<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	xmlns:coop="http://www.google.com/coop/namespace"
	>

<channel>
	<title>Centro Studi La Runa &#187; Medioevo</title>
	<atom:link href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/medioevo/feed" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://www.centrostudilaruna.it</link>
	<description>Archivio di storia, tradizione, letteratura, filosofia</description>
	<lastBuildDate>Tue, 07 Feb 2012 15:49:47 +0000</lastBuildDate>
	<language>en</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
	<generator>http://wordpress.org/?v=3.3.1</generator>
		<item>
		<title>Perceval, Re e Sacerdote</title>
		<link>http://www.centrostudilaruna.it/perceval-re-e-sacerdote.html</link>
		<comments>http://www.centrostudilaruna.it/perceval-re-e-sacerdote.html#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 23 Jan 2012 16:21:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Vito Foschi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ciclo del Graal]]></category>
		<category><![CDATA[Italiano]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura medievale]]></category>
		<category><![CDATA[Medioevo]]></category>
		<category><![CDATA[Simboli e simbologia]]></category>
		<category><![CDATA[Simbolismo del Graal]]></category>
		<category><![CDATA[Chétien de Troyes]]></category>
		<category><![CDATA[Galvano]]></category>
		<category><![CDATA[graal]]></category>
		<category><![CDATA[Perceval]]></category>
		<category><![CDATA[spada]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.centrostudilaruna.it/?p=9244</guid>
		<description><![CDATA[In Perceval è ravvisabile l’eterna figura del Re Pontefice, guida politica e spirituale dalla cui salute dipende il benessere del regno.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/perceval-re-e-sacerdote.html' addthis:title='Perceval, Re e Sacerdote '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/letteratura48x48.png" width="48" height="48" alt="" title="Letteratura" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/carlomagno48x48.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Medioevo" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/yggdrasil.thumbnail.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Simboli e simbologia" /><br/><p style="text-align: justify;"><strong><em>Introduzione</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-medium wp-image-9253" style="margin: 10px;" title="perceval" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/perceval-298x300.jpg" alt="" width="298" height="300" />Nel <em>Perceval</em>, il romanzo di Chétien de Troyes, si racconta di come il giovane Perceval da selvaggio ed incolto si trasformi in un perfetto cavaliere affrontando varie avventure, tra cui alcune di natura fantastica. Ma dietro questo percorso è possibile scorgere una vera e propria iniziazione. Ad esempio l’avventura nel castello del Graal non trova facilmente spiegazione come semplice favola e molti autori hanno rilevato i riferimenti mitici sia celtici sia alla tradizione dei Re Taumaturghi. Come abbiamo scritto in altri lavori Perceval riceve due iniziazioni, la prima alla cavalleria profana o terrena ricevuta dal gentiluomo Gorneman di Gorhaut, e la seconda alla cavalleria spirituale o celeste dallo Zio Eremita che gli trasmette una preghiera segreta. Questo particolare non è facilmente riconducibile a un contesto cristiano o semplicemente favolistico. Rappresenta la trasmissione di un sapere iniziatico, segreto, che si trasmette da maestro ad allievo.</p>
<p style="text-align: justify;">L’opera di Chrétien manca della fine, non si capisce se per volontà dell’artista o meno ed il suo successo è in parte dovuto alle diverse continuazioni scritte da altri autori. Il romanzo ha, inoltre, la particolarità si essere quasi diviso in due parti di cui una dedicata ad un altro protagonista: Galvano. Si può ben dire che si tratti di una opera molto particolare e nonostante o forse proprio per questo di ampia diffusione.</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Il Castello del Graal</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;">Perceval raggiunge il castello del Graal ma non ponendo la domanda su cosa sia ciò che vede fallisce la prova e si allontana non riuscendo a capire cosa sia successo. Il tutto gli viene spiegato da una sua cugina con una specie di interrogatorio. Anche qui le tracce di un rituale con delle domande prefissate e le risposte dell’adepto che non sa. E d’altronde cosa potrebbe sapere Perceval se è ancora un semplice cavaliere? Quando raggiunge il castello del Graal è stato appena iniziato cavaliere da Gorneman ed ha liberato Biancofiore dai suoi nemici. Quindi ha fatto solo esperienza di guerra e di cortesia e questa non è sufficiente a conquistare il Graal.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/i-cavalieri-della-tavola-rotonda/10188" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-9252" style="margin: 10px;" title="i-cavalieri-della-tavolta-rotonda" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/i-cavalieri-della-tavolta-rotonda.jpg" alt="" width="200" height="286" /></a>Nel racconto di Chrétien bisogna rivelare la presenza di uno schema: tentativo, fallimento, nuovo tentativo, successo. La prima volta che Perceval incontra una donna, la dama dell’Orgoglioso della Landa, segue i consigli della madre e combina un guaio. Non era ancora pronto. Incontra Gorneman che oltre ad insegnargli le regole della cavalleria gli insegna le regole della cortesia. E così la seconda volta con Biancofiore, essendo ormai un uomo e un gentiluomo riesce a conquistarla. Si noti lo schema: tentativo e fallimento con la dama dell’Orgoglioso, nuovo tentativo e successo con Biancofiore. Così succede con le donne, ma così appare lo schema della ricerca del Graal, solo che lo schema non si completa, perché il romanzo si interrompe. Il primo tentativo col Graal fallisce, perché l&#8217;eroe ha avuto solo l&#8217;iniziazione alla cavalleria terrestre e ciò non è sufficiente per recuperare il Graal. Sono i primi due passi dello schema. Verso la fine del romanzo, come accennato prima, riceve l&#8217;iniziazione Spirituale ed è pronto per ritentare l&#8217;impresa. Purtroppo il racconto si interrompe, ma si può ipotizzare con una certa sicurezza una conclusione positiva.</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong><a href="http://www.libriefilm.com/il-graal-i-testi-che-hanno-fondato-la-leggenda/9780" target="_blank"><img class="alignright size-medium wp-image-8196" style="margin: 10px;" title="il-graal" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/il-graal-178x300.jpg" alt="" width="178" height="300" /></a>Un romanzo di formazione?</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;">Alcuni autori hanno considerato l’opera solo come un romanzo di formazione con intenti didascalici senza vederne gli aspetti mitologici, ma anche questa interpretazione non fa che rafforzare l’ipotesi della conquista del Graal da parte di Perceval. Se il protagonista deve imparare certe cose per poter superare le prove della vita, si intuisce che alla fine del racconto dopo aver imparato ciò che serve ritroverà il castello del Graal e porrà la domanda e libererà il Re Magagnato dal suo dolore.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando Perceval raggiunge il castello del Graal la prima volta, è cavaliere ed ha appena lasciato il castello di Biancofiore, ha ricevuto l’iniziazione alla cavalleria terrena ed è ancora un semplice guerriero. È anche maturato da adolescente a uomo conoscendo l’amore terreno. Qui finirebbe il romanzo se si trattasse solo di un romanzo di formazione, come se in una società tradizionale possa aver senso parlare di formazione, o di passaggio dall’adolescenza all’età adulta senza un cerimonia iniziatica. Gli insegnamenti terreni non sono sufficienti a conquistare il Graal.</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>L’investitura del re sacerdote</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;">Nella visita al castello del Graal, il Re Pescatore dona a Perceval una spada dicendogli che è fatta per lui. Ora il <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">simbolo</a> della spada è molto chiaro, oltre a simboleggiare le virtù guerriere rappresenta la Giustizia e la Regalità. In <em>Matteo 10, 34</em> “Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada”. La spada è <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">simbolo</a> della giustizia e Gesù vuole intendere di essere venuto a portare la Giustizia, tra gli altri significati. Nel momento in cui riceve la spada viene riconosciuta a Perceval la sua qualità di guerriero e riceve l’investitura di re. Naturalmente il Graal è un dono spirituale e non può essere posseduto da un semplice re guerriero. Dopo questo episodio Perceval affronta varie avventure, ma si tiene lontano dalla chiesa: è un cavaliere in cerca di avventure. Un venerdì santo incontra una processione e viene rimproverato da uno degli astanti di andare in giro armato in tale giorno. Perceval non sa di che giorni si tratti, lo chiede e quando lo apprende sente la necessità di fare penitenza e saputo della presenza lì vicino di un eremita ci si avvia. Qui apprende che l’eremita è suo zio da parte di madre e i misteri del Graal. Il Graal serve l’ostia al padre del Re Pescatore che da 12 anni si nutre solo di quella. Infine l’Eremita gli insegna una preghiera segreta che «conteneva molti nomi del signore Iddio, i più potenti, che nessuna bocca umana deve pronunciare se non per paura della morte»; preghiera segreta, che rappresenta il filo ininterrotto della tradizione che lega i rappresentati nelle varie generazioni: riceve una definitiva iniziazione. In quest’ultima si può scorgere una iniziazione sacerdotale, e non a caso a impartire l’insegnamento è lo zio materno di Perceval. Ci piace ricordare la tradizione ebraica per cui la discendenza è da parte di madre ed erano i membri della tribù dei leviti a poter accedere alle cariche sacerdotali.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Il costruttore di ponti</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Perceval è re sacerdote o per meglio dire re pontefice. Il Pontifex è letteralmente un «costruttore di ponti», qui inteso simbolicamente quale mediatore fra il nostro mondo e i mondi superiori. In effetti quando Perceval incontra la prima volta il Re Pescatore è alla ricerca di un guado dove attraversare un fiume; il Re è in barca intento a pescare e gli indica la strada, funzione di pontefice, per raggiungere il Castello del Graal dove avrebbe alloggiato quella notte per poi ripartire. Il Castello è un regno non terreno ed il Re Pescatore funge da intermediario fra il mondo terreno e il mondo superiore. Infatti il Castello appare a Perceval ad un tratto, quando disperava di trovarlo pensando di essere stato burlato dal pescatore, e nonostante lo abbia visitato, non sarà più in grado di ritornarvi a dimostrazione che la sua ubicazione non è di questo mondo.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.amazon.it/gp/product/8827205020/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=cestlaru-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8827205020"><img class="alignleft size-full wp-image-9250" title="il-mistero-del-graal" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/il-mistero-del-graal.jpg" alt="" width="240" height="240" /></a>Ricevuta l’iniziazione spirituale o sacerdotale, Perceval è in grado di liberare il Re Magagnato dal suo male o meglio di succedergli al trono e di essere lui il nuovo Re Pescatore che farà rifiorire la terra. Qui si intravede l’ombra di antichi rituali legati ai culti di fertilità e alla successione di un sovrano o di un capo che svolge funzioni sia guerriere che religiose.</p>
<p style="text-align: justify;">La funzione di Perceval è restauratrice, ovvero di riportare ordine in una situazione degenerata. In Perceval riconosciamo la figura dell’eroe nel senso tradizionale del termine come spiegato da <a title="Julius Evola" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/julius-evola/">Julius Evola</a> nel suo <a title="Il mistero del Graal" href="http://www.amazon.it/gp/product/8827205020/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=cestlaru-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8827205020" target="_blank"><em>Il mistero del Graal</em></a>. L’eroe a differenza dell’uomo primordiale completo in sé, deve riconquistare la sua pienezza perché non è per “natura” completo. Da <em><a title="Il mistero del Graal" href="http://www.amazon.it/gp/product/8827205020/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=cestlaru-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8827205020" target="_blank">Il Mistero del Graal</a>: “Secondo <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/esiodo" target="_blank">Esiodo</a></span> la «generazione degli eroi» fu creata da Zeus, cioè dal principio olimpico, con la possibilità di riconquistare lo stato primordiale e dar quindi vita a un nuovo ciclo «aureo»”.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Compito dell’«eroe» è quindi quella di far rinascere una nuova età dell’oro. In effetti nell’avventura di Perceval, osserviamo una situazione di disordine in cui è caduta la società umana a causa dell’infermità del Re Pescatore. Possiamo pensare che la malattia del Re Pescatore si ripercuota sul mondo perché come è raccontato da altri testi del ciclo arturiano, sia Merlino che Artù sono traditi da una donna, da intendersi anche qui in senso simbolico, generando il caos nel regno.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.amazon.it/gp/product/8845903257/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=cestlaru-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8845903257" rel="nofollow" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-9251" style="margin: 10px;" title="il-re-del-mondo" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/il-re-del-mondo.jpg" alt="" width="240" height="240" /></a>Accenniamo al fatto che nelle tre figure del re Pescatore, di Merlino e d’Artù possiamo vedere le “tre funzioni supreme” indicate da <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/rene-guenon/">Guénon</a></span> nel <a title="Il Re del Mondo" href="http://www.amazon.it/gp/product/8845903257/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=cestlaru-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8845903257" target="_blank"><em>Re del mondo</em></a>: <em>“…il capo supremo dell’Agarttha porta il titolo Brahâtmâ (sarebbe più corretto scrivere Brahmâtmâ), «supporto delle anime nello spirito di Dio»; i suoi coadiutori sono il Mahâtmâ, «rappresentante dell’Anima universale» e il Mahângâ, «simbolo di tutta l’organizzazione materiale del Cosmo»: questa è la divisione gerarchica che le dottrine occidentali rappresentato mediante il ternario «spirito, anima e corpo»”</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora, Perceval secondo lo schema da noi individuato, guarisce il Re Pescatore e gli succede instaurando un nuovo regno e quindi una nuova era di pace e prosperità che potrebbe essere considerata come il ritorno all’età dell’oro primordiale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Re Pescatore</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">L’aggettivo pescatore associato a re non è casuale e non riguarda semplicemente il passatempo del re malato ma ha un chiaro significato simbolico. Il Re Pescatore per eccellenza è Gesù, re perché discendente dalla stirpe davidica e pescatore perché pescatore d’anime. Nel Vangelo sono ben noti i passi in cui dice a Pietro di gettare le reti (<em>Luca 5, 4</em>) e quando gli dice di lasciare le reti che lo avrebbe fatto pescatore di uomini (<em>Luca 5, 10</em>). Qui, è da citare il cosiddetto anello piscatorio indossato dal Papa che ha l’effige di Pietro che pesca con la rete. In questo oggetto è racchiusa una doppia <a title="simbologia" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/" target="_blank">simbologia</a> regale e sacerdotale. L’anello sta spesso a denotare la nobiltà di chi lo indossa, mentre l’effige di S. Pietro che getta le reti è un esplicito <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/" target="_blank">simbolo</a> della funzione sacerdotale della Chiesa. Dobbiamo qui citare la diffusione nel <a title="medioevo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/medioevo/" target="_blank">medioevo</a> di una leggenda di origine araba che racconta di come Re Salomone possedesse un anello magico capace di scacciare i demoni e perdendolo lo ritrovi dentro un pesce che aveva appena pescato e da cui l’appellativo re pescatore. Sottolineiamo l’esistenza di una leggenda simile che ha come protagonista Alessandro Magno, anch’egli simbolo di quella regalità sacerdotale, perché in un certo qual modo ne ha incarnato i principi nella storia.</p>
<p style="text-align: justify;">A completamento dell’esame della <a title="simbologia" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/" target="_blank">simbologia</a>, ricordiamo che il simbolo dei primi cristiani era il pesce dall’acronimo greco che indicava il nome di Gesù ed a volte erano chiamati loro stessi pesciolini perché, come i pesci erano scampati alla punizione divina del diluvio universale, così, essi grazie alla loro fede in Cristo avrebbero superati indenni il Giudizio Universale. Inoltre il pesce era un simbolo frequente dell’iconografia cristiana a ricordare il miracolo dei pani e dei pesci e da qui, spesso associato al banchetto dell’Ultima Cena.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Conclusioni</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">In questo <a title="simbolismo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/" target="_blank">simbolismo</a> sembrano convergere tradizioni precristiane e cristiane, anche se è più corretto dire che ambedue si riferiscono ad un simbolismo tradizionale, esplicitandone ognuna, quella parte che in un dato momento e in un dato luogo, è più congeniale. La presenza di ambedue permette di chiarire meglio i principi sottesi depurandoli dalle incrostazioni delle contingenze storiche.</p>
<p style="text-align: justify;">Non possiamo sapere se l’utilizzo di tale simbolismo da parte di Chrétien sia stato consapevole o meno, anche perché vivendo in un’epoca fortemente intrisa di sacro non poteva non riversare nella sua opera la simbologia cristiana. Sicuramente i riferimenti cristiani hanno permesso a Robert de Boron nelle sua successiva rielaborazione della leggenda del Graal, di rivestirla, con estrema facilità, di abiti cristiani. È da ribadire, però, che una lettura eminentemente cristiana del racconto del Graal non è possibile, stando un sostrato di miti non riconducibile a un alveo cristiano.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/perceval-re-e-sacerdote.html' addthis:title='Perceval, Re e Sacerdote ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.centrostudilaruna.it/perceval-re-e-sacerdote.html/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
			<coop:keyword><![CDATA[Ciclo del Graal]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Italiano]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Letteratura]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Letteratura medievale]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Medioevo]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Simboli e simbologia]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Simbolismo del Graal]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Chétien de Troyes]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Galvano]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[graal]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Perceval]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[spada]]></coop:keyword>
	</item>
		<item>
		<title>Petites réflexions éparses sur la découverte de l’Amérique par les Scandinaves</title>
		<link>http://www.centrostudilaruna.it/petites-reflexions-eparses-sur-la-decouverte-de-l%e2%80%99amerique-par-les-scandinaves.html</link>
		<comments>http://www.centrostudilaruna.it/petites-reflexions-eparses-sur-la-decouverte-de-l%e2%80%99amerique-par-les-scandinaves.html#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 28 Oct 2011 16:14:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Robert Steuckers</dc:creator>
				<category><![CDATA[Francese]]></category>
		<category><![CDATA[Medioevo]]></category>
		<category><![CDATA[Uomini del medioevo]]></category>
		<category><![CDATA[Amérique]]></category>
		<category><![CDATA[Atlantique]]></category>
		<category><![CDATA[Bernard Levaux]]></category>
		<category><![CDATA[colonisation]]></category>
		<category><![CDATA[Islande]]></category>
		<category><![CDATA[sagas]]></category>
		<category><![CDATA[Scandinaves]]></category>
		<category><![CDATA[Thule]]></category>
		<category><![CDATA[vikings]]></category>
		<category><![CDATA[Vinland]]></category>
		<category><![CDATA[Yves Debay]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.centrostudilaruna.it/?p=8650</guid>
		<description><![CDATA[La première tentative de désenclavement par l’Ouest atlantique a été celui du quatuor Bjarni, Eirik, Leif et Thorsinn.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/petites-reflexions-eparses-sur-la-decouverte-de-l%e2%80%99amerique-par-les-scandinaves.html' addthis:title='Petites réflexions éparses sur la découverte de l’Amérique par les Scandinaves '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/carlomagno48x48.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Medioevo" /><br/><p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-medium wp-image-8651" style="margin: 10px;" title="viking-voyages" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/viking-voyages-300x187.jpg" alt="" width="300" height="187" />En me demandant d’écrire un petit article sur la découverte de l’Amérique par les Scandinaves, Bernard Levaux, sans aucune intention maligne, ouvre, une fois de plus, ma secrète boîte de souvenirs d’adolescent. C’est une fois de plus parce que l’article qu’Yves Debay a écrit récemment dans les colonnes de ce bulletin, avait déjà ravivé quelques bons et solides souvenirs car ce sacré Yves Debay était un camarade d’école, forcément inoubliable vu sa personnalité, et un compagnon de voyage en Grèce en 1973. Enfin, parce que le thème que Bernard Levaux me demande d’aborder me ramène en fait à la même année: <a title="The Vinland Sagas" href="http://www.amazon.fr/gp/product/0140441549/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=centrostudila-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=1642&amp;creative=19458&amp;creativeASIN=0140441549" target="_blank"><em>The Vinland Saga – The Norse Discovery of America</em></a> est le tout premier livre sérieux, le tout premier classique, que j’ai acheté en anglais, sans vraiment connaître encore tous les secrets de la langue de <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/william-shakespeare" target="_blank">Shakespeare</a></span>. Généralement, en anglais, j’achetais en temps-là des livres ou des revues sur les maquettes d’avions ou de chars, comportant profils ou guides de peinture. A cette époque, j’avais la même habitude que le Professeur Piet Tommissen, dont on vient de déplorer la disparition à Bruxelles en août 2011, celle d’inscrire la date d’achat de chaque livre sur un coin de la première page. C’est donc avec émotion que j’ai repris entre mes mains de quinquagénaire ce premier bon livre anglais de ma bibliothèque et que j’ai retrouvé la mention “20 Jan. 1973”.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.amazon.fr/gp/product/0140441549/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=centrostudila-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=1642&amp;creative=19458&amp;creativeASIN=0140441549" rel="nofollow" target="_blank"><img class="alignleft size-medium wp-image-8677" style="margin: 10px;" title="vinland-sagas" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/vinland-sagas-189x300.jpg" alt="" width="189" height="300" /></a>Ce petit livre de la collection “Penguin Classics”, à dos noir, voulait compléter l’exposé, fait un an auparavant, d’un camarade de classe, Eric Volant, passionné par la saga des Vikings. Si Debay a connu une brillante carrière de soldat puis de journaliste militaire à “Raids” ou à “Assaut”, Eric Volant, lui, a connu un destin tragique et n’a vécu que vingt ans: ce garçon, au sourire toujours doux et franc, les joues constellées de taches de rousseur, désirait ardemment devenir historien. Et se préparait à un tel avenir. Mais rapidement, le couperet est tombé: son paternel refusait de lui financer des études. A 18 ans, au boulot! Et hors de la maison! Eric est devenu sombre: son éternel sourire s’est effacé. Son ressort intérieur était brisé. Du jour au lendemain, il est devenu communiste! Nous ne pensions pas que le père allait mettre son projet à exécution et flanquer son aîné à la porte du foyer parental au lendemain même de la proclamation de fin de secondaires. Mais, hélas, il l’a bel et bien fait et Eric est venu sonner chez moi début juillet: il avait trouvé un cagibi absolument sordide, au fond d’une cours, où habiter. Il n’avait pas de meubles, juste un sac avec ses hardes et quelques livres: mon père, bouleversé, lui a aussitôt donné une table, une bibliothèque, deux chaises et quelques autres babioles, que nous avons amenées aussitôt dans la triste annexe qui devait lui servir de logis. On l’a ensuite vu errer dans les rues, de plus en plus sombre et rancuneux. Et, deux ou trois ans plus tard, nous avons appris sa mort tragique: il s’était porté volontaire pour servir de passeur à l’ETA basque, que les Républicains espagnols, fort nombreux dans son quartier et quasi les seuls militants communistes dans le Bruxelles du début des années 70, estimaient être la seule force politique capable de ramener une mouture modernisée du “Frente Popular” au pouvoir dans les premières années du post-franquisme. Eric a été descendu par des tireurs embusqués, au moment où il franchissait un ruisseau dans les Pyrénées. On a retrouvé son corps quelques jours plus tard. Il a été enterré à la sauvette, paraît-il, dans un petit village basque. Personne n’a voulu rapatrier le corps. Nous avions perdu un garçon qui avait été un très bon camarade. Il avait marché jusqu’au bout de la passion qu’avait généré son immense déception.</p>
<p style="text-align: justify;">Voilà, je viens de payer mes dettes à mon passé, à ceux qui ont disparu.</p>
<p style="text-align: justify;">Revenons au thème du modeste exposé scolaire d’Eric Volant, c’est-à-dire à la conquête de l’Atlantique Nord par les Scandinaves. Aujourd’hui, on devine qu’ils ne furent pas les premiers Européens à avoir abordé le continent de l’hémisphère occidentale. Déjà Louis Kervran, dans son <a title="Brandan, le grand navigateur" href="http://www.amazon.fr/gp/product/B004XM98RM/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=centrostudila-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=1642&amp;creative=19458&amp;creativeASIN=B004XM98RM" target="_blank"><em>Brandan, le grand navigateur celte du VI° siècle</em></a> (Laffont, 1977), posait la thèse que les Scandinaves, lancés à l’aventure sur les flots glacés de l’Atlantique Nord et tous probablement proscrits ou en fuite, ont suivi des routes maritimes découvertes antérieurement par des ermites irlandais ou bretons, qui s’en allaient méditer aux Orcades, aux Féroé, en Islande et, pourquoi pas, plus loin, au Labrador, ou sur les terres que les Vikings nommeront “Helluland”, “Markland” ou “Vinland”. On retrouve leur nom sur une carte des “terres hyperboréennes”, dressée vers 1590 par un géographe, Sigurdur Stefansson. Louis Kervran rappelait fort opportunément que les peuples de la façade atlantique des Gaules et de la “Britannia” romaine possédaient une solide tradition maritime et que les multiples récits des voyages de Saint Brandan ont constitué une thématique littéraire très répandue et très appréciée tout au long du moyen âge européen. Kervran conclut que Brandan a très problablement suivi un itinéraire de Saint Malo ou de l’Irlande vers les Orcades et les Féroé, l’Islande, les côtes canadiennes pour aboutir probablement aux Antilles: certains textes de la matière “Brandan” décrivent des îles luxuriantes et des animaux exotiques. La légende rappelle, très précisément, que Brandan est parti avec douze compagnons pour entreprendre un voyage de neuf ans sur l’Atlantique. Par ailleurs les pêcheurs de morue poussaient très vraisemblablement jusqu’au large du Labrador, qu’ils aient été scandinaves, flamands, bretons, galiciens ou portugais. Colomb connaissait-il les secrets de ces pêcheurs ou de ces itinéraires scandinaves? La question demeure ouverte.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.amazon.fr/gp/product/3878471599/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=centrostudila-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=1642&amp;creative=19458&amp;creativeASIN=3878471599" rel="nofollow" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-8679" style="margin: 10px;" title="die-hochkultur-der-megalithzeit" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/die-hochkultur-der-megalithzeit.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>Pour les deux spécialistes allemands de l’ère mégalithique, Gert Meier et Hermann Zschweigert, Ulysse, dont la légende remonterait à la proto-histoire mégalithique de la vieille Europe, aurait déjà testé les flots atlantiques: en cinglant de Gibraltar vers les Açores (l’île Ogygie) et, poussé par le Gulf Stream de celles-ci vers Heligoland, il aurait abouti en face des côtes aujourd’hui danoises qui recelaient l’ambre, matière très prisée par les peuples méditerranéens. L’histoire marine de l’Europe, pour nos deux savants allemands, est bien plus ancienne qu’on ne l’a cru jusqu’ici. Les embarcations faites de peaux pourraient bien remonter à 10.000 ans. En 1976, l’historien anglais Tim Severin traverse l’Atlantique sur une copie du bateau attribué à Brandan, démontrant que de telles embarcations étaient parfaitement capables de tenir l’océan, exactement comme le Norvégien Thor Heyerdahl avait traversé le Pacifique sur le Kon-Tiki en 1947, pour démontrer la véracité des récits traditionnels polynésiens et prouver que des peuples marins de l’aire pacifique avaient été capables de cingler jusqu’à l’île de Pâques. Les Maoris néo-zélandais construisaient des embarcations capables de transporter de 60 à 100 guerriers, couvrant parfois des distances de 4000 km en l’espace de plusieurs semaines. Ces embarcations étaient mues par rames et/ou par voiles. L’aventurier allemand Hannes Lindemann a réussi à traverser l’Atlantique au départ des Canaries en 65 puis en 72 jours, sur un petit bateau africain, en se guidant par les étoiles: la navigation en haute mer étant plus aisée de nuit que de jour, du moins à hauteur des tropiques et de l’Equateur (au nord, vu la nébulosité permanente, elle est plus “empirique” donc plus hasardeuse et plus aventureuse, plus risquée). Nos ancêtres avaient un atout complémentaire par rapport à nous, dégénérés par la civilisation et par ce que le sociologue Arnold Gehlen nommait les “expériences de seconde main”: celui de pouvoir correctement s’orienter en connaissant à fond la carte du ciel. Le lien de l’homme à la mer n’est pas récent mais quasi consubstantiel à toute forme de culture depuis la préhistoire. Mais ce lien à la mer n’est pas pensable sans connaissances astronomiques précises, fruit d’une observation minutieuse du ciel.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.amazon.fr/gp/product/3491960789/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=centrostudila-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=1642&amp;creative=19458&amp;creativeASIN=3491960789" rel="nofollow" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-8682" style="margin: 10px;" title="kelten-druiden" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/kelten-druiden.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>Meier et Zschweigert évoquent aussi la voie “terrestre” vers l’Amérique, qu’il était possible d’emprunter, il y a environ 16.000 ans. La calotte glaciaire pesait à l’époque sur l’ensemble de la Scandinavie, sur une bonne partie des Iles Britanniques et sur tout le pourtour de la Baltique et sur l’Allemagne du Nord. L’actuel Canada et une bonne frange du territoire des Etats-Unis se trouvaient aussi sous une épaisse calotte. Mais la côte orientale de la Mer Blanche et l’Alaska étaient dégagés de l’emprise des glaces. Il y avait possibilité, en longeant la banquise arctique et en passant de la Sibérie occidentale à la péninsule de Kola, d’aller vers les Spitzbergen et, de là, au Groenland. Au nord de cette grande île atlanto-arctique se trouvait le “Pont Blanc” qui menait au Canada puis à la terre ferme et dégagée des glaces que constituait alors l’Alaska. On pouvait suivre ensuite la côte pacifique jusqu’en Californie et au Mexique actuels. De la Mer Blanche à l’Alaska, la distance est de 2500 km. Elle devait s’effectuer en 60 jours environ. Selon cette hypothèse, désormais dûment étayée, l’Amérique n’a pas seulement été peuplée par des ethnies sibériennes venues du nord de l’Asie par le Détroit de Bering mais aussi par des éléments venus d’Europe, encore difficilement identifiables au regard des critères de l’archéologie scientifique. Comment cette migration par le “Pont Blanc” s’est-elle opérée avant les nombreuses submersions qui eurent lieu vers 8500 avant notre ère et qui détruisirent notamment la barrière Tanger/Trafalgar et la bande territoriale qui liait l’Italie et la Sicile au continent africain, faisant du lac méditerranéen initial une mer salée? Ces voyages s’effectuaient par traineaux à traction canine, à la mode lapone, le chien étant l’animal domestique par excellence, la première conquête de l’homme; ou ne devrait-on pas plutôt parler d’une fusion “amicale” entre deux espèces morphologiquement très différentes pour que toutes deux puissent survivre en harmonie? Le chien est effectivement un allié dans la chasse, un chauffage central qui chauffe en hiver (les Aborigènes australiens parlent de “five-dogs-nights”, de nuits où il faut cinq chiens pour chauffer un homme; l’expression est passée dans l’anglais moderne), un pharmacien qui lèche les plaies et les guérit vu l’acidité de sa salive, un gardien et un compagnon, qui, en guise de récompense, reçoit les reliefs des repas.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.amazon.fr/gp/product/2503509975/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=centrostudila-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=1642&amp;creative=19458&amp;creativeASIN=2503509975" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-8683" style="margin: 10px;" title="livre-de-la-colonisation-de-lislande" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/livre-de-la-colonisation-de-lislande.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>Magnus Magnusson et Hermann Pàlsson ont rédigé une brillante introduction pour mon petit livre de 1973, qui n’est autre que le texte même de la “Vinland Saga”, de la saga du voyage vers le Vinland américain. Cette introduction relate l’histoire de la colonisation scandinave de l’Islande et du Groenland et retrace l’épopée nord-atlantique des marins norvégiens et islandais. La colonisation de l’Islande s’est déroulée à la suite de l’émigration de proscrits norvégiens, chassés pour “avoir provoqué mort d’homme”, à la suite de méchantes manigances ou pour raisons d’honneur voire pour refus d’être christianisés. Celle du Groenland procède de la même logique: Eirik le Rouge est banni d’Islande au 10ème siècle. Il fonde les premières colonies scandinaves du Groenland. Un marin prudent, Bjarni Herjolfsson, dévié par les vents et les éléments déchaînés de sa route entre l’Islande et le Groenland, aperçoit les côtes de terres inconnues vers 985 ou 986. Leif Eirikson, dit Leif l’Heureux, achète le dernier bateau survivant de l’expédition incomplète et chamboulée de Bjarni et décide de partir à la découverte des terres aperçues au loin par son prédécesseur. C’est ainsi que fut découvert le “Vinland”, terre sur la rive méridionale du Saint-Laurent, où les explorateurs nordiques ne découvrent pas seulement une baie qui ressemble au raisin mais surtout la principale matière première dont ils ont besoin, le bois, ainsi que du gibier en abondance, du saumon à profusion et du blé sauvage prêt à être récolté. Leif ne restera pas en Amérique: c’est son beau-frère Thorfinn Karlsefni qui tentera d’installer une première colonie permanente sur le sol américain. Thorfinn fait le voyage accompagné de sa femme. Elle met un bébé au monde sur la terre américaine. Mais elle meurt peu après l’accouchement. Thorfinn passe l’hiver avec l’enfant qu’il parvient à sauver de la mort. Ce petit Snorri Thorfinnson a probablement été le premier Européen attesté et non mêlé d’Amérindien ou d’Esquimau à avoir vu le jour dans l’hémisphère occidental. Quant à Thorvald, fils d’Eirik, il est un des premiers Européens tombés au combat face aux natifs du continent américain: il a été frappé d’une flèche en défendant une implantation dans l’actuel Labrador canadien.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.amazon.fr/gp/product/2905970499/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=centrostudila-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=1642&amp;creative=19458&amp;creativeASIN=2905970499" rel="nofollow" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-8684" style="margin: 10px;" title="les-vikings" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/les-vikings.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>L’âge viking, l’ère en laquelle les Normands se répandirent en Europe, en Russie jusqu’au comptoir de Bolgar sur la Volga et dans l’espace nord-atlantique, est une époque où l’Europe ne connaît plus la gloire de l’Empire romain: en ce temps-là, nous explique le Prof. Roger Grand, le trop-plein démographique scandinave descendait calmement la Weser germanique, jusqu’à hauteur du premier grand affluent du Rhin, la Lippe, pour aller se présenter dans les <em>castra</em> des légions de l’Urbs et trouver une affectation militaire ou civile dans l’Empire. La chute de l’Empire romain interdit cette transhumance: la masse démographique germanique-continentale s’est déplacée à l’intérieur de l’Empire, dans les provinciae de Germania Inferior et Germania Superior et dans le nord de la Gallia Belgica, voire dans la vallée du Rhône pour les Burgondes, installés principalement dans la “Sapaudia” (la terre des sapins) jurassienne, entre Besançon et le lac de Neuchâtel selon l’axe Ouest-Est, et entre Belfort et Grenoble, selon l’axe nord-est/sud-ouest. L’Europe est trop pleine et, en plus, elle est désorganisée. Les Germains continentaux n’ont plus d’affectations à offrir à leurs cousins du Nord. L’Europe est dangereusement ouverte sur la steppe qui s’étend de la Puszta hongroise jusqu’à la Mandchourie. Entre le Danube à hauteur de Vienne et l’Atlantique, les populations romanisées et germanisées sont acculées, dos à l’Océan, d’où les Nordiques viennent pour remonter leur fleuves et piller leurs villes et abbayes. En Méditerranée, elles sont harcelées par le débordement démographique sarrazin, c’est-à-dire hamito-sémitique.</p>
<p style="text-align: justify;">La recherche d’échappatoires est donc une nécessité vitale: la Russie offre un tremplin vers la Mer Noire et l’espace byzantin et, via la Volga, vers la Caspienne et l’Empire perse. Mais, là aussi, l’élément scandinave, finalement trop ténu, ne pourra pas, comme avaient partiellement pu le faire avant eux les tribus gothiques, maîtriser le cours des grands fleuves russes et ukrainiens pour avancer les pions des populations européennes vers l’espace persan. La seule route pour trouver terres, matières premières et espaces apaisés est celle de l’Atlantique septentrional. Cette donnée stratégique est une constante de l’histoire européenne: elle sera reprise par Henri le Navigateur, roi du Portugal, désireux de contourner la masse continentale africaine pour éviter la Méditerranée contrôlée par les puissances musulmanes et atteindre l’Inde par voie maritime et non plus terrestre. Elle sera reprise par Ivan le Terrible quand il descendera la Volga pour l’arracher au joug tatar, sous les conseils d’un marchand anglais, qui n’avait pas oublié la route varègue (suédoise) vers le comptoir de Bolgar, vers la Caspienne et l’espace persan. Les recettes norroises et varègues ont donc servi de source d’inspiration aux tentatives européennes, en l’occurence portugaises et russes, de désenclaver l’Europe.</p>
<p style="text-align: justify;">La première tentative de désenclavement par l’Ouest atlantique a donc été celui du quatuor Bjarni, Eirik, Leif et Thorsinn. Elle est importante dans la mesure où les marins scandinaves, paysans sans terre à la recherche d’un patrimoine, cherchent non plus à fusionner avec d’autres sur une terre étrangère, comme le fut peut-être la Normandie, mais à créer des communautés scandinaves homogènes sur des sols nouveaux. Ce sera le cas en Islande, où les colonies se sont maintenues. Ce sera le cas au Groenland, du moins tant que durera l’optimum climatique médiéval. L’installation en Amérique, dans “l’Anse aux Meadows” sera, elle, éphémère: elle se heurtera à la résistance des indigènes d’Amérique du Nord, les “Skraelinger” des sagas, que les Scandinaves ne pourront vaincre, en dépit de la supériorité de leurs armes en fer. Les “Skraelinger” disposaient d’armes de jet, des arcs mais aussi une sorte de catapulte ou de balliste, qui leur permettaient de tenir tête à des guerriers dotés d’armes de fer mais qui ne disposaient plus, au Groenland, de forges et de mines capables d’en produire à bonne cadence. Tout devait être importé d’Europe. La logistique scandinave en Atlantique nord était trop rudimentaire pour permettre de se tailler une tête de pont, comme le firent plus tard les Espagnols ou les Anglais, pourvus d’armes à feu.</p>
<p style="text-align: justify;">Le trop-plein démographique scandinave, à la suite de mauvaises récoltes, ne s’est plus déversé en Europe, à partir d’un certain moment quand l’espace impérial carolingien s’organise et s’hermétise, mais dans les îles de l’Atlantique (Shetlands, Féroé, Orcades, Hébrides) et en Islande. Cet exode d’audacieux répond aussi à une nouvelle donne politique: le pouvoir royal, imité du pouvoir impérial carolingien et armé de la nouvelle idéologie chrétienne, marque des points dans les vieilles terres scandinaves et déplait car jugé trop autoritaire et irrespecteux tant de la liberté personnelle que de la liberté des communautés d’hommes libres. L’Islande sera ainsi le laboratoire d’une démocratie populaire et originale: le pouvoir sera d’emblée limité par des lois; le chef, élu temporairement, devra respecter un contrat avec les représentants du peuple siégeant au “Thing” (= Assemblée, parlement); le médiateur au sein de ces assemblées de paysans libres, les <em>bondi</em> ou les <em>godhar</em> (“les chefs”, désignés par leurs propres communautés) joue un rôle capital. L’île de Thulé, que mentionnent les sources de l’<a title="antiquité" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/storia-antica/">antiquité</a> et du haut <a title="moyen âge" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/medioevo/">moyen âge</a> telles celles d’Orose, de Boèce (“à six jours de navigation” du continent) et de Bède le Vénérable, est indubitablement l’Islande.</p>
<p style="text-align: justify;">En 825, le moine irlandais Dicuil, actif à la Cour de Charlemagne, écrit un traité de géographie (<em>Liber de mensura orbis terrae</em>), où, pour la première fois, on peut lire une description détaillée de cette “Thulé” de l’Atlantique nord, grâce à des renseignements transmis par trois ermites irlandais qui l’avaient abordée en 795, au moment où les Vikings lançaient leurs premiers assauts contre l’Irlande et ses monastères. Quand les premiers colons norrois abordent l’Islande vers 860, l’île est déjà occupée par quelques moines irlandais, comme le mentionnent d’ailleurs les sources scandinaves et l’attestent des noms de lieux comme “Papey” (“L’île aux moines”) et “Papyli” (“Aux moines”). En 870, Ingolf Arnarson doit quitter la Norvège, car “il y a commis mort d’homme”, et fonde la première colonie permanente et non monacale en Islande, sur le site même de l’actuelle capitale Reykjavik. C’est au départ de l’installation d’Ingolf et des siens qu’un système politique démocratique original, alliant pouvoir temporel et religieux, s’implante dans le pays et que celui-ci devient la base de départ de nouvelles découvertes: non seulement le Groenland et le Vinland, mais des îles stratégiques à la jonction des eaux de l’Atlantique et de l’Arctique, telles les Spitzbergen (vers 1170) et l’île Jan Mayen en 1194.</p>
<p style="text-align: justify;">L’Islande médiévale fut donc à coup sûr la société la plus originale d’Europe, en marge du continent soumis aux assauts sarrazins et mongols ou disloqués par les querelles intestines. Elle développe un commerce intense, surtout avec la Norvège et l’Angleterre; elle exporte de la laine, du tweed, des peaux de mouton ou de phoque, du fromage, du suif (pour les chandelles), des faucons et du soufre en échange de bois (rare sous ces latitudes boréales), de goudron, de métaux, de farine, de malt, de miel, de vin, de bière et de lin. Mais, rappellent Magnusson et Pàlsson, l’exportation majeure, la plus étonnante et forcément la plus originale de cette Islande en apparence isolée et géographiquement marginale, ce sont les productions littéraires; en effet, les Islandais, lettrés et producteurs de sagas qui sont les premières manifestations d’une <a title="littérature" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/letteratura/">littérature</a> achevée en Europe, produisent une poésie courtisane, des chants et des éloges pour les rois et les princes, qu’affectionnaient tout particulièrement les “earls” des Orcades, les grands féodaux anglais et les riches habitants de Dublin (colonie norvégienne). Ces récits, poèmes ou chants se payaient au prix fort. Ensuite, les contextes géographiques dans lesquels se déroulaient les récits des sagas sont minutieusement décrits et échappent à toute exagération ou falsification d’ordre mythique ou légendaire. La saga du Vinland ou le “Landnàmabök” (le livre de la colonisation de l’Islande) confirment parfaitement cette objectivité narrative. La première <a title="littérature" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/letteratura/">littérature</a> “moderne” (pour autant que ce mot soit adéquat) en Europe a été islandaise. Né en Islande en 1067, Ari Thorgilsson peut être considéré comme le premier historien d’Europe en langue vernaculaire, alliant précision, érudition et volonté d’inscrire l’histoire islandaise dans un cadre général européen. C’est lui qui nous a transmis la plus grande partie du savoir dont nous disposons sur l’âge dit des sagas (930-1030). Il y a dix siècles, l’Islande fournissait à l’Europe un historien qui relatait des faits sans les embellir de légendes, de merveilleux ou de paraboles hagiographiques.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/vinland.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-8680" style="margin: 10px;" title="vinland" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/vinland-300x207.jpg" alt="" width="300" height="207" /></a>L’Islande a donc été le centre d’un monde thalassocentré, aux institutions politiques originales et uniques, que décrit remarquablement l’historien américain Jesse L. Byock, de l’université de Californie (UCLA). Quand les deux colonies du Groenland se sont mises à péricliter, l’Islande est redevenue marginale, une simple excroissance occidentale du monde scandinave. Mais elle n’a certainement pas exclu de sa mémoire l’épopée aventureuse, commerciale et colonisatrice vers le Groenland et les terres situées plus à l’Ouest. Une carte controversée, probablement une falsification car elle fait du Groenland une île à part entière (ce que l’on ne savait pas avant 1890), montre les trois terres (Helluland, Markland et Vinland) découvertes par Leif. Les falsificateurs dataient cette carte de 1440, cinquante-deux ans avant le voyage de Colomb. Falsification ou non, les terres extrême-occidentales devaient être toujours présentes dans la mémoire des Islandais, comme devaient au moins les deviner les pêcheurs normands, bretons, flamands, anglais, galiciens, portugais ou norvégiens qui cherchaient les bancs de morues. Vers 1020, les tentatives d’installation au Vinland ont dû définitivement cesser, du moins dans le sillage immédiat de Leif et de ses proches. L’évêque Eirik du Groenland a toutefois tenté une nouvelle expédition en 1121, pour “aller voir s’il y avait là-bas des chrétiens survivants”. Il aurait constaté le contraire. En 1347, des Annales mentionnent le retour d’une petite embarcation qui avait été au “Markland”, avec dix-huit hommes à son bord. On sait que les résidents des deux colonies groenlandaises ont évacué leurs installations, sans que l’on puisse dire avec toute la certitude voulue s’ils sont revenus en Islande ou en Norvège ou s’ils ont cinglé vers l’Ouest, pour disparaître sans laisser de traces.</p>
<p style="text-align: justify;">L’universitaire britannique Gwyn Jones, dans une étude consacrée aux Vikings et à l’Amérique, relève deux hypothèses convergentes, non étayées mais plausibles, et qui mériteraient d’être vérifiées: celle de l’Islandais Jon Dùason et celle du Canadien Tryggve Oleson. L’une date des années 1941-1948, l’autre de 1963. Ces deux hypothèses postulent que, vu la détérioration du climat et les difficultés logistiques à vivre à l’européenne (ou du moins à la mode norvégienne) en terre groenlandaise, bon nombre de Scandinaves de ces deux colonies extrême-occidentales ont fini par adopter le mode de vie esquimau, non seulement au Groenland mais aussi au Canada, c’est-à-dire au moins au Helluland et au Markland. Réduit à la précarité, les colons islando-norvégiens auraient traversé la mer entre le Groenland et le Canada pour s’y fixer et finir par se mêler aux populations autochtones de la culture dite du Dorset et former ainsi une nouvelle population, voire une nouvelle ethnie, celle de la culture dite de Thulé, qui aurait repris pour son propre compte l’ensemble du territoire groenlandais, après le recul ou la disparition de la population scandinave homogène qui y avait résidé depuis l’arrivée d’Eirik. Duason et Oleson pensent dès lors qu’une fusion entre Scandinaves résiduaires et chasseurs-trappeurs de la culture dite de Dorset a eu lieu, ce qui a donné à terme la nouvelle culture dite de Thulé. Ensuite, les ressortissants métis de la culture de Thulé seraient entrés en conflit avec les derniers Islando-Norvégiens du Groenland qui auraient alors plié bagages et se seraient installés, très peu nombreux et fort affaiblis, dans l’île actuellement canadienne de Baffin, en se mêlant à la population locale et en disparaissant par l’effet de ce métissage en tant que communauté scandinave homogène. La seule source qui pourrait étayer cette thèse est importante et fiable, c’est un écrit tiré des annales de l’évêque Gisli Oddsson, écrite en latin en 1637, probablement inspirée par une source antérieure disparue et évoquant les événements en “Extrême-Occident” scandinave (ou atlanto-arctique) de 1342: “Les habitants du Groenland ont abandonné la vraie foi et la <a title="religion" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione/">religion</a> chrétienne de leur propre volonté, ayant déjà rejeté toutes les bonnes manières et les véritables vertus, et se sont tournés vers les peuples d’Amérique (“et ad Americae populos se converterunt”)”.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="size-medium wp-image-8681 alignleft" style="margin: 10px;" title="san-brendano" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/san-brendano-300x265.gif" alt="" width="300" height="265" />Si les ermites irlandais ou celtiques cherchaient des terres, c’était pour aller y pratiquer la méditation en solitaire et non pour la colonisation. Pour le celtisant anglais Geoffrey Ashe, comme d’ailleurs pour Louis Kervran, les moines irlandais cherchaient le “Paradis terrestre”, qui, à leurs yeux, n’était nullement un “au-delà” mais une contrée bien terrestre quoiqu’inconnue. Les sources de diverses “matières celtiques” évoquent tantôt la Terre d’Avalon (ou “Avallach” ou encore “Ablach”) tantôt la Terre de “Tir na nOg”, un pays de jouvence éternelle située loin à l’Ouest, au bout de l’Océan. <a title="religion" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione/">Religion</a> biblique, mythes celtiques et fonds factuel se mêlent de manière trop inextricable dans les récits de la matière de Brandan, qui ne recèlent par conséquent aucune fiabilité scientifique, sauf peut-être si on les lit avec l’acribie dont fit montre Kervran, dans son livre paru en 1977. La colonisation scandinave est rationnelle et les récits qu’elle suscite sont réalistes. Les Irlandais ont toutefois été les premiers à aborder l’Islande et probablement le continent américain. Mais rien n’atteste objectivement de leurs voyages, sauf en Islande, où Dicuil mentionne la présence d’ermites voyageurs. Cette volonté de fuite vers l’Ouest, au-delà de l’Océan Atlantique, indique pourtant que l’humanité de souche européenne a été, pendant quasi tout le <a title="moyen âge" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/medioevo/">moyen âge</a>, depuis la chute de l’Empire romain, un ensemble de populations assiégées et contenues dans l’espace étroit de la péninsule européenne, ce promontoire au Ponant de l’immense masse continentale eurasienne. Les assiégeants, comme l’indique d’ailleurs l’auteur anglais du 12ème siècle Guillaume de Malmesbury après l’invasion seldjoukide des “thermes” orientaux de l’Empire byzantin, sont les peuplades turques, mongoles, hunniques, berbères et arabes. Pour bon nombre d’Européens du haut <a title="moyen age" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/medioevo/">moyen âge</a>, et pour les Scandinaves qui ne trouvent plus d’affectations suffisantes dans l’espace euro-méditerranéen suite à l’effondrement de la civilisation romaine, l’Europe est une terre que l’on cherche à fuir: en effet, les Nordiques ne sont plus des barbares intégrables de la périphérie (Altheim, Toynbee, Grand) ni dans l’espace catholique-romain ni dans l’espace byzantin (en dépit de l’aventure de la “Garde varègue”); l’Europe leur est devenue un espace fermé tant à cause de la détresse provoquée par les siècles de gabegie mérovingienne et par les assauts sarrazins et hongrois qu’à cause de la fermeture qu’instaure le système carolingien pour procéder à une réorganisation interne du continent. La seule exception, c’est-à-dire la seule colonisation réussie dans l’espace jadis romanisé, est la Normandie et probablement l’aire réduite que constitue l’embouchure du Rhin et de la Meuse en Hollande actuelle, sans compter le Yorkshire anglais (le “Danelaw”). A l’Est, la Russie de Novgorod est une autre terre de colonisation possible pour les Varègues de l’actuelle Suède. Mais ces terres sont bien étroites et soumises à des institutions féodales qui déplaisent aux hommes libres du Nord. La tentative de contrôler l’espace scaldien (de l’Escaut), en établissant un vaste camp militaire dans l’actuelle ville de Louvain sur la petite rivière qu’est la Dyle, a été réduite à néant par les armées d’Arnold de Carinthie, un général pugnace du clan carolingien.</p>
