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	<title>Centro Studi La Runa &#187; Julius Evola</title>
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	<description>Archivio di storia, tradizione, letteratura, filosofia</description>
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		<title>Julius Evola e la metafisica del sesso. Alcune osservazioni per una lettura attualizzata del pensiero del filosofo romano</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Jan 2012 16:00:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Arcella</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La lezione evoliana apre orizzonti profondi sulla sessualità nel mondo della Tradizione e consente di prendere coscienza delle regressioni e dei limiti che, anche in questo campo, si sono verificati nel mondo moderno.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/julius-evola-e-la-metafisica-del-sesso.html' addthis:title='Julius Evola e la metafisica del sesso. Alcune osservazioni per una lettura attualizzata del pensiero del filosofo romano '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/evola48x48.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Julius Evola" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/buddha.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Religione" /><br/><div id="attachment_9178" class="wp-caption alignright" style="width: 239px"><img class="size-full wp-image-9178" title="Gian Lorenzo Bernini, Estasi di santa Teresa d'Avila (1647 – 1652), Chiesa di Santa Maria della Vittoria, Roma." src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/estasi-santa-teresa.jpeg" alt="Gian Lorenzo Bernini, Estasi di santa Teresa d'Avila (1647 – 1652), Chiesa di Santa Maria della Vittoria, Roma." width="229" height="220" /><p class="wp-caption-text">Gian Lorenzo Bernini, Estasi di santa Teresa d&#39;Avila (1647 – 1652), Chiesa di Santa Maria della Vittoria, Roma.</p></div>
<p style="text-align: justify;">La mia intenzione non è quella di scrivere una recensione della <a title="Metafisica del sesso" href="http://www.amazon.it/gp/product/8827204350/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=cestlaru-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8827204350"><em>Metafisica del Sesso</em></a> di <a title="Julius Evola" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/julius-evola/">Julius Evola</a> (peraltro ampiamente commentato e recensito nel susseguirsi delle varie edizioni), quanto piuttosto di mettere a fuoco alcuni aspetti salienti del suo pensiero in tema di sessualità e confrontarli con le esigenze ed i problemi dell&#8217;uomo del XXI secolo. Tale approccio si inserisce in un disegno più ampio, volto a confrontare il pensiero evoliano con la contemporaneità, per verificarne l&#8217;attualità.</p>
<p style="text-align: justify;">Un primo aspetto da analizzare riguarda quella che il pensatore chiama la “Pandemìa del sesso” nell&#8217;epoca moderna. <a title="Evola" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/julius-evola/">Evola</a> evidenzia come – anche attraverso la pubblicità, l&#8217;influenza dei media e della televisione – il sesso sia divenuto una vera manìa, un&#8217;ossessione pervasiva, nel mentre se ne è perduto il significato profondo, realizzativo nel senso dell&#8217;“uomo integrale” nel quadro di quello che egli chiama il “mondo della Tradizione”. Tale fenomeno può leggersi come una reazione smodata al clima moralistico di estrazione cattolico-borghese, alla sessuofobia tipica di una certa educazione di matrice cattolica ma anche in opposizione al puritanesimo tipico di una certa cultura protestante. Dallo squilibrio di una educazione sessuofoba si passa all&#8217;eccesso di una manìa, entrambi i fenomeni avendo però in comune lo smarrimento del senso profondo del sesso e dell&#8217;amore, come superamento del senso dell&#8217;ego, integrazione delle complementarietà e riaccostamento a quel senso dell&#8217;unità primordiale adombrata nel mito dell&#8217;androgine riportato da <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/platone">Platone</a></span> nel <a title="Simposio" href="http://www.libriefilm.com/simposio/5315"><em>Simposio</em></a> ed ampiamente citato da <a title="Evola" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/julius-evola/">Evola</a> nella sua opera. Peraltro tale ossessione banalizza il sesso ed attenua l&#8217;attrazione, poiché la fisicità femminile ed il nudo femminile divengono qualcosa di così ordinario ed abituale da perdere quella carica sottile di magnetismo, di fascinazione che sono fondamentali nell&#8217;attrazione fra i sessi.</p>
<p style="text-align: justify;">Orbene, se confrontiamo questa analisi evoliana con la realtà contemporanea (ricordiamo che <a title="Metafisica del sesso" href="http://www.amazon.it/gp/product/8827204350/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=cestlaru-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8827204350" target="_blank"><em>Metafisica del Sesso</em></a> fu pubblicato, per la prima volta, nel 1957), notiamo che il fenomeno dell&#8217;ossessione del sesso si sia accentuato, anche per effetto della diffusione della telematica, della estrema libertà di pubblicazione che esiste su Internet e quindi della possibilità agevole per gli utenti di accedervi.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.amazon.it/gp/product/8827204350/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=cestlaru-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8827204350" rel="nofollow" target="_blank"><img class="size-medium wp-image-9172 alignleft" style="margin: 10px;" title="metafisica-del-sesso" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/metafisica-del-sesso-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>Peraltro si osserva nei rapporti fra i sessi una superficialità diffusa, una incapacità di comunicare su temi di fondo, una banalizzazione dei rapporti che coinvolge lo stesso momento sessuale, visto come una pratica scissa da qualsiasi aspetto profondo, di autentica comunione animica fra i sessi.</p>
<p style="text-align: justify;">In ciò può cogliersi una vera e propria paura di fondo, la paura dell&#8217;uomo di entrare in contatto reale con se stesso e con gli altri, di doversi guardare dentro, di doversi magari mettere in discussione. L&#8217;uomo contemporaneo – come tendenza prevalente – rifugge dall&#8217;autoosservazione ed ha sempre più bisogno di “droghe” in senso lato, di evasioni, dal caos della metropoli a certe forme di musica che abbiano un effetto di stordimento, dal “rito”degli esodi di massa nei periodi di vacanza e nei fine-settimana alla dimensione di massa che hanno anche le villeggiature balneari, in una trasposizione automatica della dimensione della metropoli che risponde ad un bisogno di stordirsi e di perdersi comunque.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;analisi evoliana, sotto questo aspetto, è pienamente attuale, presentandosi dunque come lungimirante nel momento in cui, oltre 50 anni orsono, veniva elaborata. La crisi dei rapporti fra i sessi e del senso stesso del sesso si inquadra così nel contesto generale della crisi del mondo moderno, del suo essere, rispetto ai significati ed ai valori della Tradizione, un processo involutivo, una vera e propria anomalìa. E qui veniamo ad un ulteriore aspetto fondamentale da considerare.</p>
<p style="text-align: justify;">La metafisica del sesso evoliana può essere adeguatamente compresa solo nel quadro della morfologia delle civiltà e della filosofia complessiva della storia che il pensatore romano elaborò e sistematizzò nella sua opera principale, <a title="Rivolta contro il mondo moderno" href="http://www.amazon.it/gp/product/8827212248/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=cestlaru-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8827212248" target="_blank"><em>Rivolta contro il mondo moderno</em></a>, peraltro preceduta e preparata con vari saggi di morfologia delle civiltà pubblicati, in età giovanile, su varie riviste, come, ad esempio, il famoso saggio <em>Americanismo e bolscevismo</em>, pubblicato sulla rivista <em>Nuova Antologia</em> nel 1929. Senza questo riferimento generale e complessivo, senza questa visione d&#8217;insieme, non si comprende il punto di vista evoliano nell&#8217;approccio alla tematica della sessualità, approccio lontano sia da impostazioni di tipo moralistico-borghese, sia da forme esasperate di “pandemìa del sesso”.</p>
<p style="text-align: justify;">Centrale è quindi il significato che <a title="Evola" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/julius-evola/">Evola</a> conferisce a quello che chiama “mondo della Tradizione”, intendendo con questo termine un insieme di civiltà orientate “dall&#8217;alto e verso l&#8217;alto”, per citare una tipica espressione evoliana; si tratta di tutte quelle civiltà che, pur nella varietà delle loro forme non solo religiose ma soprattutto misteriche (cioé iniziatiche), hanno in comune una orientazione sacrale, nel senso che esse sono ispirate dal sacro e tendono verso il sacro, inteso e vissuto come dimensione trascendente e, al tempo stesso, immanente, ossia una sacralità che entra nella storia e nell&#8217;umano, che permea di sé i vari aspetti della vita individuale e sociale di una determinata civiltà. Ogni aspetto della vita, dall&#8217;amore al sesso alle arti ed ai mestieri, diviene, in questo particolare “tono” una occasione, una possibilità di aprire la comunicazione con il Divino, quindi una opportunità di elevazione e miglioramento personale.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.amazon.it/gp/product/8845907643/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=cestlaru-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8845907643" rel="nofollow" target="_blank"><img class="size-full wp-image-9174 alignright" style="margin: 10px;" title="simboli-della-scienza-sacraa" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/simboli-della-scienza-sacraa.jpg" alt="" width="240" height="240" /></a>In questo senso il mondo moderno, come mondo desacralizzato e materialistico, rappresenta un&#8217;anomalìa, peraltro denunciata da <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/rene-guenon/">René Guénon</a></span> ancor prima di Evola (illuminanti sono, al riguardo, le pagine di apertura del libro <a title="Simboli della scienza sacra" href="http://www.amazon.it/gp/product/8845907643/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=cestlaru-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8845907643" target="_blank"><em>Simboli della Scienza Sacra</em></a>, ripubblicato da Adelphi) , come anche da altri Maestri della Tradizione, come Arturo Reghini in Italia e da <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/rudolf-steiner" target="_blank">Rudolf Steiner</a></span> nella Mitteleuropa del primo Novecento.</p>
<p style="text-align: justify;">Il concetto di un tipo di società orientata dal terreno e verso il terreno, relegante alla fede privata individuale tutto ciò che possa avere il vago sentore di un anelito spirituale, è qualcosa che appartiene esclusivamente all&#8217;epoca moderna più recente, pressappoco da Cartesio in poi e soprattutto dall&#8217;illuminismo e dalla rivoluzione francese in avanti. Fino al <a title="Medioevo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/medioevo/">Medio Evo</a> l&#8217;orientazione sacrale della vita e della società era un dato centrale e normale, mentre ora prevale la secolarizzazione, l&#8217;essere immersi in modo esclusivo nel terreno e nella storia.</p>
<p style="text-align: justify;">Sotto questo aspetto il conflitto fra mondo islamico e mondo occidentale, al di là di certe forme esasperate e terroristiche di antagonismo culminate con l&#8217;attacco dell&#8217;11 settembre 2001– che sono soltanto un aspetto del mondo islamico – è emblematico di un diverso modo di concepire la vita e il mondo e rappresenta la piena conferma del carattere anomalo del mondo moderno laico e secolarizzato.</p>
<p style="text-align: justify;">In questo contesto “tradizionale” si colloca la concezione evoliana del sesso e dell&#8217;amore. Centrale è il riferimento al <a title="Simposio" href="http://www.libriefilm.com/simposio/5315"><em>Simposio</em></a> di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/platone">Platone</a></span>, quindi alla visione della polarità fra i sessi – maschile e femminile – come anelito, spesso inconsapevole, alla reintegrazione dell&#8217;unità primordiale dell&#8217;androgino, poi scissa nella dualità dei sessi. In origine, secondo il mito, esisteva una specie di essere che riassumeva in sé i due sessi, che poi si scinde nelle due sessualità che noi conosciamo come distinte e separate. L&#8217;amore e l&#8217;incontro sessuale è visto quindi come superamento dei limiti individuali, come completamento e superamento del senso dell&#8217;ego, come capacità di dono di sé, di apertura all&#8217;altro, di integrazione con l&#8217;altro e nell&#8217;altro.</p>
<p style="text-align: justify;">Fondamentale è anche il riferimento all&#8217;archetipo di Afrodite, vista nei suoi vari aspetti e nei suoi vari gradi; L&#8217;Afrodite Celeste e l&#8217;Afrodite Pandémia simboleggiano due stati e gradi dell&#8217;amore, quello spirituale e quello sensuale, quest&#8217;ultimo essendo visto come un primo grado di approssimazione esperienziale all&#8217;amore in senso alto, come Amore per il divino, come slancio fervido e raccolto verso la nostra origine spirituale. E&#8217; importante notare come, nella visione evoliana, non vi sia scissione fra i due piani, ma come essi rappresentino, in realtà, due fasi di un unico <em>iter</em> ascensionale, poiché il divino non è un <em>quid</em> lontano dal mondo, ma si manifesta nel mondo, pur non riducendosi ad esso. A tale riguardo, si può ricordare la concezione indiana della Shakti, ossia l&#8217;aspetto “potenza” e manifestazione del divino, cioé il suo aspetto femminile, dinamico che, non a caso, è definito nei test tantrici la “splendente veste di potenza del divino” su cui l&#8217;orientalista Filippani-Ronconi ha scritto pagine illuminanti nella sua opera <em>Le Vie del Buddhismo</em>. Non è marginale osservare che nello shivaismo del Kashmir, ossia nelle forme del culto di Shiva tipiche di quella regione dell&#8217;India nord-occidentale, la considerazione dell&#8217;aspetto shaktico del divino si riflette nella valorizzazione sociale della donna concepita come l&#8217;incarnazione terrena di quest&#8217;aspetto shaktico e, come tale, degna di rispetto e dotata di una sua dignità spirituale secondo le vedute delle scuole shivaite kashmire. Su questo punto si rinvia il lettore alle pagine molto illuminanti di Filippani Ronconi nel suo libro <em>VAK. La parola primordiale</em> dove l&#8217;Autore illustra un aspetto poco noto di alcune civiltà tradizionali, che <a title="Evola" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/julius-evola/">Evola</a> descrive sempre in chiave virile-solare e patriarcale.</p>
<p style="text-align: justify;">Altro mito platonico cui il filosofo romano si richiama è quello di Poros e Penia, che spiega l&#8217;amore come perenne insufficienza, come continua privazione. E&#8217; l&#8217;amore inteso come “sete inesausta”, come desiderio mai del tutto soddisfatto, come continuo anelito verso un completamento di sé mai del tutto realizzato e quindi fonte di perenne e nuovo desiderio. Qui si può cogliere il nesso fra lo stato esistenziale cui questo mito allude e l&#8217;amore sensuale, come tale sempre bramoso e sempre insoddisfatto.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;insegnamento che la sacerdotessa Diotima (iniziata ai <a title="Misteri di Eleusi" href="http://www.centrostudilaruna.it/misteridieleusi.html">Misteri di Eleusi</a>) tramanda a Socrate nel <a title="Simposio" href="http://www.libriefilm.com/simposio/5315" target="_blank"><em>Simposio</em></a>, in alcune pagine che sono fra le più belle del testo – l&#8217;essere cioé l&#8217;amore sensuale solo un primo grado per poi ascendere a forme più alte di amore secondo una scala ascensionale che ha una sua continuità di gradi di perfezionamento – ci offre la cognizione di un mondo che non demonizza il sesso ma lo valorizza nel quadro di una visione ascendente della vita umana in cui la sensualità ha una sua funzione ed un suo valore, perché è il primo momento di accostamento al bello, colto nelle sue manifestazioni fisiche più agevolmente percepibili per poi ascendere, gradualmente, al bello ideale e spirituale, all&#8217;idea del bello in sé secondo la filosofia platonica che, in realtà, riprende e sistematizza, sul piano speculativo, più antichi insegnamenti misterici, com&#8217;è dimostrato dalla connotazione sacerdotale e misterica di Diotima, non a caso introdotta ai Misteri di Demetra e Persefone-Kore, che sono i misteri della femminilità e della terra, della fecondità fisica e spirituale insieme.</p>
<p style="text-align: justify;">Possono allora comprendersi certe forme cultuali del mondo antico inconcepibili secondo la visuale cristiana, quali, ad esempio, la prostituzione sacra, presente nel culto di Venus Erycina ed in quello di Venere Cupria. La sacerdotessa, quale incarnazione di una potenza sacra, si univa sessualmente con l&#8217;uomo devoto a quel culto, perché così il fedele entrava in contatto con la sacralità della dea Venus. L&#8217;atto sessuale era quindi un veicolo di comunicazione con il divino, un sentiero di contatto e di unione con la trascendenza. Si comprende allora anche la sacralizzazione del fallo, testimoniato dall&#8217;iconografia e dal culto del dio Priapo e dalle processioni in onore di Dioniso (le falloforie), dove si portavano in mostra le rappresentazioni falliche quali epifanie del dio, presenti del resto nella <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione/">religione</a> egizia, quali ierofanie di Osiride, nel quadro dei Misteri egizi isiaci ed osiridei. Ancora oggi, in Giappone, si celebra annualmente una ricorrenza religiosa in cui le rappresentazioni falliche come oggetti sacri sono portate in processione.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/sopra-lo-amore-ovvero-convito-di-platone-2/7593" target="_blank"><img class="alignleft size-medium wp-image-9177" style="margin: 10px;" title="sopra-lo-amore" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/sopra-lo-amore-172x300.jpg" alt="" width="172" height="300" /></a>La sessualità era quindi vista come una manifestazione della potenza del divino, una irruzione della trascendenza nell&#8217;immanenza della vita terrena, un segno delle possibilità più alte presenti nell&#8217;uomo. Non è certo un caso che il neoplatonismo rinascimentale e, in particolare, Marsilio Ficino (nel suo <a title="Sopra lo amore" href="http://www.libriefilm.com/sopra-lo-amore-ovvero-convito-di-platone-2/7593" target="_blank"><em>Commento</em></a> al <a title="Simposio" href="http://www.libriefilm.com/simposio/5315" target="_blank"><em>Simposio</em></a> di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/platone">Platone</a></span>), si sia richiamato a questa visione sacrale dell&#8217;amore, sebbene rimarcando un più netto iato fra materia e spirito, per effetto dell&#8217;influenza cristiana, ma comunque accogliendo l&#8217;idea generale di un accostamento per gradi al Bello, da quello fisico a quello spirituale.</p>
<p style="text-align: justify;">Particolare attenzione è data dal pensatore romano alla sessualità nei Misteri antichi e, in particolare, in quelli di Eleusi, alle forme rituali di ierogamìa, di unione sessuale sacra fra un uomo e una donna nel quadro sacerdotale misterico così come molta attenzione è data alle forme ed alle procedure della magia sesssuale, soprattutto con riferimento alle scuole tantriche induiste e buddhiste, nelle quali la sessualità viene utilizzata, con diversità di metodiche fra una scuola e l&#8217;altra, per attivare una superiore integrazione della coscienza e quindi uno stato di illuminazione interiore che si desta nel momento in cui si ha il contatto reale con il Sacro. Evola avverte anche sui pericoli insiti in alcune metodiche tantriche e mette in guardia il lettore da certi atteggiamenti superficiali di imitazione di pratiche che si collocavano in un contesto ambientale e culturale molto diverso, anche sotto il profilo della carica energetica presente in certe confraternite antiche.</p>
<p style="text-align: justify;">Il problema di fondo che si pone è se e come tale visione sacrale del sesso possa essere praticata e realizzata nel quadro del mondo moderno e post-moderno, nell&#8217;era della rivoluzione tecnologica, informatica e telematica, in un ambiente desacralizzato e laicizzato. Certe forme cultuali e rituali (ierogamie, procedure tantriche) presupponevano l&#8217;esistenza dei Misteri, dei collegi misterici, dei sacerdoti e dei maestri spirituali, che sono del tutto assenti nell&#8217;età oscura, nel <em>kali-yuga</em> dei testi indù.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/il-regno-della-quantita-e-i-segni-dei-tempi/4841" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-7523" style="margin: 10px;" title="il-regno-della-quantita-e-i-segni-dei-tempi" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/il-regno-della-quantita-e-i-segni-dei-tempi.jpg" alt="" width="200" height="297" /></a>Si ripropone quindi, in tema di sessualità, lo stesso problema che si presenta in linea generale per le possibilità di realizzazione spirituale che sono offerte nel mondo moderno ed in quello contemporaneo (distinguiamo i due termini perché il post-moderno si presenta come un&#8217;epoca con caratteri già diversi da quelli della modernità industriale dell&#8217;800 e del &#8217;900), alla luce del processo di solidificazione materialistica che si è svolto , con ritmi sempre più accelerati, nell&#8217;uomo e nel mondo e di cui <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/rene-guenon/">Guénon</a></span> ci ha parlato nella sua opera <a title="Il regno della quantità e i segni dei tempi" href="http://www.libriefilm.com/il-regno-della-quantita-e-i-segni-dei-tempi/4841" target="_blank"><em>Il regno della quantità ed i segni dei tempi</em></a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Credo che occorra partire da un dato: venuti meno i supporti rituali e misterici delle civiltà antiche, con l&#8217;affermazione del cristianesimo in una chiave di esclusivismo fideistico, e con lo sviluppo scientifico e tecnico che parte da una visione materialistica del mondo, si sono avute tre conseguenze che così possiamo brevemente schematizzare:</p>
<ol>
<li style="text-align: justify;">l&#8217;uomo è rimesso a sé stesso perché non ha più supporti per la sua realizzazione in senso esoterico;</li>
<li style="text-align: justify;">l&#8217;uomo percepisce se stesso come coscienza individuale e non più come parte di un tutto. L&#8217;uomo di una <em>gens</em> antica, per intenderci, o il giurista del diritto romano ancora in età imperiale, percepiva se stesso come parte integrante di una <em>gens</em> o di una tradizione religiosa e culturale; la sua percezione di sé era allargata ad un insieme sovraindividuale. Oggi prevale invece una autopercezione atomistica dell&#8217;uomo;</li>
<li style="text-align: justify;">il “mentale” dell&#8217;uomo moderno è molto più forte rispetto a quello dell&#8217;uomo delle civiltà tradizionali, in cui prevaleva uno stile di pensiero sintetico-intuitivo che si rifletteva anche nella maggiore concisione linguistica, come è il caso del latino, lingua celebre per la sua efficace capacità di sintesi. Ciò vuol dire che l&#8217;uomo tradizionale, col suo “astrale”, cioé col mondo delle emozioni, entrava in contatto col dominio spirituale senza la mediazione del mentale, o almeno tale mediazione era molto più attenuata, essendo la mente una mente immaginativa, cioé sintetico-intutiva.</li>
</ol>
<p style="text-align: justify;">In questo contesto e con tali condizioni, l&#8217;iniziazione, oggi, può essere solo una iniziazione moderna, ossia praticabile in forme adatte alle condizioni dell&#8217;epoca.</p>
<p style="text-align: justify;">Una realizzazione spirituale può essere attualmente solo un percorso di consapevolezza, una via dell&#8217;anima cosciente, imperniata sulla disciplina e la semplificazione della mente e sull&#8217;armonia mente-cuore.</p>
<p style="text-align: justify;">Un approccio di tipo ritualistico non sembra adatto alle condizioni del nostro tempo, o quantomeno quell&#8217;approccio può avere un senso solo se preceduto e seguito da un <em>continuum</em> di operatività interiore consapevole, di azione modificatrice su se stessi e in se stessi.</p>
<p style="text-align: justify;">Il campo della sessualità si colloca nel medesimo ordine di idee. Al sesso banalizzato e brutalizzato o alla sessuofobia di certe tendenze religiose va posta come alternativa la sessualità vissuta come consapevolezza del suo senso pieno e profondo, quindi preparata, propiziata e integrata da determinate pratiche meditative di cui ci parla ampiamente l&#8217;esoterista <a title="Massimo Scaligero" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/massimo-scaligero/">Massimo Scaligero</a> nella sua opera <em>Manuale pratico di meditazione</em> e che risentono chiaramente dell&#8217;influenza di certe forme meditative indiane e yogiche adattate alla mentalità occidentale, sulla base degli insegnamenti della “scienza dello spirito” tramandata e rielaborata da <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/rudolf-steiner" target="_blank">Rudolf Steiner</a></span>.</p>
<p style="text-align: justify;">La lezione evoliana apre orizzonti profondi sulla sessualità nel mondo della Tradizione e consente di prendere coscienza delle regressioni e dei limiti che, anche in questo campo, si sono verificati nel mondo moderno. Crediamo, però, che tale lezione vada affiancata e integrata dagli interventi di altri Maestri, per maturare in sé la prospettiva pragmatica e concreta di una via dell&#8217;anima cosciente.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto, col gentile consenso dell&#8217;Autore, dal mensile <em>Fenix</em>, n°38, dicembre 2011, pagg. 86-90.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/julius-evola-e-la-metafisica-del-sesso.html' addthis:title='Julius Evola e la metafisica del sesso. Alcune osservazioni per una lettura attualizzata del pensiero del filosofo romano ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Der sakrale Charakter des Königtums</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Dec 2011 11:31:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Julius Evola</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Jede große "traditionelle" Kulturform war durch das Vorhandensein von Wesen charakterisiert, die durch ihre "Göttlichkeit", d.h. durch eine angeborene oder erworbene Überlegenheit über die menschlichen und natürlichen Bedingungen, fähig erschienen, die lebendige und wirksame Gegenwart des metaphysischen Prinzips im Schoße der zeitlichen Ordnung zu vertreten. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/der-sakrale-charakter-des-konigtums.html' addthis:title='Der sakrale Charakter des Königtums '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/evola48x48.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Julius Evola" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/buddha.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Religione" /><br/><p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-medium wp-image-9070" style="margin: 10px;" title="regalita" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/regalita-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" />Jede große &#8220;traditionelle&#8221; Kulturform war durch das Vorhandensein von Wesen charakterisiert, die durch ihre &#8220;Göttlichkeit&#8221;, d.h. durch eine angeborene oder erworbene Überlegenheit über die menschlichen und natürlichen Bedingungen, fähig erschienen, die lebendige und wirksame Gegenwart des metaphysischen Prinzips im Schoße der zeitlichen Ordnung zu vertreten. Von solcher Art war, dem tieferen Sinn seiner Etymologie und dem ursprünglichen Wert seiner Funktion nach, der <em>Pontifex</em>, der &#8220;Brücken-&#8221; oder &#8220;Wege-Bauer&#8221; zwischen dem Natürlichen und dem Übernatürlichen. Weiter identifizierte sich der Pontifex überlieferungsgemäß mit dem <em>Rex</em>, entsprechend dem herrschenden Begriff einer königlichen Göttlichkeit und eines priesterlichen Königtums [Vgl. Servius, <em>Ad Aened</em>., III 268: "<em>Majorum haec consuetudo at rex esset etiam sacerdos et pontifex</em>". Dasselbe läßt sich – wie bekannt – für die urnordischen Stämme sagen.]. Die &#8220;göttlichen&#8221; Könige verkörperten also im Dauerzustand jenes Leben, welches &#8220;jenseits des Lebens&#8221; ist. Durch ihr Vorhandensein, vermöge ihrer &#8220;pontifikalen&#8221; Vermittlung, durch die Kraft der ihrer Macht anvertrauten Riten und der Institutionen, deren Urheber oder Stützen sie waren, strahlten geistige Einflüsse auf die Welt der Menschen aus, die deren Gedanken, Absichten und Handlungen durchdrangen, die einen Schutzwall bildeten gegen die dunklen Kräfte der inferioren Natur; die dem gesamten Leben eine Ordnung gaben, welche es geeignet machte, als fruchtbare Basis für die Verwirklichungen von Höherem zu dienen; die infolgedessen die allgemeinen Voraussetzungen schufen für &#8220;Gedeihen&#8221;, für &#8220;Wohlfahrt&#8221;, für &#8220;Glück&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Die Grundlagen der Autorität von Königen und Herrschern, das, wofür sie verehrt, gefürchtet und verherrlicht wurden, war im antiken Weltbild im Wesentlichen diese ihre heilige und übermenschliche Eigenschaft, nicht als leere Redensart verstanden, sondern als Wirklichkeit. Wie man das Unsichtbare als vorausgehendes und höheres Prinzip gegenüber dem Sichtbaren und Zeitlichen empfand, dementsprechend erkannte man solchen Naturen unmittelbar den Vorrang über alle und das natürliche und absolute Herrscherrecht zu. Was allen traditionellen Kulturen fehlt und erst Sache eines darauffolgenden und schon absteigenden Zeitabschnittes wird, ist die laienhafte, weltliche, lediglich politische Idee des Königtums und deshalb auch die eines Vorrangs, der gegründet ist, sei es auf Gewalt und Ehrgeiz, sei es auf natürliche und weltliche Eigenschaften, wie Intelligenz, Stärke, Geschicklichkeit, Mut, Weisheit, Sorge für das materielle Allgemeinwohl und so weiter. Noch fremder ist der Überlieferung die Idee, daß die Macht dem König von denen übertragen werde, die er regiert; daß seine Gesetze und seine Autorität Ausdruck des Volksbewußtseins seien und dessen Billigung unterstellt. An der Wurzel jeder zeitlichen Macht fand sich vielmehr die geistige Autorität eines gleichsam &#8220;göttlichen Wesens in Menschengestalt&#8221; [Im <em>Mânavadharmçastra</em> (VII, 8) wird der König als "große Gottheit in Menschengestalt" bezeichnet. Der ägyptische König galt als Manifestation von Râ und von Horus. Die Könige von Alba und von Rom personifizierten Jupiter, die urnordischen Odin und Tiuz, die assyrischen Baal, die iranischen den Gott des Lichtes, und so fort. Die Idee einer göttlichen oder himmlischen – wie wir sehen werden, vor allem einer solaren – Abstammung ist allen vormodernen Königstraditionen gemein.]