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	<title>Centro Studi La Runa &#187; Alfredo Cattabiani</title>
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		<title>Il sole di Capodanno</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Dec 2009 18:00:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alfredo Cattabiani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Uno studio sugli arcaici simbolismi legati a Capodanno e alle dodici notti che separano il Natale dall'Epifania]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/cattabiani.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Alfredo Cattabiani" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/yggdrasil.thumbnail.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Simboli e simbologia" /><br/><p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/calendario/619" target="_blank"><img class="alignleft size-medium wp-image-3304" style="margin: 10px;" title="calendario" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/calendario1-194x300.jpg" alt="" width="194" height="300" /></a>Le feste natalizie erano nella Roma imperiale feste del solstizio, del nuovo sole che rinasceva dopo la morte simbolica, risalendo verso il nord dopo aver toccato il punto più basso con l&#8217;entrata nella costellazione del Capricorno. Anche il nuovo anno legale cominciava in quei giorni, alle <em>Kalendae Januarii</em>, nel periodo immediatamente posteriore al solstizio che, veniva convenzionalmente fissato al 25 dicembre per seguire la tradizione dei Romani più antichi che, poco esperti in astronomia, si erano fidati dei propri occhi.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Prima di cominciare l&#8217;anno&#8221;, scriveva l&#8217;Imperatore Giuliano nel discorso su Elio Re, &#8220;noi diamo in onore di Elio giochi magnifici, solennità consacrate a Elio Invincibile&#8230; Ah! si degnino gli dèi sovrani di permettermi di celebrare sovente questi misteri, e che il sovrano stesso dell&#8217;universo, Elio il primo, mi accordi questo favore! Sorto da tutta l&#8217;eternità intorno all&#8217;essenza feconda del Bene, mediatore fra gli dèi intelligenti, essi stessi mediatori, Egli ne assicura pienamente la continuità, la bellezza senza limiti, l&#8217;inesauribile fecondità, l&#8217;intelligenza perfetta, e li dota abbondantemente di tutti i beni atemporali&#8221; (1).</p>
<p style="text-align: justify;">La festa del Sole era diventata il culto più importante in Roma verso la fine del III secolo per l&#8217;influenza delle tradizioni orientali. L&#8217;imperatore Aureliano, originario della Dacia Ripensis e figlio di una sacerdotessa del Sole, istituì addirittura il culto statale del <em>Comes Sol Invictus</em>, la cui festa, il <em>dies Natalis Solis Invicti</em>, divenne il centro della liturgia imperiale. A questa eliolatria contribuiva non poco il progressivo diffondersi negli ambienti militari di un altro culto di origine orientale, il mithraismo, dove Mithra era considerato il Figlio del dio supremo Sol: Figlio del Sole e Sole lui stesso, nato da una roccia presso un albero sacro e con la torcia in mano, simbolo della Luce e del Fuoco che spandeva sul cosmo. Il mito narra che alcuni pastori presenti all&#8217;evento soprannaturale gli avevano offerto primizie dei greggi e dei raccolti. E superfluo sottolineare le analogie con la nascita del Cristo in una &#8220;grotta&#8221; illuminata da una stella mentre i pastori lo adoravano.</p>
<p style="text-align: justify;">All&#8217;inizio del IV secolo la festa era diventata così popolare a Roma che persino i cristiani vi partecipavano accendendo con i &#8220;pagani&#8221; fuochi in onore dell&#8217;astro che rinasceva. La Chiesa, per allontanare i fedeli da quelle feste &#8220;idolatriche&#8221;, pensò di fissare la celebrazione della nascita del Cristo il 25 dicembre. D&#8217;altronde, chi era il Cristo se non il Sole di Giustizia, incarnazione della divina Bontà, Luce che illumina, produce, vivifica, contiene e perfeziona tutte le cose atte a riceverla? (2).</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/lunario/702" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-3303" style="margin: 10px;" title="lunario" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/lunario1.jpg" alt="" width="200" height="299" /></a>La prima notizia di una festa del Santo Natale a Roma risale all&#8217;anno 336. Da Sant&#8217;Agostino veniamo a sapere che anche in Africa la si celebrava nello stesso periodo. Verso la fine del IV secolo era ormai diffusa in tutta l&#8217;Italia settentrionale, così come in Ispagna. Nel Vicino Oriente invece, fino per lo meno all&#8217;inizio del V secolo, quando cominciò a diffondersi l&#8217;usanza occidentale, la nascita di Gesù era festeggiata il 6 di gennaio insieme con il suo battesimo e il miracolo di Cana, ed era chiamata Epifania. L&#8217;usanza derivava da un antico culto rammentato da Epifanio: la notte fra il 5 e il 6 gennaio si festeggiava ad Alessandria, in Egitto, la nascita del dio Eone dalla vergine Kore, scendendo in processione al Nilo con l&#8217;immagine di un bimbo, per raccogliere acqua che si sarebbe trasformata in vino (3).</p>
<p style="text-align: justify;">Epifania significa in greco &#8220;l&#8217;apparizione&#8221; di una divinità o un suo intervento prodigioso: e siccome la nascita di Gesù era l&#8217;apparizione per eccellenza, i cristiani, orientali, adottarono questo termine per il Santo Natale. Successivamente, quando la festa del Natale romano penetrò in Oriente l&#8217;Epifania divenne prevalentemente la festa del battesimo di Gesù, mentre in Occidente, che a sua volta l&#8217;aveva recepita, dall&#8217;Oriente, celebrava &#8220;la rivelazione di Gesù al mondo pagano&#8221; con la venuta dei Magi a Betlemme, la Casa del Pane. Sicché per la liturgia romana i dodici giorni che seguono il Natale sono un tempo liturgico unitario che ha il suo centro nella Natività di Nostro Signore Gesù Cristo, alla quale ha dato il fondamento teologico papa san Leone Magno. Egli parla del mistero delle natività del Cristo (&#8220;<em>sacramentum nativitatis Christi</em>&#8220;) per indicare il valore salvifico dell&#8217;evento. Il Vangelo e i profeti, scrive san Leone Magno, &#8220;ci infervorano e ci ammaestrano che il Natale del Signore, quando il Verbo si è fatto carne (Gv. I,14), non ci appare come un ricordo del passato ma lo vediamo al presente&#8221;, e perciò ogni Natale rinnova per noi il Sacro Natale di Gesù (4).</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;Epifania a sua volta, con la festa che rievoca l&#8217;Adorazione dei Magi, visti come &#8220;primizie delle genti&#8221;, rammenta che il Cristo è Colui che trascende e illumina di vera luce ogni <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religione</a> come Sovrano universale. Il Vangelo di Matteo, l&#8217;unico fra i quattro canonici che testimoni la venuta dei sacerdoti &#8220;pagani&#8221;, narra che i Magi recarono in dono al Cristo oro, incenso e mirra: l&#8217;oro perché è il Sovrano universale, l&#8217;incenso perché è divino; la mirra perché è il Grande Medico che può vincere la morte (5).</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/simboli-miti-e-misteri-di-roma/618" target="_blank"><img class="alignleft size-medium wp-image-3624" style="margin: 10px;" title="simboli-miti-misteri-roma" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/simboli-miti-misteri-roma-188x300.jpg" alt="" width="188" height="300" /></a> Il <a title="simbolismo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbolismo</a> solare informa il periodo natalizio collegando la tradizione orientale-romana al cristianesimo. La narrazione di Matteo, come le leggende e le usanze che vi sono connesse, testimonia di un&#8217;epifania di Luce e di Fuoco. E quale mai altro <a title="simbolismo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbolismo</a> si poteva applicare alla sua Natività non soltanto a Roma ma anche in Oriente, dove dall&#8217;Egitto all&#8217;Iran, l&#8217;eliolatria era diffusa? Nella <em>Cronaca di Zuqnin</em>, redatta nel 774-775 dal monaco Isó, e non dissimile da altre leggende coeve, si narra che i Magi, sacerdoti di origine iranica, depositari della sapienza esoterica, si tramandavano di padre in figlio una <em>scriptura</em> attribuita al terzo figlio di Adamo, Seth, che profetizzava l&#8217;apparizione di una stella che li avrebbe condotti fino al Salvatore, atteso in tutte le <a title="religioni" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religioni</a> del Vicino e Medio Oriente.</p>
<p style="text-align: justify;">Dai loro antenati i Magi, che sarebbero andati a Betlemme, avevano ricevuto una raccomandazione orale: &#8220;Aspettate una luce che sorgerà da Oriente, luce della Maestà del Padre, una luce che sorgerà in aspetto di stella sopra il Monte delle Vittorie e si fermerà sopra una colonna di luce dentro la Caverna dei Tesori dei Misteri&#8221;. Quell&#8217;anno i Magi, saliti secondo l&#8217;usanza sul Monte delle Vittorie, dov&#8217;erano conservati i rotoli di Seth che rivelavano i &#8220;misteri&#8221; tramandati da Adamo sulla maestà di Dio e le istruzioni suoi doni che si dovevano portare al Salvatore, avevano appena compiuto i riti purificatori quando videro qualcosa &#8220;simile a una colonna di luce ineffabile scendere e fermarsi sopra la caverna&#8230; E al di sopra di essa una stella di luce tale da non potersi dire: la sua luce era molto maggiore del sole, ed esso non poteva stare innanzi alla luce dei suoi raggi&#8221;. Poi la stella andò a fermarsi davanti alla Caverna, il cielo si apri come una grande porta da dove scesero uomini gloriosi portando sulle mani la stella di luce e si fermarono sulla colonna di luce mentre tutto il monte splendeva di una luce ineffabile. Infine la stella entrò nella Caverna dei Tesori Occulti mentre una voce chiamava i Magi: &#8220;Entrate dentro senza dubbi, con amore, e vedrete una vista grande e mirabile&#8221;. Entrarono e videro quella luce ineffabile trasformata in un piccolo uomo umile che disse: &#8220;Salute a voi, Figli dei Misteri Occulti&#8221;, rivelandosi come il Cristo. Quella stella, manifestazione ed emanazione della Luce di Dio, e dunque Dio stesso, li accompagna fino alla grotta della Natività dove essi vedono &#8220;la colonna di luce scendere e fermarsi davanti alla caverna, e scendere quella stella di luce e fermarsi sulla caverna dov&#8217;era nato il mistero e la luce di vita&#8221;. Durante il viaggio di ritorno riappare loro la luce ineffabile dicendo: &#8220;Io sono in ogni luogo e non v&#8217;è luogo dove non sono; io sono dove voi mi avete lasciato perché io sono più del sole del quale non v&#8217;è luogo del mondo che ne sia privo, pur essendo esso uno, e se venisse meno al mondo tutti i suoi abitanti starebbero nella tenebra. Quanto più sono io che sono il Signore del sole e la mia parola e la mia luce sono maggiori di quelle del sole!&#8221; (6).</p>