<p style="text-align: justify;">La tragédie scandinave est une tragédie européenne: la volonté de conserver une autonomie politique aussi complète que possible, dans des espaces ethniquement homogènes, sans le moindre compromis sur ce chapitre, se heurte à la nécessité d’une organisation impériale, seul moyen de verrouiller en Méditerranée et sur la steppe les voies d’accès potentielles au coeur du continent. L’Europe a besoin de la liberté scandinave comme elle a besoin de l’organisation impériale: quand trouvera-t-on le juste milieu, le mode politique qui parviendra à réconcilier ces deux aspirations essentielles?</p>
<p><strong>* * *</strong></p>
<p>Fait à Forest-Flotzenberg, septembre 2011.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Bibliographie</strong></p>
<p style="text-align: justify;">- Geoffrey ASHE, <a title="Kelten, Druiden und Koenig Arthur" href="http://www.amazon.fr/gp/product/3491960789/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=centrostudila-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=1642&amp;creative=19458&amp;creativeASIN=3491960789" target="_blank"><em>Kelten, Druiden und König Arthur – Mythologie der Britischen Inseln</em></a>, Walter-Verlag, Olten, 1992.</p>
<p style="text-align: justify;">- Régis BOYER, <a title="Livre de la colonisation de l'Islande" href="http://www.amazon.fr/gp/product/2503509975/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=centrostudila-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=1642&amp;creative=19458&amp;creativeASIN=2503509975" target="_blank"><em>Le Livre de la colonisation de l’Islande (Landnàmabök)</em></a>, Mouton, Paris, 1973.</p>
<p style="text-align: justify;">- Jesse BYOCK, <em>L’Islande des Vikings</em>, Aubier, Paris, 2007-2011.</p>
<p style="text-align: justify;">- James GRAHAM-CAMPBELL, <em>Das Leben der Wikinger – Krieger, Händler und Entdecker</em>, Kristall-Verlag, Hamburg, 1980.</p>
<p style="text-align: justify;">- Gwyn JONES, “The Vikings and North America”, in R. T. FARRELL, <em>The Vikings</em>, Phillimore, London, 1982.</p>
<p style="text-align: justify;">- Louis KERVRAN, <em>Brandan, le grand navigateur celte du VI° siècle</em>, Laffont, Paris, 1977.</p>
<p style="text-align: justify;">- Jean MABIRE, <a title="Les Viking à travers le monde" href="http://www.amazon.fr/gp/product/2905970499/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=centrostudila-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=1642&amp;creative=19458&amp;creativeASIN=2905970499" target="_blank"><em>Les Vikings à travers le monde</em></a>, Ed. de l’Ancre de Marine, Saint-Malo, 1992.,</p>
<p style="text-align: justify;">- Magnus MAGNUSSON / Hermann PALSSON, “Introduction”, in <a href="http://www.amazon.fr/gp/product/0140441549/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=centrostudila-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=1642&amp;creative=19458&amp;creativeASIN=0140441549" target="_blank"><em>The Vinland Saga – The Norse Discovery of America</em></a>, Penguin, Harmondsworth, 1965-1971.</p>
<p style="text-align: justify;">- Gert MEIER / Hermann ZSCHWEIGERT, <a href="http://www.amazon.fr/gp/product/3878471599/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=centrostudila-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=1642&amp;creative=19458&amp;creativeASIN=3878471599" target="_blank"><em>Die Hochkultur der Megalithzeit – Verschwiegene Zeugnisse aus Europas grosser Vergangenheit</em></a>, Grabert, Tübingen, 1997.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/petites-reflexions-eparses-sur-la-decouverte-de-l%e2%80%99amerique-par-les-scandinaves.html' addthis:title='Petites réflexions éparses sur la découverte de l’Amérique par les Scandinaves ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.centrostudilaruna.it/petites-reflexions-eparses-sur-la-decouverte-de-l%e2%80%99amerique-par-les-scandinaves.html/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>3</slash:comments>
			<coop:keyword><![CDATA[Francese]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Medioevo]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Uomini del medioevo]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Amérique]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Atlantique]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Bernard Levaux]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[colonisation]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Islande]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[sagas]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Scandinaves]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Thule]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[vikings]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Vinland]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Yves Debay]]></coop:keyword>
	</item>
		<item>
		<title>Il collasso delle colonie norvegesi in Groenlandia</title>
		<link>http://www.centrostudilaruna.it/il-collasso-delle-colonie-norvegesi-in-groenlandia.html</link>
		<comments>http://www.centrostudilaruna.it/il-collasso-delle-colonie-norvegesi-in-groenlandia.html#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 21 Sep 2011 16:12:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Lamendola</dc:creator>
				<category><![CDATA[Italiano]]></category>
		<category><![CDATA[Medioevo]]></category>
		<category><![CDATA[Uomini del medioevo]]></category>
		<category><![CDATA[Colonia]]></category>
		<category><![CDATA[colonizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[fimbulvetr]]></category>
		<category><![CDATA[Groenlandia]]></category>
		<category><![CDATA[Islanda]]></category>
		<category><![CDATA[isola di Pasqua]]></category>
		<category><![CDATA[navigazione]]></category>
		<category><![CDATA[norvegia]]></category>
		<category><![CDATA[Rapa-Nui]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.centrostudilaruna.it/?p=6583</guid>
		<description><![CDATA[Anche se si tratta di una pagina di storia generalmente poco conosciuta, il collasso della colonizzazione norvegese in Groenlandia offre un esempio, che si potrebbe definire paradigmatico, di come una società umana non possa reggersi indefinitamente in un ambiente in cui essa non è in grado di adattarsi in maniera adeguata.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/il-collasso-delle-colonie-norvegesi-in-groenlandia.html' addthis:title='Il collasso delle colonie norvegesi in Groenlandia '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/carlomagno48x48.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Medioevo" /><br/><p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-full wp-image-8347" style="margin: 10px;" title="drakkar" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/drakkar.jpeg" alt="" width="206" height="244" />Una pagina di storia particolarmente interessante dal punto di vista dell&#8217;equilibrio fra società umane e ambiente naturale è quella relativa alla fallita colonizzazione scandinava della Groenlandia, terminata con l&#8217;abbandono dei due insediamenti, occidentale (Vestribyggd) e orientale (Eystribyggd), posti, in realtà, entramibi sulla costa occidentale della grande isola, l&#8217;uno più a nord, l&#8217;altro più a sud, presso il Capo Farewell. A metà strada fra i due esisteva un terzo insediamento, molto più piccolo, che si può chiamare Insediamento medio.</p>
<p style="text-align: justify;">Le fonti storiche scandinave sono incerte e confuse, per cui la fine di queste tre colonie europee, poste letteralmente all&#8217;estremità del mondo allora conosciuto, rimane a tutt&#8217;oggi avvolta nel mistero. Non sappiamo se vennero distrutte dagli Eschimesi, chiamati Skraeling dai coloni norreni, o se scomparvero per una serie di cause legate ai mutamenti climatici che, fra il 1200 e il 1600, videro in tutto l&#8217;emisfero boreale il ritorno di una &#8216;piccola età dei ghiacci&#8217;, come è stata chiamata da alcuni scienziati. Oltre ad impoverire ulteriormente le già magre risorse ambientali, dalle quali dipendeva la sopravvivenza dei coloni, l&#8217;espansione dei ghiacci rese assai più difficili le rotte marittime nei mari settentrionali e fece sì, che a poco a poco, cessarono di partire dalla Norvegia le navi che avrebbero dovuto assicurare i collegamenti con quell&#8217;estremo avamposto europeo.</p>
<p style="text-align: justify;">Certo è che, abbandonati a se stessi, i coloni norvegesi scomparvero.</p>
<p style="text-align: justify;">Le testimonianze letterarie dicono che gli abitanti dell&#8217;insediamento occidentale finirono per abbandonare la <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione/">religione</a> cristiana, probabilmente per adottare quella degli Eschimesi, con i quali, evidentemente, dovette esservi una fusione, o, quanto meno, un tentativo di convivenza pacifica, dopo una fase certamente cruenta, in cui i due popoli vennero a contatto per la prima volta. Va ricordato, infatti, che il peggioramento delle condizioni climatiche indusse gli Eschimesi a spingersi verso sud, inseguendo la loro preda preferita, la foca, dalla quale dipendevano totalmente (un po&#8217; come gli Indiani del Nord America dipendevano dal bisonte).</p>
<div id="attachment_8346" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-8346" title="Mappa della Groenlandia del XVII secolo" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/Greenland_Map_17th_century-425x197-300x139.jpg" alt="Mappa della Groenlandia del XVII secolo" width="300" height="139" /><p class="wp-caption-text">Mappa della Groenlandia del XVII secolo</p></div>
<p style="text-align: justify;">Quanto all&#8217;insediamento orientale, che sopravvisse più a lungo &#8211; anche perché era assai più consistente -, le testimonianze archeologiche indicano che gli ultimi norvegesi vennero seppelliti secondo il rito cristiano, indossando i loro migliori abiti; per cui si sarebbe portati a credere che, in quel caso, non vi fu alcuna assimilazione da parte dell&#8217;elemento indigeno; della quale, del resto, non v&#8217;è traccia neanche dal punto di vista antropologico fra gli Eschimesi o Inuit attuali. Nulla, infatti, indica che le due stirpi si siano mescolate: nessun carattere fisico degli Scandinavi, per quanto sporadico, è osservabile negli Eschimesi odierni.</p>
<p style="text-align: justify;">Sempre le testimonianze archeologiche attestano che l&#8217;insediamento occidentale fu occupato dagli Eschimesi a partire dal 1341, per cui la fine della colonia norvegese dovette precedere di pochissimo tale data. Nell&#8217;insediamento medio, la presenza eschimese sostituisce quella scandinava dal 1380 circa; e per quello orientale, ciò dovette avvenire nei primissimi anni del 1500. Ma, ripetiamo, non è dato sapere, allo stato attuale delle nostre conoscenze, se gli Eschimesi occuparono i fiordi già abbandonati dai norvegesi, o già spopolati dalla &#8216;morte bianca&#8217;; oppure se li occuparono con la forza, uccidendo gli abitanti fino all&#8217;ultimo uomo e, magari, facendo prigionieri un certo numero di ragazzi e ragazze, come è documentato che accadde in alcuni scontri di minore entità, verificatisi nei decenni che precedettero la fine della colonia occidentale.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/groenlandia-paradiso-a-nord/9842" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-8344" style="margin: 10px;" title="groenlandia" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/groenlandia.jpg" alt="" width="200" height="201" /></a>Sappiamo soltanto che sono stati identificati i resti di numerose fattorie norrene nonché di alcune chiese, a testimonianza del fatto che, ai loro tempi d&#8217;oro (se mai ve ne furono), i colonizzatori avevano spiegato notevoli mezzi per creare condizioni di vita che fossero quanto più simili possibile a quelle che avevano lasciato nella loro lontana madrepatria, in Norvegia &#8211; e, in minor misura, in Islanda.</p>
<p style="text-align: justify;">Scrive il saggista e scrittore gallese Gwyn Jones, nel suo importante studio <em>Antichi viaggi di scoperta in Islanda, Groenlandia e America</em>, ripubblicato alcuni anni fa dalla Casa editrice Newton Compton (titolo originale: <em>The Norse Atlantic saga. Being the Norse Voyages of Discovery and Settlement to Iceland, Greenland, America</em>, 1964, Oxford University Press; traduzione italiana Giorgio Romano, Milano, Bompiani Editore, 1966, pp. 82-110):</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">&#8220;La colonia di Groenlandia, che va tenuta distinta dallo stato o nazione di Groenlandia, sopravvisse fino all&#8217;inizio del secolo XVI, e il modo in cui avvenne la sua fine ha interessato a lungo gli studiosi. La Colonia di Groenlandia era il più remoto avamposto della civiltà europea e la sua fine &#8211; su un lontano lido, in un paese quasi dimenticato, in condizioni climatiche che peggioravano e in circostanze assai tetre &#8211; è stata considerata da molti la più impressionante tragedia vissuta da un popolo nordico. Essa rimane uno dei problemi insoluti della storia.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Vediamo oggi, col senno di poi, come tutto, nella colonizzazione norrena in Groenlandia, fosse giocato al suo limite. I colonizzatori sarebbero potuti sopravvivere soltanto se non fosse intervenuto nessun mutamento in peggio. In Islanda l&#8217;Europeo del <a title="medioevo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/medioevo/">Medioevo</a> aveva rischiato le sue ultime possibilità per vivere al nord, e aveva potuto osar questo senza rinunziare a un sistema di vita scandinavo. L&#8217;Islanda si trova all&#8217;estremo limite del mondo abitabile; la Groenlandia oltre quel limite. Papa Alessandro VI scriveva nel 1492: «La Chiesa di Gardar è situata alla fine del mondo» e la strada per raggiungerla era infaustamente nota: <em>per mare non minus tempestosissimum quam longissimum</em>. Era pertanto un prerequisito per i groenlandesi &#8211; se volevano dominare il destino &#8211; possedere un naviglio loro capace di solcare i mari. Ben presto invece non ebbero non ebbero a disposizione né i capitali né il materiale per costruirlo; dopo essersi sottomessi alla Norvegia fu loro esplicitamente vietato di usare navi proprie: e, da allora in poi, le condizioni per la sopravvivenza non dipesero più dalla loro volontà. I cambiamenti politici ed economici all&#8217;estero, senza loro colpa né offesa, potevano ormai distruggerli, e la loro negligenza doveva mostrarsi altrettanto letale di un attacco. Secondariamente il loro numero era pericolosamente esiguo: probabilmente non raggiunsero mai le tremila anime. La popolazione dell&#8217;Islanda dell&#8217;anno 1100 era pressappoco di 80.000 persone. Il fuoco, i ghiacci, le pestilenze e l&#8217;abbandono da parte dei norvegesi ridussero questo numero a 47.000 nel 1800: uno sciupio omicida per una razza molto prolifica. La Groenlandia non possedeva una siffatta riserva di umani sacrifici. In terzo luogo: di tutte le comunità europee essa era la più vulnerabile ai cambiamenti climatici. Per gli altri uomini dell&#8217;Europa una serie di inverni freddi e di cattive estati è una seccatura e un fastidio; per i groenlandesi rappresentava il suono di una campana a morte. (…)</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Con tutta probabilità il freddo crescente e la maggior aridità dopo il 1200 contribuirono gli eschimesi a recarsi verso sud. Man mano che il ghiaccio andava estendendosi lungo le coste ovest della Groenlandia, anche le foche si diffusero; a loro volta gli Skraeling seguirono le foche, perché ogni aspetto della loro vita dipendeva da questi animali. Trichechi e balene, caribù e orsi, pernici bianche e piccoli pesci erano tutti bene accolti dagli eschimesi, ma alle foche essi erano legati in modo particolare. I norreni si spingevano a nord, alla ricerca di territori di caccia e di legname trasportato dalle correnti; gli eschimesi scendevano a sud inseguendo le foche: il loro incontro era inevitabile. Non sappiamo quanti di questi incontri abbiano lasciato tracce di sangue sulla neve, poiché tanto per i norreni quanto per gli eschimesi la posta era alta, ed essi dovevano ben saperlo. Il futuro sarebbe stato favorevole a quel popolo che sarebbe riuscito ad adattarsi meglio al mutamento del clima. Gli eschimesi, resi autosufficienti dalle foche, ben impellicciati e protetti contro il freddo, con le loro tende per l&#8217;estate, le case per l&#8217;inverno e i velocissimi caicchi, erano invero mirabilmente attrezzati. I norreni, legati alle abitudini europee sino alla fine, della colonizzazione, attaccati ai greggi, alle mandrie e ai pascoli che andavano scomparendo, non potevano sopravvivere al loro <em>fimbulvetr</em>, a quel lungo, spietato, terribile inverno, il cui avvicinarsi annunciava la fine del loro mondo. (…)</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;L&#8217;insediamento occidentale ebbe termine nel 1342. Abbiamo scarse prove di come ciò sia avvenuto, e sono inoltre prove discutibili. Gli <em>Annali</em> del vescovo Gisli Oddsson precisano sotto la data di quell&#8217;anno che: «Gli abitanti della Groenlandia, di loro spontanea volontà, abbandonarono la vera fede e la <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione/">religione</a> cristiana, avendo abbandonato il retto sentiero e le virtù fondamentali, e si unirono coi popoli dell&#8217;America (<em>ad Americae populos se converterunt</em>). Alcuni considerano anche che la Groenlandia si trova molto vicina alle regioni occidentali del mondo. E da questo derivò che i cristiani rinunciassero ai loro viaggi in Groenlandia». Per il vescovo i &#8216;popoli dell&#8217;America&#8217; erano quasi certamente gli eschimesi, cioè quegli stessi Skraeling che i groenlandesi avevano incontrato molto tempo prima in Marclandia e in Vinlandia; e la sua asserzione dev&#8217;essere interpretata come un&#8217;indicazione che già nel 1342 si riteneva che i groenlandesi fossero divenuti indigeni per costume e <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione/">religione</a>. Fu probabilmente per esaminare il carattere e l&#8217;estensione di quest&#8217;apostasia che un anno prima, nel 1341, il vescovo Hakon di Bergen aveva inviato il prete Ivar Bardarson in una spedizione divenuta poi famosa. (…)</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Si sparse la voce che i norreni stavano &#8216;convertendosi&#8217; alla fede egli eschimesi e abbandonavano la <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione/">religione</a> cristiana; si disse che bisognava fare qualcosa a questo proposito. Ma allorché Ivar Bardarson arrivò in Groenlandia, una di queste due cose doveva essere accaduta: o gli ultimi sopravvissuti dell&#8217;insediamento occidentale si erano ritirati verso il sud per cercare scampo, o erano stati vinti e sterminati dagli Skraeling. Comunque, la spedizione di Ivar non servì che a confermare questo fatto: «attualmente gli Skraeling occupano tutta la Colonia occidentale». La cultura tipicamente scandinava scomparve ovunque al di là della latitudine 62° nord. Dopo il 1350 circa l&#8217;esistenza di colonie norrene in Groenlandia era limitata a Eystridyggd.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;I documenti storici e archeologici dimostrano che l&#8217;insediamento orientale combatté tenacemente per la propria esistenza. Lì viveva gran parte della popolazione norrena, e lì si trovavano anche le terre migliori. Ciononostante la perdita dell&#8217;Insediamento occidentale rappresentò per quello orientale un&#8217;irreparabile calamità. Da un lato portò alla perdita del Nordseta, il miglior terreno di caccia della Groenlandia, che si trovava più a nord dell&#8217;insediamento perduto e, sebbene la richiesta di prodotti del Norseta fosse in declino, ciò costituì una drastica riduzione delle risorse dei coloni. Ma ancora più grave fu la sensazione che un destino analogo minacciasse anche l&#8217;insediamento rimasto. Certamente gli eschimesi stavano reagendo duramente alla presenza dei bianchi nel sud; e noi apprendiamo dagli Annali islandesi (<em>Gottskalksannal</em>) che intorno al 1379 «gli Skaraeling attaccarono i groenlandesi, ne uccisero diciotto e rapirono due ragazzi che fecero schiavi». (…)</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Le testimonianze relative alle comunicazioni tra la Groenlandia e il mondo esterno, dopo la metà del secolo XIV, si possono così sintetizzare: nei primi decenni una nave, protetta dal monopolio regale, compì, a intervalli frequenti se non proprio ogni anno, il tragitto Norvegia Groenlandia. Era questo il <em>Groenlands knörr</em>, il Corriere della Groenlandia; ma non sembra che sia stato sostituito dopo che andò perduto nel 1367 o &#8217;69. In seguito le comunicazioni furono scarse. Tutte le prove che possediamo di viaggi in Groenlandia riguardano una strana serie di uomini: Bjorn Einarsson Jorsalafari, detto il Pellegrino di Gerusalemme, fece naufragio in Groenlandia e vi rimase per due anni; un gruppo d&#8217;islandesi, smarrita la rotta, vi arrivò nel 1406 e vi rimase quattro anni; una coppia alquanto misteriosa, Pining e Pothorst, fece un viaggio piuttosto chimerico in Groenlandia, e pare anche oltre, nell&#8217;oceano occidentale, forse anche fino al Labrador, poco dopo il 1470, aggiungendo così nuove sfumature fantastiche alla cartografia del Rinascimento e qualche luce, ma anche molte ombre, alle vaghe conoscenze che il XVI secolo ebbe del più remoto settentrione. (…)</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Quando e come si sia estinto l&#8217;Insediamento orientale non sapremo mai. Con ogni probabilità il fenomeno si verificò subito dopo la fine del 1500. Deve esserci stato un progressivo indebolimento della Colonia. A Herjolfsnes, e ancor più probabilmente a Unartoq, ci sono prove di sepolture collettive che possono far pensare a una morte per epidemia, forse per peste, sebbene non se ne trovi conferma nelle fonti storiche. Come per Vestribyggd, dobbiamo immaginare che la Colonia si sia andata ritirando sotto la pressione eschimese, mentre le famiglie che vivevano ai confini indietreggiavano verso le zone centrali, e alcuni (non necessariamente gli spiriti più deboli) coglievano l&#8217;occasione per far ritorno in Islanda o in Norvegia. Altri furono rapiti da violenti predoni europei, tra i quali par che predominassero gli inglesi; ed è logico ritenere che l&#8217;isolamento, profondamente sentito, unito alle altre sciagure, abbia alimentato una debolezza fisica e morale che ridusse la volontà di sopravvivenza. Nel complesso la vecchia teoria che la Colonia groenlandese sia andata morendo tra l&#8217;indifferenza del resto del mondo rimane sostanzialmente valida. (…)</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Quando nel 1586 l&#8217;inglese John Davis riuscì a sfuggire all&#8217;atroce desolazione delle coste sud-orientali della Groenlandia e contemplò con sollievo «semplice paesaggio campestre con terra ed erba», all&#8217;interno dei fiordi occidentali, non trovò nessuna traccia di bianchi, «né vide alcuna cosa a eccezione di avvoltoi, corvi e piccoli uccelli, come allodole e fanelli». Questi erano i fiordi dell&#8217;antico Insediamento occidentale, ma la stessa cosa era di quello orientale. La terra, l&#8217;acqua e tutto ciò che esse potevano offrire appartenevano ormai agli esuberanti e tenaci eschimesi. La vicenda norrena in Groenlandia era giunta alla fine&#8221;.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">La Groenlandia era stata visitata da arditi navigatori vichinghi già al principio del X secolo e colonizzata a partire dal 982 per opera di Erik il Rosso, che la chiamò &#8220;Terra Verde&#8221; perché tale, in estate, è l&#8217;aspetto di alcuni fiordi riparati, ove fioriscono alcuni verdi prati e si concentra buona parte della fauna dell&#8217;isola.</p>
<p style="text-align: justify;">Grazie alla presenza di correnti marine calde, era la costa più lontana dall&#8217;Europa, ossia quella occidentale, a presentare le condizioni più favorevoli per un insediamento; e fu lì che si concentrarono gli sforzi di quei primi coloni, provenienti tutti dall&#8217;Islanda. Il loro numero si stabilizzò intorno alle tremila unità; la loro economia, oltre che su di una limitata attività silvo-pastorale, era basata essenzialmente sul commercio delle pelli di foca e sulle ossa di balena (cfr. Enzo Collotti, <em>La storia della Groenlandia</em>, in <em>Enciclopedia Geografica Il Milione</em>, Novara, De Agostini, 1970, vol. X, p. 135).</p>
<p style="text-align: justify;">Anche il cristianesimo si organizzò presso quelle comunità scandinave, tanto che nel 1126 fu insediato in Groenlandia, per la prima volta, un vescovo norvegese.</p>
<p style="text-align: justify;">Scrive il Collotti (loc. cit.):</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Seppure per breve tempo, i legami con la Norvegia erano destinati a divenire ancora più stretti ed istituzionali, allorché nel 1261 fu riconosciuta sull&#8217;isola la sovranità del re di Norvegia. Successivamente, il progressivo allentamento dei rapporti con la penisola scandinava fu conseguenza della creazione di un nuovo equilibrio di forze politiche e di nuove correnti di traffico, che dirottarono il commercio norvegese verso gli interessi dei mercanti tedeschi, che avevano finito con l&#8217;assumere di fatto il controllo dei traffici della Norvegia&#8221;.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Anche se si tratta di una pagina di storia generalmente poco conosciuta, il collasso della colonizzazione norvegese in Groenlandia offre un esempio, che si potrebbe definire paradigmatico, di come una società umana non possa reggersi indefinitamente in un ambiente in cui essa non è in grado di adattarsi in maniera adeguata.</p>
<p style="text-align: justify;">Non vi sono prove del fatto che i Norvegesi abusarono delle risorse locali offerte dalla magra vegetazione e dalla fauna artica; è certo, invece, che non furono in grado di fronteggiare il peggioramento climatico con gli scarsi mezzi di cui disponevano. Il colpo di grazia venne poi da una serie di circostanze concomitanti: il disinteresse del re di Norvegia, che di fatto li abbandonò al loro destino, dopo averli obbligati a rinunciare, per legge, all&#8217;esercizio di una propria marineria; le migrazioni verso sud di gruppi, relativamente numerosi, di Eschimesi, assai meglio adattati alla sopravvivenza in quell&#8217;ambiente ostile; alcune probabili pestilenze, testimoniate da un certo numero di sepolture comuni; e, infine, le incursioni di alcuni pirati europei, specialmente inglesi, che rapirono gli abitanti e devastarono le loro fattorie.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/la-vita-di-bordo-nel-medioevo/9843" target="_blank"><img class="alignright size-medium wp-image-8345" style="margin: 10px;" title="vita-di-bordo-nel-medioevo" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/vita-di-bordo-nel-medioevo-198x300.jpg" alt="" width="198" height="300" /></a>Ad ogni modo, la lezione che possiamo trarre da quella lontana vicenda è chiara: un gruppo umano non può mantenersi su un determinato territorio, a meno che sappia integrarsi con l&#8217;ambiente, usufruire adeguatamente delle sue risorse, adattarsi ai cambiamenti climatici ed ecologici e introdurre quelle innovazioni, nei suoi metodi di lavoro e nella sua psicologia, che gli consentano di attenuare l&#8217;impatto dovuto ai mutamenti stessi.</p>
<p style="text-align: justify;">Il risultato della incapacità dei coloni norvegesi in Groenlandia di adattarsi a condizioni di vita sensibilmente diverse da quelle esistenti in Scandinavia fu la decadenza della loro società, il suo progressivo restringimento, che dovette essere anche morale e spirituale oltre che materiale, e infine la loro scomparsa totale e irreversibile.</p>
<p style="text-align: justify;">Il loro principale errore, se così possiamo chiamarlo, fu, in altre parole, quello di aver cercato di colonizzare la Groenlandia come se fosse stata la Norvegia o magari l&#8217;Islanda: non si resero conto che le condizioni del clima e del suolo erano sostanzialmente diverse e che solo sforzandosi di elaborare nuove forme di caccia, di pesca, di architettura e di riscaldamento, avrebbero potuto sopravvivere e, forse, prosperare. Il loro fu un vero e proprio collasso tecnico e morale: ed è impressionante pensare che dei coraggiosi e valentissimi marinai, quali essi erano stati, alla fine, quando ciò sarebbe stato questione di vita o di morte, non seppero mettere in mare neppure una nave per ristabilire il collegamento con l&#8217;Europa o, almeno, per evacuare ordinatamente i loro sfortunati insediamenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Per trovare un esempio altrettanto drammatico di come la decadenza dell&#8217;arte della navigazione possa segnare il destino di una importante società umana, bisogna spostarsi di molte decine di migliaia di chilometri, fino nel cuore dell&#8217;Oceano Pacifico meridionale, sull&#8217;isola di Pasqua (Rapa-Nui in polinesiano). Gli studi più recenti hanno ormai ampiamente dimostrato che la civiltà che aveva saputo costruire gli sbalorditivi monumenti di pietra, i Moai, che tanto colpirono i primi coloni europei, dopo la scoperta dell&#8217;isola da parte di Roggeveen nel 1722, subì un collasso irreversibile a causa del dissennato disboscamento praticato dagli indigeni. L&#8217;isola di Pasqua, allorché vi giunsero i colonizzatori polinesiani provenienti da occidente &#8211; probabilmente da Tahiti &#8211; era ammantata da una straordinaria, lussureggiante foresta primigenia. Ma, nel corso di alcuni secoli, essa venne ridotta a una landa sassosa battuta dai venti, a causa della deforestazione incontrollata, il cui scopo era mettere a coltura nuovi terreni fertili, procurare legname per le imbarcazioni da pesca, per le abitazioni, e per il riscaldamento, nonché la stessa tecnica di trasporto delle statue colossali, dalle pendici del vulcano centrale fino alle coste dell&#8217;isola, che richiedeva l&#8217;uso dei tronchi degli alberi in funzione di rulli.</p>
<p style="text-align: justify;">Allorché l&#8217;ultimo albero venne abbattuto, la pratica della navigazione d&#8217;alto mare andò irrimediabilmente perduta e quei fieri navigatori, regrediti a coltivatori sedentari del tutto isolati dal resto del mondo, precipitarono in una serie di guerre intestine che cancellarono perfino il ricordo della passata grandezza.</p>
<p style="text-align: justify;">Al giorno d&#8217;oggi, gli uomini fanno totalmente affidamento sui continui progressi della tecnica per imporre un controllo sempre più forte sull&#8217;ambiente in cui vivono; sono convinti, infatti, di poter padroneggiare qualsiasi ambiente naturale, tanto è vero che sono allo studio persino dei progetti di colonizzazione spaziale.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma, in questo modo, ci sembra che la lezione della fallita colonizzazione norvegese in Groenlandia (e del collasso della civiltà dell&#8217;isola di Pasqua, di cui ci occuperemo in un prossimo lavoro), sia andata interamente perduta. Non bisognerebbe puntare, infatti, su una radicale trasformazione dell&#8217;ambiente ai fini delle esigenze umane, bensì puntare al raggiungimento dell&#8217;equilibrio fra le esigenze della società umana &#8211; economiche, culturali e spirituali &#8211; e l&#8217;ambiente medesimo. In altre parole, l&#8217;uomo dovrebbe cercare di vivere in armonia con la natura, e non di imporre ad essa, in tutto e per tutto, le sue necessità, cercando di creare quasi una seconda natura &#8220;artificiale&#8221;. Procedendo in quest&#8217;ultima direzione, infatti, egli crea con le sue stesse mani le premesse per una degenerazione degli equilibri ambientali, che prima o poi gli si ritorcerà contro; senza contare che la tecnologia, quanto più è sofisticata, tanto più è settoriale e non adeguata a fronteggiare situazioni impreviste, quali un rapido cambiamento climatico.</p>
<p style="text-align: justify;">I piccoli Eschimesi, ben coperti nelle loro calde pellicce e ben attrezzati per la caccia alla foca, sia per mare che a terra, sopravvissero all&#8217;avvento della &#8216;piccola età glaciale&#8217;, che si abbatté sulla Groenlandia a partire dal XIII secolo; mentre gli alti e forti Norvegesi si estinsero miseramente, senza lasciar di sé alcuna traccia, tranne alcune fattorie in rovina e poche chiese abbandonate, con i loro malinconici cimiteri.</p>
<p style="text-align: justify;">La lezione, ripetiamo, è piuttosto chiara.</p>
<p style="text-align: justify;">Qualora le circostanze climatiche e ambientali dovessero mutare, anche a livello globale, non sarebbe una tecnologia sempre più invasiva a salvarci, ma, al contrario, la capacità di elaborare una tecnologia a misura di ambiente, ossia la capacità di creare condizioni di adattamento eco-compatibili che, rispettando le altre specie viventi animali e vegetali, offrirebbero anche a noi maggiori possibilità di sopravvivenza.</p>
<p style="text-align: justify;">È evidente che, in una simile prospettiva, dovremmo rinunciare alla funesta ideologia dello sviluppo illimitato e al delirio di onnipotenza che le filosofie scientiste hanno veicolato, dal 1600 ad oggi; per ritrovare, invece, le ragioni di una presenza umana sul pianeta Terra che non sia più vista in termini di &#8216;crescita&#8217; e di sfruttamento indiscriminato delle risorse, ma di armonioso inserimento nell&#8217;ambiente naturale.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto, col gentile consenso dell&#8217;Autore, dal sito <a href="http://www.ariannaeditrice.it">Arianna Editrice</a>.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/il-collasso-delle-colonie-norvegesi-in-groenlandia.html' addthis:title='Il collasso delle colonie norvegesi in Groenlandia ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.centrostudilaruna.it/il-collasso-delle-colonie-norvegesi-in-groenlandia.html/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>1</slash:comments>
			<coop:keyword><![CDATA[Italiano]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Medioevo]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Uomini del medioevo]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Colonia]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[colonizzazione]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[fimbulvetr]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Groenlandia]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Islanda]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[isola di Pasqua]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[navigazione]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[norvegia]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Rapa-Nui]]></coop:keyword>
	</item>
		<item>
		<title>Wolfram von Eschenbach e i Custodi del Graal</title>
		<link>http://www.centrostudilaruna.it/wolfram-von-eschenbach-e-i-custodi-del-graal.html</link>
		<comments>http://www.centrostudilaruna.it/wolfram-von-eschenbach-e-i-custodi-del-graal.html#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 13 Sep 2011 14:29:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nuccio D'Anna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ciclo del Graal]]></category>
		<category><![CDATA[Italiano]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura medievale]]></category>
		<category><![CDATA[Medioevo]]></category>
		<category><![CDATA[Simboli e simbologia]]></category>
		<category><![CDATA[Simbolismo del Graal]]></category>
		<category><![CDATA[Anfortas]]></category>
		<category><![CDATA[Dante]]></category>
		<category><![CDATA[Feirefiz]]></category>
		<category><![CDATA[graal]]></category>
		<category><![CDATA[Henry Corbin]]></category>
		<category><![CDATA[islam]]></category>
		<category><![CDATA[montagna]]></category>
		<category><![CDATA[Munsalvaetsche]]></category>
		<category><![CDATA[paradiso]]></category>
		<category><![CDATA[Parzival]]></category>
		<category><![CDATA[pietra]]></category>
		<category><![CDATA[prete Gianni]]></category>
		<category><![CDATA[Templari]]></category>
		<category><![CDATA[Titurel]]></category>
		<category><![CDATA[Wolfram von Eschenbach]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.centrostudilaruna.it/?p=8166</guid>
		<description><![CDATA[Una precisa analisi del simbolismo presente nel Parzival di Wolfram von Eschenbach e in particolare sul Graal e i suoi custodi.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/wolfram-von-eschenbach-e-i-custodi-del-graal.html' addthis:title='Wolfram von Eschenbach e i Custodi del Graal '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/letteratura48x48.png" width="48" height="48" alt="" title="Letteratura" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/carlomagno48x48.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Medioevo" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/yggdrasil.thumbnail.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Simboli e simbologia" /><br/><div id="attachment_8182" class="wp-caption alignright" style="width: 228px"><img class="size-medium wp-image-8182 " title="Wolfram Von Eschenbach (Codex Manesse, Fol. 149)" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/WolframVonEschenbach-218x300.jpg" alt="Wolfram Von Eschenbach (Codex Manesse, Fol. 149)" width="218" height="300" /><p class="wp-caption-text">Wolfram Von Eschenbach (Codex Manesse, Fol. 149)</p></div>
<p style="text-align: justify;">Fra gli autori dei racconti del Graal Wolfram von Eschenbach occupa un posto speciale dovuto non solo al particolare impianto narrativo della sua opera, ma soprattutto ai numerosissimi elementi dottrinali che l’arricchiscono di un <a title="simbolismo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">simbolismo</a> e di prospettive spirituali persino islamiche non sempre emerse con chiarezza negli altri compositori del ciclo del Graal.</p>
<p style="text-align: justify;">Wolfram intende dare voce ad una speciale tradizione spirituale sulla quale addirittura dichiara di aver costruito il suo<em> <a title="Parzival" href="http://www.libriefilm.com/parzival/9773">Parzival</a>. </em>Questa tradizione è personificata in “Kyot il Provenzale”, un personaggio straordinario al quale difficilmente potrà essere data una fisionomia precisa. Nel <a title="Parzival" href="http://www.libriefilm.com/parzival/9773" target="_blank"><em>Parzival</em></a> appare poche volte (VIII, 417, 431, IX, 453-454, 455, XVI, 827), tutte tese a dare importanza a questa fonte e a rimarcare la diversità di molti <a title="simboli" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/" target="_blank">simboli</a> del <a title="Parzival" href="http://www.libriefilm.com/parzival/9773" target="_blank"><em>Parzival</em></a> rispetto a quelli emersi nel <em>Perceval</em> di Chrétien de Troyes. Ciò che rende particolarmente interessante la funzione di “Kyot il Provenzale”, di questo maestro “cantore”, o forse e più esattamente “incantatore” [= <em>schianture</em>], è il contatto che tramite lui sembra essersi stabilito fra la tradizione cristiana, quella giudaica e l’Islam, con tutto ciò che questi contatti hanno potuto comportare sul piano dottrinale, simbolico e, forse, rituale. I cenni a Toledo, alla Spagna, alla Provenza, a Baghdad, al <em>Baruc</em>, a Feirefiz, così come il legame fra Flegetanis, Kyot e Salomone, sono a questo riguardo molto significativi e richiamano la presenza eccezionale di kabbalisti, sufi e contemplativi cristiani presso le corti musulmane di Spagna e in quelle della Provenza trovadorica.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/parzival/9773" target="_blank"><img class="alignleft size-medium wp-image-8183" style="margin: 10px;" title="parzival" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/parzival-185x300.jpg" alt="" width="185" height="300" /></a>Senza supporre una fonte islamica diretta resterebbe enigmatica la presenza nel <em><a title="Parzival" href="http://www.libriefilm.com/parzival/9773" target="_blank">Parzival</a> </em>di termini e di dottrine astrologiche sicuramente arabe. Si potrebbe anche menzionare l’enigmatico riferimento di Wolfram a quel cavaliere musulmano che in un duello con Anfortas, “<em>re e patrono del Graal</em>”, ferisce inguaribilmente il sovrano cristiano con la sua lancia, un cavaliere “<em>nativo di Ethnise </em>[=“la terra originaria”],<em> là dove scorre il Tigri giù dal Paradiso”</em> (IX, 479)<em>. </em>Come chiarisce Wolfram subito dopo (IX, 481), questo Tigri è uno dei quattro fiumi del Paradiso terrestre e perciò assume un rilievo simbolico rilevante la correlazione fra <em>Ethnise</em>, il Paradiso e l’Islam che rimanda ai tanti cenni similari contenuti in quasi tutte le composizioni di questa materia. La ferita di Anfortas è provocata da un cavaliere islamico “<em>nativo di Ethnise</em>” e la sua “insufficienza” come re del Graal scaturisce dal “colpo di lancia” di un rappresentante dell’Islam. Con apparente casualità, Wolfram presenta l’Islam come una tradizione radicata nella rivelazione “originaria” (=<em>Ethnise</em>), ma nel contempo evidenzia caratteri “escatologici” che sembrerebbero indicare nell’Islam la tradizione più idonea a combattere contro le perversioni dei tempi ultimi.</p>
<p style="text-align: justify;">Un altro elemento fondamentale che mostra la profondità della presenza islamica in Wolfram è lo strano destino di Feirefiz, “Bianco-Nero”, che accompagnerà il fratello Parzival a <em>Munsalvaetsche</em> e dopo il suo battesimo sposerà la Fanciulla del Graal, <em>Repanse de Schoye</em>, “la Dispensatrice di Gioia”, la personificazione della <em>Sedes Sapientiae</em>. Un terzo dato è la descrizione del palazzo reale che si trova in XIII, 589-590, tanto precisa ed articolata da convincere Hermann Göetz che qui si ha la trasposizione dello schema-base del palazzo dei Califfi di Baghdad e, forse, persino un cenno ad un famoso <em>stûpa</em> del re <em>kushana</em> Kanishka. Da parte sua Lars-Ivar Ringbom ha mostrato che anche la pianta architettonica del Tempio del Graal descritta da Albrecht von Scharfenberg nel suo poema può essere compresa solo comparandola alla struttura del palazzo di <em>Taxt-i Sulayman,“</em>il Trono di Salomone”, l’antico santuario mazdeo del fuoco chiamato <em>Taxt-i Taqdis, </em>”il Trono degli Archi”, costruito dal re Chosroe II e poi distrutto dall’imperatore bizantino Eraclio nel 629, quando inseguì le truppe sassanidi sconfitte e recuperò la “Vera Croce” razziata precedentemente dai Persiani a Gerusalemme.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/lislam-e-il-graal/9774" target="_blank"><img class="alignright size-medium wp-image-8184" style="margin: 10px;" title="lislam-e-il-graal" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/lislam-e-il-graal-171x300.jpg" alt="" width="171" height="300" /></a>L’insieme di questi dati e la loro articolazione attentamente contessuta con l’intreccio cristiano e con il sostrato antico-celtico della saga, mostra molto più di una semplice, vaga “influenza” islamica e ci conduce invece nell’ambito di una realtà teofanica, l<em>’âlam al-mithâl</em> che secondo Henry Corbin sostanziava la <em>futuwwa</em>, la “cavalleria spirituale” iranica.</p>
<p style="text-align: justify;">Per designare il “Paradiso perduto” mèta di ogni cavaliere, Wolfram introduce lo strano termine di <em>Munsalvaetsche, </em>“Monte Selvaggio”, introvabile nella <a title="letteratura" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/letteratura/">letteratura</a> precedente. <em>Munsalvaetsche</em> si ritrova almeno una trentina di volte nel <a title="Parzival" href="http://www.libriefilm.com/parzival/9773" target="_blank"><em>Parzival</em></a> e addirittura in V, 251 è associato ad una straordinaria dinastia regale. Esso è poi ripreso senza nessuna variazione nello <em>Jüngerer Titurel</em> del suo continuatore Albrecht von Scharfenberg, fra i compilatori di questi scritti l’unico ad evidenziare con forza elementi dottrinali rapportabili al mondo spirituale iranico e, più in generale, al <a title="simbolismo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">simbolismo</a> islamico-orientale che sembrerebbe trovarsi sotteso nell’opera di Wolfram. Anche Albrecht pone il Tempio del Graal a <em>Munt Salvaesch, </em>nel cuore di <em>Salvaterre</em>, una regione protetta dall’impenetrabile <em>Foreist Salvaesch.</em> Aggiunge poi che dopo che gli angeli lo hanno trasportato a <em>Munt Salvaesch,</em> Titurel decide di costruirvi un tempio per intronarvi degnamente il Graal.<em> </em></p>
<p style="text-align: justify;">Il <a title="simbolismo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">simbolismo</a> della montagna è ben conosciuto. La particolare strutturazione di ogni montagna ne fa per eccellenza un’immagine dell<em>’axis mundi </em>che congiunge la terra e il Cielo, il mondo del divenire e delle apparenze con la realtà dell’essere immutabile e “lucente”. Per questa sua “assialità” la montagna cosmica non può trovarsi che al centro della manifestazione universale, nel punto dal quale si dipartono tutti i raggi che come infiniti lampi di luce si riverberano sui vari piani cosmici. E’ il luogo privilegiato di ogni teofania, là dove il divino si svela e si fa riconoscere dagli uomini.</p>
<p style="text-align: justify;">Nell’Islam la montagna <em>Qâf, </em>considerata inaccessibile agli uomini comuni, è detta la “montagna della saggezza”, un <a title="simbolismo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">simbolismo</a> che accosta la sapienza divina e la montagna. Nei Vangeli si usa distinguere il monte dove il Cristo si ritira spesso a pregare, dalla pianura in cui si trovano i semplici fedeli. La Trasfigurazione  si compie sul Tabor, un “<em>alto monte</em>” dice <em>Matteo</em> 17, 1. È il luogo in cui il Cristo si mostra “così come Egli è”, nello Splendore divino che da significato alle tradizioni concernenti Mosé e Elia e nel quale si svela la Volontà celeste. Il <em>Sermone delle Beatitudini </em>viene pronunciato su un monte (<em>Matteo</em> 5, 1 sgg.; <em>Luca</em>, 6, 17 sgg.), ed è qui che si ha l’indicazione delle basi spirituali della dottrina cristiana, la rivelazione delle condizioni per accedere alla stessa realtà “immacolata” delle origini. Secondo una tradizione molto diffusa nell’Oriente Ortodosso, anche il Golgota era una montagna posta “al centro del mondo” dove fu sepolta “la testa” del Primo Uomo e nel quale verrà piantata la croce del Cristo: la rivelazione primordiale “ferita” dal peccato di Adamo, viene riscattata dal Cristo “nuovo Adamo”.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/luce-del-graal/9777" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-8186" style="margin: 10px;" title="luce-del-graal" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/luce-del-graal.jpg" alt="" width="200" height="281" /></a>Wolfram aggiunge (V, 251) che <em>Munsalvaetsche</em> si trova al centro di un regno posto nella <em>Terra de Salvaetsche</em>, “la Terra Selvaggia”  nella quale “<em>non è stato mai tagliato albero o pietra”, </em>ossia un luogo che gode di una condizione immacolata, la proiezione nel tempo e nello spazio della “gioia” perpetua che regna a <em>Munsalvaetsche</em>, nella perfetta rispondenza fra la condizione spirituale sperimentata dal re Titurel e l’ambiente cosmico nel quale si riversano le “qualità divine”, quelle che dal punto di vista umano vengono colte come semplici virtù. Per la sua particolare ambientazione molto prossima a quella riferita al <a title="simbolismo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">simbolismo</a> del Paradiso perduto, risulta impossibile che con “selvaggia” si volesse indicare la sede del Graal caratterizzandola come “brutale”, “istintiva”, etc. La stessa sua collocazione <em>in medio mundi, </em>il suo custodire il Graal e le “virtù” che esso veicola ne rende assurda l’ipotesi. In realtà, nelle opere del XII e del XIII secolo, al nascere delle varie letterature cosiddette nazionali, si trovano abbastanza diffusamente espressioni similari che danno un’indicazione preziosa su quello di cui si tratta. L’esempio più conosciuto è senza dubbio il “<em>vulgare illustre</em>” di Dante, un’espressione enigmatica ed in sé persino contraddittoria. Nel suo <a title="De vulgari eloquentia" href="http://www.libriefilm.com/de-vulgari-eloquentia/2269" target="_blank"><em>De vulgari eloquentia</em></a> Dante precisa che con tale formula intende riferirsi alla <em>lingua naturale, </em>quella parlata allo origini stesse della creazione, alla “<em>forma locutionis creata dallo stesso Dio insieme alla prima anima”, </em>la lingua appresa da Adamo nell’Eden per comunicazione diretta dello stesso Creatore. Una lingua rivelata direttamente da Dio costituisce di per sé una particolare forma di teofania ed un veicolo di salvezza, ed è perciò evidente che l’espressione “<em>vulgare illustre</em>” non può indicare una lingua priva di radicamenti nella dimensione del sacro, parlata dal “volgo”, “popolare”. Al contrario, designa lo stesso “linguaggio primordiale” che nei termini medievali è la tradizione primigenia, la condizione spirituale dell’umanità delle origini, prima che il peccato originale allontanasse gli uomini dall’Eden.</p>
