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	<title>Centro Studi La Runa &#187; Storia</title>
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	<description>Archivio di storia, tradizione, letteratura, filosofia</description>
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		<title>Perceval, Re e Sacerdote</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Jan 2012 16:21:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Vito Foschi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[In Perceval è ravvisabile l’eterna figura del Re Pontefice, guida politica e spirituale dalla cui salute dipende il benessere del regno.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/perceval-re-e-sacerdote.html' addthis:title='Perceval, Re e Sacerdote '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/letteratura48x48.png" width="48" height="48" alt="" title="Letteratura" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/carlomagno48x48.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Medioevo" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/yggdrasil.thumbnail.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Simboli e simbologia" /><br/><p style="text-align: justify;"><strong><em>Introduzione</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-medium wp-image-9253" style="margin: 10px;" title="perceval" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/perceval-298x300.jpg" alt="" width="298" height="300" />Nel <em>Perceval</em>, il romanzo di Chétien de Troyes, si racconta di come il giovane Perceval da selvaggio ed incolto si trasformi in un perfetto cavaliere affrontando varie avventure, tra cui alcune di natura fantastica. Ma dietro questo percorso è possibile scorgere una vera e propria iniziazione. Ad esempio l’avventura nel castello del Graal non trova facilmente spiegazione come semplice favola e molti autori hanno rilevato i riferimenti mitici sia celtici sia alla tradizione dei Re Taumaturghi. Come abbiamo scritto in altri lavori Perceval riceve due iniziazioni, la prima alla cavalleria profana o terrena ricevuta dal gentiluomo Gorneman di Gorhaut, e la seconda alla cavalleria spirituale o celeste dallo Zio Eremita che gli trasmette una preghiera segreta. Questo particolare non è facilmente riconducibile a un contesto cristiano o semplicemente favolistico. Rappresenta la trasmissione di un sapere iniziatico, segreto, che si trasmette da maestro ad allievo.</p>
<p style="text-align: justify;">L’opera di Chrétien manca della fine, non si capisce se per volontà dell’artista o meno ed il suo successo è in parte dovuto alle diverse continuazioni scritte da altri autori. Il romanzo ha, inoltre, la particolarità si essere quasi diviso in due parti di cui una dedicata ad un altro protagonista: Galvano. Si può ben dire che si tratti di una opera molto particolare e nonostante o forse proprio per questo di ampia diffusione.</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Il Castello del Graal</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;">Perceval raggiunge il castello del Graal ma non ponendo la domanda su cosa sia ciò che vede fallisce la prova e si allontana non riuscendo a capire cosa sia successo. Il tutto gli viene spiegato da una sua cugina con una specie di interrogatorio. Anche qui le tracce di un rituale con delle domande prefissate e le risposte dell’adepto che non sa. E d’altronde cosa potrebbe sapere Perceval se è ancora un semplice cavaliere? Quando raggiunge il castello del Graal è stato appena iniziato cavaliere da Gorneman ed ha liberato Biancofiore dai suoi nemici. Quindi ha fatto solo esperienza di guerra e di cortesia e questa non è sufficiente a conquistare il Graal.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/i-cavalieri-della-tavola-rotonda/10188" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-9252" style="margin: 10px;" title="i-cavalieri-della-tavolta-rotonda" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/i-cavalieri-della-tavolta-rotonda.jpg" alt="" width="200" height="286" /></a>Nel racconto di Chrétien bisogna rivelare la presenza di uno schema: tentativo, fallimento, nuovo tentativo, successo. La prima volta che Perceval incontra una donna, la dama dell’Orgoglioso della Landa, segue i consigli della madre e combina un guaio. Non era ancora pronto. Incontra Gorneman che oltre ad insegnargli le regole della cavalleria gli insegna le regole della cortesia. E così la seconda volta con Biancofiore, essendo ormai un uomo e un gentiluomo riesce a conquistarla. Si noti lo schema: tentativo e fallimento con la dama dell’Orgoglioso, nuovo tentativo e successo con Biancofiore. Così succede con le donne, ma così appare lo schema della ricerca del Graal, solo che lo schema non si completa, perché il romanzo si interrompe. Il primo tentativo col Graal fallisce, perché l&#8217;eroe ha avuto solo l&#8217;iniziazione alla cavalleria terrestre e ciò non è sufficiente per recuperare il Graal. Sono i primi due passi dello schema. Verso la fine del romanzo, come accennato prima, riceve l&#8217;iniziazione Spirituale ed è pronto per ritentare l&#8217;impresa. Purtroppo il racconto si interrompe, ma si può ipotizzare con una certa sicurezza una conclusione positiva.</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong><a href="http://www.libriefilm.com/il-graal-i-testi-che-hanno-fondato-la-leggenda/9780" target="_blank"><img class="alignright size-medium wp-image-8196" style="margin: 10px;" title="il-graal" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/il-graal-178x300.jpg" alt="" width="178" height="300" /></a>Un romanzo di formazione?</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;">Alcuni autori hanno considerato l’opera solo come un romanzo di formazione con intenti didascalici senza vederne gli aspetti mitologici, ma anche questa interpretazione non fa che rafforzare l’ipotesi della conquista del Graal da parte di Perceval. Se il protagonista deve imparare certe cose per poter superare le prove della vita, si intuisce che alla fine del racconto dopo aver imparato ciò che serve ritroverà il castello del Graal e porrà la domanda e libererà il Re Magagnato dal suo dolore.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando Perceval raggiunge il castello del Graal la prima volta, è cavaliere ed ha appena lasciato il castello di Biancofiore, ha ricevuto l’iniziazione alla cavalleria terrena ed è ancora un semplice guerriero. È anche maturato da adolescente a uomo conoscendo l’amore terreno. Qui finirebbe il romanzo se si trattasse solo di un romanzo di formazione, come se in una società tradizionale possa aver senso parlare di formazione, o di passaggio dall’adolescenza all’età adulta senza un cerimonia iniziatica. Gli insegnamenti terreni non sono sufficienti a conquistare il Graal.</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>L’investitura del re sacerdote</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;">Nella visita al castello del Graal, il Re Pescatore dona a Perceval una spada dicendogli che è fatta per lui. Ora il <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">simbolo</a> della spada è molto chiaro, oltre a simboleggiare le virtù guerriere rappresenta la Giustizia e la Regalità. In <em>Matteo 10, 34</em> “Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada”. La spada è <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">simbolo</a> della giustizia e Gesù vuole intendere di essere venuto a portare la Giustizia, tra gli altri significati. Nel momento in cui riceve la spada viene riconosciuta a Perceval la sua qualità di guerriero e riceve l’investitura di re. Naturalmente il Graal è un dono spirituale e non può essere posseduto da un semplice re guerriero. Dopo questo episodio Perceval affronta varie avventure, ma si tiene lontano dalla chiesa: è un cavaliere in cerca di avventure. Un venerdì santo incontra una processione e viene rimproverato da uno degli astanti di andare in giro armato in tale giorno. Perceval non sa di che giorni si tratti, lo chiede e quando lo apprende sente la necessità di fare penitenza e saputo della presenza lì vicino di un eremita ci si avvia. Qui apprende che l’eremita è suo zio da parte di madre e i misteri del Graal. Il Graal serve l’ostia al padre del Re Pescatore che da 12 anni si nutre solo di quella. Infine l’Eremita gli insegna una preghiera segreta che «conteneva molti nomi del signore Iddio, i più potenti, che nessuna bocca umana deve pronunciare se non per paura della morte»; preghiera segreta, che rappresenta il filo ininterrotto della tradizione che lega i rappresentati nelle varie generazioni: riceve una definitiva iniziazione. In quest’ultima si può scorgere una iniziazione sacerdotale, e non a caso a impartire l’insegnamento è lo zio materno di Perceval. Ci piace ricordare la tradizione ebraica per cui la discendenza è da parte di madre ed erano i membri della tribù dei leviti a poter accedere alle cariche sacerdotali.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Il costruttore di ponti</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Perceval è re sacerdote o per meglio dire re pontefice. Il Pontifex è letteralmente un «costruttore di ponti», qui inteso simbolicamente quale mediatore fra il nostro mondo e i mondi superiori. In effetti quando Perceval incontra la prima volta il Re Pescatore è alla ricerca di un guado dove attraversare un fiume; il Re è in barca intento a pescare e gli indica la strada, funzione di pontefice, per raggiungere il Castello del Graal dove avrebbe alloggiato quella notte per poi ripartire. Il Castello è un regno non terreno ed il Re Pescatore funge da intermediario fra il mondo terreno e il mondo superiore. Infatti il Castello appare a Perceval ad un tratto, quando disperava di trovarlo pensando di essere stato burlato dal pescatore, e nonostante lo abbia visitato, non sarà più in grado di ritornarvi a dimostrazione che la sua ubicazione non è di questo mondo.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.amazon.it/gp/product/8827205020/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=cestlaru-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8827205020"><img class="alignleft size-full wp-image-9250" title="il-mistero-del-graal" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/il-mistero-del-graal.jpg" alt="" width="240" height="240" /></a>Ricevuta l’iniziazione spirituale o sacerdotale, Perceval è in grado di liberare il Re Magagnato dal suo male o meglio di succedergli al trono e di essere lui il nuovo Re Pescatore che farà rifiorire la terra. Qui si intravede l’ombra di antichi rituali legati ai culti di fertilità e alla successione di un sovrano o di un capo che svolge funzioni sia guerriere che religiose.</p>
<p style="text-align: justify;">La funzione di Perceval è restauratrice, ovvero di riportare ordine in una situazione degenerata. In Perceval riconosciamo la figura dell’eroe nel senso tradizionale del termine come spiegato da <a title="Julius Evola" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/julius-evola/">Julius Evola</a> nel suo <a title="Il mistero del Graal" href="http://www.amazon.it/gp/product/8827205020/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=cestlaru-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8827205020" target="_blank"><em>Il mistero del Graal</em></a>. L’eroe a differenza dell’uomo primordiale completo in sé, deve riconquistare la sua pienezza perché non è per “natura” completo. Da <em><a title="Il mistero del Graal" href="http://www.amazon.it/gp/product/8827205020/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=cestlaru-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8827205020" target="_blank">Il Mistero del Graal</a>: “Secondo <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/esiodo" target="_blank">Esiodo</a></span> la «generazione degli eroi» fu creata da Zeus, cioè dal principio olimpico, con la possibilità di riconquistare lo stato primordiale e dar quindi vita a un nuovo ciclo «aureo»”.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Compito dell’«eroe» è quindi quella di far rinascere una nuova età dell’oro. In effetti nell’avventura di Perceval, osserviamo una situazione di disordine in cui è caduta la società umana a causa dell’infermità del Re Pescatore. Possiamo pensare che la malattia del Re Pescatore si ripercuota sul mondo perché come è raccontato da altri testi del ciclo arturiano, sia Merlino che Artù sono traditi da una donna, da intendersi anche qui in senso simbolico, generando il caos nel regno.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.amazon.it/gp/product/8845903257/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=cestlaru-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8845903257" rel="nofollow" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-9251" style="margin: 10px;" title="il-re-del-mondo" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/il-re-del-mondo.jpg" alt="" width="240" height="240" /></a>Accenniamo al fatto che nelle tre figure del re Pescatore, di Merlino e d’Artù possiamo vedere le “tre funzioni supreme” indicate da <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/rene-guenon/">Guénon</a></span> nel <a title="Il Re del Mondo" href="http://www.amazon.it/gp/product/8845903257/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=cestlaru-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8845903257" target="_blank"><em>Re del mondo</em></a>: <em>“…il capo supremo dell’Agarttha porta il titolo Brahâtmâ (sarebbe più corretto scrivere Brahmâtmâ), «supporto delle anime nello spirito di Dio»; i suoi coadiutori sono il Mahâtmâ, «rappresentante dell’Anima universale» e il Mahângâ, «simbolo di tutta l’organizzazione materiale del Cosmo»: questa è la divisione gerarchica che le dottrine occidentali rappresentato mediante il ternario «spirito, anima e corpo»”</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora, Perceval secondo lo schema da noi individuato, guarisce il Re Pescatore e gli succede instaurando un nuovo regno e quindi una nuova era di pace e prosperità che potrebbe essere considerata come il ritorno all’età dell’oro primordiale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Re Pescatore</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">L’aggettivo pescatore associato a re non è casuale e non riguarda semplicemente il passatempo del re malato ma ha un chiaro significato simbolico. Il Re Pescatore per eccellenza è Gesù, re perché discendente dalla stirpe davidica e pescatore perché pescatore d’anime. Nel Vangelo sono ben noti i passi in cui dice a Pietro di gettare le reti (<em>Luca 5, 4</em>) e quando gli dice di lasciare le reti che lo avrebbe fatto pescatore di uomini (<em>Luca 5, 10</em>). Qui, è da citare il cosiddetto anello piscatorio indossato dal Papa che ha l’effige di Pietro che pesca con la rete. In questo oggetto è racchiusa una doppia <a title="simbologia" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/" target="_blank">simbologia</a> regale e sacerdotale. L’anello sta spesso a denotare la nobiltà di chi lo indossa, mentre l’effige di S. Pietro che getta le reti è un esplicito <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/" target="_blank">simbolo</a> della funzione sacerdotale della Chiesa. Dobbiamo qui citare la diffusione nel <a title="medioevo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/medioevo/" target="_blank">medioevo</a> di una leggenda di origine araba che racconta di come Re Salomone possedesse un anello magico capace di scacciare i demoni e perdendolo lo ritrovi dentro un pesce che aveva appena pescato e da cui l’appellativo re pescatore. Sottolineiamo l’esistenza di una leggenda simile che ha come protagonista Alessandro Magno, anch’egli simbolo di quella regalità sacerdotale, perché in un certo qual modo ne ha incarnato i principi nella storia.</p>
<p style="text-align: justify;">A completamento dell’esame della <a title="simbologia" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/" target="_blank">simbologia</a>, ricordiamo che il simbolo dei primi cristiani era il pesce dall’acronimo greco che indicava il nome di Gesù ed a volte erano chiamati loro stessi pesciolini perché, come i pesci erano scampati alla punizione divina del diluvio universale, così, essi grazie alla loro fede in Cristo avrebbero superati indenni il Giudizio Universale. Inoltre il pesce era un simbolo frequente dell’iconografia cristiana a ricordare il miracolo dei pani e dei pesci e da qui, spesso associato al banchetto dell’Ultima Cena.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Conclusioni</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">In questo <a title="simbolismo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/" target="_blank">simbolismo</a> sembrano convergere tradizioni precristiane e cristiane, anche se è più corretto dire che ambedue si riferiscono ad un simbolismo tradizionale, esplicitandone ognuna, quella parte che in un dato momento e in un dato luogo, è più congeniale. La presenza di ambedue permette di chiarire meglio i principi sottesi depurandoli dalle incrostazioni delle contingenze storiche.</p>
<p style="text-align: justify;">Non possiamo sapere se l’utilizzo di tale simbolismo da parte di Chrétien sia stato consapevole o meno, anche perché vivendo in un’epoca fortemente intrisa di sacro non poteva non riversare nella sua opera la simbologia cristiana. Sicuramente i riferimenti cristiani hanno permesso a Robert de Boron nelle sua successiva rielaborazione della leggenda del Graal, di rivestirla, con estrema facilità, di abiti cristiani. È da ribadire, però, che una lettura eminentemente cristiana del racconto del Graal non è possibile, stando un sostrato di miti non riconducibile a un alveo cristiano.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/perceval-re-e-sacerdote.html' addthis:title='Perceval, Re e Sacerdote ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Quella strana sintesi tra comunismo e nazione</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Jan 2012 15:14:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto Lodi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nazionalbolscevismo – Uomini, Storie, Idee di Marco Bagozzi racconta il percorso eretico percorso degli intellettuali “rivoluzionari conservatori” sulla natura “nazionale” della rivoluzione bolscevica.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/quella-strana-sintesi-tra-comunismo-e-nazione.html' addthis:title='Quella strana sintesi tra comunismo e nazione '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/rivoluzione-conservatrice.PNG" width="48" height="48" alt="" title="Rivoluzione conservatrice" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storiacontemporanea48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Storia contemporanea" /><br/><div id="attachment_9169" class="wp-caption alignright" style="width: 226px"><img class="size-medium wp-image-9169" title="Ernst Niekisch (25 maggio 1889 - 23 maggio 1967)." src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/niekisch-216x300.jpg" alt="Ernst Niekisch (25 maggio 1889 - 23 maggio 1967)." width="216" height="300" /><p class="wp-caption-text">Ernst Niekisch (25 maggio 1889 - 23 maggio 1967).</p></div>
<p style="text-align: justify;">Ci sono zone d’ombra, nella storia, che non vengono usualmente raccontate; forse per via della difficoltà di etichettarle, di inserirle in schemi preconcetti che facilitino, per i fruitori di tale codice (le masse), la comprensione della realtà come mito: la realtà della lotta metafisica del ventesimo secolo, la lotta del Bene (antifascismo nelle sue varie forme, anche se i comunisti, e specialmente gli stalinisti, erano parzialmente deprecabili) contro il Male (sulfureo nazismo con zoccoli, coda e forcone in mano).</p>
<p style="text-align: justify;">Coloro che, per un motivo o per l’altro, sono usciti dalla seconda guerra mondiale facendo parte dello schieramento dei vincitori, più di ogni altra cosa hanno demonizzato la “questione nazionale”: insomma, va bene intonare l’inno per darsi una spolverata di patriottismo, ma senza esagerare. La libera circolazione di merci e persone, che poi sempre di merci si tratta, non può essere ostacolata.</p>