<p style="text-align: justify;">Ispirate al <a title="simbolismo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbolismo</a> solare sono anche alcune usanze natalizie collegate al mondo vegetale (7), come per esempio l&#8217;albero di Natale, &#8211; emblema nelle tradizioni dell&#8217;Europa centrale e dell&#8217;Italia alpina &#8211; dell&#8217;albero cosmico che unisce i cieli alla terra nutrendo con i suoi &#8220;frutti&#8221; tutti gli esseri. Il <a title="simbolismo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbolismo</a> di origine precristiana fu assimilato dai cristiani che lo riferirono alla Croce, ovvero al Cristo. &#8220;Questo legno&#8221; scriveva Ippolito da Roma in un inno del secolo III «mi appartiene per la salvezza eterna. Me ne nutro, me ne cibo, sto attaccato alle sue radici&#8230; Quest&#8217;albero, che si allunga fino al cielo, sale dalla terra al cielo. Pianta immortale, s&#8217;innalza al centro del cielo e della terra, fermo sostegno dell&#8217;universo, legame di tutto, sostegno di tutta la terra abitata, legame cosmico che comprende in sé tutta la molteplicità della natura umana&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;Albero di Natale è dunque il <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbolo</a> del Cristo-Albero cosmico, analogo al Cristo-Sole che nasce per offrire la sua luce e i suoi frutti agli esseri, ponte fra cielo e terra. Per questo motivo si appendono all&#8217;abete tanti lumini che rappresentano da un lato la nascita del nuovo Sole, del Sole Bambino, e dall&#8217;altro la luce che dispensa all&#8217;umanità. Analogamente, i frutti dorati e i doni appesi ai suoi rami sono l&#8217;emblema della vita che il Cristo dona, e i dolciumi il suo amore. Riunirsi la notte di Natale intorno all&#8217;Albero significa essere in comunione con il Cristo, illuminati dalla sua luce, nutriti dalla sua linfa, pervasi dal suo amore.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/volario/703" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-3625" style="margin: 10px;" title="volario" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/volario.jpg" alt="" width="200" height="300" /></a> Il <a title="simbolismo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbolismo</a> dell&#8217;albero solstiziale era stato posto in ombra dal Presepe di san Francesco d&#8217;Assisi, che è diventato dal <a title="medioevo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/medioevo">Medioevo</a> l&#8217;usanza più popolare in Italia e che merita un futuro scritto sull&#8217;interpretazione dei <a title="simboli" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simboli</a> che contiene, dalla capanna o grotta agli animali, il bue e l&#8217;asino. Ma qualcosa era sopravvissuto nel nostro Paese prima del ritorno novecentesco dell&#8217;Albero sull&#8217;onda del mito americano che l&#8217;ha stravolto in emblema del Consumo: era &#8211; perché oggi va scomparendo &#8211; la cosiddetta festa del ceppo diffusa non soltanto in Toscana, ma in varie regioni italiane; in Piemonte ad esempio si chiamava <em>süc</em>, nel trevigiano <em>zòch</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Il filologo ottocentesco Pietro Fanfani, nel <em>Vocabolario dell&#8217;uso toscano</em>, scriveva che nella Val di Chiana, la sera della vigilia di Natale, tutte le famiglie si riunivano tra loro e mettevano nel camino un ceppo dicendo in coro: &#8220;Si rallegri il ceppo, domani è il giorno del pane; ogni grazia di Dio entri in questa casa; le donne facciano figliuoli, le capre capretti e le pecore agnelletti, abbondi il grano e la farina, e si riempia la conca di vino&#8221;. Poi si bendavano i bambini che dovevano avvicinarsi al camino e battere con le molle sul ceppo recitando una canzoncina detta <em>Ave Maria del Ceppo</em>: e quella canzoncina aveva la virtù di far piovere sul ragazzo dolci e regalini.</p>
<p style="text-align: justify;">Nelle campagne piemontesi si diceva che il ceppo si sarebbe incenerito nelle 12 notti tra il Natale e l&#8217;Epifania, <a title="simboli" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simboli</a> dei 12 mesi dell&#8217;anno durante i quali il sole nuovo, rappresentato dal legno che si consumava, avrebbe nutrito il cosmo e gli uomini con la sua luce e il suo calore. Quel ceppo altro non era se non il <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbolo</a> del Cristo-Sole-Albero cosmico che nutriva l&#8217;umanità offrendole i suoi doni durante l&#8217;anno. Ecco perché i bambini, percuotendo il ceppo, sentivano piovere sul capo strenne e dolciumi; e perché si diceva &#8220;domani è il giorno del pane&#8221;: il pane <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbolo</a> per eccellenza del cibo spirituale e materiale.</p>
<p style="text-align: justify;">Per questo motivo si mangiano a Natale dolci a base di farina, tra i quali il più celebre è il panettone milanese. E un&#8217;usanza antichissima, diffusa in tutta l&#8217;Europa. In Francia, ad esempio, si usava cuocere un grosso pane, chiamato <em>pain de Calandre</em>. Poi se ne tagliava un pezzetto sopra il quale venivano incise tre o quattro croci, e lo si conservava come un talismano capace di guarire da molti mali. Il resto del <em>pain de Calandre </em>era distribuito a tutta la famiglia. In Inghilterra i fornai regalavano ai clienti focacce chiamate <em>Christmas-batch</em>, e i fornai lombardi offrivano il panettone ai clienti.</p>
<p style="text-align: justify;">E persino la mancia aveva un significato religioso. In un libretto di Amedeo Costa dal titolo chilometrico, “<em>Curioso discorso intorno alla Cerimonia del Ginepro, aggiuntavi la dichiarazione del metter Ceppo e della Manda solita a darsi nel tempo di Natale</em>”, (Bologna 1621), si dice a questo proposito: &#8220;Suol darsi la Mancia in queste Santissime Feste di Natale in memoria della gran liberalità del Nostro Signore Dio, il quale diede se stesso a tutto il mondo, e in memoria di quella gran Mancia della Pace, che dagli Angeli della Natività di esso fu data e annunciata in terra a tutti gli uomini e per caparra ancora del preziosissimo sangue ch&#8217;egli era per cominciare a spargere nel giorno della sua Santissima Circoncisione, il quale dovea poi versare affatto nella sua Passione sul duro legno della Croce&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Direttamente collegate al <a title="simbolismo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbolismo</a> solare sono i fuochi d&#8217;artificio e le fiaccolate sui monti innevati, che celebrano il nuovo anno, ovvero il nuovo Sole, e hanno anche un valore magico, come ha spiegato il Frazer nel <a title="Il ramo d'oro" href="http://www.libriefilm.com/il-ramo-doro-2/6558"><em>Ramo d&#8217;oro</em></a>. Ma, come ha osservato Maria Grazia Chiappori, il fuoco è collegato anche simbolicamente al Cielo, chiamato nello zoroastrismo &#8220;cristallo di rocca&#8221; (8). In molte leggende orientali si narra che il bambino donò ai Magi una pietra tratta dalla caverna in cui era nato, una pietra tanto pesante che essi la trasportavano con enorme difficoltà.<br />
Con quel peso non sarebbero riusciti a proseguire il viaggio; e allora, visto un pozzo, ve la gettarono. Ma dopo qualche istante dalle profondità del pozzo s&#8217;innalzò una lingua di fuoco che sali fino al ciclo. &#8220;Questo fuoco &#8211; commenta la Chiappori &#8211; è una rivelazione sotto forma ignea, e dunque luminosa &#8211; come la stella &#8211; di Dio. La manifestazione luminosa della divinità ricorda la greca folgore di Zeus e l&#8217;iranico fuoco che, nella visione del tardo mazdeismo, scende dal cielo per annunciare la missione di Zoroastro tra gli uomini&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Sole, Albero, Stella, Fuoco: tanti <a title="simboli" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simboli</a> che alludono in una complessa trama di corrispondenze, al mistero del divino che pervade il cosmo, e a quel cristallo luminoso che è deposto anche nel nostro cuore se sappiamo vederlo con il terzo occhio.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>* **</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Note</strong></p>
<p style="text-align: justify;">1 – 156 b-d</p>
<p style="text-align: justify;">2 &#8211; Cfr. Dionigi Areopagita, <em>Nomi divini</em>, 697 C.</p>
<p style="text-align: justify;">3 &#8211; O. Giordano, <em>Religiosità popolare nell&#8217;Alto Medioevo</em>, Bari 1969, p. 51.</p>
<p style="text-align: justify;">4 &#8211; Cfr. san Leone Magno, <em>Discorso del Natale </em>(XXIX), e <em>Discorso del Natale</em> (XXIV), 2.</p>
<p style="text-align: justify;">5 &#8211; Sul simbolismo dei doni e sui Magi cfr. Mario Bussagli-Maria Grazia Chiappori,<em> I Re Magi, realtà storica e tradizione magica</em>, Milano 1985.</p>
<p style="text-align: justify;">6 &#8211; Sul simbolismo della stella oltre ai Re Magi cfr. Emilio Servadio, “Quell&#8217;angelo luminoso che accende le tenebre, ne &#8220;Il Tempo&#8221;, 13 dicembre 1985.</p>
<p style="text-align: justify;">7 &#8211;  Cfr. Alfredo Cattabiani, <em>Erbario</em>, Milano 1985, pp. 217-231.</p>
<p style="text-align: justify;">8 &#8211; Ne <em>I Re Magi</em>, cit., pp. 165-174.</p>
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		<title>Origini e significati dei Saturnalia</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Nov 2009 17:32:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alfredo Cattabiani</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/cattabiani.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Alfredo Cattabiani" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/buddha.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Religione" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/yggdrasil.thumbnail.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Simboli e simbologia" /><br/><p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/calendario/619" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-3304" style="margin: 10px;" title="calendario" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/calendario1.jpg" alt="calendario" width="200" height="308" /></a>Il tempo che precede il solstizio d&#8217;inverno e le feste ad esso collegate, dal Natale al Capodanno, è un periodo di passaggio tra il vecchio e il nuovo anno, tra il sole che sta morendo e il nuovo che deve &#8220;risorgere&#8221;. La Chiesa ha trasformato questo periodo con la liturgia dell&#8217;Avvento, che consta di quattro domeniche, <a title="simboli" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simboli</a> dei 4.000 anni mitici di attesa del Messia dopo la Caduta originale. Il carattere dell&#8217;Avvento è duplice: di penitenza, che si esprime con il carattere violaceo delle paramenta, la proibizione dei fiori sull&#8217;altare e del suono dell&#8217;organo, la soppressione del <em>Gloria in excelsis </em>e del <em>Te Deum</em>; e di un santo &#8220;entusiasmo&#8221;, di un intenso desiderio della venuta del Messia, espresso nei numerosi <em>Alleluia</em>. Ma la liturgia cristiana non è se non un velo sovrapposto a una sequenza di riti che ancor oggi riaffiorano, pur stravolti, nell&#8217;ambito delle feste natalizie e di fine d&#8217;anno.</p>