<p style="text-align: justify;">Allo stesso modo, l’accostamento del <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">simbolo</a> della montagna all’aggettivo “selvaggio” in un contesto complessivo nel quale è centrale il Graal e il suo <a title="simbolismo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">simbolismo</a>, non intende indirizzare verso l’”istintivo” o il “brutale”, ma completa il <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">simbolo</a> della montagna cosmica con l’indicazione di un tipo di spiritualità aurorale. L’aggettivo “selvaggio” si trova usato come l’equivalente di “originario”, “primordiale”, “naturale”, esattamente come il “<em>vulgare</em>” di Dante. La “Montagna Selvaggia” di Wolfram è perciò la “Montagna originaria” nella quale il cavaliere che ha potuto contemplare il Graal si ritrova in condizioni spirituali “naturali”, reintegrato nella stessa “interezza” goduta da Adamo, in un Eden che questi testi indicano non come un giardino, ma come una montagna inaccessibile.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-medium wp-image-8193" style="margin: 10px;" title="parzival" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/parzival-285x300.jpg" alt="" width="285" height="300" />E tuttavia <em>Munsalvaetsche </em>è solo uno dei tanti termini criptici di cui abbonda il testo di Wolfram, termini e nomi costruiti secondo necessità d’ordine simbolico. Si è sostenuto che Herzeloyde, Condwiramurs, Gahmuret, Shoye de la Kurte, Feirefiz, Terdelaschoye, etc., corrispondano ad esempi di virtù cavalleresche, a particolari ideali raccomandati agli ascoltatori dei racconti, a sentimenti capaci di rendere universale il dramma vissuto da questo o quel protagonista. In realtà, il tecnicismo e lo stesso valore ermeneutico con il quale si caratterizzano i tanti nomi dei personaggi, dei luoghi o delle ambientazioni, risponde a necessità di un ordine completamente diverso da quello di un semplice ideale cavalleresco. Nell’intento di Wolfram si tratta di vere e proprie personificazioni di “entità spirituali” tese a determinare comportamenti, “modi di essere” che incidono nelle profondità dell’anima umana, trasformazioni interiori che scaturiscono da una dimensione superiore, precedente a quella del mondo fenomenico, “forme formanti” che rivelano modalità dell’”agire divino” nella storia, “epifanie” che indirizzano verso il significato veritiero dell’essere cosmico ed umano.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo stesso ritmo narrativo sembra essere ordinato attorno ad un <a title="simbolismo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">simbolismo</a> onnipervadente. Si pensi per esempio al significato di <em><a title="Parzival" href="http://www.libriefilm.com/parzival/9773" target="_blank">Parzival</a> </em>(XVI, 822) inteso a raccontare l’origine della dinastia del “prete Gianni”: “<em>Repanse de Schoye fu lieta del suo viaggio. In India ella diede alla luce un figlio che si chiamò Giovanni. I re di quelle terre da allora presero quel nome”, </em>una frase che potrebbe essere resa così: “<em>La “Dispensatrice di Gioia=Grazie” dà alla luce Giovanni </em>[=”Grazia di Dio”]<em> dal quale si origina una linea di sovrani-sacerdoti che elargiscono “gioia-grazie” sino alla fine dei tempi”.</em> Dalla grazia, attraverso la grazia, grazie infinite. Questo tipo di costruzione ritmica si trova ovunque nel <a title="Parzival" href="http://www.libriefilm.com/parzival/9773" target="_blank"><em>Parzival</em></a>, tocca i dialoghi, le dispute, la configurazione dell’<em>iter</em> narrativo, l’ambientazione, le spiegazioni dottrinali, il significato attribuito ad un dato personaggio e indica un intero universo simbolico, rimanda ad un ordine di valori originatisi dall’<em>âlam al-mithâl, </em>il <em>mundus imaginalis</em> delle dottrine shiite, il “luogo” delle teofanie e degli archetipi divini dal quale si originano le “forme formanti” che danno consistenza alla manifestazione cosmica.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/perennia-verba-il-deposito-sacro-della-tradizione-vol-10/3915" target="_blank"><img class="alignleft size-medium wp-image-8194" style="margin: 10px;" title="perennia-verba" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/perennia-verba-196x300.jpg" alt="" width="196" height="300" /></a>Un tale <a title="simbolismo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">simbolismo</a> affiora in modo determinante nei due capitoli iniziali del <a title="Parzival" href="http://www.libriefilm.com/parzival/9773" target="_blank"><em>Parzival</em></a>, quelli più estranei all’opera di Chrétien e nei quali Wolfram sembra volere precisare il significato del suo racconto distinguendolo completamente da quelli dei narratori precedenti, compresi i quattro autori delle <em>Continuations.</em> Sono le pagine nelle quali appare Gahmuret l’<em>Anschouwe, </em>”l’Angioino”,<em> </em>assolutamente sconosciuto a Chrétien, ai compositori franco-normanni e al ciclo del <em>Lancelot-Graal</em>.<em> </em>Alla morte del padre Gahmuret va a combattere al servizio del califfo di Baghdad e dopo una serie interminabile di avventure, da un fuggevole amore con la regina musulmana Belakane, “Nera come la notte”, senza neanche sospettarlo ha un figlio di nome Feirefiz, “Bianco-Nero”. Le sue successive avventure lo portano in Spagna dove apprende la morte del fratello, diventa l’erede della propria dinastia, vince un torneo e ottiene in sposa Herzeloyde, “Cuore doloroso”, la regina di Valois “Bianca come la luce del sole”, che 14 giorni dopo la morte di Gahmuret darà alla luce Parzival: “<em>il nome significa</em> <em>trapassare </em>[o<em> “penetrare”</em>]<em> nel mezzo</em>”, dice Wolfram (<em><a title="Parzival" href="http://www.libriefilm.com/parzival/9773" target="_blank">Parzival</a>, </em>III, 140) con un evidente gioco fonetico costruito sull’antico francese <em>percer</em>, “trapassare”, “penetrare”, fatto perchè Parzival, il re del Graal, diventi il simbolico “Colui che passa per il centro”, l’Asse cosmico.</p>
<p style="text-align: justify;">Gahmuret discende da Mazadan e dalla “fata” Terdelashoye, “la Terra della Gioia”, che nei termini indù corrispondono al “re divino” e alla sua <em>shakti </em>= sposa-potenza. Mazadan è il Primo Uomo, il prototipo dell’umanità che necessariamente deve personificare una forma di perfetta sovranità universale, mentre Terdelaschoye in virtù del suo <em>status</em> di “fata”, di entità del mondo intermedio, incarna la “potenza divina”, la “gioia celeste” divenuta la stessa creazione immacolata di Dio, la manifestazione cosmica nella sua purezza originaria, prima che a causa della ribellione di Lucifero fosse imprigionata nella sfera temporale e transeunte. Questa linea di cavalieri-sovrani si concluderà col “prete Gianni”, colui che più di tutti dovrà perpetuare anche nei tempi ultimi la “pienezza” spirituale attribuita al tempo di Mazadan.</p>
<div id="attachment_8195" class="wp-caption alignright" style="width: 209px"><img class="size-medium wp-image-8195" title="Wolfram von Eschenbach, Parzival (manoscritto), Hagenau, Werkstatt Diebold Lauber, circa 1443-1446, Cod. Pal. germ. 339, primo libro, fol. 27r." src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/Wolfram_von_Eschenbach-199x300.jpg" alt="Wolfram von Eschenbach, Parzival (manoscritto), Hagenau, Werkstatt Diebold Lauber, circa 1443-1446, Cod. Pal. germ. 339, primo libro, fol. 27r." width="199" height="300" /><p class="wp-caption-text">Wolfram von Eschenbach, Parzival (manoscritto), Hagenau, Werkstatt Diebold Lauber, circa 1443-1446, Cod. Pal. germ. 339, primo libro, fol. 27r.</p></div>
<p style="text-align: justify;">Dall’unione di Mazadan e Terdelaschoye si sviluppa una continuità dinastica che si concluderà con i due figli di Gandin, il cui cadetto sarà Gahmuret restato “cavaliere errante” fino alla morte del fratello. Il passaggio dalla dimensione individuale di Gahmuret alla sua condizione di centralità cosmica tipica di ogni sovrano universale è indicata da Wolfram con un particolare che doveva risultare chiarissimo agli ascoltatori del suo romanzo. Quando ancora era un “cavaliere errante” il blasone raffigurato sulle sue armi e sullo scudo era l’<em>anker</em> (=l’àncora, “<em>che conviene ad un cavaliere errante”, </em>II, 99; forse un <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">simbolo</a> di “radicamento” volutamente opposto allo <em>status</em> di “cavaliere errante” del giovane Gahmuret), ma poi avendo acquisito la dignità di sovrano dopo la morte del fratello, eredita l’insegna araldica della pantera<em> </em>(<em>“Sul suo scudo fu incisa sull’ermellino la </em>pantherther<em> che portava suo padre”,</em> II, 101). Il <a title="simbolismo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">simbolismo</a> che in questo caso Wolfram inserisce per caratterizzare il passaggio di Gahmuret da “cavaliere errante” a “sovrano” riproduce sotto molti aspetti quello, con caratterizzazioni archetipali, del viaggio spirituale intrapreso da ogni “pellegrino-straniero” che alla fine delle proprie vicissitudini raggiunge una sorta di “terra promessa”. È lo schema di trasformazione interiore che si ritrova in una molteplicità di racconti, tutti mirati all’ottenimento di un nuovo e diverso <em>status </em>spirituale e al raggiungimento di una straordinaria Terra Santa. Il particolare termine usato da Wolfram per indicare il blasone di Gahmuret illumina sul significato della sua “centralità sovrana” e sui motivi della sua adozione di un emblema appartenuto da sempre agli <em>Anschouwe</em>. Secondo gli studiosi di araldica, infatti, <em>pantherther</em> significa “tutto divino”, ”ciò che unisce molteplici forme divine”, mentre la stessa picchettatura del manto dell’animale è stata interpretata come l’immagine del cielo stellato. La pantera del blasone degli <em>Anschouwe </em>che adorna lo scudo di Gahmuret, nipote di Uther Pendragon e lontano prozio del “prete Gianni”, sembrerebbe confermare perciò la condizione di un re con attribuzioni cosmiche, un Sovrano Universale.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma perché Wolfram insiste tanto sulle radici angioine della famiglia di Gahmuret ? Persino a proposito di suo figlio Feirefiz, “Bianco-Nero”, si trova una inusuale insistenza su questo casato che non trova alcuna giustificazione in una, d’altronde molto vaga, eventuale sua influenza e forza politica nei territori imperiali nei quali si muoveva Wolfram. L’importanza storica degli Angioini non può essere misconosciuta. La più antica insegna araldica del casato era una pantera. Il nonno di Enrico II, Folco d’Anjou, fu uno dei primi cavalieri templari e amico del fondatore dell’Ordine Ugo de Payns, e addirittura nel 1131 divenne re di Gerusalemme. Il figlio Goffredo sposò Matilde, l’unica erede del re d’Inghilterra, un matrimonio dalle conseguenze fatidiche che dopo una serie interminabile di guerre dinastiche portò al trono il giovane Enrico II. Con una intuizione straordinaria che affondava le proprie ragioni nelle tradizioni più arcaiche del suo regno, Enrico si sposò con la potentissima Eleonora d’Aquitania e favorì una forma di cultura che s’incentrava sulla sintesi del patrimonio spirituale antico-celtico, con quegli aspetti delle dottrine cristiane che affondavano le proprie radici in una esperienza mistico-visionaria, sino a fare emergere tutta una serie di scritti fortemente pervasi di un <a title="simbolismo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">simbolismo</a> che nell’opera di Chrétien de Troyes trovò il modo più adeguato per esprimersi.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/il-graal-i-testi-che-hanno-fondato-la-leggenda/9780" target="_blank"><img class="alignleft size-medium wp-image-8196" style="margin: 10px;" title="il-graal" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/il-graal-178x300.jpg" alt="" width="178" height="300" /></a>E tuttavia l’insistenza di Wolfram sul ruolo degli <em>Anschouwe</em> può essere spiegata anche senza il ricorso alla storia dello straordinario casato degli Anjou, ma restando all’interno della stessa ambientazione dottrinale del <a title="Parzival" href="http://www.libriefilm.com/parzival/9773" target="_blank"><em>Parzival</em></a> e al <a title="simbolismo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">simbolismo</a> che lo permea. In una memoria che ha perduto pochissimo della sua importanza nonostante il tempo trascorso, Bodo Mergell faceva notare che nel <em><a title="Parzival" href="http://www.libriefilm.com/parzival/9773" target="_blank">Parzival</a> </em>il termine <em>anschouwe, </em>pur essendo con ogni evidenza costruito sul francese Anjou, non indica sempre il casato francese. Seguendo anche in questo caso la particolare tecnica di strutturazione dei fonemi e del <a title="simbolismo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">simbolismo</a> delle parole a lui così congeniale, <em>anschouwe </em>appare costruito sul termine <em>das schouwen</em> o <em>beschouwen,</em> “visione”, che si riferirebbe non ad un casato, ma più coerentemente con la struttura complessiva del <em><a title="Parzival" href="http://www.libriefilm.com/parzival/9773" target="_blank">Parzival</a>,</em> alla “visione” del Graal. Lo stesso musulmano Feirefiz, pur fratello di Parzival ed erede come lui di Gahmuret, per non aver ricevuto il battesimo manca della necessaria “grazia” e perciò non può “vedere” il Graal. Giocando sull’ambivalenza simbolica del termine, Gahmuret l’<em>Anschouwe</em>, il capostipite della dinastia che custodirà il Graal, diventa contemporaneamente l’“Angioino” e “Colui che vede il Graal”, “il Contemplativo del Graal”.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto il romanzo è percorso dalla presenza del Graal che giustifica la “cerca” e dà significato all’intera impostazione del racconto. In V, 232 Wolfram descrive il Corteo del Graal sostanzialmente ordinato ancora attorno allo stesso schema del <em>Perceval</em>, ma aggiunge una serie di particolari assenti in Chrétien. Il Graal non è più un piatto, un <em>gradalis,</em> un vaso o una coppa, ma una straordinaria “pietra preziosa” (“<em>di un tipo purissimo</em>” dice Wolfram) che viene chiamata <em>lapsit exillis </em>(<em><a title="Parzival" href="http://www.libriefilm.com/parzival/9773" target="_blank">Parzival</a>,</em> IX, 469) assimilabile sotto tutti gli aspetti al <em>Cintamani</em> buddhista, “il gioiello perfetto”, “la pietra pura” o “splendente” dalla quale si riverbera la Luce spirituale, l’”Aureola di Gloria” che risplende dalla persona dei Buddha e da quella di ogni Sovrano Universale. Nelle iconografie il <em>Cintamani</em> appare spesso coronato da una triplice fiamma radiante che ha il potere di preservare da tutti i mali e di esaudire ogni desiderio. È lo stesso “Splendore di Luce” emanato dalla “Roccia di smeraldo” (=<em>Sakhra</em>) che nelle dottrine islamiche sfolgora sulla sommità di <em>Qâf</em>, la montagna cosmica identica in tutto a <em>Munsalvaetsche</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/la-via-del-sacro-graal/9779" target="_blank"><img class="alignright size-medium wp-image-8197" style="margin: 10px;" title="la-via-del-graal" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/la-via-del-graal-193x300.jpg" alt="" width="193" height="300" /></a>Nei settantacinque manoscritti che hanno conservato l’opera di Wolfram a volte si trovano altre formulazioni grafiche, come <em>lapis exilis </em>oppure<em> lapis exilix; </em>nello stesso <em>Jüngerer Titurel </em>di Albrecht von Scharfenberg, che si dispiega sull’idea ispiratrice centrale di Wolfram e ne sviluppa le implicazioni più “orientaleggianti”, si trova <em>jaspis exilis, jaspis und silix, </em>“<em>diaspro e silice</em>”. René Nelli privilegiava la dizione <em>lapis exillis </em>dalla quale sarebbe derivato poi <em>lapis e coelis</em> (“pietra caduta dal cielo”), un’espressione comunque facilmente derivabile dalle spiegazioni dottrinali sviluppate da Wolfram nel suo racconto. La tesi di René Nelli ha il pregio di mostrare la sostanziale “macchinosità” dell’ipotesi di un <em>lapsit exillis</em> ottenuto per contrazione fonetica di un <em>lapis lapsus ex</em> <em>coelis</em> cui pensavano gli studiosi francesi d’inizio Novecento, o del più recente e troppo elaborato <em>lapis lapsus in terram ex illis stellis</em> di Bodo Mergell.</p>
<p style="text-align: justify;">Un <em>lapsit exillis, </em>un <em>lapis e coelis, </em>una “pietra caduta dal cielo”, stabilisce un rapporto fra il cielo e la terra, introduce una scintilla di “sacralità celeste” nel mondo, è il veicolo di una rivelazione, una ierofania che trasforma lo stesso luogo in cui cade in uno <em>spazio sacro</em> totalmente differente da ogni altro esistente al mondo, diventa la “sede” di un’attività rituale intesa a “fare parlare” la pietra sacra, ad interrogarla sui misteri del cosmo. D’altronde, cos’altro è l’oracolo se non una modalità per stabilire un rapporto con i ritmi del cosmo, “farlo parlare” e ordinare su quei ritmi ogni pur insignificante aspetto della vita umana? La dimensione oracolare del <em>lapsit exillis </em>è evidente e rimanda ad un mondo arcaico, ai ritmi<strong> </strong>di un’umanità primordiale. Le scritte che appaiono sulla pietra e spariscono appena comprese ricordano con stupefacente somiglianza i riti oracolari delle tradizioni più antiche dell’umanità, quando il <em>Verbum Dei </em>si riteneva potesse essere compreso nei <a title="simboli" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">simboli</a> che coprivano il cosmo e nei segni con i quali si svelava agli uomini. Anche le sue “virtù” mostrano aspetti arcaici. La sua luce folgorante, l’inesauribile capacità di fornire cibo e bevande ai convenuti, il dono di non fare invecchiare “le ossa e la carne”, di restituire la giovinezza, i poteri di guarigione, le connessioni con i ritmi astrologici, la stessa sapienza oracolare, indirizzano verso quella “<em>radice e coronamento di ciò</em> <em>che si anela in Paradiso” </em>che secondo Wolfram contrassegna gli aspetti fondamentali del Graal.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/il-libro-del-graal-giuseppe-di-arimatea-merlino-perceval/9782" target="_blank"><img class="alignleft size-medium wp-image-8199" style="margin: 10px;" title="libro-del-graal" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/libro-del-graal-189x300.jpg" alt="" width="189" height="300" /></a>Ogni Venerdì Santo una colomba depone un’Ostia bianca sul Graal e lo rende capace di elargire le sue virtù “eucaristiche”: lo Spirito Celeste dà<em> “ai cavalieri quanto vive di selvaggio, vola, corra o nuoti, sotto il cielo. La virtù del Graal dà vita a tutta la Compagnia dei Cavalieri” </em>(IX, 470).<em> </em>Come si vede, il <em>lapsit exillis</em> non è solamente il sacro Oggetto che in una pura contemplazione stacca l’eletto dal mondo e lo “assorbe” in uno splendore senza fine. Nella prospettiva di Wolfram la dimensione contemplativa e la sua “grazia agente” appaiono in una specie di sintesi principiale, il Graal “ritorna nel mondo”, “ridiscende nel creato”, esercita i suoi poteri, alimenta la vita cosmica con una specie di “azione immobile” all’interno del mistico Castello, a <em>Munsalvaetsche</em>, <em>in medio mundi</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Il Graal è custodito da cavalieri che vengono mantenuti sempre giovani, in pienezza di salute e nutriti solo e soltanto dalla sua luce radiante: “<em>A Munsalvaetsche, presso il Graal, si trova una schiera di cavalieri armati. Questi Templari spesso cavalcano lontano in cerca di avventure. Sia che acquistino gloria o danno, compiono le loro gesta come espiazione dei loro peccati. Questa Compagnia è bene armata. Ma voglio dirvi come si nutrono: vivono di una pietra di tipo purissimo. Se non ne avete mai sentito parlare vi dico il nome: </em>lapsit exillis<em> si chiama. </em>[<em>…</em>]<em>. La pietra è anche chiamata Graal” </em>(IX, 469). Più avanti (IX, 471), Wolfram aggiunge che questa straordinaria “<em>pietra sempre pura</em>”, questo “<em>gioiello splendente</em>” dopo la caduta degli angeli ribelli è affidata “<em>a coloro che furono destinati da Dio, ai quali mandò un angelo. Ecco cos’è il Graal”.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Cerchiamo di capire i molteplici elementi che emergono da questo conosciutissimo brano:</p>
<ol style="text-align: justify;" start="1">
<li>viene stabilito un rapporto fra il Graal e <em>Munsalvaetsche</em>, la “Montagna originaria” immagine del Paradiso terrestre;</li>
<li><em>Munsalvaetsche</em> è custodita da una Compagnia di cavalieri;</li>
<li>questi cavalieri vengono chiamati <em>Templaisen,</em>“Templari”; spesso questi cavalieri-templari vanno in cerca di avventure;</li>
<li>la gloria che ne deriva o l’eventuale sconfitta costituisce una forma di “espiazione” di colpe;</li>
<li>i cavalieri sono “bene armati” e contemporaneamente sono “nutriti” dalla luce della “pietra splendente” che essi sono chiamati a custodire e che dà significato alla loro vita;</li>
<li>Dio ha inviato ai cavalieri del Graal un angelo la cui funzione “conoscitiva” e “selettiva” rende intellegibile la loro condizione di “custodi eletti”.</li>
</ol>
<p style="text-align: justify;">Come si vede, Wolfram stabilisce un legame strettissimo da un lato fra il Graal, il Paradiso perduto, una Compagnia di cavalieri i cui combattimenti vengono presentati come offerte sacrificali, e dall’altro con la duplice dimensione del loro <em>status</em>, l’essere “bene armati” e il vivere “nutriti” perpetuamente dal <em>lapsit exillis, </em>dal Graal.<strong> </strong>Non solo, ma Wolfram aggiunge che a questa schiera di cavalieri custodi del Graal non si accede per un qualsiasi merito “umano” che, anzi, sembra costituire un limite insuperabile, ma quando “<em>sulla superficie della Pietra appare una scritta che indica il nome e la schiatta di colui che farà il viaggio fortunato, fanciullo o ragazzo; nessuno cancella la scritta perché subito scompare” </em>(IX, 470). <strong> </strong>Questa “pietra caduta dal cielo” come i meteoriti dei tempi primordiali è carica di sacralità celeste, perciò è anche una “pietra parlante” capace di indicare il nome degli Eletti, di rivelarne il ruolo nella storia, di nutrirli con la propria luce radiante e di elargire l’Ostia santa portata dalla Colomba. La sua ricchezza simbolica è evidente e sottolinea l’esistenza di una specie di confraternita di Custodi del Graal dagli attributi assolutamente non comparabili con l’etica individualistica dei cavalieri di quel tempo.</p>
<p style="text-align: justify;">Il rapporto stabilito fra i membri di questa straordinaria confraternita nella quale viene assorbita la loro individualità in una sorta di “funzione collettiva”, lo stesso loro <em>status</em> di cavalieri “sempre in guardia”, sono aspetti che riconducono alla corte di re Arthur e ai cavalieri della Tavola Rotonda e ne fanno una specie di suo equivalente simbolico. Anche qui, una esigua consorteria di Eletti va in cerca del Graal, affronta prove estenuanti, riesce finalmente a trovarlo e considera un privilegio la sua custodia. Non tutti i nomi di questi cavalieri sono stati preservati. Oltre Parzival e Galahad<strong>,</strong> i puri contemplativi del Graal, e ser Lancillotto del Lago, la cui personalità presenta caratteri molto vari con le sue attribuzioni derivate da un complesso mitologico arcaico assai diversificato, troviamo un gruppo di personaggi veramente particolari. Keu, il siniscalco del re, è chiaramente una trasposizione del personaggio di Kai del racconto gallese <em>Kulhwch e Olwen,</em> dove appare con alcuni tipici poteri sciamanici: respira sott’acqua per “<em>nove notti e nove giorni</em>”  e, come una particolare classe di asceti dell’India vedica che grazie alle loro tecniche yoghiche erano in grado di evocare il <em>tapas </em>(=calore interiore; cfr. lat. <em>tepor</em>), il “calore naturale” emanato dal corpo di Keu asciuga l’acqua, riscalda i compagni e può trasformare il proprio corpo sino a farlo crescere indefinitamente. Girflet, corrisponde al gallese Gilvaethwy, il fratello di un mago e figlio di una dèa; la sua figura appartiene ad una dimensione non umana, scaturisce dal mondo intermedio degli incantatori e delle “fate”. La leggenda collega sempre Yder<strong> </strong>di Northumbria con i cervi e gli orsi; lo stesso famoso Yvain, figlio di Uryen, può contare su uno stormo di corvi [il <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">simbolo</a> della casta guerriera] che corre sempre in suo aiuto. Infine Galvano, riadattazione del Gwalchmai del<em> Kulhwch e Olwen, </em>ha il nome composto su <em>gwen</em>, “bianco” e <em>gwalc’h</em>, “falcone”, perciò si chiama “Falcone bianco”. I poteri attribuiti ad alcuni di questi personaggi sul proprio corpo, sugli elementi, su animali caratteristici come l’orso, il cervo, il corvo, il falcone, dei quali sono patroni o assumono il nome, ci portano nel mondo dei guerrieri antico-celtici, evidenziano <a title="simboli" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">simboli</a> correnti nelle confraternite dei guerrieri primordiali prima della conversione della Celtide al Cristianesimo, quei <a title="simboli" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">simboli</a> che sembrano indirizzare verso l’armonizzazione di poteri sciamanici, forza guerriera, magia e sacralità.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/i-templari-e-il-graal/9784" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-8201" style="margin: 10px;" title="i-templari-e-il-graal" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/i-templari-e-il-graal.jpg" alt="" width="200" height="282" /></a>Il ciclo irlandese della provincia di Leinster che racconta le gesta del re <em>Finn</em> e della consorteria degli arcaici guerrieri <em>Fiana,</em> sembra costituire lo sfondo rituale e la forma mitologica che sostanzia questi aspetti della saga arthuriana. Il vero nome di <em>Finn,</em> re e guida di questa consorteria di guerrieri-predoni, è <em>Demné</em>, “il Daino”, suo figlio <em>Oisin </em>è “il Cerbiatto”, suo nipote <em>Oscar</em> è “il Cervo”, mentre la stessa moglie di <em>Finn</em>, la figlia del fabbro-sciamano Lochan dal quale l’eroe riceve le straordinarie armi che lo rendono invincibile, si dice fosse stata trasformata da un druido in una cerva. I <em>Fiana</em> erano straordinari guerrieri-cervi che cacciavano e vivevano una vita semi-nomade. Avevano il compito di sorvegliare le entrate delle case e dei villaggi ed erano persino incaricati di riscuotere le imposte. In estate si trasformavano in feroci cacciatori-guerrieri e andavano a scovare i malfattori, i briganti, i trasgressori delle leggi che regolavano la vita sociale. Il <a title="simbolismo del cervo" href="http://www.centrostudilaruna.it/simbolismodelcervo.html">simbolo del cervo</a> che li caratterizza, la loro azione sociale e il ruolo di custodia li rendono simili a quel tipo di consorteria di guerrieri sacri diffusi in tutta l’enorme area geografica coperta dalle invasioni <a title="indoeuropei" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/indoeuropei/">indoeuropee</a>, ed ha lasciato consistenti tracce archeologiche persino nei territori del Nord Europa, nell’area che ha conservato le vestigia e i <a title="simboli" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">simboli</a> della preistorica “civiltà della renna” del periodo magdéleniano. Esattamente come i loro confratelli di altre culture, i membri di questi gruppi erano usi indossare maschere di cervo durante le processioni rituali e coprivano un ruolo, ad un tempo sacro e “sociale”.</p>
<p style="text-align: justify;">La preistoria, i miti irlandesi e la saga graalica sembrano indicarci un unico filo che lega i più antichi guerrieri irlandesi, i cavalieri di Arthur e i Custodi del Graal di Wolfram.</p>
<p style="text-align: justify;">Esattamente dopo la prima metà del suo romanzo, all’inizio della seconda parte, quando Parzival riesce ad accostarsi al saggio eremita Trevrizent, vero e proprio erede degli asceti, dei monaci e degli eremiti dell’Irlanda celtica, e riceve una serie d’insegnamenti che finalmente lo avviano verso la comprensione della “cerca” e del vero significato del Graal, con apparente ovvietà Wolfram dà per ben due volte di seguito ad un cavaliere l’appellativo di <em>Templaise von Munsalvaetsche</em>, “Templare del Monte Selvaggio” (IX, 445). Subito dopo (IX, 446) si accenna ad “<em>una schiera dei cavalieri di Munsalvaetsche</em>” la cui formulazione è congegnata in modo da identificare “naturalmente” questi cavalieri con i Templari dei capoversi appena precedenti. Segue il celebre passo (IX, 469) che parla del Graal e del <em>lapsit exillis.</em> Qui la schiera di cavalieri armati che va in cerca di avventure sono <em>sic et simpliciter</em> i Templari e la formulazione espressiva non ammette dubbi: “<em>die selben Templaise”.</em> Il termine ritorna in XVI, 818. Al momento del battesimo di Feirefiz sul <em>lapsit exillis</em> appare una scritta che identifica ancora i cavalieri del Graal con i Templari: ”<em>Il Templare sul quale si posa la mano di Dio per farlo signore di una gente straniera, non deve permettere domande sul nome o sulla sua schiatta. Deve aiutare quella gente”</em>[…]<em>“I cavalieri del Graal non volevano che si ponessero loro domande”. </em></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.amazon.it/gp/product/8887625395/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=cestlaru-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8887625395" rel="nofollow" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-8206" style="margin: 10px;" title="il-santo-graal" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/il-santo-graal.jpg" alt="" width="240" height="240" /></a>La prima notazione da fare è che l’appellativo di “templari” dato ai cavalieri del Graal emerge senza nessuna motivazione narrativa, senza nessun ordinamento preventivo del racconto e senza alcun riferimento precedente ad un eventuale tempio, chiesa o monastero, qui assolutamente inesistenti. La stessa ambientazione complessiva che privilegia la presenza di un eremita, esclude l’eventuale richiamo ad un tempio o ad una comunità di contemplativi e tutto il contesto essenzialmente cavalleresco richiederebbe, piuttosto, la presenza di un castello. Il particolare appellativo, pur usato con molta parsimonia, non è certo secondario e riprende lo strano modo di Wolfram di comporre le parole e di specificare il loro significato simbolico. Il secondo aspetto che emerge con chiarezza è l’accostamento dei Templari assimilati ai Cavalieri del Graal con il <em>Munsalvaetsche</em>. Ne scaturisce la delineazione di una precisa <em>funzione</em>: i Templari sono i custodi del “Monte Selvaggio” e sono “nutriti” dalla luce radiante che si effonde dal <em>lapsit exillis.</em> Il terzo elemento che emerge in questi brevi cenni è l’assimilazione dei “templari” con i Cavalieri del Graal fatta derivare direttamente “<em>dalla mano di Dio”.</em> Quando, infatti, sul Graal appare la solita scritta “oracolare” viene detto che è lo stesso Dio a stabilire la sovranità di un determinato cavaliere templare su una “gente straniera”.</p>
<p style="text-align: justify;">L’assimilazione dei Templari ai Cavalieri del Graal comporta l’assunzione di un preciso compito: con la custodia di <em>Munsalvaetsche, </em>“la Montagna originaria” sulla quale troneggia il Graal, i Templari diventano i custodi del “Centro sacro” che regge il cosmo. E’ qui che il Graal li nutre, li guarisce, garantisce la loro eterna giovinezza e di volta in volta designa qualcuno di loro ad assumere funzioni sovrane quando le circostanze della storia lo richiedono. Per usare il <a title="simboli" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">simbolismo</a> di Wolfram, quando occorre i Cavalieri del Graal “<em>escono in cerca di avventure</em>”, ossia intervengono nello svolgimento delle vicende umane e offrono<strong> </strong>al Sovrano Celeste gli eventuali insuccessi o le vittorie come una specie di “offerta sacrificale” della loro insufficienza nell’adempimento del compito affidato. Si tratta dell’indicazione piuttosto precisa di un particolarissimo “rituale di espiazione” comprensibile pienamente solo nell’ambito di una dottrina assimilabile a quella ecclesiale della “Comunione dei Santi”, che qui sostanzia la strutturazione a Confraternita di questi cavalieri e dà significato anche al chiaro intento di Wolfram di statuire, pel tramite di questi Templari, forme di relazione con le tre tradizioni spirituali (celtica, cristiana e islamica) che hanno trovato una loro espressione simbolica, una specie di “armonia unitaria”, nel suo <a title="Parzival" href="http://www.libriefilm.com/parzival/9773" target="_blank"><em>Parzival</em></a>.</p>
<p style="text-align: justify;">A causa della ripetuta menzione dei Templari nei suoi scritti, delle modalità con le quali vengono menzionati questi straordinari cavalieri-monaci che hanno percorso i due secoli “centrali” del <a title="medio evo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/medioevo/">Medio Evo</a>, del ruolo da essi coperto accanto al Graal, al  Castello del Graal e a <em>Munsalvaetsche</em>, si è pensato che Wolfram fosse un membro dell’Ordine e che nel suo poema si trovino esposte alcune delle dottrine che i Templari consideravano essenziali per spiegare il significato della loro particolare funzione spirituale. Il suo statuto di cavaliere e cantore che vagava di corte in corte non può essere considerato un vero ostacolo alla sua eventuale ammissione a questo misterioso Ordine: anche Folco d’Anjou fu un templare, sposato e poi diventato re. Pur non possedendo attestazioni nette di una simile possibilità, l’uso di una terminologia tecnica non certo usuale negli scrittori del tempo che con precisione delinea la funzione dei Templari, e il costante richiamo ad enigmatici  “maestri” che lo avrebbero ispirato, costringe a dare giusto rilievo alle ripetute attestazioni di Wolfram che il <em><a title="Parzival" href="http://www.libriefilm.com/parzival/9773" target="_blank">Parzival</a> </em>non è una sua creazione assolutamente personale o originale, tesa ad arricchire il gaudio di questa o quella corte, ma affonda le proprie ragioni in una speciale tradizione che nella saga del Graal ha trovato il veicolo più adatto per svelare una complessa <a title="simbologia" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">simbologia</a> spirituale.</p>
<p style="text-align: justify;">Sembrerebbe impossibile riuscire a provare con esattezza se i <em>Templaisen </em>di Wolfram siano effettivamente i cavalieri-monaci dell’Ordine del Tempio. Qualcuno ha pensato persino che la loro menzione nel <a title="Parzival" href="http://www.libriefilm.com/parzival/9773" target="_blank"><em>Parzival</em></a> possa essere la semplice eco di un Ordine che spesso assumeva contorni leggendari; altri, che si sia voluto evidenziare nettamente la natura profonda dei rapporti dell’Ordine del Tempio con il Graal e con il Paradiso perduto, il “Centro del mondo”. È possibile che queste ipotesi siano vicine alla realtà. Il rilievo assunto dall’assimilazione dei <em>Templaisen </em>con i “Cavalieri del Graal” nella seconda parte del romanzo, dopo le indicazioni sul ruolo centrale di Gahmuret e dell’Islam, è troppo circostanziato, attento ai particolari e alle funzioni simboliche perché si possa pensare ad una semplice casualità. Pur in un linguaggio criptico, come se i vari <a title="simboli" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">simboli</a> dovessero essere compresi solamente da una esigua <em>èlite</em>, l’assimilazione fatta da Wolfram fra i Cavalieri del Graal e i Templari sembra indicare una direzione precisa, un enigmatico legame fra la realtà storica dei Cavalieri-monaci e il Graal.</p>
<p style="text-align: justify;">Così, attorno allo sfondo dottrinale incentrato nella “cerca” di una misteriosa Pietra sacra “caduta dal cielo”, a poco a poco emerge il <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">simbolo</a> di un “Luogo sacro” dal quale s’irradia la Luce del Graal, un specie di “Tabernacolo radiante” posto <em>in medio mundi</em> e protetto da una speciale Confraternita di Cavalieri. E d’altronde, la stessa espressione <em>Templaisen von Munsalvaetsche</em> non è l’equivalente esatto dell’attribuzione più famosa dei Templari, “Custodi della Terra Santa” ?</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Articolo pubblicato con la cortese concessione della Redazione di “Arthos” e dell’Autore.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/wolfram-von-eschenbach-e-i-custodi-del-graal.html' addthis:title='Wolfram von Eschenbach e i Custodi del Graal ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.centrostudilaruna.it/wolfram-von-eschenbach-e-i-custodi-del-graal.html/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>2</slash:comments>
			<coop:keyword><![CDATA[Ciclo del Graal]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Italiano]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Letteratura]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Letteratura medievale]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Medioevo]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Simboli e simbologia]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Simbolismo del Graal]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Anfortas]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Dante]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Feirefiz]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[graal]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Henry Corbin]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[islam]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[montagna]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Munsalvaetsche]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[paradiso]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Parzival]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[pietra]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[prete Gianni]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Templari]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Titurel]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Wolfram von Eschenbach]]></coop:keyword>
	</item>
		<item>
		<title>Per una teoria della moneta</title>
		<link>http://www.centrostudilaruna.it/per-una-teoria-della-moneta.html</link>
		<comments>http://www.centrostudilaruna.it/per-una-teoria-della-moneta.html#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 21 Jul 2011 16:44:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele Fabbri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Centro Studi La Runa online]]></category>
		<category><![CDATA[Civiltà medievale]]></category>
		<category><![CDATA[Italiano]]></category>
		<category><![CDATA[Medioevo]]></category>
		<category><![CDATA[Varia]]></category>
		<category><![CDATA[Bartolo di Sassoferrato]]></category>
		<category><![CDATA[borghesia]]></category>
		<category><![CDATA[Buridano]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[Ezra Pound]]></category>
		<category><![CDATA[globalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[moneta]]></category>
		<category><![CDATA[Nicola Oresme]]></category>
		<category><![CDATA[Oresme]]></category>
		<category><![CDATA[Pound]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.centrostudilaruna.it/?p=7918</guid>
		<description><![CDATA[Il De Moneta di Nicola Oresme, un trattato economico scritto verso il 1360, si propone al lettore moderno con toni di sconcertante attualità.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/per-una-teoria-della-moneta.html' addthis:title='Per una teoria della moneta '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/centrostudilaruna48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Centro Studi La Runa online" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/carlomagno48x48.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Medioevo" /><br/><p align="right"><em>Con usura non v’è chiesa con affreschi di paradiso.</em></p>
<p align="right">Ezra Pound</p>
<p align="right"><em>Canto XLV</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Il celebre verso di Ezra Pound risuona quanto mai attuale in quel regime di dittatura finanziaria che va sotto il nome di “globalizzazione”.</p>
<p style="text-align: justify;">Una ricognizione delle fonti del pensiero economico può essere di grande interesse in un momento di cambiamenti epocali, poiché testi molto antichi si propongono al lettore moderno con toni di sconcertante attualità.</p>
<p style="text-align: justify;">È il caso del <em>De Moneta</em> di Nicola Oresme, un trattato economico scritto verso il 1360 dal filosofo normanno, esponente di punta del nominalismo all’Università di Parigi.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.amazon.fr/gp/product/2737700310/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=centrostudila-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=1642&amp;creative=19458&amp;creativeASIN=2737700310" rel="nofollow" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-7935" style="margin: 10px;" title="traite-des-monnaies" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/traite-des-monnaies.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>Possiamo leggere il testo di Oresme in una traduzione francese: <a title="Traité des monnaies" href="http://www.amazon.fr/gp/product/2737700310/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=centrostudila-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=1642&amp;creative=19458&amp;creativeASIN=2737700310"><em>Traité des monnaies et autres écrits monétaires du XIV siècle</em></a>. Il trattato di Oresme è stato scritto in un momento di significativi mutamenti sociali: la borghesia mercantile è una classe ormai affermata e lo sviluppo dei commerci necessita di una disciplina della moneta che non può più essere frammentata e lasciata in mano a singoli signori come era nel pieno dell’età feudale. Il potere monarchico deve quindi farsi garante di una politica monetaria che assicuri certezze e stabilità per i tempi nuovi.</p>
<p style="text-align: justify;">Il testo di Oresme contiene perle di saggezza che dovrebbero essere lette da politici ed economisti dei giorni nostri. Per il filosofo medievale la moneta è istituita per il bene della comunità, pertanto spetta al principe la prerogativa di battere moneta, e se un principe straniero battesse una moneta simile e di minor valore, con l’evidente intento di confondere le valute, questo sarebbe motivo di guerra giusta.</p>
<p style="text-align: justify;">La moneta inoltre è funzionale allo scambio delle ricchezze naturali, essa pertanto non è di proprietà del principe, ma appartiene ai proprietari delle ricchezze, ovvero alla comunità di popolo: il concetto di sovranità monetaria popolare oggi è stato cancellato dalla coscienza giuridica!</p>
<p style="text-align: justify;">E poiché la moneta appartiene al popolo, il costo della sua emissione è a spese del popolo, quindi il signoraggio è illegittimo.</p>
<p style="text-align: justify;">Le svalutazioni della moneta sono un fenomeno su cui il principe deve mantenere la massima vigilanza; un principe che effettuasse svalutazioni a suo piacimento non sarebbe un sovrano legittimo, ma un tiranno, e non avrebbe alcun diritto a governare! E Oresme ricorda che il potere di un tiranno si fonda sulla paura, mentre quello di un re è basato sui legami di fiducia che il sovrano sa instaurare col popolo.</p>
<p style="text-align: justify;">Il guadagno derivante dalla svalutazione è considerato mostruoso e contro natura, secondo le indicazioni di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/aristotele">Aristotele</a></span>, ed è stigmatizzato come un male peggiore dell’usura…</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/contro-la-divinazione/9666" target="_blank"><img class="alignright size-medium wp-image-7936" style="margin: 10px;" title="contro-la-divinazione" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/contro-la-divinazione-184x300.jpg" alt="" width="184" height="300" /></a>Per questo motivo l’attività dei cambiavalute è assimilata a quella degli usurai e giudicata un’occupazione vile e parassitaria.</p>
<p style="text-align: justify;">Il volume in questione riporta anche commenti di Giovanni Buridano ad <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/aristotele">Aristotele</a></span>, nei quali si esponevano concetti simili a quelli sopra esposti. In particolare Buridano insisteva sulla dimensione comunitaria dell’economia: chi pensava all’utile personale a detrimento della comunità commetteva peccato mortale. E lo stesso sovrano che facesse circolare una moneta il cui valore prescindesse da quello dei bisogni umani, peccherebbe grandemente.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche il giurista Bartolo di Sassoferrato si interrogava su alcuni aspetti della vita economica. In particolare era sentito il problema di estinguere un debito dopo che erano occorsi mutamenti nel valore della moneta. Bartolo affermava che il debitore doveva utilizzare il valore della moneta riferito al momento in cui aveva contratto il debito, almeno se non era in ritardo col pagamento.</p>
<p style="text-align: justify;">Infine il libro riporta alcuni scritti di diritto canonico del XIII secolo, nei quali si esprimeva la preoccupazione di difendere la moneta dalle svalutazioni.</p>
<p style="text-align: justify;">I lettori potranno giudicare come le considerazioni di questi antichi studiosi siano di folgorante modernità, e quanto siano pretestuose le argomentazioni di coloro che si ostinano a considerare i tempi medievali come i “secoli bui”!</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Nicolas Oresme et autres, <a title="Traité des monnaies" href="http://www.amazon.fr/gp/product/2737700310/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=centrostudila-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=1642&amp;creative=19458&amp;creativeASIN=2737700310" target="_blank"><em>Traité des monnaies et autres écrits monétaires du XIV siècle</em></a>, La Manufacture, Lyon 1989, pp. 208.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/per-una-teoria-della-moneta.html' addthis:title='Per una teoria della moneta ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.centrostudilaruna.it/per-una-teoria-della-moneta.html/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
			<coop:keyword><![CDATA[Centro Studi La Runa online]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Civiltà medievale]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Italiano]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Medioevo]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Varia]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Bartolo di Sassoferrato]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[borghesia]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Buridano]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[economia]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Ezra Pound]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[globalizzazione]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[moneta]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Nicola Oresme]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Oresme]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Pound]]></coop:keyword>
	</item>
		<item>
		<title>I Bulgari del Volga. Parte 3.</title>
		<link>http://www.centrostudilaruna.it/i-bulgari-del-volga-parte-3.html</link>
		<comments>http://www.centrostudilaruna.it/i-bulgari-del-volga-parte-3.html#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 11 Mar 2011 16:23:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Aldo Marturano</dc:creator>
				<category><![CDATA[Civiltà medievale]]></category>
		<category><![CDATA[Italiano]]></category>
		<category><![CDATA[Medioevo]]></category>
		<category><![CDATA[Anticaucaso]]></category>
		<category><![CDATA[Artamonov]]></category>
		<category><![CDATA[Avari]]></category>
		<category><![CDATA[Bolgar]]></category>
		<category><![CDATA[Bulgari]]></category>
		<category><![CDATA[cazari]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni Efesino]]></category>
		<category><![CDATA[Marcellino Comite]]></category>
		<category><![CDATA[nomadi]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>
		<category><![CDATA[Sciti]]></category>
		<category><![CDATA[steppa]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.centrostudilaruna.it/?p=6837</guid>
		<description><![CDATA[I contatti con Bisanzio e la cultura "romea" delle popolazioni insediatesi nella Bulgaria del Volga.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/i-bulgari-del-volga-parte-3.html' addthis:title='I Bulgari del Volga. Parte 3. '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/carlomagno48x48.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Medioevo" /><br/><p style="text-align: justify;"><em>(Le prime due parti di questo articolo sono pubblicate <a href="http://www.centrostudilaruna.it/i-bulgari-del-volga-parte-1-nella-steppa-europea.html">qui</a> e <a href="http://www.centrostudilaruna.it/i-bulgari-del-volga-parte-2.html">qui</a>).</em></p>
<p style="text-align: justify;">Lasciamo da parte le ipotesi speculative su questi problemi che devono   essere studiati meglio per cancellare certi dubbi incombenti sulle   origini degli stati russi e occupiamoci delle fonti primarie più   affidabili che parlano della Bulgaria del Volga ossia, per la maggior   parte, degli scritti dei geografi e dei viaggiatori musulmani oltre a   quelli degli storici ufficiali e degli osservatori militari della corte   romea (preferiamo l’aggettivo romeo a bizantino) a stretto contatto (in   guerra o nei traffici mercantili) con la steppa e con i suoi popoli.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/e-tramontato-un-sole-sulla-terra-russa/1043" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-6691" style="margin: 10px;" title="e-tramontato-un-sole" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/e-tramontato-un-sole.jpg" alt="" width="200" height="281" /></a>Su quegli scritti e su quegli autori, M.I. Artamonov, il fondatore   dell’archeologia moderna russo-sovietica, ha fatto un puntuale e   meticoloso studio nei primi capitoli della sua monumentale <em>Storia dei   Cazari</em>. Ci avverte che le prime menzioni dei Bulgari sono difficili da   interpretare giacché, semmai questa gente sia esistita come popolo a sé   (diciamo noi), solitamente si trovava in leghe tribali diverse e   separate da grandi distanze e, negli elenchi compilati dai vari autori   che ne danno notizia, appare e scompare con sospetta frequenza. Gli   stessi geografi musulmani evitano con cura di indicare Bolgar come città   dei Bulgari e invece la dicono dei Cazari, degli Slavi etc. (lo notava   già l’arabista tedesco G. Jacob nel 1887). Per di più, dacché si  acquisì  una sede stabile nella regione balcanica, il nome “bulgaro” non  fu più  il distintivo di una gente ben precisa, ma fu usato per  riferirsi agli  Unni o a tribù singole della lega unna con molta  genericità. A questo punto urge pure fare una considerazione ambientale per capire lo spirito   col quale le fonti romee, prima di altre, scrivono perché così si   possono forse capire i loro numerosi anacronismi che creano altra   confusione!</p>
<p style="text-align: justify;">L’area in cui ci stiamo movendo, il Ponto, ha subito a lungo (dal IV   fino alla metà del XV sec. d.C.) l’influenza culturale dell’Impero   Romano d’Oriente e quella dei popoli di ceppo turco (tante altre città   sulle foci del Don sono di origini turche). In modo analogo, ma per più   breve tempo (fino al XII sec.), la steppa asiatica ha subito quello   della Persia per cui i popoli migranti, sebbene attraversassero il   territorio cazaro, guardavano sempre nella direzione di Costantinopoli   che si era creata fama di faro di civiltà e di modello da imitare e da   emulare e, soprattutto, terra fertile da coltivare o da dare in pascolo   alle bestie.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ chiaro che molte delle categorie culturali, filosofiche e religiose   che i Romei dalle basi in Crimea e dal Bosforo Cimmerio (porta d’entrata   in Cazaria) diffondevano nel Caucaso attraverso l’espertissima   diplomazia (il più delle volte impersonata da esponenti religiosi   cristiani come, ad es., i famosi “apostoli degli Slavi” Cirillo e   Metodio) e l’ausilio degli “amici” nomadi diventavano per il “barbaro”   altrettanti punti di vista, atteggiamenti e maniere ai quali confarsi, a   costo dell’ostilità dei popoli vicini e della lotta armata elevata a   supremo mezzo d’emancipazione.</p>
<p style="text-align: justify;">L’Impero infatti volentieri indulgeva a volte nelle misure militari   impelagandosi in guerre dirette o suscitandole fra i nomadi, con   smaccate operazioni condotte al fine di creare odii intestini fra un   capetto e l’altro. Si insinuavano sospetti di tradimento fra i parenti,   si subornavano consiglieri e generali con i tanto amati lussuosi doni  di  cui la Città dei Cesari era un immenso forziere. D’altronde,   quant’altro potesse provocare aspre lotte intestine fra i popoli   soggetti era benvenuto dai Cazari i quali alla fine facevano da   intermediari fra l’Impero Romano d’Oriente e la steppa, secondo la   logica di mantenere buone a tutti i costi le relazioni con i ricchi   partners commerciali. E noi sappiamo pure che sia Costantinopoli che   Itil (la capitale cazara sul Grande Fiume) spendevano gran parte del   budget delle rispettive entrate fiscali per mantenere un buon rapporto   con gli stranieri che premevano ai rispettivi confini mentre, allo   stesso tempo, sfruttavano la rinascita economica crescente del VII-VIII sec. d.C.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/loro-di-novgorod/6303" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-6693" style="margin: 10px;" title="oro-di-novgorod" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/oro-di-novgorod.jpg" alt="" width="200" height="284" /></a>In tali circostanze s’accumulò tanta documentazione preziosa orale e   scritta che l’Imperatore Costantino VII Porfirogenito riuscì a mettere   insieme nel X sec. una specie di manuale storico-geografico sulla Steppa   Ucraina che diventò, addirittura, la più preziosa fonte occidentale   sull’argomento steppa. Le sue pagine (specialmente il <em>De administrando   Imperio</em>) sono una miniera ricchissima di testimonianze, spesso più tarde   rispetto a quanto ancora racconteremo, ma la cui parte più notevole è   quella in cui l’Imperatore descrive le prassi diplomatiche consolidate   per interpretare la scelta delle notizie di cui un governante deve  tener  conto per le sue politiche fondamentali affrontando i nomadi ben   elencati.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci interessano moltissimo i principi giuridico-religiosi sui quali si   fondava diplomazia e che erano pure la base della civiltà romana, al di   là delle realizzazioni materiali che chiunque poteva ammirare nella  vita  e nei monumenti (le ricche chiese!) delle città greche maggiori. I   concetti più frequentemente diffusi col chiaro scopo di assoggettare  lo  straniero – prima ideologicamente e poi materialmente – partivano  già  dall’esaltazione delle figure dell’Imperatore Romano d’Oriente e  del suo  Patriarca (o dei loro delegati, in maniera equivalente). Questi  erano  presentati come le due uniche e massime autorità su tutta la  Terra alle  quali era dovuta obbedienza e sottomissione poiché il loro  potere  universale e sacro derivava dal dio più potente (e quindi  unico!)  abitante nei cieli, pari al turco Tenri.</p>
<p style="text-align: justify;">Rispetto, venerazione, soggezione e sacralità del potere creavano   un’atmosfera che condizionava magicamente i modi di presentarsi a   trattare e, siccome analoghi concetti erano ben noti e rispettati e   usati per gli stessi scopi in Asia Centrale, le pretese romee restavano   per i barbari legittime e credibilissime! Val la pena di ricordare un   episodio autentico e tipico raccontato da Teofilatto Simocatta nel quale   la grande ammirazione e il fortissimo desiderio d’emulazione esistente   presso i barbari per il modo di vivere romeo è dipinto molto bene  nella  cerimonia del riuscire a godere del cibo di chi si ammira o si  stima  (oggi diremmo: <em>Ah, se potessi sedermi con lui alla stessa  tavola!</em>).</p>