<p style="text-align: justify;">Tra i vincitori, specialmente le sinistre avversano oggi più che mai le idee di patria e nazione in ogni loro forma. E non è una novità, a dire il vero. Eppure c’è stato un tempo, nel ribollente calderone ideologico e rivoluzionario della Repubblica di Weimar, in cui qualcuno tentò l’ardita impresa di coniugare seriamente comunismo e nazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Un libro di recente uscita – <em>Nazionalbolscevismo – Uomini, Storie, Idee</em> di Marco Bagozzi, Noctua Edizioni – racconta questo eretico percorso sconosciuto ai più. Dalle ipotesi degli intellettuali “rivoluzionari conservatori” sulla natura “nazionale” della rivoluzione bolscevica, agli autori di punta dell’anzidetta corrente ideologica: specialmente Ernst Niekisch ed i fratelli Ernst e Friedrich Georg <a title="Jünger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger/">Jünger</a>, che collaborarono assiduamente alla rivista “Wiederstand” (Resistenza) dello stesso Niekisch. Quest’ultimo nacque politicamente come socialista; fu affascinato dalla rivoluzione russa, lesse Marx e ben presto si iscrisse all’SPD (Partito Socialdemocratico Tedesco).</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/la-profezia-del-terzo-regno-dalla-rivoluzione-conservatrice-al-nazionalsocialismo/9960" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-8633" style="margin: 10px;" title="la-profezia-del-terzo-regno" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/la-profezia-del-terzo-regno.jpg" alt="" width="200" height="281" /></a>Scrive Bagozzi che “Niekisch ammirava dell’Unione Sovietica tutto ciò che gli intellettuali marxisti aborrivano: la volontà di produrre e difendere la Patria, la fortificazione eroica dello Stato, l’atteggiamento guerriero e aristocratico delle classi dirigenti”. Tema fondamentale nella sua produzione intellettuale è anche la polemica anti-occidentale ed anti-latina (in realtà singolarmente simile a quella “latina” controriformistica ed avversa all’Europa liberale e “moderna” di Curzio Malaparte), in nome della quale auspicherà sempre un’alleanza con l’“asiatica” e “barbara” Unione Sovietica; grazie ad essa la Germania avrebbe dovuto ritrovare le proprie radici, nel segno di un “bolscevismo prussiano”, e realizzare un blocco geopolitico radicalmente contrapposto al mondo occidentale, capitalista, liberale e borghese-individualista.</p>
<p style="text-align: justify;">Per aver scritto il <em>pamphlet</em> anti-hitleriano <em>Hitler, una fatalità tedesca</em> e per la sua attività politica nel 1939 fu condannato all’ergastolo, e liberato solo alla fine della guerra; in seguitò aderì alla DDR, distaccandosene successivamente.</p>
<p style="text-align: justify;">Interessanti sono anche gli stralci dei fratelli <a title="Jünger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger/">Jünger</a> riportati dalla rivista di Niekisch.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/loperaio/301" target="_blank"><img class="alignright size-medium wp-image-6652" style="margin: 10px;" title="operaio" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/operaio-185x300.jpg" alt="" width="185" height="300" /></a>Friedrich Georg teorizzò, sulle pagine di “Wiederstand”, uno Stato che doveva essere “la quintessenza del potere massimo, assoluto e trasformato in un organismo, la cui crescita e il cui rafforzamento giustificano qualunque criterio, anche il più violento, il più crudele”. Sosteneva inoltre la necessità di “distruggere ogni forma politica di capitalismo” ed edificare il “socialismo tedesco”, “spezzando il potere del denaro”.</p>
<p style="text-align: justify;">Il più celebre fratello Ernst, dal canto suo, così descriveva il futuro Stato: “Nazionale. Sociale. Militare. E sarà articolato in forma autoritaria”. Egli vide i “nuovi nazionalisti” come rivoluzionari “sani, veri e spietati nemici dei borghesi”. Da ricordare, in questo contesto, è inoltre la sua famosa frase: “Dinanzi alla figura dell’operaio non c’è posto per il borghese”, dall’importante testo del 1932 intitolato proprio <a title="L'operaio" href="http://www.libriefilm.com/loperaio/301" target="_blank"><em>L’operaio</em></a>, il quale fa il paio con il breve scritto <em>La mobilitazione totale</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">In <em>Nazionalbolscevismo – Uomini, Storie, Idee</em> sono tracciate inoltre le storie di altri intellettuali minori della corrente in questione: Paetel, Winning, Lass, Boysen; e raccontate le esperienze “nazionalbolsceviche” delle fazioni comunista e nazista tedesche, quali i nazional-comunisti amburghesi Wolffheim e Laufenberg, i fratelli Strasser e le SA. Un libro consigliato a chi vuole esplorare le possibilità recondite della storia, e le sue “zona d’ombra”.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/quella-strana-sintesi-tra-comunismo-e-nazione.html' addthis:title='Quella strana sintesi tra comunismo e nazione ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>I Greci</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Jan 2012 17:27:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alain De Benoist</dc:creator>
				<category><![CDATA[Antica Grecia]]></category>
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		<description><![CDATA[Il pensiero greco è stato un pensiero aurorale, mattutino, iniziale, quindi connesso al destino. Questo il dovere del pensiero: il rispetto dei greci è avvenire del pensiero. Ricorso, non ritorno ai greci. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/i-greci.html' addthis:title='I Greci '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/centrostudilaruna48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Centro Studi La Runa online" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storia-antica.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Storia antica" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/teiwaz.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Teiwaz" /><br/><p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-medium wp-image-9150" style="margin: 10px;" title="sounion_035" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/sounion_035-300x179.jpg" alt="" width="300" height="179" />Ogni epoca di transizione comporta il riappropriarsi di fonti antiche, specie greche. E così il disagio post-moderno, nato dal crollo dei punti di riferimento. Nietzsche diceva: “Ai greci non si torna”. E aggiungeva che non sapremmo nemmeno imparare da loro, tanto la loro maniera ci è ormai estranea. Invece è proprio quest’ “estraneità” che fa pensare, dando una formidabile lezione d’inattualità. A cogliere l’inattualità della filosofia greca è stato Giorgio Colli in <a title="Filosofi sovrumani" href="http://www.libriefilm.com/filosofi-sovrumani/4535" target="_blank"><em>Filosofi sovrumani</em></a> (pp. 172, Adelphi, euro 13).</p>
<p style="text-align: justify;">Alla Grecia dobbiamo l’invenzione della filosofia. Spesso tradita dal pensiero romano, che la traduce senza riferirsi all’esperienza originale, la parola greca è anzitutto filosofica. Modo d’esistere, innanzitutto, la filosofia s’oppone alla <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione/" target="_blank">religione</a>, perché, anziché accontentarsi delle risposte immediate del culto o della tradizione, s’interroga sulle questioni ultime. I greci inventano la filosofia insieme alla fenomenologia. Per i greci, dimostrare i fenomeni è metterli alla prova, esponendoli di colpo alla luce dell’Essere. Precisione dello sguardo greco…</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/filosofi-sovrumani/4535" target="_blank"><img class="alignleft size-medium wp-image-9151" style="margin: 10px;" title="filosofi-sovrumani" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/filosofi-sovrumani-180x300.jpg" alt="" width="180" height="300" /></a>La Grecia oppone al concetto di storia messianica e lineare, centrata su salvezza e “progresso”, un tempo ciclico, la cui osservazione porta alla saggezza, al senso del tragico, all’idea di destino e all’<em>amor fati</em>. Nulla è più estraneo alla Grecia che la concezione volontaristica della storia, che pretende di costruire l’avvenire senza il passato: perfino il demiurgo crea a partire da qualcosa, ordinando il caos, che non è sinonimo del nulla.</p>
<p style="text-align: justify;">Inoltre la Grecia fonda la libertà non come oggetto del pensiero o «libero arbitrio», ma come attributo dell’azione. La libertà greca è fondamentalmente politica. Dal VII secolo prima della nostra era, gli ateniesi s’organizzano in comunità politica. Con la democrazia, la Grecia inventa una forma politica, che contesta il re divino, perché con essa il potere, «posto al centro» per la formula consacrata, diviene cosa comune. Offendendo Agamennone, Achille illustra già in Omero l’egual diritto alla parola. Diviene allora possibile la riflessione politica; anche la filosofia politica. Dalle origini, la <em>polis</em> si definisce come regime filosofico. Partecipando alle delibere pubbliche, i cittadini non decidono solo sugli affari comuni, ma anche sullo statuto e sul senso della legge. Il <em>demos</em> è filosofia in atto. L’architettura ne è il riflesso: al centro della città greca, la piazza pubblica prevale su ogni altro spazio, quello dove si esercita la cittadinanza. Ideata alla fine del VI secolo, la tragedia si connette all’idea di partecipazione politica e civica: esorta il popolo a considerare i miti con gli occhi nuovi del cittadino.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/oltre-il-moderno/3930" target="_blank"><img class="size-full wp-image-9152 alignright" style="margin: 10px;" title="oltre-il-moderno" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/oltre-il-moderno1.jpg" alt="" width="200" height="279" /></a>La Grecia è la parte giusta e la misure delle cose. Rifiuta la dismisura titanica, prometeica, la devastazione della Terra a opera del calcolo meccanicista e demonia del «sempre più». E anche la tentazione permanente di prendere più della propria parte. Nei poemi omerici, l’eroe è l’uomo libero che gareggia coi simili, per dimostrare di valere e conquistare “gloria immortale” con le sue gesta. L’eroismo è dunque via all’immortalità, ma a rischio di <em>hybris</em>, che mette in luce il tema del «peccato del guerriero». Il valore guerriero non è sovrano. Val meno della saggezza. La vita meditativa e riflessiva prevale sulla vita activa. Nella democrazia greca resta il principio agonistico, ereditato dall’età eroica, ma diretto a esorcizzare il pericolo della guerra civile.</p>
<p style="text-align: justify;">Il pensiero greco è stato un pensiero aurorale, mattutino, iniziale, quindi connesso al destino. E’ stato un inizio del pensiero e alimenta un pensiero dell’inizio. Per <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Heidegger</a></span> “oggi tocca al pensiero pensare in modo ancora più greco quel grecamente s’è pensato”. Questo il dovere del pensiero: il rispetto dei greci è avvenire del pensiero. Ricorso, non ritorno ai greci. <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Heidegger</a></span> dice anche: «L’inizio va ricominciato più originariamente». Perché l’inizio «è davanti, non dietro a noi».</p>
<p style="text-align: justify;">Oggi si è greci disponendosi a un nuovo inizio.</p>
<p style="text-align: justify;">(Traduzione di Maurizio Cabona)</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>Il Giornale</em>, ottobre 2009.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/i-greci.html' addthis:title='I Greci ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Squalo divora squalo</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Dec 2011 11:29:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabio Calabrese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La menzogna è più di uno strumento indispensabile per l'affermazione del comunismo, è, potremmo dire, l'essenza più profonda del comunismo stesso. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/squalo-divora-squalo.html' addthis:title='Squalo divora squalo '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storiacontemporanea48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Storia contemporanea" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/teiwaz.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Teiwaz" /><br/><p style="text-align: justify;"><em>Io devo essere grato al Centro Studi La Runa che, oltre a pubblicare i miei lavori più recenti, mi ha permesso di ripresentare alcuni miei scritti degli anni scorsi che non hanno avuto una circolazione adeguata, a condizione che si tratti di argomenti rilevanti e che non abbiamo perso attualità. L&#8217;articolo che segue rientra in pieno in questa casistica. </em><em>L’occasione di redigere questo scritto mi capitò nel 2007, quando mi trovai sottomano un documento dell’IRCI, Istituto Regionale per la Cultura Istriano-fiumano-dalmata, redatto sei anni prima e anch’esso circolato in forma quasi clandestina nonostante il suo notevolissimo valore storico; documento che era una risposta al “rapporto” della commissione mista, prima italo-iugoslava, poi italo-slovena pubblicato dal quotidiano “Il Piccolo” di Trieste il 4 aprile 2001, e che era il distillato di ben un decennio di “lavori” della commissione mista che, all’indomani del crollo dei regimi comunisti nelle repubbliche iugoslave come nel resto dell’Europa orientale, aveva il preciso e molto orwelliano scopo di dare la versione ufficiale e definitiva, definitivamente assolutoria per i carnefici della nostra gente sul confine orientale, di quanto vi era successo dall’ottocento alle due guerre mondiali, di chiudere la porta a possibili rivendicazioni e di interdire ulteriori future ricerche, rendendo impossibile una volta di più aprire gli occhi sulle spaventose realtà del totalitarismo comunista e dell’oltranzismo nazionalistico slavo, facendo ricadere la colpa di tutto sugli italiani in quanto allora fascisti (ma anche prima e dopo il regime, “fascisti” in quanto italiani), non si voleva come non si vuole oggi arrivare a una Norimberga del comunismo, neppure in un settore limitato dell’Europa, perché le complicità tra la tirannide colla falce e martello e le “democrazie occidentali”, primo fra tutti il regime <span style="text-decoration: underline;">collaborazionista</span> instaurato in Italia dai vincitori, sono state e sono ramificate ed estese.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Dalla stesura del mio articolo quattro anni fa ad ora, diverse cose sono cambiate, ma che non gli hanno tolto validità, ma semmai, paradossalmente, l’hanno rafforzata. Certo, oggi la sinistra, quella che si dice non più comunista, non ha il volto truce e truculento dei tempi andati, è diventata più melliflua, e forse proprio per questo più pericolosa.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>La novità maggiore di questi ultimi anni è stata probabilmente la confluenza dei sedicenti ex comunisti e dei sedicenti ex democristiani nel PD, partito-museo (o mausoleo) della Prima Repubblica, quasi un’esplicita ammissione che costoro, che sono vissuti per cinquant’anni dell’antagonismo reciproco delle rispettive basi, hanno preso gli Italiani per i fondelli per mezzo secolo.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Oggi un governo nato da una congiura di palazzo come sedicente risposta a una crisi economica provocata apposta per spingere sulla strada dell’eliminazione del residuo potere degli stati nazionali, delle privatizzazioni, della globalizzazione, si appresta a liquidare quel che resta dello stato sociale, eredità del fascismo, che per decenni ha garantito il benessere del nostro popolo, e un governo clerico-finanziario sostenuto dalla UE e dalla sinistra si appresta ad allargare le quote d’ingresso degli extracomunitari in Italia in ossequio alle richieste della CEI, con la benedizione di quel vecchio arnese comunista che ingombra le stanze del Quirinale, che ha dichiarato “follia” non dare di corsa la cittadinanza italiana a chicchessia che una donna clandestina scodelli sul nostro suolo.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>E’ chiaro che si vuole colpire il popolo italiano nella sua sostanza etnica.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Non è proprio questo il momento di lasciare nell’ombra gli scheletri nell’armadio comunista.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><a title="Fabio Calabrese" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/fabio-calabrese/">Fabio Calabrese</a><em></em></p>
<p>* * *</p>
<p style="text-align: justify;">“Cane non mangia cane”, dice un proverbio, ed è vero, ma ci sono animali ben più feroci dei cani, ad esempio gli squali ed i comunisti, gli uni e gli altri non solo sono ben più pericolosi di un cane anche idrofobo, ma praticano disinvoltamente il cannibalismo ed anche l&#8217;autofagia, ossia il divorare se stessi; uno squalo eccitato dall&#8217;odore del sangue, in preda alla frenesia alimentare, se ha il ventre squarciato, può divorare le proprie viscere; esattamente come nei processi staliniani gli imputati confessavano spontaneamente delitti mai commessi, convinti in tal modo di rendere un servizio “alla causa”, “causa” che poi coincideva con gli umori del pazzo sanguinario insediato al Cremlino, il più grande assassino della storia umana. Squalo divora squalo, comunista sbrana comunista.</p>
<p style="text-align: justify;">Su ciò non possono esserci dubbi. Chi è stato l&#8217;uomo che ha fatto uccidere più comunisti nel corso del XX secolo? Mussolini no di certo, la sua è stata una dittatura blanda che non ha conosciuto né lager né persecuzioni di massa, e forse a tratti persino troppo generosa con i nemici. Hitler? Pinochet? Certamente no; è stato sempre lui, l&#8217;inarrivabile Josef Vissarionovich Djugasvili, in arte Stalin che ne ha fatti massacrare a decine di milioni; il suo primato è forse insidiato solo da Mao Tse Tung (o Dse Dong) se andiamo a considerare i milioni di cinesi uccisi prima, dopo ma soprattutto durante la cosiddetta “rivoluzione culturale”.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto questo lo sappiamo, lo sappiamo da tempo, non rappresenta in alcun modo una novità, ma la storia del comunismo, il vero <span style="text-decoration: underline;">impero del male</span> del XX secolo, (altro che quei <span style="text-decoration: underline;">dilettanti</span> dei nazisti; e di quei bonaccioni dei fascisti che non sono mai riusciti ad andare molto oltre qualche manganellata ed un po&#8217; di olio di ricino, non parliamo proprio!) è un pozzo senza fondo di orrori, e più si scava, più atrocità, una più agghiacciante dell&#8217;altra, vengono alla luce. Tuttavia, quella che vorrei segnalarvi questa volta, è un&#8217;atrocità tutta particolare per il suo significato,  anche nell&#8217;ambito del cannibalismo con la falce e martello (comunisti trucidati da comunisti), e pur situandosi storicamente come un episodio marginale in una mattanza di ben più vaste dimensioni compiuta dai boia con la stella rossa.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/foibe.jpg"><img class="alignleft  wp-image-9099" style="margin: 10px;" title="foibe" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/foibe.jpg" alt="" width="349" height="420" /></a>Prima di procedere, però, è opportuna una premessa. Oggi viviamo, sembra proprio, in tempi di revisionismo, un revisionismo strano e schizofrenico nel quale sono proprio gli eredi del comunismo che, con sessant&#8217;anni di ritardo, si recano a rendere un omaggio tardivo alle vittime dei loro padri e dei loro consanguinei ideologici. Ad inaugurare questa “nouvelle vague” revisionista fu nel 2005 Walter Veltroni che venne qui da noi a Trieste a piangere sulla foiba di Basovizza; l&#8217;anno scorso fu Massimo D&#8217;Alema a recarsi in Ungheria a rendere omaggio ai caduti dell&#8217;insurrezione del 1956. Quest&#8217;anno è stato il presidente Napolitano a parlare delle foibe, provocando la reazione isterica di chi ha la coda di paglia lunga un chilometro, della presidenza croata. Ora diciamo chiaro che tutto questo è inaccettabile: costoro glissano in maniera spudorata sul fatto di aver taciuto e mentito per sessant&#8217;anni, peggio, di aver condannato all&#8217;ostracismo, all&#8217;emarginazione, alla demonizzazione politica coloro che osavano dire la verità. Se veramente costoro avessero intenzione di fare ammenda delle nefandezze della loro parte politica, dovrebbero arrivare a ripensamenti di ben altra portata, abbandonare l&#8217;agone politico; invece, in questi termini il “messaggio” suona contraddittorio ed ipocrita: “Vi abbiamo mentito per sessant&#8217;anni, quindi continuate ad avere fiducia in noi!”</p>
