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	<title>Centro Studi La Runa &#187; Storia contemporanea</title>
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	<description>Archivio di storia, tradizione, letteratura, filosofia</description>
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		<title>Quella strana sintesi tra comunismo e nazione</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Jan 2012 15:14:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto Lodi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nazionalbolscevismo – Uomini, Storie, Idee di Marco Bagozzi racconta il percorso eretico percorso degli intellettuali “rivoluzionari conservatori” sulla natura “nazionale” della rivoluzione bolscevica.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/quella-strana-sintesi-tra-comunismo-e-nazione.html' addthis:title='Quella strana sintesi tra comunismo e nazione '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/rivoluzione-conservatrice.PNG" width="48" height="48" alt="" title="Rivoluzione conservatrice" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storiacontemporanea48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Storia contemporanea" /><br/><div id="attachment_9169" class="wp-caption alignright" style="width: 226px"><img class="size-medium wp-image-9169" title="Ernst Niekisch (25 maggio 1889 - 23 maggio 1967)." src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/niekisch-216x300.jpg" alt="Ernst Niekisch (25 maggio 1889 - 23 maggio 1967)." width="216" height="300" /><p class="wp-caption-text">Ernst Niekisch (25 maggio 1889 - 23 maggio 1967).</p></div>
<p style="text-align: justify;">Ci sono zone d’ombra, nella storia, che non vengono usualmente raccontate; forse per via della difficoltà di etichettarle, di inserirle in schemi preconcetti che facilitino, per i fruitori di tale codice (le masse), la comprensione della realtà come mito: la realtà della lotta metafisica del ventesimo secolo, la lotta del Bene (antifascismo nelle sue varie forme, anche se i comunisti, e specialmente gli stalinisti, erano parzialmente deprecabili) contro il Male (sulfureo nazismo con zoccoli, coda e forcone in mano).</p>
<p style="text-align: justify;">Coloro che, per un motivo o per l’altro, sono usciti dalla seconda guerra mondiale facendo parte dello schieramento dei vincitori, più di ogni altra cosa hanno demonizzato la “questione nazionale”: insomma, va bene intonare l’inno per darsi una spolverata di patriottismo, ma senza esagerare. La libera circolazione di merci e persone, che poi sempre di merci si tratta, non può essere ostacolata.</p>
<p style="text-align: justify;">Tra i vincitori, specialmente le sinistre avversano oggi più che mai le idee di patria e nazione in ogni loro forma. E non è una novità, a dire il vero. Eppure c’è stato un tempo, nel ribollente calderone ideologico e rivoluzionario della Repubblica di Weimar, in cui qualcuno tentò l’ardita impresa di coniugare seriamente comunismo e nazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Un libro di recente uscita – <em>Nazionalbolscevismo – Uomini, Storie, Idee</em> di Marco Bagozzi, Noctua Edizioni – racconta questo eretico percorso sconosciuto ai più. Dalle ipotesi degli intellettuali “rivoluzionari conservatori” sulla natura “nazionale” della rivoluzione bolscevica, agli autori di punta dell’anzidetta corrente ideologica: specialmente Ernst Niekisch ed i fratelli Ernst e Friedrich Georg <a title="Jünger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger/">Jünger</a>, che collaborarono assiduamente alla rivista “Wiederstand” (Resistenza) dello stesso Niekisch. Quest’ultimo nacque politicamente come socialista; fu affascinato dalla rivoluzione russa, lesse Marx e ben presto si iscrisse all’SPD (Partito Socialdemocratico Tedesco).</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/la-profezia-del-terzo-regno-dalla-rivoluzione-conservatrice-al-nazionalsocialismo/9960" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-8633" style="margin: 10px;" title="la-profezia-del-terzo-regno" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/la-profezia-del-terzo-regno.jpg" alt="" width="200" height="281" /></a>Scrive Bagozzi che “Niekisch ammirava dell’Unione Sovietica tutto ciò che gli intellettuali marxisti aborrivano: la volontà di produrre e difendere la Patria, la fortificazione eroica dello Stato, l’atteggiamento guerriero e aristocratico delle classi dirigenti”. Tema fondamentale nella sua produzione intellettuale è anche la polemica anti-occidentale ed anti-latina (in realtà singolarmente simile a quella “latina” controriformistica ed avversa all’Europa liberale e “moderna” di Curzio Malaparte), in nome della quale auspicherà sempre un’alleanza con l’“asiatica” e “barbara” Unione Sovietica; grazie ad essa la Germania avrebbe dovuto ritrovare le proprie radici, nel segno di un “bolscevismo prussiano”, e realizzare un blocco geopolitico radicalmente contrapposto al mondo occidentale, capitalista, liberale e borghese-individualista.</p>
<p style="text-align: justify;">Per aver scritto il <em>pamphlet</em> anti-hitleriano <em>Hitler, una fatalità tedesca</em> e per la sua attività politica nel 1939 fu condannato all’ergastolo, e liberato solo alla fine della guerra; in seguitò aderì alla DDR, distaccandosene successivamente.</p>
<p style="text-align: justify;">Interessanti sono anche gli stralci dei fratelli <a title="Jünger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger/">Jünger</a> riportati dalla rivista di Niekisch.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/loperaio/301" target="_blank"><img class="alignright size-medium wp-image-6652" style="margin: 10px;" title="operaio" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/operaio-185x300.jpg" alt="" width="185" height="300" /></a>Friedrich Georg teorizzò, sulle pagine di “Wiederstand”, uno Stato che doveva essere “la quintessenza del potere massimo, assoluto e trasformato in un organismo, la cui crescita e il cui rafforzamento giustificano qualunque criterio, anche il più violento, il più crudele”. Sosteneva inoltre la necessità di “distruggere ogni forma politica di capitalismo” ed edificare il “socialismo tedesco”, “spezzando il potere del denaro”.</p>
<p style="text-align: justify;">Il più celebre fratello Ernst, dal canto suo, così descriveva il futuro Stato: “Nazionale. Sociale. Militare. E sarà articolato in forma autoritaria”. Egli vide i “nuovi nazionalisti” come rivoluzionari “sani, veri e spietati nemici dei borghesi”. Da ricordare, in questo contesto, è inoltre la sua famosa frase: “Dinanzi alla figura dell’operaio non c’è posto per il borghese”, dall’importante testo del 1932 intitolato proprio <a title="L'operaio" href="http://www.libriefilm.com/loperaio/301" target="_blank"><em>L’operaio</em></a>, il quale fa il paio con il breve scritto <em>La mobilitazione totale</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">In <em>Nazionalbolscevismo – Uomini, Storie, Idee</em> sono tracciate inoltre le storie di altri intellettuali minori della corrente in questione: Paetel, Winning, Lass, Boysen; e raccontate le esperienze “nazionalbolsceviche” delle fazioni comunista e nazista tedesche, quali i nazional-comunisti amburghesi Wolffheim e Laufenberg, i fratelli Strasser e le SA. Un libro consigliato a chi vuole esplorare le possibilità recondite della storia, e le sue “zona d’ombra”.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/quella-strana-sintesi-tra-comunismo-e-nazione.html' addthis:title='Quella strana sintesi tra comunismo e nazione ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Squalo divora squalo</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Dec 2011 11:29:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabio Calabrese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La menzogna è più di uno strumento indispensabile per l'affermazione del comunismo, è, potremmo dire, l'essenza più profonda del comunismo stesso. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/squalo-divora-squalo.html' addthis:title='Squalo divora squalo '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storiacontemporanea48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Storia contemporanea" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/teiwaz.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Teiwaz" /><br/><p style="text-align: justify;"><em>Io devo essere grato al Centro Studi La Runa che, oltre a pubblicare i miei lavori più recenti, mi ha permesso di ripresentare alcuni miei scritti degli anni scorsi che non hanno avuto una circolazione adeguata, a condizione che si tratti di argomenti rilevanti e che non abbiamo perso attualità. L&#8217;articolo che segue rientra in pieno in questa casistica. </em><em>L’occasione di redigere questo scritto mi capitò nel 2007, quando mi trovai sottomano un documento dell’IRCI, Istituto Regionale per la Cultura Istriano-fiumano-dalmata, redatto sei anni prima e anch’esso circolato in forma quasi clandestina nonostante il suo notevolissimo valore storico; documento che era una risposta al “rapporto” della commissione mista, prima italo-iugoslava, poi italo-slovena pubblicato dal quotidiano “Il Piccolo” di Trieste il 4 aprile 2001, e che era il distillato di ben un decennio di “lavori” della commissione mista che, all’indomani del crollo dei regimi comunisti nelle repubbliche iugoslave come nel resto dell’Europa orientale, aveva il preciso e molto orwelliano scopo di dare la versione ufficiale e definitiva, definitivamente assolutoria per i carnefici della nostra gente sul confine orientale, di quanto vi era successo dall’ottocento alle due guerre mondiali, di chiudere la porta a possibili rivendicazioni e di interdire ulteriori future ricerche, rendendo impossibile una volta di più aprire gli occhi sulle spaventose realtà del totalitarismo comunista e dell’oltranzismo nazionalistico slavo, facendo ricadere la colpa di tutto sugli italiani in quanto allora fascisti (ma anche prima e dopo il regime, “fascisti” in quanto italiani), non si voleva come non si vuole oggi arrivare a una Norimberga del comunismo, neppure in un settore limitato dell’Europa, perché le complicità tra la tirannide colla falce e martello e le “democrazie occidentali”, primo fra tutti il regime <span style="text-decoration: underline;">collaborazionista</span> instaurato in Italia dai vincitori, sono state e sono ramificate ed estese.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Dalla stesura del mio articolo quattro anni fa ad ora, diverse cose sono cambiate, ma che non gli hanno tolto validità, ma semmai, paradossalmente, l’hanno rafforzata. Certo, oggi la sinistra, quella che si dice non più comunista, non ha il volto truce e truculento dei tempi andati, è diventata più melliflua, e forse proprio per questo più pericolosa.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>La novità maggiore di questi ultimi anni è stata probabilmente la confluenza dei sedicenti ex comunisti e dei sedicenti ex democristiani nel PD, partito-museo (o mausoleo) della Prima Repubblica, quasi un’esplicita ammissione che costoro, che sono vissuti per cinquant’anni dell’antagonismo reciproco delle rispettive basi, hanno preso gli Italiani per i fondelli per mezzo secolo.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Oggi un governo nato da una congiura di palazzo come sedicente risposta a una crisi economica provocata apposta per spingere sulla strada dell’eliminazione del residuo potere degli stati nazionali, delle privatizzazioni, della globalizzazione, si appresta a liquidare quel che resta dello stato sociale, eredità del fascismo, che per decenni ha garantito il benessere del nostro popolo, e un governo clerico-finanziario sostenuto dalla UE e dalla sinistra si appresta ad allargare le quote d’ingresso degli extracomunitari in Italia in ossequio alle richieste della CEI, con la benedizione di quel vecchio arnese comunista che ingombra le stanze del Quirinale, che ha dichiarato “follia” non dare di corsa la cittadinanza italiana a chicchessia che una donna clandestina scodelli sul nostro suolo.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>E’ chiaro che si vuole colpire il popolo italiano nella sua sostanza etnica.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Non è proprio questo il momento di lasciare nell’ombra gli scheletri nell’armadio comunista.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><a title="Fabio Calabrese" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/fabio-calabrese/">Fabio Calabrese</a><em></em></p>
<p>* * *</p>
<p style="text-align: justify;">“Cane non mangia cane”, dice un proverbio, ed è vero, ma ci sono animali ben più feroci dei cani, ad esempio gli squali ed i comunisti, gli uni e gli altri non solo sono ben più pericolosi di un cane anche idrofobo, ma praticano disinvoltamente il cannibalismo ed anche l&#8217;autofagia, ossia il divorare se stessi; uno squalo eccitato dall&#8217;odore del sangue, in preda alla frenesia alimentare, se ha il ventre squarciato, può divorare le proprie viscere; esattamente come nei processi staliniani gli imputati confessavano spontaneamente delitti mai commessi, convinti in tal modo di rendere un servizio “alla causa”, “causa” che poi coincideva con gli umori del pazzo sanguinario insediato al Cremlino, il più grande assassino della storia umana. Squalo divora squalo, comunista sbrana comunista.</p>
<p style="text-align: justify;">Su ciò non possono esserci dubbi. Chi è stato l&#8217;uomo che ha fatto uccidere più comunisti nel corso del XX secolo? Mussolini no di certo, la sua è stata una dittatura blanda che non ha conosciuto né lager né persecuzioni di massa, e forse a tratti persino troppo generosa con i nemici. Hitler? Pinochet? Certamente no; è stato sempre lui, l&#8217;inarrivabile Josef Vissarionovich Djugasvili, in arte Stalin che ne ha fatti massacrare a decine di milioni; il suo primato è forse insidiato solo da Mao Tse Tung (o Dse Dong) se andiamo a considerare i milioni di cinesi uccisi prima, dopo ma soprattutto durante la cosiddetta “rivoluzione culturale”.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto questo lo sappiamo, lo sappiamo da tempo, non rappresenta in alcun modo una novità, ma la storia del comunismo, il vero <span style="text-decoration: underline;">impero del male</span> del XX secolo, (altro che quei <span style="text-decoration: underline;">dilettanti</span> dei nazisti; e di quei bonaccioni dei fascisti che non sono mai riusciti ad andare molto oltre qualche manganellata ed un po&#8217; di olio di ricino, non parliamo proprio!) è un pozzo senza fondo di orrori, e più si scava, più atrocità, una più agghiacciante dell&#8217;altra, vengono alla luce. Tuttavia, quella che vorrei segnalarvi questa volta, è un&#8217;atrocità tutta particolare per il suo significato,  anche nell&#8217;ambito del cannibalismo con la falce e martello (comunisti trucidati da comunisti), e pur situandosi storicamente come un episodio marginale in una mattanza di ben più vaste dimensioni compiuta dai boia con la stella rossa.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/foibe.jpg"><img class="alignleft  wp-image-9099" style="margin: 10px;" title="foibe" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/foibe.jpg" alt="" width="349" height="420" /></a>Prima di procedere, però, è opportuna una premessa. Oggi viviamo, sembra proprio, in tempi di revisionismo, un revisionismo strano e schizofrenico nel quale sono proprio gli eredi del comunismo che, con sessant&#8217;anni di ritardo, si recano a rendere un omaggio tardivo alle vittime dei loro padri e dei loro consanguinei ideologici. Ad inaugurare questa “nouvelle vague” revisionista fu nel 2005 Walter Veltroni che venne qui da noi a Trieste a piangere sulla foiba di Basovizza; l&#8217;anno scorso fu Massimo D&#8217;Alema a recarsi in Ungheria a rendere omaggio ai caduti dell&#8217;insurrezione del 1956. Quest&#8217;anno è stato il presidente Napolitano a parlare delle foibe, provocando la reazione isterica di chi ha la coda di paglia lunga un chilometro, della presidenza croata. Ora diciamo chiaro che tutto questo è inaccettabile: costoro glissano in maniera spudorata sul fatto di aver taciuto e mentito per sessant&#8217;anni, peggio, di aver condannato all&#8217;ostracismo, all&#8217;emarginazione, alla demonizzazione politica coloro che osavano dire la verità. Se veramente costoro avessero intenzione di fare ammenda delle nefandezze della loro parte politica, dovrebbero arrivare a ripensamenti di ben altra portata, abbandonare l&#8217;agone politico; invece, in questi termini il “messaggio” suona contraddittorio ed ipocrita: “Vi abbiamo mentito per sessant&#8217;anni, quindi continuate ad avere fiducia in noi!”</p>
