Sciascia, un siciliano deluso dall’Italia

Dappertutto se vai in Sicilia trovi qualcuno che ti dice quello che devi fare, come lo devi fare e perché lo devi fare, e ti suggerisce le cose giuste, perché il giusto – in pratica e in teoria – è lui. Col suo senso isolano e la conoscenza dei luoghi… degli uomini… delle donne… e della storia che poi abbraccia i primi i secondi e (caspita) anche le terze.

Forse anche Leonardo Sciascia da Racalmuto era così, con la morale condotta agli eccessi, con la voglia di raccontarla sempre tutta (la storia), con gli strumenti che la moderna ragione gli offriva e con una capacità d’indagine e approfondimento psicologico quasi registica (non a caso parte della sua fortuna si deve al cinema e a registi come Petri, Damiani, Amelio e Rosi). Era anche Sciascia-lo-scrittore a filmare senza cinepresa e a dipingere senza tavolozza.

A volte, pure, affettava senza affilare le lame ma a lui al contrario di tanti profeti del Sud bello e miracoloso – anzi: beddu e miraculusu – la vita avrebbe dato semplicemente ragione.

Sciascia se ne andava vent’anni fa (il 20 novembre del 1989), e con lui l’ultimo vero intellettuale impegnato del nostro Paese; dopo Pasolini e più di Pasolini aveva capito che l’Italia affondava in una palude chiamata destino e che le verità erano davvero complesse per essere affidate a risolutori privi di regole e coscienza dalla penna facile e dal verbo allettante.

Di quell’Italia stretta fra poteri spesso deliranti la sua Sicilia era stata una metafora perfetta («Tutta la sua opera», scrive la francese Marcelle Padovani, «è pregna della realtà siciliana intesa come luogo della non-ragione (e quindi opposto a Parigi, una Parigi mitica, immutata sin dal XVII secolo, che sarebbe invece il luogo della ragione), come un laboratorio dove si fanno tutti gli esprimenti, anche i peggiori, come il teatro d’un eterno “mal governo” e come il banco di prova del potere»).

Non era il solo a pensarla così (figuriamoci il bla bla bla dei siciliani non è secondo a quello dei padri piemontesi), ma la prosa del racalmutese ha lasciato il segno più di qualsiasi poesiola o esercitazione da ex liceale modello. Ha stimolato le intelligenze e ha costretto anche i pigri a conoscere e a indagare seducendo con la voglia di giustizia nella veste del romanzo giallo. La cultura francese lo aveva rapito fin da quando aveva frequentato la scuola di uno dei suoi maestri, il pachinese Vitaliano Brancati. All’estero era visto più come un nuovo Verga che come un complicatissimo Pirandello, un verista insomma, e con una profondità tipicamente novecentesca.

La Francia ovviamente era per lui una seconda patria: lì i libri di Sciascia avevano goduto di grande successo ed era quasi diventato un secondo Sartre, è stato scritto. Valga infine per il polemista nato nel 1921 il suggerimento di Voltaire, uno dei suoi modelli intellettuali insieme a Diderot: è giusto che Sciascia durante la guerra al terrorismo abbia non detto ciò che gli altri volevano che lui dicesse quando non se la sentì di schierarsi a favore dello Stato (quello reale che non garantiva alcun servizio al cittadino e non quello ideale…), ponendo nella sua soffitta anche l’ultima speranza di poter cambiare le cose; e perfino quando parlò di “professionisti dell’antimafia” (10 gennaio 1987) prendendosela con chi, magistrato («I lettori, comunque, prendano atto che nulla vale di più, in Sicilia, per far carriera nella magistratura, del prender parte a processi di stampo mafioso») e non («Prendiamo, per esempio, un sindaco che per sentimento o per calcolo cominci ad esibirsi – in interviste televisive e scolastiche, in convegni, conferenze e cortei – come antimafioso: anche se dedicherà tutto il suo tempo a queste esibizioni e non ne troverà mai per occuparsi dei problemi del Paese o della città che amministra …, si può considerare come in una botte di ferro»), con la mafia, a suo vedere, ci aveva costruito una bella carriera. Punto.

Ma Sciascia come Eduardo De Filippo pure; entrambi di una parte d’Italia nella quale l’allegria eri costretto ad abbandonarla fra i vicoli senza luce (andate via da Napoli aveva detto Eduardo, Palermo non si può redimere, aveva confessato Sciascia); il pessimismo del siciliano era maggiore tuttavia perché inzuppava la parola di dolorosa ironia e di temeraria sopportazione con lieto fine solo per accidente. Sciascia era un contestatore che avversava ogni “bell’ideologia” (anzi, l’ideologia è più che “bella”!), e nella misura in cui le forze gli permettevano di essere il centro dei suoi stessi desideri fu contro le superstizioni, ed una contraddittoria ma anche incompresa coscienza critica del nostro Paese fino alla fine.

Anche il Vaticano dal quale una profonda laicità lo teneva distante, gliene rese atto in punta di morte, dando valore a una biografia familiare dove la presenza di Dio non era mai del tutto mancata. Ma Nanà (così era chiamato in buona parte della Sicilia), all’occorrenza era riuscito a mettere d’accordo un bel po’ di gente, perché venne amato perfino in Unione Sovietica, la patria dell’ideologia spinta fino alla morte.

Come Eduardo, Sciascia aveva trasformato una realtà locale e destinata a rimanere tale, in un’incognita nazionale o addirittura sovranazionale; la Sicilia grazie a Sciascia era diventata quel ritratto geografico che occupava gran parte dei pensieri quotidiani; e con essa quella detestabile fiera che era ed è ancora oggi la piovra. E il suo “viaggio spirituale” dalla regione alla nazione fino al continente s’era a poco a poco trasformato in un avventura politica. L’impegno civile s’era così fatto “carne” e partecipazione concreta. Dopo i cinquant’anni Sciascia si dedicherà alla politica ufficiale convinto di poter dire la propria anche in modo diretto sul potere. Ne resterà però fortemente deluso.