<p style="text-align: justify;">Inoltre, costoro, che proclamano di aver finalmente compreso gli orrori del totalitarismo “rosso”, continuano ad intrattenere ottimi rapporti con i regimi cinese e cubano dove questi orrori sono realtà presenti ed attuali, a chiara dimostrazione che finché esiste, questo tipo di regime non è e non sarà mai compatibile con il rispetto dei diritti umani: è un esempio eclatante di quel che Jean François Revel chiamerebbe “la conoscenza inutile”, George Orwell avrebbe identificato come bis-pensiero e noi possiamo ad ogni modo definire come “pensare a compartimenti stagni”.</p>
<p style="text-align: justify;">Di più: questo “buonismo” di cui oggi costoro si ammantano, è forse l&#8217;ultima, ben congegnata, mistificazione; se costoro sono “dei buoni”, ecco che gli orrori della loro parte politica sono automaticamente retrocessi ad “errori”, e ci possiamo chiedere se costoro stiano rendendo alle vittime dell&#8217;abominio comunista un tardivo omaggio, o l&#8217;ultimo sottile insulto.</p>
<p style="text-align: justify;">Non si può parlare di errori del comunismo, perché il comunismo è stato, è, dove è ancora sciaguratamente al potere, in sé, per sua natura, una macchina totalitaria stritola-uomini. In questo contesto, la storia dei comunisti vittime del comunismo, di coloro che sono stati inghiottiti dalla mostruosità cannibale di cui erano partecipi, non è certo quella che muove a maggiore pietà (“sono andati a cercarsela”, si potrebbe dire), ma probabilmente è la più illuminante sulla reale natura dell&#8217;ideologia folle e sanguinaria che ha cercato di realizzare “il paradiso in terra” su di una montagna di cadaveri.</p>
<div id="attachment_9100" class="wp-caption alignright" style="width: 336px"><img class=" wp-image-9100 " title="Achille Beltrame, copertina de &quot;La Domenica del Corriere&quot;, del gennaio 1944." src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/foibe-beltrame.png" alt="Achille Beltrame, copertina de &quot;La Domenica del Corriere&quot;, del gennaio 1944." width="326" height="419" /><p class="wp-caption-text">Achille Beltrame, copertina de &quot;La Domenica del Corriere&quot;, del gennaio 1944.</p></div>
<p style="text-align: justify;">Sarà bene avere chiaro il quadro storico: nell&#8217;imminenza della fine della seconda guerra mondiale e della capitolazione dell&#8217;Asse, da parte comunista, ossia di Stalin e del suo manutengolo jugoslavo Tito, in perfetto accordo con il primo, fu portata avanti un&#8217;operazione, senza dubbio pianificata da lungo tempo a tavolino, di far avanzare il mondo slavo verso occidente ai danni di quello germanico ed italiano, di cancellazione della presenza tedesca ad est del fiume Oder e di quella italiana sulla sponda orientale dell&#8217;Adriatico. Questo significava il massacro a sangue freddo di decine, centinaia di migliaia, milioni di persone, civili non combattenti, in massima parte donne, vecchi e bambini, per costringere gli altri ad abbandonare le loro case e le loro terre fuggendo per salvarsi la pelle.</p>
<p style="text-align: justify;">Prima del 1940 vivevano nelle terre tedesche ad est dell&#8217;Oder quindici milioni di persone. Dopo la guerra sono stati contati in Occidente dodici milioni di profughi da quelle regioni; e gli altri tre milioni che fine hanno fatto? Nel febbraio 1945 i Tedeschi riconquistarono temporaneamente il paese di Gumbinnen nella Prussia orientale e si trovarono di fronte scene allucinanti da sconvolgere i più incalliti veterani: cadaveri di vecchi cui era stato dato fuoco dopo averli crocifissi alle porte delle loro case, corpi di donne che erano state lasciate ad agonizzare con il ventre squarciato dopo essere state stuprate innumerevoli volte; i medici della <em>Wehrmacht </em>riscontrarono segni di stupro sui corpicini di bambine di età inferiore a tre anni; insomma, il comunismo nella sua essenza più pura.</p>
<p style="text-align: justify;">Nelle nostre terre la stessa realtà porta un nome che un tempo indicava solo le cavità naturali scavate nella roccia dal dilavamento delle acque, ma che oggi indica l&#8217;epitome dell&#8217;orrore: foibe. Gli assassini jugoslavi con la stella rossa trascinavano le loro vittime, colpevoli solo di essere italiane, sul bordo di questi inghiottitoi naturali che si trovano con frequenza sul Carso, dopo averle legate le une alle altre in fila indiana di solito con il filo spinato; quindi sparavano ai primi della fila che trascinavano gli altri con sé cadendo. In questo modo si risparmiavano le pallottole, mentre molte delle vittime di questo trattamento rimanevano con le ossa rotte sul fondo della foiba ad agonizzare per ore o per giorni.</p>
<div id="attachment_9101" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-9101  " title="Recupero di salme di infoibati" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/recupero-300x300.jpg" alt="Recupero di salme di infoibati" width="300" height="300" /><p class="wp-caption-text">Recupero di salme di infoibati</p></div>
<p style="text-align: justify;">Quanti italiani furono massacrati nelle foibe? Riuscire a capirlo è importante perché da parte comunista e “sinistra” non solo jugoslava, ma anche italiana (ed è la cosa che fa più schifo) è esistito ed esiste ancora un estesissimo riduzionismo e negazionismo, poiché l&#8217;esistenza delle foibe e degli orrori di cui esse sono state teatro non possono essere negati, la tendenza a ridurre la cosa ad una serie di vendette personali, rese comprensibili, anche se non giustificate, dal clima della guerra. Tutto ciò è assolutamente falso, si trattò di un&#8217;estirpazione dell&#8217;etnia italiana certamente pianificata, dalla sponda orientale dell&#8217;Adriatico, in poche parole, di un <span style="text-decoration: underline;">genocidio.</span></p>
<p style="text-align: justify;">Alcuni anni fa la Slovenia pubblicò un elenco di circa 3.000 infoibati <span style="text-decoration: underline;">nella sola provincia di Gorizia</span> avanzando la ridicola pretesa che questo elenco fosse completo e comprensivo di tutti gli Italiani massacrati dalle bande titine. A smentirli, a smentire queste canaglie cui oggi è stato concesso di entrare nell&#8217;Unione Europea senza nemmeno fare i conti con il loro passato, senza dover rendere alle vittime ed ai loro familiari nemmeno il tributo della memoria, basterebbero le dichiarazioni rilasciate dall&#8217;ex braccio destro di Tito e poi dissidente Milovan Gilas, che quantificò le vittime delle foibe in circa 30.000, aggiungendo con sorprendente candore: “Li ammazzammo, non perché fossero fascisti, ma perché erano italiani”.</p>
<p style="text-align: justify;">Trattandosi dell&#8217;ammissione di uno dei responsabili, ci possiamo aspettare che questa cifra sia sottostimata, non certo sovrastimata; infatti <span style="text-decoration: underline;">i numeri, i puri e semplici numeri</span> parlano un linguaggio ancora diverso. Il censimento del 1921 quantificò in 500.000 gli Italiani viventi nell&#8217;Istria e nella Venezia Giulia di allora, che costituivano circa il 70% della popolazione complessiva. Purtroppo, fra il 1921 ed il 1940, non furono tenuti censimenti, ma è ragionevole supporre che in questo lasso di tempo la popolazione sia cresciuta piuttosto che diminuita. Dopo la guerra si sono contati in Italia 350.000 profughi dalle regioni annesse alla Jugoslavia. Ed i 150.000 che mancano all&#8217;appello? Un&#8217;esigua minoranza, quella che  costituisce la minoranza italiana in quelle che oggi sono la Slovenia e la Croazia riuscì a salvarsi; erano coloro che riuscirono a farsi passare per sloveni o croati; altri saranno deceduti per fatti di guerra, ma una stima prudente delle vittime delle foibe non può scendere al disotto di 70-80.000 unità, e quasi sicuramente il numero reale supera i 100.000 assassinati.</p>
<p style="text-align: justify;">Sul concetto di “fatto di guerra”, poi occorre intendersi; infatti, ad esempio Zara subì tra il 1943 e la metà del 1945, 37 bombardamenti, di quelli che cambiano la topografia del paesaggio, pur non ospitando né installazioni militari né impianti industriali. “La colpa” di Zara era quella di essere la più importante città italiana della Dalmazia, e la presenza italiana in Dalmazia doveva essere annientata, anche perché essa rivelava la verità, imbarazzante per gli “alleati” occidentali, che con la pace di Parigi del 1919 che aveva poi creato le premesse del secondo conflitto mondiale, la nostra vittoria era stata effettivamente mutilata ed i sacrifici e gli eroismi del Piave e di Vittorio Veneto annullati, negandoci la Dalmazia e Fiume (non fosse stato per l&#8217;impresa dannunziana). La verità è che gli “alleati” occidentali furono conniventi e complici assieme agli assassini comunisti, di atrocità assolutamente analoghe di quelle di cui poi finsero d&#8217;indignarsi tanto a Norimberga, né altrimenti si possono considerare bombardamenti terroristici contro la popolazione civile nel quadro di una “pulizia etnica” chiaramente genocida.</p>
<p style="text-align: justify;">Bene, questo è il quadro storico; vediamo ora le circostanze che hanno portato alla stesura del documento che ci apprestiamo ad esaminare.</p>
<p style="text-align: justify;">Il pentitismo ed il revisionismo che oggi i “compagni” manifestano su queste tematiche è una novità recente ed improvvisa; fino a pochissimo tempo fa, la loro politica era quella di negare e dissimulare, indicare (al pubblico ludibrio!) come “fascisti” tutti quelli che avevano il coraggio di dire la verità. Ricordo benissimo un comunicato della CGIL scuola nel 2004 (tre anni fa, non trenta anni fa) nel quale si stigmatizzavano le manifestazioni per il cinquantennale del ritorno di Trieste all&#8217;Italia come “nazionalismo intollerante” (che è sempre quello italiano, mai quello slavo), e le foibe, ed il lungo martirio subito dalle nostre genti per 11 anni, dal 1943 al 1954, non esistevano proprio!</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/1984/8861"><img class="alignright size-medium wp-image-8333" style="margin: 10px;" title="1984" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/1984-193x300.jpg" alt="" width="193" height="300" /></a>La prima e l&#8217;ultima vittima del comunismo e della prassi dello sterminio di massa come normale strumento “politico” è sempre la verità. Orwell l&#8217;ha insegnato con chiarezza, dipingendo in <em><a title="1984" href="http://www.libriefilm.com/1984/8861">1984</a> </em>con precisione i meccanismi interni del sistema comunista. Il totalitarismo trae la sua linfa vitale dalla menzogna e dalla riscrittura della storia. La menzogna è prassi comune nell&#8217;“educazione” delle nuove leve slovene e croate, laddove lo sciovinismo nazionalistico ha semplicemente sostituito l&#8217;ideologia comunista, mantenendone la ferocia omicida. Ai ragazzi sloveni e croati si fa credere che nelle terre strappateci dai loro padri con la violenza più bestiale e che furono parte integrante della civiltà veneta, gli Italiani non sarebbero giunti prima del 1919, e si gabellano le chiese ed i campanili veneziani della costa dalmata da cui è stato scalpellato il leone di San Marco per “arte croata”. Non basta, le vittime devono essere persuase della “giustezza” dell&#8217;abuso compiuto, come espiazione di presunti “crimini fascisti” non devono turbare la “convivenza democratica” con rivendicazioni o semplicemente con la persistenza della memoria.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;ultimo decennio del secolo scorso, e fino al cambio di rotta dell&#8217;ultimo paio d&#8217;anni, è stato forse il periodo peggiore; fidando della scomparsa per naturale estinzione dei testimoni diretti, era il momento ideale per far passare la “riscrittura orwelliana” della storia, anche con la scusa di favorire “l&#8217;uscita dal comunismo” prima della Jugoslavia, poi dei Paesi nati dal suo smembramento, si dovevano porre le condizioni perché fosse una volta per tutte impossibile chiedere conto delle atrocità commesse.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/i-fantasmi-del-cansiglio-eccidi-partigiani-nel-trevigiano-1944-1945/9971" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-9102" style="margin: 10px;" title="cansiglio" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/cansiglio.jpg" alt="" width="200" height="299" /></a>In questo clima, nel quale la democrazia si faceva a tutti gli effetti erede del comunismo e pretendeva di fondare il futuro sulla menzogna allo stesso modo di questo, nacque nel 1991 la “commissione mista” italo-jugoslava, divenuta poi italo-slovena di storici o sedicenti tali, che doveva fissare la “verità storica” di regime su questi eventi una volta per tutte, con un procedimento da “ministero della verità” orwelliano ed in modo da sbarrare la strada per sempre ad ulteriori ricerche storiche.</p>
<p style="text-align: justify;">Il “documento” riflette in maniera pressoché totale lo “spirito di Osimo”, sempre per “non turbare l&#8217;evoluzione democratica della Slovenia”, gli “storici” italiani della commissione hanno finito per sposare in pieno le tesi dell&#8217;altra parte, che poi non si distinguono in nulla dalla propaganda titina sull&#8217;argomento: una forte minimizzazione degli eccidi e delle violenze delle foibe, presentati come “comprensibile reazione” alle presunte e mai specificate “violenze fasciste”, una sottostima della presenza storica italiana nelle terre passate alla Jugoslavia e tutto l&#8217;armamentario del rivendicazionismo slavo fino all&#8217;Isonzo e, se possibile, fino al Tagliamento, con in più una nota quasi umoristica se non stessimo parlando di una tragedia colossale: l&#8217;esodo degli Italiani dell&#8217;Istria spiegato come effetto del boom economico italiano <span style="text-decoration: underline;">che doveva verificarsi una decina d&#8217;anni più tardi</span>.</p>
<p style="text-align: justify;">I “lavori” della commissione mista hanno richiesto una digestione particolarmente laboriosa, ed il “documento” è stato defecato solo una decina di anni dopo, comparendo sul “Piccolo”, il quotidiano triestino il 4 aprile 2001, e considerando l&#8217;entità dello stesso, la commissione non ha steso più di una o due paginette l&#8217;anno, per le quali di certo è stata lucrosamente retribuita col denaro pubblico.</p>
<p style="text-align: justify;">Null&#8217;altro vi sarebbe da aggiungere a questo riguardo, tranne segnalare il fatto che uno almeno dei membri italiani della commissione, R. P., è un ex puledro di razza della DC locale che, dopo il terremoto politico del 1991, si è riciclato come “storico” e giornalista, e non per altro se non per segnalare la totale contiguità esistita fra democristiani e comunisti nel  quadro politico italiano, che non ha solo prodotto un sistema d&#8217;intrallazzo politico-mafioso di cui il PCI ha sempre largamente beneficiato insieme alla DC, ma anche, sul confine orientale, quella politica di totale cedimento all&#8217;interesse slavo-comunista, di mancata tutela, di compromissione delle posizioni italiane che ha avuto il suo infame capolavoro nel trattato di Osimo.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/infoibati/6849" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-9103" style="margin: 10px;" title="infoibati" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/infoibati.jpg" alt="" width="200" height="298" /></a>Il “documento” defecato dopo dieci anni dalla commissione evidentemente affetta da stipsi, ha avuto una ben più pronta risposta in un opuscolo pubblicato dall&#8217;IRCI (Istituto Regionale per la Cultura Istriano-fiumano-dalmata) nel giugno 2001, <em>Dieci anni per un documento</em>, curato da Piero Delbello ed a cui hanno collaborato Almerigo Apollonio, Antonio Sema, Pierluigi Sabatti e Roberto Spazzali. E&#8217; quest&#8217;ultimo fascicolo che c&#8217;interessa, poiché in esso, con un lavoro di ben altra serietà rispetto alle coprologie propagandistiche della commissione mista, non ci si è limitati a ribattere punto per punto le mistificazioni del coprolito decennale, ma si è andati a sviscerare anche aspetti poco noti della storia di questa regione durante gli anni terribili; ad esempio, sebbene a Trieste esista, foraggiato dal denaro pubblico, s&#8217;intende, un pleonastico e propagandistico “Istituto Regionale per la Storia del Movimento di Liberazione”, che serve soprattutto come sinecura per fornire un doppio stipendio ad alcuni docenti evidentemente comunisti, nessuno ci ha mai raccontato cosa accadde delle formazioni partigiane composte da comunisti di nazionalità italiana che militarono agli ordini del IX Corpus titino; squali e giuda che finirono sbranati dal più grande squalo, dal leviatano jugoslavo, s&#8217;intende, sulla cui sorte non vale la pena di spendere una lacrima di pietà, ma è una storia che è utile conoscere, perché ci dà modo di comprendere qualcosa che forse finora ci era sfuggito sulla vera natura del comunismo.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche qui, però, bisogna fare un passo indietro: sebbene non esistano documenti che lo provino, tutto lascia intendere che durante la “resistenza” fra il PCI ed i comunisti jugoslavi, fra Togliatti e Tito, sia avvenuto un immondo baratto: l&#8217;appoggio alle rivendicazioni jugoslave su tutta la Venezia Giulia e tutto il Friuli fino al Tagliamento in cambio dell&#8217;aiuto ai comunisti italiani da parte della Jugoslavia per fare anche da noi “la rivoluzione socialista”; difatti solo così è possibile spiegare il fatto che le formazioni partigiane comuniste della Venezia Giulia e del Friuli transitarono agli ordini del IX Corpus jugoslavo, e la brigata di partigiani non comunisti Osoppo, per essersi rifiutata di farlo rendendosi conto che si trattava di un atto che prefigurava l&#8217;annessione dell&#8217;intero Friuli alla Jugoslavia, fu massacrata fino all&#8217;ultimo uomo dai partigiani comunisti della brigata Garibaldi, dopo essere stata circondata e disarmata con l&#8217;inganno, alle malghe di Porzus, in uno degli episodi più luminosi (nel senso che gettano una chiara luce rivelatrice) della “resistenza”.</p>
<p style="text-align: justify;">La sorte cui andarono incontro costoro nelle zone rimaste italiane (non certo per loro merito!) del Friuli e della Venezia Giulia, ed in quelle passate sotto controllo jugoslavo (compresa Trieste nell&#8217;immediato dopoguerra) fu ovviamente diversa. Nelle prime, come nel resto d&#8217;Italia, costoro diventarono “gli eroi” di una guerra che non avevano combattuto (posto che fare attentati per provocare la rappresaglia contro le popolazioni civili,  tendere agguati sparando alla schiena e massacrare i vinti disarmati dopo che si sono arresi, non è combattere), e sugli episodi più infami della “resistenza” come la strage di Porzus fu steso un velo di silenzio omertoso, mentre coloro che avevano veramente combattuto per difendere l&#8217;Italia, i ragazzi della RSI, rimanevano esposti alle vendette più feroci.</p>
<p style="text-align: justify;">Quelli che invece si trovarono nelle zone passate sotto controllo jugoslavo, andarono incontro ad un destino alquanto diverso, ce lo racconta Antonio Sema nell&#8217;articolo <em>Riflessioni su un documento del confine orientale</em>, nel fascicolo dell&#8217;IRCI.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">“Il documento omette di approfondire le vicende dei numerosi combattenti partigiani italiani eliminati in maniera sospetta, come:</p>
<p style="text-align: justify;">Giovanni Zol, comandante del Battaglione Triestino che nell’ottobre 1943, quando i tedeschi occuparono l’Istria, si ritira nel Carso istriano. Zol cerca un’intesa con gli sloveni che non vogliono una presenza autonoma di comunisti italiani nel territorio appena annesso, poi a novembre viene ucciso in un’imboscata dai contorni alquanto ambigui.</p>