<p style="text-align: justify;">Per orientarci meglio in questi meandri, dove convivono residui mitici e rituali di epoche diverse, occorre cominciare dal calendario. Il dodicesimo mese dell&#8217;anno, in cui si situa il periodo pre-solstiziale, si chiama dicembre, dal latino <em>december</em>, che deriva a sua volta da <em>decem</em>, dieci. Questa contraddizione si spiega ricostruendo la storia del calendario romano che prima della riforma di Numa Pompilio &#8211; secondo la narrazione tradizionale &#8211; constava di dieci mesi. L&#8217;anno cominciava a marzo e terminava a dicembre (oggi ancora, settembre, ottobre e novembre ricordano l&#8217;antico calendario). «Sei mesi», riferisce Macrobio «aprile, giugno, sestile, settembre, novembre e dicembre, erano di 30 giorni; quattro; marzo, maggio, quintile e ottobre, di 31» (1).</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;anno sarebbe stato dunque di 304 giorni. Come fossero ordinati gli altri giorni dell&#8217;anno solare, non lo sappiamo con certezza. Sappiamo tuttavia dalla tradizione, che Numa riformò il calendario aggiungendo i mesi di gennaio e di febbraio e facendo così un anno lunare di 355 giorni, cominciante sempre da marzo. Ma per uniformarlo a quello solare si dovevano intercalare 22-23 giorni, che venivano collocati dopo il 23 febbraio: i cinque giorni tolti a questo mese venivano aggiunti all&#8217;altro, detto &#8220;intercalare&#8221;, che era di 27 o 28 giorni. Il calendario di Numa durò lino al 46 d.C., quando Giulio Cesare lo riformò con la collaborazione dell&#8217;astronomo Soligene di Alessandria, formando un anno solare di 365 giorni e 6 ore (più il giorno dell&#8217;anno bisestile per recuperare ogni 4 anni le 6 ore eccedenti) e facendolo cominciare il 1 gennaio. Si sa che nemmeno la riforma giuliana riuscì ad accordare perfettamente il calendario all&#8217;anno solare, sicché fu necessaria un&#8217;ulteriore riforma &#8211; quella gregoriana del 1582 &#8211; per eliminare l&#8217;eccedenza di 11 minuti e 9 secondi sul corso del sole. E nemmeno quella fu perfetta perché è rimasta un&#8217;eccedenza di 24 secondi sull&#8217;anno tropico che fra 3.500 anni formerà lo spazio di un giorno.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma torniamo all&#8217;antico calendario romuleo di dieci mesi: secondo alcuni studiosi, era l&#8217;eco di quello dei popoli di lingua <a title="indoeuropei" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/indoeuropei">indo-europea</a>. Rifletteva il ciclo dell&#8217;anno nelle regioni intorno al polo artico da dove provenivano, secondo la tradizione, gli <a title="indoeuropei" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/indoeuropei">indoeuropei:</a> dieci mesi di luce cui seguiva la lunga notte polare. «Quando il popolo ario», osserva il Tilak, «migrò più a sud dall&#8217;antica patria, fu obbligato a mutare calendario per adattarsi alla nuova patria, aggiungendo due nuovi mesi al vecchio anno. Ma le tracce dell&#8217;antico calendario non furono del tutto cancellate e abbiamo molte prove dalla tradizione e dai sacrifici, per poter sostenere che l&#8217;anno di dieci mesi, seguito da una notte di due mesi fosse bene conosciuto al tempo degli <a title="indoeuropei" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/indoeuropei">indo-europei</a>» (2).</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/lunario/702" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-3303" style="margin: 10px;" title="lunario" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/lunario1.jpg" alt="lunario" width="200" height="299" /></a>La notte artica cominciava in realtà verso la fine di novembre, e quindi dicembre non corrisponde esattamente al decimo mese degli <a title="indoeuropei" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/indoeuropei">indo-europei</a>. Vi corrisponde tuttavia in un altro senso, perché le notti più lunghe dell&#8217;anno sono quelle intorno al solstizio, che cade appunto il 21 dicembre quando il sole, toccato il punto più basso, comincia la sua &#8220;rinascita&#8221; sull&#8217;orizzonte.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel periodo pre-solstiziale, si celebravano a Roma i <em>Saturnalia</em>, la festa in onore del dio Saturno: dapprima il 17 dicembre, poi per sette giorni fino al 24 dicembre, cioè alla vigilia del <em>Natalis Solis</em>, del Natale del Sole, festa solstiziale perché anticamente i Romani, come narra l&#8217;Imperatore Giuliano, «stabilirono questa festa non nel giorno esatto della conversione solare, ma nel giorno in cui il ritorno del sole, dal sud al nord, appare agli occhi di tutti. Nell&#8217;ignoranza in cui si trovavano ancora delle leggi scoperte dai Caldei e dagli Egizi, e condotte alla loro perfezione da Ipparco e Tolomeo, si fondarono sulle testimonianze sensibili e sulle semplici apparenze, imitati poi dai loro successori che, come ho già detto, hanno adottato questo punto di vista» (3).</p>
<p style="text-align: justify;">I Saturnalia erano la ricorrenza più festosa dell&#8217;anno. Gli schiavi erano temporaneamente liberi di far quel che credevano, venivano scambiati doni, specialmente candele di cera e piccole immagini o bambole di terracotta, dette <em>sigillaria</em>. Si eleggeva anche una specie di re di burla, <em>Saturnalicius princeps</em>. Poi, intorno al secolo IV gran parte di quelle celebrazioni vennero trasferite al capodanno. Quel clima festoso, su cui regnava Saturno, celebrava la notte &#8220;artica&#8221;, la notte solstiziale, il momento di passaggio e di rinnovamento annuale in cui si ristabiliscono simbolicamente le condizioni anteriori all&#8217;inizio: perciò i riti e le usanze di rovesciamento, &#8220;osserva Brelich&#8221;, e di &#8220;sospensione dell&#8217;ordine&#8221;, anche ove cronologicamente posteriori, si innestano coerentemente sul corpo più antico della festa» (4).</p>
<p style="text-align: justify;">D&#8217;altronde il passaggio tra l&#8217;anno vecchio e il nuovo, è analogo a quello tra due cicli cosmici: è simbolicamente un passaggio sulle acque, reintegrazione del mondo nella sua origine informale. E non casualmente nell&#8217;alchimia Saturno rappresenta l&#8217;opera in nero.</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=8845907643" target="_blank"><img class="alignright" style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="../immagini/simbolidellascienzasacra.bmp" border="0" alt="René Guénon, Simboli della Scienza Sacra" width="95" height="145" /></a>Un mito induista narra che Vishnu in forma di pesce apparve &#8211; alla fine del ciclo che ha preceduto il nostro &#8211; a Satyavrata, il futuro Manu o Legislatore, annunciandogli che il mondo stava per essere distrutto dalle acque. Poi gli ordinò di costruire l&#8217;arca nella quale si dovevano rinchiudere i germi del mondo futuro; e infine guidò l&#8217;arca, con Satyavrata a bordo, sulle acque durante il cataclisma. <a title="René Guénon" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/rene-guenon/">René Guénon</a> ha osservato, non sappiamo con quale fondamento, che Satyavrata ha la stessa radice di Saturno. Sicché il mito induista potrebbe confermare questa funzione del dio (5).</p>
<p style="text-align: justify;">Da tale punto di vista è facile spiegare la confusione rituale dei giorni natalizi che segna appunto il rimescolamento, il passaggio, la notte da cui dovrà sorgere la nuova alba. Questa confusione, tipica di ogni &#8220;capodanno&#8221; (e anche il Carnevale, erede per tanti aspetti dei Saturnalia, è un &#8220;capodanno&#8221;) giunse nel <a title="medioevo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/medioevo">medioevo</a> persino all&#8217;interno delle chiese con le Feste dei Folli, l&#8217;Episcopello e l&#8217;Asinaria Festa, che si svolgevano fra il Natale e il primo dell&#8217;anno, nei giorni in cui era stata spostata la festa romana a partire dal secolo IV.</p>
<p style="text-align: justify;">Si eleggeva persino un <em>Episcopus puerorum</em> o <em>innocentium </em>(vescovo dei fanciulli o degli innocenti) cantando un ritornello significativo, dove affiora la funzione saturnalizia che ristabilisce le condizioni anteriori all&#8217;inizio della storia umana: «<em>Deposuit potentes de sede et exaltavit humiles </em>(depose i potenti dal seggio ed esaltò gli umili)» (6).</p>
<p style="text-align: justify;">Ma Saturno non è soltanto il dio che presiede al rinnovamento dell&#8217;anno, che attraversa &#8220;le acque&#8221;. È anche il dio che approda alla nuova riva felice, che regna sull&#8217;età dell&#8217;oro. Non è soltanto il dio che spegne il passato e accende il futuro, è il dio del regno senza ombre e senza conflitti. Secondo la tradizione romana, Giano, il Creatore e Iniziatore per eccellenza, il Tempo Infinito che genera tutti gli dèi, accolse Saturno, giunto nel Lazio, associandolo nel regno che fu un periodo di pace e di tranquilla operosità, l&#8217;Età dell&#8217;Oro. Dopo quel lungo regno, amministrato in concordia con Giano, Saturno «improvvisamente scomparve» (7).</p>
<p style="text-align: justify;">Certo, le due funzioni di Saturno sembrano quasi il frutto di una giustapposizione mitica di cui non abbiamo tuttavia riscontro. Né ci aiutano gli scrittori dell&#8217;epoca, che anzi avvolgono il dio in un velo di mistero, come ad esempio Macrobio che faceva dire a uno dei suoi personaggi nei <em>Saturnali</em>: «Infatti nelle stesse sacre cerimonie non è concesso di illustrare le origini occulte e promananti dalla fonte della pura verità: se poi qualcuno le consegue, gli è ordinato di contenerle protette nella coscienza» (8).</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/il-mulino-di-amleto/3966" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-3302" style="margin: 10px;" title="il-mulino-di-amleto" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/il-mulino-di-amleto.jpg" alt="il-mulino-di-amleto" width="200" height="313" /></a>Giorgio de Santillana e Herta von Dechend ne danno un&#8217;interpretazione che lo collega esclusivamente all&#8217;età dell&#8217;oro: «Era Yama in India, Yina Xsaeta nell&#8217;<em>Avesta </em>antico-iranico (nome che in persiano è diventato Jamshid), Saeturnus e poi Saturnus in latino. Saturno o Kronos era noto sotto molti nomi come il Sovrano dell&#8217;Età dell&#8217;Oro&#8230; Era il Signore della Giustizia e delle Misure» (9). Questo Saturno-Kronos, in cui è difficile distinguere gli apporti greci da quelli specificamente etrusco-laziali, venne detronizzato da Zeus che lo gettò dal carro, esiliandolo in un&#8217;isola desertica ove dimora addormentato perché, essendo immortale, non può morire: vive in una specie di vita-nella-morte, avvolto in lini funerari fino a quando non verrà il tempo destinato al suo risveglio, ed egli allora rinascerà a noi come bambino; rinascita che coinciderà con l&#8217;inizio del nuovo ciclo.</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=8875458057" target="_blank"><img class="alignleft" style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="../immagini/deiemitiitalici.bmp" border="0" alt="Renato del Ponte, Dei e miti italici" width="94" height="141" /></a>Questo mito è simbolicamente analogo a un rito che si svolgeva ogni anno a Roma durante la festa del dio. Macrobio narra che i legami in cui veniva serrata la statua di Saturno nel tempio ai piedi del Campidoglio, venivano sciolti il giorno della sua festa (10), quasi potessero ritornare, sia pur per breve durata «quelle condizioni la cui apparente contraddittorietà ci aveva sinora stupito», commenta <a title="Renato Del Ponte" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/renato-del-ponte/">Renato Del Ponte</a>: «da una parte la notte e la confusione dell&#8217;indeterminato, dall&#8217;altra la gioia e il lucore di una lontana età di pienezza». E soggiunge: «Lo scioglimento del dio sta semplicemente a significare, secondo le leggi della magia simpatica, lo scatenamento della sua forza (benefica, ma nel contempo ambigua, come tutto ciò che è anteriore all&#8217;inizio), nel tempo sacro che la sua festa ogni anno riammette nella comunità» (11).</p>