<p style="text-align: justify;">Inoltre, costoro, che proclamano di aver finalmente compreso gli orrori del totalitarismo “rosso”, continuano ad intrattenere ottimi rapporti con i regimi cinese e cubano dove questi orrori sono realtà presenti ed attuali, a chiara dimostrazione che finché esiste, questo tipo di regime non è e non sarà mai compatibile con il rispetto dei diritti umani: è un esempio eclatante di quel che Jean François Revel chiamerebbe “la conoscenza inutile”, George Orwell avrebbe identificato come bis-pensiero e noi possiamo ad ogni modo definire come “pensare a compartimenti stagni”.</p>
<p style="text-align: justify;">Di più: questo “buonismo” di cui oggi costoro si ammantano, è forse l&#8217;ultima, ben congegnata, mistificazione; se costoro sono “dei buoni”, ecco che gli orrori della loro parte politica sono automaticamente retrocessi ad “errori”, e ci possiamo chiedere se costoro stiano rendendo alle vittime dell&#8217;abominio comunista un tardivo omaggio, o l&#8217;ultimo sottile insulto.</p>
<p style="text-align: justify;">Non si può parlare di errori del comunismo, perché il comunismo è stato, è, dove è ancora sciaguratamente al potere, in sé, per sua natura, una macchina totalitaria stritola-uomini. In questo contesto, la storia dei comunisti vittime del comunismo, di coloro che sono stati inghiottiti dalla mostruosità cannibale di cui erano partecipi, non è certo quella che muove a maggiore pietà (“sono andati a cercarsela”, si potrebbe dire), ma probabilmente è la più illuminante sulla reale natura dell&#8217;ideologia folle e sanguinaria che ha cercato di realizzare “il paradiso in terra” su di una montagna di cadaveri.</p>
<div id="attachment_9100" class="wp-caption alignright" style="width: 336px"><img class=" wp-image-9100 " title="Achille Beltrame, copertina de &quot;La Domenica del Corriere&quot;, del gennaio 1944." src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/foibe-beltrame.png" alt="Achille Beltrame, copertina de &quot;La Domenica del Corriere&quot;, del gennaio 1944." width="326" height="419" /><p class="wp-caption-text">Achille Beltrame, copertina de &quot;La Domenica del Corriere&quot;, del gennaio 1944.</p></div>
<p style="text-align: justify;">Sarà bene avere chiaro il quadro storico: nell&#8217;imminenza della fine della seconda guerra mondiale e della capitolazione dell&#8217;Asse, da parte comunista, ossia di Stalin e del suo manutengolo jugoslavo Tito, in perfetto accordo con il primo, fu portata avanti un&#8217;operazione, senza dubbio pianificata da lungo tempo a tavolino, di far avanzare il mondo slavo verso occidente ai danni di quello germanico ed italiano, di cancellazione della presenza tedesca ad est del fiume Oder e di quella italiana sulla sponda orientale dell&#8217;Adriatico. Questo significava il massacro a sangue freddo di decine, centinaia di migliaia, milioni di persone, civili non combattenti, in massima parte donne, vecchi e bambini, per costringere gli altri ad abbandonare le loro case e le loro terre fuggendo per salvarsi la pelle.</p>
<p style="text-align: justify;">Prima del 1940 vivevano nelle terre tedesche ad est dell&#8217;Oder quindici milioni di persone. Dopo la guerra sono stati contati in Occidente dodici milioni di profughi da quelle regioni; e gli altri tre milioni che fine hanno fatto? Nel febbraio 1945 i Tedeschi riconquistarono temporaneamente il paese di Gumbinnen nella Prussia orientale e si trovarono di fronte scene allucinanti da sconvolgere i più incalliti veterani: cadaveri di vecchi cui era stato dato fuoco dopo averli crocifissi alle porte delle loro case, corpi di donne che erano state lasciate ad agonizzare con il ventre squarciato dopo essere state stuprate innumerevoli volte; i medici della <em>Wehrmacht </em>riscontrarono segni di stupro sui corpicini di bambine di età inferiore a tre anni; insomma, il comunismo nella sua essenza più pura.</p>
<p style="text-align: justify;">Nelle nostre terre la stessa realtà porta un nome che un tempo indicava solo le cavità naturali scavate nella roccia dal dilavamento delle acque, ma che oggi indica l&#8217;epitome dell&#8217;orrore: foibe. Gli assassini jugoslavi con la stella rossa trascinavano le loro vittime, colpevoli solo di essere italiane, sul bordo di questi inghiottitoi naturali che si trovano con frequenza sul Carso, dopo averle legate le une alle altre in fila indiana di solito con il filo spinato; quindi sparavano ai primi della fila che trascinavano gli altri con sé cadendo. In questo modo si risparmiavano le pallottole, mentre molte delle vittime di questo trattamento rimanevano con le ossa rotte sul fondo della foiba ad agonizzare per ore o per giorni.</p>
<div id="attachment_9101" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-9101  " title="Recupero di salme di infoibati" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/recupero-300x300.jpg" alt="Recupero di salme di infoibati" width="300" height="300" /><p class="wp-caption-text">Recupero di salme di infoibati</p></div>
<p style="text-align: justify;">Quanti italiani furono massacrati nelle foibe? Riuscire a capirlo è importante perché da parte comunista e “sinistra” non solo jugoslava, ma anche italiana (ed è la cosa che fa più schifo) è esistito ed esiste ancora un estesissimo riduzionismo e negazionismo, poiché l&#8217;esistenza delle foibe e degli orrori di cui esse sono state teatro non possono essere negati, la tendenza a ridurre la cosa ad una serie di vendette personali, rese comprensibili, anche se non giustificate, dal clima della guerra. Tutto ciò è assolutamente falso, si trattò di un&#8217;estirpazione dell&#8217;etnia italiana certamente pianificata, dalla sponda orientale dell&#8217;Adriatico, in poche parole, di un <span style="text-decoration: underline;">genocidio.</span></p>
<p style="text-align: justify;">Alcuni anni fa la Slovenia pubblicò un elenco di circa 3.000 infoibati <span style="text-decoration: underline;">nella sola provincia di Gorizia</span> avanzando la ridicola pretesa che questo elenco fosse completo e comprensivo di tutti gli Italiani massacrati dalle bande titine. A smentirli, a smentire queste canaglie cui oggi è stato concesso di entrare nell&#8217;Unione Europea senza nemmeno fare i conti con il loro passato, senza dover rendere alle vittime ed ai loro familiari nemmeno il tributo della memoria, basterebbero le dichiarazioni rilasciate dall&#8217;ex braccio destro di Tito e poi dissidente Milovan Gilas, che quantificò le vittime delle foibe in circa 30.000, aggiungendo con sorprendente candore: “Li ammazzammo, non perché fossero fascisti, ma perché erano italiani”.</p>
<p style="text-align: justify;">Trattandosi dell&#8217;ammissione di uno dei responsabili, ci possiamo aspettare che questa cifra sia sottostimata, non certo sovrastimata; infatti <span style="text-decoration: underline;">i numeri, i puri e semplici numeri</span> parlano un linguaggio ancora diverso. Il censimento del 1921 quantificò in 500.000 gli Italiani viventi nell&#8217;Istria e nella Venezia Giulia di allora, che costituivano circa il 70% della popolazione complessiva. Purtroppo, fra il 1921 ed il 1940, non furono tenuti censimenti, ma è ragionevole supporre che in questo lasso di tempo la popolazione sia cresciuta piuttosto che diminuita. Dopo la guerra si sono contati in Italia 350.000 profughi dalle regioni annesse alla Jugoslavia. Ed i 150.000 che mancano all&#8217;appello? Un&#8217;esigua minoranza, quella che  costituisce la minoranza italiana in quelle che oggi sono la Slovenia e la Croazia riuscì a salvarsi; erano coloro che riuscirono a farsi passare per sloveni o croati; altri saranno deceduti per fatti di guerra, ma una stima prudente delle vittime delle foibe non può scendere al disotto di 70-80.000 unità, e quasi sicuramente il numero reale supera i 100.000 assassinati.</p>
<p style="text-align: justify;">Sul concetto di “fatto di guerra”, poi occorre intendersi; infatti, ad esempio Zara subì tra il 1943 e la metà del 1945, 37 bombardamenti, di quelli che cambiano la topografia del paesaggio, pur non ospitando né installazioni militari né impianti industriali. “La colpa” di Zara era quella di essere la più importante città italiana della Dalmazia, e la presenza italiana in Dalmazia doveva essere annientata, anche perché essa rivelava la verità, imbarazzante per gli “alleati” occidentali, che con la pace di Parigi del 1919 che aveva poi creato le premesse del secondo conflitto mondiale, la nostra vittoria era stata effettivamente mutilata ed i sacrifici e gli eroismi del Piave e di Vittorio Veneto annullati, negandoci la Dalmazia e Fiume (non fosse stato per l&#8217;impresa dannunziana). La verità è che gli “alleati” occidentali furono conniventi e complici assieme agli assassini comunisti, di atrocità assolutamente analoghe di quelle di cui poi finsero d&#8217;indignarsi tanto a Norimberga, né altrimenti si possono considerare bombardamenti terroristici contro la popolazione civile nel quadro di una “pulizia etnica” chiaramente genocida.</p>
<p style="text-align: justify;">Bene, questo è il quadro storico; vediamo ora le circostanze che hanno portato alla stesura del documento che ci apprestiamo ad esaminare.</p>
<p style="text-align: justify;">Il pentitismo ed il revisionismo che oggi i “compagni” manifestano su queste tematiche è una novità recente ed improvvisa; fino a pochissimo tempo fa, la loro politica era quella di negare e dissimulare, indicare (al pubblico ludibrio!) come “fascisti” tutti quelli che avevano il coraggio di dire la verità. Ricordo benissimo un comunicato della CGIL scuola nel 2004 (tre anni fa, non trenta anni fa) nel quale si stigmatizzavano le manifestazioni per il cinquantennale del ritorno di Trieste all&#8217;Italia come “nazionalismo intollerante” (che è sempre quello italiano, mai quello slavo), e le foibe, ed il lungo martirio subito dalle nostre genti per 11 anni, dal 1943 al 1954, non esistevano proprio!</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/1984/8861"><img class="alignright size-medium wp-image-8333" style="margin: 10px;" title="1984" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/1984-193x300.jpg" alt="" width="193" height="300" /></a>La prima e l&#8217;ultima vittima del comunismo e della prassi dello sterminio di massa come normale strumento “politico” è sempre la verità. Orwell l&#8217;ha insegnato con chiarezza, dipingendo in <em><a title="1984" href="http://www.libriefilm.com/1984/8861">1984</a> </em>con precisione i meccanismi interni del sistema comunista. Il totalitarismo trae la sua linfa vitale dalla menzogna e dalla riscrittura della storia. La menzogna è prassi comune nell&#8217;“educazione” delle nuove leve slovene e croate, laddove lo sciovinismo nazionalistico ha semplicemente sostituito l&#8217;ideologia comunista, mantenendone la ferocia omicida. Ai ragazzi sloveni e croati si fa credere che nelle terre strappateci dai loro padri con la violenza più bestiale e che furono parte integrante della civiltà veneta, gli Italiani non sarebbero giunti prima del 1919, e si gabellano le chiese ed i campanili veneziani della costa dalmata da cui è stato scalpellato il leone di San Marco per “arte croata”. Non basta, le vittime devono essere persuase della “giustezza” dell&#8217;abuso compiuto, come espiazione di presunti “crimini fascisti” non devono turbare la “convivenza democratica” con rivendicazioni o semplicemente con la persistenza della memoria.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;ultimo decennio del secolo scorso, e fino al cambio di rotta dell&#8217;ultimo paio d&#8217;anni, è stato forse il periodo peggiore; fidando della scomparsa per naturale estinzione dei testimoni diretti, era il momento ideale per far passare la “riscrittura orwelliana” della storia, anche con la scusa di favorire “l&#8217;uscita dal comunismo” prima della Jugoslavia, poi dei Paesi nati dal suo smembramento, si dovevano porre le condizioni perché fosse una volta per tutte impossibile chiedere conto delle atrocità commesse.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/i-fantasmi-del-cansiglio-eccidi-partigiani-nel-trevigiano-1944-1945/9971" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-9102" style="margin: 10px;" title="cansiglio" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/cansiglio.jpg" alt="" width="200" height="299" /></a>In questo clima, nel quale la democrazia si faceva a tutti gli effetti erede del comunismo e pretendeva di fondare il futuro sulla menzogna allo stesso modo di questo, nacque nel 1991 la “commissione mista” italo-jugoslava, divenuta poi italo-slovena di storici o sedicenti tali, che doveva fissare la “verità storica” di regime su questi eventi una volta per tutte, con un procedimento da “ministero della verità” orwelliano ed in modo da sbarrare la strada per sempre ad ulteriori ricerche storiche.</p>
<p style="text-align: justify;">Il “documento” riflette in maniera pressoché totale lo “spirito di Osimo”, sempre per “non turbare l&#8217;evoluzione democratica della Slovenia”, gli “storici” italiani della commissione hanno finito per sposare in pieno le tesi dell&#8217;altra parte, che poi non si distinguono in nulla dalla propaganda titina sull&#8217;argomento: una forte minimizzazione degli eccidi e delle violenze delle foibe, presentati come “comprensibile reazione” alle presunte e mai specificate “violenze fasciste”, una sottostima della presenza storica italiana nelle terre passate alla Jugoslavia e tutto l&#8217;armamentario del rivendicazionismo slavo fino all&#8217;Isonzo e, se possibile, fino al Tagliamento, con in più una nota quasi umoristica se non stessimo parlando di una tragedia colossale: l&#8217;esodo degli Italiani dell&#8217;Istria spiegato come effetto del boom economico italiano <span style="text-decoration: underline;">che doveva verificarsi una decina d&#8217;anni più tardi</span>.</p>
<p style="text-align: justify;">I “lavori” della commissione mista hanno richiesto una digestione particolarmente laboriosa, ed il “documento” è stato defecato solo una decina di anni dopo, comparendo sul “Piccolo”, il quotidiano triestino il 4 aprile 2001, e considerando l&#8217;entità dello stesso, la commissione non ha steso più di una o due paginette l&#8217;anno, per le quali di certo è stata lucrosamente retribuita col denaro pubblico.</p>