<p style="text-align: justify;">Giovanni Pezza: rifiuta la confluenza nelle file slovene, costituisce il Battaglione italiano autonomo Giovanni Zol, che risponde al PCI triestino nel contesto del CLN italiano. Alla fine del febbraio 1944, viene passato per le armi da un distaccamento partigiano comandato dallo sloveno Carlo Maslo.</p>
<p style="text-align: justify;">Ferdinando Marea, il comandante del Battaglione Triestino d’Assalto che vuole contattare il PCI triestino mentre il suo comando politico è d’accordo con gli sloveni, e viene catturato a Doberdò dai tedeschi.</p>
<p style="text-align: justify;">Il documento omette pure di ricordare la vicenda del battaglione autonomo Alma Vivoda che nell’agosto del 1944 riceva dagli sloveni l’ordine di sciogliersi, ma la Medaglia d’Oro Vincenzo Gigante risponde negativamente. A ottobre, il CLN sposta l’unità all’interno dell’Istria, dove sarà circondata e distrutta dai tedeschi”.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Costoro, anche se partigiani comunisti, erano pur sempre italiani, e per loro non c&#8217;era posto nella costruenda Jugoslavia del maresciallo Tito. Non è il caso d&#8217;impietosirsi sulla loro sorte: gli utili giuda si rivelarono giuda idioti, e riscossero il salario di Giuda, ma la loro vicenda svela forse meglio di ogni altra la vera natura del comunismo: una menzogna dentro una menzogna, un inganno avvolto in un altro inganno, come una matrioska od un gioco di scatole cinesi: l&#8217;unità antifascista ed il presunto obiettivo del ristabilimento della democrazia erano evidentemente un imbroglio, una trappola per i gonzi, come dimostra chiaramente la strage di Porzus, ma anche il comportamento di certi “gentiluomini” della “resistenza” come il capo partigiano Salvatore Moranino, uso a denunciare alle SS i movimenti delle formazioni partigiane non comuniste; i comunisti in realtà avevano un solo obiettivo, “la rivoluzione”, ossia cancellare qualsiasi altro esclusi loro stessi per impiantare anche in Italia un abominio totalitario di tipo sovietico, ma gli ingannatori furono a loro volta ingannati perché “l&#8217;internazionalismo proletario” al quale credevano, altro non era che la maschera dello sciovinismo nazionalistico slavo.</p>
<p style="text-align: justify;">Tito ed altrove Stalin hanno applicato alla lettera la ricetta suggerita da Hitler nel <em><span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libreriauniversitaria.it/mein-kampf-hitler-adolf-edizioni/libro/9788889515358?a=395521" rel="nofollow" target="_blank">Mein Kampf</a></span></em>: il suolo straniero si può assimilare alla propria nazione; il sangue straniero no, va cacciato o soppresso.</p>
<p style="text-align: justify;">La menzogna è più di uno strumento indispensabile per l&#8217;affermazione del comunismo, è, potremmo dire, l&#8217;essenza più profonda del comunismo stesso. Nel vangelo è contenuto l&#8217;immortale detto (che si può apprezzare si sia credenti oppure no): “La verità rende liberi”, che ha un converso, la menzogna rende schiavi (oppure, come in questi casi e molti altri, cadaveri). Cancellazione della verità e soppressione della libertà vanno di pari passo. Menzogna, schiavitù, cancellazione dei diritti umani, soppressione degli oppositori o di chiunque non sia conforme magari per motivi etnici; il comunismo non è stato e non è, la dove ancora esiste, altro che questo.</p>
<p style="text-align: justify;">Oggi i “compagni” si presentano contriti e redenti dagli errori del passato, circonfusi da un alone di mitezza e di bontà. Permettetemi di essere scettico: dalle uova di squalo non possono nascere altro che squali.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/squalo-divora-squalo.html' addthis:title='Squalo divora squalo ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Nazionalsocialismo, religione pagana</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Dec 2011 17:23:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Leonello Rimbotti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Lo studio del Nazionalsocialismo come cupa religione psicopatologica, attraversata da ogni sorta di perversioni, è una pratica ben collaudata e sempre in auge. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/nazionalsocialismo-religione-pagana.html' addthis:title='Nazionalsocialismo, religione pagana '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storiacontemporanea48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Storia contemporanea" /><br/><p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-medium wp-image-8943" style="margin: 10px;" title="parteitag" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/parteitag-300x227.jpg" alt="" width="300" height="227" />Lo studio del Nazionalsocialismo dal lato “sinistro”, cioè come cupa <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione/">religione</a> psicopatologica, attraversata da ogni sorta di perversioni, e inventata di sana pianta da uno psicopatico, è una pratica ben collaudata. Il primo, precoce studio fu quello di Wilhelm Reich, <em>Psicologia di massa del fascismo</em>, pubblicato nel 1933, in cui, insieme a <em>Fuga dalla libertà</em> di Fromm del ‘41, si individuava nei movimenti nazionalpopolari lo scatenamento di fobìe collettive, di occulte repressioni sessuali, combinate con il bisogno di assoggettarsi a un potere autoritario rinunciando volontariamente alla propria libera personalità. Langer, a guerra ancora in pieno svolgimento, caricò l’argomento di nuovi dettagli, ma come gli altri vide in Hitler essenzialmente il caso clinico. Il suo libro <em>Psicanalisi di Hitler</em>, risalente al 1943, ma pubblicato solo molti decenni dopo, risentiva delle necessità di propaganda legate al momento, e difatti gli fu commissionato dal servizio informazioni degli Stati Uniti. Era una specie di “psicoanalisi a distanza” del dittatore tedesco, un testo “di scuola”, in cui l’aspetto politico-sociale non veniva preso in alcuna considerazione, badando solo alla descrizione, anche minuta, di risvolti caratteriali individuali, sempre e comunque giudicati come gravi patologie della personalità. Da allora, questo tipo di <a title="letteratura" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/letteratura/">letteratura</a> parascientifica ha avuto una lunga sequela di autori, godendo di ottimi riscontri a livello di divulgazione: l’argomento morboso, trattato in modo opportunamente coinvolgente, è stato a lungo garanzia di successo. In Italia, un buon prontuario su queste tematiche è <em>Adolf Hitler. Analisi storica delle psicobiografie del dittatore</em> di Anna Lisa Carlotti, risalente al 1984, ma che fa ancora testo in materia.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/la-nascita-di-una-religione-pagana-psicoanalisi-del-nazismo-e-della-propaganda/10103" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-8942" style="margin: 10px;" title="la-nascita-di-una-religione-pagana" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/la-nascita-di-una-religione-pagana.jpg" alt="" width="144" height="240" /></a>Su questa scia, è da poco uscito <a title="La nascita di una religione pagana" href="http://www.libriefilm.com/la-nascita-di-una-religione-pagana-psicoanalisi-del-nazismo-e-della-propaganda/10103" target="_blank"><em>La nascita di una religione pagana. Psicoanalisi del nazismo e della propaganda</em></a> di Raffaele Menarini e Silvia Lionello, per i tipi di Borla. Qui l’ambizione sembra essere maggiore che in molti altri casi. In questo libro la psicopatologia, lungi dall’arrestarsi all’ossessività della figura del capo, magari intrecciata con le frustrazioni del popolo, dilaga molto oltre, presentandosi come motore malato di una cultura complessa. Siamo in presenza di un classico di psicostoria. Come ormai fanno anche molti storici, si vede nel Nazionalsocialismo una <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione/">religione</a> pagana in piena regola, ma strana, mezza moderna e mezza primordiale, fatta di un paganesimo falso e spurio, per di più gravemente innervato da numerose e pesanti devianze mentali, individuali come collettive.</p>
<p style="text-align: justify;">Ritroviamo in questo testo il lessico tipico di questo genere di studi. I termini “paranoico”, “delirante”, “farneticante”, sono quelli che ricorrono più spesso allorquando si cerca di dare contorno a un’ideologia e a una pratica politica che sono considerate quanto di più alieno e incomprensibile possa esistere: e questo solo fatto dovrebbe escludere la possibilità di capire davvero un fenomeno che è stato ad un tempo individuale e sociale. Infatti, a scorrere queste pagine, ci rende conto del ginepraio in cui va a finire ogni pretesa di comprendere dall’interno – per quindi darne una spiegazione razionale – un soggetto dato <em>a priori</em> come affetto da turbe psichiche. Ad esempio, il Nazionalsocialismo viene definito «una nuova <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione/">religione</a> “pragmatico-pagana” che mescola abilmente i “fini della storia” e lo “scientismo” in una nuova volontà divina rivelata dal <em>logos</em> hitleriano». Tale <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione/">religione</a> politica messianico-redentoria viene dipinta come una «autodivinazione [<em>sic!</em>, anziché autodivinizzazione...] dell’uomo fino al disprezzo di Dio ed in particolar modo del Dio unico ebraico». Veniamo così ad apprendere che la negazione del Dio della <em>Bibbia</em> corrisponde a una psicopatologia delirante. Tutto il filone volontarista-faustiano della cultura europea, dunque, da Empedocle a Meister Eckhardt – <em>diventa cio che sei!&#8230; diventa Dio!</em> – e fino a Nietzsche, e ivi compresa la mistica estatico-religiosa, vengono all’istante liquidati come malattia clinica. Questo “delirio” sovrumanista, tuttavia, mentre dovrebbe condurre a straordinarie aperture liberatorie, nel caso del Nazionalsocialismo, secondo i due autori, porta invece a sorprendenti “regressioni psichiche”: lo Stato di massa «corrisponde a una regressione psichica che non permette più una separazione tra Io e Ideale dell’Io&#8230;»: ma insomma, il Terzo Reich creò il <em>monstrum</em> del Superuomo oppure lo schizofrenico uomo-massa? Instillò il delirio per l’uomo superiore oppure la frustrazione del membro della massa, «equivalente ad ogni altro» e quindi privo dell’Io? Non sappiamo. Gli autori vagano dall’uno all’altro aspetto. Freud, in tutto questo, aleggia pericolosamente.</p>
<p style="text-align: justify;">Un’altra serie di contraddizioni che presenta questo erudito studio di psicologia sociale riguarda l’identità. Si scrive che il Nazionalsocialismo fu abile – con la sua ideologia e la sua propaganda – a «produrre immagini estremamente positive di sé», in modo da fornire una rappresentazione identitaria di radicale intensità, ma si scrive anche che «le mitologie psicopatologiche di tipo nazista» sono basate sul «comportamento deviante connesso ad un mancato sviluppo dell’identità». Da una parte c’è estrema identità, dall’altra non ce n’è affatto&#8230; si capisce che, affermando una cosa e il suo contrario, si è sempre certi di colpire nel segno. Questo metodo “scientifico” prosegue anche quando i due autori definiscono il Nazionalsocialismo come l’esito di una domanda di autorità e di controllo da parte del popolo, fortemente scosso dagli avvenimenti legati alla sconfitta del 1918; ma poi si ricorre a Jung, e si ricorda che lo Stato popolare del Terzo Reich presenta la condizione tipica della «massa quale condizione psichica senza controllo alcuno, in preda a esplosioni archetipiche&#8230;» eccetera. Dunque, anche qui, non sappiamo se i Tedeschi volevano essere “controllati” o no. Quanto alla costruzione del “falso mito” nazista, i nostri autori ricorrono al solito frasario dell’incomprensione, e si limitano alle formule: «In esso l’istituzione di valori originari viene a basarsi su di un falso mito di origine senza alcun spessore simbolico poiché nato da credenze occulte del tutto deliranti». Una simile asserzione, che brilla per pochezza in un libro che vorrebbe essere scientifico, si segnala per assenza di motivazioni: non viene detto perché il mito era falso, non si spiega perchè il suo <a title="simbolismo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">simbolismo</a>, nonostante l’eccezionale risposta collettiva al suo richiamo, fosse privo di spessore. Si afferma invece che Rosenberg, nel suo <em>Mito del XX secolo</em>, aveva espresso tendenze psicopatiche&#8230; ma attingendo direttamente da Rudolf Otto, cioè il maggiore studioso del sacro del Novecento.</p>
<p style="text-align: justify;">Una specie di spiegazione circa la falsità del mito nazista la si trova nel punto in cui i due autori scrivono che che Hitler dette fondo a una «immaginaria identità nazionale fondata sul mito di origine». Ora, tutti sanno che nella cultura europea i miti di fondazione – compresi quelli immaginari – costituiscono la base dell’identità che i popoli si sono dati nel corso dei secoli. Basta ricordare gli studi di Warburg o di Wind sulla riemersione del paganesimo in epoca moderna – quando gli antichi eroi fondatori tornarono ad essere celebrati in funzione di collante popolare – per capire come questi fenomeni di elaborazione dell’origine non siano per nulla una caratteristica “delirante” del Nazionalsocialismo, ma parte integrante di ogni comunità nazionale. Il mito dei Padri pellegrini, quello della missione escatologica affidata agli Stati Uniti, in questo senso, non si presenta meno “delirante” del mito di fondazione individuato dai nazisti nell’idealizzazione delle origini ariane. Inoltre, i nostri due autori si dicono convinti di poter provare come «la propaganda nazista abbia svolto la funzione di produrre un falso immaginario nel senso di imitare con incredibile accuratezza la mitologia wagneriana della Caduta degli déi». Allora il “delirio” del mito originario avrebbe fondamenta per nulla naziste, riposerebbe addirittura su una colonna della cultura tedesca ottocentesca, a sua volta innestata su miti e saghe arcaicissimi&#8230; verrebbe da chiedersi: dunque perché “falso mito”?</p>
<p style="text-align: justify;">In un altro punto del libro, leggiamo che il “labirinto esoterico” su cui si basava il nuovo paganesimo nazionalsocialista intendeva «ripristinare gli antichi riti e le antiche usanze germaniche», in modo che «il popolo avrebbe potuto rinnovare l’antico e primordiale rapporto con la sua Terra». Qualcuno, che non abbia venduto l’anima a Freud, riscontra in questi presupposti qualcosa di “delirante”, di “paranoico”? L’accusa, poi, mossa ai nazisti di aver costruito un «principio assoluto di verità» a scapito della libertà, non è forse possibile rivolgerla a qualunque fede, religiosa, politica, etica? Quale <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione/">religione</a> si annuncia, se non come depositaria unica ed esclusiva della verità. Non è per queste vie che sarà possibile spiegare un fenomeno come il Nazionalsocialismo, che non fu un semplice movimento politico e che ebbe effettivamente risvolti religiosi ed escatologici. La determinazione di razionalizzare l’irrazionale, per di più attraverso la tecnica del funzionalismo psicologico, è un vicolo cieco. Il Nazionalsocialismo fu seguito e assorbito da un gran numero di persone che erano del tutto “normali”. L’operaio, il contadino, l’impiegato che affollavano i raduni “deliranti” erano persone della porta accanto. E i numerosi intellettuali di prima grandezza che credettero in esso, per la verità, non dettero mai segni di quello squilibrio psichico che ne sarebbe stato la sostanza.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/le-intuizioni-psicosociali-di-hitler-unanalisi-del-mein-kampf/10104" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-8941" style="margin: 10px;" title="le-intuizioni-psicosociali-di-hitler" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/le-intuizioni-psicosociali-di-hitler.jpg" alt="" width="163" height="240" /></a>Il problema storico del riapparire con il Nazionalsocialismo di categorie dell’antico paganesimo europeo, e del mito popolare come momento di recupero dell’identità contro le dissoluzioni dell’epoca moderna, è stato affrontato da molti storici con maggior profitto degli psico-storici, troppo spesso prigionieri dei loro dogmi. «Appartenere a gruppi che si distinguono è un bisogno umano basilare», hanno scritto ad esempio Dora Capozza e Chiara Volpato nel loro libro <a title="Le intuizioni psicosociali di Hitler" href="http://www.libriefilm.com/le-intuizioni-psicosociali-di-hitler-unanalisi-del-mein-kampf/10104"><em>Le intuizioni psicosociali di Hitler</em></a>, pubblicato nel 2004 da Pàtron. Nulla dunque di demoniaco, nulla di paranoide. Semplicemente un’ideologia dell’identità, radicalizzata dai tempi e dalle violente intrusioni della modernità sui tessuti tradizionali. Lacue-Labarthe e Nancy anni fa hanno affermato che il mito nazista «rappresenta il necessario compimento dell’Occidente» e che «non è possibile disfarsene né come una aberrazione, né come un errore catastrofico». La stessa democrazia, aggiungevano, non vive a sua volta che di miti rielaborati e di bisogno di sicurezza. «La storia nella sua origine non è di competenza di una scienza, ma della mitologia», hanno scritto i due autori francesi. Questo per dire che la scienza – e tanto meno la pseudoscienza psicostorica – non possiede i mezzi intuitivi per comprendere le ragioni del «rapporto mistico col mito».</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>Linea</em> del 10 aprile 2009.</p>
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		<title>Fascismo, Nacionalsocialismo y cultura de Derecha</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Nov 2011 15:08:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Adriano Romualdi</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/fascismo-nacionalsocialismo-y-cultura-de-derecha.html' addthis:title='Fascismo, Nacionalsocialismo y cultura de Derecha '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/romualdi48x48.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Adriano Romualdi" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storiacontemporanea48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Storia contemporanea" /><br/><p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-medium wp-image-4318" style="margin: 10px;" title="Eur" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/Eur-300x292.jpg" alt="" width="300" height="292" />Ya se ha dicho esencialmente. En efecto, el mito del «pueblo» no precisado sirve todavía para introducir bajo mano toda una serie de ideas que no son de Derecha. De aquí la escasa capacidad de aprehensión de los regímenes fascistas de Italia y Alemania en el campo de la cultura. Fascismo y nacionalsocialismo, si bien tuvieron clara su oposición a los movimientos surgidos de la Revolución francesa y osaron hacer frente al mito burgués y al proletario, contra capitalismo anglosajón y bolchevismo ruso no regaron a crear en el seno del Estado una ciudadela que pudiese sobrevivir a la catástrofe política. Baste pensar que en Italia el liderazgo cultural se confió a Gentile, un hombre que supo estar a la altura de las circunstancias pero que ideológicamente, sólo era un patriota resurgimental, ligado estrechamente al mundo de la cultura liberal. No es extraño que todos los discípulos de Gentile (aquellos inteligentes, que son alguien en el ámbito cultural) militen en la actualidad en el campo antifascista o incluso en el comunista. Quien lea <em>Genesi e struttura della società</em> no puede evitar quedar perplejo ante el espíritu democrático‑social de esta obra que, dignamente, culmina el ideal bolchevique del humanismo del trabajo. En consecuencia, no puede sorprender que un gentiliano como Ugo Spirito se manifieste a veces «corporativista» a veces «comunista», sin tener necesidad de cambiar un solo renglón de lo que ha escrito.</p>