. <em>Bâsileis ieroí</em>: der König – mehr als ein Mensch, ein heiliges kosmisches Wesen – verfügt über die transzendente Kraft, die ihn von jedem Sterblichen distanziert, indem sie ihn befähigt, seinen Untertanen Gaben zu spenden, die außerhalb der menschlichen Reichweite liegen, und ihn imstande setzt, den überlieferungsgemäßen rituellen Handlungen zur Wirksamkeit zu verhelfen, auf die er, wie wir sagten, das Vorrecht besitzt und in denen man die Glieder des wahren &#8220;Regierens&#8221; und die übernatürlichen Stützen des gesamten traditionsgebundenen Lebens erkannte [Umgekehrt konnte der König in Griechenland und Rom nicht mehr König sein, wenn er sich des Priesteramtes als unwürdig erwies, um dessenwillen er <em>rex sacrorum</em> war. Erster und höchster Vollzieher der Riten für diejenige Wesenheit, deren gleichzeitiger Temporalfall er war.]. Deshalb herrschte das Königtum und wurde für natürlich gehalten. Materielle Macht hatte es nicht nötig. Es zwang sich zuerst und unwiderstehlich durch den Geist auf. &#8220;Herrlich ist die Würde eines Gottes auf Erden&#8221;, steht in einem arischen Text, &#8220;aber für die Unzulänglichen schwer zu erlangen: würdig, König zu sein, ist lediglich der, dessen Sinn sich zu solcher Höhe erhebt&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.amazon.de/gp/product/377877042X/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=centrostudi0e-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=1638&amp;creative=19454&amp;creativeASIN=377877042X" rel="nofollow" target="_blank"><img class="alignleft size-medium wp-image-9066" style="margin: 10px;" title="hermetische-tradition" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/hermetische-tradition1-185x300.jpg" alt="" width="185" height="300" /></a>In der Überlieferung entsprach der königlichen Göttlichkeit wesentlich das Sonnen-<a title="Symbol" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">Symbol</a>. Man erkannte dem König denselben &#8220;Ruhm&#8221; zu, der der Sonne und dem Lichte gehört – <a title="Symbolen" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">Symbolen</a> der höheren Natur –, wenn sie allmorgendlich über die Finsternis triumphieren. &#8220;Als König steigt er des Horus (der Sonne) Thron der Lebenden empor, gleich seinem Vater Râ, jeglichen Tag&#8221;; &#8220;Ich habe bestimmt, daß du dich als König des Südens und des Nordens auf dem Throne des Horus erhebst, gleich der Sonne, ewiglich&#8221; – das sind Wendungen, die sich auf das altägyptische Königtum beziehen. Sie stimmen übrigens genau mit den iranischen überein, wo vom König gesagt wird, er sei &#8220;vom selben Geschlecht wie die Götter&#8221;, er &#8220;hat denselben Thron wie Mithra, er steigt mit der Sonne empor&#8221;, und wo er particeps siderum genannt wird, &#8220;Herr des Friedens, Heil der Menschen, ewiger Mensch, Sieger, der mit der Sonne emporsteigt&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Dieser solare &#8220;Ruhm&#8221; oder &#8220;Sieg&#8221;, der also die Königsnatur und ihr Recht von oben bestimmte, beschränkte sich übrigens nicht auf ein bloßes <a title="Symbol" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">Symbol</a>, sondern identifizierte sich mit einer realen und schaffenden Kraft, als deren Träger der König als solcher angesehen wurde. Im alten Ägypten wurde der König auch &#8220;kämpfender Horus&#8221; – <em>hor âhâ</em> – genannt, um diesen Charakter des Siegs oder Ruhms des im König verkörperten solaren Prinzips zu bezeichnen: der König war in Ägypten nicht nur &#8220;göttlicher Herkunft&#8221;, sondern wurde auch als solcher &#8220;eingesetzt&#8221; und dann periodisch durch Riten beglaubigt, die eben den Sieg des Sonnengottes Horus über Typhon-Seth, den Dämon des inferioren Bereiches, darstellten. Solchen Riten schrieb man übrigens die Macht zu, eine &#8220;Kraft&#8221; und ein &#8220;Leben&#8221; an sich zu ziehen, die auf übernatürlichem Wege die Fähigkeiten des Königs &#8220;umschlangen&#8221;. Aber das Ideogramm <em>uas</em>, &#8220;Kraft&#8221;, ist das Zepter, das die Götter und die Könige tragen, ein Ideogramm, das in den älteren Texten für ein anderes Zepter in Zackenform steht, in welchem man den Zickzack des Blitzes erkennt. Die königliche &#8220;Kraft&#8221; erscheint so als eine Manifestation der himmlischen Blitzeskraft; und die Vereinigung der Zeichen &#8220;Leben-Kraft&#8221;, <em>ânshûs</em>, bildet ein Wort, das auch die &#8220;Flammenmilch&#8221; bezeichnet, von der sich die Unsterblichen nähren, seinerseits nicht ohne Beziehung zum uraeus, der göttlichen Flamme, die bald lebenserweckend, bald zerstörerisch wirkt und deren <a title="Symbol" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">Symbol</a> das Haupt des ägyptischen Königs umgibt. Die verschiedenen Elemente konvergieren also ausschließlich in der Idee einer &#8220;nicht irdischen&#8221; Macht (oder Fluidums) – <em>sa</em> – , die die sieghafte Sonnenatur des Königs weiht und beglaubigt und die von einem König zum anderen &#8220;schnellt&#8221; – sotpu – , die ununterbrochene &#8220;goldene&#8221; Kette des &#8220;Königsgeschlechts&#8221; bildend, das zum Regieren bestimmt ist [Einer der Namen der ägyptischen Könige ist "Horus aus Gold gemacht", wo das Gold das "solare" Fluidum bezeichnet, aus dem der "unverwesliche Leib" der Unsterblichen entsteht: gleichzusetzen der obengenannten "Flammenmilch" und der "Blitzeskraft", die beide sich ebenfalls an der Sonnenflamme stärken und sich auf den König beziehen. Nicht uninteressant ist der Hinweis, daß der Ruhm in der christlichen Überlieferung als Attribut Gottes figuriert – <em>gloria in excelsis deo</em> – und daß nach der mystischen Theologie in der "Glorie" sich die Vision der "Seligpreisung" erfüllt. Die christliche Ikonographie pflegt sie als Aureole um das Haupt der Heiligen zu breiten, die den Sinn den königlichen ägyptischen uraeus und der Strahlenkrone des iranisch-römischen Königtums wiedergibt.].</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.amazon.de/gp/product/3934291228/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=centrostudi0e-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=1638&amp;creative=19454&amp;creativeASIN=3934291228" rel="nofollow" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-9067" style="margin: 10px;" title="den-tiger-reiten" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/den-tiger-reiten.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>Nach der Überlieferung des Fernen Ostens hat der König, der &#8220;Sohn des Himmels&#8221; – <em>t&#8217;ien – tze</em> – , d.h., der nicht nach den Gesetzen der Sterblichen Geborene, den &#8220;himmlischen Auftrag&#8221; – t&#8217;ien – ming – , der gleichfalls die Idee einer übernatürlichen realen Kraft mit einbegreift. Die Art dieser Kraft &#8220;vom Himmel&#8221; ist nach der Bezeichnung des Lao-tze Tun – ohne – Tun (<em>wei – wu – wei</em>) oder immaterielle Tat durch Gegenwart. Sie ist unsichtbar wie der Wind und hat gleichwohl das Unwiderstehliche einer Naturgewalt: die Kräfte des gewöhnlichen Menschen – sagt Meng-tze – biegen sich darunter wie sich die Halme unter dem Wind biegen [Über die Art der "Tugend", deren Inhaber der König ist, vgl. <em>Dschung-yung</em>, XXXIII, 6, wo es heißt, daß die geheimen Aktionen des "Himmels" den äußersten Grad des Immateriellen erreichen – "sie haben weder Klang noch Geruch", sie sind zart "wie die leichteste Feder". Zum Tun – ohne – Tun vgl. ebd. XXVI, 5 – 6: "Es gleichen sich die im höchsten Grade vollkommenen Menschen durch die Weite und die Tiefe ihrer Tugend der Erde an; durch die Höhe und den Glanz derselben gleichen sie sich dem Himmel an; durch die Ausdehnung und die Dauer gleichen sie sich dem Raum und der Zeit an, die ohne Grenzen sind. Der, welcher in dieser herrlichen Vollkommenheit lebt, er zeigt sich nicht und dennoch offenbart er sich, wie die Erde, durch seine Wohltätigkeit; er bewegt sich nicht und dennoch bewirkt er, wie der Himmel, vielfachen Wandel; er handelt nicht und dennoch bringt er, wie Raum und Zeit, seine Werke zur letzten Vollendung". Weiter unten – XXXI, 1 – wird gesagt, daß nur ein solcher Mensch "würdig ist, die höchste Autorität zu besitzen und den Menschen zu befehlen."]. In dieser Kraft oder &#8220;Tugend&#8221; verankert, bildete der Herrscher im alten China tatsächlich das Zentrum einer jeden anderen Sache oder Energie. Man war überzeugt, daß von seinem Verhalten insgeheim nicht nur Glanz oder Elend seines Reiches abhing (es ist die &#8220;Tugend&#8221; – <em>te&#8217;</em> – des Herrschers, weniger sein Beispiel, wodurch das Betragen seines Volkes gut oder böse wird), sondern auch der geregelte und günstige Verlauf der Naturereignisse selbst. Seine Funktion als Mittelpunkt implizierte sein Verharren in jener innerlichen, &#8220;sieghaften&#8221; Seinsart, von der die Rede war und der hier der Sinn des bekannten Ausdrucks &#8220;Unveränderlichkeit in der Mitte&#8221; entsprechen mag. Aber wenn dem so ist, kann keine Macht gegen seine &#8220;Tugend&#8221; aufkommen, um den überlieferungsgemäß geordneten Verlauf der menschlichen und selbst der natürlichen Dinge zu stören. Bei jedem normalen Ereignis mußte also der Herrscher die letzte Ursache und die geheime Verantwortung dafür in sich selbst suchen.</p>
<p style="text-align: justify;">Allgemeiner gesagt, die Idee von heiligen Eingriffen, durch die der Mensch mit seinen verborgenen Kräften die natürliche Ordnung aufrecht erhält und sozusagen das Leben der Natur erneuert, gehört einer frühesten Überlieferung an und interferiert sehr häufig mit der Königsidee selbst. Daß die erste und wesentlichste Funktion des Königs im Vollzug jener rituellen und sakrifikalen Handlungen besteht, die den Schwerpunkt des Lebens in der traditionsgebundenen Welt darstellten, ist jedenfalls eine Idee, die in allen regulären Formen der Überlieferung fortdauert, bis zu den griechischen Städten und bis auf Rom [Aristoteles (<em>Pol</em>. VI, 5, 11; vgl. III, 9) sagt: "Die Könige haben diese ihre Würde dadurch, daß sie Priester eines gemeinschaftlichen Kultes sind." Die wichtigste Handlung, die dem König von Sparta zukam, war die Darbringung von Opfern; und dasselbe ließe sich von den ersten römischen Königen sagen und dann auch von den Herrschern der Kaiserzeit.], indem sie die schon erwähnte Untrennbarkeit der königlichen Würde von den sakrifikalen und pontifikalen erzeugt. Der König, mit nichtirdischen Kräften versehen, ein göttliches Wesen, erschien auf natürlichem Wege als der, welcher unmittelbar fähig ist, die Macht der Riten zur Entfaltung zu bringen und die Wege zur höheren Welt zu erschließen. In jenen Formen der Überlieferung, in denen eine besondere Priesterkaste erscheint, gehört deshalb der König, wenn er seiner ursprünglichen Würde und Funktion entspricht, ihr an, und zwar als ihr Oberhaupt, <em>pontifex maximus</em>. Wenn wir, umgekehrt, bei gewissen Völkern den Brauch vorfinden, beim Eintritt eines Versagens das Oberhaupt abzusetzen oder zu beseitigen – denn dieses Versagen galt ihnen als ein Verfallszeichen der mystischen Kraft des &#8220;Glücks&#8221;, derentwegen man das Recht hatte, Oberhaupt zu sein – , so haben wir hier den Widerhall von etwas, das, wenn auch in Formen materialistischer Entartung, uns auf dieselbe Ideenfolge zurückführt. Und bei den nordischen Völkern, bis zur Zeit der Goten, wo das Prinzip der königlichen Göttlichkeit zwar unangetastet blieb (der König wurde hier Ases genannt, der Eigenname einer bestimmten skandinavischen Götterkategorie), galt als ein unglückliches Ereignis, wie z.B. eine Hungersnot, eine Seuche oder eine Mißernte, wenn auch nicht gerade als das Fehlen der an den König gebundenen mystischen Macht des &#8220;Glücks&#8221;, so doch als der Effekt von etwas, das der König begangen haben mußte, und das die objektive Wirksamkeit seiner Macht unterband.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.amazon.de/gp/product/3926370343/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=centrostudi0e-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=1638&amp;creative=19454&amp;creativeASIN=3926370343"><img class="alignleft size-full wp-image-9068" title="tradition-und-herrschaft" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/tradition-und-herrschaft.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>Man verlangte deshalb vom König, daß er die symbolische und solare Eigenschaft des <em>invictus</em> – <em>sol invictus</em>, <em>élios aníketos</em> – bewahre und damit den Zustand einer unerschütterlichen und übermenschlichen Zentralität aufrecht erhalte, die genau der Idee des Fernen Ostens von der &#8220;Unerschütterlichkeit in der Mitte&#8221; entspricht. Andernfalls ging die Kraft, und mit ihr die Funktion, auf denjenigen über, der bewies, daß er sie besser an sich zu ziehen verstand. Schon hier kann man auf einen der Fälle hinweisen, in denen die Vorstellung vom &#8220;Sieg&#8221; zum Knotenpunkt verschiedener Bedeutungen wird. Wer sie richtig versteht, für den ist in dieser Beziehung höchst bedeutungsvoll die Legende vom König der Wälder von Nemi, dessen Würde in einer Zeit des König – und Priestertums auf den überging, dem es gelungen wäre, ihn zu überraschen und zu &#8220;töten&#8221; – und bekannt ist auch Frazers Versuch, mannigfache Überlieferungen gleichen Typs, die es so ziemlich überall auf der Welt gibt, auf eben diese Legende zurückzuführen. Natürlich ist hier die &#8220;Probe&#8221; als körperlicher Kampf – sollte er auch in Wirklichkeit nie stattgefunden haben – nur die materialistische Reduktion von etwas, dem eine höhere Bedeutung innewohnt. Um den tieferen Sinn erfassen zu können, der sich in der Legende des Priester-Königs von Nemi verbirgt, muß man sich erinnern, daß nach der Überlieferung den Rex Nemorensis zu stellen nur ein &#8220;entflohener Sklave&#8221; berechtigt war (d.h. esoterisch verstanden, ein den Fesseln der inferioren Natur entflohenes Wesen), nachdem er zuvor in den Besitz eines Zweiges der heiligen Eiche gelangt ist. Aber die Eiche ist gleichwertig mit dem &#8220;Baum der Welt&#8221; vieler anderer Überlieferungen und ein ziemlich gebräuchliches <a title="Symbol" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">Symbol</a>, um die Urkraft des Lebens zu bezeichnen; womit ausgedrückt wird, daß nur ein Wesen, das an dieser Kraft teilhaben will, danach trachten kann, dem Rex Nemorensis die Würde zu entreißen. Was diese Würde anbelangt, ist daran zu erinnern, daß die Eiche und auch das Gehölz, dessen &#8220;rex&#8221; der Priester – König von Nemi war, in Beziehung zu Diana stand und daß Diana sogar die &#8220;Buhlerin&#8221; des Königs der Wälder war. Die großen asiatischen Göttinnen der Natur wurden in den alten Überlieferungen des orientalischen Mittelstandes oftmals durch heilige Bäume symbolisiert: worin wir, unter den <a title="Symbolen" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">Symbolen</a>, die Idee von einem Königtum entdecken, das sich herleitet von der Vermählung oder Paarung mit dieser mystischen &#8220;Lebens&#8221;-Kraft – die auch die der transzendenten Weisheit und der Unsterblichkeit ist – , verkörpert sowohl in der Göttin als auch im Baum. So bekommt die Sage von Nemi die allgemeine Bedeutung, die wir in vielen anderen Mythen und Legenden der Überlieferung finden, nämlich die eines &#8220;Siegers&#8221; oder &#8220;Helden&#8221;, der als solcher an Stelle des rex in den Besitz einer Frau oder Göttin gelangt, die in anderen Überlieferungen in der indirekten Bedeutung einer Hüterin von Früchten der Unsterblichkeit auftritt (die Frauengestalten in Beziehung zum symbolischen Baum in den Mythen von Herakles, Jason, Gilgamesch usw.) oder in der direkten Bedeutung einer Personifikation der geheimen Kräfte der Welt und des Lebens oder des übermenschlichen Wissens [Vgl. J. Evola, <em>La tradizione ermetica</em>, Bari 1931, S. 13 – 25. Einige alte Überlieferungen, in Bezug auf einen "weiblichen" Ursprung der Königsmacht, lassen sich zuweilen nach dieser Maßgabe auslegen. Ihre Bedeutung ist dann genau die entgegengesetzte von jener, die der "gynäkokratischen" Anschauung eignet, auf die wir vielleicht bei anderer Gelegenheit zurückkommen werden. – Über den Zusammenhang zwischen göttlichem Weib, Baum und sakralem Königtum vgl. auch die Wendungen im <em>Zohar</em> (III, 50b., III, 51a – auch II, 144b, 145a, mit Bezugnahme auf Moses als Gemahl der "Matrone"), wo es heißt, daß "der Weg, der zum großen Lebensbaum führt, die große Matrone ist" und daß "alle Macht des Königs in der Matrone wohnt", da die "Matrone" die "weibliche" und der Gottheit immanente Form ist; jene, der später bei den Gnostikern, als "heiligem Geist", oftmals wieder ein weibliches Sinnbild entspricht (die Jungfrau Sophia). In der japanischen Überlieferung , die bis heute unverändert fortbesteht, wird der Ursprung der Kaisermacht auf eine Sonnengöttin zurückgeführt – Amaterasu Omikami –, und der Kernpunkt der Zeremonie für den Aufstieg zur Macht – dajo sai – ist durch die Beziehung gegeben, die der König mit ihr durch die "Darreichung der neuen Speise" anknüpft. – Was den "Baum" anbelangt, ist der Hinweis nicht uninteressant, daß er auch in den mittelalterlichen Sagen in Beziehung zur Kaiseridee bleibt: der letzte Kaiser wird vor seinem Tode Zepter, Krone und Schwert am "dürren Baume" aufhängen, der sich gewöhnlich in der symbolischen Region des Presbyters Johannes befindet, genau wie der sterbende Roland sein unzerbrechliches Schwert am "Baume" aufhängt. Weitere Übereinstimmung: Frazer hat auf die Beziehung hingewiesen zwischen dem Zweig, den der entflohene Sklave von der heiligen Eiche der Nemi brechen muß, um mit dem König der Wälder kämpfen zu können, und dem Goldenen Zweig, der Aeneas erlaubt, als Lebender in die Unterwelt hinunterzusteigen, d.h. als Lebender in das Unsichtbare eingeweiht zu werden zu können. Nun wird aber eines der Geschenke, die Kaiser Friedrich II. von dem Presbyter empfängt, gerade ein Ring sein, der "unsichtbar" macht (d.h. in der Unsterblichkeit und ins Unsichtbare versetzt: in den griechischen Überlieferungen ist die Unsterblichkeit des Helden oft ein Synonym für ihren Übergang zum unsterblichen Leben) und der den "Sieg" verschafft: genau wie Siegfried in den Nibelungen durch die symbolische Tugend des Sich-unsichtbar-machens die "göttliche" Brunhild bezwingt und zum königlichen Hochzeitslager führt. ].</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.amazon.de/gp/product/B0000BHW23/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=centrostudi0e-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=1638&amp;creative=19454&amp;creativeASIN=B0000BHW23" rel="nofollow" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-9069" style="margin: 10px;" title="das-mysterium-des-grals" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/das-mysterium-des-grals.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>Reste von Überlieferungen, in denen die in der archaischen Sage vom König der Wälder enthaltenen Themen wiederkehren, bleiben übrigens bis zum Ende des <a title="Mittelalter" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/medioevo/">Mittelalters</a>, wenn nicht noch länger, erhalten und sind stets mit dem antiken Gedanken verknüpft, daß das rechtmäßige Königtum die Neigung hat, auch in spezifischer und konkreter, wir möchten sagen &#8220;experimenteller&#8221; Weise untrügliche Zeichen seiner übernatürlichen Natur zu bekunden. Ein einziges Beispiel: vor Ausbruch des Dreißigjährigen Krieges verlangte Venedig von Philipp von Valois, daß er sein tatsächliches Recht, die Königskrone zu tragen, durch eines der folgenden Mittel beweise. Das erste, das der Sieg über seinen Widersacher ist, mit dem er auf dem Turnierplatz hätte kämpfen müssen, bringt uns in der Tat auf den Rex Nemorensis und auf die mystische Beglaubigung eines jeden &#8220;Sieges&#8221; zurück [Bei anderer Gelegenheit werden wir die Auffassung noch besser erhellen, die uns hier – wie, allgemeiner, in der "Waffenprobe" bestimmten mittelalterlichen Rittertums – eigentlich nur in grob materialistischer Form entgegentritt. Der Überlieferung nach war der Sieger nur insofern ein solcher, als sich in ihm eine übermenschliche Energie verkörperte; und eine übermenschliche Energie verkörperte sich in ihm, insofern er Sieger wurde: zwei Momente in einem einzigen Akte, das Zusammentreffen eines "Abstieges" mit einem "Aufstieg".]. Über die beiden anderen Mittel liest man in einem Texte der Zeit: &#8220;Wenn Philipp von Valois, wie er behauptet, wahrer König von Frankreich ist, soll er es dadurch zeigen, daß er sich hungrigen Löwen aussetzt, denn die Löwen verwunden nie einen wirklichen König; oder aber er vollbringe das Wunder der Heilung von Kranken, wie es die anderen wahren Könige zu vollbringen pflegen&#8230; Im Falle des Mißerfolges würde man ihn seiner Krone als unwürdig erachten.&#8221;</p>
<p style="text-align: justify;">Die übernatürliche Macht, die sich im Sieg oder in der thaumaturgischen Tugend offenbart, läßt sich also auch in Zeiten, welche wie die Philipp von Valois schon in die &#8220;moderne&#8221; Ära fallen, nicht trennen von der Idee, die man traditionsgemäß vom wahren und rechtmäßigen Königtum hatte [Die thaumaturgische Tugend wird von der Überlieferung auch den römischen Kaisern Hadrian und Vespasian bestätigt (Tacitus, <em>Hist</em>., IV, 81; Sueton, <em>Vespas</em>., VII). Bei den Karolingern finden wir Spuren einer Idee, derzufolge sich die soterische Kraft gleichsam materiell bis in die Königsgewänder auswirkt. Angefangen von Robert dem Frommen, über die Könige von Frankreich, und von Eduard dem Bekenner über jene von England, bis zum Zeitalter der Revolutionen, überträgt sich sodann auf dynastischem Wege die thaumaturgische Macht, die sich zunächst auf die Heilung aller Krankheiten erstreckt, sich später auf einige von ihnen beschränkt und sich in tausenden von Fällen erprobt hat, so sehr, daß sie nach einem Wort von Pierre Mathieu "als einziges Wunder von Dauer in der <a title="religion" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione/">Religion</a> der Christen" erscheint. Zu den geistigen Einflüssen, die sich in den Helden auswirkten, deren Kult man in Griechenland feierte, zählte man außer den prophetischen oft auch die soterische Tugend.]. Und sieht man auch ab von der tatsächlichen Angleichung der einzelnen Personen an sie, so bleibt doch die Idee bestehen, daß &#8220;das, was die Könige in solche Verehrung gebracht hat, hauptsächlich die göttlichen Tugenden und Kräfte gewesen sind, die nur in ihnen vorhanden waren und nicht auch in anderen Menschen&#8221;. Joseph de Maistre schreibt: &#8220;Gott setzt die Könige buchstäblich ein. Er bereitet die Königsgeschlechter vor; er läßt sie in einer Wolke gedeihen, die ihren Ursprung verhüllt. Endlich treten sie hervor, mit Ruhm und Ehre gekrönt; sie setzen sich ein, und das ist das größte Zeichen ihrer Rechtmäßigkeit. Sie steigen von selbst empor, ohne Gewalt von der einen Seite und ohne ausdrückliche Verhandlung von der anderen. Hier herrscht eine gewisse großartige Ruhe, die nicht leicht zu beschreiben ist. Rechtmäßige Usurpation – das schiene mir der treffendste Ausdruck (wäre er nicht zu kühn), um diese Art von Ursprung zu bezeichnen, dem die Zeit dann bald ihre Weihe erteilt.&#8221; [Auch in der iranischen Überlieferung herrschte die Ansicht, daß die Natur eines königlichen Wesens sich früher oder später unweigerlich durchsetzen müsse. Der Stelle von De Maistre entnimmt man den Brauch des symbolischen Verhüllens mit einer Wolke, den man traditionsgemäß, in Griechenland vor allem, auf die geraubten und unsterblich gemachten "Helden" anwandte; außerdem wird hier die alte mystische Idee des Sieges ersichtlich, insofern das "Sich-Einsetzen" nach De Maistre das "größte Zeichen für die Rechtmäßigkeit" der Könige ist.]</p>
<p style="text-align: justify;">(Veröffentlichung in: <em>Deutsches Adelsblatt</em>, 04.03.1933)</p>
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		<title>Sobre la determinación ario-romana de la Italia fascista</title>
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		<pubDate>Mon, 17 Oct 2011 14:17:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Julius Evola</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La idea nórdico-aria es un hilo conductor para la definición del ideal de hombre superior para Italia y para el conocimiento de lo que en nuestro carácter popular es de subrayar, purificar y conquistar par el predominio.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/sobre-la-determinacion-ario-romana-de-la-italia-fascista.html' addthis:title='Sobre la determinación ario-romana de la Italia fascista '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/evola48x48.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Julius Evola" /><br/><p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-medium wp-image-8568" style="margin: 10px;" title="arco_tito_3" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/arco_tito_3-300x239.jpg" alt="" width="300" height="239" />El mes de julio de 1938 constituye para el desarrollo revolucionario del pensamiento fascista, un vuelco de gran importancia. En ese momento la Italia fascista tomó posición oficialmente sobre el problema de la raza y la cuestión judía, posición muy próxima a la de Alemania. Sin embargo, el punto de vista fascista sobre la cuestión racial no debe, de ninguna manera, ser considerado como una imitación pasiva, sino todo lo contrario, como un desarrollo lógico de nuestro movimiento, con el cual se inicia una fase de gran significado revolucionario para múltiples aspectos de la cultura y la mentalidad italiana.</p>
<p style="text-align: justify;">El santo y seña de Mussolini era: “cada uno debe saber que también en la cuestión de la raza seremos consecuentes”. La decisión tomada por la nueva Italia es así inequívoca, como también grave y comprometida. Habíamos afirmado esto que, hasta ayer y desde siglos atrás, nadie se había atrevido a afirmar, y que a muchos ambientes, no sólo de intelectuales, sino también de nacionalistas de probada fe, les parecía sorprendente: el significado fundamental de la raza para la construcción de la cultura italiana, que debe salvaguardar no sólo el carácter ario, sino también el ario-romano y nórdico-ario de la idea, y que debe constituir la base para la formación de nuestro pensamiento, en cuanto a la raza y para la defensa y el reforzamiento de nuestro pensamiento y nuestra tradición. “La concepción de la doctrina de la raza en Italia debe ser definida principalmente en sentido nórdico-ario” &#8211; estas fueron las palabras textuales del manifiesto establecido en acuerdo con las máximas autoridades fascistas y que constituyo la base para la determinación fascista sobre la raza en julio de 1938.</p>
<p style="text-align: justify;">Podemos, por lo tanto, hablar de una determinación nórdico-aria de la Italia fascista, que constituyó a dar una nueva orientación a las fuerzas que están activas en nuestra cultura y carácter nacional. Que los efectos de un nuevo influjo no son todavía particularmente visibles no puede extrañar, dado que son todavía muchos los obstáculos existentes y las barreras a superar. Pero las haremos frente. Y la circunstancia de que hoy tenemos a nuestro lado al pueblo alemán, el cual ha tomado la misma decisión, será para nosotros una gran ventaja, si el intercambio cultural italo-germano no se reduce a oficios y convencionales convenios, como sucede a menudo. Sino al contrario, estimule realmente fuerzas vivas y creativas. Queremos solamente dar una idea de lo que significa para nosotros el pensamiento nórdico-ario y de las principales consecuencias en el campo popular, étnico e histórico.</p>
<p style="text-align: justify;">Hasta ayer, el mito latino y mediterráneo ha tenido entre nosotros una gran importancia. Se afirmaba que éramos latinos y mediterráneos y que nuestra cultura era latina y mediterránea. Existe una sangre y una comunidad cultural latina. Y este mito de la hermandad entre los pueblos latinos ha sido un arma útil en manos de aquellos que ayer, a cualquier precio, querían crear un contraste entre Italia y Alemania, o de aquellos que querían convencernos de que entre las dos naciones no se puede entender más que la relación puramente política.</p>
<p style="text-align: justify;">Ahora hemos aclarado el equívoco existente en este campo. ¿Qué se entiende por el término “latino”? y ¿a qué se quiere referir tal expresión?</p>
<p style="text-align: justify;">Los círculos y los ambientes a los cuales el mito de la latinidad está particularmente ligado los constituyen a manera sintomática la mayor parte de los intelectuales. Y en efecto, las expresiones “latino” y “cultura latina” tienen un significado si se colocan sobre el plano estético, humanístico y literario. Aquí la latinidad tiene un mayor o menor equivalencia con el elemento romano; se trata de efectos de la actividad cultural de la antigua Roma sobre algunos pueblos que, insertados en aquel tiempo en el espacio del Imperio Romano, hicieron suya la lengua de Roma, o sea, la lengua latina. Pero esta latinidad es algo exterior. Es en cierto modo como un barniz que intenta tapar en vano las profundas diferencias de sangre y espíritu, diferencias que pueden llevar –como la Historia hasta nuestros días muestra de manera clara- a las más duras e irreconciliables divisiones. La unidad está presente solamente en el mundo del arte y de la <a title="literatura" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/letteratura/">literatura</a> y en su acentuada interpretación humanística; así pues, frente a ese mundo la antigua Roma heroica de Catón no puede disimular su desprecio. La unidad está presente también en el terreno filológico, pero también prescindiendo del hecho que de la unidad de la lengua no se puede hacer la raza, es desacreditada por la constatación de que la lengua latina pertenece al tronco general de los arios y de los <a title="indogermanos" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/indoeuropei/">indogermanos</a>. Así la latinidad no mantiene en común ninguna de las originales y fértiles con estos pueblos. ¿Este gran cambio en la Historia es explicable bajo la base de la unidad latina? Y no solamente esto; se debe examinar también el significado del mundo clásico, greco-romano, del cual ha derivado la latinidad como cultura y del cual los humanistas practicaron un culto al límite de la superstición.</p>