<p style="text-align: justify;">Per questo motivo i giorni &#8220;solstiziali&#8221; fino a Capodanno sono vissuti, spesso inconsapevolmente, nell&#8217;apparente contraddizione fra euforia, confusione e desiderio di rinnovamento, fra mortificazione, penitenza (l&#8217;Avvento) e attesa di una palingenesi. Saturno, dio contraddittorio, regna su queste contraddizioni solstiziali, ma regna anche con un ambiguo sorriso, quello di Colui che ha le chiavi del Grande Gioco cosmico. Egli infatti è il dio che chiude un ciclo e ne apre uno nuovo, che ritira simbolicamente i dadi dalla tavola e li rigetta formando nuove combinazioni. Non si è parlato a caso di dadi: non è soltanto una metafora, perché il gioco d&#8217;azzardo era strettamente connesso con il dio, tanto che a Roma era permesso giocare soltanto durante i Saturnalia. Con il tempo, dopo tante modifiche e aggiunte, il gioco d&#8217;azzardo è stato introdotto nel banchetto privato e considerato un divertimento privato. Ma all&#8217;origine era sacro.</p>
<p style="text-align: justify;">Come ha osservato Margarethe Riemschneider nel saggio sui Saturnalia (12), l&#8217;enigmatico dio non è soltanto Colui che regna sulla notte solstiziale, non soltanto Colui che regna sull&#8217;Età dell&#8217;Oro, ma anche il Giocoliere supremo che possiede la chiave del Gioco Cosmico, ovvero di ogni ciclo: «Egli regola l&#8217;Ordine Universale con le mosse del suo bastone scettro», commenta <a title="Renato Del Ponte" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/renato-del-ponte/">Del Ponte</a> (13). Molti di noi hanno giocato alla tombola nei giorni natalizi: ebbene, questo gioco non è se non il ricordo sbiadito del Grande Gioco del dio e parallelamente del gioco-oracolo con il quale anticamente, e non soltanto a Roma, si cercava di capire la nostra collocazione nel cosmo.</p>
<p style="text-align: justify;">La sovrapposizione del Natale cristiano alle antiche usanze cristiane ha reso meno riconoscibili queste altre usanze che pure, come quella della tombola, continuano a sussistere. Margarethe Riemschneider le ha studiate nel saggio che si è già citato. Ma persino i comportamenti più banali, come ad esempio l&#8217;usanza di sbarazzarsi degli oggetti inservibili nella notte di San Silvestro, o la confusione euforica delle ore che precedono il Capodanno sono un segno che certi archetipi sono radicati nella psiche e non soggetti all&#8217;usura del tempo. D&#8217;altronde non si dice anche &#8220;Anno nuovo, vita nuova&#8221;? Pare un detto banale, eppure si ricollega perfettamente ai giorni su cui regna enigmaticamente Saturno.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>NOTE</strong></p>
<p style="text-align: justify;">1 &#8211; Macrobio, <em>Saturnali </em>I. 12, 3.</p>
<p style="text-align: justify;">2 &#8211; G.B. Tilak, <em>The </em><em>arctic home in </em><em>the Vedas</em>. Poona 1971. cap. VIII.</p>
<p style="text-align: justify;">3 &#8211; Imperatore Giuliano, <em>Su Elios Re</em>, 156b.</p>
<p style="text-align: justify;">4 &#8211; Angelo Brelich, <em>Tre variazioni romane sul tema delle origini</em>, Roma 1955, p. 89.</p>
<p style="text-align: justify;">5 &#8211; <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/rene-guenon/">René Guénon</a></span>, «Alcuni aspetti del simbolismo del pesce» in <em>Simboli della scienza sacra</em>, Milano 1975.</p>
<p style="text-align: justify;">6 &#8211; Cfr. V. De Bartolomeis, <em>Origini della poesia drammatica italiana</em>, Torino 1952, pp. 180-182.</p>
<p style="text-align: justify;">7 &#8211; Virgilio, <em><a title="Eneide" href="http://www.libriefilm.com/eneide/530">Eneide</a> </em>VII, 319; Ovidio <em>Fasti </em>I, 239.</p>
<p style="text-align: justify;">8 &#8211; Macrobio, cil. 1, 7, 18.</p>
<p style="text-align: justify;">9 &#8211; Giorgio de Santillana e Herta von Dechend, <a title="Il mulino di Amleto" href="http://www.libriefilm.com/il-mulino-di-amleto/3966"><em>Il mulino di Amleto</em></a>, Milano 1983, pp. 179 ss.</p>
<p style="text-align: justify;">10 &#8211; Macrobio, cit. I, 8, 15.</p>
<p style="text-align: justify;">11 &#8211; Renato Del Ponte, <a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=8875458057" target="_blank"><em>Dèi e miti italici</em></a>, Genova 1985, pp. 104 e 119.</p>
<p style="text-align: justify;">12 &#8211; Margarethe Riemschneider, <em>Saturnalia </em>in &#8220;Conoscenza religiosa&#8221;. n. 4. 1981 e n. 1-2, 1982.</p>
<p style="text-align: justify;">13 &#8211; Renato Del Ponte, cit., p. 106.</p>
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		<title>La notte di Valpurga</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Sep 2009 08:53:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alfredo Cattabiani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Miti e significati simbolici della notte di Valpurga, la tradizionale festa della notte tra 30 aprile e 1 maggio]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/cattabiani.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Alfredo Cattabiani" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/yggdrasil.thumbnail.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Simboli e simbologia" /><br/><p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/calendario/619" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-2757" style="margin: 10px;" title="calendario" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/calendario.jpg" alt="calendario" width="200" height="308" /></a>Anticamente fra i <a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/celti">Celti</a> la notte fra il 30 aprile e il 1° maggio segnava il passaggio alla bella stagione: una notte di veglia, una specie di capodanno primaverile, durante la quale si susseguivano danze e banchetti in un&#8217;atmosfera orgiastica aspettando il nuovo giorno che segnava l&#8217;inizio del trionfo della luce sulle tenebre e quando si sarebbe celebrata la festa di Beltane da cui sarebbe derivato il Calendimaggio medievale. Sulla notte, si diceva, vegliava la Grande Madre della fertilità che governava il destino dei viventi e dei morti. Con la cristianizzazione dell&#8217;Europa centrale la notte del 30 aprile subì una metamorfosi perché si raccontava che vi si dessero convegno spiriti inferi, streghe e stregoni che si dovevano espellere grazie all&#8217;intercessione di santa Valpurga: una monaca inglese (710-778), diventata badessa del monastero tedesco di Heidenheim presso Eichstatt, dove fu sepolta il 1° maggio 871 nella chiesa di Santa Croce, che ha ereditato le funzioni della Grande Madre e ha dato il nome alla notte, chiamata popolarmente «la notte di Valpurga».</p>
<p style="text-align: justify;">La coincidenza calendariale l&#8217;ha trasformata dunque nella santa che protegge dalle streghe: dalle pietre dove le sue ossa furono sepolte, sgorgava il miracoloso «olio di santa Valpurga» che fra le tante virtù avrebbe avuto anche quella di proteggere dalle stregonerie. Il 1° maggio, cacciate le streghe, ovvero ricacciati i morti negli inferi, si portava e si porta ancora, dove la tradizione è sopravvissuta, un albero dal bosco collocandolo in mezzo al paese: è l&#8217;Albero di Maggio o semplicemente il Maggio.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/lunario/702" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-2758" style="margin: 10px;" title="lunario" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/lunario.jpg" alt="lunario" width="200" height="299" /></a>«Nella Svezia, il 1° maggio &#8211; riferisce il Frazer &#8211; si soleva portare nei villaggi un gran pino che veniva adornato di nastri e drizzato in piedi; poi il popolo vi danzava allegramente intorno a suon di musica. L&#8217;albero verde restava nel villaggio sostituito da uno fresco il 1° maggio seguente&#8230;». Sull&#8217;albero sfrondato, cui rimaneva soltanto una corona di foglie, venivano posti salsicce, dolci, uova e altri cibi oltre a nastri variopinti. I giovani vi si arrampicavano per impossessarsene: una sopravvivenza di queste usanze si ritrova negli Alberi della Cuccagna delle nostre fiere. Quell&#8217;albero altro non era che il <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbolo</a> dell&#8217;Albero Cosmico, le cui fronde si trovano di là dal visibile, nel non manifestato, analogo alla scala di Giacobbe, asse del mondo grazie al quale si può giungere alla comunione divina.</p>
<p style="text-align: justify;">Maggi erano anche i ramoscelli che i giovani offrivano alle ragazze come augurio di amore e fecondità; oppure erano portati in processione di porta in porta da gruppi di questuanti che chiedevano cibi o dolciumi in cambio. Quelle processioni avevano la funzione di ottenere grazie al «magico» maggio rinnovamento e prosperità. Come per la notte del 30 aprile la Chiesa cercò nel corso dei secoli se non di cristianizzare per lo meno di rendere più accettabili queste cerimonie: nacque così l&#8217;usanza, ancora viva in alcuni paesi fra cui l&#8217;Andalusia, di sostituire l&#8217;albero con la Croce di Maggio. Chi è d&#8217;altronde il Cristo se non l&#8217;Albero della Vita?</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>Il Tempo</em> del 1 maggio 2003.</p>
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		<title>Le forbici dell&#8217;Anarca</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Mar 2009 15:41:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alfredo Cattabiani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Le riflessioni di Ernst Jünger su morte e vita nel libro La forbice]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/cattabiani.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Alfredo Cattabiani" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/ernstjunger48x48.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Ernst Jünger" /><br/><p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=9788877463852" target="_blank"><img class="alignright" style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="../immagini/duevoltelacometa.bmp" border="0" alt="Ernst Jünger, Due volte la cometa" width="95" height="159" /></a>Quel che stupisce di <a title="Ernst Jünger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger" target="_self">Ernst Jünger</a> non è la pur straordinaria longevità, ma la lucidità con cui percorre questi estremi anni della sua vita. Versatile e operoso, continua a scrivere con la disinvoltura di un uomo maturo, passando da un appassionante romanzo giallo, <a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=9788845913389" target="_blank"><em>Un incontro pericoloso</em></a> (Adelphi 1986), a un diario di un viaggio in Malesia e Indonesia, <a href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=9788877463852"><em>Due volte la cometa</em></a> (Guanda 1989), a saggi e raccolte di aforismi. I suoi libri vengono tradotti con qualche anno di ritardo, sicché soltanto ora, mentre compie centouno anni, ci giunge <em>La forbice</em> (Guanda), che scrisse quando ne aveva appena novantacinque: una serie di brevissimi capitoletti che seguono un percorso spiraliforme, enigmatico, balenante di intuizioni, di immagini, di domande. Chi vi si addentri non si aspetti un discorso formalmente compiuto, dovrà porsi in ascolto per captare le più impercettibili risonanze, perché sono queste a dare il tono alla riflessione. Lo stile stesso, come ha osservato Quirino Principe nella sua introduzione, è meno smagliante, meno trasparente che nel passato, ma forse più adamantino: ma sarà difficile accorgersene per i lettori italiani perché la traduzione di Alessandra Iadicicco non è sufficiente per restituircene interamente l&#8217;aroma.</p>
