“Roma”: ritratto palazzeschiano di una società in declino

roma-palazzeschiPubblicato nel 1953 per i tipi della Vallecchi, Roma – appartenente alla cosiddetta trilogia del “ritorno all’ordine” – è il romanzo più tradizionale del funambolo della letteratura italiana: Aldo Palazzeschi. L’opera, che si snoda in più capitoli uniti fra loro da un tenue filo rosso, consegna al lettore odierno l’immagine di una città ormai tramontata. Roma è la vera protagonista di questo romanzo, che rappresenta, del resto, il tributo dell’autore fiorentino alla Città eterna. Qui sorge una massa umana la quale, dalla strada all’altare, dalla miseria all’opulenza, dalla bontà alla perfidia, dalla spiritualità al cinismo e al calcolo, offre un carrellata di figure che intonano un inno a canto spiegato con gli estri e le varianti di un grande registro di colori e di costumi, soltanto è che i colori sempre risplendono, e i costumi sono in crisi.

Di là dei capitoli di carattere bozzettistico, raffiguranti la Roma colorita e vernacolare e delle pagine dedicate al bombardamento americano del 1943, quel che preme riscoprire di questo romanzo è lo spaccato, che l’autore traccia, di una società in forte declino, segnata dalla miseria del dopoguerra e dall’imbarbarimento dei costumi.

È la stessa città che Pier Paolo Pasolini raffigurerà un paio d’anni più tardi in Ragazzi di Vita (1955), con la differenza che la Roma dell’autore de La meglio gioventù è colta secondo la prospettiva delle borgate: è una Roma premoderna i cui protagonisti – specie per la miseria – rischiano ogni volta di cascare nel giogo schiavizzante della civiltà borghese e consumistica. La Roma di Palazzeschi è quella dello scarto tra popolo e aristocrazia, in cui ormai fiacco è il richiamo alla redenzione della Chiesa. Una Chiesa che appare fortemente ridimensionata – nel suo potere – dalla sferza della mondanità, dal sempre più imperante laicismo, oltre che da forze sobillatrici (massoneria) che vorrebbero annientarne il potere. In tal senso di forte impatto è la curiosa descrizione che l’autore compie di una loggia – “Il Palazzo del numero 3” – e del rituale che in essa si ripete.

In controtendenza alla Weltanschauung “modernista”, che parrebbe sul punto di spazzar via ogni qual forma di vivere cristiano, si pone il protagonista del romanzo, il Principe di Santo Stefano, Cameriere Segreto di Sua Santità, nobile, vedovo e padre di quattro figli, tre dei quali sciaguratissimi, tra cui Norina, che per eccesso di bene nei confronti del marito – vedi caso – intende tradirlo; sono personaggi di controversia ma non di distacco dal tessuto drammatico, del quale Roma è fibra essenziale.

palazzeschi-tutti-i-romanziIl Principe, evidente esempio di uomo retto e caritatevole, svetta tra le pagine del romanzo all’interno di una società popolata da gente di dubbia moralità. Quel che è più manifesto in essa è l’imborghesimento della Roma nobiliare, i cui membri appaiono sempre più propensi ad abbracciare il cosiddetto “American way of life”. Ciò appare fortemente rinvenibile in alcune figure femminili, nelle quali il Principe si imbatte durante una festa cui, del resto, ha preso parte controvoglia. Qui si assiste a un indiscutibile sovvertimento di “ruolo” tra personaggi maschili e personaggi femminili. Dai discorsi delle signore emerge un acceso desiderio di rivalsa nei confronti degli uomini: messa al bando ogni parvenza di femminilità, queste si spingono sino al sovvertimento dell’autorità maschile. Di converso, le figure maschili rivelano una personalità flebile e sostanzialmente passiva. Dinanzi ad un simile spettacolo, il nostro protagonista – che, assieme a poche altre figure che costellano il romanzo, è portatore di una visione tradizionale dell’esistenza – non può che mostrarsi esterrefatto e al contempo mortificato.