<p style="text-align: justify;">En Italia, durante el ventennio se habló mucho de patria, de nación, pero no hubo preocupación jamás en hacer circular las ideas de la más moderna cultura de «Derecha». La <em>Decadencia de Occidente</em> de Spengler (que Mussolini conocía en su edición original), <em>Der Arbeiter</em> de <a title="Juenger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger/">Jünger</a> o <em>Der wahre Staat</em> de Spaan nunca fueron traducidos, novelas como el <em>Gilles</em> de Drieu la Rochelle o <em>Los proscritos</em> de Von Salomon fueron completamente ignorados por la cultura oficial fascista.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.amazon.es/gp/product/8497164695/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=cestlaru01-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3626&amp;creative=24822&amp;creativeASIN=8497164695" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-8845" style="margin: 10px;" title="metafisica-de-la-guerra" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/metafisica-de-la-guerra.jpg" alt="" width="240" height="240" /></a>En esta situación era natural que la obra de un <a title="Julius Evola" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/julius-evola/">Julius Evola</a> resultase ignorada. Un libro como <em>Rebelión contra el mundo moderno</em> que, traducido en Alemania, despertó gran interés (Gottfried Benn escribió sobre él: «Una obra cuya excepcional importancia se hará evidente en los años que por venir. Quien la lea se sentirá transformado y contemplará Europa con una mirada diferente») en Italia pasa por no escrito.</p>
<p style="text-align: justify;">A la sombra del Littorio, tras la fachada de las águilas y las divisas, continúo prosperando una cultura neutra, insípida, a veces fiel al régimen por un íntimo patriotismo pequeño‑burgués, más a menudo en oculta actitud polémica e instigadora. Hoy en día están de moda las memorias del estilo de las de Zangrandi en las que algunos personajes mediocres del mundo de la política y el periodismo se vanaglorian de haber hecho carrera como fascistas sin serlo en realidad. Es evidente la mala fe de estas escuálidas figuras pero, entre tanta mentira permanece una verdad: la cultura fascista, aquella cultura oficial de los Littoriali della gioventù, detrás de una fachada de homenajes adulatorios al Duce, al Régimen, al Imperio, quedaba una amalgama de socialismo «patriótico», de liberalismo «nacional» y de catolicismo «italiano».</p>
<p style="text-align: justify;">Caída la identidad Italia-Fascismo, destruido en 1943 el concepto tradicional de patria, los socialistas «patrióticos» se convierten en social‑comunistas, los liberales «nacionales» tan sólo en nacionales y los católicos «italianos» en demócrata-cristianos.</p>
<p style="text-align: justify;">Es indudable que el oportunismo ha contribuido a esta fuga general, pero es cierto que si el fascismo hubiese hecho algo para crear una cultura de Derecha, una ciudadela ideológica inexpugnable, algo habría quedado en pie.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-full wp-image-4315" style="margin: 10px;" title="hj-trommel" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/hj-trommel.jpg" alt="" width="183" height="213" />El nacionalsocialismo trabajó sobre unos cimientos mejores. La cultura alemana de Derecha poseía tras de sí una prestigiosa lista de nombres, empezando por los primeros románticos hasta llegar a un Nietzsche. El mismo <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/johann-wolfgang-goethe" target="_blank">Goethe</a></span> ha dejado escritas palabras de desconfianza nada equívocas dirigidas al engreimiento liberal de su tiempo. Igualmente, entre 1918 y 1933, en Alemania floreció la denominada «<a title="revolucion conservadora" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/rivoluzioneconservatrice/">revolución conservadora</a>» en la que se integraban autores de fama europea: Oswald Spengler, <a title="Ernst Jünger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger/">Ernst Jünger</a>, Othmar Spann y Moeller van den Bruck, Ernst von Salomon o Hans Grimm son nombres conocidos también más allá de las fronteras alemanas. El propio <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/thomas-mann" target="_blank">Thomas Mann</a></span> había hecho con sus <em><a title="Consideraciones de un apolitico" href="http://www.amazon.es/gp/product/8493832766/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=cestlaru01-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3626&amp;creative=24822&amp;creativeASIN=8493832766" target="_blank">Consideraciones de un apolitico</a> </em>una contribución fundamental a la causa de la Derecha alemana.</p>
<p style="text-align: justify;">Sin embargo, también aquí el mito del «pueblo» ganó la partida a los gobernantes y la <em>Gleichshaltung</em> hace enmudecer toda crítica, incluyendo la constructiva. No obstante, en comparación con el fascismo, el nacionalsocialismo posee el mérito de obligar a la cultura neutra a rendir cuentas, teniendo conciencia, en mucha mayor medida que el régimen italiano, de representar una auténtica visión del mundo violentamente hostil a todas las putrefacciones y desviaciones de la Europa contemporánea. La muestra de arte degenerado y la quema de libros tuvieron cuanto menos, un significado ideal revolucionario, un carácter de abierta revuelta contra los fetiches de un mundo en descomposición.</p>
<p style="text-align: justify;">Pero también en Alemania se exageró; se atacó encarnizadamente a personajes que podían haberse dejado en paz, como un Benn o un Wiechert, mientras a su vez los depuradores mostraban taras populistas y jacobinas. Existe un librito titulado <em>An die Dunkelmänner unserer Zeit</em> (<em>A los oscurantistas de nuestro tiempo</em>) en el cual Rosenberg responde a los críticos católicos de su <em>Mythus</em> con una vulgaridad que nada tiene que envidiar a Voltaire o a Anatole France.</p>
<p style="text-align: justify;">Sea como fuere, fue en el ambiente nacionalsocialista donde se concibió el ambicioso proyecto de crear una <em>weltanschaulicher Stosstrupp</em>, una tropa de choque en el campo de la visión del mundo para abrir una brecha en el gris horizonte de la cultura neutra y burguesa.</p>
<p style="text-align: justify;">La propia concepción de las SS, su superación del simple nacionalismo alemán por el mito de la raza aria, la concepción del Estado cono Orden viril (<em>Ordenstaatsgedanke</em>), la idea de un imperio europeo germánico sitúan al nacionalsocialismo a la vanguardia en la formulación de contenidos ideológicos de una pura Derecha.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/fascismo-nacionalsocialismo-y-cultura-de-derecha.html' addthis:title='Fascismo, Nacionalsocialismo y cultura de Derecha ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<pubDate>Sat, 12 Nov 2011 16:58:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto Lombardo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un libro di Rutilio Sermonti sulla "Storia dell’Italia moderna per gli studenti che vogliono la verità", pubblicato dalle Edizioni all'Insegna del Veltro.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/litalia-nel-xx-secolo.html' addthis:title='L&#8217;Italia nel XX secolo '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storiacontemporanea48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Storia contemporanea" /><br/><p style="text-align: justify;"><a href="http://www.insegnadelveltro.it/libreria/?p=784" target="_blank"><img class="alignright size-medium wp-image-8754" style="margin: 10px;" title="litalia-nel-xx-secolo" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/litalia-nel-xx-secolo-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>È noto quale squallido indottrinamento la scuola italiana imponga agli studenti. Purtroppo, nei decenni passati una destra troppo colpevole ha quasi completamente abbandonato il mondo dell’editoria, dell’università e della scuola nelle mani dei suoi avversari politici e culturali, lasciando così campo aperto alle dottrine più degradanti e mistificatorie. Non soltanto i libri di storia su cui studiano le generazioni da almeno tre decenni, ma anche quelli di filosofia, <a title="letteratura" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/letteratura/">letteratura</a>, educazione civica e via dicendo riflettono univocamente una stessa concezione del mondo e dell’uomo: materialista, economicista, storicista e antitradizionale. Lo si vede in ogni dominio: il marxismo, la psicanalisi e l’evoluzionismo sono i dogmi interpretativi, e ogni modello realmente alternativo a quest’ottica degradante viene severamente bandito con anatemi e <em>crucifige</em>. La scuola italiana è pressoché completamente in mano a un corpo docente di levatura sessantottina, e ciò significa che cambiamenti radicali sono improbabili nel breve e nel medio periodo, dovendosi oggi fare affidamento solo su una graduale opera di esautorazione di questa asfittica cultura dominante, osteggiandola in tutti i campi e soprattutto contrapponendole un’autentica e rigorosa visione del mondo, inconciliabile e alternativa. Si tratta di riuscire ad affermare, con il coraggio che è richiesto dalle idee nobili, principi e valori che precedono il culto del degrado e della sovversione oggi imperanti in ogni dominio, per restituire dignità e valore alla nostra cultura.</p>
<p style="text-align: justify;">È con questo spirito che Rutilio Sermonti, un uomo indubbiamente di destra e ancora più indubbiamente coraggioso e battagliero, si è accinto a scrivere <em>L’Italia nel XX secolo</em>, una “Storia dell’Italia moderna per gli studenti che vogliono la verità”, come recita il sottotitolo di questo interessante libro stampato recentemente dalle Edizioni all’Insegna del Veltro di Parma. Sermonti non ha peli sulla lingua: rivisita con piglio critico cento anni di “storia patria” secondo la sua visione politica – e, diciamolo francamente, questo costituisce già di per sé una notevole novità in campo storiografico. Le poco più di duecento pagine del volume contengono almeno altrettante confutazioni di luoghi comuni, spesso stese con quella vivacità di chi sa di affermare tesi controcorrente ed ha una forte motivazione ideale. Certo, alcune pagine arrivano a vibrare di una tensione “nazionalista” che difficilmente si potrebbe condividere <em>in toto</em>: ma in generale il libro è scritto davvero bene, e ha il pregio fondamentale della rivisitazione in chiave critica.</p>
<p style="text-align: justify;">Già nelle premesse sull’unificazione dell’Italia Sermonti scrive che questa fu attuata in maniera troppo brusca e che apparve «alla maggioranza dei sudditi come un fatto imposto dall’esterno». Non mancano le critiche alla disastrosa epoca del giolittismo e alla conduzione della campagna di aggressione della Libia, sfociata in diversi episodi sanguinosi che si sarebbe ben potuto evitare con una politica estera più assennata.</p>
<p style="text-align: justify;">Circa la Grande Guerra, Sermonti ricostruisce le tendenze e i fervori che portarono a quella autentica carneficina nel cuore di Europa, e scrive – io credo assai giustamente – che «ciò si doveva soprattutto alla mentalità ottocentesca degli alti comandi, tutti provenienti da scuole di guerra fondate sull’esperienza del secolo precedente, in cui le offensive erano affidate a masse di fanterie, che attaccavano a ondate puntando a travolgere il nemico coll’impeto finale dell’arma bianca (baionetta), coadiuvate con manovre e cariche di cavalleria. Già al declino dell’Ottocento, invero, l’introduzione dei fucili a retrocarica, presto con caricatore multiplo, aveva cominciato a consigliare vivamente di cambiare sistema».</p>
<p style="text-align: justify;">Il fatto che Sermonti sia un uomo di destra non deve far pensare che nel libro si trovi un’apologia sciocca e acritica del fascismo. Anzi, l’autore mette ben in luce, nel capitolo dedicato al Ventennio, le tante correnti e anche le peculiarità irriducibili del movimento mussoliniano, le sue pieghe nascoste, i suoi pregi e i suoi difetti in una visione circolare e non semplicistica, come è invece quella demonizzante oggi imperante. Ampio spazio è riservato alla rilettura del conflitto e di quel drammatico sogno di riparazione dell’onore nazionale infranto che si incarnò a Salò.</p>
<p style="text-align: justify;">Le pagine scorrono via, poi, nella parte dedicata alla “Repubblica antifascista”, con l’asservimento definitivo dell’Italia a interessi extranazionali ed anche extraeuropei. Si entra così nell’epoca della svendita e del saccheggio di una nazione, che culminano con le note vicende di “Tangentopoli”.</p>
<p style="text-align: justify;">Il libro si conclude con una visione assai disincantata del presente, tra un <em>excursus</em> sullo strapotere dei media e il lavaggio dei cervelli e un paragrafo davvero significativo sul <em>diktat</em> dell’integrazione razziale che grava, come una gigantesca spada di Damocle, sul destino di tutti noi Europei.</p>
<p style="text-align: justify;">In conclusione, questo libro di Sermonti è un primo, importante e coraggioso contributo alla rivisitazione della <a title="storia contemporanea" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/storia-contemporanea/">storia contemporanea</a> secondo i parametri di un’autentica libertà intellettuale.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">R. Sermonti, <em>L’Italia nel XX Secolo</em>, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma, 2001, euro 15,43.</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>La Padania</em> del 9 marzo 2002.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/litalia-nel-xx-secolo.html' addthis:title='L&#8217;Italia nel XX secolo ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Quando l&#8217;archeologia si specchia nel tempo</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Nov 2011 17:59:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Leonello Rimbotti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Molti degli edifici che fecero corona a quella vicenda folgorante che fu l’ascesa del Nazionalsocialismo sono ancora lì. Basta lasciarsi guidare da un’eccezionale iniziativa editoriale, che con una serie di pubblicazioni sta dando vita a vere e proprie guide specialistiche.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/quando-larcheologia-si-specchia-nel-tempo.html' addthis:title='Quando l&#8217;archeologia si specchia nel tempo '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storiacontemporanea48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Storia contemporanea" /><br/><div id="attachment_8707" class="wp-caption alignright" style="width: 234px"><img class="size-medium wp-image-8707" title="Manifestazione nazionalsocialista alla Feldherrnhalle, Monaco." src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/feldherrenhalle1-224x300.jpg" alt="Manifestazione nazionalsocialista alla Feldherrnhalle, Monaco." width="224" height="300" /><p class="wp-caption-text">Manifestazione nazionalsocialista alla Feldherrnhalle, Monaco.</p></div>
<p style="text-align: justify;">È un vero e proprio viaggio nell’archeologia del Novecento. Non si parla infatti delle rovine di antiche civiltà, dei resti muti e affascinanti di templi o arene, ma della presenza ancora viva di testimonianze di pietra relativamente recenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Molte città europee nascondono nei loro anfratti memorie antiche e meno antiche, alle volte appariscenti, altre volte nascoste, quasi timidamente appartate. Basta saper guardare, ed ecco che il passato improvvisamente riappare. In Germania, ad esempio. I bombardamenti a tappeto della Seconda Guerra Mondiale, che hanno semidistrutto la quasi totalità delle città tedesche, e poi la rapida ricostruzione del dopoguerra, non sono stati sufficienti per azzerare un tessuto urbano ancora leggibile.</p>
<p style="text-align: justify;">Il <a title="medioevo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/medioevo/">Medioevo</a> gotico, il barocco, lo stile del neoclassicismo ottocentesco sono ancora ben presenti, uno accanto all’altro. E ben visibili sono anche le presenze del Terzo Reich, con un giacimento architettonico di tutto rispetto. Monumenti, edifici amministrativi, impianti sportivi, palazzi di rappresentanza, case d’abitazione, strutture militari: le nuove e modernissime città della Germania sono risorte accanto alle numerose realizzazioni che il “Reich millenario”, nella manciata di anni che ebbe a disposizione, riuscì a compiere. A volte soffocando ed emarginando, altre volte riutilizzando la modernità, ha comunque stabilito un suo <em>modus vivendi</em> con lo scottante passato “imperiale”: e qui noti un bassorilievo, là un fregio, certe volte un colonnato oppure un piccolo particolare, una data, un ornamento non scalpellato.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libreriauniversitaria.it/orme-terzo-reich-monaco-itinerari/libro/9788890278136?a=395521" target="_blank"><img class="alignleft size-medium wp-image-8704" style="margin: 10px;" title="orme-del-terzo-reich-monaco" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/orme-del-terzo-reich-monaco-216x300.jpg" alt="" width="216" height="300" /></a>Molti degli edifici che fecero corona a quella vicenda folgorante che fu l’ascesa del Nazionalsocialismo sono ancora lì. Basta lasciarsi guidare da un’eccezionale iniziativa editoriale, che con una serie di pubblicazioni sta dando vita a vere e proprie guide specialistiche. Esse ci introducono alla presenza leggibile e riconoscibile del Terzo Reich nelle moderne città tedesche. Un modo di fare storia, questo, che è documentazione, testimonianza, valorizzazione della memoria di un’epoca che ha comunque segnato il Novecento, e non solo. L’iniziativa è dell’Editrice Thule Italia, si intitola <em>Orme del Terzo Reich</em>, ed è concepita come una collana, <em>Itinerari fra storia e architettura</em>, di cui sono già uscite le due monografie su Berlino e su Monaco, e di cui è annunciata come prossima una terza, quella su Norimberga.</p>
<p style="text-align: justify;">Non semplici guide, in realtà, ma molto di più. Libri di storia, documenti iconografici, e con una cura per il dettaglio che comprova la scientificità e la qualità di questa originale iniziativa. Si presentano itinerari, si ricostruiscono gli scenari storici indicandocene le attestazioni sopravvissute, aprendoci così al racconto dell’epopea politica e insieme offrendo un ricchissimo repertorio fotografico, che rappresenta decine e decine di edifici come erano all’epoca e come sono oggi, con apparati didascalici preziosi, in grado di fornire una esauriente mappatura circa la consistenza e la dislocazione dei numerosi edifici ancora oggi visibili, di quelli modificati e di quelli andati distrutti. Parliamo dunque di uno strumento utilissimo per il ricercatore, per l’appassionato di storia, per il cultore degli stili architettonici e, soprattutto, per tutti coloro che hanno a cuore l’identità storica delle nostre città europee. Che sono veri scrigni di storia, stratificazioni secolari in cui la volontà, la lotta, il destino dei nostri popoli sono incisi quasi fisicamente sulla pietra.</p>