<p style="text-align: justify;">Siamo nel VII sec. d.C. e il Kaghan avaro minaccia la città di Tomis   (Costanza sul Mar Nero) assediandola. Non appena viene a sapere che, a   causa di una carestia prodottasi fra i Romei, il generale Prisco ha   difficoltà a procurarsi il cibo per l’esercito, il Kaghan interrompe   volentieri l’attacco. Fornisce aiuti alimentari (gli offre un posto alla   sua tavola) , ma chiede che almeno gli si cedano… le spezie indiane  che  l’Imperatore di Costantinopoli usa alla sua tavola! Lo scambio è  fatto e  tutto finisce con la pace rituale.</p>
<p style="text-align: justify;">In realtà i Romei tentavano in ogni modo di circondare la loro cultura   di un aureola di divino, di talmente superiore da incantare e quindi la   sola ammirazione o emulazione non bastava mai per accedere a contatti   paritari con l’Impero!</p>
<p style="text-align: justify;">I “barbari” non erano veri e propri esseri umani e prima d’ogni altra   cosa occorreva essere parte di una “nazione” secondo le sacre regole   imperiali fissate da tempo. Non solo!. Da quando (IV sec. d.C.) il   Cristianesimo era <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione/">religione</a> dello stato questi principi erano ben chiari   nelle Sacre Scritture dove Dio stesso definiva le nazioni. Questo dio   cristiano me aveva fissate 72 da Noé in poi alle quali tutti gli esseri   umani facevano capo e di qui seguivano tutta una serie di criteri   “divini” per distinguere le “selvagge bande nomadi” dalla sola e unica   “nazione civile” o popolo di Dio. I Romei inoltre, oberati dalle   innumerevoli denominazioni barbare, rinunciavano a volte a trascrivere   tutti gli incomprensibili nomi che i capetti stranieri si davano e li   elencarono a casaccio sotto i 72 sopradetti etnonimi e i loro derivati   classici più soliti: Cimmeri, Sciti, etc. che già a quell’epoca non   esistevano ormai più etnicamente.</p>
<p style="text-align: justify;">Un altro aspetto ideologico (e pedagogico) degli incontri fra Barbari e   Romei che ci preme sottolineare era il fatto che la Corte Imperiale   aborriva dalle discussioni assembleari frequenti fra i Germani o fra i   nomadi in cui le decisioni erano prese con difficoltà e con gran perdita   di tempo. Negli eventuali contatti si pretendeva che ci si presentasse   al cospetto del diplomatico romeo di turno con un ristretto numero di   persone raccomandando che gli argomenti fossero esposti in modo  conciso.  Ogni conclusione o accordo sarebbe poi stato scritto e le  parole  fissate “per sempre” in questo modo magico! Alle udienze  diplomatiche  romee quindi, un capo alla volta, magari accompagnato da  qualche  dignitario, ma soprattutto con ricchissimi omaggi degni  dell’Imperatore e  del suo <em>entourage</em>: schiavi, cavalli o pellicce  pregiate.</p>
<p style="text-align: justify;">In quelle conversazioni (lo si fa ancora oggi nei contatti   internazionali) si approfittava per raccogliere ogni possibile   informazione: geografica, militare, etnografica etc. e di qui si   vagliava la credibilità dell’interlocutore, l’opportunità commerciale e   gli eventuali suoi piani militari segreti contro l’Impero.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/arcivescovi-o-mercanti/6305" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-5300" style="margin: 10px;" title="arcivescovi-o-mercanti" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/arcivescovi-o-mercanti.jpeg" alt="" width="200" height="280" /></a>I Romei inoltre erano fortemente cerimoniali, sempre e comunque tesi ad   evidenziare la superiorità della loro civiltà rispetto agli usi dei   nomadi, marchiati, questi ultimi, al contrario di assoluta “inciviltà”, e   in ciò il ruolo della <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione/">religione</a> cristiana con la sua tradizione e i   suoi riti elaboratissimi era primario per lo spettacolo del potere che   tanto affascinava i nomadi. Le cerimonie impressionavano talmente i   barbari al punto di farsi battezzare per ritornare fra i loro uomini   vestiti di una maggiore sacralità mentre, allo stesso tempo, si   inculcava l’idea che chi non fosse battezzato con la Chiesa Cristiana   (ancora non lacerata dal Grande Scisma del 1054) non era che un uomo a   metà.</p>
<p style="text-align: justify;">Le mode costantinopolitane calorosamente raccomandate dai missionari   cristiani penetravano subdolamente fra i “barbari” e li illudevano di   farli entrare in un mondo nuovo più ricco e più potente. Anzi! Verso il   VI sec. si ebbe un Anticaucaso cristianizzato quasi fin sotto il medio   Don, fin dove i vescovi romei riuscivano ad arrivare. E per tutto il   tempo in cui Costantinopoli e il suo dominio politico-religioso furono   rispettati in qualche maniera nell’area del Mar Nero, pur mettendo   zizzania fra le miste genti, le azioni, le regole, le prescrizioni e le   abitudini romee costituirono lo sfondo ideologico comune dei testi   scritti giunti fino a noi. Messo ben in evidenza pure la frammentarietà   delle notizie a disposizione, dovrebbe essere possibile sfruttare   qualche episodio più saliente che ci racconti l’evolvere della diaspora   bulgara, sempre con l’indispensabile precisazione che Unni, Bulgari   stessi e Avari non sono mai stati popoli omogenei, ma hanno sempre   coperto sotto i loro nomi una mescolanza di etnie.</p>
<p style="text-align: justify;">Su questo palcoscenico un’inaspettata ambasciata nel 463 d.C. incontra   la diplomazia romea. Narra Prisco di Pani che i Saraguri, gli Uroghi e   gli Onoguri in missione unitaria chiesero di poter diventare alleati   dell’Impero (<em>foederati</em>) e avere il permesso di risiedere pacificamente   vicino al confine cioè nella zona a nord e immediatamente ad est della   Crimea. Il capo-missione riferisce pure di aver dovuto abbandonare la   steppa abitata dai suoi (al di là del Volga) scacciato dai Saviri che a   loro volta erano stati spinti via dagli Avari in fuga da un popolo   arrivato da lontano delle rive dell’Oceano orientale (Pacifico? Mar   Giallo?)… Inoltre i Saraguri avevano battuto e conquistato gli Akatziri   ed ora cercavano anch’essi spazio vitale!</p>
<p style="text-align: justify;">Il racconto dei nomadi probabilmente è vero, se diamo uno sguardo agli   avvenimenti contemporanei in Asia Centrale, ma, a parte le strane   denominazioni dei popoli fino allora poco conosciuti dai Romei e gli   eventi abbastanza insoliti, dovette suscitare una grande apprensione a   Costantinopoli. Non solo! Qui sembra poter riconoscere una precoce e   “indiretta” menzione dei Bulgari perché le tribù nominate non sono che   le componenti etniche che più tardi ritroveremo in una specie di grande   lega bulgara. A parte il notare che gli Uroghi (Ugri?) sono forse gli   antenati dei Magiari (Ungheresi) o forse un’altra schiatta ugro-finnica   aggregatasi o imparentata, l’episodio ci riguarda, se lo consideriamo   riferito a dei probabili proto-bulgari e perciò lo terremo in debito   conto.</p>
<p style="text-align: justify;">Andiamo ancora avanti nel tempo e nel V sec. d.C. (482) troviamo dei   Bulgari alleati dell’Impero Romano d’Oriente invitati da Zenone per   battere i Goti benché pure qui, lo ripetiamo, l’etnonimo Bulgari non è   sicuro né univocamente attribuibile ad una precisa entità etnica.</p>
<p style="text-align: justify;">Sempre in ambito romeo, c’è un racconto interessante di Giovanni Efesino   che scriveva al tempo dell’Imperatore Maurizio (fine del VI sec.  d.C.).  E qui la storia comincia a diventare più complicata giacché si  narra  che tre fratelli provenienti dalla Bersilia Interiore (Ucraina?  Alania o  Cazaria?) a marce forzate si diressero con ben 30 mila Sciti  (è un nome  generico che i Romei attribuivano ai popoli della steppa  apparentemente  “non turchi”) verso il Mare d’Azov. Qui giunti e  accortisi di essere  giunti al confine dell’Impero Romano d’Oriente, uno  dei tre prese con sé  10 mila cavalieri e chiese all’Imperatore una  terra dove stabilirsi con  la sua gente al servizio dell’Impero. Il nome  del personaggio in  questione è cioè l’eponimo dei Bulgari! Gli altri  due fratelli invece si  diressero verso est nella terra degli Alani dove  c’era una città  costruita dai Romani chiamata Caspium e là abitarono.  Secondo il  racconto ci sarebbero, da una parte, i Bulgari che abitano ormai nella zona dei Balcani e dall’altra i Puguri (sono forse i   Fanagori, fondatori di Fanagoria, presso Kerc’/Keresc’ sul Mar d’Azov)   in Bersilia (tutti cristiani, ci rassicura l’autore). Da questi altri   Bulgari deriverebbero i Cazari che presero il nome dal più anziano dei   tre fratelli, Kazarik. Assoggettarono successivamente le altre genti   della regione per legame che unì per secoli Bulgari e Cazari, se non   fosse che purtroppo la versione di Giovanni Efesino è molto sospetta ed è   contestata per i suoi vari anacronismi (non per le conclusioni!)…</p>
<p style="text-align: justify;">Marcellino Còmite invece parla dell’Anticaucaso e delle sue genti e   c’informa che gli “Sciti” si trovano lì da lungo tempo insieme con le   genti turche ossia con gli Onoguri e i Kutriguri. Non solo! Nel racconto   degli anni seguenti lo stesso autore parla finalmente di “bulgari   comuni” (forse sono quelli che in seguito sono chiamati i “bulgari   piccoli” o <em>hudye </em>in russo ossia gli antenati dei Ciuvasci)! Purtroppo   nel V-VII sec. sono anni in cui i contatti dei Romei con la steppa sono   ancora un po’ nebulosi a causa della situazione in confusa evoluzione.   Ad ogni buon conto i nomi dei personaggi coinvolti sono trascritti in   modo non preciso e le loro apparizioni sono poste in sequenze   anacronistiche a volte e, benché ci sia perfino un famigerato elenco di   sovrani bulgari al quale ci si può riferire, in pratica dobbiamo  partire  da Kubrat/Kuvrat e dalla sua storia personale…</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/gli-indoeuropei-fatti-dibattiti-soluzioni/9218" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-7010" style="margin: 10px;" title="gli-indoeuropei" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/gli-indoeuropei.jpg" alt="" width="200" height="284" /></a>Prima però, seguendo Lebedynsky, diciamo che dai reperti archeologici   trovati nella zona del Mar Nero i Bulgari sembrano un po’ più   distinguibili (benché senza un’assoluta sicurezza) poiché siamo ai tempi   del favoloso Orkhan (o Mohodu khan) quando si forma una grande lega di   tribù turcofone, ugro-finniche e iraniche, già in parte trascinate  verso  ovest dagli Unni, che lascia qualche traccia “tipica” nella  Steppa  Ucraina. Orkhan si presenta come discendente della vecchia  dinastia  “sacra” turca dei Dulo, secondo quanto tramandatoci dagli  storici romei  Teofane Confessore e dal Patriarca Niceforo, e sembra che  sia rimasto a  lungo al potere nella lega come reggente in quanto il  successore, suo  nipote Kubrat/Kuvrat (Orkhan è suo zio per parte di  madre), è ancora un  bimbo. Nel 584 Kubrat finalmente succede allo zio  passato a miglior vita  e resta a capo della lega finché nel 619 non  decide di allearsi con  Costantinopoli. E’ ormai sul trono da 26 anni e,  sapendo che l&#8217;alleanza significa anche abbracciare il Cristianesimo, Kubrat si reca   dall’Imperatore romeo Eraclio (610-641) e si fa battezzare. Rimarrà   qualche tempo nella capitale a studiare presso il Patriarca (il suo   biografo Niceforo detto prima) e, quando finalmente tornerà   nell’Anticaucaso, sarà consacrato unico capo cristiano.</p>
<p style="text-align: justify;">Più tardi gli Avari, mescolanza di varie popolazioni non ben   sedentarizzate, si scontrano con i Bulgari a nord del Ponto e portano   confusione nelle tradizionali relazioni steppiche. L’Impero Romano ha   tutto l’interesse a questo punto a sostenere Kubrat purché costui riesca   a contenere le incursioni àvare e così l’indipendenza (e la forza   politica e militare) della Grande Bulgaria (nome convenzionale del regno   di Kubrat) è assicurata.</p>
<p style="text-align: justify;">Alla morte nel 642 (o 665?) d.C. del sovrano bulgaro le liti per la   successione fra i suoi numerosi figli causano lo sfascio della lega. I   fratelli Asparukh e Bat-bajan (Batbai o Bajan), forse a causa di dissidi   sulla posizione da prendere contro la forte e crescente pressione   politica interna cazara, si separano. Il primo, come è regola il minore   in età, si dirige verso l’Impero Romano dove fonderà la Bulgaria   danubiana con capitale Pliska (le cui rovine oggi si trovano nelle   vicinanze della cittadina di Aboba) mentre Bat-bajan rimane nella Steppa   Ucraina e confluisce nella realtà statale cazara. Un altro fratello,   Kotrag, si dirige a nord e superato il Don si stabilisce sulla riva   sinistra in vicinanza della riva alta del Volga. Che fine fa il   cristianesimo di Kubrat? Non lo sappiamo, ma di sicuro questa fede non   aveva coinvolto tutti i suoi fratelli.</p>
<p style="text-align: justify;">La migrazione di Asparukh è ricordata pure nella lettera del Kaghan   cazaro Giuseppe (fine del X sec.) al cordovano Hasdai Ibn Sc’aprut, gran   visir ebreo del Califfo Abd-ur-Rahman III, e qui si afferma che “… (i   Bulgari di Asparukh) abbandonarono la propria terra e fuggirono, e (noi   Cazari) li inseguimmo finché non raggiunsero la riva sinistra del   Danubio”. Forse è una vanteria esagerata visto che il passaggio dei   Bulgari nel bacino danubiano avveniva ormai da decine di anni fra il 660   e il 900 d.C. e se consideriamo il fatto che anche i Bulgari erano dei   turchi e che nei Balcani s’erano stabilite tribù turcofone già dal V   sec. d.C. Negli scavi, non è registrato però alcun trasferimento   improvviso e affrettato di famiglie a centinaia nell’arco di pochi mesi   al tempo della separazione di Asparuch da Bat-bajan, per cui   probabilmente, nel caso specifico, fu un’armata battuta che si allontanò   rapidamente cercando riparo fra i connazionali.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ vero pure che col miglioramento del clima nella regione pontica si   ebbe un vero incremento della produzione alimentare e ciò causasse una   pressione demografica che irraggiava le migrazioni verso ovest e verso   nordest, chissà, pure in accordo con l’Impero Romano e Cazaro…</p>
<p style="text-align: justify;">Una cosa risulta da vari indizi degli scavi: I migranti sapevano bene   dove andare! L’avanguardia prendeva possesso della terra adatta e i   giovani successivamente vi si trasferivano cercando di raggrupparsi per   famiglie e per legami politici nei luoghi scelti. Solo più in là i   vecchi, se ancora in grado, si riunivano al resto della loro gente. Sarà   perciò avvenuto proprio questo su spinta dei Cazari che stavano   lentamente evolvendo verso un’organizzazione statale molto potente.   Risulta infatti che conducessero una politica non troppo amichevole   verso la Grande Bulgaria pontica, ancora 20 anni dopo la morte di   Kubrat, allo scopo d’indebolirla e costruire il proprio stato sulle sue   rovine. Secondo reperti archeologici recenti, il disegno cazaro è   visibile in una strana tradizione. Un capo bulgaro del gruppo di   Asparukh, non volle seguirlo. La ragione era che dai cazari avesse    avendo accumulato e sotterrato un tesoro che non voleva abbandonare né   dividerlo con altri. Naturalmente fu ucciso dai Cazari…</p>
<p style="text-align: justify;">Questo è il racconto fissatosi nell’epica locale.</p>
<p style="text-align: justify;">Sono, questi secoli VII-VIII d.C., anni di rafforzamento e di crescita dei   Cazari legati intimamente ai Bulgari di Bat-bajan in cui il modello   romeo (e persiano) di dominio si va affermando lasciando serpeggiare   l’idea che si possa passare da una aristocrazia di guerra e di razzia a   quella mercantile, più pacifica e quindi meno costosa. C’è la   possibilità di controllare a valle le vie d’acqua che conducono ai   grandi mercati di Costantinopoli o Baghdad oltre che alla ricca e   lontana Cina e perciò non si può perdere tempo. Un parallelo? E’ la   stessa situazione che incoraggia già nel 623 il mercante franco Samo a   crearsi uno stato fra gli Slavi Vendi della Moravia che, ahimè, avrà   vita corta come stato, ma farà prosperare Praga…</p>
<p style="text-align: justify;">A questo punto occorre disporre dei mezzi non solo per controllare, ma   anche per proteggere le vie d’acqua e di terra della Pianura da dannose   incursioni anche di tribù sorelle. Occorre essere in grado di stipulare   patti con i popoli confinanti da pari a pari, come fa Costantinopoli  e,  in più, si poteva o proclamare una <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione/">religione</a> di stato allo scopo di   avvicinarsi o adottare la tolleranza massima in questo campo per non   disturbare i mercanti ossia gli operatori economici da “coccolare” più   seriamente.</p>
<p style="text-align: justify;">Il commercio internazionale con prodotti ad alto valore aggiunto diretti   ad una clientela come le corti e i signorotti locali sparsi sui   territori dell’Eurasia richiede investimenti ingenti e a lungo termine   perché lungo è il tempo che impiegano le merci per muoversi da un punto   all’altro. E chi altri, se non i mercanti ebrei detti Rahdaniti   d’origine persiana hanno i mezzi per gestirlo? Sebbene non abbiamo molte   tracce di ebrei a Bolgar, i prodotti reperibili a costi convenienti  nel  Grande Nord d’Europa dove trafficano i mercanti bulgari arriveranno   comunque alle carovane gestite dai Rahdaniti senza grossi attriti   giacché la forte e stretta alleanza (parentela, la possiamo chiamare)   fra Bulgari e Cazari per il bene comune durerà molto tempo!</p>
<p style="text-align: justify;">Una volta scelta questa via, sono proprio i mercanti ad aver la meglio   nell’evoluzione politica dello stato cazaro che alla fine avrà un   Kaghan-mercante, analogamente a quello bulgaro del Volga che avrà un   sovrano-mercante o bii.</p>
<p style="text-align: justify;">Ed ecco che cosa avviene invece sul Volga.</p>
<p style="text-align: justify;">Si individuano le aree per la gestione del transito nelle grandi anse   che il fiume fa prima della foce e la migliore, per vari motivi, è la   confluenza con la Kama dove sorgerà appunto Bolgar Vecchia. Risalendo a   monte si può penetrare di qui nelle terre dei popoli fornitori (Visu   delle fonti arabe e Ves’ delle Cronache Russe, Jura o Ugri etc., tutte   di ceppo ugro-finnico) e dai punti strategici sulla riva si possono   percepire gli altissimi balzelli (la decima parte del valore stimato dal   personale doganale) che gravano sulle merci.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli affari cominciano a crescere e gli Scandinavi Rus’, apparsi nel nord   già nel VIII sec. d.C. in bande armate di tipo mafioso organizzate a   far da scorta ai convogli per il sud, cominciano a pensare di poter fare   tutto da soli, scorta armata e mercanti, e tentano persino di   saccheggiare o ricattare con la paura le genti del nord in contatto   riservato coi Bulgari.</p>
<p style="text-align: justify;">Su questa via li seguono gli Slavi che si emancipano e penetrano sempre   di più nella zona di Grande Rostov e della Suzdalia provenendo dal sud e   dal nordovest (Kiev) cercando alleanze con chiunque, senza scelta   preconcetta.</p>
<p style="text-align: justify;">L’archeologia conferma felicemente questo quadro e, fra l’altro, porta   alla luce una grande quantità di monete di provenienza soprattutto araba   nelle aree più settentrionali dell’Europa, frutto del fiorente   commercio riscontrabile con lo stesso ritmo crescente nel resto   d’Europa.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Bibliografia essenziale</strong></p>
<p style="text-align: justify;">M.N. Artamonov – <em>Istorija Hazar</em>, Sankt-Peterburg 2001.<br />
J. Bac’ic’ – <em>Red Sea-Black Russia</em>, New York 1995.<br />
J.K. Begunov et al. – <em>Sokrovisc’c’a bulgarskogo naroda</em>, Sankt-Peterburg 2007.<br />
A. Bell-Fialkoff  (edit.) – <em>The Role of Migration in the History of the   Eurasian Steppe. Sedentary Civilization vs. “Barbarian” and Nomad</em>,   London 2000.<br />
B. Brentjes – <em>Die Ahnen Dschingis-Khans</em>, Berlin 1988.<br />
A. Burovskii – <em>Nesbyvsc’ajasja Rossija</em>, Novosibirsk 2004.<br />
G. Chaliand – <em>Les Empires Nomades</em>, Paris 2006.<br />
G. Dagron – <em>Empereur et Prêtre</em>, Paris 1996.<br />
R.N. Frye – <em>The Heritage of Central Asia</em>, Princeton 1996.<br />
L. N. Gumiljòv – <em>Drevnjaja Rus’ i Velikaja Step’</em>, Moskva 1992.<br />
L. N. Gumiljòv – <em>Tysiaceletie vokrug Kaspii</em>, Moskva 1993.<br />
L. Gumiljòv – <em>Otkritie Hazarii</em>, Moskva 2001.<br />
G. Herm – <em>I Bizantini</em>, Milano 1983<br />
G. Jacob – <em>Der nordisch-baltische Handel der Araber im Mittelalter</em>, Leipzig 1887.<br />
A. Karasulas/A. McBride – <em>Mounted Archers of the Steppe 600 BC – AD 1300</em>, Hailsham 2004.<br />
A.G. Kasymov – <em>Kaspiiskoe More</em>, Leningrad 1987.<br />
K.K. Kolesov &#8211; <em>Mir c’eloveka v slove Drevnei Rusi</em>, Leningrad 1988.<br />
G. Konzelmann – <em>Die Wolga, Schicksalsstrom der Völker</em>, Hamburg 1994.<br />
A.A. Krivosc’eev – <em>Donskoi Ulus Zolotoi Ordy</em>, Rostov-na-Donu 2007.<br />
E. Kul’pin – <em>Zolotaja Orda, problemy genezisa Rossiiskogo Gosudarstva</em>, Moskva 2008.<br />
V. Kurbatov – <em>Tainye Marsc’ruty Slavjan</em>, Moskva 2007.<br />
I. Lebedynsky – <em>Scythes, Sarmates et Slaves</em>, Paris 2009.<br />
A. Lebedynsky – <em>Les Nomades, Les peuples nomades de la steppe des origines aux invasions mongoles</em>, Paris 2007.<br />
C.A. Macartney – <em>The Magyars in the Ninth Century</em>, Cambridge Univ. 1968.<br />
A. Leontiev/M. Leontieva – <em>Biarmija: Severnaja Kolybel’ Rusi</em>, Moskva 2007.<br />
Z.A. L’vova – O Sbornike J.K.Begunova “Sokrovisc’a Bulgarskogo Naroda”,  www.bulgarizdat.ru 2009.<br />
J. Martin – <em>Treasure of the Land of Darkness</em>, Cambridge Univ. 1986.<br />
V.V. Mavrodin – <em>Ocerki istorii levoberezhnoi Ukrainy</em>, Leningrad 1940.<br />
F. Mosetti – <em>Le Acque</em>, Torino 1977.<br />
L. Nedashkovskii – <em>Zolotoordynskie Gorodanizhnego Povolzhija i ih Okruga</em>, Moskva 2010.<br />
K.F. Neumann – <em>Die Völker des südlichen Russlands in ihrer geschichtlichen Entwicklung</em>, Leipzig 1847 (rist.).<br />
D. Obolensky – <em>Byzantium ad the Slavs</em>, New York 1994.<br />
V.J. Petruhin/D.S. Raevskii – <em>Ocerki istorii narodov Rossii v drevnosti i rannem srednevekov’e</em>, Moskva 2004.<br />
M. Polo – <em>The Travels</em>, Letchworth 1958.<br />
A. Roth – <em>Chasaren</em>, Neu Isenburg 2006.<br />
S. Runciman – <em>Istorija pervogo bolgarskogo Carstva</em>, Sankt-Peterburg 2009.<br />
Saxo Grammaticus – <em>Gesta Danorum </em>– Wiesbaden 2004.<br />
A. Scirokorad – <em>Rus’ i Orda</em>, Moskva 2008.<br />
V.V. Sedov – <em>Slavjane v rannem Srednevekov’e</em>, Moskva 1995.<br />
S. Sturlusson – <em>Heimskringla</em>, Wiesbaden 2006.<br />
W. Suderland – <em>Taming the Wild Field</em>, Cornell Univ. 2004.<br />
R. Taagepera –<em>The Finno-ugric Republics and the Russian State</em>, London 1999.<br />
G.I. Tafaev – <em>Geroic’eskie Veka drevnebolgarskoi civilizacii</em>, Ceboksary 2010.<br />
G.I. Tafaev – <em>Civilizacii srednego Povolzh’ja v processe transformacii</em>, Ceboksary 2010.<br />
P.P. Toloc’ko – <em>Koc’evye narody stepei i Kievskaja Rus’</em>, Kiev 1999.<br />
A. Toynbee – <em>Costantino Porfirogenito e il suo mondo</em>, Firenze 1987.<br />
H. Vambéry – <em>Das Türkenvolk&#8230;</em>, Leipzig 1885 (repr. 2006).<br />
Vari Autori – <em>Istorija Krest’janstva SSSR</em>, Moskva 1987.<br />
Z.V. Udal’cova – <em>Vizantiiskaja Kul’tura</em>, Moskva 1988.<br />
M.Z. Zakiev/J.F. Kuzmin-Jumanadi – <em>Volzhskie Bulgary i ih potomki</em>, Kazan’ 1993.<br />
M.Z. Zakiev – <em>Istorija tatarskogo naroda</em>, Moskva 2008.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/i-bulgari-del-volga-parte-3.html' addthis:title='I Bulgari del Volga. Parte 3. ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.centrostudilaruna.it/i-bulgari-del-volga-parte-3.html/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
			<coop:keyword><![CDATA[Civiltà medievale]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Italiano]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Medioevo]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Anticaucaso]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Artamonov]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Avari]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Bolgar]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Bulgari]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[cazari]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Giovanni Efesino]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Marcellino Comite]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[nomadi]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Russia]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Sciti]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[steppa]]></coop:keyword>
	</item>
		<item>
		<title>I Bulgari del Volga. Parte 2. Il difficile passaggio a nordest</title>
		<link>http://www.centrostudilaruna.it/i-bulgari-del-volga-parte-2.html</link>
		<comments>http://www.centrostudilaruna.it/i-bulgari-del-volga-parte-2.html#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 24 Feb 2011 16:49:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Aldo Marturano</dc:creator>
				<category><![CDATA[Civiltà medievale]]></category>
		<category><![CDATA[Italiano]]></category>
		<category><![CDATA[Medioevo]]></category>
		<category><![CDATA[Bactriana]]></category>
		<category><![CDATA[Bulgari]]></category>
		<category><![CDATA[ciuvascio]]></category>
		<category><![CDATA[tataro]]></category>
		<category><![CDATA[turco]]></category>
		<category><![CDATA[volga]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.centrostudilaruna.it/?p=6689</guid>
		<description><![CDATA[Uno studio sulla successione di stirpi che arrivarono sul Medio Volga e che occuparono e dominarono la regione.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/i-bulgari-del-volga-parte-2.html' addthis:title='I Bulgari del Volga. Parte 2. Il difficile passaggio a nordest '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/carlomagno48x48.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Medioevo" /><br/><p style="text-align: justify;">Nota: la parte iniziale di questo articolo è pubblicata con il titolo <em><a id="I Bulgari del Volga. Parte 1. Nella steppa europea" href="../i-bulgari-del-volga.-parte-1.-nella-steppa-europea.html"><em>I Bulgari del Volga. Parte 1. Nella steppa europea</em></a></em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>2. Il difficile passaggio a nordest</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Mettiamo da parte per un momento la steppa e le sue vicissitudini, benché non abbandoneremo mai questo teatro indispensabile agli eventi che racconteremo, e volgiamoci ad una questione primaria, ma intricata: Quali stirpi arrivarono per prime sul Medio Volga e quali in tempi successivi? Di solito chi s’insedia per primo in un certo luogo è definito autoctono, ma per usare in modo giusto questa semplice parola occorre esser pure in grado di mettere una presenza umana in relazione temporale con la sua migrazione da un altro luogo del mondo. E’ poi necessario documentarne l’anteriorità di fronte alle altre stirpi che si trovano nello stesso posto nel momento storico sotto osservazione. A che serve tutto ciò? In parole più semplici, se la stirpe che noi consideriamo protagonista della nostra storia è autoctona, sarà l’ospite ospitante per le stirpi giunte successivamente e i processi di influenze culturali reciproche che creeranno gli eventi della storia che raccontiamo avranno un certo andamento. Se al contrario essa fosse immigrata, gli eventi potrebbero prendere un’altra direzione e così via. Siccome è nostro intento cogliere la misura delle interazioni fra le diverse etnie ugro-finniche e balto-slave della Pianura con quelle turco-bulgare per riconoscere loro un successo o una decadenza (naturalmente in confronto con la realtà odierna del Tatarstan), fissare una cronologia (o tentarla, vista la scarsezza dei documenti) degli spostamenti dei Bulgari sul territorio è molto importante per non correre il rischio di scivolare negli anacronismi e falsare il racconto.</p>
<p style="text-align: justify;">Altro nodo da sciogliere è: Riconoscendo la multietnicità della Pianura, come si fa a distinguere una stirpe/etnia da un’altra? Il metodo più immediato e collaudato da secoli è di registrare la lingua che la gente usa “all’interno” (cioè con i familiari e con gli altri membri della propria comunità) e cogliere la diversità da quella usata “all’esterno” (cioè con le comunità vicine). I nostri referenti medievali, poliglotti di alto livello e studiosi attenti dei costumi altrui, prima di altri facevano l’esperimento auditivo suddetto giacché sapevano che la lingua è la porta che si apre sulla tradizione e sulla cultura delle stirpi e in tal maniera raccoglievano dai locali le informazioni che ci hanno tramandato e delle quali oggi ci serviamo. Non è l’unico criterio di differenziazione fra gli esseri umani, ma altri criteri che siano in netto contrasto col quello linguistico, lo diciamo subito, sono molto rischiosi e possono diventare discriminanti!</p>
<div class="mceTemp" style="text-align: justify;">
<dl id="attachment_6834" class="wp-caption alignright" style="width: 235px;">
<dt class="wp-caption-dt"><img class="size-medium wp-image-6834" title="&quot;Camera nera&quot; a Bolğar" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/450px-Black_chamber_Bolgar-225x300.jpg" alt="&quot;Camera nera&quot; a Bolğar" width="225" height="300" /></dt>
<dd class="wp-caption-dd">&#8220;Camera nera&#8221; a Bolğar</dd>
</dl>
</div>
<p style="text-align: justify;">Nel secolo passato ci si illuse di poter classificare gli uomini e determinarne la provenienza geografica con grande precisione scientifica osservandone i tratti fisici (la razza!) in vivo o deducendoli dai resti ossei degli antenati esumati nelle necropoli. Gli antropologi M. Gerasimov, russo, e D. Sassoon, americano, diventarono famosi per le ricostruzioni (con metodi diversi) dei tratti del viso di uomini del passato partendo dai caratteristici segni d’usura lasciati sui teschi dalla muscolatura ormai scomparsa. I loro lavori misero in luce alcune volte certi errori interpretativi degli storici… Oggi però questi metodi insieme con il concetto di razza non hanno più il valore d’una volta e non servono più (per fortuna) a delimitare le aree geografiche da “assegnare” a una stirpe per cacciarne via un’altra, non considerata autoctona. Per i Bulgari le ricerche paleoantropologiche condotte finora lungo il Volga e nel resto della Pianura fra le tante incertezze sistematiche confermano che un tipo fisico puro e tipico “bulgaro” nei fatti non c’è. L’unica cosa che si può dire dai dati elaborati pure in altri campi disciplinari è che i Bulgari del Volga appartennero per cultura a un’etnia turco-cazara-alana formatasi al di qua degli Urali fra le rive settentrionali del Mar Caspio e quelle del Mar Nero e, oltremodo mescolata, solo sotto l’egida dell’Islam acquistò un aspetto più uniforme degno di nota dei nostri osservatori. Rifacendoci alle loro descrizioni quando s’interessarono di questi luoghi, ecco che a nordest di Mosca (la cosiddetta Suzdalia) troviamo una Bulgaria consolidata… ma soltanto nel XI sec. d.C.! A questo punto gli interrogativi sarebbero: Prima del IX-X sec. come mai la tradizione in certe fonti tace su Bolgar e invece parla di migrazioni? E allora chi fondò la città: gli epigoni dei Bulgari balcanici oppure i cosiddetti Bulgari Neri del Don-Dnepr, visto che questi due gruppi erano all’epoca due identità distinte? E come mai l’evento finì per essere dimenticato, sfuggendo all’attenta Costantinopoli che ben conosceva i Bulgari?</p>
<p style="text-align: justify;">Le fonti più accreditate suggeriscono che il “trasloco” dei Bulgari ebbe luogo verso il IX sec. d.C. verso questo nord. Se così fosse, c’è il sospetto che l’impresa di mandarli dal Ponto sul Medio Volga fosse pilotata dai Cazari al fine di colonizzare gli Ugro-finni e monopolizzare meglio il traffico dei loro prodotti che in quegli anni rendevano molto bene. In tal caso i Bulgari non abbandonarono i “parenti” cazari (parlano la stessa lingua, avverte Ibn Hauqal, fine del X sec.) e migrarono in massa perché le acque caspiche avevano invaso le coltivazioni, ma sono semplicemente agenti con il mandato del Kaghan cazaro…</p>
<p style="text-align: justify;">Malgrado quanto detto, dobbiamo registrare la sorpresa occidentale dei viaggiatori cristiani del passato nelle Terre Russe (come si chiamava la Pianura dal punto di vista della storia “russa”) i quali, sentendo parlare di uno stato bulgaro sul Volga, ancora nel XIII-XIV sec. erano increduli sulla sua reale esistenza. Eppure in ambito mediterraneo – Venezia e Genova dalle loro basi sul Mar Nero – e musulmano – dalla Spagna omayyade (al-Andalus) fino alla Persia di Baghdad e la Choresmia dei Samanidi – quel lontano stato era arcinoto (almeno per i suoi prodotti) anche prima e il suo ricordo cominciò a sfumare soltanto più tardi del XIV sec.! Insomma ci sono delle incongruenze…</p>
<p style="text-align: justify;">Partiamo allora dalla prima questione, dalla lingua.</p>
<p style="text-align: justify;">Cominciamo dicendo che il bulgaro dalla ricostruzione messa insieme dai filologi si può riconoscere in un bulgaro antico parlato nel IV-V sec. d.C. nella zona pontica e nella Depressione Caspica che, con la diaspora iniziata nel VII sec. d.C., si modificò da potersi riclassificare col nome di bulgaro medio. Di quest’ultimo non abbiamo molti riscontri sicuri nell’area del Medio Volga, ma possiamo presumere che dovesse essere parlato qui già dal X al XIII sec. benché sparso sul territorio e in concorrenza con le altre parlate turche, ugro-finniche e balto-slave pure presenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel XII sec. si hanno i primi scontri fra Bulgari del Volga e Genghiscanidi venuti dall’Asia Centrale, alleati degli Alani prima e dei Kipciaki poi. I Mongoli erano ai vertici dell’organizzazione militare attaccante (quella politica faceva capo al Gran Khan in <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/generi/viaggi/oriente/mongolia" target="_blank">Mongolia</a></span>), mentre i Kipciaki ne diventarono presto la casta dominante dal punto di vista numerico e quindi è logico che il bulgaro medio dové confrontarsi col turco kipciako (o tataro). Stranamente però, dopo il ritiro dei Tataro-mongoli più a sud nella nuova capitale di Sarai Batu, notiamo che la denominazione lingua bulgara sparisce! Non immaginando affatto che cadesse in disuso all’improvviso, ci chiediamo: In quali altra lingua si trasformò, visto che nel Tatarstan e nelle repubbliche limitrofe sopravvivono ancor oggi più d’una varietà di turco insieme con numerose parlate ugro-finniche? E perché mai certi storici locali tentano di provare, rilevando tantissime eccezioni, che il bulgaro medio si sia trasformato nel ciuvascio e che il tataro invece non proceda dal bulgaro medio, supposto scomparso?</p>
<p style="text-align: justify;">Non sembrino topiche secondarie, queste, per la nostra storia soprattutto perché gli unici resti di sicura identità bulgara nel Volga sono in primo luogo le lapidi delle tombe musulmane con le loro iscrizioni, tenendo presente che questi monumenti di pietra scolpita furono introdotti nell’uso funerario dai Tataro-mongoli e che all’esame le iscrizioni mostrano un’intensa penetrazione fra bulgaro e tataro-kipciako.</p>
<p style="text-align: justify;">In realtà, quando Bolgar per ragioni storiche e fisiche (più in là le esamineremo) ha ormai perso molto del peso politico ed economico, i suoi cittadini lasciano la città e si trasferiscono nella nuova Bolgar situata un po’ più a nord sulla riva opposta dove domina la lingua kipciaka dei nuovi governanti tataro-mongoli. Kazan’ (così si chiama Bolgar Nuova) in quel momento è diventata una fortezza di confine con poca gente armata ed è chiaro che i bulgari di Bolgar in poco tempo diventano la maggioranza culturale cittadina. Ora dire che il bulgaro dei nuovi arrivati sarà sostituito dal tataro di Kazan’ è senz’altro esagerato. Le due lingue, per cause che tralasciamo, erano ancora poco differenziate fra loro e il bulgaro non fece altro che cambiare d’etichetta chiamandosi tataro, dovendo in certo qual modo riconoscere che questo era il “nome del potere” adesso.</p>
<p style="text-align: justify;">Quanto al ciuvascio, è sicuramente una lingua turca, ma si sviluppa separatamente dal tataro-kipciako di Kazan’ dove appare come lingua a sé nel XVI sec. La tradizione indica che il popolo portatore C’uvasc’ venne moltissimi anni prima dal Ponto sul Volga superando i monti, ma in realtà è solo nel 1524 che appare nelle Cronache Russe e ancora una volta nel 1551. Certamente era già parlata prima delle dette menzioni, ma dove? E se accettassimo l’idea di chi suggerisce che i Ciuvasci fossero Ugro-finni che persero la propria lingua e adottarono una nuova varietà di bulgaro passando in parte all’Islam? In tal caso sarebbe una specie di lingua bulgaro-finnica parlata da genti acculturate nel IX sec. d.C. quando Bolgar prende il ruolo di guida politica del Medio Volga. La struttura e il lessico del ciuvascio permettono di accettare tale ipotesi.</p>
<p style="text-align: justify;">Evitando tecnicismi, diciamo semplicemente che il ciuvascio è turco di tipo “r” diverso dal bulgaro medio che invece è turco di tipo “z”. Sebbene il ciuvascio appaia in modo chiaro anche nelle lapidi di cui parlavamo sopra, ma in poche di esse e come una variante dialettale, le scritte più numerose sono in turco di tipo “z”. Di qui, se il ciuvascio fosse la figlia diretta del bulgaro medio, come mai negli epitaffi sarebbe così poco diffusa? Certo! I resti documentari sono scarsi e a volte incerti nella lettura, ma la realtà è quella spiegata da M. Z. Zakiev che prende in considerazione altri reperti scritti del patrimonio archeologico del Volga, oltre le steli funerarie…</p>
<p style="text-align: justify;">Ci scusiamo col nostro lettore per esserci soffermato sulla questione, ma purtroppo, dovendoci rifare alle ricerche degli studiosi locali, ogni speculazione sull’argomento è da evitare giacché l’eredità bulgara la una sua grande risonanza nel Tatarstan e nelle repubbliche limitrofe con minoranze o maggioranze turcofone che si riflette persino nelle ricerche scientifiche. Essa è un bene molto conteso e, se tante sono le ipotesi plausibili su quali etnie ne siano le eredi, tutti riconoscono che, una volta verificate, le ipotesi debbono armonizzarsi con la numismatica, con la toponomastica, con i reperti archeologici (anche linguistici). Noi in ragione di ciò ci siamo appellati alle ricerche di G. I. Tafaev, ciuvascio, e di M. Z. Zakiev, tataro, sebbene i due studiosi dibattano su sponde opposte, ciascuno geloso della propria identità etnica, e confessiamo che è stato difficile scegliere la verità, per noi più degna di fede.</p>
<div class="mceTemp" style="text-align: justify;">
<dl id="attachment_6835" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px;">
<dt class="wp-caption-dt"><img class="size-medium wp-image-6835" title="&quot;Mausoleo del Khan&quot; a Bolğar" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/mausoleuo-del-khan-300x225.jpg" alt="&quot;Mausoleo del Khan&quot; a Bolğar" width="300" height="225" /></dt>
<dd class="wp-caption-dd">&#8220;Mausoleo del Khan&#8221; a Bolğar</dd>
</dl>
</div>
<p style="text-align: justify;">A questo punto si può affermare che i Bulgari alla fine non sono Turchi “veraci” come quelli che la vecchia etnografia direbbe avere le radici nella steppa asiatica e perciò affondate nell’ethnos che ebbe i suoi primi successi nella lontana <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/generi/viaggi/oriente/mongolia" target="_blank">Mongolia</a></span>! Anzi! Siamo obbligati ad accettare come dati più o meno sicuri, ma certamente provvisori, le presenze bulgare nell’ordine cronologico tradizionale. In altre parole, sono giuste le presenze 1. Prima nella Steppa Ucraina e Volga-Don 2. poi nei Balcani e infine 3. nella zona intorno all’Anticaucaso? O ci sono storie diverse?</p>
<p style="text-align: justify;">Se quest’ultimo modo di vedere convince di più, allora dobbiamo anche accogliere la tradizione che vede i Turchi provenire dalla steppa asiatica ed è al di là degli Urali che si cercherà la prima patria bulgara. Di quale miglior fonte d’informazioni disporre, se non degli scavi archeologici, visto che i Turchi d’Asia hanno lasciato pochissime notizie scritte dirette?</p>
<p style="text-align: justify;">Da quasi 150 anni sono state intraprese varie spedizioni ad est del Volga che hanno scavato con metodi sempre più raffinati necropoli e siti abbandonati. Moltissimo s’è scavato nel Turkestan e nelle regioni limitrofe a nord della Cina e si sono raccolti numerosi reperti quasi tutti ormai classificati e pubblicati. Sebbene alcuni grandi popoli, ora europei per geografia e per cultura, riconoscano le loro radici in quelle aree (sempre secondo la tradizione), per i Bulgari non è stata individuata alcuna cultura netta e distinta da quella degli altri nomadi o sedentari in antico contatto in Asia Centrale! Insomma, non esiste alcun oggetto (almeno finora, 2010) che si possa attribuire con convinzione ad un’ipotetica etnia bulgara… prima del X sec. d.C. e lontano dal bacino del Volga!</p>
<p style="text-align: justify;">Ed ecco che lo studioso bulgaro (del Danubio) P. Dobrev in una cronaca anonima latina del 345 d.C. trova una strana toponomastica, sempre sulla questione dei Bulgari autoctoni: Le vicinanze del Pamir e dell’Hindu-Kush erano chiamate dai Sogdiani Terra di B’lgar, dagli Arabi Terra di Burgar e oggi ancora dagli afgani Falgar o Palgar! L’area in questione è più o meno l’antica Bactriana che non è lontana dal Volga né dalla Choresmia con cui Bolgar ebbe contatti costanti e stretti. Se teniamo presente che intorno al Mare d’Aral c’era persino una regione chiamata Balkh (senza la desinenza <em>-ar</em> che in turco significa “uomo”), non si può più negare, da un lato, la profonda <a title="antichità" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/storia-antica">antichità</a> della gente bulgara sparsa su una vastissima area sia al di qua degli Urali fino al Danubio sia poco al di là e, dall’altro, l’inconsistenza di massicce migrazioni dall’Asia.</p>
<p style="text-align: justify;">C’era già la nota <em>Cronaca Sira</em> dell’armeno Zaccaria Retore del VI sec., documento giudicato molto affidabile dove l’autore nel XII capitolo in un elenco di popoli descrive i Bulgari per una prima volta e li colloca subito a nord di Derbent. Poche righe dopo li nomina ancora quasi associati ai Kutriguri, ma ora un po’ più lontani cioè a nordest del Caucaso. Dice di loro che sono barbari pagani con una loro propria lingua (rispetto all’armeno dell’autore), che vivono in tende e si nutrono della carne degli animali e dei pesci, ma anche degli animali selvatici! Questa menzione è stata finora ammessa come la più antica per i Bulgari del Volga dagli specialisti, ma come abbiamo visto il documento di Dobrev la supera di gran lunga all’indietro nel tempo. E allora? I Bulgari, è gente autoctona del Medio Volga?</p>
<p style="text-align: justify;">C’è chi ha sperato di raccogliere maggiori e più sicure informazioni partendo dall’etnonimo sulla questione. E’ però un problema molto controverso giacché gli etnonimi del Medio Volga sono di vario tipo e prevalentemente turchi. Composti per la stragrande maggioranza di monosillabi, sono somiglianti fra loro e attribuiti persino a genti che sembrano di ceppo <a title="indoeuropeo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/indoeuropei">indoeuropeo</a>. Si riferiscono solitamente all’apparenza fisica (bell’uomo, capelli rossi e sim.) o ai totem eponimi (cane, leone, falco e sim.) o al luogo dove la gente vive e poco, invece, alle attività svolte. In questo senso lo aveva creduto risolto il granadino al-Garnati, dotto musulmano in visita sul Volga nel XII sec. (1150 ca.), quando scriveva: “Siccome una persona saggia è chiamata (in turco-bulgaro) <em>bul’ar</em>, di conseguenza questa terra è chiamata Bul’ar cioè Terra dei Saggi e in arabo è stato trascritto Bulghar. Ho letto ciò nella Storia di Bolgar scritta da un giudice (<em>qadi</em>) bulgaro (Jakub ibn-Nugman che al-Garnati conobbe di persona) che aveva studiato con Abu ul-Masali G’uwaini.” A questo proposito, studi recenti suggeriscono la derivazione dalla radice verbale turca <em>*bulğa</em>- che significa mettere in disordine o mescolare più l’affisso –<em>ar</em>, uomo. Per I. Lebedynsky più che saggi i Bulgari sarebbero dei ribelli o mestatori e per M. Vassmer dei meticci mentre M. Z. Zakiev predilige gli etimi delle varianti <em> bolgar/balkar </em>per arrivare a gente di fiume o anche <em>biler/bailar </em>a gente ricca, abbiente, quest’ultimo più vicino al <em>bul’ar</em> di al-Garnati.</p>
<p style="text-align: justify;">Nessuna di tali etimologie però è accettata dalla totalità dei turcologhi e l’opinione più generica è che <em>bulgar </em>fosse un soprannome, diventato abbastanza comune fra persone imparentate e che si perpetuasse affibbiandolo ai gruppi di potere che millantavano una qualche genealogia antica e famosa. Di turchi che passavano i propri nomignoli ad intere tribù se ne conoscono più d’uno (il khan Özbeg ha dato il nome alla nazione Uzbeka) e, conoscendo la cura di queste persone nella ricerca dei propri antenati e la costruzione di alberi genealogici (chiamati con parola araba sc’eg’ere) a giustificazione della propria posizione sociale, in tutto ciò può ben trovarsi l’origine della parola <em> b’lgar</em>&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">E qui s’aggancia la questione della Bjarmja.</p>
<div class="mceTemp" style="text-align: justify;">
<dl id="attachment_6836" class="wp-caption alignright" style="width: 310px;">
<dt class="wp-caption-dt"><img class="size-medium wp-image-6836" title="Mausoleo settentrionale, Bolğar" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/mausoleo-nord-300x225.jpg" alt="Mausoleo settentrionale, Bolğar" width="300" height="225" /></dt>
<dd class="wp-caption-dd">Mausoleo settentrionale, Bolğar</dd>
</dl>
</div>
<p style="text-align: justify;">Ne parla Saxo Gramaticus per primo nella <em>Storia dei Danesi </em>e nelle Saghe della <em>Heimskringla </em>si legge di uno stato chiamato Bjarmaland/Bjarmeland situato nell’estremo nord della Pianura Orientale Europea. Si estendeva dal Mar Glaciale Artico fino alle foreste della confluenza del Volga-Kama o del Volga-Okà. La Bjarmja è assimilata dai russi alla Terra di Pjerm’, vista la consonanza dei due toponimi, e dovette esistere realmente, addirittura prima del IX sec. d.C. Malgrado ciò, ci sono molti elementi nei detti testi che fanno sospettare una possibile identificazione della Bjarmja con il dominio bulgaro del Volga (Chi comanda in questo paese? I Bijar!) ai tempi in cui Bolgar non era ancora unita nelle mani di un solo sovrano. Gli elementi a favore di una tale versione sono <em>in primis </em>i prodotti nordici che gli Scandinavi venivano qui a procurarsi via mare (Mar Glaciale Artico) o via fiume (la Dvinà Settentrionale, chiamato Riva nelle saghe) ovvero pellicce pregiate, argento, denti di tricheco e schiavi… giusto le merci che Bolgar trafficava! <em>In secundis </em>c’è l’etimologia di Bijar- che è una chiara variante di Biljar con <em>–ma</em> suffisso ugro-finnico che indica il paese o con <em>–em</em>, possessivo turco di prima persona. Biljar infatti indicherebbe gruppi ugro-finnici assimilati o alleati coi Bulgari. A questo punto si prospetta un’ipotesi di per sé dissacrante per la storia antico-russa e per il suo classico impianto.</p>
<p style="text-align: justify;">Se accostiamo <em>boljar </em>(variante documentata di “bulgar”) ai nobili bojari (in italiano anche bojardi), la cui forma russa più antica è <em>boljarin </em>(sing.) e <em>boljare </em>(plur.) e in russo moderno <em>bojarin </em>(sing.) e <em>bojare </em>(plur.), noteremmo subito non solo la chiara identità dei termini, ma anche che <em>bojarin </em>ha la tipica desinenza -in degli aggettivi di nazionalità! In più, siccome <em>bojarin </em>è accettata dagli etimologisti sia come parola sia come istituzione di certa origine bulgara, non potrebbe ciò denunciare la presenza nella grande città russa del nordest, Grande Novgorod, di un’<em>élite </em>bulgara al potere? Senza dubbio Bolgar era meglio organizzata in tempi anteriori alla data di fondazione di Grande Novgorod (la più sicura è secondo l’archeologia ca. prima metà del X sec. d.C.) e poteva aver fatto benissimo o da modello o da sede coloniale bulgara nel Grande Nord.</p>
<p style="text-align: justify;">Per di più Novgorod significa Città Nuova e non sarebbe possibile azzardare l’ipotesi che abbia perso (o abbia sostituito) la denominazione primitiva, ad esempio, di Città Nuova dei Bulgari (Jana Halig’ in bulgaro) quando passò in mano russa? Altre città lungo il Volga hanno adottato in modo simile il monco nome russo. Si spiegherebbe lo strano toponimo di Città Nuova che ne presuppone una antecedente di cui però non si trova traccia! A questo punto una verità di questo genere cancellerebbe la leggendaria chiamata di Rjurik e dei suoi due fratelli dalla Svezia nell’852 d.C. come è stata tramandata dalle <em> Cronache Russe </em>e che Giovanni IV di Mosca rivendicò come i gloriosi antenati della sua dinastia. I tre avventurieri con i loro armati furono chiamati (come racconta il fantasioso storico russo Tatisc’ev nel XVIII sec.) “…per mettere ordine nella regione…” e ciò non potrebbe significare che si volevano cacciare i Bulgari dalla Bjarmja di cui Novgorod era parte integrante? Chi ebbe l’idea di ribellarsi? Certamente le mafie baltiche svedesi che intendevano gestire i traffici con gli Slavi locali loro alleati direttamente e senza l’intermediazione bulgara. La leggenda racconta inoltre che uno dei tre inviato a Lago Bianco (Belo Ozero) per governarvi vi morì precocemente e, siccome la presenza bulgara è accertata nello stesso luogo molto prima dei novgorodesi “russo-svedesi”, la morte imprevista può essere avvenuta in uno scontro coi Bulgari!</p>
<p style="text-align: justify;">E quando nel 1237 Batu Khan a capo dei suoi Tatari tentò di conquistare Grande Novgorod, per Bolgar potrebbe essere stato il momento della rivalsa per “riprendersi” l’antica figlia del nord perduta. Certamente furono i Bulgari ad indicare alle armate il guado migliore per passare con le macchine d’assedio, cavalli e uomini e non è vero che Batu Khan rinunciò a proseguire verso il nord a causa del fango che si genera in primavera lungo i bordi della foresta. E’ vero invece che la campagna s’interruppe perché i bojari di Grande Novgorod accettarono di pagare per non essere annientati e che l’espediente fu taciuto nelle <em>Cronache Russe </em>dove la rinuncia all’attacco di Batu Khan è attribuita ad un intervento divino cristiano! La transazione in denaro è riferita nelle Cronache Tatare di Gazi Barag’ (tradotte da Z. Z. Miftahov e accettate come affidabili dal noto storico militare russo di questi anni, A. Sc’irokorad) dove il ruolo di Bolgar dovette avere il suo peso.</p>
<p style="text-align: justify;">C’è anche la storia (e la vedremo più in là) della famosa Repubblica di Vjatka, sorta poco a nord di Bolgar, o delle imprese dei pirati usc’kuiniki che, facendo base a Vjatka, imperversavano sul Volga finanziati da Grande Novgorod forse contro gli interessi immediati di Bolgar.</p>
<p style="text-align: justify;">E che ci sarebbe di male, oggi, ad ammettere che Cazari e Bulgari influissero sull’organizzazione della Rus’ di Kiev e, analogamente, su quella di Grande Novgorod con la loro provata esperienza politica e commerciale e gli antichissimi e solidi legami con il Grande Nord? E, se così fosse, non potremmo pensare che la parola biljar e le sue varianti assimilabili a bulgaro descrivesse una specie di consulente che dava le direttive per organizzare commercio, traffici e relazioni coi fornitori (detto così in termini moderni, ma naturalmente adattato all’epoca)? Non si può dimenticare il parallelismo di lombardo che nel <a title="Medioevo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/medioevo">Medioevo</a> (ancor oggi lo si usa in molte lingue del Nord Europa) non aveva più un significato geografico o etnico, ma indicava il mestiere di colui che presta denaro ad usura su pegno!</p>
<p style="text-align: justify;"><em>(continua).</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>* * *</em></p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/i-bulgari-del-volga-parte-2.html' addthis:title='I Bulgari del Volga. Parte 2. Il difficile passaggio a nordest ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.centrostudilaruna.it/i-bulgari-del-volga-parte-2.html/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
			<coop:keyword><![CDATA[Civiltà medievale]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Italiano]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Medioevo]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Bactriana]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Bulgari]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[ciuvascio]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[tataro]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[turco]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[volga]]></coop:keyword>
	</item>
		<item>