<p style="text-align: justify;">Null&#8217;altro vi sarebbe da aggiungere a questo riguardo, tranne segnalare il fatto che uno almeno dei membri italiani della commissione, R. P., è un ex puledro di razza della DC locale che, dopo il terremoto politico del 1991, si è riciclato come “storico” e giornalista, e non per altro se non per segnalare la totale contiguità esistita fra democristiani e comunisti nel  quadro politico italiano, che non ha solo prodotto un sistema d&#8217;intrallazzo politico-mafioso di cui il PCI ha sempre largamente beneficiato insieme alla DC, ma anche, sul confine orientale, quella politica di totale cedimento all&#8217;interesse slavo-comunista, di mancata tutela, di compromissione delle posizioni italiane che ha avuto il suo infame capolavoro nel trattato di Osimo.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/infoibati/6849" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-9103" style="margin: 10px;" title="infoibati" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/infoibati.jpg" alt="" width="200" height="298" /></a>Il “documento” defecato dopo dieci anni dalla commissione evidentemente affetta da stipsi, ha avuto una ben più pronta risposta in un opuscolo pubblicato dall&#8217;IRCI (Istituto Regionale per la Cultura Istriano-fiumano-dalmata) nel giugno 2001, <em>Dieci anni per un documento</em>, curato da Piero Delbello ed a cui hanno collaborato Almerigo Apollonio, Antonio Sema, Pierluigi Sabatti e Roberto Spazzali. E&#8217; quest&#8217;ultimo fascicolo che c&#8217;interessa, poiché in esso, con un lavoro di ben altra serietà rispetto alle coprologie propagandistiche della commissione mista, non ci si è limitati a ribattere punto per punto le mistificazioni del coprolito decennale, ma si è andati a sviscerare anche aspetti poco noti della storia di questa regione durante gli anni terribili; ad esempio, sebbene a Trieste esista, foraggiato dal denaro pubblico, s&#8217;intende, un pleonastico e propagandistico “Istituto Regionale per la Storia del Movimento di Liberazione”, che serve soprattutto come sinecura per fornire un doppio stipendio ad alcuni docenti evidentemente comunisti, nessuno ci ha mai raccontato cosa accadde delle formazioni partigiane composte da comunisti di nazionalità italiana che militarono agli ordini del IX Corpus titino; squali e giuda che finirono sbranati dal più grande squalo, dal leviatano jugoslavo, s&#8217;intende, sulla cui sorte non vale la pena di spendere una lacrima di pietà, ma è una storia che è utile conoscere, perché ci dà modo di comprendere qualcosa che forse finora ci era sfuggito sulla vera natura del comunismo.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche qui, però, bisogna fare un passo indietro: sebbene non esistano documenti che lo provino, tutto lascia intendere che durante la “resistenza” fra il PCI ed i comunisti jugoslavi, fra Togliatti e Tito, sia avvenuto un immondo baratto: l&#8217;appoggio alle rivendicazioni jugoslave su tutta la Venezia Giulia e tutto il Friuli fino al Tagliamento in cambio dell&#8217;aiuto ai comunisti italiani da parte della Jugoslavia per fare anche da noi “la rivoluzione socialista”; difatti solo così è possibile spiegare il fatto che le formazioni partigiane comuniste della Venezia Giulia e del Friuli transitarono agli ordini del IX Corpus jugoslavo, e la brigata di partigiani non comunisti Osoppo, per essersi rifiutata di farlo rendendosi conto che si trattava di un atto che prefigurava l&#8217;annessione dell&#8217;intero Friuli alla Jugoslavia, fu massacrata fino all&#8217;ultimo uomo dai partigiani comunisti della brigata Garibaldi, dopo essere stata circondata e disarmata con l&#8217;inganno, alle malghe di Porzus, in uno degli episodi più luminosi (nel senso che gettano una chiara luce rivelatrice) della “resistenza”.</p>
<p style="text-align: justify;">La sorte cui andarono incontro costoro nelle zone rimaste italiane (non certo per loro merito!) del Friuli e della Venezia Giulia, ed in quelle passate sotto controllo jugoslavo (compresa Trieste nell&#8217;immediato dopoguerra) fu ovviamente diversa. Nelle prime, come nel resto d&#8217;Italia, costoro diventarono “gli eroi” di una guerra che non avevano combattuto (posto che fare attentati per provocare la rappresaglia contro le popolazioni civili,  tendere agguati sparando alla schiena e massacrare i vinti disarmati dopo che si sono arresi, non è combattere), e sugli episodi più infami della “resistenza” come la strage di Porzus fu steso un velo di silenzio omertoso, mentre coloro che avevano veramente combattuto per difendere l&#8217;Italia, i ragazzi della RSI, rimanevano esposti alle vendette più feroci.</p>
<p style="text-align: justify;">Quelli che invece si trovarono nelle zone passate sotto controllo jugoslavo, andarono incontro ad un destino alquanto diverso, ce lo racconta Antonio Sema nell&#8217;articolo <em>Riflessioni su un documento del confine orientale</em>, nel fascicolo dell&#8217;IRCI.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">“Il documento omette di approfondire le vicende dei numerosi combattenti partigiani italiani eliminati in maniera sospetta, come:</p>
<p style="text-align: justify;">Giovanni Zol, comandante del Battaglione Triestino che nell’ottobre 1943, quando i tedeschi occuparono l’Istria, si ritira nel Carso istriano. Zol cerca un’intesa con gli sloveni che non vogliono una presenza autonoma di comunisti italiani nel territorio appena annesso, poi a novembre viene ucciso in un’imboscata dai contorni alquanto ambigui.</p>
<p style="text-align: justify;">Giovanni Pezza: rifiuta la confluenza nelle file slovene, costituisce il Battaglione italiano autonomo Giovanni Zol, che risponde al PCI triestino nel contesto del CLN italiano. Alla fine del febbraio 1944, viene passato per le armi da un distaccamento partigiano comandato dallo sloveno Carlo Maslo.</p>
<p style="text-align: justify;">Ferdinando Marea, il comandante del Battaglione Triestino d’Assalto che vuole contattare il PCI triestino mentre il suo comando politico è d’accordo con gli sloveni, e viene catturato a Doberdò dai tedeschi.</p>
<p style="text-align: justify;">Il documento omette pure di ricordare la vicenda del battaglione autonomo Alma Vivoda che nell’agosto del 1944 riceva dagli sloveni l’ordine di sciogliersi, ma la Medaglia d’Oro Vincenzo Gigante risponde negativamente. A ottobre, il CLN sposta l’unità all’interno dell’Istria, dove sarà circondata e distrutta dai tedeschi”.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Costoro, anche se partigiani comunisti, erano pur sempre italiani, e per loro non c&#8217;era posto nella costruenda Jugoslavia del maresciallo Tito. Non è il caso d&#8217;impietosirsi sulla loro sorte: gli utili giuda si rivelarono giuda idioti, e riscossero il salario di Giuda, ma la loro vicenda svela forse meglio di ogni altra la vera natura del comunismo: una menzogna dentro una menzogna, un inganno avvolto in un altro inganno, come una matrioska od un gioco di scatole cinesi: l&#8217;unità antifascista ed il presunto obiettivo del ristabilimento della democrazia erano evidentemente un imbroglio, una trappola per i gonzi, come dimostra chiaramente la strage di Porzus, ma anche il comportamento di certi “gentiluomini” della “resistenza” come il capo partigiano Salvatore Moranino, uso a denunciare alle SS i movimenti delle formazioni partigiane non comuniste; i comunisti in realtà avevano un solo obiettivo, “la rivoluzione”, ossia cancellare qualsiasi altro esclusi loro stessi per impiantare anche in Italia un abominio totalitario di tipo sovietico, ma gli ingannatori furono a loro volta ingannati perché “l&#8217;internazionalismo proletario” al quale credevano, altro non era che la maschera dello sciovinismo nazionalistico slavo.</p>
<p style="text-align: justify;">Tito ed altrove Stalin hanno applicato alla lettera la ricetta suggerita da Hitler nel <em><span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libreriauniversitaria.it/mein-kampf-hitler-adolf-edizioni/libro/9788889515358?a=395521" rel="nofollow" target="_blank">Mein Kampf</a></span></em>: il suolo straniero si può assimilare alla propria nazione; il sangue straniero no, va cacciato o soppresso.</p>
<p style="text-align: justify;">La menzogna è più di uno strumento indispensabile per l&#8217;affermazione del comunismo, è, potremmo dire, l&#8217;essenza più profonda del comunismo stesso. Nel vangelo è contenuto l&#8217;immortale detto (che si può apprezzare si sia credenti oppure no): “La verità rende liberi”, che ha un converso, la menzogna rende schiavi (oppure, come in questi casi e molti altri, cadaveri). Cancellazione della verità e soppressione della libertà vanno di pari passo. Menzogna, schiavitù, cancellazione dei diritti umani, soppressione degli oppositori o di chiunque non sia conforme magari per motivi etnici; il comunismo non è stato e non è, la dove ancora esiste, altro che questo.</p>
<p style="text-align: justify;">Oggi i “compagni” si presentano contriti e redenti dagli errori del passato, circonfusi da un alone di mitezza e di bontà. Permettetemi di essere scettico: dalle uova di squalo non possono nascere altro che squali.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/squalo-divora-squalo.html' addthis:title='Squalo divora squalo ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Nazionalsocialismo, religione pagana</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Dec 2011 17:23:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Leonello Rimbotti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Lo studio del Nazionalsocialismo come cupa religione psicopatologica, attraversata da ogni sorta di perversioni, è una pratica ben collaudata e sempre in auge. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/nazionalsocialismo-religione-pagana.html' addthis:title='Nazionalsocialismo, religione pagana '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storiacontemporanea48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Storia contemporanea" /><br/><p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-medium wp-image-8943" style="margin: 10px;" title="parteitag" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/parteitag-300x227.jpg" alt="" width="300" height="227" />Lo studio del Nazionalsocialismo dal lato “sinistro”, cioè come cupa <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione/">religione</a> psicopatologica, attraversata da ogni sorta di perversioni, e inventata di sana pianta da uno psicopatico, è una pratica ben collaudata. Il primo, precoce studio fu quello di Wilhelm Reich, <em>Psicologia di massa del fascismo</em>, pubblicato nel 1933, in cui, insieme a <em>Fuga dalla libertà</em> di Fromm del ‘41, si individuava nei movimenti nazionalpopolari lo scatenamento di fobìe collettive, di occulte repressioni sessuali, combinate con il bisogno di assoggettarsi a un potere autoritario rinunciando volontariamente alla propria libera personalità. Langer, a guerra ancora in pieno svolgimento, caricò l’argomento di nuovi dettagli, ma come gli altri vide in Hitler essenzialmente il caso clinico. Il suo libro <em>Psicanalisi di Hitler</em>, risalente al 1943, ma pubblicato solo molti decenni dopo, risentiva delle necessità di propaganda legate al momento, e difatti gli fu commissionato dal servizio informazioni degli Stati Uniti. Era una specie di “psicoanalisi a distanza” del dittatore tedesco, un testo “di scuola”, in cui l’aspetto politico-sociale non veniva preso in alcuna considerazione, badando solo alla descrizione, anche minuta, di risvolti caratteriali individuali, sempre e comunque giudicati come gravi patologie della personalità. Da allora, questo tipo di <a title="letteratura" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/letteratura/">letteratura</a> parascientifica ha avuto una lunga sequela di autori, godendo di ottimi riscontri a livello di divulgazione: l’argomento morboso, trattato in modo opportunamente coinvolgente, è stato a lungo garanzia di successo. In Italia, un buon prontuario su queste tematiche è <em>Adolf Hitler. Analisi storica delle psicobiografie del dittatore</em> di Anna Lisa Carlotti, risalente al 1984, ma che fa ancora testo in materia.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/la-nascita-di-una-religione-pagana-psicoanalisi-del-nazismo-e-della-propaganda/10103" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-8942" style="margin: 10px;" title="la-nascita-di-una-religione-pagana" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/la-nascita-di-una-religione-pagana.jpg" alt="" width="144" height="240" /></a>Su questa scia, è da poco uscito <a title="La nascita di una religione pagana" href="http://www.libriefilm.com/la-nascita-di-una-religione-pagana-psicoanalisi-del-nazismo-e-della-propaganda/10103" target="_blank"><em>La nascita di una religione pagana. Psicoanalisi del nazismo e della propaganda</em></a> di Raffaele Menarini e Silvia Lionello, per i tipi di Borla. Qui l’ambizione sembra essere maggiore che in molti altri casi. In questo libro la psicopatologia, lungi dall’arrestarsi all’ossessività della figura del capo, magari intrecciata con le frustrazioni del popolo, dilaga molto oltre, presentandosi come motore malato di una cultura complessa. Siamo in presenza di un classico di psicostoria. Come ormai fanno anche molti storici, si vede nel Nazionalsocialismo una <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione/">religione</a> pagana in piena regola, ma strana, mezza moderna e mezza primordiale, fatta di un paganesimo falso e spurio, per di più gravemente innervato da numerose e pesanti devianze mentali, individuali come collettive.</p>
<p style="text-align: justify;">Ritroviamo in questo testo il lessico tipico di questo genere di studi. I termini “paranoico”, “delirante”, “farneticante”, sono quelli che ricorrono più spesso allorquando si cerca di dare contorno a un’ideologia e a una pratica politica che sono considerate quanto di più alieno e incomprensibile possa esistere: e questo solo fatto dovrebbe escludere la possibilità di capire davvero un fenomeno che è stato ad un tempo individuale e sociale. Infatti, a scorrere queste pagine, ci rende conto del ginepraio in cui va a finire ogni pretesa di comprendere dall’interno – per quindi darne una spiegazione razionale – un soggetto dato <em>a priori</em> come affetto da turbe psichiche. Ad esempio, il Nazionalsocialismo viene definito «una nuova <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione/">religione</a> “pragmatico-pagana” che mescola abilmente i “fini della storia” e lo “scientismo” in una nuova volontà divina rivelata dal <em>logos</em> hitleriano». Tale <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione/">religione</a> politica messianico-redentoria viene dipinta come una «autodivinazione [<em>sic!</em>, anziché autodivinizzazione...] dell’uomo fino al disprezzo di Dio ed in particolar modo del Dio unico ebraico». Veniamo così ad apprendere che la negazione del Dio della <em>Bibbia</em> corrisponde a una psicopatologia delirante. Tutto il filone volontarista-faustiano della cultura europea, dunque, da Empedocle a Meister Eckhardt – <em>diventa cio che sei!&#8230; diventa Dio!</em> – e fino a Nietzsche, e ivi compresa la mistica estatico-religiosa, vengono all’istante liquidati come malattia clinica. Questo “delirio” sovrumanista, tuttavia, mentre dovrebbe condurre a straordinarie aperture liberatorie, nel caso del Nazionalsocialismo, secondo i due autori, porta invece a sorprendenti “regressioni psichiche”: lo Stato di massa «corrisponde a una regressione psichica che non permette più una separazione tra Io e Ideale dell’Io&#8230;»: ma insomma, il Terzo Reich creò il <em>monstrum</em> del Superuomo oppure lo schizofrenico uomo-massa? Instillò il delirio per l’uomo superiore oppure la frustrazione del membro della massa, «equivalente ad ogni altro» e quindi privo dell’Io? Non sappiamo. Gli autori vagano dall’uno all’altro aspetto. Freud, in tutto questo, aleggia pericolosamente.</p>
<p style="text-align: justify;">Un’altra serie di contraddizioni che presenta questo erudito studio di psicologia sociale riguarda l’identità. Si scrive che il Nazionalsocialismo fu abile – con la sua ideologia e la sua propaganda – a «produrre immagini estremamente positive di sé», in modo da fornire una rappresentazione identitaria di radicale intensità, ma si scrive anche che «le mitologie psicopatologiche di tipo nazista» sono basate sul «comportamento deviante connesso ad un mancato sviluppo dell’identità». Da una parte c’è estrema identità, dall’altra non ce n’è affatto&#8230; si capisce che, affermando una cosa e il suo contrario, si è sempre certi di colpire nel segno. Questo metodo “scientifico” prosegue anche quando i due autori definiscono il Nazionalsocialismo come l’esito di una domanda di autorità e di controllo da parte del popolo, fortemente scosso dagli avvenimenti legati alla sconfitta del 1918; ma poi si ricorre a Jung, e si ricorda che lo Stato popolare del Terzo Reich presenta la condizione tipica della «massa quale condizione psichica senza controllo alcuno, in preda a esplosioni archetipiche&#8230;» eccetera. Dunque, anche qui, non sappiamo se i Tedeschi volevano essere “controllati” o no. Quanto alla costruzione del “falso mito” nazista, i nostri autori ricorrono al solito frasario dell’incomprensione, e si limitano alle formule: «In esso l’istituzione di valori originari viene a basarsi su di un falso mito di origine senza alcun spessore simbolico poiché nato da credenze occulte del tutto deliranti». Una simile asserzione, che brilla per pochezza in un libro che vorrebbe essere scientifico, si segnala per assenza di motivazioni: non viene detto perché il mito era falso, non si spiega perchè il suo <a title="simbolismo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">simbolismo</a>, nonostante l’eccezionale risposta collettiva al suo richiamo, fosse privo di spessore. Si afferma invece che Rosenberg, nel suo <em>Mito del XX secolo</em>, aveva espresso tendenze psicopatiche&#8230; ma attingendo direttamente da Rudolf Otto, cioè il maggiore studioso del sacro del Novecento.</p>