Il Principe di Santo Stefano è accompagnato nella sua frugale e ligia esistenza dal “piccolo” sor Checco. Questi è l’aiutante personale del Principe, per cui ha l’onore di servirne in umiltà la tavola della perpetua rinuncia. Sor Checco e il Principe sono indivisibili, si accompagnano nell’esistenza in uno stato di simbiosi, condividendo perciò ogni momento della giornata. Il sor Checco incarna il valore dell’umiltà: egli un vero puro di cuore. In tal senso si potrebbe azzardare un parallelo tra il “Riccetto” – giovane borgataro del romanzo succitato di Pasolini – e, appunto, Sor Checco, se non fosse per lo scarto insito nel modo di concepire la realtà da parte degli autori dei rispettivi personaggi. Ad ogni modo, si tratta di due individui semplici, ingenui, che vivono di fuori dei paradigmi del mondo borghese. Sia Riccetto sia Sor Checco vagano in uno stato di eterna fanciullezza, per cui quel che ai loro occhi si manifesta, non è per nulla filtrato da pregiudizi, onde accade che, per i due, ogni avvenimento si disponga – senza remore – nel corso quotidiano degli eventi. Di contro, questa loro ingenuità condurrà entrambi, inevitabilmente, a imbattersi contro le dure e insovvertibili leggi della vita: mentre Riccetto incapperà nella trappola del lavoro, rimettendoci – secondo una visione rousseauiana della vita – la condizione di idillica innocenza; il Sor Checco, forte della presenza del Principe – faro svettante nel marasma della mondanità – non permetterà che la sua anima finisca in pasto alle sirene del “progresso”. Checco, dinanzi ad un’orda di scioperanti, si sarebbe lasciato contagiare, ingenuamente, dal loro livore, se il Principe, tempestivamente, non fosse intervenuto a rinsavirlo: «[…]Quando agli uomini si è tolta la fede e s’è insegnato a odiare il lavoro e considerarlo un peso intollerabile, una pena della quale turpi sfruttatori godono illecitamente il frutto spensieratamente, non possono che andare in piazza a gridare il vuoto interiore che li divora, fino a dar loro aspetto di dannati. L’uomo ridotto a un transito di cibo, quando il cibo sia divenuto scarso o di cattiva qualità non ha davanti a sé che la disperazione. […] Essi vogliono giustizia, e ne hanno pieno diritto, ma sono gli altri che devono muoversi e andar incontro a loro, sono gli altri che devono comprendere questo senso umano di giustizia».

Sicché sul finire del romanzo – quando il Principe è ormai spirato – Checco deciderà di vestire la tonaca di frate con il nome di Fra Giocondo. Allora nel salire i gradini dell’Ara Coeli, come in una sorta di ascensio spirituale, reciterà il Credo e chiederà ammenda al Signore per tutto il male commesso, perché:«[…]Anche questo mio povero corpo – dirà – si trasformi nel giorno della resurrezione in materia celeste».

Accolto negativamente dalla critica di sinistra che avrebbe voluto leggervi una Roma descritta nelle coordinate del Neorealismo e in odore “resistenziale” (S. Quasimodo), troverà accoglienza positiva presso Libero De Libero, Enrico Falqui e Giuseppe De Robertis, oltre che da parte di Eugenio Montale che avrà a definirlo – assieme a I fratelli Cuccoli – il capolavoro dello scrittore fiorentino, e affermerà che: «Roma […] fu giudicato un romanzo troncato a metà mentre era soltanto il ritratto di un patrizio che rifiuta tutto quel ch’è accaduto a Roma dopo il 1870: un ritratto veramente straordinario ma poco o punto compreso dalla critica, disorientata di fronte a un romanzo che non era un romanzo e neppure un antiromanzo».

Lascia una risposta