglia in poche ore, saltando muri e scalando edifici) piuttosto che ammettere, anche solo per ipotesi, che si possa sollevare per un momento il velo della razionalità codificata dal paradigma scientifico dominante.</p>
<p style="text-align: justify;">E si badi che il caso delle impronte del Devonshire non è affatto un <em>unicum </em>nella storia recente (per non parlare di quella antica). Per fare un solo altro esempio, ma se ne potrebbero fare parecchi, ricordiamo che il <em>Times </em>di Londra del 14 marzo 1840 (dunque, due mesi prima della scoperta di James Clark Ross nei mari antartici)  riferì di impronte identiche a quelle trovate poi nel 1855, questa volta sulla neve di Glenorchy, nelle Highlands scozzesi, con l’unica differenza che sembravano prodotte da una creatura che avesse proceduto a balzi piuttosto che al trotto (35). E ci siamo limitati alla sola Gran Bretagna; ma impronte strane, o mostruose, sono state segnalate in ogni parte d’Europa e nell’arco di vari secoli. E allora?</p>
<p style="text-align: justify;">Certo non saremo noi a tirare in ballo l’ufologia, o l’occulto, magari in chiave diabolica (per quanto rifiutiamo l’atteggiamento sprezzante di aprioristico rifiuto, proprio a molti divulgatori scientifici di formazione neopositivista). Tornando al caso delle isole Kerguélen, gli elementi in nostro possesso sono troppo scarsi per arrischiare una spiegazione del fenomeno, sia di tipo naturalistico sia d’altro genere. Mancano, ad esempio, i calchi o le riproduzioni delle impronte, mentre esistono nel caso del Devonshire di quindici anni dopo (36). Il fatto che le spiegazioni razionali avanzate si siano dimostrate poco convincenti non autorizza a saltare con ingenua disinvoltura nel campo dell’irrazionale.</p>
<p style="text-align: justify;">Forse, però, nonostante tutto possiamo ricavare un insegnamento di carattere generale da questa intricata vicenda, sollevata quasi per caso da una spedizione scientifica del 1840 in una dimenticata isola sub-antartica, ed è il seguente. Vi sono cose  per le quali la scienza naturale stenta a dare una spiegazione e che stenta perfino a contestualizzare nel paradigma scientifico perlopiù accettato, non perché la scienza non disponga al momento di strumenti di ricerca sufficientemente sofisticati, ma perché l’orizzonte concettuale della ragione calcolante è intrinsecamente inadeguato non solo a comprenderli, ma addirittura ad accettarli.</p>
<p style="text-align: justify;">I “cerchi nel grano” (non tutti, ovviamente, ma quelli infinitamente complessi e straordinariamente precisi, giudicati “autentici” dagli studiosi, nel senso di non contraffatti),  appartengono a tale categoria di fenomeni (37). Un altro esempio è costituito da quei reperti archeologici o paleontologici che contrastano irrimediabilmente col paradigma scientifico oggi dominante (si badi a quell’oggi), e che si stanno accumulando uno sull’altro, a dispetto della decisa volontà della scienza accademica di voltare la testa dall’altra parte per non vederli (situazione che richiama molto, per inciso, quella della cosmologia tolemaica alla vigilia della rivoluzione copernicana) (38). Ma una scienza che impieghi parte delle sue energie per rimuovere quei fatti che non riesce a spiegare, invece di prenderli seriamente in considerazione, è una scienza che nega i suoi stessi presupposti e la propria ragion d’essere. Così accade che “pur vedendo non vedono, e pur udendo non odono e non comprendono” (39).  Analogo discorso si potrebbe fare per molti di quei fenomeni “paranormali” di cui si occupa, da alcuni decenni ormai, una scienza giovane come la parapsicologia; o per quelle creature misteriose di cui si occupa la criptozoologia. La civiltà occidentale moderna, figlia della Rivoluzione scientifica del XVII secolo, è passata da un estremo all&#8217; altro: un tempo si credeva pressochè a tutto (40), oggi non si vuol credere più a nulla che non sia misurabile, quantificabile, riproducibile in laboratorio; ad onta del fatto che civiltà millenarie, come quella dell’India, abbiano sempre considerato con ben altra consapevolezza fenomeni non spiegabili solo con la ragione, attinenti al mondo naturale, preternaturale e soprannaturale.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ come se avessimo fermamente deciso di escludere dal nostro orizzonte mentale e spirituale tutto ciò che non rientra  nella sfera della ragione strumentale, riducendo l’essere umano, per parafrasare Marcuse, a vivere in una sola dimensione, mentre  è immerso n un cosmo multidimensionale ed è, egli stesso, chiamato a realizzare una vocazione più ampia, più comprensiva della realtà in cui è collocato. Triste spettacolo quello di un pesce delle immensità oceaniche, costretto a sguazzare in una misera pozzanghera; o, se si preferisce il paragone, del proprietario di un immenso e magnifico palazzo che si riduce, per pigrizia ed ignoranza, a vivere come un mendicante nella più buia e squallida delle sue cantine.</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>* * *</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Tratto, con il gentile consenso dell&#8217;Autore, dal sito Arianna Editrice.</em><em><strong><br />
</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Note</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;">1)      Spesso, nelle enciclopedie e nei libri di geografia, si parla dell’isola Kerguélen al singolare, mentre si tratta di un arcipelago formato da oltre 300 isole di cui una sola, effettivamente, occupa di gran lunga la maggior superficie (5.820 kmq. su un totale di 6.232: un po’ meno della Corsica). Le coordinate geografiche sono  fra 48° 27’ e 49° 50’ Sud; e fra 68° 30’ e 70° 35’ Est. Politicamente  il gruppo fa parte delle Terre Australi ed Antartiche Francesi (T.A.A.F., kmq. 395.500 circa) che comprendono anche le isole Crozet, Saint-Paul e Amsterdam, e la Terra Adelia nel continente antartico vero e proprio (dati riportati sul Calendario Atlante De Agostini di Novara). Scrive Zavatti: “Soltanto la Grande Terra, lunga 140 km., è degna di rilievo. E’ costituita da terreni vulcanici dell’èra secondaria e terziaria e presenta uno sviluppo costiero di 1.300 km. Vi si trovano numerosi giacimenti di lignite, la cui consistenza è però troppo limitata per renderne consigliabile lo sfruttamento.” In S. Zavatti, <em>I Poli</em>, Milano, Feltrinelli, 1963, p. 210. La distinzione fra Grande Terra ed arcipelago risale all’Ottocento ed è documentata nella <em>Geographie Universelle</em> dell’insigne geografo Eliseo Réclus  (Parigi, vari voll .fra il 1876 e il 1894). Per motivi pratici, tuttavia, nel corso del presente articolo useremo indifferentemente l’espressione “isola” o “arcipelago”, il numero singolare o plurale, ma con diverso significato che sarà ricavabile dal contesto.</p>
<p style="text-align: justify;">2)      Cfr. <em>Il grande libro delle esplorazioni </em>a cura di E. Newby, tr. it. Milano, Vallardi, 1976, p. 250. Erebus e Terror erano due navi cannoniere attrezzate a barco della Marina da Guerra, tre alberi, costruzione in legno. Nonostante le loro modeste dimensioni avevano una grande capacità di carico, e inoltre il loro ridotto pescaggio le metteva in grado di sfruttare agevolmente anche quei porti naturali che, come alle Kerguélen, non risultavano ancora scandagliati e accuratamente rilevati sulle carte nautiche. Un grave incidente dovuto alle rocce sommerse si verificò in un canale della Grande Terra all’incrociatore ausiliario tedesco Atlantis, nel 1940, nonostante la profondità apparente fosse stata rilevata di 20 metri ed il fatto che  la nave avesse atteso l’alta marea del mattino per penetrarvi. Cfr. U. Mohr, <em>Atlantis</em>, tr. it. Milano, Longanesi, 1965, pp. 181-87.</p>
<p style="text-align: justify;">3)      Cfr. <em>Encyclopaedia Britannica</em>, ed. 1961, vol. 13, p.350. “The island was discovered by the French navigator, Yves Joseph de Kerguelen-Trémarec, a Breton noble (1745-1797), on the 13th of February 1772, and partly surveyed by him in the following year. He was one of those explorers who had been attracted by the belief in a rich southern land, and this island, the South France of his first discovery, was afterwards called by him Desolation Land in his disappointment”. Pare che il conte de Kerguélen-Trémarec, al suo rientro in Francia, finisse addirittura imprigionato alla Bastiglia (vedi U. Mohr, <em>op. cit.</em>, p.177). Sul cambiamento di nome delle isole, vedi anche W. Sullivan, <em>Alla ricerca di un continente</em>, tr. it. Firenze, Casini, s.d.</p>
<p style="text-align: justify;">4)      Nella baia che da Cook fu chiamata Christmas Harbour, ma che i Francesi del capitano Rosnevet, collega del Kerguélen, avevano scoperto il 6 gennaio 1774 e denominato dell’Oiseau (dal nome della loro nave), furono trovati degli alberi fossili, uno dei quali misurava sette piedi di circonferenza: cfr. Ch. de La Roncière, <em>La scoperta della Terra</em>, tr. it. Torino, S.A.I.E., 1958, p. 280. Il piede è una misura di lunghezza inglese corrispondente a 12 pollici e a un terzo di <em>yard</em>, ed equivalente a 30,48 cm.; pertanto l’albero segnalato dal Rosnevet aveva una circonferenza di 213,36 cm. Solo in un clima tropicale, sub-tropicale o almeno temperato possono svilupparsi forme arboree di tali dimensioni; e i giacimenti di lignite confermano che le Kerguélen dovettero godere, in passato, di un clima del genere, ben diverso da quello odierno. La cosa non è semplicissima da spiegare, anzi è più difficile delle foreste fossili rinvenute nella stessa <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/generi/viaggi/antartide" target="_blank">Antartide</a></span>, la quale “ era un tempo lussureggiante di boschi di pini e di giungle di felci arboree” (da W. Sullivan, <em>op. cit.</em>, p. 16). Questo perché la deriva dei continenti e la teoria della tettonica a zolle spiegano abbastanza agevolmente il radicale mutamento climatico di intere masse continentali; ma le piccole isole oceaniche di origine vulcanica presentano un caso del tutto diverso. Qui, probabilmente, il cambiamento del clima è avvenuto in gran parte a causa della migrazione dei Poli terrestri. Per la distribuzione degli alberi nelle zone più meridionali della Terra, cfr. F. Lamendola, <em>Il limite antartico della vegetazione arborea</em>, in <em>Il Polo</em>, vol. 3, 1986, pp. 29-35.</p>
<p style="text-align: justify;">5)      Pringlea è un genere di piante erbacee rappresentato da una sola specie, <em>Pringlea antiscorbutica </em>(così chiamata perché usata dagli equipaggi delle navi a vela per combattere lo scorbuto, malattia dovuta a carenza di vitamina C), dall’aspetto di un cavolo  e assai ricca di acido ascorbico. E’ una delle rare piante fanerogame (= con fiore) delle isole Kerguelen; cfr. <em>Dizionario di Botanica</em>, Milano, Rizzoli, 1984, p. 383. Come il cavolo, Pringlea appartiene alla famiglia delle Cruciferae; per una adeguata rappresentazione, vedi A. Guillaumin-F. Moreau – C. Moreau, <em>Mondo verde</em>, tr. it. Milano, Labor, 1957 (2 voll.), vol: II, p. 808.</p>
