Riflessioni sulla filosofia dell’azione di Yukio Mishima

mishimaL’Introduzione alla filosofia dell’azione è un breve, ma pregante e interessantissimo scritto di Yukio Mishima, ricco di implicazioni filosofiche, socio-politiche, psicologiche (sia individuali che di massa), estetiche, persino strategico-militari. Dal momento dunque che un suo approfondito esame richiederebbe molto tempo e molto da scrivere, mi limiterò a descriverne alcuni aspetti essenziali, dai quali, inoltre, trarrò delle riflessioni.

Mishima è un tradizionalista. La sua idea di tradizione pare legarsi al mondo animale, luogo dell’azione. Il mondo umano è invece il luogo della riflessione. La tendenza a riflettere, propria dell’uomo moderno, lo induce ad essere avveduto, tendendo ad astenersi dall’agire. L’uomo tradizionale è più simile all’animale.

Ma vediamo in cosa consiste l’azione. L’uomo d’azione, al pari di ogni altro uomo, è guidato, quanto al suo agire, dal dolore, ossia da impulsi, e orientato dall’evitare i dolori – che possono anche sopraggiungere – e la morte.

L’azione richiede che l’immaginazione del futuro, sulla base del ricordo di esperienze passate, non sia operante. L’uomo d’azione, come vedremo meglio fra breve, è guidato soprattutto dai sensi. E così, ci asteniamo dalla lotta, poiché in essa potremmo addirittura perdere la vita (che l’uomo d’azione sia più soggetto a pericoli mortali rispetto all’uomo della riflessione, è fra l’altro vero). L’azione per Mishima è lotta, in quanto riflettere concilia, pacifica. Ritengo fermamente che per l’intellettuale nipponico, il mondo animale sia anche luogo di valori: basti pensare all’attaccamento della femmina per il proprio cucciolo. Si può anche lottare contro la natura, se si vuole, ad esempio, trarre in salvo qualcuno, afferma Mishima. L’azione della natura ci contraria e oppone resistenza alle nostre aggressioni rivolte ad essa.

L’uomo d’azione obbedisce ad impulsi (non vuole provare dolore), vi obbedisce maggiormente rispetto all’uomo riflessivo, ignorando in tal modo, in maggior misura rispetto a quest’ultimo, l’idea di auto-conservarsi. Nello scontrarsi contro un altro uomo, non pensa ai colpi che potrà ricevere. O meglio, vede il suo avversario caricare un pugno. Solo a quella vista immagina la direzione che il braccio dell’avversario seguirà, facendosi pronto e attento a schivare il colpo, con coraggio ed ebbrezza.

mishima-la-spadaSe invece qualcuno ci aggredisce, e iniziamo a pensare agli inevitabili dolori che ci provocherà, nonché alla possibilità, ad esempio, di poter finire in coma, non solo la nostra tendenza sarà alla fuga, ma il terrore di quei pensieri ci paralizzerà. All’idea di trovarci di fronte ad un potere che trascende il nostro, non resta altro da fare – se ci troviamo per così dire, messi alle corde – che parare e schivare colpi, e sperare che non capiti il peggio. L’immaginazione del futuro ci rende fragili. E immagina situazioni non corrispondenti al vero: da autentici uomini d’azione, tali fantasie si riveleranno non effettive; anche un uomo d’azione può fantasticare prima di agire nel senso più proprio.

Mishima parla di spiritualità, in riferimento all’azione. L’uomo d’azione è spirituale per due motivi. Da un lato, poiché ha scarso senso dell’auto-conservazione. Dall’altro poiché, non pensando (o pensando il meno possibile), riesce a farsi forza travolgente, inoppugnabile, quasi trascendente.

Infine, afferma Mishima, l’azione si esaurisce quando ha raggiunto il suo scopo, ovvero quando si è liberata dall’oppressione di quell’impulso che l’ha prodotta; il che può corrispondere alla sconfitta dell’avversario, se non, addirittura, alla sua morte.

Ora, è mia opinione che la morale abbia un’origine esclusivamente egoistica e utilitaria. Ritengo inoltre che la maggior parte degli uomini agiscano per lo più arbitrariamente. Si può divenire massimamente morali, ad esempio, in una circostanza di tal genere: stiamo facendo un viaggio in auto con una persona logorroica. Il suo parlare ci provoca una noia esplosiva, per cui vorremmo colpirlo per scaricarci e farlo tacere. Un ragionamento etico-utilitaristico ci impone di controllare, di frenare, tale impulso. In tali momenti, credo, si avrebbe un minimo di pietà anche per la peggiore canaglia. Sappiamo infatti, in fondo, che noi stessi – motivatamente – potremmo divenire delle persone simili a quest’ultima. In tal caso, non vorremmo venire trattati con totale spietatezza.

Il dolore, il disagio, da un lato può risvegliare il senso morale, dall’altro lo riduce. Un uomo riflessivo, mite, pacifista, non-violento, ridotto alla miseria, se ha la fortuna di poter contare su un folto gruppo di rivoluzionari per poter tornare alla perduta dignità, per sperarvi concretamente, assumerà i tratti tipici dell’uomo d’azione. Pur mantenendo un’onorabilità che non lo ridurrà ad un criminale di guerra, non avrà pietà per il nemico. Acquisirà la stessa agilità dell’uomo d’azione, con la differenza che quest’ultimo è apollineamente sereno in tale suo modo d’essere, mentre la persona più riflessiva avrà uno stato d’animo costantemente angosciato per via della sua negativa situazione esistenziale. Se la rivoluzione, fra l’altro, si combattesse tramite scontri corpo a corpo, il suddetto rivoluzionario non avrebbe bisogno di addestramento alcuno: chi insegna alla tigre a combattere?

L’anzidetta angoscia non compromette i suoi atti. Sono convinto che, ad esempio, su un calciatore tatticamente e tecnicamente forte, nonché ben allenato, il tifo avversario non può nulla.

mishima-romanzi-e-raccontiTanto più, dunque, si è disperati, tanto più si diviene arbitrari. Prendiamo un uomo che ha perduto casa e lavoro, e che sa che, per via dell’alta disoccupazione, non ne troverà un altro. Mettiamo poi che tale uomo sia isolato, che non possa contare su nessuno per cercare di superare i suoi gravi problemi. Ebbene, in tale disperatissima situazione, senza sbocchi, che se ne fa costui della morale? Non potrà che assumere un atteggiamento assai arbitrario e insensato. Magari farà fuoco sulla prima persona in cui si imbatte, per poi uccidersi (e non per senso di colpa!).

È ovvio che, sia la situazione rivoluzionaria, sia la più arbitraria situazione ora descritta, siano entrambe inammissibili, ovvero da cercare di evitare nel modo più assoluto. Ebbene, come evitarle?

Se – in generale – l’economia continua a ridurre la sfera della politica, tendendo ad annientarla, se si cerca di rendere i sindacati degli organi inutili, se si assestano colpi durissimi allo stato sociale, se si opprimono e bombardano tutti coloro che non sono di casa nostra, tali – ripeto inammissibili – fenomeni, non potranno che tendere ad aumentare.

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Umberto Petrongari è nato a Rieti nel 1978. Laureatosi in filosofia presso l’Università degli Studi dell'Aquila, ha pubblicato per la casa editrice Aracne due saggi dal titolo: Il pensiero negativo di Julius Evola e il suo oltrepassamento (2013); Excalibur e la tradizione ermetico-alchemica (2014).

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