<p style="text-align: justify;">Una specie di spiegazione circa la falsità del mito nazista la si trova nel punto in cui i due autori scrivono che che Hitler dette fondo a una «immaginaria identità nazionale fondata sul mito di origine». Ora, tutti sanno che nella cultura europea i miti di fondazione – compresi quelli immaginari – costituiscono la base dell’identità che i popoli si sono dati nel corso dei secoli. Basta ricordare gli studi di Warburg o di Wind sulla riemersione del paganesimo in epoca moderna – quando gli antichi eroi fondatori tornarono ad essere celebrati in funzione di collante popolare – per capire come questi fenomeni di elaborazione dell’origine non siano per nulla una caratteristica “delirante” del Nazionalsocialismo, ma parte integrante di ogni comunità nazionale. Il mito dei Padri pellegrini, quello della missione escatologica affidata agli Stati Uniti, in questo senso, non si presenta meno “delirante” del mito di fondazione individuato dai nazisti nell’idealizzazione delle origini ariane. Inoltre, i nostri due autori si dicono convinti di poter provare come «la propaganda nazista abbia svolto la funzione di produrre un falso immaginario nel senso di imitare con incredibile accuratezza la mitologia wagneriana della Caduta degli déi». Allora il “delirio” del mito originario avrebbe fondamenta per nulla naziste, riposerebbe addirittura su una colonna della cultura tedesca ottocentesca, a sua volta innestata su miti e saghe arcaicissimi&#8230; verrebbe da chiedersi: dunque perché “falso mito”?</p>
<p style="text-align: justify;">In un altro punto del libro, leggiamo che il “labirinto esoterico” su cui si basava il nuovo paganesimo nazionalsocialista intendeva «ripristinare gli antichi riti e le antiche usanze germaniche», in modo che «il popolo avrebbe potuto rinnovare l’antico e primordiale rapporto con la sua Terra». Qualcuno, che non abbia venduto l’anima a Freud, riscontra in questi presupposti qualcosa di “delirante”, di “paranoico”? L’accusa, poi, mossa ai nazisti di aver costruito un «principio assoluto di verità» a scapito della libertà, non è forse possibile rivolgerla a qualunque fede, religiosa, politica, etica? Quale <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione/">religione</a> si annuncia, se non come depositaria unica ed esclusiva della verità. Non è per queste vie che sarà possibile spiegare un fenomeno come il Nazionalsocialismo, che non fu un semplice movimento politico e che ebbe effettivamente risvolti religiosi ed escatologici. La determinazione di razionalizzare l’irrazionale, per di più attraverso la tecnica del funzionalismo psicologico, è un vicolo cieco. Il Nazionalsocialismo fu seguito e assorbito da un gran numero di persone che erano del tutto “normali”. L’operaio, il contadino, l’impiegato che affollavano i raduni “deliranti” erano persone della porta accanto. E i numerosi intellettuali di prima grandezza che credettero in esso, per la verità, non dettero mai segni di quello squilibrio psichico che ne sarebbe stato la sostanza.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/le-intuizioni-psicosociali-di-hitler-unanalisi-del-mein-kampf/10104" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-8941" style="margin: 10px;" title="le-intuizioni-psicosociali-di-hitler" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/le-intuizioni-psicosociali-di-hitler.jpg" alt="" width="163" height="240" /></a>Il problema storico del riapparire con il Nazionalsocialismo di categorie dell’antico paganesimo europeo, e del mito popolare come momento di recupero dell’identità contro le dissoluzioni dell’epoca moderna, è stato affrontato da molti storici con maggior profitto degli psico-storici, troppo spesso prigionieri dei loro dogmi. «Appartenere a gruppi che si distinguono è un bisogno umano basilare», hanno scritto ad esempio Dora Capozza e Chiara Volpato nel loro libro <a title="Le intuizioni psicosociali di Hitler" href="http://www.libriefilm.com/le-intuizioni-psicosociali-di-hitler-unanalisi-del-mein-kampf/10104"><em>Le intuizioni psicosociali di Hitler</em></a>, pubblicato nel 2004 da Pàtron. Nulla dunque di demoniaco, nulla di paranoide. Semplicemente un’ideologia dell’identità, radicalizzata dai tempi e dalle violente intrusioni della modernità sui tessuti tradizionali. Lacue-Labarthe e Nancy anni fa hanno affermato che il mito nazista «rappresenta il necessario compimento dell’Occidente» e che «non è possibile disfarsene né come una aberrazione, né come un errore catastrofico». La stessa democrazia, aggiungevano, non vive a sua volta che di miti rielaborati e di bisogno di sicurezza. «La storia nella sua origine non è di competenza di una scienza, ma della mitologia», hanno scritto i due autori francesi. Questo per dire che la scienza – e tanto meno la pseudoscienza psicostorica – non possiede i mezzi intuitivi per comprendere le ragioni del «rapporto mistico col mito».</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>Linea</em> del 10 aprile 2009.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/nazionalsocialismo-religione-pagana.html' addthis:title='Nazionalsocialismo, religione pagana ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Fascismo, Nacionalsocialismo y cultura de Derecha</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Nov 2011 15:08:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Adriano Romualdi</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/fascismo-nacionalsocialismo-y-cultura-de-derecha.html' addthis:title='Fascismo, Nacionalsocialismo y cultura de Derecha '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/romualdi48x48.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Adriano Romualdi" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storiacontemporanea48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Storia contemporanea" /><br/><p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-medium wp-image-4318" style="margin: 10px;" title="Eur" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/Eur-300x292.jpg" alt="" width="300" height="292" />Ya se ha dicho esencialmente. En efecto, el mito del «pueblo» no precisado sirve todavía para introducir bajo mano toda una serie de ideas que no son de Derecha. De aquí la escasa capacidad de aprehensión de los regímenes fascistas de Italia y Alemania en el campo de la cultura. Fascismo y nacionalsocialismo, si bien tuvieron clara su oposición a los movimientos surgidos de la Revolución francesa y osaron hacer frente al mito burgués y al proletario, contra capitalismo anglosajón y bolchevismo ruso no regaron a crear en el seno del Estado una ciudadela que pudiese sobrevivir a la catástrofe política. Baste pensar que en Italia el liderazgo cultural se confió a Gentile, un hombre que supo estar a la altura de las circunstancias pero que ideológicamente, sólo era un patriota resurgimental, ligado estrechamente al mundo de la cultura liberal. No es extraño que todos los discípulos de Gentile (aquellos inteligentes, que son alguien en el ámbito cultural) militen en la actualidad en el campo antifascista o incluso en el comunista. Quien lea <em>Genesi e struttura della società</em> no puede evitar quedar perplejo ante el espíritu democrático‑social de esta obra que, dignamente, culmina el ideal bolchevique del humanismo del trabajo. En consecuencia, no puede sorprender que un gentiliano como Ugo Spirito se manifieste a veces «corporativista» a veces «comunista», sin tener necesidad de cambiar un solo renglón de lo que ha escrito.</p>
<p style="text-align: justify;">En Italia, durante el ventennio se habló mucho de patria, de nación, pero no hubo preocupación jamás en hacer circular las ideas de la más moderna cultura de «Derecha». La <em>Decadencia de Occidente</em> de Spengler (que Mussolini conocía en su edición original), <em>Der Arbeiter</em> de <a title="Juenger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger/">Jünger</a> o <em>Der wahre Staat</em> de Spaan nunca fueron traducidos, novelas como el <em>Gilles</em> de Drieu la Rochelle o <em>Los proscritos</em> de Von Salomon fueron completamente ignorados por la cultura oficial fascista.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.amazon.es/gp/product/8497164695/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=cestlaru01-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3626&amp;creative=24822&amp;creativeASIN=8497164695" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-8845" style="margin: 10px;" title="metafisica-de-la-guerra" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/metafisica-de-la-guerra.jpg" alt="" width="240" height="240" /></a>En esta situación era natural que la obra de un <a title="Julius Evola" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/julius-evola/">Julius Evola</a> resultase ignorada. Un libro como <em>Rebelión contra el mundo moderno</em> que, traducido en Alemania, despertó gran interés (Gottfried Benn escribió sobre él: «Una obra cuya excepcional importancia se hará evidente en los años que por venir. Quien la lea se sentirá transformado y contemplará Europa con una mirada diferente») en Italia pasa por no escrito.</p>
<p style="text-align: justify;">A la sombra del Littorio, tras la fachada de las águilas y las divisas, continúo prosperando una cultura neutra, insípida, a veces fiel al régimen por un íntimo patriotismo pequeño‑burgués, más a menudo en oculta actitud polémica e instigadora. Hoy en día están de moda las memorias del estilo de las de Zangrandi en las que algunos personajes mediocres del mundo de la política y el periodismo se vanaglorian de haber hecho carrera como fascistas sin serlo en realidad. Es evidente la mala fe de estas escuálidas figuras pero, entre tanta mentira permanece una verdad: la cultura fascista, aquella cultura oficial de los Littoriali della gioventù, detrás de una fachada de homenajes adulatorios al Duce, al Régimen, al Imperio, quedaba una amalgama de socialismo «patriótico», de liberalismo «nacional» y de catolicismo «italiano».</p>
<p style="text-align: justify;">Caída la identidad Italia-Fascismo, destruido en 1943 el concepto tradicional de patria, los socialistas «patrióticos» se convierten en social‑comunistas, los liberales «nacionales» tan sólo en nacionales y los católicos «italianos» en demócrata-cristianos.</p>
<p style="text-align: justify;">Es indudable que el oportunismo ha contribuido a esta fuga general, pero es cierto que si el fascismo hubiese hecho algo para crear una cultura de Derecha, una ciudadela ideológica inexpugnable, algo habría quedado en pie.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-full wp-image-4315" style="margin: 10px;" title="hj-trommel" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/hj-trommel.jpg" alt="" width="183" height="213" />El nacionalsocialismo trabajó sobre unos cimientos mejores. La cultura alemana de Derecha poseía tras de sí una prestigiosa lista de nombres, empezando por los primeros románticos hasta llegar a un Nietzsche. El mismo <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/johann-wolfgang-goethe" target="_blank">Goethe</a></span> ha dejado escritas palabras de desconfianza nada equívocas dirigidas al engreimiento liberal de su tiempo. Igualmente, entre 1918 y 1933, en Alemania floreció la denominada «<a title="revolucion conservadora" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/rivoluzioneconservatrice/">revolución conservadora</a>» en la que se integraban autores de fama europea: Oswald Spengler, <a title="Ernst Jünger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger/">Ernst Jünger</a>, Othmar Spann y Moeller van den Bruck, Ernst von Salomon o Hans Grimm son nombres conocidos también más allá de las fronteras alemanas. El propio <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/thomas-mann" target="_blank">Thomas Mann</a></span> había hecho con sus <em><a title="Consideraciones de un apolitico" href="http://www.amazon.es/gp/product/8493832766/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=cestlaru01-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3626&amp;creative=24822&amp;creativeASIN=8493832766" target="_blank">Consideraciones de un apolitico</a> </em>una contribución fundamental a la causa de la Derecha alemana.</p>
<p style="text-align: justify;">Sin embargo, también aquí el mito del «pueblo» ganó la partida a los gobernantes y la <em>Gleichshaltung</em> hace enmudecer toda crítica, incluyendo la constructiva. No obstante, en comparación con el fascismo, el nacionalsocialismo posee el mérito de obligar a la cultura neutra a rendir cuentas, teniendo conciencia, en mucha mayor medida que el régimen italiano, de representar una auténtica visión del mundo violentamente hostil a todas las putrefacciones y desviaciones de la Europa contemporánea. La muestra de arte degenerado y la quema de libros tuvieron cuanto menos, un significado ideal revolucionario, un carácter de abierta revuelta contra los fetiches de un mundo en descomposición.</p>
<p style="text-align: justify;">Pero también en Alemania se exageró; se atacó encarnizadamente a personajes que podían haberse dejado en paz, como un Benn o un Wiechert, mientras a su vez los depuradores mostraban taras populistas y jacobinas. Existe un librito titulado <em>An die Dunkelmänner unserer Zeit</em> (<em>A los oscurantistas de nuestro tiempo</em>) en el cual Rosenberg responde a los críticos católicos de su <em>Mythus</em> con una vulgaridad que nada tiene que envidiar a Voltaire o a Anatole France.</p>
<p style="text-align: justify;">Sea como fuere, fue en el ambiente nacionalsocialista donde se concibió el ambicioso proyecto de crear una <em>weltanschaulicher Stosstrupp</em>, una tropa de choque en el campo de la visión del mundo para abrir una brecha en el gris horizonte de la cultura neutra y burguesa.</p>
<p style="text-align: justify;">La propia concepción de las SS, su superación del simple nacionalismo alemán por el mito de la raza aria, la concepción del Estado cono Orden viril (<em>Ordenstaatsgedanke</em>), la idea de un imperio europeo germánico sitúan al nacionalsocialismo a la vanguardia en la formulación de contenidos ideológicos de una pura Derecha.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/fascismo-nacionalsocialismo-y-cultura-de-derecha.html' addthis:title='Fascismo, Nacionalsocialismo y cultura de Derecha ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>L&#8217;Italia nel XX secolo</title>