		<title>I Bulgari del Volga. Parte 1. Nella steppa europea</title>
		<link>http://www.centrostudilaruna.it/i-bulgari-del-volga-parte-1-nella-steppa-europea.html</link>
		<comments>http://www.centrostudilaruna.it/i-bulgari-del-volga-parte-1-nella-steppa-europea.html#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 04 Feb 2011 17:09:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Aldo Marturano</dc:creator>
				<category><![CDATA[Civiltà medievale]]></category>
		<category><![CDATA[Italiano]]></category>
		<category><![CDATA[Medioevo]]></category>
		<category><![CDATA[Bolgar]]></category>
		<category><![CDATA[Bulgari]]></category>
		<category><![CDATA[Bulgaria del Volga]]></category>
		<category><![CDATA[Caspio]]></category>
		<category><![CDATA[Caucaso]]></category>
		<category><![CDATA[cazari]]></category>
		<category><![CDATA[Ciuvascia]]></category>
		<category><![CDATA[Kiev]]></category>
		<category><![CDATA[novgorod]]></category>
		<category><![CDATA[Rus’]]></category>
		<category><![CDATA[steppa]]></category>
		<category><![CDATA[Tatari]]></category>
		<category><![CDATA[tundra]]></category>
		<category><![CDATA[volga]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.centrostudilaruna.it/?p=6680</guid>
		<description><![CDATA[La Bulgaria del Volga mantenne alle sue dipendenze non soltanto il nord della Pianura ove si coagulavano etnie slavo-baltico-russe, ma addirittura il controllo politico di Kiev per conto dei Cazari]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/i-bulgari-del-volga-parte-1-nella-steppa-europea.html' addthis:title='I Bulgari del Volga. Parte 1. Nella steppa europea '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/carlomagno48x48.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Medioevo" /><br/><p style="text-align: justify;"><em><strong>La questione bulgara</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> </em></p>
<p style="text-align: justify;">
<div class="mceTemp" style="text-align: justify;">
<dl id="attachment_6684" class="wp-caption alignright" style="width: 310px;">
<dt class="wp-caption-dt"><em><em><img class="size-medium wp-image-6684" title="bulgari" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/bulgari-300x271.jpg" alt="" width="300" height="271" /></em></em></dt>
<dd class="wp-caption-dd"><em>L’illustrazione è tratta dalla Cronaca Anglosassone e rappresenta dei cavalleggeri bulgari, benché dei Bulgari del Danubio.</em></dd>
</dl>
</div>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><em> </em><em>Il problema delle origini dei primi stati russi, da Grande Novgorod alla Rus’ di Kiev, oggi che ritornano a disposizione della comunità degli studiosi le vecchie cronache “tatare” in parte distrutte dalla cecità politica sovietica, mostra la sua enormità e denuncia le difficoltà a mettere in luce le grossolane manipolazioni e le leggende sulla steppa europea e sui popoli turchi che si leggono nelle </em><em>Cronache Russe dopo tanti secoli. Le </em><em>Cronache avevano un proprio punto di vista ideologico, ossia quello di provare l’indipendenza russa nell’ambito di un disegno divino di dominio universale affidato a Mosca e alla sua dinastia al potere nella costruzione del primo stato russo, santo e cristiano, legittimo occupante della grande Pianura Nordorientale Europea. Quanto agli stati turchi o d’altra etnia non russa che esistevano e esistono ancora sullo stesso territorio, essi non avevano che un’esistenza provvisoria e la loro cultura, le loro vicende non potevano trovar posto nella storia antico-russa. Questa storia viene “venduta” come la vera visto che l’unica storia accettata è quella messa insieme dai grandi storici russi, comprese le correzioni, le aggiunte e le interpolazioni nei documenti (denunciate da una vita di accurato studio da D. S. Likhaciov) fatte per ordine “russo-moscovita” in combutta con il neo-patriarcato moscovita. Così, nel confronto con le informazioni ricavabili dai documenti di parte “turco-tatara” (naturalmente anch’essi manipolati e interpolati e ancora privi di una buona critica storica) si disegna un nuovo quadro storico in cui lo stato bulgaro del Volga è di gran lunga più antico di qualsiasi altro stato russo e ne ha influenzato pesantemente lo sviluppo.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>© 2010 di Aldo C. Marturano</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>1. Nella steppa europea</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sin dal primo <a title="Medioevo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/medioevo">Medioevo</a> la steppa e i suoi popoli ebbero un ruolo sconvolgente in Europa con i loro transiti sia perché dal IV sec. d.C. sollecitarono lo sfaldamento dell’Impero Romano a cui seguì la costituzione dei primi nuovi stati europei – cristiani, musulmani, giudaici e pagani – sia perché influirono, a quanto pare migliorandole in maniera positiva, sulle comunicazioni fra Asia Centrale e Occidente. E non solo s’intensificò la reciproca conoscenza fra genti lontane o l’adozione di innovazioni tecniche o di prodotti perfezionati nel mondo della steppa come la staffa, i cavalli e gli arcieri montati, ma pure la possibilità di sfruttare risorse forestali e agricole finora rimaste in parte accessibili e di cui l’Occidente (rilievo economico molto importante) sentiva estremo bisogno.</p>
<p style="text-align: justify;">In realtà le cosiddette “invasioni barbariche” (in tedesco <em>Völkerwanderungen </em>e <em>Pereselenie Narodov </em>in russo) non erano né eventi improvvisi né inaspettati. Il massiccio e continuo fluire di varia umanità, di idee e di oggetti materiali era qualcosa già d’antico in Europa così come le mescolanze di sangue, senza mai dimenticare che neanche i “barbari” erano molto omogenei dal punto di vista etnico e culturale. A questo punto è logico riconoscere alla Pianura Europea Nordorientale (o Pianura Russa) il ruolo, fra il 1° millennio a.C. e il seguente, di essere l’area geografica mediatrice più esposta al passaggio di merci e di uomini e a nuovi usi e costumi. Riconosciuto ciò, per quel che ci riguarda è utilissimo studiare modi e tempi con cui questo ambiente fisico e antropico fu coinvolto e influì nelle vicende storiche dal IX sec. d.C. in poi in special modo. Infatti giusto adesso inizia la Storia Russa documentata con la redazione delle <em>Cronache Russe</em> da parte dei monaci e le osservazioni degli autori musulmani. Sono i primi scritti di interesse storico per  le genti della Pianura, sebbene in verità le <em>Cronache Russe </em>lascino trapelare la ricerca spasmodica di motivi cristiani che potessero giustificare l’esistenza del primo stato “russo”, identificato e idealizzato nella Rus’ di Kiev. La Rus’ altro non era che una federazione di città-fortini sotto l’egida armata dell’<em>élite </em>slavo-svedese-kieviana (costretta in seguito a convertirsi al Cristianesimo), ma a suo fondamento c’era il concetto che, per essere civile e organizzata secondo il modello divino, non potesse mai essere perfetta senza la Croce in un paesaggio desolato come la steppa o oscuro e insidioso come la foresta boreale, appena più a nord, zeppa di pagani.</p>
<p style="text-align: justify;">Un tale costrutto storico naturalmente è infondato, se si pensa che nel sudest della Pianura Russa era nato (~VIII sec. d.C.) e stava crescendo il potente Impero Cazaro che non era uno stato cristiano perché sceglierà presto il Giudaismo, ma che raggiungerà un enorme rilievo politico e un grande splendore culturale nel X sec. d.C., mentre la povera futura Rus di Kiev sta ancora a pagargli tributo. Un altro degli stati pre-russi di altrettanta levatura è la Bulgaria del Volga che più o meno negli stessi anni manterrà alle sue dipendenze non soltanto il nord della Pianura dove si vanno coagulando etnie slavo-baltico-russe anche prima di essere sottomesse dalle armi slavo-svedesi (dei Variaghi), ma tiene in mano, secondo le Cronache Tatare, addirittura il controllo politico di Kiev per conto dei Cazari!</p>
<p style="text-align: justify;">Da queste premesse è scaturito il presente tentativo di  ripercorrere una storia dei Bulgari del Volga e, in parte, delle sue relazioni con la Rus di Kiev come esempio sui generis di esperienza storica del mondo turco della steppa da sempre intimamente collegato al mondo slavo orientale.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci siamo fissati dei limiti cronologici che vanno dal VII-VIII sec. d.C. quando si fonda Grande Bolgar (o Bolgar Vecchia) fino al sec. XVI d.C quando Bolgar Nuova (oggi Kazan’) cade in mano russa. Non solo! Bolgar e Kazan’ sopravvissero a lungo alla Rus’ e solo nel XVI sec., con la conquista e l’incorporazione delle due dette città nel novello Impero Russo da parte di Giovanni IV (Ivan il Terribile), si pose la parola fine a quella specie di ossessione culturale e religiosa negativa che la loro esistenza aveva procurato all’<em>élite</em> moscovita.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/e-tramontato-un-sole-sulla-terra-russa/1043" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-6691" style="margin: 10px;" title="e-tramontato-un-sole" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/e-tramontato-un-sole.jpg" alt="" width="200" height="281" /></a>Sappiamo bene che nominando i Bulgari lo sguardo si volge subito ai Balcani e al Danubio dove c’è la Bulgaria… slava oggi, ma fondata dai Bulgari turchi ieri. Non è però ad essa che ci riferiamo, ma ad un’altra che non c’è sulla carta geografica della Federazione Russa e non c’è mai stata neppure nell’URSS! Eppure nel secolo scorso si costituirono partiti “bulgaristi” a Kazan’ e a C’eboksary, in Ciuvascia, i cui esponenti con vari tentativi operarono per ripristinare (legittimo punto di vista storico!) il toponimo Bulgaria per farne uno stato confederale sovietico! Non è nostro compito soffermarci su quelle lotte che oggi riemergono nella politica attuale, ma sottolineiamo che la salomonica soluzione delle liti nazionali, pericolose per un’ideologia antinazionalista, negli anni sovietici fu di includere Bolgar e Kazan’… nel Tatarstan ossia nella Terra dei Tatari!</p>
<p style="text-align: justify;">Si dirà: che c’entrano i Tatari? L’etnonimo “tataro” fu attribuito probabilmente per la prima volta dai cinesi alle armate genghiscanidi (così Rasc’id ed-din informa nel XIV sec.) mentre nelle <em>Cronache Russe</em> si appiccicò sugli abitanti di Bolgar già dal 1236 quando vi s’insediarono i Tataro-mongoli da conquistatori e la città diventò un avamposto della nuova potenza chiamata Ulus G’öc’i o Orda d’Oro.</p>
<p style="text-align: justify;">Non solo. Un tale ruolo militare forzosamente attribuito dall’invasore genghiscanide all’<em>élite</em> bulgara non fu ben accetto e numerose furono le rivolte tanto che presto Bolgar fu lasciata al suo destino e una nuova capitale tataro-mongola, Sarai Batu, fu fondata più a sud, sempre lungo il grande fiume. Si riconfermò così la cultura mercantile, più che militare, dei Bulgari del Volga e la loro opportunistica politica di pace con tutti onde poter trafficare in tranquillità e in autonomia.</p>
<p style="text-align: justify;">Qui si capisce che il Volga è il cuore della nostra storia, essendo la “strada” più frequentata e più conosciuta della Pianura e dove appunto la prosperità di Bolgar nasce e si culla per secoli. Volga però è il nome dato alla corrente da chi viene dal nordovest che la vede scaturire nei dintorni del Valdai e confluire nell’Okà e poi nel Kama più a valle. Per i rivieraschi ugro-finnici invece la corrente maggiore è giusto il Kama che viene dagli Urali. La prima denominazione, dal Valdai al Caspio, oggi prevale e il Volga può perciò essere classificato come il più lungo d’Europa. L’idronimo è di etimologia ugro-finnica (forse da <em>Volkea </em>ossia Bianco, che ne indica la posizione geografica nordica che non il colore delle acque) ed è passato da una lingua locale nel russo, soppiantando il più antico e misterioso nome Ra. Gli Ugro-finni tuttavia, come gli Udmurti, continuano a chiamarlo Kama fino alla confluenza. Dopodiché diventa Bydz’ym Kam o Grande Kama fino alla foce. Lo stesso è per i Bulgari che lo chiamavano il Grande Fiume o Idi El e Itil/Adil a seconda del dialetto a partire dall’ansa di Bolgar. Niccolò e Matteo Polo (nel XIII sec. d.C.), impressionati dall’enormità della corrente che stavano attraversando, lo chiamarono Tigri quasi fosse uno dei 4 fiumi del Paradiso Terrestre!</p>
<p style="text-align: justify;">E’ bene dire che non sono semplici nomi dati all’acqua, ma dei punti di vista storici rispettabili, poiché qui si viveva della gestione dei tanti centri-mercati fluviali e dominare la grande corrente era la chiave di volta dell’organizzazione economica d’allora.</p>
<p style="text-align: justify;">Senza voler anticipare la nostra storia, aggiungiamo che quest’ultima condizione (dominare il corso inferiore del fiume) non fu né tanto semplice né tanto felice da mantenere sia per Bolgar che per Kiev finché la presenza del potente Impero Cazaro a sud controllò il Volga inferiore e fissò le relazioni interetniche tramite la <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religione</a> o tramite le armi. Tutto si complicò ulteriormente nel XIII sec. con i Tataro-mongoli, il cui dominio durò fino al XV sec. e notiamo che da quel momento Mosca, attribuendosi il ruolo di unica riunificatrice della scomparsa Rus’ di Kiev, risolse il problema della propria convivenza con i nuovi e i vecchi venuti adoperandosi (senza riuscirci) con la forza della conquista alla loro “russificazione”. Fu il momento in cui il Volga si popolò di fortini e città nuove a dominanza russa e in cui si usarono le lapidi dei cimiteri islamici per pavimentare le strade e le chiese ortodosse. Addirittura, per obliterare la storia e la cultura dei popoli locali, l’etnonimo tataro si applicò ad ogni suddito dell’Impero che non fosse ancora “russificato”. Con tali politiche Mosca confessava al mondo che gran parte della sua esistenza la doveva proprio a questi nuovi sudditi…</p>
<p style="text-align: justify;">Nomadi e sedentari, tatari e mongoli, bulgari, cazari, russi e ugro-finnici erano per davvero etnie con abitudini e costumi talmente opposti da impedire una coabitazione “pacifica”? Dai documenti non risulta che gli stati sorti nella Pianura Russa prima del <a title="Medioevo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/medioevo">Medioevo</a> fossero ingovernabili a causa della loro multietnicità. In nessun luogo al mondo peraltro sono esistite realtà statali di una certa estensione che non inglobassero più etnie. E inoltre, se le genti non “russe” sono riuscite ad oggi a conservare un’individualità propria più o meno ancora riconoscibile nelle stesse sedi occupate da secoli a nord e a sudest di Mosca contro il logorio dei secoli e l’oppressione delle dinastie imperiali succedutesi, vuol dire che il loro contributo alla “cultura russa” è stato prolifico e che le ragioni di tal successo devono esser meglio conosciute e raccontate.</p>
<p style="text-align: justify;">La questione spinosa è che gli storici russi e ucraini con educazione eurocentrica spesso negano un seppur parziale ruolo innovativo della steppa sulla civiltà sedentaria agricola. Per costoro dai nomadi è venuta solo devastazione e distruzione e sempre dal lato asiatico. Allora ampliamo l’orizzonte e chiediamo: è possibile che genericamente si parli di acculturazione dei nomadi nelle società sedentarie e mai del contrario? E che cosa distingue il nomade dal sedentario? E il nomadismo è una categoria culturale o solo una specie di ostracismo ideologico? E la steppa, luogo di intensa vita umana, non ha giocato una parte preponderante per aver favorito il libero incontro e la commistione delle genti dell’Europa? Le risposte sono naturalmente già di fronte a noi nella realtà moderna delle nazioni, ma non si può dire come s’arrivò a questa realtà, se non si ha idea di che cosa significhino campi coltivati, foresta, steppa e paludi, magari recandovisi a visitarli per capirli dal punto di vista umano e non soltanto paesaggistico. Soltanto dopo appare più facile convincersi che alla fin fine la steppa non è un posto maledetto o abbandonato, ma abitato da uomini e da donne, da vecchi e da bambini in comunità (è vero!) gelose delle proprie tradizioni, eppure di per sé aperto e portatore di libertà assoluta.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella storia russa in particolare si legge di fortificate città nella foresta da cui mercanti e principi gestivano il commercio con la steppa, benché temessero attraversarla. Si viaggiava (in gruppo e armati!) per migliaia di chilometri lungo i fiumi superando pericolose cataratte, con acque che gelavano d’inverno e sulla cui superficie ghiacciata si poteva andare a piedi e quando finalmente si raggiungeva la steppa ci si aspettava di poter essere derubati o uccisi o rivenduti come schiavi. Ma, conoscendoli, i nomadi fornivano prodotti importanti per l’economia di quel tempo. Certe volte si percorrevano lunghi tratti di cammino senza vedere una città, ma poi s’indovinava la presenza del nomade non appena si vedevano in lontananza le tende rotonde o si sentiva il nitrire dei suoi focosi cavalli… E’ una visione caricata di contraddizioni, a volte troppo di parte perché, come vedremo, anche i Bulgari avevano città fortificate (e persino prima degli Slavi) e si occupavano di trafficare con la steppa pur non appartenendovi culturalmente.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/quella-campana-non-suonera-piu/6302" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-6692" style="margin: 10px;" title="quella-campana" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/quella-campana.jpg" alt="" width="200" height="284" /></a>Certo! Era difficile far lega permanente con certi nomadi visto che i contatti si prendevano ogni volta con capi sempre diversi, ma non è in ciò il nocciolo della questione “steppa” e “nomadi”, colorata tanto negativamente nelle cronache di penna cristiana, russa e non.</p>
<p style="text-align: justify;">Comunque sia, ecco le parole di I. Lebedynsky, uno studioso della steppa: “All’inizio del primo millennio a.C. l’intera immensa steppa eurasiatica fra il delta del Danubio e la Cina settentrionale conosce una rivoluzione culturale profonda: L’apparizione del nomadismo pastorale, sotto la forma che doveva diventare classica in quelle regioni e costituire il modo di vivere dominante fino all’epoca moderna. Questo cambiamento è opera di popolazioni precedentemente sedentarie che, dopo aver accordato un posto crescente nella loro economia all’allevamento, passano al nomadismo per meglio sfruttare lo spazio steppico”. Continua ancora il nostro autore: “Il nomadismo nelle steppe eurasiatiche non è una sopravvivenza arcaica o un ritardo evolutivo, ma un adattamento all’ambiente o, più esattamente, ad un certo modo di sfruttare quell’ambiente”. Sono parole lapidarie e assolutamente condivisibili perché già si afferma che non è vero che i nomadi fossero selvaggi e intrattabili. Tale fama è piuttosto frutto d’una propaganda inscenata nei tempi andati per mettere in cattiva luce e senza distinguere il “pastore” dal “nomade”. Certo, si potrebbe obiettare a queste parole per i contenuti troppo eurocentrici perché considerano i nomadi esclusivamente di provenienza asiatica e quindi da respingere o colonizzare, ma chi aveva interesse a spargere nel passato tali notizie, comunque le si voglia giudicare?</p>
<p style="text-align: justify;">Dunque gl’interrogativi sono numerosi, più intriganti e più complicati e occorre delimitare il teatro geografico e non solo storico a cui ci riferiamo. Lasciamo allora il Tatarstan e andiamo più a sud verso il Caspio, il Caucaso e il Mar Nero. Dal punto di vista antropico, l’area è notevole e non tanto per la sua estensione quanto per la sua intricatissima stratificazione etnica. Ciò pone un problema in più alla presente ricerca giacché col passar dei secoli e con l’avvicendarsi di popoli diversi su uno stesso territorio è difficile individuare delle tracce sicure per stabilire quale etnia precedesse e quale altra seguisse onde dedurne le successive influenze storiche. I popoli turchi e iranici che oggi sono qui non “si trovano in patria” da tanto tempo, ma sono venuti da lontano da poco più (o meno) di un millennio e sicuramente la steppa asiatica è uno dei loro luoghi d’origine. E questa temporalità, ricordiamolo, è la medesima dei cosiddetti Slavi Orientali.</p>
<p style="text-align: justify;">Come noi sappiamo, la sussistenza di una comunità basata sull’agricoltura o sull’allevamento del bestiame o su altri sistemi di raccolta e produzione del cibo è strettamente dipendente dall’alternarsi delle stagioni, dalla qualità delle terre coltivabili o da pascolo, dall’insolazione, dalle piogge, dalle temperature circadiane etc. e gli uomini, pena la distruzione o il disfacimento delle loro società, devono adattarsi in ogni momento alle vicissitudini locali del clima. I fattori climatici perciò (tutti, benché qualcuno sia di minor importanza storica) condizionano pesantemente l’esistenza degli esseri che vivono in simbiosi con l’uomo o da prede libere o da bestie d’allevamento giacché l’ambiente nella sua interezza può mettere le risorse alimentari di base a disposizione di tutti oppure no… a seconda di come è andata l’annata climatica! Non solo. Nella steppa si sente, nel vero senso della parola,  il ruolo vitale del clima molto di più che in altre ecologie e ogni suo variare sconvolge gli eventi perché detta le condizioni per favorire o scoraggiare gl’insediamenti. E’ un ambiente dove più che in ogni altro luogo del mondo, non è possibile agire per mantenerlo costante e legarlo ai propri bisogni e l’uomo è costretto per sopravvivere, persino, a lotte fratricide. La nostra storia va dunque raccontata in questo variabilissimo scenario benché a volte gli eventi non sono tanto evidenti da essere stati considerati degni di qualche riga scritta nelle cronache contemporanee. E’ un guaio per chi cerca documenti…</p>
<p style="text-align: justify;">Sulla relazione clima-uomo-fauna-flora-steppa nel 1963 una spedizione dell’Università di San Pietroburgo (allora Leningrado), condotta da L. N. Gumiljòv lungo le rive del Volga e la costa settentrionale del Caspio, mise bene in evidenza come gli aspetti climatici dipendessero dalle forze cicloniche che si generavano a una decina di migliaia di km da qui e come esse avessero influito e lasciato tracce delle loro interazioni nella steppa russa e nei suoi abitanti. La spedizione multidisciplinare si proponeva di provare, e fra l’altro lo provò, che una civiltà intera, cioè l’Impero Cazaro, aveva dovuto cedere ad un’aberrazione del clima non più favorevole per un ulteriore sviluppo e soccombere. Noi ci rifaremo a questa esperienza (i particolari tecnici si traggano direttamente dalla relazione scientifica!) perché la storia dei Bulgari è legata ai Cazari…</p>
<p style="text-align: justify;">La steppa di cui vogliamo parlare perciò è quella che il compianto L.N. Gumiljòv chiamava la Grande Steppa e che si divide in una parte asiatica e in una parte europea. Per quanto riguarda la parte europea, essa si situa fra il 52.mo e il 48.mo parallelo Nord e si estende dal 60.mo fino al 15.mo meridiano Est cioè dagli Urali al Danubio fino in Ungheria dove è detta <em>puszta </em>(leggi <em>pùsta</em>!). Uno spazio enorme! Su una così grande estensione aspettarsi un clima dominante unico è inutile ed è più logico al contrario notare tutta la serie di microclimi regionali abbastanza distinti.</p>
<p style="text-align: justify;">Le situazioni climatiche, sottolineiamolo, non restano immutate nel tempo, ma seguono la storia geofisica locale per cui, a seconda dei periodi considerati, gli uomini e gli altri gli altri esseri viventi si trovano di volta in volta davanti a delle aree da sfruttare e da difendere con risorse cambiate e con nuovi e inaspettati commensali. Le piante che hanno colonizzato la steppa in particolare mostrano il loro evidente adattamento non solo ai fattori ambientali esterni, ma pure alla composizione (edafica) del suolo e lo fanno vedere nei colori e nelle forme tipiche e sono la prima impressione di grande meraviglia per chi viene fuori dal più maestoso ambiente della foresta. Ci s’imbatte in una vegetazione la cui altezza non va oltre quella del basso arbusto, verdissima nella buona stagione e ondeggiante come un vero “mare d’erba” che poi però secca con i primi freddi passando al marrone scuro… Naturalmente la nostra descrizione è molto schematica e non è riconoscibile con facilità nel paesaggio attuale, sebbene dagli studi dei climatologhi russi sovietici e postsovietici, americani etc. sia possibile immaginare che il clima dei secoli passati non sia cambiato moltissimo rispetto all’oggi e che, sempre evitando fuorvianti semplificazioni, la steppa odierna – salvo variazioni intervenute più marcate – può essere considerata molto simile a quella raccontata nelle cronache medievali.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel linguaggio comune si distingue una steppa erbosa di solito coperta d’erbacee che crescono in piano fittamente l’una vicina all’altra, una steppa arida anche questa giacente in piano, ma con specie vegetali diverse e adattate alla penuria d’acqua e dunque molto più rade, e infine c’è una steppa di montagna sui declivi delle alture che ha un manto vegetale pure distinto dai precedenti.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/loro-di-novgorod/6303" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-6693" style="margin: 10px;" title="oro-di-novgorod" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/oro-di-novgorod.jpg" alt="" width="200" height="284" /></a>Portiamoci allora sulla parte meridionale del Bassopiano Sarmatico (chiamare così la Pianura Orientale Europea e le antiche Terre Russe è tradizionale, benché il toponimo risulti ambiguo) la cui parte stepposa o Steppa Ucraina era la più frequentata e costituiva (ed è ancora così!) un fattore economico importante per i suoi frequentatori. E’ un’area variopinta nei suoi paesaggi ed inizia in pratica dagli Urali meridionali, segue la riva destra del fiume Ural (anticamente chiamato Jàik), s’interrompe nella Depressione Caspica e nell’Anticaucaso e ingloba i bacini inferiori del Volga e del Don, quelli del Terek e del Kuban. Dalle rive del Mare d’Azov e del Mar Nero (Ponto o Ponto Eussino per i greci) si estende a sud di città storicamente importanti come Kiev e Cernìgov. Molti sono i fiumi che la tagliano nel senso nord-sud e partendo dal Volga possiamo enumerare i maggiori: il Don, il Dnepr, il Bug, il Dnestr, il Prut (quest’ultimo è un affluente del Danubio).</p>
<p style="text-align: justify;">L’inverno qui termina ad aprile-maggio ed è solitamente molto freddo con punte fino a –5 °C mentre, al contrario, l’estate è caldissima con punte fino a +30 °C. I problemi si creano però, a parte la stagione, quando d’estate ci sono improvvisi e inaspettati cali di temperatura con escursioni di ben 20-25 gradi. Le piogge invece cadono nei primi mesi dell’estate per poi cessare del tutto prima della fine della stagione e così si finisce nella siccità ove verso la fine di settembre la vegetazione secca inesorabilmente e, se qualche pioggia cade ancora, è sotto forma di acquazzoni improvvisi la cui umidità evapora rapidamente dalla superficie fogliare senza riuscire a impregnare il suolo (l’esigua isoieta media annuale è di 500 mm!).</p>
<p style="text-align: justify;">La steppa erbosa ucraina col suo spazio coperto da un fitto tappeto verde, senza alberi o alti cespugli è ancora godibile in Crimea e, malgrado la bassa vegetazione, è uno spartivento fra il nord e il sud della Pianura Russa per la sua posizione rispetto alle basse correnti d’aria calda che vengono dalle consistenti (ma inadeguate dal punto di vista termostatico) distese d’acqua del Mar Nero, Mar Caspio e Mare d’Azov e genera delle zone semidesertiche intermedie prima della foresta settentrionale.</p>
<p style="text-align: justify;">Le cadenze climatiche, è bene notarlo, non scivolano dolcemente l’una nell’altra come per i climi mediterranei più miti, ma sono nette e improvvise mentre l’intera steppa va alfine in quiescenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Ad ovest di Kiev s’incontrano i Carpazi e i Balcani, massicci montagnosi che dividono i bacini misti del Dnepr, Dnestr e Danubio da una parte e della Vistola, dell’Elba e dell’Oder dall’altra e, allungandosi praticamente fino al Mar Nero, rappresentano un collo di bottiglia per tutte le migrazioni est-ovest di nomadi e sedentari, comprese quelle più famose già nominate Invasioni Barbariche. Al confine fra Ungheria e Ucraina odierne ci sono infatti passi montagnosi dove è possibile incontrare resti di genti che non passarono mai al di là e che oggi vivono lungo i declivi conservando lingue (moltissime di ceppo turco) e costumi caratteristici diversi.</p>
<p style="text-align: justify;">Lasciando quei monti dietro di noi e proseguendo verso Nord, i confini più naturali scompaiono e passiamo nella cosiddetta Mitteleuropa dove è stato fissato artificiosamente un confine più politico che storico allungato fino alle rive del Baltico lungo l’affluente di destra della Vistola, il Bug, (omonimo dell’altro che scorre invece verso il Mar Nero, detto prima) fra Slavi Occidentali e Slavi Orientali, fra Polacchi e Lituani…</p>
<p style="text-align: justify;">Stiamo ora attraversando la foresta europea boreale fra numerose polle gorgoglianti dal suolo da cui scaturiscono correnti e fiumi numerosi che col loro corso lento – siamo in una pianura quasi priva di accentuate pendenze – indugiano spesso in piccoli e numerosi laghi, paludi e marcite o confluiscono le une nelle altre in fiumi di più notevole portata. L’area più tipica è il bacino del Pripjat (affluente di destra del Dnepr) a nordovest di Kiev (quasi al centro della regione che stiamo descrivendo). Questo territorio (Polesje) in pratica trasforma la Bielorussia in una delle più grandi paludi del mondo (ca. 110 mila kmq) mista alla fitta foresta perlopiù a latifoglie (per l’85 % conservatasi fino ad oggi e chiamata a volte <em>taigà</em>) che nel passato copriva fittamente tutta la parte centrale e settentrionale delle Terre Russe.</p>
<p style="text-align: justify;">La selva s’estende fin sotto gli Urali mutandosi in tundra man mano che si va verso l’estremo Nord ossia sulle rive del Mar Glaciale Artico, mare poco conosciuto nel passato. Seppur chiamato Mare dell’Oscurità (Morje Mraka) a causa della sua posizione oltre il Circolo Polare con sei mesi di notte artica, più pittorescamente lo si chiamava Mare che respira o Dysc’ajusc’ee Morje per le sue spettacolari maree!</p>
<p style="text-align: justify;">Se ammettiamo l’importanza economica della foresta nel <a title="medioevo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/medioevo">Medioevo</a>, facendo un confronto con i giacimenti di materie prime d’oggi, possiamo dire che la selva boreale europea costituiva il giacimento maggiore di ogni materia prima occorrente alla cultura materiale medievale per svilupparsi come la conosciamo oggi.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/il-cavaliere-russo/6304" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-6694" style="margin: 10px;" title="il-cavaliere-russo" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/il-cavaliere-russo.jpg" alt="" width="200" height="279" /></a>Per ritornare da qui verso sud abbiamo un’ampia scelta di vie d’acqua, badando di lasciare ad est i Monti Urali sui bordi più esterni della Pianura Russa. Queste cime sono la continuazione geologica sul continente dell’arcipelago di Terranova Russa (Nòvaja Zemljà) distesa di traverso nel Mar Glaciale Artico mentre sfilano in direzione nord-sud più o meno lungo il 60.mo meridiano Est di Greenwich. Gli Urali non sono molto alti (hanno picchi non oltre i 1800 m e in passato erano chiamati I Sassi o in russo Kamen’), ma costituiscono comunque una barriera per l’aria fredda che soffia dal Polo Nord e che incontra l’umidità che giunge  dall’Anticiclone delle Azzorre. In questo modo l’umidità utile per la maturazione delle piante alimentari viene soffiata via da qui e, senza irrigazione, i campi languono provocando carestie rimaste famose nelle <em>Cronache</em>. I pochi rilievi esistenti in Bielorussia o presso Grande Novgorod o Mosca sono colline di altezza irrilevante (sotto i 400 m) e non pongono ostacoli al gelido soffio che s’incanala in superficie facendo “il bello e il cattivo tempo” su tutto il territorio! L’umidità infatti è così raffreddata e cade sotto forma di abbondante neve sulla pianura. A qualche migliaio di km dal Caspio gli Urali s’interrompono, lasciando che il corso dell’Ural (le cui sorgenti si trovano proprio nella parte meridionale della detta catena) completi la linea di confine ideale orientale della Pianura Russa. Ed ecco il Volga, il fiume enorme che percorre migliaia di km e che, man mano che si avvicina alla foce sul litorale caspico, varia pure di alveo. Scorre lontano abbastanza dall’attuale Mosca, serpeggia nell’area della regione dei Bulgari dove ci sono le cosiddette fertili Terre Nere o Cernozjòm, lascia a monte la foresta attraversando la cosiddetta steppa boscosa decidua o <em>lesostep</em>’. Già qui il Volga “sta scivolando” verso il Caspio dove scenderà ad una quota molto al di sotto del livello del mare perché entra nella cosiddetta Depressione Caspica. A causa della maggiore pendenza acquisita improvvisamente il corso meridionale scorre quasi tumultuoso. Da queste parti, per un buon tratto lungo la riva destra e non lontano dalla foce, il suo alveo è contenuto da un basso massiccio poco arenoso (Jar) prima che si smisti in correnti parallele (la maggiore è l’Akhtuba) e prima che la riva sinistra si muti in un deserto sabbioso. Alla fine si fraziona in più bracci disposti a raggiera e siamo sull’amplissimo delta! Il Caspio, il più grande lago del mondo, è alimentato giusto dal Volga e dall’Ural oltre che da correnti d’acqua minori e per questo diventa un problema per l’uomo e per le sue attività quando la portata degli immissari varia e causa le cosiddette trasgressioni e regressioni cioè oscillazioni del livello locale delle acque caspiche (alle volte sono talmente lente da durare decenni e persino secoli!) simili alle sesse dei laghi alpini dovute al vento. Le acque decrescono, lasciano libera la terra fertile per il limo apportato oppure, crescendo, sommergono tutto. Nel passato, se da un lato ciò permise di coltivare il riso in piano o la vite lungo i declivi del limitrofo Caucaso, dall’altro, se l’acqua saliva, la gente era costretta a migrare verso Nord abbandonando dighe, campi e intere città.</p>
<p style="text-align: justify;">Quanto al Caucaso, esso si trova sul lato occidentale del grande lago e si allunga (più o meno) in diagonale fra i paralleli 40.mo e 45.mo Nord fra Baku, da un lato, e Kerc’ (presso l’antica Samkerc’ o Tmutarakan), dall’altro, ossia fra le rive occidentali del Mar Caspio e quelle orientali del Mar Nero e del Mare d’Azov. Sono montagne altissime (picchi oltre i 4000 m con le cime più alte d’Europa) e costituiscono una barriera per l’aria fredda che qui addirittura turbina lungo i declivi provocando inverni freddissimi sul lato nord e proteggendo il clima subtropicale del lato sud (Georgia).</p>
<p style="text-align: justify;">Se il Caspio domina da un lato il sistema idrografico riuscendo a regolare il clima di questa parte della steppa e segnandolo tipicamente, a sinistra del Volga/Ural il regime climatico è altro e distingue abbastanza nettamente la steppa asiatica. Gran parte di quest’ultima, dopo la fascia desertica che precede il Mare d’Aral, è “tagliata” in senso nord-sud da fiumi ricchi d’acqua in varie oasi distribuite lungo tutta la sua estensione nelle quali è possibile trovare erba fresca per gli animali tutto l’anno pur con brevi transumanze.</p>
<p style="text-align: justify;">La steppa asiatica inoltre, al di là della climatologia, ha un aspetto fissatosi ormai da millenni nell’immaginazione collettiva europea. La si vede come una distesa pianeggiante che consente al cavaliere aggressivo e attrezzato di coprire grandi spazi in groppa al meraviglioso cavallo in tempi relativamente brevi. Come si capisce, è un luogo frequentato in tutte le stagioni e ce ne dà un’idea l’efficace e rassicurante servizio di Posta Militare (scompigliato, ma poi ripristinato di notte e di giorno da Genghiz Khan nel XIII sec.) lungo le strade che univano il Volga al resto dell’Asia (dal Pacifico al Mar Nero). Qui le distanze si misuravano con il tempo per percorrerle a cavallo ossia, come le calcolavano i persiani, in <em>parasanghe </em>cioè ca. 6 km da percorrere in un’ora e il servizio non soltanto portava messaggi e informazioni ai centri del potere, ma agiva da deterrente contro banditi e grassatori. Era detto in mongolo <em>yam</em>, ma era ben noto e in funzione già dai tempi d’Erodoto e, come questo storico ci riferisce, gestito tradizionalmente dai turco-sciti, Khangar (i famosi Peceneghi delle <em>Cronache Russe</em>).</p>
<p style="text-align: justify;">La <a title="letteratura" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/letteratura">letteratura</a> occidentale è piena di viaggi avventurosi o di personaggi famosi vaganti nella steppa e romanticamente vi si descrivono le vie e i camminamenti che si snodavano in paesaggi deserti e infiniti. Si parla di carovane di uomini e di bestie che si muovono verso lontanissime e misteriose destinazioni…</p>
<p style="text-align: justify;">Ad esempio, nella Steppa Ucraina che interessa di più la nostra storia, il romantico poeta russo Pusc’kin viveva l’inverno rigido che costringeva i pastori a spartizioni dolorose di territorio o a indesiderate migrazioni. Descriveva come, se si doveva svernare e si voleva sopravvivere, gli unici ripari dal freddo fossero ancora le tende di feltro riscaldate con lo sterco secco dei propri animali o, per chi restava all’alpeggio, la lunga <em>burka </em>di feltro.</p>
<p style="text-align: justify;">E che dire del poema russo <em>Il Canto della Schiera di Igor </em>che agita sentimenti di grande intensità proprio perché tutto si svolge nella steppa del Don? Certo, è <a title="letteratura" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/letteratura">letteratura</a>, ma anche i poeti talvolta scrivono la storia.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/i-bulgari-del-volga-parte-1-nella-steppa-europea.html' addthis:title='I Bulgari del Volga. Parte 1. Nella steppa europea ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.centrostudilaruna.it/i-bulgari-del-volga-parte-1-nella-steppa-europea.html/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
			<coop:keyword><![CDATA[Civiltà medievale]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Italiano]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Medioevo]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Bolgar]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Bulgari]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Bulgaria del Volga]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Caspio]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Caucaso]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[cazari]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Ciuvascia]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Kiev]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[novgorod]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Rus’]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[steppa]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Tatari]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[tundra]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[volga]]></coop:keyword>
	</item>
		<item>
		<title>Il cristianesimo celtico</title>
		<link>http://www.centrostudilaruna.it/il-cristianesimo-celtico.html</link>
		<comments>http://www.centrostudilaruna.it/il-cristianesimo-celtico.html#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 25 Oct 2010 16:53:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nuccio D'Anna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Celti]]></category>
		<category><![CDATA[Civiltà medievale]]></category>
		<category><![CDATA[Italiano]]></category>
		<category><![CDATA[Medioevo]]></category>
		<category><![CDATA[Mitologia, folklore e letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Religione]]></category>
		<category><![CDATA[Religione celtica]]></category>
		<category><![CDATA[benedettini]]></category>
		<category><![CDATA[cristianesimo]]></category>
		<category><![CDATA[Culdei]]></category>
		<category><![CDATA[druidi]]></category>
		<category><![CDATA[druidismo]]></category>
		<category><![CDATA[iona]]></category>
		<category><![CDATA[Irlanda]]></category>
		<category><![CDATA[monachesimo]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.centrostudilaruna.it/?p=6049</guid>
		<description><![CDATA[Fra il IV e il VII secolo in Irlanda si è dato origine ad un monachesimo che ha costituito uno dei fenomeni più complessi e ricchi fra quanti ne sono fioriti nel continente]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/il-cristianesimo-celtico.html' addthis:title='Il cristianesimo celtico '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/croce-celtica_thumbnail.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Celti" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/carlomagno48x48.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Medioevo" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/buddha.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Religione" /><br/><p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/il-cristianesimo-celtico/8694" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-6050" style="margin: 10px;" title="il-cristianesimo-celtico" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/il-cristianesimo-celtico.jpg" alt="" width="200" height="284" /></a>Durante la sua bimillenaria storia il Cristianesimo ha sempre mostrato un’attenzione speciale per la dimensione più elevata della vita spirituale e a questo fine nel corso dei secoli ha presentato aspetti molto vari che secondo modalità diverse hanno teso ad avviare gli asceti verso l’esperienza di quella che può essere agevolmente definita, semplificando, la visione di Dio. Non si è trattato di un fenomeno uniforme ed omogeneo, ma di modalità ascetiche a volte diversissime fra loro, di forme non sempre comparabili anche se, ovviamente, il richiamo agli stessi fondamenti evangelici ne fa aspetti di un’unica, grandiosa realtà ecclesiale.</p>
<p style="text-align: justify;">Accanto ai notissimi monaci della Tebaide, agli eremiti della Siria, ai tanti solitari che a Lérins o nei cenobi scaturiti dall&#8217;insegnamento di Cassiano intendevano seguire il dettato evangelico “Lascia tutto e seguimi!”, fra il IV e il VII secolo in Irlanda si è dato origine ad un monachesimo che ha costituito uno dei fenomeni più complessi e ricchi fra quanti ne sono fioriti nel continente. Non si è trattato di un evento trascurabile o circoscritto ad una realtà geografica limitata, ma di una presenza massiccia che in breve tempo ha raggiunto molta parte delle regioni europee, ha alimentato gli ambiti dottrinali più diversi e ha sostanziato la contemplazione, la cultura, l’arte, la miniatura, l’oreficeria, i monumenti, i <a title="simboli" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simboli</a> e le forme sacramentali che hanno costituito la base di una ricchissima vita spirituale. Il monachesimo organizzatosi nelle isole del Nord del continente ha avuto una sua specificità che lo ha reso completamente diverso rispetto a quanto conosciamo dei monasteri benedettini, qui arrivati proprio quando quelli di rito celtico cominciavano a perdere la loro forza propulsiva e tendevano ad essere assorbiti nelle fondazioni “latine”. Non solo le diverse, asprissime forme di austerità, ma la stessa loro considerazione sul significato della vita sacramentale scaturiva da una particolare condizione che faceva percepire il cosmo e i ritmi temporali come una continua teofania che il monaco doveva, semplicemente, contemplare come il riflesso della “presenza” di Dio.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo studio della spiritualità cristiano-celtica ha conosciuto negli ultimi anni un&#8217;attenzione e un&#8217;estensione che ha toccato aspetti vari di quell’antica struttura ecclesiale e per la prima volta non si è limitata alla stretta cerchia élitaria degli specialisti anglo-irlandesi. Si è trattato di una vera e propria riscoperta di un mondo fin qui analizzato in modo limitato che però alcuni autori hanno condotto avventurosamente, senza una conoscenza adeguata dei valori specifici di quella realtà, in certi casi addirittura presumendo di trovare impossibili rispondenze con fantasiosi cicli mitologici. Nei moltissimi manuali che studiano il Cristianesimo dei primi secoli, nonostante la grande diffusione e la capillare presenza in ogni ambito della vita sociale, il monachesimo celtico viene spesso considerato un fenomeno “quasi spontaneo”, non paragonabile in nessun modo a quanto si è sviluppato altrove. Si è voluto sostenere che tale importante fenomeno possa essere considerato solo una specie di intermezzo provvisorio che avrebbe fatto seguito alle numerose comunità eremitiche fiorite nel sud della Gallia e nelle isole tirreniche, un&#8217;esperienza ritenuta funzionale al successivo arrivo dei Benedettini che con la loro Regola molto articolata, organizzata, più attenta alle necessità di una vita comunitaria e con i loro ricchi monasteri, sarebbero stati gli autentici iniziatori della civiltà conventuale fiorita in tutta Europa. E tuttavia, questa specie di convinzione acritica seguita dagli studiosi del mondo alto-medievale e continuatasi fino ai nostri giorni senza eccessive smentite, non solo non corrisponde affatto alla realtà, ma sostanzialmente ignora la peculiarità dell’esperienza mistica dei monaci e dei contemplativi celtici e, da un punto di vista strettamente erudito, sembra persino trascurare la pur copiosa letteratura critica fiorita in Irlanda e in Gran Bretagna.</p>
<p style="text-align: justify;">
<div id="attachment_6051" class="wp-caption alignleft" style="width: 250px"><img class="size-full wp-image-6051" title="San Colombano. Abbazia di Brugnato (SP)." src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/san-colombano.jpg" alt="San Colombano. Abbazia di Brugnato (SP)." width="240" height="262" /><p class="wp-caption-text">San Colombano. Abbazia di Brugnato (SP).</p></div>
<p style="text-align: justify;">Per meglio evidenziare le profonde diversità che distinguono i monaci di rito celtico da tutte le altre forme contemplative emerse nella storia del Cristianesimo, nel corso del libro ci siamo soffermati solo quando era strettamente necessario sulla struttura amministrativa, sulle specificità organizzative o sulla storia episcopale delle isole del Nord, e abbiamo preferito approfondire le particolarità liturgiche, i tipi di preghiera e le modalità “tecnico-realizzative” che hanno sostanziato le chiese celtiche, quelle che sembrano differire sotto moltissimi punti di vista dalla più conosciuta vita ascetica dei Benedettini. È il sostrato mistico-contemplativo nel quale si muovevano questi solitari asceti, e molto meno la storia ecclesiale, a mostrare la loro peculiarità. I monaci celtici che fra il IV e il VII secolo peregrinavano senza sosta nel mondo insulare del Nord non sono stati grandi protagonisti nel campo dottrinale e, pur saldamente ancorati alla “mistica della Luce” del Vangelo di san Giovanni, non hanno elaborato sistemi speculativi in grado di costituire il fondamento di scuole o comunità di studi teologici come quelle che poi fioriranno sul continente. D’altronde, lo stesso maldestro tentativo fatto da alcuni nostalgici del folklore druidico di ricondurre le dottrine di un eretico come Pelagio alla spiritualità degli asceti irlandesi e scozzesi è solo il frutto di una povertà interpretativa che mostra, fra l&#8217;altro, di non conoscere affatto le concrete radici dalle quali ha preso consistenza il pelagianesimo, la sua negazione del significato ontologico del peccato o la riduzione della preghiera e della stessa vita sacramentale ad una vuota vestigia priva di ogni portata “realizzativa”, tutte cose che avrebbero fatto inorridire qualsiasi monaco del  tempo dello splendore dell’”isola santa” di Iona.</p>
<p style="text-align: justify;">In realtà, l’attenzione di questi asceti del Nord era rivolta alla conversione del mondo e i loro ritmi di vita si modulavano essenzialmente sulla purificazione dell&#8217;anima, sulla mistica, sulla contemplazione, sull’<em>imitatio Christi</em>. Le loro forme sacramentali, le preghiere così singolari, la salmodia onnipervadente, i rigidi penitenziali e i canti ci conducono verso una realtà arcaica, rocciosa, spesso aspra; parlano di un mondo lontano, irraggiungibile, silenzioso, quasi incomprensibile per dei moderni. Tutto un ordinamento liturgico e “tecnico-realizzativo” fra i più complessi svela un modo diversissimo di affrontare i temi sacramentali e quelli che si è abituati ad elencare all&#8217;interno dell’ampia e variegata area della mistica. Da questi lontani monasteri emerge una quantità di pratiche ascetiche, di dure austerità, di invocazioni, di lodi, di inni, di regole e strutture organizzative che appaiono estremamente differenti rispetto a quanto si è abituati a vedere in altre aree del continente. La stessa singolare organizzazione ad un tempo cenobitica, eremitica ed “itinerante” del loro monachesimo ha permesso che affiorassero quelle straordinarie figure di asceti e di instancabili <em>peregrini Dei</em> conosciuti come <a title="culdei" href="http://www.centrostudilaruna.it/i-culdei.html">Culdei</a>, una comunità di misteriosi contemplativi le cui caratteristiche di fondo non sono certo assimilabili ad altre esperienze conventuali e probabilmente costituiscono lasignatura più autentica di tutto il monachesimo celtico. La loro forma spirituale rivela una profondità che per la sua specificità e per la sua aderenza ad una realtà immacolata può essere definita solo “primordiale”, rimasta fin qui sostanzialmente poco analizzata nella sua dimensione più autentica, ma che dal punto di vista della Storia delle <a title="religioni" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">Religioni</a> indirizza verso un sostrato mistico-contemplativo dalle somiglianze straordinarie con aree lontane dall’Europa quali il Tibet buddhista, l’India delle prime <em>Upanishad</em>, l’Islam dei sufi eredi dell’insegnamento di Muhyiddin Ibn ‘Arabi, le foreste siberiane dei pustynniki, il Monte Athos degli esicasti, la Cina di alcune fra le più chiuse confraternite taoiste, il Giappone degli  yamabushi, ecc.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/lirlanda-e-gli-irlandesi-nellalto-medioevo/8728" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-6092" style="margin: 10px;" title="irlanda-e-irlandesi" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/irlanda-e-irlandesi.jpg" alt="" width="161" height="240" /></a>Studiando l’attività apostolica dei monaci e di quegli innumerevoli <em>peregrini Dei</em>, i Deoradhs  che con instancabile zelo missionario hanno percorso il continente europeo, non si può non rilevare l’enorme importanza che nei loro <a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simboli</a> e nella loro spiritualità hanno avuto le radici antico-celtiche dei popoli dai quali provenivano. Non si è trattata della solita, consolatoria e vaga “influenza” che resta sempre in superficie e non tocca il cuore dei fenomeni religiosi, ma della dimensione più profonda della <a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religione</a> druidica. D’altronde, mentre nel resto del continente le <a title="religioni" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religioni</a> antiche si trovavano al limitare estremo di un ciclo che andava a spegnersi in un crepuscolo senza luce, in Irlanda i missionari cristiani si sono trovati davanti una classe sacerdotale ancora molto vitale nonostante l&#8217;antichissimo passato e le radici “primordiali”, pienamente consapevole dei valori di cui era la portatrice, in grado di competere con i nuovi arrivati sul piano spirituale, dottrinale e rituale. Si è trattato perciò di un evento nuovo, sostanzialmente sconosciuto agli altri missionari che percorrevano il continente, ma che potevano affrontare solo apostoli cristiani perfettamente consapevoli della ricchezza del patrimonio rituale che si trovavano di fronte. La loro instancabile attività alimentata da una intensa vita liturgica e da un sostrato mistico-contemplativo molto profondo, condusse alla conversione della quasi totalità della casta sacerdotale della vecchia <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religione</a> druidica e addirittura nel breve volgere di pochi decenni molti di quei cantori sacri, austeri veggenti e maghi-incantatori sono diventati famosi asceti cristiani, santi autorevoli, vescovi irreprensibili, abati illuminati e apostoli infaticabili. È un avvenimento unico nella storia delle conversioni che non autorizza affatto ad ipotizzare l&#8217;improbabile e, d’altronde, mai esistita “acculturazione latina dell&#8217;Irlanda” cui ha pensato qualche studioso prigioniero di uno schema mentale ottocentesco che lo costringe a ripetere, in modo improprio e senza adeguati approfondimenti culturali, formule tratte dall&#8217;etnologia o dalla sociologia, ed è sostanzialmente sfuggito nel suo vero significato e nelle sue implicazioni a molti storici delle <a title="religioni" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religioni</a> e del Cristianesimo che hanno preferito considerare semplicisticamente il monachesimo celtico una anticipazione barbara e rozza di quello benedettino.</p>