<p style="text-align: justify;">6)      Sir Joseph Dalton Hooker (1817-1911) era figlio di un altro celebre botanico, sir William Jackson Hooker (1785-1865), la cui fama è legata, oltre che a un decisivo contributo allo studio delle piante superiori, delle felci, delle alghe, dei licheni e dei funghi, al fatto di essere stato (dal 1841) il primo direttore dei Royal Botanic Gardens di Kew, nel Surrey, prestigiosa istituzione scientifica del XIX secolo. La notorietà di J. D. Hooker, invece, è dovuta soprattutto ai suoi viaggi botanici, allo studio della distrubuzione geografica delle piante e all’incoraggiamento dato a Charles <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/charles-darwin" target="_blank">Darwin</a></span> (insieme al geologo Ch. Lyell) quando il grande scienziato, padre della teoria della selezione naturale, fu messo in crisi dalla comunicazione di Alfred Russell Wallace del 1858, in cui questi aveva elaborato, indipendentemente, una teoria analoga. Il viaggio più importante di J. D. Hooker fu quello al seguito di J. C. Ross come assistente del medico di bordo, ma in realtà come naturalista della spedizione. Nel 1855 venne nominato aiuto direttore dei Giardini di Kew e nel 1865 vi succedette al padre come direttore; dal 1873 al 1878 fu presidente della Royal Society. Cfr: le due “voci” della <em>Encyclopaedia Britannica</em>, ed. 1961, vol. 11, pp. 727, 729.</p>
<p style="text-align: justify;">7)      Al ritorno dalla spedizione di J. C. Ross, nel 1843, Joseph Dalton Hooker pubblicò <em>Flora Antarctica </em>(1844-47), <em> Flora Novae Zelandiae</em> (1853-55)  e infine <em>Flora Tasmanica </em>(1855-60), un vasto e minuzioso trittico che compendiava le più recenti conoscenze geobotaniche dell’emisfero Sud. Altre sue opere importanti sono <em>Outlines of the Distribution of Arctic Plants</em> (1862); il classico <em>Student’s Flora of the British Isles</em> (1870); un’opera monumentale, <em>Genera plantarum</em> (1862-63), in collaborazione con G. Bentham; e <em>Flora of British India</em> (1855-97). Vedi anche L. <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/aldous-huxley" target="_blank">Huxley</a></span>, <em>Life and Letters of sir J. D. Hooker</em>, 2 voll. (1918), e W. B. Turrill, <em>Pioneer Plant Geographer</em> (1953). Sul ruolo da lui svolto, insieme a Lyell, nel sollecitare <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/charles-darwin" target="_blank">Darwin</a></span>, cfr. G. Montalenti, <em>Charles <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/charles-darwin" target="_blank">Darwin</a></span></em>, Roma, Editori Riuniti, 1982, pp. 61-62 ep. 125; e J. F. Leroy, <em><span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/charles-darwin" target="_blank">Darwin</a></span></em>, tr. it. Milano, Ediz. Accademia, 1971, pp. 55-56.</p>
<p style="text-align: justify;">8)      “Kerguélen era salpato dall’isola di Francia [Mauritius] il 16 gennaio 1772, con la nave da carico Fortune e la gabarra Gros-Ventre, per tentare attraverso l’Atlantico meridionale una nuova via preconizzata dal visconte De Grenier. Il luogotenente De Boisguehenneuc aveva scoperto la terra che in seguito avrebbe portato il nome del suo capitano; povera terra che aveva per soli abitanti il pinguino reale, la procellaria gigante, l’albatro, il gabbiano e la fregata, e come visitatori il leopardo e l’elefante marino.” Così Ch. de La Roncière, <em>op. cit.</em>, pp. 279-80.</p>
<p style="text-align: justify;">9)      Probabilmente si tratta di Christmas Harbour, di cui esiste una bella incisione nel libro di J. C.Ross <em>A voyage of Discovery in the Southern and Antarctic Regions</em>, Londra 1847 (e che è riportata sia in Ch. de La Roncière, op. cit., p 390, sia nel vol. della enciclop. <em>Il mondo dell’occulto</em>, di C. Wilson, <em>Realtà inesplicabili</em>, tr. it. Milano, Rizzoli, 1976, p. 129). L’incisione, di gusto squisitamente romantico, ben esprime quel senso di suggestiva, indefinibile malinconia che avvolge il paesaggio delle Kerguélen. Come stile ricorda molto le celebri incisioni di Gustave Dorè per la <em>Divina Commedia</em>, e particolarmente l’atmosfera elegiaca di quelle del <em>Purgatorio</em>. Queste notazioni hanno la loro importanza perché aiutano a comprendere con quale tipo di sensibilità esploratori come Ross si accostarono alle terre dell’emisfero australe e con quale attitudine psicologica vissero l’esperienza del mistero.</p>
<p style="text-align: justify;">10)   Il Monte Ross  è alto 1.960 m. e sorge nella Penisola Galliéni, al centro della costa meridionale, fra la Penisola de l’Amiral a sud-ovest e la Penisola Joffre a sud-est (tutti nomi, ovviamente, moderni). In linea d’aria, si trova esattamente a metà strada fra il canale di Port-aux-Francais e le pendici del grande Ghiacciaio Cook, che copre il 20 % della superficie della Grande Terra. Cfr. L. Boitani – S. Bartoli – L. Beani, <em> <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/generi/viaggi/antartide" target="_blank">Antartide</a></span> e Patagonia</em>, Edizioni Futuro, 1985, p. 91. Per la cartografia, vedi <em>Il grande Atlante di Selezione dal Reader’s Digest</em>, 1962, tav. 72.</p>
<p style="text-align: justify;">11)  Lucrezio, <em>De rerum natura</em>, libro quinto, 195-234. “Lucrezio combatte l’opinione degli Stoici che una Provvidenza divina governi il mondo, e che esso sia stato creato dalla Provvidenza stessa nel modo migliore per l’uomo, e quasi posto al suo servizio. L’evidenza stessa delle cose prova il contrario: vediamo infatti che monti e foreste selvagge, mari e paludi rendono inabitabile gran parte della terra, due terzi della quale, la zona glaciale e la zona torrida, non consentono vita umana…” Così L. Perelli nel suo <em>Commento </em>al <em>De rerum natura</em>, Torino, Lattes, 1981, p. 174.</p>
<p style="text-align: justify;">12)  U. Mohr, <em>op. cit.</em>, pp. 180, 196.</p>
<p style="text-align: justify;">13)  “I conigli cancellarono letteralmente tutta la copertura vegetale dominante nell’arcipelago delle Kerguélen, copertura che era assicurata da tre diverse  piante: Azorella, Pringlea e Festuca. Al loro posto crebbe Acaena, una pianta che ricresce rapidamente dopo il pascolo ed è anche diffusa dagli stessi conigli. Sfortunatamente tutta la microfauna invertebrata infeudata sulla vegetazione originaria  non potè adattarsi ad Acaena e scomparve”. Cit. da H. Koopowitz –H. Kaye, <em>Piante in estinzione. Una crisi mondiale</em>, tr. it. Bologna, Edagricole, 1985, p. 111.Si noti che in una lontanissima isola del Pacifico meridionale, Mas a Tierra, è in atto lo stresso dramma fin dagli anni fra Otto e Novecento: la specie cilena Acaena argentea, insieme a un’altra infestante sudamericana, Aristotelia maqui, si va diffondendo rapidamente e minaccia la incomparabile ed unica flora locale. Cfr. C. Skottsberg, <em>The Island of Juan Fernandez</em>, in <em>The Geographical Review</em>, 1918, vol. 1, pp. 362-383. Vedi anche la “voce” <em>Juan Fernandez</em> nella <em>Enciclopedia Italiana</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">14)  Una estesa trattazione dell’avifauna delle isole sub-antartiche, tra cui le Kerguélen, si trova in B. Stonehouse, <em>Vita del Polo Sud</em>, tr. it. Milano, Mondadori, 1973. La distruzione della fauna indigena, comunque, non ebbe inizio con i balenieri ma già coi primissimi esploratori. Nell’edizione francese dei <em>Viaggi </em>di James Cook si può vedere, ad esempio, un’incisione che mostra la Resolution e la Discovery alla fonda presso le isole Kerguélen, e alcuni marinai inglesi che si accingono, armati di bastone, a uccidere un gruppo d’ignari pinguini per incrementare le scorte di carne delle due navi.</p>
<p style="text-align: justify;">15)  Cfr. C. Wilson, <em>op. cit.</em>, pp. 128-29.</p>
<p style="text-align: justify;">16)  Cfr. E. Newby, <em>op. cit.</em>, p. 238. Il Polo Nord magnetico venne localizzato a 70° 05’ Nord e 96° 46’ Ovest.</p>
<p style="text-align: justify;">17)  Vedi S. Zavatti, <em>Dizionario degli esploratori e delle scoperte geografiche</em>, Milano, Feltrinelli, 1967, pp. 244-45.</p>
<p style="text-align: justify;">18)  Vedi S. Zavatti, <em>L’esplorazione dell’<span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/generi/viaggi/antartide" target="_blank">Antartide</a></span></em>, Milano, Mursia, 1974, p. 40 sgg.; e A. Solmi, <em>Gli esploratori del Pacifico</em>, Novara, De Agostini, 1985, p.221 sgg.</p>
<p style="text-align: justify;">19)  “Le istruzioni di Ross erano di impiantare osservatori magnetici fissi a St. Elena, al Capo di Buona Speranza, all’isola Kerguélen ed in Tasmania. Quindi nell’estate australe del 1840-41, di procedere direttamente verso Sud allo scopo di determinare la posizione del Polo magnetico, e addirittura raggiungerlo se possibile…” (da E. Newby, <em>op. cit.</em>, p. 252). Penetrato nella banchisa come nessuno prima di lui aveva fatto, con un misto di abilità e di fortuna veramente eccezionali giunse fino a 76° 12’ Sud e 164 Est, a sole 160 miglia dal Polo magnetico Sud, prima che la gigantesca Barriera di ghiaccio che oggi porta il suo nome lo costringesse a volgere nuovamente il la barra verso la Tasmania.</p>
<p style="text-align: justify;">20)  Cfr. F. Lamendola, <em>Terra Australis Incognita</em>, in <em>Il Polo</em>, vol 3, 1989, pp. 51-58; id., <em>Mendana De Neira alla scoperta della Terra Australe</em>, vol. 1, 1990, pp. 19-24.</p>
<p style="text-align: justify;">21)  Cit. da Ch. de La Roncière, <em>op. cit.</em>, p. 262.</p>
<p style="text-align: justify;">22)  I due viaggi di Y. J. de Kerguélen-Trémarec furono comunque, in un certo senso, preparatorii del terzo grande viaggio di James Cook. “Mentre si svolgeva il secondo grande viaggio del Cook, erano intanto rientrati in Francia il Kerguélen-Trémarec ed il comandante Crozet – succeduto al Marion Dufresne ucciso alla Nuova Zelanda – ed avevano quindi riferito delle loro scoperte di nuove terre nella zona dell’Oceano Indiano che sta a mezzogiorno dell’isola Maurizio. Il Cook ebbe ordine di investigare intorno a quelle terre, evidentemente perché fosse tolto il dubbio se non rappresentassero, per caso, avamposti – non più di una Terra Australe – ma per lo meno del supposto continente antartico.” Così G. Dainelli, <em>La conquista della Terra</em>, Torino, U.T.E.T,, 1954, p. 378.</p>