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		<pubDate>Sat, 12 Nov 2011 16:58:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto Lombardo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un libro di Rutilio Sermonti sulla "Storia dell’Italia moderna per gli studenti che vogliono la verità", pubblicato dalle Edizioni all'Insegna del Veltro.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/litalia-nel-xx-secolo.html' addthis:title='L&#8217;Italia nel XX secolo '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storiacontemporanea48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Storia contemporanea" /><br/><p style="text-align: justify;"><a href="http://www.insegnadelveltro.it/libreria/?p=784" target="_blank"><img class="alignright size-medium wp-image-8754" style="margin: 10px;" title="litalia-nel-xx-secolo" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/litalia-nel-xx-secolo-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>È noto quale squallido indottrinamento la scuola italiana imponga agli studenti. Purtroppo, nei decenni passati una destra troppo colpevole ha quasi completamente abbandonato il mondo dell’editoria, dell’università e della scuola nelle mani dei suoi avversari politici e culturali, lasciando così campo aperto alle dottrine più degradanti e mistificatorie. Non soltanto i libri di storia su cui studiano le generazioni da almeno tre decenni, ma anche quelli di filosofia, <a title="letteratura" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/letteratura/">letteratura</a>, educazione civica e via dicendo riflettono univocamente una stessa concezione del mondo e dell’uomo: materialista, economicista, storicista e antitradizionale. Lo si vede in ogni dominio: il marxismo, la psicanalisi e l’evoluzionismo sono i dogmi interpretativi, e ogni modello realmente alternativo a quest’ottica degradante viene severamente bandito con anatemi e <em>crucifige</em>. La scuola italiana è pressoché completamente in mano a un corpo docente di levatura sessantottina, e ciò significa che cambiamenti radicali sono improbabili nel breve e nel medio periodo, dovendosi oggi fare affidamento solo su una graduale opera di esautorazione di questa asfittica cultura dominante, osteggiandola in tutti i campi e soprattutto contrapponendole un’autentica e rigorosa visione del mondo, inconciliabile e alternativa. Si tratta di riuscire ad affermare, con il coraggio che è richiesto dalle idee nobili, principi e valori che precedono il culto del degrado e della sovversione oggi imperanti in ogni dominio, per restituire dignità e valore alla nostra cultura.</p>
<p style="text-align: justify;">È con questo spirito che Rutilio Sermonti, un uomo indubbiamente di destra e ancora più indubbiamente coraggioso e battagliero, si è accinto a scrivere <em>L’Italia nel XX secolo</em>, una “Storia dell’Italia moderna per gli studenti che vogliono la verità”, come recita il sottotitolo di questo interessante libro stampato recentemente dalle Edizioni all’Insegna del Veltro di Parma. Sermonti non ha peli sulla lingua: rivisita con piglio critico cento anni di “storia patria” secondo la sua visione politica – e, diciamolo francamente, questo costituisce già di per sé una notevole novità in campo storiografico. Le poco più di duecento pagine del volume contengono almeno altrettante confutazioni di luoghi comuni, spesso stese con quella vivacità di chi sa di affermare tesi controcorrente ed ha una forte motivazione ideale. Certo, alcune pagine arrivano a vibrare di una tensione “nazionalista” che difficilmente si potrebbe condividere <em>in toto</em>: ma in generale il libro è scritto davvero bene, e ha il pregio fondamentale della rivisitazione in chiave critica.</p>
<p style="text-align: justify;">Già nelle premesse sull’unificazione dell’Italia Sermonti scrive che questa fu attuata in maniera troppo brusca e che apparve «alla maggioranza dei sudditi come un fatto imposto dall’esterno». Non mancano le critiche alla disastrosa epoca del giolittismo e alla conduzione della campagna di aggressione della Libia, sfociata in diversi episodi sanguinosi che si sarebbe ben potuto evitare con una politica estera più assennata.</p>
<p style="text-align: justify;">Circa la Grande Guerra, Sermonti ricostruisce le tendenze e i fervori che portarono a quella autentica carneficina nel cuore di Europa, e scrive – io credo assai giustamente – che «ciò si doveva soprattutto alla mentalità ottocentesca degli alti comandi, tutti provenienti da scuole di guerra fondate sull’esperienza del secolo precedente, in cui le offensive erano affidate a masse di fanterie, che attaccavano a ondate puntando a travolgere il nemico coll’impeto finale dell’arma bianca (baionetta), coadiuvate con manovre e cariche di cavalleria. Già al declino dell’Ottocento, invero, l’introduzione dei fucili a retrocarica, presto con caricatore multiplo, aveva cominciato a consigliare vivamente di cambiare sistema».</p>
<p style="text-align: justify;">Il fatto che Sermonti sia un uomo di destra non deve far pensare che nel libro si trovi un’apologia sciocca e acritica del fascismo. Anzi, l’autore mette ben in luce, nel capitolo dedicato al Ventennio, le tante correnti e anche le peculiarità irriducibili del movimento mussoliniano, le sue pieghe nascoste, i suoi pregi e i suoi difetti in una visione circolare e non semplicistica, come è invece quella demonizzante oggi imperante. Ampio spazio è riservato alla rilettura del conflitto e di quel drammatico sogno di riparazione dell’onore nazionale infranto che si incarnò a Salò.</p>
<p style="text-align: justify;">Le pagine scorrono via, poi, nella parte dedicata alla “Repubblica antifascista”, con l’asservimento definitivo dell’Italia a interessi extranazionali ed anche extraeuropei. Si entra così nell’epoca della svendita e del saccheggio di una nazione, che culminano con le note vicende di “Tangentopoli”.</p>
<p style="text-align: justify;">Il libro si conclude con una visione assai disincantata del presente, tra un <em>excursus</em> sullo strapotere dei media e il lavaggio dei cervelli e un paragrafo davvero significativo sul <em>diktat</em> dell’integrazione razziale che grava, come una gigantesca spada di Damocle, sul destino di tutti noi Europei.</p>
<p style="text-align: justify;">In conclusione, questo libro di Sermonti è un primo, importante e coraggioso contributo alla rivisitazione della <a title="storia contemporanea" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/storia-contemporanea/">storia contemporanea</a> secondo i parametri di un’autentica libertà intellettuale.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">R. Sermonti, <em>L’Italia nel XX Secolo</em>, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma, 2001, euro 15,43.</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>La Padania</em> del 9 marzo 2002.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/litalia-nel-xx-secolo.html' addthis:title='L&#8217;Italia nel XX secolo ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Quando l&#8217;archeologia si specchia nel tempo</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Nov 2011 17:59:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Leonello Rimbotti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Molti degli edifici che fecero corona a quella vicenda folgorante che fu l’ascesa del Nazionalsocialismo sono ancora lì. Basta lasciarsi guidare da un’eccezionale iniziativa editoriale, che con una serie di pubblicazioni sta dando vita a vere e proprie guide specialistiche.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/quando-larcheologia-si-specchia-nel-tempo.html' addthis:title='Quando l&#8217;archeologia si specchia nel tempo '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storiacontemporanea48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Storia contemporanea" /><br/><div id="attachment_8707" class="wp-caption alignright" style="width: 234px"><img class="size-medium wp-image-8707" title="Manifestazione nazionalsocialista alla Feldherrnhalle, Monaco." src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/feldherrenhalle1-224x300.jpg" alt="Manifestazione nazionalsocialista alla Feldherrnhalle, Monaco." width="224" height="300" /><p class="wp-caption-text">Manifestazione nazionalsocialista alla Feldherrnhalle, Monaco.</p></div>
<p style="text-align: justify;">È un vero e proprio viaggio nell’archeologia del Novecento. Non si parla infatti delle rovine di antiche civiltà, dei resti muti e affascinanti di templi o arene, ma della presenza ancora viva di testimonianze di pietra relativamente recenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Molte città europee nascondono nei loro anfratti memorie antiche e meno antiche, alle volte appariscenti, altre volte nascoste, quasi timidamente appartate. Basta saper guardare, ed ecco che il passato improvvisamente riappare. In Germania, ad esempio. I bombardamenti a tappeto della Seconda Guerra Mondiale, che hanno semidistrutto la quasi totalità delle città tedesche, e poi la rapida ricostruzione del dopoguerra, non sono stati sufficienti per azzerare un tessuto urbano ancora leggibile.</p>
<p style="text-align: justify;">Il <a title="medioevo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/medioevo/">Medioevo</a> gotico, il barocco, lo stile del neoclassicismo ottocentesco sono ancora ben presenti, uno accanto all’altro. E ben visibili sono anche le presenze del Terzo Reich, con un giacimento architettonico di tutto rispetto. Monumenti, edifici amministrativi, impianti sportivi, palazzi di rappresentanza, case d’abitazione, strutture militari: le nuove e modernissime città della Germania sono risorte accanto alle numerose realizzazioni che il “Reich millenario”, nella manciata di anni che ebbe a disposizione, riuscì a compiere. A volte soffocando ed emarginando, altre volte riutilizzando la modernità, ha comunque stabilito un suo <em>modus vivendi</em> con lo scottante passato “imperiale”: e qui noti un bassorilievo, là un fregio, certe volte un colonnato oppure un piccolo particolare, una data, un ornamento non scalpellato.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libreriauniversitaria.it/orme-terzo-reich-monaco-itinerari/libro/9788890278136?a=395521" target="_blank"><img class="alignleft size-medium wp-image-8704" style="margin: 10px;" title="orme-del-terzo-reich-monaco" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/orme-del-terzo-reich-monaco-216x300.jpg" alt="" width="216" height="300" /></a>Molti degli edifici che fecero corona a quella vicenda folgorante che fu l’ascesa del Nazionalsocialismo sono ancora lì. Basta lasciarsi guidare da un’eccezionale iniziativa editoriale, che con una serie di pubblicazioni sta dando vita a vere e proprie guide specialistiche. Esse ci introducono alla presenza leggibile e riconoscibile del Terzo Reich nelle moderne città tedesche. Un modo di fare storia, questo, che è documentazione, testimonianza, valorizzazione della memoria di un’epoca che ha comunque segnato il Novecento, e non solo. L’iniziativa è dell’Editrice Thule Italia, si intitola <em>Orme del Terzo Reich</em>, ed è concepita come una collana, <em>Itinerari fra storia e architettura</em>, di cui sono già uscite le due monografie su Berlino e su Monaco, e di cui è annunciata come prossima una terza, quella su Norimberga.</p>
<p style="text-align: justify;">Non semplici guide, in realtà, ma molto di più. Libri di storia, documenti iconografici, e con una cura per il dettaglio che comprova la scientificità e la qualità di questa originale iniziativa. Si presentano itinerari, si ricostruiscono gli scenari storici indicandocene le attestazioni sopravvissute, aprendoci così al racconto dell’epopea politica e insieme offrendo un ricchissimo repertorio fotografico, che rappresenta decine e decine di edifici come erano all’epoca e come sono oggi, con apparati didascalici preziosi, in grado di fornire una esauriente mappatura circa la consistenza e la dislocazione dei numerosi edifici ancora oggi visibili, di quelli modificati e di quelli andati distrutti. Parliamo dunque di uno strumento utilissimo per il ricercatore, per l’appassionato di storia, per il cultore degli stili architettonici e, soprattutto, per tutti coloro che hanno a cuore l’identità storica delle nostre città europee. Che sono veri scrigni di storia, stratificazioni secolari in cui la volontà, la lotta, il destino dei nostri popoli sono incisi quasi fisicamente sulla pietra.</p>
<p style="text-align: justify;">L’inserimento della struttura urbana qual’era prima del 1945 e qual è oggi nel quadro di una ricostruzione storica e iconografica di prima qualità, permette al lettore di seguire passo passo gli avvenimenti politici e il contesto urbano in cui essi avvennero. A Monaco possiamo così, ad esempio, fermarci davanti al numero 41 di Thierschstrasse, la casa che Hitler abitò al tempo del Putsch del 1923, perfettamente tenuta, oppure davanti al terrazzo del terzo piano della Prinzregentenplatz, dove il Führer portò in seguito la sua residenza monacense, e che oggi è la ben conservata sede della polizia. Al numero 50 della Schellingstrasse, a poca distanza dalla famosa loggia ottocentesca della Feldhernnhalle, dove si celebravano i riti nazionalsocialisti, e che è stata risparmiata dai bombardamenti, si trova ancora l’edificio in cui, dal 1925 al 1931, fu stabilito il quartier generale della NSDAP. L’aquilotto in pietra, sovrastante l’architrave del portone, è ancora al suo posto: gli manca solo la testa. E, accanto, in quello che fu il negozio del fotografo Hoffmannn (le foto degli anni Trenta mostrano le vetrine piene di ritratti del Führer), oggi c’è un rivenditore di biciclette.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libreriauniversitaria.it/orme-terzo-reich-berlino-itinerari/libro/9788890278129?a=395521" target="_blank"><img class="alignright size-medium wp-image-8705" style="margin: 10px;" title="orme-del-terzo-reich-berlino" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/orme-del-terzo-reich-berlino-210x300.jpg" alt="" width="210" height="300" /></a>Nella fitta serie di documenti del libro dell’Editrice Thule Italia dedicato a Monaco spicca la documentazione relativa a due grandi palazzi costruiti nel 1935, su progetto originale di Paul Troost: il Führerbau, al n. 21 della Arcisstrasse, dove vennero firmati gli accordi di Monaco, e il Verwaltungsbau, cioè l’edificio amministrativo del partito, sulla Meiserstrasse: entrambi intatti, oggi sono la sede dell’Accademia musicale (da cui sono state tolte solo le enormi aquile al di sopra dei loggiati esterni) e un Istituto di storia dell’arte. E la celebre Casa dell’Arte Tedesca è rimasta al suo posto, solo un po’ oltraggiata dal <em>guard-rail</em> di un recente sottopasso.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche a Berlino, a parte i più noti edifici come lo stadio olimpico, numerose sono le tracce della nazi-Era armonicamente inserite nel quadro nella nuova megalopoli. Basta pensare al vasto edificio del Ministero dell’Aviazione di Goering, in puro stile neoclassico, oggi adibito a Ministero delle Finanze, sulla famosa Wilhelmstrasse. Oppure, all’ambasciata italiana costruita nel 1940, al palazzone dell’amministrazione comunale berlinese, costruito da Speer nel 1938, fino ai lampioni della Bismarckstrasse, che sono ancora quelli scelti dallo stesso Speer lungo l’Asse Est-Ovest da lui tracciato. Oppure, ancora, i numerosi monoblocchi dei bunker anti-aerei, la Casa dell’Arbeitsfront, l’abitazione di Leni Riefenstahl a Dahlem, il villaggio olimpico&#8230; decine, centinaia di documenti di pietra, grandi e piccoli. Forse è anche per questo che, come lamentano certi storici, in Germania il passato non passa.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>Linea</em> del 24 gennaio 2010.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/quando-larcheologia-si-specchia-nel-tempo.html' addthis:title='Quando l&#8217;archeologia si specchia nel tempo ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>La coda di paglia della storiografia inglese e la guerra d’inverno finno-sovietica del 1939-40</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Nov 2011 16:33:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Lamendola</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il saggio di Douglas Clark Tre giorni alla catastrofe è un buon esempio della parzialità e della scarsa onestà intellettuale degli storici anglosassoni a proposito della guerra d’inverno finno-sovietica del 1939-40.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/la-coda-di-paglia-della-storiografia-inglese-e-la-guerra-d%e2%80%99inverno-finno-sovietica-del-1939-40.html' addthis:title='La coda di paglia della storiografia inglese e la guerra d’inverno finno-sovietica del 1939-40 '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storiacontemporanea48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Storia contemporanea" /><br/><p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-medium wp-image-8351" style="margin: 10px;" title="finlandia" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/finlandia-193x300.jpg" alt="" width="193" height="300" />Perché Hitler era “cattivo” quando invadeva la Polonia il 1° settembre 1939, mentre Stalin non lo era quando faceva la stessa cosa, pugnalando alle spalle i Polacchi già in rotta, il 17 dello stesso mese?</p>