<p style="text-align: justify;">La particolare articolazione di questa forma tradizionale, risultato della confluenza eccezionale nel Cristianesimo dei <em>filid</em>, gli autorevoli rappresentanti di una delle più antiche <a title="religioni" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religioni</a> dell’umanità che in Irlanda e in Scozia avevano conservato intatti i loro fondamenti dottrinali e rituali, è rimasta praticamente sconosciuta ai tanti ricercatori che hanno studiato la conversione dei popoli dell’impero romano senza minimamente accennare a ciò che succedeva nelle isole dell’estremità Nord dell’Europa. Proprio questa simbiosi delle forme più elevate ed “essenziali” del mondo celtico con la spiritualità cristiana, che qui ha teso sempre a preservare gli impulsi più profondi e creativi del druidismo, ha impedito persino lo svilupparsi in quelle terre di fenomeni di autentica persecuzione dall&#8217;una o dall&#8217;altra parte ed autorizza a parlare di un “monachesimo celtico” con una sua precisa identità dottrinale, liturgica e contemplativa. D&#8217;altronde, la locuzione “monachesimo irlandese” usata da alcuni specialisti, appare troppo circoscritta ad una determinata area geografica e non tiene conto che il tipo di spiritualità e lo stesso ordinamento conventuale che sottende si è estesa profondamente anche alla Scozia, alla Bretagna, al Galles, alla Cornovaglia, all&#8217;Armorica e persino a molte regioni del continente. Così come è ormai usuale distinguere per le loro peculiarità un “monachesimo siriaco”, un “monachesimo della Tebaide”, un “monachesimo copto”, un “monachesimo benedettino” o un “monachesimo athonita”, tutte forme contemplative sostanziate da ben distinte dottrine, <a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simboli</a> fra i più complessi e specifiche metodologie ascetiche, l&#8217;estrema articolazione e la sostanziale diversità delle forme spirituali fiorite nelle isole del Nord Europa rispetto alle altre, autorizza a parlare di un “monachesimo celtico” con una sua precisa identità mistico-contemplativa e con tutta una serie di metodi di preghiera e di sistemi liturgico-sacramentali che rendono la sua esistenza per molti aspetti un sostanziale affioramento di una religiosità primordiale, originaria.</p>
<p style="text-align: justify;">È in quest’ambito che trova significato il sottotitolo del libro, <em>I pellegrini della Luce</em>. Esso intende evidenziare la speciale attitudine “mistico-visionaria” e le molte indicazioni di questi straordinari monaci. Non solo sentivano di seguire come pochi altri la dottrina della luce spirituale e le infinite articolazioni contemplative del rapporto suono-luce quali possono dedursi dalle indicazioni contenute nel <em>Vangelo di Giovanni</em>, ma ritenevano che la stessa luce fisica e il tracciato celeste del sole non facessero altro che costituire una sorta di veicolo di manifestazione della luce divina che già il <em>Genesi </em>(2, 8: “Poi il Signore Iddio piantò un giardino in Eden, ad Oriente, e qui pose l’uomo che aveva formato”) aveva indicato come lo “specifico” del Paradiso terrestre, quell’”Oriente” che non si trova nelle carte geografiche, ma è il luogo teofanico nel quale risplende la “luce primordiale” di cui parlava Dionigi l’Areopagita (CH, I, 2), la <em>Lux Matutina </em>sperimentata da molti mistici, quella che secondo Meister Eckhart conduce alla “conoscenza aurorale” (<em>morgenbekentnus</em>), l’”Oriente” di una luce “originaria”.</p>
<p style="text-align: justify;">Abbiamo evitato di soffermarci sui motivi e sulle modalità che condussero il monachesimo celtico ad essere assorbito, lentamente, ma inesorabilmente, nelle varie famiglie scaturite dall&#8217;Ordine benedettino, e abbiamo toccato questo complesso problema solo quando era strettamente necessario ai fini di una opportuna chiarificazione. Questo processo di assimilazione è durato molto tempo, almeno dal VII al XII secolo, è stato lento, ma continuo ed inesorabile, ed ha condotto alla sparizione di quasi tutte le forme sacramentali, i ritmi liturgici, i <a title="simboli" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simboli</a>, i tipi di preghiera e di meditazione che costituivano la caratteristica specifica del mondo che dall&#8217;Irlanda si era diffuso fra le popolazioni del Nord e poi si era riversato sul continente con una infaticabile forza di penetrazione definita efficacemente da alcuni studiosi come ”invasione mistica” dell’Europa che ha dato vita ad un numero inverosimile di fondazioni monastiche dalle quali si è irradiata una raffinatissima cultura. E tuttavia, alcuni elementi di quell&#8217;antica spiritualità devono essere rimasti tenacemente vivi anche quando sembrava che la tradizione cristiano-celtica fosse irrimediabilmente sparita se ancora in pieno XII secolo san Bernardo di Clairvaux, questo grande mistico e teologo cistercense considerato l’ultimo dei Padri della Chiesa, rimaneva ammirato di fronte all&#8217;elevatezza spirituale di quello che si presentava esteriormente come un semplice asceta ed un umile abate, uno dei tanti Patres che avevano fecondato la tradizione monacale celtica, san Malachia O’Morghair, l’arcivescovo di Armagh, l’erede di san Patrizio nella sede “primaziale” d&#8217;Irlanda.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/il-cristianesimo-celtico.html' addthis:title='Il cristianesimo celtico ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.centrostudilaruna.it/il-cristianesimo-celtico.html/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>1</slash:comments>
			<coop:keyword><![CDATA[Celti]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Civiltà medievale]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Italiano]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Medioevo]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Mitologia, folklore e letteratura]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Religione]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Religione celtica]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[benedettini]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[cristianesimo]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Culdei]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[druidi]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[druidismo]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[iona]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Irlanda]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[monachesimo]]></coop:keyword>
	</item>
		<item>
		<title>Un’epopea russo-lituana. Vytàutas-Witold-Vitovt il Grande e la nascente Rus’ di Mosca</title>
		<link>http://www.centrostudilaruna.it/epopea-russo-lituana.html</link>
		<comments>http://www.centrostudilaruna.it/epopea-russo-lituana.html#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 01 Jul 2010 09:24:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Aldo Marturano</dc:creator>
				<category><![CDATA[Civiltà medievale]]></category>
		<category><![CDATA[Italiano]]></category>
		<category><![CDATA[Medioevo]]></category>
		<category><![CDATA[Basilio]]></category>
		<category><![CDATA[Bisanzio]]></category>
		<category><![CDATA[bojari]]></category>
		<category><![CDATA[Cavalieri Teutonici]]></category>
		<category><![CDATA[Cipriano]]></category>
		<category><![CDATA[khan]]></category>
		<category><![CDATA[Kiev]]></category>
		<category><![CDATA[Lituania]]></category>
		<category><![CDATA[Mosca]]></category>
		<category><![CDATA[novgorod]]></category>
		<category><![CDATA[orda]]></category>
		<category><![CDATA[peste]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>
		<category><![CDATA[smolensk]]></category>
		<category><![CDATA[tamerlano]]></category>
		<category><![CDATA[Tatari]]></category>
		<category><![CDATA[Vilnius]]></category>
		<category><![CDATA[volga]]></category>
		<category><![CDATA[Vytàutas]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.centrostudilaruna.it/?p=1624</guid>
		<description><![CDATA[Nella seconda metà del Trecento si dipanò un'avvincente storia dinastica tra le coste baltiche e le rive del Volga che diede vita alla Rus']]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/epopea-russo-lituana.html' addthis:title='Un’epopea russo-lituana. Vytàutas-Witold-Vitovt il Grande e la nascente Rus’ di Mosca '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/carlomagno48x48.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Medioevo" /><br/><p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/arcivescovi-o-mercanti/6305" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-5300" style="margin: 10px;" title="arcivescovi-o-mercanti" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/arcivescovi-o-mercanti.jpeg" alt="" width="200" height="280" /></a>Il dominio di Demetrio del Don (<em>Dmitrii Donskòi</em>) fu diviso fra i figli: a Basilio, il maggiore, andava Mosca e le sue dipendenze, a Giorgio, Zvenigorod e Galic&#8217;, ad Andrea Mozhaisk la lontana (ma economicamente e strategicamente molto importante) Lagobianco nella Terra di Perm&#8217; e infine a Pietro, la piccola Dimitrov o Dmitrov. Se localizziamo questi nomi sulla carta geografica vedremo che essi si trovano, più o meno, lungo le rive del Volga e dei maggiori affluenti nel suo corso superiore e tutti &#8211; questo è notevole! &#8211; confinano con la regione di Mosca.</p>
<p style="text-align: justify;">Oltre ai territori pare poi che al primogenito fossero passati  in eredità anche alcuni progetti politici da perfezionare e da portare a compimento&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">Quali? Dopo la spedizione punitiva di Toqtamysc&#8217; del 1382 (alla quale abbiamo accennato) per ribadire l&#8217;autorità di Sarai su Mosca, già vendicarsi poteva essere il primo obbligo istituzionale di Basilio, benché nel testamento spirituale di Demetrio tramandato dalle <em>Cronache </em>non siano chiaramente espressi suggerimenti sul come comportarsi per liberarsi dalla soggezione dei Tatari. Qui si legge una semplice chiosa: &#8220;&#8230; <em>se Dio farà cambiare l&#8217;Orda, i miei figli non cercheranno vie di scampo in essa</em>&#8230;&#8221;. Ciò però vuol dire tutto e niente e per di più Basilio &#8220;in gioventù&#8221; era stato per molto tempo un ostaggio di Sarai, finché non era stato liberato per i buoni uffici degli uomini del principe lituano Vytàutas e trasferito in Moldavia. Dunque doveva conoscere bene i Tatari o per lo meno avere con loro una certa famigliarità e parlare la loro lingua&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">Per queste ragioni se Basilio in realtà avesse avuto in serbo qualche velleità di affermarsi quale &#8220;erede&#8221; della Rus&#8217; di Kiev e contro i Tatari, come si crede di leggere nelle parole di Demetrio da parte di qualche autore russo, certamente non è in questo documento che va cercata. Né esiste una scelta ben chiara da parte della Chiesa Russa del sovrano moscovita quale <em>Riunificatore delle Terre Russe</em> rispetto al lituano, fino a questo momento! Saranno le circostanze successive a decidere e a suggerire al Metropolita di vedere negli epigoni della dinastia moscovita i Riunificatori&#8230; in nome di Cristo!</p>
<p style="text-align: justify;">Una di queste circostanze è, a nostro avviso, la nuova figura di sovrano di concezione occidentale che si va propagando in questi anni nel nordest.</p>
<p style="text-align: justify;">In precedenza abbiamo parlato del sistema di governare le Terre Russe come un affare &#8220;privato&#8221; della famiglia dei Rjurikidi attraverso la famigerata <em>lestviza</em>, ora al contrario il nuovo modello che va di moda proprio attraverso l&#8217;esempio della Lituania è quello del monarca assoluto &#8220;benedetto da Dio&#8221; e non più investito dell&#8217;autorità dovuta all&#8217;anzianità o per il fatto di ricevere il <em>jarlyk</em> di Gran Principe dai Tatari.</p>
<p style="text-align: justify;">A parte tutto questo Cipriano (favorevolissimo al matrimonio di Basilio con la figlia di Vytàutas) è accolto a braccia aperte a Mosca in virtù della sua carica. Pimen&#8217; ormai è morto e, quando qualche anno dopo muore anche san Sergio di Radonezh, Cipriano è libero da ogni concorrente e la vecchia partita è definitivamente chiusa e la Chiesa Russa ritorna una e con un&#8217;unica autorità giurisidizionale su ortodossi &#8220;lituani&#8221; e ortodossi &#8220;russi&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">E&#8217; vero! La capitale istituzionale della Bassa rimane ancora Vladimir-sulla-Kljazma dove Alessandro Nevskii si era fatto proclamare Gran Principe nella Cattedrale dell&#8217;Assunzione tantissimi anni prima. E&#8217; vero che, benché questa città continuasse ad esser considerata la sede naturale del principe anziano, da tempo ormai, non appena ottenuto il <em>jarlyk</em> da Sarai, il Gran Principe era obbligato venire qui per farsi incoronare dal Metropolita, ma poi l&#8217;incoronato poteva decidere di continuare a risiedere nella città di provenienza e ad occuparsi dei propri affari. Vladimir dunque aveva sostituito, senza una ragione giuridica vera, Kiev in queste funzioni e per questo andava fatta una scelta per svuotarne l&#8217;importanza. Ma quale città poi mettere al suo posto? Demetrio aveva già fatto il passo fatidico ed aveva invitato e accolto presso di sé il Metropolita a Mosca con la scusa di garantirgli protezione e sicurezza. Contro chi? Non si riesce a capire bene&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">Poi con la confusione creatasi intorno a questa carica ecclesiastica e col fatto che anche il Metropolita aveva bisogno di un <em>jarlyk</em> dai Tatari per non pagar tasse sui latifondi ecclesiali che si andavano sempre più accrescendo, abbiamo visto come la faccenda era andata a finire. A Vladimir d&#8217;altronde continuava a risiedere il <em>Gran Baskak</em> (esattore capo delle imposte tataro) che faceva da occhi e orecchie per il <em>khan</em> di Sarai e la presenza di questo personaggio era un problema di cui andava tenuto dovuto conto.</p>
<p style="text-align: justify;">Se però guardiamo alla Chiesa Russa dal punto di vista religioso, ci accorgiamo che ad essa è dato il ruolo di interpretare i disegni divini ai quali è affidata tutta l&#8217;umanità e le azioni politiche di coloro che Dio ha scelto per governare &#8220;santamente&#8221; gli uomini. Ora però che si profilavano più centri di potere nelle Terre Russe (Lituania, Mosca, Tver e Novgorod, senza dimenticare Kiev) come fare a guidare un principe &#8220;santo&#8221;, se Dio non indica qual è quello giusto? Certo, un Metropolita eternamente itinerante &#8220;alla ricerca dell&#8217;eletto da ungere&#8221; o &#8220;da consigliare e porre sulla retta via&#8221; potrebbe essere utile, ma, se fosse così, come intervenire tempestivamente su questo Gran Principe (chiunque esso sia) quando ce n&#8217;è bisogno?</p>
<p style="text-align: justify;">Al contrario che in Occidente la situazione di frammentarietà degli stati russi, la limitatissima osmosi fra città pensante e sudditi operanti, la quasi inesistente stratificazione in classi della società medievale russa (ora che la funesta presenza di due Metropoliti era risolta) aveva portato finora solo sconquasso nel monopolio del pensiero ecclesiastico (erano apparse le prime eresie!). Dunque andava rimesso tutto di nuovo nei canali della dottrina ufficiale &#8220;unitaria&#8221; aborrendo addirittura qualsiasi pensiero laico e laicista. Il sovrano doveva proteggere, sì!, la Chiesa, ma anche sottostare alle indicazioni che Dio gli dava attraverso i suoi &#8220;santi uomini&#8221;. Soltanto così la Chiesa Russa, unica organizzazione &#8220;pensante&#8221; delle Terre Russe, concepisce un futuro stato riunito sotto l&#8217;egida di Cristo ed elabora la teoria della santità della Rus&#8217;, purché <em>ri-unita</em>: <em>E&#8217; la teoria storico-religiosa della missione del Sobiratel&#8217;stvo Rusi&#8230;</em></p>
<p style="text-align: justify;">Dall&#8217;Occidente intanto, dopo la conquista di Costantinopoli nel 1204 da parte dei Crociati, era venuta una spinta simile e la riunione di tutti i popoli cristiani era già in corso&#8230; sotto l&#8217;autorità papale che stava avendo tanto successo politico. Dobbiamo anche dire che le relazioni fra le due Chiese, Cattolica latina e Ortodossa greca che vicendevolmente si condannavano da secoli come scismatiche, sono mantenute e sono ancora buone. E allora, c&#8217;è una possibilità realistica di riunire latini e ortodossi? Cipriano lavorerà per questo dalla decentrata Mosca alleandosi e appoggiando le mosse politiche ora di Jogaila, sicuramente cattolico romano, e ora di Vytàutas, sebbene quest&#8217;ultimo passi con disinvoltura da un battesimo all&#8217;altro e litighi aspramente col cugino.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/introduzione-al-paganesimo-russo/7950" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-5299" style="margin: 10px;" title="paganesimo-russo" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/paganesimo-russo.jpeg" alt="" width="200" height="282" /></a>La Chiesa Russa dipende comunque da Costantinopoli (il Patriarcato è ridiventato ortodosso con Michele VII Paleologo, sebbene rimanga in trattativa coi Latini per l&#8217;Unione), ma il Patriarca non sembra aver più l&#8217;autorità di prima per intervenire e appoggiare Cipriano efficacemente, ora che ci sono duri contrasti con l&#8217;Imperatore. Sul Bosforo infatti Giovanni V Paleologo (fautore di Cipriano che allora era ancora monaco a Monte Athos) addirittura è passato alla fede latina, unica condizione &#8211; a suo dire &#8211; per avere un aiuto militare contro i Turchi che gli rubano lembo per lembo il territorio utile dell&#8217;Impero, e il Patriarca in carica ha già dichiarato che non a niente a che vedere con questa operazione che considera una questione strettamente personale dell&#8217;Imperatore.</p>
<p style="text-align: justify;">Dai documenti che leggiamo ci pare che da questo lato Cipriano è in pratica abbandonato a se stesso e, se occorre scegliere la protezione di uno dei signori della Bassa, sarà quella del più promettente. Ora come ora però, se dovesse scegliere con chi stare nel mondo, dovrebbe accollarsi la pesante responsabilità di accrescere la confusione che regna nella regione quanto a supremazia. Perciò, prudenza! Basilio potrebbe essere il candidato buono! In particolare, dato che Vytàutas è anziano e non ha altri figli oltre Sofia, il <em>knjaz</em> moscovita, da unico genero, potrebbe essere benissimo il suo successore e Cipriano potrebbe giocare su entrambi i tavoli, russo e lituano, per riunificare il Regno di Cristo!</p>
<p style="text-align: justify;">In quel XIV secolo poi, sempre a causa delle beghe della Chiesa Russa, s&#8217;è aggiunta alle altre questioni la sospettata minaccia di proclamazione dell&#8217;autocefalia da parte dell&#8217;Arcivescovo novgorodese quando la Chiesa del nord paventa degli attentati alla &#8220;sua&#8221; indipendenza amministrativa!</p>
<p style="text-align: justify;">Qui s&#8217;inserisce la parte che Vladimiro di Serpuhov può avere in questa questione. La sua soggezione a Basilio è totale e lo sappiamo. E&#8217; il suo padrino visto che il ragazzo gli era stato affidato da Demetrio e poi perché è molto più vecchio di lui ed ha tantissima esperienza, ma sarà stato anche geloso dell&#8217;influenza di Vytàutas sul ragazzo, quando era stato sottratto alle grinfie di Sarai e tenuto presso il lituano invece di essere subito restituito a suo padre a Mosca.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Zio&#8221; Vladimiro dunque controlla col suo <em>udel</em> gran parte delle correnti di fiume che Novgorod-la-Grande usa per entrare nel Volga da destra e perciò costituisce una leva importante e ricattatoria verso la ricca città del nord dalla quale dipende tutta l&#8217;economia della Bassa. Per quanto riguarda Novgorod (attenzione a non confonderla con Novgorod-della-Bassa) aggiungiamo che (ufficialmente non dipende da Sarai non avendo bisogno di <em>jarlyk</em> per esistere), senza un&#8217;agricoltura sviluppata nel suo territorio, questa città è obbligata a comprare i cereali dalla Bassa e così per il quieto vivere già dal tempo di Alessandro Nevskii si è piegata (per non tagliarsi i viveri) a pagare una tassa &#8220;tatara&#8221; molto consistente e ad accettare per la propria difesa militare un Rjurikide. La tassa non era pagata regolarmente e talvolta non era arrivata neppure nelle tasche del <em>khan</em> in carica e proprio sulla raccolta di questa tassa un famoso avo di Basilio, Giovanni (detto a ragione <em>il Borsello</em> ossia col linguaggio della gente semplice, <em>Ivàn Kalità</em>), si era costruita la ricchezza dell&#8217;<em>udel</em> moscovita ed aveva inaugurato la scalata economico-territoriale-politica che Demetrio, con l&#8217;aiuto di Vladimiro di Serpuhov, aveva poi continuato. Dunque, se Mosca vuol crescere, deve contare su Novgorod-la-Grande e tenere sempre ottimi contatti con Vladimiro di Serpuhov.</p>
<p style="text-align: justify;">Forse per questo motivo il Monastero della Trinità, sede del grande san Sergio di Radonezh, viene affidato alla protezione di Vladimiro. Ecco dunque che in Terra Russa, siccome la Chiesa in quegli anni resta l&#8217;unica istituzione che fa politica <em>unitaria</em>, la storia dei Rjurikidi può continuare solo all&#8217;ombra della &#8220;loro&#8221; Chiesa e noi siamo dell&#8217;avviso (ci perdonerete la digressione) che l&#8217;eredità bizantina dell&#8217;Impero Moscovita era da questo angolo di visuale un&#8217;eredità legittima che non poteva che sfociare nell&#8217;atteggiamento estremo verso il resto del mondo che ebbe e consolidò Giovanni IV detto il Terribile, vero ed ultimo Romano Imperatore e nipote diretto di quel Basilio di cui stiamo parlando in queste righe.</p>
<p style="text-align: justify;">Fissati questi punti, continuiamo allora il nostro racconto&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">Forse al nostro lettore più informato sembrerà strano che nel nostro discorso non sia ancora entrata la Morte Nera che devastò l&#8217;Europa dal 1347 al 1351 e in varie altre ondate anche negli anni successivi. Fu un avvenimento talmente micidiale da svuotare letteralmente quasi tutte le istituzioni feudali d&#8217;Occidente, cambiando radicalmente le interrelazioni fra uomo e uomo, fra regno e regno, fra Terra e Dio.</p>
<p style="text-align: justify;">In realtà neppure le Terre Russe ne restarono immuni, se non per qualche tempo. E stranamente! Infatti la peste si era propagata dalla Cina, aveva attraversato le steppe ucraine ed aveva assalito i Genovesi proprio a Caffa sul Mar Nero prima di proseguire per l&#8217;Italia e propagarsi in Europa occidentale&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/la-morte-nera/5230" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-5301" style="margin: 10px;" title="morte-nera" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/morte-nera.jpeg" alt="" width="200" height="297" /></a>Tuttavia la peste giunse pure qui, ma anni più tardi e non fece altrettante vittime come in Occidente a causa della diversa distribuzione della popolazione e della limitatissima comunicazione fra città e campagna. Per questa ragione non provocò mutamenti altrettanto incisivi nel potere vista l&#8217;organizzazione famigliare dei Rjurikidi dove fra i tanti figli, con grande probabilità qualcuno sopravviveva sempre. Soltanto Novgorod, dove il numero di abitanti era maggiore di qualsiasi altra città russa dello stesso periodo e dove non esisteva una dinastia regnante, ne risentì pesantemente tanto che fu costretta a diminuire e a diversificare la propria produzione di merci per la mancanza di mano d&#8217;opera in quel XIV sec. I suoi traffici verso il sud cambiarono di consistenza e di valore e, soprattutto, di direzione. Certamente la peste fu solo una delle cause di queste &#8220;mutazioni&#8221; novgorodesi, mentre risultò determinante per la ripresa economica della città la crescita dei mercati europei occidentali i quali, dopo le ondate della sciagurata epidemia, erano ora diventati più attivi e con nuove e maggiori domande d&#8217;acquisto. Ecco perché sia l&#8217;Hansa di Lubecca sia i Cavalieri Teutonici, pur reduci dalla peste, proprio in questo scorcio di secolo si affermano nel Baltico come i mediatori di questi traffici e crescono commercialmente operando quasi all&#8217;unisono (le due organizzazioni d&#8217;altronde erano nate dai benevolenti della stessa città, sebbene per scopi differenti). C&#8217;era di sicuro una differenza! Se i Cavalieri destavano qualche sospetto di tentata conquista quando siglavano accordi, l&#8217;Hansa da questo punto di vista era certamente più neutra e quindi le si offrivano più possibilità di aprire proprie rappresentanze &#8220;sotto casa&#8221; dei governanti russi e così a Novgorod oltre alla Corte di san Pietro l&#8217;Hansa aveva ora incorporato anche quella di sant&#8217;Olaf, una volta appartenuta ai Goti dell&#8217;isola di Gotland e in altre parole  costituiva il maggior partner commerciale della repubblica nordica. Dell&#8217;Hansa ne godevano però pure Polozk e Smolensk dove c&#8217;erano altri uffici anseatici, tranquillamente accettati dai regimi principeschi russo-ortodossi&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">Ciò però non limitava la dipendenza &#8220;alimentare&#8221; del nord dalla Bassa. Certo, Novgorod poteva comprare le derrate alimentari dall&#8217;Occidente, ma i costi sarebbero stati eccessivi. E&#8217; molto importante tenere conto di quella situazione novgorodese poiché è proprio contro la repubblica e le sue alleanze che Basilio e Vytàutas dirigeranno il loro sguardo e le loro ambizioni. D&#8217;altronde Novgorod doveva pagare le forniture della Bassa e lo faceva con i traffici attraverso il Volga. Il fatto però che l&#8217;Orda d&#8217;Oro, in quello stesso tempo, evidentemente non riusciva più a controllare tutti i territori soggetti con i vari capi locali continuamente in lite fra di loro per la percezione dei dazi lungo le rive, avevano reso questa via d&#8217;acqua poco sicura e, vedendo che lungo il fiume si ripetono continui atti di guerra ormai quasi regolarmente ad ogni bella stagione, erano più le barche piratesche che quelle dei mercanti.</p>
<p style="text-align: justify;">Mosca, malgrado il vantato controllo sulle vie d&#8217;acqua interne, soffre più degli altri <em>udel</em> per non riuscire ad imporre la propria politica per un dominio unitario e alla fine risulta esercitare un controllo (soltanto parziale!) lungo la scorciatoia fluviale nord-sud interna (dalla riva destra del Volga) da Volok Lamskii, il grande deposito logistico di Novgorod, fino al fiume Kljazma. Più in là soprattutto a partire dalla confluenza di Novgorod-della-Bassa (ossia <em>Nizhnii Novgorod</em>) non può impedire che regni la confusione delle competenze. Infatti, passata quest&#8217;ultima città, i balzelli non si pagavano più e soltanto &#8211; come una volta &#8211; ai Bulgari della Kama (quelli che in futuro si chiameranno i <em>Tatari di Kazan&#8217;</em>), ma si erano moltiplicati e rincarati poiché ciascun capo locale rivierasco voleva la sua parte a scapito di Sarai.</p>
<p style="text-align: justify;">La prima mossa che Basilio fa come Gran Principe però è quella di rito.</p>
<p style="text-align: justify;">E&#8217; giunto infatti il tempo di sposare Sofia figlia di Vytàutas (Basilio ha ormai 17 anni e ha conosciuto la ragazza in Moldavia quando questa si trovava lì con suo padre) e così un bel giorno i bojari moscoviti Alessandro Polje, un certo Bjelevut e un certo Sjelivan si recano in Prussia, dove in quel momento padre e figlia si trovano ospiti dei Cavalieri Teutonici, per trasferire la promessa a Mosca e celebrare il tanto sospirato matrimonio col rito ortodosso. Questa è una mossa molto azzardata dal punto di vista religioso da parte di Vytàutas , ma sembra che in quel momento i Cavalieri non avessero delle direttive rigide a riguardo.</p>
<p style="text-align: justify;">La giovane è figlia unica (un fratello sembra essere morto prematuramente) e viene così affidata al parente più anziano, il principe lituano Giovanni figlio di Olghimont, e la carovana, attraverso le Terre di Novgorod (chiamate i <em>Quinti</em>), discende verso Mosca dove finalmente si celebrerà il tanto atteso sposalizio. L&#8217;evento fu epocale per tutta la Bassa perché indicava a chiare lettere da che parte si sarebbe posta la Lituania in caso di litigi fra i Rjurikidi e come le Terre Russe ormai rientrassero nella sfera d&#8217;influenza lituana e, chissà in futuro, anche in quella della Chiesa di Roma.</p>
<p style="text-align: justify;">Basilio non può però trascurare il peso di Sarai. Una prassi non consolidata prescriveva che il Gran Principe che, dopo la consacrazione a Vladimir da parte del Metropolita, di presentarsi per il <em>jarlyk</em> a Sarai e fare omaggio al <em>khan</em> Toqtamysc&#8217;. Basilio esegue tutto secondo la tradizione e in più avvisa il Metropolita che il <em>jarlyk</em> che va a prendere non potrà pagarlo tutto da solo dalla sua cassa di principe mezza vuota, ma che la Chiesa deve coprire una parte dei costi. <em>Non ci sono soldi, Santità!</em></p>
<p style="text-align: justify;">La missione finalmente è pronta e parte diretta all&#8217;Orda nel 1392. E&#8217; stata preparata con cura e viene perciò accolta con grandi onori. Ciò non basta poiché tutti notano che questa cortesia è solo l&#8217;apparenza dovuta alla parentela di Basilio con Vytàutas (molto stimato da Toqtamysc&#8217;) e quindi, senza perder tempo, s&#8217;intavolano le richieste e gli argomenti che stanno più a cuore.</p>
<p style="text-align: justify;">Altre però sono le preoccupazioni del <em>khan</em> che s&#8217;aspetta un&#8217;invasione del Tamerlano da un momento all&#8217;altro e quindi costui tergiversa e rimanda. Timur i-Lang da Samarcanda (il Tamerlano) si trova in campagna militare proprio a sud del Caspio e l&#8217;Orda ha interesse che i russi collaborino sia offrendo aiuto militare (e ce n&#8217;è bisogno) sia standosene tranquilli senza creare troppi problemi. Ritorneremo su questo un po&#8217; più avanti&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">Ad ogni buon conto, non ci crederete, ma Basilio rimane a trattare a Sarai per ben tre mesi.</p>
<p style="text-align: justify;">Al rientro tuttavia ha ottenuto molte cose: Ha evitato di lasciare troppi uomini a guerreggiare per il <em>khan</em>. In più ha nelle mani un riconoscimento della sua autorità su alcune città russe lungo il Volga che interessavano in particolar modo! Soprattutto ha &#8220;carta bianca&#8221; sulla presa di possesso di Novgorod-della-Bassa dove ora c&#8217;è suo cugino Boris! L&#8217;azione è immediata. Appena giunto nelle vicinanze di Kolòmna, sulla via del ritorno da Sarai, manda a Novgorod-della-Bassa i suoi bojari insieme con i rappresentanti di Toqtamysc&#8217; per annunciare il passaggio di proprietà della città.</p>
<p style="text-align: justify;">In precedenza Boris aveva già paventato queste manovre contro di lui e aveva radunato i suoi per un consulto. Il capo dei suoi bojari, un certo Rumjanez, &#8220;comprato&#8221; da Basilio, lo aveva convinto allora che valeva la pena accordarsi con Mosca e perciò, quando la delegazione moscovito-tatara è sotto la città, è  proprio Rumjanez in persona che dà ordine di aprire le porte.</p>
<p style="text-align: justify;">I bojari moscoviti corrono subito al campanile maggiore, radunano la popolazione al suono delle campane ed annunciano che il nuovo signore della città sarà un <em>namestnik</em> di Mosca. E Boris? Il povero principe insieme con la sua famiglia è stato messo ai ferri e sotto scorta armata mandato fuori!</p>
<p style="text-align: justify;">Il colpo grosso dunque è fatto! Una volta impadronitisi di questa postazione daziaria, il Volga è completamente sotto controllo moscovita fino a Kazan&#8217;. Oltre Novgorod-della-Bassa infatti sono andate a Basilio anche le cittadine di Gorodez, che si trova un po&#8217; più a monte, ma anche Murom e Mesciòra dalla parte di Mosca. Naturalmente si tratta ora di mantenere queste posizioni e logicamente si prevedono scontri frequenti con gli altri principi parenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Un esempio immediato? I nipoti del sopra nominato Boris, fra cui un certo Simeone, avevano continuato a sedere sui troni di Suzdal in quanto Basilio li aveva lasciati indisturbati dove erano, ma poi costoro, non appena nel 1394 seppero che Boris era morto, sfruttando la scusa della loro visita a Sarai per la conferma del <em>jarlyk</em> per il proprio <em>udel</em> e dintorni, cercarono di ricomprarsi anche quello di Novgorod-della-Bassa. E così qualche anno dopo, uno dei due discendenti di Boris, Simeone, con l&#8217;aiuto di un contingente tataro (non mandato da Sarai, ma sicuramente da qualche capetto locale intorno a Kazan&#8217; di cui lo storico Pcelov dà il nome: <em>Jetjak</em>) assedia Novgorod-della-Bassa, per riconquistarla alla sua famiglia.</p>
<p style="text-align: justify;">Basilio manda i suoi armati ausiliari con a capo il fratello Giorgio e dopo qualche scaramuccia, i Tatari e Simeone sono ricacciati verso sud (fra i Mordvini finnici della zona). Mosca però non vuole ricevere ulteriori sorprese dai figli di Boris né scontrarsi coi Tatari inutilmente. Manda a cercare Simeone e compagni per metterli sotto chiave. E&#8217; suo fratello Giorgio che ha l&#8217;incarico della battuta che dura ben tre mesi. Costui riesce però a trovare e a catturare la moglie di Simeone, Alessandra. La deporta a Mosca, dove costei rimane finché il marito non si piega a riconoscere Basilio quale principe anziano e ad interrompere ogni ulteriore azione di disturbo. E un altro paletto é così definitivamente piantato per il controllo del Volga poiché sembra che in questa campagna si riuscì a sottomettere a tributo persino Kazan&#8217;&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">Tuttavia non è finita&#8230; Ora gli occorre una collaborazione incondizionata da parte Vladimiro di Serpuhov perché teme defezioni anche da parte sua. E&#8217; vero! Ha sottoscritto un trattato di amicizia eterna dove era persino detto espressamente che: &#8221; <em>Se io stesso, Basilio di Mosca, mi trovo assediato nella mia città e riesco a farti fuggire, tu uscirai, ma lascerai in ostaggio presso di me tua moglie e i tuoi figli e i tuoi fidi bojari e così farò io nel caso che fossi io ad esser fuggito, perché lascerò a te mia madre, i miei fratelli e i bojari miei</em>.&#8221; Un accordo di ferro in piena regola&#8230; ma ne occorre uno ulteriore nel quale adesso appaia la cessione di Volok Lamskii a Mosca, in cambio di Gorodez per Vladimiro. E anche questa spartizione è fatta affinché non sorgano mai più liti con lo &#8220;zio&#8221; e tutto avvenga con il tacito assenso di Sarai e di Vytàutas&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">Sebbene a quel che sembra Basilio non doveva eccellere granché rispetto agli altri suoi fratelli, salvo testardaggine e durezza come vedremo in seguito, ciò non toglie che, in questi primi anni da Gran Principe si sta dando parecchio da fare nell&#8217;espansione sistematica dell&#8217;<em>udel.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Ed ora finalmente la sua meta prossima è Novgorod-la-Grande&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">Come abbiamo detto, per tradizione la repubblica del nord prendeva ad ingaggio per periodi definiti e rinnovabili il figlio primogenito del Gran Principe kieviano affinché facesse da comandante militare alle truppe di difesa della città e del territorio annesso in caso di scontri e guerre. Da quando Kiev però non contava più come prima (o meglio per Novgorod l&#8217;itinerario via Kiev non era più interessante) e il baricentro politico dei Rjurikidi si era spostato a Vladimir-sulla-Kljazma, il comandante militare poteva a questo punto essere chiunque dei figli o degli uomini fidati del Gran Principe rjurikide con regolare <em>jarlyk</em>. Con tale veste Basilio perciò invita i novgorodesi a Mosca affinché &#8220;scelgano&#8221; il <em>rappresentante militare </em>(in russo <em>namestnik</em>)<em> </em>che lui offre. Quella volta i novgorodesi non si fecero pregare: per loro un <em>namestnik</em> moscovita o uno lituano o uno di un&#8217;altra città non faceva molta differenza. L&#8217;importante era però che si rispettassero i vecchi privilegi d&#8217;autonomia della città (concessi da Jaroslav figlio di san Vladimiro di Kiev secoli prima) e comunque sperando&#8230; <em>che il namestnik sapesse fare il suo lavoro!</em> L&#8217;accordo fu trovato lungo queste linee, benché con qualche ambiguità interpretativa, e Novgorod accettò quale capo delle forze di difesa della città il bojaro Eustachio Syt (o Sysc&#8217;), moscovita.</p>
<p style="text-align: justify;">Risolto il problema del <em>namestnik</em> per Novgorod e della promessa di quella città di incrementare i traffici, restavano le questioni pendenti con la Lituania che ad ogni occasione cercava di ingerirsi degli affari di Mosca. Per quest&#8217;ultima circostanza è bene sottolineare due aspetti: La personalità forte e decisa di Sofia e quindi la sua forte influenza sul marito accondiscendente, i costanti contatti di costei con suo padre e l&#8217;accordo fra suo padre e Jogaila e fra suo padre e i Cavalieri Livonici e Teutonici.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/il-cavaliere-russo/6304" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-5302" style="margin: 10px;" title="cavaliere-russo" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/cavaliere-russo.jpeg" alt="" width="200" height="279" /></a>In realtà fra questi due cugini il <em>Gentlemen&#8217;s Agreement</em> sarà ufficialmente stilato soltanto nel 1395 nella cittadina di Krevo, ma già in questi anni si stava cercando una linea comune di pace. A Krevo infatti fu messa per iscritto la parola fine alle beghe personali che stavano insanguinando le Terre Russe e i due principi lituano-russi si accordarono per una collaborazione perpetua. Anzi! Subito dopo la firma con una grande e solenne cerimonia a Vilnius Vytàutas viene proclamato e benedetto &#8220;cattolicamente&#8221;, vita natural durante, Granduca di Lituania e delle Terre Russe e Fratello Minore (cioè vassallo) di Jogaila, mentre quest&#8217;ultimo rimane &#8211; ormai è il suo destino &#8211; nella sfera politica della Polonia di cui è già re. Come si vede in questo discorso Mosca è tenuta assolutamente fuori.</p>
<p style="text-align: justify;">Quella fine di secolo vede dunque grandi rivolgimenti nella regione e questi coinvolgono un po&#8217; tutti, chi più e chi meno da nord a sud tanto che non fa meraviglia la presenza dei polacchi alla corte tatara che operano per conto di Vilnius o dei Tatari in quella moscovita. Vytàutas ha grandi mire sulla Bassa del Volga, e probabilmente il matrimonio di sua figlia con Basilio fa apparire ai suoi occhi questo dominio già come parte del suo Granducato, senz&#8217;altro ostacolo. D&#8217;altronde i Lituani sono strettamente imparentati con quasi tutti i principi della Bassa (pure con Vladimiro di Serpuhov), attraverso i cosiddetti matrimoni dinastici, e perciò non si sentono degli estranei in nessuno di quegli <em>udel.</em> Ciò vuol dire che, se Vytàutas aveva promesso moltissimi suoi interventi politici ai Cavalieri Teutonici in questa zona, se e quando fosse asceso al potere supremo nelle Terre Russe e se costoro in cambio gli avessero offerto dei vantaggi sul Baltico o contro suo cugino Jogaila, non aveva detto delle millanterie&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;unica incognita non governabile in questo quadro restava la Chiesa il cui regista lontano era il Patriarca di Costantinopoli che, in certo qual modo, si muoveva contro il Papa di Roma (capo supremo dei Cavalieri). Come avremo notato nelle beghe intestine della Chiesa Russa, benché fosse la seconda figura della gerarchia ecclesiastica kieviana, l&#8217;Arcivescovo di Novgorod &#8211; questo è importante &#8211; non compare quasi mai. Come mai? Eppure il <em>vladyka</em> (monsignore) in questi ultimi anni era diventato più potente personaggio di Novgorod, quasi un vero principe-arcivescovo di modello tedesco.</p>
<p style="text-align: justify;">A ben riflettere sulla questione novgorodese neppure Basilio poteva agire senza guastare le proprie relazioni col suocero e proprio per questo motivo Mosca premeva su Monsignore per attirarlo dalla sua parte, usando con discrezione i partigiani locali ben pagati e le proprie spie. Ciò però non bastava. Senza dover ricorrere alla forza, occorreva lasciare agire il Metropolita, l&#8217;unico superiore nella gerarchia. Mosca tentò anche questa via, sebbene poi quando si accennava alle relazioni fra Mosca e Novgorod-la-Grande non si diceva mai che la prima volesse assoggettare la repubblica e si continuava a dire nel linguaggio diplomatico del tempo che, secondo i &#8220;costumi del passato&#8221; (<em>po starinù</em> in russo) la repubblica apparteneva al Gran Principe.</p>
<p style="text-align: justify;">Cipriano è dunque una pedina molto importante e ormai lo conosciamo. Bulgaro di nascita e cultura (era nato a Tirnovo la Grande), ma scrittore entusiasta nella nuova lingua grande russa, è ritornato a Mosca nel 1390, ed ormai si trova sotto la protezione di Basilio e addirittura benedice qualsiasi mossa del Principe tesa alla riunificazione delle Terre Russe. Per rendersi utile e ingraziarsi di più il &#8220;suo&#8221; rjurikide, cerca in primo luogo di penetrare in modo più diretto nell&#8217;amministrazione del patrimonio ecclesiastico che continua ad accrescersi in tutta la Terra Russa, per poterne disporre e controllare con maggiore efficacia i contadini e affezionarli al sovrano che risiede a Mosca. Propone di lasciare amministrare i villaggi che sorgevano intorno ai numerosi monasteri, da &#8220;laici timorati di Dio&#8221; (ma nominati su raccomandazione di Basilio) invece che dai monaci, affinché la gente nuova che si raccoglieva in questi novelli nuclei abitativi e di lavoro imparasse a diventare parte di una comunità che contribuiva materialmente alla costruzione della nuova Rus&#8217;. A questa riforma &#8220;democratica&#8221; (in realtà <em>colonialista</em>, se vogliamo usare un termine moderno) gli rispose una specie di rivolta degli ecclesiastici implicati, perché i conventuali affermarono che i villaggi &#8220;non andavano toccati&#8221; da mani profane ed anzi, ad evitare ulteriori ingerenze dal centro moscovita che mandava esperti e stranieri a dirigere l&#8217;economia del convento, molti di questi istituirono in tutta fretta delle scuole per formare propri monaci che facessero da amministratori e da economisti. Non doveva rendersi necessario richiederne da fuori anche perché i &#8220;moscoviti&#8221; avevano fama di spioni. Un&#8217;altra piaga che fu eliminata furono i frati questuanti. I conventi, infatti, per arrotondare le loro entrare mandavano in giro i frati (imitando gli ordini poveri dell&#8217;Occidente, i Francescani soprattutto) e questi erano diventati talmente numerosi ed assillanti da suscitare il fastidio e le ire persino degli altri prelati locali che fino ad allora li avevano tollerati, ma ora, temendo che diventassero veicoli di eresia e di propaganda politica &#8220;latina&#8221;, ne fu impedita la funzione.</p>
<p style="text-align: justify;">Abbiamo raccontato tutto questo per dare un&#8217;idea della personalità  e dell&#8217;autorità di Cipriano il quale, con la profonda conoscenza della realtà delle Terre Russe che si ritrova, per qualche anno sarà occupato esclusivamente in frequenti viaggi pastorali per riorganizzare le diverse diocesi&#8230; eccetto Novgorod.</p>
<p style="text-align: justify;">Subito dopo la morte di Pimen&#8217; tuttavia, insinuandosi il timore di qualche mossa inconsulta da parte di Monsignore del nord verso un&#8217;ulteriore autonomia in campo religioso che portasse (addirittura) alla &#8220;secessione&#8221; verso il mondo cattolico lituano, Cipriano si vede apertamente sollecitato a rimettere le briglie al <em>vladyka</em> novgorodese. Nel 1391 sarebbe pure pronto per la sua visita all&#8217;Arcivescovo novgorodese: manca solo l&#8217;invito!</p>
<p style="text-align: justify;">Monsignor Alessio (questo era il nome dell&#8217;Arcivescovo novgorodese allora in carica) sulla nomina di questo Metropolita non era stato d&#8217;accordo per principio e quando gli si chiese di invitarlo, siccome il Sinodo locale premeva sull&#8217;accettazione del prelato consacrato dal Patriarca, preferì dimissionare e si ritirò in convento. Al suo posto fu nominato Monsignor Giovanni e Cipriano alfine poté recarsi con tutta l&#8217;ufficialità necessaria nell&#8217;Arcidiocesi del nord.</p>
<p style="text-align: justify;">Non dobbiamo però pensare che il Sinodo locale e la <em>Vece</em> che avevano eletto Monsignor Giovanni, avessero rinunciato alle loro prerogative autonomistiche, ma certamente la scomparsa di Alessio dalla scena mostrava una qualche apertura nella politica &#8220;ecclesiastica&#8221; novgorodese diretta a mantenere in certo qual modo tranquille relazioni con Mosca&#8230; ora così strettamente legata alla Lituania. Vytàutas stesso ormai si confermava signore di Kiev e aveva appena richiamato da Novgorod suo nipote Lugven Simeone per farsi dare una mano nelle diverse operazioni repressive militari nelle steppe ucraine. <em>Dunque vediamo che cosa ci richiede Sua Santità!</em></p>
<p style="text-align: justify;">Cipriano, non appena ricevuto l&#8217;invito, arriva subito in città e fa la sua richiesta di abrogare certe misure amministrative &#8220;anti-metropolita&#8221; che non gli consentivano più di incassare le solite prebende. La risposta però è deludente e chiara da parte dei novgorodesi: &#8220;<em>Santità! Noi abbiamo giurato davanti a Dio di essere sempre come un unico uomo e, dopo aver messo il suggello alla nostra nuova legge, abbiamo anche suggellato le nostre anime</em>.&#8221; E Cipriano: &#8220;<em>Datemi dunque quella legge ed io stesso, come capo della Chiesa, la strapperò e distruggerò i suggelli, liberando Novgorod da un giuramento ingiusto davanti a Dio e assolvendo tutti voi dall&#8217;aver commesso un così grave peccato (</em>verso la mia persona<em>)</em>&#8220;.</p>
<p style="text-align: justify;">Non ci fu niente da fare. Cipriano dovette andarsene deluso, lanciando irritatissimo il suo anatema su tutta Novgorod. Naturalmente anche Basilio rimase male e adirato e per ripicca tirò fuori la questione dei mancati pagamenti della famosa <em>Tassa Nera</em> per Sarai. Mandò al nord i suoi legati con la richiesta della rata dovuta e, con quella, fece dire di essere pronto (i legati ne erano stati espressamente incaricati) a sospendere <em>la legge sui tribunali</em> (anti-metropolita) per discutere meglio con Cipriano e togliere lo scomodo anatema.</p>
<p style="text-align: justify;">Il rifiuto dell&#8217;Arcivescovo fu netto. Che cosa c&#8217;entrava il Principe di Mosca con gli affari della Chiesa?</p>
<p style="text-align: justify;">Mosca però stavolta non la lasciò passare e si ritorse e in modo abbastanza duro, ma scontato&#8230; occupando Mercato Nuovo (<em>Torzhòk</em>) e sigillando tutti i depositi alimentari.</p>
<p style="text-align: justify;">Si dice che questa volta l&#8217;azione moscovita fu veramente dura e spietata e chi poté dei mercatesi fuggì con moglie e figli a Novgorod o verso gli altri Quinti (così si chiamavano i territori novgorodesi intorno) lontani. Chi restò a Mercato Nuovo infatti fu costretto, suo malgrado, ad accettare malvolentieri le regole nuove (e le tasse e le corvées) che il bojaro moscovita Massimo andava fissando per conto del suo principe. Addirittura il culmine fu raggiunto quando costui fu ucciso e, alla ricerca del suo assassino, furono trovati ben settanta presunti omicidi. Questi furono deportati a Mosca, dove, come esempio della durezza imparata presso i Tatari di Sarai (così si mormorò allora), i responsabili furono condannati a morte, previe terribili torture pubbliche eseguite da aguzzini specializzati nella Piazza del Mercato di Mosca (oggi Piazza Rossa). Furono posti sulla ruota, le loro membra stirate e staccate a poco a poco, mutilati in vari modi finché stremati per il dolore e il sangue versato morirono fra lo sgomento di tutti gli astanti che raramente avevano visto una spietatezza del genere e così da vicino. Fu una brutta faccenda che la Chiesa Russa persino giustificò provocando ulteriori rancori. Novgorod dovette capitolare e sicuramente in previsione di vendette future pagò una parte della Tassa Nera e ricompensò Cipriano affinché togliesse l&#8217;anatema alla città mentre, allo stesso tempo, sospendeva la legge novgorodese anti-metropolita.</p>
<p style="text-align: justify;">In tutto questo è inutile vedere concessioni e pentimenti perché nella realtà i tafferugli impedivano il traffico commerciale e dunque non conveniva a nessuna delle parti in causa complicarli ulteriormente. Quel che ci deve meravigliare invece è la parte di Mosca che si erge, senza giustificazione storica, a far da arbitro supremo su qualsiasi questione. Né dimentichiamo che Basilio si muove a briglia sciolta soltanto perché  Vytàutas è occupato in altre faccende.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli eventi nel frattempo incalzano nel bacino del Volga e, come si temeva, Toqtamysc&#8217; da novello Cinghiz Khan si lancia, non tenendo conto dei consigli del suo <em>baskak</em> Jedighei, alla conquista di Samarcanda mentre Tamerlano è occupato in Persia. Tamerlano naturalmente si vendica appena può e in uno scontro sbaraglia il nostro <em>khan</em> nelle steppe ad est del Volga e mette in ginocchio Sarai. Poi sembra voler proseguire nel sud delle Terre Russe, ma poco sotto Kiev, ripiega e si ritira in altre direzioni. L&#8217;Orda intanto sembra andare in pezzi dopo questo insuccesso, ma Toqtamysc&#8217; invece ripresosi si dirige di nuovo su Samarcanda. Lo scontro avviene stavolta in una zona chiamata Ornan nella Steppa della Fame ove il nostro <em>khan</em> è ancora una volta battuto e stavolta deve fuggire lontano dalle ire di Tamerlano. Si rifugia in Crimea, ma il Tamerlano lo scova e lo trascina in battaglia. Sulle rive del Terek nell&#8217;Anticaucaso i due si scontrano ancora una volta. Tutta la Bassa trema per paura della rappresaglia del Tamerlano poiché questo, battuto Toqtamysc&#8217;, sta risalendo su per le steppe verso nord. Basilio, come già suo padre, lascia Mosca nelle mani del vecchio Vladimiro di Serpuhov e si rifugia a Kolomna con la scusa che di là potrà controllar meglio il fiume Oka.</p>
<p style="text-align: justify;">Cipriano è a Mosca, non sapendo dove rifugiarsi, rinchiuso a pregare nella Chiesa dell&#8217;Assunzione.</p>
<p style="text-align: justify;">Tamerlano è ormai vicino a Kazan&#8217; e sembra intenzionato a scovare il <em>khan</em> di Sarai ovunque questi si trovi nel nord. Basilio è sempre in attesa trepida cercando di raccogliere sempre più forze intorno a sé benché riconosca che poco potrebbe fare contro la furia e la fama vittoriosa di Tamerlano. L&#8217;unica difesa rimasta è la mano di Dio e la protezione della Vergine. A questa infatti ricorre il Metropolita che incita tutti i moscoviti ad implorare la salvezza della Terra Russa presso la miracolosa icona della Vergine che Andrea Bogoljubskii aveva portato da Vysc&#8217;gorod a Vladimir.</p>
<p style="text-align: justify;">Intanto il Tamerlano fatti i conti che non vale la pena impegolarsi in un paese sconosciuto fitto di alberi decide di ritornare a sud e lungo la steppa ucraina poi dirigere verso occidente. Alla fine rinuncia a nche a questo progetto poiché non trova alcun traguardo interessante nella steppa deserta e, siccome il sogno della sua vita è quello di imitare Alessandro Magno come si diceva allora, la sua meta è l&#8217;India. Torna quindi verso il Caucaso, si ferma a svernare a Sarai fino all&#8217;estate del 1396 e in seguito abbandona definitivamente il Volga ritornando a Samarcanda dove si prepara alla spedizione indiana.</p>
<p style="text-align: justify;">Fu la Vergine a fermare Tamerlano sul fiume Sosnà? Nessuno lo sa e dunque non possiamo dirlo con certezza. Cipriano al contrario ne fu sicurissimo. Si disse che la Vergine era venuta in sogno a Timur Aqsaq (così si chiama Tamerlano nelle Cronache Russe) e lo aveva avvertito che se avesse osato profanare la Terra Russa, grandissimo male gliene sarebbe incorso. Comunque sia Mosca è salva e nel 1395 la santissima icona della Vergine con una solenne processione lungo il fiume Kljazma da Vladimir è trasferita definitivamente nella Cattedrale a Mosca e consacra in tal maniera il ruolo &#8220;santo&#8221; della <em>nuova capitale della Bassa</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">E&#8217; curioso leggere N. A. Polevoi quando riporta le voci che si diffusero fra la gente su quell&#8217;evento. &#8220;<em>Si è compiuto un miracolo glorioso, una grande meraviglia per tutti! L&#8217;apparizione della Madonna ha impaurito e spaventato il cattivo imperatore. Lo ha messo in tale grande agitazione che il suo cuore si è riempito di timori, la sua anima si è addolorata e le sue ossa hanno tremato. Ha vacillato, la sua testa rasata</em> (ci si riferisce qui all&#8217;uso dei nomadi nobili di radersi la testa e lasciare solo un ciuffo che veniva poi raccolto con un anello) <em>è stata volta altrove da una forza irresistibile. Non siamo stati noi a mandarlo via né i nostri eserciti, ma l&#8217;ira di Dio&#8230;</em>&#8221; Chiaramente l&#8217;evento fu suggellato dalla Chiesa da una festività a memoria della &#8220;Salvezza di Mosca&#8221; da ripetere ogni anno: il 26 agosto.</p>