<p style="text-align: justify;">23)  Cit. da S. Zavatti,<em> L’esplorazione dell’<span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/generi/viaggi/antartide" target="_blank">Antartide</a></span></em>, cit., p. 22.</p>
<p style="text-align: justify;">24)  Crediamo sia di qualche utilità, al fine di meglio comprendere quanto diremo sulla improbabilità che le impronte di zoccoli trovate da J. C. Ross fossero di qualche animale domestico importato dai balenieri e poi rinselvatichito, riportare l’opinione espressa nel 1776 dal capitano Cook circa un eventuale allevamento di animali domestici sull’isola Kerguélen. “Cook e alcuni suoi uomini sbarcarono e trovarono una spiaggia arida e infeconda che sconsigliò l’abbandono di qualcuno degli animali di bordo perché sarebbe stato condannarli a una morte sicura. Cook affermò anche, nel suo diario, che nessun altro essere vivente avrebbe potuto vivere in quella terra, all’infuori degli uccelli e delle foche”. Cit. da S. Zavatti, <em>I viaggi del capitano James Cook</em>, Milano, Schwarz, 1960, p. 161.</p>
<p style="text-align: justify;">25)  Le specie di pinguino esistenti sono 18, di cui 3 si riproducono esclusivamente a sud della Convergenza antartica, mentre 4 nidificano sia a nord che a sud di essa (cfr. B. Stonehouse, <em>op. cit.</em>, p. 88.) e le altre si spingono ancora più a nord, fino alla linea dell’Equatore (nel caso delle Galàpagos). Vedi anche <em>Grande atlante degli animali</em>, tr. it.Novara, De Agostini, 1974, pp. 158-59; e H.-W. Smolik, <em>Enciclopedia illustrata degli animali</em>, tr. it. Milano, Feltrinelli, 1982, pp. 828.</p>
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		<title>Avatar, un&#8217;epopea postmoderna</title>
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		<pubDate>Tue, 26 Jan 2010 14:58:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Adriano Scianca</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Riflessioni sul kolossal di James Cameron Avatar e sulle ragioni profonde del suo successo]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/centrostudilaruna48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Centro Studi La Runa online" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/drago48x48.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Fantastico" /><br/><p style="text-align: justify;">«Tutte le leggende,, tutte le mitologie e tutti i miti, tutti i fondatori di <a title="religioni" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religioni</a>, anzi tutte le <a title="religioni" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religioni</a> […] aspettano la loro risurrezione nel film, e gli eroi si accalcano alle porte». Era il 1927 quando Abel Gance folgorava in quest&#8217;immagine titanica i destini della settima arte. Una dimensione, quella del cinema come epica moderma, che ritorna in questi giorni prepotentemente alla ribalta dopo l&#8217;uscita di <em>Avatar</em>, il <em>kolossal </em>di James Cameron. Un film lungamente annunciato come il <em><a title="Matrix" href="http://www.libriefilm.com/matrix/6076">Matrix</a> </em>della nuova generazione, una pellicola destinata a fare scuola e imporre un nuovo canone estetico. E pazienza se, a detta di tutti i commentatori, in <em>Avatar </em>il significante ha la meglio sul significato, la grandezza della narrazione vale più della morale della favola. Nelle evoluzioni dei Na&#8217;vi per le foreste lussureggianti del pianeta Pandora non è certo la fascinazione bucolico-marziana, il luddismo di ritorno, l&#8217;apologo pacifista a sedurre il pubblico. È, piuttosto, questa smisurata voglia di grandezza, questa fame di epica, questa volontà, da parte del regista, di creare un mondo, di farsi demiurgo dell&#8217;immaginario postmoderno.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/luniverso-di-avatar/6826" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-3801" style="margin: 10px;" title="universo-di-avatar" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/universo-di-avatar.jpg" alt="" width="200" height="233" /></a>E comunque, spiegava Michele Serra su <em>Repubblica</em>, in <em>Avatar </em>«la trama, per quanto tirata in lungo, alla fine ti conquista, la meraviglia di molte in quadrature lascia incantati e conferma che il cinema è ancora e sempre un&#8217;imbattibile scatola dei sogni, le creature della <em>computer graphic </em>sono sode e credibili quanto i giocattoli per un bimbo che li ami, li maneggi, li renda parlanti. Per giunta, senza bisogno di essere accaniti cinefili, in <em>Avatar </em>ci si può divertire (gioco nel gioco) a trovare rimandi e citazioni di tutte o quasi le più insigni americanate di celluloide, da <a title="Balla coi lupi" href="http://www.libriefilm.com/balla-coi-lupi/933"><em>Balla coi lupi</em></a> a <a title="Mission" href="http://www.libriefilm.com/mission/935"><em>Mission</em></a> a <a title="Apocalypse Now" href="http://www.libriefilm.com/apocalypse-now/4595"><em>Apocalypse Now</em></a> a <em>Guerre stellari</em> a <a title="Soldato blu" href="http://www.libriefilm.com/soldato-blu/6821"><em>Soldato blu</em></a> e gli appassionati di fantascienza riconosceranno negli enormi volatili cavalcanti dagli alieni il segno ispiratore del grande Moebius».</p>
<p style="text-align: justify;">Azione, scene mozzafiato, avanguardia tecnologica, omaggio ai miti del passato: gli ingredienti per il grande capolavoro ci sono tutti. Il tam tam che ha costellato la fase del lancio della pellicola, del resto, faceva già intravedere i contorni dell&#8217;evento storico. In un&#8217;intervista a <em>Xl</em>, ad esempio, il produttore Jon Landau non ha fatto nulla per diradare l&#8217;aura di leggenda che si è diffusa attorno a questo film: «<em>Avatar </em>- ha detto &#8211; non è un film di cui si deve parlare: il pubblico deve vederlo e farsi la propria <em>opinion</em>. Per noi la questione non è mai stata trovare il progetto che offuscasse <em>Titanic</em>, ma piuttosto trovare qualcosa che facesse scattare tutte le nostre molle creative. Alla fine il duello era tra <em>Avatar </em>e <em>Battle Angel</em>, il film basato su <em>Alita</em>, il manga di Yukito Kishiro. Se qualcuno mi avesse detto: &#8220;nella tua vita potrai fare solo un altro film&#8221; avrei risposto senza esitare: <em>Avatar</em>!». Un entusiasmo che potrebbe sembrare eccessivo ma che invece appare legittimato da notizie abbastanza curiose e inquietanti, come quella del proliferare sul web di discussioni di spettatori del film caduti in depressione una volta accortisi che il pianeta Pandora non esiste e non esisterà mai, essendo noi condannati a una dimensione esistenziale ben più squallida. Un&#8217;ulteriore conferma che <em>Avatar </em>non è un film come tutti gli altri.</p>
<p style="text-align: justify;">E pazienza se si tratta di un bell&#8217;involucro per una storia mediocre. Anche <a title="Matrix" href="http://www.libriefilm.com/matrix/6076"><em>Matrix</em></a>, a dispetto delle pretese filosofiche, non mostrava che un platonismo banalotto già irriso da Jean Baudrillard (pure omaggiato esplicitamente in una delle prime sequenze). Eppure Neo, Morpheus e Trinity hanno segnato il modo in cui noi facciamo esperienza del cinema. Non è cosa da poco. La funzione dell&#8217;arte, del resto, è proprio questa: non descrivere un mondo, ma fondarlo. Non replicare l&#8217;esperienza usuale ma modificarla. È come per le scarpe da contadino ritratte da Van Gogh su cui si è soffermato <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Martin Heidegger</a></span>: esse non portano sulla tela la vita delle campagne. Piuttosto, è a partire da quel quadro che noi comprendiamo l&#8217;essenza profonda di un certo contadinato radicato nella terra. Essenza che prima del dipinto non c&#8217;era, non era venuta alla luce, non era vera nel senso greco del non-velamento (<em>a-letheia</em>).</p>
<p style="text-align: justify;">Per il cinema il discorso vale mille volte di più. In effetti abbiamo smesso da tempo di meravigliarci davanti al grande schermo esclamando: «È proprio come nella realtà!». In compenso ci capita sempre più spesso, e nei momenti più autentici della nostra esistenza, di accorgerci che ciò che viviamo &#8220;è proprio come al cinema&#8221;. L&#8217;arte, quindi, ha una grossa responsabilità, poiché ci fornisce il fondamentale vocabolario esperienziale. Che essa sia votata alla grandezza o alla banalità, quindi, non è cosa da poco. Perché un conto è accorgersi una mattina di essere finiti in <a title="Fight club" href="http://www.libriefilm.com/fight-club-2/1421"><em>Fight Club</em></a>. Un conto è rendersi conto giorno dopo giorno di vivere ne <em>L&#8217;ultimo bacio</em>. Non è esattamente la stessa cosa. Il cinema deve esprimere grandezza perché di grandezza questo mondo ha bisogno. E se non si pensa in grande non sui agisce in grande. Al diavolo la navigazione a vista, i timori e tremori dell&#8217;ultimo uomo. Abbiamo pur sempre una crisi in corso da superare, no? Ebbene, ne saremo completamente fuori solo quando avremo imparato a guardare al mondo con occhi nuovi, più coraggiosi e creativi di quelli di chi ci ha preceduto. In tutto ciò il cinema, inteso come mitologia contemporanea, come epica tecnologica, può avere un grande ruolo e film come <em>Avatar </em>costituiscono tutto sommato un buon segno.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto ciò ha del resto un ovvio rovescio della medaglia. Si tratta dell&#8217;esistenzialismo sciatto e ansiogeno che troppo spesso alligna nelle pellicole di casa nostra. Quelle dei drammi generazionali realizzati &#8220;con i soldi nostri&#8221;, per dirla con una brutale ma franca frase fatta. Quando, in effetti, il ministro Brunetta critica gli artisti sovvenzionati, che campano di aiuti statali senza mai confrontarsi con il mercato, dice una cosa in parte discutibile ma comunque con un grosso fondo di verità. Perché è vero che non si può consegnare l&#8217;arte al solo giudizio ondivago delle masse che pagano il biglietto senza preoccuparsi della profondità e dell&#8217;importanza oggettiva delle opere (e in questo il mercato non può certo bastare); ma è d&#8217;altra parte innegabile che un&#8217;arte che non abbia più alcun rapporto con il senso comune, che non sia capace di interloquire con il grande pubblico, che si faccia balocco autoreferenziale ed elitario di caste culturali estenuate non è arte. L&#8217;arte è avanguardia e l&#8217;avanguardia, negli eserciti, sta sempre avanti di un metro rispetto alla truppa. Non si confonde con essa, ovviamente. Ma neanche vi si allontana troppo, rischiando di ritrovarsi isolata e senza esercito al seguito. Ecco, il cinema italiano è troppo spesso costruito attorno a solitari colonnelli autoproclamatisi che tracciano mappe che nessuno utilizzerà mai e aprono percorsi scivolosi in cui finiscono per impantanarsi da soli. Una concezione ombelicale, narcisistica dell&#8217;arte non di rado nutrita di razzismo etico verso il pubblico stesso, verso tutto ciò che è &#8220;popolare&#8221; e verso il popolo stesso.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli stessi addetti ai lavori se ne sono accorti. Qualche anno fa fu Carlo Verdone a lanciare l&#8217;allarme contro titoli «banali, ripetitivi, incomprensibili, inadatti a fissarsi nella memoria dello spettatore, compreso quello più attento. <em>Nel mio amore</em>, <em>Le conseguenze dell&#8217;amore</em>, <em>L&#8217;amore ritrovato</em>: è possibile far uscire contemporaneamente tre film con titoli tanto simili? <em>Una talpa al bioparco</em>: ma qualcuno si è posto il problema che il 70 per cento degli spettatori neppure sa cosa significhi bioparco?».</p>