<p style="text-align: justify;">Este mito “clásico” traiciona un punto de vista estético y racionalista. Por lo que concierne a Roma, como a Grecia, brilla como “clásica” una cultura que por muchos aspectos –a pesar de su esplendor exterior- para nosotros es decadente. Esta civilización tuvo origen cuando el ciclo de la primera, heroica, sagrada y viril cultura aria de los orígenes helénicos, y romanos, estaba en fase de extinción.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.amazon.es/gp/product/8476516223/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=cestlaru01-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3626&amp;creative=24822&amp;creativeASIN=8476516223" rel="nofollow" target="_blank"><img class="size-full wp-image-8556 alignleft" style="margin: 10px;" title="el-misterio-del-grial" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/el-misterio-del-grial.jpg" alt="" width="240" height="240" /></a>Es sin embargo importante hacer notar que la expresión “latina” tiene otro significado totalmente diferente si volvemos a este mundo de los orígenes: un significado que trae a la mente el ya mencionado mito latino. “Lateinisch” deriva de “Latinisch”, para los que la lengua italiana conoce una sola expresión: “Latino”. La expresión “Latino” señalaba las originarias estirpes itálicas, cuyo parentesco racial y espiritual con los pueblos nórdico-arios es incontestable. Los latinos eran una oleada avanzada hacia Italia Central de la considerada raza “incineradora”, raza que quemaba a sus muertos, que más tarde se debía enfrentar a la cultura de los oscos-sabélicos, pueblos enterradores, y que debía ocupar y habitar muchas zonas de nuestra tierra antes de la aparición de los etruscos y de los <a title="celtas" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/celti/">celtas</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">De entre los restos más remotos de esta raza, de la cual descendieron los predecesores de los romanos, los latinos, enumeraremos los recientemente descubiertos en la Val Camónica. Estos restos están en estrecha relación con los de las razas arias, ya de las nórdico-atlánticas, ya de las franco-cantábricas, ya de las nórdico-escandinavas. Descubrimos los mismos símbolos de una espiritualidad solar, el mismo estilo de diseño, la misma ausencia de la <a title="religiosidad" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione/">religiosidad</a> demétrico-telúrica que siempre aparecen en las culturas no arias o arias degeneradas del Mediterráneo (pelasgos, cretenses, etruscos&#8230;). Runas, naves solares, renos, abundan en estos restos prehistóricos. Estos, testimonian razas de guerreros y de cazadores que ya entonces usaban el caballo, mientras en otras partes, hasta tiempos relativamente cercanos, se conocía sólo el carro. Representaciones en las cuales el espíritu militar y la sacralidad se unen en unos <a title="simbolos" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">símbolos</a> indicativos de esta cultura de Val Camónica.</p>
<p style="text-align: justify;">Una ulterior afinidad se constata entre los restos de Val Camónica y la cultura de los Dorios, de las estirpes que más tarde se expandirían desde el Norte hacia Grecia, fundarían Esparta, y a las cuales se debía el culto solar al Apolo hiperbóreo. En efecto, según F. Altheim y Trautmann, la migración de los pueblos de los cuales descendieron los latinos y sus congéneres y cuya aparición tiene como consecuencia en Italia el surgimiento de Roma, puede se vista como el equivalente de la migración dórica cuya aparición tiene como consecuencia el surgimiento en Grecia de Esparta: “Roma y Esparta, dos creaciones que se corresponden, de razas afines en la sangre y en el espíritu, que están relacionadas con las nórdico-arias”.</p>
<p style="text-align: justify;">La antigua romanidad y Esparta rememoran la imagen de pura fuerza, de un “ethos” severo, de un adiestramiento viril y disciplinado, de un mundo que no tiene continuación en la cultura sucesiva, llamada “clásica”, de la cual se querría hacer derivar la “latinidad” y la “unidad de los pueblos latinos”. Volvemos con el uso de la palabra “latino” a los orígenes italianos, para darnos cuenta de una transformación total de la tesis latina. La originaria latinidad corresponde a todo lo que la Gran Roma podía tener de aria, nos lleva a formas de vida y de cultura que no contrastan con aquellas razas nórdico-germánicas (más bien son afines) que debían mostrarse frente a un mundo decadente, ya más romano y bizantino que latino.</p>
<p style="text-align: justify;">Más allá del barniz exterior unitario, la presunta latinidad se encerraba en fuerzas litigantes que convergían sólo cuando no se encontraban frente a algo serio como por ejemplo el mundo del arte y de la <a title="literatura" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/letteratura/">literatura</a>. Y así, en el momento en que surgió una Italia “romana” en el sentido más estrecho y viril del término, de un lado aparece claramente el engaño del mito latino, y del otro emergen las premisas para la comprensión y un acuerdo de nuestro pueblo y del pueblo alemán, no sólo en el terreno político, sino también en el plano de las más profundas inclinaciones y de la común <em>Weltanschauung</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Mussolini ya dijo en 1923: “A través de los siglos pasados, como en el futuro, Roma es siempre el potente corazón de nuestra raza, ella es el <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">símbolo</a> imperecedero de nuestra vida más profunda”. La nueva conciencia racial profundiza en el significado de este <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">símbolo</a> romano que constituye el momento central de nuestro movimiento y nuestras aspiraciones. Estamos autorizados a poner sobre el mismo plano la italianidad fascista y la romanidad, así podrá de nuevo tener valor para nosotros el elemento nórdico-ario como estrella polar. De hecho, una selección debe ser efectuada no sólo en el ámbito de las tradiciones italianas, sino también en las romanas. Es una romanidad aria, que a través de los <a title="simbolos" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">símbolos</a> del hacha, del águila, del lobo y de otras señales, resulta una contraseña de un patrimonio hereditario hiperbóreo y existe una romanidad mixta en la que han tenido un particular papel los influjos de las estirpes itálicas pre-arias y de las culturas arias degeneradas; es, por último, una romanidad universal en el peor sentido, que no tiene de ningún modo raíces en la raza y en la sangre, y proviene de visiones religiosas que no podemos considerar siempre como peculiares. Frente a todo esto deseamos que nuestra posición quede más clara.</p>
<p style="text-align: justify;">Esta determinación ario-romana no afecta solamente a nuestras tradiciones, sino también a la raza italiana. Aunque se usen expresiones como “raza italiana” o “raza alemana”, “raza anglosajona” y, ¿por qué no? “raza hebrea”, no son científicas ni apropiadas. Todos los pueblos que hoy existen como naciones son mezclas de razas y como fundamento para su unidad son válidos generalmente otros elementos antes que los raciales. El punto de vista del primer nacionalismo eran “historicistas”, aceptaba pueblo y nación como realidades del sí. Los elementos raciales que componían una nación y los influjos que determinaban su nacimiento y desarrollo, quedaban privados de consideración. Correspondiente a este nacionalismo vale como principio político un sistema de equilibrio. Se intentó equiparar aproximadamente las distintas fuerzas y los diferentes elementos presentes en la nación, y continuar manteniéndolos unidos, mientras la huida hacia el sistema democrático-parlamentario era la solución más cómoda. Además, la nación equivalía a un mito, como una frase bonita para las discusiones retóricas.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-full wp-image-8569" style="margin: 10px;" title="eur-statua" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/eur-statua.jpeg" alt="" width="196" height="258" />Con el fascismo se llegó a una concepción totalmente diferente: como fundamento político no es válido el sistema del compromiso democrático, sino la dirección del Estado y de la Nación por parte de una elite que encarna, frente a otros, el elemento mas apreciable y meritorio y que por esto tiene el derecho de dar a la totalidad del pueblo su propio carácter. Le sigue otra posición no tanto “historicista” como peculiar, respecto al problema de la nación. Y en este contexto, el pensamiento racial integra y refuerza al fascista, bajo el aspecto popular y el histórico.</p>
<p style="text-align: justify;">Desde el punto de vista del pueblo, en la base de la determinación nórdico-aria y ario-romana, existe la convicción de que originariamente en nuestro pueblo había una raza superior –precisamente ario-romana- y que gracias a las leyes de la inextingibilidad de los factores hereditarios, elementos apreciados y puros de esta raza pueden ser encontrados en la variopinta composición que conforma nuestra nación.</p>
<p style="text-align: justify;">La idea nórdico-aria es, por lo tanto, un hilo conductor para la definición del ideal de hombre superior para Italia y para el conocimiento de lo que en nuestro carácter popular es de subrayar, purificar y conquistar par el predominio.</p>
<p style="text-align: justify;">A tal caso queremos hablar de otro mito mencionado al principio, el mito mediterráneo. También es tiempo e acabar con él. La tesis de la antropología italiana, hebraizada y positivista del siglo pasado, según la cual seríamos una raza mediterránea autónoma procedente del Norte de África, a la cual perteneceríamos la mayoría de los itálicos, como también los fenicios y otros pueblos cripto-semíticos, que no tenían nada que ver con los arios, procedentes de Asia, a la cual se puede asociar el nombre de Sergi, hoy superada científicamente, no es necesario subrayarla. No se trata solamente de interpretaciones antropológicas. Es un hecho, que también en el extranjero se ha difundido demasiado la imagen distorsionada de lo que sería específicamente italiano: por italiano se ha tenido a un elemento que a veces se encuentra en nuestro pueblo, pero que en realidad no represento lo más positivo de él. Esto es por la acotación del tipo mediterráneo descrito por Clauss como hombre de espectáculo, se trata de un tipo, por lo general, entre el preasiático y el orientaloide, con un individualismo caótico, una disposición a la exterioridad y la gesticulación, una vitalidad desordenada. Este tipo humano “mediterráneo” es otras veces exuberante y ruidoso, de carácter débil, de limitado equilibrio interior, condicionado por los sentimientos y el instinto. Entre ellos se encuentran los individuos gesticulantes, los grandes tenores, y los marineros que cantan “o sole mio”, el tipo clásico del amante meridional con una labia digna de compasión y una galantería teatral, así como también un tipo de mujer que artísticamente resalta su feminidad con complicaciones artificiales y privadas de cordura.</p>
<p style="text-align: justify;">Si bien es cierto que tipos parecidos no aparecen sólo en Italia, muchos deberán admitir que en nuestro país abundan tipos como los descritos. Se es propenso a identificar con ellos algunos aspectos pintorescos de nuestro ambiente rural y no se presta atención a otros factores, presentes igualmente en nuestro pueblo, los cuales presuponen sin más ni más otra raza y otro estilo: quizá porque ellos son parecidos a los pueblos centroeuropeos y se prefiere lo exótico. La Italia del futuro dará siempre grandes decepciones a quienes busquen entre nosotros esta caricatura de los italianos. Con este tipo mediterráneo queremos tener que ver lo menos posible y adoptaremos todos los medios para que esta parte del pueblo se transforme gradualmente mediante la fuerza del ideal de un hombre superior. “La Italia fascista exige también un hombre fascista, romano y ario-romano, un hombre nuevo y antiguo al mismo tiempo”. Este arquetipo, de una raza superior, estaba y está todavía presente en nuestro pueblo y está destinado a emerger en breve.</p>
<p style="text-align: justify;">No debe necesariamente ser rubio y con los ojos azules; en lugar de ser longíneo podrá ser mesocéfalo, y en ciertos casos de baja estatura; tendrá sin embargo, las mismas armónicas proporciones del hombre nórdico, y entre sus rasgos, la frente alta, la nariz más o menos curvada, mandíbula acentuada, dará la impresión de ser un hombre activo, despierto, preparado para el ataque. Mientras en el tipo mediterráneo, poco noble, que a primera vista parece agitado, astuto, sensual, el tipo ario-romano se manifiesta erecto, firme y enérgico. La gesticulación le es extraña, sus gestos están llenos de expresión, pero no exuberante e incontrolada: movimientos que denotan un pensamiento consciente. Respecto al tipo nórdico, el hombre ario-romano tiene una capacidad de reacción más veloz, y particularmente es capaz de tomar posición inmediata frente a un acontecimiento imprevisto; es, interiormente, versátil y dinámico, de un dinamismo consciente y controlado, muy diferente de una vivacidad desordenada. Se nos debe habituar a reconocer en este tipo al verdadero italiano. La mejor y esencial parte de nuestro pueblo. Es la parte originaria que sale a la luz gracias a la fuerza evocadora y transformadora de la idea fascista.</p>
<p style="text-align: justify;">Si se quiere definir exactamente la ética que conviene a nuestra nueva conciencia racial y espiritual, es suficiente recordar las principales virtudes atribuidas por diferentes estudios de la raza, al tipo ario de conformación romana antigua: prudente audacia, actitud controlada, habla concisa y meditada, sentido aristocrático de la segregación.</p>
<p style="text-align: justify;">Son: <em>virtus</em>, o sea virtud, no en el sentido moral y convencional, sino como virilidad y coraje; <em>fortitudo</em> y <em>constantia</em>, o sea fuerza de ánimo; <em>sapientia</em>, o sabia reflexión; <em>humanitas</em> y <em>disciplina</em>, este es un ideal de una severa autodisciplina que permite una riqueza interior; <em>gravitas</em> o <em>dignitas</em>, actitud digna de calma interior que refuerza la nobleza, es decir, una solemnidad mesurada, libre de toda vanidad. Como <em>virtus</em> aria y romana fue considerada la <em>fides</em>, la fidelidad, en ella se reconocía la diferencia entre los romanos y los bárbaros. Romano y ario era un comportamiento seguro de sí mismo, privado de grandes gestos, una realidad que no significaba materialismo en absoluto; el ideal de la limpieza que sólo con la decadencia de los pueblos latinos degeneró en racionalismo. <em>Pietas</em> y <em>religio</em> poco tuvieron que ver con la posterior idea de la devoción: aquellos representaban un sentimiento de veneración y de unión frente a las fuerzas trascendentes que estaban presentes y participaban en su vida individual y colectiva. El tipo ario-romano siempre ha tenido desconfianza ante las devociones del alma y ante el misticismo confuso: el servilismo semítico frente a la divinidad le era desconocido. El pensaba que un hombre débil y humillado por el sentimiento del pecado y de la carne pecadora, no podía ofrecer a la divinidad un culto digno, sino al contrario, podía hacerlo como un hombre libre, con ánimo tranquilo y orgulloso, firme para armonizar su comportamiento consciente y decidido con la voluntad divina.</p>
<p style="text-align: justify;">El mundo, como el Estado – <em>res publica</em> –, fueron concebidos por el hombre ario-romano como un cosmos, una totalidad de esencias diversas que se unían no en una mezcla, sino en una ley orgánica armónica. Como también el ideal de la jerarquía en la cual los valores de la personalidad y la libertad se unían en una más alta unidad. Ni liberalismo ni colectivismo: a cada uno su <em>suum cuique</em>. La mujer, ni colocaba demasiado bajo, como en algunas culturas asiáticas, ni demasiado alto, como en las llamadas culturas matriarcales o afrodíticas o, en nuestro tiempo, como en la civilización anglosajona, que podemos considerar por este aspecto, degenerada.</p>
<p style="text-align: justify;">Estos son trazos fundamentales del estilo de vida romano y ario-romano. Vemos aquí la comparación espiritual de la forma física con la superior humanidad ario-romana de la cual ya habíamos hablado. Estos son para nosotros los elementos esenciales para el ideal de nuestra “raza superior”.</p>
<p style="text-align: justify;">Pasamos por fin a considerar los efectos de la determinación nórdico-aria y ario-romana concernientes a nuestra Historia. Esta Historia presenta también zonas oscuras, que para investigarlas debemos examinar muchos aspectos de hasta ayer, eran dominantes, a causa de la notable influencia otorgada por el modo de pensar democrático, masónico o historicista. Como ya he dicho, se debe saber distinguir también en lo tocante a la romanidad. Recordemos la lucha gracias a la cual el antiguo elemento ario-romano el dominio por un largo periodo, se liberó de las influencias extranjeras incluido lo exótico, con el sello de su cultura superior y de su civilización. Comenzamos a distinguir en el campo del derecho romano, en que separamos las posteriores formas positivistas, formalísticas y universalistas de las originarias, en las cuales la sangre, la estirpe y la familia, cubrían un papel particular, y premisas como las cualidades sacrales, heroicas y espirituales. También examinamos el significado de algunas grandes figuras romanas: por ejemplo, en lugar de los césares de gestos casi napoleónicos que todos conocemos, nos es cercano el César que dijo una vez: “en mi se funden la majestad del rey con la santidad de los dioses, bajo cuya potestad están también los que son señores de los hombres”. Entendemos como simple retórica el hecho de que Augusto uniese simbólicamente su sexo con Apolo, el hiperbóreo dios solar; y también la circunstancia de que el Imperio de Augusto se presintiera el renacimiento de la Edad de Oro, es decir, de la edad primera en la que el rey fue pensando como escondido y dormitando en la región ártica, la patria original de la raza aria. También esta circunstancia hace pensar en un profundo misterio del destino de Roma.</p>
<p style="text-align: justify;">También el ocaso del Imperio mundial de los césares es para nosotros rico en enseñanzas. Hubiera sido lógico que a medida que el Imperio se extendía, se hubiesen adoptado medidas de defensa y reforzamiento del patrimonio originario ario-romano que había constituido su grandeza. Sin embargo sucedió lo contrario: cuanto más se extendía el Imperio mundial, más iba decayendo la “raza de Roma”; se abrió de manera irresponsable a cada influjo de las minorías de las razas extranjeras; elevó a la dignidad de romano a elementos mixtos y aceptó cultos y costumbres que en muchos casos entraban en claro contraste –como Livio había observado- con los orígenes romanos-. Después, a menudo los césares, se empeñaron en crear un vacío a sí. En lugar de apoyarse en los fieles representantes de la antigua romanidad, quienes todavía eran capaces de mantener en pie su raza y su ética, hicieron propios los <a title="simbolos" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">símbolos</a> absolutísticos y creyeron en el poder taumatúrgico de su oficio divino y abstracto, aislado, privado de raíces. Es impensable que el Imperio, degenerado a estos niveles, pudiese dominar aún por mucho tiempo a los diferentes pueblos comprendidos en su territorio. Los primeros ataques serios del exterior deberían haber tenido como consecuencia la caída del inmenso pero desarticulado organismo.</p>
<p style="text-align: justify;">En la <a title="Edad Media" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/medioevo/">Edad Media</a> la Iglesia intentó volver a dar vida al <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">símbolo</a> romano supranacional en el cual se unieron las ideas de una nueva fe y de un nuevo orden imperial, el <em>sacrum imperium</em>. El “pueblo italiano” apenas participó en la formación de este <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">símbolo</a>; no se apercibió de la tarea de constituir, con la mejor sustancia, un núcleo que lo pusiese racial y espiritualmente por encima de este <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">símbolo</a>, y lo purificase de ciertos aspectos ambiguos. Sin embargo fueron preponderantes los componentes “mediterráneos”, es decir anárquicos, particularistas, individualistas, que creaban litigios y discordias, y que ya habían conducido a la ruina a las ciudades griegas. Aparte de esto descendió notablemente el nivel ético general. De aquí, las duras palabras con las cuales Barbarroja reprochó de manera legítima a los que se vanagloriaban gracias al nombre, de ser romanos. Como consecuencia la Corona imperial, se continuaba definiendo romana, incluso en manos de otros pueblos; principalmente en las de los pueblos germánicos en los que se preservaba en alta medida ciertas características raciales. Fue así como Italia tuvo un papel marginal en la edificación de la civilización imperial romano-germánica del <a title="Medioevo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/medioevo/">Medioevo</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Por consiguiente vemos hoy dos ejemplos elocuentes relativos a los peligros a los cuales se expone cada Imperio; si no tiene como soporte un firme fundamento racial. En cuanto a los que concierne a la elección de las tradiciones que la conciencia racial aria, considerando la ulterior Historia italiana exige, debemos modificar muchas opiniones corrientes. Como ejemplo no podemos admitir la Italia comunal que se levantó contra la autoridad imperial. En este caso no se trató – como muchos han sostenido – de una “sublevación nacional”, de una lucha de nuestro pueblo contra el extranjero, sino de una lucha entre representantes de dos culturas contrapuestas. Por parte del Emperador (para él y contra los comunales se batieron los príncipes italianos como los Saboya y los Monferrato) estaba la cultura aristocrática, que conservaba aun mucho de ario y de nórdico-ario. En cuanto a los comunales representaban principalmente la oposición a la doctrina del Estado; estaban llenos de intolerancia contra cualquier forma de autoridad superior, su alianza era únicamente táctica, por eso poco después se enfrascaron en una serie de disputas y discordias sin fin. Prescindiendo del carácter mercantil y “democrático” de la “nueva” cultura, muy lejana del estilo romano, que las ciudades comunales desarrollaron. Por estas razones no queremos considerar nuestra Italia como güelfa y comunal, sino más bien gibelina y próxima a Dante. Cabe recordar aquí que Dante no representó solamente el pensamiento racial, sino también, en unión con Roma, la idea del derecho imperial de un pueblo superior: <em>nobilissimo populo convenit omnibus aliis praeferri</em>. Pero no fue comprendido. La Italia contemporánea tenía poco en común con la tradición romana.</p>
<p style="text-align: justify;">Del mismo modo no podemos considerar sólo positivamente la contribución de Italia a la cultura humanística y al llamado renacimiento. A pesar del esplendor exterior, esta cultura humanística, desde un punto de vista superior, significó un descenso del nivel, el desgarro de una profunda tradición. Constituyó el enfrentamiento del desordenado individualismo que se expresa en el estilo de las señorías y en los interminables conflictos de las ciudades italianas y de sus “condottieri”; encerraba los gérmenes que habrían manifestado su verdadera naturaleza en el Iluminismo, en el racionalismo, en el naturalismo y en otras modernas formas de decadencia. Por otro lado, en la base del presunto reflorecimiento de la antigüedad, a través del humanismo, fue una gran equivocación: fueron adoptados sólo los aspectos “clásicos” que hemos visto como negativos, es decir, los exteriores y no raciales de la antigua cultura, y no los originarios, heroicos, sagrados, ligados a la tradición. Debemos a la “tradición” del renacimiento la circunstancia por la cual Italia fue considerada hasta ayer como una tierra maravillosa, de museos y monumentos, poblada sin embargo por un pueblo que en el campo de lo político y ético no gozaba de una fama parecida.</p>
<p style="text-align: justify;">De este modo también se debe hacer una revisión de los valores italianos del “risorgimento” y de la guerra mundial. Esta claro el indiscutible papel que en el “risorgimento”- es decir, en el movimiento para la unidad nacional de Italia -, excluyendo la pureza de intenciones de muchos patriotas, tuvo la influencia de la masonería y del jacobinismo francés, y en general de una ideología que por su carácter liberal y democrático, es fundamentalmente hostil a la raza y extraña a los valores arios. En efecto, fueron los llamados movimientos nacionales, que también en Italia comenzaron en 1848, eslabones de una cadena, y episodios de un mismo y sistemático hecho, con la ayuda del mito de la libertad popular y de la nación democrática, quienes contribuyeron a destruir cuanto en Europa quedaba de los regímenes dinásticos y tradicionales.</p>
<p style="text-align: justify;">Acerca de nuestra entrada en la guerra de 1915 se pueden repetir las mismas cosas. Italia fue al campo de batalla por intereses nacionales, pero principalmente bajo la bandera de la ideología hipócrita democrático-masónica de los aliados y de las fuerzas oscuras de la subversión mundial que, en nombre de esta guerra “humanitaria”, trataban de destruir los estados que todavía conservaban una estructura jerárquica y un sentimiento de la raza y de la tradición. Los masones de todo el mundo, que en 1917 se dieron cita en París y que proyectaban las directrices generales de los futuros “diktat” de paz, lo dijeron claramente: se trataba con la guerra de dar un gran paso adelante en el movimiento iniciado con la revolución francesa.</p>
<p style="text-align: justify;">La guerra tuvo sin embargo para Italia el significado de una prueba heroica: despertó las profundas energías del pueblo que, después, gracias a una efectiva transformación, debían llevar a la Italia fascista, romana y racialmente concienciada a nuestra alianza con Alemania. Así se realiza hoy un mito que 11 años antes yo ya había defendido en un libro provocador, “El mito de la doble águila, la romano y la germánica”, la unidad de las fuerzas romanas y germánicas para la configuración de un nuevo occidente.</p>
<p style="text-align: justify;">Con esto esperamos haber dado una idea de la esencia y de las nuevas posiciones de la Italia fascista en los diversos campos de nuestra vida popular y cultural; se trata de un cambio radical que tiene el significado de un nuevo impulso revolucionario y del inicio de una nueva fase de nuestro desarrollo. Hemos mostrado ya, y del resto no tenemos ningún motivo para esconderlo, que en Italia aun hay muchas fuerzas que contrastan con este desarrollo, sobre todo por medio de una resistencia pasiva y de una repugnancia silenciosa que a veces distingue a una cierta burocracia. Pero como estamos seguros de que vamos a ganar la guerra junto al pueblo alemán, como también estamos seguros de vencer en esta lucha cultural interna cuyas consecuencias no serán menos importantes que las otras. Somos conscientes que cuanto más decididos estemos en esta lucha, en esta edificación de una Italia auténticamente ario-romana, más posible será tratar en profundidad y alcanzar los objetivos prefijados.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">(<em>Il Regime Fascista</em>, 16.11.1941).</p>
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		<title>La famiglia quale unità eroica</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Sep 2011 16:04:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Julius Evola</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La tradizione romana della famiglia è fra quelle che han portato ad espressione il concetto più alto e originario di essa.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/la-famiglia-quale-unita-eroica.html' addthis:title='La famiglia quale unità eroica '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/evola48x48.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Julius Evola" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/teiwaz.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Teiwaz" /><br/><div id="attachment_8417" class="wp-caption alignright" style="width: 287px"><img class="size-medium wp-image-8417" title="Matrimonio romano. Museo delle Terme di Diocleziano, Roma." src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/matrimonio-277x300.jpg" alt="Matrimonio romano. Museo delle Terme di Diocleziano, Roma." width="277" height="300" /><p class="wp-caption-text">Matrimonio romano. Museo delle Terme di Diocleziano, Roma.</p></div>
<p style="text-align: justify;">Uno dei pericoli che minacciano le correnti di reazione contro le forze di disordine e di corruzione che stanno devastando la nostra civiltà e la nostra vita sociale, è di andare a finire in forme poco più significanti, se non di addomesticamento borghese. È stato denunciato più di una volta il carattere di decadenza che il moralismo presenta di fronte ad ogni superiore forma di legge e di vita. In realtà, affinché un “ordine” abbia valore, esso non deve significare né routine né spersonalizzante meccanicizzazione. Bisogna che esistano delle forze originariamente indomite, le quali conservino in una qualche maniera e misura questa loro natura anche presso la più rigida aderenza ad una disciplina. Solo allora l’ordine è fecondo. Con una immagine, potremmo dire che allora accade come per una miscela esplosiva o espansiva, la quale appunto quando è costretta in uno spazio limitato sviluppa la sua estrema efficacia, mentre nell’illimitato quasi si dissipa. In tal senso <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/johann-wolfgang-goethe" target="_blank">Goethe</a></span> ha potuto parlare di un “limite, che crea” ed ha potuto dire che nel limite si dimostra il Maestro. Occorre poi appena ricordare che nella visione classica della vita l’idea di limite – <em>pèras</em> – si confondeva con quella stessa perfezione e si poneva come il più alto ideale non solo etico, ma persino metafisico. Queste considerazioni potrebbero essere applicate a vari domini. Veniamo qui ad una caso particolare: quelli della famiglia.</p>