<p style="text-align: justify;">Perché Hitler era malvagio e in malafede quando invadeva la Danimarca e la Norvegia, nell’aprile del 1939, mentre prima Churchill e poi Roosevelt non lo erano, allorché facevano occupare l’Islanda da un esercito di 40.000 uomini, vale a dire più numeroso della popolazione maschile adulta di tutta l’isola?</p>
<p style="text-align: justify;">E perché Hitler era perfido e brutale quando occupava la Boemia e la Moravia, nel marzo del 1939, senza sparare un colpo di fucile e su richiesta formale del presidente cecoslovacco Hacha; mentre Stalin, di nuovo, era animato da motivazioni strategiche puramente difensive, allorché lanciava la campagna d’inverno contro la Finlandia, che sarebbe costata 24.934 morti e 43.557 feriti ai finlandesi e 48.745 morti e 158.863 feriti ai sovietici, e avrebbe costretto la Finlandia a cedere il 10% del proprio territorio e il 20% delle proprie risorse industriali?</p>
<p style="text-align: justify;">Soffermiamoci su quest’ultimo episodio, invero scarsamente studiato (e per ragioni non del tutto limpide) dalla storiografia dei “vincitori”.</p>
<p style="text-align: justify;">Un buon esempio della parzialità e della scarsa onestà intellettuale degli storici anglosassoni, e specialmente britannici, a proposito della guerra d’inverno finno-sovietica del 1939-40, è offerto dal saggio di Douglas Clark, apparso più di quattro decenni or sono, <em>Tre giorni alla catastrofe</em> (titolo originale: <em>Three Days to Catastrophe</em>, 1966; traduzione italiana di Anna Piva e Girolamo Negri, Milano, Mondadori, 1967, pp. 33-37):</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">«Quando scoppiò il conflitto finlandese, il mondo occidentale sostenne che, in quanto a cinismo politico e appetito territoriale, c’era poco da scegliere tra la Russia comunista e la Germania nazista. Viceversa, sia i negoziati, sia il modo in cui venne condotta la guerra, provano il contrario. A differenza di Hitler, la cui tecnica di negoziazione consisteva nel domandare sempre di più, Stalin e Molotov avevano cercato seriamente di giungere a un compromesso. Per due volte avevano modificato le loro richieste, dando prova di pazienza e comprensione, e si erano dimostrati pronti a spendere tempo ed energia nel tentativo di arrivare a una soluzione pacifica. Tra il loro primo approccio diplomatico a Helsinki e l’incidente di Mainila [il 26 novembre 1939, che fece da esca al divampare del conflitto] erano trascorsi cinquantadue giorni. Né, come gli eventi avrebbero dimostrato, i sovietici volevano più di quanto avevano richiesto. Certo Molotov fu esageratamente rassicurante nel dichiarare per radio il 29 novembre, alla vigilia dell’invasione: “Noi guardiamo alla Finlandia, qualunque regime sia destinato a prevalervi [allusione molto discreta al fatto che i Sovietici stavano mettendo in piedi un governo finlandese fantoccio e filocomunista guidato da Kuusinen], come a uno Stato sovrano e indipendente nel quadro per quanto riguarda sia la sua politica interna che quella estera”; i più gravi timori dei paesi scandinavi si dimostrarono però ingiustificati. La Guerra d’Inverno non sarebbe stata un punto di partenza per altre conquiste, ma, come Mosca insistette sempre, un’operazione con scopi limitati.</p>
<p style="text-align: justify;">Contro chi erano diretti, in realtà, i negoziati di ottobre-novembre [fra Helsinki e Mosca, su invito di quest’ultima]: questo è il vero punto della questione.</p>
<p style="text-align: justify;">La posizione geografica della Finlandia era considerata un fattore chiave in tutti i calcoli politico-militari sovietici. I russi prevedevano, giustamente, che la guerra europea non avrebbe avuto un raggio ristretto e che, comunque si fosse sviluppata, la Finlandia vi sarebbe stata coinvolta. Mosca, quindi, riteneva che prevenire i potenziali nemici creando delle solide basi militari nel territorio finlandese fosse un’essenziale misura di precauzione e una mossa difensiva più che necessaria.</p>
<p style="text-align: justify;">Ogni grande nazione occidentale era potenzialmente un nemico della Russia, e di nessuna l’Unione Sovietica poteva fidarsi. Il più grave pericolo da scongiurare era che Inghilterra e Francia si accordassero improvvisamente con Hitler, dandogli libertà di premere verso est o unendosi addirittura a lui in una nuova alleanza anti-sovietica. Mosca non escludeva, infatti, neanche quest’ultima possibilità. Stalin ricordava bene l’atteggiamento di Chamberlain e Daladier nella crisi cecoslovacca del ’38, e li aveva ricambiati di uguale moneta durante le manovre diplomatiche di quell’estate. Su queste basi di diffidenza reciproca, niente poteva essere esclusivo. Questo spiega perché l’Unione Sovietica intendesse assicurarsi a ogni costo il controllo di Petsamo, un bottino veramente magro, ma che poteva interessare potenzialmente la Gran Bretagna. Gli inglesi avrebbero potuto sfruttare questo porto artico per mandare aiuti militari in Finlandia anche se l’accesso al Baltico fosse stato chiuso. Ma, naturalmente, la prospettiva più probabile non era solo quella di un accordo anglo-francese con Hitler: questo era solo il peggio che potesse capitare. Con o senza accordo, la prima minaccia era la Germania. Nonostante l’accordo di agosto, questa Potenza rimaneva un pericolo stabile per l’Unione Sovietica. Esaltato dall’immediato successo sulla Polonia, Hitler, dopo un momento di respiro, avrebbe potuto riprendere la sua spinta verso est, rompendo i patti con l’URSS, con la stessa disinvoltura dimostrata in tante altre occasioni. Soltanto questo timore poteva spiegare le apprensioni della Russia circa Leningrado. Nessuna potenza, eccetto la Germania, rappresentava una seria minaccia per la città; ma per i tedeschi, se fossero avanzati a tenaglia lungo i due lati del Baltico e del Golfo di Finlandia, Leningrado sarebbe stata una facile conquista. Poiché lungo le coste meridionali gli unici Paesi sul percorso dell’avanzata erano la Lituania, la Lettonia e l’Estonia, nei mesi di settembre e ottobre Mosca si affrettò a installare delle basi territoriali in ognuno di questi territori. Ma sull’altro lato della tenaglia, quale resistenza avrebbero potuto opporre i finlandesi, con le loro esili risorse, se Hitler avesse domandato il permesso di transito per le sue truppe? Lasciare la Finlandia neutrale e senza appoggi non era certo una mossa strategica sicura per l’U.R.S.S.»</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Potremmo continuare, ma crediamo che basti.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/la-guerra-dinverno-finlandia-e-unione-sovietica-1939-1940/8784" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-8689" style="margin: 10px;" title="la-guerra-dinverno" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/la-guerra-dinverno.jpg" alt="" width="200" height="291" /></a>La tortuosità e la dubbia onestà di giudizio storico spingono il Clark a sostenere addirittura, senza batter ciglio, che la Russia lanciò la sua guerra di aggressione contro la Finlandia… per non lasciarla priva di appoggio contro Hitler, il quale &#8211; però &#8211; non pensava affatto di minacciarne l’indipendenza e anzi, sollecitato dai finlandesi a promettere un qualche appoggio in caso di attacco sovietico, si rifiutò in modo categorico, per non irritare il suo alleato Stalin.</p>
<p style="text-align: justify;">Quanto al fatto che Stalin avrebbe ripagato &#8211; secondo Clark &#8211; Chamberlain e Daladier con la loro stessa moneta, dopo la Conferenza di Monaco, mediante il patto Molotov-Ribbentrop dell’agosto 1939, ci vuole veramente molta faccia tosta per mettere sullo stesso piano i due avvenimenti diplomatici. L’uno, la Conferenza di Monaco del settembre 1938, era stato pensato per giungere a una mediazione internazionale sulla questione dei Sudeti (abitati, non lo si dimentichi, da tre milioni e mezzo di Tedeschi posti sotto la sovranità cecoslovacca) e per salvare la pace mondiale; l’altro, il patto tedesco-sovietico dell’agosto 1939, fu un accordo di non aggressione tra le due Potenze, accompagnato da un protocollo segreto che stabiliva la spartizione della Polonia e dei Paesi Baltici fra esse. E questo, quando Londra e Parigi avevano già dato a Varsavia assicurazioni di sostegno incondizionato in caso di guerra, ma soltanto contro Berlino.</p>
<p style="text-align: justify;">L’elenco delle politica dei due pesi e delle due misure in questo breve brano di prosa potrebbe proseguire a lungo. Ad esempio, si potrebbe osservare che Stalin viene perfettamente giustificato se diffidava della parola di Hitler, dato che quest’ultimo «aveva già tante volte mostrato la sua disinvoltura rompendo i patti» sottoscritti con altri Stati; mentre nulla si dice, pudicamente, del modo in cui l’Unione Sovietica ruppe disinvoltamente i patti con vari Paesi, prima e durante la seconda guerra mondiale, ad esempio quando dichiarò guerra a tradimento contro il Giappone, già messo in ginocchio dalle sconfitte militari e dalle due bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki, nell’agosto del 1945.</p>
<p style="text-align: justify;">E c’è bisogno di ricordare la strage di Katyn, dove circa 22.000 Polacchi, tra i quali 8.000 ufficiali già fatti prigionieri con la “pugnalata alla schiena” del 17 agosto 1939, venero giustiziati con un colpo alla nuca e gettati in grandi fosse comuni, allo scopo di decapitare una volta per tutte la classe dirigente di quella nazione?</p>
<p style="text-align: justify;">Perfino l’invasione dell’Estonia, della Lettonia e della Lituania, avvenuta in due fasi, tra il 1939 e il 1940, viene presentata come una giusta e necessaria mossa difensiva da parte dell’Unione Sovietica, sulla base della legittima “azione preventiva”: come dire che, quando si ha a che fare con un tipo come Hitler (quasi che Stalin fosse stato moralmente migliore di lui), qualunque violazione delle norme internazionali diventa lecita e perfino inevitabile: perché il fine giustifica i mezzi, come insegna Machiavelli.</p>
<div id="attachment_8690" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-8690" title="Soldati finlandesi in trincea durante la Guerra d'inverno." src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/guerra-dinverno-300x168.jpg" alt="Soldati finlandesi in trincea durante la Guerra d'inverno." width="300" height="168" /><p class="wp-caption-text">Soldati finlandesi in trincea durante la Guerra d&#39;inverno.</p></div>
<p style="text-align: justify;">Non sostiene forse, il Clark, che i Sovietici, durante i colloqui di Mosca con i rappresentanti finlandesi, «avevano dato prova di pazienza e comprensione», quasi che fossero stati i Finlandesi ad avanzare esose richieste, e non i Sovietici, invece, a pretendere la cessione di posizioni strategiche, senza le quali la Finlandia si sarebbe trovata alla mercé del suo potente vicino, proprio come stava avvenendo all’Estonia, alla Lettonia e alla Lituania?</p>
<p style="text-align: justify;">È proprio il caso di dire, con Fedro, che, quando il lupo ha deciso di aggredire l’agnello e accusa quest’ultimo di sporcargli l’acqua in cui si vuole dissetare, a nulla giova fargli notare che ciò è impossibile, dal momento che lui, il lupo, si trova a monte del corso d’acqua, mentre l’agnello si trova a valle; o fargli notare, quando accusa l’agnello di aver parlato male di lui sei mesi prima, che il povero agnello, a quell’epoca, non era neppure nato…</p>
<p style="text-align: justify;">Eh, sì, questi benedetti Finlandesi: che arroganza, volersi opporre a una serie di mutilazioni territoriali e strategiche, quando erano in gioco i “sacri” diritti di una grande Potenza; una Potenza che, di lì a poco, si sarebbe messa alla testa della crociata mondiale contro la piovra nazista, e quindi in difesa della libertà di tutti i popoli oppressi o minacciati dall’Asse.</p>
<p style="text-align: justify;">In effetti, tutto il libro di Douglas Clark è finalizzato a dimostrare l’indimostrabile, e cioè che l’alleanza realizzatasi nel 1941 fra Gran Bretagna (e Stati Uniti) da una parte, e Unione Sovietica dall’altra, era inevitabile, perché si trattava di Potenze sostanzialmente pacifiche, costrette a difendersi dalla irragionevole aggressività tedesca e, perciò, destinate a ritrovarsi dalla stessa parte: la parte “giusta” della barricata, la parte “giusta” della storia, contro il nazifascismo e in difesa della libertà di tutti i popoli del mondo.</p>
<p style="text-align: justify;">Peccato che da questo idilliaco quadretto non risulti né la posizione di dominio mondiale dell’Impero britannico, che, con gli Stati Uniti, si era accaparrato la maggior parte delle risorse del pianeta, e teneva in soggezione centinaia di milioni di persone in Asia e in Africa; né le palesi assurdità e ingiustizie della Pace di Versailles del 1919; né il tenace rancore della Francia verso la Germania; né la subdola strategia di Stalin, totalitaria all’interno (vedi la collettivizzazione forzata delle campagne e le “grandi purghe”, fino all’assassinio di Trotzkij nel Messico); né l’insaziabile voracità mostrata dal dittatore sovietico che, mentre il suo collega tedesco invadeva la Polonia, si assicurava la metà orientale di quel Paese, e che poi, mentre era in corso la campagna di Francia, inghiottiva in un solo boccone l’Estonia, la Lettonia e la Lituania, per non parlare della Bessarabia della Bucovina settentrionale, sottratte poco dopo, con un ultimatum brigantesco di 24 ore, alla Romania.</p>
<p style="text-align: justify;">Il fatto è che Douglas deve sforzarsi di giustificare la tesi centrale del suo libro: che cioè, come suggerisce il titolo, per uno scarto soli di tre giorni gli Alleati evitarono di commettere l’errore irreparabile di entrare in guerra contro l’Unione Sovietica, in difesa della Finlandia. L’armistizio finno-sovietico del marzo 1940, infatti, mandò a vuoto, all’ultimo momento, il piano strategico messo a punto dagli Stati Maggiori francese e britannico per impadronirsi di Narvik, sulla costa norvegese, e di lì, per marciare con truppe scelte sulle miniere di ferro svedesi di Kiruna e Gallivare, così necessarie all’economia bellica tedesca; per collegarsi infine, attraverso il porto di Lulea, sul Golfo di Botnia, con l’esercito finlandese in lotta sull’Istmo di Carelia, sulla cosiddetta “Linea Mannerheim”.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo sbarco a Narvik e in altri porti norvegesi, comunque, ebbe realmente luogo nell’aprile 1940 e provocò, per reazione, l’invasione tedesca del Paese scandinavo (assieme alla Danimarca); altra circostanza che i volonterosi storici liberaldemocratici cercano in tutti i modi di occultare o, quanto meno, di minimizzare.</p>
<p style="text-align: justify;">La tesi centrale del libro è che, se l’armistizio tra Finlandia e Unione Sovietica avesse tardato ancora di soli tre giorni, l’irreparabile (dal punto di vista britannico) sarebbe accaduto; e l’Inghilterra e la Francia, cedendo all’«isterismo» della stampa e dell’opinione pubblica occidentali &#8211; così egli chiama l’ondata di simpatia per la causa finlandese &#8211; si sarebbe trovata in guerra, oltre che contro Hitler, anche contro Stalin. Mentre il vero nemico da distruggere, si sa, era Hitler, non Stalin, che era un uomo politico ragionevole e dalle pretese internazionali addirittura modeste, come aveva mostrato nel corso dei colloqui di Mosca con i finlandesi e poi, di nuovo, con le “limitate” richieste a conclusione della <a title="guerra d'inverno" href="http://www.video-storia.it/la-guerra-dinverno/125" target="_blank">guerra d’inverno</a> (che costrinsero il 12% della popolazione finlandese ad abbandonare le proprie case, per non dover divenire cittadini sovietici).</p>