<p style="text-align: justify;">Ma, senza nulla togliere al grande attore e regista romano, fu forse Quentin Tarantino a redigere il certificato di morte del nostro cinema. «I nuovi film italiani &#8211; spiegò &#8211; sono deprimenti. Le pellicole che ho visto negli ultimi tre anni sembrano tutte uguali, non fanno che parlare di: ragazzo che cresce, ragazza che cresce, coppia in crisi, genitori, vacanze per minorati mentali. Che cosa è successo? Ho amato così tanto il cinema italiano degli Anni 60 e 70 e alcuni film degli Anni 80, e ora sento che è tutto finito. Una vera tragedia». Scoppiarono polemiche, all&#8217;epoca di queste parole, ma il visionario cineasta non si tirò indietro: «Un&#8217;industria per crescere, con i film d&#8217;arte dei maestri, ha bisogno del cinema popolare e dall&#8217;Italia non arrivano nomi giovani con film d&#8217;azione. Dalla Corea o dalla Russia arrivano film rivoluzionari come <em>Old boy</em> o <em>Nightwatch</em>: perché non fate niente di così forte in Italia? E non c&#8217;è bisogno della sala, il successo di tanti autori asiatici viene solo dal mercato dei dvd, in cui i titoli italiani nuovi sono scarsissimi». Colpiti e affondati.</p>
<p style="text-align: justify;">Il riferimento ai film asiatici fatto dal cineasta americano mette del resto in luce un altro aspetto: l&#8217;emergere, nel cinema contemporaneo, di scuole nuove, giovani, con uno stile proprio e con tante cose da raccontare. La vecchia contrapposizione un po&#8217; snob tra Hollywood e i film d&#8217;autore europei è già abbondantemente superata. Il che è del resto un segno dei tempi: a Copenaghen l&#8217;Europa ha fatto da cerimoniere imbolsito mentre Obama e la Cina decidevano le sorti del pianeta. Ecco, nelle sale non succede nulla di diverso. Chi sa immaginare il futuro sa anche progettarlo. La diffidenza un po&#8217; provincialotta verso le &#8220;americanate&#8221;, quindi, è doppiamente fuori tempo massimo: in primo luogo perché di artisti pronti a sfidare l&#8217;impero ce ne sono già abbastanza, solo che non abitano da noi; e, secondariamente, perché a forza di condannare l&#8217;indubbia superficialità bambinesca di molte pellicole statunitensi si finisce per eliminare dai film ogni forma di meraviglioso, ogni fonte di stupore.</p>
<p style="text-align: justify;">Ha quindi ragione Guillaume Faye quando dice che «il successo delle superproduzioni hollywoodiane è dovuto al loro carattere immaginativo ed epico, al rigore drammaturgico, all&#8217;ultraprofessionalità della produzione e della distribuzione, una capacità tecnica perfetta… Ciò compensa largamente la frequente povertà della sceneggiatura o il pullulare di cliché infantili e mielati. […]. I francesi e gli europei hanno perso il senso dell&#8217;epopea e dell&#8217;immaginazione (a parte Luc Besson). Che cosa ci impedisce di ritrovarle? Chi ce lo vieta? Perché nessun europeo ha avuto l&#8217;idea di trattare (alla nostra maniera, senz&#8217;altro più intelligente e altrettanto drammaturgica) i temi di <em>Et</em>, <em>Jurassic Park</em>, <em>Armageddon </em>o <em>Deep Impact</em>, di <em><a title="Twister" href="http://www.libriefilm.com/twister/6825">Twister</a> </em>o di <em>Titanic</em>?».</p>
<p style="text-align: justify;">Abbiamo dovuto entusiasmarci per un Leonida bushano nel controverso e affascinante <a title="300" href="http://www.libriefilm.com/300/786"><em>300</em></a>, mentre per godere dei fasti di Roma antica abbiamo dovuto attendere un <a title="Il Gladiatore" href="http://www.centrostudilaruna.it/gladiatore.html"><em>Gladiatore</em></a> di origine australiana. E in tutto questo, indubbiamente, c&#8217;è qualcosa che non va.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto dal <em>Secolo d&#8217;Italia</em> del 17 gennaio 2010.</p>
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		<title>Lezioni di stile (e di politica) secondo Clint Eastwood</title>
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		<pubDate>Sat, 23 Jan 2010 16:38:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Iacona</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Una panoramica sulla vita e la produzione cinematografica di Clint Eastwood, in particolare sui film diretti nell'ultimo decennio]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/centrostudilaruna48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Centro Studi La Runa online" /><br/><p style="text-align: justify;">Sembrava che la sua carriera da attore spilungone e un po&#8217; dinoccolato dovesse concludersi molto presto con le apparizioni in film americani non di prima scelta o come <em>cowboy </em>della serie televisiva <em>Rawhide</em>, con i ruoli da protagonista nei western di <a title="Sergio Leone" href="http://www.libriefilm.com/category/registi/sergio-leone">Sergio Leone</a> (nella bellissima &#8220;trilogia del dollaro&#8221;) e dopo la saga iniziata da Don Siegel dell&#8217;ispettore Callaghan, quello con la 44 Magnum. Ma per fortuna non è andata così. A ogni nuovo film <a title="Clint Eastwood" href="http://www.libriefilm.com/category/attori/clint-eastwood">Clint Eastwood</a>, che possiede un veo carisma di granito, una splendida sensibilità registica ed è infine un grande architetto di storie che hanno fatto conoscere l&#8217;universo americano in ogni sua piega e tempo, mostra di possedere un talento che in pochi erano disposti a riconoscergli soltanto fino a qualche anno fa. Un decennio per l&#8217;esattezza, già perché lettori e giornalisti del <em>Corriere della Sera </em>grazie a una interessante classifica (resa nota nei giorni scorsi), hanno stabilito che Clint è il miglior regista straniero del primo decennio del terzo millennio. Alla faccia di chi, fino agli anni &#8216;80, non avrebbe giocato un cent sull&#8217;ex giovinotto californiano di bella presenza con cappello da <em>cowboy </em>e criniera da stella nazionalpopolare dei fotoromanzi.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/clint-eastwood/6816" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-3782" style="margin: 10px;" title="eastwood" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/eastwood.jpg" alt="" width="200" height="276" /></a>Era ovvio tuttavia che noi ci scommettevamo da tempo sui musi lunghi di questo eroe solitario, attore, regista dal 1971, già produttore e anche musicista jazz, in cerca di avventura, amante nei suoi film della &#8220;bella morte&#8221; come conclusione di una vita al servizio degli ideali &#8211; pochi ma buoni &#8211; sensibile agli affetti in positivo e alle fraterne pacche sulle spalle più che ai soggetti in stile <em>melò</em>; perché in fondo scommettevamo su un burbero dal costante bisogno del volto di Dio come per ogni eroe tormentato che si rispetti. Un tipo affatto enigmatico insomma, universalmente conosciuto come un libertario con simpatie politiche a destra (ché <a title="Clint Eastwood" href="http://www.libriefilm.com/category/attori/clint-eastwood">Clint Eastwood</a>, era stato anche sindaco indipendente di una cittadina californiana di nome Carmel, oggi non si riconosce però in alcun partito politico). Un «ossimoro vivente» lo definisce Giulia Carluccio che ha curato una raccolta di saggi sui suoi ultimi cinque film da regista (<a title="Clint Eastwood" href="http://www.libriefilm.com/clint-eastwood/6816"><em>Clint Eastwood</em></a>, Marsilio, pp. 172, € 12,00).</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/lettere-da-iwo-jima/707" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-3784" style="margin: 10px;" title="lettere-da-iwo-jima" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/lettere-da-iwo-jima.jpg" alt="" width="200" height="291" /></a>Interessante comunque la didascalia firmata da Paolo Mereghetti sul <em>Corriere </em>riguardante dettagli e motivazioni circa la scelta di Eastwood come miglior regista del decennio 2000-2009. Il titolo per esempio è già molto chiaro: «Il trionfo di Clint». Leggiamo: «Forse non poteva essere diversamente. Solo la regola che imponeva di scegliere un solo titolo per regista ha impedito che a contendere il primato ci fossero altri film suoi, da <a title="Million Dollar Baby" href="http://www.libriefilm.com/million-dollar-baby/6800"><em>Million Dollar Baby</em></a> a <em><a title="Lettere da Iwo Jima" href="http://www.libriefilm.com/lettere-da-iwo-jima/707">Lettere da Iwo Jima</a></em> fino a <a title="Gran Torino" href="http://www.libriefilm.com/gran-torino/6804"><em>Gran Torino</em></a>. Clint Eastwood è decisamente il regista del decennio e <a title="Mystic River" href="http://www.libriefilm.com/mystic-river/6817"><em>Mystic River</em></a> ha vinto a mani basse. Solo Spike Lee, con un film altrettanto magistrale, <em>La 25a ora</em>, ha cercato di insidiarlo…». Una vittoria con nessun se e nessun ma quella di Clint, il giusto premio per un decennio d&#8217;oro, e per il rilancio del regista già iniziato negli anni &#8216;90 con il grande <em>western <a title="Gli spietati" href="http://www.libriefilm.com/gli-spietati/584">Gli spietati</a></em> che ottenne ben nove nomination all&#8217;Oscar, e che adesso sta per concludersi con l&#8217;uscita del nuovo film sulla vittoria del Sudafrica nella coppa del mondo di Rugby (<em>Invictus</em>), un film dedicato a Nelson Mandela con Morgan Freeman e Matt Damon. Attesissimo come ormai d&#8217;abitudine in Italia, sarà nelle nostre sale martedì 26 gennaio.