<p style="text-align: justify;">La famiglia è una istituzione che, erosa dall’individualismo dell’ultima civiltà cosmopolita, minata alle basi dalle premesse stesse del femminismo, dell’americanismo e del sovietismo, si vorrebbe ricostruire. Ma anche qui si pone l’accennata alternativa. Le istituzioni sono come forme rigide nelle quali una sostanza originariamente fluente si è cristallizzata: è questo stato originario che si deve ridestare, quando le possibilità vitali inerenti ad un determinato ciclo di civiltà appaiono esaurite. Solo una forza che agisca dall’interno, come un significato, può esser creatrice. Ora, a quale significato si deve riferire la famiglia, in nome di che si deve volerla e preservarla? Il significato usuale , borghese e “perbene” di questa istituzione è noto a tutti, e qui vale meno l’indicarlo, quanto il rilevare che assai scarso sostegno esso potrebbe fornire ai fini di una nuova civiltà. Potrà essere bene tutelarne i residui esistenti, ma è inutile nascondersi, che non è di questo che si tratta, che questo è un “troppo poco”. Se si vuole trovare una delle non ultime cause della corruzione e della dissoluzione familiare sopravvenuta nei tempi ultimi, essa può esser indicata appunto nello stato di una società, ove la famiglia si è ridotta a non significare nulla più che questo: convenzione, borghesismo, sentimentalismo, ipocrisia, opportunismo.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche qui, solo col riportarsi direttamente e risolutamente non allo ieri, ma alle origini, noi possiamo trovare ciò che veramente ci occorre. E queste origini, a noi dovrebbero essere accessibili. In modo particolare, se la tradizione nostra, romana, della famiglia, è fra quelle che han portato ad espressione il concetto più alto e originario di essa.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/meditazioni-delle-vette/658" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-6131" style="margin: 10px;" title="meditazioni-delle-vette" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/meditazioni-delle-vette.jpg" alt="" width="200" height="285" /></a>Secondo la concezione originaria, la famiglia non è una unità né naturalistica, né sentimentale, ma essenzialmente eroica. È noto che l’antica denominazione di <em>pater</em> deriva da un termine, che designava il duce, il re. L’unità della famiglia già per questo appariva dunque come quella di un gruppo di esseri virilmente stretti intorno ad un capo, che ai loro occhi appariva rivestito non di un bruto potere, bensì di una maestosa dignità, incutente venerazione e fedeltà. Questo carattere resta senz’altro confermato, se si ricorda che nelle civiltà indoeuropee il <em>pater</em> – oltreché il duce – è colui che intanto esercitava una potestà assoluta sui suoi, in quanto era in pari tempo assolutamente responsabile per i suoi di fronte ad ogni superiore ordine gerarchico &#8211; era anche il sacerdote della sua <em>gens</em>, colui che più di ogni altro la rappresentava di fronte al divino, il custode del fuoco sacro il quale nelle famiglie patrizie era <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">simbolo</a> di una influenza sovrannaturale invisibilmente congiunta al sangue e trasmettentesi con questo stesso sangue. Non molli sentimenti sociali o convenzionalismo, ma qualcosa fra l’eroico e il mistico fondava dunque la solidarietà del gruppo familiare o gentilizio, facendone una sola cosa secondo rapporti di partecipazione e di virile dedizione, pronta ad insorgere compatta contro chi la ledesse o ne offendesse la dignità. Con ragione il De Coulanges come conclusione dei suoi studi in proposito, ebbe dunque a dire che la famiglia antica era una unità religiosa, prima che esser una unità di natura e di sangue.</p>
<p style="text-align: justify;">Che il matrimonio fosse un sacramento già assai prima del cristianesimo (come p. es. la rituale <em>confarreatio</em> romana), è cosa forse già nota ai lettori. Meno lo è però l’idea, che questo sacramento non valeva come una cerimonia convenzionale o formula giuridico-sociale, quanto come una specie di battesimo che trasfigurava e dignificava la donna portandola a partecipare della stessa “anima mistica” della gente del suo sposo. Secondo un rito <a title="indoeuropeo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/indoeuropei/">indoeuropeo</a>, assai espressivo come <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">simbolo</a>, prima che di esso, la donna doveva essere di Agni, il fuoco mistico della casa. Ora, non è diverso il presupposto originario, per cui lo sposo si confondeva col Signore della donna, e si stabiliva quel rapporto, di cui la borghese fedeltà non è che il derivato decadente e depotenziato. L’antica dedizione della donna che tutto dà e nulla chiede è espressione di un eroismo essenziale, assai più mistico o “ascetico”, vorremmo dire, che non passionale e sentimentale e, in ogni caso, trasfigurante. All’antico detto:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">“Non vi è rito o insegnamento speciale per la donna. Che essa veneri ilo suo sposo come il suo dio, ed essa otterrà la sua stessa sede celeste”.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Fa quasi riscontro, in un’altra tradizione, la concezione secondo la quale la Casa Solare dell’immortalità, oltreché ai guerrieri caduti sul campo di battaglia e ai capi di stirpe divina, era riservata alle donne morte nel dare alla luce un figlio: in ciò essendo considerata un’offerta sacrificale così trasmutante, quanto quella degli stessi eroi.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/civilta-americana-scritti-sugli-stati-uniti-1930-1968/9046" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-7982" style="margin: 10px;" title="civilta-americana" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/civilta-americana1.jpg" alt="" width="200" height="310" /></a>Ciò potrebbe già condurre a considerare il significato stesso del generare, se un tale soggetto non dovesse condurci troppo lontano. Ricorderemo solo l’antica formula, secondo la quale il primogenito era considerato come figlio non dell’amore, ma del dovere. E questo dovere era, nuovamente, di carattere sia mistico che eroico. Non si trattava solo di creare un nuovo <em>rex</em> per il bene e le forze del ceppo, ma anche di dare alla vita chi potesse assolvere quell’impegno misterioso di fronte agli avi e a tutti coloro che fecero grande una famiglia (nel rito romano, spesso ricordati in forma di innumerevoli immagini portate nelle occasioni solenni) di cui il fuoco familiare perenne era l’equivalente simbolico. Per tal via, in non poche tradizioni troviamo formule e riti, i quali ci fan nascere l’idea di una vera e propria generazione cosciente, di un generare non con un oscuro e seminconsio atto della carne, ma col corpo e in pari tempo con lo spirito, dando – in senso letterale – la vita ad un nuovo essere, per il quale, in ordine alla sua funzione invisibile, veniva persino detto, che per sua virtù gli avi saranno confermati nell’immortalità e nella gloria.</p>
<p style="text-align: justify;">Da queste testimonianze, che sono alcune fra le tante che facilmente possono esser raccolte, promana una concezione dell’unità familiare che, come sta di là da ogni mediocrità borghese conformista e moralista e da ogni prevaricazione individualistica, in ugual misura sta di là dal sentimentalismo, dalla passionalità e da tutto ciò che è bruto fatto sociale, o naturalistico. Un fondamento eroico è quello che può dare la più alta giustificazione alla famiglia. Comprendere che l’individualismo non è una forza, ma una rinuncia. Nel sangue, riconoscere una salda base. Articolare e personalizzare questa base con forze di obbedienza e di comando, di dedizione, di affermazione, di tradizione e di solidarietà diremmo persino guerriera e, infine, con forze di intima trasfigurazione. Solo allora la famiglia tornerà ad essere una cosa vivente e possente, cellula prima ed essenziale per quel più alto organismo, che è lo stesso Stato.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>* * *</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>Fedeltà Monarchica</em>, anno X, n. 3, aprile 1970.</p>
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		<title>Julius Evola, des théories de la race à la recherche d&#8217;une anthropologie aristocratique</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Sep 2011 16:35:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Monastra</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nous abordons ici l'un des aspects les plus brûlants de l'œuvre de Julius Evola, principal représentant, en Italie, de la pensée «traditionnelle»: sa conception du racisme. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/julius-evola-des-theories-de-la-race-a-la-recherche-dune-anthropologie-aristocratique.html' addthis:title='Julius Evola, des théories de la race à la recherche d&#8217;une anthropologie aristocratique '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/evola48x48.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Julius Evola" /><br/><div style="text-align: justify;">
<p><img class="size-full wp-image-8380 alignright" style="margin: 10px;" title="evola" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/evola1.jpeg" alt="" width="191" height="256" />Nous abordons ici l&#8217;un des aspects les plus brûlants de l&#8217;œuvre de <a title="Julius Evola" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/julius-evola/">Julius Evola</a>, principal représentant, en Italie, de la pensée «traditionnelle»: sa conception du racisme. Il faut préciser d&#8217;emblée qu&#8217;il serait extrêmement réducteur de définir Evola comme un auteur «raciste». Il s&#8217;intéressa en effet à de très nombreux problèmes &#8211; de la morphologie de l&#8217;histoire aux doctrines métaphysiques orientales, de la philosophie idéaliste à l&#8217;art d&#8217;avant-garde, de la politologie à la critique de la civilisation moderne et de ses mythes -, pour ne parler que des principales recherche du penseur italien. Evola traita tous ces domaines en suivant le fil conducteur de la conception «traditionnelle» du monde, conception tirée des textes sacrés de la pensée métaphysique orientale et occidentale, et passée au crible de sa sensibilité personnelle, qui a marqué cette conception d&#8217;une empreinte toute particulière et, parfois, sans nul doute discutable. Avec son approche très personnelle du «racisme», Evola eut l&#8217;ambition d&#8217;appliquer la vision traditionnelle du monde, telle qu&#8217;il la comprenait, à un aspect particulier de la réalité: les différences existant entre les êtres humains, considérés soit individuellement, soit collectivement.On ne trouve pas, chez Evola, l&#8217;obsession paranoïaque typique des racistes à plein temps, pour lesquels tout doit être subordonné au mythe de la race, ramené de surcroît aux horizons étroits d&#8217;une des nombreuses idéologies «modernes», dans leurs variantes rationalistes aussi bien qu&#8217;irrationalistes. On ne peut pas non plus affirmer que l&#8217;auteur de <em>Révolte contre le monde moderne</em>ne s&#8217;intéressa au racisme que parce que le fascisme italien avait adopté, en 1938, une série de «lois raciales», ce que firent en revanche un certain nombre d&#8217;«intellectuels» médiocres, lesquels se découvrirent à l&#8217;improviste une profonde vocation raciste, dictée en réalité par la servilité la plus méprisable.En effet, attentif à tous les ferments politiques et culturels qui agitaient alors l&#8217;Europe, Evola avait déjà eu l&#8217;occasion d&#8217;exprimer bien avant 1938 ses idées sur le problème de la race, notamment en se penchant sur le phénomène national-socialiste: il suffira de mentionner, par exemple, ses deux articles <em>Il &#8220;mito&#8221; del nuovo nazionalismo tedesco</em> (1), paru dans la revue <em>Vita Nova</em> (VI, 11, novembre 1930), et <em>La &#8220;mistica del sangue&#8221; nel nuovo nazionalismo tedesco</em>, paru dans la revue <em>Bilychnis</em> (XX, 1, janvier-février 1931). Toute la pensée évolienne sur la question de la race se trouve déjà en germe dans ces écrits; elle sera développée ensuite avec cohérence, si l&#8217;on excepte certaines «chutes de niveau», souvent explicables par des motifs contingents. Voyons donc quels sont les fondements de la conception d&#8217;Evola à ce sujet, tels qu&#8217;il les a exposés principalement dans <em>Sintesi di dottrina della razza</em> (Milan, 1941), et secondairement dans <em>Il mito del sangue</em> (Milan, 1937), <em>Tre aspetti del problema ebraico</em> (Rome, 1936), <em>Indirizzi per una educazione razziale</em> (Naples, 1941) (2), ainsi que dans des articles parus, pour la plupart d&#8217;entre eux, dans les revues <em>La Vita Italiana</em>, <em>La Difesa della razza</em> et <em>Bibliografia fascista</em>. Il convient d&#8217;ajouter à cette liste l&#8217;introduction qu&#8217;Evola écrivit pour la réédition, due à Giovanni Preziosi, de la version italienne des <em>Protocoles des Sages de Sion </em>(Rome 1938). Il faut tout d&#8217;abord préciser que, pour Evola, le mot «race» est synonyme de «qualité» (le langage courant dit volontiers d&#8217;une personne distinguée qu&#8217;elle est «racée»: c&#8217;est une signification semblable que reprend Evola). Nous sommes donc en présence d&#8217;un attribut qualifiant l&#8217;être humain, non d&#8217;une entité collective, biologique, qui s&#8217;imposerait au premier plan. La «forme», en tant qu&#8217;élément actif, dynamique, individuant, représente l&#8217;essence même du très particulier «racisme» évolien. Dans cette perspective, essentiellement aristocratique, ce qui différencie et qualifie vaut plus que ce qui égalise: pour Evola, en effet, il n&#8217;y a égalité que lorsque prévaut une dimension amorphe, indifférenciée, obscure, qui constitue un «moins» par rapport à ce qui s&#8217;élève, se distingue, émerge avec une configuration spécifique, un visage propre. C&#8217;est l&#8217;opposition du <em>chaos</em> et du <em>cosmos</em>, de la passivité et de l&#8217;activité, de la matière et de l&#8217;esprit. L&#8217;anthropologie aristocratique d&#8217;Evola se caractérise par son fondement métaphysique, sa structure rigoureusement verticale et, en même temps, organique. Pour le penseur italien, l&#8217;homme n&#8217;est pas simplement un animal chanceux, qui se serait affirmé tout au long du processus d&#8217;évolution, ni un «serviteur» du Dieu chrétien, croyant en une <a title="religiosité" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione/">religiosité</a> jugée par Evola suspecte et évanescente parce que souvent ennemie du monde (le royaume de l&#8217;orgueil et du péché). Pour Evola, qui s&#8217;appuie sur les doctrines traditionnelles non chrétiennes, l&#8217;homme véritable, intégral, concentre en lui plusieurs dimensions, c&#8217;est une structure unitaire qui s&#8217;exprime à trois niveaux: biologique, psychique, spirituel. Comme l&#8217;a écrit Elemire Zolla, «une fois qu&#8217;on a établi les topographies de l&#8217;homme intérieur typiques des diverses cultures, on s&#8217;aperçoit avec étonnement qu&#8217;elles sont superposables. L&#8217;intériorité apparaît subdivisée de manière identique dans toutes les traditions, selon un archétype permanent (&#8230;) L&#8217;homme (&#8230;) tend à se subdiviser en un corps, une âme et un esprit (&#8230;) Tout ce qui est extérieur à l&#8217;homme, ne vaut et n&#8217;a de force spirituelle qu&#8217;en tant que cela renvoie à ce qui lui est intérieur» (3). L&#8217;anthropologie évolienne n&#8217;est donc pas le produit d&#8217;une pensée «originale» au sens moderne, individualiste, mais se rattache à une sagesse universelle, qui transcende le temps et l&#8217;espace, puisqu&#8217;elle se situe dans une dimension archétypale, au sens platonicien du terme. C&#8217;est une pensée «originelle»: elle ne remonte pas en arrière dans le temps, elle s&#8217;élève verticalement hors du temps, en direction du noyau transcendant où s&#8217;enracinent tous les aspects des sociétés dites «traditionnelles», donc en direction de la véritable origine de celles-ci.<strong></strong></p>
<p><em><strong>Race et personnalité spirituelle</strong></em></p>
<p><a href="http://www.amazon.fr/gp/product/2867140463/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=centrostudila-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=1642&amp;creative=19458&amp;creativeASIN=2867140463" rel="nofollow" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-7833" style="margin: 10px;" title="essais-politiques" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/essais-politiques1.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>Le problème qui se pose éventuellement, dans cette optique, est de savoir si Evola n&#8217;a pas parfois «forcé» la signification de certaines doctrines traditionnelles, pour en tirer des conclusions discutables et très subjectives. Il faudrait en effet vérifier si Evola adopta une attitude «prudente» ou si, inversement, il appliqua à notre époque, de manière illégitime, des préceptes valables pour un monde qualitativement différent. Nous reviendrons sur ce point. Pour le penseur italien, l&#8217;homme ne vaut pas d&#8217;abord pris en soi, à l&#8217;égal d&#8217;un atome, d&#8217;un nombre, mais doit être considéré en tant que «membre d&#8217;une communauté» (<em>Sintesi</em>, p. 16). Il ne se qualifie pas en tant qu&#8217;«individu», mais en tant que «personne», en tant que porteur et détenteur de rapports organiques, horizontaux et verticaux, en tant qu&#8217;héritier de traditions. A la conception bourgeoise et illuministe de la culture comme élément cérébral, qu&#8217;on peut apprendre à son gré, à condition simplement de le vouloir et de posséder les capacités intellectuelles requises, Evola oppose les dons comportementaux, réputés fondamentalement innés: courage, fidélité, volonté, sens de l&#8217;honneur, etc. Il affirme que lorsque tout cela fait défaut, une intelligence brillante et une culture immense ne valent pas grand chose: privées d&#8217;un contenu éthique et spirituel, elles relèvent avant tout de l&#8217;aspect instrumental et mécanique de la totalité «homme» et doivent être placées, étant donné leur valeur moindre, dans une position hiérarchiquement subordonnée. Dans sa version «traditionnelle», le racisme, anti-individualiste, se veut donc aussi antirationaliste, mais au nom de facteurs suprarationnels et non pas de facteurs instinctifs et naturalistes, typiques, au contraire, des conceptions racistes en vogue dans les années trente. La race n&#8217;est pas réductible au seul domaine culturel ou rationnel, ni au domaine biologico-naturel. Cet ordre d&#8217;idées, très spécifique, entre évidemment en conflit avec de nombreux mythes enracinés dans la mentalité moderne.</p>
<p>La référence à la dimension transcendante conduit Evola à affirmer que les différences entre les hommes dérivent de causes intérieures, mais non dans un sens foncièrement naturaliste (même si l&#8217;aspect biologique doit être pris en compte à son niveau propre). Il faut par conséquent condamner toute conception scientiste qui substitue «à l&#8217;action mécanique du milieu (&#8230;) le fatalisme de l&#8217;hérédité» (<em>Sintesi</em>, p. 21). Il serait en effet dénué de sens de critiquer l&#8217;environnementalisme au nom d&#8217;une théorie qualitativement analogue, en restant prisonnier du déterminisme. Dans les deux cas, la personnalité ne serait guère plus qu&#8217;un simple mot, elle serait privée d&#8217;une véritable contrepartie dans la réalité. Le racisme entendu comme «matérialisme zoologique» ne marque donc pas un progrès par rapport à l&#8217;égalitarisme. Dans un article publié par <em>La Difesa della Razza</em> («Razza, eredità, personalità», 5 avril 1942) &#8211; le bimensuel dirigé par Telesio Interlandi, où furent parfois publiées des interventions vraiment ignobles, privées de toute dignité et de tout sérieux, destinées à dépeindre de façon aussi répugnante que possible les «ennemis de la race italienne» (<em>sic</em>), en particulier les Juifs -, Evola précisa très clairement sa pensée au sujet de la valeur de la personnalité dans une perspective raciale, contredisant notamment de nombreuses idées soutenues par le groupe dirigeant de la revue (composé, outre Interlandi, de Landra, Cipriani et Cogni). «L&#8217;hérédité raciale — écrivait Evola &#8211; peut (&#8230;) être comparée à un patrimoine réuni par les ancêtres et transmis à la descendance. Il n&#8217;y a pas de déterminisme, parce qu&#8217;est concédée à la descendance, à l&#8217;intérieur de certaines limites, une liberté d&#8217;usage à l&#8217;égard d&#8217;un tel patrimoine: on peut l&#8217;assumer, le renforcer, en tirer de telle ou telle façon le meilleur parti, tout comme on peut, inversement, le disperser et le détruire. De ce que lui a potentiellement transmis une hérédité aussi bien spirituelle que biologique, l&#8217;individu peut donc, dans la fidélité à sa race et à sa tradition, tirer la force pour atteindre une perfection personnelle et pour valoir comme une incarnation parfaite de l&#8217;idéal de toute une race ; ou bien il peut contaminer cet héritage, il peut le dissiper». A titre de conséquence, Evola souligne l&#8217;importance du rôle de la personnalité dans le domaine racial, donc la nécessité d&#8217;«éveiller un sens de la responsabilité bien précis chez l&#8217;individu». On a là un élément typique de la conception évolienne: le caractère fondamental, central, des choix de chaque être humain, le droit d&#8217;accepter ou de refuser, de dire oui ou non et, en même temps, le devoir de l&#8217;Etat de rendre l&#8217;individu conscient du sens de ses choix, mais sans les appels obsessionnels en faveur de mesures coercitives et violentes, appels si fréquents dans les argumentations des racistes de l&#8217;époque.</p>
<p>Ce que recherchait Evola, c&#8217;était principalement une révolution spirituelle radicale, une transformation des consciences. Il adoptait un antidéterminisme déclaré, se traduisant tant dans le refus de la conception mécaniciste de l&#8217;homme, qu&#8217;elle fût d&#8217;inspiration héréditariste ou environnementaliste, que dans le rejet du progressisme, entendu comme fatalisme optimiste appliqué à l&#8217;histoire, conception linéaire du devenir. Pour Evola, la doctrine de la race démolit l&#8217;idée d&#8217;un progrès continu de l&#8217;humanité, concept abstrait et fallacieux, et la remplace par une vision agonistique, polémologique (la lutte, l&#8217;ascension et le déclin des races), ouverte à l&#8217;influence de réalités transcendantes, «sur-naturelles». Evola oppose à la réduction de l&#8217;histoire à un seul sujet (l&#8217;humanité) et à un seul destin (le progrès), une conception plurielle; l&#8217;histoire est le fait de protagonistes irréductibles les uns aux autres (les grandes races), et elle est susceptible de connaître plusieurs issues, rien moins que prévisibles et évidentes (soit vers des cultures supérieures, soit vers la barbarie et le chaos). Evola oppose également à la moderne «idéologie économique», selon laquelle l&#8217;action humaine est déterminée, en dernière analyse, par des motivations utilitaires, mercantiles, un ensemble de luttes dont la racine la plus profonde réside dans la dimension spirituelle, dans des systèmes de valeurs antagonistes. Si la vérité, au niveau métaphysique pur, est une, pour Evola, quand elle se manifeste dans le monde sous diverses expressions formelles («différentes façons de concevoir les valeurs suprêmes»), elle assume les spécificités des races. Il s&#8217;ensuit qu&#8217;il faut sélectionner les contenus de la culture de chaque peuple et les «vérités» elles-mêmes (répétons-le: «vérités» dérivées, par adaptation aux lieux et aux temps de manifestation, de la Vérité une, d&#8217;ordre métaphysique, donc universelle et supra-raciale).</p>
<p>Selon Evola, il existe donc des «vérités» valables pour une race et non pour une autre. A ce sujet, Piero Di Vona, auteur de l&#8217;excellent essai <em>Evola e Guenon. Tradizione e civiltà</em> (Napoli 1985), voit dans la théorie évolienne une forme de «matérialisme masqué et transposé» (p. 19). A notre avis, on ne peut cependant parler que d&#8217;un relativisme des valeurs, d&#8217;ailleurs limité à la forme expressive de celles-ci. La critique évolienne de certaines formes ambiguës d&#8217;universalisme ne doit pas être confondue avec le refus de toute réalité supérieure qui transcende et unifie la multiplicité. Evola écrit: «Le vrai sens de la doctrine de la race, c&#8217;est en effet l&#8217;aversion pour ce qui est en dessous ou en deçà des différences, avec ses caractères d&#8217;indifférenciation, de généralité, de non-individuation; mais contre ce qui est effectivement au-dessus ou au-delà des différences, notre doctrine de la race ne peut avancer de sérieuses réserves» (<em>Sintesi</em>, p. 27). Dans <em>Eléments pour une éducation raciale</em>, Evola précise encore mieux sa pensée, mettant en évidence la limite qui s&#8217;impose à «la norme raciste de la &#8220;différence&#8221; et du déterminisme des valeurs de la race. Ce déterminisme est réel et décisif, même dans le domaine des manifestations spirituelles, lorsqu&#8217;il s&#8217;agit des créations propres à un type &#8220;humaniste&#8221; de civilisation, c&#8217;est-à-dire de civilisations où l&#8217;homme s&#8217;est interdit toute possibilité de contact effectif avec le monde de la transcendance, a perdu toute véritable compréhension des connaissances relatives à un tel monde et propres à une tradition vraiment digne de ce nom. Lorsque, cependant, tel n&#8217;est pas le cas, lorsqu&#8217;il s&#8217;agit de civilisations vraiment traditionnelles, l&#8217;efficience des &#8220;races de l&#8217;esprit&#8221; elle-même n&#8217;outrepasse pas certaines limites: elle ne concerne pas le contenu, mais uniquement les diverses formes d&#8217;expression qu&#8217;ont prises, chez tel ou tel peuple, dans tel ou tel cycle de civilisation, des expériences ou connaissances identiques et objectives en leur essence, parce que se rapportant effectivement à un plan supra-humain» (pp. 51-52). Il nous semble qu&#8217;il n&#8217;y a pas là trace de matérialisme, ni même de relativisme, de relativisme total s&#8217;entend. Pour Evola, les races ne constituent pas des monades fermées, mais présentent, du moins dans de nombreux cas, des interrelations qui excluent tout particularisme séparatiste, véritable transposition de l&#8217;individualisme au niveau des entités collectives.</p>
<p><em><strong>Esprit, âme, passions</strong></em></p>
<p>Voyons maintenant de façon plus détaillée la tripartition de l&#8217;être humain, qu&#8217;Evola emprunte à la pensée traditionnelle. L&#8217;esprit représente l&#8217;élément supra-rationnel et supra-individuel, l&#8217;âme la force vitale, l&#8217;ensemble des passions, les facultés de perception, le subconscient rattachant l&#8217;esprit au corps, qui est assujetti aux deux niveaux supérieurs. Evola définit comme suit le rapport existant entre les différents plans: «Tout en obéissant à des lois propres, qui doivent être respectées, ce qui dans l&#8217;homme est &#8220;nature&#8221; se prête à être l&#8217;organe et l&#8217;instrument d&#8217;expression et d&#8217;action de ce qui, en lui, est plus que &#8220;nature&#8221;» (<em>Sintesi</em>, p. 48). Dans la conception évolienne, la «race pure» n&#8217;est pas une réalité banalement biologique, comme dans la rhétorique nazie avec ses stéréotypes formés par les hommes blonds aux yeux bleus. Il y a «race pure» lorsqu&#8217;il y a transparence et harmonie parfaites entre le corps, l&#8217;âme et l&#8217;esprit, lorsque ce dernier a unifié et domine tout l&#8217;être humain. Evola situe au pôle opposé les «races de nature», dont le centre s&#8217;est déplacé, par dégénérescence, dans l&#8217;élément instinctuel-collectif, infra-personnel, devenu autonome et prépondérant. La forme religieuse de ces «races de nature» s&#8217;identifie au totémisme. Pour l&#8217;auteur traditionaliste, «dans le monde moderne, lorsque les peuples gardent encore, dans une large mesure, une certaine pureté raciale, c&#8217;est précisément dans cet état de demi-sommeil qu&#8217;elles se trouvent» (<em>Sintesi</em>, p. 54). Evola affirme qu&#8217;en dessous de ce niveau naturaliste, les races n&#8217;existent plus: il n&#8217;y a plus alors qu&#8217;un métissage indistinct et cosmopolite, anonyme, où même la «voix du sang» reste muette. Les «races de nature» semblent contredire parfois la conception involutive de l&#8217;histoire reprise par Evola, à savoir la doctrine des quatre âges. Nous venons de voir, en effet, que ces races sont considérées comme le fruit d&#8217;un processus de dégénérescence. A plusieurs reprises pourtant (cf. par exemple <em>Sintesi</em>, pp. 66-67), elles sont situées à l&#8217;origine, dans un lointain passé, dans une condition originelle, donc, en toute rigueur, qualitativement supérieure à la condition actuelle, du moins dans la perspective «traditionnelle». La pensée d&#8217;Evola reste étrangement confuse à ce sujet.</p>
<p>Au-delà des grandes races (blanche, jaune, etc.), Evola distingue six familles parmi les «Aryens»: les familles nordique, méditerranéenne, «falique», alpine, orientale, baltique, présentes, à des degrés divers, dans la composition des peuples de l&#8217;Europe contemporaine. Etant donné les connaissances de l&#8217;époque, on ne peut pas avancer d&#8217;objections sérieuses contre l&#8217;approche évolienne de la biologie et de l&#8217;anthropologie. Dans ses interventions sur ce sujet, Evola prouve qu&#8217;il possède une préparation théorique valable, tout en n&#8217;étant pas un spécialiste. Ses méprises ou ses erreurs proprement dites sont en effet très rares, et n&#8217;ont de toute façon pas d&#8217;incidence sur la logique de son discours. Naturellement, la pensée anthropologique moderne pourrait faire remarquer que la conception biologique des races reprise par Evola, a aujourd&#8217;hui été remplacée par une autre conception: une vision statistique des différences raciales s&#8217;est substituée à l&#8217;idée, trop étroite et rigide, des groupes humains propre à la culture scientifique de la première moitié du XXème siècle. Mais Evola n&#8217;est qu&#8217;accessoirement concerné par tout cela, qui excède la partie centrale de son discours «raciste».</p>