<p style="text-align: justify;">L’inserimento della struttura urbana qual’era prima del 1945 e qual è oggi nel quadro di una ricostruzione storica e iconografica di prima qualità, permette al lettore di seguire passo passo gli avvenimenti politici e il contesto urbano in cui essi avvennero. A Monaco possiamo così, ad esempio, fermarci davanti al numero 41 di Thierschstrasse, la casa che Hitler abitò al tempo del Putsch del 1923, perfettamente tenuta, oppure davanti al terrazzo del terzo piano della Prinzregentenplatz, dove il Führer portò in seguito la sua residenza monacense, e che oggi è la ben conservata sede della polizia. Al numero 50 della Schellingstrasse, a poca distanza dalla famosa loggia ottocentesca della Feldhernnhalle, dove si celebravano i riti nazionalsocialisti, e che è stata risparmiata dai bombardamenti, si trova ancora l’edificio in cui, dal 1925 al 1931, fu stabilito il quartier generale della NSDAP. L’aquilotto in pietra, sovrastante l’architrave del portone, è ancora al suo posto: gli manca solo la testa. E, accanto, in quello che fu il negozio del fotografo Hoffmannn (le foto degli anni Trenta mostrano le vetrine piene di ritratti del Führer), oggi c’è un rivenditore di biciclette.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libreriauniversitaria.it/orme-terzo-reich-berlino-itinerari/libro/9788890278129?a=395521" target="_blank"><img class="alignright size-medium wp-image-8705" style="margin: 10px;" title="orme-del-terzo-reich-berlino" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/orme-del-terzo-reich-berlino-210x300.jpg" alt="" width="210" height="300" /></a>Nella fitta serie di documenti del libro dell’Editrice Thule Italia dedicato a Monaco spicca la documentazione relativa a due grandi palazzi costruiti nel 1935, su progetto originale di Paul Troost: il Führerbau, al n. 21 della Arcisstrasse, dove vennero firmati gli accordi di Monaco, e il Verwaltungsbau, cioè l’edificio amministrativo del partito, sulla Meiserstrasse: entrambi intatti, oggi sono la sede dell’Accademia musicale (da cui sono state tolte solo le enormi aquile al di sopra dei loggiati esterni) e un Istituto di storia dell’arte. E la celebre Casa dell’Arte Tedesca è rimasta al suo posto, solo un po’ oltraggiata dal <em>guard-rail</em> di un recente sottopasso.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche a Berlino, a parte i più noti edifici come lo stadio olimpico, numerose sono le tracce della nazi-Era armonicamente inserite nel quadro nella nuova megalopoli. Basta pensare al vasto edificio del Ministero dell’Aviazione di Goering, in puro stile neoclassico, oggi adibito a Ministero delle Finanze, sulla famosa Wilhelmstrasse. Oppure, all’ambasciata italiana costruita nel 1940, al palazzone dell’amministrazione comunale berlinese, costruito da Speer nel 1938, fino ai lampioni della Bismarckstrasse, che sono ancora quelli scelti dallo stesso Speer lungo l’Asse Est-Ovest da lui tracciato. Oppure, ancora, i numerosi monoblocchi dei bunker anti-aerei, la Casa dell’Arbeitsfront, l’abitazione di Leni Riefenstahl a Dahlem, il villaggio olimpico&#8230; decine, centinaia di documenti di pietra, grandi e piccoli. Forse è anche per questo che, come lamentano certi storici, in Germania il passato non passa.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>Linea</em> del 24 gennaio 2010.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/quando-larcheologia-si-specchia-nel-tempo.html' addthis:title='Quando l&#8217;archeologia si specchia nel tempo ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>La coda di paglia della storiografia inglese e la guerra d’inverno finno-sovietica del 1939-40</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Nov 2011 16:33:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Lamendola</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il saggio di Douglas Clark Tre giorni alla catastrofe è un buon esempio della parzialità e della scarsa onestà intellettuale degli storici anglosassoni a proposito della guerra d’inverno finno-sovietica del 1939-40.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/la-coda-di-paglia-della-storiografia-inglese-e-la-guerra-d%e2%80%99inverno-finno-sovietica-del-1939-40.html' addthis:title='La coda di paglia della storiografia inglese e la guerra d’inverno finno-sovietica del 1939-40 '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storiacontemporanea48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Storia contemporanea" /><br/><p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-medium wp-image-8351" style="margin: 10px;" title="finlandia" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/finlandia-193x300.jpg" alt="" width="193" height="300" />Perché Hitler era “cattivo” quando invadeva la Polonia il 1° settembre 1939, mentre Stalin non lo era quando faceva la stessa cosa, pugnalando alle spalle i Polacchi già in rotta, il 17 dello stesso mese?</p>
<p style="text-align: justify;">Perché Hitler era malvagio e in malafede quando invadeva la Danimarca e la Norvegia, nell’aprile del 1939, mentre prima Churchill e poi Roosevelt non lo erano, allorché facevano occupare l’Islanda da un esercito di 40.000 uomini, vale a dire più numeroso della popolazione maschile adulta di tutta l’isola?</p>
<p style="text-align: justify;">E perché Hitler era perfido e brutale quando occupava la Boemia e la Moravia, nel marzo del 1939, senza sparare un colpo di fucile e su richiesta formale del presidente cecoslovacco Hacha; mentre Stalin, di nuovo, era animato da motivazioni strategiche puramente difensive, allorché lanciava la campagna d’inverno contro la Finlandia, che sarebbe costata 24.934 morti e 43.557 feriti ai finlandesi e 48.745 morti e 158.863 feriti ai sovietici, e avrebbe costretto la Finlandia a cedere il 10% del proprio territorio e il 20% delle proprie risorse industriali?</p>
<p style="text-align: justify;">Soffermiamoci su quest’ultimo episodio, invero scarsamente studiato (e per ragioni non del tutto limpide) dalla storiografia dei “vincitori”.</p>
<p style="text-align: justify;">Un buon esempio della parzialità e della scarsa onestà intellettuale degli storici anglosassoni, e specialmente britannici, a proposito della guerra d’inverno finno-sovietica del 1939-40, è offerto dal saggio di Douglas Clark, apparso più di quattro decenni or sono, <em>Tre giorni alla catastrofe</em> (titolo originale: <em>Three Days to Catastrophe</em>, 1966; traduzione italiana di Anna Piva e Girolamo Negri, Milano, Mondadori, 1967, pp. 33-37):</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">«Quando scoppiò il conflitto finlandese, il mondo occidentale sostenne che, in quanto a cinismo politico e appetito territoriale, c’era poco da scegliere tra la Russia comunista e la Germania nazista. Viceversa, sia i negoziati, sia il modo in cui venne condotta la guerra, provano il contrario. A differenza di Hitler, la cui tecnica di negoziazione consisteva nel domandare sempre di più, Stalin e Molotov avevano cercato seriamente di giungere a un compromesso. Per due volte avevano modificato le loro richieste, dando prova di pazienza e comprensione, e si erano dimostrati pronti a spendere tempo ed energia nel tentativo di arrivare a una soluzione pacifica. Tra il loro primo approccio diplomatico a Helsinki e l’incidente di Mainila [il 26 novembre 1939, che fece da esca al divampare del conflitto] erano trascorsi cinquantadue giorni. Né, come gli eventi avrebbero dimostrato, i sovietici volevano più di quanto avevano richiesto. Certo Molotov fu esageratamente rassicurante nel dichiarare per radio il 29 novembre, alla vigilia dell’invasione: “Noi guardiamo alla Finlandia, qualunque regime sia destinato a prevalervi [allusione molto discreta al fatto che i Sovietici stavano mettendo in piedi un governo finlandese fantoccio e filocomunista guidato da Kuusinen], come a uno Stato sovrano e indipendente nel quadro per quanto riguarda sia la sua politica interna che quella estera”; i più gravi timori dei paesi scandinavi si dimostrarono però ingiustificati. La Guerra d’Inverno non sarebbe stata un punto di partenza per altre conquiste, ma, come Mosca insistette sempre, un’operazione con scopi limitati.</p>
<p style="text-align: justify;">Contro chi erano diretti, in realtà, i negoziati di ottobre-novembre [fra Helsinki e Mosca, su invito di quest’ultima]: questo è il vero punto della questione.</p>
<p style="text-align: justify;">La posizione geografica della Finlandia era considerata un fattore chiave in tutti i calcoli politico-militari sovietici. I russi prevedevano, giustamente, che la guerra europea non avrebbe avuto un raggio ristretto e che, comunque si fosse sviluppata, la Finlandia vi sarebbe stata coinvolta. Mosca, quindi, riteneva che prevenire i potenziali nemici creando delle solide basi militari nel territorio finlandese fosse un’essenziale misura di precauzione e una mossa difensiva più che necessaria.</p>
<p style="text-align: justify;">Ogni grande nazione occidentale era potenzialmente un nemico della Russia, e di nessuna l’Unione Sovietica poteva fidarsi. Il più grave pericolo da scongiurare era che Inghilterra e Francia si accordassero improvvisamente con Hitler, dandogli libertà di premere verso est o unendosi addirittura a lui in una nuova alleanza anti-sovietica. Mosca non escludeva, infatti, neanche quest’ultima possibilità. Stalin ricordava bene l’atteggiamento di Chamberlain e Daladier nella crisi cecoslovacca del ’38, e li aveva ricambiati di uguale moneta durante le manovre diplomatiche di quell’estate. Su queste basi di diffidenza reciproca, niente poteva essere esclusivo. Questo spiega perché l’Unione Sovietica intendesse assicurarsi a ogni costo il controllo di Petsamo, un bottino veramente magro, ma che poteva interessare potenzialmente la Gran Bretagna. Gli inglesi avrebbero potuto sfruttare questo porto artico per mandare aiuti militari in Finlandia anche se l’accesso al Baltico fosse stato chiuso. Ma, naturalmente, la prospettiva più probabile non era solo quella di un accordo anglo-francese con Hitler: questo era solo il peggio che potesse capitare. Con o senza accordo, la prima minaccia era la Germania. Nonostante l’accordo di agosto, questa Potenza rimaneva un pericolo stabile per l’Unione Sovietica. Esaltato dall’immediato successo sulla Polonia, Hitler, dopo un momento di respiro, avrebbe potuto riprendere la sua spinta verso est, rompendo i patti con l’URSS, con la stessa disinvoltura dimostrata in tante altre occasioni. Soltanto questo timore poteva spiegare le apprensioni della Russia circa Leningrado. Nessuna potenza, eccetto la Germania, rappresentava una seria minaccia per la città; ma per i tedeschi, se fossero avanzati a tenaglia lungo i due lati del Baltico e del Golfo di Finlandia, Leningrado sarebbe stata una facile conquista. Poiché lungo le coste meridionali gli unici Paesi sul percorso dell’avanzata erano la Lituania, la Lettonia e l’Estonia, nei mesi di settembre e ottobre Mosca si affrettò a installare delle basi territoriali in ognuno di questi territori. Ma sull’altro lato della tenaglia, quale resistenza avrebbero potuto opporre i finlandesi, con le loro esili risorse, se Hitler avesse domandato il permesso di transito per le sue truppe? Lasciare la Finlandia neutrale e senza appoggi non era certo una mossa strategica sicura per l’U.R.S.S.»</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Potremmo continuare, ma crediamo che basti.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/la-guerra-dinverno-finlandia-e-unione-sovietica-1939-1940/8784" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-8689" style="margin: 10px;" title="la-guerra-dinverno" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/la-guerra-dinverno.jpg" alt="" width="200" height="291" /></a>La tortuosità e la dubbia onestà di giudizio storico spingono il Clark a sostenere addirittura, senza batter ciglio, che la Russia lanciò la sua guerra di aggressione contro la Finlandia… per non lasciarla priva di appoggio contro Hitler, il quale &#8211; però &#8211; non pensava affatto di minacciarne l’indipendenza e anzi, sollecitato dai finlandesi a promettere un qualche appoggio in caso di attacco sovietico, si rifiutò in modo categorico, per non irritare il suo alleato Stalin.</p>
<p style="text-align: justify;">Quanto al fatto che Stalin avrebbe ripagato &#8211; secondo Clark &#8211; Chamberlain e Daladier con la loro stessa moneta, dopo la Conferenza di Monaco, mediante il patto Molotov-Ribbentrop dell’agosto 1939, ci vuole veramente molta faccia tosta per mettere sullo stesso piano i due avvenimenti diplomatici. L’uno, la Conferenza di Monaco del settembre 1938, era stato pensato per giungere a una mediazione internazionale sulla questione dei Sudeti (abitati, non lo si dimentichi, da tre milioni e mezzo di Tedeschi posti sotto la sovranità cecoslovacca) e per salvare la pace mondiale; l’altro, il patto tedesco-sovietico dell’agosto 1939, fu un accordo di non aggressione tra le due Potenze, accompagnato da un protocollo segreto che stabiliva la spartizione della Polonia e dei Paesi Baltici fra esse. E questo, quando Londra e Parigi avevano già dato a Varsavia assicurazioni di sostegno incondizionato in caso di guerra, ma soltanto contro Berlino.</p>
<p style="text-align: justify;">L’elenco delle politica dei due pesi e delle due misure in questo breve brano di prosa potrebbe proseguire a lungo. Ad esempio, si potrebbe osservare che Stalin viene perfettamente giustificato se diffidava della parola di Hitler, dato che quest’ultimo «aveva già tante volte mostrato la sua disinvoltura rompendo i patti» sottoscritti con altri Stati; mentre nulla si dice, pudicamente, del modo in cui l’Unione Sovietica ruppe disinvoltamente i patti con vari Paesi, prima e durante la seconda guerra mondiale, ad esempio quando dichiarò guerra a tradimento contro il Giappone, già messo in ginocchio dalle sconfitte militari e dalle due bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki, nell’agosto del 1945.</p>
<p style="text-align: justify;">E c’è bisogno di ricordare la strage di Katyn, dove circa 22.000 Polacchi, tra i quali 8.000 ufficiali già fatti prigionieri con la “pugnalata alla schiena” del 17 agosto 1939, venero giustiziati con un colpo alla nuca e gettati in grandi fosse comuni, allo scopo di decapitare una volta per tutte la classe dirigente di quella nazione?</p>
<p style="text-align: justify;">Perfino l’invasione dell’Estonia, della Lettonia e della Lituania, avvenuta in due fasi, tra il 1939 e il 1940, viene presentata come una giusta e necessaria mossa difensiva da parte dell’Unione Sovietica, sulla base della legittima “azione preventiva”: come dire che, quando si ha a che fare con un tipo come Hitler (quasi che Stalin fosse stato moralmente migliore di lui), qualunque violazione delle norme internazionali diventa lecita e perfino inevitabile: perché il fine giustifica i mezzi, come insegna Machiavelli.</p>
<div id="attachment_8690" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-8690" title="Soldati finlandesi in trincea durante la Guerra d'inverno." src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/guerra-dinverno-300x168.jpg" alt="Soldati finlandesi in trincea durante la Guerra d'inverno." width="300" height="168" /><p class="wp-caption-text">Soldati finlandesi in trincea durante la Guerra d&#39;inverno.</p></div>
<p style="text-align: justify;">Non sostiene forse, il Clark, che i Sovietici, durante i colloqui di Mosca con i rappresentanti finlandesi, «avevano dato prova di pazienza e comprensione», quasi che fossero stati i Finlandesi ad avanzare esose richieste, e non i Sovietici, invece, a pretendere la cessione di posizioni strategiche, senza le quali la Finlandia si sarebbe trovata alla mercé del suo potente vicino, proprio come stava avvenendo all’Estonia, alla Lettonia e alla Lituania?</p>
<p style="text-align: justify;">È proprio il caso di dire, con Fedro, che, quando il lupo ha deciso di aggredire l’agnello e accusa quest’ultimo di sporcargli l’acqua in cui si vuole dissetare, a nulla giova fargli notare che ciò è impossibile, dal momento che lui, il lupo, si trova a monte del corso d’acqua, mentre l’agnello si trova a valle; o fargli notare, quando accusa l’agnello di aver parlato male di lui sei mesi prima, che il povero agnello, a quell’epoca, non era neppure nato…</p>
<p style="text-align: justify;">Eh, sì, questi benedetti Finlandesi: che arroganza, volersi opporre a una serie di mutilazioni territoriali e strategiche, quando erano in gioco i “sacri” diritti di una grande Potenza; una Potenza che, di lì a poco, si sarebbe messa alla testa della crociata mondiale contro la piovra nazista, e quindi in difesa della libertà di tutti i popoli oppressi o minacciati dall’Asse.</p>
<p style="text-align: justify;">In effetti, tutto il libro di Douglas Clark è finalizzato a dimostrare l’indimostrabile, e cioè che l’alleanza realizzatasi nel 1941 fra Gran Bretagna (e Stati Uniti) da una parte, e Unione Sovietica dall’altra, era inevitabile, perché si trattava di Potenze sostanzialmente pacifiche, costrette a difendersi dalla irragionevole aggressività tedesca e, perciò, destinate a ritrovarsi dalla stessa parte: la parte “giusta” della barricata, la parte “giusta” della storia, contro il nazifascismo e in difesa della libertà di tutti i popoli del mondo.</p>
<p style="text-align: justify;">Peccato che da questo idilliaco quadretto non risulti né la posizione di dominio mondiale dell’Impero britannico, che, con gli Stati Uniti, si era accaparrato la maggior parte delle risorse del pianeta, e teneva in soggezione centinaia di milioni di persone in Asia e in Africa; né le palesi assurdità e ingiustizie della Pace di Versailles del 1919; né il tenace rancore della Francia verso la Germania; né la subdola strategia di Stalin, totalitaria all’interno (vedi la collettivizzazione forzata delle campagne e le “grandi purghe”, fino all’assassinio di Trotzkij nel Messico); né l’insaziabile voracità mostrata dal dittatore sovietico che, mentre il suo collega tedesco invadeva la Polonia, si assicurava la metà orientale di quel Paese, e che poi, mentre era in corso la campagna di Francia, inghiottiva in un solo boccone l’Estonia, la Lettonia e la Lituania, per non parlare della Bessarabia della Bucovina settentrionale, sottratte poco dopo, con un ultimatum brigantesco di 24 ore, alla Romania.</p>
<p style="text-align: justify;">Il fatto è che Douglas deve sforzarsi di giustificare la tesi centrale del suo libro: che cioè, come suggerisce il titolo, per uno scarto soli di tre giorni gli Alleati evitarono di commettere l’errore irreparabile di entrare in guerra contro l’Unione Sovietica, in difesa della Finlandia. L’armistizio finno-sovietico del marzo 1940, infatti, mandò a vuoto, all’ultimo momento, il piano strategico messo a punto dagli Stati Maggiori francese e britannico per impadronirsi di Narvik, sulla costa norvegese, e di lì, per marciare con truppe scelte sulle miniere di ferro svedesi di Kiruna e Gallivare, così necessarie all’economia bellica tedesca; per collegarsi infine, attraverso il porto di Lulea, sul Golfo di Botnia, con l’esercito finlandese in lotta sull’Istmo di Carelia, sulla cosiddetta “Linea Mannerheim”.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo sbarco a Narvik e in altri porti norvegesi, comunque, ebbe realmente luogo nell’aprile 1940 e provocò, per reazione, l’invasione tedesca del Paese scandinavo (assieme alla Danimarca); altra circostanza che i volonterosi storici liberaldemocratici cercano in tutti i modi di occultare o, quanto meno, di minimizzare.</p>
<p style="text-align: justify;">La tesi centrale del libro è che, se l’armistizio tra Finlandia e Unione Sovietica avesse tardato ancora di soli tre giorni, l’irreparabile (dal punto di vista britannico) sarebbe accaduto; e l’Inghilterra e la Francia, cedendo all’«isterismo» della stampa e dell’opinione pubblica occidentali &#8211; così egli chiama l’ondata di simpatia per la causa finlandese &#8211; si sarebbe trovata in guerra, oltre che contro Hitler, anche contro Stalin. Mentre il vero nemico da distruggere, si sa, era Hitler, non Stalin, che era un uomo politico ragionevole e dalle pretese internazionali addirittura modeste, come aveva mostrato nel corso dei colloqui di Mosca con i finlandesi e poi, di nuovo, con le “limitate” richieste a conclusione della <a title="guerra d'inverno" href="http://www.video-storia.it/la-guerra-dinverno/125" target="_blank">guerra d’inverno</a> (che costrinsero il 12% della popolazione finlandese ad abbandonare le proprie case, per non dover divenire cittadini sovietici).</p>
<p style="text-align: justify;">Quando si vuol dimostrare una tesi preconcetta, per giunta dettata dalla volontà di giustificare “a posteriori” le scelte di politica estera della propria nazione, avviene che si scartino sistematicamente tutti i fatti che discordano da essa, mentre si accolgono e si gonfiano a dovere, se necessario, tutti quelli che la possono suffragare. Ma questa non è storia, è solamente la propaganda dei vincitori, decisi ad imporre la propria interpretazione dei fatti alle generazioni future; ed è, in effetti, il modo in cui essa viene tuttora insegnata sui banchi di scuola di tutto il mondo e sostenuta, attraverso migliaia e migliaia di pubblicazioni, dai volonterosi rappresentanti della cultura accademica, così nei Paesi ex vincitori come in quelli che furono sconfitti.</p>