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/mystic-river/6817" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-3785" style="margin: 10px;" title="mystic-river" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/mystic-river.jpg" alt="" width="200" height="281" /></a>Negli ultimi tempi Eastwood ha lavorato su generi e argomenti molto seri e impegnati, l&#8217;amicizia, il razzismo, la società multietnica, il diritto alla vita, gli affetti, la voglia di riscatto e la vecchiaia. E perfino su argomenti forti come gli abusi sessuali (<a title="Mystic River" href="http://www.libriefilm.com/mystic-river/6817"><em>Mystic River</em></a> del 2003, tratto dal romanzo <a title="La morte non dimentica" href="http://www.libriefilm.com/la-morte-non-dimentica/6818"><em>La morte non dimentica</em></a> di Dennis Lehane, considerato dalla giuria del <em>Corsera </em>il miglior film di Eastwood) e l&#8217;eutanasia (<a title="Million Dollar Baby" href="http://www.libriefilm.com/million-dollar-baby/6800"><em>Million Dollar Baby</em></a> del 2004), con una leggerezza da far invidia a qualsiasi uomo di cinema di nostra conoscenza (mettiamola così: la levità di un Chaplin e l&#8217;impegno di uno Scorsese). Perché uno dei pregi maggiori di questo quasi ottantenne &#8211; è nato nel maggio del 1930 &#8211; figlio di un operaio è la capacità di raccontare qualsiasi storia, di proiettare sullo schermo immagini di ogni &#8220;tipo&#8221; &#8211; dalla guerra alla xenofobia &#8211; senza calcare la mano, senza lasciarsi andare a eccessi, senza andare fuori dalle righe. Le pellicole di Clint rispettano quella sottile misura del silenzio come regola di un cinema di assoluta qualità e di considerazione per la neutralità dello spettatore. Il cinema di Eastwood entra dentro non con la forza dell&#8217;esasperazione &#8211; con la sparata grossa &#8211; ma con quella della realtà da narrare periodo dopo periodo, e dell&#8217;intreccio tragico e poetico insieme, complicato ma non labirintico e per nulla ideologico. Probabilmente è stato questo intreccio di classe, talento e mestiere a far schizzare Eastwood al primo posto nelle classifiche dei più grandi registi dei nostri tempi, ben al di là di Mike Nichols e Brian De Palma per intenderci.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/gran-torino/6804" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-3786" style="margin: 10px;" title="GRAN-TORINO" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/GRAN-TORINO.jpg" alt="" width="200" height="280" /></a>Valga per tutti il capolavoro eastwoodiano del 2006 <a title="Flags of our fathers" href="http://www.libriefilm.com/flags-of-our-fathers/6807"><em>Flags of our Fathers</em></a>, un film che è la prima parte ideale di un progetto comprendente il successivo e &#8220;reciproco&#8221; <a title="Lettere da Iwo Jima" href="http://www.libriefilm.com/lettere-da-iwo-jima/707"><em>Lettere da Iwo Jima</em></a> (del 2007) e legato a un celebre episodio di guerra come lo sbarco dei marines americani appunto a Iwo Jima (l&#8217;isola solforosa del Pacifico) durante la seconda guerra mondiale. La complessità del film è dovuta alla varietà dei temi trattati all&#8217;interno di un clima di generale e autentico cameratismo sporcato da alcune &#8220;contaminazioni&#8221; fra le quali quella dell&#8217;importanza delle immagini fotografiche come strumento di propaganda. La stra-famosa foto con i quattro marines che issano la bandiera americana su una collina dell&#8217;isola solforosa è in realtà un sorta di <em>bluff </em>occasionale sfruttato dal governo stelle-e-strisce per ottenere crediti sufficienti per poter continuare la guerra. L&#8217;obiettivo di Clint modesto e autentico riprende il destino di tre sodati americani cui capita la fortuna &#8211; ma non solo di questa si tratterà &#8211; di passare per degli eroi nazionali. Ma <a title="Flags of our fathers" href="http://www.libriefilm.com/flags-of-our-fathers/6807"><em>Flags of our Fathers </em></a>è soprattutto un film di inquietante realismo e di elegante e antiretorico antimilitarismo colmo di immagini crude. È la storia di un falso storico che coinvolge dei falsi eroi in sostituzione dei veri protagonisti di una tragica scena di guerra.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/million-dollar-baby/6800" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-3787" style="margin: 10px;" title="million-dollar-baby" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/million-dollar-baby.jpg" alt="" width="200" height="268" /></a>Da qui l&#8217;idea che sottende allo svolgimento della pellicola: gli eroi non sono sempre quelli che vengono spacciati per tali (e viceversa). Che è poi la continuazione con altri mezzi del tema sviluppato da Eastwood nel film premiato con due Oscar e un Golden Globe, vale a dire forse il lavoro più bello e &#8220;maledetto&#8221; del regista di San Francisco che precedette i suoi film &#8220;giapponesi&#8221;: <a title="Million Dollar Baby" href="http://www.libriefilm.com/million-dollar-baby/6800"><em>Million Dollar Baby</em></a>, che tanto piacque a critica e pubblico (straordinaria peraltro l&#8217;interpretazione della star femminile Hillary Swank). Qui la capacità dei protagonisti, una donna boxeur e il suo anziano allenatore cioè lo stesso Clint, di rendere umane le loro azioni passa quasi del tutto inosservata &#8211; ma non allo spettatore! &#8211; perché mescolata alla crudeltà di un mondo che non può non sconfiggere chi veste i panni del &#8220;buono&#8221;. Una crudeltà messa in scena da un destino che conduce fino al penultimo dei traguardi e fino all&#8217;ultimo impossibile ostacolo affrontato con la decisione di andare incontro a una morte dignitosa. Si tratta di due lavori certamente pessimisti &#8211; altra cifra stilistica di Clint &#8211; come peraltro l&#8217;ultimo dei film eastwoodiani <a title="Gran Torino" href="http://www.libriefilm.com/gran-torino/6804"><em>Gran Torino</em></a>, proiettato nelle sale nel trascorso 2009, nel quale sembra che l&#8217;estremo atto di eroismo di un vecchio reduce malato, uomo di destra doc, sia la logica conclusione di una trama ove solidarietà e calore umano appaiono i valori possibili nell&#8217;epoca della società multietnica e multireligiosa. Non a caso, il critico Gianni Canova ha tratteggiato Walt Kowalski, il personaggio interpretato dallo stesso Clint, come il «<em>revenant </em>di Callaghan nell&#8217;era del disincanto e della globalizzazione». Un film di spietato realismo perché nessuno come Clint il libertario è riuscito a scorgere fra i generosi e i miseri le pieghe dolorose della nostra contemporaneità. E per aver mostrato ciò, l&#8217;ormai vecchio &#8220;pistolero senza nome&#8221; è diventato il più bravo fra i narratori in celluloide.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>* * *</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Tratto dal <em>Secolo d&#8217;Italia</em> del 13 gennaio 2010.</p>
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		<title>A crescendo in one note. Riflessioni di ordine esoterico sull’interpretazione pianistica</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Jan 2010 15:19:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Emilio Michele Fairendelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Riflessioni di ordine esoterico sull’interpretazione pianistica, intorno alla 'nota che colpisce e trasforma']]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/centrostudilaruna48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Centro Studi La Runa online" /><br/><p style="text-align: right;"><em>Da tanti anni il mio Maestro aveva stabilito<br />
che nel recinto del tempio l’ora del ritiro<br />
venisse segnata da un  colpo<br />
del grande gong.<br />
Wang Lin saliva sugli spalti a percuotere il disco di bronzo,<br />
un solo colpo.<br />
La nota vibrava per minuti, e noi con lei.<br />
Quando Wang Lin morì il Maestro Chang ritenne<br />
che nessuno fosse in grado di sostituirlo.<br />
Quando gliene chiedemmo ragione, poiché non si trattava<br />
che di produrre una sola nota e in modo obbligato,<br />
egli disse che la necessità della nostra<br />
domanda chiariva molto bene perché lui,<br />
Chang San Feng, fosse il Maestro e noi<br />
solo i suoi apprendisti.</em></p>
<p style="text-align: right;"><a title="Yang Lew Chan" href="http://www.centrostudilaruna.it/yang-lew-chan.html">Yang Lew Chan</a>,<br />
Maestro di Tai Chi,<br />
allievo di Chang San Feng,<br />
Cina, sec. XV</p>
<p style="text-align: justify;">Vincenzo (Vicente) Scaramuzza è stato probabilmente il più grande didatta pianistico del secolo scorso.<br />
Suoi allievi furono la divina Martha Argerich, Bruno Leonardo Gelber, Daniel Barenboim.<br />
Il suo metodo era basato, sorprendentemente per l’epoca, su una conoscenza assoluta del sistema osteomuscolare e nervoso coinvolto nell’esecuzione pianistica.<br />
Nessuna testimonianza scritta riporta i suoi principi pedagogici.<br />
Esistessero ancora le pagine stenografate dalla madre della Argerich  durante le lezioni della figlia all’età di cinque-sei anni  avremmo un materiale sbalorditivo su cui discutere.<br />
Nel suo testo “<em>Ensenanzas de un gran Maestro: Vicente Scaramuzza</em>” la sua allieva Maria Rosa Oubina de Castro, ricapitolando il verbo appreso scrive (la traduzione è di Antonio Lavoratore):</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><em>“Importante. La qualità della sonorità è quella che emana dalla corrente proveniente dal sistema nervoso. Tale corrente utilizza i muscoli per correre attraverso il circuito creatosi una volta stabilitasi la connessione con i tasti….L’effetto della sonorità  non deriva pertanto dall’urto materiale tra le parti che costituiscono l’installazione o condotto, ma (solo) dalla corrente che passa attraverso esse…”</em></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Ossia, dopo discettazioni da trattato di anatomia su adduttori e flessori, pronazione e supinazione, guaine, articolazioni scapolari, nervi e miocinetica digitale, si afferma che la qualità del suono non dipende da niente altro che dalla sostanza e frequenza interiore dell’esecutore.<br />
Un do  centrale  premuto con la stessa intensità e rilascio, sullo stesso pianoforte e con identiche condizioni ambientali (intendendo qui &#8211; ad un limite possibile solo teoricamente &#8211; qualunque dato variabile e misurabile) da due esecutori diversi porterebbe due sonorità differenti.<br />
Esisterebbe cioè un resto, al di là di ogni differenza materiale, di peso, di dinamica, di reattività, di circostanza temporale, di momento.<br />
Tale resto costituisce la qualità sonora, ciò che rende in ultima analisi un’esecuzione memorabile: l’Anima, al minimo il vitale profondo più prossimo a Questa, dell’esecutore.<br />
Tale verità &#8211; se è tale &#8211; precede qualsiasi esecutore ed è stabilita in modo assoluto, prima che egli si sieda allo strumento cercando il momento di attacco della prima nota.<br />
Si tratta di una verità per così dire nascosta, di cui occorre discutere solo dopo, la cui evidenza è  cioè assoluta dopo il raggiungimento dell’eccellenza tecnica, della completa padronanza di ogni possibilità materiale del pianoforte.<br />