<p><a href="http://www.amazon.fr/gp/product/2867140056/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=centrostudila-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=1642&amp;creative=19458&amp;creativeASIN=2867140056" rel="nofollow" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-8376" style="margin: 10px;" title="julius-evola-lhomme-et-loeuvre" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/julius-evola-lhomme-et-loeuvre.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>Pour ce qui est du second niveau, l&#8217;âme, l&#8217;auteur italien reprend certaines observations et analyses du «raciologue» allemand Ludwig Ferdinand Clauss, un marginal de la culture nationale-socialiste qui eut à subir les foudres du régime hitlérien dans les dernières années d&#8217;existence de celui-ci. Pour Clauss (et pour Evola), les races ne se caractérisent pas tant, sur le plan psychologique, par la possession de dons spécifiques à chacune d&#8217;elles, que par la diversité d&#8217;expression de traits comportementaux, c&#8217;est-à-dire par la manifestation de styles différents. La fidélité et l&#8217;héroïsme, par exemple, ne sont pas l&#8217;apanage d&#8217;une race particulière, ils appartiennent à toutes les races. Mais ils s&#8217;expriment différemment chez les Nordiques et les Méditerranéens ou, à un niveau plus général, chez les Blancs et les Jaunes. Nous sommes donc loin d&#8217;un thème cher à de nombreux racistes: l&#8217;attribution de certaines qualités à une seule race, à l&#8217;exclusion des autres. «Selon l&#8217;enseignement traditionnel antique &#8211; écrit Evola -, l&#8217;âme ne se ramène pas à ce qu&#8217;elle est pour la psychologie moderne, à savoir un ensemble d&#8217;activités et de phénomènes &#8220;subjectifs&#8221;, reposant sur une base physiologique; pour cet enseignement, l&#8217;âme est en fait une espèce d&#8217;entité autonome (&#8230;) elle a une existence propre, ses forces réelles, ses lois, son hérédité propre, distincte de l&#8217;hérédité purement physico-biologique» (<em>Sintesi</em>, p. 120.) Il existe donc «deux courants distincts d&#8217;hérédité, l&#8217;un du corps et l&#8217;autre de l&#8217;âme» (<em>Sintesi</em>, p. 121), qui relèvent tous deux des dimensions horizontales de la réalité. L&#8217;un peut influencer l&#8217;autre; parfois, à des époques de décadence, les deux courants peuvent diverger et finir par s&#8217;opposer. Cependant, précise Evola, «l&#8217;unité des différents éléments ne se produit pas par hasard, ou sous l&#8217;effet de lois automatiques, mais en fonction de liaisons analogiques et électives» (<em>Sintesi</em>, p. 122). Il serait privé de sens de considérer ce rapport dans une optique mécaniciste et déterministe.</p>
<p>Au troisième niveau interviennent les «races de l&#8217;esprit». Evola complète ici les connaissances «traditionnelles» par la typologie qu&#8217;avait établie l&#8217;historien des <a title="religions" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione/">religions</a> de l&#8217;<a title="antiquité" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/storia-antica/">Antiquité</a> Johann Jakob Bachofen; il distingue donc les «races de l&#8217;esprit» solaire, lunaire, dionysiaque, titanique, tellurique, amazonienne et aphrodisienne. L&#8217;élément spirituel, présent avec une pureté maximale dans la race solaire, caractérisée par un calme «olympien», un sentiment de «centralité» et de fermeté inébranlable, s&#8217;atténue peu à peu et devient de moins en moins central et limpide en passant aux autres races, pour atteindre son obscurcissement maximal chez les êtres telluriques et aphrodisiens, en dessous desquels se trouvent, dans la conception évolienne, les «races de nature», fermées à toute transcendance. Irrationalité, élémentarité aveugle, sensualité déréglée, fatalisme, passivité de l&#8217;esprit: tels sont les traits de la décadence intérieure, certains étant présents dans la race tellurique, d&#8217;autres dans la race aphrodisienne.</p>
<p>Ces composantes «raciales» constituent l&#8217;hérédité verticale de l&#8217;homme, qui tend à dominer en lui les deux autres courants d&#8217;hérédité, ceux de type horizontal: le courant de l&#8217;âme et le courant du corps. Au sujet de l&#8217;époque contemporaine, Evola souligne que les différentes «races de l&#8217;esprit» figurent toutes, à des degrés divers, chez les peuples «aryens». Parmi ces derniers, étant donné leur état d&#8217;extrême déchéance, seule une recherche attentive permet de découvrir des caractères «olympiens» ou spirituellement élevés. Il s&#8217;agit toujours, de toute manière, de cas particuliers, de personnalités hors du commun, appartenant même parfois aux couches sociales les plus modestes. Rien d&#8217;analogue ne saurait être établi au niveau collectif, où la situation se présente comme un mélange de «races de nature» et de chaos ethnique cosmopolite. Parlant de la spiritualité «aryenne» pure, non déchue, Evola fait référence à la doctrine hindoue des trois <em>gunas</em> (<em>sattva</em>, <em>rajas</em> et <em>tamas</em>), conditions de l&#8217;existence universelle auxquelles sont soumis tous les êtres manifestés et qui en déterminent les aspects qualitatifs les plus profonds. Mais l&#8217;exposé évolien de la doctrine traditionnelle devient ici tendancieux et inexact: la qualité <em>rajas</em>, par exemple, est dite «ascendante», alors que ce terme sanscrit connote en fait l&#8217;idée d&#8217;«expansion» dans un sens horizontal (cf. <em>Sintesi</em>, p. 179). L&#8217;objectif d&#8217;Evola consiste à poser une analogie entre les caractéristiques spirituelles supposées typiques des «Aryens» (calme, style sévère, clarté, maîtrise de soi, sens de la discipline, etc.) et la qualité <em>rajas</em>. Mais il nous semble qu&#8217;ici, tant en raison du malentendu signalé à propos du mot <em>rajas</em> que de certains rapprochements imprudents, exclusifs et arbitraires, le discours évolien est, du point de vue «traditionnel», très faible.</p>
<p>Beaucoup plus convaincante est la théorisation faite par Frithjof Schuon au terme d&#8217;une analyse mesurée et équilibrée des données traditionnelles (cf. <em>Castes et races</em>, 2ème éd., Archè, Milan 1979). Bien que se limitant aux grandes races (blanche, jaune et noire), cet auteur fait ressortir que celles-ci &#8211; placées dans un rapport d&#8217;analogie avec le feu, l&#8217;eau et la terre, donc avec des éléments qu&#8217;il faut entendre symboliquement &#8211; possèdent toutes un noyau de spiritualité pure, dès lors, du moins, qu&#8217;on considère ces races à l&#8217;état normal, non dans un état de déchéance et d&#8217;obscurcissement. A l&#8217;opposé de certaines formules simplistes d&#8217;Evola sur les Noirs, réputés «inférieurs», Schuon écrit: «L&#8217;élément &#8220;terre&#8221; a les deux aspects de pesanteur ou d&#8217;immobilité (<em>lamas</em>) et de fertilité (<em>rajas</em>), mais il s&#8217;y ajoute aussi, par les minéraux, une possibilité lumineuse, que nous pourrions appeler la &#8220;cristalléité&#8221; (<em>sattva</em>); la spiritualité des Noirs a volontiers une allure de pureté statique, elle met en valeur ce que la mentalité nègre a de stable, de simple et de concret» (<em>op. cit.</em>, p. 52). Dans cette perspective, il est évident que la hiérarchie posée par Evola entre les races aryennes «supérieures» et les races non aryennes «inférieures», fut à la fois influencée par les mythes de l&#8217;époque à laquelle il vécut et fortement «instrumentalisée». La Tradition n&#8217;y entre que pour bien peu.</p>
<p>Autre concession à l&#8217;esprit du temps, chez Evola: le fait de traduire, avec trop de sûreté, le terme <em>ârya</em> par «noble», sur la base de l&#8217;interprétation de vieilles inscriptions et de vieux textes, comme s&#8217;il n&#8217;était pas très courant de voir de nombreux peuples archaïques s&#8217;autodéfinir en termes élogieux! Sur ce point, la prudence adoptée par Benveniste paraît très justifiée; cet auteur opte d&#8217;ailleurs pour une traduction moins «tranchée», simplement destinée à indiquer le substrat ethnique commun (4).</p>
<p><em><strong>Contre l&#8217;illusion de la pureté raciale</strong></em></p>
<p>Il y eut en revanche un point sur lequel Evola soutint des thèses allant résolument à contre-courant: celui des croisements entre individus de races différentes, croisements qu&#8217;il jugea positifs dans certains cas, comme stimulant pour la manifestation des meilleures qualités innées de la personnalité. Contre l&#8217;illusion d&#8217;une pureté raciale spirituellement stérile, parce qu&#8217;analogue à l&#8217;élevage et au dressage de certaines espèces animales, Evola indique une perspective dynamique et ouverte aux croisements entre «races» ayant un commun dénominateur minimum en tant qu&#8217;elles appartiennent à la même «grande race» (blanche, jaune ou noire). Dans ce cas, on ne s&#8217;orienterait pas vers le chaos ethnique, mais vers la réintégration, dans la personne même, d&#8217;éléments positifs dispersés dans plusieurs «races» ou vers le réveil de qualités assoupies, que la présence de facteurs nouveaux pourrait en quelque sorte défier et mettre à l&#8217;épreuve. Il y a plus de possibilités d&#8217;élévation là où existent des tensions, fussent-elles dangereuses, que là où est en vigueur une condition d&#8217;opacité et de fermeture statique, spirituellement et psychologiquement néfastes. En définitive, pour Evola, ce qui ne cesse de prévaloir sur tous les autres plans, c&#8217;est la force plasmatrice de l&#8217;idée, entendue au sens platonicien, et relevant donc du domaine des «races de l&#8217;esprit».</p>
<p><a href="http://www.amazon.fr/gp/product/B0000E7PXU/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=centrostudila-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=1642&amp;creative=19458&amp;creativeASIN=B0000E7PXU" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-8374" style="margin: 10px;" title="sexe-et-caractere" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/sexe-et-caractere.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>Comme exemple d&#8217;une telle puissance se manifestant aussi sur le plan matériel, le penseur traditionaliste indique le peuple juif, qu&#8217;il considère comme un mélange de plusieurs ethnies. Contrairement à ce qu&#8217;affirment alors de nombreux racistes, Evola estime que les Juifs ne forment pas une race biologique, mais plutôt une «race spirituelle», forgée par une tradition religieuse, avec des reflets d&#8217;ordre psychologique. Sur ce point spécifique, en dehors des références habituelles aux doctrines sapientielles, Evola est largement débiteur envers la pensée d&#8217;un Juif génial, le philosophe viennois Otto Weininger. Celui-ci a résumé sa pensée sur la «judaïté» en écrivant: «Il ne s&#8217;agit pas tant pour moi d&#8217;une race, ou d&#8217;un peuple, ou d&#8217;une foi que d&#8217;une tournure d&#8217;esprit, d&#8217;une constitution psychologique particulière représentant une possibilité pour tous les hommes et dont le judaïsme historique n&#8217;a été que l&#8217;expression la plus grandiose» (5). Plus précisément encore: «Lorsque je parle des Juifs, je veux parler, non d&#8217;un type d&#8217;homme particulier, mais de l&#8217;homme en général en tant qu&#8217;il participe de l&#8217;idée platonicienne de la judaïté» (6). Analogue est la position évolienne, qui tombe très rarement dans l&#8217;antisémitisme virulent. Evola estima toujours, y compris à l&#8217;époque où de nombreux esprits s&#8217;acharnaient à démoniser les Juifs, qu&#8217;aux origines, la tradition même de ce peuple était orthodoxe, donc impeccable sous l&#8217;angle spirituel. En effet, «dans l&#8217;Ancien Testament sont présents des éléments et des <a title="symboles" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">symboles</a> d&#8217;une valeur métaphysique et, par conséquent, universelle » (<em>Tre aspetti del problema ebraico</em>, p. 23). Evola a d&#8217;ailleurs assez souvent cité, dans ses ouvrages, des textes de la tradition hébraïque, notamment des textes kabbalistiques.</p>
<p>La crise spirituelle que traversèrent les Juifs donna lieu à une «décomposition» de leur tradition originelle, d&#8217;où dériva le judaïsme «moderne», dominé par un élément «infernal» (7). «Le sémitisme, de la sorte, finit par devenir synonyme de cet élément infernal, que toute grande culture &#8211; même la culture hébraïque dans sa très ancienne période royale &#8211; a soumis à sa volonté de se réaliser en tant que cosmos contre le chaos». (<em>Tre aspetti</em>, p. 29). Rappelons que si Evola fait remonter le début de la crise spirituelle du judaïsme à l&#8217;époque où la figure du «voyant» fut remplacée par celle du «prophète» &#8211; signe de l&#8217;apparition d&#8217;une spiritualité décomposée et suspecte -, René Guenon, pour sa part, reconnut dans le peuple juif la présence d&#8217;un aspect dissolvant et antitraditionnel, qui s&#8217;expliquerait selon lui par le «nomadisme dévié», lui-même indissociable de la destruction du Temple de Salomon. Après cet événement, la tradition hébraïque se retrouva irrémédiablement incomplète, privée de son centre normal, le Temple, seul susceptible d&#8217;entraver ce «nomadisme». S&#8217;inspirant visiblement de Weininger, Evola écrit qu&#8217;« on peut même faire abstraction de la référence à la race au sens strict, pour parler d&#8217;un sémitisme dans l&#8217;universel, c&#8217;est-à-dire d&#8217;un sémitisme comme attitude typique par rapport au monde spirituel» (<em>Tre aspetti</em>, pp. 27-28).</p>
<p><em><strong>Judaïté et «forma mentis»</strong></em></p>
<p>La judaïté étant élevée au rang de catégorie de l&#8217;esprit humain (comme lorsqu&#8217;on parle, par exemple, de la «mentalité bourgeoise», mais dans une acception bien plus superficielle), Evola estime qu&#8217;elle se caractérise par des facteurs comme le mysticisme imprégné de pathos, le messianisme, le sentiment de la «faute» et le besoin d&#8217;«expiation», l&#8217;humiliation de soi, l&#8217;intolérance religieuse des «serviteurs de Dieu», l&#8217;agitation fébrile et sombre. A ses yeux, le romantisme de l&#8217;âme moderne -névrotique, anarchique, activiste, vitaliste &#8211; est un exemple de «judaïsme de l&#8217;esprit». Si l&#8217;on se rappelle que l&#8217;Allemagne a été le berceau de ce phénomène, on imaginera sans peine combien certaines idées évoliennes étaient inassimilables par les nationaux-socialistes, fortement influencés par de nombreux aspects du romantisme. Tout en voyant dans le Juif complètement sécularisé un vecteur du matérialisme, de l&#8217;économisme et du rationalisme modernes, Evola n&#8217;en fit pas la cause de la décadence, mais un élément de celle-ci, lui-même victime, en dernière analyse, d&#8217;un très vaste processus de dissolution: donc un instrument aveugle et souvent inconscient. Pour le penseur italien, l&#8217;action du judaïsme sécularisé dans le monde moderne fait penser à « une substance, qui exprime une action négative de par sa nature même, c&#8217;est-à-dire sans précisément le vouloir, comme le fait de brûler est propre au feu (&#8230;) Loin de rapporter au peuple juif la direction consciente d&#8217;un plan mondial, comme le voudrait un mythe antisémite trop fantaisiste, nous avons tendance à voir, dans un certain instinct juif d&#8217;humiliation, de dégradation et de dissolution, la force qui, à certains moments historiques, a été utilisée pour la réalisation d&#8217;une trame bien plus vaste, dont les fils ultimes sont antérieurs aux événements apparents, ainsi qu&#8217;au niveau où entrent en jeu les énergies simplement ethniques» (<em>Tre aspetti</em>, pp. 43-44). Par conséquent, pour Evola, «ce qu&#8217;il faut vraiment combattre, ce n&#8217;est pas tant le Juif proprement dit qu&#8217;une <em>forma mentis</em> qu&#8217;on peut appeler par analogie, si l&#8217;on veut, &#8220;judaïque&#8221;, mais qui ne cesse pas d&#8217;être présente même là où il serait impossible de retrouver ne serait-ce qu&#8217;une goutte de sang sémite» (<em>Tre aspetti</em>, p. 57). On le voit une fois de plus: ce sont en fait les thèses de Weininger sur la judaïté comme «possibilité de l&#8217;âme» qui reviennent ici. Suivant avec cohérence cette façon de voir les choses, Evola ne souhaite pas des mesures violentes et coercitives, mais une action d&#8217;ordre spirituel pour que les peuples «aryens» reviennent à leur tradition la plus profonde et la plus rigoureuse; seule une révolution de ce genre aurait pu empêcher, selon Evola, d&#8217;autres écroulements dans le cadre d&#8217;une décadence de plus en plus grave.</p>
<p><a href="http://www.amazon.fr/gp/product/2867140390/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=centrostudila-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=1642&amp;creative=19458&amp;creativeASIN=2867140390" rel="nofollow" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-8377" style="margin: 10px;" title="le-fascisme-vu-de-droite" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/le-fascisme-vu-de-droite.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>Même dans des brochures polémiques, visiblement écrites à des fins de propagande durant la guerre, le penseur traditionaliste &#8211; s&#8217;éloignant, en dépit de quelques concessions à l&#8217;atmosphère de l&#8217;époque, de l&#8217;antisémitisme violent &#8211; nia l&#8217;existence d&#8217;une «conspiration juive». A une époque et dans un pays où il était presque obligatoire d&#8217;attribuer aux «Juifs perfides» toute faute et toute abomination, Evola insistait sur la nécessité de ne pas «s&#8217;abandonner à des manifestations de haine» (8). Quant à l&#8217;introduction qu&#8217;il rédigea pour une réédition des <em>Protocoles des Sages de Sion</em>, si l&#8217;on y trouve certaines affirmations déconcertantes et franchement pénibles (par exemple contre Tristan Tzara, avec lequel Evola avait pourtant partagé, dans sa jeunesse, la même expérience dadaïste), on peut y lire aussi des mises en garde contre toute vision étroitement «conspirationniste» de l&#8217;histoire: «Les &#8220;Sages Anciens&#8221; constituent en fait un mystère beaucoup plus profond que ce que peuvent supposer la plupart des antisémites» (9). Dans un article de la même époque, intitulé <em>Ebraismo ed occultismo</em>, Evola reprochait aux adversaires du «complot judéomaçonnique» de conserver «des restes de mentalité rationaliste», et précisait ainsi sa pensée: «Nous voulons dire que ceux qui admettent l&#8217;existence de &#8220;forces occultes&#8221; (&#8230;) ne les conçoivent trop souvent que comme de simples organisations politiques secrètes, comme des conjurations de certains hommes de la ploutocratie ou de la maçonnerie, lesquels, en dehors de leur art de se masquer et d&#8217;agir indirectement, seraient, au fond, des hommes comme tous les autres. Tout cela est trop peu. Les fils du plan de subversion mondiale remontent beaucoup plus haut &#8211; ils nous renvoient effectivement à l&#8217;&#8221;occulte&#8221; au sens propre et traditionnel: à savoir des forces supra-individuelles et non humaines, dont de nombreuses personnalités, tant de la scène que des coulisses, ne sont souvent que les instruments. Faire des confusions de ce genre, et par conséquent s&#8217;arrêter à une conception superficielle et &#8220;humaniste&#8221; de l&#8217;histoire, sous l&#8217;effet de préjugés concernant l&#8217;&#8221;occulte&#8221; véritable, signifie notamment se priver de la possibilité de comprendre à fond des problèmes d&#8217;une importance essentielle dans la lutte contre la subversion mondiale» (10).</p>
<p><em><strong>«Il n&#8217;y a pas de déterminisme absolu»</strong></em></p>
<p>En dépit donc de quelques graves «chutes de niveau», qui obligent à poser un regard très critique sur certains aspects de la doctrine évolienne de la race, il n&#8217;en est pas moins vrai que celle-ci est sous-tendue par un fil conducteur d&#8217;une indiscutable dignité intellectuelle, qui peut être rapprochée de l&#8217;attitude de <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/rene-guenon/">Guénon</a></span>. Celui-ci, certes plus détaché qu&#8217;Evola, s&#8217;accordait cependant avec lui pour souligner que l&#8217;obsession de vouloir toujours personnifier, dans les Juifs ou d&#8217;autres agents physiquement identifiables, les forces de l&#8217;Antitradition, révélait combien la superstition de la «méthode historique», fondée sur des documents «concrets», seuls réputés crédibles, était également répandue dans les milieux antisémites (cf. la recension, par <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/rene-guenon/">Guénon</a></span>, de <em>I Protocolli dei Savi Anziani di Sion</em>, version italienne avec introduction de J. Evola, dans la revue <em>Etudes traditionnelles</em>, janvier 1938).</p>
<p><a href="://www.amazon.fr/gp/product/2825109762/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=centrostudila-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=1642&amp;creative=19458&amp;creativeASIN=2825109762" rel="nofollow" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-8378" style="margin: 10px;" title="julius-evola-collectif" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/julius-evola-collectif.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>Mais pour bien comprendre la pensée évolienne à ce sujet, il faut mettre en évidence un point important: on a vu qu&#8217;en matière d&#8217;«hérédité raciale», Evola insiste sur la responsabilité active de l&#8217;individu par rapport à cette hérédité, qui doit être assumée et, en cas de contradictions internes, développée de manière sélective. Il faut faire affleurer les meilleurs éléments, sous l&#8217;angle spirituel et psychologique, tout en adhérant au filon central de l&#8217;hérédité propre. Or, il semblerait que cet impératif disparaisse dans le cas des Juifs, qui agiraient dans l&#8217;histoire, du moins postérieurement à leur crise spirituelle entamée avec le prophétisme, dans un état d&#8217;inconscience médiumnique. Bien que singulière, cette exception au sein de la vision évolienne globale ne se ramène pas pour nous à une simple contradiction interne. Naturellement, on entre ici dans le domaine des hypothèses sur le contenu implicite des thèses d&#8217;Evola. Celui-ci a souligné qu&#8217;un peuple d&#8217;origine nordique, les Philistins, est entré dans la composition du peuple juif: détail qui paraît insignifiant, mais qui ne l&#8217;est pas si l&#8217;on considère que, pour Evola, les différents filons héréditaires sont ineffaçables, spécialement sur le plan spirituel et psychologique. Si l&#8217;on ajoute à cela l&#8217;impératif du choix de l&#8217;hérédité dans le mélange d&#8217;atavismes que la plupart des hommes modernes portent en eux, il semble bien que le penseur italien accorde au peuple juif une possibilité de «rachat». Il faut en effet le redire: il n&#8217;y a pas, pour Evola, de déterminisme absolu. Et en faisant collaborer le poète juif Karl Wolfskehl, qui avait appartenu au cercle de Stefan George, à sa page culturelle <em>Diorama filosofico</em>, Evola démontra concrètement l&#8217;existence, à ses yeux, de cette possibilité de «rachat».</p>
<p>La «dé-responsabilisation» joue donc ici un double rôle : d&#8217;une part, en accord avec une cosmohistoire réellement métaphysique, le niveau des responsabilités est situé en profondeur, sur un plan non humain, étant donné l&#8217;ampleur du phénomène de subversion antitraditionnelle; de l&#8217;autre, les Juifs font figure, en dernière analyse, de «victimes» plus que de «bourreaux», par opposition au discours antisémite fantasmatique, qui les a criminalisés en tant que tels dès les origines les plus reculées.</p>
<p>A ceux qui ont connu les démoniaques persécutions nazies, la position évolienne pourra sans doute apparaître comme également dangereuse et inacceptable. Si l&#8217;on tient compte du contexte culturel et historique de l&#8217;époque, cette position n&#8217;en mérite pas moins une considération bien supérieure à celle qu&#8217;on doit réserver aux autres conceptions racistes. Nous disons cela, en considérant non seulement le désintéressement profond et la transparence de l&#8217;œuvre évolienne qui, comme nous le verrons plus loin, resta isolée et souvent opposée à celles des autres racistes, mais aussi certains aspects proposi-tionnels de la pensée d&#8217;Evola, qui valent au-delà de tout contexte racial, discriminatoire ou hiérarchique, et qui ont pour seul objectif la réappropriation et la défense des identités ethnoculturelles.</p>
<p>Le cadre de l&#8217;anthropologie aristocratique formulée par le penseur traditionaliste ayant ainsi été précisé, voyons à présent quelles furent les relations d&#8217;Evola avec les autres courants racistes ou simplement antisémites de son temps: les païens «mystiques», les biologistes et les catholiques. A l&#8217;égard des premiers, Evola formula dès la seconde moitié des années trente de sérieuses réserves dans plusieurs articles bien documentés publiés, non seulement dans des publications que nous avons déjà citées, comme <em>Vita Nova</em> et <em>Bilychnis</em>, mais aussi dans d&#8217;autres revues comme <em>La Vita italiana</em> ou <em>Bibliografia fascista</em>. Comme on le sait, le mouvement païen à nuance mystique se développa au sein du national-socialisme principalement autour d&#8217;Alfred Rosenberg, auteur du très fantaisiste <em>Mythe du XXe siècle</em> (11). Les critiques formulées par Evola au sujet des idées de ce groupe sont, pour l&#8217;essentiel, au nombre de trois et visent à démasquer le fond moderniste implicite qui caractérise ce néopaganisme. Parmi les aspects les plus contradictoires de ce courant, Evola dénonce en premier lieu le nationalisme jacobin, niveleur et totalitaire, préconisé par Rosenberg et son entourage, puis son immanentisme naturaliste, aussi nébuleux qu&#8217;ambigu, et enfin son rationalisme scientiste. Dans un certain sens, le racisme néopaïen du national-socialisme a constitué une sorte d&#8217;avatar du totémisme propre à l&#8217;Europe du XXème siècle, une sorte de redéfinition «moderne» de ce totémisme sous la forme d&#8217;un «matérialisme divinisé». Ici, le rôle central revient au mythe du sang, entité apparemment biologique mais qui exprime en fait une trouble réalité mystico-collectiviste — d&#8217;où précisément la référence évolienne au totémisme. Dans ce racisme, écrit Evola, «nous avons une émergence du substrat prépersonnel, indifférencié, d&#8217;une souche qui, en tant qu&#8217;âme de la race, acquiert une auréole mystique, s&#8217;arroge un droit souverain et ne reconnaît de valeur à l&#8217;esprit, à l&#8217;intellectualité et à la culture, que dans la mesure où ceux-ci peuvent être transformés en instruments au service d&#8217;une entité politique temporelle» (12).</p>
<p><em><strong>L&#8217;involution du néopaganisme</strong></em></p>
<p>Dans cette conception néopaïenne, la personnalité se trouve dissoute, puisque toutes les capacités individuelles, même celles qui sont qualitativement supérieures, sont systématiquement rapportées à la race, entendue comme entité collective d&#8217;inspiration mystique. La personnalité devient ainsi un simple réceptacle, passif et subordonné — en fait un fantôme ou une marionnette. Pour Evola, une telle perspective était évidemment inadmissible. Aussi sa critique de l&#8217;irrationalisme et de l&#8217;instrumentalisation d&#8217;une telle idéologie raciste resta-t-elle toujours absolue, même à l&#8217;époque de l&#8217;Axe Rome-Berlin, sans la moindre hésitation, ambiguïté ni considération de contingence ou d&#8217;opportunité politique. En fait, pour le penseur italien, le racisme mystique allemand se borne à reprendre l&#8217;antique conception du monde et du sacré propre aux peuples européens préchrétiens en restant dans l&#8217;optique des déformations que lui fit subir l&#8217;apologétique chrétienne, laquelle créa précisément le terme péjoratif de «paganisme» et chercha à anéantir les <a title="religions" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione/">religions</a> auxquelles elle s&#8217;opposait en les dénigrant et en les confondant les unes avec les autres. Ainsi, le néopaganisme germanique est-il devenu une caricature des anciennes conceptions spirituelles, solaires et ouraniennes, propres au type <a title="indo-européen" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/indoeuropei/">indo-européen</a>, véhiculant, outre diverses superstitions «modernes», certaines déviations typiques de l&#8217;âme allemande (fatalisme profond, vitalisme, <em>pathos</em> romantique) qui, aux yeux d&#8217;Evola, témoignent d&#8217;un dangereux état d&#8217;involution. Typique à cet égard est le propos d&#8217;Ernst Bergmann, l&#8217;un des «théoriciens» de ce courant, lorsqu&#8217;il affirme que «la croyance en un monde supra-sensible, en un monde situé au-delà du sensible, relève de la schizophrénie, car seul le schizophrène voit double» (13). Mais ce néopaganisme altère aussi gravement la conception du droit, laquelle se dégrade pour devenir «un mélange de jusnaturalisme, de protestantisme et d&#8217;optimisme primitiviste. En son centre se trouve l&#8217;idée qu&#8217;une race est déjà à l&#8217;état de nature plus ou moins supra-naturelle, c&#8217;est-à-dire qu&#8217;elle inspire à tous ses membres, avec la spontanéité d&#8217;une sorte d&#8217;instinct animal, une perception directe et bien assurée d&#8217;un ordre de valeurs donné (&#8230;) La théorie des lumières naturelles de Rousseau rejoint donc ici la théorie luthérienne de l&#8217;expérience directe du divin pour annoncer comme un augure la vertu miraculeuse du sang pure» (14). Evola souligne également la «dépréciation raciste de l&#8217;idée d&#8217;Etat et de la valeur éthique et juridique de celui-ci, dépréciation qui découle d&#8217;ailleurs logiquement des prémices optimistes et naturalistes de la théorie, car la fonction d&#8217;organisation, d&#8217;éducation et de domination par le haut qui caractérise l&#8217;Etat ne peut être que plus ou moins rejetée dans un contexte où le peuple ou la race est posé comme un tout doté de rationalité et capable par lui-même d&#8217;une perception directe des valeurs éthiques et sociales» (15). Evola voit là comme un croisement, sur le plan politique, du racisme et du socialisme, qui ne peut qu&#8217;aboutir à un impérialisme pangermaniste de tendance collectiviste.</p>
<p><a href="http://www.amazon.fr/gp/product/2825111252/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=centrostudila-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=1642&amp;creative=19458&amp;creativeASIN=2825111252" rel="nofollow" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-8379" style="margin: 10px;" title="julius-evola-lippi" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/julius-evola-lippi.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>Evola n&#8217;épargne donc presque aucun aspect des théories néopaïennes, dont il critique d&#8217;ailleurs aussi les «grands précurseurs», comme Gobineau, Woltmann, Chamberlain ou Lapouge, en faisant apparaître le caractère inconsistant de leur critique de l&#8217;universalisme chrétien, critique fondée sur une confusion entre l&#8217;idée d&#8217;unité et celle d&#8217;uniformité, et en dénonçant l&#8217;absurdité d&#8217;un antichristianisme alimenté par des mythes progressistes (Renaissance, science, technologie) présentés avec exaltation comme autant d&#8217;expressions de l&#8217;«âme aryenne». De nombreux milieux nazis manifestèrent de leur côté la même aversion pour Evola, qu&#8217;ils regardèrent avec méfiance et dont ils boycottèrent l&#8217;influence culturelle en Allemagne, en voyant en lui un personnage obnubilé par des préjugés féodaux et réactionnaires bien éloignés du national-socialisme et du fascisme (16), ou bien encore un catholique, hostile à la théorie de l&#8217;évolution, dont la pensée était la preuve même de l&#8217;«infériorité» du niveau spirituel italien (17). Ceux qui, encore aujourd&#8217;hui, s&#8217;obstinent à rejeter Evola dans l&#8217;abîme des idéologies nationalistes totalitaires des années trente seraient bien inspirés de tenir compte de ces sévères condamnations émanant justement de représentants qualifiés desdites idéologies.</p>