<p style="text-align: justify;">Come sarebbe possibile, stante questo massiccio e sistematico condizionamento culturale, presentare sotto una luce diversa, e meno lusinghiera, le “nobili” e “pacifiche” intenzioni di Chamberlain, Daladier, Curchill, Roosevelt e Stalin?</p>
<p style="text-align: justify;">Come giustificare, altrimenti, la pace punitiva che essi imposero alle nazioni del Tripartito alla fine della seconda guerra mondiale e specialmente alla Germania, che solo nel 1989 ha visto cadere il Muro di Berlino e ritrovare la propria unità nazionale?</p>
<p style="text-align: justify;">E come ammettere che le piccole nazioni, come la Finlandia, non furono in complesso trattate meglio dalle Potenze alleate, rispetto a quanto fecero quelle dell’Asse; tanto è vero che tutti i piccoli Stati dell’Europa centro-orientale vennero abbandonati, a guerra finita, all’ingordigia di Stalin, Polonia compresa, dopo aver proclamato per oltre cinque anni che la guerra era stata fatta per difendere il diritto all’indipendenza di tutti gli Stati, e specialmente della Polonia, contro la prepotenza hitleriana?</p>
<p style="text-align: justify;">È veramente lunga, la coda di paglia degli storici inglesi, americani e russi e, in genere, di quasi tutti gli storici contemporanei, i quali hanno propagato la leggenda di una superiorità morale delle Potenze vincitrici su quelle sconfitte, in modo da accreditare la loro interessata interpretazione della storia recente: secondo la quale, finalmente, la forza e il diritto avrebbero finito per coincidere &#8211; come nei migliori <em>western</em> hollywoodiani -, con incalcolabile beneficio per il mondo intero…</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/la-coda-di-paglia-della-storiografia-inglese-e-la-guerra-d%e2%80%99inverno-finno-sovietica-del-1939-40.html' addthis:title='La coda di paglia della storiografia inglese e la guerra d’inverno finno-sovietica del 1939-40 ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Petites réflexions éparses sur la découverte de l’Amérique par les Scandinaves</title>
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		<pubDate>Fri, 28 Oct 2011 16:14:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Robert Steuckers</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/petites-reflexions-eparses-sur-la-decouverte-de-l%e2%80%99amerique-par-les-scandinaves.html' addthis:title='Petites réflexions éparses sur la découverte de l’Amérique par les Scandinaves '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/carlomagno48x48.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Medioevo" /><br/><p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-medium wp-image-8651" style="margin: 10px;" title="viking-voyages" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/viking-voyages-300x187.jpg" alt="" width="300" height="187" />En me demandant d’écrire un petit article sur la découverte de l’Amérique par les Scandinaves, Bernard Levaux, sans aucune intention maligne, ouvre, une fois de plus, ma secrète boîte de souvenirs d’adolescent. C’est une fois de plus parce que l’article qu’Yves Debay a écrit récemment dans les colonnes de ce bulletin, avait déjà ravivé quelques bons et solides souvenirs car ce sacré Yves Debay était un camarade d’école, forcément inoubliable vu sa personnalité, et un compagnon de voyage en Grèce en 1973. Enfin, parce que le thème que Bernard Levaux me demande d’aborder me ramène en fait à la même année: <a title="The Vinland Sagas" href="http://www.amazon.fr/gp/product/0140441549/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=centrostudila-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=1642&amp;creative=19458&amp;creativeASIN=0140441549" target="_blank"><em>The Vinland Saga – The Norse Discovery of America</em></a> est le tout premier livre sérieux, le tout premier classique, que j’ai acheté en anglais, sans vraiment connaître encore tous les secrets de la langue de <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/william-shakespeare" target="_blank">Shakespeare</a></span>. Généralement, en anglais, j’achetais en temps-là des livres ou des revues sur les maquettes d’avions ou de chars, comportant profils ou guides de peinture. A cette époque, j’avais la même habitude que le Professeur Piet Tommissen, dont on vient de déplorer la disparition à Bruxelles en août 2011, celle d’inscrire la date d’achat de chaque livre sur un coin de la première page. C’est donc avec émotion que j’ai repris entre mes mains de quinquagénaire ce premier bon livre anglais de ma bibliothèque et que j’ai retrouvé la mention “20 Jan. 1973”.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.amazon.fr/gp/product/0140441549/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=centrostudila-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=1642&amp;creative=19458&amp;creativeASIN=0140441549" rel="nofollow" target="_blank"><img class="alignleft size-medium wp-image-8677" style="margin: 10px;" title="vinland-sagas" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/vinland-sagas-189x300.jpg" alt="" width="189" height="300" /></a>Ce petit livre de la collection “Penguin Classics”, à dos noir, voulait compléter l’exposé, fait un an auparavant, d’un camarade de classe, Eric Volant, passionné par la saga des Vikings. Si Debay a connu une brillante carrière de soldat puis de journaliste militaire à “Raids” ou à “Assaut”, Eric Volant, lui, a connu un destin tragique et n’a vécu que vingt ans: ce garçon, au sourire toujours doux et franc, les joues constellées de taches de rousseur, désirait ardemment devenir historien. Et se préparait à un tel avenir. Mais rapidement, le couperet est tombé: son paternel refusait de lui financer des études. A 18 ans, au boulot! Et hors de la maison! Eric est devenu sombre: son éternel sourire s’est effacé. Son ressort intérieur était brisé. Du jour au lendemain, il est devenu communiste! Nous ne pensions pas que le père allait mettre son projet à exécution et flanquer son aîné à la porte du foyer parental au lendemain même de la proclamation de fin de secondaires. Mais, hélas, il l’a bel et bien fait et Eric est venu sonner chez moi début juillet: il avait trouvé un cagibi absolument sordide, au fond d’une cours, où habiter. Il n’avait pas de meubles, juste un sac avec ses hardes et quelques livres: mon père, bouleversé, lui a aussitôt donné une table, une bibliothèque, deux chaises et quelques autres babioles, que nous avons amenées aussitôt dans la triste annexe qui devait lui servir de logis. On l’a ensuite vu errer dans les rues, de plus en plus sombre et rancuneux. Et, deux ou trois ans plus tard, nous avons appris sa mort tragique: il s’était porté volontaire pour servir de passeur à l’ETA basque, que les Républicains espagnols, fort nombreux dans son quartier et quasi les seuls militants communistes dans le Bruxelles du début des années 70, estimaient être la seule force politique capable de ramener une mouture modernisée du “Frente Popular” au pouvoir dans les premières années du post-franquisme. Eric a été descendu par des tireurs embusqués, au moment où il franchissait un ruisseau dans les Pyrénées. On a retrouvé son corps quelques jours plus tard. Il a été enterré à la sauvette, paraît-il, dans un petit village basque. Personne n’a voulu rapatrier le corps. Nous avions perdu un garçon qui avait été un très bon camarade. Il avait marché jusqu’au bout de la passion qu’avait généré son immense déception.</p>
<p style="text-align: justify;">Voilà, je viens de payer mes dettes à mon passé, à ceux qui ont disparu.</p>
<p style="text-align: justify;">Revenons au thème du modeste exposé scolaire d’Eric Volant, c’est-à-dire à la conquête de l’Atlantique Nord par les Scandinaves. Aujourd’hui, on devine qu’ils ne furent pas les premiers Européens à avoir abordé le continent de l’hémisphère occidentale. Déjà Louis Kervran, dans son <a title="Brandan, le grand navigateur" href="http://www.amazon.fr/gp/product/B004XM98RM/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=centrostudila-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=1642&amp;creative=19458&amp;creativeASIN=B004XM98RM" target="_blank"><em>Brandan, le grand navigateur celte du VI° siècle</em></a> (Laffont, 1977), posait la thèse que les Scandinaves, lancés à l’aventure sur les flots glacés de l’Atlantique Nord et tous probablement proscrits ou en fuite, ont suivi des routes maritimes découvertes antérieurement par des ermites irlandais ou bretons, qui s’en allaient méditer aux Orcades, aux Féroé, en Islande et, pourquoi pas, plus loin, au Labrador, ou sur les terres que les Vikings nommeront “Helluland”, “Markland” ou “Vinland”. On retrouve leur nom sur une carte des “terres hyperboréennes”, dressée vers 1590 par un géographe, Sigurdur Stefansson. Louis Kervran rappelait fort opportunément que les peuples de la façade atlantique des Gaules et de la “Britannia” romaine possédaient une solide tradition maritime et que les multiples récits des voyages de Saint Brandan ont constitué une thématique littéraire très répandue et très appréciée tout au long du moyen âge européen. Kervran conclut que Brandan a très problablement suivi un itinéraire de Saint Malo ou de l’Irlande vers les Orcades et les Féroé, l’Islande, les côtes canadiennes pour aboutir probablement aux Antilles: certains textes de la matière “Brandan” décrivent des îles luxuriantes et des animaux exotiques. La légende rappelle, très précisément, que Brandan est parti avec douze compagnons pour entreprendre un voyage de neuf ans sur l’Atlantique. Par ailleurs les pêcheurs de morue poussaient très vraisemblablement jusqu’au large du Labrador, qu’ils aient été scandinaves, flamands, bretons, galiciens ou portugais. Colomb connaissait-il les secrets de ces pêcheurs ou de ces itinéraires scandinaves? La question demeure ouverte.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.amazon.fr/gp/product/3878471599/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=centrostudila-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=1642&amp;creative=19458&amp;creativeASIN=3878471599" rel="nofollow" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-8679" style="margin: 10px;" title="die-hochkultur-der-megalithzeit" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/die-hochkultur-der-megalithzeit.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>Pour les deux spécialistes allemands de l’ère mégalithique, Gert Meier et Hermann Zschweigert, Ulysse, dont la légende remonterait à la proto-histoire mégalithique de la vieille Europe, aurait déjà testé les flots atlantiques: en cinglant de Gibraltar vers les Açores (l’île Ogygie) et, poussé par le Gulf Stream de celles-ci vers Heligoland, il aurait abouti en face des côtes aujourd’hui danoises qui recelaient l’ambre, matière très prisée par les peuples méditerranéens. L’histoire marine de l’Europe, pour nos deux savants allemands, est bien plus ancienne qu’on ne l’a cru jusqu’ici. Les embarcations faites de peaux pourraient bien remonter à 10.000 ans. En 1976, l’historien anglais Tim Severin traverse l’Atlantique sur une copie du bateau attribué à Brandan, démontrant que de telles embarcations étaient parfaitement capables de tenir l’océan, exactement comme le Norvégien Thor Heyerdahl avait traversé le Pacifique sur le Kon-Tiki en 1947, pour démontrer la véracité des récits traditionnels polynésiens et prouver que des peuples marins de l’aire pacifique avaient été capables de cingler jusqu’à l’île de Pâques. Les Maoris néo-zélandais construisaient des embarcations capables de transporter de 60 à 100 guerriers, couvrant parfois des distances de 4000 km en l’espace de plusieurs semaines. Ces embarcations étaient mues par rames et/ou par voiles. L’aventurier allemand Hannes Lindemann a réussi à traverser l’Atlantique au départ des Canaries en 65 puis en 72 jours, sur un petit bateau africain, en se guidant par les étoiles: la navigation en haute mer étant plus aisée de nuit que de jour, du moins à hauteur des tropiques et de l’Equateur (au nord, vu la nébulosité permanente, elle est plus “empirique” donc plus hasardeuse et plus aventureuse, plus risquée). Nos ancêtres avaient un atout complémentaire par rapport à nous, dégénérés par la civilisation et par ce que le sociologue Arnold Gehlen nommait les “expériences de seconde main”: celui de pouvoir correctement s’orienter en connaissant à fond la carte du ciel. Le lien de l’homme à la mer n’est pas récent mais quasi consubstantiel à toute forme de culture depuis la préhistoire. Mais ce lien à la mer n’est pas pensable sans connaissances astronomiques précises, fruit d’une observation minutieuse du ciel.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.amazon.fr/gp/product/3491960789/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=centrostudila-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=1642&amp;creative=19458&amp;creativeASIN=3491960789" rel="nofollow" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-8682" style="margin: 10px;" title="kelten-druiden" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/kelten-druiden.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>Meier et Zschweigert évoquent aussi la voie “terrestre” vers l’Amérique, qu’il était possible d’emprunter, il y a environ 16.000 ans. La calotte glaciaire pesait à l’époque sur l’ensemble de la Scandinavie, sur une bonne partie des Iles Britanniques et sur tout le pourtour de la Baltique et sur l’Allemagne du Nord. L’actuel Canada et une bonne frange du territoire des Etats-Unis se trouvaient aussi sous une épaisse calotte. Mais la côte orientale de la Mer Blanche et l’Alaska étaient dégagés de l’emprise des glaces. Il y avait possibilité, en longeant la banquise arctique et en passant de la Sibérie occidentale à la péninsule de Kola, d’aller vers les Spitzbergen et, de là, au Groenland. Au nord de cette grande île atlanto-arctique se trouvait le “Pont Blanc” qui menait au Canada puis à la terre ferme et dégagée des glaces que constituait alors l’Alaska. On pouvait suivre ensuite la côte pacifique jusqu’en Californie et au Mexique actuels. De la Mer Blanche à l’Alaska, la distance est de 2500 km. Elle devait s’effectuer en 60 jours environ. Selon cette hypothèse, désormais dûment étayée, l’Amérique n’a pas seulement été peuplée par des ethnies sibériennes venues du nord de l’Asie par le Détroit de Bering mais aussi par des éléments venus d’Europe, encore difficilement identifiables au regard des critères de l’archéologie scientifique. Comment cette migration par le “Pont Blanc” s’est-elle opérée avant les nombreuses submersions qui eurent lieu vers 8500 avant notre ère et qui détruisirent notamment la barrière Tanger/Trafalgar et la bande territoriale qui liait l’Italie et la Sicile au continent africain, faisant du lac méditerranéen initial une mer salée? Ces voyages s’effectuaient par traineaux à traction canine, à la mode lapone, le chien étant l’animal domestique par excellence, la première conquête de l’homme; ou ne devrait-on pas plutôt parler d’une fusion “amicale” entre deux espèces morphologiquement très différentes pour que toutes deux puissent survivre en harmonie? Le chien est effectivement un allié dans la chasse, un chauffage central qui chauffe en hiver (les Aborigènes australiens parlent de “five-dogs-nights”, de nuits où il faut cinq chiens pour chauffer un homme; l’expression est passée dans l’anglais moderne), un pharmacien qui lèche les plaies et les guérit vu l’acidité de sa salive, un gardien et un compagnon, qui, en guise de récompense, reçoit les reliefs des repas.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.amazon.fr/gp/product/2503509975/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=centrostudila-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=1642&amp;creative=19458&amp;creativeASIN=2503509975" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-8683" style="margin: 10px;" title="livre-de-la-colonisation-de-lislande" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/livre-de-la-colonisation-de-lislande.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>Magnus Magnusson et Hermann Pàlsson ont rédigé une brillante introduction pour mon petit livre de 1973, qui n’est autre que le texte même de la “Vinland Saga”, de la saga du voyage vers le Vinland américain. Cette introduction relate l’histoire de la colonisation scandinave de l’Islande et du Groenland et retrace l’épopée nord-atlantique des marins norvégiens et islandais. La colonisation de l’Islande s’est déroulée à la suite de l’émigration de proscrits norvégiens, chassés pour “avoir provoqué mort d’homme”, à la suite de méchantes manigances ou pour raisons d’honneur voire pour refus d’être christianisés. Celle du Groenland procède de la même logique: Eirik le Rouge est banni d’Islande au 10ème siècle. Il fonde les premières colonies scandinaves du Groenland. Un marin prudent, Bjarni Herjolfsson, dévié par les vents et les éléments déchaînés de sa route entre l’Islande et le Groenland, aperçoit les côtes de terres inconnues vers 985 ou 986. Leif Eirikson, dit Leif l’Heureux, achète le dernier bateau survivant de l’expédition incomplète et chamboulée de Bjarni et décide de partir à la découverte des terres aperçues au loin par son prédécesseur. C’est ainsi que fut découvert le “Vinland”, terre sur la rive méridionale du Saint-Laurent, où les explorateurs nordiques ne découvrent pas seulement une baie qui ressemble au raisin mais surtout la principale matière première dont ils ont besoin, le bois, ainsi que du gibier en abondance, du saumon à profusion et du blé sauvage prêt à être récolté. Leif ne restera pas en Amérique: c’est son beau-frère Thorfinn Karlsefni qui tentera d’installer une première colonie permanente sur le sol américain. Thorfinn fait le voyage accompagné de sa femme. Elle met un bébé au monde sur la terre américaine. Mais elle meurt peu après l’accouchement. Thorfinn passe l’hiver avec l’enfant qu’il parvient à sauver de la mort. Ce petit Snorri Thorfinnson a probablement été le premier Européen attesté et non mêlé d’Amérindien ou d’Esquimau à avoir vu le jour dans l’hémisphère occidental. Quant à Thorvald, fils d’Eirik, il est un des premiers Européens tombés au combat face aux natifs du continent américain: il a été frappé d’une flèche en défendant une implantation dans l’actuel Labrador canadien.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.amazon.fr/gp/product/2905970499/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=centrostudila-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=1642&amp;creative=19458&amp;creativeASIN=2905970499" rel="nofollow" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-8684" style="margin: 10px;" title="les-vikings" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/les-vikings.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>L’âge viking, l’ère en laquelle les Normands se répandirent en Europe, en Russie jusqu’au comptoir de Bolgar sur la Volga et dans l’espace nord-atlantique, est une époque où l’Europe ne connaît plus la gloire de l’Empire romain: en ce temps-là, nous explique le Prof. Roger Grand, le trop-plein démographique scandinave descendait calmement la Weser germanique, jusqu’à hauteur du premier grand affluent du Rhin, la Lippe, pour aller se présenter dans les <em>castra</em> des légions de l’Urbs et trouver une affectation militaire ou civile dans l’Empire. La chute de l’Empire romain interdit cette transhumance: la masse démographique germanique-continentale s’est déplacée à l’intérieur de l’Empire, dans les provinciae de Germania Inferior et Germania Superior et dans le nord de la Gallia Belgica, voire dans la vallée du Rhône pour les Burgondes, installés principalement dans la “Sapaudia” (la terre des sapins) jurassienne, entre Besançon et le lac de Neuchâtel selon l’axe Ouest-Est, et entre Belfort et Grenoble, selon l’axe nord-est/sud-ouest. L’Europe est trop pleine et, en plus, elle est désorganisée. Les Germains continentaux n’ont plus d’affectations à offrir à leurs cousins du Nord. L’Europe est dangereusement ouverte sur la steppe qui s’étend de la Puszta hongroise jusqu’à la Mandchourie. Entre le Danube à hauteur de Vienne et l’Atlantique, les populations romanisées et germanisées sont acculées, dos à l’Océan, d’où les Nordiques viennent pour remonter leur fleuves et piller leurs villes et abbayes. En Méditerranée, elles sont harcelées par le débordement démographique sarrazin, c’est-à-dire hamito-sémitique.</p>
