Ricordi di un Hobbit. Tolkien a teatro

ricordi-di-un-hobbitTolkien è risaputo, con la Terra di mezzo, gli Hobbit e l’epopea dell’Anello, ha affascinato lettori di più generazioni ad ogni latitudine. Molti di essi, giunti all’ultima pagina del Signore degli Anelli probabilmente, di fronte alla partenza di Frodo e Gandalf dai Porti Grigi sulle navi degli Elfi dirette verso il Vero Occidente, si saranno posti la domanda: che cosa è successo dopo questa partenza? La risposta al quesito la fornisce un recente testo, scritto a due mani da Gianfranco de Turris e Sebastiano Fusco, Ricordi di un Hobbit, edito da Tabula Fati (per ordini: edizionitabulafati@yahoo.it; 335/6499393 euro 8,00). I due autori che da quasi mezzo secolo collaborano in tema di fantasy e di science fiction, che hanno firmato con doppio nome oltre 250 saggi in argomento, con queste pagine intraprendono un altro sentiero, crediamo importante e certamente riuscito, della loro vena creativa: la sceneggiatura teatrale.

La storia è ambientata a Hobbiville quindici anni dopo l’addio di Gandalf e di padron Frodo. Nella cittadina, il sindaco Sam Gamgee, fedele compagno d’avventura di Frodo nella cerca, risponde a cinque domande di sua figlia Elanor relative al suo passato avventuroso, alla sua giovinezza, ai suoi ricordi più significativi, che soli paiono stemperare la mestizia dell’attesa del Nuovo Inizio, mentre un ciclo declina verso la fine. In particolare, dalla puntuale postfazione di Stefano Giuliano, critico tolkeiniano tra i più attenti ed originali degli ultimi anni, si rileva che l’incedere di tali domande e delle risposte fa emergere alcuni temi che connotano in modo essenziale la pièce, le tematiche del fantasy tolkeiniano e, soprattutto, la vita degli uomini: l’incontro con il mostruoso o altro da sé, il superamento della paura, la bellezza elfica commista al dolore, il gusto dell’avventura e, primo tra tutti, l’annoso problema del divenire e della morte. La sceneggiatura è costituita dalla rielaborazione di alcuni versi del professore oxoniense cui, inutile dirlo, si aggiungono testi poetici dei due autori, assolutamente sintonici e complementari ai primi.

L’impianto scenico dell’opera è ispirato alla teatralità classica che, priva di quinte, presentava sul proscenio contemporaneamente coro ed attori. Tale strutturazione scenica in Ricordi di un Hobbit determina, grazie all’opportuno accompagnamento musicale, il coinvolgimento emotivo del pubblico. La cosa è stata colta da chi ha avuto la fortuna di prender parte alle tre rappresentazioni della pièce, già messa in scena presso la Casa del Jazz di Roma nel 2012 per la regia di Ilaria d’Alberti. Lo spettacolo riuscì perfettamente anche per l’abnegazione di Giampiero Rubei, appassionato di musica e di letteratura fantastica, alla cui memoria il testo è dedicato. Pertanto, ci auguriamo che altre compagnie teatrali si attivino per la messa in scena di questo dialogo a più voci.

tolkienIl valore ed il significato dell’opera lo si coglie compiutamente nella Presentazione di Quirino Principe che, assieme ad Elémire Zolla e ad Alfredo Cattabiani, ha l’indubbio merito, tra gli altri, di aver introdotto Tolkien in Italia negli anni Settanta. Della fatica di de Turris e Fusco questi scrive: “Ricordi di un Hobbit è un lavoro nobile e forte” (p. 5). Questo giudizio è espressione di condivisione piena dell’esegesi tolkeiniana dei due studiosi. Infatti, lo si evince dallo sviluppo della narrazione teatrale, il mondo dello scrittore inglese non può essere ridotto al confronto-scontro manicheo tra il Bene e il Male, né tanto meno ad accomodanti letture fideistico-religiose. La conclusione del blocco narrativo costituito da Lo Hobbit e da Il Signore degli Anelli non rinvia ad alcuna speranza soteriologica, ad alcun lieto fine. Al contrario, da essa emerge “la certezza dell’estinzione, la speranza che rinasca qualcosa di simile a “quel mondo” che sarà tuttavia soltanto simile e non identico” al precedente (p. 9). Si comprende facilmente come, proprio in questo senso, la produzione tolkieniana, e con essa quella di de Turris e Fusco, vada ascritta alla cultura di Tradizione, intesa in termini dinamici. Essa ci sollecita ad agire per la costruzione di un Nuovo Inizio e non si crogiola in alcun mito incapacitante. Così canta Sam in un passo della pièce “Oltre la linea rossa del tramonto/un nuovo astro del giorno già si leva,/un’erba nuova già germoglia dalle zolle,/ agitata da un vento che profuma/ di nuovi fiori, essenze sconosciute” (p. 28). Ecco, il tratto essenziale del conflitto Luce-Tenebre è, lo ricorda ancora Principe alla luce dei versi sopra riportati, di natura estetica. Il che allontana la possibilità di leggere l’epopea del professore inglese con gli strumenti analitici propri alle religioni “rivelate” nel quadro di una escatologia della salvezza. Al contrario, l’approccio estetico ai testi di Tolkien, testimoniato da Ricordi di un Hobbit, ripropone la sintonia uomo-cosmo esemplarmente manifestata dalla cultura classica, dalle cosmogonie e teogonie del mondo Antico.

Dal tramonto nel quale viviamo, dalle ombre lunghe che si allungano attorno a noi sul far della sera della civiltà, ci ammoniscono i due autori, si esce solo “Con la sapienza di antichi saggi” in grado di diradare l’Ombra di Mòrgul (p. 25). Essa insegna che “la paura è un illusione:/se hai saldo il cuore, mani ferme e gambe/ ben piantate sul dorso della terra/ nulla devi temere in questo mondo” (p. 27). Un invito esplicito al dovere della presenza, a non recedere di fronte all’emersione dell’orrido che ci attornia, all’azione. In tal senso, queste parole di Quirino Principe ci paiono il miglior suggello al libro di de Turris e Fusco e più in generale all’epopea tolkeiniana “Nel finale dei Ricordi, (gli autori) ci invitano a meditare su un destino, la Morte, sulla quale non possiamo mentire a noi stessi poiché troppo miserabile sarebbe la viltà, e su un dovere, la Spada, che non possiamo non tenere pronta, poiché troppo spregevole sarebbe la stoltezza” (p. 10).Un lavoro letterario-teatrale che va ben oltre, quindi, i confini dell’intellettualismo astratto, invitandoci ad agire per riprenderci la bellezza della vita che ci è stata sottratta.

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Giovanni Sessa è nato a Milano nel 1957 e insegna filosofia e storia nei licei. Suoi scritti sono comparsi su riviste e quotidiani, nonché in volumi collettanei ed Atti di Convegni di studio. Ha pubblicato le monografie Oltre la persuasione. Saggio su Carlo Michelstaedter (Roma 2008) e La meraviglia del nulla. Vita e filosofia di Andrea Emo (Milano 2014). E' segretario della Scuola Romana di Filosofia Politica, collaboratore della Fondazione Evola e portavoce del movimento di pensiero "Per una nuova oggettività".

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