<p>Evola a pareillement entretenu des rapports fort polémiques avec les tenants du racisme biologique, c&#8217;est-à-dire avec les scientifiques pour qui les races n&#8217;étaient qu&#8217;une affaire de gènes et de chromosomes. Dans ce cas, il ne s&#8217;agissait d&#8217;ailleurs pas seulement des auteurs allemands (Lenz, Fisher, etc.), mais aussi de chercheurs italiens, comme par exemple Guido Landra et Lidio Cipriani, qui avaient alors le soutien de personnages comme Giorgio Almirante — le futur secrétaire du Mouvement social italien (MSI) — ou comme Giulio Cogni, dont les «idées», mélange de racisme dur et d&#8217;idéalisme gentilien très caractéristique des confusions de l&#8217;époque, avaient été également critiquées par Evola (18). Dans ces «penseurs», Evola voit avant tout des matérialistes réductionnistes, enivrés par le mythe de la science et abreuvés de positivisme, et par conséquent incapables de comprendre correctement le rapport de «cause» à «effet» existant entre les différents éléments qui interviennent au niveau de la «race».</p>
<p>Pour sa part, Evola affirme avec force qu&#8217;on ne peut faire dériver le supérieur de l&#8217;inférieur, c&#8217;est-à-dire, en l&#8217;occurrence, expliquer les qualités spirituelles par le patrimoine génétique. Or, c&#8217;est de la science que se réclament les racistes «purs», qui ne supportent pas les remarques de ceux pour la biologie ne peut pas expliquer la totalité des faits humains: «Pour couper court aux critiques qui leur sont adressées d&#8217;un point de vue philosophique et spirituel, ils se retranchent avec arrogance dans le domaine de la science et des faits confirmés, alors même qu&#8217;ils ne retiennent que ce qu&#8217;ils veulent de cette science et ne considèrent, parmi les faits positifs, que ceux qui s&#8217;accordent avec leurs idées plus ou moins préconçues, substituant ainsi leurs propres mots d&#8217;ordre à ceux que pourrait leur suggérer la prudence scientifique» (19). «Les partisans du racisme scientifique, écrit encore Evola, voudraient que les lois de l&#8217;hérédité aient chez l&#8217;homme un caractère déterministe absolu et, en même temps, ils admettent des promesses qui en constituent l&#8217;exacte contradiction» (20) sans d&#8217;ailleurs même s&#8217;en rendre compte, étant donné leur tendance à une approche a priori des données expérimentales. Les «promesses» dont parle ici Evola sont notamment les mutations du patrimoine génétique, événements imprévisibles susceptibles d&#8217;affecter considérablement le phénotype individuel et de se transmettre par l&#8217;hérédité. La «contradiction», pour Evola, réside dans le fait que de telles mutations pourraient être parfois provoquées par des facteurs autres que ceux d&#8217;ordre physico-matériel, éventualité qui apparaît alors en nette opposition à tout schéma déterministe et mécaniciste fondé sur un casualisme linéaire et unidimensionnel. Certains souriront sans doute ici, jugeant l&#8217;hypothèse évolienne plutôt naïve et relevant même du miracle. Pourtant, il nous paraît difficile de nier la cohérence de cette hypothèse par rapport à un discours de type «traditionnel», dont les fondements ne sont certainement pas moins valables ni logiques que ceux qui sont à la base du discours scientiste. Dans le domaine des pures hypothèses, aucune de celles-ci ne peut d&#8217;ailleurs être écartée. Mais en fait, Evola n&#8217;avait pas tant l&#8217;intention de rejeter les apports de la recherche scientifique que de tenter de les insérer dans un cadre plus vaste. Pour lui, les lois de Mendel, l&#8217;anthropologie physique, la génétique sont insuffisantes pour traiter la question des races, laquelle doit avant tout relever d&#8217;une approche éthique et spirituelle afin de ne pas se réduire à une théorie de type zoologique. La biologie doit donc être mise au service de finalités et de projets de grande ampleur qui la dépassent, malgré les limitations que lui imposent, à quelques exceptions près, d&#8217;inspiration orga-niciste et aristotélicienne (Driesch, Dacqué, etc.), le préjugé évolutionniste et le mécanicisme physica-liste. Lors de la polémique qui l&#8217;a opposé de façon plus ou moins directe à Guido Landra et ses semblables, Evola écrivait: «L&#8217;esprit, pour nous, ne signifie ni divagation philosophique, ni théosophie, ni évasion mystique ou dévote, mais simplement ce qu&#8217;en d&#8217;autres époques toute personne bien née a toujours compris en parlant de race, c&#8217;est-à-dire la droiture, l&#8217;unité intérieure, le caractère, la dignité, la virilité, la sensibilité immédiate et directe vis-à-vis des valeurs qui sont à la base de toute grandeur humaine et qui dominent en le dépassant le plan de toute réalité contingente et matérielle. Quant à la race qui n&#8217;est en fait qu&#8217;une construction scientiste, une figure de musée anthropologique, nous l&#8217;abandonnons à cette partie de la bourgeoisie pseudointellectuelle qui est encore l&#8217;esclave des idoles positivistes du XIXe siècle» (21).</p>
<p>Aux critiques d&#8217;Evola, Guido Landra répondit par un article dont le ton oscillait entre le <em>pathos</em>, la surprise et l&#8217;indignation, et dans lequel il reprochait au théoricien du «racisme tripartite» de s&#8217;attaquer injustement aux «pauvres racistes de la première heure», coupables de soutenir des idées trop orthodoxes (22). Landra qualifiait de «puérile» et de ne méritant que la risée la critique dirigée par Evola contre les théories biologistes. Après quoi il contre-attaquait en affirmant que «des biologistes ne peuvent que rester perplexes quand ils entendent parler de races du corps, de l&#8217;âme et de l&#8217;esprit, qui se manifesteraient indépendamment les unes des autres». Et de conclure: «Si pour les spiritualistes les termes de biologisme et de scientisme ont une signification péjorative, nous leur répondrons que ce sera désormais pour nous un grand honneur d&#8217;être qualifiés de racistes biologistes et de scientistes». C&#8217;était évidemment un dialogue de sourds. Evola, toutefois, ne chercha nullement à se dérober et répondit à Landra par un autre article, dans lequel il l&#8217;accusait à nouveau de simplisme et de réductionnisme, erreurs découlant selon lui d&#8217;une mentalité de laboratoire ou d&#8217;éleveur appliquée à l&#8217;homme, y compris pour ce qui concerne les aspects les plus importants de son existence en communauté, comme par exemple le problème de la sélection des aristocraties (23).</p>
<p>Cette polémique publique entre les partisans de l&#8217;une et l&#8217;autre conception &#8211; au cours de laquelle Almirante intervint en faveur de Landra (24) -s&#8217;acheva par le constat réciproque d&#8217;une incompatibilité s&#8217;étendant jusqu&#8217;à la terminologie, qui avait déjà contraint Evola à interrompre depuis plusieurs mois sa collaboration à la revue <em>La difesa della razza</em>. Il est intéressant, à ce propos, de noter que ce n&#8217;est pas seulement Landra, mais bien d&#8217;autres «intellectuels» fascistes orthodoxes qui, à cette occasion, manifestèrent leur hostilité au «racisme tripartite» d&#8217;orientation traditionnelle. Parmi ces tenant d&#8217;un racisme «pur et dur», on trouve notamment Ugoberto Alfassio Grimaldi, qui deviendra communiste après la guerre et qui n&#8217;hésitait pas alors à déclarer que «le racisme de Julius Evola aboutit, après bien des efforts en sens contraire, à une forme singulière d&#8217;antiracisme» (25) — une erreur assurément singulière pour un auteur exposé dans l&#8217;Italie antifasciste à une accusation exactement inverse! Evola répondit d&#8217;ailleurs de façon précise et très argumentée à Alfassio Grimaldi (26).</p>
<p><em><strong>Elucider le sens et le contenu des concepts</strong></em></p>
<p>Pour finir, nous mentionnerons encore une critique de fond formulée par le penseur traditionaliste à l&#8217;encontre de tout l&#8217;édifice théorique du «racisme» fasciste officiel, critique qui s&#8217;en prenait cette fois à la notion absurde d&#8217;une fantomatique «race italienne». En effet, remarquait Evola, «une nation uniquement composée d&#8217;éléments purs d&#8217;une seule race», cela n&#8217;existe pas: «Différentes races sont présentes dans toutes les nations existantes aujourd&#8217;hui (&#8230;) Il faut considérer les nations en tant qu&#8217;entités mixtes, en tant que lieux d&#8217;interférence de plusieurs races, non seulement du corps mais aussi de l&#8217;esprit, races qui se révèlent dans la diversité des flux culturels et civilisationnels intervenus au cours de leur formation» (27). L&#8217;identification du peuple et de la race, théorisée notamment par Giacomo Acerbo, n&#8217;est donc pour Evola qu&#8217;un nouvel avatar des vieilles idées historicistes du XIXe siècle, qui voient dans la nation une structure unitaire au lieu de la comprendre, de façon plus réaliste, comme un ensemble composite, réalisé au cours de l&#8217;histoire, de mouvements autonomes et souvent contradictoires au sein desquels on peut seulement discerner, en faisant une rigoureuse sélection des hérédités, des traditions profondes.</p>
<p>Dans cette bataille visant à élucider, non seulement le sens des concepts, mais également leur contenu, Evola ne s&#8217;en savait pas moins extrêmement isolé, puisqu&#8217;il pouvait constater que les catholiques eux-mêmes étaient d&#8217;ardents partisans de l&#8217;identité de la race et de la nation, pour des raisons d&#8217;ordre pratique d&#8217;ailleurs différentes de celles des autres défenseurs de cette théorie fantaisiste. Si l&#8217;on considère l&#8217;influence culturelle que le christianisme pouvait encore exercer il y a un demi-siècle en Italie, on peut alors imaginer l&#8217;inégalité de la lutte entreprise par Evola. Nous en arrivons là au dernier aspect dont nous voulions traiter, c&#8217;est-à-dire aux rapports entretenus par Evola avec le monde culturel catholique, lequel — même si son thème le plus cher était en fait l&#8217;antisémitisme — intervint maintes fois, et sous différentes formes, dans le débat sur le «racisme». On redira ici ce que l&#8217;on a déjà précisé plus haut, à savoir qu&#8217;Evola, contrairement aux catholiques ennemis du peuple d&#8217;Israël, refusa toujours la théorie infantile du «complot juif» et qu&#8217;il n&#8217;attribuait pas non plus aux Juifs de responsabilité directe dans le processus de subversion mondiale. De même, on ne trouve pas dans ses textes de trace de l&#8217;accusation de «déicide» classiquement lancée contre les Juifs dans les milieux «religieux», thématique qui lui a toujours paru totalement dénuée d&#8217;importance et d&#8217;intérêt. (Une lecture parallèle de deux différentes introductions aux <em>Protocoles des Sages de Sion</em>, l&#8217;une de l&#8217;antisémite chrétien Nilus, l&#8217;autre d&#8217;Evola, est à cet égard révélatrice). Le «racisme de l&#8217;esprit», enfin, ne pouvait que poser de nombreux problèmes théologiques aux catholiques. Et quant à la pratique, les différences n&#8217;étaient pas moins profondes. Pour les antisémites chrétiens, qui voient dans la Synagogue le centre d&#8217;un «complot» antichrétien, les Juifs doivent être combattus s&#8217;ils restent fidèles à leur <a title="religion" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione/">religion</a>, mais en revanche, s&#8217;ils se convertissent à la «vraie foi», il n&#8217;y a plus de raison de les persécuter ou de leur faire subir la moindre discrimination. Or, pour Evola, ce sont au contraire les Juifs qui continuent de se rattacher à leur tradition primordiale la plus pure qui cessent de représenter un élément négatif et de désagrégation. Ainsi peut-on concrètement opposer, d&#8217;un côté la façon dont Julius Evola propose au peuple juif de se réenraciner dans sa dimension la plus sacrale et la plus authentique, c&#8217;est-à-dire dans sa dimension originelle, et de l&#8217;autre les antisémites nazis, partisans d&#8217;un anéantissement physique du peuple juif, aussi bien que les catholiques, partisans de sa conversion, soit deux formes différentes mais comparables, et auxquelles Evola resta toujours étranger, de déracinement et de destruction d&#8217;une même réalité ethnoculturelle.</p>
<p>Dans la grande solitude qui fut la sienne, Evola resta finalement, comme l&#8217;a bien noté l&#8217;historien antifasciste <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/renzo-de-felice" target="_blank">Renzo De Felice</a></span>, parmi «ceux qui, s&#8217;étant engagés dans la voie qui leur était propre, surent la parcourir avec dignité et même avec sérieux, contrairement à beaucoup d&#8217;autres, qui choisirent celle du mensonge, de l&#8217;insulte ou de l&#8217;obscurcissement total de toute valeur culturelle et morale» (28). Quant à sa problématique anthropologique aristocratique, elle demeure une tentative complexe et audacieuse pour faire réapparaître et pour réactiver une dimension spirituelle liée à la personnalité, dimension enracinée dans un passé perçu, non comme accumulation de fragments historiques dépassés par le devenir, mais comme témoin d&#8217;archétypes éternels — presque une réminiscence platonicienne du meilleur héritage spirituel.</p>
<p>* * *</p>
<p>Article paru dans la revue <em>Nouvelle Ecole</em>, n°47 <em>Tradition </em>(1995) p. 43-57.</p>
<p><strong>Note</strong></p>
<p>(1) Trad. fr.: <em>Le &#8220;mythe&#8221; du nouveau nationalisme allemand</em>, in Julius Evola, <a title="Essais politiques" href="http://www.amazon.fr/gp/product/2867140463/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=centrostudila-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=1642&amp;creative=19458&amp;creativeASIN=2867140463" target="_blank"><em>Essais politiques</em></a>, Pardès, Puiseaux 1988, pp. 255-264 (N. du T.).<br />
(2) Trad. fr.: <em>Eléments pour une éducation raciale</em>, Pardès, Puiseaux 1988 (N. du T.).<br />
(3) Elemire Zolla, <em>Le potenze dell&#8217;anima</em>, Bompiani, Milano 1968, pp. 46-47.<br />
(4) Cf. Emile Benveniste, <em><a title="Le vocabulaire des institutions indo-euroéennes" href="http://www.amazon.fr/gp/product/2707300500/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=centrostudila-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=1642&amp;creative=19458&amp;creativeASIN=2707300500" target="_blank">Le vocabulaire des institutions indo-européennes, vol. 1: Economie, parenté, société</a>,</em> Minuit, 1969, pp. 369 ff.<br />
(5) <em>Geschlecht und Charakter</em>, Wien 1903; trad. fr.: <a title="Sexe et caractère" href="http://www.amazon.fr/gp/product/B0000E7PXU/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=centrostudila-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=1642&amp;creative=19458&amp;creativeASIN=B0000E7PXU" target="_blank"><em>Sexe et caractère</em></a>, L&#8217;Age d&#8217;homme, Lausanne 1975, pp. 246-247 (souligné par l&#8217;auteur).<br />
(6) <em>Ibid</em>., p. 248 (souligné par l&#8217;auteur).<br />
(7) «Infero» dans le texte. Cet adjectif, qui dérive du latin inferus, n&#8217;a pas d&#8217;équivalent exact en français: «infernal» est une traduction approximative, et «inférieur» le serait aussi. La racine d&#8217;<em>infero</em> indique la disposition basse et enterrée de certains lieux; son sens dérivé renvoie à des réalités (personnes, pensées, impulsions, actions) obscures, troubles, insidieuses, néfastes. Le lecteur voudra bien se souvenir de cette ambiguïté sémantique, qui a ici son importance (N. du T.).<br />
(8) Cf. Julius Evola, <em>La civiltà occidentale e l&#8217;intelligenza ebraica</em>, in A. Luchini, J. Evola, P. Pellicano et G. Preziosi, <em>Gli Ebrei hanno voluto questa guerra</em>, La Vita italiana, Roma 1942, p. 19.<br />
(9) <em>Introduzione ai Protocolli</em>, in Claudio Mutti (éd.), <em>Ebraicità ed ebraismo</em>, Ed. di Ar, Padova 1976, p. 56.<br />
(10) <em>Ebraismo ed occultismo</em>, in <em>La Vita italiana</em>, XXVIII, 331, octobre 1940; texte repris dans <a title="Claudio Mutti" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/claudio-mutti/" target="_blank">Claudio Mutti</a> (éd.), <em>op. cit.</em>, p. 203.<br />
(11) Cf. Alfred Rosenberg, <em>Il Mito del XX secolo</em>, Alkaest, Genoa 1981 ; trad. fr.: <em>Le Mythe du XXe siècle. Bilan des combats culturels et spirituels de notre temps</em>, Avalon, 1986.<br />
(12) <em>Osservazioni critiche sul &#8220;razzismo&#8221; nazionalsocialista</em>, in <em>La Vita italiana</em>, XXI, 248, novembre 1933.<br />
(13) Cité par Evola, <em>Sintesi di dottrina della razza</em>, op. cit., p. 204.<br />
(14) Julius Evola, <em>Il mito del sangue</em>, Hoepli, Milano 1937, p. 222<br />
(15) <em>Ibid.</em>, p. 227.<br />
(16) Cf. les documents cités par N. Cospito, <em>Julius Evola e il nazionalsocialismo</em>, in <em>Intervento</em>, 80-81, janvier-juillet 1987.<br />
(17) Cf. N. Cospiro et H.W. Neulen (éd.), <em>Julius Evola nei documenti segreti del Terzo Reich</em>, Europa, Roma 1986, pp. 130-131.<br />
(18) Cf. Julius Evola, <em>Un razzista italiano</em>, in <em>Bibliografia fascista</em>, XI, II, novembre 1937. De Giulio Cogni, on peut citer les pamphlets <em>Il razzismo</em>, Bocca, Milano 1937, et <em>I valori della stirpe italiana</em>, De Bocca, Milano 1937.<br />
(19) <em>Il mito del sangue</em>, op. cit., p. 102.<br />
(20) <em>Sintesi di dottrina della razza</em>, op. cit., p. 77.<br />
(21) <em>L&#8217;equivoco del razzismo scientifico</em>, in <em>La Vita Italiana</em>, XXX, 354, septembre 1942.<br />
(22) Guido Landra, <em>Razzismo biologico e scientismo</em>, in <em>La Difesa della razza</em>, VI, 1, 5 février 1942.<br />
(23) <em>Scienza, razza e scientismo</em>, in <em>La Vita Italiana</em>, XXX, 357, décembre 1942.<br />
(24) Giorgio Almirante, <em>&#8220;Chè la diritta via era smarrita&#8230;&#8221;,</em> in <em>La Difesa della razza</em>, V, 13, 5 mai 1942.<br />
(25) U. Alfassio Grimaldi, recension de <em>Sintesi di dottrina della razza</em>, in <em>Civiltà fascista</em>, IX, 4, février 1942. Du même auteur, cf. aussi <em>Razza e nazione</em>, in <em>Civiltà fascista</em>, X, 4, février 1943.<br />
(26) <em>Spunti di polemica razziale</em>, in <em>La Vita italiana</em>, XXX, 351, juin 1942.<br />
(27) <em>Sui rapporti tra razza e nazione e sulla storia patria</em>, in <em>La Vita italiana</em>, XXIX, 339, juin 1941.<br />
(28) <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/renzo-de-felice" target="_blank">Renzo De Felice</a></span>, <em>Storia degli Ebrei italiani sotto il fascismo</em>, Mondadori, Milano 1977, p. 470.</p>
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<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/julius-evola-des-theories-de-la-race-a-la-recherche-dune-anthropologie-aristocratique.html' addthis:title='Julius Evola, des théories de la race à la recherche d&#8217;une anthropologie aristocratique ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>El sexo en la Cabala y en los Misterios de Eleusis</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Sep 2011 09:10:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Julius Evola</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Técnicas empleadas para obtener una ruptura de nivel extático, místico o iniciático, por medio de la unión sexual real del hombre y la mujer, simplemente como tal o gracias a un régimen especial de unión sexual.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/el-sexo-en-la-cabala-y-en-los-misterios-de-eleusis.html' addthis:title='El sexo en la Cabala y en los Misterios de Eleusis '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/evola48x48.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Julius Evola" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/buddha.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Religione" /><br/><p style="text-align: justify;">Nos queda por examinar el dominio de las técnicas empleadas intencionadamente para obtener una ruptura de nivel extático, místico o iniciático, por medio de la unión sexual real del hombre y la mujer, simplemente como tal o gracias a un régimen especial de unión sexual. Además, indicaremos brevemente algunas posibles aplicaciones de magia &#8220;operativa&#8221; que, en ciertos medios, han sido consideradas más o menos dentro del mismo encadena­miento de ideas.</p>
<p style="text-align: justify;">Este dominio se diferencia del ya tratado de la sacralización y de las uniones rituales porque, en él, el acento cae menos sobre la realización de <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">símbolos</a> y de analogías cósmicas, que sobre la experiencia pura. Y no es que una cosa excluya a la otra; por el contrario, veremos que el régimen de las evocaciones y de las tran­substanciaciones constituye a menudo la premisa rigurosa de las técnicas de que se trata. Pero, en esencia, el fin es diferente; no es cuestión de la sacralización y la participación en el sacrum, que puede efectuarse incluso en cuadros generales institucionales y culturales, sino que es un hecho absoluto de la experiencia indi­vidual, mediante el cual, como en el Yoga, se puede producir un &#8220;descondicionamiento&#8221; del Yo. Aquí, en este dominio, se encara, asume y activa directamente y se impulsa al extremo todo lo que, como fenómeno de trascendencia parcial o tendencial, hemos visto ya que existe en el mismo amor sexual profano. En cuanto a la documentación, por lo que se sabe de las tradiciones secretas de numerosas civilizaciones, se puede añadir lo que encierran de más serio y más digno de fe algunos escritos procedentes de medios en los cuales parecen haberse continuado, hasta nuestros días, conocimientos y prácticas del mismo tipo.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.amazon.es/gp/product/8497160681/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=cestlaru01-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3626&amp;creative=24822&amp;creativeASIN=8497160681" rel="nofollow" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-8238" style="margin: 10px;" title="metafisica-del-sexo" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/metafisica-del-sexo.jpg" alt="" width="240" height="240" /></a>A título de introducción, ofrecemos algunas ideas que, en el esoterismo hebraico y, sobre todo, en el Chasidismo, se aproxi­man ya a este dominio. En el <em>Zohar</em> (I, 55 b) se puede leer: &#8220;El Santo —bendito sea— no elige domicilio allí donde el macho y la hembra no están unidos&#8221;. Una sentencia talmúdica reza: &#8220;Tres cosas contienen en sí un poco del más allá: el sol, el Sabbat y la unión sexual&#8221; (1). Y aún en el <em>Zohar</em> (III, 81 a) se lee: &#8220;El Rey [Dios] busca solamente lo que le es apropiado. Esto es por lo que el Santo —bendito sea— reside en quien [como él] es uno. ¿Y cuándo el hombre es llamado uno? Cuando hombre y mujer están unidos sexualmente (<em>siwurga</em>)&#8230; ¡Ven y mira! En el momento en que el ser humano como macho y hembra se encuentra unido, vigilando que los pensamientos sean santos, él es perfecto y sin mancha y es llamado uno. El hombre debe pues hacer de suerte que la mujer goce en este instante en que ella forma con él una voluntad única, y los dos unidos deben portar el espíritu sobre esta cosa. Así nos ha sido enseñado: ’El que no ha tomado mujer es como si no fuera más que una mitad’ (<em>Jebamoth</em>, 83). Pero si el hombre y la mujer se unen, si se hacen uno en el cuerpo y en el alma, entonces el ser humano es llamado uno, y el Santo —bendito sea— toma domicilio en este uno y engendra para él un espíritu santo&#8221; (2).</p>
<p style="text-align: justify;">Sobre la base de estas ideas en que, como se ve, vuelve a surgir el motivo del andrógino, prácticas mágicas no han sido extrañas a determinadas corrientes secretas del kabalismo. Se puede relacionar con una de estas corrientes lo que ha llegado a nuestro conocimiento a través de la secta de los Sabattianos, en relación también con las doctrinas expuestas por Jacob Franck. En estos medios, se daba una interpretación esotérica a la &#8220;venida del Mesías&#8221;, considerándola, no como un hecho histórico y colec­tivo, sino como un <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">símbolo</a> para el despertar interior individual, por la iluminación que libera y que conduce más allá de la Ley. A esto se ha asociado el motivo específicamente sexual en la medida en que la fuerza mística del Mesías ha sido colocada en una mujer y se ha afirmado que el misterio del despertar y de la salvación se cumple por la unión sexual con una mujer. Franck enseñaba justamente: &#8220;Os digo que todos los hebreos se encuen­tran en un gran infortunio, porque esperan la venida del Salvador y no la de la Mujer&#8221;. Con una cierta interferencia con la doctrina de la <em>Shekinah</em>, esta mujer o Virgen termina por no ser más que una con el arquetipo femenino, con la Mujer una, presente en cada mujer y más allá de cada mujer, puesto que está dicho: &#8220;Ella tiene en su poder a muchas jóvenes, todas las cuales reciben de ella su fuerza, de suerte que, si ella las abandona, ellas no tienen ya ningún poder&#8221;. Para Franck, ella es &#8220;una puerta de Dios, por la cual se entra en Dios&#8221;, y añade: &#8220;Si fueseis dignos de tomar a esta Virgen, sobre la cual reposa toda la fuerza del mundo, esta­ríais también en disposición de cumplir la Obra; pero no sois dignos de tomarla&#8221;. Por obra, se entiende aquí la celebración de un misterio sexual, orgíaco, del cual se dice: &#8220;Por medio de esta Obra nos aproximamos a la cosa, que está toda desnuda y sin vestidos; esto es por lo que debemos conseguir cumplirla&#8221;. Quizá sea posible ver en esto una correspondencia con la &#8220;visión de Diana desnuda&#8221;, de la que ya hemos hablado; de todas formas, de la gracia otorgada por esta Virgen cabalística procederían poderes y revelaciones diferentes, según el &#8220;grado&#8221; de cada uno (3). Ideas similares deben de haber.tenido relación con una enseñan­za iniciática original (4) cuya divulgación acaba sin embargo por conducir a abusos y desviaciones. Así precisamente en el Sabba­tismo o, entre otras, la doctrina del &#8220;misterio mesiánico del des­pertar&#8221; y de la realización del Uno, parece haber dado lugar a orgías con fines místicos, que tenían por centro a una joven desnuda, adorada bajo diferentes formas aberrantes de sexuali­dad: orgías en las cuales se ha visto justamente una reviviscencia deformada de antiguos cultos de la Diosa, como el de Ishtar. De la misma manera que entre los Kaula tántricos y entre los &#8220;Her­manos del Libre Espíritu&#8221; medievales, en estas corrientes judías que hacen uso de la mujer y del sexo vuelve a surgir el tema de la mujer y de la impecabilidad del despertado, con referencia a la doctrina cabalística con relación a este principio del ser humano que no puede ser castigado, haga lo que haga, porque si lo fuera, &#8220;sería como si Dios se castigara a sí mismo&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-full wp-image-8281" style="margin: 10px;" title="demetra-e-persefone" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/demetra-e-persefone.jpeg" alt="" width="249" height="202" />En cuanto a la <a title="antiguedad" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/storia-antica/">antigüedad</a> clásica, conviene hacer notar que, en los Misterios más célebres de la época, es decir, en los Miste­rios de Eleusis, la unión sagrada, además de que tenía el valor general de las hierogamias simbólico-rituales, hacía alusión al misterio del renacimiento en un conjunto que, en el origen, comprendía verosímilmente la sexualidad como medio; y aquí el acento caía igualmente sobre el principio femenino, sobre la mujer divina. El tenor de los testimonios de varios autores cris­tianos, a este respecto, no podría atribuirse únicamente a un denigramiento o a escándalo de moralista. Clemente de Alejan­dría, Teodoro y Psellos se muestran de acuerdo en afirmar que, en estos Misterios, el órgano sexual femenino, llamado de una manera eufemística y mística <em>ateis ginekejos</em> era ofrecido a las miradas de los neófitos, como para indicar el instrumento necesa­rio para celebrar los misterios. Y Gregorio Nancianceno, refiriéndose a Deméter, diosa de estos Misterios, dice que se debe tener vergüenza &#8220;de exponer a la luz del día las ceremonias nocturnas de la iniciación y de hacer de las obscenidades un Misterio&#8221;; aporta también un verso en el cual Deméter es descrita <em>anasya­mene</em> (es decir, levantando sus vestidos para mostrar su sexo), a fin de &#8220;iniciar a sus amantes a estos ritos que hoy todavía se celebran simbólicamente&#8221; (5). Todo esto hace precisamente suponer que el sentido de la ceremonia simbólica del misterio, que es la única que quedó en primer plano en el período más reciente, fue el de recordar, más allá de las mismas hierogamias rituales, y de una unión sexual del sacerdote con la sacerdotisa (que pronto no fue más que simulada), el misterio de la resu­rrección que puede efectuarse por mediación del sexo y de la mujer; de ésta, en cuanto encarnación de la Diosa. Así, en Eleusis, tras el cumplimiento en la oscuridad del rito del matrimonio, se encendía una gran luz y el hierofante anunciaba con voz tonante: &#8220;La Gran Diosa ha puesto en el mundo al Hijo Sagrado, la Fuerte ha engendrado al Fuerte&#8221; —<em>ieron eteke potnia kouron Brimo Bri­mon</em>— y en el contexto de uno de los principales testimonios (6), la espiga mostrada en este momento a los epoptes como <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/" target="_blank">símbolo</a> del renacimiento iniciático sagrado, es puesto en relación íntima con el hombre primordial andrógino, con el arsenozélis y con su resurrección. El texto añade: &#8220;Augusta es en efecto la generación espiritual, celeste, de lo alto, y fuerte es el que ha sido engendra­do así&#8221;. Es pues posible que, bajo el signo del Misterio de la Gran Diosa, la <a title="antiguedad" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/storia-antica/" target="_blank">antigüedad</a> mediterránea haya conocido también la doctrina secreta de la iniciación sexual, y que lo que sabemos de los Misterios de Eleusis no haya sido más que su transposición sobre el plano cultural y espiritual, sin una puesta en práctica efectiva del sexo, con el empleo, por el contrario, de otras técni­cas iniciáticas y de los misterios que poco a poco habían de irse desnaturalizando hasta el punto de que, al fin, estos misterios se redujeran al equivalente de un culto religioso, abierto casi a todo el mundo.</p>