<p style="text-align: justify;">Ogni lettore sarà colpito dai temi che più lo interessano, lo preoccupano, lo incantano. Impossibile riassumerli tutti, possibile invece percorrere quelli che sono le nervature più consistenti del libro, cominciando dalla continua presenza dell&#8217;invisibile nel tessuto quotidiano così come nell&#8217;opera d&#8217;arte, la quale altro non è se non visione poiché è dal Silenzio, dal non manifestato, che essa sorge, è nel contatto con il trascendente che trae la sua forza: «Non è il mondo, sia pure con quanto di bello o di tremendo gli appartiene, né la società con le sue virtù e i suoi vizi, ciò che conferisce all&#8217;opera d&#8217;arte riuscita la sua durata. Doveva sopraggiungere qualcosa che si sottraeva all&#8217;intenzione: come il contatto di una mano su una spalla, come il fugace bagliore di un faro che nella notte sfiora la fronte. Ciò che è senza tempo si ripete in modo sorprendente nel tempo».</p>
<p style="text-align: justify;"><a title="Junger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger"><img class="alignleft size-medium wp-image-1848" style="margin: 10px;" title="la-forbice" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/la-forbice.jpg" alt="" width="95" height="153" />Jünger</a> accenna a un bagliore: metafora che rimanda a quella dimensione di luce e di splendore che appare negli astri, non casualmente chiamati con i nomi degli dei, e si cela persino nelle cose apparentemente inanimate, come nelle <em>Miniere di Falun</em> di Hoffmann, dove Elis Fröbom, indirizzato dallo Spirito della Montagna, entra in una caverna dove lo splendore della pietra gli permette di scorgere persino ciò che è nascosto al di sopra delle nuvole. D&#8217;altronde non è una voce comune fra coloro che sono ritornati in vita dal coma di aver incontrato una indescrivibile luce proveniente dall&#8217;aldilà? Me lo narrò in una delle sue bizzarre cartoline postali anche Giuseppe Prezzolini, quasi centenario, dopo un suo tentato suicidio. Luce così straordinaria, così pacificante che molti provano delusione tornando in vita fino al punto di domandare: «Perché non mi avete lasciato morire?». È quel luogo di luce dove la forbice, che dà il titolo al libro, non taglia: la forbice della divisione, della morte, dell&#8217;esclusione, l&#8217;opposto della spirale che avvolge tutto, nulla separa, l&#8217;opposto del tempo senza tempo, dell&#8217;eternità.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma altri temi costellano queste pagine spiraliformi, dove si avvertono le presenze di una vena sapienziale che dal platonismo giunge fino a Hölderlin e <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/johann-wolfgang-goethe" target="_blank">Goethe</a></span>, attraversando il nichilismo di Nietsche: i territori della visione, della profezia, della preveggenza che mostrano come il tempo possa essere percorso, anticipato in una sorprendente incursione che rende paradossalmente passato il futuro visitato; la storia vista senza meta, il cammino valutato più importante della meta poiché è in esso che si realizza il destino di un uomo: «Il cammino», scrive <a title="Ernst Junger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a>, «è più importante della meta, nel senso che esso la contiene in ogni istante, soprattutto in quello della morte». In esso è significativo ogni tratto, è il cammino il compito di ogni persona. «La meta è sempre possibile, sempre e dappertutto; il viandante la porta con sé, come il suo orologio. E se il cammino è pensato come una passione, egli si porta la sua croce fin dal principio. Nessuno muore prima di aver realizzato il suo compito».</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=9788845913389" target="_blank"><img class="alignright" style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="../immagini/unincontropericoloso.bmp" border="0" alt="Ernst Jünger, Un incontro pericoloso" width="95" height="149" /></a>Vi sono infine quelle riflessioni sulla nostra epoca che i lettori dello scrittore tedesco conoscono già dai suoi libri precedenti: la carica elettrica e plutonica dell&#8217;attuale atmosfera dove trionfa la potenza del fuoco sulla terra, l&#8217;aria e l&#8217;acqua, la riduzione in cifre della società, il senso di insoddisfazione che le istituzioni e le conquiste tecnologiche, pur nel benessere generano nell&#8217;uomo contemporaneo insieme con una difficilmente sopportabile inquietudine. E soprattutto la profezia secondo la quale sta giungendo il secolo dei Titani; che tuttavia è destinata a tramontare: «Che i Titani non siano alla fine sufficienti», conclude enigmaticamente lo scrittore, «fu dimostrato in forma augurale dal naufragio sull&#8217;iceberg della nave battezzata con il loro nome. È ben raro che Cassandra scenda, come allora, nei dettagli».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>* * *</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>Il Giornale</em> del 29 marzo 1996.</p>
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		<title>Gòmez Dàvila, il Pascal colombiano che rifiutò il pensiero «corretto»</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Jan 2009 10:58:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alfredo Cattabiani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Vita, opere e pensiero di Nicolás Gómez Dávila, filosofo e pensatore cattolico colombiano]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/cattabiani.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Alfredo Cattabiani" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/letteratura48x48.png" width="48" height="48" alt="" title="Letteratura" /><br/><div id="attachment_1684" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-1684" title="Nicolás Gómez Dávila (Cajicá, 18 maggio 1913 – Bogotá, 17 maggio 1994)" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/davila.jpg" alt="Nicolás Gómez Dávila (Cajicá, 18 maggio 1913 – Bogotá, 17 maggio 1994)" width="300" height="224" /><p class="wp-caption-text">Nicolás Gómez Dávila (Cajicá, 18 maggio 1913 – Bogotá, 17 maggio 1994) nella biblioteca della sua casa.</p></div>
<p style="text-align: justify;">Nella biblioteca della sua casa, composta da trentamila volumi, trascorreva la maggior parte della sua giornata uno scrittore cattolico che si definiva provocatoriamente «reazionario»: Nicolàs Gòmez Dàvila, nato nel 1913 a Santafé de Bogotà e là morto nel 1994. Il padre, che aveva fatto fortuna commerciando in tessuti, era proprietario di una grande fattoria. Secondo le usanze<span> </span>della ricca borghesia colombiana, la famiglia si era trasferita per alcuni anni a Parigi perché il figlio ricevesse una educazione europea. Se ne occuparono i benedettini che gli insegnarono fra l’altro a leggere correntemente in greco e latino i classici antichi e i padri della Chiesa. Ebbe anche modo di perfezionare la conoscenza della lingua e della cultura inglese durante i mesi estivi trascorsi in Inghilterra.</p>
<p style="text-align: justify;">Tornato a ventitré anni in Colombia, si sposò ed ebbe tre figli. Da allora no si allontanò più dalla sua casa se non per sei mesi nel 1949, per un viaggio nell’Europa occidentale insieme con la moglie. Preferiva viaggiare con la mente più che con il corpo. Dedicava la sua vita alla lettura, alla meditazione e alla scrittura, rifiutando molte allettanti proposte di carriera politica e anche la nomina di ambasciatore in sedi prestigiose come Londra e Parigi.</p>
<p style="text-align: justify;">Pochi finora ne conoscevano l’opera, tant’è vero che nel 1990 José Miguel Oviedo lo chiamava nella sua <em>Historia del ensayo hispanoamericano</em> «l’illustre sconosciuto». Ed era logico che gravasse un imbarazzato, se non ostile, silenzio su uno scrittore che nella sua opera principale, pubblicata in più anni e in più volumi, <em>Escolis a un texto implicito</em>, sosteneva che tutto quel che è considerato «scorretto» dai nipotini del pensiero che si autodefinì «corretto».</p>
<div id="attachment_1683" class="wp-caption alignright" style="width: 277px"><img class="size-medium wp-image-1683" title="Nicolás Gómez Dávila" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/gomez445.jpg" alt="Nicolás Gómez Dávila" width="267" height="176" /><p class="wp-caption-text">Nicolás Gómez Dávila</p></div>
<p style="text-align: justify;">Ora<span> </span>finalmente ne possiamo leggere in italiano una prima parte col titolo di <em>In margine a un testo implicito</em>, a cura di Franco Volpi. E’ una raccolta di aforismi sulla scia di Balthasar Gracìan, dei La Rochefoucauld o dei Pascal. Sono folgoranti distillazioni di un discorso più ampio che egli lascia sviluppare al lettore o meglio immaginare perché questi aforismi vengono presentati già nel titolo come scolii, ovvero commenti a un testo che essi sottendono. Ma questo testo, che altro non sarebbe se non il pensiero dell’autore se l’avesse argomentato sistematicamente, non si può agevolmente ricostruire<span> </span>se si è stati educati alla vulgata<span> </span>culturale neoilluminista, rivoluzionaria e strumentalistica che ha permeato le università e la maggior parte dei mezzi di comunicazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Certo, un lettore in sintonia<span> </span>con Gòmez Dàvila non può non ripercorrere immediatamente il ragionamento che conduce a un aforisma come: «la scienza inganna in tre modi: trasformando le sue proposizioni in norme, divulgando i suoi risultati più che i suoi metodi, tacendo le sue limitazioni epistemologiche»; oppure a quello sotteso a un altro: «La <a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religione</a> non è nata dall’esigenza di assicurare solidarietà, come le cattedrali non sono state edificate per incentivare il turismo», dove si coglie una critica a chi, pur in buona fede, ha depotenziato il messaggio evangelico in un generico assistenzialismo.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma gli altri lettori? Come interpreteranno soprattutto gli aforismi che sconvolgono le loro «idee ricevute»? Come reagiranno di fronte alla sua esaltazione del «reazionario», anche se Gòmez Dàvila spiega che «il passato lodato dal reazionario non è epoca storica ma norma concreta. Quel che il reazionario ammira di altri secoli non è la loro realtà, sempre miserabile, ma la norma peculiare alla quale disobbedivano».</p>
<p style="text-align: justify;">D&#8217;altronde vale la pena di resuscitare parole come «reazionario» che furono coniate proprio da chi non ne condivideva le idee, cioè dai rivoluzionari?</p>