<p style="text-align: justify;">Quando si vuol dimostrare una tesi preconcetta, per giunta dettata dalla volontà di giustificare “a posteriori” le scelte di politica estera della propria nazione, avviene che si scartino sistematicamente tutti i fatti che discordano da essa, mentre si accolgono e si gonfiano a dovere, se necessario, tutti quelli che la possono suffragare. Ma questa non è storia, è solamente la propaganda dei vincitori, decisi ad imporre la propria interpretazione dei fatti alle generazioni future; ed è, in effetti, il modo in cui essa viene tuttora insegnata sui banchi di scuola di tutto il mondo e sostenuta, attraverso migliaia e migliaia di pubblicazioni, dai volonterosi rappresentanti della cultura accademica, così nei Paesi ex vincitori come in quelli che furono sconfitti.</p>
<p style="text-align: justify;">Come sarebbe possibile, stante questo massiccio e sistematico condizionamento culturale, presentare sotto una luce diversa, e meno lusinghiera, le “nobili” e “pacifiche” intenzioni di Chamberlain, Daladier, Curchill, Roosevelt e Stalin?</p>
<p style="text-align: justify;">Come giustificare, altrimenti, la pace punitiva che essi imposero alle nazioni del Tripartito alla fine della seconda guerra mondiale e specialmente alla Germania, che solo nel 1989 ha visto cadere il Muro di Berlino e ritrovare la propria unità nazionale?</p>
<p style="text-align: justify;">E come ammettere che le piccole nazioni, come la Finlandia, non furono in complesso trattate meglio dalle Potenze alleate, rispetto a quanto fecero quelle dell’Asse; tanto è vero che tutti i piccoli Stati dell’Europa centro-orientale vennero abbandonati, a guerra finita, all’ingordigia di Stalin, Polonia compresa, dopo aver proclamato per oltre cinque anni che la guerra era stata fatta per difendere il diritto all’indipendenza di tutti gli Stati, e specialmente della Polonia, contro la prepotenza hitleriana?</p>
<p style="text-align: justify;">È veramente lunga, la coda di paglia degli storici inglesi, americani e russi e, in genere, di quasi tutti gli storici contemporanei, i quali hanno propagato la leggenda di una superiorità morale delle Potenze vincitrici su quelle sconfitte, in modo da accreditare la loro interessata interpretazione della storia recente: secondo la quale, finalmente, la forza e il diritto avrebbero finito per coincidere &#8211; come nei migliori <em>western</em> hollywoodiani -, con incalcolabile beneficio per il mondo intero…</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/la-coda-di-paglia-della-storiografia-inglese-e-la-guerra-d%e2%80%99inverno-finno-sovietica-del-1939-40.html' addthis:title='La coda di paglia della storiografia inglese e la guerra d’inverno finno-sovietica del 1939-40 ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Da Giovane Europa ai Campi Hobbit</title>
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		<pubDate>Thu, 27 Oct 2011 07:26:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Roberto Alfatti Appetiti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Le edizioni Controcorrente di Napoli hanno dato alle stampe Da Giovane Europa ai Campi Hobbit di Giovanni Tarantino, una storia della destra giovanile italiana post '68.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/da-giovane-europa-ai-campi-hobbit.html' addthis:title='Da Giovane Europa ai Campi Hobbit '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storiacontemporanea48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Storia contemporanea" /><br/><p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/da-giovane-europa-ai-campi-hobbit/9670" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-8643" style="margin: 10px;" title="da-giovane-europa-ai-campi-hobbit" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/da-giovane-europa-ai-campi-hobbit.jpg" alt="" width="200" height="279" /></a>La narrazione della storia più recente è affidata soprattutto alla memorialistica, il cui peccato veniale – e limite spesso insuperabile – è l’autocompiacimento. Nel libro di Giovanni Tarantino, giovane storico palermitano e giornalista freelance (già redattore di EPolis e collaboratore del Secolo d’Italia, di cui è firma apprezzata), che le edizioni Controcorrente di Napoli hanno appena dato alle stampe, <a title="Da Giovane Europa ai Campi Hobbit" href="http://www.libriefilm.com/da-giovane-europa-ai-campi-hobbit/9670" target="_blank"><em>Da Giovane Europa ai Campi Hobbit</em></a> (pp. 201, € 10), non ce n’è traccia.</p>
<p style="text-align: justify;">Per l’autore, classe 1983, nessuna militanza politica alle spalle, gli anni tra il 1966 e il 1986 – «vent’anni di esperienze movimentiste al di là della destra e della sinistra», recita il sottotitolo – sono stati essenzialmente materia di studio e, non a caso, il saggio prende vita dalla sua documentata tesi di laurea in storia contemporanea. Una ricerca arricchita da testimonianze inedite, tutt’altro che facile da realizzare e anche per questo particolarmente preziosa, come certifica nella postfazione Luigi G. de Anna. La ricostruzione, senza ammiccamenti né omissioni, del cammino di più generazioni di militanti, in un dopoguerra che sembrava non finire mai, verso sintesi nuove che avrebbero consentito loro di farla finita con i miti incapacitanti, le parole d’ordine, tanto perentorie quanto anacronistiche, l’anticomunismo di maniera, il reducismo fine a se stesso e tutto l’armamentario, estetico ed estetizzante, del neofascismo italiano. Uscire dal tunnel del neofascismo, per dirla con una felice espressione coniata proprio dalla Nuova Destra, il movimento d’idee su cui Tarantino si sofferma con dovizia di particolari, sottolineando il filo rosso che lo lega ai “fratelli maggiori” della Giovane Europa, l’organizzazione fondata dal belga Jean Thiriart nel 1962. Con la “scoperta” dell’europeismo – l’Europa dei popoli, non certo quella dei banchieri – e il superamento del nazionalismo patriottardo, avviene una vera e propria mutazione antropologica e culturale prima ancora che politica. Se fino a quel momento, infatti, i neofascisti si erano limitati alla testimonianza di un mondo che non c’era più, in cui quel che contava era – come suggeriva <a title="Julius Evola" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/julius-evola/" target="_blank">Julius Evola</a> – rimanere in piedi tra le rovine, con Giovane Europa facevano finalmente irruzione nell’attualità, uscendo dai vecchi recinti di appartenenza, senza complessi, scoprendosi parte integrante del proprio tempo.</p>
<p style="text-align: justify;">«Proprio facendo riferimento al mondo giovanile dal quale queste realtà nascevano – sottolinea Tarantino – emergeva un dato fondamentale: le pulsioni di chi le animava erano assolutamente contestualizzate nell’ambito dei grandi fenomeni generazionali di due determinati periodi, il ’68 e il ’77, di cui hanno rappresentato espressioni compiute e legittime».</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/la-rivoluzione-impossibile/7221" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-8645" style="margin: 10px;" title="la-rivoluzione-impossibile" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/la-rivoluzione-impossibile.jpg" alt="" width="200" height="291" /></a>Il conservatorismo del Msi, intento a coltivare la rendita di posizione del partito d’ordine, fece sì che quella del ’68 divenne «un’occasione mancata» – come la definì Marco Tarchi –per i giovani di destra. Collocazione, quest’ultima, su cui nel libro di Tarantino si registra l’affettuoso «contrasto» tra il prefatore, Franco Cardini, e lo stesso Luigi G. de Anna, entrambi ex militanti di Giovane Europa e successivamente interlocutori privilegiati della Nuova Destra. «Eravamo ragazzi che avevano sbagliato collocazione», scrive nelle prime pagine lo storico fiorentino. «Noi, però, non fummo mai di sinistra», puntualizza il secondo, malgrado la pluralità di riferimenti non confinati al solito <em>pantheon</em> di autori di destra e la condivisione, con i coetanei di sinistra, dello spirito libertario della contestazione e l’infatuazione per icone “rivoluzionarie” come Che Guevara. Sta di fatto che il racconto sui due movimenti, sia pure diversi per contesto storico e ambizioni, non può certo esaurirsi <em>tout court</em> con la convenzionale collocazione storiografica nel solco dei gruppi neofascisti, o postfascisti che dir si voglia. L’insofferenza per l’ambiente di provenienza, del resto, era talmente forte da necessitare di un radicale cambio di mentalità, nuove forme di comunicazione – fumetti (autoironici come <em>La voce della fogna</em>) e radio libere – ma anche di strappi politici e simbolici. A cominciare dalla croce celtica, introdotta proprio da Giovane Europa e poi sventolata nei Campi Hobbit che si tennero tra il 1977 e il 1981, malgrado i vertici del Msi l’avessero dichiarata “fuorilegge”.</p>
<p style="text-align: justify;">Tarantino nel libro cita, al riguardo, la spiegazione offerta da Gianni Alemanno, militante e poi segretario nazionale del Fronte della Gioventù: «Era la rottura con la vecchia cultura simbolica del partito – dice il sindaco di Roma – e l’affermarsi di un gramscismo di destra che prevedeva l’uso della metapolitica per conquistarsi la società civile». Mentre sull’Italia scendeva la nube della lotta armata, i ragazzi dei Campi Hobbit affilavano le armi della vivacità culturale, scatenando un’offensiva a tutto campo su temi innovativi: dalla musica “alternativa” alla scoperta dell’ecologismo, dal regionalismo – ben prima che nascesse la Lega – alla critica radicale all’occidentalismo e alle cosiddette esportazioni di democrazia.</p>
<p style="text-align: justify;">Su quell’esperienza si è detto e scritto molto, troppo spesso nel tentativo di appropriarsi di un patrimonio che appartiene prima di tutto alle migliaia di ragazzi e ragazze che vissero quelle giornate in barba a ogni direttiva di partito o di corrente coniugando militanza e libertà. Così com’era accaduto per i giovani di Giovane Europa, coloro che parteciparono a quell’epopea sono cresciuti e hanno scelto strade diverse, spesso contrastanti. Il tentativo di sviluppare nuove sintesi si è dimostrato velleitario e il progetto è naufragato, ripiegando su una dimensione meramente intellettuale e impolitica. Un dato innegabile, tuttavia, emerge, pagina dopo pagina, dal lavoro dello storico palermitano: le esperienze e le elaborazioni della Giovane Europa, prima, e della Nuova Destra, poi, hanno fatto sentire i loro effetti nei decenni successivi rinnovando e “sdoganando” l’area politico culturale della destra italiana, contribuendo a creare una classe dirigente (non soltanto “di” e “a” destra) in grado di affrontare con maggiore consapevolezza e lucidità le complesse sfide della modernità.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto, con il gentile consenso dell&#8217;Autore, da <em>Area</em> di ottobre 2011.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/da-giovane-europa-ai-campi-hobbit.html' addthis:title='Da Giovane Europa ai Campi Hobbit ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Sicilia 1943, coraggio italiano e massacri USA</title>
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		<pubDate>Mon, 24 Oct 2011 15:05:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Leonello Rimbotti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Leggendo il recente libro di Andrea Augello Uccidi gli italiani. Gela 1943, la battaglia dimenticata (Mursia), si verifica che anche nel caso dell’invasione della Sicilia – nonostante gli scandalosi comportamenti degli alti gradi – ci furono eroismi sconosciuti e degni di miglior fortuna. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/sicilia-1943-coraggio-italiano-e-massacri-usa.html' addthis:title='Sicilia 1943, coraggio italiano e massacri USA '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storiacontemporanea48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Storia contemporanea" /><br/><div id="attachment_8624" class="wp-caption alignright" style="width: 308px"><img class="size-full wp-image-8624" title="Sbarco delle forze armate americane a Gela." src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/sbarco-americani-a-gela.jpg" alt="Sbarco delle forze armate americane a Gela." width="298" height="220" /><p class="wp-caption-text">Sbarco delle forze armate americane a Gela.</p></div>
<p style="text-align: justify;">Se i generali italiani si fossero prodigati per vincere la guerra con la stessa determinazione che impiegarono per perderla, la Seconda guerra mondiale probabilmente si sarebbe conclusa con una rapida vittoria dell’Asse. Questa amara considerazione, che svolse lo stesso Mussolini all’indomani dell’8 settembre, non è un <em>refrain</em> revisionista, ma una realtà di fatto da lungo tempo acquisita dalla storiografia. Ma tenuta ben nascosta dalla casta degli storici antifascisti e “democratici”. Quanto scrisse Antonino Trizzino negli anni Sessanta in due libri esplosivi come <em>Navi e poltrone</em> e <em>Settembre nero</em> appartiene a una delle pagine più vergognose della nostra storia. In questi due decisivi documenti si esponevano fatti, non chiacchiere. E si dimostrò che gli alti comandi della Marina Militare vollero la sconfitta. Collaboravano segretamente con gli inglesi, passavano direttamente a Londra informazioni militari riservate e boicottavano le iniziative italiane. Molti ammiragli avevano mogli americane e inglesi e lavoravano alacremente per i nostri nemici.</p>
<p style="text-align: justify;">Disastri decisivi come l’attacco inglese al porto di Taranto nel novembre 1940 – che mise fuori combattimento metà della nostra flotta, senza che venisse sparato un colpo a difesa – oppure come la battaglia di Capo Matapan del marzo del 1941 – che costò tre incrociatori e la morte di tremila marinai – sono stati ricondotti al comportamento degli alti gradi della Marina italiana, che avevano semplicemente passato tutte le informazioni al nemico. Personaggi come l’ammiraglio Bragadin, che non mosse un dito per contrastare gli inglesi a Taranto (che conoscevano esattamente la dislocazione di tutte le navi, dalle corazzate alle corvette), fino all’ammiraglio Lais, che consegnò pari pari a una spia inglese tutti i cifrari della nostra Marina, dando il via libera agli inglesi a Matapan: di questa sostanza era il nocciolo dirigente di una forza militare – la flotta italiana – ai tempi molto potente e temutissima, e che poteva vantare la squadra di sommergibili più forte del mondo. Ma che fu strozzata dalla stessa Supermarina: inerzia, codardia e tradimento furono i segni distintivi di quei comandi.</p>
<p style="text-align: justify;">Trizzino riportava, tra l’altro, il caso del famoso agente americano Elis Zacharias che, infiltrato dal 1942 nei nostri servizi segreti, poteva contare su larghissime complicità nell’Alto Comando Navale italiano. Le sue testimonianze avevano dell’incredibile: «gli era persino possibile influire perchè la flotta italiana non intervenisse in un’azione, se così conveniva agli Alleati». Lo stesso Zacharias spiegò nel dopoguerra che questo andazzo durava fin dall’inizio delle ostilità. I servizi segreti britannici, in verità già da molto prima del 10 giugno 1940, potevano contare sull’accesso diretto ai nostri codici e alle nostre disposizioni direttamente da Roma.</p>
<p style="text-align: justify;">Con un simile stato di cose, non meraviglia che una flotta come quella italiana – che non faceva dormire sonni tranquilli a Churchill e a Cunningham – se ne sia rimasta inutilizzata e sulla difensiva per tutto il corso della guerra, anche quando il rapporto di forze nei confronti degli inglesi – come nell’estate 1940 – era nettamente a nostro favore. Quando poi venivano impegnati per forza e controvoglia in battaglia, i comandi della nostra Marina dimostrarono regolarmente una spiccata tendenza alla vigliaccheria o alla fuga pura e semplice davanti al nemico.</p>