<p style="text-align: justify;">Para informaciones específicas sobre las técnicas sexuales, es preciso referirse al Oriente y, primero que a nada, al tantrismo en el segundo de los aspectos indicados con anterioridad, en el aspecto que se liga a la &#8220;Vía de la Mano Izquierda&#8221; y a lo que se ha llamado el &#8220;ritual secreto&#8221;. Como hemos dicho, este rituales reservado a aquellos cuya cualificación es &#8220;viril&#8221; o &#8220;heroica&#8221; (<em>vira</em>) más que espiritual, y que son <em>dvandvátitá</em>, es decir, cualificados para no tener en cuenta ninguna dualidad de contrarios, bien y mal, mérito y falta, ni de ninguna oposición análoga de valores humanos.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Notas</strong></p>
<p style="text-align: justify;">(1) B&#8217;rachoth, 57 b, en M. D. G. LANGER, <em>Die Erotik in der Kabbala</em>, Praga, 1923, pág. 30.</p>
<p style="text-align: justify;">(2) Sobre este último pasaje del <em>Zohar</em>, cf. LANGER, <em>Op. cit.</em>, pág. 23.</p>
<p style="text-align: justify;">(3) Sobre esto, cf. LANGER, págs. 30-44.</p>
<p style="text-align: justify;">(4) Por otra parte, parece que el cabalismo no ignoraba prácticas semejantes, a las del Yoga hindú, basadas sobre la fisiología mística o hiper­física; se piensa que en el cuerpo humano están presentes los <em>sephiroth</em>, es decir, los principios metafísicos estudiados por la Cabala, dispuesto como un árbol de tres columnas y, al igual que en el Yoga, se habla de dos corrientes laterales que hay que unir para hacer recorrer a la fuerza resul­tante la dirección axial; aquí también se considera la unión de los sephiroth correspondiente al principio masculino y al principio femenino, al Padre y a la Madre, al Esposo y a la Esposa, a la Derecha y a la Izquierda en la línea central que comprende los sephiroth llamados Kether (Corona), Tiphereth (Belleza), Jesod (Base) y Malkouth (Reino).</p>
<p style="text-align: justify;">(5) <em>Orat. IV contra Julian</em>., I, 115. Cf. PESTALOZZA, <em>Religione Mediterranea</em>, cit., págs. 217 sgg., 271, 300-301, 306.</p>
<p style="text-align: justify;">(6) HIPPOLYTE, <em>Philos</em>., V, I, 8.</p>
<p style="text-align: justify;"><a title="Metafisica del sexo" href="http://www.amazon.es/gp/product/8497160681/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=cestlaru01-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3626&amp;creative=24822&amp;creativeASIN=8497160681" target="_blank"><em>Metafísica del Sexo</em></a>, Capítulo VI: <em>El sexo en el dominio de las iniciaciones y de la magia</em>.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/el-sexo-en-la-cabala-y-en-los-misterios-de-eleusis.html' addthis:title='El sexo en la Cabala y en los Misterios de Eleusis ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Julius Evola e il Buddhismo</title>
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		<pubDate>Fri, 09 Sep 2011 11:01:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Monastra</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/julius-evola-e-il-buddhismo.html' addthis:title='Julius Evola e il Buddhismo '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/evola48x48.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Julius Evola" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/buddha.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Religione" /><br/><p style="text-align: justify;"><a href="http://www.amazon.it/gp/product/8827210881/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=cestlaru-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8827210881" rel="nofollow" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-8151" style="margin: 10px;" title="la-dottrina-del-risveglio" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/la-dottrina-del-risveglio.jpg" alt="" width="240" height="240" /></a>Il testo di Sandro Consolato, giovane docente di materie umanistiche, affronta con lucidità il complesso rapporto tra <a title="Evola" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/julius-evola/">Evola</a> e il buddhismo, sviscerandone i vari aspetti e mettendo, tra l&#8217;altro, in luce, il significato &#8220;funzionale&#8221; di questa dottrina in un&#8217;epoca di decadenza e di oscuramento dello spirito. Il suo libro è molto più che un commento de <a title="La dottrina del risveglio" href="http://www.amazon.it/gp/product/8827210881/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=cestlaru-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8827210881" target="_blank"><em>La Dottrina del risveglio</em></a>, ristampata anch&#8217;essa da poco, con un saggio introduttivo del noto indologo Jean Varenne (1). L&#8217;autore, pur condividendo molte tesi del tradizionalista italiano, rifugge da una lettura pedissequa, ripetitiva, e quindi evita ogni appiattimento. Piuttosto riesce a sviluppare un discorso molto ampio, coerente con le posizioni evoliane, ma tale da andare oltre, rendendole più convincenti e argomentate o, talora, anche criticandole: arricchimento e approfondimento forniscono così un utile apporto innovativo.</p>
<p style="text-align: justify;">Consolato affronta, in primo luogo, alcuni temi generali, propedeutici a una corretta lettura del testo di <a title="Evola" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/julius-evola/">Evola</a>, situando il buddhismo nel contesto storico, sia personale (nel caso della vita di Evola), sia collettivo (con riferimento al periodo in cui ci troviamo). La premessa è data dall&#8217;idea di Tradizione, presente, come osserva Consolato, sia in autori antichi (il neopitagorico Numenio d&#8217;Apamea), sia in studiosi rinascimentali (Marsilio Ficino, ad esempio, ma, seguendo Nasr, potremmo ricordare anche Agostino Steuco), sia ancora in moderni come <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/rene-guenon/">Guénon</a></span>, Coomaraswamy o <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/mircea-eliade/">Eliade</a></span>. Riguardo a quest&#8217;ultimo, vanno, però, evidenziati i limiti della sua, talora evanescente, concezione &#8220;dell&#8217;unicità delle verità spirituali&#8221;, pur riconoscendo il grande valore delle ricerche effettuate dallo studioso romeno. Vorremmo altresì puntualizzare che una concezione universale del sacro era in concreto presente già tra i popoli dell&#8217;<a title="antichità" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/storia-antica/">antichità</a>, tanto che frequentemente venivano poste in analogia le divinità adorate nell&#8217;ambito di culture differenti (Romani, Germani, <a title="Celti" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/celti/">Celti</a>, Greci, Egizi, Persiani, Indù).</p>
<blockquote><p>&#8220;Come il sole e la luna e il cielo e la terra e il mare sono di tutti, anche se prendono nomi diversi, così anche le <a title="religioni" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione/">religioni</a> e i modi di chiamare le divinità sono diversi da popolo a popolo a seconda delle singole tradizioni, e però tutti si riferiscono a una sola ragione prima, a quella che ha dato origine a questo mondo, e a una sola provvidenza che lo dirige, e a forze subalterne che hanno il compito di presiedere a tutte le altre&#8221;.</p></blockquote>
<p style="text-align: justify;">Così scriveva un grande iniziato ai Misteri, Plutarco, in <a title="Iside e Osiride" href="http://www.libriefilm.com/iside-e-osiride-e-dialoghi-delfici/9708" target="_blank"><em>Iside e Osiride</em></a> (2).</p>
<p style="text-align: justify;">Ci sembra che già questo dimostri la percezione immediata, per lo meno tra gli spiriti più illuminati, di una realtà oggettiva, trascendente e unitaria, che si proietta in ciascun popolo con forme specifiche, apparentemente diverse, se non addirittura contrastanti. Oggi il cosiddetto &#8220;tradizionalismo integrale&#8221; intende riaffermare, seppur con un&#8217;inevitabile connotazione &#8220;filosofica&#8221;, questa concezione. Evola, a pieno titolo, si pone in tale corrente di pensiero, caratterizzandosi per una sua particolare visione del rapporto tra uomo moderno e sfera della metafisica, fatto che a volte lo differenzia da <a title="René Guénon" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/rene-guenon/">Guénon</a>, anch&#8217;egli appartenente allo stesso filone di idee. Ciò è ben noto a chi conosce i due autori e viene ulteriormente evidenziato da Consolato, il quale sottolinea che, attraverso l&#8217;analisi della lettura evoliana del buddhismo, intende mettere in luce le posizioni dell&#8217;italiano &#8220;circa i problemi dell&#8217;iniziazione, dell&#8217;ascesi e della realizzazione spirituale&#8221;, anche in riferimento alle posizioni guénoniane.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/luomo-come-potenza/9343" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-8150" style="margin: 10px;" title="uomo-come-potenza" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/uomo-come-potenza.jpg" alt="" width="200" height="282" /></a>In particolare, a differenza del <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/rene-guenon/">Guénon</a></span>, &#8220;Evola riteneva praticamente chiuse, quando non scomparse o degenerate, le vie esoteriche-iniziatiche, specialmente occidentali, basate sulla trasmissione temporale ininterrotta delle conoscenze e delle influenze spirituali&#8221;. È ben noto che egli, fin dagli anni giovanili, si interessò a lungo e in profondità, oltre che di buddhismo, anche di ermetismo, tantrismo e taoismo, dottrine a cui dedicò quelli che alcuni giudicano i libri migliori (3). La sua qualificazione nel campo ermetico-alchemico ebbe un riconoscimento ufficiale di prestigio in quanto fu chiamato a stilare la voce &#8220;atanor&#8221; (e forse anche altre) per l&#8217;Enciclopedia Treccani: quindi non era certo un orecchiante, né un semplice divulgatore. Consolato afferma che, tra queste vie verso la trascendenza, il buddhismo, nella concezione evoliana, sembra fornire le migliori possibilità per l&#8217;uomo moderno, occidentale, dato che le altre tradizioni sapienziali da lui studiate o si erano insterilite, avendo perso il reale collegamento iniziatico, come l&#8217;ermetismo in Occidente, o erano di fatto irraggiungibili, come il taoismo e il tantrismo, la cui validità, per l&#8217;uomo dell&#8217;età oscura, sradicato da un contesto tradizionale, si limiterebbe, secondo <a title="Evola" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/julius-evola/">Evola</a>, solo ad alcuni insegnamenti di per sé utili sul piano esistenziale.</p>
<p style="text-align: justify;">La stessa via proposta in <a title="Cavalcare la tigre" href="http://www.libriefilm.com/cavalcare-la-tigre/7345"><em>Cavalcare la tigre</em></a> (4), a parere di Consolato, risulta ancor più esclusiva di quella &#8220;buddhista&#8221;, in quanto riservata all&#8217;uomo differenziato, un &#8220;particolare tipo umano&#8221; assai raro, capace di fare propri alcuni aspetti della &#8220;via della mano sinistra&#8221;. Su quest&#8217;ultimo punto ci riesce difficile convenire con l&#8217;autore, dato che ci sembra assai più impegnativo il progetto di realizzazione spirituale proposto ne <a title="La dottrina del risveglio" href="http://www.amazon.it/gp/product/8827210881/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=cestlaru-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8827210881" target="_blank"><em>La dottrina</em></a> rispetto all&#8217;etica di <a title="Cavalcare la tigre" href="http://www.libriefilm.com/cavalcare-la-tigre/7345" target="_blank"><em>Cavalcare la tigre</em></a>. Di fatto, il buddhismo, secondo Evola, in assenza di un regolare collegamento iniziatico, permetteva lo stesso una &#8220;ascesi condotta autonomamente fino al risveglio&#8221;, come scrive Consolato.</p>
<p style="text-align: justify;">Per altro ne <em>Il cammino del cinabro</em> (5), in cui Evola traccia l&#8217;itinerario spirituale dalla gioventù agli ultimi anni della sua vita, troviamo che la dottrina del principe Siddhattha svolse in lui un ruolo positivo, nel senso di una chiarificazione interiore e del raggiungimento di uno stato di distacco dalla dimensione &#8220;profana&#8221; del divenire. Il buddhismo, conoscenza sapienziale pura, apparsa nel <em>kali-yuga</em>, l&#8217;epoca oscura, di decadenza (l&#8217;ultima delle quattro età secondo gli indù), è quindi adatta per l&#8217;uomo attuale che intenda perseguire una qualche forma di catarsi e di elevazione spirituale, il &#8220;risveglio&#8221; che lo reintegri nella trascendenza mediante un&#8217;ascesi virile, solitaria, autonoma. I suoi caratteri sono descritti puntualmente dall&#8217;autore, ripercorrendo e commentando le pagine de <a title="La dottrina del risveglio" href="http://www.amazon.it/gp/product/8827210881/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=cestlaru-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8827210881" target="_blank"><em>La dottrina</em></a>, laddove presenta gli elementi di conoscenza sapienziale e segue le varie tappe del processo realizzativo interiore. Viene spiegato, ad esempio, il vero significato di parole come &#8220;rinascita&#8221;, che non equivale a &#8220;reincarnazione&#8221;, o &#8220;nirvana&#8221;, il &#8220;senza simile&#8221;, al di là di ogni definizione, quindi realtà apofatica, nirgunica, cioè che si può indicare, paradossalmente, solo attraverso delle negazioni, ben diversa dal &#8220;nulla&#8221; inteso in senso profano.</p>
<p style="text-align: justify;">Consolato critica in alcuni punti <a title="Evola" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/julius-evola/">Evola</a>: ad esempio per l&#8217;eccessiva propensione a svalutare il termine &#8220;<a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione/">religione</a>&#8221; (p. 51), che il tradizionalista italiano separa in modo troppo netto dall&#8217;iniziazione (&#8220;<em>religio mentis</em>&#8221; si autodefiniva lo stesso ermetismo&#8221;, dottrina sapienziale ed esoterica), o per la tendenza a minimizzare il ruolo del maestro nel percorso verso l&#8217;incondizionato (p. 94).</p>
<p style="text-align: justify;">Nel testo di Consolato troviamo anche una serrata analisi demolitoria dei commenti stesi da buddhisti come Piga o Bergonzi, della rivista <em>Paramita</em>, autori di attacchi contro Evola talora pieni di livore assai poco degno per un adepto a tale disciplina. A fronte di ciò vengono ricordate le attestazioni positive da parte di esponenti ben più qualificati, come, ad esempio, il lama Anagarika Govinda. Vorremmo riportare anche quanto abbiamo letto tanti anni fa nella breve prefazione, assai positiva, stesa dal traduttore inglese de <a title="La dottrina del risveglio" href="http://www.amazon.it/gp/product/8827210881/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=cestlaru-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8827210881" target="_blank"><em>La dottrina del risveglio</em></a> (1948), H. E. Musson: Evola &#8220;recaptured the spirit of Buddhism in its original form&#8221; (analogamente ha scritto Varenne, nel recente saggio introduttivo, che il valore dell&#8217;opera dello studioso italiano &#8220;sta nel mettere in evidenza questo Buddhismo autentico&#8221;).</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;autore conclude il libro sostenendo l&#8217;affinità spirituale della dottrina del principe Siddhattha con l&#8217;anima europea, minacciata -a suo parere- dal pericolo islamico, contro cui il buddhismo potrebbe costituire un&#8217;efficace difesa, dato lo stato di decadenza del cristianesimo. Non ci sentiamo proprio di seguire Consolato su questa strada, che purtroppo dimostra una certa intolleranza, basata su prevenzioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Si dovrebbe dire, al contrario, che l&#8217;Islam non è estraneo alla storia e alla cultura di alcuni paesi europei, formati o influenzati in vario modo da questa <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione/">religione</a> guerriera, e che pure il buddhismo, al di là delle &#8220;affinità&#8221;, reali o presunte, con le radici più profonde dello spirito dei nostri popoli, è da tempo presente nel nostro continente. Consolato avrebbe potuto ricordare che nella Russia europea, dall&#8217;epoca degli zar a oggi, le tre grandi <a title="religioni" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione/">religioni</a> riconosciute ufficialmente sono il cristianesimo ortodosso, l&#8217;islamismo e il buddhismo, giunto nei paesi baltici nel XIII secolo con i Mongoli e mai più estirpato, tanto che a Burkhucinskij, in Lettonia, funziona ancora un celebre monastero (per inciso, una figura leggendaria della resistenza antibolscevica, il generale von Ungern-Sternberg, era buddhista).</p>
<p style="text-align: justify;">Tra il &#8220;melting pot&#8221; spirituale che sembra piacere ai collaboratori di <em>Paramita</em> e certe paure un po&#8217; irrazionali, preferiamo un mondo differenziato che sappia essere &#8220;plurale&#8221; e al contempo &#8220;unitario&#8221; in senso superiore.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Note</strong></p>
<p style="text-align: justify;">1) J. Evola, <a style="outline: 1px dotted; outline-offset: 0pt;" title="La dottrina del risveglio" href="http://www.amazon.it/gp/product/8827210881/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=cestlaru-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8827210881" target="_blank"><em>La Dottrina del risveglio</em></a>, Mediterranee, Roma 1995.</p>
<p style="text-align: justify;">2) Plutarco, <a title="Iside e Osiride" href="http://www.libriefilm.com/iside-e-osiride-e-dialoghi-delfici/9708" target="_blank"><em>Iside e Osiride</em></a>, Adelphi, Milano 1985, pp. 129-130.</p>
<p style="text-align: justify;">3) J. Evola, <em>Lo yoga della potenza</em>, Mediterranee, Roma 1994; J. Evola, <em>La Tradizione ermetica</em>, 1996; Lao-tze, <em>Tao-tê-Ching</em>, a cura di J.Evola, Mediterranee, Roma 1997.</p>
<p style="text-align: justify;">4) J. Evola, <a title="Cavalcare la tigre" href="http://www.libriefilm.com/cavalcare-la-tigre/7345" target="_blank"><em>Cavalcare la tigre</em></a>, Mediterranee, Roma 1995.</p>
<p style="text-align: justify;">5) J. Evola, <em>Il cammino del cinabro</em>, Mediterranee, Roma (nuova edizione in preparazione).</p>
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		<title>La corrispondenza tra Julius Evola e Mircea Eliade</title>
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		<pubDate>Fri, 26 Aug 2011 15:45:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nuccio D'Anna</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/la-corrispondenza-tra-julius-evola-e-mircea-eliade.html' addthis:title='La corrispondenza tra Julius Evola e Mircea Eliade '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/evola48x48.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Julius Evola" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/eliade48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Mircea Eliade" /><br/><p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/lettere-a-mircea-eliade/9554" target="_blank"><img class="alignright size-medium wp-image-8020" style="margin: 10px;" title="lettere-a-mircea-eliade" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/lettere-a-mircea-eliade1-192x300.jpg" alt="" width="192" height="300" /></a>I rapporti di <a title="Julius Evola" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/julius-evola/">Julius Evola</a> con <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/mircea-eliade/">Mircea Eliade</a></span> sono sempre stati oggetto di analisi di vario valore e significato perché mancava una documentazione adeguata che potesse dare fondamento alle molte congetture che a poco a poco hanno costituito il tramite di una vera e propria tradizione poco fondata e spesso solamente ipotetica. Un recente libro edito dalle Edizioni Controcorrente di Napoli che pubblica ben 16 lettere inviate da <a title="Julius Evola" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/julius-evola/">Julius Evola</a> a Mircea <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/mircea-eliade/">Eliade</a></span> contribuisce a rendere finalmente intellegibile la loro relazione. Le lettere toccano un arco piuttosto ampio, dagli anni precedenti la seconda guerra mondiale fino alla metà degli anni Sessanta e perciò costituiscono uno strumento senza eguali per seguire un itinerario culturale e umano che ha attraversato ben trenta anni. L’epistolario lascia intravvedere un rapporto non occasionale e probabilmente ricco di risvolti umani. In più di un’occasione Evola addirittura si permette di rimproverare il suo corrispondente rumeno per quelle che ritiene alcune trascuratezze culturali (assenza di citazioni del proprio lavoro, poca attenzione al mondo culturale da cui entrambi provengono, un eccessivo interesse erudito per studiosi che non mostrano interesse per la spiritualità tradizionale, ecc.), senza che dall’altra parte si accenni ad una reazione, ad una protesta o ad una rettifica dei rilievi mossigli.</p>
<p style="text-align: justify;">Il testo è ottimamente prefato da <a title="Giovanni Casadio" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/giovanni-casadio/">Giovanni Casadio</a> dell’Università di Salerno che non solo elenca tutta una serie di problemi sorti nel mondo accademico, ma tende a rettificare i troppi svarioni che dalla morte del grande storico rumeno corrono sulla sua persona con malevole insinuazioni che non hanno nessun fondamento reale. Molto importante per es. è la critica serrata che Casadio muove alle tesi dell’americano Urban che in un suo libro sul tantrismo ha cercato non solo di limitare il sostrato dottrinale e culturale del libro di Evola sullo yoga tantrico, ma ne ha profittato per attaccare qua e là anche il noto celeberrimo manuale di Eliade sullo yoga.</p>
<p style="text-align: justify;">Fatta con una cura d’altri tempi e con una attenta sequela di rilievi culturali che farebbero arrossire i molti improvvisati (ma sostanzialmente sprovveduti) critici dei due studiosi che solitamente si attengono al “sentito dire” e ad una lettura limitatissima delle molte opere di <a title="Julius Evola" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/julius-evola/">Julius Evola</a>, l’<em>Introduzione</em> di <a title="Claudio Mutti" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/claudio-mutti/">Claudio Mutti</a> tende a rendere intellegibile il rapporto culturale che ha legato Evola ed Eliade e ne chiarisce i vari risvolti e la reale portata.</p>
<p style="text-align: justify;">Il libretto che presentiamo è molto importante. Attesta un rapporto non episodico, forse persino radicato in una relazione che, stando ai vaghi cenni contenuti nelle lettere, ha toccato non solo la cultura e l’erudizione, ma lo stesso sostrato spirituale ai quali entrambi avevano fatto riferimento nella loro giovinezza e per il quale entrambi si erano battuti con forza.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p><a title="Lettere di Julius Evola a Mircea Eliade" href="http://www.libriefilm.com/lettere-a-mircea-eliade/9554" target="_blank"><em>Lettere di Julius Evola a Mircea Eliade</em></a>, con una Premessa di Giovanni Casadio e una Introduzione di Claudio Mutti, Edizioni Controcorrente, Napoli 2011, pp. 80, € 10.</p>
<p>Tratto, con il gentile consenso dell&#8217;Autore, da Area, giugno 2011.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/la-corrispondenza-tra-julius-evola-e-mircea-eliade.html' addthis:title='La corrispondenza tra Julius Evola e Mircea Eliade ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Intellettualismo e Weltanschauung</title>
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		<pubDate>Fri, 19 Aug 2011 15:54:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Julius Evola</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La visione del mondo non si basa sui libri, ma su una forma interiore e su una sensibilità aventi un carattere non acquisito ma innato.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/intellettualismo-e-weltanschauung.html' addthis:title='Intellettualismo e Weltanschauung '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/evola48x48.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Julius Evola" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/teiwaz.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Teiwaz" /><br/><p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/gli-uomini-e-le-rovine/698" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-5180" style="margin: 10px;" title="gli-uomini-e-le-rovine" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/gli-uomini-e-le-rovine.jpeg" alt="" width="200" height="280" /></a>Avendo parlato di intellettuali e di realismo, sarà bene precisare ancora un punto. Si è accennato al fatto che le simpatie di alcuni intellettuali pel comunismo hanno un certo carattere paradossale, in quanto il comunismo disprezza il tipo dell’intellettuale come tale, tipo che per esso appartiene, essenzialmente al mondo dell’odiata borghesia. Ora, un atteggiamento del genere può venire condiviso anche da chi appartenga al fronte opposto al comunismo, dato quel che nel mondo contemporaneo esse significano, ci si può opporre ad ogni sopravalutazione della cultura e dell’intellettualità. L’avere per esse quasi un culto, il definire con esse uno strato superiore, quasi una aristocrazia – l’ “aristocrazia del pensiero” che sarebbe quella vera, legittimamente soppiantante le forze precedenti di <em>élite</em> e di nobiltà &#8211; è un pregiudizio caratteristico dell’epoca borghese nei suoi settori umanistico-liberali. La verità è invece che siffatta cultura e intellettualità non sono che dei prodotti di dissociazione e di neutralizzazione rispetto ad una totalità. Pel fatto che ciò è stato avvertito, l’antintelletualismo ha avuto una parte di rilievo negli ultimi tempi, al titolo di una reazione quasi biologica la quale purtuttavia troppo spesso ha seguito direzioni sbagliate o, per lo meno, problematiche. Non ci soffermeremo però su quest’ultimo punto. Ne abbiamo già trattato in altra sede, parlando dell’equivoco dell’antirazionalismo (1). Qui vi è solo da mettere in rilievo che esiste un terzo possibile termine di riferimento di là sia da intellettualismo che da antintellettualismo, per un superamento della “cultura” d’intonazione borghese. Tale è la visione del mondo – in tedesco <em>Weltanschauung</em>. La visione del mondo non si basa sui libri, ma su una forma interiore e su una sensibilità aventi un carattere non acquisito ma innato.</p>
<p style="text-align: justify;">Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizione e atteggiamento che non concernano il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un dato significato dell’esistenza. Normalmente la visione del mondo, più che essere cosa individuale procede da una tradizione, è l’effetto organico delle forze a cui un dato tipo di civiltà dove la propria forma; in pari tempo, <em>a parte subiect</em>, essa si manifesta come una specie di “razza interna”, come una struttura esistenziale. In ogni civiltà diversa da quella moderna era appunto una “visione del mondo”, non una “cultura”, compenetrare gli strati più diversi della società. E ove cultura e pensiero concettuale furono presenti, essi non ebbero il primato; la funzione loro fu quella di semplici mezzi espressivi, di organi al servigio della visione del mondo. Non si riteneva che un “pensiero puro” dovesse rilevare la verità e fornire il senso alla esistenza; la parte del pensiero era invece, appunto, di chiarificare ciò che già si possedeva e che preesisteva come senso e evidenza diretta, prima di ogni speculazione i prodotti del pensiero avevano perciò solo un valore di <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">simbolo</a>, di segno indicatore – a tale riguardo l’espressione concettuale non avendo una carattere privilegiato rispetto ad altre possibili forme di espressione. Nelle precedenti civiltà queste erano costituite piuttosto da imagini evocatrici, da <a title="simboli" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">simboli</a> in senso proprio, da miti. Oggi la cose possono andare altrimenti, data la crescente, ipertrofica cerebralizzazione dell’uomo occidentale. Importa tuttavia che non si scambi l’essenziale con l’accessorio, che i rapporti accennati siano riconosciuti e mantenuti, ossia che, ove “cultura”e “intellettualità” siano presenti, esse abbiano una parte soltanto strumentale ed espressiva rispetto a qualcosa di più profondo e organico che è appunto la visione del mondo. E la visione del mondo può esser più precisa in un uomo senza particolare istruzione che non in uno scrittore, nel soldato, nell’appartenente ad un ceppo aristocratico e nel contadino fedele alla terra che non nell’intellettuale borghese, nel “professore” o nel giornalista. Circa tutto questo, in Italia ci si trova, e non da oggi, in una posizione assai sfavorevole, perché chi fa il buono e il cattivo tempo, chi troneggia nella stampa, nella cultura accademica e nella critica,organizzando vere e proprie massonerie monopolizzatrici, è proprio il tipo deteriore dell’intellettuale, che nulla sa di ciò che è veramente spiritualità, interezza umana, pensiero conforme a saldi principi (2).</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/il-maestro-della-tradizione/5945" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-5569" style="margin: 10px;" title="maestro-tradizione" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/maestro-tradizione.jpeg" alt="" width="200" height="284" /></a>La “cultura” nel senso moderno cessa di essere un pericolo solo quando chi ne faccia uso possegga già una visione del mondo. Solo allora si sarà attivi rispetto ad essa: appunto perché allora si disporrà già di una forma interna come guida sicura quanto a ciò che può venire assimilato e ciò che invece deve essere respinto – più o meno come accade in tutti i processi differenziati di assimilazione organica. Tutto questo è abbastanza evidente non è stato sistematicamente disconosciuto dal pensiero liberale e individualistico; e fra i nefasti propri alla “libera cultura” messa alla portata di tutti e da tale pensiero propugnata, va scritto il fatto che per tal via molte menti prive della facoltà di discriminare secondo retto giudizio, molte menti non aventi già una loro forma, una loro “visione del mondo”, si trovano in uno stato di fondamentale inermità spirituale di fronte ad influssi di ogni genere. Questa situazione deleteria, vantata come una conquista e un progresso, procede da una premessa che è l’esatto opposto della verità: si presume cioè che, a differenza di quello delle epoche precedenti, dette “oscurantistiche”, l’uomo moderno sia l’uomo spiritualmente adulto, capace quindi di giudicare e di fare da sé (e la premessa stessa della “democrazia” moderna nella sua polemica contro ogni principio di autorità). Ciò è infatuazione pura: mai, come nell’epoca moderna, vi è stata una uguale quantità di uomini interiormente informi, uomini che per ciò stesso sono aperti ad ogni suggestione e ad ogni intossicazione ideologica, tanto da divenire succubi, spesso senza sospettarlo menomamente, delle correnti psichiche e delle manipolazioni proprie all’ambiente intellettuale, politico e sociale in cui vivono. Ma su ciò, lungo sarebbe il discorso. Questi cenni sulla “visione del mondo” vanno ad integrare i termini del problema trattato parlando del nuovo realismo, perché precisano il piano dove tale problema va posto e risolto, nel segno dell’antiborghesia, non potendovi essere nulla di peggio che una reazione intellettualistica contro l’intellettualismo. Se la nebbia si solleverà, apparirà chiaro che è la “visione del mondo” ciò che, di là da ogni “cultura”, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima, che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha un potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare il tono specifico ad una data comunità.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora, sulla linea del comunismo vi sono stati casi nei quali qualcosa ha cominciato a penetrare fino ad una tale profondità. Non ha torto un uomo politico contemporaneo ha parlato di un mutamento interno e profondo che, manifestandosi quasi nei termini di una ossessione, si produce in coloro che aderiscono veramente al comunismo: essi ne sono mutati nel pensare, nell’agire. Secondo noi è bensì una alterazione o contaminazione fondamentale dell’essere umano: ma essa raggiunge, nei casi in quistione, il piano della realtà esistenziale, cosa che non succede affatto in coloro che reagiscono partendo da posizioni borghesi e intellettualistiche. La possibilità dell’azione rivoluzionario-conservatrice dipende essenzialmente dalla misura in cui negli stessi termini possa agire l’idea opposta, cioè l’idea tradizionale, aristocratica, antiproletaria – tanto da dar luogo a un nuovo realismo e da dar forma, agendo come una visione della vita, ad un tipo specifico di uomo antiborghese, quale sostanza cellulare di nuovo: <em>élites</em>; di là dalla crisi di ogni valore individualistico e irrealistico.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Note</strong></p>