Siederà prima nel consiglio comunale palermitano come indipendente del Pci (1975), poi al parlamento nazionale in un Partito Radicale in forte ascesa. Dei comunisti (quelli degli anni Settanta, poi…), è ovvio che Sciascia non potesse condividere granché. Né i metodi, né le ambiguità, né i misteri che legavano il più grande partito comunista d’Occidente ai Paesi d’oltrecortina. Cosa ci farà un intellettuale indipendente in mezzo al triste consociativismo e ai furbi (e autoritari) burocrati di una rivoluzione mai conclusa e mai desiderata? Ancora nel libro intervista della Padovani dirà a proposito del comunismo: dai partiti marxisti «ci si aspettava quello che Marx chiama “l’uomo nuovo”. Ed è appunto qui che hanno fallito». Ed ancora: «ritengo che l’idea di un “marxismo autentico” costituisca un’utopia nell’utopia, un sogno, un’illusione». Ancora nel ‘79 – dopo il caso Moro – passerà dalla parte della libertà e del rispetto contro la mistificazione e il “compromesso storico”, dalla parte dei pannelliani appunto, e poi per poco tempo farà parte del parlamento di Strasburgo. Con stile e con gran discrezione. L’abbandono del comunismo gli costerà l’amicizia (fraterna?), fra gli altri, di Renato Guttuso. Dal ’79 all’83 farà parte della commissione d’inchiesta sulla strage di via Fani sull’assassinio del leader della Dc e sul terrorismo. Qui firmerà la relazione di minoranza. Nella polemica con la magistratura reciterà il prologo nel periodo buio del caso Tortora nel 1983. Si troverà su posizioni vicine a quelle di Bettino Craxi sul ruolo dei magistrati e sulla giustizia; dopo il 10 gennaio dell’87 socialisti e radicali saranno fra i pochi a non isolarlo.

Figlio di un impiegato delle miniere di zolfo, apprese dal padre la semplicità del vivere, il distacco dalla cultura del salotto borghese e la sfiducia verso le ideologie, o peggio quelle che lui stesso definiva i “fantasmi” delle ideologie.

Comincerà a pubblicare i primi volumi di poesia negli anni Cinquanta; molto presto i suoi scritti verranno notati da Pasolini e Italo Calvino. Del 1956 è uno dei libri più famosi di Sciascia, perché considerato il suo lavoro d’esordio l’autobiografico Le parrocchie di Regalpetra, il diario di un maestro di scuola fra volontà narrativa e ambizione al saggio. Gli anni Sessanta sono quelli dello Sciascia più conosciuto, quelli dei libri gialli e degli studi sulla cultura e la storia siciliana: Il giorno della civetta (1961), forse il suo libro più citato, il romanzo storico settecentesco Il consiglio d’Egitto (1963), Morte dell’inquisitore (1964) tratto da una storia vera accaduta stavolta nel Seicento e il giallo A ciascuno il suo (1966). I Settanta sono gli anni dell’impegno; procedono con l’ispirazione pirandelliana de La corda pazza (1970), Il contesto (1971), che suscitò più di una polemica, idem per Todo modo (1974), il voltairiano Candido ovvero un sogno fatto in Sicilia (1977) e la raccolta di Nero su nero (1979). Opere per certi versi a parte (ma pienamente sciasciane per capacità di indagine), si possono considerare La scomparsa di Majorana sul giovane scienziato catanese Ettore Majorana (1975) e L’affaire Moro (1978) sul rapimento e l’uccisione del leader democristiano da parte delle brigate Rosse. Degli anni Ottanta, si possono ricordare fra gli altri: La strega e il capitano (1986), 1912 + 1 (1986), Porte aperte (1987), Il cavaliere e la morte (1988), che venne giudicata opera di ritorno al “miglior Sciascia” e il postumo A futura memoria pubblicato per Bompiani nel 1989.

Gli anni Settanta (matti e disperatissimi?) si chiuderanno con la pubblicazione del libro-intervista della Padovani, La Sicilia come metafora. Libro spesso citato anche per la chiarezza con la quale Sciascia parla di se stesso e delle posizioni assunte; si tratta soprattutto – ma non solo – di un manifesto di una Sicilia “violenta” anche nella sue non poche bellezze; un luogo ove la decadenza non ha età e la cultura è spesso un prodotto d’esportazione. Una Sicilia che ha conosciuto il vero Stato solo nel periodo fascista. Uno Stato autoritario non da rimpiangere (ovviamente), il cui ruolo un giorno possa essere assunto da uno Stato costituzionale e democratico. Un nuovo Stato posto ben al di là dell’odio e dell’amore di Nanà per la sua terra. Già, ma quando? Il suo sogno dopotutto. E quello di molti di noi.

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Tratto da Linea del 20 novembre 2009.

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Marco Iacona, dottore di ricerca in “Pensiero politico e istituzioni nelle società mediterranee”, scrive tra l’altro per il bimestrale “Nuova storia contemporanea”, il quotidiano “Secolo d’Italia”, il trimestrale “La Destra delle libertà” e il semestrale “Letteratura-tradizione”. Per il “Secolo d’Italia” nel 2006 ha pubblicato una storia del Msi in dodici puntate. Ha curato saggi per le Edizioni di Ar e per Controcorrente edizioni. Per Solfanelli ha pubblicato: 1968. Le origini della contestazione globale (2008).

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