<p style="text-align: justify;">Il più bello è che Basilio rientrò a Mosca quando ormai tutto era compiuto e Cipriano fu capace di proclamare che la Vergine gli aveva evitato la battaglia con Tamerlano affinché proseguisse il compito affidatogli (quando?) di &#8220;Riunificatore delle Terre Russe&#8221; e dunque doveva essere accolto, prima di altri, come un vincitore dei Tatari&#8230; E perché una tale benedizione proprio da Cipriano?</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/loro-di-novgorod/6303" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-5303" style="margin: 10px;" title="oro-di-novgorod" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/oro-di-novgorod.jpeg" alt="" width="200" height="284" /></a>Qui entra una questione ideologica importante per il futuro moscovita che prelato aveva portato con sé dai suoi Balcani: la famosa <em>Teoria della Terza Roma</em>. Questa si riferiva alla situazione dei Bulgari balcanici e affermava che, visti gli effetti della minaccia dei turchi selgiuchidi in Anatolia dove l&#8217;Impero Romano si era  ridotto ormai ad un ristretto e impoverito territorio e nella disperazione di un futuro che appariva incerto per un Regno Cristiano Universale, <em>se fosse caduta Costantinopoli (</em>chiamata alla sua fondazione <em>Roma Nova</em> o <em>Roma Secunda), ci sarebbe stata una terza Roma, situata ancora più a Oriente</em>. La teoria-diceria era in realtà scaturita da un monaco bulgaro di Monte Athos il quale, nel tradurre una cronaca greca del XII sec. in cui si parlava di come Costantinopoli avesse preso il posto di Roma antica, aveva sostituito il nome di Costantinopoli con quello della sua Tirnovo la Grande, quasi profetando che questa città sarebbe diventata la Terza Roma, se l&#8217;Impero sul Bosforo si fosse dissolto sotto i colpi degli infedeli. Questo finora non era più accaduto, ma quando la leggenda fu scoperta dagli studi di Cipriano, il prelato, con la sua autorità, la interpretò come un disegno profetico divino in cui si scopriva che il riferimento non era ai Bulgari balcanici bensì per quelli della Bassa (in verità ancora tutti da convertire) e che dunque non era Tirnovo la Grande, ma Mosca ad aver il ruolo di&#8230;<em> Terza Roma</em>! A prova di ciò, di questo destino fissato da Dio, il Metropolita Pietro &#8211; lo ricorderà espressamente Cipriano molti anni dopo nella vita di Pietro scritta da lui stesso -aveva deciso di stabilirsi e di morire a Mosca e aveva eletto la città a sua cattedra permanente prevedendo grandi destini per i Rjurikidi locali. Se questo è il destino profetizzato per la dinastia, non solo Mosca in primo luogo si abbellisce di costruzioni nuove e importanti, soprattutto chiese, ma anche le città dell&#8217;<em>udel</em> sono ora tenute meglio e il <em>Velikii Kniaz</em> si attribuisce un&#8217;autorità in cui è da solo a dover decidere di tutto e di tutti nella Bassa del Volga allo scopo di raccogliere le genti russe intorno alla sua persona. Basilio oserà persino entrare in contrasto col Patriarca quando proibirà di nominare l&#8217;Imperatore fedifrago Giovanni V nelle liturgie delle chiese moscovite proclamando (e facendolo sapere a Costantinopoli) che &#8220;<em>Abbiamo una Chiesa, ma non abbiamo un Imperatore</em>&#8220;.</p>
<p style="text-align: justify;">Qui vale la pena andare un momento più a fondo nella questione. Nel 1396 in realtà l&#8217;Imperatore Sigismondo di Lussemburgo e re d&#8217;Ungheria era riuscito a mettere insieme un esercito contro i Turchi, ma a Nicopoli era stato clamorosamente battuto. L&#8217;Imperatore di Costantinopoli invece aveva dovuto addirittura riconoscersi vassallo dei Selgiuchidi che ormai lo circondavano da tutti i lati e pagare loro una tassa di vassallaggio. Basilio, proclamando di essere figlio di quel Demetrio che aveva battuti altri Turchi a <em>Kulikovo Pole</em>, non potè accettare questa posizione e decise la drastica misura liturgica che abbiamo detto. Sua Santità il Patriarca Antonio gli ribatté pacatamente che quel suo modo di vedere era sbagliato e qui confermerà, ma senza volerlo, i fondamenti dell&#8217;eredità divina che Mosca riceverà da Costantinopoli come Terza Roma.</p>
<p style="text-align: justify;">Citiamo da G. Ostrogorsky alcune righe della lettera del Patriarca: &#8220;<em>E&#8217; assolutamente impossibile per i cristiani avere una Chiesa e non avere un Imperatore. Giacché Impero e Chiesa costituiscono un tutt&#8217;unico ed è impossibile separarli. &#8230; (</em>san Pietro disse<em>) &#8230; Temete Dio, onorate l&#8217;Imperatore. Non disse &#8220;gli imperatori&#8221; affinché nessuno pensasse ai cosiddetti imperatori dei singoli popoli, ma disse &#8220;l&#8217;Imperatore&#8221; per indicare che nel mondo esiste un solo Imperatore&#8230; e se ora, per decreto divino, i turchi hanno accerchiato il regno dell&#8217;Imperatore, egli riceve ancora oggi dalla Chiesa la stessa consacrazione, gli stessi onori e le stesse preghiere &#8230; (</em>come<em>)&#8230; autocrate di tutti i cristiani.&#8221;</em></p>
<p style="text-align: justify;">Malgrado ciò vantarsi dell&#8217;impresa di suo padre Demetrio non fu considerata una cosa buona da Cipriano che vedeva questa ostilità contro i Tatari e i loro affini come un ostacolo alla loro conversione, tanto che negli Annali Metropolitani Russi iniziati ad essere stesi proprio sotto questo Metropolita la Battaglia di <em>Kulikovo Polje</em> non è addirittura neppure menzionata. Basilio dunque deve dimenticare questo episodio, se vuol essere il primo <em>Riunificatore della Rus&#8217;</em> di tutti i popoli lì presenti. E inoltre, se questa specie di proclama sul ruolo glorioso (ma futuro) di Basilio giunse alle orecchie di Vytàutas, non lo sappiamo con certezza perché il Principe lituano aveva in mente anche lui dei piani propri per riunire le Terre Russe intorno alla sua persona&#8230; a cominciare dalla repubblica del nord e includendo Mosca con suo genero.</p>
<p style="text-align: justify;">Per la repubblica del nord, ad esempio, aveva individuato con estrema facilità che il nodo centrale del traffico diretto in Occidente era Smolensk e dunque volse lo sguardo su questa città della quale occorreva appropriarsi. Da tempo diventata un <em>udel</em> indipendente, questa volta non poté evitare le grinfie lituane. Fra i diversi Rjurikidi che pretendevano di occuparne il trono, uno di loro era ricorso addirittura a Rjazan&#8217; per farsi aiutare a dirimere la questione della successione ed evitare una sempre più ingombrante ingerenza lituana. Costui a nome Giorgio aveva ricevuto la città come ricompensa da Vytàutas stesso in cambio dell&#8217;aiuto dato quando avevano assediato insieme Vitebsk per scacciarne Svitrigaila, fratello di Jogaila. Naturalmente Gleb, il fratello di Giorgio, non era assolutamente disposto a lasciare il trono dove si trovava bene perché glielo imponeva Vytàutas e così Giorgio era dovuto ricorrere a Oleg di Rjazan&#8217; mentre Gleb era rimasto al suo posto. Il fatto di essere stato chiamato in questione aveva profondamente offeso il nostro Vytàutas il quale aveva avuto la grande idea di far vendetta senza farlo vedere.</p>
<p style="text-align: justify;">Probabilmente chiamato in aiuto da Toqtamysc&#8217; contro il Tamerlano aveva fatto sapere tutt&#8217;intorno che in quei giorni un&#8217;armata destinata a dirigersi verso la steppa con lui a capo sarebbe dovuta passare per Smolensk. Non appena fu in vista della città Vuytàutas richiese l&#8217;omaggio di Gleb il quale non si fece pregare e cadde nella trappola! Infatti fu immediatamente arrestato e i lituani occuparono tranquillamente la città. Vytàutas rimase a Smolensk per tutto il resto della stagione tanto che invitò Basilio a fargli visita. Insomma la campagna contro il Tamerlano era saltata. Addirittura Basilio era in compagnia di Cipriano e fra feste e banchetti confermò il &#8220;passaggio di proprietà&#8221; di Smolensk da Gleb al suocero. Le conversazioni fra i tre personaggi avevano tutt&#8217;altro oggetto e rimasero famose perché pianificavano in realtà l&#8217;ulteriore sviluppo paventato nel Grande Nord: Si formava un&#8217;alleanza per la conquista di Novgorod-la-Grande.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel frattempo Giorgio, il pretendente escluso, a questo punto pretese con maggior forza l&#8217;appoggio di Oleg di Rjazan&#8217; il quale mise in marcia i suoi armati<em>.</em> Mosca cercò di fermare Oleg mandando un suo bojaro di fiducia a parlamentare, ma non bastò perché Vytàutas decise l&#8217;annientamento dell&#8217;armata di Rjazan&#8217; e questa volta Basilio stette a guardare mentre i Lituani intervenivano! Anzi! Attese suo suocero a Kolomna dove ricambiò l&#8217;accoglienza con altre feste e pranzi in suo onore. In quell&#8217;occasione si tornò a parlare di Novgorod e si decise di mandare un&#8217;ambasciata comune per richiedere alla repubblica di rompere tutti i contratti con i Cavalieri e di rinunciare in futuro ad accogliere qualsiasi principe dissidente, sia di Mosca sia di Vilnius, come era accaduto finora. L&#8217;ambasciata fu affidata logicamente a Cipriano che nel 1395 si recò ancora un volta nel nord ad incontrare l&#8217;Arcivescovo novgorodese. Niente da fare! Cipriano tornò senza alcuna conclusione positiva benché fosse stato colmato di doni ed avesse benedetto la città con atto solenne.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/quella-campana-non-suonera-piu/6302" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-5304" style="margin: 10px;" title="campana-suonera" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/campana-suonera.jpeg" alt="" width="200" height="284" /></a>Che fare? Controllare Novgorod risultava non facile, senza intervenire direttamente sulle autonomie repubblicane della città e senza scontrarsi con gli interessi degli altri <em>udel</em> della Bassa del Volga. In più come spezzare le alleanze molteplici e internazionali di Novgorod senza causare reazioni pericolose e imprevedibili nel Baltico? Se gli sbocchi mercantili di Polozk e di Pskov ad esempio (ma erano minuzie!!) con la fondazione di Riga nel 1202 alla foce della Dvinà (di Polozk) e di Reval (Tallinn) alla foce della Narva (di Pskov) erano sotto controllo dei Cavalieri, quelli di Novgorod erano ancora in Terra Russa e la strategia era molto più delicata e più a largo raggio&#8230; Quel che indispettiva di più erano le pretese di dominio consacrate addirittura dalla Bolla Papale che aveva proclamato tutta la regione, compresa Novgorod la Grande, <em>Patrimonium Sancti Petri</em>,  e lasciato mano libera ai Cavalieri.</p>
<p style="text-align: justify;">Passata la mattana del Tamerlano, di certo avendolo già concordato con suo suocero, Basilio ricorre alla ritorsione armata. Occupa proditoriamente una parte del Quinto novgorodese detto <em>Bezhezkaja</em> che comprendeva il corso superiore della Dvinà settentrionale fino a Vologda e attende la reazione. A Mosca arrivò di tutta corsa infatti l&#8217;Arcivescovo novgorodese Giovanni insieme con il sindaco Bogdan e con altri notabili. Protestarono, cercarono con la blandizie e i doni costosi di rimettere le cose a posto, ma Basilio nicchiò per tutto il tempo finché l&#8217;ambasciata scoraggiata non decise di tornarsene nel nord per discutere meglio il da farsi.</p>
<p style="text-align: justify;">Le Cronache riportano che la decisione presa in quella occasione dai <em>Gospodà</em> (il gruppo ristretto dei bojari al governo novgorodese) fu espressa nelle parole seguenti: &#8220;<em>Padre santo! Non possiamo sopportare una tale soperchieria dal Gran Principe di Mosca, Basilio figlio di Demetrio, che ci ha sequestrato alla città, ma anche a Santa Sofia, le città delegate e le loro regioni e vogliamo riprendercele</em>!&#8221; Poi giurarono di far di tutto pur di conseguire quello scopo e tutti uniti, baciando la croce, aggiunsero: &#8220;<em>O riotteniamo le nostre proprietà oppure offriremo la nostra testa a Santa Sofia</em> (ossia in altre parole, combatteremo).&#8221; Giovanni li benedisse (era cioè d&#8217;accordo) e il gruppo insieme a tre esperti generali decisero di fare una ricognizione verso la Dvinà Settentrionale, dove c&#8217;erano i famosi appannaggi del <em>namestnik</em> ora passati inopinatamente in mani moscovite. Non era logicamente solo una ricognizione, ma una spedizione punitiva vera e proprio contro quei funzionari novgorodesi che avevano tradito la repubblica e si erano dati a Mosca senza pensarci troppo e dunque gli uomini erano armati di tutto punto.</p>
<p style="text-align: justify;">Lagobianco (<em>Belo Ozero</em>) fu così data alle fiamme, Ust-jug assediata e anch&#8217;essa distrutta col fuoco, salvo l&#8217;icona della Vergine custodita nella chiesa locale che fu requisita. Insomma in ogni città fu chiesto il giuramento di fedeltà alla repubblica sempre alla ricerca dei generali che avevano aperto le porte ai moscoviti. Trovatili, furono incatenati e trascinati al giudizio della città. Uno di loro fu subito cucito in un sacco e poi lanciato al di là del Ponte Grande nelle acque del Volhov, altri due (bojari!) furono invece chiusi in convento con il consenso dell&#8217;Arcivescovo e un altro riuscì a fuggire non si sa dove. Vendetta era fatta ed ora ci si poteva ripresentare da Basilio per concludere un patto di pace&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">Mosca accettò e così anche la Lituania, naturalmente chiamata in causa per l&#8217;occasione.</p>
<p style="text-align: justify;">Non pare strana la cosa in sé? I territori che Mosca aveva occupato e che poi erano stati ripresi da Novgorod erano proprio quelli da cui venivano quelle merci di alto valore che da qualche tempo non viaggiavano più come prima lungo il Volga, ma andavano via terra o via Baltico verso i mercati d&#8217;Occidente, fra cui le preziosissime pellicce di zibellino e l&#8217;argento degli Urali! Ora, siccome Mosca aveva bisogno di questi traffici e di queste merci che riusciva a cedere a buon prezzo ai Genovesi e ai Veneziani, come avrebbe fatto ora che aveva rinunciato così facilmente a ritirarsi dalla tenzone da essa stessa voluta?</p>
<p style="text-align: justify;">La chiave di lettura di questa nostra storia, ma il nostro lettore l&#8217;avrà già capito per quante volte l&#8217;abbiamo ripetuto, è essenzialmente economica. La Rus&#8217; di Kiev era una <em>cleptocrazia</em> (secondo la definizione di Jared Diamond) e, più che sul tributo che si sarebbe potuto ricavare dai contadini sudditi, fondava la sua ricchezza sui traffici che attraversavano il suo territorio in cui le merci rappresentavano per la stragrande maggioranza quel prelievo obbligatorio che interi villaggi o regioni erano tenuti a cedere forzosamente all&#8217;<em>élite </em>al potere. Le merci provenivano dalla foresta che ancora copriva con un fittissimo manto verde l&#8217;intera Pianura Russa e questa, come tale, rappresentava un&#8217;immensa risorsa la cui consistenza non era neppur ben nota agli stessi principi degli <em>udel</em> dei quali essa faceva parte. Le città adagiate lungo le rive dei fiumi o dei laghi percepivano i balzelli (di solito sotto forma di una parte di quelle merci che passavano loro davanti) e i loro principi Rjurikidi non si limitavano solo ad offrire una minima assistenza logistica o militare ai mercanti, ma commerciavano essi stessi! Niente di molto diverso dal resto d&#8217;Europa, a parte qui la quasi assenza di denaro sonante&#8230; Orbene, siccome Novgorod-la-Grande racchiudeva la parte di territorio più ricca, di qui partiva la maggioranza degli articoli in parte rilavorati negli opifici della città (nelle cosiddette <em>usad&#8217;by</em> bojare oppure nei laboratori privati), mentre il resto delle Terre Russe proseguiva a produrre con fatica le derrate alimentari per il sostentamento sia dei contadini sia delle classi dominanti.</p>
<p style="text-align: justify;">Naturalmente se da un lato la &#8220;miniera&#8221; foresta andava mantenuta in ordine e curata (ricordiamo che le merci più preziose come pure l&#8217;argento dai lontani Urali era compreso nei prodotti &#8220;foresticoli&#8221; di Novgorod), dall&#8217;altra rimaneva un&#8217;efficace difesa militare perché impenetrabile a chi non la conoscesse e giocando in tutt&#8217;e due i casi un ruolo importante nella storia di queste terre! E questa era una delle ragioni del rallentamento della penetrazione dei Cavalieri nelle Terre Russe del nord in quegli anni!</p>
<p style="text-align: justify;">Se le spinte della Crociata Teutonica (e Livonica) nelle Terre Russe erano ormai in declino, la potenza papale era in pieno sviluppo ideologico e stava ormai assurgendo ad impero teocratico universale, con proprie politiche imposte senza mezzi termini ai nuovi potenti, re e imperatori, che essa stessa creava. Naturalmente da qualche secolo aveva allungato un occhio ben attento sulle Terre Russe. Addirittura una parte della foresta nordica era già passata in mano cristiano-romana (dei Polacchi), ma, siccome la Polonia era ancora uno stato frammentato e disturbato dalle liti dei magnati locali e non ancora dominato da un unico signore, la produzione polacca di articoli di lusso tratti dalle foreste non aveva avuto grande sviluppo. Sarà il principe lituano Jogaila a proclamare, ma solo in seguito, la foresta polacca (oggi è quella parte condivisa con la Bielorussia, attraversata dal Bug prima che questo fiume si versi nella Vistola) &#8220;sua esclusiva proprietà privata &#8221; per sfruttarla meglio, come vedremo&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">I Cavalieri Crociati, con base nell&#8217;odierna Lituania Lettonia e Estonia, la cui presenza era stata dapprima invocata dal duca polacco Corrado di Masovia e autorizzata da Federico II, dopo la morte di questo Imperatore, erano ora direttamente gestiti dal Papa e dai suoi vescovi e nel XIV sec. erano diventati in qualche modo quasi inutili. I pagani del Baltico (i Lituani, dacché i Prussiani erano stati già decimati con le armi ed i Lettoni dovevano ancora formarsi come nazione a sé) infatti erano stati convertiti. Forse occorreva mutare l&#8217;obiettivo primario e volgersi sugli scismatici/eretici russi. I Cavalieri però avevano adocchiato un nuovo traguardo: Costruire un sistema economico stabile capace di garantire le forniture di materie prime e di prodotti di lusso sulla direttiva nord-sud ora che le vie dal Medio Oriente erano passate definitivamente in mani musulmane dopo il fiasco delle Crociate in Terra Santa. E, guarda caso, non era forse lo stesso traguardo dell&#8217;Hansa? E l&#8217;Imperatore del Sacro Romano Impero, Carlo IV di Boemia, non aveva forse benedetto Lubecca per questo lavoro congiunto coi Cavalieri? Insomma le due organizzazioni collaboravano sempre più strettamente e l&#8217;Ordine Teutonico stava acquistando il ruolo di protettore di tutte le attività del Baltico in nome di Cristo e del Papa di Roma e, di abbandonare il Baltico, non se ne parlava.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;ascesa della Lituania e la crescita della dinastia fondata da Ghedimino, primo grande signore lituano, come casata indipendente dai Rjurikidi erano proprio il frutto delle sollecitazioni della politica missionaria dei Cavalieri Teutonici e Livonici e dei consulenti papali (francescani e domenicani) mandati fra i principi locali. Lo scopo ultimo era infatti di sbriciolare il potere (che sembrava solido e monolitico, senza esserlo) dei Rjurikidi nelle Terre Russe e così i lituani, neofiti della politica papale e credendo in un&#8217;alleanza automatica coi Cavalieri per l&#8217;accrescimento del loro stato attraverso il semplice battesimo, s&#8217;erano invece trovati invasi da ferventi monaci (polacchi di solito) che facevano missionariato e interferivano nelle faccende politiche in nome del Cristo &#8220;cattolico&#8221;. Ciò diventava un ostacolo nel mantenere gli obblighi di parentela, legame importantissimo fra i principi delle Terre Russe, e i buoni rapporti di consenso con quei sudditi che erano da sempre in stragrande maggioranza fedeli all&#8217;ortodossia.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/e-tramontato-un-sole-sulla-terra-russa/1043" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-5305" style="margin: 10px;" title="tramontato-sole" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/tramontato-sole.jpeg" alt="" width="200" height="281" /></a>In tal modo, sebbene i lituani avessero tutte le carte in regola per essere la potenza dominante nelle Terre Russe in sostituzione della vecchia Rus&#8217; di Kiev, a quanto sembra continuavano ad incappare in vari malintesi con la Chiesa Cattolica Romana e con la Chiesa Ortodossa Russa per le decisioni politiche che li coinvolgevano a volte insostenibili per la loro ambiguità religiosa. Non dimentichiamo il vecchio principio che il Cristianesimo occidentale stava introducendo anche qui nelle nazioni nuove: <em>Cuius regio, eius religio</em> e quindi chi sta sotto quel signore, deve accettare anche la sua <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religione</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Per queste ragioni ad un bel momento Jogaila e Vytàutas dovettero scegliere in nome di quale Cristo governare i propri sudditi e così l&#8217;uno, Jogaila, si legò al Papa di Roma e l&#8217;altro, Vytàutas, si spostò verso Costantinopoli. L&#8217;unico neo in questa scelta era che da Roma ci si poteva aspettare un aiuto militare ed economico, mentre da Costantinopoli&#8230; Ci furono scontri fra i due sopradetti, ma poi, con l&#8217;accordo di Krevo di cui abbiamo già detto, le Terre Russe erano state inglobate nel Gran Ducato di Lituania che risultava unito al Regno di Polonia attraverso il loro legame di sangue e, sebbene si stabilisse che la massima autorità sarebbe rimasto Jogaila nell&#8217;altisonante veste di Re di Polonia (aveva sposato a questo scopo l&#8217;erede al trono polacco Jadviga e disdetto l&#8217;accordo fatto tanti anni prima di sposare invece una sorella di Basilio), Vytàutas, vita natural durante, rimaneva Granduca di Lituania e delle Terre Russe.</p>
<p style="text-align: justify;">A questo punto visto che tutto dipendeva dall&#8217;avere i mezzi economici per condurre politiche realistiche e conseguire i traguardi fissati Vytàutas in questi anni tenta, giocando astutamente fra Cavalieri e Principi Russi e Jogaila (e suo genero!), di deviare o attirare i traffici di Novgorod verso il sud ucraino. L&#8217;ostacolo maggiore all&#8217;espansione economica fu proprio il potentissimo arcivescovo novgorodese ossia la seconda personalità ortodossa della Chiesa Russa che si opponeva in qualsiasi modo all&#8217;ingerenza lituana (ma anche di qualsiasi altra potenza vicina) nei propri affari! Una &#8220;repubblica&#8221; come Novgorod restava un&#8217;anomalia, a dir poco, fuori da qualsiasi regola di quel tempo! Per mettere in difficoltà la &#8220;repubblica&#8221; occorreva poi saltare l&#8217;Hansa germanica e ricattare i Cavalieri e, allo stesso tempo collaborare con le repubbliche marinare italiane che sembrano avere ottimi sbocchi economici quanto la stessa Hansa, guardando come operano da qualche tempo con Mosca che ha concesso loro un mercato riservato nella cittadina dell&#8217;estremo nord, Ust-jug.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli itinerari commerciali che portano alle coste del Mar Nero implicano tuttavia le trattative con i nomadi che si trovano nelle steppe ucraine!</p>
<p style="text-align: justify;">Per tutte queste ragioni Vytàutas si reca a Königsberg perché, dopo le solite liti con Jogaila, caduto in una delle sue solite depressioni era andato a consultarsi col Gran Maestro dell&#8217;Ordine Teutonico, Corrado von Jüngingen. Costui lo ospitava volentieri (Vytàutas opportunamente si era fatto battezzare nella fede cattolica) perché lo considerava una pedina molto importante nella campagna di dominio sulla Polonia e sulla costa baltica (i due ordini, Teutonico e Livonico, erano divisi territorialmente da un tratto di costa baltica in mano a Vytàutas) e dunque contro Jogaila-Jagellone che reclamava la restituzione di tutto il territorio concesso da Federico II, visto che la missione originaria era ormai esaurita e che la Lituania era ormai cristiana e cattolica. Facciamo allora qualche passo indietro&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">Vytàutas sta tessendo da tempo una trama molto complicata e, siccome gli interessi dell&#8217;Orda di Sarai sono pari ai suoi nelle steppe meridionali, nel 1391 non troppo inaspettatamente, ma sicuramente non con grande sorpresa, aveva lasciato senza intervenire che i Tatari di Toqtamysc&#8217; movessero verso il nord del Volga in missione militare&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">Il <em>khan</em> ha mandato un suo figlio, di nome  Bektut, per una spedizione punitiva non contro Mosca stavolta, ma contro la Repubblica di Vjatka. I pirati-mercanti di questa organizzazione novgorodese lungo il fiume invece di pagare i balzelli dovuti, disturbano il traffico nel punto daziario della giovane città di Kazan&#8217;. Bektut riesce a conquistare qualche città in Vjatka e fa anche parecchi prigionieri, naturalmente avviati in Oriente per essere venduti schiavi, ma è però penetrato troppo a nord ed ha messo in allarme non solo Novgorod, ma  persino Mosca che ha i suoi interessi in Ust-jug.</p>
<p style="text-align: justify;">Per primi sono i novgorodesi a reagire, appena venuti a conoscenza dai fuggiaschi di Vjatka della presenza tatara e, quando i profughi richiesero a gran voce una rappresaglia esemplare contro gli infedeli di base a Kazan&#8217;, avevano immediatamente risposto all&#8217;appello mandando una flottiglia armata sul fiume. Erano scesi fino a Kazan&#8217;, dove avevano compiuto devastazioni e rapinato tutti i mercanti lì presenti, senza far distinzioni. L&#8217;impresa in sé non era così clamorosa se non fosse stato per un &#8220;piccolo&#8221; particolare: Si trovavano in zone dove i bojari moscoviti consideravano tali manovre &#8220;illecite&#8221; da parte dei novgorodesi. Ed infatti, per impedirne di ulteriori, i bojari convinsero Basilio, non appena si fosse recato dall&#8217;Orda per avere il <em>jarlyk</em>, di fare le proprie rimostranze e lamentarsi che nella Bassa niente doveva accadere senza avvertire prima Mosca. Questi furono dunque gli altri argomenti discussi durante la già detta visita del 1392.</p>
<p style="text-align: justify;">Vytàutas lasciò fare quella volta perché geograficamente era un problema al di fuori della sua portata e attese gli eventi. Tuttavia sapeva benissimo che l&#8217;Orda era sull&#8217;orlo del tracollo e bastava attendere che si sfasciasse completamente, per avere mano libera fino alla foce del Volga e persino sulla regione dell&#8217;Orda di Nogai, ridotta a poche città in Crimea da quando il <em>khan</em> Mamai, l&#8217;unico capace di opporglisi con le armi, era scomparso dalla scena del mondo nel 1380.</p>
<p style="text-align: justify;">Intanto a Sarai si susseguono sommosse e sconvolgimenti tanto che Toqtamysc&#8217; è costretto a fuggire e a lasciare il suo posto a Temir Kutlug che diventa così il nuovo <em>khan</em> nella capitale dell&#8217;Orda d&#8217;Oro. L&#8217;ex <em>khan</em> si rifugia presso Vytàutas che lo sta ad ascoltare attentamente e che gli fa grandi promesse di aiuto. Il Tataro a questo punto è praticamente nelle mani del suo ospite che con una tale buona carta da giocare stila con lui un accordo clamoroso riportato nelle Cronache con parole lapidarie: &#8220;<em>Io, Vytàutas, ti rimetterò sul trono di Sarai e tu, Toqtamysc&#8217;, mi metterai su quello di Mosca quale Gran Principe della Bassa e di tutte le Terre Russe</em> (inclusa Novgorod)!&#8221; Non ci sono commenti da fare su questo accordo, salvo uno: Non è sicuro che l&#8217;accordo fosse stato stipulato in quei termini proprio perché era segreto e il testo tramandato potrebbe essere solo una diceria sparsa per screditare i due alleati di fronte agli epigoni di Basilio e giustificare le loro azioni successive contro i lituani in generale e contro Sarai in particolare.</p>
<p style="text-align: justify;">Mosca nel frattempo (e in questa misura la seguono volentieri tutti gli <em>udel</em> della Bassa) capeggia una cordata ribelle che non paga più alcun tributo ad un <em>khan</em> considerato illegittimo, come Temir Kutlug. Che  si accontenti dei doni spontanei che gli fanno i mercanti per continuare a vivere! Neppure in questo caso si può dire che questa &#8220;ribellione&#8221; non rispondesse ad accordi previi con la Lituania (per favorire  Toqtamysc&#8217;), ma ad ogni buon conto Basilio si vede investito di un&#8217;autorità che nessuno gli ha mai ufficialmente concesso. Ed allora come l&#8217;userà, se la userà in futuro?</p>
<p style="text-align: justify;">Da parte sua Vytàutas al contrario si dichiara pronto a scendere in campagna contro l&#8217;Orda di Sarai per togliere di mezzo l&#8217;usurpatore Temir Kutlug e ripristinare Toqtamysc&#8217;. E&#8217; una dichiarazione di guerra! Il vecchio Jedighei, ex consigliere di Toqtamysc&#8217;, è messo immediatamente in moto e si presenta puntuale all&#8217;appuntamento per scontrarsi coi lituani. Naturalmente è stato richiesto l&#8217;aiuto di Mosca oltre che da Vytàutas, probabilmente anche dal <em>khan</em>, ma Basilio ha poco da offrire sia all&#8217;uno che all&#8217;altro. A Vytàutas però assicura che, mentre il suocero si muove dal lato sud delle steppe ucraine, i moscoviti disturberanno Sarai dal lato del Volga. Senza troppa animosità e con grande ambiguità, sperando che Temir Kutlug interpreti le sue azioni come pure spedizioni punitive contro i ribelli rivieraschi del Volga e, se Dio vuole Toqtamysc&#8217; di nuovo sul trono, che questi sia riconoscente a Basilio.</p>
<p style="text-align: justify;">Sofia e i bimbi comunque sono mandati a Smolensk sotto la protezione lituana&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">Vytàutas chiamati a raduno polacchi e moscoviti (un contingente a capo del quale c&#8217;era il vecchio condottiero di <em>Kulikovo Polje</em> Demetrio Bobrok) con l&#8217;armata va allo scontro sul fiume Vorskla dove si stanno già radunando i Tatari.</p>
<p style="text-align: justify;">Jedighei dall&#8217;altra riva, non appena lo vede arrivare, chiede di interrompere questa guerra. Basterà che gli venga riconsegnato Toqtamysc&#8217; e se ne andrà. La risposta è un rifiuto poiché Vytàutas è sicuro della vittoria! Ha con lui persino i Teutonici che gli hanno mandato un drappello di esperti cavalieri armati. Per il momento malgrado tutto l&#8217;urto non ha luogo perché s&#8217;intavolano trattative su trattative.</p>
<p style="text-align: justify;">Le notizie su queste lunghe conversazioni fra Jedighei e Vytàutas riportate dalle Cronache sono abbastanza curiose! Sembra che il tataro tentasse di convincere il Lituano a ritirarsi in ragione del fatto che è alla fine della sua vita (e invece morirà molto vecchio nel 1430) e quindi non val la pena morire in una battaglia come questa. Sarebbe consigliabile accordarsi, pagare un tributo, restituire Toqtamysc&#8217; e finirla lì. Niente da fare! Il 12 agosto 1399  lo scontro c&#8217;è. I Lituani si sono presentati con le nuove armi che circolano ormai in Europa da qualche tempo: I cannoni! Ma questo non basterà perché Jedighei è un vecchio esperto e sa che questi arnesi spaventevoli e rumorosi alla fine sono difficili da manovrare e da guadare mentre i suoi arcieri a cavallo sono mobilissimi e attaccano da tutti i lati. In poche parole alla fine Jedighei sbaraglia i Lituani e i loro alleati! Molti <em>knjaz </em>caddero quella volta, dice la Cronaca, e il Tataro inseguì il nemico sconfitto fin sotto Kiev. Chiese ed ottenne un indennizzo per fermarsi a quel punto e dopo aver saccheggiato i dintorni se ne tornò a casa, sebbene senza Toqtamysc&#8217;.</p>
<p style="text-align: justify;">Jogaila, appena saputo dell&#8217;insuccesso del cugino, pensò bene, come Re di Polonia e futuro signore delle Terre Russe, di cessare ogni atteggiamento ostile contro Novgorod, facendo pervenire alla città tramite suo fratello Lugven, ospite di Mosca da un bel po&#8217; di tempo, il seguente proclama, che sarebbe stato lettoprima di insediarsi quale <em>namestnik</em>, questo occorre sottolinearlo, di Jogaila: &#8220;<em>Siccome Sua Maestà Ladislao, Re di Polonia, signore della Lituania e delle Terre  Russe e di altri domini, ci ha posto quale protettore sugli uomini e sui nobili di questa città, monsignor Grande Novgorod, così noi al re e alla regina Jadviga, promettemmo e promettiamo, finché saremo i protettori di questa città, di rimanere amici della corona polacca e di non allontanarci mai da essa</em>!&#8221;</p>
<p style="text-align: justify;">A questa mossa illegittima Vytàutas sicuramente scivolò in un&#8217;ennesima profonda crisi (le Cronache ci dicono che era fatto così). Alla fine non si sentiva affatto vinto dall&#8217;Orda d&#8217;Oro. Che fare? Novgorod è forse persa? Deve ribellarsi a suo cugino? O fare intervenire Mosca? E come?</p>
<p style="text-align: justify;">Persino Basilio, provocatoriamente secondo noi, fa sposare suo fratello Giorgio con la figlia dello spodestato principe di Smolensk. Mettersi contro suo suocero che ritorna perdente dalla battaglia sulla Vorskla, son forse queste le sue intenzioni? Glielo ha consigliato Jogaila? La città di Smolensk infatti è e rimane in mano lituana, ma ora a quale dei due cugini risponderà? Insomma troppe pedine sono state mosse e la situazione è davvero di stallo&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1400 muore il vecchio Oleg di Rjazan&#8217; suocero del padre di Basilio e dunque suo zio materno. Era stato un eterno ribelle in un certo senso. Sempre pronto a battersi per la propria indipendenza oppure a piegarsi al compromesso, ma comunque riservandosi la riscossa. Il figlio Teodoro che gli succede è ormai già legato mani e piedi a Basilio e perciò da adesso in poi Rjazan&#8217; diventa parte integrante del feudo di Mosca.</p>
<p style="text-align: justify;">Un altro potenziale avversario di Mosca era morto già l&#8217;anno prima: il rivale di Demetrio (e dunque anche di Basilio) Michele di Tver&#8217;! A quanto pare questa città è ormai rassegnata ad un suo ruolo inferiore nella Bassa e sta per entrare sotto l&#8217;ala moscovita. Anzi! Qualche anno prima Michele, su pressione dei  parenti Lituani, aveva sottoscritto un accordo con Basilio in cui si dichiarava che non avrebbe mai più accettato il <em>jarlyk</em> di Gran Principe di Vladimir anche se concesso dall&#8217;Orda spontaneamente, ma in cambio avrebbe preteso aiuti da Mosca nel caso di scontri con i Cavalieri Portaspada (cosa abbastanza improbabile).</p>
<p style="text-align: justify;">Michele non era mai stato così battagliero come un suo antenato omonimo né come suo nipote omonimo che incontreremo più avanti. Lo abbiamo visto a Sarai una sola volta cercare di sottrarre il <em>jarlyk</em> a Demetrio, ma poi aveva rinunciato e si era messo da parte abbastanza pacificamente e aveva accettato le condizioni volute da Mosca. Manteneva contatti diretti col Patriarcato costantinopolitano e quando era stato chiesto aiuto contro i Turchi che minacciavano la capitale sul Bosforo aveva mandato soldi e doni di gran valore insieme con Mosca. Da uomo pio quando la tempesta turca sembrava essere passata, si racconta che in cambio dei doni inviati aveva richiesto un&#8217;icona santa tutta per sé. Era ormai giunto a tarda età quando fu assalito dal male che lo avrebbe portato alla tomba (la peste!). Deciso di andare in convento per le sue ultime ore con Dio, dettò le sue ultime volontà: l&#8217;<em>udel</em> fu diviso fra i suoi tre figli e il nipote (il quarto figlio era già deceduto) avvisando ciascuno delle condizioni sottoscritte con Basilio. E proprio in quei giorni aveva ricevuto il segno della gratitudine patriarcale e cioè l&#8217;icona miracolosa del Giorno del Giudizio richiesta portata dal prete Daniele passato da Costantinopoli nel suo ritorno dal pellegrinaggio in Terra Santa! Michele sembrò riaversi e ordinò di portargli immediatamente l&#8217;immagine per poterla baciare e perciò guarire. Si alzò dal letto per andare di persona incontro a Daniele, si salutò con tutti i suoi e si avviò alla chiesa dove il prete l&#8217;aspettava. Mentre camminava però sentì che gli mancavano le forze e, fattosi accompagnare in Convento, si fece monaco e morì qualche giorno dopo, senza neppure il conforto dell&#8217;icona. Per inciso, aggiungiamo che il prete Daniele rimase famoso nella storia russa non tanto per questo episodio, quanto invece per aver lasciato una specie di guida per il pellegrino russo che va in Terra Santa.</p>
<p style="text-align: justify;">Tuttavia la rivalità con Tver&#8217; non era per niente finita. Infatti il figlio di Michele, Giovanni, aveva tutt&#8217;altri piani e non riconobbe l&#8217;accordo fatto da suo padre. Da anni si trovava in dissidenza presso l&#8217;Orda di Sarai e a questo punto non gli restava che richiedere il <em>jarlyk&#8230;. </em>sebbene non di Gran Principe di Vladimir, ma almeno per il suo <em>udel</em>, formalmente rispettando il patto paterno, per garantirsi l&#8217;indipendenza da Mosca. Basilio non reclamò e accettò suo malgrado lo <em>status quo</em> contando su quella città comunque per l&#8217;aiuto futuro nel caso di azioni militari contro Novgorod-la-Grande.</p>
<p style="text-align: justify;">A nostro avviso tutte queste mosse, sia moscovite che lituane, erano una specie di piano d&#8217;assedio intorno a Novgorod-la-Grande, sempre alla stregua di quanto abbiamo detto al principio del capitolo, più che contro i piani moscoviti&#8230; Nel 1401 c&#8217;è ancora una nuova mossa: Convocato (con la complicità di Cipriano, naturalmente) l&#8217;Arcivescovo novgorodese a Mosca, il prelato viene imprigionato nel Convento dei Miracoli all&#8217;interno della cinta del Cremlino e trattenuto per&#8230; ben tre anni! Fu un vero scandalo, ma procurò poi dei vantaggi? E come mai Cipriano aveva avallato una tale mossa eccessiva e pericolosa?</p>
<p style="text-align: justify;">Facciamo un passo indietro.</p>
<p style="text-align: justify;">Se ben ricordiamo Cipriano aveva lasciato Novgorod con un anatema sulla città che non aveva mai ritirato, ponendo così in imbarazzo la stessa autorità arcivescovile. E Novgorod aveva tentato tutto affinché la grave misura ecclesiastica fosse revocata al più presto! Era stata mandata allora una delegazione perché intercedesse presso S. S. Antonio a Costantinopoli, saltando Cipriano (e cioè Mosca). Naturalmente si usarono in quell&#8217;occasione tutti i ricatti possibili: dall&#8217;arma delle grandi donazioni a quella della minaccia d&#8217;abiura, ossia di passare al Papa di Roma. Il Patriarca, già informato da Cipriano, consigliò insistentemente ai bojari novgorodesi di trattare direttamente col Metropolita <em>e magari anche con il principe di Mosca</em>! Insomma per farla breve con la loro solita praticità i novgorodesi decisero di chinare la testa. Si accettò di abrogare la legge &#8220;autonomistica&#8221; e dopo aver pagato ben 350 rubli al Metropolita. La storia però non aveva trovato ancora una conclusione perché tre anni dopo Cipriano, come era di regola nel passato, si era recato senza essere invitato a Novgorod per il mese giudiziario, secondo una vecchia usanza non più in vigore. Né venne da solo, ma addirittura con un inviato di Costantinopoli con la scusa di far visitare questa importante arcidiocesi e affinché constatasse <em>de visu</em> lo stato dei fatti&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">Grande accoglienza, imposizione delle mani sull&#8217;Arcivescovo Giovanni, ma niente giudizi o sentenze da emettere e dunque niente prebende da incassare. Che fare? Cipriano, a causa della presenza dell&#8217;inviato greco, decise di soprassedere da misure estreme e benedisse con gran solennità la città, prima di essere accompagnato lungo il fiume sulla via del ritorno insieme al suo ospite.  L&#8217;anatema finalmente era stato ufficialmente tolto&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">Al ritorno a Mosca però Cipriano si lamentò con forza e Basilio promise al &#8220;suo&#8221; Metropolita che i novgorodesi l&#8217;avrebbero pagata cara e, dopo aver ponderato bene la situazione, con il consenso di Vytàutas e sfruttando la scusa che la ricca città del nord continuava a mantenere i suoi traffici con le città anseatiche del Baltico infischiandosene dell&#8217;ostilità dei tedeschi verso la Lituania e verso Mosca e la &#8220;sua&#8221; santa Chiesa, mandò i suoi plenipotenziari (insieme a quelli di Vytàutas beninteso!) a Novgorod, per esigere la rottura immediata degli accordi coi tedeschi &#8220;eretici&#8221; dell&#8217;Hansa.</p>
<p style="text-align: justify;">Era una richiesta assurda e inaccettabile per i novgorodesi benché comprensibile se fatta da parte di Basilio e la risposta più logica non poté essere che la seguente: &#8220;<em>Principe Basilio! Noi facciamo accordi con chi vogliamo e con chi ci conviene e quindi siamo in pace con voi, con Vytàutas ed anche con i tedeschi</em>!&#8221;</p>
<p style="text-align: justify;">In definitiva quelle richieste erano delle provocazioni fatte apposta ed infatti, non appena i bojari se ne tornarono a casa con la risposta negativa, l&#8217;armata moscovita, già pronta, si mosse per occupare con l&#8217;aiuto di Vladimiro di Serpuhov Volok Lamskii, Mercato Nuovo e Vòlogda. Da Mosca viene annunciato a chiare lettere che ogni accordo precedente non è più in vigore. Volok Lamskii viene addirittura ceduta a Svitrigaila, altro fratello di Jogaila, per ben 10 anni, sebbene&#8230; sotto la supervisione di Vladimiro di Serpuhov.</p>
<p style="text-align: justify;">Che fare? Anche i novgorodesi rispondono con un analogo proclama di abolizione degli accordi, ma dopo qualche tempo (anche per la conseguenze economiche che ne seguirono), chiesero di negoziare nuovi patti. Anzi! Colsero ingenuamente l&#8217;occasione della chiamata del loro Monsignore a Mosca da parte del Metropolita (anche questa era una scusa di Basilio concordata con Cipriano) per affiancarlo con una delegazione bojara di tutto rispetto e con&#8230; tanti doni.</p>
<p style="text-align: justify;">Monsignore, apparentemente chiamato per questioni ecclesiastiche, incontrò Basilio e lo benedisse, dicendo: &#8220;<em>Sire, Gran Principe! Ti benedico e ti prego di accogliere benevolmente le richieste del mio gregge novgorodese</em>!&#8221; Le richieste erano abbastanza semplici: Che si rilasciassero e si restituissero tutte le città occupate da Mosca. Purtroppo neppure Monsignore riuscì a smuovere Basilio e così, passato l&#8217;inverno, i bojari novgorodesi attesero invano che l&#8217;Arcivescovo Giovanni tornasse a Santa Sofia. Finalmente Monsignor Giovanni tornò e tenne una riunione con i bojari che espressero le loro preoccupazioni e i loro dubbi.</p>
<p style="text-align: justify;">La missione con gli armigeri novgorodesi lungo la strada incontra un tale che racconta come il principe Teodoro di Rostov, agli ordini di Basilio, è stato mandato a governare nella regione di Vjatka arrogandosi tutti i diritti che una volta appartenevano esclusivamente alla città e ai suoi funzionari&#8230; perché soltanto Basilio è autorizzato dal <em>jarlyk</em>.  A questo punto, non c&#8217;è più scelta! Se Basilio agisce in questo modo, occorre che i novgorodesi agiscano in modo simile e così, mentre Monsignore se ne torna a casa, i bojari e gli armigeri oltrepassano il confine con Lago Bianco e assalgono questa città, la conquistano, la saccheggiano e poi la danno alle fiamme.</p>
<p style="text-align: justify;">Continuarono queste azioni militari fino a Ust-jug che fu devastata e i mercanti stranieri (genovesi per lo più) maltrattati indicibilmente. Da tempo la cittadina era diventata una concorrente fastidiosa di Novgorod (e di Vjatka) per la presenza dei mercanti italiani e il fatto che fosse sotto il controllo di Mosca, aggravava oltremodo il fastidio dei novgorodesi sugli affari delle preziosissime pellicce pregiate.</p>
<p style="text-align: justify;">Non si fermarono però qui. Proseguendo verso sud (avevano armato bel 250 barche) giunsero alfine dove si trovava Teodoro di Rostov. Costui fu spogliato di ogni cosa e offeso in tutti i modi. Sommamente felici del successo i nostri bojari ritornano a Novgorod con un grande bottino e portando con sé alcuni notabili fatti prigionieri con l&#8217;accusa di alto tradimento. Intanto i novgorodesi avevano già mandato a Mosca una nuova ambasciata formata dall&#8217;Arciprete di Santa Sofia (l&#8217;Arcivescovo evitò, non andando, l&#8217;umiliazione di prostrarsi ancora davanti al Principe), dal <em>tysiazkii</em>, dal <em>posadnik</em> e da due esponenti cosiddetti <em>autosufficienti</em> per concludere le liti in pendenza. Le ragioni della rappresaglia condotta da Novgorod erano abbastanza semplici: La città si era ripresi dei territori che erano da sempre stati di sua proprietà.</p>
<p style="text-align: justify;">Insomma i rapporti fra Mosca e Novgorod erano sempre più tesi e sempre più aspri. Lo stesso Vytàutas con grande opportunismo non teneva né per una né per l&#8217;altra parte ed anzi lasciava che i due avversari si sfibrassero a vicenda tanto che (fra i vari dispetti vicendevoli) accadeva spesso e volentieri che qualsiasi fuggitivo da Mosca o dai territori sotto influenza moscovita fosse sempre benaccolto nella città novgorodese o presso i Lituani. Già questo la dice molto lunga sui rancori che si andavano accumulando.</p>
<p style="text-align: justify;">D&#8217;altronde quali diritti poteva vantare Mosca su Novgorod-la-Grande? Nessuno concretamente, sebbene Basilio (sempre sotto l&#8217;egida di Cipriano e il tacito consenso di Vytàutas) scegliesse di rifarsi alle antiche tradizioni che stavano scritte nelle Cronache dei Monasteri in cui la repubblica dipendeva da Kiev e tutto il resto.</p>
<p style="text-align: justify;">E&#8217; il 1406! Cipriano muore lasciando la sua grande eredità spirituale (per la verità dobbiamo dire che rimase nascosta nei suoi scritti per lungo tempo) alla dinastia moscovita e a tutti i Grandi Russi, quella di ricostruire l&#8217;Impero Romano Cristiano universale&#8230; <em>da Terza Roma</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">E&#8217; l&#8217;occasione buona per Vytàutas per raccogliere sotto la sua ala quest&#8217;alta carica ecclesiastica, sottraendola all&#8217;influenza di Mosca. Fa sapere al Patriarca che avrebbe preferito che fosse nominato quale successore un monaco greco che viveva già in Lituania, monsignor Teodosio Arcivescovo di Polozk, e mandò quest&#8217;ultimo di corsa a Costantinopoli. Basilio come al solito non sapeva che fare e si limitò ad inoltrare la sua preghiera al patriarca di dare l&#8217;incarico alla vecchia maniera e basta. Il Patriarca intanto aveva scelto un altro monaco a nome Fozio e costui era già a Costantinopoli per l&#8217;imposizione delle mani. Vedendo cadere il suo candidato, Vytàutas va su tutte le furie e mette in opera varie manovre per impedire a Fozio di raggiungere la sede moscovita&#8230; Anzi! Appena sa del suo arrivo a Kiev senza mezzi termini gli comunica che Kiev è la santa e vera sua residenza e che quindi si dimentichi di Mosca.</p>
<p style="text-align: justify;">Il povero Fozio dovette ubbidire e rimase. Pensate che s&#8217;insedierà a Mosca solo nel 1409.</p>
<p style="text-align: justify;">Proprio in quell&#8217;anno Jogaila avevano incominciato la sua campagna propagandistica contro i Cavalieri Teutonici che occupavano il territorio polacco quando ormai di pagani non ce n&#8217;erano più. Non trova però l&#8217;appoggio presso suo cugino. Anzi! E&#8217; ancora occupato con Novgorod e il nord e, in particolare, in un accordo con l&#8217;Ordine Livonico del 1398 era chiaramente detto che Vytàutas avrebbe aiutato i Cavalieri a piegare e a conquistare Pskov e i Cavalieri, a loro volta, l&#8217;avrebbero aiutato a conquistare Novgorod in barba ai voleri di Jogaila. Dunque non ha tempo per partecipare alle mosse di Jogaila ed ora che è giunto il momento giusto, nel 1405, con la scusa che Novgorod ha accolto in città Giorgio di Smolensk suo nemico giurato (e genero di Basilio!), dichiara guerra alla città! Entra dapprima nel territorio di Pskov dove si scontra. Devastazioni, prigionieri, incendi: tutta la regione lungo il fiume Velikà viene messa a soqquadro. Contemporaneamente manda una lettera a Novgorod in cui si impone quasi sotto forma di ultimatum di accettare la protezione lituana esclusivamente da lui e mai più da Jogaila e dai suoi luogotenenti, se si vogliono evitare guai maggiori.</p>
<p style="text-align: justify;">Naturalmente Pskov appollaiata su una collina e circondata dai due fiumi Pleskavà e Velikà (in russo <em>il fiume Grande</em>) era una fortezza abbastanza difficile da conquistare, ma l&#8217;intenzione del principe lituano era solo di spaventare e minacciare indirettamente Novgorod-la-Grande. Basilio volle essere anche lui partecipe ed aveva dato il suo nullaosta affinché il figlio di suo fratello Costantino che era in quel momento in ingaggio a Novgorod andasse in apparente aiuto di Pskov e contro Vytàutas. Forse era stanco delle improvvisazioni di suo suocero o osò troppo quando in quei frangenti dichiarò che gli avrebbe fatto guerra &#8220;&#8230;<em>per aver invaso il territorio di Pskov che è demanio del principe di Mosca</em>&#8230;&#8221; e per non averlo avvisato prima. In realtà erano esagerazioni perché di proposito gli aiuti novgorodesi a Pskov arrivarono solo quando Vytàutas si era già ritirato con il bottino e tanti prigionieri!</p>
<p style="text-align: justify;">Per di più, quando Pskov cercò di convincere i novgorodesi ad unirsi a loro per assediare Polozk, la risposta suggerita da Basilio fu in questi termini: &#8220;<em>Monsignore non ci ha benedetto per questa impresa in Lituania e Novgorod non ci ha detto di andare con voi contro i tedeschi</em>.&#8221; Che fare? I cittadini di Pskov rimandarono indispettiti a casa i novgorodesi e si diressero da soli verso i territori lituani.</p>
<p style="text-align: justify;">Non ottennero però grandi risultati e solo l&#8217;anno dopo, stavolta col consenso di Mosca, assedieranno Polozk, ma senza riuscire ad espugnare la città benché l&#8217;assedio durasse ben tre giorni! Come d&#8217;abitudine si devastarono e si saccheggiarono i dintorni e si ritornò a casa soddisfatti, almeno di essersi parzialmente vendicati e del bottino che ripagava le spese sostenute&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">Quella vendetta di Pskov provocò naturalmente la contromisura di Vytàutas nella regione di Polozk e di Vitebsk, tanto odiosa quanto inutile: La persecuzione religiosa dei novgorodesi e dei cittadini di Pskov che risiedevano in territorio lituano! Questi erano facilmente riconoscibili dal loro dialetto e dal loro vestire. E&#8217; logico che ci fu un conseguente fuggi-fuggi verso nordest della gente perseguitata e gran parte di questa fu persino accolta da Mosca e alloggiata nei dintorni.</p>