<p style="text-align: justify;">Nella sua biblioteca si è trovata tutta la Patrologia greca e latina del Migne: il che ci permette di capire come il suo pensiero si fondasse sul pensiero cristiano più antico; sicché alla luce di queste letture può essere interpretata correttamente anche una sua affermazione che, isolata, sconcerterebbe: «Il paganesimo è l’altro Antico Testamento della Chiesa», nel senso che i saggi greci antichi, da <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/platone">Platone</a></span> a <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/marco-tullio-cicerone" target="_blank">Cicerone</a></span> a Plotino, così come quelli di altre religioni, testimoniano di una conoscenza, pur imperfetta e incompleta, di Dio. Convinzione che l’accomuna a un’altra scrittrice del Novecento, Simone Weil la quale, come si rammenterà, scrisse proprio un libro intitolato <em>La Grecia e le intuizioni precristiane</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>* * *</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>Avvenire </em>del 12 maggio 2001.</p>
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		<title>Il sette in condotta</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Jan 2009 16:54:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alfredo Cattabiani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La reintroduzione del voto in condotta nella speranza di riportare l'educazione tra le giovani generazioni]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/cattabiani.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Alfredo Cattabiani" /><br/><p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=8804506784" target="_blank"><img class="alignright" style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="../immagini/acquario.bmp" border="0" alt="Alfredo Cattabiani, Acquario. Simboli, miti, credenze e curiosità sugli esseri delle acque: dalle conchiglie alle sirene, dai delfini ai coccodrilli, dagli dei agli animali fantastici" width="95" height="147" /></a>Ritorna il sette in condotta nelle scuole. Vi è chi ha gridato alla restaurazione di una educazione “autoritaria e repressiva”. Ma tutti noi sappiamo in quale pessimo stato sia la disciplina nelle aule. Molti professori si trovano addirittura in difficoltà perché i genitori degli alunni contestano i provvedimenti disciplinari. Purtroppo una parte della nuova generazione è stata poco educata in quelle famiglie dove un malinteso culto per la libertà e l’antiautoritarismo, tipico delle generazioni sessantottine, ha provocato danni psicologici nei figli che richiederanno anni per essere corretti. D’altronde l’indisciplina, la mancanza di senso civico, il disprezzo per i beni della collettività sono ormai così diffusi anche fra gli adulti che è nato un detto molto preoccupante: “I divieti sono solo inviti: ognuno si regoli come preferisce, secondo il suo interesse”. Per questi motivi il ministro della Pubblica Istruzione ha dichiarato che “l’educazione civica comincia dal rispetto nei confronti dei propri compagni, dei docenti e dei luoghi nel quali si studia’. È un’osservazione ovvia, da Bouvard e Pécuchet, ma la situazione è così preoccupante che la decisione pare persino originale, innovativa.</p>
<p style="text-align: justify;">Tuttavia la reintroduzione del sette in condotta con le consegue che ne derivano non sarebbe sufficiente se la scuola stessa non si impegnasse a rimuovere a poco a poco questa maleducazione che ha le sue radici, come dicevamo, in molte famiglie non più capaci di controllare le pulsioni dei figli, spesso in balia di pubblicità mode amicizie incontrollate, messaggi negativi. Per questo motivo, con la istituzione di un <em>tutor </em>e con un recupero da parte degli insegnanti, più motivati  economicamente e più rispettati, della loro piena funzione educativa è forse possibile ovviare all’indebolimento della funzione familiare. “Una scuola così concepita“, ha osservato Letizia Moratti In una recente intervista, “anche colmando il vuoto di spazi di aggregazione dei giovani, torna ad essere un forte collante sociale fatto di solidarietà e senso civico, di rispetto umano, perché sa fornire alle nuove generazioni una buona formazione morale e spirituale&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=8804496193" target="_blank"><img class="alignleft" style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="../immagini/zoario.bmp" border="0" alt="Alfredo Cattabiani, Zoario" width="95" height="148" /></a>Educazione, prevenzione e una dose sopportabile di repressione al tempo stesso; un metodo che ha sempre dato buoni risultati là dove non ci s’illude sulla natura umana e si sa che tutti noi siamo attraversati da pulsioni negative, talvolta persino distruttive, e da contrastare fin dalla prima adolescenza spiegando nello stesso tempo ai ragazzi che la espansione incontrollata del proprio io non può non provocare un intreccio di strumentalizzazioni reciproche, di sopraffazioni dei più deboli, di disgregazione sociale di violenza. Ne erano consapevoli i padri gesuiti che mi hanno educato alternando la repressione alla formazione e giungendo persino a celebrare pubblicamente gli studenti più educati in un albo d’onore che, esposto nell’atrio accanto a un altro dedicato all’istruzione, segnalava ogni mese chi si era distinto per buona educazione. Un giorno domandai al padre censore, che doveva vegliare sulIa nostra buona condotta, perché si ponesse la buona educazione sullo stesso piano dell’istruzione: “San Francesco di Sales” mi rispose, ”ha spiegato che la compitezza è il primo  gradino della santità”.</p>
<p style="text-align: justify;">Fui sconcertato da quella criptica definizione; finché un giorno, durante la ricreazione, volli riprendere il discorso. “Vedi,” mi rispose “per diventare una persona beneducata è necessario un primo fondamentale passo: controllare le proprie pulsioni; sicché un’aurea regola comanda che tutti i gesti e i comportamenti che turbino l’armonia interiore vengano banditi e insegna anche massime come ad esempi “Avere troppa coscienza di se stessi o considerarsi al centro del mondo è sgradevole”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>* * *</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>Avvenire</em> del 28 marzo 2002.</p>
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		<title>Se sei cortese ti avvicini alla santità</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Jan 2009 10:15:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alfredo Cattabiani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Lezioni spirituali su autocontrollo, dominio delle passioni e cortesia]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/cattabiani.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Alfredo Cattabiani" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/teiwaz.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Teiwaz" /><br/><p style="text-align: justify;">Mi pare utile un sintetico commento alla polemica fra Cesare Viviani e Gilberto Finzi sulla cortesia che è uno dei fondamenti del vivere armonico perché consiste nel predisporre l’animo altrui alla benevolenza e al buon umore. E’ un atto di suprema civiltà e anche conveniente, come ci ricordano due proverbi: «La cortesia ci conserva gli amici» e «La cortesia ci procura amici e la verità cruda ci procura l’odio».</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=8804496193" target="_blank"><img style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="../immagini/zoario.bmp" border="0" alt="Alfredo Cattabiani, Zoario" width="95" height="148" align="right" /></a>Nell’<a title="Antichità" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/storia-antica">antichità</a> era chiamata in vari modi: <em>urbanitas</em>, <em>civilitas</em>, <em>humanitas</em>. <em>Urbanitas</em> perché si contrapponeva alla rozzezza e alla ruvidezza del “villano”, di colui che abitava nella <em>villa</em>; <em>civilitas </em>per sottolineare che l’affabilità, la semplicità di maniere, e la cortesia erano tipiche del <em>civis </em>consapevole della sua dignità di cittadino romano; e infine <em>humanitas</em>, che ci sembra il termine latino più felice per definire quell’intreccio di amabilità, benevolenza, educazione, cultura, affabilità, dolcezza, educazione del signore che dal <a title="medioevo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/medioevo">medioevo</a> venne chiamato “cortese” (da corte) e di cui ci ha dato un ritratto compiuto nel Cinquecento Baldesar Castiglione con <a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=8811362601"><em>Il libro del Cortegiano</em></a>.</p>
<p style="text-align: justify;">La cortesia infatti non consiste semplicemente nelle buone maniere. E’ qualcosa di più profondo, come mi ricordò in seconda media un padre gesuita déll’Istituto sociale di Torino. Nell’atrio della scuola, campeggiavano due imponenti cornici di legno, sovrastate rispettivamente dalle scritte «Albo dell’istruzione» e «Albo della educazione». Ogni mese incorniciavano i nomi, scritti in bella calligrafia floreale, di quegli allievi che si erano distinti nei due campi perché la buona educazione era considerata dai padri gesuiti pari alla istruzione.</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=8811362601" target="_blank"><img class="alignleft" style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="../immagini/cortegiano.bmp" border="0" alt="Baldassarre Castiglione, Il libro del cortegiano" width="95" height="154" align="right" /></a>«Perché non limitarsi a segnalare la buona condotta, come nelle pagelle?», obiettai un giorno al padre spirituale. «Perché», mi rispose enigmaticamente, «la buona creanza, come ha scritto san Vincenzo de Paoli, è metà della santità, e prima di lui san Francesco de Sales ha spiegato che la compitezza è il primo gradino della santità». Fui sconcertato da quella criptica definizione che mi sembrava troppo intellettualistica; finché un giorno, durante la ricreazione, volli riprendere il discorso. «Vedi», mi rispose allusivamente, «per diventare una persona cortese è necessario un primo fondamentale passo: controllare le proprie pulsioni; sicché un’aurea regola comanda che tutti i gesti e i comportamenti che turbino l’armonia interiore vengano banditi; e insegna anche massime come: “Commiserarsi è infame”, “Compiacersi di aver ragione è odioso”, “Avere troppa coscienza di se stessi è sgradevole”. Quella lezione continuò con la citazione di un brano di un cistercense, il piemontese cardinal Giovanni Bona che, vissuto nel XVII secolo, aveva tracciato il profilo mondano di un santo: «Pronto all’omaggio, tacito agli affronti, verecondo verso gli onori, difficile a indignarsi, affabile, trattabile, lieto e moderatamente giocondo, socievole senza disprezzo, grato, benefico, attraente».</p>
<p style="text-align: justify;">Certo, non è facile giungere a tanta perfezione per chi non abbia la vocazione alla santità. Ma un primo laico gradino lo si potrebbe salire cominciando a disciplinare il nostro io, a considerare gli altri non come strumenti per il nostro piacere, a provare interesse e rispetto per chiunque s’incontri cercando di farlo sentire a suo agio. E’ questa benevolenza nei confronti degli altri la fonte dell’autentica cortesia che si esprime mediante le buone maniere ma non vi si esaurisce, anche perché i codici di comportamento variano secondo i luoghi e le epoche.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>Avvenire</em> del 13 dicembre 2002.</p>