Un fortissimo perfettamente rotondo, ottave veloci e potenti senza alcun indurimento, pianissimo che diventano nubi d’aria, rubati senza tempo, l’alone della risonanza ottenuto senza uso fisico del pedale sono, ovviamente, il risultato di anni di studio e di dedizione, di accorgimenti magistrali, di una condizione psico-fisica portata al proprio limite.<br />
Ma solo dalla vetta si può guardare ancora più in alto.<br />
Per questo, si proponesse provocatoriamente, cioè estremizzandola per esempio in un forum di discussione pianistica, la tesi scaramuzziana ci si scontrerebbe da un lato con didatti scandalizzati che sosterrebbero che la qualità sonora è il risultato solo di questo e quello, dall’altro con giovani e volonterosi pianisti pronti a premere la stessa identica nota con differenti visioni del mondo e a registrarla in mp3 dopo avere inciso con un chiodino le diagonali di preziosi tasti d’avorio – rovinandoli così per sempre &#8211; in modo da determinare l’esatto centro di pressione dove la teoria si comprova.<br />
Vediamo cosa è vero e cosa no.<br />
In una <em> masterclass </em>americana di Daniel Barenboim, dove Lang Lang aveva eseguito Beethoven un ascoltatore, pianista amatoriale, chiedeva al Maestro se fosse possibile realizzare  <em>a crescendo in one note</em>.<br />
La questione riguarda, includendole, le note riferite dalla de  Castro e più sopra riportate.<br />
Una risposta non può prescindere dall’ovvia considerazione che un crescendo è una sequenza di note, ed è quindi leggibile solo attraverso questa sequenza.<br />
Barenboim chiarisce però che ciò che non può avvenire in un mondo che è oggettivamente (ma incidentalmente, aggiungo io, almeno secondo <em>Genesi</em>, 3 ) sequenziale e causale deve avvenire nella coscienza dell’esecutore.<br />
Egli deve suonare come se il crescendo in una  sola nota, un suono prodotto dalla percussione di una corda e dalla vita nel tempo e dalla identità limitate, fosse possibile.<br />
Se questo ha un senso significa che la sua coscienza muterà quella nota, all’interno di quel crescendo e trasfigurerà l’intero scorrere musicale.<br />
E’ d’altronde il senso stesso della fenomenologia musicale l’indicare la possibilità del dissesto cronologico, dell’atemporalità, di un flusso assoluto dove ogni parte può provarsi a contenere il tutto e viceversa.<br />
Barenboim racconta di avere visitato, ragazzino, <a title="Vladimir Horowitz" href="http://www.centrostudilaruna.it/vladimir-horowitz.html">Vladimir Horowitz</a> e di avere suonato per lui.<br />
Il suo ricordo non è chiaro, egli è sempre stato infatti, anche per ragioni di famiglia, un fan di Artur Rubinstein, tuttavia qualcosa che Horowitz gli dice resterà sempre in lui: “ricordati sempre di volere”.<br />
Da qui il mio breve racconto su <a title="Vladimir Horowtiz" href="http://www.centrostudilaruna.it/vladimir-horowitz.html">Vladimir Horowitz</a>, che chiederei al curatore del sito di pubblicare congiuntamente a questo contributo.<br />
Si obietterà che la coscienza suggerita da Barenboim all’esecutore del crescendo non è che un espediente, che la <a title="letteratura" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/letteratura">letteratura</a> non può sostituirsi alle leggi fisiche e quant’altro.<br />
Io rispondo che una concezione pesudoscientifica e per così dire totalmente antimitica dell’esecuzione pianistica ha già prodotto sin troppi danni ed è una delle principali responsabili della caduta di senso e consenso della musica cosiddetta classica.<br />
Tanto da meritarsi Giovanni Allevi e, sotto altri riguardi, Lang Lang.<br />
Si argomenta che oggi non ci sono più i grandi interpreti di solo cinquanta anni fa, contemporaneamente e nello smarrimento si lavora per smantellare del tutto l’impalcato premiando ciò che è giovane e bello, ciò che è immagine, faciloneria e superficie (Allevi) o,  nei casi migliori, pura virtuosità tecnica.<br />
Il recupero di un minimo di sana visione crociana consentirebbe di comprendere che il pianismo non è che una parte del quanto di Spirito nel mondo e che la sua diluizione per molte unità non può che abbassare i livelli più alti, alzando tuttavia nel contempo la media.<br />
Molti buoni, grandi esecutori, nessun titano.<br />
La presenza della corrente interiore denunciata da Scaramuzza è una realtà evidente per ogni ascoltatore realmente tale: si prenda la lente di ingrandimento, si esamini il dettaglio, per esempio le semplici e singole note di chiusura di alcune delle <em>Kinderszenen </em>di Schumann suonate da Radu Lupu e le si confrontino con quelle di altri esecutori.<br />
Qui ogni gravità, ogni accento che deriva da quanto precede, dalla dinamica del testo è ridotto al minimo, siamo in presenza di singoli suoni inseriti in un flusso musicale, isolati ma profondamente significanti nell’insieme del discorso musicale.<br />
Anche nel caso di registrazioni: può uno strumento diverso, una diversa presa microfonica, un riversamento, determinare quella differenza?<br />
E’ il colore incredibilmente scuro che la critica, unanime, riconosce a Lupu, ma di cosa si tratta, esattamente? Non è forse che questo termine debba essere sostituito da altri nell’evoluzione della critica musicale?<br />
Che l’ascolto e l’analisi della sonorità  debbano approdare a una loro modalità più spirituale?<br />
Comprendendo di più,  potendo illuminare di più?<br />
Il discorso è aperto e se ne intravvedono già molte tracce.<br />
Esisteranno un giorno gli strumenti per definire quanto e come la sonorità, il puro colore essenziale proprio ad Arturo Benedetti Michelangeli esprimesse la sua visione zenitale della musica e del mondo, i suoi tormenti interiori, il suo rapporto con le cose del mondo e dell’umano, e dunque del Divino?<br />
Il mistero della sonorità strumentale è destinato anch’esso a subire  i grandi cambiamenti che incombono su ogni modalità della coscienza umana.<br />
Viviamo, infatti, tempi di soglia.<br />
Non si coglie forse, là, nel futuro, il singolo suono che raccoglie e dice ogni cosa di colui che lo propone, la nota che colpisce e trasforma come il colpo di gong di Wang Lin e che, infine &#8211; aporia che scandalizza ma salutare solo a pensarsi &#8211; può essere prodotta nella libertà assoluta, senza più alcun supporto materiale?</p>
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		<title>Promenade archéologique en Europe du nord</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Dec 2009 20:36:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alain De Benoist</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Voyage aux les principales localités archéologiques de la Germanie et de la Danemark]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/centrostudilaruna48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Centro Studi La Runa online" /><br/><p style="text-align: justify;">
<div id="attachment_3587" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-3587" title="hermannsdenkmal" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/hermannsdenkmal-300x190.jpg" alt="Hermannsdenkmal" width="300" height="190" /><p class="wp-caption-text">Hermannsdenkmal</p></div>
<p style="text-align: justify;">* En plein centre de la Teutoburger Wald, forêt connue dès l&#8217;<a title="antiquité" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/storia-antica">Antiquité</a> (<em>Teutoburgiensis saltus</em>), une immense statue monumentale, le <a title="Hermannsdenkmal" href="http://www.hermannsdenkmal.de/">Hermannsdenkmal</a>, commémore la mémoire du prince chérusque Arminius (Hermann), premier unificateur des tribus germaniques, qui, en l&#8217;an 9 de notre ère, défit les légions de Quintillus Varus, sauvant ainsi la Germanie des visées de l&#8217;impérialisme romain. Le monument, situé au sommet du Grotenbourg, à 6 km de la ville de Detmold, mesure 55 m de hauteur. Une galerie permet au visiteur de survoler du regard l&#8217;ensemble de la forêt. Arminius, debout, s&#8217;appuie sur un bouclier portant le mot <em>Treufest </em>(loyauté). ll brandit une épée de 7 m, ornée d&#8217;une devise: <em>Deutsche Einigkeit meine Starke, meine Starke Deutschlands Macht</em> (&#8220;L&#8217;unité allemande est ma force, ma force est la puissance de l&#8217;Allemagne&#8221;). La statue, en cuivre, est l&#8217;oeuvre du sculpteur Joseph Ernst von Bandel (1800-1876). Le monument a été dressé entre 1838 et 1846. Par la route qui y conduit, on passe près de deux cercles de tombes préhistoriques (<em>Hunenring</em>). On voit aussi un rempart de 3 m de haut: vestiges d&#8217;une forteresse préhistorique, le Walburg, qui existait encore à l&#8217;époque d&#8217;Arminius et fut fouillée par Carl Schuchhardt au début du siècle.</p>
<p style="text-align: justify;">* Tout près du Hermannsdenkmal, à 2 km au nord-est de Horn: l&#8217;étonnant site des Externsteine, l&#8217;un des plus importants et des plus impressionnants sanctuaires des vieux Germains. Ce haut-lieu du paganisme européen se compose d&#8217;un ensemble de cinq rochers de 30 à 40 m de haut. Creusée à même la pierre, une chambre aux murs recouverts d&#8217;inscriptions fait office de parcours rituel. En haut du rocher principal, un escalier permet d&#8217;accéder au centre du sanctuaire. Un trou pratiqué au-dessus d&#8217;une sorte d&#8217;autel laisse présumer l&#8217;existence d&#8217;un ancien centre d&#8217;observation &#8220;astronomique&#8221;. A quelque distance, se trouve un sarcophage (<em>Sargstein</em>). Un grand bas-relief, placé sur le rocher vers 1115, après christianisation du lieu, représente une Descente de Croix. L&#8217;un des personnages écrase du pied un Irminsul, <a title="symbole" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">symbole</a> des anciens Saxons. Depuis le siècle dernier, plusieurs dizaines d&#8217;ouvrages ont été consacrés aux Externsteine, et quantité d&#8217;hypothèses ont été émises à leur endroit.</p>
<p style="text-align: justify;">* Enger, à 8 km au nord-est de Herford (19 km de Bielefeld). Tombeau-sarcophage de Wittekind (&#8220;l&#8217;enfant blanc&#8221;), duc saxon qui anima la résistance contre Charlemagne et ses missions.</p>
<p style="text-align: justify;">* A 22 km à l&#8217;est de Gifhorn, à la limite sud de la Heide: Fallersleben, patrie de Heinrich Hoffmann (1798-1874), compositeur de l&#8217;hymne national allemand. Sa maison natale a été transformée en musée.</p>
<p style="text-align: justify;">* Hanovre (Hannover). Les frères Von Schlegel ainsi que le philosophe Ludwig Klages y sont nés. Tombe de Leibniz, qui y mourut en 1717. Aux Musées de la Basse-Saxe (<a title="Landesmuseum Hannover" href="http://www.landesmuseum-hannover.niedersachsen.de/"><em>Landesmuseum</em></a>), voir plus spécialement la Heimat-Saal dont les pièces s&#8217;étendent de la préhistoire jusqu&#8217;au <a title="Moyen-Age" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/medioevo">Moyen-Age</a>, ainsi que la galerie de peinture. Au musée régional (<em>Heimat museum</em>), belles séries préhistoriques et ethnographiques.</p>