<p style="text-align: justify;">Sono più che noti i casi criminali di Pantelleria e della piazzaforte di Augusta. Due basi inespugnabili. Che preoccupavano non poco Eisenhower. L’11 giugno 1943 Pantelleria si arrese agli angloamericani senza sparare un colpo. Si trattava di una base munitissima, con artiglierie appostate entro grotte al riparo dagli attacchi aerei. I fortissimi bombardamenti alleati praticamente neppure la scalfirono: su una guarnigione di 7400 uomini ben armati, ci furono trentasei – diconsi trentasei – soldati caduti. Tanto bastò per alzare bandiera bianca e per consegnare intatto tutto l’armanento, ivi compreso l’hangar corazzato rimasto illeso.</p>
<p style="text-align: justify;">Il valoroso ammiraglio Pavesi ne ordinò la resa incondizionata, facendo credere a Mussolini che la base era andata completamente distrutta. Ad Augusta invece, dove c’erano le batterie costiere più potenti del Mediterraneo, si fecero saltare le difese prima ancora che gli Alleati apparissero all’orizzonte, il 10 luglio seguente. Bisogna ammettere che nessun popolo al mondo avrebbe potuto sostenere il peso di comandi militari di così pronunciata codardia e di così convinta dedizione al tradimento.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/uccidi-gli-italiani/4681" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-8619" style="margin: 10px;" title="uccidi-gli-italiani" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/uccidi-gli-italiani.jpg" alt="" width="200" height="300" /></a>Nonostante ciò, i soldati italiani, pur male armati e peggio comandati, furono ugualmente in grado di scrivere grandi pagine di storia. E dimostrarono spesso un coraggio poco o punto riconosciuto. E non solo a Bir-el-Gobi o a El-Alamein o a Isbusciensky. Leggendo il recente libro di Andrea Augello <a title="Uccidi gli italiani" href="http://www.libriefilm.com/uccidi-gli-italiani/4681" target="_blank"><em>Uccidi gli italiani. Gela 1943, la battaglia dimenticata</em></a> (Mursia), si verifica che anche nel caso dell’invasione della Sicilia – nonostante gli scandalosi comportamenti degli alti gradi – ci furono eroismi sconosciuti e degni di miglior fortuna. Di solito si pensa che lo sbarco angloamericano in Sicilia sia stato il risultato di un lavoro preparatorio della mafia, che si comprò alcuni alti ufficiali garantendosi così, unitamente ai servizi segreti alleati che godevano della piena collaborazione dei nostri, l’immediata fuga dei comandi e quindi, inevitabilmente, quella dei soldati semplici. E non si sbaglia.</p>
<p style="text-align: justify;">Tuttavia, ci fu anche l’altra faccia della medaglia. Descrivendo la battaglia che si ingaggiò a Gela dal 10 luglio ‘43, in cui sparute forze italiane e tedesche dovettero fronteggiare la flotta d’invasione più gigantesca che fino ad allora si fosse mai vista, Augello afferma che «i battaglioni costieri hanno fatto molto più del loro dovere», riportando perdite gravissime, che testimoniano di una resistenza inizialmente molto tenace. In due giorni di lotta, a Gela rimasero sul campo più di duemila soldati e oltre duecento ufficiali italiani. Tanto che «i fatti dimostreranno come pochissimi alti ufficiali, demotivati e imbelli, basteranno a gettare un’ombra, soprattutto ad Augusta e a Palermo, sul valore, complessivamente buono e a volte straordinario, dei difensori dell’isola». Lo stesso fenomeno delle diserzioni, nei primi giorni, fu contenuto nei limiti fisiologici di ogni esercito. Ma fu soltanto col tracollo psicologico del 25 luglio che, sull’esempio dei comandi che si dettero alla fuga in zona di operazioni, si ebbe uno squagliamento generale delle truppe: per dire, nell’agosto, la sola divisione “Assietta” denunciò la diserzione di oltre novemila elementi. Tali sintomi preannunciarono il disfacimento completo dell’8 settembre.</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure, prima dello sfacelo, per qualche giorno la battaglia di Gela, e con essa l’intero scacchiere siciliano, rimasero in bilico su chi fosse il vincitore. Augello riporta che, nonostante lo strapotere aereo, la potenza di fuoco della flotta che batteva le linee costiere e la grande superiorità di mezzi degli americani, la serie dei nostri contrattacchi locali arrivò a un soffio dal riportare una clamorosa vittoria. Modesti reparti corazzati leggeri italiani riuscirono a rientrare a sorpresa nel centro di Gela, mentre alcune colonne della divisione Hermann Goering si riportarono in vista della spiaggia. Tanto che nella mattinata del giorno 11 luglio, come risulta da un controverso radiomessaggio americano intercettato dagli italiani, il generale Patton in persona avrebbe addirittura ordinato il reimbarco. Vero o falso, è un fatto che in quelle ore «c’era molta confusione tra le file americane e molti reparti ripiegavano con un certo disordine verso le spiagge». La mancanza di riserve adeguate e soprattutto il mancato coordinamento tattico tra italiani e tedeschi (vecchia piaga di tutta la guerra) permise agli americani di cavarsela. E questo nonostante il fatto che fossero afflitti da una storica inefficienza: anche in Sicilia, come più tardi accadrà in Normandia e ad Arnhem, si ebbe ad esempio il caso di lanci massicci quanto dissennati di paracadutisti: nella sola zona di Scicli, come documenta Augello, gli italiani ne catturarono o eliminarono oltre duecento.</p>
<p style="text-align: justify;">La battaglia di Gela fu molto più importante di quanto di solito la storiografia riporti. Il suo svolgimento, qualora il coraggio e l’iniziativa italiana (i tedeschi in zona erano presenti solo con pochi e inesperti reparti della Hermann Goering) non fossero stati il frutto di isolati ufficiali, ma di una strategia globale, dimostra che anche con pochi mezzi gli americani potevano essere battuti. Del resto, è storia del Novecento ed anche odierna: quando l’esercito USA – abituato ad affidare all’arma aerea il lavoro grosso e non aduso a battaglie campali – viene affrontato da piccole, ma tenaci unità fortemente motivate, soffre e va in confusione, e non di rado non viene a capo della situazione e alle volte perde anche qualche guerra importante.</p>
<p style="text-align: justify;">A lato dei fatti d’arme, abbiamo poi il capitolo legato ai massacri portati a termine dai “liberatori”. Sulla scorta di una dichiarazione di Patton ai suoi ufficiali nei giorni precedenti lo sbarco, intesa a raccomandare di non fare prigionieri tra gli italiani, i soldati USA si comportarono di conseguenza. Caso emblematico è il noto crimine di guerra consumato dagli americani a Biscari, quando una settantina di prigionieri italiani vennero massacrati e finiti con un colpo alla nuca. Ci furono violenze sui militari e sui civili, che si sommarono agli inutili bombardamenti di intere zone prive di interesse militare e ai mitragliamenti a bassa quota di contadini, carretti, biciclette, secondo una prassi “democratica” che avrà il suo apogeo nel prosieguo della guerra, in tutta Europa. Augello commenta: «La strage dei prigionieri italiani è quindi solo l’estrema conseguenza di una catena di violenze che non risparmia le donne e che vede nell’annientamento dei prigionieri la spietata vendetta per le perdite subite».</p>
<p style="text-align: justify;">Registriamo, nel concludere, alcune considerazioni di Augello relativamente al comportamento dei civili siciliani nei confronti dei “liberatori”. Egli in qualche maniera corregge l’immagine che tutti abbiamo in ricordo dei filmati visti tante volte: masse di popolani che accolgono gli angloamericani, anziché a fucilate, a braccia aperte, con gesti e atteggiamenti servili. L’autore afferma che in larga parte questi comportamenti furono un lavoro della mafia, che procurò picciotti in quantità per le necessarie manifestazioni di giubilo. Può essere. E aggiunge che, d’altra parte, la Sicilia nel 1944-45 «fu l’unica regione italiana in cui si verificarono manifestazioni e persino violenti episodi insurrezionali contro il governo Badoglio, che culminarono in sanguinosi atti di repressione». Anche la guerra in Sicilia, insomma, ha bisogno di un bel bagno revisionista.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>Linea</em> del 5 giugno 2009.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/sicilia-1943-coraggio-italiano-e-massacri-usa.html' addthis:title='Sicilia 1943, coraggio italiano e massacri USA ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Mussolini al Gran Sasso</title>
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		<pubDate>Tue, 11 Oct 2011 08:33:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Petrelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un libro di Vincenzo di Michele raccoglie testimonianze di popolani sul periodo di detenzione di Mussolini a Campo Imperatore.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/mussolini-al-gran-sasso.html' addthis:title='Mussolini al Gran Sasso '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storiacontemporanea48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Storia contemporanea" /><br/><p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/mussolini-finto-prigioniero-al-gran-sasso/9891" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-8492" style="margin: 10px;" title="mussolini-finto-prigioniero" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/mussolini-finto-prigioniero.jpg" alt="" width="200" height="284" /></a>In quei terribili giorni del settembre 1943, l’Abruzzo fu al centro dell’interesse di molti protagonisti della fase, se non conclusiva, almeno risolutiva della guerra.</p>
<p style="text-align: justify;">Il 9 Settembre 1943, a poche ore dalla proclamazione radio dell’Armistizio, i regnanti sabaudi e lo Stato Maggiore del Regio Esercito raggiungevano Pescara ed Ortona, dove poi si sarebbero imbarcati per raggiungere Brindisi, città ancora italiana, ovvero non in mano a truppe nemiche.</p>
<p style="text-align: justify;">Già, nemico. Nella prima decade di settembre ‘nemico’ era una parola ben poco definita.</p>
<p style="text-align: justify;">Seppure la nostra resa fosse stata firmata il 3 di settembre a Cassibile, la comunicazione al Paese avverrà soltanto cinque giorni dopo. Cinque giorni cruciali per le sorti delle Forze Armate: gli scarsi collegamenti con l’alto comando, le difficoltà logistiche ed organizzative, le incursioni aree alleate e lo sbarco angloamericano a Salerno (9 Settembre) alimentavano preoccupazioni e tensione tra ufficiali e soldati, convinti che il conflitto sarebbe proseguito a fianco della Germania, come Badoglio aveva assicurato l’indomani della caduta del fascismo.</p>
<p style="text-align: justify;">E Mussolini? Durante i quarantacinque giorni di reggenza Badoglio, Mussolini è costantemente trasferito in siti diversi: Gaeta, Ponza, La Maddalena, Bracciano, Gran Sasso. L’incolumità del Duce è una garanzia per Vittorio Emanuele e per il nuovo primo ministro, al fine di tenere a bada i tedeschi, insospettiti dal colpo di stato del 25 luglio; nel contempo un domani, in vista di una resa agli americani, Mussolini sarebbe potuto diventare ‘moneta’ di scambio nelle trattative.</p>
<div id="attachment_8493" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-8493  " title="Gran Sasso, 12 settembre 1943. Liberazione di Mussolini. Alla destra del Duce Otto Skorzeny." src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/person_skorzeny10-300x197.jpg" alt="Gran Sasso, 12 settembre 1943. Liberazione di Mussolini. Alla destra del Duce Otto Skorzeny." width="300" height="197" /><p class="wp-caption-text">Gran Sasso, 12 settembre 1943. Liberazione di Mussolini. Alla destra del Duce Otto Skorzeny.</p></div>
<p style="text-align: justify;">Il ventotto agosto 1943, il Duce raggiunge un albergo di montagna, a poco più di 2000 metri d’altezza, accanto ad una stazione sciistica e poca distanza da una base aerea dell’Arma azzurra.</p>
<p style="text-align: justify;">Per circa due settimane guardie di custodia, personale dell’albergo e pastori di Campo Imperatore si ritroveranno faccia a faccia con chi, fino a pochi mesi prima, parlava loro solo dalla radio o dal celebre balcone di Palazzo Venezia.</p>
<p style="text-align: justify;">Una star, diremmo oggi. Un personaggio importante in una situazione del tutto nuova: niente cineoperatori, gerarchi impettiti e folle festanti, solo poliziotti e intorno il silenzio della montagna abruzzese che cela agli occhi del mondo la straordinaria e nel contempo ingombrante presenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Nei libri di scuola e nei testi accademici si parla di detenzione e poi di liberazione di Mussolini dal Gran Sasso.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma si sa, spesso la storia, soprattutto quella ‘scolastica’, all’analisi attenta e rigorosa preferisce una narrazione più generica e certamente meno affascinante degli eventi.</p>
<p style="text-align: justify;">Affascinante, proprio così. Solo lo studio e la raccolta di testimonianze, il confronto delle fonti, l’assidua e costante ricerca ricrea attorno ad un fatto quell’importanza e quell’interesse di cui è stato ingiustamente privato, chiuso e stipato in un paragrafo o in un capitolo di un sussidiario.</p>
<p style="text-align: justify;">Un fascino cui non ha resistito Vincenzo di Michele, giornalista romano, classe ’62 che, come i colleghi Pansa e Petacco, ha tentato di tracciare i contorni di una vicenda poco nota, che la vulgata storica ha spesso considerato marginale nel più ampio e sanguinoso contesto della campagna d’Italia.</p>
<p style="text-align: justify;">Pastori, commercianti, camerieri. Loro i veri protagonisti di <a title="Mussolini finto prigioniero al Gran Sasso" href="http://www.libriefilm.com/mussolini-finto-prigioniero-al-gran-sasso/9891" target="_blank"><em>Mussolini, finto prigioniero al Gran Sasso</em></a> (Vincenzo di Michele, Curiosando editore, Firenze, 2011). Una storia fatta dagli ultimi, proprio perché gli ultimi furono coloro che ebbero maggiore occasione di incrociare il Duce, di rivolgergli uno sguardo, una parola in quella che tutto sarebbe potuta essere eccetto che una vera e propria prigionia.</p>
<p style="text-align: justify;">Il Duce era libero di muoversi, gli agenti di custodia mantenevano nei suoi confronti quel distacco che, in carceri e centri detentivi, certo non è assicurato a comuni condannati; inoltre, da non sottovalutare, l’assoluta mancanza di difese attorno all’albergo, facile preda in caso di attacco nemico o di tentativi di liberazione vari ed eventuali.</p>
<p style="text-align: justify;">I montanari abruzzesi fotografarono coi loro occhi l’evolversi degli eventi, dal ventotto agosto all’atterraggio degli alianti del generale Kurt Student, comandante dei Fallschirmjäger, i parà della Luftwaffe, il 12 settembre (Operazione Quercia). Quegli scatti della memoria hanno poi alimentato le pagine di appunti dell’autore che, con stile lineare e un taglio giornalistico, ha ricostruito una vicenda che, non fosse vera, parrebbe un romanzo di Ken Follet o di Frederick Forsyth, con un Gran Sasso sfondo di situazioni avvincenti e in alcuni casi surreali.</p>
<p style="text-align: justify;">Surreale come la foto scattata pochi istanti dopo l’ingresso dei tedeschi nell’hotel, con un Mussolini sorridente attorniato da soldati tedeschi ed italiani, allegri e felici come in una foto ricordo da mostrare ai nipoti, malgrado Germania e Italia fossero ufficialmente in guerra ormai da più di due giorni.</p>
<p style="text-align: justify;">Piacerà: a coloro i quali non si accontentano della storia ufficiale, preferendo confrontare e confutare altri testi ed altre fonti, al fine di avere del passato prossimo italiano un quadro quanto più vicino alla realtà.</p>
<p style="text-align: justify;">Non piacerà: a chi sostiene che la Storia sia materia puramente accademica, riservata ai cattedratici e non ai giornalisti i quali tuttavia, volenti o nolenti, negli ultimi trent’anni hanno permesso a migliaia di italiani di conoscere personaggi ed eventi inghiottiti dalla memoria. Questo grazie ad uno stile di indagine e di divulgazione che permette a chiunque (anche a chi storico non è) di leggere ma soprattutto di capire.</p>
<p style="text-align: justify;">Degna di nota, a fine volume, l’analisi storico – militare di Alvise Valsecchi in merito all’ intervento dei Fallschirmjäger.</p>
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