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		<title>Io, infame scrittore di Destra</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Dec 2008 11:02:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alfredo Cattabiani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Alfredo Cattabiani ripercorre gli ostracismi subiti dalla casa editrice Rusconi in occasione della sua direzione editoriale]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/cattabiani.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Alfredo Cattabiani" /><br/><p style="text-align: justify;">L&#8217;articolo di Bruno Costi sull&#8217;egemonia e la malafede della cultura di sinistra merita una chiosa, o meglio una testimonianza personale che più di mille denunce può spiegare ai giovani la pervicacia dell&#8217;intolleranza «progressista» nei confronti del Diverso.</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/alfredo-cattabiani"><img style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="../immagini/alfredo2.JPG" border="0" alt="" width="149" height="152" align="right" /></a>Fra il 1970 e il 1972 cominciarono a uscire i primi libri della Rusconi Libri, che ero stato chiamato a dirigere un anno prima. Ne citerò alcuni a titolo di esempio: <a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=8845210278"><em>II Signore degli anelli</em></a> di J. R. R. Tolkien, <em>Tramonto o eclissi dei valori tradizionali, </em>un dibattito fra Augusto del Noce e Ugo Spirito, il <em>Manifesto dei conservatori</em> di Giuseppe Prezzolini, alcune autobiografie di pellirosse, <em>Il flauto e il tappeto</em> di Cristina Campo, <em>Difesa della luna</em> di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/guido-ceronetti">Guido Ceronetti</a></span>, <em>La mela di Adamo e la mela di Newton</em> di Giuseppe Sermonti, <em>La morte della luce</em> di Hans Sedlmayr, <em>Le serate di Pietroburgo</em> di Joseph de Maistre, una testimonianza di Marcenko sui campi di concentramento sovietici, e saggi di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/rene-guenon/">René Guénon</a></span>, Simone Weill, Alce Nero, <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/mircea-eliade">Eliade</a></span>. Era una casa editrice alternativa, aperta anche ad autori della sinistra: senza censure.</p>
<p style="text-align: justify;">Opposta fu la reazione; dapprima si cercò di tacere, di non recensire, di ignorare. Ma i libri si vendevano a decine di migliaia di copie, sicché diventava sempre più difficile ignorarli. Si passò allora alla denigrazione sistematica della casa editrice e del suo direttore editoriale. Nel novembre del 1970 Umberto Eco pubblicò sull&#8217;«Espresso» un articolo minaccioso nei confronti di scrittori come Quinzio e Ceronetti che avevano avallato la Rusconi, col titolo ironico: «La parabola del buon reazionario»; nel luglio del 1971 Valerio Riva scrisse sulla stessa rivista un altro articolo col titolo terroristicamente allusivo: «Libro e boschetto» perché la casa editrice pubblicava anche saggi sulla salvaguardia della natura, fra cui <em>Manuale di ecologia</em> di Alfredo Todisco. Il 16 dicembre 1971 Walter Pedullà sulle colonne di «Rinascita» ammoniva: «Quanto bisognava dire contro la Biennale cinematografica di Venezia (la dirigeva allora Rondi), contro la concentrazione di testate di giornali e contro De Feo è stato scritto, così come contro l&#8217;editoria i cui piani sono più provocatoriamente reazionari, ad esempio, onore al merito, quelli di Rusconi, che ha fatto presto a farsi riconoscere per l&#8217;alfiere di un&#8217;operazione di destra».</p>
<p style="text-align: justify;">Poi nel 1972, approfittando dell&#8217;adesione di un nostro autore, Armando Plebe, al Msi, quasi che uno scrittore rappresentasse politicamente la casa editrice, la canea aumentò d&#8217;intensità, intervenne naturalmente anche Moravia, si cominciò a parlare del pericolo di una «restaurazione della cultura». Ceronetti, reo di collaborazionismo, venne allontanato dall&#8217;«Espresso», nei maggiori premi letterari le opere della Rusconi venivano sistematicamente ignorate o, se non era possibile, tenute a prudente distanza dalla vittoria, anche quando i loro autori non erano etichettabili «a destra», come ad esempio Luigi Compagnone, Mario Pomilio, Carlo Coccioli o Giorgio Saviane. Quanto a Giuseppe Berto, diventato «reazionario», riuscì a vincere il Bancarella con <em>Oh, Serafina!</em> grazie ai librai pontremolesi che non obbedivano alle parole d&#8217;ordine vigenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Continuai impassibile sulla mia strada, pubblicando i maggiori esponenti della cultura sapienziale del Novecento, da Coomaraswamy a Marius Schneider, da Abraham J. Heschel a <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/mircea-eliade">Eliade</a></span>, fino a quando nel 1975 la casa editrice venne affidata a un nuovo direttore generale, Ugo Braga, che aveva il compito di eliminare tutte le collane che avevano suscitato riserve nella sinistra, prima fra tutte «Tradizione» dove avevo stampato, oltre a De Maistre e Donoso Cortes, Pavel Florenskji, il filosofo e matematico russo morto nei campi di concentramento stalinisti, di cui l&#8217;Adelphi avrebbe pubblicato qualche anno dopo <em>Le porte regali</em>, il saggio sul <a title="simbolismo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbolismo</a> delle icone.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;arrivo del nuovo direttore generale che aveva rilasciato alla stampa dichiarazioni gradite alla sinistra, produsse un effetto positivo sulle pagine letterarie dei quotidiani che cominciarono a considerare benevolmente i nuovi titoli incolori. Alla fine cercai lavoro altrove: tutte le porte mi vennero chiuse come a un maldestro principiante. Fui salvato dal «Settimanale» che allora apparteneva a una cordata di imprenditori liberali: da editore mi trasformai nel 1979, a quarantadue anni, in giornalista professionista. Quando nel 1981 si concluse traumaticamente quell&#8217;esperienza, cercai un altro giornale, ma riuscii a ottenere soltanto qualche vaga promessa da Gianni Letta, allora direttore de «Il Tempo», sul quale collaboravo grazie a <a title="Fausto Gianfranceschi" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/fausto-gianfranceschi/">Fausto Gianfranceschi</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Fortunatamente Corrado Guerzoni mi aprì, come collaboratore, i microfoni di Radiodue, non ancora controllata settariamente dalla sinistra, come succede adesso: l&#8217;insperata collaborazione mi permise letteralmente di sopravvivere. Fu allora che cominciai a scrivere quei libri di <a title="simbolismo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbolismo</a>, di storia delle <a title="religioni" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religioni</a> e di tradizioni popolari. I lettori li apprezzarono, la maggior parte dei giornali li ignoravano o quasi. Si diceva: «Quel <a title="Alfredo Cattabiani" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/alfredo-cattabiani">Cattabiani</a> è uno scrittore fine, ma purtroppo è di destra!». Come a dire: «È un infame!».</p>
<div class="mceTemp" style="text-align: justify;">
<dl id="attachment_1506" class="wp-caption alignleft" style="width: 164px;">
<dt class="wp-caption-dt"><img class="size-medium wp-image-1506" title="walter-pedulla" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/walter-pedulla.jpg" alt="Walter Pedullà" width="154" height="194" /></dt>
<dd class="wp-caption-dd">Walter Pedullà</dd>
</dl>
</div>
<p style="text-align: justify;">Nell&#8217;estate del 1986 un saggio di iconologia che avevo scritto con Marina Cepeda Fuentes, <em>Bestiario di Roma</em>, edito dalla Newton Compton, concorreva al premio Tevere. Nella riunione finale, quando la stragrande maggioranza della giuria era orientata a premiarlo, si alzò Walter Pedullà dicendo pressappoco così: «Forse non sapete che state per premiare uno dei responsabili della tensione culturale degli anni 70». Fortunatamente gli altri giudici non accettarono il ricatto ideologico.</p>
<div class="mceTemp" style="text-align: justify;">
<dl id="attachment_1507" class="wp-caption alignright" style="width: 220px;">
<dt class="wp-caption-dt"><img class="size-medium wp-image-1507" title="augias" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/augias-300x225.jpg" alt="Corrado Augias" width="210" height="158" /></dt>
<dd class="wp-caption-dd">Corrado Augias</dd>
</dl>
</div>
<p style="text-align: justify;">E ora ecco uno degli ultimi recenti episodi di censura: l&#8217;anno scorso usciva un mio libro, <em>Santi d&#8217;Italia</em> (Rizzoli), giunto ora alla quarta edizione. Si trattava di lanciarlo adeguatamente e la Rizzoli lo consigliò anche a Corrado Augias per la sua rubrica televisiva «Babele», perché toccava temi popolari. Silenzio per settimane e settimane. La capo ufficio stampa della Rizzoli mi confessò: «Non sono riuscita a ottenere nulla. Sa, Augias è di sinistra..». «Ma il mio è un libro di agiografia senza alcuna implicazione politica!», obiettai. «Che vuole? Le cose stanno così».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>* * *</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>Il Tempo</em> del 26 agosto 1994.</p>
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		<title>Un inno alla libertà in un breviario della filosofia</title>
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		<pubDate>Thu, 20 Nov 2008 10:41:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alfredo Cattabiani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un libro postumo del pensatore Cornelio Fabro che condensa la sua filosofia dell'esistenza e il suo sentimento religioso]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/cattabiani.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Alfredo Cattabiani" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/centrostudilaruna48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Centro Studi La Runa online" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/buddha.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Religione" /><br/><div id="attachment_1223" class="wp-caption alignleft" style="width: 135px"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=9788838447419"><img class="size-medium wp-image-1223" style="border: 0pt none; margin: 10px;" title="Cornelio Fabro, Libro dell'esistenza e della libertà vagabonda" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/libro-dell-esistenza-e-della-liberta-vagabonda.jpg" alt="Cornelio Fabro, Libro dell'esistenza e della libertà vagabonda" width="125" height="198" /></a><p class="wp-caption-text">Cornelio Fabro, Libro dell&#39;esistenza e della libertà vagabonda</p></div>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;ultima opera postuma di Cornelio Fabro, <em>Libro dell&#8217;esistenza e della libertà vagabonda</em> (Piemme), è una sorpresa per i suoi lettori e un invito a leggerla per coloro che non si sono mai avvicinati al massimo pensatore cattolico nell&#8217;ultima metà del secolo scorso. E&#8217; infatti una raccolta di aforismi che affrontano i vari temi del suo pensiero filosofico con il metodo del frammento che di volta in volta ne illumina un aspetto, sollecitando il lettore a una continua riflessione.</p>
<div class="mceTemp" style="text-align: justify;">
<dl id="attachment_1222" class="wp-caption alignright" style="width: 210px;">
<dt class="wp-caption-dt"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=9788831784337"><img class="size-medium wp-image-1222" style="border: 0pt none; margin: 10px;" title="Rosa Goglia, La novità metafisica in Cornelio Fabro" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/novita-metafisica-in-cornelio-fabro.jpg" alt="Rosa Goglia, La novità metafisica in Cornelio Fabro" width="200" height="277" /></a></dt>