<p style="text-align: justify;">* A 2 km au nord de Verden, a Sachsenhain ont été réunis en 1935 4.500 menhirs provenant de la lande de Lunebourg. lls rappellent le souvenir de 4 500 saxons massacrés en 782 sur l&#8217;ordre de Charlemagne parce qu&#8217;ils entendaient rester fidèles à la foi païenne de leurs ancêtres. A Verden, le musée local (<em>Heimatmuseum</em>) est lui-même en grand partie consacré à la protohistoire.</p>
<p style="text-align: justify;">* A mi-chemin entre Hanovre e Hambourg, à 18 km de Soltau; la station estivale de Fallingbostel, c&#8217;est au village de Tietlingen, situé à proximité, que s trouve la tombe du poète Hermann Löns qui fut l&#8217;engagé volontaire allemand le plus âgé de la première guerre mondiale et fut tué devant Reims à l&#8217;automne 1914. Ses poèmes, comme ceux de Walter Flex exercèrent une certaine influence sur la <a title="Konservative Revolution" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/rivoluzioneconservatrice"><em>Konservative Revolution</em></a>. Différent documents qui perpétuent son souvenir sont conservés au musée local de Walsrode, à 8 km après Fallingbostel.</p>
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<div class="mceTemp" style="text-align: justify;">
<dl id="attachment_3588" class="wp-caption alignleft" style="width: 235px;">
<dt class="wp-caption-dt"><img class="size-medium wp-image-3588" title="roland-bremen" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/roland-bremen-225x300.jpg" alt="Roland, Bremen" width="225" height="300" /></dt>
<dd class="wp-caption-dd">Roland, statue sculptée. Marktplatz, Bremen</dd>
</dl>
</div>
<p style="text-align: justify;">* Brême (Bremen), l&#8217;ancienne &#8220;Rome du Nord&#8221;, fut à partir de 845 un important centre de christianisation. Elle devint ensuite, avec Hambourg et Lubeck, l&#8217;une des principales villes de la Hanse. Sur la Marktplatz, une célèbre statue sculptée en 1404, très caractéristique de l&#8217;art gothique, représente Roland armé du glaive et du bouclier. Dans le quartier de Schwachhausen, le Focke-museum contient de belles collections sur l&#8217;art rural, l&#8217;artisanat et le folklore de la Basse-Weser.</p>
<p style="text-align: justify;">* Hambourg (Hamburg), seconde ville d&#8217;Allemagne après Berlin, est un centre d&#8217;une austère beauté et d&#8217;un charme discret. Les trois anciennes cités prussiennes d&#8217;Altona, Harburg et Wandsbek, réunies à la ville en 1937, sont particulièrement intéressantes. Au <a title="Altonaer Museum" href="http://www.altonaermuseum.de/">Musée d&#8217;Altona</a>, ont été entièrement reconstitués 17 intérieurs paysans (<em>Bauernstuben</em>) caractéristiques du Schleswig-Holstein. Plusieurs salles sont consacrées aux costumes, à l&#8217;artisanat, à la pêche, au mobilier et aux jouets. A Harburg, le <a title="Heimatmuseum" href="http://www.hh.shuttle.de/hh/cpg/"><em>Heimatmuseum </em></a>contient des pièces intéressantes sur la période des Lombards. Ahrensburg, qui est presque un faubourg de Hambourg, est un site préhistorique important: plus de 10.000 trouvailles y ont été faites depuis les fouilles menées en 1933 par le préhistorien Alfred Rust. Le musée local, construit en 1938 en rassemble un grand nombre. Les spécialistes parlent de l&#8221;âge d&#8217;Ahrenburg&#8221; pour caractériser ce site, qui fut un immense camp de chasseurs de rennes.</p>
<p style="text-align: justify;">* Entre Lubeck et Hambourg: Schwarzenbeck. Le mausolée où est enterré Bismarck se trouve à proximité, dans la forêt des Saxons (Sachsenwald).</p>
<p style="text-align: justify;">* Kiel. Voir le monument à la mémoire des marins morts en 1914- 18 (<em>Marine-Ehrenmal</em>), qui représente une proue de navire de quelque 85 m de haut. Les visiteurs accèdent à son sommet par un ascenseur. Près de Kiel, à Molsee, se trouve un musée de plein air (<em>Freilichtmuseum</em>): reconstitution de fermes et objets d&#8217;artisanat.</p>
<p style="text-align: justify;">* Schleswig (autrefois Sliaswich), ville fondée en 804. Dans le château de Gottorf, sur une île de la Schlei, se trouve le plus important musée allemand de pré- et de protohistoire (<a title="Landesmuseum" href="http://www.schloss-gottorf.de/alm/"><em>Landesmuseum fur Vor- und Frühgeschichte</em></a>). ll fut fondé en 1835 à Kiel, et par la suite transféré à Schleswig. On y voit le célèbre bateau de Nydam (<em>Nydamboot</em>), découvert en 1863, qui est le plus ancien bateau de mer du monde actuellement conservé; c&#8217;est ainsi que les corps humains quasi-momifiés, remontant au ler siècle de notre ère, qui ont été retrouvés, en parfait état de conservation, dans la tourbe des marais et constituent un étonnant document sur l&#8217;aspect physique et l&#8217;habillement des anciens Germains. A noter également: les pointes de lance et les poignards en silex, les objets de l&#8217;âge du bronze (épées, fibules, etc., ornées de spirales et de <a title="symboles" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">symboles</a> solaires, les casques d&#8217;argent provenant de la Thorsberger Moor de Suderbrarup (époque de l&#8217;empire romain), les pierres runiques (Erickstein, Sitryggstein, Skarthestein) provenant du site de Haithabu.</p>
<p style="text-align: justify;">* A 4 km au sud de Schleswig, sur la route de Rendsburg, près de l&#8217;Haddebyer Norr, se trouvent les vestiges de l&#8217;ancienne ville de Haithabu (Hedeby), qui fut à l&#8217;époque des Vikings le centre commercial le plus fréquenté. Des fouilles y ont été faites en 1937-39 (par le professeur Herbert Jankuhn) et en 1963-64. ll y reste des champs de tombes, des enceintes. L&#8217;emplacement des pierres runiques est indiqué.</p>
<p style="text-align: justify;">* Haithabu marque aussi le point terminal du Danewerk (<em>Danevirke</em>). Ce mur défensif de 15 m de long, dont la construction aurait été entreprise au début du IXème siècle par le roi Godfred, a longtemps protégé les Danois des attaques des Francs carolingiens. ll barre le Schleswig à son point le plus resserré. ll en subsiste des restes importants, notamment à Rothen Krug. Cinq pierres runiques se trouvent au Margaretenwall, à l&#8217;endroit où le Danewerk est coupé par la route 77.</p>
<p style="text-align: justify;">* Husum, sur la côte occidentale du Schleswig-Holstein. Tombe et maison natale du poète Theodor Storm. lntéressantes collections au Musée populaire de la Frise (<em>Nordfriesisches Heitmatmuseum</em>), construit en 1936. Musée de plein air (<em>Oestenfelder Bauernhaus</em>).</p>
<p style="text-align: justify;">* C&#8217;est dans l&#8217;Eiderstedt, région agricole située à l&#8217;ouest du Schleswig-Hostein, que se trouvent les Haubarge, grandes maisons paysannes caractéristiques du style frison. ll n&#8217;y a pas encore si longtemps, familles et bestiaux s&#8217;abritaient sous leur immense toit (<em>Vierkant</em>). On en compte aujourd&#8217;hui environ 600, et des légendes s&#8217;attachent aux plus anciennes.</p>
<p style="text-align: justify;">* Les Dithmarschen sont une région, peuplée dès le début de notre ère, au sol noir et fertile conquis par les eaux. On y considère toujours comme un honneur de descendre d&#8217;un <em>Kluft </em>(groupe de lignées). Le chef-lieu est la ville de Heide, qui fut dans les années vingt le centre du mouvement paysan (<em>Landbewegung</em>) mis en scène dans <em>La ville </em>par Ernst von Salomon. Sur la route d&#8217;ltzhoe, à 11 km de Heide, au voisinnage d&#8217;Abelsdorf, se trouvent le Brutkamp, tombe néolithique devant laquelle se fiançaient naguère les jeunes gens, et le Schalenstein (à Bunsoh), où l&#8217;on voit des représentations de mains et de roues solaires.</p>
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<div class="mceTemp" style="text-align: justify;">
<dl id="attachment_3589" class="wp-caption alignright" style="width: 310px;">
<dt class="wp-caption-dt"><img class="size-medium wp-image-3589 " title="helgoland" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/helgoland-300x200.jpg" alt="Helgoland" width="300" height="200" /></dt>
<dd class="wp-caption-dd">Helgoland</dd>
</dl>
</div>
<p style="text-align: justify;">* L&#8217;île de Héligoland, immense bloc de rocher rouge apparemment surgi des eaux, se trouve à l&#8217;emplacement de l&#8217;un des plus anciens sanctuaires <a title="indo-européens" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/indoeuropei">indo-européens</a> d&#8217;Europe du nord. Le pasteur Jürgen Spanuth y situe la cité des &#8220;atlantes&#8221;, Basiléia. Le nom actuel (<em>Heiliges Land</em> d&#8217;où Helgoland) confirme qu&#8217;il s&#8217;agissait d&#8217;une &#8220;terre sainte&#8221;, autrefois reliée au continent, qui fut, comme toute l&#8217;ancienne côte du Schleswig, submergée par les flots au cours d&#8217;une catastrophe. Après la dernière guerre, l&#8217;île fut utilisée par les Anglais comme champ de tir pour bombes.<br />
C&#8217;est aujourd&#8217;hui une station balnéaire, où l&#8217;on accède en bateau ou en avion (services réguliers à partie de Hambourg, Cuxhaven, Bremerhaven, Wilhelmshaven Husum). Le port est situé dans la partie basse (<em>Unterland</em>), les habitations dans la partie haute (<em>Oberland</em>). Au pied des rochers, on trouve des blocs cuprifères et aussi de l&#8217;ambre, dont le commerce se faisait dès le second millénaire avant notre ère jusque sur les côtes de la Méditerranée.</p>
<p style="text-align: justify;">* La Frise du Nord (Nordfriesland), région sauvage et d&#8217;une sobre beauté, se caractérise par une population distincte de tous les autres groupes humains d&#8217;Allemagne du nord, tant du point de vue racial que culturel. Sur ces côtes au relief déchiqueté, aux plages immenses, aux dunes herbues, vivent des fils de paysans et de marins, célèbres pour leur caractère rude et taciturne, leur esprit d&#8217;indépendance, et, sur le plan politique, leurs opinions conservatrices. Un proverbe frison affirme: &#8220;Qui s&#8217;endigue pas doit périr&#8221;. Un autre proclame: &#8220;Dieu a créé la mer et la terre, les Frisons ont créé la côte&#8221;. Des digues, édifiées au cours des siècles, séparent en effet les terres cultivées des terres reprises à la mer, ajoutant encore à la beauté de ce plat pays, terre des légendes et du vent. Au cours de catastrophes historiques et protohistoriques, la mer a souvent dévasté la région. De l&#8217;ancien territoire des Germains maritimes, qui fut le berceau de la civilisation nordique, il reste aujourd&#8217;hui des îles, comme Sylt, Fohr et Amrum. Dans l&#8217;île de Fohr: musée prison à Wyk, forteresse protohistorique (<em>Lembecksburg</em>) à Borgsum. A l&#8217;ouest de Nebel, dans l&#8217;île d&#8217;Amrum: ancien cimetière viking découvert en 1845.</p>