<p style="text-align: justify;">Alla fine Basilio, come è evidente, aveva appoggiato tutta l&#8217;azione di Vytàutas sebbene avesse fatto mostra coi suoi armigeri di volersi scontrare con lui. E sul fiume Vjazma genero e suocero s&#8217;incontrano e si  dividono lo scacchiere e ora Basilio da una parte e Vytàutas dall&#8217;altra cominciano a devastare tutta la zona per mettere in ginocchio per prima Novgorod-la-Grande, la più lontana, ma poi anche  Pskov, la più vicina, giudicate ree di tenere rapporti amichevoli&#8230; coi Cavalieri Livonici! E gli accordi con questi ultimi? In fumo&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">Aggiungiamo che queste azioni concordate di suocero e genero mettevano sempre in allarme Sarai la quale attraverso propri segreti canali cercava di mettere zizzania fra i due parenti ora sfidando l&#8217;uno ora attaccando l&#8217;altro. In una di queste &#8220;liti&#8221; nel 1408 Vytàutas e di Basilio si incontrano sulle rive opposte, stavolta del fiume Ugrà. Qui le trattative andranno per le lunghe per i troppi festini, ma si concluderanno con la pace, e, cosa molto importante, si definisce il fiume Ugrà quale confine fra i due campi di influenza. Dalla riva sinistra è Lituania e dalla riva destra è Mosca. E così si chiude il ciclo di ostilità fra suocero e genero in barba alle manovre di Sarai&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">Nubi nere si levano all&#8217;orizzonte però! I Tatari non perdonano! La notizia pervenuta a Mosca è che si organizzano per scendere in campagna militare. Contro chi? Probabilmente sia contro Basilio sia contro Vytàutas poiché il vecchio Jedighei considera illegittimo ogni accordo fra suocero e genero. Si è fatta anche l&#8217;ipotesi che i Cavalieri Livonici avessero messo il loro zampino in questi preparativi, ma non si può affermarlo con sicurezza dai documenti&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">In breve un bel giorno del novembre del 1408 sotto il Cremlino moscovita si presentano i Tatari e Basilio ha appena il tempo di asserragliarsi in difesa, mentre tutta la città bassa (il <em>Posàd</em>) è data alle fiamme. Neppure Vladimiro di Serpuhov riesce ad organizzare una resistenza efficace visto che si trova anche lui nel Cremlino. Basilio intanto è già riuscito a lasciare Mosca per rinchiudersi nel nord a Kostromà a tentare di smuovere i fratelli a dargli una mano. In realtà questi, Andrea e Pietro, sono a Mosca insieme a Vladimiro di Serpuhov e non riescono a passare alcun ordine ai loro bojari. Jedighei però non ha intenzione di espugnare la città, ma solo di fare bottino nella regione intorno e quindi non è molto propenso ad un lungo assedio. Anzi! Cerca di riattizzare l&#8217;inimicizia tradizionale con Tver&#8217; e manda i suoi a &#8220;dare ordine&#8221; al principe Giovanni, figlio del defunto Michele, perché accorra sotto le mura Mosca con i cannoni che ha ricevuto dalla Lituania! Giovanni però ha un problema: deve da una parte rispettare il patto con Mosca e dall&#8217;altra obbedire al Tataro, pena la perdita del <em>jarlyk</em> d&#8217;indipendenza! Come fare? La soluzione che troverà sarà quella di tirarla per le lunghe, andare molto piano con i cannoni che pesano e impicciano e non arrivare mai&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">Intanto gli uomini di Jedighei in giro da una città all&#8217;altra vicina requisiscono e saccheggiano. Persino il complesso monasteriale di san Sergio di Radonezh (oggi Sergiiev Posad) viene devastato! Per tre settimane va avanti così, finché Jedighei non viene raggiunto dalla notizia che in sua assenza suo figlio sta per essere rovesciato dal riapparso Toqtamysc&#8217;. A questo punto disposto a ritirarsi proclama che, se gli si paga un certo riscatto, se ne andrà. Si raccolgono 3000 rubli (una somma considerevolissima!) e i Tatari alla fine si ritirano&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">Jedighei lascia una lunga lettera a Basilio tramandataci nei seguenti termini (<em>testo adattato da ACM</em>): &#8220;<em>Ossequi da Jedighei a Basilio! Ecco qui il nostro jarlyk e ti dico che mi ha mandato il nostro khan d&#8217;accordo col suo consiglio di stato. Abbiamo saputo che tu hai in ostaggio i figli di Toqtamysc&#8217; e per riprenderceli siamo venuti da te in forze. Non solo per  questo però perché ci è stato anche detto che i nostri mercanti e i nostri inviati quando vengono a farti visita sono trattati abbastanza male. Ciò non va bene! Nel passato il tuo udel ha sempre mostrato soggezione al khan e ha sempre pagato quanto doveva. Ha sempre trattato con deferenza i nostri messi e nostri mercanti e certamente lo sanno i tuoi anziani come avveniva prima. Ora invece non ascolti neanche loro e fai male! Quando era khan Temir Kutlug non ti sei fatto vedere. E&#8217; diventato khan Sciadi beg </em>(questo era il figlio di Jedighei!)<em> e non hai mandato nessuno dei tuoi a fargli omaggio. Dopo tre anni che Sciadi Beg è stato il tuo khan, ora lo è diventato Bulat Sultan </em>(nipote di Jedighei)<em> e di nuovo nessuno dei tuoi è mai venuti a Sarai per l&#8217;omaggio dovuto. Ma non sei forse tu il Gran Principe? Non è un tuo uomo Teodoro Kosc&#8217;ka? Quello sì, che è un uomo dabbene e ti ha ricordato qui, presso di noi a Sarai! Non sono alla tua corte suo figlio Giovanni, il tuo detentore della cassa principesca e i vecchi consiglieri? E tu perché non li ascolti? E perché vuoi comportarti da canaglia e uccidere servendoti di loro? Non lo fare. I giovani non sanno mai consigliare il giusto! Se vuoi rimanere sul tuo trono allora ascolta gli anziani e pensaci per bene. Mandaci dunque quanto da sempre abbiamo avuto da voi come ai tempi del khan Giani Beg e vedrai che non avrai guai, né tu ne i tuoi sudditi&#8230; Se vuoi aumentare i tuoi territori con la conquista devi lavorare duro&#8230; E ricordati che se qualcuno dei tuoi parenti principi o la Lituania ti offendono, non vorrai forse vendicarti? Eccoci pronti allora a darti una mano. Manda l&#8217;informazione e Sarai sarà a tua disposizione. Non eravamo d&#8217;accordo per un rublo ogni due aratri? E dove è andato a finire questo denaro?</em> &#8230;&#8221;</p>
<p style="text-align: justify;">Il tono della lettera non è esattamente minaccioso, ma di rimprovero severo e dunque Jedighei non vuole proprio inimicarsi Basilio del tutto. Tuttavia Mosca è a terra. Il colpo inferto è stato duro e parecchi prigionieri sono stati catturati e trasferiti a Sarai. L&#8217;esito insomma è stato spaventoso e non si può che leggere le Cronache per capire quale grande colpo era stato sferrato quella volta di quel lontano 1408.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;<em>Fu dolorosissimo vedere &#8230; come un solo Tataro si trascinava dietro anche 40 giovani incatenati e come li batteva senza alcuna pietà. Molti erano caduti in battaglia, ma altri era morti anche per il gelo e per la fame e&#8230; in tutte le Terre Russe tutte le famiglie furono colpiti nel loro interno e le lacrime furono molte e inconsolabili e il dolore e i singhiozzi si udirono dappertutto da Rjazan&#8217; fino a Galic&#8217; e fino nel nord a Lagobianco&#8230;</em> (testo ridotto da ACM)&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">A questo punto davanti a tutti questi insuccessi siamo convinti che Mosca è davvero incapace di tenere a bada i Tatari e Basilio ora come ora sarebbe impotente ad affrontare gli avvenimenti che lo incalzano. Se davvero c&#8217;era stato insomma, dov&#8217;era andato a finire lo spirito battagliero di <em>Kulikovo Polje</em>?</p>
<p style="text-align: justify;">Neppure Vytàutas gli dà un aiuto. E&#8217; forse d&#8217;accordo con quanto fatto da Sarai ai danni di Mosca? Già nel 1410 il Lituano aveva raccolto migliaia di Tatari contro i Cavalieri Teutonici&#8230; Come mai per Mosca adesso invece non si trovano modi per fermare il Tataro? Insomma, secondo noi c&#8217;è qualcosa che le Cronache  ci hanno nascosto.  Ci deve essere stato forse un accordo silente o segreto fra il Lituano e il <em>khan</em> di Sarai per fare in modo di tenere Mosca in crisi permanente, sebbene Sarai poi continui ad incolpare la Lituania per la protezione offerta a Toqtamysc&#8217; e ai figli di questi.</p>
<p style="text-align: justify;">Jedighei segue la solita politica in cui Mosca è ancora la realtà politica di una città piccola e ribelle sperduta nella foresta tanto che, quando aveva lasciato i dintorni l&#8217;ultima volta, restituisce Novgorod-della-Bassa ai figli del defunto Boris, così maltrattato da Basilio anni prima, e costoro sono addirittura incaricati (e per questo Jedighei mette a disposizione un buon contingente di Tatari armati) di rimettere ordine a Vladimir per reinsediare il <em>Gran Baskak</em>. Per Sarai occorre ridare una rinnovata dignità a Vladimir-sulla-Kljazma e mettere il guinzaglio a Mosca&#8230; Vladimir dunque verrà attaccata a mezzogiorno quando la gente dorme e sarà sottoposta al saccheggio.</p>
<p style="text-align: justify;">In realtà non è un saccheggio di per sé, se non invece una punizione per i moscoviti che vi dominano. Le Cronache scritte dai monaci naturalmente metteranno in risalto in questa occasione il martirio di un certo prete di nome Patrizio al quale era affidata la Cattedrale dell&#8217;Assunzione in nome del Metropolita di Mosca. Siccome noi sappiamo che la chiesa era anche un forziere è chiaro che costui custodisse tutti quegli oggetti preziosi insieme coi fedeli rifugiati presso di lui in uno scantinato. I Tatari irrompono nella chiesa e, non riuscendo a trovare le ricchezze previste né persone da mandare schiavi, cominciano a torturare il prete perché sveli dove ha nascosto uomini e cose. Patrizio si fa maltrattare fino alla morte, ma non dice nulla e la gente e le suppellettili &#8220;sacre&#8221; sono salve. Non così la chiesa e lui stesso! Diventerà un santo martire contro gli infedeli! E la profanazione del tempio cristiano? Soltanto un avvertimento per Basilio e il suo Metropolita!</p>
<p style="text-align: justify;">Vytàutas comunque è ancora impegnato nel nord con suo cugino Jogaila contro i Teutonici nella famosa Battaglia di Grunwald Tannenberg, e Jedighei sapendo di aver campo libero si spinge fino in Crimea, dove fa base Toqtamysc&#8217; con i suoi fidi.</p>
<p style="text-align: justify;">Mosca perciò langue senza poter reagire come vorrebbe. Muore anche Vladimiro di Serpuhov, ma nel suo testamento ribadisce ai suoi figli di servire il Gran Principe di Mosca senza mai ribellarsi! Anzi! Siccome Radonezh e il Monastero di san Sergio si trovano sotto la giurisdizione di Serpuhov, il testamento viene redatto proprio dall&#8217;igumeno del convento e i figli devono sottoscriverlo! Quindi niente defezioni in questa parte così importante della regione moscovita!</p>
<p style="text-align: justify;">A Sarai a Bulat Sultan intanto è successo ora il <em>khan</em> di Astrahan Timur Aghlen, quando Vytàutas trionfante ritorna dal nord e di nuovo rinnova il suo appoggio ai discendenti di Toqtamysc&#8217;, e così nel 1412 uno di questi, Zeleni Sultan, riesce a salire sul trono di Sarai e a Jedighei dalle steppe ucraine viene impedito di tornare sul Volga.</p>
<p style="text-align: justify;">Insomma le circostanze si fanno sempre più stringenti e a Mosca occorre un po&#8217; di tempo in pace per riprendere le forze. Ritorna sempre il maledetto problema del pagamento del <em>jarlyk </em>al nuovo<em> khan </em>che si può coprire soltanto se Novgorod-la-Grande paga la famosa tassa annuale (detta &#8220;nera&#8221;). Così nel 1412 Basilio su sollecitazione del suocero, ora che a Sarai c&#8217;è un protetto di Vytàutas, scende per il Volga e si reca dal <em>khan</em>. Tuttavia all&#8217;arrivo di Basilio il nuovo <em>khan</em> è cambiato ancora perché Zeleni Sultan è stato ucciso da suo fratello Kerim Berdei che ora è sul trono. Qualche risultato l&#8217;ottiene, parlando sempre a nome di suo suocero, ma sono solo esiti parziali perché per il momento non ci sono né uomini né mezzi per prendere posizioni diverse.</p>
<p style="text-align: justify;">Lasciamo per un attimo Basilio e rivogliamoci ancora a Vytàutas e ai suoi rapporti con la Chiesa Russa. Non era stato mai d&#8217;accordo con suo cugino che ora si mostrava sempre in preghiera e sottomesso ai voleri del Papa e dei suoi messi e si sentiva cattolico solo in superficie, se così si può dire. Per la lui la scelta religiosa era fatta in base alle convenienze politiche. Si racconta come ancora nel 1414 avesse permesso senza batter ciglio che si svolgessero nella bella stagione celebrazioni pagane in Samogizia! D&#8217;altro canto, apprezzava ancor meno l&#8217;atteggiamento papale ostile verso gli ortodossi. Così, se nelle regioni sotto governo polacco (e cioè di Jogaila) non erano permessi e puniti duramente i matrimoni fra cattolici ed ortodossi (questi ultimi non erano nemmeno ammessi in carriere statali!), Vytàutas nei suoi domini concedeva la piena libertà. Quel che però non gli andava era vedere il Metropolita sempre a Mosca mentre le maggiori prebende le raccoglieva nelle sue terre e fra i suoi sudditi. Non poté fare granché finché Cipriano fu vivo (quest&#8217;ultimo sapeva come tenerlo buono!), ma appena questi morì le dispute per il Metropolita ricominciarono. Abbiamo detto della proposta di monsignor Teodosio di Polozk e come invece da Costantinopoli arrivasse il nuovo prelato, Fozio, dopo ben tre anni d&#8217;attesa e di litigi.</p>
<p style="text-align: justify;">Avevamo lasciato Fozio a Kiev nelle mani di Vytàutas il quale soltanto nel 1410, mentre aveva il suo bel da fare contro i Cavalieri, gli permise di andare a Mosca &#8220;in visita pastorale&#8221;. Non si deve però pensare che tutto si svolgesse in maniera così semplice. Quando Fozio tornò a Kiev appena passato l&#8217;inverno, Vytàutas gli fece sapere ancora una volta che se intendeva far la spola fra le due città doveva allora chiedere al Patriarca di nominare un altro Metropolita per i fedeli ortodossi di Lituania che lo sostituisse per sempre. E poi se ne sarebbe potuto restare a Mosca.</p>
<p style="text-align: justify;">Che fare? Occorreva andare a Costantinopoli per discutere della faccenda. Stranamente però, quando Fozio chiese l&#8217;autorizzazione per partire, gli fu negato ogni permesso di viaggiare. Non restava che andarsene a Mosca di nascosto, con tutta la cassa metropolitana e seguire l&#8217;altro famigerato itinerario. Naturalmente i Lituani lo aspettavano al varco. Lo spogliarono di tutto e soltanto dopo lo lasciarono proseguire.</p>
<p style="text-align: justify;">Intorno nel 1414 poi un sinodo speciale composto dal vescovo di Cernìgov, Polozk,  Galic&#8217;, Smolensk, Holm, Cerven&#8217; e Turov, città abbastanza importanti nelle regioni sotto il dominio lituano, invocò l&#8217;intervento di Vytàutas contro Fozio perché costui stando sempre nella Bassa, trascurava le loro diocesi. Accusarono ancora una volta il Metropolita di raccogliere troppi soldi e di non passare alcunché alle diocesi lituane. Vytàutas accolse le lamentele, requisì tutte le proprietà metropolitane e consigliò ai vescovi di scegliersi un nuovo Metropolita esclusivamente per le diocesi ortodosse della Lituania (cioè per Kiev, Volynia e Lituania propriamente detta) e per la nomina ci avrebbe pensato personalmente. I prelati lo fecero, ma imposero che lo scelto fosse consacrato dal Patriarca non essendo il Sinodo in forza per poter nominare una tale carica.</p>
<p style="text-align: justify;">Fozio, presente al Sinodo, sperava che il Patriarca avrebbe capito e si sarebbe rifiutato di consacrare un altro prelato al suo posto e cioè il monaco Gregorio Zamblak scelto dal sinodo &#8220;lituano&#8221;. Infatti questo fu respinto! Vytàutas non si rassegna e ricorre ad un&#8217;altra arma. Riunito il sinodo a Novogrudok fa proclamare dai vescovi presenti Gregorio Zamblak, Metropolita di Kiev. Si risalì ai tempi di Clemente Smoljatic&#8217; tanti anni prima in cui a Kiev c&#8217;erano stati due Metropoliti contrapposti uno greco e uno russo e per giustificare questa presa di posizione. Il Sinodo approvò anche la mozione con la quale il nuovo Metropolita per le Terre Lituane e per la Volynia non avrebbe mai rinnegato la <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religione</a> ortodossa né l&#8217;autorità del Patriarca costantinopolitano. Gregorio era però una persona molto intelligente e saggia e, benché avesse tutti i numeri per occupare il nuovo soglio di Kiev e Volynia, non voleva mettersi contro Fozio. Non riuscì però ad impedire che i prelati russi della Bassa accusassero in una lettera al Patriarca che Vytàutas volesse dividere la Chiesa Russa e volesse mettere gli uni contro gli altri usando Gregorio Zamblak stesso che, per questa ragione, fu maledetto e scomunicato.</p>
<p style="text-align: justify;">E&#8217; il 15 novembre 1415 e intanto a Mosca tutto tace&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">Alla Battaglia di Grunwald Tannenberg del 1410 combattuta nel territorio sedicente polacco, ma ancora sotto l&#8217;Ordine Teutonico, fra Vytàutas e Jogaila da una parte e i Cavalieri dall&#8217;altra, i due cugini, giunti a Marienburg, la centrale dell&#8217;Ordine, avevano rinunciato a coronare la loro vittoria con la definitiva conquista del castello e del suo complesso perché di fronte all&#8217;assoluta imprendibibilità dell&#8217;enorme fortezza s&#8217;accorsero di non essere all&#8217;altezza dell&#8217;impresa. Malgrado ciò, dopo la battaglia alcuni termini dei rapporti fra i due cugini, fra Vytàutas e suo genero Basilio e fra Jogaila e i Cavalieri cambiarono.</p>
<p style="text-align: justify;">Vytàutas ora diventava più libero nei territori &#8220;lituani&#8221; e si sentiva investito di una maggiore autorità sul destino e sulla vita della Bassa e sulle imprese politiche di Basilio e cambiava anche l&#8217;atteggiamento suo verso il &#8220;nodo&#8221; novgorodese! E questo spiega il tenore di una lunga lettera mandata congiuntamente da Jogaila, Vytàutas e Lugven a Novgorod senza informare Basilio nel 1412 in cui si legge:</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;<em>Noi vi avevamo proposto di essere con noi  contro i Cavalieri e voi avete allora rifiutato. Bene, ciò non ha guastato molto i nostri rapporti con voi. Poi vi abbiamo mandato Nemir e Zenobio figlio di Bratosc&#8217;b e voi avete detto loro che Novgorod non può acconsentire alle richieste del Re di Polonia perché è in amicizia con la Lituania e perché è in amicizia anche coi Cavalieri. Noi abbiamo poi richiamato il principe Lugven, con i Cavalieri abbiamo stilato un atto di pace eterno, ma anche con gli ungheresi e con tutti i vicini confinanti. E voi? Avete dimenticato la parola data. Ancora avete combattuto contro le nostre genti e le avete persino offese chiamandole &#8220;pagane&#8221;. Per di più avete accolto il nostro nemico, il Principe Giorgio di Smolensk! Lugven ha detto anche che si scusa, ma deve sciogliere il giuramento fatto con voi a suo tempo, perché Lugven in questo patto è dalla parte nostra</em>.&#8221;</p>
<p style="text-align: justify;">In verità il tono è vagamente minaccioso, ma non prelude a scontri sanguinosi. Anzi! Nel 1414 Novgorod manderà una delegazione per trattare, come già aveva fatto Pskov qualche mese prima. E&#8217; da notare che anche stavolta Novgorod viene trattato come uno stato a sé stante dai Lituani e non come dominio tradizionale moscovita&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">Successivamente Lugven ritorna a Novgorod in pratica con l&#8217;ordine di costituire là un partito lituano affinché questa città si convinca &#8220;per autonoma decisione&#8221; a far parte del Regno di Vytàutas o per lo meno ad orbitare intorno ad esso. Anzi! Fu forse proprio per eliminare le perplessità dell&#8217;Arcivescovo sulla sua non necessaria obbedienza al Metropolita che risiede a Mosca che Vytàutas fece eleggere alla Metropolia di Kiev il già nominato Gregorio Zamblak!</p>
<p style="text-align: justify;">Basilio, sornione, ma soprattutto privo di risorse materiali, aspetta che la situazione evolva&#8230;  Altro non può, se non cercare di avere un qualche peso nel decadente Impero Romano d&#8217;Oriente e sul Patriarca! In quegli anni infatti non solo manderà doni e sostanze a Costantinopoli, ma anche sua figlia andrà in sposa al futuro Giovanni VII Paleologo! Questa sua forzata inerzia evidentemente lascia più spazio a Vytàutas.</p>
<p style="text-align: justify;">Il Lituano si scontra ancora una volta con Jedighei che, avendo ceduto Sarai ai figli di Toqtamysc&#8217;, aveva cercato di rifarsi un regno nelle steppe ucraine dove era rimasto bloccato anni prima, disturbando gli interessi lituani nella zona. Sappiamo che alla fine, pur di finire la sua vita in pace, il Tataro aveva mandato una lettera al Vytàutas accompagnata da tre cammelli coperti da eleganti drappi rossi più 27 cavalli della steppa e in essa c&#8217;era scritto che sia Jedighei sia Vytàutas erano ormai dei vecchi (ritorna sul suo modo di vedere) e che dovevano lasciare il loro posto ai giovani. Il sangue che avevano versato era ormai stato inghiottito dalla terra e che la cattive parole che si erano dette l&#8217;un l&#8217;altro erano state portate via dal vento per sempre. Dunque ora i loro cuori erano vuoti dall&#8217;odio e dovevano far la pace! E la pace fu fatta, proprio mentre giungevano le prime notizie di un vecchio flagello proveniente dalle steppe: La peste bubbonica.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1417 infatti ecco come è descritta nelle Cronache:</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;<em>Si è colpiti improvvisamente e improvvisamente si cade come urtati da un grosso animale e la febbre comincia a divorarti. Dicono di aver sentito un colpo nel mezzo del petto o fra le scapole e di non sapersi tenere più in piedi. Ed ecco con la febbre si comincia a tossire senza potersi fermare, ma non è sputo che viene dalla bocca, ma sangue&#8230; E poi si comincia a sudare e si è percorsi da brividi e tremiti terribili che fanno battere tutte le giunture. Compaiono poi bubboni su tutto il corpo, specialmente fra le cosce o sotto le ascelle o sul collo e talvolta sotto gli zigomi deformando il viso dell&#8217;infermo orribilmente. Si muore dopo pochissimi giorni oppure si sopravvive svuotati e dimagriti come non mai, ma a questi miracolati è concesso vivere per sempre in mezzo ai morti</em>! <em>Se il bubbone è blu allora ci sono solo tre giorni di vita ancora, se invece è rosso allora c&#8217;è la speranza di sopravvivere</em>&#8230;&#8221;</p>
<p style="text-align: justify;">La peste arrivò dal Baltico. Attraversò Novgorod, Ladoga, Russa, Pskov, Mercato Nuovo, Tver, e s&#8217;insinuò funesta dappertutto, fin nei monasteri. Ne morivano tanti che i vivi non riuscivano più a seppellirli e dovevano lasciarli lì sulla strada ai corvi e ai cani. Certe case rimasero con due o tre persone vive, delle venti o trenta che vi abitavano, e moltissime rimasero completamente vuote. I credenti che volevano morire in <em>vesti d&#8217;angelo</em>, come si diceva a quel tempo, appena sentivano qualche stranezza dentro il proprio corpo correvano a farsi monaci e così a volte infettavano tutto un convento, senza che nessuno lo sospettasse.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/tempesta-dallest/3517" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-5296" style="margin: 10px;" title="tempesta-est" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/tempesta-est.jpeg" alt="" width="200" height="318" /></a>Chi l&#8217;aveva portata? E perché Dio puniva i cristiani così violentemente? Sulla Piazza del Mercato di Novgorod-la-Grande furono bruciati ben 12 maghi (<em>volhvy</em>) perché accusati di portar la peste! E non bastò&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">Contro il flagello, oltre alle preghiere e al digiuno, la Chiesa trovò un modo nuovo per combatterlo in città, naturalmente senza successo: La costruzione di una chiesa in &#8220;un solo giorno&#8221;, chiamate in russo <em>obidenki</em> ossia &#8220;dell&#8217;espiazione dei peccati&#8221;! Naturalmente non erano chiese molto grandi, erano più che altro cappelle, ma in quei terribili giorni si videro persone affaticate a trasportare tronchi sulle spalle e sui cavalli, sulle barche e con le gomene a piedi, e poi a lavorarli con ascia e sega per costruire finalmente la chiesa, guardando il sole che pian piano calava, e, appena finita, si correva a chiamare il prete per benedirla e a dir la prima messa. Solo così tutta la gente intorno si sentiva quasi sicura di salvarsi dal flagello. E fu veramente terribile quest&#8217;ultima ondata pestifera. Un visitatore tedesco, un certo Kranz, riferì che a Novgorod e dintorni  erano morte ben 80 mila persone in soli sei mesi! La stessa cosa avvenne a Mosca e a Tver&#8230; Come conseguenza della peste, seguì di nuovo una diminuzione delle forze lavoro e una pesante carestia sfociando in una crisi economica mai vista che non trovava più sbocco! Aggiungiamo che questo decennio si chiuse con altri eventi naturali terribili. Fra gli altri:</p>
<ul class="unIndentedList" style="text-align: justify;">
<li> nel 1419 cadde la neve a settembre per settimane facendo morire tutte le messi</li>
<li> nel 1421 un&#8217;inondazione tenne sott&#8217;acqua Novgorod-la-Grande per settimane</li>
<li> nel 1422 la temperatura nella Bassa scese a livelli bassissimi e raramente raggiunti prima con conseguente pesante carestia&#8230;</li>
</ul>
<p style="text-align: justify;">Facciamo allora il punto della situazione per prepararci agli eventi che seguono.</p>
<p style="text-align: justify;">Se abbiamo avuto l&#8217;impressione che Mosca stia preparando chissà quale riscossa contro le numerose ingerenze dei parenti lituani, in realtà non è proprio così. L&#8217;<em>udel </em>di Basilio è un regno non tanto grande, in grande crisi economica, ma anche politica e morale, proprio perché ha da contrastare un suocero che, malgrado alcune incertezze, sta andando sempre più in auge in tutte le Terre Russe battendolo  in popolarità.</p>
<p style="text-align: justify;">Costantinopoli invece è in piena decadenza, sia materiale che spirituale, in seguito al rafforzamento della potenza turca negli ex territori dell&#8217;Impero Romano in Anatolia e in Tracia e ciò porta, com&#8217;è naturale, all&#8217;indebolimento cronico dell&#8217;autorità del Metropolita e al suo allontanamento dalle eparchie russe, senza avere alle spalle un forte e autorevole Patriarcato. I diversi vescovi ortodossi dunque sono fondamentalmente incerti sull&#8217;autorità del loro superiore e, chi più e chi meno, seguono delle politiche molto autonome nella gestione dei propri affari. Di qui gli sforzi sempre maggiori di Fozio, che si sente unico responsabile della Chiesa Russa, a combattere come può per affermare la propria autorità personale, partendo dall&#8217;eparchia più importante ossia da Novgorod.</p>
<p style="text-align: justify;">Brevemente possiamo dire che le più importanti diocesi nella Bassa rimangono quella di Vladimir-sulla-Kljazma e quella di Rostov-la-Grande, ma sono un nulla rispetto a Novgorod. In particolare Mosca in sé ha un&#8217;importanza religioso-politica solo per la presenza del Metropolita entro le mura del suo Cremlino, ma niente di più. Per di più la Metropolia della Rus di Kiev è ormai divisa da Vladimir o da Mosca. L&#8217;altro  Metropolita Gregorio Zamblak è ancora in funzione e, quando morirà nel 1419, lascerà il suo posto a Gerasimo che sarà consacrato dal Patriarca di Costantinopoli nel 1433! La frattura non si risanerà mai più!</p>
<p style="text-align: justify;">Neppure il Papato Romano ha più l&#8217;autorità che ha avuto finora. Nel 1408 si giunge ad avere ben tre Papi! Inoltre si va diffondendo l&#8217;idea del cosiddetto Conciliarismo in cui il Papa di Roma non è più un sovrano anche temporale (e addirittura il più autorevole in quanto sedicente rappresentante del potere divino universale), ma deriva tutta la sua autorità dal Concilio dei Vescovi e dei Prelati che lo eleggono e che quindi hanno la prerogativa di deporlo, in caso di comportamenti ritenuti gravemente illeciti.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1414 finalmente si apre il Concilio di Costanza, molto importante pure per il mondo slavo in generale  sebbene indetto dal Papa di Roma. In questa sede viene riconosciuta l&#8217;idea di nazione che fino a quel momento non era impersonata dal popolo e dalla cultura particolare, ma dal principe che la dominava, e viene sancito il fatto che &#8220;&#8230;<em>da padrone che era stato, il Papa era ora il servo della Chiesa, un semplice funzionario, e la Chiesa poteva sempre limitare, modificare o anche togliergli il potere che il Concilio Generale gli aveva conferito</em>&#8230; (citato da W. Ullmann)&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/le-crociate-del-nord/3521" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-5297" style="margin: 10px;" title="crociate-del-nord" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/crociate-del-nord.jpeg" alt="" width="200" height="315" /></a>Di qui si può subito comprendere perché i Cavalieri Teutonici (e il loro ramo Livonico) cominciano a muoversi più indipendentemente di prima ed addirittura presto si sentiranno in grado di costituire uno stato a sé, non più dipendente dal Papa e con politiche diverse, specie verso i popoli della Pianura Russa, e di qui, sottolineiamolo, verso Novgorod che non sarà più vista come una terra di scismatici o di eretici, ma come un &#8220;possibile&#8221; stato col quale confrontarsi e con il quale trattare.</p>
<p style="text-align: justify;">E Mosca? Segue pedissequamente le politiche lituane (non ne ha altre!) perché questo è l&#8217;unico modo per non essere schiacciata fra Vilnius e l&#8217;agonizzante Sarai.</p>
<p style="text-align: justify;">Su consiglio di Vytàutas e su pressione della moglie Sofia, Basilio ha già introdotto il principio giuridico che sul trono di Mosca non sarà più il principe più anziano della famiglia a sedere, ma un figlio in vita del principe defunto, in modo che non ci siano spezzettamenti del territorio e non nascano inutili lotte famigliari, come è stato finora. Addirittura ci sono stati tramandati ben due testamenti spirituali stesi molti anni prima da Basilio. In uno destina il suo patrimonio al primogenito e nel secondo, steso evidentemente un po&#8217; più tardi, fa la stessa cosa, ma stavolta lascia tutto a Basilio Junior. Ciò è spiegabile col fatto che ebbe tre figli maschi e che due gli premorirono, uno in tenera età e l&#8217;altro a nome Giovanni nel 1417. Nei due documenti comunque è chiaro invece che moglie, figli e nipoti sono affidati interamente alla protezione del suocero Vytàutas o del suo successore affinché vegli che non ci siano inutili liti e confusione dopo di lui.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1420, quando si viene a sapere delle sue intenzioni testamentarie, c&#8217;è uno scontro con suo fratello Costantino sulle nuove regole sul trono di Mosca rispetto alla tradizionale <em>lestviza,</em> tanto che Costantino è costretto a cercare rifugio a Novgorod&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">Questi fatti sconvolsero per qualche tempo la Bassa, disconoscendo ogni autorità giurisdizionale a Basilio sul patrimonio di famiglia, com&#8217;era invece era stato nel passato, e di qui il timore di questo principe per assicurarsi la protezione del suocero. A parte ciò, Vytàutas, per conto suo, non aveva grande interesse a mantenere Mosca e dintorni troppo potente nella Bassa e considerava la città in cui, chiunque sedesse sul trono, non era altro che il suo luogotenente. L&#8217;unico tassello che manca per avere un impero consolidato e ricco sotto di lui è Novgorod-la-Grande&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">Abbiamo già raccontato come la Lituania ha già cercato di conquistare la città del nord e non c&#8217;è riuscita per varie ragioni, mentre Mosca è ricorsa e ricorre ai continui ricatti economici e religiosi , anch&#8217;essa con fallimenti palesi. Sembra perciò che l&#8217;unico modo per sgretolare o deviare il potere bojaro-democratico della repubblica attraverso sia il finanziamento di partiti a favorevoli a Mosca o a Vilnius. Entrambi quindi si mettono a sovvenzionare fazioni politiche bojare pro o contro e, siccome poi queste fazioni si compongono anche del popolino che vota nella <em>Vece </em>(l&#8217;assemblea popolare cittadina), è difficile controllare tanta gente &#8220;anonima&#8221; da lontano&#8230; se non si coinvolge la Chiesa che può incidere profondamente dagli altari sulle coscienze cittadine individuali. Insomma ancora una volta torna in ballo l&#8217;Arcivescovo! Per questo motivo faremo sempre più attenzione alle persone che siederanno sulla cattedra di Santa Sofia di Novgorod.</p>
<p style="text-align: justify;">In quello stesso anno i novgorodesi incontrano i Cavalieri Livonici sulla Narva. Nell&#8217;incontro c&#8217;è il Maestro Provinciale, Siefert, il Commendatore livonico di Reval, Dietrich, e, in una specie di rappresentanza moscovito-lituana (ma senza alcun peso politico), il principe Teodoro figlio di Patrizio il Lituano. Per Novgorod c&#8217;è il <em>posadnik</em> in carica più un altro collega in pensione e tre bojari. Viene siglato un accordo per la definizione dei famosi  confini fra la repubblica e le aree rivierasche del Baltico e ci si accorda che per i traffici e l&#8217;eventuale logistica si discuterà con l&#8217;autorità della città di Reval in presenza di Monsignore, a Novgorod. Dunque il Volga e la sua Bassa contano sempre di meno.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel febbraio del 1425 muore Basilio, in seguito alla nuova ondata di peste, e lascia il trono, almeno secondo le nuove regole &#8220;latine&#8221; di successione, a suo figlio di appena 10 anni di nome pure Basilio (che abbiamo chiamato appunto Junior, come diremmo noi oggi, ma noto nella storiografia come Basilio II) sotto la tutela di sua madre Sofia. Questo ragazzino era il più piccolo rimasto vivo. Anzi! Alla sua nascita non c&#8217;erano stati presagi favorevoli: Sua madre stava quasi per morire e, se non fosse stato per l&#8217;intervento divino (come riportano le Cronache) di san Giovanni Battista e del suo Monastero, madre e figlio sarebbero morti.</p>
<p style="text-align: justify;">A parte la nota folcloristica, dovrebbe filar tutto liscio e invece ad opporsi a quella successione è, primo fra tutti, lo zio Giorgio che vuol sedere sul trono appellandosi alle vecchie regole e al testamento di Demetrio del Don! Naturalmente trova l&#8217;opposizione dei bojari e della cognata Sofia! Ci sono lunghe trattative e un armistizio&#8230; che dura fino al 29 giugno 1425!</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/i-cavalieri-teutonici-storia-militare-delle-crociate-del-nord/8123" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-5298" style="margin: 10px;" title="cavalieri-teutonici" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/cavalieri-teutonici.jpeg" alt="" width="200" height="299" /></a>Giorgio evidentemente non è soddisfatto e si ritira nella sua Galic&#8217; ad affilare le armi. La questione deve essere risolta e chi la può dirimere? Il <em>khan</em>! Nel 1431 zio e nipote perciò si recano a Sarai e, guarda caso, il <em>jarlyk</em> è di Basilio, con una calda raccomandazione da parte del khan Ulu Muhammed di pagare il famoso <em>vyhod</em> ossia la tassa annuale di soggezione a Sarai.</p>
<p style="text-align: justify;">Pieno di rancore Giorgio, non appena sa che la cerimonia d&#8217;incoronazione del nipote sta per aver luogo addirittura, scandalo enorme!, non più a Vladimir, ma nella cattedrale moscovita dell&#8217;Assunzione a Mosca in presenza del rappresentante del <em>khan</em>, manda i suoi ad impedirlo minacciando subito la guerra.</p>
<p style="text-align: justify;">Il fatto che lo zio Giorgio tenga molto al trono di Mosca denuncia due cose: O il riconoscimento della maggiore importanza strategica e politica di questa città sulle altre della Bassa oppure una cassa piena di soldi da saccheggiare, ma lo capiremo meglio nel seguito del nostro racconto.</p>
<p style="text-align: justify;">A Kostromà, Basilio Junior (in realtà, sappiamo benissimo che il ragazzo non è ancora in grado di far politica alla sua età e quindi è sua madre coi bojari che agisce al suo posto) cerca di riunire anche gli altri zii Costantino Andrea e Pietro intorno a sé affinché in qualche modo riconoscano la sua autorità e così convincano Giorgio di Galic&#8217; con la forza della ragione evitando scontri armati.</p>
<p style="text-align: justify;">Costantino promette. Si prende l&#8217;incarico di placare le ire del fratello e riesce infatti a concludere con lui una pace di un anno&#8230; ma armata. In realtà Giorgio ha acconsentito perché gli occorre tempo per riuscire a mettere insieme un&#8217;armata abbastanza consistente e delle alleanze opportune prima di muovere ulteriori passi contro Mosca. Non è facile raccogliere armati dopo carestie e pestilenze nei villaggi spopolati dalle ultime calamità e i giovani che si raccolgono intorno a lui sono solo contadini sopravvissuti che cercano di far fortuna rispondendo all&#8217;appello e alle promesse del principe di un ricco bottino se riuscirà ad entrare nel Cremlino.</p>
<p style="text-align: justify;">Mosca è perciò in pessime condizioni e, quando Sofia si rivolge al padre per aiuto, questi consiglia di mandare a Galic&#8217; il Metropolita al quale di solito tutti danno ascolto. Fozio si reca da Giorgio, ma, quando quest&#8217;ultimo gli fa vedere l&#8217;esercito che ha raccolto pronto a partire contro Mosca, diventa chiara la ridicolaggine della minaccia armata e la falsità della sua intenzione di pace. Fozio s&#8217;accorge bene che per  Giorgio armare uomini e assaltare Mosca è davvero impossibile nelle condizioni in cui adesso si trova. L&#8217;unica realtà è che non ha rinunciato a Mosca in alcun modo e, adiratosi della visita praticamente inutile, lascia Galic&#8217; e se ne torna a casa.</p>
<p style="text-align: justify;">Intanto scoppia ancora la peste che miete moltissime vittime fra i principi, oltre che fra la gente comune, e di conseguenza nella Bassa ci sono dei &#8220;naturali&#8221; aggiustamenti del potere.</p>
<p style="text-align: justify;">Sempre a Galic&#8217; in particolare, i contadini, visto come si muore velocemente e senza scampo, cominciano a mormorare contro Giorgio dicendo che la colpa di questo malanno è sua, perché ha mandato via il Santo Metropolita e costui, per vendicarsi, ha attirato gli spiriti maligni che ora uccidono senza pietà. Anche Giorgio ne è convinto tanto che corre verso Fozio che si era attardato sulla via del ritorno. Raggiuntolo, chiede che benedica la sua gente affinché la peste finisca e promette che farà la pace come è stato richiesto, accettando Basilio II quale principe anziano.</p>
<p style="text-align: justify;">Fozio acconsente, ma alla peste segue una grave siccità e, a questa, ancora una volta nel &#8217;42 e dopo un intervallo ancora nel &#8217;48&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">Non dimentichiamo che tutta l&#8217;area intorno a Mosca è il &#8220;granaio&#8221; della Bassa e di Novgorod e  che quando avvengono questi malaugurati eventi naturali, si corre sempre il rischio di impoverimento non solo economico, ma soprattutto demografico sia per le morti sia perché i contadini fuggono e abbandonano le aree maledette. Un mancato raccolto poi non significa soltanto morte per i contadini locali, ma anche difficoltà di approvvigionamento alimentare per Novgorod-la-Grande.</p>
<p style="text-align: justify;">La situazione favorisce invece Vytàutas che riprende la sua politica di &#8220;assimilazione&#8221; delle Terre Russe. A Sarai c&#8217;è Ulu Muhammed, il figlio del suo pupillo Gelal ed-Din che aveva vissuto presso di lui quando era ancora bambino. A Mosca c&#8217;è suo nipote Basilio II e sua figlia Sofia che fa da reggente! Perciò sembra giunto il tempo di fondare un nuovo Regno Russo sotto il suo scettro e la sua corona a modello del regno che ora ha Jogaila.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo suo progetto ha però un punto debole: Vytàutas non ha eredi al trono di Lituania, tutt&#8217;al più può nominare Basilio II suo erede, ma come imporlo ai sudditi lituani e come annullare gli accordi di Krevo con suo cugino? Bisogna affrettarsi però perché è già in un&#8217;età avanzatissima&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">E poi al quadro manca sempre Novgorod-la-Grande.</p>
<p style="text-align: justify;">La repubblica in quegli anni di completo disfacimento degli ordini politici pregressi aveva già cercato l&#8217;avvicinamento con Vytàutas, riconoscendolo come sovrano maggiore dell&#8217;area, ma questi aveva ignorato il bonario tentativo e nel 1426 era entrato nei Quinti intenzionato a condurre una lunga campagna contro la città, dopo essersi presa Pskov. Per fortuna però, poi si era arrestato a causa di altre priorità e si era &#8220;accontentato&#8221; di 10 mila rubli d&#8217;argento per lasciare il Quinto di Ladoga dove era riuscito a giungere.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1427 c&#8217;è un nuovo accordo con Jogaila sulla divisione dei poteri nelle Terre Russe e finalmente a Vytàutas, nel 1429 alla famosa Conferenza di Luzk di cui parleremo più avanti, sarà riconosciuto il diritto di farsi proclamare Re.</p>
<p style="text-align: justify;">Intanto Novgorod ha il tempo di reclamare un accordo sui confini fra Lituania e i Quinti, simili a quelli che sono stati fissati con Mosca anni prima sull&#8217;Ugrà. Vytàutas, ancora una volta, decide di risolvere la questione con la pressione armata. Fa fondere una bombarda (sono le prime grosse armi da fuoco arrivate dall&#8217;Occidente) così pesante da dover essere trainata da ben 40 cavalli e attacca la fortezza di Porkhov sul fiume Scelon&#8217; sulla via per Novgorod. La bombarda spara e sfonda una parte delle mura, ma allo stesso tempo va in mille pezzi uccidendo molti lituani intorno. Lo spavento è grandissimo, ma l&#8217;effetto sulle autorità novgorodesi di Porkhov è immenso. Il <em>posadnik</em> della fortezza, Gregorio, e il bojaro &#8220;aggiunto&#8221;,  Isacco Borezkii (notiamo questo nome) infatti decidono immediatamente di capitolare, mettendo mano alla borsa. Da Novgorod arriva persino l&#8217;Arcivescovo Eutimio con l&#8217;incarico di chiudere la questione a tutti i costi, prima che Vytàutas vada oltre con queste armi diaboliche.</p>
<p style="text-align: justify;">Porkhov pagherà 5000 rubli (e dovrà essere ricostruita) e Novgorod altri 5000 più un migliaio per il riscatto dei prigionieri. Vytàutas allegramente incassa e promette formalmente che non entrerà mai più nei Quinti di Novgorod.</p>
<p style="text-align: justify;">La città in quegli anni non stava attraversando, malgrado tutto, un buon periodo. Tutte le sue attività risultavano sconvolte a causa sia delle calamità naturali che continuavano a susseguirsi sia delle conseguenze che queste provocavano nel lungo termine e sembrava che l&#8217;unico modo per uscire dalla crisi fosse la pace e l&#8217;unione con le altre forze vicine, fermo restando quanto fosse difficile scegliere fra l&#8217;amico e chi non lo era&#8230; Dal secolo d&#8217;oro della città sono ormai passati quasi 150 anni e il mondo intorno si è trasformato. I commerci internazionali hanno cambiato strada e prodotti e le calamità naturali hanno impedito un ingrandimento del territorio e le vecchie mura raccolgono più o meno ancora gli stessi abitanti del XII-XIII sec. sebbene siano sempre un bel numero per gli standard del tempo di varie decine di migliaia di abitanti.</p>
<p style="text-align: justify;">La frequentazione degli stranieri non è aumentata e si è diversificata. Con la venuta dei Cavalieri e con l&#8217;introduzione delle nuove tecniche di coltivazione ormai ben sperimentate nella vallata del fiume Reno, lungo la costa baltica alcune coltivazioni si sono intensificate e danno ormai dei raccolti tali da permettere addirittura l&#8217;esportazione. La segala ormai ha un&#8217;importanza primaria al posto del frumento e dai porti di Riga o Danzica è possibile comprarne, attraverso l&#8217;Hansa, in quantità consistenti. A Novgorod l&#8217;acquisto dei cereali era stato sempre fatto a livello collettivo e, una volta fissato il prezzo d&#8217;acquisto e di vendita, veniva fatto arrivare in città e rivenduto. Altre derrate il cui consumo si era intensificato erano le radici ipogee come le rape o le varie liliacee (aglio, cipolla, dille etc.), mentre i frutti di bosco strettamente stagionali continuavano a raccogliersi coi metodi vecchi. Se qualche frutto si riusciva a seccarlo o a conservarlo addirittura in salamoia, poi si poteva consumarlo durante l&#8217;inverno o venderlo al mercato.</p>
<p style="text-align: justify;">La campagna novgorodese al nord del lago Ilmen era poverissima sebbene da poco fosse anche arrivato l&#8217;aratro con il vomere di ferro nei campi a sud del lago, dando qualche vantaggio in più ai contadini. Nei Quinti novgorodesi dunque la vita continuava ad essere precaria e l&#8217;unica attività che rendeva perché permetteva lo scambio con le derrate &#8220;meridionali&#8221; era la caccia ai piccoli roditori da pelliccia. Di questi animaletti naturalmente, se la pelliccia veniva venduta, la carne veniva consumata o affumicata per mangiarla in altri momenti di necessità.</p>
<p style="text-align: justify;">Dal punto di vista spirituale Novgorod continuò ad essere una città coltissima, a tutti i livelli, ed è sintomatico di questa situazione che proprio qui si poterono elaborare teorie di riforma della vita religiosa, senza elaborare invece teorie politiche per una nuova vita civile come stava accadendo con le borghesie occidentali. Probabilmente si era così avvinti agli insegnamenti della Chiesa, alla staticità della propria vita e della società che un cambiamento di costume o di governo era visto come un peccato grave. E la Chiesa Russa cominciò a diffondere l&#8217;idea che tutto il male venisse proprio dalla &#8220;latinità&#8221;&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">Odiare la latinità costò moltissimo a tutta questa parte d&#8217;Europa perché in questo modo si sottrasse tutta una massa di persone all&#8217;evoluzione tecnologica molto più rapida che coinvolse l&#8217;Occidente, ma questo accadrà successivamente. Qui al contrario nelle Terre Russe si inseguiva un ideale di purezza ormai sorpassato, come quello della santità del sovrano e della sacralità del suo agire e anche Novgorod, come diremo, condivise questo modo di vedere. Monsignore infatti capì che per mantenere lo <em>status </em>della sua posizione di potere, occorreva o cristallizzarsi nella struttura immobile della Chiesa Russa di fattura moscovita oppure entrare nel sistema di potere occidentale e legarsi al Papa come principe arcivescovo. La scelta in senso autonomo &#8220;occidentale&#8221; comunque non sarà fatta e accadrà negli ultimi tempi che saranno i <em>namestniki</em> a lasciare la città e non la città a cacciarli via per inadempienza ai loro compiti<em>.</em> I<em> namestniki</em> stessi constateranno che<em> </em>la società cittadina è diventata&#8230; troppo conservatrice.</p>
<p style="text-align: justify;">Dobbiamo immaginare che la <em>Vece</em> (l&#8217;Assemblea legislativa cittadina) cominciò ad essere adunata molto più spesso, ma continuò ad essere una specie di spettacolo in cui gli astanti erano invitati e pagati da coloro che facevano da attori protagonisti, costituendo così un pubblico plaudente su comando, ma senza contare politicamente. A Novgorod non c&#8217;è un Robespierre o un <em>posadnik</em> coraggioso capace di trascinare le folle dietro un programma politico chiaro. Noi purtroppo abbiamo poche informazioni sulla vita quotidiana della gente comune poiché le Cronache si interessano sempre della classe al potere e poco ci dicono, se non per cenni vaghi e indiretti, su come scorreva una giornata di un cittadino comune. Possiamo solo stimare la popolazione della grande città e l&#8217;abbiamo fatto, ma, lo sottolineiamo, con grande approssimazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Ad esempio, da quel che abbiamo detto prima sul riscatto pagato a Vytàutas a Porkhov, sappiamo dai documenti che per raccogliere tutti questi soldi, 11000 rubli e dunque una somma enorme, la città aveva tassato gli abbienti per 1 rublo ogni dieci uomini da loro dipendenti per cui possiamo dedurre che più o meno la gente sotto il diretto governo novgorodese, compresa la città stessa, era di 110000 persone almeno.</p>
<p style="text-align: justify;">A cosa serve questo dato? Ci dà il metro per giudicare l&#8217;importanza che Novgorod-la-Grande aveva per i destini delle Terre Russe tutte e per chiunque se ne fosse impadronito o se la repubblica si fosse costituita in stato a sé.</p>
<p style="text-align: justify;">In questi anni, per quanto detto, Mosca e Vilnius sono occupate a cercare di prevalere l&#8217;una sull&#8217;altra, ma il punto di vista di Vytàutas, specialmente, è molto diverso da quello di Basilio II sulla repubblica del nord. Quello pensa di poter decidere dei destini della Bassa senza interferenze da parte del nipote che comunque ne potrebbe diventare l&#8217;erede e Sofia, col figlio, che vorrebbe assecondare il padre, ma che è intenzionata seriamente a radunare le Terre Russe sotto il proprio scettro (ossia di suo figlio Basilio II). In questa tenzone c&#8217;è un segno importante: La Chiesa di Roma ha intensificato la sua azione ideologico-religiosa, nelle Terre Russe sotto il dominio di Vytàutas, da quando a costui  è stata ventilata la possibilità di incoronarlo Re cattolico&#8230; come Jogaila. E per questa corona Vytàutas è disposto a tutto. Vuole dominare però un regno grande e ricco e perciò tutte le guerre e guerricciole nelle Terre Russe che il principe lituano favorisce o conduce personalmente sono lotte per il mercato, per assicurarsi un&#8217;economia ricca e favorevole alla sua Lituania, senza la quale un regno non potrebbe sussistere. Con la speranza di diventare re ed acquisire automaticamente attraverso la <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religione</a> i diritti alla conquista delle terre del nordest, aveva persino coinvolto l&#8217;Imperatore del Sacro Romano Impero della Nazione Germanica, Sigismondo.</p>
<p style="text-align: justify;">Purtroppo i prelati polacchi che Vilnius aveva mandato al Papa a perorare la candidatura a re erano dalla parte di Jogaila e prospettarono ben altra situazione a Roma, ora che tutto sembrava indicare che unire la Chiesa Ortodossa con quella Cattolica Romana era un traguardo prossimo. In altre parole, se Vytàutas avesse ricevuto la corona di Re della Lituania e della Rus&#8217;, sicuramente avrebbe dovuto ascoltare le richieste separatiste dei prelati russi, a partire da quello di Novgorod, e chi poteva garantire che gli eretici sarebbero tornati nel seno della Chiesa di Roma? I prelati russi avrebbero impedito qualsiasi opera di proselitismo ai monaci cattolici, anche in Terra Lituana! Già c&#8217;erano stati episodi di intolleranza a Polozk&#8230; Dunque c&#8217;erano dei problemi e delle trattative ancora da condurre&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">La buona occasione per Vytàutas fu proprio la Conferenza di Lucesk (oggi Luzk in Volynia) indetta per vedere tutte le possibilità di mettere pace nelle Terre Russe.</p>
<p style="text-align: justify;">Alla conferenza sono presenti Jagellone Ladislao con l&#8217;attuale sposa ed altri notabili polacchi. C&#8217;è l&#8217;Imperatore Sigismondo di Lussemburgo e il re danese Eric in rappresentanza della Livonia. Naturalmente c&#8217;è Basilio II (con sua madre Sofia) accompagnato da Giovanni di Rjazan&#8217; e Boris di Tver e dal Metropolita Fozio. Ci sono i <em>khan</em> dell&#8217;Orda di Sarai e quello dell&#8217;Orda di Crimea. E&#8217; presente il Gran Maestro dell&#8217;Ordine dei Cavalieri Portaspada di Livonia e il rappresentante dei Cavalieri Teutonici. C&#8217;è infine il legato del Papa e il rappresentante dell&#8217;Imperatore di Bisanzio&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">Si devono discutere molte cose, ma solo alcune ci interessano da vicino e cioè:</p>
<ul class="unIndentedList" style="text-align: justify;">
<li> Come riunire le due Chiese, Cattolica Romana ed Ortodossa</li>
<li> Concedere la corona regale a Vytàutas</li>
<li> Separazione politica della Lituania dalla Polonia</li>
</ul>
<p style="text-align: justify;">Quando la conferenza si chiuse, in realtà nessuna delle problematiche fu risolta, ma almeno per quanto riguarda Vytàutas si riconobbe che, come signore cattolico e secondo gli accordi fatti con Jagellone, potesse essere incoronato re.</p>
<p style="text-align: justify;">Vytàutas è ormai all&#8217;apice della sua gloria e non può più aspettare per avere la benedetta corona, ha quasi ottant&#8217;anni! E così il novello futuro re preparò tutta la cerimonia relativa. In primo luogo ordinò la corona in Germania a Norimberga che fosse la più bella e la più ricca possibile e poi organizzò la grande festa.</p>
<p style="text-align: justify;">Non si può evitare di dare qualche dato numerico su questo grande spettacolo organizzato a Trakai,  nel castello nuovo appena finito vicino a Vilnius, poiché dà l&#8217;idea del modo di fare di quei tempi.</p>
<p style="text-align: justify;">Si prepararono per il consumo 700 botti di <em>mjod</em> (l&#8217;idromele, una specie di acquavite del tempo), oltre al vino per gli stranieri e la birra. Furono scannati ben 700 fra vacche, tori e manzi, 1400 montoni, 100 uri, altrettanti porci enormi e altri cibi prelibati. I banchetti cominciarono subito e continuarono per ben 2 mesi in attesa dell&#8217;arrivo della corona e del Legato Papale che l&#8217;avrebbe posta sul capo di Vytàutas in nome del Papa di Roma.</p>
<p style="text-align: justify;">Purtroppo Jagellone manovrava affinché tale incoronazione, che avrebbe portato ad una divisione della Lituania dalla Polonia, non avvenisse e ciò, in quel momento storico (siamo nel 1430), significava la fine del potente stato che aveva sognato. A causa di ciò, ma senza far trasparire nulla né negli atteggiamenti né nelle parole, decise di impedire l&#8217;entrata in Lituania del Legato Papale (certamente col consenso di Sigismondo). La corona venne sequestrata alla frontiera, fatta in pezzi e divisa fra gli ufficiali doganali.</p>
<p style="text-align: justify;">Risultato? Vytàutas fu talmente scosso quando gli fu dato l&#8217;annuncio di quel che era successo che dopo qualche mese, colto da un colpo apoplettico, morì!</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/epopea-russo-lituana.html' addthis:title='Un’epopea russo-lituana. Vytàutas-Witold-Vitovt il Grande e la nascente Rus’ di Mosca ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.centrostudilaruna.it/epopea-russo-lituana.html/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
			<coop:keyword><![CDATA[Civiltà medievale]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Italiano]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Medioevo]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Basilio]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Bisanzio]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[bojari]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Cavalieri Teutonici]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Cipriano]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[khan]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Kiev]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Lituania]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Mosca]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[novgorod]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[orda]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[peste]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Russia]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[smolensk]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[tamerlano]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Tatari]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Vilnius]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[volga]]></coop:keyword>
		<coop:keyword><![CDATA[Vytàutas]]></coop:keyword>
	</item>
	</channel>
</rss>