<p style="text-align: justify;">1) Cfr. <em>L’arco e la clava</em>, cit., c.VII.</p>
<p style="text-align: justify;">2) In relazione a ciò, sulla “stupidità intelligente” cfr. L’arco e la clava, c. XIV.</p>
<p style="text-align: justify;">(Brani tratti dal cap. XI de <a title="Gli uomini e le rovine" href="http://www.libriefilm.com/gli-uomini-e-le-rovine/698"><em>Gli uomini e le rovine</em></a>, intitolato <em>Realismo &#8211; comunismo &#8211; antiborghesia</em>).</p>
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		<title>Religiosidad indoeuropea</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Aug 2011 15:16:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Julius Evola</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Este texto tiene un valor especial en tanto que Evola rechaza aquí lo sostenido por Adriano Romualdi y por extensión por el maestro de éste, el pensador alemán Hans Günther.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/religiosidad-indoeuropea.html' addthis:title='Religiosidad indoeuropea '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/romualdi48x48.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Adriano Romualdi" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/labrys.png" width="48" height="48" alt="" title="Indoeuropei" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/evola48x48.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Julius Evola" /><br/><p style="text-align: justify;"><em>INTRODUCCIÓN</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Este texto que presentamos a continuación tiene un valor especial en tanto que <a title="Evola" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/julius-evola/">Evola</a> rechaza aquí lo sostenido por un conocido suyo, el joven y talentoso <a title="Adriano Romualdi" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/adriano-romualdi/">Adriano Romualdi</a>, muerto tempranamente de manera trágica, y por extensión por el maestro de éste, el pensador alemán <a title="Hans Guenther" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/hans-guenther/">Hans Günther</a> importante investigador sostenedor de un racismo biológico.</em><br />
<em> Lo que ambos autores sostienen es la adhesión a una herencia común a los europeos que trascendería los distintos nacionalismos particularistas, tal es lo que denominan como indoeuropeo y respecto de lo cual se encargan de darnos una serie de caracteres que según ellos serían propios de tal raza. Evola, si bien concuerda con gran parte del valor que se atribuye a los mismos, pone en claro en este texto que él no es racista y que tales valores, si bien pueden haber tenido su manifestación (incluso mejor que en otros casos) entre tales pueblos no son exclusivos de ninguna raza en particular sino que forman parte del patrimonio de toda la humanidad en su conjunto. Es decir que él no cree en la existencia de razas superiores y considera que el fenómeno de la decadencia no es de carácter racial, como el producto de determinados mestizajes, sino que forma parte del mal uso que pueden haber efectuado determinadas comunidades de su libertad.</em><br />
<em> Y en segundo lugar considera que el término raza solamente tiene valor positivo por su carácter selectivo presente en el seno de cualquier comunidad, representando aquella condición propia de determinadas élites que poseen naturalmente ciertos valores que en los demás en cambio deben ser adquiridos a través de un largo aprendizaje. No es pues una categoría propia y común de un determinado pueblo, en este caso el indoeuropeo, sino que es una cosa que aparece en forma excelente y paradigmática solamente en algunos.</em><br />
<em> El tercer valor de este texto es el rechazo de Evola hacia la idea de lo indoeuropeo concebido como fundamento doctrinario a utilizar por parte de los pueblos que constituyen una determinada comunidad de naciones, lo que hoy ha dado en llamarse como la Unión Europea. Evola desdeña de tal posibilidad y considera que no es detrás de un ideal racial de superioridad lo que puede darle una unidad a su continente, sino en cambio el rechazo pleno del ideal democrático, aun concebido bajo la forma racista, a fin de que los hombres de raza verdaderos, las élites, sean los que efectivamente gobiernen. Hoy la quiebra de la unidad europea, su inminente colapso monetario, entidad en la que ésta se funda, le está dando plena razón a su escepticismo formulado hace 41 años respecto del ideal de Europa una sostenido en su momento también por los indoeuropeistas.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Marcos Ghio</em></p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-medium wp-image-7973" style="margin: 10px;" title="Tempioe teatro greco di Segesta" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/segesta-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" />En el período anterior se sostuvo por parte del movimiento que estuviera en el poder en la Europa central la exigencia justa de que una lucha política no puede ser completa si no se encuentra fundada en una concepción del mundo. El término que habría de convertirse en un estereotipo, <em>Weltanschauung</em>, significaba la actitud general que el hombre debía asumir no sólo ante el mundo y la vida, sino también en relación a los valores éticos y espirituales, en modo tal de abarcar en una cierta manera los mismos problemas religiosos. Y para llevar a cabo esta lucha en un plano superior se pensó que la mejor fórmula fuese la del retorno a los orígenes, es decir la remisión a las ideas y a la manera de sentir que fueron conocidos antes de que manifestasen todo su poder aquellos factores que han dado forma a la civilización última conduciéndola hacia el spengleriano ‘ocaso’ (espiritual) ‘del Occidente’.</p>
<p style="text-align: justify;">Muchas veces sin embargo la mencionada orientación tuvo un aspecto ‘racista’. Se habló de ‘arianidad’, de herencia nórdica-germánica y de cosas similares. El peligro de una limitación de los horizontes debida sea al racismo, como a una utilización unilateral y tendenciosa de las ideas en función simplemente germánica, resultó algo sumamente evidente. Esto se nos aparece de manera notoria en un libro que en el Tercer Reich tuvo una gran difusión, <em>El mito del siglo XX</em>, de Alfred Rosenberg, el cual en el fondo era apenas una compilación basada en materiales de tercera mano sumamente heterogéneos. Menores reservas en cambio se nos imponen respecto de las investigaciones de un especialista, el profesor <a title="Guenther" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/hans-guenther/">Hans Günther</a>, autor de numerosas obras sobre las razas y las civilizaciones antiguas, comprendidas las de Grecia y de Roma. Es digno de mención un ensayo suyo en el cual trató de definir la concepción fundamental del mundo y la <a title="religiosidad" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione/">religiosidad</a> de los pueblos <a title="indoeuropeos" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/indoeuropei/">indoeuropeos</a> manteniéndose en un plano desapegado de las contingencias políticas. Este ensayo ha sido reeditado (en una sexta edición) aun después de la guerra y ahora ha aparecido en una traducción italiana (para las Ediciones Ar) a cargo de <a title="Adriano Romualdi" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/adriano-romualdi/">Adriano Romualdi</a> y Carlo Minutoli. El título originario de la obra era <em>Frömmigkeit nordischer Artung</em>, es decir ‘La religiosidad de tipo nórdico’; el italiano es en cambio <em>Religiosità indoeuropea</em>, modificación esta última que nos parece oportuna y que permite obviar las diferentes reservas que, en razón del uso del término ‘nórdico’, habría que hacerle a las tesis del autor. ‘Indoeuropeo’ es un concepto sumamente más vasto en tanto que el mismo retoma diferentes estirpes y civilizaciones pertenecientes a la raza blanca, comprendidas sus manifestaciones asiáticas (los <a title="indoeuropeos" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/indoeuropei/">Indoeuropeos</a> de Irán, de la India, etc.) que son también tenidas en consideración por Günther, aun si nos queda el inconveniente relativo a la tesis respecto de que el núcleo originario formativo de todas estas civilizaciones hubiese sido de origen ‘nórdico’. Aun concediendo que tal término debe ser entendido aquí en manera particular, con referencia a migraciones de pueblos primordiales, en modo tal de no aplicarse meramente a las poblaciones nórdico-escandinavas o germánicas-septentrionales de los tiempos más recientes, sin embargo no puede dejar de haber a tal respecto algunos equívocos.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.amazon.es/gp/product/8425420962/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=cestlaru01-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3626&amp;creative=24822&amp;creativeASIN=8425420962" rel="nofollow" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-8222" style="margin: 10px;" title="dioses-soberanos" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/dioses-soberanos.jpg" alt="" width="240" height="240" /></a>Los mismos podrían ser favorecidos en parte por el amplio “Ensayo sobre el problema indoeuropeo” de <a title="Adriano Romualdi" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/adriano-romualdi/">Adriano Romualdi</a> que aparece como introducción del texto de Günther y que en cuanto a su extensión es más del doble del mismo. Se trata de una monografía desarrollada muy seriamente, con una amplia y variada documentación que retoma todo aquello que a partir de investigaciones filológicas, antropológicas, étnicas, históricas y culturales se ha manifestado respecto de los orígenes indoeuropeos, manteniéndose sin embargo la tesis nórdica con un notorio acento racista.</p>
<p style="text-align: justify;">Pero independientemente de ello nos parece apropiado atenerse a la extensión propia del concepto de ‘<a title="indoeuropeo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/indoeuropei/">indoeuropeo</a>’ y no sin relación por lo demás con aquello que ha impulsado a la actual traducción italiana del ensayo de Günther. Se trata a tal respecto de la actitud de retomar la exigencia de la ‘lucha por la concepción del mundo’ en un marco ya no más germánico-nacionalsocialista, sino europeo. Escribe al respecto Romualdi (p. 6):</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">“Todos nosotros, y en particular nosotros, los de la nueva generación, sentimos que nos encontramos en una encrucijada histórica. Las antiguas perspectivas nacionales, tal como fuimos educados, se quiebran a nuestro alrededor por todas partes. Una autosuficiencia de la patria italiana, o francesa o germánica, y con ésta la particular interpretación histórica sea italiana, francesa o germánica, no existe y no debe existir más. Nacionalistas sin nación, tradicionalistas sin tradición, nosotros buscamos reconocernos todos en una patria y en una tradición más vastas”.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">A tal respecto vuelve a proponerse la idea indoeuropea sea como mito de los orígenes comunes, sea como idea capaz de otorgarle un sentido a una unidad europea u occidental que no se reduzca a un conglomerado informe. Pero es justamente por ello que la connotación ‘nórdica’, a pesar de cualquier precisión que se efectúe, aparece como una cosa equívoca. Puesto que la mayoría no puede ser llevada a alguna referencia concreta, entre otras cosas incluso se hace ostensible que son justamente los pueblos europeos nórdicos (comprendidos a esta altura lamentablemente los mismos Alemanes) aquellos que son en la actualidad los últimos en sentir exigencias de tal tipo y en encarnar este tipo de concepción del mundo.</p>
<p style="text-align: justify;">Pero ya a esta altura es necesario decir algo respecto del ensayo de Günther. En general, hay que resaltar que hubiera sido oportuno atenerse sobre todo a una consideración de carácter morfológico reduciendo al máximo los factores raciales, es decir definir sólo una cierta forma de los valores y del modo de sentir y de comportarse, presentándolo sobre todo como un ‘ideal’. En efecto se le podría formular a Günther una muy fundada objeción metodológica, resaltando cómo él muchas veces se mueva en un círculo vicioso. En efecto, él reconoce que las fuentes de su investigación no pueden estar constituidas por el material aportado por los pueblos nórdicos en sentido propio, incluso las antiguas concepciones germánicas habrían sido alteradas por aportes extraños, célticos y ‘druídicos’, incluso la mitología nórdica por excelencia, la de los <em>Edda</em>, sería muy poco utilizable como verdadero documento del espíritu nórdico; Günther considera como fuentes mejores aquellas que se pueden recabar del antiguo mundo helénico, romano, iránico, y en parte también hindú, dentro de cuyo conjunto él sin embargo opera una cierta discriminación: aísla ciertos elementos de otros, que se encuentran presentes pero que no pueden ser remitidos a una idea en el fondo preconcebida en forma apriorística como ‘nórdica’ (o ‘aria’ o ‘indoeuropea’), él los refiere a influencias extrañas, a alteraciones raciales producidas por cruzas, etc.: procedimiento equivalente a aquello que en lógica se define como petición de principio. Tal objeción perdería parte de su fuerza en el caso de que se tratase de una impostación esencialmente ‘morfológica’. Luego las referencias de Günther se refieren esencialmente a <em>élites</em>, y aquí vale como un postulado que es en las élites en donde se habrían conservado los valores de la raza originaria portadora de una superior concepción del mundo. Es así como Günther dice (pg. 116):</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">“En verdad mucho de aquello que nos es descripto como formando parte de la religión indoeuropea no es otra cosa sino la expresión de castas inferiores que habían aprendido a expresarse en lengua indoeuropea”,</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">lo cual es una señal del mencionado procedimiento de discriminar <em>a priori</em>. No hay pues duda de que por parte del autor se ha idealizado y generalizado mucho, haciendo silencio respecto de todo aquello que no se conformaba con su tesis.</p>
<p style="text-align: justify;">En cuanto a las características que según Günther no serían indoeuropeas, hallamos la concepción de un Dios trascendente al cual uno se aproxima servilmente y por miedo, así como la concepción del hombre como mera ‘creatura’.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">“Puesto que no es el siervo de un Dios soberano, el Indoeuropeo no reza prostrado de rodillas, sino de pié, con los ojos hacia el cielo y los brazos extendidos hacia adelante”. (pg. 122)</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Él tiene un sentimiento de vinculación y de familiaridad con lo divino, con los ‘dioses’. El mundo para él no es ‘creado’, sino eterno, ‘sin principio’ y sin fin. No conoce un dualismo entre ‘este mundo’ y el ‘otro mundo’, por lo menos aquel dualismo a través del cual el primero es devaluado respecto del segundo y sólo en el segundo concentra el espíritu. En parte como consecuencia, no es sentido ni siquiera un contraste “entre cuerpo perecedero y alma inmortal, entre la carne y el espíritu”. Carecería pues de la ‘redención’, como del pecado, de la salvación por obra de un ‘Salvador’ y no como una “autoredención del alma que se purifica y se sumerge en lo profundo del propio ser” (tal sería la orientación del misticismo indoeuropeo), como aquella superación de las pasiones en la cual consistiera la vía del primer buddhismo y también del estoicismo. En cuanto al ‘pecado’, en la manera de sentir indoeuropea se sustituiría el concepto de ‘culpa’ por el de responsabilidad que un ‘alma noble’ es capaz de asumir.</p>
<p style="text-align: justify;">Por parte del Indoeuropeo el mundo habría sido concebido como orden y como <em>kosmos</em>, como un todo formado por una ratio superior. Pero esta característica nos parece que no concuerda demasiado con la otra, indicada por igual por Günther, relativa a una concepción ‘agonista’: el mundo como arena de una permanente lucha, en correspondencia con “la vocación hereditaria y congénita al combate” por parte del Ariano o Indoeuropeo. En efecto, esta segunda concepción presupone evidentemente un dualismo, no la existencia de un orden racional universal, sino también la presencia de alguna cosa antitética respecto del mismo, del <em>kosmos</em>, contra la cual combatir. Mayores reservas impone luego la idea, para nosotros errada, de que los <a title="indoeuropeos" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/indoeuropei/">Indoeuropeos</a></p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">“habrían tenido siempre la inclinación en ver en la fuerza del Destino una cosa superior a los mismos dioses, sobre todo los Hindúes, los Helenos y los Germanos” (pg. 129).</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">No vemos cómo pueda fundarse una idea semejante, la cual, en todo caso ha prevalecido en áreas no reputadas propiamente como indoeuropeas (como en la tardía civilización etrusca y en la pelásgica, no-helénica y justamente Bachofen pudo mostrar el origen pelásgico, no-helénico, que en cambio Günther denominaría ‘no-nórdico’, de aquello que en la antigua Grecia se resintió de aquella oscura idea fatalista). Günther en cambio la conserva pues le sirve para indicar, como ulterior característica del hombre indoeuropeo, la aceptación del destino o el mantenerse inquebrantable frente al mismo:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">“orgullosa fiereza con la cual se acepta el Destino que incumbe a la propia existencia, que él hace frente de pié manteniéndose así fiel a sí mismo” (pg. 131).</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Por lo demás Günther opera un grave menoscabo de la herencia de la espiritualidad indoeuropea al negar y desconocer aquella que podemos denominar como la “dimensión de la trascendencia” en el orden humano no menos que en el divino (en donde reinaría el Destino y no una suprema libertad), no teniendo en forma apriorística para nada en cuenta testimonios múltiples y unívocos en un sentido opuesto. Por suerte Günther no ha insistido en una tesis anterior, según la cual los <a title="indoeuropes" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/indoeuropei/">Indoeuropeos</a> ‘nórdicos’ tan sólo cuando emigraron al Asia y al haber hallado tierras insoportables por el clima y ambiente fueron determinados a invertir su originario impulso de ‘afirmación de la vida’ por uno en el fondo extraño a su raza (<em>artfremd</em>), el de liberarse de la vida, comprendida ahora como ‘dolor’. De hecho un ideal fundamental indoeuropeo ha sido el de la “Gran Liberación”, de la conquista de lo Incondicionado (por ejemplo en el buddhismo de los orígenes), de la salida del ‘ciclo de la generación’ (en la Hélade).</p>
<p style="text-align: justify;">Y esto ha sido así porque en Günther han tenido primacía ciertas preocupaciones ‘racistas’ las cuales a pesar de todo lo que hemos recién mencionado no han podido evitar terminar dándole un carácter naturalista a sus interpretaciones. Así pues, por ejemplo, para él resulta inexistente el hecho de que justamente en la tradición indo-aria la ‘vía de los dioses’ (deva-yana) que conduce hacia lo Incondicionado fue contrapuesta a la ‘vía de los padres’ (pitri-yana) que es la de aquellos cuyo destino es el de perpetuarse en la vida de su estirpe de aquí abajo.</p>
<p style="text-align: justify;">Aquí es donde se hacen sentir las consecuencias de la presunta inescindibilidad entre cuerpo y alma, la cual termina coartando toda superior concepción de la inmortalidad. En el fondo Günther termina reduciendo los horizontes espirituales a una ‘inmortalidad inmanente’ (efímera), que consiste en la perpetuación y continuidad en la estirpe y en la raza, respecto de la cual un sujeto forma siempre parte, lo cual “en el orden de las generaciones produce perennemente la vida” (pg. 147). Si bien con intentos de mitigación, Günther termina viendo en el panteísmo, que implica una negación de toda verdadera trascendencia, un rasgo fundamental de la religiosidad ‘ariana’ (hallamos en él la expresión “inspirado panteísmo naturalista”), lo cual equivale a degradarla arbitrariamente, así como sostener un sospechoso ‘culto a la vida’ como contraparte. Es bueno tener presente que no se debe confundir con el ‘panteísmo’ una concepción sacralizadora del mundo, que fue propia de los orígenes y que debe decirse tradicional en sentido general, y que de ninguna manera debe sostenerse como una prerrogativa únicamente ‘aria’ o indoeuropea.</p>
<p style="text-align: justify;">Es en el campo de la ética que en parte las caracterizaciones de Günther tienen un valor más convincente. Él habla de los ideales de la firmeza y de la grandeza de ánimo, de un natural dominio de sí mismo, de un también natural sentimiento de las distancias y de no promiscuidad, de la desconfianza por todo abandono del alma y por lo tanto hacia un desordenado, anhelante misticismo. Además, el sentimiento del honor, la disposición a la fidelidad y a la lealtad, una medida, consciente dignidad y la humanitas en la acepción clásica, el amor por la verdad y la repugnancia por toda mentira. La libertad es un ideal, sin embargo en la perspectiva indicada por el dicho de <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/johann-wolfgang-goethe" target="_blank">Goethe</a></span>:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">“Todo aquello que libera a nuestro espíritu sin elevarnos a un mayor señorío sobre nosotros mismos, nos corrompe”.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">La ética que se articula en tales valores, para Günther sería ‘natural’ en el Indoeuropeo, no ligada a preceptos exteriores (así como la religiosidad indoeuropea sería ‘natural’ y no determinada por ‘revelaciones’).</p>
<p style="text-align: justify;">En esto se puede estar de acuerdo tan sólo en parte, pero con referencia a una concepción no-racista de la raza. El ser ‘de raza’ en un sentido superior encuentra justamente como una cosa natural actuar y comportarse de una determinada manera, sin referencias externas. Pero aquí no es el caso de hablar de algo que sea propio de la ‘raza’ indoeuropea. Tales cualidades éticas naturales del ‘hombre de raza’, para dar un ejemplo, están también presentes entre otros pueblos (bastará tan sólo la referencia a la nobleza tradicional del Japón) y la mención a lo ‘tradicional’ no es una cosa extrínseca, a tal respecto se puede considerar también aquello que se convierte en congénito en base a una rigurosa tradición. En cuanto a la ‘nobleza’, resaltémoslo de pasada, es bastante curioso el hecho de que Günther hable frecuentemente del espíritu y de la noble ética de una “aristocracia campesina” (en todo caso, habría que hablar de una aristocracia feudal). Aquí nos parece percibir el eco de un slogan ‘racial’ del hitlerismo, ‘sangre y tierra’, por el cual en nombre de un determinado ‘arraigo’ y de una cierta política era liquidado el precedente mito de las razas arias originarias como las de los cazadores y conquistadores emigrantes ávidos de grandes distancias y de lejanos horizontes.</p>
<p style="text-align: justify;">Se ha ya hecho mención al hecho de que para aislar los elementos ‘nórdicos’ Günther ha debido poner sistemáticamente a cargo de postuladas contaminaciones raciales debidas a cruzas y a influjos exógenos desnaturalizadores todo aquello que en las sociedades indoeuropeas, aun siéndoles cosas presentes de hecho, no correspondería a los mismos valores y comportamientos. Nuevamente esto delata la subyacencia del racismo biológico el cual tiene muy poco en cuenta el hecho de que las mezclas no son el único factor de alteración puesto que son posibles procesos de involución, de decadencia y de colapso en el contexto del mantenimiento de una suficiente integridad originaria de sangre. Ya al comienzo hemos notado que justamente los actuales pueblos mayormente ‘nórdicos’, que se han mantenido tales más que los otros, son particularmente insensibles a los ideales ‘nórdicos’ tal como Günther los define. En el contexto histórico bastará tan sólo recordar este ejemplo. Günther considera justamente como extraño a la línea ‘aria’ el espíritu de la Reforma protestante en razón de su exasperación de los conceptos del pecado y de la naturaleza irremediablemente corrompida del hombre, del confiarse a la sola fe, a la necesidad de la gracia gratuitamente acordada por Dios, de la servidumbre humana (de servo arbitrio- Lutero). Bien, la Reforma hizo pié sobre todo entre los pueblos alemanes y nórdicos, mientras que los pueblos más al sur o al occidente, a los que se reputa como alterados en mayor medida por cruzas, permanecieron refractarios a la misma.</p>
<p style="text-align: justify;">Hacia el final de su ensayo (pg. 172) Günther escribe:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">“Con el siglo XX los Indoeuropeos comenzaron a eclipsarse en el mundo de la espiritualidad y de la historia. Hoy en día todo aquello que en la música, el arte, la <a title="literatura" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/letteratura/">literatura</a> (se debería agregar: la moral y las formas políticas predominantes) del ‘Occidente libre’ es reputado como particularmente ‘progresivo’ no refleja más una espiritualidad indoeuropea”.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Esto nos parece justo, pero tan sólo si somos capaces tal como dijimos de definir aquello que es indoeuropeo en términos esencialmente morfológicos y generales, sin estrictas referencias étnico-raciales. En cuanto luego a la capacidad de conjunto de los valores ‘indoeuropeos’ (también con el fin de superar alteraciones, unilateralidades o evidentes idealizaciones del tipo de las precedentemente mencionadas) de poder operar como una nueva solidaridad y unidad supranacional occidental, dados los tiempos actuales por los que transitamos, a diferencia de lo que dice <a title="Romualdi" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/adriano-romualdi/">Romualdi</a>, somos sumamente escépticos: no creemos para nada que pueda visualizarse algún suelo apto de resonancia y cristalización.</p>
<p style="text-align: justify;">Por lo demás, un análogo sentimiento parece manifestarse en el mismo Günther cuando en el prefacio de la última edición de su interesante ensayo (pgs. 105-106), al referirse “a nuestros tiempos, en la era del ocaso del Occidente Spengler dice: ‘Aun si aquello que permanece en el mundo europeo occidental tuviese que perecer por la carencia de verdaderos <a title="indoeuropeos" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/indoeuropei/">Indoeuropeos</a> de raza, es decir de verdaderos Occidentales, permanecerá de todos modos un sentimiento arraigado en la tradicional espiritualidad indoeuropea, aquel sentimiento que fuera ya de los últimos Romanos, <em>Romanorum ultimi</em>, en un imperio ya no más ‘romano’ el sentimiento del carácter inquebrantable ante el destino… por lo cual ya Horacio exhortaba: <em>Quocirca vivite fortes, &#8211; fortiaque adversis opponite pectora rebus!</em>”</p>
<p style="text-align: justify;">Una instancia de tal tipo, por lo demás recabable tan sólo por parte de pocos y quizás a ser modulada mayormente en el sentido de una desapegada impasibilidad, nos parece más realista que cualquier optimismo de trasfondo ‘nostálgico’ (en el sentido negativo dado a este término en relación a un cierto aspecto de ciertas orientaciones políticas italianas), con la correspondiente nueva evocación de los orígenes nórdicos.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Il Conciliatore</em>, agosto 1970.</p>
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