<p style="text-align: justify;">* Les plus petites îles de la Frise du nord sont les Halligen. Certaines d&#8217;entre elles, comme Nordstrand (la plus vaste), sont reliées au continent par une digue. Leurs habitants vivent dans des maisons bâties sur des terres artificielles (<em>Warften</em>), semblables aux terpen néerlandais, qui se trouvent parfois cernées par les eaux au moment des marées. Nombreux vestiges préhistoriques dans chacune d&#8217;elles.</p>
<p style="text-align: justify;">* L&#8217;île de Sylt, où se trouvent un important centre naturiste et de luxueuses résidences secondaires, est l&#8217;un des lieux de vacances préférés des Allemands du nord. Elle est reliée à la terre ferme par une digue où circulent les trains. Les sites protohistoriques y sont nombreux: tombe de Denghoog à Wennigstedt (d&#8217;où les Angles, les Frisons, les Jutes et les Saxons partirent pour l&#8217;angleterre en 449), dolmen et pierres levées à Keitum, près de Westerland (voir aussi les maisons anciennes et le musée frison).</p>
<p style="text-align: justify;">
<div class="mceTemp" style="text-align: justify;">
<dl id="attachment_3590" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px;">
<dt class="wp-caption-dt"><img class="size-medium wp-image-3590" title="sun-chariot" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/sun-chariot-300x203.jpg" alt="Chariot solaire. Copenhagen, Nationalmuseet." width="300" height="203" /></dt>
<dd class="wp-caption-dd">Chariot solaire. Copenhagen, Nationalmuseet.</dd>
</dl>
</div>
<p style="text-align: justify;">* Copenhague (Köbenhavn). Le Musée national (<a title="Nationalmuseet" href="http://www.natmus.dk/"><em>Nationalmuseet</em></a>), fondé en 1807, situé entre le château de Christianborg et le Tivoli, comprend les plus belles collections du Danemark. L&#8217;une des pièces les plus connues est le chariot solaire de Trundholm, découvert en Zélande en 1902 et qui remonte à l&#8217;âge du bronze : un cheval céleste tirant un disque recouvert de feuilles d&#8217;or finement gravées (salle 9). A noter aussi le célèbre chaudron celtique de Gundestrup (vers 100 av. notre ère), dont les plaques d&#8217;argent décrivent l&#8217;ancienne <a title="religion" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religion</a> des <a title="Celtes" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/celti">Celtes</a>. Les salles pré- et protohistoriques sont d&#8217;une richesse étonnante: dagues de silex, harpons gravés, figures animales sculptées dans l&#8217;ambre de la mer du Nord (âge de pierre); haches de combat des premiers peuples <a title="indo-européens" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/indoeuropei">indo-européens</a> (<em>Streitaxtkulturvolker</em>), urnes funéraires et poteries; bijoux ornés de spirales, broches et rasoirs de l&#8217;âge du bronze, grandes épées de bronze à soie &#8220;en langue de carpe&#8221; (1500-800), lures (instruments de musique à vent, d&#8217;une forme remarquable, probablement utilisées pour des cérémonies religieuses), boucles de ceinture de Langstrup (vers 1000 av. notre ère); vaisselle en or, fibules et bijoux ornés de vieux motifs nordiques (roues solaires, bateaux, têtes de cygnes ou de chevaux stylisés), casques à cornes de Veksÿ (800-400); verres peints, pièces de monnaie, bractéates, torques (colliers gaulois), épées ; gravures rupestres et pierres de l&#8217;âge du bronze, incrustées de peinture rouge (pierre d&#8217;Engelstrup). La période viking est abondamment illustrée: armes et bijoux décorés d&#8217;entrelacs, fibules, marteaux de Thor (portés autour du cou avant la christianisation), cercueils de chêne parfaitement conservés, provenant d&#8217;Egtved et de Borum Eschÿ;, vêtements, hache gravée en argent de Mammen, pierre de Tirsted, etc. Le même bâtiment abrite aussi un Musée de la vie populaire (<em>Dansk Folkemuseum</em>), avec des reconstitutions de mobiliers de d&#8217;intérieurs paysans. Dans la cour: réplique grandeur nature de la pierre runique colorée de Jelling.</p>
<p style="text-align: justify;">* A Roskilde, un Musée des bateaux vikings a été inauguré voici quelques années. Particulièrement clair et agréable à visiter, il contient cinq bateaux qui avaient été immergés vers 1020-1030 (à la fin de l&#8217;ère Viking) au large de Skuldelev, dans le fjord de Roskilde, puis lestés de pierres, afin de faire obstacle à la navigation et protéger ainsi la ville. Le renflouage a été réalisé en 1962. L&#8217;ensemble se compose d&#8217;un <em>knarr</em>, ou bateau de haute mer, de 16 m de long, utilisé pour le transport des marchandises à destination du Groënland et du Vinland (Amérique du nord); d&#8217;un navire de guerre de 24 rameurs, identique à ceux de la tapisserie de Bayeux  d&#8217;un vaisseau de 28 m de long, utilisé pour les grandes expéditions guerrières et pouvant contenir jusqu&#8217;à 55 rameurs; d&#8217;un navire de guerre et d&#8217;un petit navire marchand. Voir aussi la cathédrale de Roskilde, en briques et en granit.</p>
<p style="text-align: justify;">* A proximité de Ladby, un tumulus abrite les restes d&#8217;un important navire funéraire viking, découvert en 1935 près de cette petite ville du Nord-est de la Fionie (Fyn). Moins grand (et bien moins préservé) que le navire norvégien de Gokstad, il a dû être conservé <em>in situ</em>. On y a retrouvé onze squelettes de petits chevaux islandais, des armes, des broches, des ornements, etc. L&#8217;inhumation daterait de 950 environ.</p>
<p style="text-align: justify;">* Odense (qui tire son nom de celui du dieu Odin) est la capitale de la Fionie. Frédéric ler y proclama la liberté de conscience en 1527, reconnaissant ainsi la doctrine de Luther. Le <a title="Musée Andersen" href="http://museum.odense.dk/museer/hc-andersens-hus.aspx">musée Andersen</a> se trouve dans Hans Jensenstroede, à côté de la maison natale du grand conteur. A 15 km d&#8217;Odense, à Skamby, près de Sÿndersÿ, sur la route de Bogense, on peut voir une pierre runique ainsi qu&#8217;un tombeau viking en forme de navire de quelque 137 m de long.</p>
<p style="text-align: justify;">* A Trelleborg, près de Korsÿr, dans l&#8217;île de Zélande (Seeland), se trouvait la plus importante forteresse de la période des Vikings. Le plan de ce camp, dont on visite les vestiges, était d&#8217;une rigueur étonnante. Un rampart circulaire, percé de quatre entrées situées aux quatre points cardinaux, abritait seize grandes maisons collectives regroupées en quatre blocs. Une garnison de 1 200 hommes pouvait y cantonner, chaque équipage de <em>snekkar </em>(navire) vivant dans une de ces maisons au fronton stylisé, en forme de bateau renversé, dont on voit aujourd&#8217;hui une réplique à l&#8217;entrée du camp. ll existe trois autres forteresses bâties sur le même modèle: Nonnebakken, Fyrkat et Aggersborg. Leur constructeur fut probablement Harald dent-bleue ou son fils, Svend barbe-fourchue (vers 900). D&#8217;après le professeur Poul Nÿrlund, la forteresse de Trelleborg aurait servi de campement d&#8217;hiver à l&#8217;armée viking peu avant l&#8217;invasion de l&#8217;Angleterre.</p>
<p style="text-align: justify;">* Haderslev, à 49 km de Flensburg. Le Musée de plein air du lutland méridional (<em>Sÿnderjyllands Frilandsmuseum</em>) est situé dans Aastrupvej. On y voit des fermes et des intérieurs paysans, et des cercueils de chêne découverts dans les tourbières.</p>
<p style="text-align: justify;">* Jelling, ancienne résidence des rois du Danemark. En face de l&#8217;église, bâtie vers 1100, se trouvent deux grands tumuli royaux. Des fouilles y ont été faites en 1861, puis en 1941-42. Dans la cour de l&#8217;église, la célèbre pierre runique de Jelling porte des inscriptions et une série de dessins. Elle fut érigée par Harald dent-bleue à la mémoire de ses parents Gorm et Thyra.</p>
<div class="mceTemp" style="text-align: justify;">
<dl id="attachment_3586" class="wp-caption alignright" style="width: 310px;">
<dt class="wp-caption-dt"><img class="size-full wp-image-3586" title="tollundmanden" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/tollundmanden.jpg" alt="tollundmanden" width="300" height="238" /></dt>
<dd class="wp-caption-dd">Tollundmanden. Silkeborg Museum</dd>
</dl>
</div>
<p style="text-align: justify;">* A Silkeborg, un <a title="Silkeborg Museum" href="http://www.silkeborgmuseum.dk/">musée</a> a été installé dans le manoir (<em>Hovedgårdsvej</em>) de la ville. C&#8217;est là que l&#8217;on peut voir l&#8217;homme de Tollund, découvert en 1950 dans une tourbière des environs. Le corps, parfaitement conservé, est d&#8217;un type humain encore courant dans la région.</p>
<p style="text-align: justify;">* Aarhus. La section proto-historique du musée local, construit en 1851, permet de suivre tout le développement de la culture nordique depuis 4000 ans. On y trouve aussi le corps de l&#8217;homme de Grauballe (ler siècle de notre ère), qui provient, lui aussi, des tourbières du Jutland. Musée de plein air dans la vieille ville (<em>Gamle By</em>).</p>
<p style="text-align: justify;">* Fyrkat, à 3 km au sud-ouest de la vieille ville de Hobro. On y visite les restes d&#8217;une forteresse viking analogue à celle de Trelleborg. Le camp, auquel était adjoint un cimetière, était entouré d&#8217;un rempart de 8 m de large et de 4 m de haut. Le site a été fouillé de 1935 à 1958.</p>
<p style="text-align: justify;">* Au nord-ouest de Norresundby, entre Aalborg et Hjorring, se trouve le champ de fouilles de Lindholm Hÿje, où l&#8217;on a découvert en 1952 plus de 680 tombeaux vikings. C&#8217;est à cet endroit que se croisaient à l&#8217;époque les routes maritimes nord-sud et est-ouest. Plusieurs tombes sont entourées de cercles de pierres en forme de navires. On distingue aussi les fondations de la vieille ville.</p>
<p style="text-align: justify;">* L&#8217;île danoise de Bornholm, la &#8220;perle de la Baltique&#8221;, patrie d&#8217;origine du peuple burgonde, est située dans la Baltique à quelque distance des côtes suédoises. Elle abrite des souvenirs historiques et protohistoriques nombreux. Les églises rondes, au type caractéristique, sont nombreuses. Une pierre runique se trouve dans le cimetière de Hasle. Musée paysan à Rÿnne.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>* * *</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Eléments</em>, nº 6 (juillet 1974).</p>
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