<dd class="wp-caption-dd">Rosa Goglia, La novità metafisica in Cornelio Fabro</dd>
</dl>
</div>
<p style="text-align: justify;">Il merito di questa opera inconsueta è di una sua allieva, suor Rosa Goglia, che trascrivendo le registrazioni su nastro delle sue lezioni accademiche, ne estrapolò brevi pensieri che poi sottopose a Fabro chiedendogli di renderli più «scritti» quando risentivano della viva voce. Poco prima di morire, l&#8217;8 dicembre del 1994, il filosofo trasmise a Giuseppe Mario Pizzuti questo inedito, insieme con altri, perché ne curasse la pubblicazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Negli aforismi, che rappresentano un vero e proprio breviario filosofico, da leggersi lentamente, sera per sera, Fabro ripropone il suo pensiero dall&#8217;ispirazione esistenzialista, in senso kierkegaardiano s&#8217;intende, ma nutrita nello stesso tempo di san Tommaso, additando un itinerario di conoscenza e di crescita spirituale che si differenzia nettamente da quello orientale, mostrando qual è la specificità della tradizione cristiana.</p>
<p style="text-align: justify;">E&#8217; infatti l&#8217;io, quell&#8217;io che in India è considerato illusorio e destinato a fondersi nel divino, a essere il protagonista dell&#8217;avventura umana, a incontrare Dio che è l&#8217;Io per eccellenza, «l&#8217;Io più determinato, l&#8217;Io più attivo, l&#8217;Io più presente, l&#8217;Io più decidente». L&#8217;io umano cresce in se stesso per ritornare a se stesso passando per l&#8217;altro Io, «ch&#8217;è un Dio personale e ch&#8217;è Cristo Uomo-Dio». Colonna e fondamento dell&#8217;io umano è la libertà che è sostanza dello spirito mentre la pesantezza connota la materia; libertà che è un dono talmente prezioso, talmente alto, talmente attivo da essere l&#8217;unico principio attivo dopo la creazione, tant&#8217;è vero che neppure Dio può alterare la nostra decisione. Fabro sottolinea lungo i suoi aforismi che la libertà non consiste certo nell&#8217;anarchia poiché deve concretarsi nella ricerca della verità così come, a sua volta, la verità deve concretarsi nel consolidamento della libertà.</p>
<p style="text-align: justify;">Questi sono alcuni temi fondamentali di un libro dalle infinite suggestioni, dai tanti suggerimenti, fra cui anche l&#8217;avvertenza che la filosofia è soprattutto interrogazione, aspirazione all&#8217;invisibile, speranza nell&#8217;impossibile: una via che può essere feconda soltanto se all&#8217;intelligenza si accompagna la bontà e la volontà di perseguire quel che si è intuito in una ricerca esistenziale che non ha mai fine poiché l&#8217;infinito non può mai essere il «contenuto» di un soggetto finito, l&#8217;io, ma soltanto un «contenente», ossia «l&#8217;oggetto di un&#8217; aspirazione infinita, il suo ultimo fine».</p>
<p style="text-align: justify;">Una grande lezione quella di Fabro che, pur radicando la propria filosofia nel nostro tempo e tenendo conto degli interrogativi contemporanei, non si è mai lasciato sviare dalle suggestioni di filosofie incompatibili con il cristianesimo, come la marxista o la heideggeriana, e ha denunciato in vita gli errori commessi da filosofi e teologi che, mal interpretando il Concilio Vaticano II, hanno introdotto nella Chiesa elementi di confusione.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>Avvenire</em> del 27 dicembre 2000.</p>
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		<pubDate>Fri, 07 Nov 2008 17:59:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fausto Gianfranceschi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ricordo di Alfredo Cattabiani e della sua opera]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/cattabiani.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Alfredo Cattabiani" /><br/><p style="text-align: justify;">L’opera letteraria di <a title="Alfredo Cattabiani" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/alfredo-cattabiani">Alfredo Cattabiani</a> è destinata a restare molto viva nella cultura italiana, e anzi, con il passare del tempo, diventerà sempre più eloquente sia per l’omogeneità dell’ispirazione, sia per la profondità del contenuto. Io sono convinto che la battaglia delle idee, da cui dipendono tutte le altre battaglie, culturali e quindi politiche, si svolgerà alla fine (come già si percepisce oggi) tra due fronti contrapposti: tra i sostenitori di un’immanenza laica e materialista e i cultori di una concezione integrale della vita in cui domina la componente spirituale. Al primo fronte appartengono coloro che fanno dipendere il destino dell’uomo dal caso e dalla necessità, al secondo coloro che credono nello svolgimento di un disegno in cui tutti gli eventi e i fenomeni sono significativi, non casuali o caotici. I primi tendono a schiacciare la libertà della persona anche quando sembrano “buonisti”, i secondi la esaltano. <a title="Alfredo Cattabiani" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/alfredo-cattabiani">Alfredo Cattabiani</a> è stato un campione della fede nella trascendenza. La sua cifra culturale è stata la <a title="religiosità" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religiosità</a>, che si fa visione del mondo e della vita; una <a title="religiosità" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religiosità</a> che non si ferma all’osservanza rituale, ma si nutre costantemente dello studio dei testi sapienziali ed è aperta a riconoscere la scintilla del divino in ogni tradizione.</p>
<div class="mceTemp" style="text-align: justify;">
<dl class="wp-caption alignleft" style="width: 159px;">
<dt class="wp-caption-dt"><a rel="nofollow" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/alfredo-cattabiani"><img style="border: 0pt none; margin: 10px;" title="Alfredo Cattabiani" src="../immagini/alfredo2.JPG" border="0" alt="" width="149" height="152" align="right" /></a></dt>
<dd class="wp-caption-dd">Alfredo Cattabiani</dd>
</dl>
</div>
<p style="text-align: justify;">Tale atteggiamento favorisce lo sviluppo di uno sguardo non comune sulle cose, che a questo sguardo rivelano i loro segreti, la loro aura. Anche le creature e gli oggetti più umili hanno una storia fantastica, formata dai sedimenti simbolici che sono stati depositati dall’immaginazione umana, ossia dai miti e dalle leggende. Ogni cosa è un <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbolo</a>, in una catena di significati che formano il tessuto invisibile del mondo. Nemmeno i materialisti riuscirebbero a orientarsi nell’esistenza se a un tratto si spezzasse la catena immateriale che sostiene il linguaggio, la fantasia, la poesia. Con questa percezione innata, irrobustita dalla lettura dei testi dei Padri e dei filosofi della Chiesa, influenzata per quanto riguarda la modernità da autori quali <a title="René Guénon" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/rene-guenon/">Guénon</a> e <a title="Elemire Zolla" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/elemire-zolla/">Zolla</a>, <a title="Alfredo Cattabiani" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/alfredo-cattabiani">Cattabiani</a> si è lanciato alla scoperta di un mondo nuovo e nello stesso tempo antico, paradossalmente nuovo perché antico. La sua assidua ricerca si è trasfisa nella scrittura di una serie di libri che compongono una biblioteca ideale, quasi un’enciclopedia dell’immaginario universale.</p>
<p style="text-align: justify;">Cito i titoli più importanti: <em>Bestiario</em>, <em>Erbario</em>, <em>Calendario</em>, <em>Lunario</em>, <em>Florario</em>, <em>Planetario</em>, <em>Volario</em>, <em>Acquario</em>. Di tutti i soggetti, animati e inanimati, compresi in ciascuno di questi titoli, <a title="Alfredo Cattabiani" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/alfredo-cattabiani">Cattabiani</a> evoca sapientemente la risonanza, ossia la convergenza di riferimenti mitologici, religiosi, poetici, artistici, disseminati nel campo sterminato di tutte le letterature e di tutte le culture antiche e moderne, d’Oriente e d’Occidente. Faccio alcuni esempi, molto stringati, tratti dall’ultimo libro pubblicato da <a title="Cattabiani" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/alfredo-cattabiani">Cattabiani</a>, <em>Acquario</em>. La sirena ha una storia che è una vera sinfonia di significati nelle sue varie raffigurazioni che si infittiscono enigmaticamente sui capitelli e sugli ornamenti delle chiese romaniche; essere bello e seducente sin dai tempi di Omero, la sirena ha una doppia valenza: come icona del vizio, o al contrario – per alcuni audaci autori cristiani – come metafora della Madonna e della Chiesa cattolica che garantiscono la salvezza. Un altro esempio curioso della vitalità dei <a title="simboli" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simboli</a> è la remora, una parola che spesso si adopera in senso figurato come freno, impedimento, impaccio, magari senza conoscerne l’origine: la remora è un pesciolino che a frotte si attacca alla chiglia delle navi rallentandone, si credeva l’andatura: ma nell’immaginario cristiano allude anche a Nostro Signore perché la remora, impedendo alla nave di oscillare, la salva dalle tempeste.</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=8804506784"><img class="alignright" style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="../immagini/acquario.bmp" border="0" alt="Alfredo Cattabiani, &lt;I&gt;Acquario. Simboli, miti, credenze e curiosità sugli esseri delle acque: dalle conchiglie alle sirene, dai delfini ai coccodrilli, dagli dei agli animali fantastici" width="95" height="147" /></a>Ricchissima di sensi è poi la conchiglia che rappresenta tra l’altro l’utero, quindi la donna, quindi la forza generatrice (Venere, nata dalla schiuma del mare, naviga su una conchiglia), mentre la perla è una lacrima della Luna e nello stesso tempo, secondo San Gregorio Magno e Sant’Agostino, per il suo candido splendore è il <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbolo</a> di Gesù esente da ogni peccato. Un’altra opera “enciclopedica” di <a title="Alfredo Cattabiani" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/alfredo-cattabiani">Cattabiani</a> è il corposo volume <em>Santi d’Italia</em>, pubblicazione a suo modo nuova per la capillarità della ricerca. Per comporre il libro, l’autore ha percorso tutta la Penisola soffermandosi anche in piccoli paesi per informarsi sui culti locali e sulla loro storia. Infine, si farebbe grave torto a <a title="Cattabiani" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/alfredo-cattabiani">Cattabiani</a> se insieme con il contenuto delle sue opere non si sottolineasse anche il valore del suo stile letterario che si distingue per la limpidezza, oggi desueta, per la sobria e accattivante misura classica, non di rado illuminata da una radiazione poetica. Insieme, il contenuto e lo stile dei suoi scritti inseriscono a pieno titolo <a title="Cattabiani" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/alfredo-cattabiani">Cattabiani</a> nella tradizione dei grandi autori spiritualisti dell’Ottocento e del Novecento.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>Ideazione</em> 4-2003, (luglio-agosto).</p>
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