<p style="text-align: justify;">La recherche d’échappatoires est donc une nécessité vitale: la Russie offre un tremplin vers la Mer Noire et l’espace byzantin et, via la Volga, vers la Caspienne et l’Empire perse. Mais, là aussi, l’élément scandinave, finalement trop ténu, ne pourra pas, comme avaient partiellement pu le faire avant eux les tribus gothiques, maîtriser le cours des grands fleuves russes et ukrainiens pour avancer les pions des populations européennes vers l’espace persan. La seule route pour trouver terres, matières premières et espaces apaisés est celle de l’Atlantique septentrional. Cette donnée stratégique est une constante de l’histoire européenne: elle sera reprise par Henri le Navigateur, roi du Portugal, désireux de contourner la masse continentale africaine pour éviter la Méditerranée contrôlée par les puissances musulmanes et atteindre l’Inde par voie maritime et non plus terrestre. Elle sera reprise par Ivan le Terrible quand il descendera la Volga pour l’arracher au joug tatar, sous les conseils d’un marchand anglais, qui n’avait pas oublié la route varègue (suédoise) vers le comptoir de Bolgar, vers la Caspienne et l’espace persan. Les recettes norroises et varègues ont donc servi de source d’inspiration aux tentatives européennes, en l’occurence portugaises et russes, de désenclaver l’Europe.</p>
<p style="text-align: justify;">La première tentative de désenclavement par l’Ouest atlantique a donc été celui du quatuor Bjarni, Eirik, Leif et Thorsinn. Elle est importante dans la mesure où les marins scandinaves, paysans sans terre à la recherche d’un patrimoine, cherchent non plus à fusionner avec d’autres sur une terre étrangère, comme le fut peut-être la Normandie, mais à créer des communautés scandinaves homogènes sur des sols nouveaux. Ce sera le cas en Islande, où les colonies se sont maintenues. Ce sera le cas au Groenland, du moins tant que durera l’optimum climatique médiéval. L’installation en Amérique, dans “l’Anse aux Meadows” sera, elle, éphémère: elle se heurtera à la résistance des indigènes d’Amérique du Nord, les “Skraelinger” des sagas, que les Scandinaves ne pourront vaincre, en dépit de la supériorité de leurs armes en fer. Les “Skraelinger” disposaient d’armes de jet, des arcs mais aussi une sorte de catapulte ou de balliste, qui leur permettaient de tenir tête à des guerriers dotés d’armes de fer mais qui ne disposaient plus, au Groenland, de forges et de mines capables d’en produire à bonne cadence. Tout devait être importé d’Europe. La logistique scandinave en Atlantique nord était trop rudimentaire pour permettre de se tailler une tête de pont, comme le firent plus tard les Espagnols ou les Anglais, pourvus d’armes à feu.</p>
<p style="text-align: justify;">Le trop-plein démographique scandinave, à la suite de mauvaises récoltes, ne s’est plus déversé en Europe, à partir d’un certain moment quand l’espace impérial carolingien s’organise et s’hermétise, mais dans les îles de l’Atlantique (Shetlands, Féroé, Orcades, Hébrides) et en Islande. Cet exode d’audacieux répond aussi à une nouvelle donne politique: le pouvoir royal, imité du pouvoir impérial carolingien et armé de la nouvelle idéologie chrétienne, marque des points dans les vieilles terres scandinaves et déplait car jugé trop autoritaire et irrespecteux tant de la liberté personnelle que de la liberté des communautés d’hommes libres. L’Islande sera ainsi le laboratoire d’une démocratie populaire et originale: le pouvoir sera d’emblée limité par des lois; le chef, élu temporairement, devra respecter un contrat avec les représentants du peuple siégeant au “Thing” (= Assemblée, parlement); le médiateur au sein de ces assemblées de paysans libres, les <em>bondi</em> ou les <em>godhar</em> (“les chefs”, désignés par leurs propres communautés) joue un rôle capital. L’île de Thulé, que mentionnent les sources de l’<a title="antiquité" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/storia-antica/">antiquité</a> et du haut <a title="moyen âge" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/medioevo/">moyen âge</a> telles celles d’Orose, de Boèce (“à six jours de navigation” du continent) et de Bède le Vénérable, est indubitablement l’Islande.</p>
<p style="text-align: justify;">En 825, le moine irlandais Dicuil, actif à la Cour de Charlemagne, écrit un traité de géographie (<em>Liber de mensura orbis terrae</em>), où, pour la première fois, on peut lire une description détaillée de cette “Thulé” de l’Atlantique nord, grâce à des renseignements transmis par trois ermites irlandais qui l’avaient abordée en 795, au moment où les Vikings lançaient leurs premiers assauts contre l’Irlande et ses monastères. Quand les premiers colons norrois abordent l’Islande vers 860, l’île est déjà occupée par quelques moines irlandais, comme le mentionnent d’ailleurs les sources scandinaves et l’attestent des noms de lieux comme “Papey” (“L’île aux moines”) et “Papyli” (“Aux moines”). En 870, Ingolf Arnarson doit quitter la Norvège, car “il y a commis mort d’homme”, et fonde la première colonie permanente et non monacale en Islande, sur le site même de l’actuelle capitale Reykjavik. C’est au départ de l’installation d’Ingolf et des siens qu’un système politique démocratique original, alliant pouvoir temporel et religieux, s’implante dans le pays et que celui-ci devient la base de départ de nouvelles découvertes: non seulement le Groenland et le Vinland, mais des îles stratégiques à la jonction des eaux de l’Atlantique et de l’Arctique, telles les Spitzbergen (vers 1170) et l’île Jan Mayen en 1194.</p>
<p style="text-align: justify;">L’Islande médiévale fut donc à coup sûr la société la plus originale d’Europe, en marge du continent soumis aux assauts sarrazins et mongols ou disloqués par les querelles intestines. Elle développe un commerce intense, surtout avec la Norvège et l’Angleterre; elle exporte de la laine, du tweed, des peaux de mouton ou de phoque, du fromage, du suif (pour les chandelles), des faucons et du soufre en échange de bois (rare sous ces latitudes boréales), de goudron, de métaux, de farine, de malt, de miel, de vin, de bière et de lin. Mais, rappellent Magnusson et Pàlsson, l’exportation majeure, la plus étonnante et forcément la plus originale de cette Islande en apparence isolée et géographiquement marginale, ce sont les productions littéraires; en effet, les Islandais, lettrés et producteurs de sagas qui sont les premières manifestations d’une <a title="littérature" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/letteratura/">littérature</a> achevée en Europe, produisent une poésie courtisane, des chants et des éloges pour les rois et les princes, qu’affectionnaient tout particulièrement les “earls” des Orcades, les grands féodaux anglais et les riches habitants de Dublin (colonie norvégienne). Ces récits, poèmes ou chants se payaient au prix fort. Ensuite, les contextes géographiques dans lesquels se déroulaient les récits des sagas sont minutieusement décrits et échappent à toute exagération ou falsification d’ordre mythique ou légendaire. La saga du Vinland ou le “Landnàmabök” (le livre de la colonisation de l’Islande) confirment parfaitement cette objectivité narrative. La première <a title="littérature" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/letteratura/">littérature</a> “moderne” (pour autant que ce mot soit adéquat) en Europe a été islandaise. Né en Islande en 1067, Ari Thorgilsson peut être considéré comme le premier historien d’Europe en langue vernaculaire, alliant précision, érudition et volonté d’inscrire l’histoire islandaise dans un cadre général européen. C’est lui qui nous a transmis la plus grande partie du savoir dont nous disposons sur l’âge dit des sagas (930-1030). Il y a dix siècles, l’Islande fournissait à l’Europe un historien qui relatait des faits sans les embellir de légendes, de merveilleux ou de paraboles hagiographiques.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/vinland.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-8680" style="margin: 10px;" title="vinland" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/vinland-300x207.jpg" alt="" width="300" height="207" /></a>L’Islande a donc été le centre d’un monde thalassocentré, aux institutions politiques originales et uniques, que décrit remarquablement l’historien américain Jesse L. Byock, de l’université de Californie (UCLA). Quand les deux colonies du Groenland se sont mises à péricliter, l’Islande est redevenue marginale, une simple excroissance occidentale du monde scandinave. Mais elle n’a certainement pas exclu de sa mémoire l’épopée aventureuse, commerciale et colonisatrice vers le Groenland et les terres situées plus à l’Ouest. Une carte controversée, probablement une falsification car elle fait du Groenland une île à part entière (ce que l’on ne savait pas avant 1890), montre les trois terres (Helluland, Markland et Vinland) découvertes par Leif. Les falsificateurs dataient cette carte de 1440, cinquante-deux ans avant le voyage de Colomb. Falsification ou non, les terres extrême-occidentales devaient être toujours présentes dans la mémoire des Islandais, comme devaient au moins les deviner les pêcheurs normands, bretons, flamands, anglais, galiciens, portugais ou norvégiens qui cherchaient les bancs de morues. Vers 1020, les tentatives d’installation au Vinland ont dû définitivement cesser, du moins dans le sillage immédiat de Leif et de ses proches. L’évêque Eirik du Groenland a toutefois tenté une nouvelle expédition en 1121, pour “aller voir s’il y avait là-bas des chrétiens survivants”. Il aurait constaté le contraire. En 1347, des Annales mentionnent le retour d’une petite embarcation qui avait été au “Markland”, avec dix-huit hommes à son bord. On sait que les résidents des deux colonies groenlandaises ont évacué leurs installations, sans que l’on puisse dire avec toute la certitude voulue s’ils sont revenus en Islande ou en Norvège ou s’ils ont cinglé vers l’Ouest, pour disparaître sans laisser de traces.</p>
<p style="text-align: justify;">L’universitaire britannique Gwyn Jones, dans une étude consacrée aux Vikings et à l’Amérique, relève deux hypothèses convergentes, non étayées mais plausibles, et qui mériteraient d’être vérifiées: celle de l’Islandais Jon Dùason et celle du Canadien Tryggve Oleson. L’une date des années 1941-1948, l’autre de 1963. Ces deux hypothèses postulent que, vu la détérioration du climat et les difficultés logistiques à vivre à l’européenne (ou du moins à la mode norvégienne) en terre groenlandaise, bon nombre de Scandinaves de ces deux colonies extrême-occidentales ont fini par adopter le mode de vie esquimau, non seulement au Groenland mais aussi au Canada, c’est-à-dire au moins au Helluland et au Markland. Réduit à la précarité, les colons islando-norvégiens auraient traversé la mer entre le Groenland et le Canada pour s’y fixer et finir par se mêler aux populations autochtones de la culture dite du Dorset et former ainsi une nouvelle population, voire une nouvelle ethnie, celle de la culture dite de Thulé, qui aurait repris pour son propre compte l’ensemble du territoire groenlandais, après le recul ou la disparition de la population scandinave homogène qui y avait résidé depuis l’arrivée d’Eirik. Duason et Oleson pensent dès lors qu’une fusion entre Scandinaves résiduaires et chasseurs-trappeurs de la culture dite de Dorset a eu lieu, ce qui a donné à terme la nouvelle culture dite de Thulé. Ensuite, les ressortissants métis de la culture de Thulé seraient entrés en conflit avec les derniers Islando-Norvégiens du Groenland qui auraient alors plié bagages et se seraient installés, très peu nombreux et fort affaiblis, dans l’île actuellement canadienne de Baffin, en se mêlant à la population locale et en disparaissant par l’effet de ce métissage en tant que communauté scandinave homogène. La seule source qui pourrait étayer cette thèse est importante et fiable, c’est un écrit tiré des annales de l’évêque Gisli Oddsson, écrite en latin en 1637, probablement inspirée par une source antérieure disparue et évoquant les événements en “Extrême-Occident” scandinave (ou atlanto-arctique) de 1342: “Les habitants du Groenland ont abandonné la vraie foi et la <a title="religion" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione/">religion</a> chrétienne de leur propre volonté, ayant déjà rejeté toutes les bonnes manières et les véritables vertus, et se sont tournés vers les peuples d’Amérique (“et ad Americae populos se converterunt”)”.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="size-medium wp-image-8681 alignleft" style="margin: 10px;" title="san-brendano" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/san-brendano-300x265.gif" alt="" width="300" height="265" />Si les ermites irlandais ou celtiques cherchaient des terres, c’était pour aller y pratiquer la méditation en solitaire et non pour la colonisation. Pour le celtisant anglais Geoffrey Ashe, comme d’ailleurs pour Louis Kervran, les moines irlandais cherchaient le “Paradis terrestre”, qui, à leurs yeux, n’était nullement un “au-delà” mais une contrée bien terrestre quoiqu’inconnue. Les sources de diverses “matières celtiques” évoquent tantôt la Terre d’Avalon (ou “Avallach” ou encore “Ablach”) tantôt la Terre de “Tir na nOg”, un pays de jouvence éternelle située loin à l’Ouest, au bout de l’Océan. <a title="religion" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione/">Religion</a> biblique, mythes celtiques et fonds factuel se mêlent de manière trop inextricable dans les récits de la matière de Brandan, qui ne recèlent par conséquent aucune fiabilité scientifique, sauf peut-être si on les lit avec l’acribie dont fit montre Kervran, dans son livre paru en 1977. La colonisation scandinave est rationnelle et les récits qu’elle suscite sont réalistes. Les Irlandais ont toutefois été les premiers à aborder l’Islande et probablement le continent américain. Mais rien n’atteste objectivement de leurs voyages, sauf en Islande, où Dicuil mentionne la présence d’ermites voyageurs. Cette volonté de fuite vers l’Ouest, au-delà de l’Océan Atlantique, indique pourtant que l’humanité de souche européenne a été, pendant quasi tout le <a title="moyen âge" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/medioevo/">moyen âge</a>, depuis la chute de l’Empire romain, un ensemble de populations assiégées et contenues dans l’espace étroit de la péninsule européenne, ce promontoire au Ponant de l’immense masse continentale eurasienne. Les assiégeants, comme l’indique d’ailleurs l’auteur anglais du 12ème siècle Guillaume de Malmesbury après l’invasion seldjoukide des “thermes” orientaux de l’Empire byzantin, sont les peuplades turques, mongoles, hunniques, berbères et arabes. Pour bon nombre d’Européens du haut <a title="moyen age" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/medioevo/">moyen âge</a>, et pour les Scandinaves qui ne trouvent plus d’affectations suffisantes dans l’espace euro-méditerranéen suite à l’effondrement de la civilisation romaine, l’Europe est une terre que l’on cherche à fuir: en effet, les Nordiques ne sont plus des barbares intégrables de la périphérie (Altheim, Toynbee, Grand) ni dans l’espace catholique-romain ni dans l’espace byzantin (en dépit de l’aventure de la “Garde varègue”); l’Europe leur est devenue un espace fermé tant à cause de la détresse provoquée par les siècles de gabegie mérovingienne et par les assauts sarrazins et hongrois qu’à cause de la fermeture qu’instaure le système carolingien pour procéder à une réorganisation interne du continent. La seule exception, c’est-à-dire la seule colonisation réussie dans l’espace jadis romanisé, est la Normandie et probablement l’aire réduite que constitue l’embouchure du Rhin et de la Meuse en Hollande actuelle, sans compter le Yorkshire anglais (le “Danelaw”). A l’Est, la Russie de Novgorod est une autre terre de colonisation possible pour les Varègues de l’actuelle Suède. Mais ces terres sont bien étroites et soumises à des institutions féodales qui déplaisent aux hommes libres du Nord. La tentative de contrôler l’espace scaldien (de l’Escaut), en établissant un vaste camp militaire dans l’actuelle ville de Louvain sur la petite rivière qu’est la Dyle, a été réduite à néant par les armées d’Arnold de Carinthie, un général pugnace du clan carolingien.</p>
<p style="text-align: justify;">La tragédie scandinave est une tragédie européenne: la volonté de conserver une autonomie politique aussi complète que possible, dans des espaces ethniquement homogènes, sans le moindre compromis sur ce chapitre, se heurte à la nécessité d’une organisation impériale, seul moyen de verrouiller en Méditerranée et sur la steppe les voies d’accès potentielles au coeur du continent. L’Europe a besoin de la liberté scandinave comme elle a besoin de l’organisation impériale: quand trouvera-t-on le juste milieu, le mode politique qui parviendra à réconcilier ces deux aspirations essentielles?</p>
<p><strong>* * *</strong></p>
<p>Fait à Forest-Flotzenberg, septembre 2011.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Bibliographie</strong></p>
<p style="text-align: justify;">- Geoffrey ASHE, <a title="Kelten, Druiden und Koenig Arthur" href="http://www.amazon.fr/gp/product/3491960789/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=centrostudila-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=1642&amp;creative=19458&amp;creativeASIN=3491960789" target="_blank"><em>Kelten, Druiden und König Arthur – Mythologie der Britischen Inseln</em></a>, Walter-Verlag, Olten, 1992.</p>
<p style="text-align: justify;">- Régis BOYER, <a title="Livre de la colonisation de l'Islande" href="http://www.amazon.fr/gp/product/2503509975/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=centrostudila-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=1642&amp;creative=19458&amp;creativeASIN=2503509975" target="_blank"><em>Le Livre de la colonisation de l’Islande (Landnàmabök)</em></a>, Mouton, Paris, 1973.</p>
<p style="text-align: justify;">- Jesse BYOCK, <em>L’Islande des Vikings</em>, Aubier, Paris, 2007-2011.</p>
<p style="text-align: justify;">- James GRAHAM-CAMPBELL, <em>Das Leben der Wikinger – Krieger, Händler und Entdecker</em>, Kristall-Verlag, Hamburg, 1980.</p>
<p style="text-align: justify;">- Gwyn JONES, “The Vikings and North America”, in R. T. FARRELL, <em>The Vikings</em>, Phillimore, London, 1982.</p>
<p style="text-align: justify;">- Louis KERVRAN, <em>Brandan, le grand navigateur celte du VI° siècle</em>, Laffont, Paris, 1977.</p>
<p style="text-align: justify;">- Jean MABIRE, <a title="Les Viking à travers le monde" href="http://www.amazon.fr/gp/product/2905970499/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=centrostudila-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=1642&amp;creative=19458&amp;creativeASIN=2905970499" target="_blank"><em>Les Vikings à travers le monde</em></a>, Ed. de l’Ancre de Marine, Saint-Malo, 1992.,</p>
<p style="text-align: justify;">- Magnus MAGNUSSON / Hermann PALSSON, “Introduction”, in <a href="http://www.amazon.fr/gp/product/0140441549/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=centrostudila-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=1642&amp;creative=19458&amp;creativeASIN=0140441549" target="_blank"><em>The Vinland Saga – The Norse Discovery of America</em></a>, Penguin, Harmondsworth, 1965-1971.</p>
<p style="text-align: justify;">- Gert MEIER / Hermann ZSCHWEIGERT, <a href="http://www.amazon.fr/gp/product/3878471599/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=centrostudila-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=1642&amp;creative=19458&amp;creativeASIN=3878471599" target="_blank"><em>Die Hochkultur der Megalithzeit – Verschwiegene Zeugnisse aus Europas grosser Vergangenheit</em></a>, Grabert, Tübingen, 1997.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/petites-reflexions-eparses-sur-la-decouverte-de-l%e2%80%99amerique-par-les-scandinaves.html' addthis:title='Petites réflexions éparses sur la découverte de l’Amérique par les Scandinaves ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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